CAPITOLO CXXXI. Il sistema militare. Guerra di Pisa. Giulio II. Lega di Cambrai.

Sotto un altro aspetto ci si presenta il Machiavelli, come maestro di tattica. Notammo altrove i miglioramenti che in questa aveano introdotto le bande mercenarie (Cap. CVIII, CXV); dappoi le bocche da fuoco portarono cambiamenti di cui era difficile valutare l’estensione; le cortesie cavalleresche soccombeano a un’arte tutta positiva; ma l’antica e la nuova si trovavano a fronte senza ancora che l’una all’altra prevalesse. La fanteria svizzera, serrata in battaglioni di tre o quattromila uomini, con picche di sei metri, spadoni a due mani, poche armi difensive, poche da fuoco, offriva una siepe insormontabile alla cavalleria, e faceva poderosa impressione nell’esercito avverso: ma se fossero costretti combattere per distaccamenti, scadeano di coraggio; poco valeano in affari di posto, in assedj od assalti; e una volta scompigliati, difficilmente si rannodavano.

Gli Spagnuoli, nella lotta di sette secoli contro i Mori, aveano acquistato quel coraggio che da nulla è ispirato meglio che dalla guerra di bande; e quando, sbarbicata la dominazione straniera, uscirono a molestare l’Europa, erano reputati la prima fanteria dopo la svizzera, anzi migliore di questa dopo che da essa impararono in Italia a formare battaglioni serrati ed altri miglioramenti. Sobrj all’estremo, non patimento, non fatica gli abbatteva; portavano per offesa l’alabarda, poi la picca, spada, pugnale o daga: messi in iscompiglio, tornavano alla carica individualmente; e coperti del brochello o cappa di maglia, spingevansi uno ad uno tra le picche pugnalando il nemico. La lontananza dalla casa rendea difficile ad essi il disertare, ai potenti il congedarli dopo finita la campagna, sicchè crescevano in perizia e disciplina.

I Francesi pensarono a migliori ordini durante la guerra cogl’Inglesi, fissando ai militari un soldo; e Carlo VII introdusse gli uomini d’arme, primo esercito stabile, coll’ordinanza che le altre potenze poi imitarono.

La cavalleria leggera cominciò ad avere importanza come corpo distinto solo quando Luigi XII soldò gli Stradioti, cavalieri greci, coperti il capo da un morione senza cresta nè visiera, cotta di maglia, spada, mazza, lungo bastone ferrato ai due capi: talora combattevano anche a piedi; e abituati alla fierezza della guerra turca, non davano quartiere. N’era comune l’uso ai Veneziani, che pagavano un ducato per ogni teschio che portassero, ed ai Napoletani, che li reclutavano fra gli Albanesi accasati nel Regno[106].

I cavalieri tedeschi o Raitri, oltre che male armati, avendo un cavallo solo, arrivavano sul campo stanchi, e mal poteano reggere contro la gente d’arme francese e italiana. I Lanzichenecchi, introdotti sotto l’imperatore Massimiliano, erano armati e ordinati al modo degli Svizzeri, coi quali spesso per emulazione venivano alle mani non dandosi quartiere: alti e belli di presenza, menavansi dietro mogli e figliuoli, grandissimo impaccio alle fazioni; volenterosi al bere, impazienti de’ disagi, improvvidi, puntigliosi; e diceasi ungessero i ferri e le mani col grasso de’ cadaveri nemici. Dietro a quegli eserciti vedeansi lunghi treni di prigionieri, uomini e donne, giovani e vecchi, legati fra loro alle code dei cavalli, e spinti a calci e a frustate; e sui carri gl’infermi e i bambini, ammonticchiati fra le spoglie, i calici e le bottiglie.

Ricchi, occupati d’arti, d’industria, di traffico, gl’Italiani non aveano tempo o voglia di mettersi soldati, e preferivano vederseli condotti sul mercato, come le derrate dell’Arabia e dell’India; gente senza morale perchè di mestiero, la cui viltà facea sempre più spregevole l’uso dell’armi; sicchè la nazione restava distinta dall’esercito. Que’ mercenarj, puri masnadieri, assoldati oggi a combattere quello per cui campeggerebbero domani, feroci quando lontano il pericolo, coraggiosi solo nella speranza della preda, riponevano la prodezza nella jattanza dei pomposi nomi, Fracassa, Tagliacozzi, Fieramosca. Si tardavano le paghe? rompeano l’obbedienza, arrestavano il generale, e spesso costringevano ad azzuffarsi in circostanze disopportune, od a fazioni sconvenienti, solo per la speranza di saccheggio. Del quale conservavano il diritto per poco che una terra si fosse difesa; sicchè talvolta pattuivasi il riscatto ancor prima di acquistarla, o la si vendeva a un appaltatore[107].

Alcuni signorotti continuavano ad esercitare le armi come nobile occupazione; lo perchè la guerra menavasi con certe cortesie e a gran cura risparmiando la strage: ma con ciò eternavasi, perchè d’oro soltanto si contendeva, e miglior partito avea chi più ricco o più perfido, senza che la vittoria svigorisse il vinto, il quale coll’inganno provvedeva a rifarsi.

I capitani di ventura della scuola di Braccio e di Sforza, avvezzi a vivere unicamente di guerra, erano finiti, rimanendo solo quelli che possedevano dominj bastanti per mantenere del proprio alquanti seguaci. I siffatti non poteano avere corpi numerosi, e i principotti ne soldavano diversi col nome di lancie spezzate: il che tutto toglieva all’esercito ogni unità; mentre il pregiudizio di credere superiore la cavalleria alla fanteria era fomentato dai capitani di ventura.

Questo servizio non dispensava i terrazzani dal dovere prestarsi ai trasporti, preparare le vie, le spianate, le trincee, ed anche far le guardie nelle rôcche, e tener saldo finchè giungessero i soccorsi; poi quando l’introduzione del fucile diede tanta importanza ai fanti quanta ne toglieva ai cavalieri, queste milizie furono adoperate anche in campo, comandando un uomo per casa e pagandoli a giornata, e sotto connestabili mandandoli ai luoghi minacciati.

In questo sciagurato sistema, i capi, non comprendendo che non v’è società senza governo, nè governo senza forza, si rimetteano all’arbitrio de’ venturieri, dai quali da oggi in domani erano traditi; e così toglievano ai nostri il sentimento delle proprie forze, l’orgoglio nazionale, l’affetto pel bene pubblico; e i soldati, forza materiale senza giustizia di modi nè nobiltà di fine, sapendo di poter tutto, trascorrevano a qualunque delitto; e avvezzavano i popoli a soffrirli e imitarli.

A sì imperfetti ordini taluno pensò supplire con cerne, che dovessero esercitarsi e tenersi pronte ad ogni occorrente. Tale fu l’ordinanza fiorentina, che, durante la guerra di Pisa, Antonio Giacomini e il Machiavelli suggerirono a Firenze, disgustata dai mercenarj che facevano mercatanzia della loro fede. Il Machiavelli ebbe gran campo di osservare codesti stranieri, d’ogni parte accorrenti a disputarsi i brani del bel paese, che alcuni non doveano più lasciare; e volendo mostrare la necessità di truppe nazionali e di disciplina, benchè stranio alle armi, s’industriò d’acconciare l’arte antica coi metodi nuovi, e come d’ogni altra dottrina faceasi, allattò la sua di rimembranze latine e greche. E l’espose in dialoghi, il cui interlocutore principale è Fabrizio Colonna, nipote di Prospero, che bella fama acquistò nelle guerre di quei tempi a servizio degli Spagnuoli; disgustato, si pose con Clemente VII, poi contro di questo difese Firenze; caduta questa, servì a Francia, sinchè credendosene offeso, portò il suo valore a Paolo III, del quale pure scontento, militò con Cosmo de’ Medici, infine con Carlo V, e terminò di nuovo a Firenze nel 1548. Tali erano i capitani d’allora.

Il Machiavelli propone di combinare i due sistemi della falange macedone e della legione romana, alle prime file dando picche per respingere la cavalleria, alle altre spada buona per difendersi; surrogare i campi trincierati alle fortezze, i rapidi attacchi e decisivi alle lunghe evoluzioni. All’abitudine de’ condottieri, per cui ogni milite menava dietro quattro cavalli, oppone l’esempio de’ Tedeschi che un solo ne hanno, ed uno ogni venti pel bagaglio. Da politico qual era, ragiona delle relazioni tra la vita militare e la civile, tra la politica e la tattica, e cerca soprattutto come armare e disporre i combattenti nell’ordinanza. Pone una gerarchia di gradi, ben proporzionata alle facoltà dell’uomo e delle masse; suggerisce tamburi, bandiere, pennacchi, colori, altri distintivi opportuni a conservar l’ordine; vuole si esercitino le truppe continuamente, però in modo che il cittadino non divenga soldato se non all’istante del pericolo. Siano regolari le marcie; ma anzichè dividere, come si soleva, in avanguardia, battaglia e retroguardia, basta che qualche partita di cavalleria preceda e segua, mentre il grosso avanza in colonne parallele: idea non desunta dagli antichi, e che poi formò una delle glorie di Federico di Prussia.

L’ordinanza dunque non doveva essere «simile a quella del re di Francia, pericolosa ed insolente, ma a quella degli antichi, i quali creavano la cavalleria di sudditi proprj, e ne’ tempi di pace li mandavano alle case a vivere delle loro arti». A tale intento, sottomette alla coscrizione (deletto) tutti gli uomini dai diciassette ai quarant’anni per la prima volta, dipoi quelli soli di diciassette, età sicuramente precoce; sicchè tutti ad un bisogno possano prendere le armi, nè però queste siano professione speciale d’alcuno; tutti lo sentano come un dovere santo, nè però corrano alle file con ardore improvvido. Corpi distinti formino le scorte, i piccoli distaccamenti, le guardie d’onore, senza che per tali servigi siano menomati i battaglioni. Durante la pace, il soldato si eserciti con armi e vestito e calzatura più pesanti che quando marcia in guerra.

Il Machiavelli confessa la superiorità della moderna sopra la cavalleria antica, sprovvista di staffe su cui appoggiarsi nel ferire. Comprende che le armi nuove toglievano la prevalenza alla forza personale; ma qualora le applica, sempre le subordina alle antiche, e il fucile e il moschetto non ravvisa che come succedanei all’arco e alla fionda dei veliti: tanto poco ancora se ne capivano le conseguenze. Pure nel trattare delle fortezze prevede gli effetti delle mine: in città munita non vorrebbe castello o ridotto, acciocchè la guarnigione non vada meno risoluta nel difendere il tutto perchè confidi nel riparo che ancora le rimane.

Le armi da fuoco avrebbero dovuto far immediatamente allargare la fronte, e la battaglia di Marignano mostrò quanto maggiore offesa portassero nell’ordine profondo: pure la consuetudine lo facea conservare per la fanteria; e il Machiavelli lo preferiva per ammirazione ai Romani, per la quale voleva i corpi grossi di ventiquattro in trentamila uomini. Nemmanco giunse, in quel suo concetto del principe forte, a conoscere che stromento precipuo a farlo tale sarebbe l’esercito stabile, e che questo renderebbe inutili i suggerimenti che dava al conquistatore d’andare ad abitare nel paese conquistato o di devastarlo.

Alcune, e diciamo pure molte massime buone non bastano a collocare il Machiavelli fra gli strategi[108]. Bensì come a filosofo politico concediamogli il merito d’avere aspirato a costituire eserciti nazionali; e anzichè puri miglioramenti tattici, voluto opporre al tristo spettacolo de’ mercenarj la forza morale di Italiani, che convincessero non essere qui morto l’antico valore. In fatto, ad istanza di lui la Signoria armò diecimila contadini con abito uniforme bianco-rosso, armi e suono al modo degli Svizzeri e Tedeschi; gli esercitava i giorni festivi nel Comune, e due volte l’anno a mostre generali; e costarono meno che le condotte, e mostrarono maggior disciplina.

