CAPITOLO CXXIV. Industria e commercio.
Tante ricchezze, quella coltura borghese, l’ampliamento della nazionale civiltà, il lettore dovette accorgersi come fossero in gran parte dovute al commercio, del quale è tempo che raccogliamo e svolgiamo ciò che sparsamente abbiamo indicato; poichè, dopo la religione, nulla accresce e diffonde la civiltà più che il commercio.
Che esso non fosse perito tampoco nel peggior fondo della barbarie, ce ne caddero prove qua e là: migliorò poi coll’agricoltura, giacchè questa e l’industria vanno di pari passo dovunque sono possibili; tutto ciò che promove e deprime le arti e le fatiche d’una classe, opera sull’altra; e i terreni inselvatichiscono ove langue il commercio, come questo risente dell’abbandono di quelli. Noi indicammo come l’agricoltura rinascesse, lenta sì ma ognor progressiva, col piantarsi di nuova gente sopra gl’immensurabili latifondi degli antichi Romani, suddivisi allora, e dal dominio del fisco tornati all’industria particolare. Questa gente erano i Barbari da un lato, dall’altro i monaci, che mescolandosi fra un popolo di servi e di coloni, resero l’onore a quella prima fonte delle ricchezze. Ben presto le crociate equivalsero a quel che oggi le grandi esposizioni; poichè nelle città e nei bazar orientali i nostri videro gli scialli di Cascemir, i diamanti di Golconda, le perle di Ormus, le seterie di Persia, le mussoline dell’India, le arme di Damasco; e ne rapirono, ne comprarono, concepirono desiderio di averne, di imitarle.
Però la mancanza di sicurezza, di regolari aspettative, di libertà nel disporre de’ frutti della propria industria, immiserivano il commercio, siccome oggi avviene in Turchia. Il diritto di lavorare consideravasi prerogativa sovrana, e potere i principi venderla, dovere i sudditi comprarla. Il popolo era impedito di associarsi per dati intenti, e di trasferire la sua proprietà da un’applicazione ad altra che credesse più vantaggiosa; intanto che certe persone ottenevano di esercitare come privilegio quel che ai più restava inibito. Tali angustie cessarono in Italia assai prima che altrove: ma oltre rimanere i capitali in mano di soli nobili e del clero, causava impacci lo sminuzzamento del paese, quando ad ogni varco di fiume, ad ogni gola di monti vegliavano gli armigeri d’un castellano ad esigere un pedaggio, che equivaleva ad una transazione per non essere svaligiati. A modo d’esempio, chi si partisse da Torino aveva a pagarne uno quivi stesso, poi a Rivoli, ad Avigliana, a Bussolino, a Susa: cinque volte in trenta miglia. Lombardi e Veneziani andavano pel Sempione, donde a Sion, a Losanna, a Ginevra, a Lione, ovvero per Clees nella Franca Contea. I Genovesi per Asti e Poirino giungevano a Testona, e qui varcato il Po sul ponte de’ Templari a Sant’Egidio, difilavano per Rivoli a Susa e al Moncenisio: disvantaggiandone Torino, che perciò insisteva alla gagliarda affinchè i Testonesi non lasciassero ai mercanti traversare il ponte, ma li dirigessero sopra la loro città.
Le dogane si misuravano all’avidità del signore, non all’utile del paese, e le tasse moltiplicavansi sotto variissimi nomi[236]. Passando per certe città, le merci si doveano sballare e scassare, e gli abitanti aveano prelazione per la compera; altrove ai soli natìi concedevasi di vendere, talchè sottentravano allo speculatore forestiere. Il pericolo delle anime induceva i papi a interdire il commercio coi Musulmani, e a gran fatica i Veneziani ne ottennero dispensa, come l’ebbero poi anche i Francesi, escluso sempre il portarvi armi e munizioni[237]. Per tema dei masnadieri in terra, dei pirati in mare, doveasi procedere in carovane o con flottiglie, anzichè isolati: alcuni, per ammansare i castellani, menavansi dietro ciarlatani, sonatori, bestie rare: tutti i quali impacci costringevano il traffico ad assumere aspetto di frode, e i pericoli e le vicende sue faceanlo spesso abbandonare a quelli cui era negato ogni altro modo d’arricchire, come gli Ebrei.
Il commercio dell’antichità e del medioevo conducevasi tult’altrimenti dal moderno. Mancando la postalettere, poteansi tenere corrispondenze concatenate? Quando pochissimi sapeano scrivere, e la carta era un lusso, e le cifre arabiche appena si introducevano, e inestricabile la varietà di monete e misure, quanto incomodi doveano tornare i conteggi e la corrispondenza! Oggi la forma più consueta è la commissione, cioè il fabbricatore affida a negozianti le merci da vendere per conto; opportuna suddivisione di uffizj: allora invece egli medesimo o suoi commessi andavano con navi o carovane a vendere e caricare, e riconducevano gli avanzi e i baratti.
Le antiche strade romane erano state guaste per impedire le correrie dei Barbari, ovvero da questi nelle guerre, o dal tempo; e agli sminuzzati dominj che successero, qual interesse suggeriva di agevolare le comunicazioni? I torrenti si sfrenavano, cadevano i ponti; onde difficilissimi i trasporti: ed anche assai più tardi non viaggiavasi che a cavallo. Caterina di Amedeo V di Savoja, andando sposa a Leopoldo d’Austria nel 1315, cavalcò fino a Basilea, dove il palafreno fu regalato ai minestrelli che cantavano le sue lodi. Maria di Brabante seguì fino a Genova in lettiga il marito Amedeo V, quando nel 1310 accompagnava a Roma l’imperatore Enrico VII. Giovan Villani dà come un gran fatto che uno spaccio del conclave di Perugia arrivasse in undici giorni a Parigi per corrieri di mercanti[238]. Erano perciò in gran conto i corrieri veloci, come Jaquet messaggere del conte di Savoja, che in quattro giorni andò e tornò da Ginevra a Pavia nel 1399: nel 1380 Amedeo VI di Savoja donava due fiorini d’oro a Guglielmo frate cluniacese, che faceva cinquantacinque e più leghe il giorno[239].
Altri importuni aggravj s’erano introdotti, quali l’albinaggio, per cui cadeva al signore l’eredità dello straniero che morisse sulle sue terre[240]; e il diritto di naufragio, per cui la nave che frangesse diveniva preda dell’occupante, o del signore della costa, come tutti i ributti del mare. Fin il goto Teodorico avea riprovato quest’inumanità; il concilio Lateranese del 1079 pronunziò anatema chi spogliasse i naufraghi; e Federico I, poi Federico II di Svevia avvalorarono questa libertà della Chiesa[241]: ma gl’interessati sapeano eluderla.
Sodare il debito sopra i possessi non usava durante il feudalismo, nè era possibile allorchè quasi nessuno era padrone assoluto del proprio podere: ma nelle repubbliche conoscevasi l’ipoteca coi modi e le cautele che sembrano de’ moderni[242]. Più consueto era il dare in pegno oggetti preziosi, e spesso i tesori delle chiese: o porgeano malleveria altre persone disposte a subir fino il carcere se al dato giorno non venisse soddisfatto il creditore[243].
Il forestiere (ed era forestiere chi abitava a poche miglia) non restava protetto da leggi comuni o dalla generale giustizia, onde si ricorse a strani compensi, come sono le rappresaglie. Se uno restasse leso nella roba o nella persona, e non ottenesse soddisfazione, egli stesso o i suoi accomunati potevano far danno a qualunque compaesano dell’offensore. La rappresaglia derivava dall’antico sistema dell’associazione, per cui tutti stavano garanti dell’accomunato. Oberto Pelavicino signor di Cremona, pretendendosi creditore di Filippo Torriano, allora capo del popolo milanese, sostenne nella sua città tutti i negozianti di Milano colle loro mercanzie. La compagnia de’ Buonsignori di Siena dovendo ottantamila fiorini alla Chiesa romana, il papa pronunziò interdetta tutta la città sinchè fossero pagati. Qualche volta la rappresaglia si applicò a casi criminali; ed essendo ucciso un Inglese da un Italiano della compagnia degli Spini, gli uffiziali della giustizia appresero tutti i compatrioti di esso.
Le leggi posero regola a questo costume, e via via si cercò prevenire il danno degl’innocenti. Lo statuto romano non concedeva la rappresaglia se non quando fosse giuridicamente provato il danno[244]. Quello di Padova del 1258 permetteva di rifarsi sopra i beni di chi avesse nociuto o de’ suoi concittadini; ma nel 69 si eccettuarono gli ambasciadori o le persone venute a Padova per affari del proprio Comune, e così i romei e pellegrini; nel 71 si prescriveva, quando un cittadino si presentasse a domandar la rappresaglia contro un individuo o un Comune, questo dovess’esserne avvertito dal podestà, affinchè potesse giustificarsi o accordarsi; che se il consiglio de’ savj decretasse aver luogo la rappresaglia, il podestà presenterà l’istanza e il voto al gran consiglio, che deciderà a due terzi di voti. Nel 1266 a maestro Giovanni Manzio padovano, medico condotto a Ravenna, erano stati per via rubati i danari, le robe e i libri, che erano un Avicenna, un Serapione, un Almansor e qualcheduno d’astrologia: e avendo il podestà scritto ripetutamente al Comune di Ravenna, mandatovi ambasciadori, interposto anche il podestà di Bologna, nè ricevendo soddisfazione, si autorizzò il medico alla rappresaglia. Anche nel 1302 quel Comune la concedette ai signori Carraresi contro i Torriani di Milano per la dote di Elena della Torre. Una singolare rappresaglia è portata dal cap. LVII dello statuto dell’arte di Calimala a Firenze del 1332: — Qualunque de’ mercatanti nostri si richiamerà per iscrittura d’alcuno albergatore d’altra cittade o luogo, manderemo lettere a quello albergatore a spese di quello mercante, che a certo termine le debba aver pagate: la qual cosa se non farà, comanderemo a tutti i nostri tenuti che non alberghino più con lui; e chi farà contra, sia punito in lire venticinque per ciascuna volta».
La Chiesa provvide alla sicurezza coll’aprire mercati settimanali o fiere annue alle solennità principali sopra terreno immune, quali erano il sagrato delle chiese o i chiostri. La fiera di Bergamo vuolsi concessa dall’imperatore Berengario ai canonici di San Vincenzo, poi da Ottone alla chiesa di Sant’Alessandro[245]. Quella di Verona fu istituita nell’807 dal vescovo Ratoldo sulla piazza di San Zeno maggiore; nel 1049 le botteghe bruciarono; fu poi ristabilita nel 1187. Un marmo fuori della porta maggiore dell’atrio di Sant’Ambrogio a Milano legge che Anselmo arcivescovo stabilì, per tre giorni avanti e tre dopo la festa dei santi Gervaso e Protaso, nessuno molestasse per debiti chi veniva a quella solennità. Anche a Bologna per la festa di san Petronio i mercanti erano immuni di dazio e gabella otto giorni, e nessuno poteva essere citato a pagare il dovuto (Ghirardacci). Negli ordini del 1353 per la fiera di Sant’Andrea di Nizza a mare è assegnato luogo distinto ai venditori di carni salate e formaggi, di spezierie, di pelliccie, di ferro, rame, chiodi, d’argento, d’oro, di spade e armi, di vetri, vasi di terra, corde, pentole, basti, e così pei sartori, pei cambisti, per gli spacciatori di polli e altri volatili, d’erbe e frutti e legumi, di tela, di ronzini ed altri animali di piede rotondo, di porci e bovi, di merci varie; con prescrizioni per ciascuno[246].
Molte strade erano affidate alla custodia dei monaci, come quella del monte San Bernardo, ove il pio Bernardo da Mentone istituì l’ospizio; come quella dell’Alpe fra Lucca e Modena, concessa ai frati di San Pellegrino del Serchio; come il passo di Percussina in val di Greve, con uno spedale assistito dalla compagnia del Bigallo di Firenze. La strada mulattiera traverso al Sangotardo, forando la buca di Uri e gettando il ponte detto del Diavolo, tanto parve meraviglioso, è dovuta agli arcivescovi di Milano, che signoreggiavano la val Leventina. Fin ai tempi di Carlo Magno le gole più elevate delle Alpi erano provvedute di ospizj[247]; le varie nazioni che pellegrinavano in Italia se ne procuravano di proprj ciascuna, sicchè, a tacer Roma, a Vercelli trovammo ospedali di Franchi e d’Inglesi (tom. VII, pag. 107).
Man mano che città e borgate si redimevano in libertà, curavano agevolezze al commercio. Nelle prime carte comunali è sempre pattuita la sicurezza delle vie, l’esenzione da certi pedaggi, la moderazione di tutti: e non v’ha statuto che non provveda al mantenimento delle strade, anche con magistrati appositi. Dai castellani del contorno si otteneva a denaro non molestassero le spedizioni, e dessero scorte; alcuni perfino si costituivano garanti dei danni che altri soffrisse sulle loro terre: tanto temevano che i mercadanti si mettessero per altra traccia, togliendo il lucro portato dal passaggio e dagli alloggi. Dimenticavansi le animosità pel comune interesse dei traffici; s’istituivano tregue mercantili, luoghi di franchigia e neutralità. Nel 1182 i consoli di Modena promettono sicurezza nel loro territorio e pronta giustizia ai mercanti e alle persone di Lucca[248]. Nel 1183 Cremonesi e Bresciani giuravano una concordia, convenendo che le due città si concedano a vicenda il transito; le persone fossero rispettate sulle strade, eccetto i mercanti di paesi nimici all’una o all’altra città; la moneta delle due collegate avesse corso nelle contrattazioni reciproche, promettendo non se ne deteriorerà il valore intrinseco, se non col voto del podestà e del consiglio[249]. Nel 1215 Milanesi e Vercellesi faceano accordo che mai dai Milanesi per le persone o le robe loro fosse esatto alcun pedaggio sul ponte che faceasi a Casale sul Po. Nel 1217 il Comune d’Alessandria francava i Vercellesi da quel che pagavano a Beale[250]. Il marchese Pelavicino, Buoso di Dovara, il Comune di Cremona da una parte, e dall’altra Azzo d’Este, Lodovico conte di Verona e le città di Mantova, Ferrara, Padova, alleandosi per fiaccare Ezelino, convennero che, malgrado la guerra, mercatores de Tuscia semper secure possint ire, redire, stare, conversari cum personis et mercibus per civitates et territoria Mantuæ, Ferrariæ, Paduæ. Nel 1262, Vicenza, Padova, Treviso, Verona giuraronsi reciproca quiete, e di assicurar le strade a viaggiatori e trafficanti. Giovanni Liprando ed Enrico da Arcore, sindaci dei mercanti di Milano, il 1276 portavano lamento a Filippo conte di Savoja per una sovrimposta (surrepsio) da lui messa sulle merci che transitavano pe’ suoi Stati, e stipularono quanto dovesse prendere per ogni balla di lana di Milanesi che passasse di là, e pel pedaggio d’uomini e cavalli a Villanova, al Ciablese e altrove, nulla pagando la bestia che ciascun mercante cavalcava: i mercanti a vicenda giuravano non far le balle più grosse del consueto, e ciascuna di otto panni di Chalons, di dieci panni vergati di Provins, o del peso equivalente; e procurare che i mercanti d’Italia diretti alle fiere di Champagne e di Francia passino e tornino per le terre d’esso conte, il quale li riceve, pel suo distretto, sotto il proprio salvocondotto[251].
I Comuni limitrofi mettevansi d’accordo per migliorare le strade, come fecero Torino, Chieri, Testona nel 1204; Pistoja e Bologna nel 1298 per aprire quella della Porretta. Nel 1219 Bergamo e Brescia pattuivano di restaurare la strada di Palazzuolo, e reciprocamente compensare quelli che dai masnadieri vi fossero danneggiati. Nel 1232 Bonifazio marchese di Monferrato si obbligò verso il Comune di Genova di tenere in buon ordine quella da Asti a Torino, nè esigere altro pedaggio che di soldi sei e mezzo per carico, e nulla per le bestie scariche; i castellani e nobili fra cui attraversa, obbligherà a mantenerla e custodirla, nè introdurre veruna mala usanza[252]. Nella pace del 1279 Verona, Mantova e Brescia convenivano che una strada correrebbe fra esse città per Peschiera, Godio, Guidizzolo, Montechiaro, mantenuta da essi Comuni, e sotto la vigilanza di dieci cavalcatori ogni Comune con tre capitani, scelti fra mercanti e uomini di buona fama. Nel 1333 Franchino Rusca, signore del Comune e del popolo di Como, conchiuse cogli uomini di Blegno che tenessero in essere e in buona guardia le strade per la val Leventina, e ajutassero i Comaschi contro chi le infestasse.
