CAPITOLO CXXVIII. Il Milanese. — Spedizione di Carlo VIII.
Milano da repubblica disordinata erasi tradotto in principato militare. Aveva sottoposte Pavia, Lodi, Cremona, Parma, Piacenza, Alessandria, Tortona, Novara, Como, la Valtellina colle contee di Bormio e Chiavenna, Angera al lago Maggiore, la Geradadda al confine de’ Veneti; insomma quindici città, erette nel 1450 in ducato, che abbracciava quanto sta fra le Alpi, la Sesia, l’Oglio, il Po; anzi di là da questo più volte si spinse, e massime nelle marche d’Ancona e Spoleto, e a Bobbio, Savona, Albenga, Ventimiglia e in tutto il Genovesato. Bello e ricco Stato, che fruttava seicentomila ducati d’oro (Corio), pari a venti milioni d’oggidì, con una capitale di diciottomila trecento famiglie, o vogliam dire cenventotto mila abitanti, mentre Parigi contava tredicimila case, e Londra non quarantamila bocche.
I suoi principi, derivando l’autorità unicamente dall’usurpazione, non poteano pensare che a mantenersi intrigando e sopendo: l’investitura imperiale allegavano per disobbligarsi dal farsi eleggere dal popolo, ma non sentendola necessaria, non si davano la briga di domandarla.
Francesco Sforza volle riconoscere il dominio soltanto dalla propria spada, e per virtù e valore meritava di esser capo di una dinastia: ma affatto ne tralignò il figlio Galeazzo Maria. Le robuste ordinanze del padre, e la prudenza e la lunga pratica di Cicco Simonetta segretario di Stato, mantennero in quiete il paese: ma poi Galeazzo, imbaldanzito dai prestiti che gli chiedevano i re di Boemia e Ungheria, dalle ambasciate fin del soldano d’Egitto, dal tributo che gli pagavano i Fiorentini, dai sussidj d’uomini che dava a Luigi XI di Francia suo cognato, dalla speranza della corona di tutta Italia, ruppe i ritegni; d’ogni ingerenza privò sua madre Bianca Maria, savia donna e sperimentata, e dicono l’avvelenasse.
Quanta suntuosità nel suo viaggio a Firenze! (t. VIII, pag. 431) ma al gusto delle voluttà sordide associava quello delle sevizie e delle torture raffinate, diabolici supplizj esacerbando colle facezie, le libidini condendo con uno sfacciato trionfo e colla disperazione dei mariti e dei genitori disonorati. Per ostentazione d’intrepidezza, fece un giorno mettere alla tortura il proprio barbiere, e appena calato volle esser raso da esso.
Insegnava retorica a Milano Cola Capponi de’ Montani, di Gaggio bolognese, ingegno svegliato, animo torbido, infatuato dell’antichità. Era stato maestro di Galeazzo Maria, e per una vergognosa imputazione, o perchè il duca volesse vendicarsi delle sferzate avutene a scuola, venne frustato ignominiosamente per la città. Anelando vendetta, contro al duca istigava i suoi discepoli, e principalmente Andrea Lampugnani e Girolamo Olgiati, i quali spinse ad arrolarsi sotto Bartolomeo Coleone, per apprendere il mestiere delle armi. Gliene vollero male i costoro parenti, e di consenso l’altra nobiltà milanese; onde, perduti scolari e amici, egli dovè partirsene. Sbolliti i rancori, tornò; riebbe frequente scuola ed amicizie, colla volubilità del vulgo signorile; e seguitava a infervorare la gioventù ne’ concetti della libertà romana e greca e nel vanto dei tirannicidi; e dopo narrato de’ Timoleoni e dei Collatini, — Non sorgerà (intonava) tra’ miei discepoli un Bruto, un Cassio, che sottraendo la patria dal giogo obbrobrioso, meriti fama per tutti i secoli? — Io sarò quello» disse l’Olgiati; e viepiù dacchè una sua sorella fu vittima delle libidini di Galeazzo: onde col Lampugnani e con Carlo Visconti giurò davanti agli altari redimere la patria dal tiranno, credendola opera gloriosa e santa.
— Dopo il primo nostro ritrovo (racconta l’Olgiati stesso) entrai in Sant’Ambrogio, mi posi a’ piedi dell’effigie del santo vescovo e pregai così: Grande sant’Ambrogio, patrono di questa città, tutela del popolo milanese, se il proposito de’ tuoi concittadini di sbrattarsi dalla tirannide e dalla dissolutezza più mostruosa merita la tua approvazione, non ci manchi il tuo favore fra i tanti pericoli cui ci esponiamo per francare la patria. Così orato, venni a’ miei compagni, e gli esortai a coraggio, assicurandoli sentivo in me cresciute la speranza e la forza dopo invocato il patrono della nostra città... Il giorno di santo Stefano (1476) di gran mattino andammo nella chiesa di questo santo, e lo pregammo propizio al gran fatto che divisavamo compire colà, e non s’indignasse se lordavamo i suoi altari d’un sangue che doveva liberare la città e la patria. Dopo le preci rituali, ne recitammo un’altra, composta da Carlo Visconti; assistemmo alla santa messa celebrata dall’arciprete»; poi, come il duca comparve ad assistere alla solennità di quel giorno, lo assalsero e trucidarono.
— Il popolo avvilito, soffrente, non aspetta che un cenno per rompere le sue catene; ci acclamerà, ci sosterrà». È l’illusione consueta de’ cospiratori; ma, come molte altre volte, il popolo si buttò addosso agli uccisori e li trucidò. L’Olgiati, riuscito a scampare, non fu voluto ricevere nella propria famiglia; solo la madre il prese in compassione, e raccomandollo a un prete che sotto la propria tunica menosselo a casa. Ivi si rimpiattò due giorni, persuaso che intanto i congiurati compirebbero l’opera, secondo l’accordo; ma uscito per informarsene, qual è il primo spettacolo che gli si offre? la plebaglia del verzajo che trascina a strapazzo il cadavere del Lampugnani. Gli cadde il cuore, nè più curò di nascondersi; onde preso, e sottoposto a orribile tortura, dettò la storia del misfatto, unicamente implorando gli si lasciasse tempo da confessare i suoi peccati; e condannato ad esser tanagliato e fatto vivo a pezzi, al prete confortatore di mezzo ai tormenti diceva: — Pe’ miei peccati merito questi e peggiori strazj, ma non per quella bella azione, per la quale spero che il sommo giudice mi perdonerà le cattive; e non che pentirmene, perirei dieci volte per sì nobile scopo». Avea ventidue anni[33].
Il popolo, omai abituato a considerare come ereditario il dominio, lasciò acclamare Gian Galeazzo, figlio novenne dell’estinto: la vedova Bona di Savoja, assistita dall’accorto e procacciante Cicco Simonetta, seppe mantenere nell’ordine i sudditi, e in freno le città soggette, che ad ogni novità rumoreggiavano. Ma in quel trambusto si sfasciò il bell’esercito costituito da Francesco Sforza, che facea rispettare il paese. Del qual Francesco erano rimasti cinque figli: e Galeazzo Maria succedutogli avea, per litigi nati, confinato in Francia Filippo Maria duca di Bari e Lodovico il Moro suoi fratelli. Questi, dall’esempio paterno e dalla propria irrequietudine animati a tutto ardire, tornarono dall’esiglio, e cominciarono a sommovere lo Stato col pretender parte all’amministrazione; ed appoggiandosi ai forestieri e ai Ghibellini capitanati dal valoroso e turbolento Roberto Sanseverino, vennero fin a guerra rotta. Il Simonetta s’industriò a rompere le loro trame, ma col profonder denari e col concedere i castelli e le terre che prima aveano posseduti, sfiancò l’unità politica: poi essendosi di nuovo sollevati, egli confinò Filippo Maria nel suo ducato, Lodovico a Pisa, a Perugia Ascanio che fu poi cardinale: Ottaviano nel fuggire si affogò nell’Adda.