Con questi Firenze continuò la sciagurata guerra contro Pisa (pag. 110), città che, in quattordici anni di lotta, chiarì come ottantasette di servitù non ne avessero spento il coraggio e la perseveranza. Firenze, ostinata a volerla, vi adoperava l’abilità di Leonardo da Vinci e Giuliano da Sangallo; fu persino teso un ponte di barche, in modo di reciderle ogni sussidio dal mare; fu scavato un fosso per deviare l’Arno, ma una piena ruppe la diga, e traripò il fiume sopra il campo fiorentino. Allora, come avea usato l’antico Capponi, si bloccò Pisa, con navi e batterie chiudendo le foci dell’Arno, del Serchio, del Morto, e stabilendo tre campi trincierati: laonde, mancate le vittovaglie, Giovan Gambacorti si vide costretto mandar fuori i vecchi, le donne, i fanciulli; ma i commissarj fiorentini pubblicarono impiccherebbero chiunque uscisse di Pisa, e le donne rimanderebbero colle gonnelle scorciate alla vita.

Pisa disperata offrivasi a questo, a quello, sino al Valentino, anzichè ricadere all’emula che le avea stremato il commercio e la popolazione, ridotte a pantano le colte pianure circonvicine; gli ambasciadori di re Luigi condusse avanti alla Statua di Carlo VIII, supplicandoli non disfacessero l’opera del loro buon re: ed ecco venire cinquecento fanciulle biancovestite, sparsi i capelli, e supplicare i Francesi come tutori degli orfani e campioni delle donne, a non perigliare l’onestà di tante pulzelle; e davanti a una Madonna cantavano sì pietosamente, che non era un Francese che non piangesse: e quantunque il luogotenente Chaumont si ostinasse ad assediare coi Francesi questi amici della Francia, al primo disastro il suo esercito si sbandò; e tosto le donne di Pisa uscirono cercando per le macchie e pe’ campi i deboli e i feriti, confortandoli e recandoli in città, e difendendoli[109].

Perchè i Francesi la osteggiavano, gli Spagnuoli e il Grancapitano fiancheggiavano Pisa, e con essi il Petrucci di Siena e il Baglione di Perugia per gelosia della vicina repubblica: ajuti deboli e in parole, mentre Firenze potea guastarla con una nuova spedizione ogni anno, ma non prenderla.

In grazia di Pisa invelenirono le fazioni di Genova, città singolare, a cui le irreconciliabili avversioni dei negozianti co’ feudatarj delle montagne tolsero non solo di dominare il Mediterraneo come poteva, ma di aver peso nelle vicende d’Italia. Essa prima diede l’esempio di esibirsi a questo o a quel signore; si sottomise ai Francesi, poi cacciolli col sussidio di Francesco Sforza, al quale serbò riverenza perchè la tenne a duro freno, ma senza violarne i patti: lui morto, s’ingegnò di accogliere magnificamente Galeazzo Maria in quel suo sfarzoso viaggio; ma egli vi comparve in abiti peggio che semplici, e alloggiò in Castelletto, tra insultante e pauroso. Genova, indispettita, esibì di darsi a Luigi XI, il quale rispose: — Ed io la do al diavolo».

Durata dunque a malincuore sotto lo Sforza, quando egli morì se ne sottrasse a sollecitazione di Sisto IV, e tempestò fra le antiche parzialità: Prospero Adorno se ne fece governatore (1461), poi prevalsero i Fregosi, e Paolo cardinale arcivescovo divenne anche doge; indi si tornò ad obbedire a Milano, al quale poteva Genova essere tanto superiore per opportunità marittima e per memorabili imprese. Quando Milano cadde ai Francesi, dovette accettarli anche Genova, pur conservando l’amministrazione repubblicana. Scaduta di gente, di commercio, d’armi, esposta a tutte le avvicendantisi fortune d’Italia, i Francesi le minacciavano l’ultima ruina alzandole a fianco il porto di Savona.

Ripartite le cariche fra nobili e plebei, non si tornava così spesso al sangue, pure sopravviveano le antiche fazioni; e poichè il governatore francese surrogato al doge, in tutte le contestazioni si pronunziava pei nobili, questi più non ambivano l’indipendenza della patria, ma capitanati da Gian Luigi del Fiesco, il più ricco tra essi, contrariavano i popolani fino a impedire che si accettasse Pisa, la quale offrivasi a quella che altre volte avea speso tesori per assoggettarla. Con ciò voleano corteggiare la Francia, ma ne derivavano risse continue e insurrezioni, mal frenate dai Francesi. I popolani, forti per sangue, per talenti, per ricchezza, pretendeano avere due terzi dei pubblici impieghi, giacchè erano il doppio de’ nobili, e che si togliessero a questi le fortezze e i tenimenti sulla Riviera, e si sottomettessero alle comuni gravezze: i nobili di rimpatto, i quali allora erano soltanto i discendenti dai Doria, Spinola, Fieschi, Grimaldi, sicuri dell’impunità, si munivano di pugnali, su cui era scritto castigavillani.

Ma i villani di Genova han mostrato più d’una volta agli oppressori come i ciottoli del loro paese feriscano. Mentre un popolano sta contrattando dei funghi, un nobile se li prende per sè (1507); quello grida accorr’uomo, questo è ucciso; tutta la città vi prende parte, la baruffa mutasi in rivoluzione; si mettono al governo otto tribuni della plebe; si occupano le Riviere, governate da Gian Luigi del Fiesco. Re Luigi XII manda forze per quetarla col bombardamento e colla fame; ma il popolo si raccomanda al papa compatrioto e all’imperatore, ed elegge un doge popolare (7 febb.), Paolo da Novi, tintore di seta, uomo di coraggio, d’attitudine e di probità grande[110]; il che equivaleva a dichiararsi indipendenti. Luigi move dunque in persona con Svizzeri e Francesi; le milizie, per quanto sostenute dall’entusiasmo (1507), non reggono a fronte delle squadre disciplinate, e il cavaliere Bajardo gridava: — Olà, merciajuoli, difendetevi coi bracci; e picche e lancie lasciate a noi». Genova è presa (29 febb.) e saccheggiata: il re, entratovi colla spada nuda, fra le suppliche del popolo e degli anziani, che con ulivi e a ginocchioni implorano grazia, ben settantanove manda al patibolo: Paolo, doge per diciotto giorni, tradito da un suo per ottocento ducati mentre da Pisa fuggiva a Roma, è ricondotto, decapitato, squartato, e il capo e i quarti sospesi in varie parti della città; imposta una contribuzione di dugentomila fiorini, che era un terzo della taglia del regno di Francia; bruciati i privilegi; eretta alla Lanterna una fortezza, detta la Briglia; ordinato un governo, dove ai nobili assicuravasi la metà delle cariche; e gli storici celebrano la clemenza di sua maestà.

Cessano allora i soccorsi ai Pisani, che «destituiti d’ogni presidio, rimasti soli e debolissimi, non accettati da Milano, non bene visti dal pontefice, dai Senesi poco intrattenuti, stavano pertinaci sperando sulle vane promesse d’altri e sulla debolezza e disunione de’ Fiorentini» (Machiavelli). Per quanto ogni avere e forza mettessero a sostenersi con una costanza che dava risalto alla sconnessione degli aggressori, tolti in mezzo da corsari e da eserciti, sobbalzati fra le trattative di Francia e di Spagna, che non pensavano a fiancheggiarne la libertà, ma al denaro che trarrebbero dal tradirla ai Fiorentini, dopo una resistenza di quattordici anni e mezzo, che forse non ha altri esempj, dovettero rassegnarsi all’antica servitù (1509 13 marzo). A Parigi e a Madrid, ove ormai si decidevano le sorti italiane, fu pattuito il prezzo di quella sommessione in centomila fiorini che Firenze pagherebbe al re di Francia, cinquantamila a quel di Spagna. Saltò in mezzo anche l’imperatore, e ne volle quarantamila, mediante i quali confermava a Firenze tutti i privilegi concessile dai precedenti imperatori, tutte le ragioni sopra il territorio fiorentino e pisano[111].

Firenze non fu crudele ai vinti, e s’obbligò per patto a restituire i beni ai fuorusciti, e persino gli affitti riscossi dalle campagne, e le franchigie di commercio, e le magistrature; ma loro aveva tolto l’indipendenza, e con essa la popolazione e i guadagni, non la memoria e gli sdegni. Delle famiglie primarie alcune seguitarono le armi mettendosi in condotta, altre si mutarono a Palermo, a Lucca, in Sardegna, in Francia, molte furono trasferite a Firenze. L’antica dominatrice dei mari, tenuta in soggezione con presidio e fortezze, perdette ogni importanza e attività, e il censimento del 1531 vi contò appena cinquecensettantuno abitanti.

Altri guaj sbattevano intanto il resto della penisola; poichè le facili conquiste degli ultimi anni aveano abituato Francia, Spagna, l’imperatore a guardarla come una preda, e disputare di chi sarebbe, senza por mente ai veri suoi possessori[112].

Nel Napoletano, quelli che turpemente si erano spartito un regno altrui ben presto vennero a lite pei confini del possesso; e il Cordova pretendeva la Capitanata, dove l’annuale migrazione degli armenti per isvernare nella Puglia fruttava di pedaggio fin ducentomila ducati. Da quel dissapore il re di Francia sperò occasione di occupare l’intero regno, e divampata guerra, Francesi, Spagnuoli, condottieri italiani fecero belle e inconcludenti prove di valore, sia in battaglie aperte, sia in disfide particolari. E fu singolarmente decantata quella di Barletta (1503), ove tredici nostri mantennero contro altrettanti Francesi, che la loro nazione non era inferiore di coraggio[113]; compassionevoli sfoggi di una valentìa personale che nessuno negava: e il vederli con tanta compiacenza vantati da storici e poeti contemporanei, indica come gl’Italiani ignorassero che il valore non è glorioso se non per lo scopo a cui si dirige; dissipassero l’ammirazione sopra qualche vincitor di duello, invece di rimbrottare i prodi che non sapessero raccogliere le volontà, e versare il sangue unicamente pel riscatto della patria.

Alla lunga lotta i popoli non presero altra parte che di soffrire; e il Grancapitano fece preponderare gli Spagnuoli, malgrado il valore di Luigi d’Armagnac. In questo tanto si maneggiava la pace, convenendo di dare il Napoletano al bambino Carlo d’Austria, nato dalla figlia di Fernando di Spagna e dal figliuolo di Massimiliano, e sposandolo alla figlia di Luigi XII. Fidato negli accordi, re Luigi cessò di mandare sussidj, e impose all’Armagnac che sospendesse le ostilità: allora il Cordova, col pretesto di non aver ordini, assale i Francesi, a Cerignóle riporta una memorabile vittoria (1503 21 aprile), e secondato dai Colonna s’impossessa di tutto il Reame. Pietro Navarro, il quale aveva introdotto o piuttosto perfezionato l’uso delle mine[114], e vantavasi che nessuna fortezza valeva a resistergli, costrinse ad arrendersi i due castelli di Napoli, che furono abbandonati al saccheggio: e perchè alcuni soldati tornarono al Cordova lamentandosi di non averne avuto nulla: — Ebbene, rifatevene col saccheggiare il mio palazzo», cioè quello in cui aveva preso alloggio; e così fecero.