Frequentissime convenzioni appellano a tal uopo; e prendendo solo Firenze e in breve periodo, nel 1201 con Fortebraccio di Greccio ed altri conti Ubaldini del Mugello convenne difenderebbero i Fiorentini e le robe loro con guide e scorte in tutto il distretto e dominio; se riportassero danno, li compenserebbero del proprio[253]; nel 1203 coi Bolognesi di cessar reciprocamente le rappresaglie; nel 1250 franchigia con Pisa, cui rinnovava ogni tratto; nell’81 co’ Genovesi libero transito anche per terra, immunità da gabelle al paese di Fabriano, e che garantissero tutte le merci caricate su loro navi; nell’82 con Lucca, Siena, Pistoja, Prato, Volterra, reciproca francazione da gabelle o dazj, a somiglianza dell’odierna lega doganale; nel 90 libero transito con Ravenna e Faenza; nel 95 con Lucca, Prato, San Geminiano, Colle, sicurezza per dieci anni, essi e loro alleati, da ogni rappresaglia, malatolta, telone, pedaggio. Dacchè Mentone con Roccabruna si separò da Monaco nel 1748, questa cara cittadina non può comunicare con altre se non pel mare o per una via che passa sul territorio di Roccabruna, e quel principe non può uscire dal suo Stato in carrozza senz’attraversare paese nemico; i Mentonesi non vogliono più mantenere quella strada; e i litigi che ne nascono, e le conseguenze che ne verrebbero, possono spiegare l’importanza dei trattati de’ Comuni del medioevo per le comunicazioni.
Pure il viaggiare fu sempre disagiato non solo, ma pericoloso. Dante funesta celebrità diede a Rinieri da Corneto, che faceva guerra alle strade. L’abate Pietro di Cluny venendo a visitare Eugenio III, fu svaligiato dal marchese Obizzo Malaspina, se non che i Piacentini costrinsero questo alla restituzione. Giovanni d’Andrea, celebre canonista, mandato ambasciadore dal cardinale Bertrando del Poggetto al Papa nel 1328, presso Pavia fu assalito e spogliato de’ libri e della roba; e grossa somma ebbe a dare pel proprio riscatto. Il Petrarca, la prima volta che fu a Roma, dovette rifuggire nel castello dei Caprànica, sinchè il vescovo di Lombez nel venne a convogliare con cento cavalieri; partendone dopo coronato, diede nei malandrini, sicchè tornò indietro, e il popolo pensò a farlo scortare; ma altri lo assalsero all’uscire di Parma. Giovanni Barile, mandato da re Roberto di Napoli ad assistere a quella coronazione, fu svaligiato per viaggio, e dovette dar volta.
Le maggiori apprensioni popolari, e in conseguenza i più estesi provvedimenti sogliono dirigersi sull’annona; e se la scienza non arrivò neppur adesso a persuadere che l’unico preservativo o il palliativo migliore alle carestie è il lasciarla libera, si perdoni a un tempo dove governava direttamente il popolo, soggetto a tutte le paure, e che cogli infiniti impacci sovente produceva il male cui volea farsi incontro. L’obbligo d’introdurre il ricolto nella città era una cautela contro i signori castellani, che avrebbero potuto affamarla. Ma spesso il proprietario dovea sagrificare le proprie convenienze alle paure dei nulla aventi; l’autorità tassava i prezzi de’ comestibili e degli altri oggetti di prima necessità, stabiliva magazzini, fissava le ore e i modi del mercatarli. Così era delle vivande azotate; niuno comprasse di là d’una data quantità di pesce, chè non ne rimanessero privi gli altri; comparendo sul mercato qualche selvaggina grossa, fosse fatta a pezzi, acciocchè potessero fruirne anche i men denarosi. I rigori cresceano all’apprensione di carestia: mettevasi fin pena la vita all’asportar grani; chi ne possedesse dovea notificarli, e venderli al prezzo decretato. In Toscana tutto il grano era compro dal Comune, che facea canova e lo dava per bullettini.
D’altri inciampi era causa la nimicizia fra i Comuni; e Lodi vietò di portar biade a Milano, nè di tirarne vino, pena la testa. Altri venivano da’ signori che voleano aggravezzare il transito delle merci fin da una all’altra delle terre di loro dominio. E poichè alcuni principi, come il re di Sicilia, riceveano gran parte del tributo in derrate, restavano principali negozianti del loro paese, e ne facevano monopolio. Federico II esigeva un conto esatto de’ cereali, de’ foraggi e del vino che entrassero ne’ suoi magazzini; e dopo provvigionatone i suoi palazzi e le fortezze, il resto si vendeva, principalmente a mercadanti romani, o anche asportavasi direttamente per conto del re, il quale, ove l’opportunità arridesse, ne spediva in Ispagna, in Barberia su navi proprie o di Veneziani o Genovesi. Nel 1239 incaricava il grand’ammiraglio di condurre a Tunisi, dove forse il ricolto era fallito, cinquantamila salme di frumento, parte avuto dagli intendenti regj, parte procurato al miglior costo; al qual fine se ne proibiva ogni altra asportazione; e in Africa fu venduta la salma ventiquattro tarì, locchè produsse quarantamila oncie d’oro, o due milioni e mezzo di lire[254].
Questo andar e venire dei grani e delle altre derrate produceva gran movimento mercantile; e i Veneziani specialmente cavavano dalla Barberia, dalla Sicilia, dall’Egitto granaglie da provvigionare anche altri paesi; dalla Barberia stessa e dal mar Nero, il sale, del cui monopolio erano gelosissimi. Per quante volte i Padovani tentassero mettere saline sul loro territorio, sempre i Veneziani gl’impedirono; e sotto alla statua del doge Gradenigo, fra altri vanti, è scritto: A faciendo sale Paduanos marte coegi.
Fra le spezie, il pepe era indispensabile, quanto da due secoli in qua lo zuccaro; cittaduole ne tenevano magazzini; in alcune il dazio impostovi suppliva ad ogni altro; i signori di Basilea nel 1299 al diritto di vender pane condizionavano la retribuzione di una libbra di pepe l’anno. La cannella, il garofano, la curcuma o zafferano d’India, pianta tintoria che prosperava anche nelle valli cretacee dell’Ombrone; il zenzevero, il cubebe, l’anesi, le foglie di lauro, il cardamomo, la noce moscada erano grato solletico ai sensi, oltre gli spighi di lavanda côlti in Italia. Aggiungete la paglia della Mecca (andropogon schœnanthus), la scamonea, il gàlbano, il laserpizio, la sarmentaria, l’aloe, la mirra, la canfora del Giappone, lo zafferano[255], il rabarbaro della Siberia meridionale, la sena, la cassia, il badeguar, la galla del biancospino, il cisto di Creta da cui cavasi il làdano, l’olio di sesamo, la gomma d’astragalo, la gomma gutta, la gomma arabica, la sandracca d’Africa, il sangue di drago delle Canarie. I frutti d’Italia, di Spagna, di Grecia, l’olio, il riso[256] erano spacciati dagli speziali, come chiamavansi i venditori delle merci suddette: il caffè non era conosciuto; poco lo zuccaro. Ai riti della Chiesa occorrevano pure cera ed ambra; e a Venezia lavoravasi quella, di questa si faceano crocifissi e paternostri, traendola dal Baltico.
Le ricerche sul prezzo dei generi di prima necessità e della mano d’opera provano che non differiva molto dall’odierno, giacchè un operajo ordinario fu e sarà sempre pagato quel tanto che si richiede al suo vivere. Il prezzo delle altre materie troppo è difficile a determinarsi in tanta varietà delle monete e incertezza dei patti secondarj. Troverete della legna, ma non sapete se fu tagliata dai boschi stessi del compratore; del vino, ma intendevasi condotto e daziato? e in anno d’abbondanza, o di scarsezza? un mobile, ma forse era un capo d’arte o di preziosa materia; un libro, ma forse traea valore dalla legatura e dalle miniature[257].
Le ricchezze minerali non si neglessero. Le vene del Bergamasco e delle valli Camonica e Trompia fin da antichissimo diedero molto ferro, al quale eccellente tempra sapea darsi nel Comasco. Armi si fabbricavano a Gardone, Lumezzane, Brescia; e Giovanni da Uzzano ricorda i pregiati acciaj bresciani, e i badili, le lamiere, i fondi di padelle che si tiravano di là. Il ricco minerale dell’Elba, di Pietrasanta, d’altre parti della Toscana trasportavasi greggio o lavorato anche in Levante. Venezia trasse partito dal ferro e dal rame del Friuli, della Carintia, del Cadore; e pare lungo tempo le fabbriche sue conservassero il secreto d’agevolare col borace la fusione. Rame s’avea pure da Massa marittima, e in val Tiberina e in val di Cécina, dove anche solfato di ferro.
Argento si cavava a Perosa e nella valle di Lanzo in Piemonte, nelle valli Seriana, Brembilla, di Scalve e in altre del Bergamasco. Le argentiere di Montieri, mestissimo villaggio in Val di Merse, sono donate nell’896 da Adalberto marchese di Toscana ad Alboino vescovo di Volterra, confermate più volte, e segnatamente da Enrico IV, nel 1186, purchè episcopus et sui successores nobis nostrisque successoribus, pro ipsis argenti fodinis, triginta marcas argenti examinati ad pondus cameræ nostræ persolvant. Federico II, in rotta col vescovo di Volterra, affittava argentariam nostram Monterii a Bentivegna Davanzati fiorentino. Il diploma di Carlo IV del 1355 dice che jamdiu defuerint, et quasi steriles sint effectæ; e la cava d’oro e d’argento attivata nel Pistojese nel secolo xiii pare un sogno dei cronisti. Bensì attorno al Mille già si hanno memorie d’argentiere presso Massa marittima e nell’alpe Apuana di Pietrasanta, con profondi cunicoli, scavati probabilmente da una consorteria di Lombardi che signoreggiava la Versilia. Oro traevasi dalle arene del Ticino, dell’Adda, d’altri fiumi; e al 1º novembre del 1000 Ottone III concede al vescovo di Vercelli totum aurum, quod invenitur et elaboratur infra vercellensem episcopatum et comitatum Sanctæ Agatæ[258].
Dalle moje di Volterra si avea sale, ma era ignota la produzione dell’acido borico, oggi ricchezza di quei lagoni: ben se ne cavava solfo; e un Genovese vi trovò l’allume, emancipandosi così dal trarne da Tunisi, dalla Germania, da Focea, paesi occupati dai Turchi, assai prima che si adoperassero le allumiere del Napoletano e della Tolfa nella maremma romana. Lipari, donde in antico s’avea tutto l’allume, per testimonio di Diodoro Siculo, talchè il prezzo rimaneva ad arbitrio degli abitanti, da gran tempo cessò di somministrarne.
Anche sotto al feudalismo le arti si erano conservate al modo antico, disposte in corpi o scuole o maestranze sotto proprj capi; organizzazione dell’industria conforme a tempi, dove, non ancora riconosciuta l’eguaglianza degli individui, venivano emancipati in masse, e non intendendosi il lavoro libero, si facea che l’operajo travagliasse pel maestro, come il villano pel signore[259]. Tutto vi era regolato con una minuzia puerile: il filatore non poteva accoppiare fil di canapa a quello di lino; il coltellinajo non fare manichi a cucchiaj; non i ciotolaj e orciolari tornire un cucchiajo di legno; non fondere sego di bue con quel di montone, non cera nuova con vecchia; determinati gl’ingredienti delle tinture e de’ varj composti. Dovettero nascerne impacci, conflitto, tirannie; i principi se ne fecero una fiscalità; il monopolio si saldò a favore di pochi; ammende e multe per ogni minima violazione, e giudici erano gli emuli, interessati a cogliere in colpa.
Pure in que’ primordj i sindachi, i consigli, i probiviri, le frequenti adunanze, le camere di disciplina, ove «mercantilmente si procede, e i piati si scrivono vulgarmente senza giudici o procuratori o notari, più di buona equità che di stretta ragione procedendo»[260], riuscivano d’ammaestramento al vulgo, come le falde sorreggono i bambini: compagni, fattori, discepoli, maestri formavano una gerarchia di opportuna dipendenza: gli artigiani riuniti nei medesimi quartieri, si vigilavano a vicenda ed emulavansi, così togliendo o rimovendo le frodi, facili in popolo inavvezzo all’industria; si soccorreano ne’ bisogni; il garzonato dava una garanzia di futura abilità; nella suddivisione dei lavori dovea ciascuno raffinare il suo speciale; lo spirito di corpo dava aria di gravità, e fece conoscere e ponderare diritti; gli stendardi de’ santi patroni furono stendardi d’indipendenza, e protessero l’individuo dalle vessazioni, talchè divennero potenze sociali le classi laboriose, e formaronsi, vorrei dire, dei feudatarj borghesi e nulla possidenti[261].
Nè però si creda non ne fossero conosciuti gl’inconvenienti; e al 1287 il Comune di Ferrara aboliva tutti i collegi d’arte, di qual si fossero maniera e nome, talchè nessuno potesse fare adunanze o collette. Eccettua il collegio de’ giudici, le confraternite devote, le università delle contrade e ville, i fabbri, a cui si concede di avere un commesso che compri il carbone e lo distribuisca ai singoli; quelli poi che avessero beni comuni, possano deputare chi gli amministri. Ai banditori pure sia lecito unirsi una o due volte l’anno per eleggere due che li presiedano onde disporli e mandarli per utile del Comune. I beccaj esercitino lor arte ne’ luoghi e modi stabiliti. Ogni artefice od operajo richiesto per l’arte sua, deve subito andare, sebbene l’opera cui è chiamato fosse da altro incominciata, e non cessare neppur se altro fosse chiamato a lavorare in sua compagnia. Ma non osino fare intelligenze e congiure tacite od espresse sui prezzi o sul lavoro; e viepiù si tengano d’occhio i navalestri, pessima razza, che molte frodi macchina contro l’utile de’ viandanti.
L’arte della lana, allora principalissima, dovette l’incremento agli Umiliati, ordine istituito a Milano, al quale si fa pur merito dell’invenzione de’ drappi d’oro e d’argento per chiese. A Firenze, dove fondò Santa Caterina d’Ognissanti, era tenuto esente da ogni dazio, e proibizione d’insudiciar le acque che andavano alle sue gualchiere[262]. E là principalmente prosperò quell’arte, e nel 1338 vi si finivano ogn’anno ottantamila pezze di panno, del valore di un milione e ducentomila zecchini[263], tirando le migliori lane d’Inghilterra, Spagna, Francia, Portogallo, Barberia. L’arte di Calimala traeva a buon conto panni grossolani di Fiandra, Picardia, Linguadoca, e vi dava assetto e finimento tale da doppiarne il prezzo. In venti magazzini entravano diecimila pezze l’anno, del costo di più che trecentomila fiorini: ciascuna si taccava con un bollettino, ove notare la spesa di primo costo, del denajo di Dio, del recarlo a casa, del tingerlo e ritingerlo, del cardarlo, cimarlo, spianarlo, piegarlo, della bandinella, della maletolta, del teloneo, dell’uscita alle porte, del legaggio, caricaggio, ostellaggio, e d’ogni altra spesa. Le due fiere di san Simone e san Martino traevano a Firenze i più denarosi mercanti di tutta Italia, sicchè vi correano quindici a sedici milioni di fiorini.
In Siena, la gabella di quattro lire ogni pezza del panno asportato, la più parte verso Levante, fu appaltata seicento zecchini. Gareggiavano colle francesi e colle fiamminghe le fabbriche di Venezia e sua terraferma, di Pisa, del Bolognese, del Ferrarese, animate dalla proibizione dei drappi forestieri. In Verona al 1300 s’impannavano l’anno ventimila pezze, oltre calze e berrette; e la Signoria veneta ne comprava colà di sopraffini, da presentarne al gransignore (Zagata). A Mantova le folle della lana erano privilegio del Comune, distruggendosi quelle che alcun privato mettesse; e lo statuto prescrivea la qualità, e il numero de’ fili, la dimensione del panno, il modo e la forma de’ telaj: non poteano lavorarne se non gli ascritti all’arte, i quali prestavano giuramento avanti al podestà: ogni pezza finita presentavasi al magistrato, che collaudata la bollava, o trovandola disforme dalle prescrizioni, la buttava al fuoco, multando il lanajuolo. Ricchi e monaci vi si dedicavano; nel 1500 vi si contavano quarantaquattro fabbriche; e quando il re di Danimarca visitò i Gonzaga, se ne posero in mostra cinquemila pezze: bellissimo parato per una città!
Milano e il suo territorio spediva alla sola Venezia per trecentomila ducati l’anno in panni, e per centomila in canovaccio, cambiandoli con cotone in fiocco e filato, lane francesi e catalane, tessuti d’oro e di seta, pepe, cannella, zenzero, zuccaro, verzino e altre materie coloranti, saponi e schiavi per due milioni. Giovanni da Uzzano, che nel 1440 compilò quanto era necessario sapersi da un mercante intorno ai paesi, alle mercanzie, al cambio, al denaro, alle dogane, e descrisse di porto in porto il viaggio che si faceva lungo le coste del Mediterraneo, poi all’Jonio e al mar Maggiore, scriveva che «a Milano càpitano quasi tutte le robe di Lombardia per mettere in Genova: si trae da Milano mercerie infinite d’ogni ragione, armadure di maglia e di piastre e d’ogni ragione, acciaj, ferri lavorati, fustani, tele e panni assai fini; di Como panni assai e fini; di Monza panni grossi e fini; e mettonsi a Venezia per navigare in Levante; di Verona e Mantova panni; di Padova zafferano e lino; d’Alessandria lino, tele di guado assai, e molto guado; di Monferrato zafferano, canovaccio, canape; di Brescia acciaj, ferro, lino, zafferano, carte»[264].
