NOTE:

[1]. I collegati lombardi il 1177 in Ferrara dicevano a papa Alessandro III: Nos gratantes imperatoris pacem recipimus, salvo Italiæ honore; et ejus gratiam, libertate nostra integra manente, præoptamus. Quod ei de antiquo debet Italia, libenter exsolvimus, et veteres illi justitias non negamus. Libertatem autem nostram, quam a patribus nostris, avis, proavis hereditario jure contraximus, nequaquam relinquemus, quam amittere nisi cum vita timemus. Romualdi Salernitani Chronicon, Rer. It. Script., tom. IV.

[2]. Quelli che anche oggi compiangono o deridono gl’Inglesi perchè non hanno cinquecentomila soldati, nè gendarmi e fortini, ci beffino del compiacerci della domesticità di que’ regolamenti dei Comuni, che direbbonsi contratti d’affitto tra un buon padrone e i suoi famigli. All’elezione di ciascun doge, Venezia gli stendeva i patti che dovea giurare, e ch’erano come la costituzione impostagli. La più antica promissione che si conosca, è di Enrico Dandolo nel 1192, in una pagina; mentre quella dell’ultimo doge è un volume di trecento. In quella del 1249, il doge Marino Morosini promette operar sempre ad onore di Dio e della santa Madre Chiesa, e a saldar la fede: — Quelli che ci saranno dati dai vescovi come eretici, faremo bruciare. Studieremo all’onore e al profitto di Venezia. Faremo rendere esatta giustizia senza dilazione. Se i giudici fossero discordi, sicchè noi dovessimo proferire, ci porremo dalla parte che ci parrà migliore secondo lo statuto; e se manchi lo statuto, secondo l’uso; e se manchi l’uso, secondo la nostra coscienza (Non si riferiscono dunque alla legge romana). Nel consiglio prenderemo il partito che ci appaja migliore, e manterremo il secreto. Studieremo di ricuperare e conservare incolumi i lidi, le terre, le acque, le vigne, i boschi spettanti al dogato, di cui godiamo le rendite. Se sapremo che qualcuno sia debitore al Comune di Venezia, faremo che sia escusso, e così per le condanne de’ consoli de’ mercanti. Non daremo bollette per estrarre chechessia senza il consenso della maggior parte del Consiglio. L’elezione dei vescovi rimanga in potere del clero.

«Non esigeremo la quarantesima, l’ottantesima e le altre ragioni che i visdomini del Comune soleano prendere; nè di ciò che viene dalla Marca d’Ancona, eccetto i pomi di Lombardia, de’ quali avremo due parti e la terza i visdomini; nè di quanto entra per mare, nè del sale, nè del dazio di Cabodarzere, nè della peschiera e beccheria, salvo l’onoranza della nostra curia che dobbiamo avere ogni giovedì grasso. Anche le quarantesime degli altri Comuni rimangano al pubblico, eccetto il dazio dei gamberi e quello delle ciliegie di Trevisana. Non c’immischieremo negli affari di Chioggia senza la maggior parte del Consiglio, salvo la gondola, il fieno, il vino, e le altre onorificenze nel ricever noi e i nostri messi, e quel che si deve farci quando volessimo andare a caccia; eccettuate pure le appellazioni e gli interdetti che ci fossero portati.

«Il Comune farà tutte le spese per legazioni e per eserciti all’occorrenza. Daremo a prestanza le quindicimila lire di nostro salario, e gli altri beni nostri. Non manderemo ambasciate o lettere al papa, all’imperatore, a re o ad altri pel Comune nostro senza la maggioranza del Consiglio. Le lettere che da essi ci fossero mandate non apriremo prima di farle vedere ai nostri consiglieri o alla maggior parte di essi. Le altre lettere per affari del Comune potremo aprire e leggere e tenerle in segreto, se giudicheremo vantaggioso a Venezia.

«Ai nostri giudici di palazzo daremo ogni anno per ciascuno quattro anfore di vino delle viti di Chioggia: e se, che Dio tolga, le vigne non ne portassero, ne farem dare dell’altro. Dalle scuole di mestieri non esigeremo alcun lavoro oltre il consueto, se non colla volontà della maggioranza del Consiglio. Ciascuno andrà a negoziar dove vuole senza contrasto. La nostra moneta sempre dovremo ricuperare e tenere in cumulo, se altrimenti non paja al Consiglio. Puniremo i falsatori della moneta o dei sigilli.

«Non riceveremo doni da chichessia, eccetto acqua rosata, fiori e foglie, erbe d’odore, e balsamo; qualunque altro dono sia fatto a noi, o ad alcuno per riguardo nostro, lo farem restituire fra tre giorni al tesoriere del Comune. Potremo però noi e i nostri nunzj ricevere vettovaglie cotte, fiale di vino, selvaggine, cioè un capo per giorno, da chiunque le porti, e dieci paja di uccelli, e frutti sin al valore di dieci soldi, purchè non venga da persona che domandi qualche servizio nella curia. Altrettanto farem giurare alla dogaressa e a ciascun nostro figlio quando sia in età, e alle nuore. Se faremo nozze in palazzo, o quando vi meneremo la dogaressa, potrem ricevere qualunque maniera di doni comestibili.

«Noi per la nostra entrata avremo la somma di duemila denari, cinquecento al mese dal Comune di Venezia, settanta da quel di Veglia, settanta dai Tiepolo conti di Absaro, metà dei drappi a oro che suol darsi a san Marco dai signori di Negroponte, le onoranze e rendite dell’Istria e delle acque e pesche del ducato, quali le ebbe il nostro antecessore.

«Quando sei del minor Consiglio fossero concordi colla maggioranza del gran Consiglio che dovessimo abdicare, abdicheremo senza condizione. Faremo che i capi contrada, eletti per riparare le ingiurie e ricevere l’obbedienza, giurino secondo il prefisso. Daremo dodici marche d’argento per fabbricare quattro trombe, che rimarranno dopo la nostra morte presso i procuratori della fabbrica di San Marco. Potremo dare a chi vorremo le camere del nostro palazzo, che abbiano la porta di fuori; e dovrem fare il tetto al palazzo a spese nostre quando occorra. Al beato Marco daremo un panno lavorato a oro del valore di venticinque denari almeno. Baderemo che dai nostri consiglieri si facciano venire duemila moggie di frumento per mare, ed anche altre mille se non li dispensiamo noi e il minor Consiglio e i Quaranta.

«Terremo con noi venti servi, contandovi quelli di cucina, avendo per essi venti armadure di ferro; inoltre un notajo a nostre spese per servizio del Comune, e datoci dal Consiglio; e uno che tenga il sigillo nostro. Quello cui daremo le chiavi delle carceri, sarà buono e leale secondo la nostra coscienza. Per le udienze d’ogni giorno seguiremo l’uso, e in esse non gioveremo all’amico, nè noceremo al nemico».

Si paragoni coi giuramenti di consoli e di podestà, da noi addotti al Cap. LXXXV.

[3]. Nel 1783 il re di Danimarca decreta che un servo convinto di essersi fatto pettinare da un parrucchiere, pagherà quattro scudi d’ammenda per volta. Nel 1814 l’elettore d’Assia Cassel vieta di dar del signore (herr) a chi non sia nobile.

[4]. Anche adesso a Londra, quando s’insediano i nuovi sceriffi, e che sono presentati ai giudici di Westminster, il pubblico banditore intima ai possessori d’un pezzetto di terra chiamato la Landa e d’un altro detto la Fucina, di rendere omaggio e pagare il loro canone; e un usciere compare, porgendo agli sceriffi due farcine per la Landa, e sei ferri di cavallo con sessantun chiodi per la Fucina.

Se a spiegare i nostri Comuni citiamo spesso l’Inghilterra, n’abbiam di che.

[5]. Machiavelli, Della riforma di Firenze.

[6]. Machiavelli, Discorsi, I, 12.

[7]. Il Machiavelli dice che «da Alessandro VI indietro i potentati italiani, e non solamente quelli che si chiamavano potentati, ma ogni barone e signore benchè minimo, quanto al temporale stimava poco la Chiesa». Principe, XI.

[8]. Francesco Sforza dava una lettera e Firmano nostro, invito Petro et Paulo.

[9]. Le trattative sono nell’archivio delle Riformagioni a Firenze, Cl. II. dist. III. Nº 9.

[10]. È denigrato da tutti gli storici; pure una sua lettera, inserita nel vol. I dell’Archivio storico, ne dà molto miglior concetto. Il re di Napoli gli aveva esibito lo stato d’un Sanseverino conte di Cajasso; ed egli si profonde in ringraziamenti, ma soggiunge: — La regia maestà sa quale è stata la vita de’ miei passati, che civilmente sono vissuti delli loro traffichi e possessioni, nè mai hanno cerco avere stato altro che privato. Io non sono per degenerare in questo dalli modi loro..., e però pregate quella che... mi perdoni se io non accetto quello che lei mi dà...; e se pure vuole beneficarmi, degni farlo ordinariamente in quello che li pare costì con li miei del banco. Da Firenze, 6 maggio 1494».

[11].

Io vidi a Roma entrar quella superba

Che va tra’ fiori e l’erba

Sicuramente; mi restrinsi alquanto

Ove io conduco la mia vita in pianto.

Poi — Mira (disse), figlio, crudeltade;

E qui scoperse da far pianger sassi...

E lacerato in mille parti il petto

Fuor dell’umìl suo primo santo aspetto.

De ruina Ecclesiæ, scritti nel 1473.

[12]. Lettera 25 gennajo 1490 delle pubblicate dal padre Marchesi. Esistono molti libri sacri da lui postillati, e cita continuo la Bibbia.

[13]. — Quanto io fossi per natura inetto a questo ufficio del predicare, ne ha fatto fede l’esperienza. Onde avendo io esercitato per comandamento de’ miei superiori dieci anni questo tale ufficio, ero, non solamente al mio parere, ma di tutti li uditori, reputato inettissimo, come quello che non avevo punto di voce, nè grazia di pronunzia, nè modo del dire, da poter dilettare lo animo degli uditori». De veritate prophetica, cap. V.

[14]. Prediche sopra l’Arca di Noè, l’avvento 1492.

[15]. Sermone fatto a molti sacerdoti in San Marco, il 15 febbrajo 1498.

[16]. Per la IV domenica di quaresima.

[17]. De veritate prophetica, cap. V.

[18]. Ciò leggesi nella Vita del Savonarola, pubblicata dal Manso (Baluzio, Miscell., tom. I, ediz. di Lucca). Il Poliziano, nell’Ep. II del lib. IV descrive a minuto gli estremi momenti di Lorenzo, senza un cenno di ciò, anzi facendolo morire cristianamente. Ne taciono pure i Ricordi storici di Filippo Rinuccini, avversissimo ai Medici.

[19]. Predica XXI.

[20]. Predica XXIII.

[21]. Pronostici intorno ai mali che verrebbero dalla calata de’ Francesi ne corsero molti, e singolarmente quelli di san Francesco di Paola e del beato Vincenzo d’Aquila. Nei processi del Savonarola è mentovata una Madonna Camilla de’ Rucellaj, alla quale mandavasi a chiedere quel che s’avesse a fare, ed essa dava i responsi avuti per rivelazione; ed anche una Bartolomea Gianfigliazzi, «la quale avea sue devozioni e suoi spiriti, secondo diceva».

[22]. Vita del Savonarola, scritta da frà Pacifico Burlamacchi; Lucca 1764, pag. 109. 27. 80 e passim.

[23]. Nardi, Storia di Firenze, lib. II. Il pezzo che segue è del Burlamacchi.

[24]. Poesie di Jeronimo Savonarola, illustrate e pubblicate per cura di Audin de Rians; Firenze 1847. Queste mostrano che frà Girolamo poetò e da giovane e maturo, con affetto e forza, ma senza eleganza; e spesso i versi suoi furono raccomodati dall’altro poeta domenicano frà Benedetto Fiorentino, di cui mano son quelle stampate dall’Audin, come si accerta dal codice originale, posseduto dai Borromei milanesi, e che ne contiene assai maggior numero. L’intento dell’autore appare dai versi proemiali:

Onnipotente Iddio,

Tu sai quel che bisogna al mio lavoro

E quale è il mio desio;

Io non ti chiedo scettro nè tesoro

Come quel cieco avaro,

Nè che città o castel per me si strua,

Ma sol, Signor mio caro,

Vulnera cor meum cantate tua.

[25]. Feria IV della III settimana di quaresima.

[26]. Per la I domenica di quaresima.

[27].

Io vo darti, anima mia,

Un rimedio, che sol vale

Quanto ogn’altro a ciascun male,

Che si chiama la pazzia.

To’ tre once almen di speme,

Tre di fede e sei d’amore,

Duo di pianto, e poni insieme

Tutto al fuoco del timore;

Fa di poi bollir tre ore,

Premi, e infin v’aggiungi tanto

D’umiltà e di dolor, quanto

Basta a far questa pazzia,

Ch’io vo’ darti, anima mia.

[28]. Vita di Michelangelo, sul fine.

[29]. Giuseppe Maffei, nella Storia della letteratura italiana, ci narra con passione che bruciossi fin un canzoniere del Petrarca, «adorno d’oro e di miniature», che valeva cinquanta scudi: — Finalmente (egli continua) giunse l’ora fatale per chi seminava tanti scandali nella sua patria, e le ombre del Petrarca e del Boccaccio furono vendicate!» Mettiamgli a paro il Ranalli, che nella Storia delle belle arti diceva avere il Savonarola bruciato i dipinti del beato Angelico! Vedi Marchesi, San Marco, convento de’ frati predicatori in Firenze, illustrato e inciso. Prato 1850-53.

[30]. Sermone sopra Amos.

[31]. Jacopo Pitti, lib. i, p. 51.

[32]. Fra alcune sue lettere ultimamente trovate, produciamo la seguente:

«A frà Domenico Buonvicini da Pescia,

«Dilettissimo fratello in Cristo Gesù. Pace e gaudio nello Spirito Santo. Le cose nostre riescono bene; imperocchè Dio maravigliosamente ha operato, benchè appresso a maggiori patiamo grandi contraddizioni; le quali, quando sarete tornato, vi racconterò per ordine: ora non è a proposito scriverle. Molti hanno dubitato ed ancora dubitano che non accaggia a me come a frà Bernardino (da Montefeltro, che fu scacciato perchè predicava contro le usure). Certo, quanto a questo, le cose nostre non sono state senza pericolo; ma io sempre ho sperato in Dio, sapendo, come dice la Scrittura, il cuore del re essere nelle mani del Signore, e che dovunque gli piace lo gira. Spero nel Signore che per la bocca nostra farà gran frutto, perchè egli ogni giorno mi consola, e quando ho poco animo, mi conforta per le voci de’ suoi spiriti, i quali spesso mi dicono: — Non temere; di’ sicuramente ciò che Dio t’inspira, perchè il Signore è teco; gli scribi e farisei contro a te combattono, ma non vinceranno». Voi confortatevi, e siate gagliardo; imperocchè le cose nostre riusciranno bene. Non vi dia noja se in cotesta città pochi vengano alla predica: basta avere dette queste cose a pochi; nel piccolo seme è gran virtù nascosta. Frà Giuliano e la sorella vi salutano, la quale dice non vi sbigottiate, perchè il Signore è con esso voi. Io spessissime volte predico la rinnovazione della Chiesa, e le tribolazioni che hanno a venire, non assolutamente, ma sempre col fondamento delle Scritture; di maniera che niuno mi può riprendere, se non chi non volle vivere rettamente. Il conte tuttavia va avanti nella via del Signore, e spesso viene alle nostre prediche. Non posso mandare limosine; imperocchè, dato che i denari del conte siano venuti, nondimeno per buoni rispetti bisogna aspettare ancora un poco. L’altre cose che voi mi scrivete, ingegnerommi farle. Sono breve, perchè il tempo passa..... Tutti siamo sani, massime i nostri Angioli, che a voi si raccomandano. State sano, e pregate per me. Aspetto con desiderio grande il vostro ritorno per potervi contare le cose maravigliose del Signore. Di Firenze, il 10 marzo 1490».

[33]. Cola Montani fuggì presso Ferdinando di Napoli, a cui istanza scrisse un’invettiva contro i Medici per distorre i Lucchesi dal far lega con loro. Ma passando da Genova a Roma lasciossi cogliere presso Porto Ercole, e a Firenze fu processato e appiccato il 14 marzo 1483.

[34]. Tutti l’ebbero per innocente, e tale lo mostra il suo processo che conserviamo. Lo stesso duca, in una lettera ch’è nell’archivio milanese, scrive: — La potissima cagione d’essa morte è stato il signor Roberto (Sanseverino), quale per la sua perversa e maligna natura, e per l’inimicizia e gli odj grandissimi con li quali sempre avea perseguitato il signor Cicco, pose ogni cura e pensiero a farlo morire; nè mai riposò, finchè ebbe l’intento suo, come voi, signor Ugo, assai siete informato ecc.».

Suo fratello Giovanni, autore della Sforziade, per somma grazia ottenne la vita. Il Rosmini conchiude: — Tale ebbe ricompensa l’autore del più bel monumento che si abbia delle geste sforzesche; eterno e salutevole (?) avviso, onde senno imparino tutti coloro che la loro vita consumano nell’illustrare colla penna la memoria de’ principi».

[35]. Prendendo soltanto l’anno 1480 e il mese d’agosto, le cronache parmensi ricordano una donna di parto che fu sepolta per morta, ma tre giorni dopo schiudendosi la tomba per deporvi anche la sua neonata, la si trovò levata a sedere, e coi segni della disperazione tra cui era morta davvero. Il connestabile di porta San Michele, uscito a cavallo di città, fu trucidato da due sicarj de’ Maffoni, dei quali uno era stato ucciso dal figliuolo d’esso connestabile. Poco poi un giovane di Reggio, che sull’imbrunire stava alla porta d’un postribolo, fu ucciso. Tre giorni appresso, sei armati scannavano Angelo Becchigni. Bande mascherate scorreano la città in armi giorno e notte, massimamente i dì festivi, rubavano, toglievano le vesti, tagliavano i capelli, gittavano ne’ canali chi incontrassero, rapivano fanciulle e matrone. Tommaso da Varese era ucciso da un armigero dei Sanseverino; e quando al domani il giudice de’ malefizj si recò a visitare il cadavere, trovò su questo l’uccisore con una scorta di armati che intimava celiando, — Portate via questo corpo santo». Pezzana, Storia di Parma, IV. 196.

[36]. Giova alla conoscenza de’ costumi il costui testamento. A sua moglie Antonia di Guido Torelli e alle figlie avutene lascia soltanto la dote. I due figli Giovanni e Giacomo disereda, raccontando a disteso i torti che ne ricevette, e le ingiurie che gli dicevano, per esempio — Io vorrei essere in una tina con Piero Maria con una coltella alla mano — Al dispetto di Dio, s’io avessi il core di Piero Maria in mano io lo mangerei ecc.» I figli di Bernardo vescovo di Cremona e Guido istituisce eredi in parti eguali delle moltissime ville nel Parmigiano. — Delle vesti e suppellettili d’argento si dia a cinquanta fanciulle povere la dote di venticinque lire imperiali. Ai Francescani di Felino trentasei sacchi di frumento ogni anno, scongiurandoli a viver lodevolmente». Aveva egli avuto per amante Bianchina Pellegrini, e non che ricoprirli, volle eternare que’ suoi legami di ammogliato con maritata, facendoli dipingere nella rôcca di Torchiara. A costei e ad Ottaviano figliuolo di essa nel testamento lascia tutti i beni che acquistò sul Milanese, e moltissimi castelli e giurisdizioni; all’altro figlio naturale Bertrando la contea di Berceto. Pezzana, iv. 310.

[37]. Estoit homme très-saige, mais fort craintif et bien souple quant il avoit pour (j’en parle comme de celluy que j’ay cogneu et beaucoup de choses traicté avec luis), et homme sans foy s’il veoit son prouffit pour la rompre. Commines, lib. VII. cap. 3.

[38]. Questa clausola è in un secondo diploma; in un terzo del 1495 mette patto la conferma degli elettori, e la espressa riversibilità alla morte di Lodovico.

[39]. Renato il Buono, duca d’Angiò e conte di Provenza, intitolavasi re di Sicilia come figlio adottivo di Giovanna II. In testamento lasciò a Carlo suo nipote la Provenza e il regno di Napoli, e a Luigi XI il diritto di riunire alla corona la ducea d’Angiò. Carlo morendo lasciò a Luigi XI tutte le sue pretensioni, e perciò il titolo di re di Sicilia.

[40]. Queste ultime ragioni sono addotte da Carlo VIII in un proclama riferito dal Burcardo, pag. 2049. Faceasi circolare una profezia, dov’era detto di Carlo:

Il fera si grant batailles,

Qu’il subjuguera les Ytailles;

Ce fait, d’ilec il s’en ira

Et passera de là la mer;

Entrera puis dans la Grèce,

Où par sa vaillante pruesse

Sera nommé le roi des Grecs:

En Jérusalem entrera

Et mont Olivet montera.

Il trattato fu maneggiato in Francia a nome del Moro da Carlo di Barbiano conte di Belgiojoso e da Giovanni Francesco di Cajazzo, primogenito di Roberto Sanseverino; e furono testimonj al contratto il visconte di Beaucaire e Guglielmo Briçonnet, che fu poi cardinale.

[41]. L’armée du petit roi Charles VIII était épouvantable à voir. De tous ceux qui se rangeaient sous les enseignes et bandes des capitaines, la plupart étaient gens de sac et de corde, méchants garnemens échappés de justice, et surtout force marqués de la fleur de lis sur l’épaule, esorillés, et qui cachaient les oreilles, à dire vrai, par longs cheveux hérissés et barbes horribles, autant pour cette raison que pour se montrer plus offroyables à leurs ennemis. Brantôme, disc. 89.

[42]. Carlo VIII e Gian Galeazzo nasceano da due figliuole di Lodovico II di Savoja.

[43]. Il sentimento popolare ci è espresso nel Memoriale d’un Giovanni Portovenere: — Carlo di Franza è uomo di piccola statura, con poca barba quasi rossetta, con gran faccia, magro in viso con naso aquilino; uomo spirituale e d’anima, niente avaro, non pomposo; cavalca piccole e vili bestie, con pochi appiè; di poche parole, tanto che i suoi lo tengono quasi santo. E per tutta Toscana si grida Franza, con sua insegna addosso, cioè la croce bianca, così pei contadini, come soldati e cittadini, che pare che tutti ne siano in paura».

[44]. Ululantes se male passim ubique vagantes, sui corporis quæstum turpiter facere, quam honeste in Florentinorum vivere tyrannide. Sfrenati, lib. II.

[45]. In Vaticano, Innocenzo VIII fu da Antonio e Pietro Pollajuolo effigiato con essa lancia. Sta nella biblioteca dell’Università di Torino la geografia di Tolomeo, tradotta in versi toscani da Francesco Berlinghieri, che la dedicò a Gem, con molte lodi del suo sapere e di quello del padre suo. Salabery, nella Storia dell’impero ottomano, riferisce in latino le istruzioni di Alessandro VI a Giorgio Bozzardo, le quali dicono in compendio: — Salutato che avrai il sultano Bajazet ed eccitatolo al timor di Dio, gli manifesterai che il re di Francia viene per togliere dalle nostre mani Gem fratello di lui, acquistar Napoli che noi dobbiamo difendere come feudo nostro e per amicizia a quel re, pei tragittarsi in Grecia col pretesto di mettere in trono esso Gem. Secondo la buona amicizia che corre fra noi, lo esorterai con istanza a mandarci quarantamila zecchini per l’annata presente; mostri suo sdegno verso i Veneziani se mai favorissero i Francesi, e vi mandi un ambasciatore onde persuaderli ad adoperarsi in favore del regno di Napoli; intanto non perturbi l’Ungheria, la Croazia, Ragusi nè altra parte di cristianità, come il papa interporrà perché l’Ungherese non gli rechi alcuna molestia». Narrasi che esso Bozzardo nel ritorno fosse arrestato a Sinigaglia da un Della Rovere, fratello del cardinale Giuliano, e confermasse a voce la verità di tali istruzioni. A tal deposizione sono accompagnate cinque lettere di Bajazet al papa, quattro in turco, una in italiano, tutte tradotte in latino da interpreti e dal notajo rogato a far fede di tutto ciò. Bajazet proponeva al papa di liberare Gem dalle angoscie terrene e mandar l’anima sua nell’altro mondo, ove si gode miglior riposo; e per ciò prometteva al papa trecentomila ducati, ed altri pe’ suoi figliuoli: la lettera è data da Costantinopoli il 18 settembre 1494 d. C. Questi documenti furono lungo tempo tenuti come autentici, e come tali li accetta il Sismondi: ma si adducono troppe ragioni per crederli finti; e almeno si dovrà credere che nella traduzione vennero molto alterati.

