CAPITOLO CXXV. Viaggiatori italiani. Colombo. Le scoperte.

Delineare la terra su globi e mappe già sapeano i Greci, e dopo Marino da Tiro vi tracciavano le longitudini e le latitudini, per quanto grossolanamente, cioè collocavano i paesi al posto determinato dalla loro elevazione sopra l’equatore, e dalla loro distanza da un meridiano, preso pel principale. Quelle medesime denominazioni indicano come la terra non si credesse rotonda, ma molto più lunga da levante a ponente che non larga da mezzodì a settentrione. Smisurata superficie piana circondata dal mare e divisa in cinque zone; le due gelate agli estremi e la torrida nel mezzo erano inabitate e inaccessibili, di modo che a noi abitanti d’una zona temperata niuna comunicazione era possibile con quelli dell’altra. Nè questa nostra tampoco aveasi tutta esplorata, e imperfettamente si conoscevano le regioni d’Europa a levante della Germania, la Prussia, la Polonia, la Russia: dell’Africa sol quanto è lambito dal mare Mediterraneo e dal golfo Arabico: dell’Asia restava ignota la regione di là dal Gange, quella dove erravano Sarmati e Sciti, e la Cina, dove pur fioriva da antichissimo un impero ancor più meraviglioso del romano. Negli spazj inaccessi ognuno collocava paesi e uomini favolosi, e massime quelle contrade felici, che supportano essere o il primo soggiorno degli uomini nell’età dell’oro, o il postumo delle anime virtuose.

I Barbari che invasero l’impero romano, sprovvisti di marina e occupati a conquistare e stanziarsi, non aggiunsero alla geografia se non la cognizione dei paesi dov’essi aveano da prima avuto stanza. Il feudalismo legava gli uomini alla propria terra: e se la fede spinse alcuni missionarj in terre inesplorate, principalmente della Germania, e i pellegrini a visitare, poi a conquistar Terrasanta, le loro descrizioni erano più dirette ad alimentare la pietà che a chiarire la scienza. Gli Arabi dopo Maometto largamente viaggiarono a propagare la loro religione o stabilire commerci, e visitarono la Cina pel Cabul e il Tibet, mentre di colonie occupavano tutto il lembo orientale dell’Africa, e s’addentravano anche in quel continente.

Di varj viaggiatori italiani ci accadde menzione, quali i frati spediti dai papi ai Mongoli, Alessandro e Alberto Ascellino, Giovanni da Piano Carpino e Oderico da Pordenone, che penetrò fino a Peking (Cap. XCIII, in princ.). Il 1309 moriva in Santa Maria Novella a Firenze frà Nicoldo da Montecroce, fiorentino, che avea girato l’Asia convertendo Saracini e descrivendone i costumi e le sêtte. Molti altri intrepidi missionarj visitarono certamente paesi ignoti, ma badando solo al frutto delle anime, non si brigarono di darcene contezza; e basti citare Alberto da Sarzana, celebratissimo predicatore e teologo, che da Eugenio IV fu spedito due volte in Egitto, in Etiopia, in Armenia per trarre i fedeli di colà al concilio di Firenze.

Da altri impulsi fu mossa la famiglia veneziana del Polo. Nicolò e Maffeo mercadanti verso il 1250 passarono da Costantinopoli a Soldania, indi alla corte mongola di Capciak, poi con un persiano ambasciadore raggiunsero a Kan-fu l’orda di Cubilai-kan, successore di quel Gengis-kan che aveva esteso il suo dominio dal cuore dell’Asia fino alla Cina. Cubilai accolse con maniere di cortesia i due italiani, volle essere informato de’ costumi e della religione de’ loro paesi, e «come l’imperadore mantenea sua signoria, e come mantenea l’impero in giustizia, e de’ modi delle guerre e delle osti e delle battaglie di qua, e di messer lo papa e della condizione della Chiesa romana, e dei re e de’ principi del paese... E quando il gran kan ebbe inteso le condizioni de’ Latini, mostrò che molto gli piacessono», e gl’incaricò che, tornando al papa, il richiedessero di mandargli persone dotte nelle arti liberali affinchè dirozzassero le sue genti. Diè loro pertanto lettere e una lastra d’oro o dorata, portante ordine a tutti i sudditi di rispettarli, e fornirli di vetture e di scorte, franchi di spesa per tutte le sue terre.

Traverso all’Asia giunsero ad Acri, d’indi a Venezia, ove Nicolò trovava di quindici anni il figlio Marco, che avea lasciato nell’utero materno. Vacando allora la sede romana, nè potendo prolungare gl’indugi, furono di ricapo in Palestina, ove presentarono l’ambasciata a Tibaldo Visconti cardinale legato; e poichè in quell’istante appunto arrivò l’avviso che questo era assunto alla tiara, esso li munì di lettere e della compagnia di Nicolò da Vicenza e Guglielmo da Tripoli carmelitani, letterati e teologi.

Per mezzo ai pericoli cagionati dall’invasione di Bibars nell’Armenia, passarono i cinque Cristiani sino a Kan-fu, dove ragguagliarono il kan dell’ambasciata. Marco, giovane svegliato, restò attonito d’un mondo così differente dal nostro, e cominciò a notare quanto pareagli degno di ricordo, e «ch’egli seppe più che nessuno uomo che nascesse al mondo». Da Cubilai tenuto in gran capitale, fu posto fin assessore del consiglio privato, e spedito a raccorre notizie statistiche nell’impero e ad importantissime legazioni e governi. Stavano ambasciadori in Persia i Poli quando intesero la morte di Cubilai, onde risolsero tornare in cristianità; e rividero la patria, per la quale combattendo a Cùrzola, Marco restò preso da un legno genovese; e tenuto prigione, consolò la cattività raccontando «diverse cose secondo ch’elli vide cogli occhi suoi; molte altre che non vide, ma intese da savj uomini e degni di fede; e però estende le vedute per vedute e le udite per udite, acciocchè il suo libro sia diritto e leale e senza riprensione. E certo credi, da poi che il nostro signor Gesù creò Adamo primo nostro padre, non fu uomo al mondo che tanto vedesse o cercasse, quanto il detto messer Marco Polo». Reso alla libertà e alla patria, morì carico d’anni; e la sua Relazione[321], volata tosto per Europa, valse a invogliare a nuove scoperte, le quali poi confermarono la veridicità d’un libro, che mai non mente anche quando s’inganna, e che prima erasi creduto esagerazione, a segno che glie n’era venuto il titolo di Milione.

Certamente nessuno ebbe miglior agio di esaminare la Cina e il Giappone; e fin oggi esso rimane fonte d’importanti notizie intorno ai Mongoli e al loro governo, ed ai paesi centrali ed orientali dell’Asia: ai contemporanei poi qual doveva eccitar interesse il ragguaglio della civiltà bizzarra de’ popoli al cui nome tremavano, e delle strane contrade da cui traevano le gemme, le porcellane, le spezie, le seterie! Le sue descrizioni apersero il campo a fantasie nuove, innestandosi le asiatiche alle nostre tradizioni; e potentissimo eccitamento diedero ai viaggi di scoperta del secolo XV.