Più tardo sorse l’artifizio della seta. Questa nel Codice rodio era agguagliata in prezzo all’oro, e al tempo di Procopio quella di colori ordinarj valea sei monete d’oro l’oncia, e il quadruplo la purpurea: traevasi dai Seri, popolo dolce ma rozzo nel Tibet, o piuttosto dall’Indo-Cina, come oggi par dimostrato. Due missionarj, colà portati da zelo religioso, vi conobbero l’industrioso insetto, e come produca quel filo prezioso; e recatene alcune uova in Europa, riuscirono a educarli. Il Peloponneso, tosto piantato a gelsi, da questi dedusse l’appellazione di Morea; e fabbriche istituite per l’impero orientale scemarono se non tolsero il bisogno di ricorrere agli stranieri. I Veneziani, assoggettata l’isola d’Arbo sulle coste di Dalmazia nel 1018, le imposero di contribuire ogni anno alquante libbre di seta; se no, altrettanto peso d’oro puro. Alla presa di Costantinopoli estesero le seterie, assicurandosene il monopolio mediante trattati coi principi dell’Acaja.
In principio non conosceasi che il gelso nero, e il Crescenzio (cap. 14) si lamentava che le donne ne cogliessero le somme foglie per nutrire certi bachi, il che impedisce ai frutti di maturare: forse solo nel XIII secolo si portò il gelso bianco. I privati tardavano a intenderne il vantaggio, talchè si dovea per legge ordinarne la coltura: lo statuto di Modena del 1327 impone, chiunque abbia orto chiuso vi pianti per pubblico vantaggio tre gelsi, tre fichi, tre melogranati, tre mandorli; quel di Pescia del 1340 obbligava a coltivarne; e un secolo dopo, per Toscana era imposto ad ogni contadino di piantarne cinque ogni anno[265]; poi si proibì d’asportarne la foglia, e nel 1423 si concedea franchigia a chi ne importasse. Pretendono che Lodovico Sforza gl’introducesse nel suo parco di Vigevano, donde si diffusero per Lombardia, di che a lui venne il cognome di Moro. Una grida di Milano del 1470 impone si piantino almeno cinque gelsi ogni cento pertiche; un’altra, di notificare quanti ne esistevano, e la foglia loro si cedesse al maestro da seta a prezzo equo, chi non volesse da sè nutrirne i bachi[266]. Ma già nel 1507 il Murlato, in una cronaca comasca manoscritta, nota che le campagne attorno a Milano e a Como davano immagine d’una foresta di gelsi.
Vorrebbero che Ruggero di Sicilia dalla sua spedizione in Grecia portasse telaj ed operaj di seta; ma noi vedemmo come anteriormente ne tessessero i Saracini. Soggiungono che quell’arte fiorisse in Lucca, e che quando Castruccio la prese, novecento famiglie di tessitori si diffondessero per la restante Italia, trentuna delle quali nella sola Venezia: pure fin dal 1225 l’arte della seta a Firenze formava corporazione distinta, noverata fra le maggiori, e coll’insegna d’una porta rossa in campo bianco; e nel 1248 i Veneziani proibirono il commerciar di seta agli esattori delle tasse imposte ai fabbricatori di essa. Frà Buonvicino da Riva in quel giro di tempo scrive che a Milano si facevano panni de lana nobili et de sirico, bombace, lino: vero è che traevasi da di fuori. Borghesano da Bologna inventò i torcitoj nel 1272, tenuti in gelosissimo segreto, finchè, entrando il secolo xiv, gl’insegnò ai Modenesi un tal Ugolino, che per questo fu in patria appiccato in effigie[267].
Il setificio si estese a Pisa, Genova, Padova, Como, Verona, Vicenza, Bassano, Bergamo, Ferrara, Bologna e nella Lombardia, a segno che la seta indigena non bastando alle fabbriche, era d’uopo cercarne nella Marca, nella Calabria, nelle isole greche. Non si tardò a lavorare stoffe e broccati, intessendovi l’oro e l’argento, e ad applicarvi fregi metallici col ricamo e coll’impressione; e nell’industria de’ broccati gareggiarono Venezia, Genova, Lucca, superate da Firenze.
Marino da Cataponte veneziano nel 1456 riceveva dal re di Napoli mille scudi a prestito perchè in quel regno attivasse fabbriche di drappi di seta e oro; immune d’ogni gabella la seta, l’oro filato, la grana e tutto che servisse a tale lavorìo; gli operaj venissero trattati come napoletani; nelle loro cause civili e criminali non fossero riconosciuti da altro tribunale che dai loro consoli, i quali in numero di tre venivano eletti ogni anno da tutti quelli iscritti sulla matricola dell’arte, e ogni sabato doveano tener ragione. Altri diritti furono concessi e sussidj a Francesco di Nerone e Girolamo di Goriante fiorentini, a Pietro de’ Conversi genovese: anzi in appresso fu eretto in Napoli un distinto tribunale della nobil arte della seta, da’ cui decreti non davasi appello che al supremo consiglio, dove il giudice facea la relazione stando in piedi a capo scoperto[268]. Diritti quasi eguali v’ebbe l’arte della lana. Altri tessitori genovesi e fiorentini, invitati da Carlo VIII, poneano a Tours le prime manifatture di seta in Francia.
Quest’arte essendo molto scaduta in Lucca, ove prima tanto fioriva, si cercò ravvivarla con regolamenti, che la dovettero anzi intristire. Lo statuto del 1482 prescrive che nessuno possa tesser drappi di seta se non sia arrolato nella scuola: per esservi scritto come capo maestro vuolsi abbia lavorato quattro anni chi è nato in l’arte, e cinque chi fuori. Chi lavora di tesser seta, non possa esercitare altr’arte ove di quella si maneggi. Chi comincia a tessere una pezza, deva farla marchiare, notandone il colore e la lunghezza. Non si tengano in casa più telaj dei descritti. Per farsi immatricolare si paga un ducato d’oro. La donna che si mariti fuor dell’arte, non possa insegnarla ad altri. Non si piglino garzoni forestieri. I mercanti giurino di non tingere zendadi con robbia nè sangue di becco, e i panni scarlatti colorire con grana[269]. Potremmo in ciascun paese riscontrare questi medesimi errori economici.
La tintoria era un accessorio quasi indispensabile per tutte queste fabbricazioni. Da gran tempo l’allume era il mordente più consueto: avevamo appreso dalla Francia e perfezionato l’uso del chermes e della robbia: fu consacrato dalla pubblica riconoscenza il nome del Fiorentino che nel secolo xiv introdusse dal Levante in patria il tingere a oricello, cioè in violetto coll’uliva[270], derivandone il cognome degli Oricellaj, alterato poi in Rucellaj. A Bologna prosperavano le tintorie di seta e di panno in grana e scarlatto; ed essendo nel 1220 per servizio di esse tirata in città l’acqua del Savena, fu conosciuta tanto opportuna, che i tintori fecero solenne festa con processione e fuochi per tre giorni (Ghirardacci).
Venezia, Genova e la Lombardia fabbricavano eziandio tele di cotone, ma non da reggere il confronto di quelle di Mussul, mentre quelle di lino e di canape, tessute principalmente in Lombardia, Padova, Bologna e nel Piemonte, oltre soddisfare al consumo ogni dì crescente, servivano anche a baratti coll’Asia. A pari colla seta erano prezzate le pelliccie, distintivo de’ cavalieri e di alcune dignità civili ed ecclesiastiche: di grossolane arrivavano da Svezia e Norvegia; da Russia le preziose, massime dopo scoperta la Livonia; preparavansi a Venezia, Bologna, Firenze, e in quantità erano spedite al Levante.
Il nome di Firenze richiama i cappelli di paglia intrecciata, arte ben antica se in casa Ricci ancor si conserva quello che fu di santa Caterina de’ Ricci. A Brozzi dapprima, poi si estese alla Lastra, a San Piero, a Ponte, a San Donnino, e se ne mandava per tutto il mondo[271].
Le armi davano lavoro a molti opifizj, dovendo ogni feudatario fornirne i suoi uomini, ogni libero se stesso, ogni armatore il proprio legno. Corazzaj e spadaj formavano una delle arti in Firenze; in Milano dura il nome alle contrade degli Spadaj e Speronaj: e le armi della lupa quivi fabbricate erano cerche persino fuori di cristianità.
L’arte del vetro, della quale fino dal xiii secolo aveva esposto i metodi il patrizio Manni, e che era concentrata in Murano, andò sempre in meglio; e Venezia lavorava come semplici ornamenti conosciuti col nome di conterie, così imitazioni di gemme, vasi comuni e costosi cristalli, vetri di finestre e specchi suntuosi. Una fontana di cristallo in argento fabbricata a Murano, fu comprata tremila e cinquecento zecchini da un duca di Milano. Una legge del 1255 provvide per gelosamente conservare quest’industria al paese; e chi la esercitasse, godeva privilegi tali, che il matrimonio d’un patrizio colla figlia d’un vetrajo non derogava la nobiltà, e la moglie del nobile muranese sedeva pari a quelle della dominante; l’operajo che ne migrasse, era reo di morte.
Vi si lavorava pure attivamente di conciar pelli, e dorare cuoj per le tappezzerie e marocchini. Moltissimi orefici con eleganza pari all’abilità legavano gemme e facevano d’ogni maniera ornamenti fin dal secolo XII, gareggiando con Genova, Bologna, Parma, Cremona, Mantova, Perugia, Milano che n’era mercato ed emporio per l’Italia media. Fin dal 1123 appare indizio della catenella, che ogni Veneziana poi volle avere a più giri attorno al collo e ai polsi. I camini in forma di campana, i terrazzi di pietruzze e calcistruzzo battuti v’erano comodità antiche, e da Venezia si propagarono al resto d’Italia.
Disputarono agli Orientali la fabbrica de’ camelotti e delle rascie; la canapa convertivano in cordami, il filo in trine, migliaja di povere addestrandosi al rinomato punto in aria. Il borace, che traevano dall’Egitto e dalla Cina, soli i Veneziani sapeano preparare, come il cremor di tartaro, la biacca, la lacca, il cinabro, il sublimato, probabilmente imparati dagli Arabi. Molto si lavorava di cera, la cui imbiancatura non v’era pregiudicata dalla polvere; di zuccari prima della scoperta d’America, di liquori, di sapone. A Perasco faceansi le corde armoniche, nel Vicentino i panni, a Salò il refe. La zecca, oltre la moneta nazionale, ne lavorava pei paesi con cui trafficavano, ed anche coll’impronta dei re barbari. Le cartiere del Friuli e di Brescia diedero un altro capo di asportazione ai Veneziani, che presto la nuova arte de’ libri stampati aggiunsero alle antiche: una nave catalana nel 1380 aveva caricato a Genova per la Fiandra ventidue balle paperi scrivabilis[272].
Le varie arti v’erano unite in fraglie, regolate da matricole scritte (mariegole), dove pure si deponevano i secreti dell’arte, e la poteva esercitare solo chi vi fosse registrato o chi avesse educato un trovatello. Aveano particolare magistratura di conciliazione: con tenui contribuzioni si preparavano mutui soccorsi, ed ergevano chiese e scuole, la cui magnificenza desta ancora la meraviglia. Il magistrato dei sensali giudicava in prima istanza la propria corporazione, potendo condannare fino a tre anni di galera; i giudici della seta e la camera del purgo giudicavano de’ setajuoli e lanajuoli.
Di gran mistero avvolgevansi le manifatture, gli olj e sali medicinali; la teriaca, famoso polifarmaco, tenuto qual panacea universale, e di cui fin seicentomila libbre l’anno si asportavano; le tinture, massime lo scarlatto e il chermisi, non doveansi fare che al tempo determinato dalla legge, e con apparato d’incantesimo, e con baje di giganti col cappellone, di uccellacci o d’altro che portassero gl’ingredienti: meschini spedienti ma comuni, che, invece di cercare la superiorità nel migliorare, assonnavano nella fiducia della proibita concorrenza.
Il fiorentino Dei, che vergò violenti diatribe contro i Veneziani, e si vantava d’aver fatto gran male ad essi in tutti i paesi, e massimamente aizzando i Turchi a loro danno, li rimprovera perchè sui mercati, dove i Fiorentini comparivano con broccati e drappi di gran valuta, essi non portassero che aghi, seta da cucire e far frange, sonagli, arme, vetrame e bazzecole. Prova che i Veneziani eransi accorti come i piccoli guadagni moltiplicati equivalgono ai grossi, e quanto giovi lo speculare sovra oggetti minuti ma di gran consumo.
Con tutti quei regolamenti e con infinite minuzie e precauzioni, consonanti all’economia politica d’allora, il Governo voleva attirare ai Veneziani tutti i vantaggi del commercio europeo, nutrire l’industria per mezzo dell’industria, assicurare alle fabbriche del paese un’occupazione costante, non lasciando mai venir meno le materie prime. Siffatto sistema a lungo andare poteva cessar di produrre i vantaggi che si speravano nello stabilirlo; ma l’incertezza del futuro e la poca probabilità di cambiamenti possono giustificare la condotta del senato, mentre il paese vi va debitore di grandi lucri e ricchezze. Del resto noi, tuttora impigliati fra tante pastoje, potremmo apporre a que’ vecchi se non aveano ancora imparato che in ogni materia, ma più nel commercio, il meglio che possa farsi è il non governar troppo? Essi invece per favorire il commercio moltiplicarono leggi, alcune delle quali non poteano che pregiudicargli, come avviene delle vincolanti. Conviene però confessare che conoscevano il principale scopo del commercio, qual è di conguagliare la ricerca coll’offerta, la produzione col consumo, nè mai c’incontra di vedere quegl’ingombri di manifatture non ismaltite, che sono il disastro dell’odierna industria, comunque giganteggiata pel sussidio delle scienze, delle belle arti, dello spirito d’associazione, della suddivisione de’ lavori.
Procuravasi la buona fede coll’infamare chi fallisse al debito: e a Milano, a Firenze, altrove doveva acculacciare una pietra: la pietra del vitupero stava nella sala della Ragione a Padova; a Monza, chi rassegnava i beni dovea presentarsi alla pubblica assemblea, e scalzo, nudo, in sole brache ascendere sopra la pietra, e starvi dal principio al fine dell’adunanza; a Lucca, siccome nell’antica Roma, l’oberato portava un berretto giallo, e se un creditore l’incontrasse senza questo, avea diritto di farlo arrestare. Con un rigore, di cui l’Inghilterra pur offre esempio, nel 1398 i Fiorentini stanziarono che i falliti potessero forzarsi a far da boja, quando altro non ce ne fosse[273].
Nel 1253 i Cremonesi stipularono coi Genovesi che, se qualche Genovese abbia fatto credito a un Cremonese nel distretto di Genova, il creditore deva richiedere per mezzo del Comune di Genova il Comune di Cremona, il quale sarà obbligato ottenergliene la soddisfazione. Se il debitore confessi il debito e nol paghi subito, venga arrestato e consegnato al creditore esso e i figli, per essere sostenuto nel carcere de’ malfattori, o condotto fuori del distretto di Cremona cinque miglia, dove il creditore vorrà. Se il debitore fuggisse di carcere, il Comune di Cremona pagherà. Se pagasse il debito, non si rilascerà finchè non dia una sicurezza di stare al giudizio. Del debitore confesso poi si avrà soddisfazione prima col mobile poi coll’immobile, a stima di arbitri giurati, in modo che il Comune lo riceva e paghi secondo tale stima. Se poi non abbia nè mobile nè immobile, sarà consegnato co’ suoi figli maschi al creditore e condotto come sopra. Se fuggissero, siano dichiarati forestieri (forestetur) al Comune di Cremona; e se mai vi tornino, tengansi obbligati a soddisfare al creditore[274].
Di buon’ora si cominciò a mettere in iscritto le convenzioni commerciali, e pur testè fu pubblicato il repertorio di Giovanni Scriba notajo di Genova, il quale pel solo anno 1161 contiene cenquarantacinque atti privati, di società, di proteste, di divisioni[275]. Pel più antico istrumento mercantile vi è dato un atto del 1155, ove un Aucello giura portare a trafficar in Sicilia e a Salerno lire sessantadue, ricevute da Oberto Usodimare. Una carta dell’anno stesso dice: «Io Ugero Lugaro confesso aver quattrocentosessantasette lire di roba tua, o Guglielmo Filardo, che devo portare ad Alessandria per trafficare a tuo conto: al ritorno deve esser tuo il capitale e il profitto, eccetto sette bisanti che mi vengono per la condotta. Di quelle lire devo far le spese del mio vitto e per quanto occorre. Del mio, porto lire venti». Ai 19 settembre Ribaldo da Sarafia e Ferro di Campo mettono in società quello lire cinquanta, questo trentacinque e il suo personale, e gli utili si divideranno a metà. Al 6 luglio 1156 Lanfranco Pepe commette il capitale di lire cinquanta a Bernardo Porcello che lo traffichi in Genova, e dei profitti si farà a metà. In quel curioso repertorio molte altre si hanno di queste associazioni del capitale coll’industria.