Luigi XII, stizzito di vedersi ciuffare quel regno, assalse la Spagna, mentre in Italia mandava Lodovico La Trémouille col maggiore apparecchio che mai Francia avesse allestito, e con Svizzeri e con Italiani comandati da quel Francesco Gonzaga di Mantova, che capitano generale de’ Veneziani in acerba età avea combattuto i Francesi a Fornovo, era poi passato nell’esercito imperiale, indi avea comandato nel Regno le truppe venete contro i Francesi, coi quali ora s’era messo. Mancato il La Trémouille, esso rimase capitano supremo: ma l’orgoglio francese sdegnava ricever ordini da un italiano; onde disobbedito e aspreggiato, egli dovette deporre il bastone del comando. Massima confidenza aveano invece gli avversarj nel Cordova, il quale al Garigliano sanguinosa vittoria riportò (1503 27 xbre). Del florido esercito francese i più erano periti men di ferro che di malattie; e quasi nessuno tornò in patria: sicchè la Francia ne restò luttuosa, sconsolato re Luigi; e gli Italiani si trovarono alla balia degli Spagnuoli. Fortunatamente il Cordova, trovandosi sprovvisto di denaro e afflitto dal clima, persuase una tregua di tre anni. Nelle introdotte trattative, re Fernando il Cattolico, ontoso del perfido suo comporto verso Federico II di Napoli, parea disposto a rimetterlo in trono: ma essendo morti questo e la regina Isabella di Castiglia, esso Fernando così vecchio sposò Germana di Foix, nipote di Luigi XII, il quale a lei cedette quanto possedeva o pretendeva nel Napoletano, ricevendo settecento mila fiorini per le spese di guerra; poi nel trattato secreto di Blois (1505 22 7bre), Massimiliano imperatore assentì a Francia l’investitura del ducato di Milano per cenventi mila fiorini e un par di sproni d’oro all’anno.

Tregua al solo scopo di ripigliar lena agli assalti; nè gl’Italiani poteano fidarsene: il Napoletano, preda disputata, strazio degli uni e degli altri, era caduto in una tirannide peggiore di quella da cui avea voluto riscattarsi; gli altri paesi, se non aveano perduto l’indipendenza, erano stati sottoposti a governi impopolari. Arbitre della penisola rimaneano le due potenze straniere, tenendosi l’una l’altra in rispetto; ma neppur esse poteano considerarsi padrone, esposte com’erano alla prepotenza de’ proprj generali. Il Cordova principalmente la facea da re, nè obbedì a Fernando che lo richiamava in Ispagna. Questi ingelosito viene in persona a Napoli, lo colma di vanti e d’onori, e col pretesto d’elevarlo granmaestro dell’ordine di Compostella, il conduce in Ispagna. Per via Luigi XII gli accoglie splendidamente a Savona, e vuole che il Grancapitano sieda terzo a mensa con lui e con Fernando; il quale forse da ciò più ingelosito, giunto nel suo regno, lo rimove dalla Corte, e lo lascia morire a Granata di settantatre anni nell’oscurità.

Vedemmo come fosse salito papa Giulio II, destro nella politica ed anche nelle armi, sicuro nelle provvidenze, magnifico ne’ divisamenti, scurante di domestici vantaggi, rispettoso alle franchigie dei popoli; però mancante in tutto di moderazione, imperioso, tenace negli odj, sollecito a punire come nemico del cielo chiunque contrariasse le sue volontà terrene; onde si disse aveva gettato in Tevere le chiavi di san Pietro, per non tenersi che la spada di san Paolo. Franco d’atti e di parole in modo, che il suo gran nemico Alessandro VI diceva peccasse di tutti i vizj eccetto il mentire, approfittò di questa reputazione per meglio ingannare. Fomentò egli il dominante farnetico di guerre e d’intrighi; e poichè dal sublime magistero, sostenuto nel medioevo, il papato immiserivasi negli uffizj d’un principato terreno, Giulio volle almeno rialzarlo, e il debole paese gli bastò perchè in dieci anni dominasse i forti, e reggesse a briglia le cose d’Europa.

Benchè i Francesi fossero soccombuti, egli era ito salvo da molestie, mercè della tregua, ed accumulava denaro pel suo alto concetto, qual era di «liberare l’Italia dai Barbari», cioè da quella soldataglia brutale, che a sua posta disponeva del bel paese, e innanzi a cui Alessandro VI avea tremato. Senonchè, sviato da interessi secondarj e dalle proprie collere, chiamava egli medesimo altri stranieri (1506). Innanzi tutto volle ridurre la Romagna a soggezione, e a grave stento ricuperati i castelli ch’erano appartenuti al Valentino, apparecchiato d’armi, di moneta, d’alleanze, intìma ai Veneziani che non si movano, intìma a Luigi XII che gli mandi soldati; e preceduto da interdetti, seguìto da truppe, accompagnato da ventiquattro cardinali, assale in persona Gianpaolo Baglione in Perugia, e lasciato indietro l’esercito, entra solo in essa città con tutta la corte. Il Baglione, parricida e incestuoso, non ardisce essere grandiosamente scellerato, e lascia togliersi di mano la città più bellicosa d’Italia, la quale allora sotto le sante chiavi riprese i privilegi di libera.

In Bologna Giovanni Bentivoglio, domate le famiglie potenti, signoreggiava col terrore, colla munificenza e coll’appoggio di Luigi XII. Ma questi, sgomentato dalla risolutezza con cui il pontefice ridomandava Bologna, dichiarò aver garantito al Bentivoglio gli Stati suoi, non quelli tolti alla Chiesa, e mandò soldati al papa. Rinforzato dai quali, dal Baglione, dal marchese di Mantova, ora venuto suo generale colla mobilità di quei venturieri, scagliando scomuniche e provocando al saccheggio, procede, sicchè il Bentivoglio ricovera presso i Francesi. Giulio, entrato in Bologna, vi ripristina i privilegi e l’amministrazione popolare, ne affida il governo a un senato di quaranta, che fino a questi ultimi tempi rappresentò il popolo in contrapposto al governo.

In tale spedizione il papa erasi giovato della Francia: ma ecco le truppe francesi venire per riprendere la ribellata Genova; ecco bucinarsi che Luigi XII pensa calare in Italia, e avendo dalla sua un grosso esercito, otto cardinali, trenta vescovi ed arcivescovi, deporre Giulio II, surrogarvi il cardinale d’Amboise, e da lui farsi coronare imperatore. Giulio monta in collera, e questa sola ascoltando, manda a sollecitare Massimiliano. Costui aveva aggiunto fuoco agli incendj d’Italia, largo sempre di promesse a chi largo di denaro, e impotente a nulla compire; negò d’investire il Milanese al re di Francia, poi con questo s’accordò nel trattato di Blois; subito lo ruppe, e accingeasi a calare dall’Alpi per avere la corona imperiale e trasmetterla a suo figlio. Diè dunque ascolto a Giulio, e convocati a Costanza gli Stati, espose le querimonie del papa e l’ambizione di Luigi, con tanta eloquenza da commovere al pianto; ma invece dei trentamila uomini richiesti, gliene sono consentiti appena dodicimila, dei quali pure non comparve che un terzo e per sei mesi soli. Intimò ai feudatarj italiani mandassero gli uomini e i sussidj che doveano in tali occasioni; ma occorrendogli grosse somme per soldare Svizzeri, esorbitava in domande. Tutti pertanto mal lo secondavano: i Veneziani poi, insusurrati dalla Francia, da cui venivano garantiti della terraferma, non che accettare le proposizioni replicate di spartir con esso il Milanese, gli si opposero a visiera alzata, sconfissero i suoi squadroni avanzati (1508), gli tolsero i porti sull’Adriatico, e da Bartolomeo d’Alviano fecero con grossa contribuzione castigare Trieste dei contrabbandi, e prendere Pordenone. L’imperatore, destituito degli ajuti svizzeri e tedeschi, dovette tornarsene colla vergogna cui soleano riuscire le sue imprese; indispettito dei trionfi e delle burlette che il popolo veneziano faceva su lui e sui soldati prigionieri.

Fra i passati turbamenti Venezia era rimasta sulla breccia contro i Turchi (t. VIII, pag. 228), in pericolo di perdere tutti i suoi possessi d’oltremare e di veder accampati sull’Adriatico que’ nemici comuni della cristianità. La causa sua era dunque europea, tutti credeano sacro dovere il soccorrerla, ma sol come un dovere il faceano, cioè coi minori scomodi possibili. Minacciata da Bajazet e perduto Modone, essa avea gridato al soccorso; e Fernando il Cattolico le spedì una flotta, la quale fece buone prove all’assedio di Cefalonia, sinchè fu chiamata alle guerre di Napoli. Alessandro VI vi destinò un buon rinforzo, e il ricavo delle indulgenze che si vendeano nello Stato veneto, le quali fruttarono ottantamila ducati[115]. Una flotta inviata dalla Francia, per mancanza di soldi ripartì avanti rendere alcun servigio. Meglio valse la guerra mossa alla Porta dal sofì di Persia, onde Andrea Gritti, ch’era caduto prigione dei Turchi, potè introdurre una trattativa, che finì colla pace del 1503, vegliata sin al 1537.

Questa guerra avea costretto Venezia a tener bassa la fronte davanti alle potenze, e lasciarle fare: ora però la rialza per ritornare alla prisca importanza e in concorrenza colle nazioni che per le scoperte nuove mutavano faccia al commercio e alla marina.

Che la scoperta del capo di Buona Speranza, trasferendo a Lisbona il commercio di Venezia, questa mandasse in subitanea rovina, è men vero, giacchè nel secolo XVI fu più ricca che mai, e ancora nel 1600 il Serra diceva che tutte le merci provenienti in Europa dall’Asia passavano per quella città. Tardi si abbandonano le vie del commercio, nè Venezia perdette il suo posto fin quando non si cominciò diretto traffico da Marsiglia col Levante. Se dunque ella avesse persistito nella natura sua di potenza marittima, avrebbe potuto gareggiare colle nuove, e assodare il suo trono nell’Adriatico. Ma mentre Spagna e Portogallo si avventuravano per altre vie, ella ostinavasi alle antiche; attraversava i passi degli emuli con ignobili maneggi, invece di precorrerli con generosa gara; mentre a buoni patti sarebbesi potuta accordare coll’Egitto e assicurarsi il passo di Suez, somministrava ingegneri e cannoni ai seidi dell’India perchè respingessero Portoghesi e Spagnuoli. Così ajutavasi delle astuzie del secolo.

La serrata del gran consiglio (tom. VII, pag. 78), la quale ne escludeva le famiglie che non vi avessero avuto parte negli anni precedenti, avea ridotto Venezia ad aristocrazia, che sempre più eliminava dal governo l’elemento popolare, a segno che nel 1462 si tolse perfino la parola di comune delle Venezie dalla promissione ducale, surrogandovi dominio; e pochi nobili[116] sopra i nobili minori, sopra il popolo e sopra la terraferma esercitavano una signoria, non diversa da quella de’ duchi e de’ marchesi. Ai popolani rimanevano le cariche di cancelliere grande, di cancellieri e consultori del doge, di notaj e segretarj; per non dir nulla del doge de’ Nicolotti, ch’era eletto dai pescatori e confermato dal doge, il quale raccomandavagli, — Siate buon padre di questa famiglia, ed ossequioso alla pubblica maestà; così facendo, vi sarò sempre protettore, e vi assisterò nelle occasioni».

