CAPITOLO CXXXIV. Cominciamenti della Riforma religiosa.

Le idee antiche, insinuatesi nella società nuova, giovarono a toglierne le scorie della grossolanità e dell’ignoranza, e affinare la cultura; ma acquistando piede, pretesero modificarne le credenze e più ancora gli atti, ritraendo verso la morale pagana.

All’alito di Dio e sotto le ale del cristianesimo era sbocciata la società moderna; e Dio, unica fonte d’ogni potestà, credeasi aver commesso l’esercizio della temporale non meno che della spirituale al suo vicario in terra; il quale, occupato delle anime e di conservare integro il dogma e pura la morale, aveva affidato una delle due spade all’imperatore[181]; l’imperatore, unto dal Cristo in terra, consideravasi come capo dei re, come rappresentante il potere temporale della Chiesa, in quella grande unità, la quale nell’ordine religioso chiamavasi cattolicismo, e nell’ordine temporale sacro romano impero. Concetto sublime, che sottraeva il mondo all’arbitrio della forza per porlo in tutela delle idee; piantava dominj non per conquista o per nascita, ma per fede ed opinione; preveniva spesso le guerre mediante l’arbitrato supremo, appoggiato alla minaccia delle scomuniche; sempre le rendeva meno micidiali; garantiva i re e i popoli dai mutui attentati col chiamare gli uni e gli altri a render ragione di loro condotta avanti ad un tribunale, inerme, eppure potentissimo, perchè fondato sulla coscienza de’ popoli; e resistendo ai forti non in nome della rivolta, ma della sommessione che si deve a Dio più che agli uomini.

Al sublime divisamento vedemmo quali ostacoli s’attraversassero, sicchè rimasero mal determinati i confini delle due autorità. I papi, per tutelarsi in un’età guerresca e quando ogni potenza derivava dal possesso de’ terreni, dovettero procacciarsi un dominio temporale: ma tristo il guadagno che n’ebbero, avvegnachè li mise più d’una fiata in punto di scambiare per supremazia principesca quel ch’era tutela e arbitramento, affidato dalle coscienze, e fondato in un regno che non è di quaggiù. Di rimpatto gl’imperatori pretendevano dominare sopra i re e far da tutori ai papi più che non fosse compatibile coll’indipendenza de’ primi e colla dignità del padre comune dei fedeli. Di qui la diuturna lite fra il pastorale e la spada, solo temporariamente sospesa mediante transazioni che all’uno e all’altra impedivano di trascendere, ma toglievano di spiegare intera la loro efficacia.

Ai pontefici venne fatto di respingere l’islam dall’Europa e frenarlo in Asia colle crociate; salvare dalle regie libidini l’inviolabilità del matrimonio e la dignità della famiglia; risarcire la sacerdotale disciplina, sdruscita dal contatto e dalla mistura coi signorili interessi qual era portata dalla feudalità: ma non riuscirono a costituire sovra base solida e riconosciuta le relazioni fra Stato e Stato, impediti ch’essi erano dalla gerarchia feudale, dalle comunali oligarchie, dalla consuetudini nordiche dominanti. Così nell’attuazione restava difettivo quel cristianesimo applicato, vivo, onnipossente nella vita, profondamente umano, fautore dell’arte, affettuosamente comunicabile, amico della povertà, dell’obbedienza, della fedeltà, che nel mondo riconosce il governo della Provvidenza, fa gli uomini confidenti gli uni negli altri e in Dio, credendo che il cibo mortale possa convertirsi in pane e vino d’eterna vita.

Intanto restauratasi l’antica cultura, si moltiplicavano le scoperte. Quando annunziavasi che il mondo non consisteva nelle sole tre parti antiche; che in America si trovava una differente vita animale e vegetale, e uomini e civiltà differenti; che la terra gira e il sole sta; che i libri talmudici e la cabala erano ripostigli di profonda scienza; che l’India possedeva una lingua madre delle altre; che il Turco non era più barbaro dell’Austriaco; poteva la mente aquetarsi ne’ misteri? non dovea svegliarsi lo spirito d’esame? colle nuove idee raffittirsi bisogni nuovi? La specie umana, passando al periodo pensante, s’appropriava colla ragione le verità che fin allora avea possedute solo per la fede; nè soltanto dalla Chiesa domandava come meglio servir Dio e gli uomini. Le scienze, disciplinate dagli Scolastici come un esercito in battaglia sotto il comando del verbo di Dio, aveano rotto l’armonioso accordo per tornare all’arida logica o alla visionaria teurgia; poi sbucate dal santuario, dilagavano mediante la stampa; la rinata letteratura attingeva l’educazione ad altre fonti che le cristiane; le arti belle s’ispiravano d’altro che di divozione: ai popoli stretti attorno ai principi scemava il bisogno di domandare agli ecclesiastici regole per gli atti, protezione per gl’interessi; il diritto romano facea vagheggiare la coordinata unità degli antichi, in luogo delle istituzioni paterne, delle franchigie locali, e dell’indipendenza personale introdotte dai Germani. Nuovi istituti sociali aveano trasferita nei governi laici l’importanza suprema; l’ammirazione del bello delle società classiche toglieva pregio al buono delle moderne: alla fede sottentrava il dubbio, questo corrompeva i costumi, e i costumi di ricolpo scassinavano le credenze. Quindi perduti i sentimenti cavallereschi, e non ancora acquistata la posa della ragione; quindi un, se posso dirlo, paganizzamento delle arti, della politica, delle lettere, della moralità, che ai buoni facea desiderare una riforma.

Altre volte dal fondo della corruttela vedemmo cavato il mondo per la forza di Gregorio VII, o per lo zelo e gli esempj dei santi Francesco e Domenico: ma troppo erano mutate le contingenze. La Chiesa, società delle anime legate innanzi a Dio dalle medesime credenze, fu istituita perchè pronunziasse come parola viva tra le disputazioni degli uomini. Questi, che, per la loro natura peccaminosa, sono incapaci di qualificare infallibilmente gli errori, proclamarono la libera discussione: mentre la Chiesa, che rappresenta la natura umana innanzi il peccato, è infallibile, e perciò non soggiace a disputa quel che essa affermi o neghi. Irremovibile nel dogma, essa non isdegnò mai piegarsi alle opportunità dei tempi nell’applicazione e nella disciplina; nessuno de’ solenni suoi comizj tenne senza proporre canoni di emenda; e singolarmente nei due ultimi di Costanza e di Basilea, che furono alla Riforma ciò che l’Assemblea nazionale alla rivoluzione francese, erasi a gran voce domandato di riformar la Chiesa nel capo e nei membri. Vi fossero proceduti con franchezza e con accordo, prevenivano il flagello: ma vennero meno la saviezza pratica degli affari ed il prudente aspettare: una critica indiscreta si pose a rischio di surrogare agli abusi altri peggiori; poi l’apparenza di vittoria addormentò Roma sull’urgenza del rimedio, lasciando che la piaga incancrenisse, e nella religione e nella sua stessa metropoli acquistasse predominio lo spirito secolaresco.

Le chiavi di san Pietro erano desiderate, non perchè schiudono il paradiso, ma perchè d’oro: cardinali, nominati per favore, per condiscendenza a principi, per denaro, non divenivano santi (è l’espressione del Bellarmino) perchè aspiravano ad essere santissimi. Paolo II e Sisto IV fecero elezioni vergognose, per le quali poterono vedersi sulla cattedra di san Pietro Innocenzo VIII e Alessandro VI. Essi cardinali avevano facoltà di porre condizioni nel conclave al futuro pontefice; ma una decretale d’Innocenzo VI dichiarava che nessun giuramento dato prima dell’elezione può restringere l’autorità pontifizia, atteso che, in sede vacante, alla Chiesa non competa altro diritto che di eleggere il successore. Nel conclave succeduto alla morte di Sisto IV i cardinali stesero una costituzione, ma a lor mero vantaggio: non avessero entrata minore di quattromila zecchini; non fossero colpiti da censure o scomuniche o giudizj criminali se non colla sanzione di due terzi del sacro collegio; non passassero il numero di ventiquattro, e un solo potess’essere della famiglia del papa.

Le chiese non si conferivano per merito di scienza ed esemplarità di costumi; la curia romana, che vulgarmente si confonde colla Chiesa, più che ad altro braccheggiava a lucrare dalla vacanza e dalle collazioni de’ benefizj, e moltiplicare le tasse di cancelleria. Il più de’ vescovi procedevano su quell’orme; alcuno rinunziava alla sede, riservandosi la collazione de’ benefizj e certe rendite; altri a denari faceansi nominare dei coadjutori, ch’era uno spediente per trasmettere il vescovado ai così detti nipoti; fin arcidiocesi importantissime, come quella di Milano, lasciavansi in commenda a principi.

Dacchè le prelature furono predestinate ai ricchi e come semplice propina, s’introdusse l’ubiquità, cioè di poter goderne i frutti dovunque si dimorasse, talchè uno poteva essere cardinale d’una chiesa di Roma, vescovo di Cipro, arcivescovo di Glocester, primate di Reims, priore di Polonia, e intanto alla corte del Cristianissimo trattava forse gli affari dell’imperatore. Giovanni de’ Medici, che fu poi Leone X, giovinetto ancora si trovava canonico delle cattedrali di Firenze, di Fiesole, d’Arezzo, rettore di Carmignano, di Giogoli, di San Casciano, di San Giovanni in Valdarno, di San Pier di Casale, di San Marcellino di Cacchiano; priore di Montevarchi, cantore di Sant’Antonio di Firenze, prevosto di Prato, abate di Monte Cassino, di San Giovanni di Passignano, di Miransù in Valdarno, di Santa Maria di Morimondo, di San Martino di Fontedolce, di San Salvatore di Vajano, di San Bartolomeo d’Anghiari, di San Lorenzo di Coltibuono, di Santa Maria di Montepiano, di San Giuliano di Tours, di San Giusto e di San Clemente di Volterra, di Santo Stefano di Bologna, di San Michele d’Arezzo, di Chiaravalle presso Milano, di Pin nel Poitou, della Chaise-Dieu presso Clermont. Il cardinale Innocente Cibo suo nipote tenne contemporaneamente otto vescovadi, quattro arcivescovadi, le legazioni di Romagna e di Bologna, le abbazie di San Vittore a Marsiglia e di Sant’Ovano a Rouen. Il cardinale Ippolito d’Este a sette anni era primate d’Ungheria, poi vescovo di Modena, Novara, Narbona, arcivescovo di Capua e di Milano, la qual ultima dignità rinunziò a un nipote di dieci anni riservandosene l’entrata: e questo nipote fu pure vescovo di Ferrara, amministratore dei vescovadi di Narbona, di Lione, d’Orléans, di Autun, di Morienne, a tacere le infinite badìe. Il patriarcato d’Aquileja stette ne’ Grimani dal 1497 al 1593; il vescovado di Vercelli da forse un secolo poteva dirsi ereditario nelle famiglie Rovere e Ferreria. Giuliano della Rovere, divenendo papa, ne investì il cardinale Ferrerio, benchè già avesse la sede di Bologna e molte ricche badìe. Filippo, figliuolo del duca Lodovico di Savoja, fu eletto vescovo di Ginevra mentre ancor fanciullo, poi fatto maggiore depose l’abito clericale. Così avvenne di Giovan Giorgio Paleologo vescovo di Casale, che nel 1518 cessò d’esser cherico e menò moglie. Nel 1520 Giovan Filippo di Giolea fu eletto vescovo di Tarantasia a quindici anni.

Secondo avviene delle autorità incontrastate, pei diritti negligevansi i doveri. Cadetti di grandi famiglie, allevati nel fasto spensierato, circondati dagli esempj de’ fratelli, puntigliosi sul decoro delle famiglie, digiuni di studj teologici, amanti del ben vivere più che del viver bene, i vescovi abbandonavano il gregge a vicarj spirituali, e per averne miglior mercato preferivano frati mendicanti che nè spendeano in lusso, nè ricevevano mercede. L’alto clero, fra cure secolaresche, a nulla avea l’animo meno che ad istruirsi in quella fede, ch’era suo uffizio supremo il diffondere e tenere immacolata. Gl’inferiori sogliono comporsi sull’esempio de’ capi; e Innocenzo VIII dovette rinnovare la costituzione di Pio II, che ai preti vietava di tener macello, albergo, bettola, casa di giuoco, postribolo, o di far da mezzani per denaro; e se dopo tre ammonizioni non ismettessero, non godrebbero più l’esenzione del fôro[182]. Silingardo vescovo di Modena, dirigendo la Somma di teologia morale al cardinale Morone, diceva «avere nella visita di quella diocesi trovata tanta ignoranza della lingua latina nella maggior parte de’ sacerdoti curati, accompagnata da così poca pratica dell’esercizio della cura delle anime, che verisimilmente si può temere una gran ruina e precipizio del gregge». I tre Stati di Savoja, raccolti a Ciamberì nel febbrajo 1538, faceano istanza al duca perchè fossero frenati e moderati gli ecclesiastici, che trascendono in abiti e pompe mondane, ed esercitano l’usura con gran danno del popolo minuto, e che godono pingui benefizj senza adempirne gli obblighi di limosina e messe[183]. Insomma il sacerdozio consideravasi come uno stato, non una vocazione; le penitenze, lo studio, il predicare rimaneano uffizj de’ frati.