Opportunissima al commercio venne l’istituzione dei consolati, cioè d’una speciale e compendiosa giurisdizione per le cause mercantili sia nell’interno, sia fuori[276]. Ne’ paesi lontani più frequentati si tenevano consoli, che e vigilassero sugli atti del commercio nazionale, e giudicassero i negozianti loro compatrioti secondo leggi scritte o le usanze o il buon senso. Tali sentenze costituirono un diritto consuetudinario; poi un Catalano o più probabilmente un Italiano, entrante il secolo xiii, pensò raccogliere le costumanze de’ porti del Mediterraneo, e ne nacque il Consolato de’ fatti marittimi, base anch’oggi di tale legislazione, e diritto comune ove manchino disposizioni particolari. Doveano essere avanzi delle leggi antiche, durate in pratica anche dopo periti i documenti; e vi si tratta, in ducento capitoli, dei doveri e diritti dei patroni di nave e socj, de’ marinaj, mercanti, passeggeri; delle merci occultate, bagnate, guaste, prese, gittate; degli attrezzi, delle armi, delle condizioni di nolo, de’ cambj, delle assicurazioni[277]. A questo esempio furono compilati il Giudicato di Oleron per l’Oceano, e le Ordinanze di Wisby pel Settentrione.
Se pure le assicurazioni erano conosciute ai Romani, sì poco erano consuete, che legislatori e giureconsulti non le credettero meritevoli di speciale attenzione. Nei nuovi tempi si estesero, e i primi esperimenti si restrinsero ad accomunare i rischi fra i padroni del vascello e quelli che caricavano. Tanto ne parve bene, che la compilazione Rodia, certo anteriore all’xi secolo, la legge di Trani che vorrebbesi del 1060, quella di Venezia del 1253, le imposero come obbligo. Però, non legando che persone cointeressate nella spedizione, stavano a troppo gran pezza da quelle zarose e insieme precise speculazioni, dove, calcolando i venti, le avarie, le stagioni, e insieme le politiche eventualità, la guerra, la pirateria, si offre l’intero rifacimento delle lor perdite, mediante una tenue anticipazione.
Non ha appoggio chi le asserisce conosciute a Bruges nel 1310; e poichè niuna legge marittima settentrionale ne parla, nè tampoco la grande Ordinanza anseatica del 1364, ci si fa credibile cominciassero fra noi, dove gli statuti di Pisa del 1161 le ricordano[278]: nel 1300 il Pegolotti espone come ordinaria questa assicurazione di denari e mercanzie «a salvi in terra, a rischio di genti e di mare, a tutto periglio di mare, di gente, di fuoco, di corsali», con premio dal sei al quindici per cento: il breve poi del porto di Cagliari prevede i casi del naulegar e del sigurare.
Ma grand’ala non poteva aprire il commercio quando sì scarso il contante; non avendosi oro che dalle miniere di Spagna e Ungheria, poca polvere dall’Africa, qualche paglia dai nostri fiumi; dell’argento non ancora lavorandosi le cave dell’Harz; e il commercio coll’India e la Cina dovendo saldarsi in moneta effettiva, perchè non avevano esse bisogno delle derrate o manifatture europee; finchè l’Inghilterra ai nostri giorni non riuscì a surrogarvi l’oppio e le cotonerie.
I Romani sentirono, ma non ripararono tale deficienza; la quale, cresciuta collo sperpero della migrazione, poi per le crociate, impacciava le transazioni. Gli è ben vero che queste nell’interno erano assai rade, quando la proprietà restava legata da feudi, livelli, diritti comunali, manimorte, e dall’attenzione di conservare l’avito possesso: pel consumo usuale poi molto adoperavasi il baratto. Però l’Italia ebbe sempre maggior correntezza di contante, sì perchè la sua industria ve ne chiamava, in tempo che le altre nazioni limitavansi a comprare e consumare, e tutto doveano procacciarsi a denaro, non avendo di che far baratti; sì per lo speso dai tanti che qui erano condotti dalla devozione o dall’ambizione o dagli affari; sì perchè la curia romana da tutto il mondo riceveva o tributi, o tasse per dispense, indulgenze, aspettative, brevetti, investiture e simili, o frutti di benefizj lontani, investiti a prelati qui dimoranti.
Se ne valsero i nostri per applicarsi alla banca o al prestito, e svilupparono le varie forme del credito. Quando ogni paese, ogni feudo aveva zecca propria, e spediente di finanza consideravasi il falsare o alterar le monete, nasceva un’inestricabile diversità di titolo, d’impronte, di valore. Per sottrarsi alla quale non di rado si stipulavano i pagamenti a peso, cioè a marco, diviso in otto once di ventiquattro carati[279]; onde i negozianti, prima di rimpatriare, col denaro avuto compravano oro e argento non coniato. Tanto più che molti paesi, considerando il denaro come vera ricchezza, non come solo stromento di cambio e misura del valore, impedivano gelosamente l’asportarlo. A questo disagio e alle frodi, troppo facili sopra monete non conosciute, ripararono Lombardi, Fiorentini, Senesi, nelle primarie città aprendo scanni, col nome di banchieri o campsores; e ricevute in deposito le somme, sborsavanle man mano che il depositante traesse su loro, o facevanle a questo pagare dai proprj corrispondenti ove egli si recasse. Tutte le operazioni che oggi si lodano come arte bancaria o si vituperano come aggiotaggio, le troviamo già in uso; e Firenze nel 1371 moderava i giuochi di borsa coll’imporre una tassa sopra la vendita de’ fondi pubblici[280].
Una scolastica distinzione fra le ricchezze fruttifere e le infruttifere, che poneva cioè il valore nelle cose medesime, non nel servizio che rendono all’uomo, fece a molti, fino a’ dì nostri, dichiarare illecito il guadagnar sul denaro; e fatto un precetto del consiglio evangelico Date a mutuo senza nulla sperarne, si giudicò peccato il lucrare un interesse. Ma poichè è troppo naturale e vantaggioso che il capitalista accomodi al lavoratore, bisognava illudere la coscienza co’ varj sotterfugi di cui gli usurieri sono maestri. I governi poi pensarono a porre un limite agl’interessi affinchè non se ne abusasse; quasi non dovessero, come in tutte le altre mercanzie, proporzionarsi al rischio, alla ricerca, al lucro del mutuante. Come avviene dei provvedimenti arbitrarj, anche questo dovette altalenare; e poichè probabilmente le variazioni si saranno legalizzate sol dopo che l’abuso era comune, non possiamo dal variare degli interessi argomentare la maggior o minore ricchezza pubblica, cioè il migliore impiego del denaro. Perocchè a volere che in paese industre gl’interessi si proporzionino al vantaggio che ne trae l’accattante, bisognerebbe che i divieti non perturbassero l’equivalenza de’ servigi; e molte volte gl’interessi sono alti in grazia non della prosperità, ma del rischio a cui il capitale si espone. Così oggi in Levante, perchè il Corano vieta il ricevere frutto, il prestatore non protetto dalla legge deve premunirsi dai rischi della contravvenzione.
Il codice romano stabiliva il merito del quattro per le persone illustri, dell’otto pei mercanti, del dodici per quelli di grado inferiore che prestassero grano o derrate, del sei per gli altri; tanto era mal compreso l’uffizio del denaro. Nel medio evo, il commercio trasse il denaro nelle città, sicchè i signori castellani e principi ne pativano disagio, e bisognava ne cercassero a usure trasmodate. Guido conte di Biandrate nel 1161 pattuiva quattro denari al mese, cioè il venti per cento. Nel 1201 Arduino vescovo torinese conveniva con Giacomo e Bartolomeo Sylo, se non restituisse fra due anni le dovute 152 lire susine, v’aggiungerebbe lire 13; se fra tre, lire 25; se fra quattro, lire 58; se fra cinque, lire 90; se fra sei, lire 113: il che era un modo di mascherare l’usura, maggiore del dodici per cento (Cibrario). Nei conti di Giuliano di Nannino de’ Bardi con Pietro di Francesco Piccioli nel 1427 al prestito di lire 2928 in un anno è computato l’interesse di lire 878: lo che scontra il trenta per cento (Pagnini). Il doge Mocenigo assegna il quaranta all’anno pei capitali messi nel commercio. Federico II in Sicilia lasciò solo agli Ebrei il prestare, e proibì di passare il dieci[281]; errore massiccio, emendato dalle violazioni. Uno statuto veronese nel 1228 prefiggeva il dodici e mezzo; uno di Modena del 70, il venti; uno di Cremona del 78 interdisse agli Ebrei di esigere sui pegni più di sei denari per lira al mese. Nel XIV secolo v’ha esempj del trentacinque. A Firenze erano ottanta banchi, e il monte pagava il merito del dodici o quindici e non mai più del venti: per moderare le usure, nel 1430 vi si chiamarono Ebrei, i quali obbligavansi a non riscuotere di là dal venti; e quando nel 95 furono espulsi, si trovò, o almeno si disse che in cinquant’anni aveano guadagnato 49,792,556 fiorini.
In Piemonte, morendo uno in fama d’avere guadagnato di usura, ogni aver suo ricadeva nel fisco: al qual uopo con rigore si suggellava la casa, s’imprigionavano la vedova e i figli acciocchè dichiarassero se nulla tenessero nascosto: istituivasi l’indagine, dalla quale raramente l’accusato usciva netto quando importava al fisco di trovarlo in colpa; anche purgandosi, non veniva reintegrato della roba e dell’onore: lo perchè tutti procuravano accordarsi col fisco, colpevoli o no (Cibrario).
Il pregiudizio contro gli Ebrei impedì acquistassero proprietà sode; onde si gettarono sulle arti e sul commercio, e non legati da restrizioni clericali, e nell’obbrobrio loro poco adombrandosi di nuova infamia, davano a prestito. Quei che doveano accattar denari da loro, gli accusavano di esorbitanti usure; i rovinati, gl’infingardi riversavano sopra di loro ogni colpa, pretesto a fraudarli del dovuto: e così odiati e necessarj, menavano quella esistenza eccezionale, che è una singolarità in mezzo alle singolarità del medioevo. Ma quel continuo cacciarli per continuo restituirli attesta la cresciuta importanza delle ricchezze commerciali, per cui l’opifizio ormai equivaleva al castello. Che se in Francia e in Inghilterra gli Ebrei erano esposti alle brutalità della plebe, alle persecuzioni de’ preti, all’insaziabiltà dei re, che li chiamavano per ottenerne denari a prestito, poi li sbandivano per farsi pagare la tolleranza, da noi poteano trafficare, se non senza odio, almeno senza pericolo; e se per l’opinione dello scannar figliuoli alla pasqua, la quale vedemmo ridesta perfino ai giorni nostri, erano avversati non meno dalla fanatica Napoli che dalla colta Firenze, spesso gli statuti li riconoscevano, se non altro, per moderarli. Venezia nel 1400 a due Ebrei concesse di fondare una banca di prestito; e quando s’impadronì di Ravenna, prese obbligo di spedirvi banchieri ebrei; i quali aveano case a Roma, a Firenze, a Pavia, a Parma, a Mantova, anzi in tutte le principali città.
A Roma l’università degli Ebrei doveva pagare 1130 fiorini d’oro (come da istromento inserito nella bolla di Bonifazio IX del 1399) che servissero alle feste carnovalesche di piazza Navona e a Testacio. Inoltre, al principio del carnovale, alcuni loro deputati doveano presentarsi ai conservatori di Roma, implorando continuasse a loro la protezione del popolo romano, e offrendo un mazzo di fiori e una cedola di 20 scudi, da spendere in addobbare i palchi della magistratura romana. Il primo conservatore rispondeva, che, se rimanessero quieti e fedeli, non verrebbe lor meno la protezione del popolo e del papa. Eguale omaggio faceano al senatore, che rispondeva in simili sensi.
A Martino V gli Ebrei d’Italia portarono lagnanze pei mali trattamenti che soffrivano; ed egli, inerendo all’operato da’ suoi predecessori, promulgò privilegi, e proibì agl’inquisitori e ad ogni altra persona laica od ecclesiastica di predicar contro di loro e inviperire la plebe, nè recare ad essi molestie, salvo se fossero fautori dell’eresia, non obbligarli ai divini uffizj, non battezzarne alcuno prima dei dodici anni. Nondimeno alcuni predicatori, massime de’ Mendicanti, persuadevano i Cristiani ad evitare ogni contatto cogli Ebrei, non cuocer loro il pane, non prestar fuoco o servizj, non riceverne prestanze, minacciandoli di ecclesiastiche censure; a tacer quelli che, eccitati da ciò, ne sturbavano i possessi, li battevano, ingiuriavano, uccidevano; col che «li rendeano più ostinati nella loro perfidia, mentre colla carità potrebbero cattivarli». Laonde Pio II, nella bolla 27 luglio 1459, toglie in protezione gli Ebrei; abbiano sinagoghe e sepolture senza impaccio; nè vogliasi costringerli a vivere a modo nostro, o lavorare il sabato; nè siano esclusi dal conversare coi nostri, nè dal comprare o appigionar case e beni da Cristiani, e far contratti, mercatare, tenere scuole delle scienze giudaiche[282].
Cogli Ebrei presto vennero a concorrenza Lombardi, Astigiani, Toscani, Caorsini, aprendo banche in ogni canto d’Europa, e accomodando di denaro non solo i privati, ma anche il pubblico, e massime in Inghilterra, cautelandosi sopra i dazj. Gli statuti di Susa fin dal xii secolo parlano di casane stabilite in varie città d’Italia, cioè banchi di prestanza e di cambio. Nel 1277 Filippo III re di Francia catturò tutti i prestatori italiani sotto imputazione d’usuraj, ma in fatto per ismungerli; e si lasciò calmare solo da sessantamila libbre di parisj, che varrebbero oggi ventiquattro milioni[283]; poi nel 94 stipulava col capitano e col corpo de’ cambisti italiani, che gli dovessero un tanto per gli affari di cambio. Metz ne avea fin dal 1260, e nel 1370 restaurò le sue mura colla taglia percetta su questi Lombardi; nel 1404 appaltava per dodici anni la sua banca a Giovanni Frassinale di Vercelli per duemila e quattrocentotto fiorini di Firenze.
Al pari degli Ebrei erano favoriti e odiati i Lombardi; tassate al doppio delle altre le lettere lombarde, con cui la cancelleria francese gli autorizzava al commercio; relegati in quartieri distinti e chiusi, simili ai ghetti; e a volta a volta spogliati violentemente od espulsi. Un’ordinanza del 6 gennajo 1477 invitava gli abitanti di Amsterdam a ritirare i loro pegni dai Lombardi avanti il martedì grasso, assolvendoli dagli interessi.
I Fiorentini principalmente applicarono a quest’industria; e Frescobaldi, Bardi e Peruzzi, Capponi, Acciajuoli, Corsini, Ammannati erano le più famose banche cantanti in Inghilterra e ne’ Paesi Bassi. La casa dei figli di Caroccio degli Alberti dal 1348 al 57 aveva filiali ad Avignone, Bruges, Napoli, Barletta, Venezia e altrove, le quali pagavano o riscotevano le somme da rimettersi in Avignone alla corte pontifizia o ad altre piazze di Francia, Fiandra, Germania, Italia: contemporaneamente negoziava in grosso di panni, che da Brusselles, Gand e altre terre di Fiandra, Francia, Inghilterra, per la lor casa di Bruges erano spediti al fondaco di panni in Firenze, per la via di Parigi, Marsiglia, Nizza, Pisa[284].
Destri com’erano, qual meraviglia se i nostri venivano adoprati per consiglieri e ministri di finanza da principi? tanto più che non poteano questi assumere veruna impresa se dal banchiere non ne avessero assicurati i mezzi. Molti siniscalcati della Francia meridionale erano appaltati a compagnie di Lombardi, che si assumevano queste imprese finanziarie[285]: a Lione case fiorentine, lucchesi, genovesi faceano in grande il commercio d’asportazione e importazione de’ tessuti di lana e seta[286], e vi serba nome la via de’ Guadagni ove questi teneano banca: ne’ libri mastri di Genova, di Pisa, di Messina, in mancanza di altri documenti, vengono a cercar prove di nobiltà le famiglie francesi che ambiscono di poter inserire la croce nel loro stemma.