Ma Venezia, che ai capitani di galee imponeva di accettare battaglia contro venticinque navi nemiche, proibiva ai nobiluomini di comandare più di venticinque uomini di terra, e per gelosia si metteva all’arbitrio de’ venturieri; e doveva presto mostrare come mal provvedano gli Stati che, invece di svolgere tutte le proprie facoltà, sperano nella debolezza. I nobiluomini, distolti dall’arme, s’affinavano nella politica: e poichè allora tutti aspiravano a crescere, e Venezia era stretta dall’Austria da un lato, dall’altro dai Turchi, si buttò sull’Italia, dove eccitò gelosie che le costarono caro.

La metropoli conteneva ducentottantamila abitanti, dava alimento a ogni sorta di manifatture ed arti belle, ricetto a forestieri d’ogni paese; e se lo strepito delle industrie, delle musiche, della popolaglia sturbassero gli studiosi, poteano ricoverare in amenissimi giardini delle vicine isole, come erano la villa Ramusia del famoso collettore di viaggi, a Murano quelle del Bembo, di Trifone Gabriele, dei Priuli, e quelle di Murano stesso, della Giudeca, di san Giorgio Maggiore, ove teneano le loro tornate gli accademici Pellegrini. Commines, il più filosofico scrittore d’allora, non rifina d’ammirarla, come «la più bella contrada di tutto il mondo e la meglio costrutta; i casamenti sono grandi e alti e di buon sasso: quelli che sono antichi, dipinti: quelli da cent’anni in qua hanno tutta la facciata di marmo bianco, ed anche adornati con pezzi di porfido e serpentino: è la città più trionfante ch’io abbia veduta mai, e che meglio di ogni altra saviamente si governa, e dove il servigio di Dio si fa più che altrove solennemente»[117].

Oltre il dogato, cioè le lagune e il littorale dall’Adige alla Piave, il dominio abbracciava la marca Trevisana, tolta agli Scaligeri il 1387; il Padovano, tolto l’anno seguente ai Carrara, e nel 1405 incorporato alla Signoria con Vicenza e Verona; Feltre e Belluno, datisele nel 1404; Cervia e Ravenna, tolte ai Polenta nel 1441; nel 1428 aveva dai duchi di Milano avuto il Bresciano, il Bergamasco, il Cremasco; dal signore di Mantova Lonato, Valeggio, Peschiera; e nel 1484 in pegno dal duca di Ferrara il Polesine di Rovigo, cioè la penisola fra l’Adige e il Po; anzi ottenuto il vicedominio sopra Ferrara, dove un gentiluomo, eletto dal senato, dovea governare alternativamente col duca. Dal lago di Garda e dal Bassanese spingeasi verso il principato vescovile di Trento, cercando rosicchiarne qualche lembo[118]. Nel 1420 avea recuperato la Dalmazia dal re d’Ungheria, eccetto Trieste città imperiale, e Ragusi, repubblica sotto la protezione dei Turchi: dominava pure le isole di quella costa fino a Cattaro, Corfù nel mar Jonio, Tenedo, Candia, Negroponte e le minori isole frapposte nell’Arcipelago; poi acquistò Cipro: sulle coste del Peloponneso, Argo, Napoli di Romanìa, Patrasso, Lépanto le erano disputate dai Turchi.

Il Tagliamento, piovendo dal monte Maura sul confine del Cadore colla Carnia, separa due schiatte, la carnica e la veneta, parlanti due favelle distinte, malgrado la vicinanza, le mescolate parentele e la dominazione comune sotto i patriarchi d’Aquileja, poi sotto San Marco. Ivi il Friuli avea fiorito d’una costituzione particolare sotto que’ patriarchi, divenuti smisuratamente poderosi e ricchi, fin quando non li cincischiarono da un lato i conti della Carnia, dall’altra i Veneti, a cui obbedienza molte città e signori si posero, sicchè il patriarca Lodovico conte di Theck (1420), indarno sostenuto dalle armi di Sigismondo re d’Ungheria suo cugino, dovette ritirarsi a morir da privato, e il Friuli accettò la dominazione di Venezia[119]. Essa vi conservò le costituzioni municipali, come soleva altrove: e per esempio, a Cividale la municipalità si componea di sessanta consiglieri ordinarj, di cui venti popolani, un solo per casa; dieci straordinarj ogni semestre, e due difensori dei poveri e dei carcerati; due nodari, tre regolatori del prezzo delle biade, e tre sopra le frodi nelle vettovaglie, ne’ pesi e misure.

Nel Friuli principalmente, ma anche in altri paesi duravano feudatarj, sui quali Venezia faceva sentire il suo alto dominio, imponendo leggi e gravezze[120]. Nè Venezia lasciava libertà ai cittadini, e tanto meno ai sudditi: ma il non esservi una volontà unica che prevalesse su tutte, bastava per farla contare come uno Stato libero. A chi poi l’accusasse, ella poteva opporre due argomenti di peso, la durata e la potenza. Perciò il Machiavelli non vedeva che tre repubbliche al mondo degne di lode, Sparta, Roma e Venezia: il Guicciardini, il Giovio, il Varchi, gli altri speculativi nostri partecipavano a quest’ammirazione; e qualvolta si trattasse di riformare uno Stato, affacciavano quel modello. Anche esternamente era protetta dall’opinione di ricchezza e prudenza; aveasi per buon augurio quand’ella si unisse a una potenza; «v’è un’opinione universale (scriveva un loro ambasciadore) che tanto sia dire la Signoria di Venezia, quanto sia dire monti d’oro; e credono che, non solo l’erario pubblico sia tutto pieno, ma ancora gli scrigni dei particolari, e che infine tutta la città sia oro e argento»[121].

Aveva essa perduto molte terre in Levante; eppure coll’acquisto di qualche brano della Romagna e del Milanese e di alcune fortezze nella Puglia, parve alle Potenze emule scompigliasse l’equilibrio; o piuttosto esse dolevansi che nel decennio precedente sola non avesse sofferto; Giulio II non men che il Machiavelli ne mostravano sgomento, e l’ispiravano agli stranieri: deplorabili gelosie, le quali diedero pretesto alla prima lega che, dopo le crociate, tessessero i principi d’Europa; lega di momentanee amicizie e dispetti personali che dava tristo iniziamento al nuovo diritto pubblico col divisare lo spartimento d’uno Stato libero, e col considerarlo nemico soltanto perchè repubblicano[122].

Re Luigi XII, che nelle sue strettezze non solo aveale consentito il possesso di Bergamo e Brescia conquistate, ma ceduto Cremona e la Geradadda, pentito come chi più non ha bisogno, or pretendeva intero il Milanese. Massimiliano, come successore degl’imperatori romani, ripetea Padova, Verona, Vicenza, e come duca d’Austria Roveredo, Treviso e il Friuli. Giulio II, che pur riconosceva in gran parte la sua elezione dal favor di Venezia, s’indispettì quando questa non volle accettar vescovo di Vicenza un suo nominato, e ridomandò Ravenna, Cervia, Faenza, Imola, Rimini e Cesena, terre che i tiranni aveano tolte alla Chiesa, Cesare Borgia ai tiranni, i Veneti al Borgia. Il re di Napoli voleva Trani, Brindisi, Otranto, Gallipoli, Mola, Polignano, da Ferdinando II consegnate in pegno ai Veneziani: il duca di Savoja pretendeva Cipro, di cui egli portava il titolo: Estensi e Gonzaghi, le terre un tempo dominate: infine l’Ungheria le città della Dalmazia e Schiavonia, pertinenza della corona angelica.

Questi erano i titoli; nella realtà una sorda gelosia moveva i re contro di una repubblica, la quale, non governata dal genio di un uomo che coll’uomo perisce, ma dall’immortale sapienza del senato, senza dispendj di corte, con appena tre milioni di sudditi e un decimo del territorio della Francia o della Spagna, avea tenuto testa a Turchi e Tedeschi, prosperato di commercio e manifatture; ed elevatasi fra i maggiori potentati, ardiva dir di no a Roma, impediva ai Francesi di prevalere in Lombardia, e agli imperatori di calarvi quando volessero. Di tale bassa invidia non facea mistero Luigi Eliano, ambasciadore francese, che diceva alla dieta germanica: — Fa appena un secolo che sbucarono dai loro paduli, e già occupano più terre che non acquistassero in ducent’anni i Romani. Soggiogata che abbiano l’Italia, divisano valicare le Alpi, gettar ponti sul Danubio, sul Reno, sulla Senna, sul Rodano, sul Tago, sull’Ebro. Feccia delle nazioni, vissero di pesca, poi si fecero riverir principi per via di furti, assassinj, avvelenamenti. Si dicono padroni del mare, lo sposano come fosser mariti di Tetide e mogli di Nettuno. Quante città non distrussero! quante oppressioni ai loro popoli! Non rammenterò le loro gozzoviglie, gl’infami stravizj, ma è ben certo che hanno beccherie di carne umana, han caverne dove sepelliscono i vivi, han tori di rame come i tiranni antichi. Noi non vestiamo di porpora preziosa; le nostre tavole non sono imbandite con servizj d’oro e d’argento; non d’oro rigurgitano i nostri scrigni... Certamente, se disdice a principi far da mercanti, più disdice a mercanti l’elevarsi alla condizione di principi».

Quando cominci la legittimità d’un possesso sarà sempre il problema più scabroso di quella politica che si fonda unicamente sui fatti; ma certo Venezia possedeva almeno tanto legittimamente quanto gli emuli suoi: eppure questi divisarono spartirsela. Già nel trattato di Blois n’avevano preso accordo Massimiliano e Luigi XII; ma l’inettitudine dell’uno e le occupazioni dell’altro sospesero l’effetto. Il mal esito dell’ultima spedizione indispettì Massimiliano a segno, che non esitò ravvicinarsi agli odiati Francesi. Luigi poi, per quanto a conservar il Milanese gli giovasse l’amicizia de’ Veneziani, chiamavasi offeso dell’aver essi conchiuso tregua coll’imperatore, anzichè rovinarsi a vicenda.

Margherita, figlia di Massimiliano d’Austria, perduto il marito Filiberto II di Savoja, per tomba gli elevò la chiesa di Brou, colla spesa di trenta milioni; eppure nel resto di sua vita si mostrò semplice, famigliare, cucitora di camicie, come s’intitolava; governò economicamente le Fiandre, e fidando nel denaro, e trattando gli affari mercantilmente, arrivò poi a comprare l’impero per Carlo V, e adesso cominciò l’obbrobrio della Francia e il disastro d’Italia colla lega di Cambrai. Perocchè, animati da frivole stizze, essa e l’imperatore e il cardinale d’Amboise ministro di Francia (1508 10 xbre), adunatisi col titolo di pacificare i Paesi Bassi, conchiusero una lega, che avea per pretesto solito la guerra contro i Turchi, e per iscopo reale il por freno a Venezia, usurpatrice, tiranna, seminatrice di risse; e tutto quel peggio che possa apporsi a chi si vuol opprimere; trovavano dunque «non solo utile ed onorevole, ma anche necessario il chiamar tutti ad una giusta vendetta, perchè con incendio comune si spegnesse l’insaziabile cupidigia de’ Veneziani e la loro sete di dominare». Il re di Francia menerebbe l’esercito; Giulio II, quel desso che volea risciacquar l’Italia dai Barbari, farà strada ai Barbari lanciando interdetti contro le città più italiane; Massimiliano buttava al fuoco il libro rosso, su cui registrava man mano i torti che dalla Francia riceveva Casa d’Austria, e, tregua o no, verrebbe qual protettore della Chiesa; ciascun pretendente occuperebbe la destinatagli porzione; ciascuno che avea temuto Venezia, le tirerebbe una stoccata, «per ridurla (diceva il luogotenente Chaumont) a non occuparsi che della pesca»[123].