Se non che i monasteri, già centri all’attività del pensiero e delle arti, rilassavansi anch’essi nell’opulenza e in profana gelosia d’un Ordine coll’altro. I frati mendicanti, già ricchi di privilegi, ne ottennero di nuovi da Sisto IV, che nella famosa bolla del 31 agosto 1474, fratescamente qualificata mare magnum, minacciava sin di destituzione i curati che non obbedissero a loro, o li turbassero in qualsifosse modo. Ma i vantaggi che traevano dall’opinione di santità tornarono a danno di questa; e resi mondani, con mille brighe cercavano le dignità, e (dice il cardinale Caraffa) «si veniva ad omicidj non solo con veneno, ma apertamente col coltello e colla spada, per non dire con schioppetti».

Altri frati si trovavano ridotti all’ozio dalla stampa; onde si buttarono sopra quistioni di poca arte e di molti cavilli, facendo schermaglia di sillogismi, e surrogando la teologia al vangelo: la beata Vergine fu concepita anch’essa nel peccato originale? i Monti di pietà sono un’istituzione opportuna, o un’usura riprovata dal vangelo? Domenicani e Francescani si abbaruffarono a lungo su questi e su altri punti. La scarsità di libri facea volgere più volentieri ai compendj, e come per la medicina alla Somma di Taddeo e per la giurisprudenza a quella di Azone, così per la teologia ricorreasi alle Sentenze di Pier Lombardo, alla Somma di san Tommaso e ad altre, prestandovi fiducia illimitata, come avviene delle materie non discusse, e tenendosi dispensati dall’esaminare nè la natura nè i testi. Al Savonarola ancor novizio un frate esemplarissimo e d’eccellenti intenzioni domandava: — Che giova leggere il Testamento vecchio, e qual frutto si ricava da fatti compiuti già tanti secoli?»[184]

Con tale corredo teneano la più parte delle cattedre d’università, e presentavansi sul pulpito con inettitudine a disporre e maneggiare il soggetto, nessuna chiarezza nè unzione, ma continua aridità e tecnica nojosa, mentre la ringentilita letteratura stomacavasi degl’insulsi metodi e delle scolastiche compagini. Il Bembo, chiesto perchè non andasse a sentirli, rispose: — Che ci ho a far io? mai altro non s’ode che garrire il Dottor sottile contro il Dottore angelico, e poi venirsene Aristotele per terzo, e terminare la quistione proposta»[185].

Con pessimo gusto mescolavasi sacro e profano, serio e burlesco, in caccia del nuovo, del bizzarro, del sorprendente, mettendo la forma sopra il fondo, i mezzi sopra lo scopo. Già ne cadde menzione di Gabriele Barletta (tom. VIII, p. 173), e sebbene appartenga al secolo precedente, in questo ebbe ripetute edizioni[186]: applausi prodigavansi a Mariano da Genazzano, a Paolo Attavanti, il quale nella prefazione, si gloria di citare ad ogni piè sospinto Dante e Petrarca: a frà Roberto Caracciolo da Lecce fioccavano e brevi in lode e onorevoli commissioni e mitre e il titolo di nuovo san Paolo. Crisostomo italiano era intitolato il piacentino Cornelio Musso vescovo di Bitonto, per avere sbandite dal pulpito le sottigliezze scolastiche, le declamazioni ridicole, le continue citazioni d’autori profani, onde far luogo a un predicar sodo, devoto, conforme al vangelo; ai cardinali Contarini e Bembo «parea nè filosofo, nè oratore, ma angelo che persuadesse il mondo»; Girolamo Imperiali lo chiama l’Isocrate italiano, e non mancargli nè la robustezza di Demostene, nè l’ubertà di Cicerone, nè la venustà di Curzio, nè la maestà di Livio; gli si dedicarono opere e coniarono medaglie; e più d’ogni elogio vale l’essere a lui affidato il discorso all’aprimento del concilio di Trento. Eppure Ortensio Landi dice che quell’orazione sua era «piena di sottile artifizio, sparsa di retorici colori, come se tempestata fosse di tanti rubini e diamanti; egli vi avea consumati dentro tutti i preziosi unguenti d’Aristotele, d’Ippocrate, di Cicerone, e tutti i savj precetti d’Ermogene». La natura della lode è di per sè significativa, quand’anche non avessimo l’orazione stessa, forse troppo vilipesa dai critici, certo non quale poteva essere ispirata dall’assemblea più augusta che mai si fosse veduta; e talmente la mitologia era incarnata, ch’egli invitava i prelati a rendersi a quel sinodo come i prodi di Grecia al cavallo di Troja.

Altri più volgari frattanto si diffondeano tra il popolo, insegnando errori e superstizioni, e conchiudendo inevitabilmente coll’accattare[187]. Ciascun ordine, ciascun villaggio, ciascuna chiesa aveva un santo speciale, ne’ cui panegirici non si poneva misura fino alle assurdità, per dabbenaggine o per frode moltiplicandone i miracoli, le grazie, le reliquie, e attirandogli un culto, che nei giudizj vulgari facilmente rasentava all’idolatria.

Predicava in Modena il 1532 Francesco da Castrocaro minor osservante, e pubblicò un breve, secondo le forme della curia romana, «dato nel paradiso terrestre, il VI giorno dalla creazione, l’anno eterno del nostro pontificato, confermato e suggellato il giorno di parasceve sul monte Calvario», dove era approvata e confermata d’autorità divina la regola de’ Minori Osservanti[188]. Il Savonarola poi aveva abituato a mescolarvi la politica, e bersagliare anche personaggi altissimi; e tra gli altri frà Callisto piacentino, uno de’ meglio lodati, sermonando a Mantova il 1537 sul testo Seminastis multum et intulistis parum, esclamava: — Povero papa Leone, che s’aveva congregato tante dignitadi, tanti tesori, tanti palazzi, tanti amici, tanti servitori; e a quell’ultimo passaggio del pertuso del sacco, ogni cosa ne cadde fuori, e solo vi rimase frate Mariano, il quale, per essere leggero (ch’egli era buffone) come una festuca, rimase attaccato al sacco; che arrivato quel povero papa al punto di morte, di quanto e’ s’avesse in questo mondo nulla ne rimase, eccetto frate Mariano, che solo l’anima gli raccomandava dicendo, Raccordatevi di Dio, santo padre; e il povero papa in agonia constituto, a meglio che poteva replicando dicea, Dio buono, o Dio buono! e così l’anima rese al suo Signore. Vedi se egli è vero che qui congregat merces, ponit eas in sacculum pertusum».

Quel sentimento così umano, che ci lega a coloro che ne precedettero in quest’esiglio e ci attendono nella patria, era stato consacrato dalla fede, riconoscendo una comunione fra noi militanti e le anime aspettanti, a cui sollievo e le preghiere e le buone opere possiamo applicare. Ma esso pure fu implebeato coll’idea del guadagno, e i suffragi si restrinsero quasi unicamente a messe ed uffizj, che troppo facilmente prendevano aspetto di bottega.

La Chiesa fin da’ suoi esordj, come prescrisse penitenze e mortificazioni, così fece uso della facoltà di rimetterle; sicchè, accanto alla dottrina che insegna venir la salute da Cristo gratuitamente, stette quella della cooperazione dell’uomo, del soddisfacimento penale, e della remissione, parziale o plenaria, secondo le circostanze del penitente. In tempi d’ignoranza le singole pene, che non oltrepassavano mai i trent’anni, formarono talora un cumulo di più secoli; onde essendo impossibile conseguire l’assoluzione in vita, si permise di commutarle e farle eseguire da altri, e massime dai monaci; e poichè la messa ha merito infinito, venne adoperata più che le altre commutazioni. Le indulgenze si rivolsero anche sulle pene postume, volendo che papi e vescovi potessero applicarvi una parte dell’inesauribile tesoro di misericordia, preparato dal sangue di Cristo e dai meriti soprarogatorj de’ santi.

— Che? (diceano gli arguti) stan dunque in mano dei preti le chiavi del purgatorio e del paradiso». Ed essi in fatto qualche volta ne abusarono non solo co’ plenarj giubilei, ma col concedere perdonanze a chi sovvenisse ai bisogni della Chiesa anche temporali. Eravi chi avesse danneggiato altrui, nè potesse risarcirlo? procuravasi l’assoluzione mediante una somma, che parea giustificata dall’uso che se ne faceva. L’Inquisizione avrebbe dovuto punire molti delinquenti, se non si fosse ad essi aperto uno scampo mediante le indulgenze, cambiando il delitto in peccato, il supplizio in penitenze.

La Chiesa dichiarava espresso che le indulgenze mancano d’ogni valore se non congiunte al pentimento: pure gl’ignoranti facilmente cadevano nell’opinione contraria, e la fomentavano coloro che ci viveano sopra. Fatto è che lo spaccio delle bolle d’indulgenze divenne pingue entrata della romana curia, e v’ebbe persone che n’apersero bottega falsificandole: il che tutto e screditava le indulgenze, e ne corrompeva il senso[189]. Il vulgo facilmente recavasi a credere che quel denaro fosse il prezzo della cosa santa; e i questori che mandavansi a riscuoterlo, partecipando d’un tanto per cento al vantaggio, ne magnificavano profanamente la virtù. Qual v’ha mai cosa santa, di cui l’avarizia non abusi?

Che la gramigna delle superstizioni fosse allignata fra il buon grano, troppo avemmo a dirlo, nè occorre ripetere quanto esse operino sopra la condotta. Di vere eresie non sappiamo che alcuna nascesse o si propagasse in Italia[190], dove anche discutendo dell’applicazione, non s’impugnava il principio: ma segno di decadenza dava il crescente rigore del Sant’Uffizio, sebbene, in mancanza d’eretici, perseguitasse maliardi e superstiziosi.

Nessun creda che lo spirito di verità e di santità che dimora colla Chiesa eternamente, non si vedesse glorificato, principalmente da persone appartenenti ad ordini religiosi. Bernardino da Siena, che con mirabili frutti di penitenza predicò per tutta Italia, tra i Francescani introdusse una riforma rigorosa (1444), mandò missionarj in Egitto, in Assiria, in Etiopia, nell’India, dappertutto menava su’ suoi passi la pace e la limosina, e ravvivò lo spirito religioso moltiplicando chiese, conventi, spedali. Consorte alle sante fatiche gli venne Antonio dei marchesi di Roddi vercellese, sollecito in riformar monasteri domenicani. Antonio Pierozzi, priore e riformatore de’ Domenicani e teologo del concilio di Firenze, eletto arcivescovo di questa città, non si rassegnò a tal carica se non quando Cosmo de’ Medici e tutti i Fiorentini si recarono a Fiesole a pregarnelo: conservò nel vescovado la regolarità monastica e la semplicità evangelica; il palazzo, la borsa, i granaj teneva aperti a chiunque; e una mula bastavagli a tutti i servigi: della peste del 1448 spiegò disinteressata carità, come nei tremuoti del 53: colla sventurata e coraggiosa Elena Malatesta fondò il ricovero delle orfane e vedove decadute, e quello degl’incurabili ed altre istituzioni pie che durano ancora, come i provveditori dei poveri vergognosi: e lasciò una Somma teologica di temperate conclusioni, che passa ancora per delle meglio ordinate, e ch’egli stesso compendiò in italiano ad uso de’ confessori; un ristretto di storia fin al 1458, opera di buona fede più che di critica. Al suo segretario che compiangealo di tante cure ond’era oppresso, disse:

Tutti gli affari non ci torranno di godere la pace interna, se nel cuore ci «riserviamo un ritiro, ove poterci stare con noi stessi, e dove gl’impacci del mondo non riescano mai a penetrare»[191].