[46]. Paolo Giovio, nella descrizione della sua entrata in Roma, ci divisa gli eserciti d’allora. La cavalleria andava distinta dai fanti; e prima Svizzeri e Tedeschi marciavano in cadenza al suon di strumenti, belli di aspetto e mirabili per ordine, con veste corta e assettata, non uniforme di colore, i più prodi un pennacchio, spade corte e lancie da dieci piedi; molti inoltre le alabarde, ascie sormontate da una lama quadrangolare, onde ferivano di punta e di taglio; ogni mille fanti, cento portavano schioppi. Seguivano cinquemila guasconi balestrieri; poi la cavalleria, cernita dalla nobiltà francese, magnifica a vedersi, con sajoni di seta, collane e braccialetti d’oro. Gli scudieri, spesso adoprati come cavalleria leggera, avevano una lancia robusta e una mazza ferrata, grossi cavalli, colle orecchie e la coda mozze, usanza forse introdotta in grazia dell’armadura onde coprivansi. Ogni lanciere teneva un paggio e due scudieri. Gli arcieri armavansi d’elmo e piastrone, arco grande all’inglese, e alcuni di lunghi giavellotti per ferire i nemici abbattuti; distinguevansi mediante lo stemma del loro capo. Quattrocento arcieri a cavallo facevano guardia al re, fra cui cento scozzesi; e più ancora vicino a lui, ducento gentiluomini francesi con mazze ferrate e bei cavalli, brillanti d’oro e porpora. La maraviglia maggiore erano i cenquaranta cannoni grossi e i moltissimi piccoli, che movevansi rapidamente tratti da cavalli, mentre prima solevasi da bovi.

[47]. Materazzo, Cronaca perugina. Del quale è pure il brano seguente.

[48]. Sono pubblicati negli Archives de l’art français, tratti da copie che allora si moltiplicavano e spedivano alle persone e alle città, come bullettini interessanti a tutti.

[49]. Alione d’Asti scrisse, oltre varie poese, due farse: l’una «De la dona che si credia aver una roba de veluto dal Franzoso alogiato in casa sua»; l’altra «Del Franzoso alogiato a l’osteria del Lombardo». In quest’ultima «vien da principio el Lombardo ospite calcolando e fantasticando con la sua nota in mano:

Cinque per cinque vinte cinque,

Sei per sei trenta e sei,

Septe per septe quaranta e nove,

Octo per octo sexanta e quatro,

Ho guadagnato in otto mesi

Solamente a logiar Francesi

A centenara de fiorini ecc.»

Poésies françaises d’Alione d’Asti, composées de 1494 à 1520, publiées par J. C. Brunet. Parigi 1836.

[50]. — La Signoria non ha mai vogiù creder che Francesi vegnisse in Italia; e ’l consegio dei Pregai era sì fisso, che ’l no voleva dar fede ai avisi de quel regno... Pareva a la Terra che no fosse per nui che i calasse, e molti crede quel che i voria». Malipieri, Annali veneti. Il quale, all’anno 1495, dà il catalogo dei «sessantatre condottieri stipendiati da Venezia, con circa ventimila uomini, oltre i pedoni e i provvigionati della repubblica».

[51]. Commines, lib. VIII. c. 5.

[52]. Lettera del provveditore alla Signoria di Venezia, 7 luglio. Il Ricotti fa durare un quarto d’ora la mischia e tre quarti la ritirata.

[53]. Malipieri. Egli stesso però riferisce lettera di Daniele Vendramin, pagatore in campo, che comincia: — Oggi abbiamo avuto fatto d’arme con li inimici, i quali non hanno avuto quella rotta ch’era nostro desiderio e che speravamo, perchè le sue artelarie li hanno grandemente ajutati».

Quel piacere che reca l’udir raccontate le imprese da coloro stessi che ne furon parte, rende gradite le varie lettere in proposito, raccolte dal Malipieri. Il conte Bernardino Fortebraccio alla Signoria veneta scriveva: — Dio sa che non mi pareva tempo di venire alle mani con gl’inimici. Volevo lasciare che si movessero, che si sariano rotti da loro stessi. L’illustrissimo marchese di Mantova deliberò altramente e diede dentro da Cesare. A me toccò il secondo colonnello; lo ordinai, e andai al loco mio. Alcuni dei nostri pervertirono l’ordine, e ne fecero danno a tutti. Il terzo colonnello toccò al conte di Gajazzo: ognuno diede l’assalto al loco suo. Io procedeva all’impresa mia ben armato e ben a cavallo. Combattemmo un pezzo, e andammo al basso. Fui affrontato da un cavaliere che portava sopra l’arme una veste di velluto negro e oro a falde. Combattemmo alquanto, e finalmente restò ferito da me, e se mi rese per prigione; non dico a me, ma all’illustrissima Signoria; che in altro non dimandai mai che si rendesse. Mi dimandò la vita, e gliela promisi; mi diede il suo stocco, e lo posi alla mia catenella dell’arzone; mi porse il suo guanto in segno di captività, e lo gittai in acqua, e consegnai la persona sua al mio ragazzo. Procedei più oltre e presi un altro; e successivamente in su fin al numero di quattro, due de’ quali sono, a mio giudizio, di qualche condizione. Erano bene ad ordine, e tra le altre cose aveano le loro catene d’oro al collo, in modo che io aveva al mio arzone quattro stocchi de’ nemici. Seguitai combattendo verso lo stendardo reale, sperando d’esser seguitato e ajutato dalli nostri, con disegno di condurre nel felicissimo nostro esercito o tutto o parte dell’insegna reale. Fui affrontato vicino ad essa insegna da un gran maestro ben a cavallo; e fummo alle mani. Gli dissi che si rendesse, non a me, ma all’illustrissima Signoria: mi rispose che non era tempo. Spinsi ’l cavallo, e gli tirai della spada nella gola; ma ad un suo grido fui assaltato da quattro cavalieri, e fui con loro a battaglia. Non voglio dire quello che feci; ma combattendo contro otto, fui prima ferito d’un’accetta nella tempia, poi nella coppa pur di accetta, e restai stornito; e ad un istesso tempo una lancia restata mi urtò nella schiena, e mi gettò a terra mezzo tramortito. Poi mi furno addosso e mi diedero dodici ferite, sette sull’elmo, tre nella gola e due nelle spalle. Iddio benedetto mi aiutò, che mi avevo posto sotto l’elmo un mio garzerino doppio, il quale mi salvò la vita; chè le ferite che io ebbi nella gola mi avariano dato la morte tante volte quante furno; ma non penetrorno. Ma quelle che io ebbi mi hanno data tanta passione, quanta dir si possa. Fui lasciato per morto, e fui abbandonato da ognuno del mio colonnello; il quale se fosse stato soccorso, non veniva conculcato da cavalli. Fui strascinato da un mio ragazzo in un fosso; persi il corsiero, un ragazzo, e un servitor che mi avea servito lungamente: alcuni altri dei miei più cari persero i cavalli; e in questa fazione pioveva grandemente. Cessato ’l fatto d’arme, fui portato in campo al mio padiglione. Li magnifici Provveditori furno a visitarmi, ma io non mi n’avvidi, chè ero più morto che vivo, in modo che mi fu raccomandata l’anima. Fui portato qui in casa di Andrea Bagiardo, uomo da bene: furno chiamati i medici, i quali non si curando di medicar le ferite, fu mandato a Bologna per un medico di Parma mio conosciuto; il qual prima che arrivasse, un suo fratello venuto qui a caso m’avea levato tre pezzi d’osso della testa, in modo che mi restò il cervello discoperto per quanto saria un fondo di tazza; perchè di tre ferite ne fece una sola. Giunse poi qui la donna mia, e con lo studio e sollecitudine sua son ridotto, per grazia di Dio, ad assai buon termine, in modo che spero di salute. Ogni male mi par niente, pur che abbia fatto cosa grata all’illustrissima Signoria e a quel glorioso senato. Non mi curerei della vita, purchè l’esercito de’ nemici fosse del tutto restato sconfitto. Mi par mill’anni a liberarmi del tutto, e poter tornare appresso l’illustrissimo signor marchese nel felicissimo nostro esercito: dove, occorrendo, mostrerò a pieno la mia vera servitù e fede; chè son marchesco, come sempre ho detto. Mi è stato di grandissima consolazione e sussidio, in tempo di sì grave caso, l’arrivo di Rafael mio, con quella lettera dell’illustrissima Signoria, piena di umanità e di dolcezza; e veramente non sento nè doglia nè passion, conoscendo di aver fatto cosa grata ad essa illustrissima Signoria; e certamente ho più stimato le proferte che mi son fatte nelle lettere, che li denari che mi son stati mandati. Lodato Dio, non stimo nessuna cosa più che esser in grazia del mio padrone... Questa notte ho riposato meglio dell’usato, per grazia di Dio. Di quanto succederà, la farò tener avvisata. Mi raccomando. Di Parma, a’ XX di luglio MCCCXCV.

Bernardin de Fortis Brachiis
comes, eques armorum.

«Voglio dir queste parole le quali non posso tacere. Eramo atti a romper quello e maggior esercito, se li nostri avessero atteso alla vittoria e non alli carriaggi; come particolarmente ragionerò a bocca con vostra magnificenza, se così piacerà al Signor Dio».

[54]. Il duca d’Orléans vi fece battere la prima moneta ossidionale di cuojo.

[55]. — Credo che non sia costituzione migliore di quella dei Veneziani, e che voi pigliate esempio da loro, resecando però qualche cosa di quelle che non sono a proposito nè al bisogno nostre, come è quella del doge. Predica sopra Aggeo, iii domenica d’avvento 1494.

Della sua avversione al suffragio universale diretto è monumento la strofa che avea fatto scrivere sulla sala del gran consiglio, e che parve profetica quando, per mezzo di quello, i Medici si fecero acclamare principi. Diceva:

Se questo popolar consiglio e certo

Governo, popol, de la tua cittate

Conservi, che da Dio t’è stato offerto,

In pace starai sempre e in libertate.

Tien dunque l’occhio de la mente aperto,

Che molte insidie ognor ti fian parate;

E sappi che chi vuol far parlamento

Vuol torti da le mani il reggimento.

[56]. — Si vorria far una legge che le schiave che rivelassino, quando si giuoca in casa i padroni, fossero libere, e che i famigli che ancora rivelassino il giuoco, avessino qualche premio». Predica del 12 maggio 1496. Esisteano dunque schiave. E poc’anzi il Savonarola avea detto alle donne: — Intendo che le donne non allattano i figliuoli. Voi fate male perchè gli fate allattare ancora dalle schiave: è quel primo latte di grande inclinazione al fanciullo, e sono poi mezzi vostri figliuoli, e mezzi no». Predica del 1º aprile.

[57]. Dignetur sanctitas vestra mihi significare quid, ex omnibus quæ scripsi vel dixi, sit revocandum, et ego id libentissime faciam. 20 settembre 1497.

[58]. Vita del Savonarola, lib. IV. c. 10 e 14.

[59]. Nel Burcardo (Diarium Curiæ romanæ sub Alexandro VI papa) è una savia lettera di Alessandro al Savonarola, ove gli suppone semplicità ed eccesso di zelo, e perciò lo richiama a penitenza. Il frate ne risponde una lunga, ribattendo punto per punto le imputazioni referendosi alla testimonianza di tutto il popolo che l’ascoltò e dei libri da lui stampati, e negando l’essersi detto profeta nè inviato direttamente da Dio; sovrattutto impugna l’accusa di spargere nimicizie: Certe, beatissime pater, notissimum est non solum Florentiæ, sed etiam in diversis Italiæ partibus, quod meis verbis secuta est pax in civitate Fiorentiæ, quæ si non fuisset secuta, Italia fuisset perturbata. Quod si verbis adhibita fuisset fides, Italia hodie non hoc modo quateretur; nam illius prævidens afflictiones, licet a multis semper fuerim derisus, pronunciavi gladium venturum, ac pacis remedium ostendi solum esse; unde Italia universa gratias pro me Deo agere deberet. Docui enim eam remedium tranquillitatis, quod quidem servans Florentia jam habet quod non haberet; et si similiter faceret tota hæc Italia, gladius nequaquam per eam transiret: quid enim nocere potest pœnitentia?

[60]. Lettera di Domenico Bonsi ai Cristiani di balìa.

[61]. Il Burcardo, avverso a frà Girolamo, produce molte dichiare di frati, disposti andar nel fuoco per provare le conclusioni di esso e la nullità della scomunica. Tra questi, tutti quei di Prato, sotto la cui dichiarazione Savonarola scrisse: — Io accetto le offerte di questi frati che si trovano al presente in Santo Marco e in Santo Domenico di Fiesole, e prometto di darne uno, due, dieci, quanti ne bisognano per andare nel fuoco a probazione della verità ch’io predico; e mi confido nel nostro signore e salvatore Gesù Cristo, nella sua verità evangelica, che, ciascuno ch’io darò, n’uscirà illeso senza alcun danno; e quando di questo dubitassi punto, non lo darei per non essere omicida; e in segno di ciò ho fatto questo, sottoscritto di mia mano propria, e a salute dell’anime e confermazione della verità del nostro salvatore Gesù Cristo, qui solus facit magna et mirabilia et inscrutabilia, cui est honor et imperium sempiternum».

Avendogli poi alcuno rinfacciato che non osasse egli medesimo mettersi all’esperimento, diè fuori un’apologia che comincia: — Risponderò brevemente, per la gran carestia che io ho del tempo. E prima quanto al non aver accettato d’andare io nel fuoco col predicatore di Santa Croce, osservante de’ Minori, dico ch’io non l’ho fatto sì perchè egli ha proposto in pubblico voler andare nel fuoco, non ostante che lui, come dice, creda ardere, per provare che la scomunica fatta contro di me è valida, ed io non ho bisogno di provare col fuoco che tale scomunica sia nulla, conciossiachè io abbia già provato questo con tali ragioni, che ancora non s’è trovato nè qui nè in Roma chi abbia a quelle risposto; sì perchè la prima volta lui non propose di voler combattere meco, ma bensì generalmente con ciascuno che fosse a lui in questa cosa contrario. Vero è che poi, offerendosi a questo frà Domenico da Pescia, trovò questa scusa che non voleva aver a fare se non meco; e sì massimamente perchè il mio entrar nel fuoco con un solo frate non farebbe quell’utilità alla Chiesa che richiede una tanta opera, quant’è questa che ci ha posta nelle mani; e però mi sono offerto, e di nuovo mi offerisco io proprio di far tale esperienza ogni volta che gli avversarj di questa nostra dottrina, massime quelli di Roma e i loro aderenti, vogliano commettere questa causa in questo padre o in altri; e mi confido nel nostro signore e salvatore Gesù Cristo, e non dubito punto che ancor io andrò nel fuoco, come fece Sidrach, Misach e Abdenago nella fornace ardente, non per miei meriti o virtù, ma per virtù di Dio, il quale vorrà confirmare la sua verità, e manifestare la sua gloria in quel modo. Ma certo io mi meraviglio assai di queste tali obiezioni, perchè essendosi offerti unitamente tutti i miei frati che sono incirca trecento, e molti altri religiosi di diverse religioni, delli quali io ho le sottoscrizioni presso di me, e similmente molti preti secolari e cittadini, tutte le nostre monache e di quelle anco di diverse altre religioni, molte altre donne cittadine e fanciulle, e questa mattina ultimamente, che siamo al primo d’aprile, parecchie migliaja di persone di quelli che si trovarono in Santo Marco nostro alla predica con grandissimo fervore, gridando ciascuno: Ecco io, ecco, andrò in questo fuoco per gloria tua, Signore: se uno di questi tali andando sotto la mia fede, e per fare l’obbedienza da me impostagli, come si sono prontissimamente offerti, ardesse nel fuoco, chi non vede che io e tutta questa opera e impresa di Dio andrebbe meco in ruina, e che non potrei più in luogo alcuno comparire? E però non bisogna che quel predicatore richieda altri che frà Domenico predetto, contro il quale predicando l’anno passato, ebbe qualche differenza con lui. E se dicessino che al manco le cose da noi per modo di profezia annunziate richiederiano, a volere che fossero credute, ch’io le provassi con miracolo, rispondo che io non costringo gli uomini a credere più che a loro si pare, ma sì bene gli esorto a vivere rettamente e come cristiani, perchè questo solo è quel miracolo che li può far credere le cose nostre e tutte l’altre verità che procedono da Dio. E benchè noi abbiamo proposto di provare cose grandi che s’hanno a manifestare, e che noi diciamo essere sotto la chiavetta con segni soprannaturali, non abbiamo per questo proposto di fare tali segni per annullare la scomunica: ma non è ancora il tempo nostro, il quale quando sia, Dio non mancherà delle promesse sue, quia fidelis Deus in omnibus verbis suis, qui est benedictus et gloriosus in sæcula».

Giovan Canucci proponeva scherzosamente di rendere men micidiale la prova col mettere i due frati in un tino d’acqua tiepida, e fosse tenuto veritiero quel che n’uscisse asciutto. Vedi Nerli, Commentarj, lib. IV.

[62]. La parte di processo di frà Girolamo, che il signor Emiliani Giudici stampò dietro alla sua Storia de’ municipj, non contiene gl’interrogatorj propriamente, ma l’estratto di questi, che si fece firmare dal convenuto sotto le minaccie della corda. Ne diamo qualche brandello:

— Circa quindici anni fa, essendo io nel monastero di San Giorgio, la prima volta ch’io fui a Firenze in chiesa io pensava di comporre una predica, e nel pensare mi venner alla mente molte ragioni (furon circa sette), per le quali si mostrava che alla Chiesa era propinquo qualche flagello; e da quel punto in qua cominciai molto a pensare simili cose, e molto discorsi le Scritture. E andando a San Geminiano a predicarvi, cominciai a predicare proponendo queste conclusioni, che la Chiesa avea ad esser flagellata e rinnovata, e presto; e quello non avevo per rivelazione, ma per ragioni delle Scritture, e così dicevo; e in questo modo predicai a Brescia e in altri luoghi di Lombardia ove stetti circa quattro anni. Di poi tornai a Firenze, e cominciai il primo dì d’agosto in San Marco a leggere l’Apocalisse, che fu nel 1490, e proponevo similmente le medesime conclusioni di sopra dette. Di poi la quaresima predicai in Santa Liparata il medesimo, non dicendo però mai l’avessi per rivelazione, ma proponendo che credessino alle ragioni, affermando questo con più efficacia che io potevo.

«Di poi passato pasqua di quella quaresima, frà Salvestro tornando da San Geminiano mi disse, che dubitando delle cose ch’io dicevo e reputandomi pazzo, li apparve in vigilia visibilmente, secondo disse lui, uno dei frati nostri morto, il quale lo riprese e dissegli queste parole: — Tu non dei pensar questo di frà Geronimo, perchè tu lo conosci». E di poi ebbe molte altre apparizioni simili, secondo mi disse frà Salvestro: e però oltre al desiderio e accensione ch’io avevo di predicare simili cose, m’accesi ad affermare ancora in qualche parte più che prima, benchè in fatto fossino tutti miei trovati e per mio studio; e vedendo la cosa succeder bene, andai più avanti. Vedendomi crescere la reputazione e la grazia nel popolo di Firenze, cominciai a dire che l’avevo per rivelazione, e così cominciai a uscir forte fuora, il che fu una mia gran presunzione, e molte volte dicevo delle cose che mi riferiva fra Salvestro, pensando qualche volta fossino vere. Niente di meno non parlavo a Dio, nè Dio a me in alcun special modo, come Dio suol parlare a’ suoi santi apostoli, profeti o simili; ma andavo pure seguitando le mie prediche, con la forza e industria dello ingegno, e presuntuosamente affermavo quello ch’io non sapevo esser certo, volendo ciò che io trovavo con lo ingegno fosse vero.

«Quanto alle visioni di frà Salvestro, quali elle si fossino, non me ne curavo, ma mostravo bene di curarmene assai, perchè eran tutti trovati di mio ingegno e mie astuzie; e se pure le cose di frà Salvestro mi servivano al proposito, le averia dette e attribuitele a me per dare più reputazione alle cose nostre, come era qualche bel punto o qualche gentilezza. Ma sappiate di certo che questa cosa ch’io l’ho condotta, l’ho condotta con industria, e prima colla filosofia naturale, la quale molto mi serviva a provar le cose ed efficacemente persuaderle; e poi la esposizione della Scrittura ajutava la materia, e sempre il mio ingegno versava in queste cose grandi e universali, cioè circa al governo di Firenze e circa le cose della Chiesa; e poco mi curavo di cose particolari o piccole.

Quanto all’intento mio e fine, al quale io tendevo, dico in verità esser stato la gloria del mondo e d’avere credito e reputazione; e per venire a questo effetto ho cercato di mantenermi in credito e buon grado nella città di Firenze, parendomi che la detta città fosse buono stromento a far mantenere e accrescere questa gloria e farmi credito ancora di fuori, massime vedendo che m’era prestato fede. E per ajutare questo mio fine, predicavo cose, per le quali i Cristiani conoscessino le abominazioni che si fanno a Roma, e si congregassino a fare concilio, nel quale, quando si fosse fatto, speravo fossino deposti molti prelati e anche il papa, e avrei cercato d’esser lì, ed essendovi confidavo predicare, e fare tali cose che ne sarei stato glorioso o con essere stato fatto grande nel concilio, o con restarne con assai fama e reputazione di mondo. E per condurmi meglio al soprascritto mio intento e fine, essendo già introdotto nella città di Firenze il governo civile, il quale mi pareva esser opportuno strumento alla mia intenzione, cercavo di stabilirlo a mio proposito per tal modo, che tutti i cittadini fossino benevoli a me, o vero seguitassino il mio consiglio per amore o per forza.

«Il signor Carlo Orsino e Vitellozzo Vitelli, quando tornarono di Francia, furono a me in San Marco a confortarmi a far quello potevo per il re di Francia, e vennero a me come se io fossi il signor della terra; a’ quali risposi che pregherei Dio per il re, che ero di buona voglia a fare per il re ciò che io potessi. Più altri ancora Franciosi e Napolitani cacciati da Napoli, che dicevano andare a torno per le cose del re di Francia e per cose di Stato, mi vennero a visitare e parlare per simili effetti; perchè pareva a loro che io fossi amico del re di Francia e tenessi la parte sua, ed io li rimettevo tutti a Francesco Valori. Fu ancora a me messer Dolce da Spoleto imbasciatore del duca d’Urbino a offerirmisi, e fu in quel tempo che il duca d’Urbino s’era tornato a casa sua; e io scrissi una lettera al detto duca.

«Circa a non obbedire il papa, e non andare a Roma, dico procedè per timore di non esser morto per la via o a Roma, da Piero de’ Medici e dalla lega, per essere io contro al proposito loro.

«Circa alla scomunica, dico che, benchè a molti paresse che la fosse nulla, niente di meno io credevo che ella fosse vera e da osservarla, e la osservai un pezzo; ma poi parendomi che l’opera mia andasse in ruina, presi partito a non la osservar più, anzi manifestamente a contraddirla e con ragioni e con fatti. E stavo ostinato in questo per onore e per reputazione e mantenimento dell’opera mia.

«Le polizze, di che io feci menzione nelle prediche, ch’io volevo fare e dar in mano di alcuni perchè le tenessino guardate fino a certo tempo, e poi si aprissino, furon tutte favole e ciance per isbigottire i miei contrarj. E quanto d’inganno fu in questa materia, fu solo ch’io dissi a frà Salvestro: — Io vo dire di darvi una polizza, la quale conterrà i peccati di Pier Capponi», che esso frà Salvestro li sapeva, perchè lo confessava; ma non gliene detti, e in fine fu una finzione per isbigottire, e in fatto non ne fu altro.

«Circa a’ Barbari ch’io ho predetto più volte che verranno contro a Italia, dico e credo certo che in Italia abbia a venire flagello alla Chiesa da gente barbara, perchè sempre i flagelli della Chiesa in Italia son venuti da gente barbara: e per questo mio discorso lo dissi, ma non per altra certezza particolare, benchè mostravo esserne certo più che non ero in fatto.

«Circa la rinnovazione della Chiesa e la conversione degli infedeli che io ho predetto dover succedere, dico che l’ho avuto e l’ho dalle Scritture sacre, e credelo certo per ordine delle Scritture solamente, senz’altra revelazione particolare; ma dello avere a esser presto, non ho spressamente dalle Scritture nè da revelazione.

«Circa lo sperimento del foco, dico così, ch’io ebbi molto per male che frà Domenico proponesse quelle conclusioni e provocasse questa cosa, e avrei pagato gran faccenda non lo avesse fatto. Similmente mi dolse che li miei amici lo stringessino, ch’io per me non l’avrei voluta: che se vi consentii, lo feci per difendere il mio onore il più che potevo; e se io avessi predicato allorquando la cosa si mosse e poi quando si stringeva, mi sarei ingegnato estinguerla con dire che quelle conclusioni si potevano provare con ragioni naturali: e dissine male a frà Domenico, che l’avea così incalciata, parendomi cosa grande e pericolosa. Finalmente lo consentii per non perdermi la reputazione; e sempre dissi che ci conducevamo a questo cimento per essere provocati e per rispondere; e stimavo al tutto che il frate di san Francesco non vi avesse a entrare; e non vi entrando lui, non era obbligato anche a entrarvi il nostro: e se pure fosse occorso che il nostro avesse a entrare anch’egli, volevo vi entrasse con il sacramento dell’eucaristia; nel quale sacramento avevo speranza non l’avesse a lasciar ardere, e senza il quale non l’avrei lasciato ire. Per sbigottire più il detto frate di san Francesco che non vi entrasse, e per darvi maggior terrore, operai che il fuoco fosse grande, e mandai frà Malatesta alla Signoria a ordinare la forma di detto fuoco. Similmente avevo detto che il fuoco s’accendesse da una delle bocche, e dall’altra vi entrassino i frati, e drieto a loro si mettessino scope, che serrassino l’altra bocca, di modo paresse che non potessino tornare adrieto. Il che tutto disegnai perchè il detto frate di san Francesco si sbigottisse e non vi entrasse; e così restava disobbligato anche il nostro.