Ai Veneziani ne venne avviso dall’ambasciatore a Madrid; ma Luigi XII diede la sua real parola che nulla erasi stipulato a loro danno; il re Cattolico assicurò non entrava nella lega che contro i Turchi. Intanto il cardinale di Amboise raddoppia d’attività nel sollecitare la spedizione prima che la riflessione sottentri; ed egli stesso, tutto gottoso, traversa le Alpi in lettiga. Già la guerra era rotta sull’Adda (1509 gennajo), quando un araldo di Francia si presenta alla Signoria veneta, e gettato il guanto, l’annunzia al doge Leonardo Loredano e a tutti i cittadini «uomini infedeli e violenti usurpatori» (Da Porto). Il doge risponde, tal genere di sfida convenire piuttosto a Turchi che non verso una repubblica cristiana, e stata a quel re sempre amica; pure coll’ajuto di Dio si difenderebbero, quand’anche egli doge dovesse menar nei campi l’ottagenaria sua persona. Insieme il papa, in una bolla che allungasi per ventidue pagine di stampa, mise all’interdetto Venezia, le autorità, i cittadini; tutti dovessero aversi in conto di nemici al nome cristiano, e schiavi di chiunque li pigliasse; scomunicato chi desse loro rifugio; tutto ciò se fra ventiquattro giorni non facessero incondizionata sommessione.

A tanto sobisso trovavasi esposta Venezia, sola. E se non bastava che le finanze sue fossero peggiorate dall’aver perduto il monopolio delle spezie indiane e dalla guerra contro Carlo VIII e contro i Turchi, la polveriera vicino all’arsenale prese fuoco, il fulmine diroccò la cittadella di Brescia, diecimila ducati spediti a Ravenna naufragarono, arsero gli archivj: lo che, oltre il danno, funestava gli animi come sinistro presagio. Ben si parve in tanto frangente la prudenza dei padri nel porre al miglior servizio le ricchezze pubbliche e private, ed accorgersi che bastava tenersi sulle difese, giacchè non durerebbe a lungo una lega di elementi così eterogenei.

Venezia da gran tempo usava le cerne, dovendo ciascun provveditore nella sua provincia descrivere tutti gli uomini atti a servire come combattenti o guastatori o nel treno; una o due volte il mese erano passati in rassegna, e all’occorrenza chiamati alle bandiere. Nel 1490 avea sparso degli archibugieri pel dominio, affinchè in quella nuova arma addestrassero la gioventù, stabilendo tiri al bersaglio e premj. Alle cerne tenevano dietro in guerra i partigiani, fanteria leggera. Ai savj di seconda classe spettava il sovrantendere alla milizia terrestre; ma il comando generale affidavasi sempre a stranieri, al cui fianco come consiglio e freno si ponevano due provveditori.

Oltre questi ordinamenti, Venezia cercò lancie spezzate e stipendiarj; e quantunque il papa trattenesse i condottieri romagnoli da essa patteggiati, potè sull’Oglio raccorre (aprile) duemila cento lancie, mille cinquecento cavalleggeri italiani e mille ottocento greci, mille ottocento fanti e dodicimila cerne. Li guidavano come capitan generale il conte di Pitigliano, e come governatore Bartolomeo d’Alviano, entrambi degli Orsini, due delle migliori spade: ma l’uno, vecchio, lento, ostinato, nulla volea fidar nella sorte, e credea vittoria il non perdere; l’Alviano, «giovane ardito, nell’armi e nella forza, non nella prudenza e nel consiglio stimava esser posta la virtù della guerra» (Barbaro), e volonteroso ai fatti, sarebbesi avventurato a una sconfitta nella speranza della vittoria. Quello volea si prendesse posizione fra l’Oglio e il Serio, proteggendo di là la terraferma, e aspettando che i Francesi esalassero «quel primo bollore pel quale son più che uomini, mentre diventano men che femmine coll’allungarsi del tempo»; l’Alviano spingeva a pigliar l’offensiva e passare l’Adda, assalendo inopinati i Francesi sul proprio territorio.

Fra il disparere di due intelligenti gl’inintelligenti credono mostrar sapienza coll’appigliarsi a un di mezzo; onde la Signoria, che, gelosa fin ne’ maggiori frangenti, a nessun dei due volea mostrarsi deferente, ordinò si accostassero all’Adda per difendere anche la Geradadda, ma non venissero a battaglia. Fu il peggior partito; avvegnachè il Trivulzio di trotto serrato guidò l’esercito della Lega alle loro spalle, onde dovettero accettare tra Vailate e Agnadello una battaglia (1509 maggio), che riuscì la più sanguinosa che da tempo si vedesse. Il re di Francia gridava: — Chi ha paura, si collochi dietro me»; il La Trémouille, vedendo i suoi voltare le spalle: — Ragazzi, il re vi osserva». In effetto, malgrado il gran valore, gl’Italiani soccombettero, e Bartolomeo medesimo restò preso.

Però non era perduta se non la retroguardia d’un florido esercito; e se il paese fosse stato avvezzo all’armi, poteasi palmo a palmo disputare il terreno: ma i Veneti non impedirono che i Francesi con rapidità proseguissero la vittoria. Immediatamente Caravaggio e Bergamo si rendono, indi Brescia, Crema, Cremona, Pizzighettone: fin Peschiera fu presa d’assalto, e il re ne fece impiccare il comandante che avea fatto il suo dovere difendendosi, e passar per le spade il presidio. Così furono appiccati i difensori di Caravaggio; quanti nobiluomini si trovassero, il buon re li voleva prigionieri, onde, esausti dai grossi riscatti, non fossero in grado di sovvenire la repubblica. Gli alleati di Francia, tenutisi in bilico, accorrono dacchè la vittoria non è dubbia; e Mantova col versatile marchese, Ferrara con Alfonso d’Este, Spagnuoli e Pontifizj con Francesco Maria duca d’Urbino fanno a chi prima ghermisca un brano dello spennacchiato leone: gl’Imperiali occupano le terre dell’Istria e del littorale, ed entrano pel Friuli e pel lago di Garda: Luigi XII (almen lo vantarono i Francesi) spingesi a Fusìna e fa tirare cinque o seicento colpi contro Venezia, «perchè si dicesse all’avvenire che il re di Francia avea cannoneggiato l’inespugnabile città» (Brantôme).

Questa parea spacciata, e lo scoraggiamento invadeva gli animi. «Era la Sensa[124], ma tutti pianzeva: quasi forestiere niun vi venne; niun vedevi in piaza, li padri di colegio persi, e più il nostro doge, che non parlava e stava come morto e tristo. E fu parlato di mandar il doge in persona fino a Verona (1509) per dar animo ai nostri e a la zente; il qual movendosi, andria cinquecento zentilomeni con sua serenità e a sue spese: ma quelli di colegio non voleano metter la parte, nè il doge si oferiva andarvi. Era detto a soi filioli, e loro dicevano, Il doge farà quello vorrà questa terra. Tamen è più morto che vivo... Concludo, zorni cattivi; védemo la nostra ruina, e niun non provede».

Così Marin Sanuto ne’ Diarj; e Luigi Da Porto nelle Lettere: — Li provveditori, pieni di avvilimento e di una certa sonnolenza, si possono vedere cento volte al giorno sbadigliare e stirare le membra, come se la febbre aspettassero; e non più l’usato altero umore del loro alto grado ritenendo, fuor di modo umili e domestici si mostrano anche verso persone indegne della loro domestichezza. Nè a tante avversità si sa per questa urgenza fare alcun provvedimento; sì questa città si vede avvilita, ed il governo pavido e smarrito. E già alcuni nobili viniziani, abbracciandomi e piangendo, mi hanno detto, Porto mio, non sarete oggi mai più de’ nostri. E volendo io render loro la solita riverenza, mi dissero ch’io nol facessi, perocchè eramo tutti conservi in una potestate ed eguali: poichè la fortuna gli avea ridotti a tal punto che più non ardivano di stimarsi signori, nè più chiamare il loro doge serenissimo. Alcuni altri di maggior ordine ancora, si veggono con fronte priva d’ogni baldanza andare per la mesta città con passo non continuato, ma ora frettoloso ora lento, ed abbracciando ora questo ora quello, far certe accoglienze sproporzionate, ed alcune blandizie alle genti, che non amore, ma timore smisurato dimostrano. Tutta Vinegia in dieci giorni è cambiata d’aspetto, e di lieta è divenuta mestissima: ed oltre che molte donne hanno dimesso il loro modo superbo di vestire, non s’ode più per le piazze e per li rii nella notte alcuna sorte di stromenti, di che con sommo diletto degli abitanti questa città a tale stagione suol esser abbondevolissima. E sì poco sono a tali percosse usi li Viniziani, che temono, non ch’altro, di perder anche Vinegia, non calcolando l’inespugnabile sito; e molti che hanno navi, più di prima le stimano ed hanno care; altri che non ne hanno parlano di farne l’acquisto, per fare forse come si disse d’Enea. Tanto smisurato timore è entrato ne’ cuori loro».

Così il popolo; ma il senato non dispera; e risanguando l’erario con imprestiti e con patriotiche oblazioni, pensa a riparare la dominante, e fornirla di viveri[125]; i capitani vuotino le piazze e si rannodino; e più che nelle milizie scoraggiate fidando nel tempo, nelle pratiche e nella fatale sperienza de’ popoli, spogliasi volontaria di quanto eccitava l’invidia altrui, come uom getta la borsa al masnadiero che l’insegue.

Di fatto l’essere sospesi i ricambj di commercio fra le provincie e la metropoli tornava di grave scapito ai minuti trafficanti; le città, che, esposte ai patimenti d’un assedio, avrebbero maledetta la Signoria, ribramaronla non appena fatto assaggio de’ fieri oppressori; dappertutto era ridesiderato San Marco appena si cessò di temerlo. «I Tedeschi (scriveva il Machiavelli) tendono a rubare il paese e saccheggiarlo, e vedesi e sentesi cose mirabili senza esempio: di modo che negli animi di questi contadini è entrato un desiderio di morire e vendicarsi, che sono diventati più ostinati e arrabbiati contro a’ nemici dei Veneziani, che non erano i Giudei contro a’ Romani; e tuttodì occorre che uno di loro preso si lascia ammazzare per non negare il nome veneziano. E pure jersera ne fu uno innanzi a questo vescovo (di Trento, governatore di Verona a nome di Massimiliano) che disse ch’era marchesco, e marchesco voleva morire, e non voleva vivere altrimenti; in modo che il vescovo lo fece appiccare; nè promesse di camparlo nè d’altro bene lo poterono trarre di questa opinione. Di modo che, considerato tutto, è impossibile che questi re tenghino questi paesi con questi paesani vivi»[126].

Chiave una volta del Friuli verso la Marca Trevisana era Sacìle, in un avvallamento sopra il fiume Livenza; sicchè i patriarchi d’Aquileja che n’erano signori, gli diedero la libertà comunale fin dal 1190, coll’emancipazione dei servi e colla facoltà di vendere i terreni; e lo munirono come loro difesa contro di Treviso e dei signori di Camino. Caduti questi, ingranditi in Sacìle i Pelliccia, subì l’influenza dapprima, poi il dominio dei Veneti, che ne crebbero le fortificazioni in modo che avea tre castelli, e una cinta di mura e torrioni attorno ai due borghi, difesi anche dal fiume[127]. Questo apparato non valea più contro le armi nuove, e gl’Imperiali vi passarono facilmente. Ma quando Leonardo Trissino, fuoruscito vicentino, si presentò a Treviso (1509 giugno) per riceverne la dedizione, un Marco Calligajo, spiegato lo stendardo di san Marco, condusse il popolo a respingere il disertore, e saccheggiare i palazzi de’ nobili che eransi affrettati a sottomettersi, e chiamò in soccorso milizie italiane: primo passo al risorgere di Venezia, che assolse per quindici anni dalle imposte i Trevisani.