Quelle banche riceveano in deposito capitali di signori e principi. I figli d’Obizzo d’Este nel 1293 fecero intimare alle compagnie de’ Baccherelli, della Cella, dei Cerchi Bianchi e Neri, de’ Frescobaldi, de’ Nerli, de’ Bardi, degli Acciajuoli, ed altre di Firenze, nulla rendessero al marchese Aldobrandino di quel che il loro padre aveva ad essi affidato[287]. Giovanni Bodino disapprovava una banca a Lione, su cui metteano fondi non solo principi cristiani ma fino i bascià, e che a Francesco I fece patti onerosissimi, e ad Enrico II prestò a nome de’ Capponi e degli Albizzi, al dieci e dodici e fin sedici per cento. Borromeo de’ Borromei, di quel Samminiato donde uscirono fra poco i Buonaparte e gli Sforza, nel 1379 accomodava di ottantamila fiorini d’oro Gian Galeazzo Visconti. Nel 1321 i Peruzzi doveano avere cennovantunmila fiorini d’oro, e centrentatremila i Bardi dai cavalieri di San Giovanni. Fu considerato come pubblico disastro quando gli Scali nel 1339 fallirono di quattrocentomila fiorini; e i Peruzzi e Bardi di mille trecento settantatremila, che equivarrebbero a quaranta milioni di lira d’oggi.
Agli Ebrei attribuisce Giovan Villani le lettere di cambio, i quali, sbanditi di Francia sotto Dagoberto I nel 630, Filippo Augusto nel 1181, e Filippo il Lungo nel 1316, si ritirarono in Lombardia, e per trarre il denaro lasciato colà, a mercanti e viaggiatori davano lettere concise. Qual conto fare di un’indicazione di tempo così indeterminato? e quanto poco è probabile, allorchè il bando vietava ogni comunicazione ed assistenza agli Ebrei espulsi. Sa più ragionevole il lodarne i Guelfi di Firenze, che sbanditi dai Ghibellini, trassero somme, principalmente in Lione. I Ghibellini, cacciati alla lor volta, ricoverarono ad Amsterdam, ed usarono altrettanto[288].
Alcune cambiali non aveano particolare direzione, il che si praticava specialmente in Levante, e sembra indicarle il Fibonacci sin dal 1202: altre ordinavano di pagare a persona nominata; e il primo esempio sicuro è di papa Innocenzo IV, che nel 1246 trasmetteva venticinquemila marchi d’argento ad Enrico Raspon anticesare, facendoli pagare a Francoforte da una casa di Venezia. Nel 1253 Enrico III d’Inghilterra autorizzò alcuni italiani suoi creditori a rimborsarsi mediante tratte sopra vescovi del suo regno, il valor delle quali ammontava a 150,540 marchi; e il legato pontifizio ebbe cura di farle pagare puntualmente. I negozianti trovarono comodo il pareggiar le partite senza intervenzione dei banchieri per via di tratte; e la più antica che ci resti è d’una casa di Milano, che nel 1326 tirava sopra una di Lucca a cinque mesi dalla data[289]. Baldo giureconsulto adduce due cambiali, una del 1381 sotto nomi supposti, l’altra del 95 di Borromeo de’ Borromei da Milano sopra Alessandro Borromeo.
Un regolamento del 1394 ingiunge ai negozianti di Barcellona di pagar le cambiali entro ventiquattr’ore dalla presentazione, e di attergarne l’accettazione; e pare si conoscessero anche i protesti. Più tardi s’introdussero le girate, che ne formarono la vera comodità. Se dunque gli Ebrei inventarono le cambiali, la vera teorica loro è dovuta agl’Italiani, che le estesero per incassare i fondi, da ogni parte del mondo affluenti alla corte di Roma.
Alle fiere di Champagne, molto frequentate perchè medie fra l’Italia, la Francia meridionale e i Paesi Bassi, breve tempo s’indugiavano i negozianti; laonde i re di Francia statuirono che, contro chi lasciasse scadere una cambiale firmata nella fiera precedente, si procedesse in via sommaria. Di qui il diritto cambiario; e spesso obbligavansi i debitori ad enunziare ne’ recapiti che il debito era stato contratto in tempo di fiera per goderne il privilegio.
Spedientissime trovate furono le banche pubbliche, le quali nelle transazioni di commercio surrogano al denaro sonante i viglietti, cioè raddoppiano i titoli legali del concambio. Fin dal 1171 pare Venezia possedesse un banco di credito; altre città ne istituirono, ma nessuna con tanta ampiezza e fortuna quanto Genova, del cui banco di San Giorgio abbiamo già parlato a disteso (tom. VII, pag. 111).
Affine poi che anche i privati trovassero comodità di prestiti senza cascare negli usurieri, si stabilirono i Monti di pietà. Il primo si vide a Perugia nel 1467[290], per opera di Bernabò medico di Terni, frate francescano, che non esigeva se non quanto bastasse alle spese d’amministrazione. San Bernardino da Feltre e frà Michele da Carcano diffusero quest’istituzione a Mantova[291], a Como e nella restante Lombardia; Sisto IV approvò quello eretto a Viterbo il 1479, e ne pose uno in Savona sua patria; tosto Cesena, Firenze, Bologna, Napoli, Milano, Roma seguirono l’esempio, imitato dalle città industri di Fiandra, e più tardi dai Francesi. A qualche rigoroso moralista odoravano di usura, e accanita disputa si allungò fra teologi e giureconsulti; ma l’utilità che ne derivava indusse a mettervi piuttosto ordine e misura.
Da quanto esponemmo siete chiari come le forze e i capitali si sapessero aumentare col formar compagnie di commercio. Fin dal 1188 è ricordata la società pisana degli Umilj, stabilita a Tiro, e che fra il negoziare non lasciava di soccorrere i Crociati[292]. I Bardi di Firenze aveano quasi il monopolio di tutto il regno di Napoli. Parrebbe anzi che le varie compagnie si abbracciassero in una generale, che costituiva una potenza mercantile, e che per ambasciadori trattava coi re e coi baroni, al modo dell’Ansa tedesca. Certamente un capitano dell’università de’ mercadanti lombardi e toscani risedeva a Montpellier, donde il 1276 re Filippo l’Ardito consentì si trasportasse a Nîmes[293], nella carta stessa concedendo che nessun membro d’essa università potesse citarsi ad altro tribunale che al regio; morendo, i loro beni passino agli eredi; non soffrano del diritto di naufragio; vadano esenti dalle guardie, dalle taglie, dai servizj militari. Nel 1293 al Bourget in Savoja stipulavasi una salvaguardia tra Lodovico di Savoja signore di Vaud, e l’università dei mercanti di Lombardia, Toscana, Provenza, rappresentata da procuratori de’ mercanti di Milano, Firenze, Roma, Lucca, Siena, Pistoja, Bologna, Orvieto, Venezia, Genova, Alba, Asti, Provenza (Cibrario). Nè ignota era la società d’accomandita, per cui uno dà a trafficare una somma, partecipando agli utili interi, ma alle perdite soltanto fin all’ammontare del prestato[294]; e con decreto del 1315 Luigi X di Francia dichiarava non trovare usura in società siffatte, da Italiani istituite.
Le società stipulavano comunemente che le gabelle non fossero d’improvviso aumentate ne’ luoghi di passaggio; se qualche nazionale o i conduttori facessero ingiuria ai natìi, si punirebbe l’offensore senza concedere rappresaglie sopra i mercanti; si terrebbero netti i cammini da masnadieri; che se essi od altri danneggiassero, i mercanti ne verrebbero rifatti; non si sballerebbero le merci; le quistioni che insorgessero, sarebbero definite il giorno medesimo. Inoltre aveano chiesa, bagno, piazza, forno, macello, casa, giurisdizione propria, talvolta anche criminale. Nel 1189 Pietro re d’Arborea agli uomini di Genova assegna in Oristano tantam terram, qua fabricari possunt centum botegas; poi nel 92 privilegi amplissimi, fra cui promette, se alcun legno rompe, farà restituire quanto venisse tolto; se alcun uomo muoja, non ne terrà cosa alcuna benchè intestato.
Nel 1169 Boemondo III principe d’Antiochia dona ai Genovesi tutto ciò ch’essi tengono in Antiochia e Laodicea e nel porto di Seleucia: cioè in Antiochia una ruga colla chiesa di San Giovanni; in Laodicea il fondaco e la strada che lo cinge, e terza parte delle rendite del porto; come anche in Seleucia. E se farà altri acquisti, concederà quello stesso che hanno in Laodicea; se qualche ingiuria ricevano, e’ ne vorrà accomodamento e giustizia fra quaranta giorni; sieno licenziati a negoziare in qualunque terra egli acquisti col loro soccorso: il che tutto fa per consiglio de’ baroni suoi, perchè molto ama i Genovesi, e desidera frequentino al possibile la terra di lui e vi dimorino. Pel qual privilegio Lanfranco Alberico, uomo nobilissimo, e legato del senato e de’ consoli, per sè e pel Comune della famosissima città di Genova gli promettono ajutarlo, crescere le sue possessioni e difenderle[295].
In qualche luogo, come a Tiro, i Genovesi partecipavano del diritto di catena che pagavasi da ogni nave entrando o uscendo. Secondo lo spirito d’esclusione d’allora, ciascuna compagnia affaticavasi non meno a vantaggiare se stessa che a deprimere le altre, e col monopolio assicurarsi ingenti guadagni[296]. Di simili trattati una gran quantità troviamo sia delle città fra loro, sia de’ principi, che vi s’affrettavano perchè assicuravano ai loro paesi un lucroso passaggio: ma spesso più che le grida e i tribunali valeva l’opera del papa, che con interdetti e scomuniche puniva i violatori.
La quantità de’ pirati, massimamente barbareschi, cagionava che il commercio non procedesse senz’armi, anzi ogni nave era obbligata uscire ben munita. A Genova per legge del 1291 era multato in dieci lire il mercante che navigasse oltre Portovenere senza buone armi per sè e pei servi, e cinquanta verrettoni nel turcasso. A Venezia ogni marinajo dovea recarsi elmo di cuojo e di ferro, scudo, giaco, coltello, spada e tre lancie; se ricevesse più di quaranta lire di stipendio, vi doveva aggiungere la panciera; ed anche balestra e cento saette il nocchiero[297]. Pertanto vedemmo i nostri negozianti prendere tanta parte alle crociate e far conquiste, od esercitare in mari lontani le ire fratricide della patria.
Anche le compagnie di commercio terrestre provvedeano colle armi alla propria sicurezza, e talora le adopravano in guerra. Alberto Scotto, famoso tiranno di Piacenza, era alla testa di una grossa compagnia degli Scotti, che nel 1299 ottenne di negoziare cogli agenti del re di Francia sulle fiere della Brie e della Sciampagna; la qual compagnia, composta di quattrocento cavalli e millecinquecento pedoni, poco poi guerreggiava a’ servizj d’esso re[298].
La maggiore importanza consistette sempre nel commercio di mare. Lo scadimento di Roma crebbe vita a Costantinopoli, la quale stendendo la destra verso l’Arcipelago, la sinistra al Ponto Eusino e alla palude Meotide, coll’Asia Minore in faccia e l’Europa alle spalle, pare destinata centro ai negozj di tutto il nostro emisfero. Le merci d’Oriente vi erano condotte dall’Egitto, o i Bisantini medesimi andavano cercarle nell’India, nella Persia, fors’anche nella Cina. Il primo irrompere degli Arabi divenuti maomettani non potea che rovinare il commercio: ma poi essi medesimi vi si applicarono dovunque estesero la conquista; fondarono Bàssora, che tolse il vanto ad Alessandria; coll’occupare l’Egitto, interclusero ai Bisantini il mar Rosso, obbligandoli a provvedere da loro le ormai indispensabili derrate dell’India, o a questa rivolgersi per una traccia lunghissima, salendo fino a Kiof in Russia.
Le crociate, cominciando a far guardare l’Europa come una sola nazione, unirono gli uomini a concordi imprese, gli avvicinarono ai paesi delle derrate preziose, guadagni e privilegi e occasioni accrebbero alle città marittime, che collo stendardo della croce protessero le speculazioni. Poi le frazioni feudali agglomeravansi in nazioni; e i Comuni sorgevano a quella libertà, che dà coraggio a cercare i miglioramenti; e Amalfitani e Pisani in prima, poi Genovesi e Veneziani si resero i principali, se non gli unici fattori del traffico europeo[299]. Dal settentrione per la Piccola Tartaria vettureggiavano canapa, legname, gòmene, pece, sego, cera, pelli, molti trattati conchiudendo coi Mongoli successori di Gengis-kan e di Oktai, che aveano conquistato la Russia, la Polonia, l’Ungheria e la Moldavia, e da cui compravano il bottino e schiavi. Impediti d’andare nell’India per l’Egitto, vi si spingeano pel mar Maggiore, come chiamavano il Nero, nel quale il Tanai, il Boristene, il Dniester, il Danubio portano le variatissime produzioni di estesissime contrade, mal accessibili per terra. Ivi principale posatojo era la Tana, cioè Azof, all’imboccatura del Don, ove da un lato si aveva la Moscovia, dall’altro l’Armenia, l’Arabia, la Persia, per cui poteasi arrivare al Mogol e alla Cina; e vi teneano cànove Genova, Venezia, Firenze e altre città. I Veneziani per giungere dalla Tana a Catai doveano lasciarsi crescere le barbe, e avere un buon interprete e servigiali che sapessero di tartaro; ordinariamente un mercante portava seco in denari e merci per venticinquemila ducati d’oro; e trecento a trecencinquanta bastavano al viaggio fino a Peking, compresi i salarj degl’inservienti (Pegolotti).
Costantinopoli, oziosa e corrotta capitale d’uno Stato senza industria, considerava il commercio men tosto come elemento di pubblica prosperità, che come rendita fiscale; onde le speculazioni di quell’immenso mercato rimanevano a stranieri. Perciò Veneziani e Genovesi, dapprima tollerati, presto furono trovati utili, infine necessarj; e i deboli imperatori, per mantenersene la vacillante amicizia, non conoscevano altro spediente che rinnovare e spesso estendere i loro privilegi. Ne rampollarono calde rivalità fra Genova e Venezia, che vedemmo combattute nei mari nostri e negli orientali. La conquista di Costantinopoli pei Crociati dava la prevalenza ai Veneziani? i Genovesi favorivano Michele Paleologo a distruggere l’impero latino; ed esso in compenso privilegiò la loro colonia di Galata, che spesso giovò, spesso incusse timore all’impero greco.
Genova, posta quasi nel mezzo della costa che archeggia dalla Sicilia allo stretto Gaditano, avendosi dinanzi il Mediterraneo, da un lato la Provenza e la Francia, dall’altro l’Italia meridionale, a spalle la pingue Lombardia, a fronte Corsica e Sardegna, Spagna ed Africa, con poco ed ingrato terreno, con mare scarso di pesci, mostrasi predisposta al commercio, che di fatto vi è antico quanto lei. Le emulazioni con Pisa, con Venezia, coi Catalani ne svilupparono la marittima abilità ed il caratteristico coraggio: marinaj più intraprendenti de’ suoi dove trovare? molti per proprio conto assumevano spedizioni e conquiste, talora approvati dal Governo, talaltra abbandonati alle forze particolari, secondo portava il pubblico interesse o la fazione dominante. I dossi erano ancora vestiti di pini e d’abeti, e nel 1822 dal solo bosco di Bajardo presso Triora bastò legname per trentotto galee; da quello di mont’Ursale a Pareto per dieci ogni anno (Serra). E preti e nobili negoziavano; molteplici le società, ove i ricchi mettevano denari, i poveri l’opera: se non che l’infellonire delle fazioni tolse a quella repubblica di cogliere tutti i vantaggi che le avrebbero procurato tanta abilità degli ammiragli, tanta intrepidezza delle ciurme, tanto spirito intraprendente, tanti capitali.
L’acquisto più famoso di Genova in Levante fu la Gazarìa. Sulla penisola della Tauride, bagnata dal Ponto Eusino e dalla palude Meotide o mare delle Zabacche, nel giro di ben settecencinquanta miglia, e per l’istmo di Perekop, largo un miglio, unita ai paesi del Boristene e del Bog e alle steppe della Tartaria Nogaja, già per l’opportunità gli antichi Greci aveano piantato colonie, vinte da Mitradate, poi dai Romani. Fu occupata da successive genti barbare, e massime dagli Slavi Cazari, dai quali il nome di Gazarìa. Soggiogata dai Tartari nel 1237, un loro principe la vendette ai Genovesi nel 61, che vi assisero colonie per tutto, e principalmente a Caffa. Questa, situata sul lembo orientale della penisola, a piè de’ monti che fanno cintura alla medesima, già era colonia greca, poi illustre col nome di Teodosia, finchè non cadde in ruine, fu ristorata e munita dai nuovi padroni, i quali con titolo di magazzini fecero case basse, poi le fortificarono senza far mostra, siccome gl’Inglesi a Bengala. Ivi preso buon avvio, le alture vicine roncarono a viti, insegnarono a depurare la soda dalle ceneri dell’atrepice laciniato, ivi abbondantissimo, ed estesero i vantaggi del commercio. Il vecchio Crim, che sedeva sull’opposto pendìo, e dove i Tartari recavano le loro prede, salì per questi vicini in tale aumento, che a tutta la penisola venne il nome di Crimea, e da trecentomila abitanti arrivò ad un milione.