Il domenicano Matteo Carrieri da Mantova (-1450) fu lodato oratore; ma portenti di maggiori conversioni operò colla preghiera e coll’esempio per tutta Italia, richiamando al cuore famose peccatrici, e coltivando nascenti virtù. Lo zelo di lui fu denunziato come eccessivo al duca di Milano, ed egli dovette scagionarsi del non usar quella che alcuni guardano come unica virtù, la moderazione. Nel tragittarsi da Genova a Savona, catturato da un corsaro e ottenutane la libertà, la esibì a riscatto d’una signora presa anch’essa colla figlia; onde il pirata commosso rilasciò tutti i cattivi. Anche Antonio Neyrot (-1460) di Rivoli domenicano, nel tragittarsi a Napoli fu côlto da un corsaro e condotto a Tunisi; quivi non reggendo ai tormenti, rinnegò; ma ben presto ravvedutosi, meritò il martirio, e il corpo suo fu da mercanti genovesi restituito in patria e illustrato da miracoli.

Costante da Fabiano dell’Ordine stesso, allievo del beato Corradino da Brescia e di sant’Antonino, si divise fra lo studio, la preghiera e le macerazioni, e già vivo ottenne un culto, che poi fu riconosciuto. Bernardo da Scammaca di Catania da’ disordini giovanili ridottosi a pietà e vestito domenicano, si diede ad assistere a tutte le necessità altrui, mentre attendeva alla propria santificazione. Giovanni Licci da Palermo edificò i Domenicani in centoquindici anni di vita. Sebastiano de’ Maggi di Brescia alle lodi di letterato rinunziò per attendere alla conversione de’ peccatori ed al rappacificamento de’ nemici, massime a Genova, ove morì nel 1494.

Tra i Francescani Giacomo delle Marche di Mombrandone si ridusse a rigorosissimo tenor di vita; predicando a Milano, colse tai frutti, che il popolo il voleva arcivescovo, ma egli fuggì; con Giovanni da Capistrano girò la Germania, la Boemia, l’Ungheria apostolando e sollecitando contro i Turchi. Antonio da Stroconio nell’Umbria; Pacifico da Ceredano nel Novarese, autore di una Somma pontificale; Giacomo d’Illiria, frate a Conversano e a Biceto presso Bari; Pier da Moliano, compagno poi successore a Giacomo delle Marche; Angelo da Chivasso, riverito principalmente a Cuneo; Vincenzo d’Aquila dedito a stupende austerità, sono appena alcuni dei tanti onde quell’Ordine s’ingloriò.

Bernardino Tomitano da Feltre (-1494), quantunque scarso della persona, allettava il popolo coll’eloquenza e colla virtù, e col raccogliere i gemiti delle vedove e de’ pupilli. I Monti di pietà, allora appena introdotti da un Barnaba francescano a Perugia, furono da Bernardino difesi e propagati, salvando così dagli usuraj, che, per esempio, a Parma teneano ventidue banchi ove prestavano sin al venti per cento.

Le Calabrie ci presentano il loro Francesco di Paola (-1508), che istituì l’ordine de’ Minimi, affinchè coll’esempio correggessero la rilassatezza de’ Cristiani nel digiuno e nelle altre pie pratiche; assunse per divisa la parola carità; non tacque il vero ai regnanti di Napoli; quando Luigi XI di Francia mandò a pregarlo andasse a lui malato, non obbedì che al comando del papa, poi ad esso Luigi annunziò che la vita dei re sta come le altre in man di Dio, e a questo si preparasse a renderla. Colà lo chiamavano il buon uomo, e tal nome rimase a’ suoi frati, e ad un pero di cui egli avea portato l’innesto.

Il beato Antonio da Méndola fu agostiniano; come il beato Andrea di Monreale presso Rieti, che per cinquant’anni predicò in Italia e Francia. E tutti gli Ordini, a chi cercasse, offrirebbero personaggi illustri per virtù o per scienza.

Fra le donne ricordiamo Francesca di Busso romana, che sposata a Lorenzo de’ Ponzani a dodici anni, fu esempio di quelle matrone, massime nei patimenti dell’invasione di re Ladislao e della peste; per trent’anni servì ai malati negli ospedali senza negligere le cure domestiche; infine istituì la regola delle Oblate. Caterina da Pallanza, udendo a Milano il beato Alberto da Sarzana predicar la passione di Cristo, a questo dedicò la sua verginità, e con altre fanciulle si raccolse sul monte di Varese, modelli di ascetica perfezione. Veronica, di poveri parenti milanesi, costretta al lavoro continuo anche dopo entrata agostiniana, la notte imparava da sè a leggere e scrivere, e fu da Dio graziata d’insigni favori. Caterina dei Fiesco di Genova, il cui padre fu vicerè di Napoli, dai teneri anni si dedicò alla più austera pietà; costretta sposare un Adorno, qual pegno di riconciliazione fra le due emule famiglie, nei dieci anni di matrimonio ebbe esercizio di continua pazienza, finchè le riuscì di convertire il marito; servì i poveri nello spedale, e nelle pesti del 1497 e del 1501; irrigidì all’estremo le astinenze, consolata da superne illustrazioni; e lasciò opere, che per elevatezza e fervore emulano quelle della sua contemporanea santa Teresa.

Aggiungiamo Luigia d’Albertone romana, Caterina Mattei di Racconigi, Maddalena Panatieri di Trino, Caterina da Bologna che scrisse delle Sette armi spirituali, la carmelitana Giovanna Scopello di Reggio; Serafina figlia di Guid’Antonio conte d’Urbino, e moglie malarrivata di Alessandro Sforza signore di Pesaro; Eustochia dei signori di Calafato a Messina, fondatrice del Monte delle Vergini; Margherita di Ravenna, provata da Dio con dolorose infermità, fondatrice della confraternita del Buon Gesù; Stefania Quinzani d’Orzinovi, salita in tal fama di santità che le città se l’invidiavano, e il senato veneto e il duca di Mantova e quel di Milano le chiedevano direzione, e con limosine eresse un monastero a Soncino; Margherita di Savoja, vedova del marchese di Monferrato, che offertole da Cristo d’essere provata colla calunnia o la malattia o la persecuzione, tolse di subirle tutte.

Ma la pietà di questi e d’altri, che diremo e che ometteremo, non bastava a quella riforma che avrebbe dovuto venire dall’alto. All’autorità dei pontefici, reggitrice del mondo per tutto il medioevo, erasi già prima avventato qualche ardito, come Arnaldo da Brescia e i Patarini; ma la critica rimaneva soffocata sotto l’universale consenso. Però l’opinione, fondamento del potere papale, avea ricevuto un grave crollo dalle contese con Filippo il Bello e cogli altri re, dove a vicenda eransi rivelate le debolezze di ciascuno; nell’esiglio d’Avignone i successori di Innocenzo III parvero ridursi in vassallaggio di principi; e persone pie, e massime gl’Italiani, considerandoli come disertori dall’ovile, non si faceano coscienza di rimproverarli con un’acrimonia che proveniva da riverenza al grado, ma scemava quella alla persona. Ne derivò lo scisma occidentale, in cui per quarant’anni si stette esitanti sulla promessa perpetuità della Chiesa. La quale, invece di concordare i principj com’è suo uffizio, sparpagliò zizzania; papi emuli si maledissero l’un l’altro; i vescovi eletti dall’uno impugnavano l’autorità degli eletti dall’altro, e tutti ebbero bisogno del braccio principesco per sostenere e la verità e l’errore; i concilj di Basilea e di Costanza proclamandosi superiori al pontefice, rinnegavano nella Chiesa la monarchia quando appunto veniva compaginata negli ordini civili. I re, aspiranti a concentrare in sè la potenza, allora colsero quel destro, e reluttando alle antiche prerogative di Roma, dissero: — Noi conosciamo e sappiamo fare il bene meglio della Chiesa; noi non dobbiamo dipendere da nessuno; nessuno vi dev’essere nei nostri Stati, che da noi non dipenda».

Nella comune propensione di quel secolo a convalidare i principati sulle rovine delle repubbliche e dei Comuni, anche i papi procacciarono più solertemente negl’interessi temporali, o s’affissero a dare opulenza e stato alle proprie famiglie, da un lato accarezzando i potenti per averli cospiranti ai loro concetti, dall’altro spremendo i deboli. Per questo e per rinvigorire il loro principato terreno a scapito dei signorotti della Romagna che n’erano catene, annasparono una politica non immune di violenze e di frodi. Nella congiura de’ Pazzi vedemmo prelati cospirare per un assassinio in chiesa, e il popolo per vendetta impiccar fino un arcivescovo: prova di deperita religiosità ancor più della violenta diatriba, in quell’occasione avventata a Sisto IV, credesi, da Gentile de’ Becchi vescovo d’Urbino.

Viene poi Alessandro VI: e se come uomo rimase tipo d’una ancor più romanzesca che storica infamia, come papa diede savie costituzioni; colla sì ingiustamente beffata delimitazione prevenne i conflitti della Spagna e del Portogallo nel Nuovo mondo; i contemporanei s’accordano a lodarlo d’aver tarpate le minute tirannidi; e molti confessano, come fu detto di Tiberio, che in lui andavano pari i vizj e le virtù. Dove non veglino i tirannici ordinamenti che la cristianità sconosce, neppur l’inettitudine o la malvagità d’un capo abolisce la bontà delle istituzioni e la consistenza degli intenti.

Ormai però nel papa ricercavasi più il capo dello Stato che quello della Chiesa; e Giulio II fu tutto spiriti guerreschi quanto un vescovo del Mille; ricevuto il paese in tale scompiglio, che fin per Roma si battagliava, seppe ordinarlo, rimise al freno i baroni, e sarebbe a dirsi un eroe se l’armadura e la fierezza non disconvenissero al successore del pacifico pescator di Galileo. Senza violenza procacciatole il possesso d’Urbino, pose ogni cura a rendere robusta la Chiesa; non fece cardinali di case ricche: ma quando tu il vedi obbligato ad accampare egli stesso sotto al tiro del cannone, comprendi d’essere in un’età in cui i re credevano ancora a Dio, non più al papa; troppo differenti da quando una parola di Gregorio VII bastava a trarli umiliati dal cuore della Sassonia, a baciare scalzi il suo piede nel castello di Canossa.

Leone X s’attaccò a spegnere le reliquie degli Ussiti in Boemia, diffondere il cattolicismo tra i Russi e gli Abissini, fondar chiese in America; ovvio lo scisma minacciato dal sinodo di Pisa; abolì la prammatica sanzione in Francia; il lungo e indecoroso litigio sui Monti di pietà terminò dichiarando non vedervi nulla d’illecito e usurario; e insinuava concordia a’ principi cristiani per opporli ai Turchi. Sobrio sempre, trascendeva i rigori ecclesiastici nei giorni di digiuno, e introdusse la commovente liturgia della settimana santa a Roma. Con limpida integrità conferiva i benefizj, raccomandando a’ suoi favoriti non gli facessero conceder grazie di cui dovesse pentire e vergognare, e piuttosto ai supplicanti soddisfaceva colla propria borsa. Ma d’altra parte le dignità ecclesiastiche non distribuiva come un premio d’insigne zelo o d’esemplare bontà, ma spesso dell’ingegno, comunque applicato; nè mai sì chiaro apparve come lo spirito gentilesco fosse penetrato fin nella corte pontifizia.

Rampollo di casa dov’erano ereditarie la magnificenza e il patronato delle belle arti, papa sul fiore degli anni, colto, amabile, agogna le voluttà dello spirito, e di vedersi attorno faccie contente, e che tutti abbiano ad acclamare la beatitudine del suo tempo. Ora fa musica, ed egli accompagna a mezza voce le arie; sconcerta il suo cerimoniere uscendo senza rocchetto e talvolta fino in stivali; Viterbo e Corneto lo vedono a cavallo cacciar per giornate intere, pescare a Bolsena; fa recitare le commedie del Machiavelli e del Bibiena, e ogni anno chiama da Siena la compagnia comica dei Rozzi; bacia l’Ariosto; minaccia di scomunica chi ristampasse Tacito o l’Orlando Furioso, di cui accetta la dedica, come dell’Itinerario di Rutilio Numaziano, uno degli ultimi pagani accanniti contro il nascente cristianesimo; aggradisce le annotazioni d’Erasmo al Testamento Nuovo, che poi furono messe all’Indice; e la dedica del libro di Hutten sulla donazione di Costantino, dal quale Lutero disse aver attinto tutto il suo coraggio; e diede ad Aldo Manuzio il privilegio per la stampa delle costui Epistolæ obscurorum virorum.