I costoro intrighi erano favoriti dal re di Napoli e da Sisto IV, che suscitavano d’ogni banda nemici al Milanese perchè parteggiava coi Medici di Firenze, gli ribellarono Genova, infellonirono gli Svizzeri.
In che modo questi acquistassero la libertà, già ci fu veduto (Cap. CXV). Borghesi e poveri, obbligati a combattere i baroni vicini o i cavalieri dell’Impero, introdussero una nuova milizia a piedi, che coperta solo d’un morione e d’un petto di ferro o di cuojo, con uno spadone a due mani sospeso alle spalle, colle picche lunghe tre metri presentavano una siepe insuperabile ai cavalli; mentre altri s’insinuavano fra l’ordinanza de’ nemici, e colla labarda ne tagliavano le aste o le conficcavano a terra. La vita montana gli avea resi robusti e destri; la caccia e gli esercizj, abituati alle armi sin da fanciulli, talchè al primo baleno di guerra tutti erano combattenti, e sospese le riotte municipali, mettevansi in marcia sotto un capo, al quale giuravano intera obbedienza.
I principi, che comprendevano di non poter reggersi tiranni se non con eserciti da sè soli dipendenti, trassero subito partito da queste truppe, e al bisogno spedivano un colonnello, che col Cantone capitolava il numero, il soldo, la durata del servizio: agli arrolati seguivano commissarj, che applicavano tra essi la giustizia, poi rendeano conto dei loro atti. Addio allora alla elvetica semplicità; resa venale la bravura, agognante le lusinghe de’ principi, l’oro e il lusso straniero, s’introdussero corruzione nei consigli e farnetico di guadagni militari; e fu volta che i magistrati arrolarono i rei dati loro a giudicare, e se li trassero dietro a servizio.
Formidabili come uomini, non come nazione, dopo ch’ebbero valicate le Alpi nostre contrassero la febbre del conquistare, e immaginarono la loro libertà dovesse abbracciar parte della Svevia, l’Alsazia, il Tirolo, il Milanese, lo che gli avrebbe portati sino al Mediterraneo, e renduti, non so se felici, certo potentissimi. Mancavano però d’unità, anche prima che la sconcordia religiosa li snervasse affatto, e lasciasse in tutti i paesi vicini prevalere la monarchia: il che fu l’opera del secolo che descriviamo.
Avendo i Milanesi tagliato un bosco, di cui essi pretendeano il possesso, una banda d’Urani varcò il Sangotardo, e negando rimettere la decisione ai tribunali, si gettò sopra Bellinzona: finchè dal Simonetta quetati a denaro, giurarono non molestare più il ducato. Sisto IV però li dispensa dal giuramento, e manda ad essi lo stendardo delle sante chiavi acciocchè traggano a difendere il comun padre e a restituire Italia alla libertà (1479). D’inverno stridente ripassarono dunque il Sangotardo, e a Gornico combattendo sul ghiaccio come avvezzi, sbaragliarono gli scivolanti ducali, guidati dal conte Torello; e al prezzo di centomila ducati e ventiquattromila fiorini concessero la pace, però come signoria del cantone d’Uri serbando la Leventina, cioè la valle per cui scende il Ticino. Allettamento e scala a nuovi tentativi.
Dalle esterne scosse ajutati, gli zii del duca rivalsero. Lodovico il Moro, sottentrato duca di Bari, più scaltro degli altri e disposto a farsi sgabello delle ruine di tutti, recuperò la grazia della duchessa, alla quale il Simonetta predisse, — Voi ne perderete lo Stato, io la testa». Di fatto Lodovico, ottenendo il perdono ai rivoltosi, si circondò d’amici, coi quali maneggiò di maniera che Bona fece arrestare quel fedelissimo e decapitare (1480 30 8bre]), annunziando alle corti d’Italia come da questo autore di tutti i mali si fosse liberata mercè de’ cognati, sostegni dello Stato e riconduttori d’un secol d’oro[34]. Guaj al regnante costretto ad immorali condiscendenze! Gli Sforza imbaldanziti tolsero alla duchessa le persone care, i tesori, le gioje, e a fatica le permisero di passare in Francia, del cui re era cognata.
Lodovico il Moro, fattosi reggente a nome del debole e infermiccio nipote, avea avuto appoggio dai Ghibellini, capitanati da Roberto Sanseverino: ma venuto in potere, li prese in uggia e sospetto, e preferì i Pallavicini e i Guelfi, tanto che il Sanseverino rivoltossi contro il Milanese. Respinto, sollecitò la Repubblica veneta, e nominatone capitan generale, continuò guerra contro la Lombardia.
L’insigne generale Pier Maria Rossi di Parma avea contribuito potentemente a recuperare questa città, le ville e i castelli toltile negl’infelici tempi di Ottobon Terzo; onde avea avuto il titolo di padre della patria. Bona lo avea scelto tra’ suoi consiglieri, e con questi cadde in disgrazia; onde non volendo rassegnarsi alla trapotenza del Moro, si legò con Sanseverino, e preparossi di armi nel Cremonese e nel Parmigiano, di cui i suoi una volta erano stati principi, e dove ancora possedeva amplissimi tenimenti, e i castelli di Berceto, Roccabruna, Roccalenzone, Carena, Basilicanova, San Secondo ed altri. Il Parmigiano, sotto la supremazia dei duchi milanesi, era diviso tra molti signori, quali i Sanseverino di Colorno, i Pallavicini di Cortemaggiore, i Sanvitali di Noceto e d’Oriano, fra’ quali si perpetuavano risse e baruffe. Le tre squadre, in cui divideasi la città, formavano altrettanti partiti: bande di malfattori eransi giurate a sostenersi e vendicarsi a vicenda, e mascherati scorrevano la campagna e la città con quotidiani misfatti[35]. Si valse di costoro il Rossi, ed appoggiato dai Veneziani, sollevò bandiera contro gli Sforza: ma essi, mercè il valore di Gian Giacomo Trivulzio, presero l’un dopo l’altro i castelli del nemico, il quale a gara con loro sperperava il paese; e Pier Maria si difese in San Secondo finchè morì di settant’anni[36].
Suo figlio Guido continuò a difendersi finchè ottenne pace; ma vedendosi violate le condizioni del perdono, si riscosse col fratello Jacopo, e ripigliò guerra sia di fuori cogli Sforza, sia dentro coi Torelli, coi Sanseverino, coi Pallavicini; ricevette nelle sue giurisdizioni un provveditore veneto: ma il Trivulzio e il Moro lo strinsero ne’ suoi dominj, talchè dovette cercar ricovero da Venezia, da cui ottenne la condotta di quattrocento cavalli, collo stipendio di trentaduemila scudi d’oro. E lo splendore della casa Rossi restò per sempre eclissato.