A Caffa i Genovesi trovavansi in casa propria, esenti dai capricciosi dazj de’ Barbari cui erano esposti alla Tana, e a milletrecencinquanta miglia dalla patria aveano un porto nazionale ove deporre le merci e raddobbarsi, mentre desse luogo la stagione malvagia. Coi soliti vantaggi de’ popoli colti fra i Barbari, annodarono relazioni di commercio e di politica, ai cittadini diedero magistrati proprj e statuti e moneta, e piantarono una missione. Il console Donadeo Giusti la fe cingere di mura; nel 1383 Leonardo Montaldo doge vi faceva una seconda cinta; e tanto ingrandì, che i Turchi la denominavano Costantinopoli di Crimea (Krim Stamboul); vent’anni appena dopo fondata, spediva tre galee a soccorrere Tripoli di Soria; nel 1318 vi era insediato un vescovo, con giurisdizione dalla Bulgaria al Volga, dalla Russia al mar Nero.
A mezzodì e a settentrione del seno di Caffa due altri se n’addentrano. Nel primo è Sodagh o Soldaja, con poggi a viti preziose, e terebinto, e pietre da macine. I Genovesi vi fabbricarono una torre di difficilissimo accesso, e attorno a quella le proprie case e mura. Avanzando ancora a meriggio si volta il capo d’Ariete (Kriu-metopon), oggi Ajù; poi piegando a ponente è il Portus Symbolorum, detto Cimbalo dai nostri, ed oggi Balaklava, dove i Genovesi posero colonia, opportuno ricovero alle navi del ponente. Dietro a Cimbalo, tra Lusen e la Lombarda, la Gozia ricordava col nome i Goti, e quivi, dove le strade vengono a incrociarsi, i Genovesi eressero l’inespugnabile Mankup. A settentrione si scende in un piano irrigato dall’Alma, ove i kan della Crimea fabbricarono Bakciserai; e tutt’intorno vi rimangono vestigia di case e villaggi genovesi.
Da Caffa volgendo a settentrione, si trova Cerco alle falde del monte ove stava Panticapea, camera dei re del Bosforo, sporgendosi fra l’Europa e l’Asia; e i Genovesi non trascurarono di fortificarlo, chiudendo quel varco tra il mar Nero e quello delle Zabacche. Di colà si spinsero entro le foci del Danubio, presso Chiliavecchia posero un castello, e profittavano della pesca dello storione; alle foci del Dniester aveano in Ackerman stabilimenti pel sale e la pesca, e per ricevere grani dalla Polonia; sul lido opposto, a Sinope pescavano il palamide, che seccato fa vece di baccalare. Giunsero poi anche a farsi padroni della Tana, in fondo alla palude Meotide[300]; ma nessuno storico accenna il quando e il come di sì importante acquisto. Forse quella città posseduta dai Tartari fu, nelle sconfitte di questi, distrutta da Tamerlano, e i coloni genovesi da Caffa vi accorsero e la rialzarono verso il 1400.
Chi vide testè (1855) tutta Europa combattersi pel possesso di quel mare e per voler aperto il passo dei Dardanelli, comprenderà l’importanza che allora v’annetteano i Genovesi; tanto più che allora ignoravasi la via più diretta alle Indie.
La repubblica genovese, fiaccata dal continuo traspeggio, cedette la Gazarìa al banco di San Giorgio, del cui senno restano bel monumento gli statuti che le diede. Ordinata a sembianza della metropoli, presedeva all’amministrazione un console annuo con un cancelliere, nominati a Genova, e che prestavano cauzione. Rappresentava la colonia un consiglio di ventiquattro, rinnovato ogni anno dai membri uscenti, e che sceglieva un piccolo consiglio di sei, fuori del suo grembo; non più di quattro borghesi di Caffa potevano aver parte nel primo, due nel secondo; alcuni posti pei nobili, altri per i plebei. Il console arrivando dava ai ventiquattro il giuramento, e tosto facea procedere alla loro rinnovazione; governava col piccolo consiglio, senza cui non poteva imporre taglie nè fare spese straordinarie; non avere traffici per proprio conto, nè ricever doni. Il cancelliere, scelto dal Governo fra i notari di Genova, rogava gli atti e apponeva il suggello. L’uffizio della campagna rendeva giustizia ne’ contratti de’ coloni coi liberi confinanti.
Così da Costantinopoli, da Caffa, dalla Tana, Genova esercitava il commercio col Levante mediante una sequela di scali, che giungevano fino alla Cina da una parte, dall’altra all’India lungo il golfo Arabico, sul quale sembra le fosse interdetto veleggiare. Altri n’aveva in tutta la Romania, la Macedonia e l’Arcipelago; e nominatamente a Scio, una delle isole Sporadi, che perduta, fu recuperata da Simon Vignoso con galee fornite da nove famiglie, unitesi poi nella maona o ditta de’ Giustiniani, dal nome della famiglia ch’era creditrice di trecentomila scudi d’oro; la repubblica ne lasciò loro il dominio, che conservarono fino al 1556. Scio avea ben centomila abitanti; e il mastice che geme dai lentischi, e che si masticava per tener belli i denti e grato l’alito, dava esercizio a ventidue villaggi, se ne vendeva un milione e mezzo di libbre l’anno, e il decimo che toccava all’erario era valutato dall’imperatore Cantacuzeno ventimila bisanti, o vogliam dire zecchini. Da esso e dalle gabelle provenivano annui cenventimila scudi d’oro (sei milioni d’oggi), che si ripartivano fra le famiglie compadrone a misura del capitale impiegato; al quale si proporzionavano pure i voti nel governo. In un trattato del 1431 i Genovesi assentirono al soldano di trarre da Caffa schiavi; e La Brouquière ne’ suoi viaggi in Asia incontrò un Genovese che trafficava di quest’esecrabile merce.
Nell’Anatolia possedevano Smirne, produttrice di sete, cotoni, ciambellotti, olj, scamonea; e Focea nuova e la vecchia, donde veniva l’allume. Da Cipro traevano legname, canape, ferro, grano, zuccaro, cotone, olj, oltre le derivazioni dall’Oriente. In Italia due magazzini a Mutrone erano stati donati a Genova dai Lucchesi, per deporvi il sale e le lane; cave d’allume attivò presso a Portercole; dall’alta Italia richiedeva produzioni e manifatture da barattare; dominava anche in Corsica, Sardegna, Malta, Sicilia; e la prima le dava eccellente legname, cacio, vini, pescagione, soldati; l’altra grani, sardoniche, tonni, sardine, oro e argento; Malta frumento, agrumi, cotoni; la Sicilia sale, seta, cotone, oro, e ogni ben di Dio[301]: dalle Baleari toglieva sale; e di due borse che avea Majorca, l’una era comune a tutte le nazioni, l’altra speciale de’ Genovesi.
Savona, Oneglia, Albenga, Monaco, Ventimiglia, altre città della Riviera formavano Stati indipendenti: pure Genova esercitava fino a Nizza un protettorato, che le procurava relazioni abituali con Marsiglia per mare e per terra, e coi porti della Linguadoca, principalmente con Aiguesmortes, che posta fra la Provenza e la Linguadoca, col Rodano, colle saline, colle vicinanze di Ales e di Sant’Egidio, rinomati per la coltivazione del chermisi, prosperava più che Marsiglia finchè le alluvioni non la separarono dal mare. Raimondo di Tolosa che n’era signore, donò ai Genovesi casa e fondaco in Sant’Egidio, una strada di Arles, il castello di Torbìa, la metà di Nizza, parte di Marsiglia, metà delle dogane, e il commercio esclusivo ne’ suoi porti. Sulle popolose fiere di Sciampagna, Genova spacciava le droghe e raccoglieva lane[302]. Case avea pure sulle coste dell’Oceano, del Belgio, dell’Inghilterra; e documenti del 1316 e 35 attestano che portava mercanzie, e specialmente allume, in quell’isola: così colla Spagna, a malgrado de’ Catalani, i soli che in mare reggessero a concorrenza co’ nostri; e dall’Andalusia traeva frutti, da Siviglia biade, olio, liquori, dalla Castiglia piombo, lane, allume, dalla Catalogna vino, frumento, sparto da tessere stuoje. Fin dal 1236 facea trattati coi Barbareschi della costa africana per garantire i naufraghi e proteggere il proprio commercio; teneva una cancelleria di lingua arabica per agevolare le corrispondenze con quel litorale, e nel 1274 fu assoldato Asmeto di Tunisi perchè insegnasse il parlar arabo[303]. Tunisi era il suo scalo primario, come per l’Europa occidentale Nîmes, Aiguesmortes, Majorca.
Ne’ porti di Marocco e dell’Andalusìa rinfrescavano le navi prima di uscire nell’Oceano per calarsi fino al capo Non, o salire alle rade belgiche o britanne[304]. Dal Baltico le nostre bandiere erano escluse dalla lega Anseatica, gelosa di conservare il monopolio delle derrate di Russia: le tele, i merletti, l’acciajo, il salnitro, i fornimenti di cavalli, le mercerie di Germania andavano a caricare sul Reno, per deporle ne’ magazzini di Bruges e d’Anversa. Al tempo della guerra di Chioggia un ammiraglio veneto nelle acque di Rodi diede la caccia ad un naviglio genovese carico di mussoline, drappi di seta, d’oro e d’argento, del valsente di quindicimila ducati; un altro prese due navi catalane, cariche per conto di Genovesi, delle quali l’una portava per ventimila ducati veneti, l’altra per quarantamila.
Genova dunque teneva le tre grandi vie del commercio dell’Asia centrale e dell’India; di cui la prima sboccava al mar Nero pel Caspio e il Volga; la seconda a Lajazzo, l’antica Isso, pel golfo Persico, Aleppo e l’Armenia; la terza ad Alessandria pel mar Rosso e l’Egitto; e per quelle cambiava le seterie della Cina, le spezie, i legni tintorj, il cotone, le gemme dell’India, i profumi dell’Arabia, i tessuti di Damasco, i panni di Tarso, lo zuccaro, il rame, le tinture di Levante, l’oro e le piume dell’Africa interna, le pelli, il canape, il catrame, il caviale, il pelo di castoro, le antenne, i legni di costruzione dell’Europa settentrionale, i grani di Tunisi, della Sicilia, della Lombardia, cogli olj, i vini, i frutti secchi delle Riviere, con armi di lusso, coi coralli lavorati a Genova, colle tele di Sciampagna, con lacca, piombo, stagno d’Inghilterra, coi prodotti insomma di tutta Europa. Aveano (dice press’a poco il Serra) traffico e dominio in tutta la Liguria marittima da Corvo a Monaco, e nell’isola di Corsica: provvedevano di sale i Lucchesi; la parte occidentale della Sardegna riceveva le loro leggi o quelle de’ principi loro amici; visitavano Civitavecchia e Corneto, emporj di vettovaglie nello Stato ecclesiastico; nel Regno, lor principale abitazione dopo Napoli era Gaeta; e se non vennero a capo de’ loro disegni sopra la Sicilia, furono sempre in gran numero a Messina, Palermo, Alciata. Nel mare orientale d’Italia frequentarono Manfredonia, Ancona, e negli intervalli di pace anco Venezia. In Ispagna, i conti Berengarj di Catalogna divisero seco la città di Tortosa; i re di Castiglia, quella d’Almeria, e poichè ebbero perdute od alienate ambedue, onorevoli convenzioni tanto co’ regni cristiani della Spagna, quanto co’ Mori aprirono loro tutti i porti marittimi e i mercati mediterranei della ricca penisola. Ne’ Paesi Bassi, Bruges poi Anversa accolsero onorevolmente le loro compagnie, le quali non solo v’accumulavano roba, ma l’avviavano ancora in Danimarca, Svezia, Inghilterra, Russia, Germania: i loro navigli entravano nel Reno carichi di merci orientali.
L’Egitto era più frequentato dai Veneziani; tuttavolta i Genovesi non lasciavano di far mercato in Alessandria, in Rosetta, in Damiata, di stabilirsi anche al Gran Cairo, e di stringere paci favorevoli con que’ soldani. Nel Levante la colonia di Pera soprantendeva mediante i suoi magistrati alle parti meno distanti, quella di Caffa alle più lontane. Sotto la prima erano la marca de’ Zaccaria, la Focide de’ Gattilussi, l’Acaja de’ Centeri, un tempo la Canea in Candia, poi molte isole e porti nell’Arcipelago, Famagosta e Limisso con altri luoghi in Cipro, Cassandria, Ainos, Salonichi, la Cavalla nella Macedonia, Sofia, Nicopoli e altre in Bulgaria, Suczava in Moldavia, Smirne e Fochia vecchia e nuova nell’Asia Minore, Altoluogo e Setalia ne’ Turchi, Kars, Sisi, Tarso, Lajazzo nelle due Armenie, e finalmente Eraclea, Sinope, Castrice ed Ackerman nel mar Nero. Dipendeano dal governo di Caffa i possessi di Gazarìa, Taman colla sua penisola, Copa in Circassia, Totatis in Mingrelia, Kubatscka nel Daghestan, il castello vicino a Trebisonda, il fondaco in Sebastopoli, il gran mercato della Tana, e tutte le carovane indirizzate verso il settentrione ed il centro dell’Asia. Il consolato di Tauris in Persia, forse indipendente dagli altri, dovea promovere e reggere il traffico dell’Asia meridionale; ove il provvedimento più notabile era, che i mercatanti genovesi non facessero società con forestieri.
Principalmente l’Inghilterra tenevasi legata co’ Genovesi, e i più bellicosi suoi re Edoardo III ed Enrico V ne mostrarono speciale benevolenza, adoprandoli in luminosi impieghi, rifacendoli delle offese dei corsari. Enrico VI avea proibito d’asportare le lane d’Inghilterra e Irlanda se non per Calais, città francese allora acquistata all’Inghilterra, e ch’egli voleva ingrazianire con tal privilegio; ma ne tenne eccettuati i mercanti genovesi, veneti e fiorentini. Quando si sottopose ai re di Francia, Genova si trovò chiusa quell’isola, nemica a questi; pure vi mandò ambasciadore Giovanni Serra, il quale vide le contese fra gli York e i Lancaster, e ammesso all’udienza, sì bene esaltò la pace e i vantaggi del commercio fra le nazioni colte, e la benevolenza dell’Inghilterra verso Genova, che i grandi proruppero in applausi, e il re volle fosse scritto quel discorso, e messo come proemio della nuova pace, dove ai Genovesi concedeva d’approdare con fattori e servigiali, purchè francesi non fossero, e d’introdurre ed estrarre mercanzie colle antiche norme, purchè nè di forze nè di consigli sovvenissero ai nemici d’Inghilterra, come questa farebbe coi nemici di Genova. Presto quel regno, secondo i meschini concetti d’allora, credendo prosperare il proprio col restringere il commercio altrui, vietò di asportar lane o d’importare seterie; eppure le cinture di Genova rimasero eccettuate, e pei panni fu mestieri cercare il guado dai Genovesi.
Accuratissima politica si voleva per reggere in pace con nazioni di così varia civiltà eppur farsi rispettare; e vedemmo come i Genovesi destreggiassero in faccia ai Musulmani. Sulle coste di Barberia le frequenti mutazioni di dinastie o di tribù dominanti sospendeano le buone relazioni, ma tutti s’affrettavano a rannodarle. Si parve sul punto d’aprir guerra con essi allorchè Filippo Doria ammiraglio prese e saccheggiò Tripoli, portandone via settemila schiavi e un milione ottocentomila fiorini d’oro, poi la vendette a un Saracino; ma il Governo genovese dichiarossi estraneo a quel fatto, e lo disapprovò.
Fortunata Genova se di tanta prosperità avesse saputo vantaggiare! Ma incessanti accozzaglie interne toglievano di provvedere con saviezza al commercio; non per pubblica utilità, ma per emulazione di parti si cresceva il debito pubblico, e l’uffizio di San Giorgio, che dovea porvi rimedio, diveniva anzi una comodità a crescerlo: siccome incontra nelle gravi malattie che i medicamenti riescano pregiudicevoli. Pure quel banco attestava che la parte più sana dell’irrequietissima repubblica furono sempre i negozianti, rimanendo esso una delle più notevoli istituzioni finanziarie del medioevo; oltre rendere servigi eminenti allo Stato, potè accomodare nazionali e stranieri, privati e principi; da papi e imperatori ne erano confermati i privilegi, che ogni senatore entrando in carica giurava mantenere; gli otto protettori delle compere erano sempre dei cittadini migliori, troppo importando godessero ottima reputazione coloro a cui e nazionali e stranieri affidavano le proprie fortune; davano parere in tutte le disposizioni di governo e di utilità comune, allestivano navi per conto del banco, conquistavano e governavano, quanto fino ai dì nostri la compagnia delle Indie, e ad essi furono cedute le colonie di Levante e la Corsica.
Il sinistrare degli stabilimenti di Levante nocque tanto più a Genova, perchè le sue riviere non bastavano a provvederla di marinaj. Altre nazioni entrarono seco in gara di mercati, e fu tutto a scapito di essa l’incremento di Firenze. Pure molti profitti facevano ancora i Genovesi: Bartolomeo Pellegrini coll’allume e col mastice divenne il mercante più poderoso in Levante, e Bajazet I l’accettò mallevadore per riscatto del conte di Nevers e di ventiquattro altri signori francesi, rimasti prigioni nella battaglia di Nicopoli[305]; Antonio Sauli sull’appalto del sale in Genova e in Lucca talmente lucrò, che potè a Carlo VIII prestare novantacinquemila scudi d’oro; i suoi discendenti fabbricarono la magnifica chiesa e il ponte di Carignano.