Convivi abituali teneva un figlio del Poggio, un cavaliere Brandini, un frà Mariano, tutti buontemponi che inventavano celie e piatti bizzarri, e che soffrivano qualunque tiro dal papa e da’ suoi. A un de’ Nobili fiorentino, detto il Moro, «gran buffone e ghiotto e mangiatore più che tutti gli altri uomini, per questo suo mangiare e cicalare avea dato d’entrate d’uffizj per ducento scudi l’anno» (Cambi). Sopra cena tratteneva sei o sette cardinali dei più intimi, coi quali giocava alle carte, e guadagnasse o perdesse, gettava manciate di zecchini sugli spettatori. Le lettere non rispetta come matrone, ma accarezza come bagasce: se vede alcuno preso da vanità, esso gliela gonfia con onori e dimostrazioni, finchè divenga il balocco universale; come avvenne col Tarascon suo vecchio secretario, cui fece persuaso fosse improvvisamente divenuto gran dotto in musica, onde si pose a stabilire teorie stravaganti, e diventò matto. Altre beffe faceva a Giovanni Gazoldo, a Girolamo Britonio poeti, all’ultimo de’ quali fece applicare solennemente la bastonata per aver fatto de’ versi cattivi. Camillo Querno improvvisatore, gran beone, gran mangiatore, che gli si era presentato col poema dell’Alessiade di ventimila versi, e di sue lepidezze gli ricreava le mense, fu da lui dichiarato arcipoeta. Il Baraballo abate di Gaeta a forza di encomj fu indotto a credersi un nuovo Petrarca, e Leone volle incoronarlo; e fattolo mettere s’un elefante donato da Emanuele di Portogallo, con la toga palmata e il laticlavio de’ trionfanti, lo mandò per Roma, tutta in festa e parati, e non guardossi a spese acciocchè il poetastro salisse in Campidoglio ad onori che l’Ariosto non ottenne.

Questi e simili spassi del papa sono descritti da Paolo Giovio con un’ilarità, che anch’essa è caratteristica in un vescovo; com’è notevole la conchiusione a cui riesce, cioè ch’essi sono degni di principe nobile e ben creato, sebbene gli austeri le disapprovino in un papa[192]. Anche Rabelais francese, frate adoratore della divina bottiglia, e che domandava di professare sopra l’ubriachezza lucida, passato a Roma, facea rider di sè papa e cardinali, mentre raccoglieva onde rider di loro nel suo Pantagruele, libro stranamente audace, dove non la perdona tampoco a Cristo.

Buon signore ma papa e principe riprovevole, Leone si avventurò ad una politica di capriccio, senza concetti elevati, e come un nuovo ricco sprecò nella pace i tesori accumulati da Giulio II in mezzo alle guerre, ne cercò di nuovi col vendere indulgenze, o coll’imporre tasse gravose; impegnò le gioje di san Pietro; nominò trentun cardinali a un tratto, fra cui due figli delle sue sorelle Orsini e Colonna, mentre da un pezzo si avea cura di non crescere con dignità il potere di quelle famiglie; inventò tante cariche da vendere, che a quarantamila zecchini aumentò le spese annue della Chiesa; e tutto avea consumato quando morì.

Qual meraviglia se tutta la Corte sua paganeggiava? Si traeva ad ammirar sugli altari del Vaticano pitturate le amasie de’ pittori, e le belle di divulgata cortesia nella Vergine della casta dilezione. Alessandro VI fu dipinto dal Pinturicchio in Vaticano sotto forma d’un re magio, prostrato avanti una madonna ch’era la Giulia Farnese. Ligorio, nella villa Pia dei papi eretta per ricreazione, si mostrò gentilesco non solo nella costruzione, ma nelle scene e nelle figure. Tiziano ritrasse la regina Cornaro in S. Caterina; il Pordenone fece Alfonso I di Ferrara inginocchiato davanti a santa Giustina, la quale era Laura Dianti, druda di lui. Nell’adorazione dei Magi spesso si ritrassero i Medici, per aver pretesto di porvi in testa quella corona a cui aspiravano. Nella sacristia di Siena si ammiravano le tre Grazie ignude; e ignudi abbondavano sull’austera maestà delle tombe principesche, e fin nelle cappelle pontifizie. A Isotta, amasia poi moglie di Pandolfo Malatesta signore di Rimini, fu su medaglie e sul sepolcro dato il titolo di diva; e Carlo Pinti nell’epitafio di essa la dichiarava «onor e gloria delle concubine». In un sepolcro di San Daniele di Venezia leggeasi Fata vicit impia; e Paolo Giovio assunse per divisa, Fato prudentia minor. All’esaltazione di Alessandro VI le iscrizioni alludevano sempre al nome eroico:

Cæsare magna fuit, nane Roma est maxima: sextus
Regnat Alexander, ille vir, iste Deus;

e un’altra:

Scit venisse suum patria grata Jovem.

Per Leone X si fece quest’epigramma:

Olim habuit Cypris sua tempora, tempora Mavors

Olim habuit; sua nunc tempora Pallas habet.

Marsilio Ficino provava la divinità di Cristo dall’esser egli stato predetto da Platone, dalle Sibille, da Virgilio, e dall’avere gli Dei molto benignamente testificato di lui (Sulla religione cristiana): e loda Giovanni Medici con queste parole: Est homo Florentiæ missus a Deo, cui nomen est Joannes. Hic venit ut de summa patris sui Laurentii apud omnes auctoritate testimonium perhibeat; e da Plotino fa dire sopra Platone: Hic est filius meus dilectus, in quo mihi undique placeo: ipsum audite[193]. Leone X eccitava Francesco I contro i Turchi per Deos atque homines. V’è chi chiama Olimpo il paradiso, Erebo l’inferno, manes pios le anime de’ giusti, lectisternia le maggiori solennità, arciflamini i vescovi, infula romulea la tiara, senatus Latii il sacro concistoro, sacra Deorum la messa, simulacra sancta Deorum le immagini dei santi. L’eloquenza sacra toglieva non solo le forme, ma e le autorità e gli esempj dai classici.

Il Sadoleto, uno dei più pii di quel secolo, dirige una consolatoria a Giovan Camerario per la perdita di sua madre, tutta vertente sulla intrepidezza e la magnanimità pagana, senza pur toccare agli argomenti ben più efficaci della religione. Il Sannazaro invoca le muse per cantare il parto della Vergine, ma senza mai nominare Jesus perchè non latino; perchè non è latino propheta, fa che Proteo vaticini al Giordano la venuta di Cristo; chiama Maria spes fida Deorum: l’angelo Gabriele la trova intenta a leggere le sibille (illi veteres de more sibyllæ in manibus): e quand’ella assente, le ombre de’ patriarchi esultano quod tristia linquant Tartara, et erectis fugiant Acheronta tenebris, Immanemque ululatum tergemini canis. Il dotto e santo vescovo Vida nella Poetica non parla che di Muse e Febo e Parnaso, come i classici di cui raccozzava gli emistichj, e ai quali, principalmente a Virgilio, prestava un culto da Dio: fa un poema sul giuoco degli scacchi, ove alle nozze dell’Oceano colla Terra gareggiano Apollo e Mercurio: nella Cristiade poi applica a Dio padre tutti i nomi di Giove (Regnator Olympi, Superum pater nimbipotens), il Figlio è un eroe (heros)[194]; Gorgone, Erinni, Arpie, Idre, Centauri, Chimere spingono gli Ebrei al deicidio: alla cena vien consacrato della Cerere sincera: sulla croce è porto al morente tristo umor di Bacco (sinceram Cerem: corrupti pocula Bacchi). Nei funerali di Guidobaldo da Montefeltro l’Odasio recitò nel duomo d’Urbino l’orazione, dicendo che coi sacramenti amministratigli dal vescovo di Fossombrone aveva placati gli Dei superi e i mani (deos ille superos et manes placavit), e più d’una volta esclama agli Dei immortali. Le allusioni gentilesche del Bembo strisciano all’empietà: fa Leon X assunto al pontificato per decreto degli Dei immortali; parla dei doni alla dea lauretana, dello zefiro celeste, del collegio degli auguri, cioè quello dei cardinali; chiama persuasionem la fede, la scomunica aqua et igni interdictionem; fa dal veneto senato esortare il papa uti fidat diis immortalibus, quorum vices in terra gerit; e così litare diis manibus è la messa dei morti; un moribondo s’affrettò deos superos manesque placare; san Francesco in numerum deorum receptus est. Ne’ versi poi anteponeva il piacere di veder la sua donna a quello degli eletti in cielo[195]; negli Asolani conforta i giovani ad amare; e al cardinale Sadoleto scriveva: — Non leggete le epistole di san Paolo, chè quel barbaro stile non vi corrompa il gusto; lasciate da canto coteste baje, indegne d’uom grave»[196]. Nell’epitafio pel famoso letterato Filippo Beroaldo egli ne loda la pietà, per la quale suppone che canti in cielo[197]; eppure i costui versi ostentano gli amori colla famosa Imperia, e con un’Albina, una Lucia, una Bona, una Violetta, una Glicera, una Cesarina, una Merimma, una Giulia, le quali appaja a quella cortigiana; eppure era prelato.

Il cardinale Bibiena si fece fabbricare sul Vaticano una villa, di voluttuose ninfe dipinta da Rafaello; sovrantendeva alla parte splendida della corte di Leone X, dirigeva i carnasciali e le mascherate; persuase il papa a far rappresentare la Mandragora del Machiavelli e la propria Calandra, le cui scene da postribolo fecero ridere Leone che v’assisteva in palco distinto, e Isabella d’Este e le più eleganti dame d’Italia. Chi pari a lui per indurre alle pazzie i meglio assennati?[198] Si congratulava che Giuliano dei Medici menasse a Roma la principessa sua moglie, e «la città tutta dice, — Or lodato sia Dio, che qui non mancava se non una corte di madonne, e questa signora ce ne terrà una, e farà la croce romana perfetta»[199]. Accanto a loro monsignor della Casa componeva capitoli di trascendente lubricità, e domandava il cappel rosso non per le virtù proprie, ma «in mercè delle perpetua fede e della sincera ed unica servitù che avea sempre dimostrata ai Farnesi». E questi, e il Bembo, e il cardinale Ippolito d’Este, e tropp’altri ostentavano figliuoli.

Che la forma non alteri le idee, rado avviene; e il ravvivato splendore dell’antichità abbagliava per modo, da non lasciar più vedere il cristianesimo. Il Guicciardini, il Paruta, il Machiavelli, il quale credeva all’astrologia e non a Cristo, sanno ammirare unicamente la civiltà anteriore al cristianesimo; Marsilio Ficino accende una lampada al busto di Platone. Più avanti si procedeva, e le due opposte scuole de’ Platonici e degli Aristotelici s’accordavano nell’osteggiare o almeno mettere da banda la religione, e in nome della filosofia sostenevano chi la mortalità dell’anima, chi l’unità dell’intelligenza, chi l’ispirazione individuale; men tosto eretici che pagani; non combattendo l’evangelica predicazione, ma affettando che mai non fosse sonata.

Primo sintomo n’era la smisurata superbia, ciascun di quei dotti credendo suprema la propria scienza, come il viaggiatore crede il più eccelso il vertice del monte ove a stento si arrampicò. De’ filosofi, alcuni stavano fedeli ad Aristotele, meglio conosciuto dacchè studiavasi il greco; Leonico Tomeo veneziano ne impresse una traduzione, molti attesero a interpretarlo, altri a rammodernarlo mescolandovi un poco d’arabo, di scolastico, di platonico, di cristiano, sì da formarne un bastardume indicifrabile, ma anche sterile. L’arabo Averroe, il più vantato suo commentatore, il quale sosteneva l’unità e l’immortalità delle anime e Dio essere il mondo, era stato da Pietro d’Abano introdotto nell’Università di Padova, ove pose radici (t. VIII, p. 156): Gaetano Tiene assodò colà, Nicolò Vernia diffuse ad altre terre l’insegnamento dell’unità dell’intelletto, la quale al fine del Quattrocento regnava nelle scuole venete, come il platonismo[200] nelle toscane: Regiomontano dava lezioni pubbliche a Padova sopra Al-Fargani, e bene avanti nel secolo XVII durò colà quel realismo razionalista, sotto il quale ammantavasi il pensare indipendente.

Francesco Patrizio illirico, che presunse fondare una filosofia nuova, esortava il papa a sbandire Aristotele come repugnante al cristianesimo, mentre in quarantatre punti vi aderiva Platone. E a Platone prestava culto Marsilio Ficino quanto a Cristo, vi trovava l’intuizione de’ misteri più profondi, il Critone considerava come un secondo vangelo caduto dal cielo; ma Michele Mercato, un de’ suoi più diletti scolari, non sapea torsi i dubbj sull’immortalità dell’anima. Ed ecco una mattina costui è svegliato dal correre d’un cavallo e da una voce che il chiama a nome; s’affaccia, e il cavaliero gli grida: — Mercato, è vero». Egli avea pattuito col Ficino che, qual dei due morisse prima, darebbe certezza all’altro delle cose d’oltre tomba; e Ficino era appunto spirato in quell’istante.