Anche Nicolò Conti viaggiò venticinque anni in Oriente; e avendo rinnegato la fede per salvare la vita, ne chiese perdonanza ai piedi di Eugenio IV, il quale in isconto gl’impose raccontasse i suoi viaggi colla massima fedeltà al Poggio fiorentino, da cui abbiamo una succinta relazione, che lascia appena accertare la traccia di lui fino a Giava e al Seilan, eppure è fedele ritratto dei costumi indiani. Caterino Zeno stese commentarj del viaggio che fece in Persia, come dicemmo, per sollecitare quel re a romper guerra ai Turchi. Al qual uopo fu pure, nel 1471, spedito con vasi d’oro e stoffe di Verona Giosafat Barbaro sopra due galee perchè attraverso l’Armenia e il paese dei Curdi arrivasse a Tebris e a Cassan, ma egli non vi giunse, per quanto incalzato: però reduce, da uom d’ingegno e di retto intendimento ci diede un ragguaglio, ove primo alla moderna Europa fece conoscere que’ paesi. V’andava pure ambasciatore Leopoldo Battoni per Trebisonda, e nel 1474 Ambrogio Contarini per la Polonia, la Russia, la Colchide, il Fasi, la Georgia, la Mingrelia, l’Armenia: tornando pel Caspio e trovato presa Caffa dai Turchi, salì da Derben a Mosca fra un paese selvaggio, e riscosso denaro dal gran principe per conto della patria, per la Germania rimpatriò due anni dopo: viaggio arditissimo per le scarse cognizioni d’allora, e fra le minaccie di gente barbara e i sospetti de’ Turchi; e ne lasciava un’informazione curiosa[322].

Pietro Quirini veneto negoziante a Candia, veleggiando alle Fiandre nel 1431, fu da spaventevole bufera gettato di là delle Sorlinghe, naufrago prese terra sulle estreme coste scandinave, donde ritornando per la Svezia, la Norvegia, l’Inghilterra, la Germania, raccontò in modo commovente le sue disgrazie, come pur fecero i suoi compagni Cristoforo Fioravante e Nicolò Micheli. Gironimo San Stefano nel 1496 per speculazioni s’incamminò da Genova verso le Indie, passando pel Cairo, il mar Rosso, e fino al Pegù, al cui re vendette con iscapito le proprie mercanzie; reduce a Camboja, si acconciò con un mercante di Damasco; ad Ormus si unì ad Armeni diretti a Tebris; per mare si condusse nel Laristan, provincia persiana, ove soleano approdare le navi spedite dall’imboccatura dell’Eufrate per l’India; nel paese degli Azameni aspettò le carovane, e per Ispahan, Kasbin, Soldania pervenne a Tebig, donde ad Aleppo. Luigi Rominotto perlustrava l’Asia e le coste d’Africa, ma non ci ragguaglia di nuove regioni: e maggior conto merita il periplo del mar Rosso e dell’Indiano, steso da un anonimo che nei 1538 assisteva con Solimano granturco all’assedio del castello di Diu, difeso dai Portoghesi.

Nel 1374 Luchino Tarigo ed altri poveri avventurieri genovesi, da Caffa con una fusta armata risalito il Tanai fin dove nol disgiungono dal Volga che sessanta werste, trascinarono per quella lingua di terra la fusta, e messala sul gran fiume scesero al Caspio, e si arricchirono corseggiando[323]. Giorgio Interiano loro concittadino vide e descrisse i costumi de’ Circassi, fu il primo che portasse alcuni platani a Venezia, e fantasticava la probabilità dell’arrivare dall’Oceano nel mar Rosso[324]. Il Boccaccio dà vanto ad Andalon del Negro pur genovese d’avere percorso quasi tutto il mondo[325]: e il Petrarca loda Giovanni Colonna, spatriato per le risse de’ suoi con Bonifazio VIII, d’avere viaggiato lontanissimo, e «avresti anche trascesi i limiti della nostra zona abitabile, e varcato l’Oceano, saresti giunto agli antipodi»[326]; frasi, donde non può trarsi veruna contezza precisa.

Oggimai si tiene per provato che i Normanni, arditissimi corsari, avendo popolate le isole Feroe, l’Islanda, la Groenlandia nell’estremo settentrione dell’Europa, di là si spingessero di proposito, o fossero cacciati dal caso sull’altro continente, e appunto nelle terre che più tardi furono chiamate la Carolina e il San Lorenzo. Nicolò e Antonio Zeno, fratelli di quel prode Carlo che salvò la patria, verso il 1380 si elevarono fin alle coste della Groenlandia e a coteste altre scoperte de’ Normanni, e ne stesero un’informazione, che Nicolò Zeno lor discendente dice avere stracciata per fanciullesca inconsideratezza, e pretese valersi della memoria e d’altri amminicoli per darne nel 1558 un ragguaglio. Voi vedete come poco sia degno di fede; pure ci resta la mappa delle terre da loro vedute: è corredata di gradi geografici, e fa supporre il maneggio dell’astrolabio; ed ha questa singolarità, che, più di mille miglia ad occidente delle Feroe, mostra due coste, nominate l’Estotilandia e Droceo, le quali non potrebbero essere se non Terranuova e la Nuova Inghilterra, e diceansi indicate da naufraghi.

Tali viaggi non assumeansi, lo vedete, per intento scientifico o per iscoprire; ma delle costoro informazioni vi era chi traea profitto per formar delle mappe. L’unica che i Romani ci abbiano lasciata, è la Tavola Peutingeriana, rozzissimo disegno fuor d’ogni proporzione, ritraendo la terra sulla lunghezza di ventidue piedi e la larghezza appena d’uno, ma che dovea bastare come carta itineraria. In Italia quest’arte progredì, e nove mappe geoidrografiche di Pier Visconti genovese del 1318 conserva la biblioteca di Vienna con altre di Grazioso Benincasa anconitano del 1480[327]. Vuolsi che già dal 1300 i Veneziani segnassero i gradi sulle carte marittime; e di Veneziani sono lode le cinque carte di Marin Sanuto che accompagnano i Secreta fidelium Crucis (Cap. XCIII), dove l’Africa si disegna triangolare e breve, ma con evidente comunicazione dal Grand’Oceano al mar Rosso; il planisfero del Pizzigano del 1367, fatto a penna con diligenti miniature, e colla rosa dei venti[328]; le dieci carte di Andrea Bianco del 1436, che danno delineato il Giappone, l’Estotiland, le Antille, il Brasile, parte del Canadà. Nel 1440 frà Mauro camaldolese in San Michele di Murano delineava in un planisfero tutto il mondo allora conosciuto, sparso di figure e descrizioni, e dove la terra empie un gran circolo, attorniata dal mare; centro n’è Gerusalemme; il settentrione abbasso, in alto il sud; vi è tracciato tutto il viaggio di Marco Polo, e ciò che importa agli eruditi, il capo Verde, il capo Rosso, il golfo di Guinea, e il girabile vertice dell’Africa[329]. Il re di Portogallo incaricò esso frà Mauro d’un planisfero, di cui potessero giovarsi quelli che mandava a tentare scoperte.