I Sette Comuni Cimbri, colonia tedesca, conservatasi in mezzo al Bassanese[128], di Venezia piuttosto alleati che sudditi, pagandole un tenue tributo, reggevansi per comunità, ciascuna indipendente dall’altra, con un consiglio composto delle famiglie originarie. Per gl’interessi di tutti si facea capo ad una reggenza di due deputati ogni Comune, sedente in Asiago. Il sindaco di ciascun Comune decideva le controversie in prima istanza; l’appello recavasi alla reggenza, che in casi straordinarj rimetteva a due arbitri, e ne’ più complicati al senato veneto. Anch’essi presero caldamente le parti di Venezia, con non piccolo giovamento.

A Padova la nobiltà si era chiarita per l’imperatore, sperando col suo mezzo ricostruire la feudalità, e ridurre i contadini servi alla tedesca; e subito mostrò l’arroganza di chi tiensi appoggiato dal vincitore. I cittadini se ne indispettirono; trovarono stomachevole il rimanere sotto nazione lontana e diversa[129], che ai nuovi suoi sudditi imponeva intollerabili taglie per le passate e per la futura guerra, e coi modi rozzi e soldateschi contrastava alla colta affabilità de’ nostri. S’intesero dunque con una mano d’uomini del lago di Garda, che condotti (1509 17 luglio) da Francesco Calsone di Salò[130] sorpresero Padova nottetempo, e saccheggiarono le case degli avversi. Alcuni de’ più caldi che eransi rifuggiti in conventi, furono colla speranza del perdono invitati a una cena, ma quivi côlti e spediti ai Dieci, che alcuni imprigionarono in vita, alcuni relegarono oltremare, altri condannarono alle forche, sebbene reputati per sapere e prudenza[131]. Così periva il fiore delle famiglie padovane; e ne rimase indelebile macchia a Massimiliano, che non avea pensato a difendere la città a lui datasi.

Quelli che aveano aspirato ad esser primi a sottomettersi, si vergognavano in faccia a’ proprj concittadini, dacchè erano cessate le illusioni e le speranze: rinnovatesi le battaglie e il coraggio, i nobili veneti, che non aveano mai combattuto se non per mare, furono autorizzati a porsi nell’esercito di terra, e seicentoquattordici di essi a proprio conto fecero leva di soldati. Alcun savio suggeriva di chiedere ajuti ai Turchi[132], e Bajazet ne aveva esibiti; ma per quanto offesa dal papa che le imponeva d’abbandonare il dominio dell’Adriatico, Venezia se ne astenne. A re Luigi non sapea perdonare la turpe fede, le ingannevoli promesse, l’atrocità dopo la vittoria, sicchè non cercò mai ravvicinarsegli. Ma Antonio Giustinian, traverso ai gravissimi pericoli che gli sovrastavano come scomunicato, giunse fin a Massimiliano, e il tentò con sommessione e con promesse di soddisfarlo d’ogni pretensione[133]; ma quello, che fin allora non avea mosso un dito, s’ostinava: — Voglio veder Venezia al nulla; la città medesima si occupi, e si partisca in quattro giurisdizioni fra i sovrani alleati, che vi porranno ciascuno una fortezza»; e davasi aria di gran politico col non palesare a nessuno i suoi divisamenti, di gran guerriero col menare di qua di là le truppe ne’ paesi che per altrui fatica aveva ricuperati. Poi udita la presa di Padova, Vicenza avere aperto le porte al provveditore Andrea Gritti, e l’esercito aver riprese da una parte Bassano, Feltre, Belluno, Castelnuovo del Friuli, dall’altra Monselice, Montagnana, il Polesine di Rovigo, accorse con truppe senz’ordine nè disciplina, che lasciavano orribili orme, fino ad avere addestrati cani a pigliar e sbranare uomini.

A Monsélice i Tedeschi posero il fuoco, bruciandovi gli stradioti di presidio, e riceveano sulle punte delle picche quei che precipitavansi dalle mura incendiate. Dappertutto poi i lanzichenecchi non pagati rifaceansi col rubare, e fin tre volte in una settimana Verona fu saccheggiata[134]. Seicento Vicentini s’intanarono nel Còvolo di Masano, e i soldati accesero legna alla bocca e ve li soffocarono. Orrendo spettacolo si affacciò a costoro quando entrarono a vedere le proprie vittime, ammucchiati in fondo alla grotta, stretti ai loro cari, o in atti rabbiosi; alcune donne sconciarono; una tenea sotto la sottana i sei figliuoletti, come ultimo schermo; un ragazzo, che unico sopravvisse, narrò come, al primo addensarsi del fumo, alcuni nobili si fosser mossi per offrire grossi riscatti, ma gli altri vollero che tutti l’egual sorte corressero. Tali inumanità riproduceansi altrove; e ciò ch’è orrendo, i Francesi reclamano per sè questo fatto che altri appone ai Tedeschi; e i loro cronisti celiano di que’ villani di Venezia appiccati ai merli.

Padova, dove s’era ricoverata gente quattro volte più dell’ordinario, fu da Massimiliano assediata (7bre) con centomila soldati tra suoi e francesi, pagati dal saccheggio e animati dalla speranza di maggiore, e ben ducento cannoni così grossi che alcuni non potevano mettersi sul carretto. Egli medesimo con coraggio attendò sotto il tiro delle batterie nemiche; ma ignorava la costanza, nè riusciva a chetare le pretensioni de’ cavalieri. Mandò una volta al generale francese La Palisse, che mettesse a piedi i suoi uomini d’arme perchè salissero alla breccia co’ lanzichenecchi; ma il cavaliere Bajardo riflettè: — Come mai scavalcare tanta nobiltà, e perigliarla con pedoni che sono calzolaj, maniscalchi, panattieri e gente meccanica, cui l’onore non sta a cuore come a ben nati? Non ha egli molti conti, signori, gentiluomini di Germania? li metta a piedi coi gendarmi di Francia, e volentieri mostreranno loro la strada, poi i lanzichenecchi terranno dietro»[135]. Ma i gentiluomini tedeschi neppur essi degnavano esporsi fra la pedonaglia, onde Massimiliano si ritirò a Verona (3 8bre) congedando l’esercito. Sebbene poi alla Polesella fosse distrutta la flotta veneziana che assaliva Ferrara per punire la slealtà di quel duca, rivoltatosi contro la repubblica sotto le cui ali era cresciuto; e sebbene morisse il conte Pitigliano, mente di quella guerra, le cose pigliavano miglior indirizzo; a Luigi Malvezzi, poi a Gianpaolo Baglione fu dato il bastone di generalissimo; il comando delle fanterie a Renzo di Ceri degli Orsini, permettendogli d’adoprar le armi riposte negli arsenali.

Meglio che le armi, riuscivano a Venezia i maneggi. Re Luigi, ricuperato quanto gli assegnava l’accordo di Cambrai, pensava andarsene dall’Italia, dove mal volentieri avrebbe veduto l’Austria prendere radici, e dove ben piccol conto facea sul versatile Massimiliano. A Fernando il Cattolico era stata tolta ogni ragione di nimicizia coll’aprirgli le città staggite sulla costa napolitana; sicchè egli si oppose all’assaltare Venezia, adducendo non essersi fatta la lega che per torle la terraferma; ma in effetto perchè bramava si traesse in lungo la guerra, acciocchè Massimiliano non si mescolasse della tutela del suo nipote Carlo. Al papa la Signoria esibì quanto teneva in Romagna, purchè l’assolvesse; recedeva dall’appello fatto al futuro concilio; non porrebbe ostacoli alla giurisdizione ecclesiastica; lascerebbe libero ai sudditi pontifizj il navigare l’Adriatico. Giulio dunque (1510 24 febb.) piegatosi levò l’interdetto, e accettò i loro ambasciatori a baciargli prima il piede, poi la mano, in fine la bocca[136]; e sempre volendo governare e non esser governato, tornò sul divisamento, sol per vendetta abbandonato, di liberare l’Italia dai Barbari. Sprezzando Massimiliano, egli temeva il Cristianissimo, onde drizzate le mire ai danni di questo, sollecitò contro di lui Enrico VIII nuovo re d’Inghilterra; e come derivanti da benefizj ecclesiastici, reclamò alla Camera apostolica gli undici milioni che avea lasciati morendo il cardinale d’Amboise, frutto della savia ma non disinteressata amministrazione delle finanze francesi: a Fernando diè la sempre contesa investitura delle Due Sicilie, in onta alle pretensioni di Francia: volse poi gli occhi ai monti svizzeri, dove sono accumulati la neve e il valore, e donde rotolano sulla Lombardia la valanga e il mercenario.

Matteo Schinner, fanciullo mandriano del Vallese, mostrò tale ingegno, che i suoi lo mandarono a studiar lettere a Como; a diciassett’anni sapeva greco, italiano, latino; onde il vescovo di Sion se lo volle vicino, e se l’ebbe poi successore. Cristiano e svizzero, volea l’indipendenza della Chiesa e de’ suoi monti, entrambi minacciati dalla dominazione francese in Italia. Pertanto predicava le armi a’ suoi, così ascoltato come nessun mai da san Bernardo in poi; e dividendosi tra gli uffizj di sacerdote e di guerriero, a sè attribuiva il titolo di duca di Savoja, di marchese di Saluzzo a un suo fratello. Giulio II, chiamatolo cardinale e legato pontifizio in Lombardia, contrattò con esso seimila soldati a tutelare la Chiesa contro qualfosse nemico. I quali passarono le Alpi, preceduti dallo stendardo sotto il quale aveano vinto Carlo il Temerario, e dov’era scritto, Domatori de’ principi, amatori della giustizia, difensori della santa romana Chiesa. Ma ben presto, atterriti dal valore o vinti dal denaro di Gastone di Foix, tornarono alle loro montagne.

Ercole I d’Este aveva ingrandito Ferrara, e fuor di essa fabbricato un magnifico parco, a pubblico uso; eresse e dotò chiese e monasteri; il giovedì santo dava mangiare a cinquanta poveri; avea la cappella meglio fornita di musici e cantori; apriva caccie, combattimenti, tornei; e ogni anno facea rappresentare la Passione del Signore o l’Annunziazione o la vita di qualche santo, con indicibile sontuosità, ai quali spettacoli antichi univa il novissimo di qualche commedia di Plauto o Terenzio e di composte allora, a tal uopo cominciando un teatro stabile; e alla corte teneva Matteo Bojardo, Pandolfo Colenuccio, Tito Strozza ed Ercole suo figlio, Nicolò Leoniceno, Pellegrino Prisciano, Antonio Cornazzano, Battista Guarino il vecchio, Antonio Tibaldeo ed altri begl’ingegni[137]. Egli sostenne guerra con Venezia, che, pretendendo il monopolio del sale, gl’impediva di cavarne a Cervia. Alfonso suo figlio, che dicemmo sposato a Lucrezia Borgia, ottenne da papa Alessandro VI di ridurre il tributo da mille ducati a cento: entrò nella lega di Cambrai, ma sarebbe soccombuto alla vendetta de’ Veneziani se papa Giulio nol salvava. Il quale ora pretendeva lasciasse l’alleanza francese, e facesse pace coi Veneziani; cavillava sulle saline; e perchè tardò a obbedirgli, lo proferì scomunicato e decaduto. E subito rotte le ostilità, egli in persona menò gli eserciti impaziente d’ogni ritardo, esponendosi di ottant’anni alla neve e al fuoco, dirigendo le batterie contro la Mirandola, per la cui breccia entrò (1511 20 genn.); e ripeteva: — Ferrara, Ferrara, corpodidio ti avrò». Ma Alfonso, impegnando le gioje proprie e della moglie onde non gravare i popoli, si sostenne contro il papa, che mai non lasciossi placare.