Pietro Pomponazzi mantovano, cattivo filologo e debole logico, ma arguto e vivace parlatore, tormentato dai dolori di Prometeo nell’incertezza del vero, e nell’accorgersi che la ricerca di questo rende beffati dal vulgo, perseguitati dagl’inquisitori[201], dubita fin della Provvidenza e dell’individualità dell’anima; promuove discussioni, senza riguardo ai dogmi nè alla disciplina; schiera le argomentazioni più speciose a provare che colla ragione non può dimostrarsi l’immortalità dell’anima nè il libero arbitrio; fa inventate dagli uomini le idee morali e le postume retribuzioni[202]. Sulla predestinazione erano allora comunemente accettate le decisioni di san Tommaso, e il Pomponazzi non esita a contraddirlo, e — Se fosse vero (dice) quel che molti Domenicani asseriscono, che quel santo avesse ricevuto realmente e davanti molti testimonj tutta la sua dottrina filosofica da Gesù Cristo, non oserei porre dubbio su veruna delle sue asserzioni, per quanto mi sappiano di false e impossibili, e ch’io vi veda illusioni e decezioni piuttosto che soluzioni: perocchè, come dice Platone, è empietà il non credere agli Dei o ai figli degli Dei quand’anche sembrino rivelar cose impossibili. Vero però o no che sia il racconto, io citerò di lui su tal soggetto cose che ispirano gravi dubbj, de’ quali e dagl’infiniti uomini illustri della sua setta attendo la risoluzione».

Vedete bel modo d’accettare la tradizione religiosa! E nel trattato delle Incantagioni professa tenersi alla natura qualvolta i ragionamenti bastano a dar ragione di fenomeni per quanto straordinarj; e spiega moltissimi avvenimenti prodigiosi e miracoli, lasciando a parte quei del vangelo. Ricorre anche alla teurgia, alla quale arrivavano gli Aristotelici ragionando, come i Platonici contemplando, mercè degli studj orientali e della cabala, che derivava dalla parole di Ormus e precedeva quella di Hegel. Secondo il Pomponazzi, ogni cosa è concatenata in natura, onde i rivolgimenti degli imperi e delle religioni dipendono da quelli degli astri; i taumaturghi sono fisici squisiti, che prevedono i portenti naturali e le occulte rispondenze del cielo colla terra, e profittano dei momenti in cui le leggi ordinarie sono sospese per fondare nuove credenze; cessata l’influenza, cessano i prodigi, le religioni decadono, e non lascerebbero che l’incredulità, se nuove costellazioni non conducessero prodigi e taumaturghi nuovi.

L’opera sua fu bruciata pubblicamente a Venezia; tolta a confutare da Alessandro Achillini averroista scolastico e da altri; eppure alla Corte di papa Leone la difese il Cardinale Bembo e le continue proteste di sommessione e la condotta intemerata salvarono dalla persecuzione l’autore, il quale seguitò a professare sicuramente a Bologna, dopo morte fu onorato d’una statua, e deposto nella sepoltura d’un cardinale. Non piccolo effetto esercitò egli sul suo tempo; e qualora un professore cominciasse le solite dissertazioni, i giovani interrompevano gridando: — Parlateci delle anime», per conoscere subito il suo modo di vedere nelle quistioni fondamentali.

Facilmente da noi ogni sentimento divien passione, e gli scrittori contemporanei ci sono prova che quei pensamenti non erano un fatto isolato; certo vi aderirono Simone Porta, Lazzaro Bonamico, Giulio Cesare Scaligero, Giacomo Zabarella, Simone Porzio, la cui opera sull’anima è detta dal Gessner «più degna d’un porco che d’un uomo», eppure non gli partorì disturbi. Andrea Cesalpino, illustre naturalista, fa nascere le cose spontaneamente dalla putredine, mediante il più intenso calore celeste. Galeotto Marzio di Narni, nelle dissertazioni di filosofia avendo posto che, chi vive secondo i lumi della ragione e della legge naturale otterrà l’eterna salute, fu côlto dall’Inquisizione a Venezia, e s’un palco colla mitera di carta dipinta a diavoli, obbligato a ritrattarsi. Non ebbe maggior castigo in grazia della protezione di Sisto IV ch’era suo allievo; e ritiratosi in Ungheria, dove fu bibliotecario e educatore del figlio di Mattia Corvino, ne uscì per seguitare Carlo VIII in Italia, dove cascando di cavallo, si ruppe la persona. Nell’inedito suo libro De incognitis vulgo i dogmi nostri confronta con quelli de’ pagani, nell’evidente intenzione di mostrare che non sono meno credibili questi che quelli.

Mattia Palmieri, nella Città della vita, poema inedito, proclama la trasmigrazione delle anime, e nella orazione funebre recitatagli in chiesa, Alamanno Rinuccini mostrava deposto sul cadavere di lui quel libro, dove cantava come l’anima, sciolta dalla terrena soma, per varj luoghi girava, finchè giungesse alla superna patria.

Agostino Nifo (De intellectu) sosteneva non esistere che un’anima ed un’intelligenza, sparsa in tutto l’universo, che vivifica e modifica gli esseri a sua voglia; pure Pietro Barozzi, vescovo di Padova, lo campò dalle minaccie, e Leon X il favorì, e pagollo perchè confutasse il Pomponazzi. Speron Speroni, a Pio IV che gli diceva, — Corre voce in Roma che voi crediate assai poco», rispose: — Ho dunque guadagnato col venirci da Padova, ove dicono che non credo nulla»; e poco prima di morire esclamò: — Fra mezz’ora sarò chiarito se l’anima sia peribile o immortale»[203]. Cesare Cremonino da Cento, professore a Ferrara e a Padova, troncava in modo risoluto e antifilosofico l’accordo tra la fede e la filosofia col dire: Intus ut libet, foris ut moris; e morto ottagenario dalla peste, anche dal sepolcro (almen lo dissero) volle protestare contro l’immortalità, mediante l’epitafio Hic jacet Cremoninus totus. Quando Erasmo da Rotterdam, il maggior erudito e forse il più franco pensatore fra i Tedeschi, fu a Roma, alcuno volle provargli non correre divario tra le anime degli uomini e delle bestie; e «non pareva fosse gentiluomo e buon cortigiano colui che de’ dogmi non aveva qualche opinione erronea ed eretica»[204].

Ecco perchè Leon X proibì d’insegnare Aristotele nelle scuole, e nel concilio Lateranese V ordinò di smettere la distinzione che faceasi delle opinioni, false secondo la fede, e vere secondo la ragione, ed esser eretico chi insegnasse una sola esser l’anima razionale, partecipata a tutti gli uomini, mentre invece è la forma dei corpi moltiplicata a norma di quelli; e ingiunse che gli ecclesiastici studenti nelle Università non si applicassero più di cinque anni alla filosofia o alla poesia, senza unirvi la teologia e il diritto pontifizio.

Giovanni Pico della Mirandola a ventiquattr’anni mandava per Europa una sfida a sostenere novecento tesi, dialettiche, morali, fisiche, ecc., quattrocento delle quali avea dedotte da filosofi egizj, caldaici, arabi, alessandrini, latini[205], e le altre avevano opinioni sue, dichiarando sottomettersi alle decisioni del papa. E il papa le proibì. Ricco signore, innamorato degli studj, caro al magnifico Lorenzo, dai dotti della costui Corte aveva attinto quel misto di cabala, gnosticismo, neoplatonismo, giudaismo, che univasi colla letteratura gentilesca, col filosofare di Aristotele, d’Epicuro, d’Averroe, per gettare gli spiriti nel dubbio e in quel che ora intitoleremmo razionalismo. E a questo era giunto Pico, sebbene professasse rispetto per la santa Sede, e avesse mostrato le sue tesi a teologi provati; ma tredici principalmente furono dal pontefice disapprovate, dopo maturo esame. Le difese egli in un’apologia, poi le sostenne di nuovo nell’Heptaplus de septiformi sex dierum geneseos enarratione, nel De Ente et Uno, opere scolastiche, dal cui gergo non è così agevole il trarre un chiaro concetto. Riducesi però a mettere d’accordo Platone e Aristotele, e la teologia pagana colla mosaica e cristiana: aver Cristo confidato arcanamente alcune verità a discepoli suoi, tramandate a voce, il conoscere le quali è «fondamento grandissimo della fede nostra», e non vi si giunge che per mezzo della cabala, dalla quale per es. si impara perchè Cristo dicesse d’esistere prima d’Abramo, perchè dopo di sè mandasse il Paracleto, perchè venisse egli coll’acqua del battesimo, e lo Spirito Santo col fuoco. Vantavasi d’aver egli primo in Italia reso ragione dell’aritmetica teologica di Pitagora; l’unità numerica fondarsi sull’unità metafisica, la quale è al dissopra dell’ente. Fidato nella cabalistica, interpreta liberamente Mosè, che a prima vista sembra grossolano, attesa la legge degli antichi savj di velar le cose sublimi: altrettanto fece Cristo parlando per parabola al vulgo; e perciò san Giovanni, il meglio istrutto negli arcani, non scrisse che tardissimo, e san Paolo ricusava il vital nutrimento ai Corintj, ancora carnali, e Dionigi areopagita esortava a non mettere in carta i dogmi più reconditi. Egli dunque, spiegando il genesi, anche dove non s’abbandona alla fantasia, lo tratta come un mito, che riconosce in fondo a tutte le religioni antiche; la qual conciliazione tenta pure pei misteri cristiani, che rintraccia nella parte recondita delle filosofie.

Ognun vede sin dove avesse a portare un tale eclettismo, molto divulgato alla Corte de’ Medici, e per nulla attenuato dalle ripetute proteste di soggezione alla Chiesa, mentre alla Chiesa volea sostituirsi nella definizione del dogma. E a ciò tendeva Pico per mezzo della cabala e dello studio dell’ebraico; e ne vennero quelle tesi, fra cui v’era che Cristo non discese agli inferni con reale presenza, ma solo coll’effetto; che al peccato mortale di tempo finito non deesi pena infinita; che niuna scienza ci certifica della divinità di Cristo quanto la magìa e la cabala; le parole hoc est corpus meum sono ricevute materialmente, non con un vero senso; l’anima nulla intende distintamente se non se stessa.

Niuna meraviglia dunque se, mentre i suoi libri erano applauditi come cosa più che umana dalla Corte e dalle accademie, Roma li riprovava, e Innocenzo VIII, malgrado le raccomandazioni del magnifico Lorenzo[206], mai non volle ritirarne la condanna. Pico, sempre più ingolfato negli studj, non sapea però darsi pace d’avere incorso la disapprovazione papale, si riprotestava di sentimento cattolico, per quanto vi fossero persone che lo istigavano a rompere affatto con Roma, ed eccitare un grande scandalo. Che anzi Pico disputava con Ebrei, affatto razionalisti; contro di essi sosteneva la fedeltà di san Girolamo nella traduzione dei salmi; voleva anche scrivere una grand’opera per confutare i sette nemici della Chiesa; ma non fece che la parte contro gli astrologi; macerava il corpo; consumava le veglie sulle sacre carte, e dopo che Alessandro VI lo assolse d’ogni censura, morì piamente in man de’ Domenicani, l’abito dei quali voleva vestire. Così erano sobbalzate le menti fra il dogma e il dubbio.

Ma dietro alle sottilità astratte erasi insinuato un materialismo semplice e pratico, e i moderati credevano prestare omaggio alla fede col non riflettervi, accettare le credenze senza studio nè esame; ingerendosi così un’accidia voluttuosa che, come in tempi a noi vicini, chiamava spirito forte l’indifferenza, e lo sdrajarsi col bicchiere in mano e spegnere i lumi.

Ben è degna d’osservazione la franchezza con cui dappertutto, ma più in Italia, si censuravano gli abusi insinuatisi nella Chiesa. Dante e Petrarca fulminarono la Corte romana, eppure non ne furono riprovati, nè tampoco proibiti i loro libri. Il Boccaccio, se in frà Cipolla non fa che canzonar gli spacciatori di reliquie, e in ser Ciappelletto le bugiarde conversioni, precipita affatto al razionalismo nella famosa storia dell’anello. Gli altri novellieri ridondavano di arguzie e d’avventure a carico dei monaci, e nessun peggio del Novellino di Masuccio salernitano[207].