«Alla parte delli spiriti, che già si disse esser in San Marco circa sette anni fa, e de’ quali io sono stato interrogato, rispondo che quanto alli spiriti non li vidi mai. È vero che in quel tempo alcuni frati di San Marco dicevano sentire per il convento di dì e di notte spiriti in modo che tutti erano impauriti; ma io non vidi altro segno se non che un giorno fui chiamato a vedere uno de’ nostri conversi, il quale all’ora di nona nella sua cella era legato mani e piedi alla lettiera, e io lo vidi con la spuma alla bocca, fatto insensato come sogliono far quelli che si dicono essere spiritati. Durò questa cosa circa un mese, e io andavo ogni sera per casa facendo l’asperges, dicendo orazione, e altro non se ne sentì poi. Il converso che fu trovato, tornando poi in sè diceva che gli pareva veder uomini a modo di ghezi: il medesimo, un altro converso che è morto. Delli spiriti che dicono essere in San Lucio, non ve ne so dir altro se non che una volta ch’io vi sono stato da più mesi in qua, io vidi quattro monache che facevano e dicevano cose strane; e perchè io vi vo molto di rado, non ne so altro.

«Quando io dicevo più anni fa nelle mie predicazioni Gladius Domini super terram cito et velociter, lo dicevo sotto la generalità de’ flagelli, ch’io reputo debbano venire alla Chiesa e all’Italia per ordine delle Scritture sacre, e non per rivelazione, come altre volte ho detto. E così non intendevo allora per la passata del re di Francia in Italia, della quale non sapevo altro, massime per rivelazione. Ma essendo poi venuto il re di Francia, ed essendomi ito la cosa bene, me ne servii dipoi dicendo: — Io lo predissi quando non si vedevano nugoli per aria.

«Di nuovo dico che il mio disegno era di regnar in Firenze, per ajutarmi poi col mezzo de’ Fiorentini per tutta Italia; e volevo che la parte che si diceva mia de’ cittadini di Firenze, soggiogasse l’altra parte, col favore del Consiglio però, e col castigare i detti dell’altra parte quando avessero errato.

«Di far questo con l’arme non avevo anco pensato, ma quando fosse bisognato, mi vi sarei vôlto. È ben vero ch’io avevo caro che i miei stessino preparati con l’arme e raccolti insieme, acciocchè, quando fosse venuto il bisogno, non avessino avuto a prepararsi, e avessino potuto di subito rispondere ognivolta che gli altri si fossero mossi; ma che i miei si movessero no, se non erano provocati: e avevo disegnato che Francesco Valori fosse il capo e primo di tutti...»

Di veri peccati nel senso ecclesiastico non pochi confessò fra Girolamo; e nella seconda esamina, fatta senza tortura o lesione alcuna di corpo, dice non essersi mai confessato de’ suoi veri intenti, benchè si comunicasse, «sì per non manifestare a persona, sì perchè non ne sarei stato assoluto, non volendo lasciar l’impresa: ma non ne facevo caso, attesa la cosa grande a che mi addirizzavo; e quando l’uomo ha perso la fede e l’anima, ei può fare ciò che vuole, e mettersi poi a ogni cosa grande. Confesso bene ora di essere un gran peccatore, e mi vo’ molto bene confessare, e farne gran penitenza.

«Circa il segno della croce e del nome di Gesù che dissi a frà Salvestro avere scolpito nel petto mio, confesso esser vero che io gliene dissi, e feci opera che me lo credesse; e dicevoli che era per mia divozione: ma tutto fu una finzione ch’io feci per mostrarli di esser buono...»

Confessò pure altra volta d’essersi voluto far re, e perciò tenere in armi i suoi; d’aver già palesato cose «di che io merito mille morti»; e tutto ciò «spontaneamente e senza alcuna tortura».

Ma il 20 maggio del 1498 interrogato di nuovo, e non contentando i giudici, questi ordinarono di spogliarlo per dargli della fune. Egli mostrando grande paura s’inginocchiò e disse: — Orsù uditemi. Dio, tu mi hai côlto: io confesso che ho negato Cristo, io ho detto la bugia: signori Fiorentini, siatemi testimonj che io l’ho negato per paura de’ tormenti; se io ho a patire, voglio patire per la verità. Ciò ch’io ho detto, l’ho avuto da Dio. Dio, tu mi dai la penitenza per averti negato per paura de’ tormenti: io lo merito». Appena spogliato, s’inginocchiò di nuovo, e mostrava il braccio manco dicendo averlo guasto, e del continuo ripetea: — Io ti ho negato, Dio; t’ho negato per paura de’ tormenti». Tirato su, esclamava: — Gesù, ajutami, questa volta tu mi ha’ côlto.

«Domandato in sulla fune perchè ora aveva detto così, rispose: — Per parer buono; non mi lacerate, chè vi dirò il vero certo, certo». Perchè avete negato ora? rispose: — Perchè io sono un pazzo». Posto giù, disse: — Come io vedo i tormenti, mi perdo, e quando sono in una camera con pochi e pacifico, dico meglio...» E seguitò a confessar tutto quello che volevano e — La mia superbia, la mia pazzia, la mia cecità m’imbarcarono in questo: ero sì pazzo, che non vedevo il pericolo in che io era; e qui me ne sono accorto.

«Domandato se crede in Cristo, mostrandogli che se ne dubitava rispetto a quello da lui fatto, rispose: — E’ può bene stare il credere in Cristo, e far quello ch’io ho fatto. Io ho fatto come i demonj, Demones enim credunt, et contremiscunt». Domandato se ha usato incanti, rispose che se n’è sempre fatto beffe, e non li ha usati mai. Domandato se aveva detto che Cristo fosse stato uomo come gli altri, e che a lui sarebbe bastato l’animo di fare il simile, rispose: — Questa cosa saria da matti.

«Di nuovo tirato su, e datogli un tratto di fune, e poi posto giù dopo che vi fu tenuto assai bene, e di nuovo domandato se è vero quello ha confessato, disse tutto esser vero, e confermò ogni cosa...»

Il modo usato per averne le confessioni spiega e misura l’attendibilità di quelle.

[63]. Abbiamo una canzonetta che allora ripeteano i Piagnoni:

La caritade è spenta,

Amor di Dio non vi è.

Tepido ognun diventa,

Non c’è più viva fè.

Non s’ama il ben comune,

Ciaschedun ama sè.

Quel dice alla fatica:

Non s’appartiene a me.

Il piccol dice al grande:

Io ne so quanto te.

Io vedo tal che regge

Che non sa regger sè.

Sol nel mangiare e bere

Diletto e gusto c’è.

Chi più terra conduce

Più savio tenut’è.

Chi più spirito vuole

Rotte le braccia gli è.

La santa povertà

Ciascun gli dà di piè.

Che debbo dir, Signore,

Se non gridare — Ohimè?

Ohimè, che il santo è morto,

Ohimè, Signore, ohimè!

Tu togliesti il profeta,

Il qual tirasti a te.

O Geronimo santo,

Che in ciel trionfo se’,

Tra le tue pecorelle

Entrato il lupo gli è.

Ohimè, soccorri presto,

Ohimè, Signore, ohimè.

Col Savonarola stette fin agli estremi il padre Tommaso Sardi, insigne oratore e buon poeta, che nel poema Dell’anima pellegrina imitò Dante, fingendo un pellegrinaggio traverso alla terra, agli elementi, al limbo, al purgatorio e fin all’empireo, in cerca della verità, della giustizia, dell’amore; tutto scienza scolastica. Nel purgatorio trova frà Girolamo, il quale tra altro gli chiede:

... Poi dimmi quel che pensa

Di me il me’ popol, fatt’in me in do parti?

Ancora apparecchiata sta la mensa

(Diss’io a lui), di cui è tuo erede

Che li tuoi frutti ancor vi si dispensa,

Ancor, quanto che allor, più ti si crede,

Benchè di molti opinïon sien molte

Di tua dottrina speme e di tua fede.

Però gli fa confessare d’essere stato condannato giustamente:

Et io: Errasti? Et ei: Sì, nel giudizio

Quando la vera via tenni smarrita;

Che morte che seguì fu per mio vizio.

Et io: E meritasti perder vita?

Sì (disse), che la colpa fu a tempo,

Se non intera alla bontà infinita.

[64]. Fra quei che lo credettero profeta è Commines, il quale asserisce averlo interrogato se il re potrebbe ritirarsi da Napoli, ed esso gli rispose, troverebbe ostacoli grandi, pure vi riuscirebbe; ma poichè avea mancato alle promesse fatte a Dio, questo gli manderebbe un grave castigo, Lib. VIII, c. 3; e al cap. 26: — Questo posso con asseveranza dire, ch’e’ predisse molte cose, delle quali nessun mortale avria potuto avvisarlo. Indovinò al re che perderebbe il figliuolo, e che esso gli sopravvivrebbe poco; e le lettere di ciò le lessi io in persona ad esso re».

[65]. Predica del 17 febbrajo 1497. Nella Verità profetica occorre questo passo:

Savonarola. Atqui io son profeta. Poichè ragionevolmente mi sforzi, non senza verecondia e umiltà confesso essermi stato da Dio, per suo dono e non per alcuno mio precedente merito, conferito.

Uria. Guarda che questo non sia detto per umiltà, ma più presto per arroganza.

Savonarola. Io non m’attribuisco il falso, ma non mi vergogno già di confessare d’averlo ricevuto a laude di Dio e per salute de’ prossimi.

[66]. Commentando una meditazione di esso dice: — Cristo lo canonizzò, perchè non appoggiossi sui voti o sul cappuccio, sulle messe o sulla regola, ma sulla meditazione del Vangelo della pace; e rivestito della corazza della giustizia, armato dello scudo della fede e dell’elmo della salute, si arrolò non all’Ordine de’ Predicatori, ma nella milizia della Chiesa cristiana».

[67]. Inferma a morte, si votò a frà Savonarola, e questo le apparve in sogno cogli altri due martiri, e ne fu risanata. Di ciò ella scrisse una laude, ove fra il resto dice:

Quel vivo amor che ti commosse il petto

A render alla ancilla sanitade,

Quello ti muova, padre mio diletto,

A crescer nella figlia la bontade.

A te ricorro, perchè la pietade

Cognosco viva dentro alla tu’ alma;

E spero per te, padre, aver la palma

Contro l’astuzia del gran seduttore...

Sempre t’arò nel mezzo del mio core.

[68]. Di quel tempo circolò un epigramma, che può far riscontro al noto del Flaminio:

Quem Ferrara tulit, furca extulit, abstulit ignis,

Cuique urna est Arnus, ego ille Hyeronimus.

Avversissimo a frà Girolamo si mostra Gismondo Naldi in una lettera riportata nei Diarj manoscritti di Marin Sanuto. Quest’ultimo pure lo tratta da ribaldo, e può dar idea delle esagerazioni che se ne dicevano a Venezia: — Da Fiorenza si havè avisi come frate Hironimo preso et tormentato, havia hauto sette schossi di corda, et ei havea aperto sotto il brazo, adeo non se li potea dar più corda; et li voleano dar altri tormenti, zoè la stangheta. El qual confessò a la corda molte cosse, tra le qual sette cosse heretiche, videlicet che da do anni in qua pluries havia ditto messa non consacrando l’hostia; item havia comunichato con hostia non sacra; item che havia alcuni frati per Fiorenza li quali confessavano, et questi li rivelava tutti li secreti dili primi di Fiorenza, et talhor questi diceva ad alcuno qualche sua peccato, overo in percolo, dicendo haver per inspiratione divina; item voleva far Francesco Vallori ditator perpetuo; item chel non credeva in Dio, et altre cosse, maxime dil miraculo mostrò di far di la lampreda che li fo mandata, la qual lui la fè atosicar, fingendo la ghe fusse mandata per atosicarlo, dicendo havia inspiratione divina, et fè la experientia contro uno, che subito manzata morì; item domandato perchè queste cose faceva, rispose, per il sacramento havia hauto da Carlo re di Franza a Fiorenza, che voleva invader Italia, et lui credeva, et però predicava in suo favor, et si voleva far cardinal. Or ditto processo compito, et lecto nel consejo, parse al pontefice di voler veder dicto processo, et mandoe a Fiorenza maistro Ioachim Turiano general dil hordine di Predicatori, con uno suo commissario, acciò examinasse il ditto processo, et contra di lui et di altri frati procedesse bisognando. Or par che li deputati al suo collegio terminono, che havendo confessato queste tal heresie, a dì 29 dicembre, istante il sabato dovesse esser, insieme con do frati zoè frà Domenico et frà Silvestro, apicati et brusati, et fusse disgradato prima; tamen la cossa andò in longa, perchè il duca de Milano scrisse, havia a caro veder il processo prima che si facesse morir. Et cussi Fiorentini, per far quello voleva Milano, mandò la copia fin a Milano; et al par che dicto frate Hironimo inteso era per dispazarsi, cognoscendo meritava la morte, domandò tre gracie: la prima, non sia mandato nè dato in le man dil papa, contr’il qual havia predicato; secondo, non sia sententiato a morir a le man di puti di Fiorenza, dili qual havia hauto tanto seguito; tertio, non fusse brasato vivo: le qual tre gracie Fiorentini libentissime li concesseno».

Nei Documents inédits sur l’histoire de France, t. I. p. 774, Champollion Figeac pubblicò una lettera di Luigi XII alla Signoria di Firenze, esortante a differire ogni sentenza sopra il Savonarola finchè esso re non abbia manifestato la propria opinione. Quando, sotto Paolo IV, si prese ad esame la dottrina del Savonarola, il padre Paolino Bernardini lucchese, fondatore della congregazione di Santa Caterina da Siena, compose Narrazione e discorso circa la contraddizione grande fatta contro l’opere del R. P. frà Girolamo, e vuol convincere che la dottrina di esso «non poteva esser dichiarata nè per eretica, nè per scismatica, nè manco per erronea o scandalosa». Il Burlamacchi nel 1764 stampò a Lucca la vita del Savonarola con un’estesa apologia: contraddetto da un Fiorentino, rincalzò l’argomento, e annotò il processo proprio del frate. Baluzio, Miscell., tom. IV. 521. Manca di critica, come pure Francesco Pico, che istituisce un parallelo fra Cristo e il Savonarola, e ne moltiplica i miracoli. Naudé ne faceva un Ario, un Maometto; mentre il padre Touron lo chiamava uomo inviato da Dio. Francesco Mayer di Jena (1836) lo fa precursore ed emulo di Lutero, e produce molte lettere di Alessandro VI. Rudelbach lo studiò teologicamente. P. J. Carle (1842), copiando il Barsanti senza citarlo, lo mostra un santo alle prese colle malvagie passioni del tempo, martire della verità e della virtù, ortodosso nella teologia, moderato nella politica. Rio lo considera come rigeneratore dell’arte nell’idea. Perrens dice: — Regna su tutta la vita del Savonarola estrema incertezza; la cronologia n’è imbarazzata; gli avvenimenti più notevoli furono snaturati dagli autori; numerose lacune, che solo può spiegare l’ignoranza de’ biografi o la negligenza degli storici; grande sproporzione nelle varie parti del racconto; la storia scompare sotto tante leggende incredibili, che reputiamo impossibile elevare uno studio qualunque sovra basi così poco solide. Salvo qualche pagine di storia sincere, ma sparpagliate e incompiute, ne’ libri consultati non trovammo che apologie o detrazioni» (Jérôme Savonarola, sa vie, ses écrits d’après les documents originaux. Parigi 1855). In questi ultimi anni moltissimo si scrisse intorno al Savonarola e principalmente dal Villari, e se ne pubblicarono nuovi documenti. Fu anche messo in scena dal Rubieri nel Francesco Valori, in poema dal tedesco Lenau, in romanzo dal piemontese Corelli.

[69]. «Il magnifico Paulo Vitelli in questo tempo fu condutto a Fiorenza; il qual giunto ad ore tre di notte, lo incominciarono ad esaminar con varj tormenti. Durò ditta esamina fino alle dodici, et non trovando cosa notabile in esso che meritasse se non laude et fama immortale, per le ragion dette di sopra, et etiam per non parer de aver errato, il primo giorno di ottobre ad ore ventitre in circa, in Palazzo, in su un palchetto fatto per ciò, pubblicamente li fecero tagliar la testa. Premio conveniente a tanta fede et opera sua immortale! Il vulgo errante non si persuadendo che li signori soi lo avessen decapitato, ma un altro in cambio suo, con voce crudele al cielo gridavano: — Noi siam gabbati; non è Paulo ma altri; lo vogliam vedere questo traditore». Li signori, veduto et inteso questo rumore, per timore delle persone proprie, et etiam per satisfare a quello, vituperosamente, con doppieri ardenti, giù per le scale del Palazzo, fereno strascinare il tronco et il capo appresso; et condutto da basso, fu collocato in la chiesa di San Piero Scaraggi lì vicina. Concorsevi la plebe, la qual chiaramente conosciuto, si pascè del sangue suo. Così tanti suoi sudori, vigilie et male notti da’ Fiorentini gli sono state rimeritate, che si può dir meritamente Paulo Vitelli esser stato quello che abbia conservato et restituito ad quelli et il Casentino et il territorio pisano. Voi, illustrissimi signori Taliani, che per le virtù militari meritate il bastone, considerar possete che merito et gloria da’ Fiorentini aspettar dovete. Specchiatevi nello excellente capitano signor Paulo Vitelli, et di poi, parendovi, militate sotto loro ingratissimo vessillo. Ritornando al magnifico Vitellozzo, il quale, intesa questa trista nova, con forte animo l’ascoltò et sopportò usando queste parole: — De cetero, mortal non me ne parli, nè me ne lacrimi davanti; a me se ne spetta il dolore, et a Dio la vendetta». Archivio storico, vol. VI. p. 383.

[70]. Lib. VII. c. 3. Et de ce que contient ceste duché, je ne veiz jamais plus belle piece de terre, ne plus grant valleur.

[71]. Cagnola, Cronaca, lib. VIII in fine.

[72]. Il Matarazzo, cronista contemporaneo, dice che battesse una moneta con questa epigrafe; ma è falso: bensì quel detto correva proverbialmente, lo cita il Nardi nella Storia fiorentina, lib. III, e ne trovo segno in una canzone popolare de’ Milanesi dopo le sue sventure:

Son quel duca di Milano

Che con pianto sto in dolore;

Son sugeto ch’ero signore;

Ora son fatto alemanno.

Io diceva che un sol Dio

Era in cielo, e un Moro in terra;

E secondo il mio desìo

Io faceva pace e guerra...

Esso Nardi accenna una medaglia di Lodovico, dov’era una mano che teneva acqua e una fuoco, volendo inferire che la sua prudenza sapeva produrre guerra e pace; e soggiunge che avesse fatto dipingere una Italia tutta piena di galli, e un Moro che colla granata parea cacciarli. Mostrandola a Francesco Gualterotti ambasciadore fiorentino, e chiedendo che gli paresse di tal sua invenzione, questi rispose: — Benissimo; ma mi sembra che questo Moro volendo spazzare i galli fuor d’Italia, si tiri tutta la spazzatura addosso».

[73]. A Urbano Terralunga d’Alba, consigliere del marchese di Monferrato, concede ut facere, creare et instituere possit poetas laureatos, ac quoscumque qui in liberalibus artibus ac maxime in carminibus adeo profecerint, ut promoveri ad poeticam et laureatum merito possint. Diploma del 3 agosto 1501, ap. Tiraboschi, tom. VII. p. 1823.

[74]. Il Moro nel 1498 lagnavasi col Foscari, ambasciadore veneto, della diffidenza che di lui avea la Signoria, e soggiungevagli: — Confesso che ho fatto gran male all’Italia; ma l’ho fatto per conservarmi nel loco in cui mi trovo. L’ho fatto mal volentieri, ma la colpa è stata del re Fernando; ed anche, voglio dirlo, in qualche parte dell’illustrissima Signoria (veneta), perchè mai si volle lasciar intendere. Ma di poi non ha ella veduto le continue operazioni mie, rivolte alla liberazione d’Italia? E state certo che, se differiva più a far la pace di Novara, actum erat de Italia; perchè le cose nostre erano costituite in pessimi termini». Malipieri, Annali, pag. 482. In un’altra lettera nell’archivio Trivulziano del 1499, si lagna siasi sparso ch’egli avesse invitato i Turchi: — E però sopra l’anima nostra diciamo, che non è vero che ’l Turco si sii mosso ad istanza nostra, nè che mai n’abbiamo fatto opera perchè ei si movesse». In un’altra, che è il 15º de’ Documenti di storia italiana pubblicati dal Molini: — Io giuro a Dio che mai non mandai a dire cosa alcuna al Turco». Or bene, il Corio suo lodatore asserisce che ciò «consta per la propria minuta della instrutione che sua eccellenza diede ad Ambrogio Bugiardo et a Martino da Casale, la quale così diceva ecc.», e reca la precisa commissione data da Ludovico a’ suoi legati.

[75]. Ai Fiorentini che mandarono raccomandarsegli, il doge avea risposto: — Sempre che vorrete esser buoni e fedeli Italiani, e non v’impacciare di là dai monti, noi con tutta la lega vi avremo per nostri amici. Sapete bene che, se non eramo noi, tutta Italia era occupata da’ Francesi; se non volete esser Italiani, non possiamo prestar ajuto alcuno alle cose vostre». Malipieri, pag. 428.

[76]. In conseguenza di ciò i Francesi vollero considerarlo per ribelle. S’agitò in tutte quelle guerre, finchè Carlo V lo confermò nei beni e nei privilegi; e morì nel 1538. Anche suo fratello Federico resistette ai Francesi, e dopo lunghi guaj ebbe il contado di Bobbio.

[77]. Rosmini, Istoria di Gian Jacopo Trivulzio, pag. 322.

[78]. Costui fu gran protettore dei dotti, che perciò lo ricambiarono di lodi e dediche. Arcangelo Madrignano cistercense del nostro monastero di Chiaravalle, nel dedicargli il Viaggio da Portogallo in India (Milano 1508), gli pone in bocca un lungo discorso sulla cosmografia, poi rammemora i benefizj e impieghi dati a Marc’Antonio Cadamosto lodigiano, fatto professore di astrologia a Milano e a Pavia; Francesco Tavella e Francesco Balzio, fatti senatori; Giovanni Mayna torinese, messo segretario regio; Facio Cardano professore d’architettura, Cesare Sacco astronomo e letterato, Nicola Picensio poeta vulgare e latino, Francesco Tanzi Cornigero improvvisatore, Gian Giacomo Ghilino erudito, Gian Antonio Cusano medico e dotto, Lancino Corti filosofo, poeta, legale, enciclopedico, Gian Francesco Musicola, Fabio Romano, Alessandro Minuziano educatore di prestantissimi Lombardi. Il Madrignano trovavasi spesso con questi a magnifici conviti presso il Caroli.

[79]. Da lettere di Girolamo Morone segretario del duca, che sono nell’archivio comasco (Rovelli, III. 383), impariamo che lo Sforza, vedendo scemar le sue truppe, spacciò Galeazzo Visconti alla dieta degli Svizzeri in Lucerna per farli mediatori di pace, al che bastava richiamassero le truppe loro, nerbo d’ambe le parti. La dieta in fatti ordinò un armistizio, inviandone l’ordine ai due eserciti per due diversi corrieri. Ma Antonio Baissey bailo di Dijon, legato di Francia, corruppe il corriere inviato all’esercito francese, sicchè indugiò più giorni, mentre l’altro, senza por tempo in mezzo, recò l’ordine di cessar l’armi agli Svizzeri che militavano collo Sforza. Si presenta la battaglia il 9 aprile; questi abbassano le lancie; mentre gli Svizzeri che erano coi Francesi, nulla sapendo dell’armistizio, stettero sull’armi, e lo Sforza così rimase di sotto.

Quanto alla cattura del duca, il Muralto cronista comasco dice che Lodovico passava incognito colle file elvetiche, se un certo svizzero Ansone, ch’egli ben conobbe, e che n’avea patteggiato col bailo Dijon la mercede di ducento ducati, non gliel avesse segnato a dito. Merita credenza, perchè appunto di quei giorni fu dai Comaschi spedito a Novara oratore al conte di Ligny, ove potè parlare volto a volto coll’illustre prigioniero: Cœpi lacrymis ducem in mula sedentem salutare, qui me interrogavit de statu Mediolani, cui multa retuli, et lacrymando recessit cum Gallis. Paolo Giovio, nell’istoria del suo tempo, dice che il duca e i suoi furono additati da Rodolfo di Salis, detto il Lungo Grigione, e da Gaspare Silen di Uri, che servivano agli stipendj del Moro; così il Belcario, Comm. rer. gall., VIII. 240. Il Mallet, Storia Svizzera, part. II. c. 6, lo dice un Turman di Uri, che fu in patria dannato nel capo; e si lagna che Voltaire scrivesse avere gli Svizzeri bruttato la gloria loro per sete d’oro, e venduto la fede data.

[80]. Castiglioni, Cortigiano, lib. I.