A vantaggio della Lombardia combatteva Alfonso duca di Calabria, valoroso sì, ma poco risoluto a vincere dacchè s’accorse che il vantaggio toccherebbe non al duca suo genero, ma allo scaltro Lodovico. Il quale in fatto (1484 7 agosto) nella pace di Bagnolo (t. VIII, p. 289) stipulò che i Veneziani non contrarierebbero i suoi divisamenti; per compiere i quali adoprava arti codarde, cospirare, mentire, disunire[37]. Chiese imprestiti ai cittadini per far guerra a Venezia, poi fallì il pagamento; il conte Pietro del Verme avvelenò per occuparne i possessi; i Borromei pose in rissa tra loro per deprimerli. Risoluti disfarsene col mezzo allora troppo consueto, alcuni congiurati lo attesero alla porta di Sant’Ambrogio nel giorno di questo santo: ma un Vimercato lasciossi scoprire, e al tormento rivelò i compagni, donde supplizj e fughe e, solito corredo delle trame fallite, il rinvalidarsi della potenza minacciata. Quando poi Genova si sottopose volontaria al ducato, Lodovico divenne più ardito, s’impadronì del castello di Pavia e del tesoro, «ch’era il più grande della cristianità», e chiusovi il nipote Gian Galeazzo colla sposa, prese gli altri forti di Lombardia, tirò in sè ogni autorità, e meditava toglier di mezzo il nipote, e regnare a suo luogo. Ma come gliel’avrebbero comportato i vicini? come il duca di Calabria, suocero di quello? Bisognava dunque turbare lo stagno per pescarvi.
Le antiche pretensioni della casa d’Angiò sul regno di Napoli eran venute per eredità al re di Francia; onde, temendo ne togliesse pretesto a qualche tentativo, i potentati italiani aveano sentito la necessità di confederarsi. Lodovico, che, sprovvisto di valore, credeva primeggiare ne’ maneggi diplomatici, suggerì di far manifesta quest’alleanza all’Europa con un pubblico atto, e perciò gli ambasciadori di ciascuno convenissero a Roma (1492) col titolo di riverire il nuovo pontefice Alessandro VI, e quello del re di Napoli portasse la parola a nome degli altri. Pietro de’ Medici, ambasciadore pei Fiorentini, non pago di spiegare agli occhi di tutti i tesori di gemme radunati dalla sua famiglia, che seminò fin sugli abiti de’ paggi, tanto che il collare d’uno di questi fu valutato ducentomila zecchini, voleva anche sfoggiare dell’eloquenza, dono così speciale dei Fiorentini; e dell’avergliene tolta l’occasione volle male a Lodovico. Il quale non tardò ad avvedersi come colui dall’antica alleanza cogli Sforza fosse passato al re Ferdinando; e sapendo che questo l’odiava per gli indegni trattamenti usati al nipote, pensò munirsi di confederati.
Alessandro VI aveva accarezzato l’Aragonese, sperando mariterebbe a suo figlio Sancia, figliuola naturale del duca di Calabria; ma vistosene deluso, e che quegli fomentava l’insubordinazione di Virginio Orsini, il quale, piantato fra Viterbo e Civitavecchia, poteva aprir Roma ai Napoletani, strinse con Lodovico alleanza offensiva e difensiva. Nella quale Lodovico seppe trarre anche Venezia; e sposando sua nipote Bianca, figlia di Galeazzo Maria, a Massimiliano imperatore con quattrocentomila ducati di dote in contanti e quarantamila in gioje, gli chiese segreta investitura del ducato di Milano, e l’ebbe, eccettuandone i dominj del marchese di Monferrato, il contado d’Asti, la marca Trevisana, il dominio degli Scaligeri; allegando l’imperatore che Gian Galeazzo se n’era reso indegno col riconoscere il ducato dal popolo, a grave pregiudizio dell’impero[38]. Così quella signoria che Francesco Sforza non avea voluto riconoscere che dalla propria spada, Lodovico la rendea vassalla dell’imperatore.
Avvezzo a contare sulle promesse dei grandi solo in quanto abbiano interesse di mantenerle, Lodovico sentiva che il diploma imperiale poco peso gli aggiungeva, e gli alleati lo abbandonerebbero appena vi trovassero il conto; sicchè giocando a due mani, cercò altro appoggio ne’ reali di Francia. Questi, col trarre a sè i varj feudi o per confisca o man mano che vacassero, erano prevalsi ai signorotti, che fin là poteano tenersi come altrettanti re. L’opera fu compita da Luigi XI, il quale, studiando Francesco Sforza, avea compreso che la politica è una scienza; che l’amministrazione dello Stato dev’essere sottoposta a calcolo, non abbandonata al capriccio e all’eventualità; che per deprimere la nobiltà, la quale può opporre privilegi, bisogna favorire il popolo: in fatti egli operò sempre con intenti prestabiliti, che introducevano l’ingegno nel governo e l’interesse al posto della morale; e re popolare per interesse della corona non per simpatie, ebbe con arti buone e con pessime umiliato i nobili, e consolidata l’autorità regia ben più colla sua grettezza, che non l’avessero ottenuto i re coperti d’arme. Ormai ridotto in unità politica tutto il territorio che è fra le Alpi, i Pirenei, l’Oceano e il Reno, un solo gran signore rimaneva ancora, il duca di Borgogna, che possedeva per cenventi leghe di superficie, cioè presso alla nona parte della Francia odierna: ma quando Carlo il Temerario fu ucciso a Nancy nel combattere gli Svizzeri, Luigi XI unì alla Francia gran parte del costui dominio. Dappoi Carlo VIII vi aggregò la Bretagna come dote di sua moglie; sicchè arrotondando il regno e unificate le sei nazioni che il componevano, la pubblica cura potea volgersi a migliorarle, e ad assodare la regia autorità eguagliando i sudditi sotto la legge. Sciaguratamente l’alito di conquista, ormai spento nei popoli d’Europa, risvegliossi allora ne’ principi, e le potenze ingelosirono l’una dell’altra.
Luigi XI morendo trasmetteva l’assodata autorità a Carlo VIII (1483) suo figlio di appena tredici anni. Ignaro degli uomini che mai non avea praticati, degli affari da cui era stato rimosso, vergognando di non sapere tampoco l’alfabeto, Carlo si getta a studj disordinati; imparato a leggere, s’infervora delle imprese di Cesare e di Carlo Magno, e vuol divenire un eroe. Se a divenir tale bastasse la prodezza, e’ n’abbondava; ma nè ingegno bastavagli per combinare vaste imprese, nè costanza per seguirle traverso alle contrarietà.
Come discendente da Carlo d’Angiò, egli vantava pretensioni alla corona d’Oriente e a quella di Napoli[39]; e Lodovico il Moro ne palpeggiò l’ambizione, confortandolo a conquistare il Reame, per farsene scala a Costantinopoli; smorbare l’Europa dai Turchi; ristabilire l’impero Orientale: quanto gloriosa, tanto facile essere l’impresa; per Genova, posta sotto l’alto dominio della Francia, e l’immediato degli Sforza, e per la Lombardia egli stesso gli darebbe sicuro varco, egli uomini, egli denaro, egli credito; il papa lo favorirebbe per vendicarsi degli Aragonesi; i negozianti fiorentini si terrebbero colla Francia, loro banco principale; Venezia sarebbe propizia, e nol foss’anche, dalla Turchia trovavasi abbastanza occupata. I Sanseverino ed altri baroni di Napoli, ricoverati in Francia, spendevano la solita moneta de’ fuorusciti, promesse e incitamenti: qual più bello esordio alla crociata contro i Turchi, che il conquistare un regno che la casa di Francia aveva anticamente strappato ai Saracini, e di cui era stata investita ventiquattro volte da dodici papi e due da concilj generali?[40] La nobiltà francese fu sempre avida d’imprese e speranzosa d’acquisti: Anna di Beaujeu, sorella di Carlo, desiderava ch’e’ partisse onde rimanere reggente dispotica; spargevansi profezie, che Carlo conquisterebbe non solo l’impero di Costantino, ma il regno di Davide. Eco estremo del medioevo, risonante in un secolo che il dimenticava, nol rinnegava.