La satira, impotente e contro l’Impero e contro i tiranni, si esercitò contro la lassa disciplina. Il Poggio, segretario che fu di tre papi, descrivendo in lettera a Leonardo Bruno il supplizio di Giovanni Huss e Girolamo da Praga, per compassione di essi inveisce contro Roma: le invereconde sue Facezie, ove insieme col vulgo e cogli aristocratici, cogli eruditi e coi parlatori, sono berteggiati gli ecclesiastici e la Corte pontifizia, si stamparono in Roma stessa il 1469. Gian Francesco Pico della Mirandola nel concilio Lateranese pose al pallio l’ambizione, l’avarizia, la scostumatezza del clero, con una franchezza che nessun eretico la ebbe maggiore, attestando il comune desiderio d’una riforma. Giorgio Trissino, placido ingegno, ch’ebbe onori e incarichi fin di ambascerie da due papi, nella Italia liberata s’avventa contro i preti, i quali «spesse volte han così l’animo alla roba, che per denari venderiano il mondo», e da un angelo fa vaticinare a Belisario la corruzione in cui cadrebbe la Corte romana, sicchè i papi non penserebbero che a rimpolpare i loro bastardi con ducati, signorie, paesi; conferire sfacciatamente cappelli ai loro mignoni e ai parenti delle loro bagasce; vendere vescovadi, benefizj, privilegi, dignità, o collocarvi persone infami; per denaro dispensare dalle leggi migliori, non serbar fede, trarre la vita in mezzo a veleni e tradimenti, seminar guerre e scandali fra principi e cristiani, sicchè i Turchi e i nemici della fede se n’ingrandiscano; e conchiude che il mondo ravvedutosi correggerà questo sciagurato governo del popol di Cristo.

Non era il concetto medesimo, per cui, nel secolo precedente, alcuni pii aveano fantasticato la venuta d’un papa angelico? Del resto il dire che la Corte romana fosse corrotta, venale la dateria, ribalda la sua politica, sprezzar le scomuniche, ridere dei frati, disapprovare il mercimonio delle indulgenze, impugnar le decretali, erano azioni consuetissime in Italia.

Vaglia il vero, quando un potere non è contestato, e agli occhi di tutti serba il carattere sacro, si può giudicarlo eppur venerarlo, nè reca pericolo il biasimo che si porti sugli abusi non sull’essenza, e al quale non aggiustano idea d’insulto chi lo fa, nè idea d’offesa chi lo riceve. Ben d’altro passo procede la cosa quando, mancato il rispetto irriflessivo, si sottilizza il discorso, si diffonde la dottrina, s’insinua il dubbio erudito o la beffa religiosa. Con altra moderazione, ma anche piissimi uomini e molti vescovi nelle prediche e nelle pastorali gemevano degli abusi ecclesiastici, e reclamavano un rimedio. Il cardinale Sadoleto, stretto cattolico, nelle lettere ripete costantemente questa necessità[208], e Girolamo Negro dice che esso «ha in animo di scrivere un libro De republica, e di crivellar tutte le repubbliche del nostro tempo, præcipue quella, non della Chiesa ma dei preti». Senza ritornare sul Savonarola, il primo anno di Leon X, un frà Bonaventura predicava a Roma d’essere il salvatore del mondo, eletto da Dio, la cui Chiesa avrebbe capo in Sionne; e più di ventimila persone accorsero baciandogli i piedi come a vicario di Dio; scrisse un libro «della apostatrice cacciata e maledetta da Dio meretrice Chiesa romana», ove scomunica papa, cardinali, prelati, predica che egli battezzerà l’impero romano, eccita i re cristiani ad accingersi d’armi ed assisterlo, e massime esorta i Veneziani a tenersi in accordo col re di Francia, il quale è scelto da Dio ministro onde trasferir la chiesa di Dio in Sionne, e convertire i Turchi. Nel 1516 fu arrestato e messo in castel Sant’Angelo[209].

«Il dì vigesimoprimo d’agosto del 1515, a Milano venne uomo secolare, di forma grande, sottile e oltremodo selvaggio, scalzo, senza camicia, col capo nudo, e capelli aggricciati e barba irsuta, e di magrezza quasi un altro Giuliano romita; solo avendo una vesta di grosso panno lionato; e il viver suo era pane di miglio, acqua, radici e simili cose; e a dormire solo un desco, o vero la nuda terra gli bastava. Andò dal vicario dell’arcivescovo per intercedere licenza di poter predicare; ma esso non gliela volle concedere; non pertanto egli il dì seguente cominciò nel duomo a predicare il verbo di Dio, e continuò sino a mezzo settembre, con tanta grazia di lingua, che tutta Milano vi concorreva. E dopo che aveva finito il predicare, se ne andava all’altare della Madonna, e a terra gittandosi, vi stava per un gran pezzo (credo) in orazione; e ogni sera poi alle ventitre ore faceva suonare la campana di esso duomo, d’onde molta gente vi concorrea con i lumi accesi a dire la Salve Regina; ma prima che la dicesse, stava circa mezz’ora in terra carpone. Denari in elemosina per modo alcuno non volea; e chi glieli offeriva, li facea donare all’altare della Madonna. Ma troppo era nemico de’ preti, e molto più de’ frati; e a ogni predica rimproverava loro grandemente, dicendo che la loro professione, la quale dovria esser povertà, castità e obbedienza, solamente era di rinunciare la fame e il freddo e le fatiche, e d’ingrassarsi nelle buone pietanze per amor di Dio; e quegli i quali non devono toccar denari, non solamente possedono de’ suoi, ma e dell’avere d’altrui divengono guardatori»[210].

Che più? la Chiesa confessava que’ disordini, e s’affaticava al riparo. Il concilio Lateranese era stato raccolto da Giulio II specialmente nell’intesa di correggere gli abusi curiali; e a ciò dirizzollo Leon X, che lo trasse a termine. I discorsi ivi recitati versano incessanti sulla necessità della riforma; e singolarmente quello tenuto alla nona sessione da Antonio Pucci, magnifica l’eccellenza della Chiesa, perchè maggiore appaja il dovere di rivocarla alla pristina purezza. Tutti, ma egli maggiormente, deploravano che a ciò si opponessero le nimicizie de’ principi cristiani; che, mentre tutti rigurgitavano di denaro, di popolazione, d’armi, di vigore, di genio, non sapessero adoprarli che ad empire il mondo d’ostilità reciproche, invasioni, correrie, saccheggi, incendj, micidj d’innumerevoli adoratori di Cristo: — O cuori affamati dei re, non mai satolli delle innocenti viscere de’ popoli! o terra assetata, gonfia da un fiume fumante di cristiano sangue! o cieca rabbia dei demonj, non calmata dagli innumerevoli macelli umani! Da vent’anni cinquecentomila Cristiani furono sgozzati di spada, e ancor n’avete fame? e ancor sitite sangue?» Ma un male ancor peggiore dichiarava, l’essersi provocata la collera di Dio con tante colpe; nè poter sopirsi la guerra esterna finchè non fosse tolta l’interiore dei vizj: — Vedete il secolo, vedete i chiostri, vedete il santuario; quali enormi abusi a correggere! Dalla casa di Dio bisogna cominciare, ma non fermarsi là»[211].

I decreti di riforma pubblicati in quel concilio sono eccellenti; vescovi non prima dei ventisette anni, nè dei ventidue gli abati; non si potranno dare in commenda i monasteri; non si permetterà di cumular benefizj se non per valide ragioni; i cardinali sorpassino gli altri per vita esemplare, recitino l’uffizio e la messa; nella casa e ne’ mobili non ostentino fasto mondano, nè nulla di sconveniente alla vita sacerdotale; evitino però anche l’avarizia, dovendo la casa d’un cardinale esser porto, rifugio, ospizio a tutte le persone dabbene, alle dotte, alle nobili decadute; trattino cortesemente i forestieri, decentemente gli ecclesiastici, umanamente i poveri; visitino ogn’anno la loro chiesa, non ne sprechino i beni; sappiano quali paesi sono infetti d’eresie o superstizioni, o dove rilassata la disciplina, o minacciata di danno, e ne informino il pontefice, suggerendo i rimedj. Ordini conformi si danno agli uffiziali della Corte romana e a tutto il clero.

Un decreto ancor più memorabile vi si emanò: — La stampa, per favore divino perfezionatasi ai nostri giorni, è opportunissima a esercitare gl’intelletti, e formare eruditi, de’ quali godiamo veder abbondante la Chiesa. Pure udiamo lamenti che molti imprimano opere contenenti errori e dogmi perniciosi, e ingiurie a persone anche elevate in dignità; sicchè i libri, invece di edificare, guastano la fede e i costumi. Affine dunque che un’arte, felicemente trovata a gloria di Dio, incremento della fede e propagazione delle scienze utili, non divenga pietra d’inciampo ai fedeli, e volendo che essa prosperi tanto più quanto più vigilanza vi si apporterà, stabiliamo che nessun’opera si pubblichi se prima non sia riveduta dal maestro del sacro palazzo o dai vescovi, che vi metteranno la propria firma gratuitamente e senza indugio».

E certamente un’alta e sincera volontà avrebbe potuto ricondurre a chiaro e cristiano scioglimento e a pacifica mediazione la sciagurata discrepanza delle idee pratiche e la complicazione degli interessi ecclesiastici e religiosi coi politici e secolari, e ingiovanir la Chiesa senza farla a pezzi nè buttarla nella caldaja di Medea, consolidando l’unità non distruggendola. Sciaguratamente intrometteansi le passioni politiche ad esacerbare le piaghe, e impedire i rimedj calmanti; Giulio II, scialacquando scomuniche per interessi mondani, provocò in Francia un ricolpo, espresso dal conciliabolo di Pisa, e prorompente anche in popolareschi drammi a tutto vilipendio della Corte romana. La Germania da un pezzo strillava del denaro che fluiva a Roma, e viepiù da che la curia papale si pose a capo della resistenza contro i Turchi, sicchè di nuove imposte e decime dovea sempre gravare per guerre che poi non sempre s’intraprendevano, o non riuscivano prospere[212]. La dieta d’Augusta del 1510 levò querele contro le pretensioni pontifizie, minacciando, se non vi si ponesse riparo, una generale rivolta contro il clero.

Dal continuo mescolarsi de’ Tedeschi nelle vicende italiane era stata acuita la naturale antipatia delle istituzioni e delle nature germaniche contro le romane; e i nostri odiavano quelli come prepotenti, essi disprezzavano noi come fiacchi, e nella superiorità dell’ingegno scorgeano soltanto furberia e mala fede. Lo spirito romano che riunisce, e il germanico che separa, aveano lottato incessantemente: e mentre quello avviava all’unità giuridica, politica, religiosa, attuata anche nell’istituzione dell’Impero, questo tendeva a separare, sia nei feudi, o nei Comuni, o nelle minute signorie tedesche; ed oggi pensava farlo nella religione. Che se l’opposizione religiosa in Italia era ironica, beffarda, scettica, negava ma sottometteasi; in Germania, all’incontro, procedea positiva, credente, collerica, e proponeasi di demolire per rifabbricare. Ai nostri spettava il merito d’aver dissonnato la ragione col pensiero, colla libertà dell’arte, collo studio dei classici; ma la Germania sprezzava l’arte italica, quanto gl’italiani vilipendevano la scienza tedesca: infelice dissenso, per cui questa inaridì a segno da parere destituita d’ogni applicazione vitale, mentre la letteratura nostra riducevasi a un trastullo, a una distrazione dello spirito. E spesso i Tedeschi la appuntavano di scostumata, e Puyherbault diceva[213]: — A che buoni cotesti scribacchianti d’Italia? ad alimentar il vizio e la mollezza di cortigiani azzimati e di donne lascive; a stimolare le voluttà, infiammare i sensi, cancellar dalle anime quanto v’avea di virile. Di molto siam debitori agl’Italiani, ma togliemmo da loro anche troppe cose deplorabili. I costumi di colà sentono d’ambra e di profumo; le anime vi sono ammollite come i corpi; i libri loro nulla contengono di gagliardo, nulla di degno e di potente, e piacesse a Dio avesser tenute per sè le opere loro e i loro profumi! Chi non conosce Giovan Boccaccio, Angelo Poliziano, il Poggio, tutti pagani piuttosto che cristiani? A Roma Rabelais immaginò il suo Pantagruele, vera peste dei mortali. Che fa costui? qual vita mena? tutto il giorno a bere, far all’amore, socratizzare, trae al fiuto delle cucine, lorda d’infami scritti la miserabile sua carta, vomita un veleno che lontan si diffonde in ogni paese, sparge maldicenza e ingiurie su ogni ordine di persone, calunnia i buoni, dilania i savj; e il santo padre riceve alla sua tavola questo sconcio, questo pubblico nemico, sozzurra del genere umano, tanto ricco di facondia quanto scarso di senno».