Giulio, non dimentico de’ guasti recati da Luigi XII a Genova sua patria, aveva raccolto molti profughi da essa, e sempre favoritovi la parte popolana. Ora egli cercò ribellarla ai Francesi, spedendovi Ottaviano Fregoso; ma il colpo fallì. I Francesi allora avventaronsi alla riscossa; i prelati loro, raccolti in Tours, autorizzarono Luigi a respingere coll’armi l’aggressione dell’indegno capo della Chiesa, e contro i suoi interdetti appellare al concilio generale (1 maggio). Si attizzò dunque la guerra; i Pontifizj, capitanati da Francesco Maria della Rovere, furono rotti a Casaleccio; Bologna, la città del cui acquisto Giulio si compiaceva e che vantava d’avere restituita dalla servitù dei Bentivoglio alla libertà, nè avervi mai commesso crudeltà o sopruso alcuno, fu presa; l’esercito del papa insultato; la sua statua, opera di Michelangelo ch’era costata cinquemila ducati, fu dal popolo abbattuta e ridotta in un cannone. Giulio mandò il cardinale Alidosi a lagnarsi col duca d’Urbino avesse per la sua negligenza causato tanta perdita; e il duca lo maltrattò ed uccise sulla strada.

Attristato e fremente, Giulio crebbe d’impeto nel menare le imprese, mentre d’una guerra contro la potenza ecclesiastica molti della parte francese prendevano scrupolo, e massime Anna di Bretagna moglie del re; onde il maresciallo Trivulzio, al quale era stato restituito il comando supremo alla morte di Chaumont, era ridotto ad operare con esitanza. Luigi medesimo chiedeva perdono al papa che osteggiava: non riuscendo però a calmarlo, appellò ad un concilio ecumenico per giudicarlo mal eletto, e fece battere una medaglia, iscritta Perdam Babylonis nomen.

Dal concilio di Basilea in poi la Germania non aveva cessato i lamenti contro Roma, contro l’ignoranza e avidità dei nunzj e dei prelati, contro la vendita delle indulgenze, e le annate e le aspettative. Pertanto l’imperatore Massimiliano, qual patrono della Chiesa, indìce un sinodo a Pisa, sotto la protezione dei Fiorentini, che, smunti dalla passata guerra, si erano tenuti neutrali, benchè inchinevoli a Francia. Se sbuffò Giulio dell’insulto a quella dignità, di cui era gelosissimo! e l’interdetto di lui lasciò che ben pochi prelati s’adunassero, questi pure oltraggiati dal popolo, e colà e dopo che furono trasferiti a Milano.

Pontefice singolare, bisognoso d’intrighi, di trattati, di guerra; infaticabile fin nella decrepitezza; superiore a riguardi personali o a interessi proprj o di famiglia, non sapeva piegarsi a verun punto che credesse svantaggioso alla santa Sede; e soddisfatto in ciò dai Veneziani, trovava imperdonabile che altri persistesse in una guerra, da lui per quest’unico fine suscitata. Combinò una lega (1511 5 8bre), detta Santa, perchè diretta a prevenire lo scisma e restituire Bologna a san Pietro; e v’entrarono Venezia e re Fernando, il quale, famoso per palliare di santità le ambizioni, speravano occasione di buscarsi la Navarra spagnuola, reclamò sussidj da’ suoi Aragonesi col pretesto della guerra agli Infedeli, e mentre tutti lo credeano diretto sull’Africa, eccolo sbarcare in Italia avanti che trapelasse il suo accordo col papa. Giulio II volea trarre in questi interessi anche l’Inghilterra; al qual uopo, mentre stava adunato il parlamento, spedì a Londra una galeazza carica di vino, di prosciutti e d’altre leccornie, che lo fecero lodare a cielo; ed Enrico VIII s’associò alla lega nell’intento di ricuperare la Guienna. Gli Svizzeri, a cui Luigi XII non avea voluto aumentare la pensione o per intempestiva avarizia, o per nobile sdegno della costoro insaziabilità, corsero fin alle porte di Milano taglieggiando: il Friuli, intanto che anche i tremuoti lo scotevano, continuava ad esser guasto dalle masnade imperiali.

I Francesi prosperavano sotto Gastone di Foix duca di Nemours; nipote del re e governatore del Milanese; gran generale quasi prima d’essere soldato, che a ventidue anni vinse in tre mesi quattro battaglie, espugnò dieci città, creò la fanteria francese; e per omaggio all’amica sua non portava piastrone, ma la camicia sporgente dal gomito al guanto. Eroe pei Francesi, manigoldo per gl’italiani, egli animava i suoi alla carnificina, nè ai vinti risparmiava strapazzo o aggravio, nè ai soldati fatiche o pericolo. Era seco Pietro Bajardo, il cavaliere senza paura e senza rimprocci, guerriero d’alto grido, che non comandò mai in capo verun esercito, benchè nessun’impresa importante si ardisse senza il braccio e i consigli suoi; quasi egli amasse meglio combattere dove e come gli pareva, ed avventarsi nei pericoli senza che lo rattenessero i riguardi al posto che occupava. Ultimo de’ paladini del medioevo, venuto ad acquistare rinomanza non in foreste e rôcche, ma fra la civiltà italiana, e fra palazzi abbelliti d’oro e di pitture, egli rappresenta il valor cavalleresco in mezzo alle brutalità della nuova soldataglia; fece appiccar due di quelli che aveano messo fuoco al Covolo di Masano; ad Alfonso di Ferrara impedì d’avvelenare papa Giulio, o l’avrebbe denunziato: pure mostravasi feroce contro i soldati gregarj, e massime gli archibugieri, che gli parevano la ruina del valor vero. Non è a tacere che, passando per Carpi, egli, La Palisse e Gastone andarono interrogare un famoso astrologo, e n’ebbero assicurazioni di vittoria, con particolarità che il seguito avverò.

Guidava i federati Raimondo di Cardona vicerè di Napoli, e sotto lui generali di gran nome, quali il minatore Pietro Navarro e Fabrizio Colonna sullodati. All’esercito papale presedeva Giovanni Medici, che fu poi Leone X, e sotto lui stavano Marc’Antonio Colonna, Giovan Vitelli, Malatesta Baglione, Rafaello de’ Pazzi, condottieri di prima reputazione. Chiamavasi esercito della Santa Lega, eppure vi militavano molti Mori e trecento rinnegati d’ogni religione; e le cronache riboccano degli orrori che commisero, senza riguardo a sesso, età, condizione, santità; l’ingegno brutale esercitando nell’inventar nuove guise d’impiccare or per un membro or per l’altro, or in questo or in quell’atteggiamento, or ad un albero o ad un muro o ad un trespolo, e tagliare e storcere le parti più delicate, frangere le ossa, bruciacchiare dov’è più sensibile, e ai tormenti far assistere i cari prima di sottoporveli essi pure. Con tutto ciò in nessun luogo si trova che gli abitanti resistessero, o mostrassero se non il valore almeno la rabbia: ben di molte donne è memoria che precipitarono sè e i figli ne’ pozzi e ne’ fiumi, o difesero l’onestà uccidendo gli offensori.

Bologna contro l’esercito pontifizio fu difesa (1512 genn.) dal Bentivoglio e dai Francesi. Brescia era stanca delle prepotenze di questi, ma partita fra i Gàmbara e gli Avogadro, non valeva a liberarsi. Nel castello di Monticolo erasi fortificato Valerio Paitone, educato dalle armi e dai libri a studiare gli uomini e sprezzarli, e circondato dai migliori buli bresciani, facea vita indipendente e soperchiatrice, taglieggiando i viandanti e i valligiani, ottenendo rispetto dalla repubblica veneta, il cui doge in pien senato si abbassò «da la sedia alquanto per farghe honore»[138]. Fremendo del veder la patria sottoposta a Francia, con Lorenzo Gigli di Rovato, Giammaria Martinengo, ed altri gentiluomini bresciani congiurò per sollevare il paese (5 febb.), e consegnarlo al provveditore Gritti. Scoperti, furono chi cacciati, chi morti; Ventura Fenaroli ch’erasi ascoso in una sepoltura, trovato si trafisse da sè e fu appiccato. Però il Paitone unì quanti potè dalle valli Camonica, Sabbia, Trompia, dalla Franciacorta e dalla riviera di Salò, e secondato da Bergamo e da’ vicini paesi, assalse e prese Brescia; ma forse impedito dalla prudenza del Gritti non attaccò il castello. I collegati speravano che, occupato da Bologna, Gastone non potrebbe impedire quest’altro acquisto; ma egli colla celerità li previene (19 febb.), ed entrato nel castello, di là assale Brescia. I natii si difesero col coraggio che è loro abituale, e ferirono il cavaliere Bajardo sulla breccia; onde i suoi presero furore a vendicarlo, ed entrativi, e combattuti via per via, la mandarono a guasto e sangue; seicento cittadini si dissero uccisi, violati fin gli asili sacri ove le donne s’erano ricoverate, fattovi un bottino di tre milioni di scudi (72 milioni); l’Avogadro con due figliuoli ed altri generosi, inviati al supplizio de’ traditori, volendo assistervi il cavalleresco Gastone, e ricevendone lode da storici e poeti[139].

Bajardo ferito fu portato in una casa, la cui signora gli si buttò ginocchione, offrendogli quanto possedea purchè salvasse l’onore di lei e di due sue figliuole da marito; ed esso glielo promise, e che da gentiluomo non le deruberebbe. Gratissima la Bresciana, gli usò ogni attenzione nella lunga malattia, e quando risanato ei fu per partire, gli offerse uno scrignetto pien di denaro, quasi in riscatto della casa non ispogliata, dell’onore non violato: tali erano le relazioni dell’Italia co’ suoi invasori! Ma Bajardo, saputo che conteneva duemila cinquecento ducati d’oro, chiamò le due ragazze, che belle e di buona educazione, gli aveano alleviato le noje e i dolori col leggere, cantare e sonare del liuto e della spinetta; e ringraziandole, pose di que’ ducati mille nel grembiale di ciascuna, il resto alle monache della città state saccheggiate. Le donne, piangendo e ringraziando e donandogli due braccialetti ed una borsa di lor fattura, presero congedo dal leale cavaliero, augurandogli ogni ben di Dio.

Bergamo atterrita comprò il perdono dal Trivulzio con trentamila ducati; ma fu spoglia de’ privilegi e de’ libri, annullati i consigli, imprigionati molti cittadini; fra’ quali Francesco Bellasini, autore dell’opera De origine et temporibus urbis Bergomi, segretario di quel Comune, fu tenuto nove mesi in una torre. I Francesi, arricchiti dalle spoglie nostre, non pensarono più che a ritornare a casa, il che rendette disastrose quelle vittorie.

Ancor più funesta fu quella dell’accannitissima battaglia di Ravenna. I cavalieri erano da un pezzo abituati a combattere con poco rischio della vita: coperti di ferro essi e il cavallo, esercitati dalla fanciullezza, trovavansi senza confronto superiori alla ciurma de’ gregari, che a piedi e colle picche gli assalivano, e che, se pure col numero li potessero sopraffare, anche dopo buttatili a terra non gli ammazzavano, preferendo trarne grosso riscatto. L’armi a fuoco cangiarono la vicenda; e, per quanto ancora imperfette, la palla di un cannone e la scaglia di un moschetto sparato da un villano poteano freddare il miglior eroe od un figlio di Francia.