Carlo dunque fece armi, mandò tentare i popoli e speculare i luoghi, e, — Andiamo dove ci invitano la gloria della guerra, la disunione dei popoli e gli ajuti degli amici». Ma il denaro egli avea logoro prima in comprare pace dall’Austria e dall’Inghilterra, poi in giostre e feste di cui era appassionato; tanto che esitò se tirar avanti. Spinto però da ambiziosi o corrotti confidenti, altro ne procacciò a ingenti usure, cinquantamila ducati da Milano, centomila dai Sauli di Genova.
Gl’Italiani, da lunga mano abituati a considerare i Francesi come liberatori, non v’era male da cui non si sperassero guariti per questo re cavalleresco, che giovane e nuovo, abbandonava trono, agi, delizie per amor nostro: Gian Galeazzo s’imprometteva d’essere sottratto all’oppressione dello zio; i Fiorentini di riscuotersi dalla dominazione de’ Medici; Alessandro VI di dare stato alla sua casa; i Veneziani di umiliare gli Aragonesi; i Napoletani di sbrattarsi dai forestieri. Ma i savj, che non isperano beni eventuali da mali certi, pigliavano sgomento, anche senza le profezie del Savonarola, e i portenti e le congiunzioni d’astri che atterrivano il vulgo non meno che gli scienziati.
All’avvicinare del pericolo non s’addormentò re Ferdinando, quantunque tenuto a bada dall’ambidestro Lodovico, e trasse dalla sua papa Alessandro col concedere al figlio di lui le ambite nozze colla Sancia figlia d’Alfonso di Calabria; e col braccio di questo prode intendeva assalire la Lombardia per impedirle d’unirsi ai Francesi; ma fra i preparativi morì (1494 25 gen.), e gli succedeva Alfonso II, con pingue erario, esercito e flotta fiorenti, reputazione di valore e della perfidia e crudeltà necessarie a prosperare. Sulle prime la sostenne eccitando i principi a difendere l’indipendenza italiana, e munito il paese per terra e per mare, potè disperdere i primi tentativi di Francia verso il Genovesato; e spediva un esercito verso Lombardia, capitanato da due delle migliori spade, l’Orsini conte di Pitigliano e Gian Giacomo Trivulzio.
La discordia di questi due capi impedì quella celerità, che nelle guerre è tutto; e intanto re Carlo, meglio preparatosi, passava le Alpi (agosto) con tremila seicento uomini d’armi, seicento arcieri bretoni, altrettanti balestrieri francesi, ottomila fanti leggieri guasconi coll’archibugio, altrettanti alabardieri svizzeri, in grossi battaglioni quadrati da mille ciascuno. I baroni e i feudatarj non erano obbligati a servire il re fuori paese; onde non seguivano quasi che capitani venturieri, con una schiuma di tutte le provincie dal mar Picardo al Guascone, scampaforche e per infamia bollati le spalle e mozzi le orecchie, che coprivano con cappelli e barba lunghissima[41]: nuovo genere di guerra, d’armi, di fierezza; nuova irruzione barbarica sopra l’Italia, già tanto civile; ove diventarono la prima fanteria d’Europa, ed ove ammirando le splendide città e le arti e le lettere de’ popoli che trucidavano, insiem col bottino dovevano asportarne l’amor del bello.
Era la prima volta che un grande esercito civile tentasse una grande impresa, con artiglieria mobile, con corpi speciali, alla personale prodezza del cavaliere surrogando l’eroismo della disciplina e la fedeltà alla bandiera. E subito apparve l’inferiorità delle ordinanze militari italiane, sì per essere le armi mestiere di privati anzichè pubblico provvedimento, sì per consistere in cavalleria pesante e macchine incomodissime, invece di buona fanteria e di maneggevole artiglieria; tanto che difficilmente si prendeano le fortezze, e in lunghissimo trascinavansi le guerre. Finchè combatterono Italiani con Italiani, tutti pativano degli eguali difetti; ma ora, invece delle bombarde trascinate da bovi, che a lunghi intervalli lanciavano pietre contro le mura, si trovavano a fronte un furore di cenquaranta cannoni grossi e mille ducento da montagna, portati a spalla o tratti da cavalli, e che, uno senza aspettar l’altro, avventavano globi di ferro, irreparabili dalle fortezze antiche. Nè più si manovrava di squadroni succedentisi un all’altro come in torneo; ma le truppe, con meraviglia e scandalo de’ nostri, pensavano ad ammazzare davvero, e non solo gli uomini, ma fin anco i cavalli; e un macello fu reputata la battaglia di Rapallo, ove perirono cento combattenti.
Con tante bocche da fuoco ben si saprebbe trovare da vivere in paese pingue: del resto Commines, che con un misto di malizia e di buon senso raccontò l’impresa di cui fa parte, dice che «l’esercito difettava di ogni cosa; il re, ancora col guscio in testa, debole di corpo e testardo, non aveva allato nè savie persone, nè buoni capi, nè denaro; non tende o padiglioni, e cominciavasi la marcia d’inverno; ond’è a confessare che questo viaggio fu condotto da Dio andata e ritorno; chè del resto il senso de’ condottieri non vi servì».
Sarebbe bastata la più piccola difesa alle Alpi per impedirlo: ma il Piemonte stava sotto un fanciullo in una tutela disputata; e Bianca di Monferrato, tutrice di Carlo II di Savoja, e Maria Paleologo figlia di Stefano despoto di Servia, tutrice di Guglielmo di Monferrato, fecero aprir le fortezze. Così Carlo giunse ad Asti, città francese perchè soggetta al duca d’Orléans. A Torino la duchessa gli venne incontro a capo delle sue damigelle «ornate sì bene che non v’era che dire», e gli prestò le proprie gioje, ch’e’ mise in pegno per dodicimila ducati: la città, oltre spettacoli nei quali sui crocevia rappresentavansi le imprese di Carlo Magno, gli offerse un cavallo, cui per cortesia egli pose nome Savoja e sempre il montò in quella spedizione, e sull’esempio d’Alessandro volle che il suo giornalista ne facesse ripetuta menzione.
A Pavia giaceva infermo e prigioniero Gian Galeazzo; e sua moglie Isabella d’Aragona, sdegnata di quella schiavitù ove sin del cibo pativa difetto, e del vedersi soperchiata da Beatrice d’Este moglie del Moro (1494), avea fatto ogni possibile per rincorare il pusillanime marito: ma questi non sapea tacere le pratiche ch’essa ordiva per liberarlo. Non rimanea dunque che gettarsi alla pietà di Carlo, suo cugino[42]; ma questo era stato prevenuto dal Moro, e «presentato di molte formosissime matrone milanesi, con alcune delle quali pigliò amoroso piacere» (Corio); e forse di conseguenza ammalò di vajuolo: poi esso Moro l’accompagnò dall’un all’altro de’ palazzi che i ricchi milanesi teneano su tutta la via, «e in su la campagna gli fece vedere ammazzare alcuni porci cignali, di che molto abbonda il paese, sì che il re ne prese gran diletto» (Cagnola.). Giunto a Pavia, Carlo visitò il duca, il quale, esinanito di corpo e di spirito, si contentò di raccomandargli la moglie e il figliuolo: ma Isabella gettossegli ai piedi, rivelando le oppressioni sofferte, e supplicandolo a non assalire suo padre, che in nulla avealo offeso. Carlo ne fu tocco un istante perchè era bella; ma rispose: — L’impresa è già a tal punto che la mia gloria non mi permette di dare indietro».