Nella Rason del martologio, codice del 1428 o poco poi, che conservasi a Venezia, è spiegata la regola de navegar a mente, applicando la trigonometria alla nautica; il raggio è ridotto in decimali, anzichè in sessagesimi; si adoprano le tangenti nelle operazioni trigonometriche, ben prima del Regiomontano che se ne fa scopritore. La reale libreria di Parma ha un mappamondo coll’iscrizione Becharias civis januensis composuit hanc tabulam anno Domini millesimo CCCCXXXVI, dove sono indicate la prima volta con qualche precisione le Canarie e Madera. Un’altra carta marina su pergamena fu compita il 1455 da prete Bartolomeo Pareto genovese, ponendo Genova come la città più grande, e il suo San Giorgio effigiando sopra tutte le colonie del mar Nero.

Erasi intanto migliorata l’arte del navigare, del costruire le navi e dirigerle, e spingerle anche con vento sinistro. La proprietà dell’ago calamitato di volgere a settentrione forse non era sconosciuta agli antichi, ma furono primi gli Amalfitani, e dicono un Flavio Gioja nell’xi secolo, a valersene come di strumento costante onde precisare la direzione de’ viaggi. Con questo si potè osare d’avventurarsi nell’alto, dove più non si scorgono terre; ed alcuni si spinsero fuori dello stretto di Gibilterra, al quale gli antichi, chiamandolo colonne d’Ercole, aveano posto il non plus ultra; e abbandonando le coste spiegarono le vele in alto mare. Fin dal 1281 Vadino e Guido Vivaldi salpavano da Genova con due galee col proposito di girare l’Africa, e giungere per di là nelle Indie. Una diede nelle secche alla Guinea, l’altra giunse nell’Etiopia, ma fu catturata, e un solo marinajo campò, i cui discendenti, censettanta anni dopo, ritrovò in Abissinia il genovese Antoniotto Usodimare. Pietro d’Abano e Cecco d’Ascoli famosi astrologi soggiungono che tale notizia invogliò Teodosio Doria e Ugolino Vivaldi a mettersi, nel 1292, con due Francescani per lo stesso cammino, donde non furono più di ritorno[330]. Altri Genovesi di quel tempo scopersero le isole Canarie nell’oceano Atlantico[331]. Nicoloso da Recco, capo d’una spedizione diretta a quella volta, nel 1341 ne diè contezza in Siviglia a mercadanti fiorentini, dai quali l’ebbe e la registrò il Boccaccio[332]. Forse da Genovesi furono trovate anche le isole Azzore, e si era dato il gran passo collo staccarsi dalla costa, avventurarsi al largo, dissipare la paura del mare tenebroso, inguadabile.

Da questi tentativi presero voglia e coraggio Spagnuoli, Portoghesi, Baschi a scoprire regioni nuove, fosse a dilungo della costa occidentale dell’Africa, fosse in mezzo all’Oceano. Principalmente l’infante Giovanni di Portogallo, erudito in tutte le scienze del suo tempo, si piantò presso al capo San Vincenzo, e di quell’estrema punta occidentale d’Europa volle far quasi una vedetta donde esplorare mari intentati, e vi stabilì un’accademia marittima. Uno de’ primi suggerimenti di questa fu l’astrolabio di mare, grande anello metallico, sospeso ad un altro fisso alla parte superiore dello stromento, e con traguardi disposti in modo, da determinare i gradi d’altezza del sole e riconoscere la propria situazione, anche quando siasi perduta di vista la terra. Stava fitto in mente a quel principe che, seguitando a dilungo la costa africana, s’arriverebbe a un punto ov’essa dà volta verso levante e settentrione, e per di là si giungerebbe alle Indie; e ostinandosi contro le beffe e l’incredulità di coloro che al primo tentativo fallito si scoraggiano, seguiva a mandar navi, le quali sempre più avanzavano giù per la costa africana.

Alvise Ca de Mosto patrizio veneto, corso già molte volte il Mediterraneo, mentre tornava dalle Fiandre il 1454, si trovò cacciato da un rifolo di vento al capo San Vincenzo; e il principe Enrico, saputo l’arrivo di quelle galee, mandò a chiedere con istanza se alcuno volesse pericolarsi ad una spedizione oceanica. Arrise la proferta al Cadamosto, il quale, avuta una caravella, sciolse ai 22 marzo 1455, toccò Madera, le Canarie, capo Bianco, e al voltare del capo Verde s’imbattè in due altre caravelle, una delle quali capitanata da Antoniotto Usodimare, egli pure in traccia di paesi e più di ricchezze. Messisi di conserva, procedettero fino allo sbocco del Gambia; ma l’insubordinazione della ciurma, sgomentata dagli attacchi de’ Negri o dal pregiudizio che i cibi di questi fossero letali ai Bianchi, gli obbligò a dar volta. L’anno che venne, il Cadamosto, ripreso passaggio con Antoniotto, si trovò spinto alle inesplorate isole di capo Verde e fin al Rio Grande. Da uomo esperto e sincero ce ne diede un ragguaglio, che è il più antico di navigazioni moderne: forse già prima avea steso il portolano dell’Atlantico, del Mediterraneo e dell’Adriatico. Antonio da Noli genovese riconoscea poi meglio le isole di capo Verde nel 1462.

Intraprendentissimi erano dunque i nostri navigatori, ma forse in questa, come in tutte le altre imprese, mancarono della perseveranza: mediante la quale invece i Portoghesi si videro premiati, quando alfine, nel 1486, con Bartolomeo Diaz diedero volta al capo di Buona Speranza, cioè all’estremo vertice dell’Africa, e con Vasco de Gama nel 98 giunsero per mare nell’India, dove i nostri si spingeano per così lungo e tortuoso pellegrinaggio.

Emanuele re di Portogallo pensò che le primizie delle sue conquiste fossero dovute a Dio, sicchè mandò al papa un elefante dell’India mirabilmente grosso, un pardo, e una pianeta tempestata di gemme, di tal bellezza qual mai non erasi veduta[333]. Perocchè ancora valeano le idee del medioevo; e l’intento professato di tali spedizioni era il guadagnare anime alla fede, e trovare quel Prete Janni, che i viaggiatori aveano dato come pontefice d’un popolo cristiano, isolato tra gli infedeli (Cap. XCIII, in princ.): al papa chiedeasi l’investitura delle nuove isole, delle quali, secondo il diritto d’allora, a lui spettava la sovranità: e Martino V privilegio di plenaria indulgenza chi perisse in que’ tragitti, che doveano tante anime redimere col battesimo, incivilire col vangelo.