[81]. Quest’è la risposta attribuitale dalla più parte de’ contemporanei, invece della sguajata riferita dal Machiavelli e da altri.

[82]. Ripamonti, Historia Mediolani, VII. 667.

[83]. Fu fedele alla sventura di lui il poeta Jacopo Sannazaro, e dopo venduto ogni aver suo per fornire ai bisogni di esso, lo seguì esule volontario, e partendo salutava la patria con questi affettuosi versi (Epigramm., lib. 7):

Parthenope mihi culta, vale, blandissima siren;

Atque horti valeant, hesperidesque tuæ;

Mergillina vale, nostri memor; et mea flentis

Serta cape, heu domini munera avara tui.

Maternæ salvete umbræ, salvete paternæ,

Accipite et vestris thurea dona focis.

Neve nega optatos, virgo Sebethias, amnes,

Absentique tuas det mihi somnus aquas;

Det fesso æstivas umbras sopor, et levis aura,

Fluminaque ipsa suo lene sonent strepitu;

Exilium nam sponte sequor. Sors ipsa favebit.

Fortibus hæc solita est sæpe et adesse viris.

Et mihi sunt comites musæ, sunt numina vatum;

Et mens læta suis gaudet ab auspiciis,

Blanditurque animo constans sententia, quamvis

Exilii meritum sit satis ipsa fides.

[84]. Il Matarazzo, pag. 188. Vedi anche qui indietro, pag. 31.

[85]. Marin Sanuto, Diarj mss. Alessandro VI chiudeva una lettera ad essa: — Per questa volta null’altro se non che attendi a star sana, et a esser devota della nostra donna gloriosa (24 luglio 1494, nelle carte di Urbino a Firenze).

[86]. La fuga del duca è pittorescamente descritta da Bernardino Baldi nella Vita di Guidubaldo, lib. VI.

[87]. Delfico, Storia di San Marino, docum., pag. 61-88. Negli antichi tempi Pindinisso, castellotto degli Eleutero-Cilicj, sull’inespugnabile sua altura era stato rispettato da tutti i conquistatori, e fin da Alessandro, come San Marino da Napoleone.

[88]. Vedansi nel Muratori gli argomenti contrarj alla vulgare asserzione. Voltaire (Dissert. sur la mort d’Henri IV) trova strano che, mentre il Guicciardini così lo particolareggia, non ne faccia cenno il Burcardo, raccoglitore diligente di tutti gli scandali del suo tempo. Pure il cauto Nardi dice questa «opinione costante degli uomini». Storia di Firenze, lib. IV.

[89]. Quando il Valentino fu arrestato, Baldissera Scipione senese mandò ad affiggere per tutta cristianità un cartello contro qualunque Spagnuolo volesse dire che «il duca Valentino non era stato ritenuto in Napoli sopra un salvocondotto del re Ferdinando e della regina Isabella, con gran infamia e molta mancanza della fede e delle loro corone». Luigi da Porto, Lettera 30.

[90]. Vedi le Legazioni, la XL Epistola famigliare, e il Principe, VII.

[91]. A Leone X dice: — Nessuno Stato si può ordinare che sia stabile, se non è vero principato o vera repubblica; perchè tutti i governi, posti entro questi duoi, sono difettivi».

[92]. Lettera al Vettori.

[93]. Principe, XV e XVIII.

[94]. Deche, III.

[95]. — Sogliono le provincie il più delle volte, nel variare ch’elle fanno, dall’ordine venire al disordine, e di nuovo di poi dal disordine all’ordine trapassare; perchè non essendo dalla natura conceduto alle mondane cose il fermarsi, come elleno arrivano alla loro ultima perfezione, non avendo più da salire, conviene che scendino; e similmente, scese che le sono, e per li disordini all’ultima bassezza pervenute, di necessità non potendo più scendere, conviene che salghino; e così sempre dal bene si scende al male, e dal male si sale al bene». Storie fiorentine, lib. V.

[96]. — Da questo nacque la cognizione delle cose oneste e buone, differenti dalle perniciose e ree, perchè veggendo che se uno noceva al suo benefattore, ne veniva odio e compassione in tra gli uomini, biasimando gl’ingrati ed onorando quelli che fossero grati, e pensando ancora che quelle medesime ingiurie potevano esser fatte a loro, per fuggire simile male si riducevano a far leggi, ordinare punizioni a chi contraffacesse, donde venne la cognizione della giustizia». Deche, I. 2.

[97]. Deche, II. 23; III. 41.

[98]. Vedasi in tal proposito la consulta del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati. Esposto il discorso ove Camillo dittatore propone ai Romani di rovinare il Lazio affinchè più non possa ribellarsi, e si vanta di averli, colle sue vittorie, messi in grado di operare a loro arbitrio, esorta a imitar quel savissimo popolo, che diroccò una città nemica, in un’altra mandò nuovi abitanti. «Io ho sentito dire che la storia è la maestra delle azioni nostre, e massime de’ principi: e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto sempre le medesime passioni; e sempre fu chi serve e chi comanda: e chi serve mal volentieri; e chi si ribella ed è represso... Dunque non era male per chi aveva a punire e giudicare le terre di Valdichiana, pigliare esempio, e imitar coloro che sono stati padroni del mondo.... Non si chiama assicurarsene lasciare le mura in piedi, lasciarvene abitare i cinque sesti di loro, non dare loro compagnia di abitatori che li tengano sotto, e non si governare in modo con loro, che, negli impedimenti e guerre che vi fossero fatte, voi non avessi a tenere più spesa in Arezzo che all’incontro di quello inimico che v’assaltasse ecc.»

[99]. È il Nardi nella Storia di Firenze, lib. IV.

[100]. Che quel trattato non sia di frà Paolo, ma di un bastardo di casa Canal, è asserito non dimostrato; ma all’assunto nostro poco cambia.

[101]. Tom. I. p. 237 dell’edizione della Société historique: Je veulx declarer une tromperie ou habileté, ainsi qu’on vauldra nommer, car elle fut saigement conduicte. Pag. 278: Il pourra sembler, au temps advenir, à ceulx qui verront cecy, que en ces deux princes (Luigi XI e il duca di Borgogna) n’y eut pas grand foy... mais quant on penserà aux autres princes, on trouvera ceulx cy grans, nobles et notables et le notre très-saige... je cuyde estre certain que ces deux princes y estoient tous deux en intention de tromper chascun son compaignon. Tom. II. pag. 311: Ludovic Sforce estoit homme très saige... et homme sans foy s’il veoit son prouffit pour la rompre.

Pure Commines ammette la Provvidenza come ordinatrice delle sorti dei regni; e dice che bisogna far conoscere anche la malvagità del mondo, non per valersene, ma per guardarsene. Tom. I. pag. 237.

[102]. Parole d’uno de’ priori d’allora, partecipe dell’assassinio.

[103]. Il primo a dirlo credo fosse Alberigo Gentile, che (Legat. VIII. 9) scrive: Sui propositi non est tyrannum instituere, sed arcanis ejus palam factis, ipsum miseris populis nudum et conspicuum exhibere. Il cardinale Reginaldo Polo, che fu a Firenze pochi anni dopo la morte del Machiavelli, scrive che colà «molti cittadini, stati famigliari del Machiavelli, gli dissero che egli rispondeva sempre aver seguito non il proprio giudizio, ma l’animo di quello al quale dirigeva il libro del Principe: perchè egli odiando siffatti governi, avea sempre inteso a rovinarli; onde se quegli, a cui fu diretto il libro, avesse ascoltati e messi in opera i precetti, il suo regno sarebbe durato pochissimo, ed ei sarebbesi precipitato da sè». Apologia ad Carolum cæsarem, Brescia 1774, tom. I. p. 552.

[104].

La notte che morì Pier Soderini,

L’anima andò dell’inferno alla bocca:

E il diavolo gli disse: — Anima sciocca!

Via di qua; vanne al limbo coi bambini.

Questo motto non è tampoco originale. Il Diarium parmense, pubblicato dal Muratori, sotto il 1481 nota che uscì di carica il governatore Pietro Trotti, qui dignus est ad limbum descendere, cum nihil mali, nihilve boni egerit, cujus proclamationes et mandata nullatenus observabantur.

Il Busini scrive al Varchi, 23 gennajo 1549, che il Machiavelli «l’universale, per conto del Principe, l’odiava: ai ricchi pareva che quel suo Principe fosse stato documento da insegnare al duca tor loro tutta la roba, a’ poveri tutta la libertà. Ai piagnoni pareva ch’e’ fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo e più valente di loro; talchè ognuno l’odiava... Fu disonestissimo nella sua vecchiaja, ma oltre all’altre cose goloso».

[105]. Il re che contribuì allo sbrano della Polonia, confutava il Principe nell’Anti-Machiavel, e dicea: Le prince de Machiavel est en fait de morale ce qu’est l’ouvrage de Spinosa en matière de foi. Spinosa sapait les fondements de la foi, et ne tendait pas moins qu’à renverser l’édifice de la religion: Machiavel corrompit la politique, et entreprit de détruire les préceptes de la saine morale. Lesi erreurs de l’un n’étaient que des erreurs de spéculation, celles de l’autre regardaient la pratique. Nelle Memorie dell’abate Morellet (Parigi 1823) è una lettera di Pietro Verri del 1766, ove si legge: — Qual altro paese che il nostro ha prodotto un Machievelli e un frà Paolo Sarpi? due mostri in politica, la cui dottrina è tanto atroce quanto falsa, e che mostrano freddamente i vantaggi del vizio, perchè ignorano quelli della virtù». Napoleone diceva: — Tacito ha fatto romanzi, Gibbon è uno schiamazzatore, Machiavelli è l’unico autore leggibile» (De Pradt, Ambass. en Pologne). Al tempo che Napoleone era cascato di moda, fu stampato Machiavelli commentato da Buonaparte (Parigi 1816). Gran panegirista del Machiavelli e violento contro a’ suoi detrattori è il signor Emiliani Giudici nella lez. XI della Storia delle belle lettere in Italia; ma viene a concludere: — Questo io so certo, che il libro di Machiavelli, quel repertorio mirabile in cui si ragiona tutta la scienza dei veleni e de’ loro farmachi, tornò giovevolissimo ai tormentatori, ed inutilissimo ai tormentati». Al modo stesso i suoi istinti generosi prevalendo ai razionali giudizj, lo fanno paragonare la politica del medioevo alla «snaturata odierna diplomazia» (Storia de’ municipj, I. 821). Ancor più notevole è che Mazzini, il 1848, nei Ricordi ai giovani scriveva: — E che mai potremmo attingere dalle pagine di Machiavelli se non la conoscenza delle tattiche de’ malvagi, a sfuggirle ed eluderle? Io dico che i popoli si ritemprano colla virtù, si rigenerano coll’amore, si fanno grandi e potenti colla religione del vero, quand’essi possano guardar sicuri dentro delle nazioni e della propria coscienza, e dire, La nostra vita è una santa battaglia, la nostra morte è quella dei martiri. Dico che la moralità è l’anima delle grandi imprese; che l’inganno, efficace a corrompere, a smembrarci, a inceppare, è buono ai padroni, è impotente a movere, a produrre, a creare, e riesce fatale ai servi che intendono ad emanciparsi e rifarsi uomini. Dico che nè un popolo ha conquistato indipendenza e unità di nazione, nè una grande idea si è incarnata nei fatti, nè un incremento reale di potenza e di libera vita s’è aggiunto allo sviluppo d’una razza mortale per artifizj machiavellici».

[106]. — Stradioti son gente a piedi e a cavallo, vestita come Turchi, salvo la testa dove non hanno il turbante; gente dura e dormono all’aria tutto l’anno, essi e’ cavalli. Erano tutti Greci, venuti dalle piazze che i Veneziani ci hanno; gli uni da Napoli di Romania in Morea, gli altri d’Albania verso Durazzo, e han cavalli buoni, e tutti di Turchia. I Veneziani se ne servono molto, e se ne fidano: son prodi uomini, e molto molestano un campo quando vi si mettono». Commines.

[107]. Gli Spagnuoli nel 1530 vendettero il sacco d’Empoli per cinquemila ducati a Baccio Valori, che, alquanti mesi da poi, mettea sequestro su quel Comune, e arrestava alcuni terrazzani per averne certi resti. Varchi, Storie, IV.

[108]. L’Algarotti s’impenna contro chi non crede il Machiavelli gran mastro di guerra: ma in fatti non diede di nuovo che lo strano pensiero di far la fossa dietro la mura; certe arme sue sconvengono affatto; la sua proposta di reclutare la fanteria nelle campagne, la cavalleria in città, è una rimembranza di Atene; ma se ivi era conforme alla costituzione, fra noi mancava di significato. Quelle sue asserzioni sul poco sangue che si versava delle battaglie, sono per lo meno esagerate: alla Molinella dice che morì nessuno, mentre il Sabellico chiama quella battaglia sanguinosa molto; a quella d’Anghiari, ch’egli dà per incruenta, il Graziani nella Cronaca perugina dice perì molta gente; e il Biondo, contemporaneo e segretario del papa, asserisce che dei ducheschi sessanta perirono, quattrocento furono feriti: di quei della lega ducento morti nella mischia e dieci dopo, e seicento feriti. L’opinione della superiorità della fanteria già era abbastanza comune; e Daniello de Ludovisi, nella Relazione dell’impero ottomano al senato veneto il 3 giugno 1534, dice: — Le armi in ogni tempo sono state meglio e più utilmente adoperate dalle fanterie che da’ cavalli: e questo si è in diversi tempi e luoghi conosciuto e massimamente nei Romani. E se nei tempi più propinqui ai nostri sono state in Italia le genti d’arme in reputazione, questo è proceduto dal mal animo e dalla trista volontà dei condottieri, li quali deprimendo le fanterie e privando li principi della buona gente, tiravano nelle genti d’arme loro tutta la reputazione per farsi arbitri d’Italia; e ciò fu con rovina e desolazione, e in buona parte con servitù di quella».

[109]. Giovanni d’Autun.

[110]. L’atto dell’elezione di Paolo da Novi porta: Cum ab aliquo tempore citra, civitas januensis seditione civili vexata fuerit, quæ inter nobiles et populares defectu justitia orta est, ita ut in maximo discrimine existeret, et considerans populus januensis necessarium esse saluti reipublicæ consulere, amota vivendi forma sub factionum rectoribus, qui solent unum favere, alterum vero opprimere; et animadvertens sanum, sanctumque ac salubre consilium ad dignitatem ducalem Januæ promovere virum gravem, integrum et Deum timentem, cujus providentia, prudentia, experientia et consiliis possint omnes Januenses sub protectione sua in pace et sine stimulis vivere; considerata virtute, prudentia ac probitate illustrissimi domini Pauli de Novis, cujus gratia facit ut ab omnibus ametur et observetur; idcirco Dei nutu et voluntate, acclamant toto populo januense etc.... Cum primum omnipotenti Deo placuerit ut arx Casteleti ad manus nostras deveniat, eam pro libertate et gloriam nominis januensis dirui faciet....

[111]. Scipione Ammirato, Storie fiorentine, lib. XXVIII.

[112]. «Il re ha usato dire ad uomo che non dice bugie: — L’imperatore mi ha ricerco di dividermi seco l’Italia; io non l’ho mai voluto consentire, ma il papa a questa volta mi necessita a farlo». Machiavelli, Legazione 9 agosto 1510.

[113]. Della sfida di Barletta una nuova descrizione fu pubblicata dal Maj nel vol. VIII dello Spicilegium romanum, in lettera di Antonio Galateo contemporaneo: ed ivi pure trovasi descritta nella Vita del Gran Consalvo, per G. Cesare Capacio.

[114]. Giacchè nol crediamo inventore, come si asserisce comunemente. Filippo di Mezières, nato in Picardia nel 1312, guerriero alcun tempo in Sicilia, poi canonico di Amiens, fece il viaggio di Terrasanta, dal re di Cipro fu preso cancelliere, poi consigliere da Carlo V di Francia, infine si ritirò ne’ Celestini, dove morì il 1405. Fra altre sue opere rimaste manoscritte n’è una intitolata Nova religio militiæ passionis J. C. pro acquisitione sanctæ civitatis Jerusalem et Terræsanctæ, che sono gli statuti di un Ordine ch’egli divisava pel ricupero de’ santi luoghi. Un capitolo è intitolato, De diversitate multiplici ingeniorum ad obsidendum civitates, castra et fortalicia inimicorum fidei, super faciem terræ in aqua, in aere et subtus terram, tam in ingeniis virtute propria et artificiali lapides projicientibus, quam ingeniis virtute pulveris et ignis projicientibus. Qui si troverebbe la polvere adoprata già a bombardamenti e a mine avanti il 400.

Poi nel 1403 un Pisano fuoruscito avvertì i Fiorentini d’una porta disusata ch’era nella mura della sua patria, murata dai due lati; e Domenico di Firenze ingegnere propose d’empirla di polvere, la quale scoppiando aprirebbe una breccia. I Pisani n’ebber fumo, e vi ripararono.

Cornazzano poeta milanese verso il 1480 cantava:

Chi li muraglie ruinar sol cura,

Cava fin sotto a’ fondamenti d’esse,

E li sospende con intravatura.

Poichè gran parte in su colonne messe,

Dà sotto travi fuoco, e lui fuor viene:

Cascan le mura allor sbandate e fesse.

Qui non si parla che delle mine all’antica; ma delle moderne discorrono a lungo Francesco Martini e Leonardo da Vinci. I Genovesi nel 1487, assediando il forte di Sarzanello tenuto dai Fiorentini, le adoprarono; e Pietro Navarro che colà militava, potè vedere quest’artifizio. La mina del Castel dell’Ovo di Napoli, che diè tanta fama al Navarro, sembra per molti argomenti dovuta al suddetto Martini.

[115]. Bembo, Storia veneziana, lib. V. p. III; Raynaldi, Annal. eccles. ad 1500, § 22.

[116]. La nobiltà di Venezia non proveniva da feudi, eppur era la più ambita. Negli ultimi tempi il popolo vi distingueva i dodici apostoli e i quattro evangelisti. I primi erano le case elettorali vecchie: Contarini ch’ebbero otto dogi, Morosini che n’ebbero quattro, Michiel che tre, Badoer, Sanudo, Gradenigo, Falier, Dandolo, Manin, Tiepolo, Bolani, Barozzi. I quattro evangelisti erano Giustiniani, Bragadin, Bembo, Corner. Aggiungansi le famiglie tribunizie dei Dolfin, Quirini, Ziani, ecc.

[117]. Lib. VII. c. 45. — Nel 1855 per nozze fu stampato a Milano il Viaggio di Pietro Casola a Gerusalemme, scritto nel 1494. Questo pio prete milanese dovendo indugiarsi a Venezia per attendere l’imbarco, «acciò per tedio non gli venisse voglia de tornare indietro come feceno li fioli de Israel», cominciò a visitarne le rarità e le bellezze, e le descrive con una ammirazione così dabbene, che incanta.

[118]. Il ducato, marchesato e contado di Trento fa donato dall’imperatore Corrado il Salico nel 1027 al vescovo Voldarico, onde i vescovi furon anche principi sino al 1802: nel 1182 il vescovo Salomone vi ottenne il diritto di zecca. Però i Veneziani possedevano il castello di Lizzana, Roveredo ed altre terre della val Lagarina per testamento di Guglielmo di Castelbarco del 1416: nel 1440 tolsero a forza Penede e Torbolo ai d’Arco, e Riva di Trento al vescovo, che tennero fin nel 1509, quando gl’Imperiali la ripresero.

[119]. Anche durante il dominio veneto, si conservarono a Cividal del Friuli alcune costumanze, che attestavano l’antica giurisdizione sì del patriarca, sì del capitolo. Esso patriarca, nella prima sua entrata, veniva investito colla spada dal decano del capitolo: all’Epifania il diacono ascendeva a cantare il vangelo, con elmo dorato in testa e pennacchio bianco e rosso, e colla spada nuda dorata nella destra, nella sinistra l’evangelo: alla festa della Purificazione un canonico recitava tutti i nomi dei patriarchi cominciando da san Marco, e il gastaldo della repubblica veneta saliva al coro a offrir alcuni denari, e riceveva una candela. Relazione del provveditor Balbi nel 1637, nelle Monografie friulane.

[120]. All’Alviano la Serenissima infeudò Pordenone, il 1508 20 giugno, pro se et heredibus suis masculis legitime descendentibus, cum mero et mixto imperio, cum reservatione statutorum, consuetudinum et privilegiorum hactenus servatorum ipsi communitati, et civibus prædicti loci, cum recognitione dominio nostro cerei singulo quoque anno dando in festo sancti Marci, cum obligatione salis, et quod ibi stare non possit aliquis qui stare non possit in terris dominii nostri. Item quod dominium nostrum possit accipere vastatores, currus et cornetas, prout ab aliis, sicut semper est solitum servari in locis datis in phœudum per dominium nostrum.

[121]. Relazione di Giovanni Corner del 1569.

[122]. Gli eventi della lega di Cambrai sono narrati a minutissimo da storici famosi, quali il Paruta, il Giustiniani, il Barbaro, e fra i moderni principalmente da Giambattista Dubos, Histoire de la ligue de Cambray, tutta in onore di Luigi XII e vitupero di papa Giulio II. Meglio la ritraggono le moltissime cronache e relazioni contemporanee.

[123]. È curioso che i paesi che doveva appropriarsi Massimiliano, son quelli stessi che l’Austria ottenne nel trattato di Campoformio; come egli già trattava collo czar di Moscovia per uno spartimento della Polonia.

[124]. La festa dell’Ascensione, la maggiore solennità veneta.

[125]. Che dispensasse i sudditi della Terraferma dal giuramento è asserito da tutti, ma non ne trovo vestigio negli atti uffiziali, e repugna anzi con alcuni di essi, per es., colle punizioni inflitte a chi favorì lo straniero.

[126]. Nella Legazione a Mantova.

[127]. La storia di questa cittaduccia, importante come tutte quelle del Friuli, può in parte raccogliersi dal Derossi, Mon. eccles. aquilejensis, e dal Florio, Discorso preliminare alla vita del beato Bertrando patriarca. Essa città aveva avuto, al solito, il consiglio maggiore di famiglie patrizie; il piccolo, composto del podestà e cinque consoli; e un sindacato di cento capifamiglia. Ogni anno in San Giorgio congregavasi l’arrengo, cioè il consiglio generale, ed eleggeva a voti i magistrati del Comune; ma le cariche principali spettavano ai nobili. Sotto i Veneti il capitano presedeva; il consiglio maggiore fu ristretto in venticinque famiglie; due provveditori tenean luogo del podestà e del sindaco, ma continuavano il sindacato popolare e l’arrengo. Il Comune aveva giurisdizione civile e criminale con mero e misto imperio sulla città e territorio; la civile esercitavasi dal Consiglio, la criminale minore dal capitano, la maggiore dai tribunali veneti.

[128]. Su questi Tedeschi sporadici moltissimo si scrisse. Il consigliere Bergmann, nell’introduzione al Dizionario cimbrico di Schmeller, morto nel 1852, espone le varie opinioni sull’origine loro. V’è chi li crede avanzo degli antichi Reti, chi de’ Cimri sconfitti da Mario (t. 1, cap. XX), chi Alemanni quivi stanziati al tempo d’Onorio, chi Goti, chi seguaci de’ Carolingi o degli Ottoni. Infatti la prima loro venuta in que’ paesi pare fosse quando Ottone I nell’872 donò al vescovo Abramo di Frisinga molto paese attorno a Castelfranco, a Godego, e più addentro in que’ monti, dove s’erano stabiliti molti Tedeschi. Ezelino da Romano dovette condurne altri, ed Ezelino IV verso il 1250 teneva un uffiziale (amtmann) a Rozzo, uno de’ sette Comuni. Tedeschi di Pergine nel Tirolo e della vicina val Cembra, la quale sol più tardi s’italianizzò, vennero nel XII secolo a cercare fra i monti vicentini sicurezza dall’oppressione del balivo Guidobaldo, e forse vi portarono anche il nome di Cimbri. Certo in antico son nominati teutonici, e la loro lingua è un dialetto simile al tirolese-bavaro del XIII secolo, per attestazione del suddetto Schmeller. Da principio il paese era a dominio dei monasteri d’Oliero e di San Floriano, dei Ponzi di Breganze, del Comune di Vicenza e d’altri signorotti; quindi passò agli Scaligeri, coi privilegi che godettero poi sempre; indi ai Visconti di Milano fino al 1404, quando vennero alla repubblica di Venezia, che diè loro il titolo di Fedeli, e alla quale contribuivano in occasione di guerra quattrocento lire e sette arcieri, oltre l’obbligo di custodire i passi dal Tirolo al Veneto; del resto esenti da prestazioni personali, da dazj, da dogane, ecc.

[129]. Vedi le Lettere storiche del Da Porto.

[130]. Gratarolo, Storia della riviera di Salò.

[131]. Il 17 luglio 1509, festa di santa Marina, in cui Padova fu ricuperata, restò sempre feriato a Venezia: il doge andava alla chiesa di questa santa, e vi si esponeva un vessillo coll’iscrizione:

Hanc tibi debemus trojani Antenoris urbem,

Præsidii memores, diva Marina, tui.