Pochi giorni appresso Gian Galeazzo moriva di febbre attossicata, come dice un cronista ripetendo le dicerie del popolo, che vuol vedere il delitto ove vede cagione di commetterlo; e Lodovico, a preghiera universale, preso lo Stato, cavalcò per Milano acclamato duca, e Isabella e i figliuoli tenne chiusi nel castello di Pavia. Indignati di tale perfidia, e sgomenti di questi principi italiani, destri a’ veleni non men che alle spade, i signori francesi esortavano Carlo a volgersi contro il Moro; ma egli preferì assalire gl’incolpevoli Aragonesi, e scese lungo l’Italia.
De’ Fiorentini i fuorusciti s’unirono al liberatore; altri, guardando ab antico la Francia come antemurale della parte guelfa, si lagnavano che Pietro Medici li trascinasse in una guerra repugnante ai sentimenti e agli interessi loro. Ma quando si cominciò a vedere le uccisioni e gl’incendj che coloro menavano, Pietro non osò resistere; e venuto a Carlo con imitazione affatto disopportuna di quanto avea fatto Lorenzo suo padre, ne impetrò pace, rassegnandogli Pisa, Livorno, Pietrasanta, Sarzana, altre piazze importanti, oltre ducentomila ducati (1494); contento di sbranare il dominio purchè sulla metà rimastagli potesse assidersi quieto. Traboccò lo sdegno de’ Fiorentini per queste arbitrarie codardie che rendevano inutile anche l’opposizione de’ Napoletani, e cacciarono a sassate quel vile mercadante (9 9bre) del proprio paese; e Pier Capponi, Francesco Valori, frà Savonarola, resuscitando l’entusiasmo patrio, fecero per la seconda volta dichiarare scaduti i Medici, e rinnovarono gli ordini repubblicani.
Della rivoluzione approfittarono (come troppo spesso avviene) i nemici di Firenze, e Pisa principalmente, che in ottantasette anni di tirannico dominio non avea deposte le ire e le speranze de’ vinti. Esultante di vedersi inondata di combattenti avversi a Firenze, nè riflettendo quant’è pericoloso fondare la propria libertà sovra stranieri che poi se ne vanno, diè di piglio alle armi, ruppe le insegne fiorentine, e al marzocco sostituì la statua del re liberatore[43]. Il re, onorato di splendidissime feste, a un ballo sedette fra le due più belle; le altre donne e fanciulle di concerto se gli gittarono alle ginocchia domandando che Pisa non ritornasse più sotto i Fiorentini, volendo esse piuttosto andare attorno a far guadagno del proprio corpo[44].
Entrato in Firenze (17 9bre) «in segno di vittoria armato egli e il suo cavallo, colla lancia sulla coscia» (Guicciardini), Carlo pretese trattarla come conquista; i suoi non sapeano dissimulare la cupidigia di saccheggiare la più ricca città d’Italia, e alloggiatisi ne’ palazzi medicei, presero quanto di bello v’aveano radunato i padroni in quadri, gemme, libri.
Al cadere di Pietro, il Savonarola vi era rimasto la persona più notevole, e co’ suoi perseverava in orazioni e digiuni per placar Dio; poi come udì che Carlo tentava sovvertire il governo, andò al palazzo, ed essendosi quello alzato di sedere per fargli riverenza, secondo il costume dei re di Francia, egli trasse fuori il crocifisso, e presentatoglielo alla faccia, — Questo (disse) ha fatto il cielo e la terra; non onorar me, ma questo ch’è re dei re, e punisce gli empj, e farà rovinar te con tutto il tuo esercito se non desisti da tanta crudeltà. È volontà di Dio che tu parta da questa città senza farvi mutazione» (Burlamacchi).
Con più positivo accorgimento la Signoria erasi circondata di condottieri; ogni signore avea dalla campagna chiamato i suoi villani; e Pier Capponi, al quale Carlo esibì una capitolazione ove intendeva tener Firenze come conquista, e ritrarne ingente somma, buttò via quel foglio; e Carlo avendogli detto — Faremo dar fiato alle nostre trombe», e’ gli rispose quel famoso motto: — E noi toccheremo le nostre campane». Il re voltò la cosa in celia, dicendo: — Ah Capponi, Capponi, voi siete un tristo cappone». I Francesi, che cogli arditi si placano, vollero persuadersi che tal sicurezza derivasse da grandi forze, e d’altra parte comprendevano che in città popolatissima e fra palazzi così massicci era follìa volere tener testa a un popolo sollevato; onde scesero a patti ragionevoli, lasciando a Firenze la libertà e i privilegi che godeva in Francia, le fortezze occupate, il dominio su Pisa, e ricevendo un sussidio per la guerra di Napoli. Senza dunque la rinvoluta politica de’ Medici si potè ottenere un accordo assai franco, come che velato da umili parole.
Carlo proseguì verso Romagna. Alessandro VI avea mosso ogni pietra per impedirlo, fin minacciando scomuniche, alle quali Carlo rispose avere fatto voto a san Pietro, e doverlo compire anche a costo della vita. Il papa, rivoltosi a mezzi migliori, tornò in buona coi Napoletani, ricevendone presidio; autorizzò Ferdinando di Spagna a valersi contro Francia delle decime ecclesiastiche accordate a danno de’ Musulmani; a Bajazet II granturco annunziò i disegni di Carlo contro la Turchia, invocandone la buona amicizia, e che gli mandasse subito quarantamila zecchini, e tenesse in soggezione i Veneziani perchè non aiutassero Francia.
Ma i signori battaglieri di Romagna, dopo avere corrotta l’Italia colle ambizioni proprie, la rovinavano vendendosi alle altrui; e sempre in armi e in fazioni, occupavano piazze forti fin in vista di Roma. Or dunque i Malatesta, i Riario, i Manfredi, i Bentivoglio, i Baglioni, gli Sforza trattarono ciascuno di per sè; Colonna e Orsini si chiarirono per Francia, dandole tutto il patrimonio di San Pietro; i Napoletani fuggirono; a Roma il popolaccio gridava — Pace, pace»; e gli avversarj di papa Alessandro, principalmente il cardinale Giuliano della Rovere, che non gli perdonò mai d’essergli prevalso nel comperare la tiara, fortificatosi in Ostia, esercitava nimicizia, ed esortava Carlo a convocare un concilio e deporre l’indegno pontefice. Ma questo giunse a propiziarselo, promettendo separare la propria dalla causa del Napoletano, dando cappelli rossi ai favoriti di esso, aprendogli castel Sant’Angelo, lasciandogli ostaggio suo figlio Cesare, proclamando indulgenza plenaria all’esercito invasore.
Dei due figli lasciati da Maometto II granturco (Cap. CXVIII, in fine), Bajazet riuscì a cingersi la bifida spada del Profeta, vincendo il fratello Zizim o Gem, che fuggì di terra in terra e da ultimo al granmaestro di Rodi. Molti potentati il chiesero, come opportuno ad una guerra contro il Turco; alfine l’ebbe il papa, cui Bajazet mandò magnifici regali, tra’ quali la lancia di Longino[45], e preghiera di ben conservare suo fratello, assegnandogli perciò quarantamila ducati annui. A Carlo importava d’avere quest’altro pretesto di guerra contro il granturco; e Alessandro non potendo ricusare, gliel consegnava, ma vollero dire l’avesse in prevenzione avvelenato, giacchè pochi giorni dopo morì.