Tali tentativi fissavano l’attenzione d’un Genovese che tutti dovea superarli, perchè più perseverante. Nato di nobile casa piacentina, che impoverita nelle guerre di Lombardia, erasi applicata al commercio delle lane[334], Cristoforo Colombo, fatti i suoi studj e messosi presto nella marina, vi si segnalò per coraggio e abilità, aggiungendovi cognizioni geometriche, astronomiche, cosmografiche. Dopo comandato navi napoletane e genovesi, stette in Portogallo, dove i Lombardi (come chiamavansi tutti gli Italiani) erano bene accolti; cupidamente raccogliendo quanto si diceva e progettava, s’allargò a ben maggiore concetto; e mentre i precedenti non faceano che conquiste d’esperienza, seguitando la costa occidentale d’un continente a piramide, di cui la orientale era frequentatissima dagli Arabi, Colombo ideò una conquista di riflessione, cioè di giungere in Asia per via opposta: gli altri andavano tentone dietro a un fatto; egli spingeasi dietro un’idea, una fede. Forse viaggiò sino alla Guinea, forse fu nell’Islanda, ove potè aver contezza di terre giacenti oltre l’Oceano, e dai racconti, dalle fantasie, dai calcoli, dai testi traeva pascolo a congetture, che presto mutò in persuasioni.

Che la terra fosse sferica e abitata anche nella parte opposta alla nostra, l’aveano già insegnato nella bassa Italia i Pitagorici, poi ripetuto altri savj anche di recente, comunque la scarsezza di libri lasciasse altri nei classici pregiudizj; e l’induzione veniva di suo piede dacchè sapevasi non essere il peso che la tendenza al centro della terra[335]. Uno potrà dunque passare da un meridiano all’altro sia che si diriga a levante, sia che a ponente, e le due strade saranno complemento una dell’altra. Il circuito della terra è diviso, secondo Tolomeo, in ventiquattro ore da quindici gradi ciascuna: i quindici da Gibilterra fino a Tina in Asia erano già conosciuti agli antichi; d’un altro s’inoltrarono i Portoghesi: non rimangono perciò che otto ore, cioè un terzo della circonferenza del globo. I filosofi asseriscono che la superficie de’ mari è un settimo appena dell’arida: adunque non resterà che piccola parte dell’Atlantico a traversare per raggiungere il continente dell’India, le invidiate terre delle spezie e dell’oro, il Catai, Cipango, le altre regioni, del cui nome e delle cui meraviglie era stata empita l’Europa dal Milione di Polo. Più dunque che pel levante, è facile giungervi per ponente[336]. Le cinquecento miglia di mare che credeasi dover traversare, erano ancora eccessive alla scarsa arte d’allora; ma probabilmente tra via s’incontrerebbero isole, delle quali una vaga fama trasmetteasi fra i naviganti.

Altre induzioni, d’origine ecclesiastica, davano al mondo non più che cencinquant’anni ancora di durata; e poichè è scritto che il suono del vangelo uscirà per tutta la terra, Iddio dev’essere sul punto di aprire l’India da quest’altra banda, acciocchè vi si predichi Cristo, e se ne traggano tesori, coi quali riscattare Terrasanta dai Turchi e tante anime dal purgatorio.

Ognuno appoggia i proprj concetti cogli argomenti del tempo; e Colombo ne raccoglieva per la fede dei teologi, per l’avidità dei re, pei pregiudizj dei naviganti, per la pedanteria degli eruditi, per la scienza de’ matematici. Fra gli astronomi di quel tempo godea nome Paolo del Pozzo Toscanelli, che in Firenze sua patria fece il più elevato gnomone del mondo in Santa Maria Novella. A lui, già consultato dai principi di Portogallo, si diresse Colombo per lume e consigli, e questi gli rispose una lettera appoggiandolo di autorità e di calcoli; gli abbozzò una carta navigatoria, ove da Lisbona a Quinsay (città rivelata da Marco Polo) segnava sedici gradi da ducencinquanta miglia ciascuno; e — Il tuo disegno parmi nobile e grande, e ti prego quanto so a navigare da oriente ad occidente».

Colombo dovette rimbaldirsi di tanta approvazione: ma donde ottenerne i mezzi? La Francia si buttava allora a guerre avventurose sotto il romanzesco Carlo VIII: l’Inghilterra faticava a ricomporre gli sconquassi delle lunghe discordie intestine: il Portogallo erasi messo alle scoperte s’una traccia diversa, e codesta novità non poteva che tornargli sgradita: di fatto quegli accademici, cui il disegno di Colombo fu presentato, lo dichiararono d’un fatuo vanaglorioso; pure i politici suggerirono, — Teniamolo a bada finchè si mandino navi a verificare cosa ne sia». Colombo indispettito si sottrasse, e venne in Italia: ma di que’ piccoli Stati e ringhiosi qual mai era capace di tanto ardimento? Venezia e Genova desideravano conservarsi il monopolio delle antiche vie, anzi che perigliarsi a nuove; tenere a tutto loro profitto il commercio nel Mediterraneo, anzi che vantaggiare le nazioni situate sull’Oceano.

Febbricitante dunque d’un gran pensiero, cui non vedea modo di ridurre ad effetto, cogli spasimi del genio incompreso, Colombo vedea passare gli anni, logorarsi il suo vigore, e nessuno che volesse accettare il dono d’un nuovo mondo. Finalmente in Ispagna trovò un frate, che il raccomandò al confessore della regina Isabella; e la gran donna, capace di comprendere l’entusiasmo di un grand’uomo, gli diede ascolto, fece esaminare la proposta da teologi e da sapienti; ma poichè allora fervea l’impresa che dev’essere la prima per ogni nazione, quella di sbrattare la patria dalla dominazione straniera, il tentativo fu rimesso a migliori tempi: intanto Colombo militò contro i Mori, vivendo d’un sussidio assegnotogli, egli che teneasi distributore d’incalcolabili tesori[337].

Finalmente la presa di Granata decise la lotta di sette secoli; e gli Spagnuoli si assisero indipendenti sopra il suolo che palmo a palmo aveano ricompro dalla servitù moresca. Allora Colombo rincalorì le istanze, e ottenne due navi e trecentomila corone, col patto di concorrere egli stesso a un ottavo della spesa, purchè gli si assicurassero un ottavo de’ vantaggi e un dodicesimo delle gioje e de’ metalli preziosi, il titolo di ammiraglio e vicerè de’ paesi nuovi. Un terzo legno ebbe da un armadore di Palos, dal qual porto salpò il 3 agosto 1492, fidando in Dio, e ostinandosi a filar dritto a ponente, per quanto il disconsigliassero i compagni, per quanto altri fenomeni l’allettassero a cercar terre a dritta o a sinistra, per quanto lo scoraggiasse il dissiparsi delle apparenze di vicina terra. Perseveranza siffatta è l’impronta del genio.