[132]. «Dio volesse fusse sta fatto l’accordo che io voleva far, se intrava Savio ai Ordeni, di mandar a tor cinque over seimila Turchi, e mandar secretario over ambasciatore al Turco! ma ora è tardi». Marin Sanuto, al 17 maggio 1509.

[133]. Il Guicciardini mette in bocca al Giustinian un’orazione delle sue solite, che pretende aver tradotta dall’originale latino. Sì abjetto n’è il senso, che i Veneziani l’impugnano come calunniosa; e robuste ragioni vi opposero molti di essi e Rafael della Torre, Teodoro Gransvinckel e altri; mentre la sostengono vera il cardinal della Cueva, il Caringio, Goldast nella Politica imperialis, ed altri.

[134]. Fleurange, Mémoires, tom. XVI, p. 63.

[135]. Pense l’empereur que ce soit chose raisonnable de mettre tant de noblesse en péril et hasart avecques des pietons, dont l’ung est cordonnier, l’autre mareschal, l’autre boulengier, et gens mecaniques, qui n’ont leur honneur en si grosse recommandation que gentils hommes! c’est trop regarder petitement, sauf sa grace à luy.

Quest’assedio è descritto alla distesa nell’Histoire du bon chevalier, cioè Bajardo: Desja etait bruist par tout le camp, que l’on donneroit l’assault à la ville sur le midy, ou peu après. Lors eussiez vue une chose merveilleuse; car les prestres estoient retenuz à poix d’or à confesser, pource que chascun se vouloit mettre en bon estat; et y avoit plusieurs gens d’armes qui leur bailloient leur bourse à garder; et pour cela ne fault faire nulle doucte que messeigneurs les curez n’eussent bien voulu que ceulx, dont ils avoient l’argent en garde, feussent demourés à l’assault. D’une chose veulx bien adviser ceulx qui lysent ceste histoire; que cinq cens ans avoit qu’en camp de prince ne fut vu autant d’argent qu’il y en avoit là; et n’estoit jour qu’il ne se desrobast trois ou quatre cens lansquenetz qui ammenoient beufz et vaches en Almaigne, lictz, bleds, soyes à filer, et autres ustensilles; de sorte que audit Padouan fut porté dommage de deux millions d’escus, qu’en meubles, qu’en maisons et palais bruslez et detruitz.

[136]. — Il modo della benedizione fu così: Eran cinque ambasciadori veneziani, i quali, dopo l’accordo, innanti al papa se inginogiarno, e tre volte in pubblico sotto a lo antiportico di San Pietro in Roma andarno a basiare prima el piede, poi la mano, ultimamente l’osculo; indi furono aperte le cinque porte di San Pietro, e drieto a cardinali alla messa papale entrarno egli poi, e da esso al finir della messa benedicti furno». Prato, Cronaca milanese.

[137]. Muratori, Antichità estensi.

[138]. Così un Nassino, suo fidato.

[139]. Merita esser letto il Racconto di Gian Giacomo Martinengo, pubblicato dietro alla Storia di Milano del Rosmini. Egli divisa tutti i mezzi de’ congiurati, la loro fiducia sopra mille accidenti, che teneano per infallibili e che uscirono al contrario, e che egli, secondo il solito, imputa a tradimento. Fra altri, don Raimondo Cardona doveva impedire a’ Francesi di abbandonar Bologna, intanto che i Bresciani coi Veneti, cogli Spagnuoli, cogli Svizzeri avrebbero occupato gran parte del Milanese. Ma egli si lasciò corrompere da trentamila scudi, numeratigli dal Foix. Vivissime sono le particolarità di quel racconto, che finisce con queste parole: — Ora, figliuoli miei carissimi e discendenti, io ve raccomando per l’obbedienza che siete tenuti portarmi, che mai in alcun tempo facciate come ho fatto io in questo, a metter la vita e la roba in servizio de’ principi, perchè con essi si ha a perder molto e a guadagnar poco; perchè li principi sono liberalissimi rimuneratori a parole, ma de’ fatti sono avarissimi; e se non obbedirete a’ miei comandamenti, ve ne troverete malcontenti».

Fu notato un bizzarro riscontro fra l’impresa di Gastone e quella de’ Tedeschi nel 1849 contro Brescia stessa. La parte di Bajardo sarebbe rappresentata dal giovane Nugent, il quale avanzandosi per calmare, restò ferito a morte; testando beneficò la città stessa, che sulla sua tomba scrisse, Oltre il rogo non vive ira nemica.

[140]. Machiavelli, Della natura de’ Francesi.

[141]. Il cardinale d’Amboise confessò al re, che da alquanti anni riceveva la provvigione di cinquanta mila ducati da varj principi e repubbliche d’Italia, e trentamila dalla sola Firenze.

[142]. Lo nega il Guicciardini per adulare ai Medici. — Tre descrizioni di quel sacco si stamparono nell’Archivio storico italiano, vol. I, 1842; e le immanità degli Spagnuoli trascendono l’immaginazione. «Dove io non voglio mancar di raccontare duoi esempj molto notabili, l’uno per la conservazione della castità, e l’altro per la vendetta della perduta pudicizia. Era campata dalla morte una donna vecchia, la quale essendo stata presa nella propria casa, serviva a’ comandamenti e servigi de’ vincitori. Costei in quel primo tumulto e furore aveva nascosto una pulzella sua nipote in un luogo segretissimo, e in quello nascosamente la cibava, per salvarla dall’insolenza de’ nemici. I quali nondimeno, essendosi accorti di ciò, e avendo ritrovato il luogo, ne trassero l’infelice fanciulla, la quale piangendo e piena di dolore era accarezzata e consolata dai detti soldati; ma ella, raccomandandosi e dissimulando quanto più poteva la grandezza del dolore, e accostandosi poco a poco ad un balcone, di subito con un salto inaspettatamente si gettò a terra di quello, e così coll’acerbo rimedio della morte provvide alla conservazione della castità. Un’altra giovanetta, il marito della quale era rimaso ancora nelle mani de’ nimici perchè pagasse la taglia, ne fu menata da un uomo d’arme spagnuolo, e tenuta poi più tempo a’ suoi servigi, menandosela per tutto dietro, vestita a guisa di ragazzo. E così, avendo consumato lo spazio di sette anni nelle guerre di Lombardia, secondo che gli fu poi di bisogno si condusse nella città di Parma; dove dimorando la giovane, e conoscendosi esser vicina alla Toscana, pensò di liberarsi, con giusta vendetta della sua perduta pudicizia, da tanto vergognosa servitù; e così una notte quando tempo le parve, giacendo a lato del suo padrone, mentre egli era oppresso dalla gravezza del sonno, gli segò la gola, e pigliando tutti i denari e gioje e ricchezze di lui, delle quali essa medesima era guardiana, e appresso montata sopra uno de’ migliori cavalli ch’egli avesse, passati i vicini monti, se ne scese in Toscana. E arrivata in Prato, e giunta alla bottega del marito, che bottajo era, standosi ancora essa a cavallo, chiamandolo per nome disse: — Conoscimi tu?» E quegli, avendola riconosciuta, si volle accostare a lei e accarezzarla; ma ella con voce libera gli disse: — Marito mio, stammi lontano; o tu risolvi e promettimi di ricevermi e trattarmi per l’avvenire come tua carissima moglie con questa sopraddote di cinquecento fiorini d’oro che io ti reco in ricompensa della mia violentemente perduta pudicizia». Onde dal marito ella fu ricevuta amorevolmente, e da tutte le donne pratesi sempre poi molto onorata e accarezzata, come se con questo suo generoso atto avesse anche parimente vendicato l’ingiuria della loro violata pudicizia». Jacopo Nardi.

[143]. Vedi la nota (14) del Cap. CXX.

[144]. De’ Pazzi; quei che aveano congiurato.

[145]. A Luca della Robbia, nipote del pittore, che l’assistette fin agli ultimi momenti, il Boscoli diceva: — Deh, Luca, cavatemi dalla testa Bruto, acciò ch’io faccia questo passo interamente da cristiano». Il frate che lo assistè, diceva pure a Luca: — E quanto a quello cui dicesti la notte, ch’io gli ricordassi che le congiure non son lecite, sappi che san Tommaso fa questa distinzione: o che il tiranno i popoli sel sono addossato, o che a forza, in un tratto, a dispetto del popolo e’ regge; nel primo modo non è lecito far congiura contro al tiranno; nel secondo è merito». Neppur questa volta il liberalismo stava col Machiavelli.

[146]. Prato, Cronaca milanese, pag. 415 nell’Archivio storico italiano.

[147]. Nell’assedio la città già cadeva ai Francesi quando Emanuele Caballo osò fra le artiglierie nemiche penetrarvi con un vascello carico di viveri; onde, sospesi gli orrori della fame, restò liberata.

[148]. Nelle lettere del Bembo a suo nome ricorrono frequenti esortazioni alla pace. Quando Massimiliano Sforza rientra in Milano, lo prega a non voler vendetta, e usare della vittoria con moderazione (lib. III, ep. 2). A Raimondo di Cardona dopo la vittoria degli Svizzeri scrive: — Quanto deploro la morte di sì prodi soldati ed illustri capitani, che tanti servigi avrebbero potuto rendere alla causa cristiana! Non la guerra noi dobbiamo volere, ma la pace. Voi, che assai potete su Massimiliano, mostrategli come a un principe nulla convien meglio che la dolcezza, la bontà, la clemenza; dimentichi le ingiurie, e voglia far suo non le ricchezze ma il cuor de’ sudditi» (lib. III. ep. 2). Così intercede presso Massimiliano a favore del marchese di Monferrato che avea lasciato il passo ai Francesi, diretti sopra Milano (lib. III. ep. 3).

[149]. È strano che il Machiavelli, grande apostolo dell’unità, rimprovera a Luigi XII d’aver rovinato i deboli in Italia.

[150]. Vorrebbesi che in quell’occasione i Francesi forassero il passaggio del Monviso alla Traversotta: ma pare quell’operazione fosse eseguita nel 1480 da Luigi decimo marchese di Saluzzo.

[151]. Al Montmorency dirigeva una lettera che conservasi nella biblioteca nazionale di Parigi e che finisce: — Io ho scripto la presente de mano mia propria per non fidarmi di persona. Vostra signoria mi perdona se hè mal scripto, che a la scola non imparai meglio».

[152]. L’ottobre 1515, ad Ambrogio Cusano, pretore del suo feudo di Lecco, scrive: Deum testor optimum maximum neminem fuisse aut esse qui magis deditionem impugnaverit, magisque contenderit, ut potius extrema sequeremur, quam in hostium potestatem arcem nosque ipsos dederimus, quam ego fui..... Oportuit, atque iterum repeto, oportuit deditionem fieri; cujus rei culpam cum sit periculosum revelare, satius est subtacere.

[153]. Paride de’ Grassi cerimoniere ci lasciò descritto a minuto questo convegno, e quanti onori re Francesco rese a Leon X. Nella messa solenne il papa chiese al re se voleva comunicarsi: egli rispose non esservi disposto: ma molti della sua corte che lo desideravano v’accorsero, sicchè il papa dovette dimezzar le ostie per comunicarne quaranta. Il re stesso teneva indietro la folla; ed un Francese ad alta voce disse: — Santo Padre, giacchè non posso da voi comunicarmi, mi voglio almen confessare, e poichè non potrei all’orecchio, vi dirò di qui che ho combattuto il meglio che potei contro papa Giulio, senza far mente alle censure». Allora il re soggiunse d’avere il peccato medesimo, altrettanto dissero gli altri baroni, e il papa diè loro l’assoluzione.

[154]. Monsignor Goro Gheri, governatore di Piacenza, scrive il 1514: — Egli è qua il Rovato, frate da zoccoli, el quale è valentuomo, e in questa città ha buona reputazione. E perchè questa città è divisa, da una parte di quella abitano Guelfi, dall’altra abitano i Ghibellini, di modo che l’una parte non va ad udire la predica nelle chiese che sono più propinque all’altra parte, e la chiesa cattedrale è la manco frequentata che ci sia dall’una delle parti: il frate Rovato, per trovare un luogo che sia più comune che si possa nella città all’una e l’altra parte, ha trovato una chiesa di San Protasio ecc.». Archivio storico, app. VI, 36.

A Giuliano de’ Medici rimandava il 1515 un memoriale, ove dice: — Questa città è divisa in due fazioni principali, cioè Guelfi e Ghibellini; e più particolarmente ci sono quattro case principali: due guelfe, cioè Scotti e Fontana; e due ghibelline, cioè Landesi e Anguissola: e con il nome di queste quattro famiglie si imborsano li officj di questa città e nello estraere detti officj non si fa alcuna menzione nè del principe nè della comunità, ma nelle borse dove sono le polizze è scritto la borsa de’ Landesi o la borsa degli Scotti, e così delle altre famiglie dette di sopra; cosa poco onorevole al principe e odiosa al popolo molto, perchè per questo modo ricevono una superiorità molto strana: e ne risulta che quelli che sono gentiluomini e uomini da bene fuggono intervenire nelle cose della comunità, e quelli che accettano detti officj, pro majori parte sono genti bisogna che seguino le voglie di chi dà loro li officj».

[155]. Vedansi le negoziazioni austriache, pubblicate nel 1815 da Le Glay.

[156]. Lasciando via l’adulatore Giovio e il maledico Steidan e gli altri storici antichi, e il Robertson, viepiù imperfetto dacchè tanti nuovi documenti vennero in luce, il dottor Vehse scrisse una vita di Carlo V denigrandolo: ma meglio compare in opere posteriori. Fra le quali merita molta attenzione la Correspondenz des Kaisers Carl V, aus den K. Archiv und der Bibliothèque de Bourgogne zu Brüsselle mittgetheilt von Dr Carl Lanz. Lipsia 1844. G. De Leva stampa la storia di Carlo V relativamente all’Italia.

[157]. Relazione di Giovanni Corner alla Signoria veneta, nelle Rel. des ambassadeurs, II. 144. Parigi 1838.

[158]. Il Molini nei Documenti di storia italiana pubblicò la lettera dello Sforza, che dà tal commissione al Pallavicini.

I Pallavicini, signori di Cortemaggiore, Castiglione, Busseto e altri luoghi del Lodigiano, figurarono assai tra i fautori di Francia. Orlando, ch’ebbe da Francesco Sforza il feudo di Busseto, lasciò molti figli che ottennero titoli ecclesiastici e civili dagli Sforza e nuovi feudi, dai quali presero nome i diversi rami. Gian Luigi, rompendo la fede avita, si gettò coi Francesi: ma quando Lautrec fece squartare Manfredo, egli non cessò più dai lamenti e dalle accuse non ascoltate.

Cristoforo, che avea arricchito Busseto di chiese e conventi, combattè coi Francesi a Marignano; pure l’odio del Lautrec lo perseguì finchè l’ebbe prigioniero, e quando ritiravasi dalla Lombardia il fece decapitare. Galeazzo e Anton Maria suoi fratelli si tennero fedelissimi a Francia; quand’era battuta, ritiravansi ne’ loro feudi; appena risorgesse ricomparivano. Anton Maria era detto il gran traditore perchè consigliò a Bernardino Corte di cedere il Castello di Milano; ebbe ricchezze dal re; amò la bella Caterina Leopardi, ammirata da tutti e da Luigi XII, che ne arricchì e nobilitò la discendenza. Girolamo, figlio di Cristoforo, combattè contro i Francesi in Fiandra, e dopo la pace di Castel Cambresì tornò a Busseto, e volle sposare la prima donna che mendicasse al suo castello. Fu una montanara piacentina, che mai non dimenticò l’origine, e fece sepellirsi negli abiti di origine.

Eran gente robusta di corpi e di spiriti. Cristoforo, chiamato a Roma a giustificarsi a Giulio II del suo starsi neutrale, investiva il fratello Ottaviano che mal rispondeva, e castigavalo a schiaffi. Galeazzo sposò Eleonora Pico; e perchè questa levossi buon’ora al domani delle nozze per udir messa, egli cacciolla e riprese la druda Bianchina. Carlo Sforza Pallavicini fu santo vescovo di Lodi, e da questa stirpe venne il famoso storico del concilio di Trento.

[159].

E una pura colomba

Nel conversar paria.

Diomede da Po

[160]. Da Ambrogio Noguet, nella preziosa raccolta di ritratti della biblioteca Trivulzio.

[161]. È stravagante l’opinione del padre Mattia Bellintani da Brescia, che Adriano VI nascesse in Renzano della riviera bresciana. Vedi Storia di Salò. Brescia 1599.

[162]. Le bande inglesi portarono in Italia la malattia conosciuta col nome di sudore anglico, che con forma di petecchie contaminò il regno nel 1506; nel 1524 apparve a Milano, nel 27 nell’esercito del Borbone, nel 28 in quello del Lautrec. Vedi Hecker, Der englische Schweiss. Berlino 1832.

[163]. In generale noi omettiamo questi numeri de’ soldati, degli uccisi ecc., perocchè non troviamo mai d’accordo gli scrittori; oltre che ognun di noi sa oggi quel che valgano, non solo i bullettini di guerra, ma fino i quadri degli eserciti. Certamente Luigi XII, quando leggeva la storia delle sue campagne, ne facea risate. Vedi Ferron, De gestis Gallorum, lib. III.

[164]. Rossi. Vita di Giovanni dalle Bande nere.

[165]. La battaglia di Pavia e tutto il libro XV sono tolti da Galeazzo Cappella; molte altre narrazioni dal Cavalcanti, dal Rucellaj, dal Commines.

[166]. Al principio del libro XIV dice: — La quale (Italia) stata circa tre anni in pace, benchè dubbia e piena di sospensioni, pareva che avesse ’l cielo, il fato proprio e la fortuna o invidiosi della sua quiete, o timidi che (riposandosi più lungamente) non ritornasse nell’antica felicità».

[167]. I passi contrarj a Roma furono taciuti nella prima edizione postuma fatta dal Torrentino a Firenze il 1561; e solo comparvero nell’edizione del 1775 colla falsa data di Friburgo, perfettamente conforme al manoscritto dell’autore. Il passo più notevole e lungo è nel lib. IV e V secondo la disposizione del Rosini, sopra il rimutamento dei papi dalle cure spirituali alle mondane, dall’universalità alle famiglie proprie.

Turpe macchia inflisse alla memoria di lui la pubblicazione delle opere inedite, fattasi a Firenze il 1858.

Degli storici riparliamo nel Cap. CXLI.

[168]. — Io dubito che a molti sia per recar noja così pieno e accumulato inviluppo di cose; avendo io a obbedire a spazio di tempo così ristretto quanto è quello di due mesi, e insiememente a materia tanto varia e molteplice quanto è questa, che in un medesimo tempo tutta Italia in diverse parti bolliva di guerra, che altro modo o via posso tener io, per cui speri poter con maggior luce queste cose trattare?» Lib. XXV.

[169]. Nel libro VI si gloria d’avere udito dal duca Cosmo che la famosa campana di Pisa pesava ventisettemila libbre, e si udiva da tredici miglia discosto. — Ammirato giuniore, diligentissimo cercatore d’archivj, vi fece copiosissime aggiunte, le quali viepiù imbarazzarono il racconto.

[170]. L’Ammirato (lib. XXIII) dice del Machiavelli che «si vede esser poco diligente in tutta quella sua opera; i cui errori se noi volessimo andar riprovando, o non osserveremmo il decoro dell’istoria, o senza dubbio ci acquisteremmo biasimo di maligno. Scambia gli anni, muta i nomi, altera i fatti, confonde le cause, accresce, aggiunge, toglie, diminuisce, e fa tutto quel che gli torna in fantasia senza freno e ritegno di legge alcuna. E quel che più par nojoso è che in molti luoghi pare ch’egli voglia far ciò piuttosto artatamente che perchè ci prenda errore, o che non sappia quelle cose essere andate altrimenti: forse perchè così facendo, lo scrivere più bello e men secco ne divenisse, che non avrebbe fatto se a’ tempi e a’ fatti avesse ubbidito, come se le cose allo stile, e non lo stile alle cose s’avesse ad accomodare».

«Il Machiavelli, invece di darci le storie fiorentine, come porta il titolo del suo libro, altro non ci diede che la storia delle ambizioni fiorentine. Lo stato economico e morale di quel popolo è così obbliato, che tu non ravvisi differenza fra il secolo de’ Medici e quello de’ Buondelmonti e Amidei». Romagnosi, Dell’indole e dei fattori dell’incivilimento, part. II. § 3.

[171]. Ragguaglio sulla vita e le opere di Marin Sanuto detto Juniore, veneto patrizio ecc., per Rawdon Brown. Venezia 1838. Giaciono nella biblioteca di Vienna; ma la Marciana n’ebbe una copia, e la loro importanza è provata dal vederli continuamente fra le mani degli studiosi.

[172]. Del Navagero sono importanti le relazioni che mandava, stando ambasciadore a Carlo V nel 1524; e un compendio ne diede Emanuele Cicogna in San Martino di Murano. Egli udì da esso imperadore rinfacciar all’ambasciadore di Francia che Francesco gli avesse proposto di calare in Italia, e, svelto il dominio pontifizio, spartirsela.

[173]. Il decreto del Consiglio dei Dieci al 26 settembre 1530, dopo le generalità sull’importanza della storia e lodi al Bembo, «le cui opere latine si leggono per tutta Italia e cristianità con somma ammirazione ed estimazione», gli affida la custodia della biblioteca Nicena, e la continuazione delle deche sabelliche. «E perchè gli sarà necessario, per legger le lettere e i libri nella cancellarla nostra, dove avrà ad informarsi di detta istoria, venir a star in questa nostra città, però per segno di gratificazione verso la sua persona, e non per premio alcuno, sia preso che gli siano dati ogni anno ducati sessanta per pagar l’affitto d’una casa». La Storia veneziana del Bembo in italiano fu stampata con moltissime correzioni, non solo per le cose, ma per lo stile, le parole e il periodo. Non se ne conosce il colpevole, ma certo la cosa fu discussa, e monsignor Della Casa scrivevane al Gualteruzzi, erede dei manoscritti del Bembo, che «sebbene vi fossero alcune parole e modi antichi, o fors’anco tutta la frase fosse un poco affettata, secondo il giudizio di alcuno, o ancora secondo il giudizio comune», nessun però avrebbe voluto mettere il proprio giudizio avanti a quel di esso Bembo, il quale, «essendogli stato detto questo che si dice ora dell’affettazione delle sue scritture vulgari in prosa, non avea però mai voluto mutare quello stile, reputandolo degno e grave e non antico e affettato».

L’originale autografo fu trovato nell’archivio dei Dieci, e da questi mandato, il 1788, alla biblioteca Marciana, dove ora si trova, e sul quale il Morelli, per stimolo del procuratore Francesco Pesaro, fece la bella edizione del 1790. Riferiremo il principio, sì per saggio dello stile che gli accademici lodano, sì per le asserzioni che contiene: — I fatti e le cose della città di Vinegia patria mia, le quali in tempo di quarantaquattro anni avvenute e state sono, io a scrivere incomincio, non di mio volere e giudicio, o pure perchè a me giovi e piaccia di così fare; ma da uno quasi fato sospinto, o almen caso, che così portato ha che io faccia. Perciocchè, morto nell’ambascieria di Francia M. Andrea Navajero, a cui questa cura era stata data per lo addietro; essendo io stato richiesto per decreto del Consiglio delli Diece, che, posciachè egli morendosi avea fatto ardere i suoi scritti, io in quella stessa bisogna alla città ciò da me chiedente non mancassi; vergognandomi di ricusare, a questa così varia e molteplice e, come nel vero dire posso, sommamente faticosa scrittura mi son posto nell’anno della mia vita sessantesimo: di maniera che, se la richiesta pubblicamente fattami stata non fosse, giustamente potrei ripreso essere dagli uomini dello avere avuto ardire in questa età di sottopormi a cotanto peso».

Sebbene dovesse comprendere quarantaquattro anni, non va che dal 1467 al 1512.

[174]. Nelle lettere dice: — Quanto alla vita e costumi, fo maggior professione di sincerità e di modestia, che di dottrina e di lettera». E nella storia, lib. II: Equidem non is ego sum qui cujuspiam gratiam eorum qui vivent aucapari studeam; homo recondita natura, et satis cognita fide.

[175]. Lettera del 1º ottobre 1497.

[176]. Delle moltissime storie municipali accenneremo soltanto, per Padova Bernardino Scardeone; per Rovigo Andrea Nicolio; per Treviso il Bonifacio e il Burchelati; per Verona il Rizzoni, il Corte, il Saraina; per Ferrara il Baruffaldi; per Brescia il Cavriolo; per Bergamo il Bellafini e Gian Grisostomo Zanchi (De Orobiorum sive Cenomanorum origine, Venezia 1531), che esalta la sua patria, come allora si facea, con esagerate opinioni, impugnategli da Gaudenzio Merula novarese e da Bonaventura Castiglioni milanese, i quali trattarono de’ Galli Cisalpini, e che, al pari d’Ottavio Ferrari da Milano, conobbero le falsità di Annio da Viterbo; per Crema Alemanio Finio; per Belluno il Piloni e il Doglioni; per Feltre il Dalcorno; per Vicenza il Maccà, il Barbarano, il Castellini; pel Friuli Giovanni Candido; per Ferrara Pellegrino Prisciani, Gasparo Sardi, Cintio Giraldi; e Girolamo Falletti e il Pigna specialmente per la casa d’Este; per Milano l’Alciati, il Merula, il Bescapè, il Morigia, oltre le cronache del Cagnola, del Burigozzo, del Prato; Antonio Campi per Cremona; Benedetto Giovio e Francesco Muralto per Como: l’Equicola per Mantova; il valente medico Girolamo Rossi per Ravenna; per Bologna l’Alberti, il Sigonio, Achille Bocchi, il Ghirardacci; il Maurolìco e il Fazello per la Sicilia. Benvenuto da San Giorgio conte di Biandrate fece una storia latina del Monferrato, esatta, e giovandosi degli archivj che ebbe a disposizione. Un discorso di don Vincenzo Borghini sulla storia fiorentina è irto d’erudizione.