Roma restò salva dal saccheggio (31 xbre): e con una curiosità sbigottita vide entrare quell’esercito, così diverso dai consueti[46]. Carlo, indugiatovisi un mese, fortificato con tutta l’artiglieria nel palazzo di Venezia, dove battè moneta col titolo d’imperatore, fondò la chiesa della Trinità dei Monti, fece fustigare, affogare, mozzare orecchi, impiccare «per attestato che aveva alta, media e bassa giustizia a Roma non altrimenti che a Parigi», e lasciò che i suoi rubacchiassero e lascivissero; poi sollecitato dai baroni, sfilò in due corpi verso Napoli, passando per Siena, «dove fecero cose disoneste e brutte; e bisognava che avessero quel che desideravano, giusto o ingiusto»[47].
È consueto tacciare di codardi i Napoletani nel difendere la casa propria: ma vaglia il vero, qual ragione aveano di esporsi onde sostenere un dominio che disamavano, e tanto più dopo le esazioni necessarie in que’ frangenti? Se non bastava il perfido trucidamento dei baroni, Ferdinando avea preso ombra fin d’un pio romito, san Francesco di Paola, e gli diè colpa di fondar conventi senza il regio assenso, e d’altre siffatte importanze de’ tiranni fiacchi; forse indignato perchè il santo, già in voce di profeta per avere indovinato la presa di Costantinopoli e l’assalto di Otranto, ripeteva grandissime sciagure sovrastare al regno. In tali conflitti, il popolo suol mettersi coll’inerme, anche quando avvocati e giornalisti parteggiano pel più forte. «E perchè si diceva Carlo esser santo uomo e di bonissima coscienza e giusto, e ancora perchè il re napoletano si portava male co’ suoi popoli, tutte le terre, città e castella correvano alla ubbidienza del re di Francia, e portavano le chiavi... e non aspettavano che sua maestà fosse presso a quelle da venticinque o trenta miglia; e il giorno non poteva resistere di dare udienza agli ambasciadori e mandati dalle comunità; e non bisognava combattere città e castella con spada e lancia, chè le genti ne cacciavano fuori la gente del re napoletano... e a quei passi dove si stimava che badassero più mesi per voler passare, non ristettero niente; anzi, quanto potevano camminare, tanto acquistavano al giorno; se mille miglia avessero camminato, tanto acquistavano di paese».
Tanta fiacchezza nel cedere non campava dai disastri del resistere; poichè i Francesi nelle piazze di frontiera sterminavano intere popolazioni, e sfogavano i brutali istinti fin negli spedali. Ne restava sbattuto il coraggio de’ nostri, come se un assassino entri col pugnale in mezzo ad un diverbio di famiglia; onde «nè virtù, nè animo, nè consiglio, non cupidità di onore, non potenza, non fede mostrando» (Guicciardini), fuggivano. Alfonso II, che pure aveva acquistato nome di prode nel ricuperare Otranto e nella guerra di Lombardia, e che il tesoro raccolto da suo padre aveva impinguato con una tassa straordinaria, in quel precipizio delle cose sue, straziato dai rimorsi, e parendogli che ogni cosa gli gridasse Francia, Francia, e che l’ombra paterna gl’intronasse dovere le commesse crudeltà aver castigo irreparabile, abdicò, e portando seco trecentomila ducati, rifuggì fra i monaci di Màzara in Sicilia (1495), e presto morì. Suo figlio Ferdinando, che s’era opposto al primo calar de’ Francesi, fu allora salutato re; e immune dell’esecrazione popolare, anzi lodato per umanità e coraggio, sperava far fronte alla tempesta. Si attestò alle gole di San Germano: ma vedendosi circuito da tradimenti, le truppe sfiduciate, popolo e nobiltà insorgere a favor di Francia, e a questa disertare il capitano Trivulzio, e gli Orsini fuggire o capitolare, e la plebe di Napoli buttarsi al saccheggiar le stalle e il palazzo regio, sciolse i suoi dal giuramento, e riparò ad Ischia (21 febb.), esclamando col Salmista: — Se il Signore non custodisce la città, invano faticano quei che la guardano».
Carlo, più fortunato di Cesare, venne e vinse prima di vedere i nemici; e, come diceva Alessandro VI, cogli sproni di legno, e col gesso per segnare gli alloggi, cinque mesi dopo mosso di Francia, entrò in Napoli. «Vi fu ricevuto con festeggiamento incredibile, concorrendo ogni sesso, ogni età, ogni condizione, ogni qualità, ogni fazione d’uomini, come se fosse stato padre e fondatore di quella città» (Giannone); i meglio beneficati dalla casa d’Aragona più abbondarono in applausi; e il letterato Giovian Pontano nel coronamento recitò un’arringa, non solo adulatrice di Carlo, ma codardamente ingiuriosa agli Aragonesi di cui era creatura.
Il paludamento imperiale e il pomo d’oro che portava nell’entrata, attestavano che Costantinopoli era sul disegno di Carlo. Da Otranto sbarcherebbe nell’alta Albania; Schiavoni, Albanesi, Greci gli tenderebbero la mano; l’arcivescovo di Durazzo avea già fatto côlta d’armi e di gente; cinquemila in Tessaglia non aspettavano che il segnale. Ma i Veneziani tenevano il sultano informato e de’ preparativi del nemico e delle trame dei sudditi, che furono tuffate nel sangue. Di peggiori danni erano causa i comporti de’ Francesi. Fin allora le due nazioni non s’erano conosciute che dal lato peggiore; e i nostri consideravano i Francesi come una gente nordica, digiuna d’ogni civiltà, quale l’avevano veduta calarsi coi Normanni dapprima, poi con Carlo d’Angiò, e ultimamente cogli Armagnacci, baldanzosa nell’uso delle armi, stretta al sistema feudale, ligia ai rei, rapace, lasciva.
I Francesi in fatto non aveano più la rettitudine istintiva dell’infanzia e non ancora il senno dell’età matura, ma cieca avidità di piaceri e distruzione; riverivano negl’Italiani la precoce civiltà, la classica letteratura e il primato religioso, ma in tutto ritrovavano di che beffare o sprezzare; nell’urbanità vedeano raffinamento d’astuzia, duplicità, perfidia, corruttela; pedanteria nell’erudizione, avidità e intrigo nella curia di Roma: al vulgo eran parse magia le magnificenze che dalla corte di Gian Galeazzo avea portate in Francia Valentina Visconti; di qua vedea giungere gli astrologi, altra specie di stregoni; di qua gli usuraj e i finanzieri, la cui abilità faceali considerare come sanguisughe del popolo.
Ed ecco repente i Francesi si trovano a spadroneggiare in questo paese incantato, dove le case hanno i vestiboli popolati di statue, e dentro stoffe, cristalli, cantine e cucina lautamente provviste, tappeti di Fiandra, più sale che camere, più spazio che alloggi, e terrazze aeree, e al lusso unita l’economia campestre in quelle viti che s’attaccano ai colonnati, in quelle api che fanno il mele entro le volute joniche, in quelle pecore e vacche che passano sotto ai portici. Vogliosi d’esercitarvi la cupidità non solo, ma il dispetto che i forti covano contro gl’intelligenti, s’assisero brutalmente nelle città arricchite dal commercio e dalle arti, e tutto manomisero; per soldarli si dovettero sottrarre capitali alle fabbriche, all’insegnamento; le rendite del ginnasio romano furono confiscate a quest’uso; la scuola e la stamperia di Aldo Manuzio andò dispersa.