In Germania dunque la guerra già caldeggiava, benchè non ancora dichiarata. Erasmo da Rotterdam, dottorato a Torino il 1506 e accolto a Roma coll’affetto che prodigavasi ai cultori delle lettere, fino ad arrestarsi i cardinali ed il papa per salutarlo, deliziavasi di quei troppo facili costumi, e a Fausto Anderlini descriveva quelle voluttà, «per le quali (diceva) non rincrescerebbe rimaner dieci anni esule dal tetto paterno»[214]. Talento universale, umore comico, spirito filosofico, or coll’ironia or colla dottrina sbertava i monaci, tipi dell’ignoranza, del libertinaggio, della ghiottornia; e — C’è uom al mondo che campi più beatamente e con meno pensieri che questi vicarj di Cristo? Per Iddio credono aver fatto abbastanza quando, in mezzo delle più fastose cerimonie, in un mistico e quasi teatrale apparato, la loro santità viene a trinciar benedizioni o slanciare anatemi... Che dirò di quelli che colla fiducia delle indulgenze addormentano le coscienze, e quasi con l’oriuolo misurano la durata del purgatorio, ed a puntino ne calcolano i secoli, gli anni, i giorni, le ore? Non v’è mercante nè soldato o giudice che, coll’offrire uno scudo dopo rubatine migliaja, non presuma lavare ogni labe della sua vita». Eppure costui non ruppe colla Chiesa, ma della propria perplessità si fece una fede, sicchè rappresenta quel torbido d’indifferenza, ove il dubbio risparmia qualche tradizione.

Ulrico di Hutten, cavaliere tedesco, tutto entusiasmo pel suo paese, sentendolo a Roma beffare da sette giovani, li sfida tutti; poi nella Trinità romana sostiene che da Roma si riportino tre cose, mala coscienza, stomaco guastato, borsa smunta; che tre cose ivi non vi si credono, l’immortalità dell’anima, la risurrezione dei morti, l’inferno; che di tre cose vi si fa commercio, grazia di Cristo, dignità ecclesiastiche e donne. Dappoi fu detto il Demostene tedesco per le sue filippiche contro il papa; e peggior danno fece colle Epistolæ obscurorum virorum, ove canzona i frati e i teologanti[215].

E a Roma capitò pure, mandato per non so quale quistione insorta fra’ suoi Agostiniani, frà Martin Lutero, nato ad Eisleben l’anno che il Savonarola cominciò a predicare a Firenze, poi professore di teologia alla nuova Università di Wittemberg. In Lombardia prende scandalo d’un convento (1510) provvisto di trentaseimila zecchini di rendita: trova però dappertutto «gli ospedali ben fabbricati, ben provvisti, con buona dieta, servigiali attenti, medici esperti, letti e biancherie pulite, l’interno degli edifizj ornato a pitture. Appena un malato v’è condotto, gli si tolgono gli abiti facendone nota per custodirli, è vestito d’un palandrano bianco, messo in un buon letto; gli si menano due medici; gli spedalinghi dangli a mangiar e bere in vetri limpidi che toccano appena colle dita. Poi signori e matrone onorevoli vengono velate per servire i poveri, di modo che non si sa chi sieno. A Firenze ho veduto ricoveri, ove i gettatelli son nutriti che meglio non si potrebbe, allevati, istruiti, tutti in abito uniforme».

Giunto alla gran città, Lutero visita le cappelle, crede tutte le leggende, prostrasi alle reliquie, sale ginocchione la scala santa. Stupisce di quella pulizia severa, per cui di notte il capitano scorre la città con buone scolte, punisce chi coglie, e se ha armi lo appicca o getta nel Tevere; ammira il concistoro e il tribunale della sacra Rota, ove gli affari sono istruiti e giudicati con tanta giustizia[216]. Ma l’anima sua, manchevole d’amore e d’umiltà, nulla comprende alla poesia del nostro cielo, delle nostre arti, al vedere tanti capolavori d’antichi, emulati dai nuovi colla penna, collo scalpello, coi colori, e sotto al manto papale raccolto uno stuolo di sublimi ingegni, uno dei quali basterebbe ad immortalare un paese, un’età. Uggiato, trova piovoso il clima, disagiati gli alberghi, aspro il vino, micidiale l’acqua, l’aria febbrile, e una natura meschina quanto gli uomini; fra le splendidezze del culto e la magnificenza de’ pontificali non calcola se non quanto denaro costano, e con che modo questo procacciavasi; resta scandolezzato ai reprobi costumi, agli aneddoti che spacciavansi sul conto di Leon X, alla sbadataggine di quei preti che «dicevano sette messe nel tempo ch’egli una sola», talchè i cherichetti gli ripetevano — Passa, passa»[217]; alla venalità della curia, disposta a dire come Giuda, — Quanto mi date? ed io ve lo tradirò».

Rimpatriato con tali sentimenti (1512), s’ingolfò a studiar la Bibbia in greco e in ebraico; quando de’ suoi studi venne a stornarlo il dispetto per la vendita delle indulgenze. I concilj di Vienna, di Costanza, di Laterano aveano colpito di severo divieto questo traffico; ma Leone X credette sorpassarvi pel nobile oggetto di raccoglier fondi a due grandi imprese, la crociata contro Selim granturco, e l’erezione d’un tempio, al quale come ad immagine visibile tutti i Cristiani contribuissero[218]. Il medioevo nulla avrebbe trovato a ridirvi; ma le nazioni già prendeano il volo fuori del nido in cui aveano messe le penne; i principi, bisognosi di denaro, chiedeano parte a quest’insolito genere d’entrata, e voleano trafficar le indulgenze come trafficavano i voti per la corona imperiale.

Giovanni Tetzel, domenicano di Pirna, dal nunzio Arcimboldo e dall’arcivescovo elettore di Magonza incaricato di riscuotere il prezzo delle bolle in Germania[219], adempì scandalosamente quest’uffizio, traversando la Sassonia con casse di cedole bell’e firmate; dove arrivasse alzava una croce in piazza, spacciava la sua merce nelle taverne, e — Comprate, comprate (diceva), che al suon d’ogni moneta che casca nella mia cassetta, un’anima immortale esce dal purgatorio»; e il popolo a calca versava talleri in cambio delle perdonanze[220].

— Farò un buco in questo tamburo», esclama Lutero indignato a quella profanità; ad alcuni che le aveano comprate nega l’assoluzione se non riparassero il mal fatto e si correggesse e alla chiesa di Wittemberg, nella solenne occorrenza dell’ognissanti (1517), affigge novantacinque tesi, sostenendo esservi abuso nelle indulgenze, e appartenere a Dio solo tutto il bene che l’uomo può fare.

L’abuso confessato sarebbe potuto togliersi senza rompere l’unità della Chiesa; ma ogni cosa era preparata di maniera, che poca favilla destasse inestinguibile vampa. Lutero, benchè professasse sottomettersi alla decisione del papa, predicando su questa materia sbraveggia in tono di sfida; e dall’applauso popolare fatto confidente in sè e nella lettera della Bibbia, conculca la tradizione e la scuola, richiama ai primi tempi della Chiesa, aprendo così l’avvenire con un appello al passato.

Tosto gli sorgono contraddittori: ma da una parte col sentenziare d’eresia ogni divergenza d’opinione si spingevano molti nel campo nemico; dall’altra le dispute faceano il solito uffizio di approfondar viepiù il frapposto fosso; si trascorreva dal censurare gli abusi all’intaccare i principj; dall’asserire che i prelati trascendevano, al revocare in dubbio la legittima potestà del papa e perfino l’autorità sua in materia di fede; e quando appunto le minacce dei Turchi rendevano necessaria una più stretta unione, la cristianità spartivasi in due campi, dapprima opposti, ben presto ostili. Eppure Roma si tacque nove mesi, non vedendovi nulla più che una delle quistioni, solite a nascere e morire tra frati ozianti e professori ringhiosi; i dotti di qua delle Alpi mal si capacitavano che da un Barbaro potesse uscire nulla di straordinario; il secolo invaghito delle arti credeva bastasse opporre ai sillogismi la fabbrica del Vaticano e il quadro della Trasfigurazione, linguaggio inintelligibile alla positiva Germania; e Leone X pigliava gusto a quelle sottigliezze, dicendo: — Frà Martino ha bellissimo ingegno, e coteste sono invidie fratesche»; alla peggio soggiungeva: — È un Tedesco ubriaco, e bisogna lasciargli digerire il vino»[221].

Massimiliano imperatore, più vicino all’incendio, ne conobbe la gravezza e sollecitò Leone, il quale, riscosso come chi è desto per forza, citò Lutero al suo soglio (1518 luglio). Frà Martino, mentre riprotestavasi sommesso al pontefice, erasi procurato appoggi terreni, e mercè dell’elettore di Sassonia impetrò fosse deputato uno ad esaminarlo in Germania. La scelta cadde su Tommaso De Vio cardinale di Gaeta, domenicano in gran reputazione di dottrina e santità, che già davanti al capitolo generale del suo Ordine aveva sostenuto una famosa disputa con Giovan Pico della Mirandola, e pubblicato un’opera sulle indulgenze, lodata da Erasmo come di quelle che rem illustrant, non excitant tumultum. Propose egli una disputa pubblica in Augusta, mal avvisando qual sia imprudenza il chiamar il senso comune a giudice in materie positive, fondate sull’autorità. Di fatto, ridotta la quistione ai veri e finali suoi termini, cioè l’obbedienza assoluta alla Chiesa come unica autorevole in materia di fede, Lutero negò l’incondizionata sommessione; poi fingendo di credersi mal sicuro, fuggì di piatto; e Leone approvò l’operato dai distributori delle bolle d’indulgenze, dichiarando eretico Lutero. Il quale, crescendo in baldanza per l’aura del popolo e degli scolari, omai non lasciava ferme che le verità letteralmente esposte nei due Testamenti e nei quattro primi concilj ecumenici; del resto rifiutava la transustanziazione, l’efficacia de’ sacramenti, il purgatorio, i voti monastici, l’invocazione dei santi. Al papa scrisse anche in tono di canzonella, compassionandolo come un agnello fra lupi, e ricantando tutte le abbominazioni che di Roma si dicevano: — Gran peccato, o buon Leone, che tu sia divenuto papa in tempi ove nol potrebb’essere che il demonio. Deh fossi tu vissuto di qualche benefizio o del paterno retaggio, anzichè cercar un onore sol degno di Giuda e de’ pari suoi da Dio rejetti».

Leone allora, abbandonata la lunganimità, scagliò la scomunica (1520 15 giugno); e Lutero, imitando quel che Savonarola avea fatto co’ libri immorali, davanti agli studenti di Wittemberg brucia le decretali e la bolla (10 xbre), dicendo: — Oh potessi fare altrettanto del papa, il quale turbò il santo del Signore»; e giunta da sè la cocolla, sposa Caterina Bore smonacata, e cangia forma di culto.

Dei giovani è sempre sicuro l’applauso a chi si avventa senza ritegni: le dispute venivano diffuse rapidamente dalla stampa, che parve allora soltanto accorgersi della sua potenza; le belle arti prestarono anch’esse sussidio, moltiplicando disegni, rilievi, caricature, ritratti, lenocinio alle moltitudini. Gli scienziati gongolavano tra quelle controversie, e scoprivano a Lutero forza d’ingegno meravigliosa: i letterati, sebbene scrivesse alla carlona, l’applaudivano di prender pei capelli la screditata scolastica e i frati, l’ignoranza e la pedanteria incarnata: i begli spiriti ridevano del papa, messo in sì male acque; ridevano insieme dei Riformatori, che prendeano aria di rigoristi entusiastici; e stavano a vedere chi prevarrebbe. Anche anime rette credettero in Lutero ravvisare l’uomo suscitato da Dio non per distruggere il dogma, ma per correggere le aberrazioni. Quei che s’ammantano col nome di moderati, perchè, simili a Pilato, dondolano fra Cristo e Barabba, deploravano quella scissura, ma credeano meglio non opporvisi, per non esacerbare, per non tôrre speranza, per non compromettersi. Alcuni risposero al novatore tessendo argomenti in quelle forme sillogistiche, di cui erasi abusato nelle dispute e fin ne’ concilj precedenti[222]; e Lutero sguizzava loro di mano con una celia, e coll’ardire proprio ringalluzziva gli scolari, che moltiplicavano applausi a lui, fischiate ai contraddittori. Sempre la forza anormale è ammirata, e trascina chi ha bisogno di movimento, e chi trova più comodo il pensare coll’altrui che colla propria testa. La nazionale indisposizione contro quanto stava di qua dall’Alpi trova sfogo in una guerra di nuovo conio, e che non cagionava nè spese nè pericoli nè spostamento d’abitudini; laonde i Tedeschi s’affezionano al nuovo Erminio, declamano contro malignità e finezze ch’essi non raggiungono, contro la gaja cultura da cui si trovano tanto lontani.