[177]. Aggiungiamo Giorgio Florio, professore di retorica a Milano, che stese in sei libri le guerre di Luigi XII e Carlo VIII, propenso ai Francesi; e Biagio Buonaccorsi fiorentino, che fece un arido diario dal 1498 al 1512.

[178]. Lettera del cardinal Bibiena in quelle di Principi a Principi.

[179]. Li raccogliamo da Francesco Muralto, che di que’ giorni scriveva una cronaca rimasta manoscritta. Se ne trovano pure notizie in Roscoe, Vita di Leon X, vol. 7, ediz. di Milano.

La guerra contro i Turchi fu sempre soggetto di esortazioni popolari in prosa e in versi. A tacere le composizioni di letterati, abbiamo del 1480 poesie vulgari, di foggia bizzarra, fra cui scegliamo questo sonetto:

Surgite, eamus, dixe el bon Jesù,

Ecce appropinquat chi trader me de’:

Surgite et vos, signor, principi, re

Che Juda è in l’orto, non dormite più.

Non potuistis vigilare. Or sù

Pigliate l’arme in man ch’el tempo n’è.

O stulti et tardi, non vedete che

Se non ve unite insieme, tristi vu?

Guardate Jove che a Saturno va

Per farne in breve tempo sentir ciò

Che tante lingue han predicato già.

Surgite adunche ad quid: ma per che no

Che con prudenzia l’omo savio fa

Bus... il ciel e Dio pentir si po.

Il Diarium parmense, manoscritto nella biblioteca di Parma, reca pure una lamentanza assai lunga:

Italia sono, misera chiamata,

Con le man zonte a lacrimosi occhi.

Pietà ve prenda, o falsa brigata,

Prima che Dio la punizione scocchi.

Ecco ver nui la turchesca armata:

Deh mirate un po i miei lacrimosi occhi!

Pietà ve prenda legger mio lamento,

Forse farete alcun provvedimento...

Italia sono, e il rimembrar m’accora,

Che cresce el mondo quanto intorno cigne;

Oh quante glorie digne

N’ebbi a’ miei tempi e trionfali onori!...

Io prego Iddio che l’intelletto allume

A vui, crudeli e falsi Italiani,

Che sete come cani

Di rabbia e di venen calcati e colmi...

A te mi volgo, o papa Sisto,

Che tieni in mano le divine chiavi...

Lassa li cibi e le oziose piume,

I stati altrui per darne a chi m’intende;

A questa impresa attende,

Lassando le avarizie e pompe false.

La ricca dote a Costantin che valse

Lassare a voi, pastor, se ’l cristianesimo

Fia dal paganesimo

Con gran dispregio vinto e con dolore?...

Regina del gran mar donna Vinetia

Che tien l’insegna del beato Marco,

Che hai avuto il carco

Gran tempo a contrastar con tal genìa,

Qui mostrarai tua gran vigoria

Spiegando le toe belle insegne ornate.

E passati in rivista gli stranieri e i potentati italiani, ripiglia:

Non so in qual parte più mi valga el dire;

Sento mancar la voce a mezzo el petto...

A mio soccorso l’un l’altro riguarda,

E tal ne ride sotto i falsi panni

Che sentirà gli affanni,

Non è gran tempo ben che non sel creda.

[180]. Ecco un’altra delle famiglie magnanime, di cui noi raccogliamo le ricordanze, aspettando si faccia una storia delle famiglie, per tutt’altro che per vanità di genealogie. Bartolomeo Colleone ne adottò tre della famiglia bergamasca, i quali seco combatterono alla Ricardina, e ne ereditarono l’amore delle arti, delle quali furono patroni a Brescia e a Bergamo; e non meno pii che eroici, vi favorirono il movimento religioso, iniziato da Bernardino di Siena, poi sospinto dal concilio di Trento, e pel quale sorsero tante chiese e conventi.

[181]. Gli Spagnuoli, quando andavano a conquistare un paese in America, facevano una intimazione, nella quale si raccontava ai selvaggi qualmente tutti gli uomini fossero nati da un solo, poi dispersi e moltiplicati, e — Dio ne affidò la condotta a Pietro, costituendolo capo e sovrano di tutta la stirpe umana, acciocchè dovunque nascano e in qualunque credenza vivano, a lui obbediscano; sottopose tutto il mondo alla giurisdizione di lui, e gli ordinò di piantar sua sede in Roma; gli ha dato podestà di stabilire l’autorità sua su tutte le altre parti del mondo, e governare e giudicare tutti i Cristiani, Mori, Ebrei, Gentili, e di qualunque setta; vien chiamato papa, che vuol dire ammirabile, gran padre, tutore... Quest’uso dura tuttavia, e durerà sino alla fine dei secoli».

[182]. Raynaldi, al 1488 7 aprile, § 21.

[183]. Cibrario, Istituzioni della monarchia di Savoja, pag. 127.

[184]. Sermone per la V domenica di quaresima.

[185]. Landi, Paradossi.

[186]. A Lione 1502, 1505, 1507, 1536, 1571, 1573, 1577, 1594; a Agen 1508, 1510, 1514, 1578; a Parigi 1518, 1521; ad Argentina e Rouen 1515; a Brescia 1521; a Venezia 1585.

[187]. Uno diceva: — Voi mi chiedete, fratelli carissimi, come si vada in paradiso. Le campane del monastero ve l’insegnano col loro suono; dan-do, dan-do, dan-do».

[188]. Muratori, Annali d’Italia a quell’anno.

[189]. Ammirato il Giovane racconta che, nel 1431, a Firenze venne un cavaliere gerosolimitano con un Minorita; e quegli annunziava aver dal papa autorità somma per assolvere dalla dannazione: questi stava a banco nelle chiese a scrivere e sigillar le lettere delle indulgenze e assoluzioni di colpa e di pena, dispensando in arduissimi casi chi portava non solo denari, ma vesti e panni. I senatori, dubitandone, vollero vedere l’autorità del cavaliere, e la trovarono minore di quella che annunziava; onde gli proibirono di passar più avanti, ne scrissero al papa, e crebbero le pene contro a simil gentaccia.

[190]. Jacopo delle Marche Minorita, predicando a Brescia il 1462, affermò che il sangue da Gesù Cristo versato nella sua passione era separato dalla divinità, e perciò non gli si doveva l’adorazione. Se ne levò tanto rumore, che Pio II volle fosse messo in disputa alla sua presenza da celebri teologi: i quali si bilanciarono in modo, che esso papa non potè se non imporre silenzio su tal quistione.

Non saprei che eretici fosser quelli che dalla Francia e dalla Lombardia si erano ricoverati fra i monti della Valtellina, e alla cui conversione andò il beato Andrea Grego da Peschiera, domenicano del convento di San Marco in Firenze, dimorando quarantacinque anni fra pastori e carbonaj (-1455).

[191]. Nella vita di sant’Antonino scritta dal Vespasiano, edita dal Maj nello Spicilegium romanum, leggo: — Giunto a Roma, dal pontefice fu molto onorato e da tutta la corte di Roma; e contro a molti che dicono i prelati usare le pompe per essere stimati, giunto a Roma con una cappa da semplice frate, con un mulettino vile, con poca famiglia, era in tanta reputazione, che non andava per Roma in luogo ignoto, che quando passava per la via non s’inginocchiasse ognuno a onorarlo: assai più onorato era lui che i prelati con le belle mule e con gli ornamenti dei cavalli e famigli».

Sebbene alcuni mi accusino dell’opposto, io credo mi si farà colpa di non avere tenuto conto di tutti i pii e i santi italiani. In realtà, questo è un nuovo punto d’aspetto della storia nostra, e deve importare l’osservare coloro, almen quanto il Borgia e l’Aretino. E bene il Rohrbacher, nel lib. LXXIX della Histoire universelle de l’Église catholique (Parigi 1851), dopo enumerati i moltissimi Santi della metà del 1300, conchiude: On le voit; l’Italie était un paradis terrestre dont le ciel paraissait sillonné de nuages et d’éclairs en tout sens, mais dont le sol produisait les plus belles fleurs, les plus beaux fruits, et pour le temps et pour l’éternité. Il y a des voyageurs d’histoire, qui n’aperçoivent et ne signalent que ces éclairs et ces nuages. Autant vaudrait dire que le printemps est la triste saison où les hannetons bourdonnent, où les grenouilles coassent, où les chenilles rongent les arbres, où la vermine foisonne partout.

[192]. Vita Leonis X.

[193]. Dedica del Giamblico e proemio al Proclo. Qui alcuno aspetterà ch’io metta anche i lamenti del Poliziano pel tempo buttato via nel dir l’uffizio, riportati dal Bayle e copiati da tanti. Ebbene, tutt’al contrario, nell’epistola 9 del libro II a Donato, egli si querela che le frequenti visite lo obblighino a interrompere sin l’uffizio: Adeo mihi nullus inter hæc scribendi restat aut commutandi locus, ut ipsum quoque horarium sacerdotis officium pene, quod vix expiabile credo, minutatim concedatur.

È però vero che, scrivendo a Lorenzo de’ Medici il 6 aprile 1479, si lagna che la madre facesse leggere al figlio Giovanni i salmi, a preferenza de’ nostri libri: Transtulit jam illum mater, id quod equidem non probavi, ad psalterii lectionem, atque a nobis abduxit. Son note le poesie lubriche del Poliziano, e le oscenità di Giovian Pontano, del Landino, del Poggio, del Filelfo, e l’Ermafrodito del Panormita, che dirigendolo a un suo amico, lo diceva libellum equidem lascivum, sed ea lascivia, qua summi oratores, sanctissimi poetæ, gravissimi philosophi, viri continentes et christiani præluxere.

[194].

Te colimus, tibi serta damus, tibi thura, tibi aras

Et tibi rite sacrum semper dicemus honorem.

Nos aspice præsens,

Pectoribusque tuos castis infunde calores

Adveniens pater, atque animis te te insere nostris.

Multis comitantibus heros — immobilis heros orabat — curis confectus tristibus heros — ipse etiam (il cattivo ladrone) verbis morientem heroa superbis stringebat.

[195].

E s’io potessi un dì per ventura

Queste due luci desiose in lei

Fermar quant’io vorrei,

Su nel cielo non è spirto beato

Con ch’io cangiassi il mio felice stato.

[196]. Omitte has nugas, non enim decent gravem virum tales ineptiæ.

[197].

Quæ pietas, Beroalde, fuit tua, credere verum est

Carmina nunc cœli te canere ad cytharam.

[198]. Accesserat et Bibienæ cardinalis ingenium, cum ad arduas res tractandas peraore, tum maxime ad movendos jocos accommodatum. Poeticæ enim et etruscæ linguæ studiosus, comœdias multo sale multisque facetiis refertas componebat, ingenuos juvenes ad histrionicam hortabatur, et scenas in Vaticano spatiosis in conclavibus instituebat. Propterea, quum forte Calandram a mollibus argutisque leporibus perjucundam... per nobiles comœdos agere statuisset, precibus impetravit ut ipse pontifex e conspicuo loco despectaret. Erat enim Bibiena mirus artifex hominibus ætate vel professione gravibus ad insaniam impellendis, quo genere hominum pontifex adeo oblectabatur, ut laudando, ac mira eis persuadendo donandoque, plures ex stolidis stultissimos et maxime ridiculos efficere consuevisset. Giovio.

[199]. Lett. di Principi a Principi, I. 16.

[200]. Gemistio Giorgio, che poi trasformò il suo nome in Pletone, nato a Costantinopoli verso il 1355 e morto il 1452, stabilito a Misitra, dov’ebbe scolaro il Bessarione, cercò distorre dall’unir la Chiesa greca colla latina, e lo fece anche nel concilio di Firenze a cui intervenne. Quivi trovò il platonismo già rinato, e contribuì a diffonderlo, misto a fantasie pagane tolte dai Neoplatonici. Diè fuori un Sunto dei dogmi di Zoroastro e Pitagora, esposizione fatta con arte perchè non desse ombra agli eterodossi quel suo opporre la teologia gentile alla ecclesiastica. La contraddizione del famoso patriarca Gennadio nol lasciò proseguire nel suo apostolato, e restò inedito il suo Trattato delle leggi, del quale molta parte fu stampata nel 1858 da M. Alexandre dell’Istituto a Parigi. È una vera apologia del politeismo, combinandone i dogmi per adattarli a un sistema filosofico regolare; vi si trovano l’esposizione dei dogmi, l’organamento della nuova società pagana, le leggi sue, il culto, le feste, gl’inni e le preci per ciascun Dio. Insomma appare degno maestro di quel Pomponio Leto, che davanti ai papi professava di voler distruggere l’opera di Gesù Cristo.

[201]. De fato, III. 7.

[202]. Respiciens legislator pronitatem viarum ad malum, intendens communi bono, sanxit animam esse immortalem, non curans de veritate sed tantum de probitate, ut inducat homines ad virtutem; neque accusandus est politicos. De immortalitate animæ.

Matter (Hist. des découvertes morales et politiques des trois derniers siècles) alzò a cielo il Pomponazzi come avesse stabilito la legge della perfettibilità umana, il progresso delle istituzioni e delle scienze, e la dottrina d’indipendenza dei tempi moderni. Sono sofismi degni di chi chiama barbara l’Italia al tempo di Leon X.

[203]. Lo racconta lo Zilioli, ms. nella Marciana.

[204]. Caracciolo, Vita di Paolo IV, ms. Il Pulci metteva in baja queste disquisizioni:

Costor che si fan gran disputazione

Dell’anima ond’ell’entri e ond’ell’esca,

O come il nocciol si stia nella pesca,

Hanno studiato in su n’un gran mellone.

[205]. Sono Alberto Magno, san Tommaso, Francesco Marone, Enrico Gandavense, Egidio Romano, Averroe, Avicenna, Alfarabio, Isacco di Narbona, Abumaron babilonese, Mosè egizio, Mahumet Tollettino, Avempaten arabo, Teofrasto, Ammonio, Simplicio, Afrodiseo Alessandro, Temistio, Plotino, Adelando arabo, Porfirio, Giamblico, Proclo, i Pitagorici, i teologi caldei, ebraici, i cabalisti, Mercurio Trismegisto. E dice essere stato educato a non giurare nella parola di nessuno, ma diffondersi su tutti i maestri di filosofia, vagliare tutte le carte, conoscere tutte le famiglie. Il razionalismo di Pico arrivava sin a credere che l’oro puro, anche sotto forma tedesca, valga meglio che il falso coll’eleganza romana (Lettera del 1485).

[206]. Il costui carteggio in proposito col Lanfredini fu testè pubblicato dal Bert nella Rivista contemporanea con ricche notizie.

[207]. Viene a proposito specialmente la novella X, il cui argomento è: — Come un vecchio penitenziere non in ville o in luoco rustico, che l’ignoranza il potesse in parte iscusare, ma ne l’alma città di Roma e nel mezzo di San Pietro per somma cattività e malitia vendea a chi comperare il volea come cosa propria il paradiso, sì come da persona degna di fede m’è stato per verissimo raccontato».

[208]. Jacobi Sadoleti cardinalis. De Christiana Ecclesia.

Ad Johannem Salviatum cardinalem,

.... Majores nostri salientissimi homines, optimis illis temporibus quibus ecclesiastica vigebat disciplina, quæ nunc tota pæne nobis e manibus elapsa est, tales eligebant et consacrabant sacerdotes, quos doctrina vitaque eximios, egregie et posse et velle intelligerent, docere populum publice, habere conciones, præcipere plebibus quæ facienda cuique essent... Solis tum presbyteris et sacerdotibus Dei hæc concionandi et dicendi provincia in templis et sacris locis erat demandata; reliquis omnibus de populo, etiam ex ea vita quam monasticam vocamus, quamvis doctis et prudentibus ad hoc omni munere penitus exclusis.

[209]. Hoeffler, Analecten zur Gesch. Deutschlands und Italiens, 1847, da lettera esistente nella biblioteca di Monaco.

[210]. Prato, Cronaca di Milano. E segue: — Era costui di età d’anni trenta, di nazione toscano, e disse lui avere nome Geronimo; e, per quanto ho potuto comprendere nel ragionar seco, una fantasma mi parea e non un uomo; e molte volte vacillava di proposito: ma era di parlar soave, e nella Scrittura sacra credo fosse assai dotto. Esso da chi era invitato non volea ospizio, ma secondo che nell’animo li cadea, or in uno or in un altro loco andava: e di lui molte meraviglie mi è riferito; ma perciocchè io non le credo, non voglio nè anche perder tempo in scriverle».

[211]. Labbe, Concil., tom. XIV. 232.

[212]. In tal proposito abbiam molte lettere di Enea Silvio, che scagionano i papi, attesa la necessità di far fronte al nemico comune.

[213]. Teotimus de tollendis, malis libris, 1549.

[214]. Epist. V. 10.

[215]. Hutten fece un epigramma sanguinoso contro Giulio II, inserito nei Pasquillorum tomi duo, e gli s’attribuisce pure il Dialogus viri cujuspiam eruditissimi festivus sane ac elegans, quomodo Julius II pontifex maximus, post mortem cœli fores pulsando, ab janitore illo D. Petro intromitti nequiverit.

[216]. Opere di Lutero, ediz. di Walch, tom. XXII. pag. 786 e seguenti.

[217]. Op. di Lut., t. XIX. p. 1509, si legge espresso: — Prima ch’io finissi il vangelo, il mio vicino avea finito la messa, e mi diceva, Passa, passa». I biografi posteriori esagerarono questo racconto per tramutare una celia in una bestemmia, e più rilevare la corruzione de’ preti. Selneccer (Oratio de divo Lutero, pag. 3) traduce: — Passa, passa, idest, festina et matri filium remitte». Mathesius lo copia, se pure non fu lui che l’inventò. E i biografi moderni si fecero belli di quest’empio scherzo contro la dottrina della transustanziazione.

Di tutto ciò si ragiona più a distesa nei nostri Eretici d’Italia.

[218]. Molto rumore levò il libro Regulæ, constitutiones, reservationes cancellariæ sancti domini nostri Leonis papæ X; ristampato molte volte, dove son fissate le tasse per l’assoluzione di ciascun peccato.

[219]. La bolla papale smentisce il Guicciardini, che dice aver il papa assegnato il prodotto delle indulgenze di Germania a sua sorella madama Cibo.

[220]. I sermoni di Tetzel furono stampati da un Protestante, e vi si legge espressa la necessità della confessione e contrizione: Quicumque confessus et contritus eleemosynam ad capsam posuerit juxta consilium confessoris, plenariam omnium peccatorum suorum remissionem habebit. Come già col Savonarola, Tetzel proponeva a Lutero la prova dell’acqua e del fuoco; e questo, men civile del Savonarola, rispondeva: — Io me n’impippo de’ tuoi ragli. Invece d’acqua ti suggerisco il sugo della vite; invece del fuoco odora una buona oca arrosto».

[221]. Ein voll betrunkener Deutscher. Lutero, Opere, tom. XXII. p. 1337.

[222]. Per es. al concilio di Basilea erasi argomentato: — Per presedere alla Chiesa universale, bisognerebbe che il papa precedesse ai capi e ai membri di tutte le Chiese stabilite nell’universo. Ora il papa non presede al capo della Chiesa romana perchè non può presedere a se stesso. Dunque non presede a tutte le Chiese che fanno la Chiesa universale».

[223]. De servo arbitrio. Invano gli si nega un insegnamento così repugnante all’intimo senso morale e alla sana ragione. Nelle sue opere dell’edizione di Wittemberg, 1572, tom. VII. fogl. 18, si legge: — Un’opera buona, compita il meglio possibile, è un peccato quotidiano davanti la misericordia di Dio e un peccato mortale davanti la sua stretta giustizia». Nella Cattività di Babilonia: — Ve’ quanto un cristiano è ricco! Non può perdere la sua salute neppure volendolo. Commetta peccati gravi quanto vuole, finchè non è scredente nessun peccato può dannarlo. Finchè la fede sussiste, gli altri peccati son cancellati in un istante dalla fede». E nella Libertà cristiana: — Di qui si vede come il cristianesimo è libero in tutto e sovra tutto: giacchè per esser giustificato non ha mestieri di veruna specie di opere, e la fede gli dà tutto a sovrabbondanza. Se alcuno fosse tanto stolto da credere ch’e’ può giustificarsi e salvarsi mediante le opere buone, perderebbe subito la fede con tutti i beni che l’accompagnano». Quando nel 1541 a Ratisbona Melantone cercò conciliarsi coi Cattolici, dicendo che per la fede che giustifica dovea intendersi una fede operante per la carità, Lutero dichiarò ch’era un misero ripiego, una toppa nuova s’un abito vecchio, che lo straccia di più.

[224]. In kalende agosto. In kalende octobrio ve n’ha un’altra che non porta data, e che forse è quella del Varagine. Dell’edizione della Bibbia vulgare fatta a Venezia dal Jenson ebbe or ora in dono un magnifico esemplare la Marchiana.

* Il Fontanini dimostrò non esistere la versione della Bibbia del Varagine, vissuto a metà del secolo XIII. Bensì si conosce una traduzione dell’Apocalissi con sposizione continua, fatta in rozzo veneziano da frà Federico de Renoldo, che visse nel 1300: e fu stampata dal Paganini a Venezia il 1515 col titolo: Apocalypsis J. C. hoc est revelatione fatta a sancto Giohanni Evangelista con nova expositione in lingua volgare composta per el Reverendo Theologo et angelico Spirito Frate Federico Veneto Ordinis Prædicatorum; cum chiara dilucidatione a tutti soi passi. È notevole che, davanti all’edizione del Malermi del 1477, Girolamo Squarzafico stampò: Venerabilis D. Nicolaus de Malermi sacra Biblia ex latino italiæ reddidit, eos imitatus, qui vulgares antea versiones, si sunt hoc nomine, et non potius confecerunt. Vogliam qui notare come Aldo Manuzio, nella lettera premessa al Salterio greco del 1495, promettea pubblicare l’intera Bibbia in latino, greco, ebraico, e aver già preparato i caratteri ebraici, de’ quali infatti trovasi un saggio alla biblioteca della Sorbona. Vedi Foscarini, Della lett. veneziana, l. IV.

[225]. L’ascetico autore dell’Imitazione di Cristo non vieta di leggere la Scrittura, ma vuole «vi si cerchi la verità, non la dicitura; leggasi collo spirito con cui fu fatta»; lib. I. c. 3.

[226]. Questo fece il Thesaurus linguæ sanctæ (1529); ed è mirabile che, in tempi di sì scarsi mezzi, s’ardisse un’opera, che neppur oggi si troverebbe chi osasse rifarla. Il primo Cristiano che professasse ebraico in Italia, pare Felice da Prato, israelita convertito, che nel 1515 pubblicò la traduzione latina dei Salmi, e da Leon X fu invitato a Roma nel 1518. In quel tempo lo insegnava anche Agatia Guidacerio di Catania, chiamato poi da Francesco I nel collegio delle tre lingue, dove gli succedette Paolo Paradisi di Canossa. A Fano si stampò nel 1514 una raccolta di preghiere in arabo, stampate nella stamperia fondata da Giulio II (Schnurrer, Bibl. arabica, pag. 231-34). Pagnini cominciò a Venezia l’edizione originale del Corano (ivi, pag. 402). Nel 1513 erasi pubblicato a Roma il Salterio in etiope (Le Long, ediz. Masch., vol. I. part. II. p. 146); poi nel 48 il Nuovo Testamento per cura di Mariano Vittorio di Rieti, che quattro anni più tardi diede la prima grammatica abissina (Colomesii, Ital. oratores ad nomen). Teseo Ambrosio dei conti d’Albonese insegnò a Bologna le lingue caldaica, siriaca, armena, delle quali e di dieci altre diede un’introduzione (Pavia 1539) coi caratteri di quaranta alfabeti. E tanti sono i lavori di esegesi sacra a quel tempo, che il M’Cree ammira la Provvidenza, la quale faceva dai Cattolici stessi affilar l’armi che doveano trafiggerli!

[227]. Non è fuor di tempo ricordare uno dei Discorsi di Tavola di Lutero: — Dice il proverbio che la roba dei preti va in crusca; e di fatto quei che ghermirono i beni delle chiese finirono per restare più poveri». Burcardo Hund, consigliere di Stato dell’elettor di Sassonia, soleva dire: — Noi nobili abbiamo aggiunto i beni de’ conventi ai nostri, e quelli mangiarono questi in modo che nè gli uni ci restarono, nè gli altri. E voglio raccontarvi una favoletta: L’aquila rapì un pezzetto di carne arrostita dall’altar di Giove, e lo portò agli aquilotti nel suo nido, e riprese il volo per cercare qualc’altra preda. Ma il carbone ardente era rimaso attaccato alla carne, cadde nel nido, v’appiccò il fuoco; e non potendo gli aquilotti ancora volare, bruciarono col nido. Così avviene a coloro che pigliano per sè i beni della Chiesa, i quali furon dati per onorar Dio o per sostenere la predicazione e il culto divino; devono perdere il loro nido e i pulcini, e soffrire nei corpi e nell’anima». Tischreden, pag. 292; Jena 1603.