D’altra parte le delizie italiane inebbriavano, e da Napoli Carlo VIII scriveva a Pietro di Bourbon suo cognato: — Deh che bei giardini qui ho! affedidio non vi mancano che Adamo ed Eva per crederlo il paradiso terrestre, tanto son belli e ricolmi d’ogni buona e singolar cosa. Inoltre vi ho trovato i migliori pittori, e ad essi voi commetterete di fare le più belle soffitte che sia possibile, e non saranno soffitte di Baux, di Lyon e d’altri luoghi di Francia, che non s’accostano in nulla per beltà e ricchezza a questi di qua; ed io li menerò con me per farne ad Amboise». E il cardinale Briçonnet alla regina Anna di Bretagna: — Vorrei che vostra maestà avesse veduta questa città, e le belle cose che vi sono; un vero paradiso terrestre. Il re, per sua bontà, ha voluto mostrarmi tutto quando arrivai a Firenze, dentro e fuori, e vi assicuro ch’è incredibile la vaghezza di questi luoghi, appropriati ad ogni sorta di piaceri mondani... Il re ve ne conterà, e vi ecciterà desiderio di venir a vedere»[48].
Queste delizie erano stimolo a lascivia; la galanteria leggera e vivace dei Francesi solleticava la sensualità meridionale; e le poesie loro di quel tempo son piene d’allusioni alle buone venture di que’ soldati presso le donne lombarde e pugliesi, alla gelosia de’ mariti, al dispetto delle dame parigine[49].
L’esercito francese, che non avea trovato veruna opposizione in quei condottieri italiani così vantati per tattica e valore, nessuna nei popoli cui toglieva i proprj principi e l’indipendenza, concepì smisurata presunzione di sè e vilipendio de’ nostri, sicchè nè stima, nè riguardo mostrava a nemici od amici. Carlo, abbandonatosi a giostre ed amori, non approvvigionò le fortezze, non ammanì vittovaglie; intanto disgustava i nobili col mozzare le giurisdizioni feudali; e per contentare i suoi, che chiedeano tutte le cariche, tutti i titoli, i feudi, i governi, esso li toglieva ai legittimi possessori, di qualunque colore fossero. I fautori antichi degli Angioini aveano sperato premj della diuturna fedeltà; i fautori nuovi li speravano del pronto disertare dagli Aragonesi: ma gli uni e gli altri si trovavano sconosciuti dal re e da’ suoi, ignorati i loro meriti e le sofferte pene; e dopo stentato nelle anticamere, a gran fatica otteneano una parola dal frivolo ed inetto Carlo. Tutti dunque del pari soffrivano, spogli, vilipesi coll’insolenza dell’indisputata vittoria, mentre i conquistatori, snervati dalle lascivie e satolli d’oro, agognavano di restituirsi in patria a narrar le imprese; cosa che a quella nazione importa quanto il compirle.
Tornava dunque il pensiero a Ferdinando II, cui non si aveano delitti a rinfacciare; tutti lo rimpiangeano, molti insorsero a favor di lui, che s’arrischiò anche a qualche sbarco. D’ogni parte intanto giungeano male nuove al quartier generale, e Carlo potè chiarirsi che invasione non disputata non è conquista, e che la conquista non si assoda se non col possesso.
Ferdinando, ricoverato in Sicilia, mandò per soccorsi a Ferdinando il Cattolico, dimenticandosi delle costui pretensioni sul Regno; e quegli volentieri intrometteasi sperandone guadagno, e temendo le antiche ragioni degli Angioini sulla Sicilia. Massimiliano imperatore lagnavasi che Carlo avesse leso le ragioni imperiali col calarsi in Italia senza suo consenso. Toscana era tutta in subuglio contro Firenze, la quale però dal Savonarola era mantenuta in devozione di Carlo. Il resto d’Italia avversava i Francesi dacchè temette volessero qui piantarsi. Lodovico il Moro, soddisfatto della sua ambizione, non tardò adombrarsi e dei diritti che sopra il Milanese metteva in campo il duca d’Orléans qual discendente da Valentina Visconti, e sì dell’aura acquistata presso Carlo dal Trivulzio, condottiere milanese suo gran nemico, e da’ fuorusciti genovesi.
Venezia, che prima non avea voluto credere alla calata de’ Francesi[50], poi s’andava persuadendo che non persisterebbero, come li vide vincitori, si fe centro agli scontenti (1495), negoziò lega tra loro per la conservazione reciproca degli Stati e la difesa d’Italia, senza dimenticare il solito titolo della guerra coi Turchi: e stipendiò quanti erano condottieri in Italia. Lo storico Commines, il quale, erede della politica di Luigi XI, vegliava da Venezia sulle storditaggini del re di Francia, l’avvertì delle mene veneziane; ma a che buono, se colui era sbalordito dai proprj trionfi? Papa Alessandro non andò guari a pentirsi del favore usatogli, e gli dava parole invece della investitura del Reame, dove la bandiera aragonese si rialzava. Sin la Francia, per quanto allucinata dalla gloria che fu sempre il suo idolo e il suo malanno, sgradiva una spedizione che, per interessi privati, compromettea di fuori le forze, di dentro il riposo.
Carlo dunque pensò ritornarsene (20 maggio), lasciando vicerè Gilberto di Montpensier, e comandanti alle piazze; col che smembrato l’esercito, rendeva a questo impossibile la tutela del regno, a sè perigliosa la ritirata. Traversato Roma senza osar punire la perfidia d’Alessandro, nè impedire che i suoi soldati malmenassero il territorio, entrò sul Fiorentino, che trovò in armi, e frà Girolamo, che gliel avea conservato fedele, con franchezza gli rinfacciò la sua perfidia ai giuramenti prestati sugli altari, la negligenza nel riformar la Chiesa, gli eccessi del suo esercito; e poichè avea fallito alla missione datagli dall’alto, il minacciò del flagello celeste. La morte del Delfino, accaduta fra pochi giorni, crebbe al frate la reputazione di profeta.
Carlo sgomentato sviò da Firenze, volgendo sovra Pisa; e invece di accelerar la marcia prima che i suoi nemici si accozzassero, si badò nelle varie città per goder le feste e le dimostrazioni. L’interesse che vi presero i suoi gl’impedì di rivendere a Firenze la libertà di Pisa e Siena, che a queste avea già venduta; ma senza conciliare la franchezza delle une colle promesse fatte all’altra, uscì di Toscana. I contadini non mancavano di portare viveri, ma i Francesi tremavano non fossero attossicati; e qualche Svizzero che, bevi e ribevi, moriva d’intemperanza, diceasi vittima dei veleni italiani[51]. Faticosamente traversarono le montagne del Pontremoli colle artiglierie; ma quando speravano svallare da quelle angustie nell’ubertosa Lombardia, i confederati italiani numerosi intercisero la via a Fornovo, fra colline divise dal Taro, che dalle montagne del Genovesato piove nel Po.