Venezia, dopo l’infausta guerra coi Genovesi, avea dovuto umiliarsi a un trattato, che per tredici anni le proibiva di penetrare con navi armate nello stretto dei Dardanelli, per modo che vedevasi quasi intercise le vie del commercio per l’Alta Asia e i paesi del Caucaso: ma presto si tolse di sotto il rasojo, e l’ammiraglio Giustiniani, assalita Costantinopoli, ottenne nuovi privilegi. Ai Genovesi fu apposto di essere rimasti indifferenti spettatori di quella lotta, sebbene l’imperatore avessero lusingato di soccorsi: in realtà essi pensarono trar partito dal terrore di questo, e gli fecero veduto che, per metterli in grado d’ajutarlo efficacemente in nuovi frangenti, era d’uopo conceder loro maggiore estensione di territorio. Un atto di delimitazione del 1303 ed un trattato del 1304 ampliarono di fatto i privilegi della colonia di Gàlata, situata così da comandare il passaggio al mar Nero; e la dogana de’ Dardanelli fruttava all’impero greco trentamila pezzi d’oro, ducento settantamila ai Genovesi.
Questi diedero mano all’imperatore contro gli avventurieri Catalani, i quali osarono fin assalire la capitale e piantarsi a Gallipoli, dond’essi riuscirono a snidarli: lo sorressero pure contro i Turchi, che si faceano sempre più vicini. L’incessante squarciarsi di Genova pregiudicava anche allo stabilimento di Gàlata, le guerre impedivano d’approvvigionarla, e fu volta che i Ghibellini fecero intesa coi Turchi per sinistrare quei loro compatrioti.
Sempre aveano Veneziani e Genovesi gareggiato a chi ottenesse maggiori privilegi dall’imperatore di Costantinopoli, perciò palpeggiando e favorendo ora un competitore or l’altro. Venezia non faceva che rinnovare i trattati precedenti, che col nome di tregue duravano cinque o dieci anni[306]: ma i Genovesi, padroni di Gàlata a fianco di Costantinopoli, aveano mezzo di farsi rispettare; onde ogni nuovo trattato fruttava una concessione nuova. In quello del 1382 stipularono non essere tenuti a servire in armi l’impero greco, nè tampoco per recuperare fortezze prese o assediate dai Turchi; volendo con questa neutralità sfuggire l’inimicizia di que’ nuovi potenti.
Ad Enrico Dandolo doge e storico di Venezia fanno gloria di aver riaperto l’Egitto con un’ambasciata spedita a quel soldano, offrendosi mediatore di una discordia suscitatasi coi Tartari. I Veneziani s’impancarono principalmente ad Alessandria, ove le merci dell’India giungeano sui camelli traversando il dosso che divide il golfo Arabico dal Nilo, un cui canale agevolava le comunicazioni col mar Rosso e col Cairo. A questo annue carovane dall’Africa interna portavano gomme, denti d’elefante, tamarindi, papagalli, penne di struzzo, polvere d’oro, Negri: di là partiva quella per le città sante d’Arabia, e l’altra pel monte Sinai, occasioni di utili permute: colle carovane molti Europei attraversavano l’Egitto; ma i negozianti che afferrassero ad Alessandria, erano tenuti ben d’occhio, levate le vele e il timone delle navi, registrati i nomi. I Mamelucchi, unica entrata avendo le gabelle, favorivano i Veneti; e di rimpatto ne riceveano ogni riguardo: ma venivano urti? ecco i nostri apparir sulle coste in minaccioso apparato, come oggi costuma l’Inghilterra.
Dispensati dalla scomunica contro chi portasse ai nemici della fede legname da costruzione, grani ed armi, i Veneziani continuarono sempre regolari comunicazioni coi Musulmani, tenendo console ad Alessandria, banchi nella Siria, trattati coi Barbareschi[307]. Dai quali anche altri de’ nostri ottennero privilegi e franchigie; i Pisani dal bey di Tunisi ebbero l’isola di Tabarca, dove pescare il corallo, e altri mandritti dall’imperatore di Marocco.
Anche in Armenia soli i Veneziani introducevano i camelotti ed estraevano il pelo delle capre d’Angora, con esenzione da gabelle, magistrati proprj, assoluta franchigia per le merci che, tratte da Tauris e dalla Persia, traversavano il paese. Di questo tragitto profittava Trebisonda per popolarsi di numerose colonie, trafficanti di spezierie. I Veneziani v’ebbero un quartiere con propria giurisdizione, donde spingeansi alla Persia e alla Mesopotamia, privilegiati di libero passo, e di banchi per giro di cambj e traffico di vino.
Crebbero poi di stabilimenti sulle coste della Grecia, nella Propontide, a Adrianopoli, in buona parte del Peloponneso, e in molte isole e porti della Morea sin in fondo all’Adriatico; a loro cittadini investivano come feudo le isole di Lenno, Scopelo, quasi tutte le Cicladi; acquistarono Negroponte; s’interposero con vantaggio nelle discordie domestiche degl’imperatori bisantini, e di questi coi Genovesi di Gàlata. Ma l’antica preponderanza nel mar Nero più non recuperarono, e per avervi accesso patteggiavano cogli Stati in riva al Danubio il dritto di traversarli, talchè il commercio colla Germania, coll’Ungheria, colla Polonia, colla Russia, le alleanze coi Bulgari e coi Danubiani fino alla Tauride, gli scali in tutta Italia, in Francia, in Spagna, in Fiandra, in Inghilterra, insomma da Astrakan fino all’Africa interiore, offrivano rilevantissimi guadagni, a ristoro del popolo, al quale, dopo la metà del secolo XIV, restava privilegio il commercio, escludendone i nobili, di cui invece era privilegio il governo.
Dappertutto mantenevansi consoli o balii che assicurassero rispetto alla patria, e protezione e pronta giustizia ai concittadini. Quel di Costantinopoli, che era insieme internunzio della repubblica, giudice de’ Veneziani e ispettore del commercio, portava i calzari scarlatti come l’imperatore, usciva colle guardie, esercitava piena giurisdizione sulla colonia, e dopo presa quella città dai Turchi tenne in protezione altre genti, massime Armeni ed Ebrei.
Il doge Renieri Zen fece da Nicolò Quirini, Piero Badoer e Marco Dandolo compilare un codice di navigazione e commercio (Statuta et ordinamenta super navibus et lignis aliis) con egregi provvedimenti, semplicità, esattezza e brevità imitabili; prescrivendo il modo degli armamenti, il giuramento de’ marinaj, i doveri de’ patroni o de’ consoli, il carico, le provvigioni, il prezzo del tragitto, e le armi e bandiere; tipo di tutta la legislazione marittima. Era prefinito il numero delle navi e delle persone, quando prendere il mare, dove sbarcare, quali e quante merci trasportare nell’andata e nel ritorno. Gli oggetti da cambiare con merci asiatiche, non doveano tasse, o moderatissime.
Della prosperità di Venezia buon testimonio ci furono i discorsi del doge Mocenigo (Cap. CXV); donde ci apparve come, uscente il XIII secolo, su trecento vascelli mercantili da ducento tonnellate, e su trecento navi grosse salissero venticinquemila marinaj, altri undicimila sopra quarantacinque galee, sempre in acconcio d’arme: allo scorcio del seguente erano cresciuti a trentottomila sovra tremila trecenquarantacinque legni. L’arsenale, cominciato intorno al 1104 sulle antiche isole Gémole, si dilatò nel 1304, dogando Pier Gradenigo, poi nel 1325 e nel 1473 sino a formare quel gran complesso, che comanda l’ammirazione ancora cadavere. Veniva governato da due magistrature di senatori: cioè tre sopravveditori per l’alta ispezione, tre patroni che ordinavano i lavori e vi sorvegliavano, e dormivano in tre palazzi contigui all’arsenale, detti Paradiso, Purgatorio, Inferno. Gli arsenalotti formavano la guardia del corpo del sovrano; popolazione numerosa[308], devotissima alla Signoria, da cui riconosceva il suo bene stare.
Le isole e le coste di Levante provvedeano abbondanza di legname: ristretti poi que’ possedimenti, e sovratutto dopochè i Turchi occuparono l’Albania e la Schiavonia, fu mestieri rifornirsene ne’ proprj possedimenti: e certo già prima del 1479 servivano i boschi di Montello nel Trevisano e di Montone nell’Istria, tanto rinomati finchè la barbarie diplomatica de’ giorni nostri non gli annichilò.
Di cinque sorta galee usava Venezia: le grandi pel viaggio di Fiandra e Inghilterra, altre diverse per la Tana e Costantinopoli, le sottili, le navi quadre, le latine[309]. Famose ne erano le caracche. Abbiamo da Giovan Villani che Genovesi e Veneti avendo veduto verso il 1344 alcune navi bajonesi passar lo stretto di Siviglia, più sottili ed agili, e meglio acconce a fatti d’armi, essi ne fabbricarono di somiglianti; lo che fu notevole rivoluzione nella marina. Il Petrarca, dimorando in Venezia, vedeva sarpare navigli «simili a monti che nuotino nel mare, per trasportare in mezzo a mille pericoli i nostri vini agl’Inglesi, il nostro mele agli Sciti, il nostro zafferano, i nostri olj, il nostro lino ai Siri, ai Persi, agli Arabi, agli Armeni, e, ciò che appena uom crederebbe, la nostra legna agli Achei ed agli Egizj, e ritornare con altre merci: veleggiano fin al Tanai, e si lasciano indietro Gade e Calpe, creduti confini del mondo occidentale; tanto può sugli uomini la sete dell’oro»[310].
Le imprese mercantili erano secondate dalla marina pubblica, spedendosi in giro ogni anno venti o trenta galee del traffico, capaci di mille a duemila tonnellate, e del valore di centomila zecchini ciascuna, capitanate da nobili, eletti dal maggior consiglio e dai pregadi. Il Governo non ne ritraeva che modico nolo; ma a quel modo le teneva esercitate per un’evenienza di guerra, e faceva anche in pace rispettare il leone, nel mentre rendevano servizio ai particolari. Di esse squadre quella del mar Nero dividevasi in tre: una costeggiava il Peloponneso, per ispacciare a Costantinopoli le merci levate da Venezia o da Grecia; la seconda dirigeasi a Sinope e Trebisonda nel Ponto Eusino, facendo levata delle produzioni asiatiche recatevi dal Fasi e dalla Cina[310a]; la terza sorgendo verso settentrione, entrava nel mare d’Azof, e nei porti di Caffa procacciava pesci, ferri, antenne, grani, pelli, cui dal Caspio, dal Volga, dal Tanai recavano Russi e Tartari. L’altra squadra costeggiava la Siria, facendo scala ad Alessandretta, a Bairut, a Famagosta, a Candia ricca di zuccaro, e alla Morea. La terza metteva dapprima in Armenia e a Lajazzo, che Marco Polo intitola «porta de’ paesi orientali», dappoi in Egitto le merci del mar Nero, destinate al gran mercato di Tauris, massime schiavi di Georgia e Circassia, barattandoli colle derrate del mar Rosso e dell’Etiopia. La quarta volgeva alla Fiandra vascelli di dugento remiganti almeno, e rinfrescato a Manfredonia, Brindisi, Otranto, in Sicilia caricato zuccaro ed altre produzioni dell’isola, ne’ porti africani di Tripoli, Tunisi, Algeri, Oran, Tanger facea cogli africani baratto di frumento, frutti secchi, sale, avorio, schiavi, polvere d’oro; sboccata quindi dallo stretto di Gibilterra, forniva i Maroccani di ferro, armi, panni, utensili domestici, costeggiava Portogallo, Spagna, Francia, toccava Bruges, Anversa, Londra, e faceva cambj co’ vascelli delle città Anseatiche; poi aspettata stagione e mare acconcio, tornava libando Francia, Lisbona, Cadice; in Alicante e Barcellona comprava sete gregge; e costa costa rivedea la patria, un anno dopo lasciata.
Ogni viaggio di lungo corso dovea prender le mosse e finire a Venezia, ove per ciò, nell’intervallo, si depositavano le merci, e venivano a cercarle i mercanti mediterranei, in modo che vi durava una fiera continuata. Quella dell’Ascensione fin dal 1180 si trova istituita per otto giorni; poi divenne delle più famose, avvivata dalle indulgenze che s’acquistavano a San Marco per concessione di papa Alessandro III, dallo sposalizio del mare, e dall’opportunità della stagione che allora chiamava le vele a lunghi viaggi. In quell’occasione si esponevano anche capi d’arte, e una popatola, il cui vestire serviva di canone per la foggia dell’anno.
I dieci milioni di mercanzia che annualmente asportavano que’ legni davano due quinti di guadagno; altro ne veniva dal traffico mediterraneo. Vedemmo fin dal 1270 Venezia proclamarsi sovrana dell’Adriatico, obbligando a contributo tutte le navi che lo corressero. Fu generale lo scontento, ma il papa, chiesto arbitro, diede ragione ai Veneziani, come che, difendendolo dai corsari musulmani, avevano diritto a un compenso: il lodo non chetò gli emuli, contro cui essi dovettero munirsi di buone armi. Si assicurarono anche il commercio dell’alta Italia coll’acquisto del Friuli, della marca Trevisana, del Padovano e di altre piccole signorie, e stipulavano vantaggiosi accordi coi vicini, dove non potessero insieme col commercio estendere l’impero[311]. Udimmo il doge Mocenigo asserire che alla sola Lombardia spediva Venezia per due milioni e settecento ottantanovemila ducati, cinquantamila dei quali per gli schiavi, oltre il sale; e guadagnava seicentomila ducati annui sui Lombardi, quattrocentomila sui Fiorentini. Eppure essa usciva allor allora di guerre che l’avevano privata di tanti possedimenti, e minacciata fin nelle sue lagune. Poi, malgrado le due guerre contro i Turchi e col duca di Ferrara, aveva sì floride finanze, che nel 1490 entravano al tesoro per un milione e ducentomila ducati, quasi il doppio dello Stato di Milano, e un quarto di quel che fruttava il regno di Francia dopo ingrandito da Luigi XI. E a tal punto i Veneziani s’erano resi necessarj agl’Italiani, che, qualora essi rompessero le relazioni con un popolo, il riducevano a povertà; come avvenne de’ Napoletani, che il re Roberto costrinsero a pace col negargli le imposte, asserendo non aver più denaro dacchè quelli non comparivano ne’ suoi porti.
L’inglese colonnello Cooper assicurava che fin oggi gli Asiatici dal Mediterraneo alla Cina non conoscono altra moneta che lo zecchino veneto, nel Yemen è tenuto in gran conto, e gli sceichi ne fondono per formarne piccole monete, o ne conservano entro vasi di vetro, laonde a Bruce domandarono se soli i Veneziani possedessero miniere d’oro in Europa, e supponeano conoscessero la pietra filosofale. Il qual Bruce, che al fine del secolo passato spingevasi alla estremità dell’Asia e dell’Africa, nel Thama arabico sovra Moka sentiva i nomi di peso, rotolo, cantara, dramma, oncia, e ripetuti sull’opposto lido africano a Massuah; prova delle relazioni cogl’Italiani, del cui linguaggio è principalmente composto quel parlare franco, che fin oggi ha corso sul litorale di tutto il Mediterraneo.
Or ci si spiega bene la sontuosità del più magnifico corso del mondo, il Canal Grande. Andrea Vendramin, che nel 1476 fu il primo doge di Venezia non nobile dopo la serrata, era ricco di censessantamila ducati; liberale, di gran parentela, ebbe tre maschi e sei figlie, che maritò con cinque in settemila ducati, mentre la dote legale era di duemila, ma diceva non badare a spesa onde aver generi a suo modo; fu gran mercante in gioventù, e di compagnia col fratello facea carico d’una galea e mezzo in due per Alessandria, e vantaggiò. Quando nel 1499 fallirono i Garzoni, molti ripeteano i loro fondi dal banco Lipomano per più di trecentomila ducati; onde, sebbene la Signoria l’ajutasse di qualche somma, dovette fallire. «È peggior nuova el falimento de questi due banchi, che se fosse perso Brescia». Lo sgomento fu per far gittare a terra i banchi Pisan e Augustini; se non che la Signoria mandò de’ savj che assicurassero sarebber tutti pagati. I Lipomani dovettero rassegnare i loro libri, dai quali appare che una casa dominicale valutavasi da tremila ducati; duemila una a Murano; milleduecento un mulino; e avevano in argenti e gioje per seimila ducati, e ottomila in un cappello di perle e gioje[312].