[228]. Il cardinale Wolsey inglese, ministro di Enrico VIII, aveva sempre spasimato per la tiara; morto Adriano VI, faceasi raccomandare caldamente dal suo re; e negli State’s papers ultimamente apparve la lettera di lui agli ambasciadori inglesi a Roma, dove, a tacer altro, dopo mostrato conoscere le probabilità favorevoli al cardinale Medici, soggiunge:

— Potrà darsi troviate che il cardinale ha tanti avversarj nel sacro collegio da non nutrire ragionevole speranza di riuscire. In tal caso potrete con più franchezza indagare com’e’ sia disposto a mio riguardo. E gli direte che, se egli non riuscisse, il re farebbe ogni possibile per me; lo che in certo modo sarebbe la medesima cosa, giacchè egli ed io nutriamo un desiderio solo, e siamo concordi nello zelo per il bene e la quiete della cristianità, per l’aumento e la sicurezza d’Italia, pel benefizio e vantaggio della causa dell’imperatore e del re. Se divenissi papa io, sarebbe in certo modo papa lui, tanto io gli ho amore, stima e fiducia; egli sarebbe sicuro di ottenere tutto secondo l’animo e desiderio suo, e di conseguire tutti gli onori possibili per sè, per gli amici e pe’ congiunti suoi. Con tali parole assicuratevi che, non potendo per sè, egli coi suoi aderenti s’adoperi per me. Se vedete dunque scemare le probabilità pel detto cardinale, procederete franco nel mio interesse, presentando le lettere del re al sacro collegio, e ai singoli cardinali che giudicherete ben disposti. Presso i medesimi, in segreto, farete valere quanto sarà in voi le mie povere qualità: tali sono la grande esperienza degli affari del mondo, e l’intero favore dell’imperatore e del re; le mie molte relazioni con altri principi, e la cognizione profonda delle cose loro; l’incessante zelo pel bene loro e per la sicurezza d’Italia e la quiete della cristianità; il non mancarmi, la Dio mercè, sostanze da usar liberalità verso gli amici; la vacanza che dalla mia elezione risulterebbe di varj alti uffizj, di cui disporrei in favore de’ cardinali che l’avessero meritato con vera e ferma amicizia verso di me; la grata dimestichezza che essi troverebbero in me; il mio carattere non austero nè disposto a rigore: il non avere nè fazione nè famiglia, cui dimostrarmi parziale nelle promozioni o collazioni di benefizj ecclesiastici. Quel che però più monta si è che, per mio mezzo, non solo all’Italia si renderebbe perpetua sicurezza, ma si ristabilerebbe tra’ principi cristiani la concordia tanto necessaria; di modo che si potrebbe fare contro gl’infedeli la maggior spedizione che da lunghi anni siasi tentata. Essendochè in tal caso l’altezza del re ha promesso di venire, volente Deo, a Roma; dove non dubiterei di trarre parecchi principi cristiani, deciso come sono ad esporre la mia propria persona qualora Iddio mi largisse tanta grazia; potendo la mia presenza conciliare molte cose che produssero male intelligenze fra i principi. Tutto ciò per altro non va messo in primo luogo, nè sarebbe il migliore spediente per guadagnarsi i cardinali. Userete dunque della vostra prudenza rimovendone i dubbj d’una traslocazione della santa Sede, nè di ritardo al venire, dicendo che, seguìta ed annunziatami l’elezione, non mancherei colla grazia di Dio di essere a Roma nello spazio di tre mesi, onde passare ivi e in quelle parti il rimanente de’ miei giorni. Con tali assicurazioni, e colle promesse di larghi premj per parte del re, i quali sua altezza rimette alla vostra discrezione, non v’è dubbio che otterrete il voto di molti, se si abbia riguardo all’onore della Sede apostolica, alla sicurezza d’Italia, alla pace della cristianità, alla sua difesa contro gl’Infedeli, all’esaltamento della fede, alla guerra contro i nemici di Cristo, all’incremento e benessere del collegio dei cardinali, mediante il vantaggio e la promozione loro, ed insieme un trattarli cortese, franco e liberale; insomma al benefizio di santa Chiesa».

[229]. Relazione del 1526.

[230].

Un papato composto di rispetti,

Di considerazioni e di discorsi,

Di più, di poi, di ma, di sì, di forse,

Di pur, d’assai parole, senza effetti.

Berni.

[231]. In una lettera citata dal Ranke.

[232]. Brantôme (Vies des grands capitaines) dice che il Leyva, assediato in Pavia, prese gli ori e gli argenti delle chiese, facendo voto solenne, se restava vincitore, di restituirne ben di più, e ne fece batter monete; ma «passato il pericolo, gabbato lo santo».

[232a]. Mi rincresce di dover disabbellire questo motto così ripetuto, restituendolo alla sua integrità: Madame, de toutes choses ne m'est demeuré que l'honneur, et la vie qui est saine; e sèguita una lettera abbastanza lunga.

Sulla battaglia di Pavia molte notizie desunte dal Sanudo pubblicavansi nella Bibliothèque de l'Ecole des Chartes, 1863, settembre e ottobre.

[233]. Nei dispacci di Andrea Navagero del 1525 leggiamo che il Pescara proponeasi di prender Venezia, come quella ch’è difesa soltanto dalle acque, credendo arrivarvi per mezzo di fascine dalla parte di Malghera.

[234]. Se crediamo al Varchi (Storie fiorentine, lib. II), essa aveva avuto sentore della trama del marito, e gli scrisse acciocchè non contaminasse col tradimento una vita così onorevole; mentosto che di venir regina, a lei importare di esser moglie d’un cavaliere leale; chè all’immortalità non conducono titoli e regni, bensì la fede e le altre virtù.

Il Pescara, scoraggiato dalla vicina morte, nel testamento scriveva: — Item vi lascio Hieronimo Morone qual è in prigione; et voglio che si supplichi la cesarea maestà istantemente per la vita sua et ogni altro benefitio che gli potrà fare, et che non voglia che quello che ho discoperto in benefitio di sua maestà habbia ad essere per condannatione del suddetto. In questo sua maestà me voglia compiacere, perchè altrimenti me reputerei esser caricato».

Sul fatto del Morone e del Pescara diffonde qualche luce la relazione dell’ambasciator veneto Gaspare Contarini: — Il consiglio di Cesare è diviso in due parti: il capo d’una è il cancelliere (Gattinara);... consiglia costui Cesare per la via di farsi monarca universale, e attendere all’impresa degl’infedeli, la quale è propria d’un imperatore cristiano, ed abbassare la corona di Francia... al che è necessario che si tenga Italia amica... All’incontro, il vicerè (monsignor di Beaurain), e don Ugo di Moncada, il consiglio dei quali favorisce quanto più può il marchese di Pescara, consigliano Cesare all’accordo con Francia e alla ruina d’Italia, della quale dicono si farà padrone accordandosi col re cristianissimo. Ma la cesarea maestà, al partire nostro di corte, pareva accostarsi al consiglio del cancelliere, e che quello prevalesse. Dopo giunto in Italia, e veduto questo tumulto dello Stato di Milano, io ho presa grandissima ammirazione, giudicando che questa commissione così particolare (di destituire il duca) il marchese non l’abbia avuta da Cesare, dal quale solo avesse, per alcun sospetto contro il duca, qualche commissione generale; ma che lui, spinto dalla sua mala volontà contro il duca e contro Italia, ajutato poi dall’arciduca d’Austria, il quale aspira sommamente al ducato di Milano, sia proceduto tanto avanti, quanto vediamo». Relazioni degli ambasciatori veneti, serie prima, vol. II. p. 59.

[235]. Lettere di Principi a Principi, II. 95. È del 16 dicembre 1525.

[236]. Mercurino di Gattinara, nato il 1465 nel castello d’Arborio presso Vercelli da illustre famiglia, presto ebbe rinomanza come giureconsulto, fu professore all’Università di Dole e consigliere di Filiberto il Bello duca di Savoja. Margherita d’Austria, vedova di questo nel 1506, affidò al Gattinara la difesa de’ suoi diritti presso il duca regnante. Con patente del 12 febbrajo 1508, l’imperatore Massimiliano lo destinò presidente del parlamento di Borgogna, posto che prese solo dopo finite le negoziazioni per la lega di Cambrai, a cui ebbe gran parte, e nella quale ottenne fosse compreso Carlo duca di Savoja. Nel marzo seguente andò ambasciadore dell’imperatore e di Margherita d’Austria presso Luigi XII, acciocchè restasse fedele alla lega di Cambrai. Avuti da questo gran donativi, si pose presidente in Borgogna. Tornò ambasciador dell’imperatore a Luigi XII con Andrea di Borgo, altro diplomatico lombardo, assai adoprato in que’ tempi, massime negli affari milanesi. Quando Massimiliano, disanimato dall’assedio di Padova, ritiravasi pel Tirolo, Mercurino scrisse a Margherita d’Austria perchè gli rendesse il coraggio. Fu poi ora in Ispagna, or ne’ Paesi Bassi con essa Margherita, da cui fu fatto capo del consiglio privato. Disgustato delle triche di corte, fe’ voto di visitar Terrasanta; ma dispensatone dal papa, si raccolse a vita santa nella Certosa di Bruxelles. Ne lo richiamò l’imperatore per ispedirlo ambasciadore al duca di Savoja: poi assistette alle più rilevanti negoziazioni di Carlo V. Divenuto vedovo, si fece ecclesiastico, ed ebbe la porpora nel 1529: l’anno dopo morì a Innspruk. Lasciò varie opere ed è altamente lodato dai contemporanei.

Del 30 luglio 1521 è una lettera di lui, ove all’imperatore dissuade la guerra, mostrandogli dieci ragioni da ciò e confutando sette che si adducono per la guerra. Sire, en ceste matière si perplexe, par les raisons alleguées d’ung cousté et de l’aultre, à les bien considerer, peut sembler que les sept raisons alleguées pour l’acceptation de la tresve sont les sept pechez mortelz que l’hon vous envoye pour tempter, et vous divertir du droict chemin, et les dix raisons alleguées au contraire signiffient les dix commendementz de Dieu, lesquelz devez observer.

[237]. Lettere di Principi a Principi, II. 95, al 10 luglio 1526.

[238]. Lettera da Roma, 10 giugno 1526. Fra altre cose dice: — Apparecchieremo diecimila fanti, altrettanti i Veneziani; diecimila Svizzeri aspettiamo che ci conduca il vescovo di Lodi, il quale prima li avea praticati ed ora è là a questo effetto, e noi con Veneziani li diamo danari; e se questi non vengono, ne faremo in ogni modo calar diecimila. La fortezza di Milano massime è allo estremo, ancor quella di Cremona patisce assai; spero saremo a tempo a soccorrerle. Il popolo di Milano è ancor in arme; come si avvicini lo ajuto da qualche banda, promettono far meraviglie. Spagnuoli fortificano molto Lodi; credemo vorranno ridursi là in Pavia: il tutto sta che li siamo adosso avanti le ricolte, perchè, se si riducessero nelle terre fornite, ci fariano spendere un mondo. Lanzichenecchi non hanno danari, credemo che non avendo i Cesarei modo da pagarli, se ne anderanno: li Spagnuoli pur serviranno senza. Voi ci farete grandissimo servizio a non darli denari, però tenete forte, e ovviate quanto potete che non se li diano. Sono stato di malavoglia che, per la vostra del primo del passato, mi scrivete che Cesare manda in Italia dugentomila ducati avuti da voi, di che non avemo altro aviso, se non che cercavano cambi di settantamila o incirca per Italia. Noi vedremo se possibile è levarli Genua, affinchè quando voi fussi pur sì da poco, non abbia Cesare il modo di rimetterli. Vorrei facessimo ora ancor l’impresa del Regno, o pur vedremo ut se initia dant in Lombardia... Di fare il vostro infante duca di Milano, ancor voi vedete che sono sogni e barrerie. Le lettere vostre non vede persona, salvo il papa; vi scriverò, e voi scrivete; ed anco senza scrivere sapete ciò che si può fare in disfavor di Cesare, massime in non darli denari, nè alcun altro sussidio, tutto torna in favor nostro ecc.».

[239]. «Si levò un gridar per la città, dicendo all’arma, all’arma. A questo gridar se mosse gran gente all’arma, chi con schioppi, chi con una lanza, chi con una cosa, chi con un’altra; e fu fora per le contrade gente assai, e fu dato campana a martello al Broletto, poi alle altre gese. E presero per forza la Corte e... morse gran gente de Corte. E presero el campanil del domo, e fu sonato al domo campana a martello, e sonavano insieme con le altre campane per Milano; donde che Milano all’arma e lanzinechi non sapevano in che mondo fossero; e se serrorno verso il ponte Vetro, e le contrade si serrorno con carri, vasselli, carrette, terra al meglio che possenno. De quelli del borgo delli Ortolani ne andò una gran squadra in Castello (donde gli Sforzeschi fecero varie sortite), e parte ne tornò, e in questo andar e tornar furno morti paregi lanzinechi. Per tutta notte se tenne all’arma... e ogni contrada faceva il suo bastione fortissimo per difendersi..., e per tutto Milano se faceva ripari con terreni e travi... e campana a martello. Al quale strepito, i villani per le terre traevano a sturmi, e furno svalisati e morti assai lanzinechi a piedi ed a cavallo. Ognuno era alli bastioni, aspettando qualche buona provision da qualche capo, e de molti che pareva che volessero metter paura a tutto il mondo: e al bisogno come l’era al presente, non comparse mai alcuno a far animo al popolo, qual veramente faceva più che non poteva. Ma alla mattina el signor Francesco Vesconte ensiem con altri andavano per la città a far deponere le armi alli Milanesi, dicendo, — Lasciate fare a noi, che conzeremo le cose che la città non averà a lamentarse». Così la cronaca del pizzicaruolo Burigozzo, al 25 aprile 1526.

[240]. «De nove de Milano, il grano vale lire cinquanta il mogio, il vino sedece lire; legna nè altro non ci è; tute persone in Milano mangiano pane di miglio, salvo li capitanei». Documenti di storia italiana del Molini, 163

Alla compassata eleganza del Guicciardini (lib. XVII) possiamo cercar riscontro nel rozzissimo Burigozzo, viepiù attraente per infelicissimi riscontri coll’accaduto in questi ultimi anni. «Gli Spagnuoli comenzorno a far per Milano cose, che io non le potrò narrare perchè non gh’è chi le credesse. Fra le quali, se uno omo d’arme, overo uno fante alogiava in una casa, non bastava avere quella dove alogiavano, ma ne avevano quattro o cinque per uno delle case, e la facevano pagare un tanto al giorno; talmente che el gh’era tal omo d’arme e fante, che tocava da sei o otto scudi al giorno, e chi più e chi manco. E se trovaveno qualche roba par le cose che fossero ascose, se coloro de casa le volevano, besognava che ghe desseno tanti dinari come quasi valeva la roba.

«E assai de Milano se ne fugivano con le donne e con li putti, per non poterghe stare: tanto più che in tutto questo tempo le botteghe stavano serrate e non se fazeva quasi niente de ogni arte; e parte ne fugiva per non poterse mantenere e fare le spese alli soldati; perchè lì era tale omo, secondo el grado, a chi costava dieci e dodici e venti scudi al giorno in farghe le spese; e non tanto a loro, quanto ancora alli cavalli de biada. E se uno cavallo se amalava, bisognava che el padron de casa pagasse el magistro; tanto che per simili respecti e ancora pegio, besognava fugire; e quelli che rimaseno in Milano e in casa bisognava portare el basto...

«Tutto Milano aspettava con allegrezza ch’el campo (francese), da poi acquistata Cremona dovesseno venire a Milano a far l’impresa; e certo che quasi ognuno desiderava per far presto de andar a sacco, acciocchè la cosa avesse fine una volta; ma per contrario, mai non se ne dette all’arma, o ben poco; e pur Milano stentava, e ogni dì ne fugiva. E li Spagnoli qual logiavano in casa, vedendo li patroni fugire, ruinavano le case, e facevano de gran mali. E a dì 28 octobre, se retirò el campo de Veneziani in dietro quattro o cinque miglia, e fu fora li bagagi de Spagnoli, che portorno in Milano tanta roba che tolsono nel loro campo... E de presente se dice che Veneziani passano Adda, e così fu el vero. E fu ditto che el soccorso de lanzinechi era passato per forza su quello de Veneziani, e fu morti assai de loro da una parte e dall’altra...

«In questo mezzo fu ditto che bisognava che li Spagnoli, qual era in Milano, se partissero a andar incontra al soccorso, per adunarse inseme; e fu fatto assai consilj infra loro signori de partirse. E el povero Milano se fogava a pagar dinari et altre angarie, per ajutarse de fare che lo exercito se partesse: ma la fantaria mai non volse venire a partirse, dicendo voler esser pagati del tutto de quello che avevano servito. Dondechè uno sabbato de mattina, qual fu a dì 15 decembre, se ritrovò la fantaria con li capitanei a consiglio a San Gregorio, e non potenno esser d’accordo. E intrò in Milano la fantaria desperata, e se retrovorno alla piazza del domo, e menorno le mane a sachezzare le botteghe, e prender li omeni e torghe la borsa; e fezeno tremare Milano. Beato chi se poteva serrare in casa; e cridavano — Sacco, sacco»; e poi: — Paga, paga». Al qual rumore li capitanei corsero alla piazza, e se repararono prontissimi de pagare; e così le botteghe se erano comenzate a aprire; e per questo tratto beato chi poteva tenere serrato. Dondechè Milano stava molto male; e a dì 24 decembre, che fu la vigilia de Natale, in lunedì, fu dato licenzia de sonar le campane, qual non erano state sonate dal 17 giugno insino al presente; e in Milano se parse un poco megliorare.

«Il dì de santo Joan evangelista, ch’è a dì 27 decembre, la mattina si partì li lanzinechi fora de Milano, e quelli del quartero di porta Cumana dove erano logiati, l’avenno a male, dubitandose che Spagnoli non ghe andasseno a far qualche male, perchè già per lo passato ghe menazavano; e così fu vero. De subito partiti lanzinechi, loro Spagnoli ghe andorno alogiando, e con quelli modi ch’era sua usanza: tanto che, beato quello che poteva fugire fora da quello quartiero; tanto che fra tre o quattro giorni la fu conzata in dinari...

«In questo mezzo fu ditto ritornare lanzinechi a Milano per guardia, e che Spagnoli se avessero a partire tutti per andare in campo; e così fu. A dì 23 januario 1527, retornorno a Milano, e fu fatto ordene de darghe alogiamento in tre o quattro loghi per porta. Intrati in Milano, non volseno stare nell’ordine fatto, e se alogiorno con tanto dispiasere verso Milanesi in domandare cose grande, dicendo che Spagnoli volevano galine e caponi, e che anche loro volevano il simile e più: talmente che a Milano parse stranio. E el mal che aveva fatto Spagnoli, non era nulla a paragon de costoro. E quelli pochi Spagnoli qual restorno in Milano se partirno a dì 11 febraro fora de Milano; qual gente d’arme del suo bon deportamento se tace, perchè sarebbe troppo longo el scrivere. Tanto che a dì 27 zugno 1526, rivorno in Milano, e stettene alle coste de Milano a vivere, e con tanta carestia insino al presente, ch’è al dì 11 febbraro 1527; tanto tempo, e con tanta spesa intolerable, che el dire non saria possibile... L’è vero che Spagnoli hanno fatto mal assai; ma questi Taliani (del conte Belgiojoso) hanno avanzato assai là dove sono stati su per lo paese, e in la roba, in le persone e in l’onore delle donne; tanto che se Turchi venessero in queste bande, non fariano el mal qual fanno costoro.

«Passato qualche giorni, el signor Anton de Leyva fece domandare tutti li omeni de Milano, zoè tanti per porta. Andorno tutti alla Pace, là dove logiava; e lì gionti, ghe feze intendere che de due cose l’una: o che l’esercito voleva venir dentro de Milano e logiare al solito, zoè a discrezione, onde che besognava darghe li dinari de pagarli; tanto che a questa domanda ognuno dubitava dovesseno intrare, e beato chi se poteva serrare in casa. E molti ghe n’era che avevano fatto stangare le porte; tantochè chi andava per Milano era uno stremizio a vedere le contrate bandite de gente, e le porte a quello modo. Al povero Milano non erano bastanti le taje passate che mai non se faceva altro che scodere taje per dare a costoro; talmente che del passato non ne besognava parlare. Al presente fu resposto al melio se potè, perchè li omeni de Milano, scottati del tanto suo far male, besognò conzarla in dinari; e fu messa una taja d’un mezzo ducato per migliajo a quelli che sono in estimo de valsente, e ducati un per bottega alli bottigari, e ducati un per casa. Chi avesse visto per Milano le botteghe serrate per tal respetto de non pagar, era tal contrada che non gh’era bottega aperta; e perchè non se fazeva fazende alcune, non volevano pagare questi dinari; talmente che li sindaci delle parochie andavano conzando la cosa, secondo el grado delle persone che pagassero...

«A dì... settembre fu fatto una crida sotto pena della vita, che tutti quelli che non pagavano contribuzioni a Spagnoli, de soldi cinque in giuso, avesseno spazzato da Milano; donde che tanti e tanti poveretti che a fatica potevano vivere con tanta carestia, non potevano pagare questi denari ogni giorno: e così se partì de Milano un numero infinito de omeni, con le sue donne e fioli. Più ancora, che quelli che pagavano contribuzione, fusseno ricchi e arciricchi, pagando per due mesi la contribuzione potesseno andare dove gli pareva. A questa crida, assai omeni de grado se partirno, con le robe e mulìere e fioli; dondechè Milano non pareva più Milano, e le botteghe eran quasi tutte serrate. Ancora de più; el castello fazeva provisione de fornirse de quello li faceva de bisogno, come saria formagio, lardo, formento e molte altre cose: vino non entrava dentro de Milano dieci a dodici brente, che non ne volesseno la sua parte e per niente; e se ancora colui del vino voleva dire niente, ghe davano delle bastonate. E el detto vino, zoè mosto, era portato da lontano sei mìa con le brente; per chè non gh’era cavallanti che potessero andar in volta, che ghe era tolto el caval e le baghe; e valeva el mosto a questi giorni del mese de octobre 1527, lire sette la brenta, e poco bono.

«El povero Milano non saria stato malcontento a livrarla e andar a sacco, zoè la roba; perchè ad ogni modo la roba e li dinari ghe vanno ogni giorno: ma la paura era in fare prigioni, e darghe tormenti, e l’onore delle donne, e molti altri inconvenienti che acadeno. E per tal respetto se andava dal signor Anton de Leyva a lamentarse, dicendo la città non poter portare tanto carigo. Alle quali domande sempre bone risposte: — Faremo, non oggi, ma domani»; e con questa proroga se andava innanzi così; tanto che pure un giorno fu ditto che la gente d’arme se doveva partire. Ad ogni modo el tal giorno, che fu a dì 4 dicembre, fecero la preparazione certa per andare al termine tolto. Ma passò el termine tolto, e non fezeno niente; talmente che el povero Milano se vide tolto a festa, e ognuno incontrandose per Milano, se strenzevano in le spalle, perchè non se vedeva fine a tal cosa»

«Dal mese di aprile fu ditto di pagare la contribuzione de giorni 20 a un tratto, che el ditto esercito se partiria; tanto che sforzato el povero Milano a fare più che non se poteva, deliberarno de pagare questi tal dinari; e così fu fatto, tanto che a poco a poco se partirono. A dì primo de maggio (che fu la seconda festa de Pasqua), se partì el signor Anton de Leyva con certe compagnie ultime de lanzinechi; qual lanzinechi da tre giorni inanzi andavano per li monasteri de frati e de moneghe, vivendo a discrezione. Donde che era una cosa grande le ruine che era, massime in le moneghe, che andavano per Milano fugendo, e vedendo de reparare a questa cosa; ma che non gh’era ordene. Non bastò questo, che ancora andavamo per le giese, e intravano in casa de parochiani, e lì volevano del bono e del migliore, e li pigliaveno e li tractavano male. E per tal respetti accadeva de gran inconvenienti, talmente che li poveri preti stavano fugiti; e se andavano in volta, andavano in abito mondano per non esser conosciuti; e per tal causa el dì de Pasqua de maggio non fu fatto officj in parecchie giese de Milano, per causa che li preti non v’osavano a comparire. Per Milano non se trovava pane per mangiare, per l’ordene fatto ch’el pane non se avesse a vendere se non a soldati: e questo perchè se avevano a partire da Milano: tanto che el povero Milano non se sentiva se non lamentare.