Non è di questo luogo il descrivere gli incidenti del suo viaggio, e come toccasse le Antille e più tardi il continente, ch’egli credette sempre fossero le settemila quattrocentottantotto isole orientali, indicate da Marco Polo. Il suo giornale lo mostra attentissimo osservatore d’ogni fenomeno della natura, quantunque non addottrinato abbastanza per trovarne la spiegazione; nè alla sagacia sua sfugge veruna delle apparenze d’un mondo e d’un ciel nuovo: ravvicina i fatti per indovinarne le mutue relazioni; primo avvertì la deviazione dell’ago magnetico; primo conobbe che si poteva trovar le longitudini mediante la differenza dell’ascensione diritta degli astri; notò la direzione delle correnti pelagiche, l’aggruppamento delle piante marine che determinano una gran divisione de’ climi dell’Oceano, il cangiarsi delle temperature non solo a norma delle distanze dall’equatore, ma colla differenza de’ meridiani; nè trascurò appunti geologici sulla forma delle terre e sulle cause che la producono.

Quel che più ancora, lo caratterizza è il sentimento religioso, pel quale crede a visioni, a rivelazioni; per iscopo supremo dell’impresa si propone di annichilare l’islam, convertire i sudditi del gran kan, e coll’oro ritratto riedificare Gerusalemme, e suffragare tante anime aspettanti nel purgatorio. Ne traeva la perseveranza contro gli ostacoli, la pazienza de’ mali, e nei semplici suoi ricordi scriveva: — Benedetto Iddio che dà vittoria e buon successo a chi segue le sue strade, e l’ha miracolosamente provato in me. Io tentai un viaggio contro l’avviso di tanti assennati; tutti trattavano il mio disegno di chimera: confido nel Signore che il successo farà grande onore alla cristianità». E se i disastri l’opprimevano, pareagli una voce gridargli in sogno: — Di poca fede! cosa fece Iddio di più per Mosè e per David suo servo? A te aperte le barriere dell’Oceano; a te sottomesso infinito paese; il nome tuo reso celebre in tutta la cristianità. Volgiti a lui, e riconosci che infinita è la sua misericordia. Tu giaci di cuore, e gridi È troppo. Or di’, chi ha cagionato le tue afflizioni, Dio o il mondo? Dio non fallisce le promesse: ma delle fatiche sostenute per altri padroni questa è la ricompensa».

Perocchè è nota l’ingratitudine con cui gli uomini compensarono quel sommo che, mentre al tornare del primo viaggio non era onoranza che non gli fosse profusa quasi a creatore, di poi dal nuovo mondo fu ricondotto in catene, le quali (dice suo figlio) io vidi sempre sospese nel suo gabinetto, e con quelle volle esser sepolto». Ai re si lagnava egli, ma invano; e a suo figlio scriveva: — Dopo vent’anni di servizj e fatiche e pericoli tanti, non possiedo in Ispagna ove ricoverare il capo: per mangiare e dormire mi bisogna andare all’osteria, e più volte non ho di che pagare lo scotto». Sazio poi di quella che tanto annoja, la censura degli oziosi, proponeva: — Coloro che si piaciono di far rimproveri e appunti, stiano a cianciare laggiù a loro agio, e dire Perchè non fare così e così? Avrei voluto fossero stati a quell’impresa». Passata mezza la vita nella miseria sospirando di attuare la grande idea, e l’altra mezza nella invidia per averla compiuta, straziato da lunga ambage d’iniquità e scaduto dalle più fervorose speranze, moriva desolato a Valladolid di sessantott’anni nel 1506.

Istituì un maggiorasco, e ne trasmetteva i documenti a Genova, «della qual città io sono uscito, e nella quale son nato»: pel banco di San Giorgio destinò un decimo della rendita di sua eredità, onde sgravare la gabella delle vittovaglie: e sedici giorni prima di morire, sopra un uffizietto della beata Vergine regalatogli da Alessandro VI papa, e «che gli era stato di gran sollievo nella cattività, nelle battaglie, nelle traversie»[338], vergava un codicillo militare da darsi «all’amatissima sua patria la repubblica genovese» pei benefizj che n’avea ricevuti; volea che de’ suoi beni stabili in Italia vi si ergesse uno spedale nuovo; mancando poi la sua linea, sostituiva il banco di San Giorgio nell’ammiragliato dell’India e negli altri privilegi, che dai re gli erano stati sconsideratamente promessi, e che poi gli furono codardamente fraudati; sicchè i figli suoi dovettero stentare tutta la vita a patrocinare i titoli e il nome di quel grande, cui negavasi la gloria d’aver egli primo scoperto un mondo, che testè gli s’imputava a monomania il credere potesse scoprirsi. Finalmente i suoi nipoti rinunziarono alle pretese ricevendo mille dobloni l’anno e il titolo di duchi della Veragua, che vive tuttora in una linea femminile, dalle ultime vicende spagnuole ridotta a strettezze.

Più che i re, furono ingrati a Colombo gli scrittori, che del nome di lui non battezzarono la terra da lui scoperta. Al fine dell’ultimo secolo, gli Spagnuoli, costretti abbandonare ai Francesi l’isola d’Haiti ove era stato sepolto, lo trasportarono all’Avana in una solennità affettuosa, cui non si mesceano maledizioni, come alla traslazione d’altri eroi: e Bolivar volle col titolo di Colombia abbellire la repubblica, che le sue vittorie creavano e la sua temperanza conservava. Tarda giustizia! a Colombo non restò che la felicità dell’operare; felicità che voi, anime torpide, mai non comprenderete.

Subito avidità d’oro, di gloria, di conquiste, di conversioni, di martirio, spinse gran gente verso quel nuovo mondo, del quale, in poco giro d’anni, tutto il contorno fu determinato: ma a noi non s’appartiene qui l’esporre se non la parte che vi presero gl’Italiani.

Sebastiano Cabotto, mercadante veneziano, che fin dal 1494 avea veduto una terra che poi fu detta Terranuova, all’udire le imprese del Colombo, sentì suscitarsi «un desiderio grande, anzi un ardor nel cuore di voler fare ancor egli qualche cosa di segnalato»; ed esibì ad Enrico VII d’Inghilterra d’arrivare al favoloso Catai per altra via che non quella di Cristoforo, cioè pel nord-ovest; e avutone lettere patenti nel 1496, con Sebastiano suo figlio, e con quattro navi provvedutegli dai negozianti di Bristol, toccò il continente americano al Labrador il 24 giugno 1497, cioè un anno e sei giorni prima che Colombo mettesse l’orma in quel continente, del quale riconobbe 300 leghe di costa. Morto il padre, Sebastiano spinse un altro viaggio in quell’altezza, e pare scorresse a dilungo la costa dalla baja d’Hudson alla estremità della Florida; ma sgomentato dai geli e dalle lunghe notti, voltò indietro.