Massimiliano imperatore avea promesso moltissime truppe, e non ne mandò che un pugno. Lodovico il Moro si era impegnato di soldare Austriaci e Svevi, poi all’uopo scarseggiò di denaro. Ma i Veneziani raccolsero grosso stuolo di cavalleria dalmata ed epirota; altri signori, e massime i Sanseverino, condussero corpi; onde, fra le contraddittorie relazioni, sembra che l’esercito sommasse a quarantamila uomini, comandato da Francesco Gonzaga, marchese di Mantova. Su costui s’allargano le cronache, descrivendone le abilità cavalleresche del correre, cavalcare, ferir giostre e torneamenti, cacciare il cinghiale; sommo dilettante di cani e di cavalli che a gran prezzo traeva da lontanissimo; benchè giovane allora di venticinque anni, era in fama d’uno dei migliori capitani. I Francesi, inferiori di numero e spossati dalla marcia, chiesero di poter passare pagando le vittovaglie; i nostri ricusarono, onde fu forza venire a giornata.
Parve sì stringente il pericolo, che nove guerrieri (6 luglio) si vestirono come il re, per eludere i colpi ad esso diretti; ed egli si votò a san Dionigi e a san Martino. Ingaggiata la battaglia con furore più che con arte, e presto rotte le lancie, si venne agli stocchi e alle mazze ferrate; i cavalli medesimi si combatteano con spintoni e morsi e calci: ma con cavalli più deboli e armi più pesanti de’ Francesi, i nostri colpiti cascavano a terra, e non potendo più rialzarsi, quivi dai valletti erano ammazzati; la fanteria nostrale non reggeva al peso degli Svizzeri e alla furia francese; quando poi il Trivulzio abbandonò le ricche salmerie all’ingordigia degli Stradioti, su quelle si gettarono, e dietro a loro i fanti, e tutto andò in iscompiglio, lasciando i Francesi prendere la rivincita. Un combattimento, che alcuno dice durato dalle quindici ore fin all’una di notte, e alcuno solo due ore, anzi meno[52], e di cui è incerta ogni particolarità, fin il numero de’ combattenti, riuscì sanguinosissimo, non dando i Francesi quartiere perchè non poteano menarsi dietro i prigioni, anzi affrettandosi a sventrarli nell’idea che avessero inghiottito l’oro per sottrarlo alla rapacità.
Carlo portava sempre indosso un prezioso reliquiario contenente particelle del legno della santa Croce, del velo della beata Vergine, della veste del Salvatore, della spugna, della lancia: per assicurarlo l’aveva affidato al suo cameriere; ma cadde in mano de’ Veneziani, come anche un libriccino devoto, su cui aveva manoscritta un’orazione. Il duca di Milano sul luogo del conflitto fece erigere una cappella: il marchese di Mantova nella sua città la chiesa di Santa Maria della Vittoria con un quadro del Mantegna. «A Bologna è sta fatto fuoghi, sonà campane, e fatto gran cridori a honor de San Marco per el successo del Taro. In Venezia è sta fatto procession, come anche a Milan e Fiorenza, per ringraziar Dio de tanto don... È sta trattà in consegio dei X di far un monastier de frati Osservanti a Fornovo, e de intitolar la giesa Santa Maria della Vittoria, con cinquecento ducati de intrada... I Francesi che xè morti è quattromila. È sta dà tagia a la persona del re trentamila ducati morto, e a chi ’l dà vivo in man dei Provedidori e del duca de Milan, trentamila ducati e do castelli»[53].
Gl’Italiani cantavano dunque vittoria, ma la cantarono anche i Francesi: e certo i nostri non conseguirono quel che voleano, cioè d’impedire la ritirata, benchè doppj di numero degli avversarj; non mostrarono nè quella tattica per cui erano rinomati, nè quell’accordo che solo può accertar la vittoria; non seppero attaccare quando l’avanguardia era ancora isolata, nè inseguire quando il disordine era compito. L’Italia non avea mai fatto sforzo più potente a sua tutela; e fu l’ultima volta che le armi sue confederate si trovassero a respingere gli stranieri: ma se a Legnano dalla vittoria era saldata l’indipendenza, a Fornovo fu perduta.
A Carlo parve avere buon patto del potere più che di passo e senza suon di trombe seguitare la marcia traverso a paese nemico, e nel bollore dell’estate, dove i Francesi soffersero ogni sorta privazioni, pur ridendo e spassandosi. Altra porzione dell’esercito, che condotta da Luigi d’Orléans era discesa sulla Lombardia per rinfrancare il re, si trovò assediata alla gagliarda in Novara[54] dai Milanesi, e avendo sperperato i viveri colla solita spensieratezza, pativa gli estremi della fame, sinchè Carlo, non potendo allargarla coll’armi, il fece per patti, cedendo quella città allo Sforza. Sopraggiunsero fra ciò gli Svizzeri, e non soli cinquemila quanti Carlo n’avea chiesti, ma ventimila, e fanciulli e donne del pari sarebbero venuti, se non si fossero poste guardie a frenarli; tanto gli inuzzoliva la pinguedine lombarda.
Intanto si moltiplicavano e incrociavano le trattative: ma il re godeva in Chieri l’amore di Anna Solera; la nobiltà francese, trascendente nelle vittorie e insofferente delle traversìe, ripeteva esser imprudenza l’esporre il re a nuovo pericolo; e invece di rinnovare con quel poderosissimo rinforzo le ostilità, vollero fosser rimandati gli Svizzeri, che delusi della speranza di bottinare, si gettarono sul campo francese. Carlo, ch’e’ voleano arrestare come sicurtà delle paghe, a fatica si salvò fuggendo, e promettendo mezzo milione di franchi a questi amici, più molesti dei nemici. Un corpo di Francesi ch’egli avea lasciato in Asti sotto il Trivulzio per tenere aperto quel varco, ben presto disertò.
Restava la guarnigione a Napoli: levandola avrebbe abbandonato alle vendette quei che l’aveano favorito; lasciandola, la sacrificava irreparabilmente. Di fatto Ferdinando II ricomparve, con nuovi eccidj ricuperando le varie città; e Mori e Greci a gara coi Francesi uccideano e saccomannavano; il popolo trucidava a furore e sventrava i Francesi; le masnade di assassini che il Governo tollerava sperando se ne formassero buoni soldati, davano fieramente addosso a chiunque si sbandasse. Fabrizio e Prospero Colonna, con larghissimi doni guadagnati da Carlo VIII, lo abbandonarono dacchè più nulla ebbero a sperarne; Alfonso d’Avalos, marchese di Pescara, allora appunto ucciso a tradimento, Gonsalvo di Cordova il gran capitano di Spagna, e principalmente la peste, difficoltavano ogni di più la situazione de’ Francesi, sol dagli Orsini sostenuti. I due eserciti, in estrema penuria di denaro ed esauste le fonti ordinarie, si presentano nei piani di Puglia per riscuotere ciascuno la gabella che le greggie pagavano per pascolare, e in poche ore trucidano seicentomila capi di bestiame minuto, ducentomila di grosso. Non minore carnificina faceasi d’uomini. I migrati insistevano perchè Carlo mandasse ajuti a quel pugno di prodi che sosteneva l’onor di Francia; ed egli in fatti ordinò un robustissimo armamento, e parea sulle mosse, quando disse voler prima andare a raccomandarsi a san Dionigi in Parigi e a san Martino in Tours; e rivalicò le Alpi (22 8bre).
I Francesi non soccorsi dovettero capitolare, e si ridussero a Baja aspettando l’imbarco: ma prima che questo arrivasse, i morbi li sterminarono. Il Trivulzio da Asti minacciava Genova, poi desistette, dissero guadagnato dai denari del Moro, ma piuttosto trattovi dalla propria instabilità, sagrificando i suoi partigiani. Infine Carlo conchiuse col re di Spagna una tregua (1496 13 luglio), nella quale furono comprese le potenze italiane.