E Lutero s’inoltra, e mentre Leone lo chiama ancora a penitenza, pubblica il trattato della Libertà cristiana. Tutto l’edifizio sacerdotale impiantavasi sulla credenza che le buone opere acquistino la salute; per demolir quello, Lutero nega che l’uomo possa cooperare alla propria salvezza. Sola la fede salva, è scritto nel Vangelo: noi siam corruzione e peccato, sicchè nulla possiamo se non quel che ci è dato dal nostro divin Salvatore, nè merito o giustizia vi ha se non in esso: onde sono inutili anzi nocevoli alla salute le buone opere dell’uomo, che non è libero della sua volontà; inutili le penitenze, i sacramenti, i suffragi pei morti, le altre opere satisfattorie. Al contrario, la Chiesa insegna che la fede senza le opere è morta, il che meglio si concilia col concetto del merito e demerito personale e della retribuzione divina, e con quel lume naturale dalla coscienza che illumina ogni uomo vegnente in questo mondo. Che se ci manca il libero arbitrio, per qual fine Iddio ci ha dato i suoi comandamenti? Lutero non esita a rispondere, che fu per provare agli uomini l’inefficacia della loro volontà, beffandoli coll’ordinar cose, ad osservar le quali non hanno forza[223].

Questo primo deviamento implicava che la Chiesa non è infallibile; che può discordare da essa la parola della santa scrittura, interpretata dai singoli con sincerità e invocando lo Spirito Santo. Fede dunque unicamente in quella, non badando a Padri o a concilj, ma al testo qual è da ciascuno interpretato. Nel qual modo egli vi leggeva, che Iddio è unico autore del bene come del male; i sacramenti dispongono alla salute, ma non la conferiscono; nella santa cena è presente Cristo, ma non transustanziato; il ministro è un uomo come gli altri, e in conseguenza non può assolvere i fratelli, nè deve distinguersi per voti e rigori; la giurisdizione religiosa spetta intera ai vescovi, eguali tra loro sotto Cristo che n’è il capo, e scelti dai principi. Insomma, per abbattere l’autorità ecclesiastica prevalsa, per inaridire la fonte delle ricchezze, dell’importanza della potestà del papa e dei preti, toglie la distinzione di spirituale e temporale; d’ogni laico fa un sacerdote dandogli la Bibbia, e «Interpretala come Dio t’ispira».

Bisogna dunque vulgarizzarla. Fin nel primo secolo erasi voltata in latino; poi Ulfila la tradusse pei Goti, altri per gli altri popoli convertiti; nè forse c’è lingua che non ne possedesse versioni anteriori alla Riforma. Stando all’Italia, Giambattista Tavelli da Fusignano n’avea fatto una, a istanza d’una sorella di Eugenio IV: un’altra Jacopo da Varagine vescovo di Genova: quella di Nicolò Malermi frate camaldolese fu stampata a Venezia nel 1471[224], e ben trentatre volte riprodotta: ivi nel 1486 si stamparono Li quattro volumini degli Evangeli, volgarizzati da frate Guido, con le loro esposizioni facte per frate Simone da Cascia. Anzi Jacopo Passavanti, nello Specchio di penitenza, si lagna che i traduttori della sacra scrittura «la avviliscano in molte maniere; e quale con parlar mozzo la tronca, come i Francesi e i Provenzali; quali con lo scuro linguaggio l’offuscano, come i Tedeschi, Ungheri e Inglesi; quali col vulgare bazzesco e crojo la incrudiscono, come sono i Lombardi; quali con vocaboli ambigui e dubbiosi dimezzandola la dividono, come Napoletani e Regnicoli; quali con l’accento aspro l’irrugginiscono, come sono i Romani; alquanti altri con favella maremmana, rusticana, alpigiana l’arrozziscono; e alquanti, meno male gli altri come sono i Toscani, malmenandola troppo la insucidano e abbruniscono, tra’ quali i Fiorentini con vocaboli squarciati e smaniosi, e col loro parlare fiorentinesco stendendola e facendola rincrescevole, la intorbidano e rimescolano con occi e poscia, aguale, pur dianzi, mai pur sì e berretteggiate»[225].

Censuravasi dunque il modo, non si condannava il fatto; e Leon X fece intraprendere a proprie spese la stampa d’una nuova traduzione latina della Bibbia per Sante Pagnini lucchese[226], il quale poi, morto esso pontefice, la pubblicò a Lione nel 1527. Pantaleone Giustiniani, che fu frate Agostino da Genova, poi vescovo di Nebbio in Corsica, deliberato a pubblicarla in latino, greco, ebraico, arabo e caldeo, cominciò dal Salterio, dedicato a Leon X il 1516, in otto colonne, una col testo ebreo, le altre con sei interpretazioni e colle note: ma di duemila cinquanta copie, appena un quarto trovò compratori; il resto naufragò con lui nel 1586.

Intanto la filologia era risorta, e la critica, addestrata sopra gli autori profani, volgeasi ai testi sacri; e nella baldanza di un nuovo acquisto, ciascuno volea cercarvi interpretazioni a suo senno. L’illustre tedesco Reuclino fece molte emende alla Vulgata; e se le menti anguste ne riceveano scandalo, Roma lo difese, tollerante fin dove non ne pericolasse l’unità della fede. È dunque ciancia che allora soltanto venisse divulgata la Bibbia; come non poteano dirsi nuove le dottrine di Lutero.

Fin dalla cuna la Chiesa dovette colla parola sostenere le verità che suggellava col sangue, e raccolta attorno al successore di Pietro, discutere dogmi, e, secondo l’ispirazione dello Spirito Santo, fulminar la superbia della ragione, che, a guisa dell’antico tentatore, dice all’uomo — Tu sei Dio». Nel conflitto tra il pastorale e la spada quali non si erano agitate quistioni sulla potestà pontificia? e il mondo avea proclamato la superiorità della materia sullo spirito, della forza sul sentimento. I Valdesi, i Catari, e quelle varietà di novatori aveano accettato la Scrittura come unico giudice in materia di fede; la tradizione, come parola umana, andar soggetta ad errore; e solo la lettera di fuoco della Scrittura sfolgorar come sole, e rimaner sicura da inganno; inutile il culto esterno; il successore di Pietro essere un anticristo, la cui cattedra poco tarderebbe a diroccare. La libertà dell’esame non era stata la bandiera di ciascun eresiarca? e sulla Grazia, sulla giustificazione, sul purgatorio qual era verità od errore che non fosse stato messo in discussione?

Lutero dunque non fece che raggranellare traverso ai secoli i dubbj, sostituire alla costanza della tradizione la volubilità di spiegazioni esoteriche, e colla franchezza che non si briga di metterle d’accordo, gettarle in un mondo più che mai disposto a quella semente. Pertanto, allorchè Leone scagliò la condanna definitiva (1521 3 genn.), Carlo V, che del papa avea bisogno in quel momento, proscrisse Lutero e chi gli aderiva; ma ben presto si trovarono cresciuti a segno da poter resistere all’imperatore, che, cambiate le necessità politiche, concedette l’Interim, cioè la tolleranza.

Così rapida diffondeasi la Riforma in un decennio (1526) per le passioni che la fomentavano. Alle singole nazionalità costituitesi pareva un ceppo la monarchia papale: le classi medie, dopo fatto prevalere il possesso democratico al feudale, osteggiavano l’alta aristocrazia anche col sovrapporre la secolare alla dottrina ecclesiastica: i governi, invigoritisi, aborrivano un sistema che sottraeva al loro imperio parte dell’uomo e le coscienze: i principi, esausti dalle guerre e dalle truppe stabili, spasimavano dei beni del clero[227], da cui astenevansi solo per paura di Roma: monache e frati di fallita vocazione esultavano di scapestrarsi dall’esosa disciplina: i Tedeschi godevano di rinnegar il primato di questi Italiani, da cui erano stati impediti di soggiogare l’intera Europa. E Lutero, nel suo proclama alla Nobiltà Cristiana di Germania, la ingelosiva delle progressive usurpazioni del clero e di Roma contro la nazione tedesca, e — Via i nunzj apostolici, che rubano il nostro denaro. Papa di Roma, ascolta ben bene: tu non sei il più santo, no, ma il più peccatore; il tuo trono non è saldato al cielo, ma affisso alla porta dell’inferno... Imperatore, sii tu padrone; il potere di Roma fu rubato a te: noi non siam più che gli schiavi de’ sacri tiranni; a te il titolo, il nome, le armi dell’impero; al papa i tesori e la potenza di esso; il papa pappa il grano, a noi la buccia».

Ma Lutero stesso già più non reggea le briglie del cavallo che aveva spronato; e per quanto, mentendo il proprio canone della ragione individuale, agli esageranti opponesse la santa Scrittura e i libri simbolici, non tardarono a scoppiare le conseguenze logiche della Riforma; dacchè ciascuno potea interpretarla a suo senno, la Bibbia fu recata a servire alle passioni; e i villani, lettovi che gli uomini sono eguali, scatenarono l’irreconciliabile ira del povero contro il ricco, bandendo guerra all’ordine, alla proprietà, alla scienza come nemiche dell’eguaglianza, alle arti belle come idolatria. Terribile esempio ai novatori che, sia pur con magnanima intenzione, s’avventano nell’avvenire senza riverenza pel passato.

Lutero, sbigottito da sì fiere conseguenze sociali, si volse a ringagliardire il principato: e di qui comincia l’azione politica della Riforma, qual fu d’attribuire ai principi l’autorità in materie ecclesiastiche, talchè ogni suddito dovesse credere e adorare come voleva il principe, secondo quel canone, Cujus regio ejus religio. Poi i fratelli uterini della Riforma furono presto in disaccordo fra loro. Contemporaneamente a Lutero, e senza sapere di lui, il curato svizzero Ulrico Zuinglio, che aveva militato in Italia come cappellano, predicò a Zurigo (1518) contro frà Bernardo Sansone milanese che vi vendeva le indulgenze, poi contro l’abitudine de’ suoi di servire a soldo straniero; e dietro a ciò, che il pane e il vino della Cena fossero meri simboli del sacrosanto corpo e sangue, e altri dogmi che pretendeva antichi, e che furono accolti in molta parte della Svizzera. Il francese giureconsulto Giovanni Calvino risolve di riformare la Riforma e sistemarla; e se Lutero aveva abbattuto la monarchia cattolica per favorire i vescovi tedeschi, Calvino prostra quest’aristocrazia luterana (1535), secondo le idee repubblicane di Ginevra; abolisce il vescovato, per affidare la scelta del ministro alla comunità religiosa; nega il mistero, sopprime nel culto tutto ciò che colpisce i sensi, ripone la certezza nella rivelazione individuale; l’arbitrio è libero, ma per iscegliere il bene è necessaria la Grazia; e questa sola, non le opere producono la giustificazione; nulla rimane al battesimo della sua misteriosa efficacia, i figli degli eletti appartenendo per nascita alla società redenta; nulla alla penitenza, poichè il vero eletto non può ricadere; nella santa cena non sono transustanziate le specie, ma sotto que’ simboli il Signore comunica veramente Cristo per nutrir la vita spirituale.

Su queste dottrine, sostenute con inesorabile intolleranza, è fondata la principale suddivisione de’ Riformati in Luterani e Calvinisti; o, come essi dissero allora, Protestanti della Confessione augustana ed Evangelici. Indarno Lutero s’arrovella, pretendendo vera unicamente la sua: ma e Melantone e Carlostadio ed Ecolampadio ed Engelhard uscirono con dogmi nuovi, modificati a senno di ciascuno e a norma della costituzione del paese: inevitabile sbranamento là dove a ciascuno è libero l’interpetare. Poi gli Anabattisti impugnarono anche le sante Scritture; gli Unitarj, che vedremo prevalenti in Italia, esclusero la Trinità; in somma si repudiava il cristianesimo in conseguenza di dottrine proclamate a titolo di riformarlo, riducendosi il protestantismo a negazione sistematica dei dogmi della Chiesa.

Le quistioni religiose, per quanto pajano astratte, non può farsi che non penetrino nelle viscere della società; e di fatto l’intero ordinamento di questa n’era scompigliato; il carattere teocratico se ne dissipava; l’indipendente interpretazione toglieva l’universalità del pensare, e que’ canoni ch’eransi accettati come senso comune; i figli dissentivano dal padre, fratelli a fratelli, mogli a mariti contraddicevano; e la scossa domestica si propagava alla società civile, dove ciascuno pretendeva operare a sua voglia, dacchè a sua voglia pensava; dove i principi più non riconosceano ritegni, dacchè essi dirigevano anche le coscienze. N’erano sovvolti gli Stati; e la Svizzera, la Francia, la Germania, tutto il Settentrione per un secolo e mezzo fortuneggiarono fra rivoluzioni e guerre, per le quali con torrenti di sangue furono mutate quasi dappertutto le forme di governo. Vedremo altrove la parte che ne toccò anche agli Italiani, e come a torto Voltaire, colla spigliatezza che in lui era sistema ed artifizio, asserisse che «questo popolo ingegnoso, occupato d’intrighi e di piaceri, nessuna parte ebbe a que’ commovimenti».