Il papa, molte volte lo ripetemmo, era considerato signor supremo dei mari e delle isole: in forza di che, Martino V aveva conceduto al re di Portogallo quanti paesi si scoprirebbero dai capi Bogiador e Non fino alle Indie. Nessuno allora prevedeva che fra questi s’incontrerebbe nulla meno che un mezzo mondo; sicchè Spagna e Portogallo vennero a diverbio sul possesso di questo. Invece di strapparselo colle armi, compromisero la quistione in papa Alessandro VI, il quale segnò un meridiano, distante cento leghe dalle isole Azzore e dal capo Verde, e i paesi di là da quello attribuiva alla Spagna.

Prima che tale controversia fosse composta, erasi adunata una giunta per discuterla, e in essa aveva parte il nostro Cabotto, il quale dagli Spagnuoli ebbe l’incarico d’un nuovo viaggio, in cui rimontò il gigantesco Rio della Plata. Fatto poi gran piloto d’Inghilterra, e presidente della compagnia istituita onde tentare il passaggio pel nord-ovest, in quell’isola morì onorato. Il gran problema che girava per la mente dell’illustre Veneziano, non fu risolto che jeri. Sant’uomo (good aldman), come lo intitola Ricardo Eden suo amico, morendo diceva sapere per rivelazione divina un metodo infallibile di trovare le longitudini; e forse intendeva mediante la deviazione dell’ago magnetico, la quale si vorrebbe da lui scoperta[339]. Anche Giovan Verazzani navigatore fiorentino fu adoprato da Francesco I onde tentare pel nord un passo alle Indie, costeggiò la Terranuova, conobbe la Nuova Francia, e più di settecento miglia di costa esplorò.

Americo Vespucci, nato di buona casa a Firenze, poi fattore nella banca di Gioannotto Berardi a Siviglia, divenne spertissimo marinajo e buon cosmografo, eseguì diversi viaggi per commissione del Governo spagnuolo, dal quale fu assunto primo piloto alla morte di Colombo; e colmo d’onori morì a Siviglia il 1512. Niuna impresa capitale egli compì, ma in lettere dirette a Renato duca di Lorena e a Lorenzo di Pier Francesco Medici, diede delle sue navigazioni un ragguaglio gonfio e confuso, con ostentazione di scienza e con apparenza d’uomo che compila scritti altrui. Firenze lo lesse con avidità, e gli decretò il fanale, cioè che davanti alla casa di lui si accendesse un falò per tre giorni e tre notti, come in antico solevasi ai benemeriti della patria, e tutte le case si dovessero illuminare e più i palazzi[340]. Quella informazione fu subito messa a stampe, e perchè fu la prima che si pubblicasse, venne cercatissima, tradotta in varie lingue, talmente che i paesi nuovi si chiamarono la terra d’Americo, e il costui nome prevalse a quello del vero scopritore. Nol chiameremo per ciò falsatore e plagiario della gloria altrui, ma vi riconosceremo uno degli accidenti della gloria, tanto capricciosa nelle sue distribuzioni.

Antonio Pigafetta vicentino, trovandosi in Ispagna al seguito di Francesco Chiericato ambasciatore della corte di Roma, partì collo spagnuolo Ferdinando Magellano per un viaggio all’estremità meridionale dell’America, e, datovi la volta il 21 ottobre 1520, compiva il primo giro del globo. Il viaggio era stato finito in millecentoventiquattro giorni; e la nave tratta in secco, fu conservata qual monumento della spedizione più arrisicata. Pigafetta fu accolto a Monterosi da papa Clemente VII, per cui istanza egli stese un racconto di quel giro, con poca esattezza e molta credulità, ma prezioso in mancanza d’ogni altro, e anche piacevole per la contezza di tanti paesi nuovi, e pel primo vocabolario di lingue parlate da Indiani. Con Magellano erano a quel passaggio anche Leone Pancaldo, Battista da Polcévera e un Baldassarre genovesi. Un altro genovese, Paolo Centurioni, proponeva a Basilio czar delle Russie un nuovo cammino alle Indie, venendo per acqua fin al Caspio, e dal Caspio pel Volga ed altri fiumi al Baltico, onde recare più presto e direttamente ai Settentrionali le droghe, senza ricorrere ai Portoghesi[341]. Così, intanto che la patria tempestava fra gravi sciagure, molti nostri, e principalmente genovesi, andavano ad ardite scoperte, delle quali l’Italia non doveva giovarsi: piloti genovesi fecero la prima circumnavigazione, designata dal nome di Magellano; altri tentarono il passaggio polare.

Col solito carico erano partite le galee di traffico veneziane per distribuire le droghe ne’ porti dell’Oceano, quando Piero Pasqualigo, ambasciatore a Lisbona, diede avviso alla Signoria che i Portoghesi aveano schiuso un altro varco alle Indie, ed offrivano le spezie ed il legname di costruzione a più fiorito mercato. Fu tenuto come pubblico disastro dalla repubblica, e si pensò al riparo non colla generosità che si eleva a vantaggiare se stessi col vantaggio altrui, bensì coll’egoismo che impaccia e pregiudica. Spedirono a insusurrare al soldano d’Egitto che gravi pericoli deriverebbero al suo paese e alla religione maomettana dalla prossimità di que’ nuovi e intraprendenti mercadanti, e gli offrivano braccia, consigli, armi per esterminarneli. Egli di fatto il tentò, unito ai principotti di Cambaja e di Calicut; ma il valore di Vasco de Gama, poi dell’Albuquerque dissipò le resistenze.

Consiglio più generoso e insieme più profittevole alla repubblica sarebbe stato il mettere in comunicazione il Mediterraneo col mar Rosso traverso all’istmo di Suez, o all’Egitto pei canali del Nilo; e non mancò chi lo suggerisse: ma forse lo impedì quell’empia lega, in cui tutt’Europa si strinse allora appunto per distruggere Venezia.

Il commercio, che i Portoghesi allora cominciarono coll’Asia, differiva da quel di Venezia in quanto questa lo permetteva a qualunque cittadino, escludendo gli stranieri, mentre i Portoghesi lo teneano come proprietà della corona; quella non negligeva l’industria interna, mentre i Portoghesi lasciarono deserte le manifatture e le campagne per usufruttare le colonie orientali. Gl’Inglesi perseverarono a comprar le droghe dai nostri; ma un equipaggio veneto di millecinquecento tonnellate, che nel 1587 naufragò sopra l’isola di Wight, fu l’ultimo che approdasse in Inghilterra, avendo la regina Elisabetta ottenuti pe’ suoi dal granturco tutti i privilegi di cui fruivano i Veneziani.