La battaglia di Ravenna (1512 11 aprile) fu una delle poche ove la tattica operasse più che il valor personale, e la prima vinta mercè delle artiglierie. Massime i cannoni d’Alfonso di Ferrara operarono utilissimamente, e alcune colubrine opportunamente messe innanzi per consiglio di Bajardo, sfolgorarono gli uomini d’arme di Fabrizio Colonna, uccidendone, se credessimo al cronista, fin trentatre ogni colpo: da sedicimila persone rimasero morte, prigionieri Giovanni Medici legato pontifizio, il marchese di Pescara, Pietro Navarro, esso Colonna ed altri capi de’ collegati. Ma i capitani francesi, che non voleano buttarsi col ventre a terra come gli spagnuoli, rimasero esposti ai colpi di fuoco, sicchè di quaranta che erano, trentotto perirono, ed anche lo splendido Gastone di Foix; perdita che elise il vantaggio della vittoria.

Roma andò al fondo dello sgomento, e i cardinali, aspettando da un momento all’altro i Francesi vendicativi, stringeansi attorno al papa supplicandolo a chieder pace: le città di Romagna atterrite si rendevano al legato del concilio di Milano, ed eran messe a ruba dai brutali Francesi, per quanti ne impiccassero i loro generali. Ma come fu saputa la morte del capo, i più disertavano, e dispersi erano pigliati a insulti e peggio: il vescovo Giulio Vitelli riprese Ravenna che i Francesi aveano saccheggiata nell’atto che trattavasi la capitolazione, e la plebaglia se ne vendicò col sepellir vivi sino alla testa quattro ufficiali della guarnigione; sicchè re Luigi a chi nel congratulava rispose: — Augurate di tali vittorie a’ miei nemici».

Giacomo La Palisse, sostituito a Gastone, non n’aveva a gran pezza la rapidità e maestria di guerra, nè quella confidenza dei soldati che è metà della vittoria. Intanto il legato prigioniero vedevasi in Milano ricevuto con venerazione; i soldati si affollavano a invocarne l’assoluzione, colla promessa di non più militare contro santa Chiesa; lo stesso re di Francia supplicava perdono per le proprie vittorie e riconciliazione; il duca d’Urbino aveva ottenuto la ribenedizione dallo zio; la convocazione del V concilio di Laterano, fatta dal papa, toglieva sempre scusa allo scisma e credito al conciliabolo. Massimiliano, nel mentre si professava fedele alla Francia, stipulava tregue e ricevea denari da Venezia, e si lasciava menare dal Cattolico; il re d’Inghilterra minacciava le coste francesi; Giulio, che cresceva le esigenze a misura dell’altrui depressione, comprava diciottomila Svizzeri.

A vicenda dunque, anzi a gara, quattro nazioni forestiere desolavano il bel paese. I Francesi in un paese di signorie divise e temperate recavano quelle indefettibili loro idee del despotismo monarchico, dell’accentramento, dell’unità, laonde erano a continui cozzi colla libertà, colla federazione, cogli statuti, colle varietà italiane. Meravigliati ancor più che indispettiti di trovare opposizione dopo che il conquistare era stato sì facile, nè tampoco sognavano che la gerarchia, che l’onnipotenza di un re avessero a riuscire disastrosi al paese nostro mentre erano così profittevoli al loro; e con imperturbabile ingenuità calpestavano le nostre tradizioni antiunitarie, le franchigie antimonarchiche, quasi ricoveri di deplorabili perfidie; armati di tutto punto, correano da un estremo all’altro d’Italia a vendicare torti, e ripristinar quello che credeano diritto; con pretensioni cavalleresche faceansi sostegno ai più ribaldi, al Moro, al Borgia, ai Bentivoglio; e con tutta serietà declamavano contro la slealtà italiana, essi autori della lega di Cambrai e del trattato di Noyon. Quanto ai soldati, appetitosi ma prodighi, è vero che «ruberiano con lo alito, ma per mangiarselo e goderselo con colui a chi lo han rubato; quando non ti possono far bene tel promettono, quando te ne possono fare, lo fanno con difficoltà o non mai»[140]: pure prendeano dimestichezza coi nostri, e seduceano le donne invece di violentarle. Gli Spagnuoli, alieni dalla famigliarità per orgoglio, dalla pietà per l’abitudine di trucidar Mori ed Americani, il vinto consideravano men che uomo. Svizzeri e Tedeschi, superbi della propria forza e delle ripetute vittorie, rozzi e bestiali, insaziabili nel saccheggio, sovrattutto ubriaconi, chiedevano orgie non amori, denari non parole. Quali eran dunque gli amici, quali gli avversarj? Avea ragione Alfonso d’Este allorchè, al fatto di Ravenna avvertito che le sue artiglierie colpivano anche i Francesi, rispose: — Tirate senza riguardi, chè son nostri nemici tutti». Eppure la povera Italia era costretta guardare i Tedeschi come redentori; e nel consueto inganno di credere libertà il mutar signoria, dappertutto insorgeva contro i Francesi, trucidando alla spicciolata quelli che non le era più dato affrontare in battaglia.

Il cardinale Schinner, di cui diceva il re di Francia che gli fecero più male ancora le parole che non le lancie de’ suoi, per Trento mena sulla Lombardia gli Svizzeri, e proclama duca di Milano Massimiliano Sforza (giugno), figlio del Moro, ch’era ricoverato da gran tempo alla corte imperiale, e che i potentati furono contenti di vedere in quel dominio, perchè n’escludeva i Francesi. Ma per recuperare il ducato lo Sforza avea dovuto sbranarlo; ed oltre le enormi taglie imposte dagli Svizzeri, i tre Cantoni montani si tennero Bellinzona; già la Federazione elvetica dominava i baliaggi di Lugano, Locarno e Val Maggia; i Grigioni la Valtellina; il papa, Mantova, Parma, Piacenza, come eredità della contessa Matilde. Di poi, o per gratificare i vecchi, o per farsi nuovi amici, lo Sforza regalò altre porzioni, come Lecco a Girolamo Morone suo consigliere, Vigevano al cardinale di Sion, Rivolta e la Geradadda a Oldrado Lampugnano; ed era costretto gravare d’enormi ed arbitrarie taglie i sudditi, onde satollare gli stranieri, lieti di rendere con ciò esoso il governo nazionale.

I Francesi, troppo deboli, e dispersi in paese ribollente, con gravi perdite dovettero partirsi di Lombardia: Milano, sollevata con quel codardo furore che prorompe contro i vinti, trucidò fin i mercanti di quella nazione rimastivi (29 giugno); così Como, così Genova che acclamò doge Giovanni Fregoso; e tutte le città ripigliavano chi questo chi quel dominatore, purchè non fossero i Francesi. Anche Bologna si arrese ai Pontifizj; e il papa, irritato de’ fattigli insulti, peritossi un tratto se distruggerla e trasportarne gli abitatori a Cento, poi si contentò di toglierle i privilegi e le magistrature: assolse Alfonso d’Este, ma ne fece occupar gli Stati dal duca d’Urbino, e cercò anche tenerlo prigione.

Anche di là dall’Alpi un tempo grosso minacciava la Francia; ed Enrico VIII d’Inghilterra entrava nell’Artois, Fernando il Cattolico nella Navarra, nella Borgogna gli Svizzeri. Se non che le pretensioni opposte dei collegati rivissero appena vittoriosi; ed avendo ciascuno oltrepassato l’oggetto della loro unione, s’inimicavano nello spartirsi le prede. Il papa volea tutto quanto giace a mezzodì del Po; Massimiliano accampava le antiche ragioni dell’Impero; il vicerè Cardona volea menar le sue truppe a vivere nella Lombardia, col pretesto di snidare i Francesi anche dalle fortezze; i Veneziani tentavano Crema e Brescia.

Firenze, tuttochè alleata di Francia[141], si conservava quieta e ne’ doveri, nessuno offendendo; eppure non evitò la sorte dei deboli fra i prepotenti. Già per punirla del radunato concilio, il papa avea tentato soppiantare il gonfaloniere Soderini e la parte popolare, e lasciato che il cardinale Giovanni de’ Medici intrigasse per ripristinarvi la sua famiglia. Ora il vicerè Cardona move sopra di essa (1512), promettendo rispettare i beni e le franchigie, purchè siano cacciato il Soderini e ricevuti i Medici. Poteva ella salvarsi offrendo denari, unico movente di quei capitani; ma parendo che il pagare fosse un confessarsi in colpa, ricorse alle ragioni, quasi abbiano luogo fra le armi; e il Soderini, nobile patrioto anzichè uomo risoluto, tentennò e non fece armi se non quando il pericolo era irreparabile. Il Cardona traversò l’Appennino senza ostacoli; Prato, ove prima un corpo soldato fermò gli aggressori (30 agosto), fu mandata a inumana carnificina, sotto gli occhi del legato pontificio uccidendo da tremila persone, e violando fin le vergini sacre[142]; i rimasti, messi a strazio perchè pagassero enormi taglie. Firenze ne fu sbigottita: l’ordinanza non osava tener testa alle bande: poi una mano di giovani, che solevano adunarsi negli orti Rucellaj a ragionamenti letterarj, proclamano esser inutile il resistere, cacciano il Soderini con minaccia d’ucciderlo (2 7bre), lo fan deporre dai consigli, dare al Cardona quanti denari domanda, e acclamare Giuliano Medici terzogenito del magnifico Lorenzo.

Gli antichi dominatori, restituiti in quella che consideravano casa loro, ma dove erano resi stranieri dall’esiglio, se sulle prime condiscesero alla democrazia, ripigliarono ben tosto il vantaggio; e colla solita ciurmeria del voto universale abolendo le leggi (16 7bre) emanate dopo la loro cacciata, sostituirono una stretta oligarchia, congedata l’ordinanza, rigorosamente esclusi d’ogni carica gli antichi Piagnoni, fautori della libertà e della riforma morale; con un prestito forzoso pagarono lautamente gli Spagnuoli; e Firenze entrò anch’essa nella Santa Lega.

Nel costoro disaccordo Luigi XII potè sperare alleati in quelli medesimi che testè lo combattevano, e rinterzava trattati e proposizioni. Solo nel contrariarlo non allentavasi Giulio II; puniva e lodava; trasferiva al re d’Inghilterra il titolo di cristianissimo, e il regno di Francia offeriva al primo occupante; convocava un congresso per chetare le irreconciliabili pretensioni dei collegati; intanto preparavasi a togliere Ferrara all’Estense, la Garfagnana ai Lucchesi: riceverebbe dall’imperatore Modena per ipoteca d’un credito, per prezzo Siena, che donerebbe al nipote duca d’Urbino; sostituirebbe un altro doge in Genova; forse ricaccerebbe di Firenze i Medici, di cui già non era abbastanza soddisfatto; e sollecitando gli Svizzeri, ch’egli destinava barriera all’Italia dopo cacciatone i Barbari, mandava loro la spada e il cappello benedetti. Fra tanti divisamenti la morte lo colse (1513 21 febbr.), e ancor nel vaniloquio dell’agonia ripeteva: — Via i Francesi d’Italia.

Se a quest’unico intento avesse misurato le azioni, poteva ben meritare del paese, come già s’era mostrato degno di governare uno Stato più grande; ma operando per collera, e volendo ogni cosa piegasse alla sua dispotica volontà, empì l’Italia di stranieri e di sangue. Noi lo lasciamo ammirare e rimpiangere dai classici adoratori della forza; come dagli idolatri del bello il suo successore.