Tutt’occhi dovevano dunque essere i Veneziani onde mantenersi questi vantaggi, e vi adoperavano buoni mezzi e cattivi. La gelosia li faceva duri coi mercanti forestieri, imponendo doppie gabelle, ritardando la giustizia, escludendoli dalle comandite; pretesero che i sudditi comprassero lane, cotoni, seta, zuccari, saponi soltanto dalla dominante, non rizzassero manifatture fuor della dogana, nè usassero o spedissero merci se non passate per Venezia; talchè, per esempio, Verona dovea mandarvi i panni, che poi la traversavano di nuovo onde dirigersi alla Germania.
Convien dire che i lucri fossero grassi, se i forestieri non badavano agl’impacci; avvegnachè in Venezia troviamo corporazioni d’ogni paese; nella chiesa de’ Frari avevano altare i Milanesi, un altro i Fiorentini, lavoro del Donatello; i Lucchesi una chiesa vicino ai Servi, i Tedeschi e i Turchi fondachi che ancor ne serbano il nome, come la piazza dei Mori, la ruga di Julfa degli Armeni; oltre i Greci che v’ebbero sempre congregazione religiosa. Ciascuna nazione potea regolarsi a leggi proprie; alcuni paesi vi godeano privilegio di qualche arte, Bergamaschi i fornaj, Friulani anch’essi fornaj del pane altrui e sartori e facchini, muratori i Bellunesi, Valtellini gli osti e i facchini pel commercio.
Caduta Costantinopoli ai Turchi, Venezia e Genova dall’eccidio dei loro cittadini, dal saccheggio dei fondachi, dalla successiva distruzione de’ loro stabilimenti, dalle umiliazioni, a prezzo delle quali soltanto ottennero una tolleranza precaria e quasi vergognosa, conobbero la gravezza d’una perdita che con provvidenza e lealtà maggiore avrebbero potuto impedire o ritardare. Non restarono però snidati dall’Oriente, attesochè gli emiri musulmani, stabilitisi lungo la costa settentrionale e orientale dell’Africa e sui golfi Arabico e Persico, non avevano fatto causa comune coi loro fratelli di Siria, nè perciò nimicavano i Cristiani, che poterono continuarvi i traffici.
Anche il soldano d’Egitto divenne più inchinevole agli Europei, e col doge de’ Veneziani Pasquale Malipiero, «possente, e il più apprezzato e onorato fra quei che adorano la Croce, colonna di tutti i Cristiani, amico de’ soldani ed emiri dell’islam», conchiuse un trattato di commercio, consentendo ai Veneziani il monopolio di molte merci, non però del pepe; e donò all’ambasciatore una veste lavorata alla moresca e foderata di pelliccie, e alla Signoria i regali consistenti in trenta rotoli di benzoino, venti di aloe, due paja di tappeti, un ampollino di balsamo, quindici bossoletti di teriaca, quattordici pani di zuccaro di Moka, cinque scatole di zuccari canditi, un cornetto di zibetto, venti pezzi di porcellana.
Le contingenze duravano ancora favorevoli ai traffici dei Veneziani: perocchè i Ragusei correvano molto l’Adriatico, ma poco uscivano da quello, nè d’altro che di derrate trafficavano[313]; la Grecia era caduta sotto la scimitarra turca; a Napoli e Sicilia sarebbe tornata necessaria una flotta per mantenere comunicazioni coll’Aragona e colla Provenza, eppur l’aveano appena bastante alle reciproche guerre, e le vediamo valersi sempre delle genovesi, come faceano spesso Francia e Inghilterra, le quali nè l’Olanda non accennavano ancora alla futura grandezza; era un portento se qualche bandiera settentrionale comparisse nelle acque nostre; soli i Catalani veleggiavano il Mediterraneo come l’Oceano.
Però Venezia e Genova erano le principali, non le sole commercianti d’Italia. Amalfi più non rigalleggiò: ma Napoli trafficava nelle variatissime sue produzioni con Costantinopoli, col mar Nero, con Marsiglia; Trani era un vasto emporio di merci asiatiche; Gaeta estendeva relazioni colla Barberia, dove sin dal 1125 teneva un console; la Sicilia colla Catalogna e colla Spagna orientale. In Messina e Palermo affluivano mercanzie di tutti i paesi; ed oltre le relazioni col regno di Napoli e col resto d’Italia, consolidate per mezzo di trattati, con Genova nel 1292, con Pisa nel 1316, con Venezia nel 1365, uno del 1331 con Narbona prova il suo commercio colla Francia, oltre Spagna, Fiandra, Inghilterra, le coste di Barberia, l’Egitto, la Siria, la Morea, Cipro, Rodi, Costantinopoli. Ancona, fiorente per industria, scala al commercio di Firenze coll’Oriente, mandava navi proprie a Costantinopoli, a Cipro, in Barberia, e corrispose con molte città d’Europa; con Genova aveva un trattato fin dal 1276; ma la postura sua la teneva dipendente da Venezia, che poi la sopraffece. Corsica e Sardegna, sì a lungo disputate fra i Pisani, i Genovesi e i re d’Aragona, asportavano i proprj prodotti; e quando la Sardegna passò all’Aragona, strinse maggiori relazioni colla Catalogna.
Anche città mediterranee spedivano per varj paesi d’Occidente, acquistandovi privilegi non per forza ed astuzia, ma per superiorità d’intelligenza. Asti, che di settantamila abitanti popolava il piccolo territorio, aveva negozianti in Francia e ne’ Paesi Bassi, una colonia ad Alessandria d’Egitto; e postasi a prestar denaro in Francia, vi applicò tanti capitali, che avendovi quel re fatto arrestare tutti i banchieri astigiani, cinquanta trovaronsi possedere oltre ottocentomila lire di capitale, che si ragguaglierebbe a ventisette milioni[314].
Il Po serviva agl’interni ricambj e per esso fioriva Ferrara, che copiosa di ogni bene, dalle città vicine e dal mare traeva abbondanza di vettovaglie. Per le bocche del Po (narra un cronista) vi arrivavano navi di carico, piene fin al sommo dell’albero di mercanzie d’ogni lido; senza che andasse a Ravenna od a Venezia a cercare quel che le fosse mestieri, ogni anno nel prato comune presso a Po si tenevano due fiere, cui dall’Italia e dalla Gallia moltissimi concorrevano, e tutti guadagnavano mercatando. Sì lauto poi era il fisco, che, soddisfatto ad ogni spesa del Comune, rimaneva che spartire fra i cittadini in ragione del censo. Questa larghezza andò guasta allorchè i Veneziani, aggiudicandosi la padronanza assoluta del Mediterraneo, chiusero le foci di quel fiume, cagione di tanti dissidj. Comacchio avea cominciate le fabbriche del pesce, per cui ora ottantamila pesi d’anguilla escono marinati da quelle valli.
I Pisani, elevatisi a paro de’ Veneziani e Genovesi per industria manifatturiera, per navigazione e commercio, dopo la funesta battaglia della Meloria nel 1284 più non fecero che declinare; la perdita di Terrasanta diradò le loro corrispondenze nella Siria, nè aveano possibilità di sostenere nel mar Maggiore una concorrenza, a cui furono costretti rinunziare col trattato del 1299; il porto che possedevano alla foce del Tanai, cadde probabilmente a’ loro nemici, e infine fu sfasciato dai Tartari. Andate a male le colonie donde traevano legname da costruzione e materie di baratti pel commercio esterno, costretti cedere a Genova la Corsica e la Sardegna, non restarono padroni che delle maremme tuttora abbastanza ubertose, e dell’isola d’Elba importante per ferro. Questa nel 1290 era stata occupata dai Genovesi; poi mercanti pisani la ricuperarono nel 1309 per cinquantaseimila fiorini, e ne traevano vena dalla miniera di Rio.
Nella guerra contro Genova era stato distrutto il Porto Pisano alla foce dell’Arno; onde ridotta quasi alla sola rada di Livorno, esposta a’ nemici, Pisa fece costruire una torre per difenderla, e proteggere la navigazione. Di là continuava relazioni colla Sicilia, con Cipro, colla Barberia; ma non le bastava marina militare per proteggere stabilimenti lontani, nè assicurare gli armatori contro de’ nemici e de’ pirati. Firenze poscia la soggiogò, e per nulla rispettando le memorie d’uno splendore, di un’industria e di una perizia marittima, che formavano uno de’ migliori vanti della Toscana, ne sviò le manifatture e il commercio in grosso.
Già ci è apparsa la commerciale operosità dei Fiorentini. Buon’ora essi erano penetrati nell’Ungheria, le cui miniere d’oro e d’argento s’aveano per le prime del mondo, e vi teneano case i Medici, i Portinari, i Boscoli, i Tosinghi, i Del Nero, i Del Bene, i Da Uzzano. Da Francesco Balducci Pegolotti, che prima del 1350 scriveva sugli usi e le regole da seguirsi dai mercanti nei viaggi[315], raccogliesi che essi Fiorentini stendevano le corrispondenze all’Inghilterra, al Marocco, a tutto il Levante; prendeano spesso in appalto le zecche, e alle inglesi da Edoardo I fu preposto un de’ Frescobaldi: un Bardi nel 1329 godeva le gabelle di tutto quel regno per due sterline il giorno, mentre nel 1282 ne avevano reso ottomila quattrocentoundici (Hallam). A Bruges, dove non era permesso che un banco per ciascuna nazione forestiera, collegi distinti formavano i Genovesi, i Lucchesi, i Fiorentini, i Lombardi. Nel 1422 calcolavasi che in Firenze circolassero quattro milioni di fiorini: e delle lettere esterne di quella repubblica le più concernono commercio e mercadanti.
Le lungagne delle asportazioni per terra non le erano più sufficienti; e conoscendo che la navigazione offrirebbe un mezzo più economico per commerciare coll’Italia e coll’Europa meridionale, ed il solo praticabile co’ paesi più remoti, fin dal secolo xiii trattò con Pisa onde farla emporio delle mercanzie: e vedendosi contrariata, prese accordo colla repubblica di Siena, onde spedirle pel porto di Telamone; e a questo ricorreva ogniqualvolta si guastasse con Pisa (pag. 248). Della quale poscia insignoritasi, cercò chiamarvi con privilegi ed incoraggiamenti le navi straniere, prese a stipendio gli armatori lasciati liberi dalla decadenza del commercio genovese, legò nuove relazioni e avvantaggiò le antiche[316], istituì la magistratura dei consoli di mare, però da gran tempo conosciuti in Pisa.
In una carta del 1190 che contiene i privilegi del sintraco di Genova[317], Livorno appare già frequentato dai naviganti; e durante la guerra di Chioggia, Carlo Zeno vi ricoverò due volte la flotta veneta. Posto com’è fra porto Pisano e porto Telamone, poteva tener entrambi in soggezione; ma non acquistò importanza che al cadere di Pisa, e i Fiorentini, compratolo dai Genovesi nel 1421, lo privilegiarono in ogni modo. In quell’occasione rinnovarono il patto antico di caricare sopra navi genovesi le merci che traevano di ponente, ma poi cercarono sempre eluderlo, e infine lo abrasero nella pace fatta con Filippo Maria Visconti.
Per siffatta guisa, quantunque mediterranei, i Fiorentini ottennero i vantaggi del mare, e non vi avea città dell’Italia, Francia, Inghilterra, Fiandra, in cui essi non tenessero banchi e non mandassero fattori. Un console inglese risedette a Pisa, e con Enrico VII nel 1490 si pattuì che Fiorentini soli estraessero le lane da quell’isola, eccettuandone soltanto per seicento sacca i Veneziani; premio dell’avervi Lorenzo Medici rizzate molte manifatture di lana con artefici toscani. Un governo mediterraneo non doveva pensare a stabilire banchi e consolati sulle coste dell’Asia e dell’Africa; ma il privato interesse lo fece. Quando si cominciasse a trafficare direttamente col Levante, non consta: ma la casa Bardi nel secolo XIV otteneva pe’ suoi agenti privilegi significanti in Cipro e nell’Armenia; poi si estese il commercio colle coste della Barberia, coll’Egitto, la Siria, Costantinopoli, l’Asia meridionale, e fino colla Cina traverso all’Alta Asia.
Firenze volle anche armar flotte e spedire periodici convogli pel mar Nero, l’Egitto, la Barberìa, la Spagna, la Fiandra, l’Inghilterra; ma non trovò che scapito, sicchè dopo il 1430 le abbandonò alla privata speculazione. Venezia, che era sempre stata l’amica di Firenze, ne ingelosì quando la vide crescer tanto, e istigò Pisa a scuoterne il giogo: di che Firenze si vendicò col secondare i disegni ostili di Maometto II contro i Veneziani. Ne venne una velenosa ed attossicata lettera di Venezia, a cui un Fiorentino oppose uno scritto che, in mezzo a una colluvie d’ingiurie, contiene un quadro, esagerato forse, ma vivo del commercio della sua patria[318]. Vi figurano come principali negozianti i Medici, i Pazzi, i Capponi, i Buondelmonti, i Corsini, i Falconieri, i Portinari, che avevano stabilimenti in tutte le tre parti del mondo aperte alla navigazione europea, cinquanta case in Levante, ventiquattro in Francia, trentasette nel Napoletano, nove a Roma, altre in Venezia, in Ispagna e Portogallo. Accertasi che Firenze fosse la prima a interdire in modo efficace il traffico degli schiavi e il somministrare munizioni di guerra a’ Musulmani.
Essendo si può dire concentrato in mano degl’Italiani tutto il commercio che poi fu suddiviso fra Turchi, Inglesi, Olandesi, Francesi, Russi, quanto lauti doveano essere i guadagni! Giovan Villani stima di cenventimila fiorini la rendita che col prestare erasi formata Taddeo Pepoli di Bologna. Nel 1338 un negoziante di Siria, essendo arrivato a Portercole con molte stoffe ad oro e senza, cinture, borse da sposa, frontelle, Coluccio Balardi le comprò per centoquindicimila fiorini, e in capo a un anno le ebbe quasi spacciate. Egli teneva banco a Parigi, e Giovanni Vanno pure toscano a Douvres e a Cantorberì[319]; e già vedemmo i Bardi e i Peruzzi fiorentini essere creditori sopra il re d’Inghilterra d’un milione e mezzo di zecchini, e di centomila zecchini ciascuno sopra il re di Sicilia. Dino Rapondi di Lucca (1350-1414), mercante in Francia, avea case a Mompellieri, a Bruges ed a Parigi; la prima era l’emporio del vasto suo traffico col mezzogiorno d’Europa e gli scali di Levante. Avea palazzo a Parigi meraviglioso; commerciava di banca, cambio, metalli preziosi; servì molto a Carlo VI e Giovanni Senza-paura, secondandoli nelle imprese e nei delitti.
A Siena (popolata di centomila abitanti prima che la peste la restringesse appena a tredicimila, e dove i diarj testimoniano che in un anno si fecero ottanta par di nozze nobili e cento di buone case) i Salimbeni adottarono per stemma la fortuna e il motto Per non dormire; cavavano anche miniere d’argento e di rame nella maremma; nel 1337 fra sedici casate manteneano un camerlingo comune per amministrare le loro entrate, e per più anni a ciascun casato spartirono centomila zecchini. Un’imposta su quella città del due per mille onde pagare il conte Lando nel 1357, fruttò quarantamila zecchini: lo che manifesta un valore di venti milioni d’allora, rispondenti a ducento d’adesso.
Vuolsi che da commercio di carbone derivassero le smisurate ricchezze di Giovanni Medici, per le quali Cosmo suo figlio divenne il miglior negoziante di Europa. Di quale natura speculazioni fossero le sue s’ignora, ma ci si fa presumere lucrasse col commercio asiatico, coi prestiti e coi giri di banco[320]: e dicesi che quella casa occupasse trentamila persone in traffici e manifatture. Cosmo spese da quattrocentomila zecchini in chiese ed opere pubbliche. Lorenzo fu in procinto di capolevare, a malgrado del lauto suo commercio, per le insensate prodigalità de’ suoi fattori, i quali affettavano di fare il largo e il magno come il loro padrone; laonde sodò grossi capitali in possessi stabili, rompendo molti fili del commercio fiorentino.
Ma era sullo scocco l’ora che gl’Italiani cesserebbero d’essere unici fattori del commercio. Le manifatture che ne’ paesi esteri noi stabilivamo, per quanta gelosia vi si mettesse, servivano di scuola agli emuli. I Medici, invece di continuare a trarre la lana greggia dall’Inghilterra, la fecero filare e tessere colà; allorchè essi usurparono il dominio, i tanti fuoruscititi propagarono i lavorieri di fuori; quando poi Pietro ritirò gl’ingenti capitali d’in sul commercio, i Fiorentini non poterono più reggere la concorrenza de’ forestieri, che aveano anch’essi accumulato capitali, e imparato la magìa del credito. All’estendersi dell’industria cessavano i privilegi, fondati sull’inoperosità degli altri popoli, la gelosia dei quali ritorse contro noi le arti medesime che noi avevamo inventate contro di loro; e Ferdinando il Cattolico di Spagna impose un dieci per cento su quanto asporterebbero i Veneziani, i quali rimasero vittime del sistema esclusivo che essi avevano introdotto.
Danni più durevoli doveano venire dagl’incrementi della navigazione, dovuti ad Italiani.