Presto dalla Sicilia passò la coltura dello zuccaro in America, che ne divenne la principale produttrice; di là vennero a noi molte nuove piante e derrate, molti usi ed abusi, e vizj e comodità e morbi. È generalmente accettato che l’inglese Raleigh portasse pel primo in Europa il pomo di terra nel 1586; ma il celebre botanico l’Ecluse (Clusius), che primo descrisse quel tubero nel 91, asserisce averne fin dall’88 coltivato nel suo giardino alcuni ricevuti dall’Italia, ove da qualche tempo servivano di cibo agli uomini e agli animali domestici.

Ma noi avevamo cessato d’essere i fattori dell’Europa; non un palmo di terra acquistammo in quel mondo, che un nostro avea scoperto e un altro denominato; non ajutammo le successive indagini: vero è che restammo mondi del sangue e delle atrocità che le accompagnarono.

Le scoperte schiudeano un nuovo campo alla santa operosità de’ missionarj, che da Roma correano a piantar la croce dovunque gli avventurieri avessero cominciato la strage. Famosi principalmente riuscirono i Gesuiti nella Cina, e primi Gabriele Rogerio di Napoli, il Ricci da Macerata, il Pasio da Bologna, che educatisi nei costumi e nella lingua del paese strano, furono tollerati e donati, ed ottennero grandi successi di conversioni; anzi il Ricci scrisse un’opera in cinese, che lo fece porre fra i classici di quella difficile nazione. Prodigiosi effetti conseguì pure nel Malabar il padre Roberto de’ Nobili romano, che però col troppo mostrarsi tollerante dei riti nativi meritò la disapprovazione di Roma, e (strano accordo) quella de’ filosofanti. Da questi ed altri missionanti si ebbero le prime e le più esatte contezze di que’ paesi.

Gli ambasciadori nostri alle Corti straniere informavano i loro Governi delle scoperte, via via ch’erano risapute; i mercadanti ne faceano appunto sui loro mastri per l’alterazione che derivava al prezzo delle derrate. Gli eruditi, di mezzo ai loro studj sull’antico, sentivano agitarsi il mondo moderno; e mentre sulla fede dell’erudizione Colombo ostinavasi nel glorioso suo errore, Pietro Martire d’Anghiera milanese scriveva a Pomponio Leto: — Non passa giorno che non ci arrivino prodigi nuovi da questo nuovo mondo, da questi antipodi dell’Occidente, che un tal Cristoforo genovese ha scoperti. Credo bene che tu abbia trasalito d’allegrezza, e a stento ti sia frenato dalle lagrime quand’io per lettere t’informai dell’orbe dianzi nascosto. Qual cibo più soave di questo a sublimi ingegni? Da me lo misuro, che sento bearmi lo spirito quando ragiono con alcuni tornati di colà. Tuffino l’animo in accumular dovizie i miseri avari; noi allietiamo le menti nostre nella contemplazione di siffatte meraviglie. E che fecero di più i Fenicj quando in regioni remote riunirono popoli erranti, e fondarono altre città? Ai tempi nostri era serbato vedere allargarsi di tanto le nostre concezioni, e tante cose insolite apparir d’improvviso sull’orizzonte»[342].

Esso Pietro Martire pubblicò tre decadi De rebus oceanicis, che volle far credere scritte man mano che le informazioni giungevano[343], e il cui vanto riponeasi nell’aver saputo designare con parole classiche paesi e cose nuove. Dalle lettere del Colombo De insulis Indiæ nuper inventis trasse un rozzissimo poema in ottave il canonico Giuliano Dati fiorentino[344], autore d’altri scrittarelli destinati a popolarizzare le scoperte. Di que’ viaggi poi una raccolta stampò il Fracanzano di Montalboddo a Vicenza nel 1507 col titolo di Mondo nuovo e paesi nuovamente trovati da Alberico Vesputio fiorentino; Antonio Manuzio un’altra de’ viaggi di Veneziani. Giovan Battista Ramusio, nato da Paolo letterato celebre, usato in molte legazioni, sperto di varie lingue, concepì principale amore per la cosmografia, e ne teneva accademia in sua casa a Venezia; e dei ragguagli che correano fece la miglior raccolta col titolo Delle navigazioni e viaggi... nelle quali con relazione fedelissima si descrivono tutti quei paesi che da già trecent’anni finora sono stati scoperti, così di verso levante e ponente come di verso mezzodì e tramontana, più più volte ristampate, dopo la prima di Venezia del 1550. Anche Livio Sanuto raccolse le migliori notizie delle scoperte, e s’un globo rappresentò tutto il mondo conosciuto, sicchè può considerarsi il primo che correggesse le antiche carte. Sventuratamente delle sue non si salvarono che dodici, pubblicate postume nel 1586, incise dal fratello Giulio; e l’Africa vi è ritratta con esattezza tale, che appena dalle recentissime scoperte potè essere migliorata.

Alessandro Geraldini da Amelia nell’Umbria militò in Spagna, fu coppiere della regina Isabella, poi entrato ecclesiastico, educò quattro principesse che divennero regine; favorì i divisamenti del Colombo confutando i sofismi teologici che lo contrariavano; adoperato molto in diplomazia presso quasi tutte le corti d’Europa, finì vescovo di San Domingo in America. Scrisse molte opere di teologia, esortazioni ai Cristiani contro i Musulmani, e l’itinerario alle Antilie, con ragguagli sulle antichità, i riti, i costumi, le religioni de’ popoli di Etiopia, d’Africa, dell’oceano Atlantico, dell’India. Asserisce però aver veduto e trattato popoli e re, che nessun altro menziona; dà perfino iscrizioni latine, che asserisce aver copiate in Africa, evidentemente false: sì poco allora aveasi cura dell’esattezza.

Altri continuarono viaggi. Giovanni da Empoli nel 1503 arrivava al Malabar. Filippo Sassetti fiorentino, buon matematico e discreto scrittore, visitò le Indie, e vorrebbesi il primo che avvertisse la declinazione dell’ago calamitato, che noi trovammo già prima indicata. Luigi da Vartema, gentiluomo bolognese, scrisse il suo viaggio in Levante, ristampato e tradotto in tutte le lingue. Mosso da Venezia dopo il 1500, visitò l’Egitto, la Siria, e nel 1503 imparato l’arabo, da Damasco colla carovana andò alla Mecca, soffrendo i disagi di quel tragitto, ammirando il gran mercato che vi si teneva, benchè declinasse dopo scoperto il passaggio marittimo all’India. Un Moro ch’era stato a Genova e Venezia, lo conobbe per italiano; nè al castigo serbato all’infedele che entra nella santa casa, potè sottrarsi se non fingendosi rinnegato, e bestemmiando i Portoghesi. Il Moro gli esibì di mettersi col re del Decan per fondere le sue artiglierie: ed egli, desideroso di avventure, accettò. Sbarcò a Aden, ma riconosciuto, fu messo in carcere; e solo col fingersi scimunito, e ricrear la regina colle sue buffonerie, potè campare. Allora visitò molte città dell’Arabia Felice, fendè la Persia, e giunse ad Ormus, a Herat, a Schiraz, centri di vivissimo traffico. Fece società con un mercante persiano, e dalle guerre impedito di giungere a Samarcanda, tornò a vedere altri paesi sino a Calcutta, dove stavano sin quindicimila mercanti forestieri. Il Vartema si estende a narrare i costumi dell’India, come uom che li vide in fatto, sebbene e spesso li frantendesse, e più spesso non osservasse quelle particolarità che ne formano il carattere. Seguitò a trafficar per que’ mari, e via fin al capo Comorin, all’isola di Seilan e al Bengala, indi al Pegù, a Sumatra, all’isola delle Spezierie, a Borneo, a Giava. Reduce a Calcutta, trova due Milanesi venuti nell’India co’ Portoghesi e disertati, coi quali s’accorda per fuggire dai paesi musulmani, e riesce a tornare fra i Cristiani. I Portoghesi l’ebber caro per le informazioni che offerse di regioni ignote, e gli agevolarono il ritorno a Lisbona, ove il re l’intitolò cavaliere; e di là tornò in patria il 1508.

Gaspare Balbi veneziano, negoziante di gioje, trovandosi ad Aleppo il 1579, risolse visitare l’Oriente; e condottosi a Bir sull’Eufrate, navigò questo fiume pieno di pericoli fin presso a Bagdad; da questa Babilonia nuova scese pel Tigri a Bàssora, donde a Ormus, osservando la pesca delle perle a Baharein, poi a Diu e a Goa, dove allora ingrandiva la potenza portoghese. La sua descrizione rispetto a storia e geografia non dilatò le nostre cognizioni, ma da mercante ch’egli era, informa a minuto del commercio, dei prezzi, delle direzioni. Da Goa traversò a Cochin, poi pel capo Comorin a San Tomé, notando i gran frutti delle missioni gesuitiche. Con mercadanti Portoghesi navigò nel Pegù, regno poderoso, che dominava quelli d’Ava e di Siam, e la cui capitale trovò grandiosa, qual rimase finchè i Birmani non la distrussero nel secolo passato. Quel principe, interrogatolo sul suo paese, e udito che governavasi senza re, volle sbilicarsi dalle risa, il regalò d’una coppa d’oro e tappeti cinesi, e ne comprò molti smeraldi, ricambiandoli con altre pietre e con pezzi di piombo che ivi scusavano la moneta. Passare ad Ava per farvi accatto di rubini non potè, in grazia d’una ribellione scoppiata, per la quale il re del Pegù chiamò a sè gli uffiziali e governatori, e sospettandoli d’intelligenze, li fece colle loro famiglie bruciare in numero di quattromila. Il Balbi potè vedere le trionfali solennità della vittoria, e marcie e pasti, dove i bianchi elefanti del re faceano segnalata comparsa. Ci dipinge quel popolo come mansueto, tollerante, educato dai buoni esempj de’ Talapoini, monaci austeri e caritatevoli, i quali non impedivano di farsi cristiani, dicendo che uno può esser buono in qualunque religione. Di là mandavasi argento al Bengala, riso a Malacca: sopratutto lavoravasi di cotone. Nol seguiremo nel ritorno e nella descrizione che fa delle usanze della costa del Malabar, donde per Ormus ripassò nel 1588 ad Aleppo, che avea lasciata nel 1579; e due anni dappoi pubblicava in patria il suo Viaggio alle Indie orientali, prezioso sì per la semplicità con cui acquista fede a’ suoi detti, sì perchè primo recò notizie dell’India transgangetica e particolarmente del Pegù.

Pier della Valle può dar la misura della corrività, se non della sfacciataggine de’ viaggiatori. Staccatosi da Roma col proposito di percorrere le principali parti del teatro dell’universo, provvisto d’entusiasmo e di fede ma non di critica, sopra un legno veneziano approda prima a Corfù, dove riverisce le reliquie di santo Spiridione, e dove gli è mostrato un discendente di Giuda Iscariote. A Zante vede una fontana, la cui acqua proviene dalla terraferma, sottopassando alle salse, per tal segno che una volta ne sgorgò una tazza d’argento. Da Troja, che ricostruisce con tanta facilità, mentre con tanto stento i moderni non v’arrivarono, giunge a Costantinopoli, e vede gran meraviglie, e n’ode di maggiori, quali le due immense cisterne, sopra cui stanno sospese Santa Sofia e l’ippodromo, sostenute solo da alcune file di pilastri. Harlais ambasciadore di Francia gli agevola l’entrata nel serraglio, ove bacia la mano all’imperatore, ma preoccupato dalle idee de’ costumi e delle Corti europee, nulla intende di quella. Nelle case vede usare pertutto una bevanda nera, che chiamano caffè, e i cui effetti gliela fanno somigliare alla nepente, con cui Elena calmava i tedj degli assediati Trojani. Nell’Egitto scorre colla Bibbia e col leggendario alla mano, pertutto vendemmia pie tradizioni, e viepiù accostatosi a Terrasanta: e que’ racconti anche sì grossolani attraggono per la buona fede e la semplicità onde sono dettati. Dopo che potè prostrarsi sul sepolcro di Cristo, e ricever la comunione su quello di santa Caterina, crebbe di pietà, e sbandì quanto di mondano conservava. Avviatosi colla carovana verso Babilonia, sente parlare della bellezza stupenda, del raro ingegno, dell’incomparabile virtù della figlia del maggior ricco di Bagdad: onde invaghitosene per fama, non d’altro studia che d’arrivarvi presto, e la ottiene in matrimonio, e riconduce a Roma la bella Maani Gioreida.

Jacopo Morelli, lodato bigliografo, stampò in pochi esemplari una dissertazione intorno ad Alcuni viaggiatori eruditi veneziani poco noti (Venezia 1803), i quali sono Paolo Trevisano, Giovanni Bembo, Pellegrino Brocardi, Ambrogio Bembo, Giovan Antonio Soderino; e minori Bartolomeo Dandolo, Bonajuto Albani, Teodoro Gradenigo, Nicola Brancaleone, Antonio Priuli, Carlo Maggi, Cechino Martinello. Altri avremo a mentovarne, ma scarsissima messe ci danno i nostri campi. Ben fa meraviglia come di tanti portenti, che doveano concitare le fantasie e l’estro, poche o niuna scintilla traessero le muse nostre, severe od amene: alcuni poemi su que’ gloriosi fatti ricalcano i modelli antichi; e le allusioni fattevi non attingono l’originalità, neppure in mano del Tasso e dell’Ariosto.