«Vedendo el signor Anton de Leyva non poter più cavar contribuzione da Milano per esser del tutto desfatto, trovò un modo, che forza era che ognuno pagasse, e fu a questo modo. Fece fare la crida, che ognuno che aveva biada o farina, sotto pena de rebellion, l’andasse a notificare: e così fece ognuno, e poca o assai fu scritta. Da poi fu fatto la crida, che pristinaro alcuno non cocesse a casarenghi nessuni; e così che nessuno avesse a cocere pane nè in casa, nè in altro loco de guisa nessuna, sotto una pena grandissima, e così pure i frati e le moneghe; ma ognuno avesse da stare a pane comprato. E tolevano della farina de quelli li quali l’avevano notificata, e la pagaveno lire diciotto al moggio de formento; e quella de segale lire dodici; e poi li prestini de Milano davano lire quindici de guadagno al signor Antonio per ciaschedun moggio de farina; e fazevano de soldi otto l’uno i pani de formento da soldi due, di quattordici quei di miglio. E non bastava questo ancora; che i lanzinechi e Spagnoli e Italiani andavano per le case de grandi, e dove le pareva a stare meglio, e lì volevano mangiare, e forza era mettergli la tavola, overo dargli denari, e mandarli via: tanto che per Milano ognuno stava serrato in casa, e così ancora le botteghe serrate. Ma non valeva; chè scalavano le case, e andavano de una in l’altra, e in monasteri e case de moniche come de frati, et lì mangiaveno fino ch’erano sazj; e pur pazienzia. E durò queste andare per le case dal principio de settembre sino a San Matteo, ch’è a dì 22 settembre 1528».

[241]. Sulla battaglia alla Castellina presso Siena, 5 agosto 1526, il Machiavelli scrive a Francesco Vettori: — Voi sapete che io mai volentieri mi accordo a credere cosa alcuna soprannaturale; ma questa rotta mi pare stata tanto straordinaria, non voglio dire miracolosa, quanto cosa che sia seguita in guerra dal 1494 in qua; e mi pare simile a certe istorie che ho lette nella Bibbia, quando entrava una paura negli uomini che fuggivano, e non sapevano da chi. Di Siena non uscirono più che quattrocento fanti, che ve ne era il quarto del dominio nostro banditi e confinati, e cinquanta cavalli leggeri, e fecero fuggire insino alla Castellina cinquemila fanti e trecento cavalli; che se pure si mettevano insieme dopo la prima fuga mille fanti e cento cavalli, ripigliavano l’artiglieria in capo di otto ore; ma senza esser seguiti più d’un miglio, ne fuggirono dieci. Io ho udito più volte dire che il timore è il maggior signore che si trovi; e in questo mi pare di averne visto l’esperienza certissima».

[242]. È pittoresca la costui vita, scritta da Paolo Giovio.

[243]. Freundsberg Kriegsthaten.

[244]. Il Muratori nega che Alfonso d’Este consigliasse il Borbone di gettarsi su Roma; ma tutti gli storici lo ammettono, e del suo abboccamento col Borbone al Finale 5 marzo parla anche il Ghiberti nella lettera 7 marzo. Lettere di Principi a Principi.

[245]. Il Sepulveda, De rebus gestis Caroli V, lib. VII. dice: Borbonius, postea quam nec a militibus, ut ab incepto itinere ac proposito desisterent impetrare, nec eos, ut erat stipendio non suppetente precarius imperatore coercere posset, non putavit nec ad suum officium et dignitatem, nec ad Caroli cæsaris rationes interesse ut ipse quoque ab exercitu discederet, ne, si tanta multitude sine imperio ferretur, obvia quæque devastans atque diripiens in omnem injuriam et maleficium intollerantius irrueret, et pontificiæ ditionis populis, contra inducias factas, et Caroli cæsaris voluntatem, longe gravius noceretur.

[246]. Allontanato il Freundsberg, il comando de’ lanzichenecchi fa preso da Corrado di Bemelberg, che li condusse al sacco di Roma, poi all’assedio di Firenze, durante il quale vinse al giuoco al principe d’Orange tutto il denaro che a questo avea spedito Clemente VII pel soldo delle sue truppe.

Il Borbone era figlio di Chiara, sorella di Lodovico Gonzaga marchese di Mantova, padre di Francesco, padre di Ferrante. Quest’ultimo comandava nell’esercito imperiale, benchè l’educazione che aveva ricevuto gli mettesse scrupolo su questa spedizione contro Roma. A Roma, nel palazzo dei Ss. Apostoli abitava Isabella marchesa di Mantova sua madre, ed egli le diede ogni assicurazione, sicchè quel palazzo restò salvo, e molti vi ripararono le sostanze e l’onestà. «Mentre con sete e avidità insaziabile attendevano gli altri a saccheggiare e a far prigioni, don Ferrante con filiale pietà e con fatica e pericolo incredibile attese a por in sicuro, con la marchesana, la pudicizia e l’onore di molte matrone e vergini nobilissime romane... Lontano da far preda e guadagno di cose altrui, in quella tanta e sì gran confusione perdè egli buona parte delle sue proprie più care. Per ristoro delle quali e per usar gratitudine al magnanimo figliuolo del pietoso officio... la magnifica madre gli fece dono di 10,000 ducati». Gosellini, Vita di D. F. Gonzaga.

[247]. Valeriano Pierio, De literatorum infelicitate, lib. I; il quale è pieno di disgrazie avvenute in quell’occasione. I preziosi tappeti disegnati da Rafaello, e allora rubati da Anna Montmorency colonnello francese, furono restituiti poi a Giulio III: rubati di nuovo sotto Buonaparte, e ricuperati da Pio VII.

[248]. Fu in occasione che l’arciduca d’Austria lo aveva mandato a sollecitar Clemente alla pace universale e alla spedizione contro i Turchi. Balbo era grammatico e oratore famoso, e vescovo a Gurk in Corintia.

[249]. Persisto in questa opinione, malgrado le discolpe di Carlo V, recate dal professore De Leva.

[250]. Il Varchi (Storie fiorentine, lib. V) reca i cartelli ricambiatisi fra i due re, che sono una bizzarria da disgradarne i nostri spadaccini da caffè.

[251]. Quando il longobardo re Liutprando espugnò Ravenna, ne tolse una statua equestre di bronzo che chiamavasi Regisole e rappresentava l’imperatore Marc’Aurelio e la trasferì a Pavia. Il primo soldato del Lautrec, che penetrò per forza in questa città, fu un ravegnano di nome Cosimo Magni, e non altrimenti come è detto da altri; e per ricompensa domandò fosse restituita quella statua alla sua patria. Ma quando si cominciò a levarla, i Pavesi, più dolenti di ciò che delle acerbissime sciagure provate, tal rumore levarono, che il Lautrec indusse quel soldato a riceverne invece tant’oro quanto bastasse a farsi una corona murale. Così il Giovio ed altri: ma il Rossi, storico di Ravenna contemporaneo, dice che il Magni, portossi la statua giù pel Po; e giunto a Cremona, il custode della rôcca, istigato da’ Pavesi, lo assalì e gliela ritolse, onde fu rimessa a Pavia. Quivi rimase nella piazza fra il duomo e il vescovado sin al 1796, quando fu abbattuta dai Giacobini.

[252]. Il Morone scriveva a Carlo V, le forze di quell’esercito essere bastanti a vivere, «ma la difficoltà e il pericolo consiste in tanto difetto quanto c’è delle paghe, tante che non è meraviglia se le genti non vogliano e non possino più militare... I Tedeschi, dopo fattile mille promesse, le quali non si son potute poi osservare, finalmente si sono ammutinati, e hanno deliberato di voler esser pagati di presente, o che voglion licenza di potersene andar a casa loro, e non hanno voluto aspettar altro che quattro giorni la risposta, e si vede poco rimedio di poterli pagare o assicurare: perchè il papa va differendo a compire la sua promessa di denari; e non valgon a fargli compiere il capitolato i lamenti de’ Romani e i gridi de’ paesani, i quali patiscono grandissimi e intollerabili danni, e sanno che l’esercito partirebbe da Roma e dal paese se fosse pagato; e nondimeno sua santità non si move, nè si può conoscere se voglia pagare o quando... Quantunque le altre genti non siano ammutinate come i Tedeschi, nondimeno sua maestà può considerare come sarà possibile che servino d’or in avanti senza paga, perchè non potranno più vivere a discrezione».

Anton de Leyva scriveva all’imperatore, in cattivo francese, da Milano il 4 agosto 1527: — Quest’esercito si conduce male; direbbesi piuttosto una masnada d’avventurieri che l’esercito di vostra maestà, facendo quel che vogliono. I capitani non possono farli operare quando vogliono, ma solo quando a lor piace. Se avesser obbedito appena presa Roma, e fossero tornati in Lombardia, tutta Italia apparterrebbe a vostra maestà» (Lanz, Correspondenz, tom. I p. 235). E l’imperatore stesso da Burgos il 21 novembre scriveva al fratello Ferdinando, pur in francese: — Ho notizie della divisione fra le genti del mio esercito che furono alla presa di Roma, e la discordia fra i capitani, di sorta che non tengono nessun per capo, ma ciascuno pretende esserlo: e molto devesi loro pei soldi, così gran somma che troppo s’avrebbe a fare a trovar tanto denaro quanto sarebbe necessario per pagarli. Quest’è l’ostacolo per cui quell’esercito dimorò sì lungamente intorno a Roma senza voler moversi nè andar a soccorrere lo Stato di Milano» Gévay, Urkunden ecc., tom. I, p. 147.

[253]. Lettera 291 di Teodoro Trivulzio a Guido Rangoni del 1529, nei Documenti di storia italiana del Molini.

[254]. Lo stesso; e finiva: — Ma, per amor di Dio, avvertite, quando scrivete cosa che sia in disfavore dei Francesi, di non la scrivere senza cifra, perchè non basta che voi la scriviate per dolor che avete che le cose non vadano felicemente per loro, come vi scrivo ancora io; essendo il costume loro d’aver sempre per male che li sia detto cosa contro l’appetito suo, e di credere che chi la dice la dica per malignità e perchè si desideri che così sia ecc.».

[255]. Archivio storico, lib. VI. p. 240.

[256]. Campi al 1517.

[257]. De vita sub Turca; nel 1529.

[258]. — Andrea domandava all’imperatore sessantamila ducati di soldo, la libertà de Genova, e la tratta per diecimila salme di grano di Sicilia e certe altre condizioni di poco momento. Sua maestà li ha concesso non solamente quello che chiedeva, ma davvantaggio; scrive el signor principe che terminandosi bene la guerra per la maestà sua, provveda il capitano Andrea d’uno stato nel regno di otto o diecimila ducati; oltre a questi, mille seicento al conte Filippino, credo settecento a Cristoforo Pallavicino, uomo di Andrea, ed altrettanti ad esso Erasmo, in modo che tutti stanno contentissimi d’aver preso il servizio suo». Lettere di Principi a Principi, III, 43.

* Sopra Andrea Doria assai si scrisse in questi ultimi tempi, con molti documenti nuovi e molta passione, dal Bernabò Brea, dal Celesia, dal Guerrazzi, da altri. Tutti li prese in esame Massimiliano Spinola (Considerazioni su varj giudizj di alcuni recenti scrittori, Genova 1867) difendendo gli atti e le intenzioni di Andrea.

[259]. Bologna, 12 settembre 1529, negli State’s papers, vol. VII.

[260]. Gaetano Giordani, Della venuta e dimora in Bologna di Clemente VII per la coronazione di Carlo V; Cronaca con documenti ed incisioni ecc. Bologna 1842. — Il duca di Savoja portava un abito che costava trecento mila scudi. Monum. Hist. patriæ, Script. I. 861.

[261]. I battesimi erano medaglie che si offrivano in occasione de’ battesimi: i grossoni cessarono: crazia pare corrotto da hreutzer, ed è moneta corrente anch’oggi.

[262]. In quell’occasione Siena figurò il cavallo di Troja e lo condusse per città, e fu detto volesse con ciò avvertire la Toscana de’ nemici che le entravano in seno.

[263]. Vasari in Jacopo da Pontormo; ma erra nel dire questi trionfi fossero fatti per la coronazione del papa.

[264]. Ingrandita che fu Casa de’ Medici, s’inventarono genealogie per aggiungere lo splendore degli avi a una gente popolana. Ma nessun de’ nostri storici avvertì un fatto che trovasi nella Storia dell’anarchia di Polonia di Rulhière, cioè che la famiglia Mikali o Jatrani, capi de’ Mainotti nel Peloponneso e famosi anche nelle ultime guerre, sia il ceppo de’ Medici di Firenze, il cui nome sarebbe tradotto dal greco.

[265]. Della nobiltà fiorentina già toccammo nel t. VII, p. 33 e t. VIII, p. 235; ma sì poca certezza se n’aveva, che il Nardi scrive: — Questa distinzione di nobiltà e ignobiltà confesso io ingenuamente non aver mai saputo fare, ancora che io sia nato e allevato nella medesima patria. Conciossiacosachè io abbia veduto i figliuoli discordare da’ padri proprj, e i fratelli da’ medesimi fratelli nelle azioni di questa stolta favola del mondo, secondo che ciascuno è stato vinto e traportato dall’empito de’ proprj appetiti, e secondo che più o meno il suo intelletto è stato illuminato dallo splendore della divina grazia». Storia di Firenze, lib. VI.

[266]. Jacopo Pitti, Storia fiorentina, pag. 112. Vedi Archivio storico.

[267]. Nardi, lib. III.

[268]. Cambi, al 1523.

[269]. Ammirato, al 1515.

[270]. Lo stesso, al 1521.

[271]. Le racconta Jacopo Pitti, pag. 123.

[272]. Jacopo Pitti, pag. 136.

[273]. Erasi speso un mezzo milione di ducati d’oro nell’acquistare Urbino al duca Lorenzo; altrettanto nelle guerre di Leon X contro i Francesi; trecentomila ai capitani imperiali prima dell’elezione di Clemente VII.

[274]. — E si può dire certo che messer Baldassarre Carducci, inimico de’ Medici, operasse più nella tornata loro in Firenze che qualunque altro, reputato a essi amicissimo». Vettori, Sommario detta Storia d’Italia dal 1511 al 1527.

Della prudenza, cioè timidità d’alcuni reca buona immagine il Nardi, introducendo due cittadini, amici ma differenti d’opinione in senato, l’un de’ quali dice all’altro: — Compare, non è molta la saviezza nostra nel difendere il presente stato in modo che, succedendo uno stato diverso, ci abbia ad essere turbata la quiete di nostra casa»; ma l’altro gli risponde: — Anzi il modo di stare a casa nostra dopo cambiato governo è appunto il difendere quel d’adesso, che è giustissimo. Il quale se per colpa nostra rovinasse, gli avversarj ci avrebbero giustamente in dispregio come dappochi, e Dio in abbominazione come tepidi; e la patria, che su noi riposa, si terrebbe ingannata come da imprudenti o forse infedeli consiglieri». Varchi.

[275].

E il buon gallo sentier, ch’io trovo amico

Più de’ figli d’altrui, che tu de’ tuoi.

[276]. È di somma importanza il carteggio d’esso Carducci, che sta nell’archivio Capponi. Come meglio conobbe la diplomazia francese, il 3 agosto scriveva: — Questi nostri Francesi sono tanto al di sotto degl’Imperiali, che è loro necessario ricevere quelle condizioni che sono porte loro. Nondimanco, avendo io avuto sempre da questa maestà e da questi signori una quasi certa speranza di dover essere inclusi con condizioni oneste e comportabili, non ho voluto disperare le vostre signorie».

[277]. Una lettera del Busini 31 gennajo 1549, che non è fra le edite a Pisa, dice: — Nicolò Capponi mai non volse che si fortificasse il monte di San Miniato; e Michelagnolo, che è uomo veritierissimo, dice che durò grandissima fatica a persuaderlo agli altri principali, ma Nicolò mai potette persuaderlo: pure cominciò nel modo che sapete con quella stoppa; e Nicolò gli toglieva l’opere, e mandavale in un altro luogo; e quand’ei fu fatto de’ Nove, lo mandarono due o tre volte fuora; e quand’ei tornava, trovava sempre il monte sfornito, ed egli gridava e per la reputazion sua e per il magistrato ch’egli aveva. Si ricominciava, tanto che alla venuta dell’esercito si potette tenere. Cred’io per questo e altri suoi modi che Nicolò fosse persuaso che lo stato si muterebbe, non in tirannide, ma in stato di pochi, come desideravano quasi tutti i ricchi, parte per ambizione, parte per sciocchezza, come Pietro Salviati e il fratello; parte per dependenza, come Ristoro e Pier Vettori: e soggiunge che egli da in quel tempo in là, non volle mai bene a Nicolò, nè egli a lui».

Un’altra lettera del Busini, mutila nella stampa di Pisa, ma riferita intera dal Gaye, narra i motivi della fuga di Michelangelo, della quale è tanto incolpato: — Ho domandato a Michelagnolo quale fu la cagione della sua partita. Dice così, che, essendo de’ Nove, e venuto dentro le genti fiorentine e Malatesta e il signor Mario Orsini ed altri caporali, i Dieci disposero i soldati per le mura e per li bastioni, e a ciascun capitano assegnarono il luogo suo, e detton loro vittovaglie e munizioni, e fra gli altri dettono otto pezzi d’artiglieria a Malatesta che le guardasse e difendesse una parte de’ bastioni del Monte, il quale la pose non dentro, ma sotto i bastioni, senza guardia alcuna; ed il contrario fece Mario. Onde Michelangelo, che come magistrato e architetto rivedeva quel luogo del Monte, domandò al signor Mario onde nasceva che Malatesta teneva così trascuratamente l’artiglieria sua? A che disse Mario: — Sappi che costui è d’una casa che tutti sono stati traditori, ed egli ancora tradirà questa città. Onde gli venne tanta paura che bisognò partirsi, mosso dalla paura che la città non capitasse male, ed egli conseguentemente. Così risoluto trovò Rinaldo Corsini, al quale disse il suo pensiero, e Rinaldo come leggieri disse: — Io voglio venire con esso voi; ecc.».

[278]. Nardi. La Provvisione di quella milizia fu messa a stampa, col motto virgiliano:

Æneadæ in ferro pro libertate ruebant.

[279]. «La somma e i capi principali furono, che don Ercole, primognito di don Alfonso duca di Ferrara... fosse, ancorchè giovanetto, capitan generale di tutte le genti d’arme della repubblica fiorentina tanto di piè quanto da cavallo, d’ogni e qualunque ragione, per un anno... con tutte quelle autorità, onori e comodi che sogliono avere i capitani generali della repubblica fiorentina; e la condotta fosse dugento uomini d’arme in bianco, con fiorini cento di grossi, con ritenzione di sette per cento per ciascun uomo d’arme ogn’anno, da doversi pagare a quartieri, e sempre un quartiere innanzi, e con provvisione e piatto all’illustrissima persona di sua eccellenza, di fiorini novemila di carlini netti, cioè senza alcuna ritenzione, da pagarsi nel medesimo modo; fosse però obbligato di convertire almeno la metà dei dugento uomini d’arme, e quelli più che a lui piacesse, purchè fra lo spazio di venti giorni lo dichiarasse, in tanti cavalli leggieri, a ragione di due cavalli leggieri per ciascun uomo d’arme. Ancora, che ogni anno gli si dovessero pagare quattromila ottocendiciannove fiorini e soldi otto marchesani d’oro in oro del sole, e questo per le condizioni de’ tempi cattivi e grandissima carestia in tutte le cose e grasce, ch’era per tutta Italia. Ancora, che ciascun uomo d’arme fosse obbligato di tenere nel tempo della guerra tre cavalli, un capo di lancia, un petto e un ronzino, e a tempo di pace solamente i due principali senza il ronzino. Ancora, che in tempo di guerra, e ciascuna volta che la città soldasse almeno duemila fanti, gli dovesse dare, cavalcando egli, una compagnia di mille pedoni da farsi per lui, nè fosse tenuto di rassegnarne più d’ottocento; e facendosi minor numero di duemila dovesse anch’egli farne la parte sua a proporzione nel soprascritto modo e patto. Ancora, che gli si dovessino pagare ogni mese a tempo di guerra cento fiorini d’oro di sole, e a tempo di pace cinquanta, per poter trattenere quattro capi di fanteria a sua elezione. Ancora, che tutti i denari per fare i detti pagamenti si dovessero mandare in mano propria di lui. Ancora, che dovunque in cavalcando gli fossero assegnate le stanze, gli fossero parimenti assegnate legne e strame, e di più nel tornarsene le coperte senza alcun costo. Ancora volle, e così fecero, che li signori Dieci s’obbligassero in nome della magnifica ed eccelsa Signoria di Firenze, che durante la sua condotta non condurrebbono, nè darebbono titolo o grado alcuno a persona, il quale fosse, non che superiore, eguale al suo. E d’altro lato la sua eccellenza s’obbligò a dover servire colla sua persona propria e con tutte le genti, così in difesa come in offesa di qualunque Stato o principe, ogni e qualunque volta o dalla Signoria o da’ Dieci o dal loro commissario generale ricercato ne fosse, con questo inteso che i signori fiorentini fussono obbligati a consegnarle il bastone e la bandiera del capitano generale, colle patenti e lettere di tal dignità». Varchi, Storie fiorentine.

[280]. Il Varchi, lib. IX, riporta un còmputo di Benedetto Dei, che, al fine del 400, si trovassero a venti miglia in giro a Firenze trentaseimila possessioni di cittadini con ottocento palazzi murali di pietra picchiata, che l’un per l’altro erano costati meglio di tremila cinquecento fiorini d’oro. E Marco Foscari, ambasciador veneto, nella sua Relazione del 1527: — Non credo che sia in Italia, anzi in tutta Europa una regione più amena nè più deliziosa di quella ove è posta Firenze; perchè ella è posta in un piano tutto circondato di colli e da monti fertili, coltivati, amenissimi e carichi di palazzi bellissimi e suntuosissimi, fabbricati con eccessiva spesa con tutte le delizie che sia possibile immaginare, con giardini, boschetti, fontane, peschiere, bagni, e con prospettive che pajono pitture, perchè dalli detti colli e palazzi si scoprono gli altri colli d’intorno e poggetti e vallette, tutte cariche di palazzi e di fabbriche, che par proprio un’altra città più bella di Firenze stessa ecc.».

[281]. L’anzidetto ambasciator veneto Foscari diceva che Firenze è debole per la debilità degli uomini. La quale debilità viene «prima per natura, poi per accidente. Per natura, perchè quell’aere e quel cielo producono naturalmente uomini timidi; per accidente, perchè tutti si esercitano nella mercatanzia e nelle arti manuali e meccaniche, lavorando e operando colle proprie mani ne’ più vili esercizj: e li primi che governano lo Stato vanno alle lor botteghe di seta, e gittati i lembi del mantello sopra le spalle, pongonsi alla caviglia e lavorano pubblicamente che ognun li vede; ed i figliuoli loro stanno in bottega con li grembiali innanzi, e portano il sacco e le sporte alle maestre con la seta, e fanno gli altri esercizj di bottega ecc.». Relazioni degli ambasciadori veneti, serie 2ª, vol. I. pag. 21.

Di questi spregi verso la gente mercadante avemmo altre volte a far ragione; e sin d’allora il Varchi li confutava, e, — Io mi sono meco più volte maravigliato come esser possa che quegli uomini, i quali sono usati per piccolissimo prezzo infino dalla prima fanciullezza loro a portare le balle della lana in guisa di facchini, e le sporte della seta ad uso de’ zanajuoli, o star poco meno che schiavi tutto il giorno e gran pezza della notte alla caviglia e al fuso, si ritrovi poi in molti di loro, dove e quando bisogna, tanta grandezza d’animo e così nobili ed alti pensieri ecc.».

[282]. — Tanto sono diversi gli affetti e le passioni degli animi degli uomini in diversi tempi, secondo la varietà e la forza degli accidenti: conciossiachè già nella mia adolescenza io avessi veduto i padri e le madri levare e torre dalle camere de’ loro figliuoli ogni generazione di arme quanto meglio potevano e sapevano, acciò, che quegli fossero meglio disciplinati e manco discoli che fosse possibile; e poscia io medesimo abbia veduto più d’un padre, ancora di verde età, descritto nella milizia, andare alla mostra o vero rassegna, o anche nelle fazioni fuori delle porte, accompagnato in mezzo di duoi suoi figlioletti con gli archibusi, che non passavano l’età di quindici o sedici anni; e similmente ho veduto le sorelle armare in persona i fratelli loro, e le madri e i padri mandare i loro figliuoli lietamente alle fazioni della guerra, raccomandandoli alla bontà di Dio con la loro benedizione». Nardi.

[283]. Anche il residente Carlo Cappello, a’ 15 ottobre 1529, scriveva alla Signoria veneta: — La città tutta è di ottimo animo, ed ognora si rende più intrepida e desiderosa di mostrare il valor suo: nè più si può dire con verità che li poderi di questi signori sieno ostaggi dei loro nemici, perchè sono tanti gli incendj di bellissimi e ricchissimi edifizj, fatti sì dalle genti nemiche come dalli padroni proprj, che non è facile giudicare qual sia maggiore, o la immanità e barbarie di quelli, ovvero la generosa costanza di questi; e sebbene così grande rovina non può fare che non doglia, pure è di molto maggior contento vedere la grandezza degli animi e la prontezza d’ognuno in sostenere ogni danno, ogni pericolo, per conservazione della libertà». Relazioni ecc.; serie 2ª, vol. I. pag. 234. — Sebbene sia questa la prima fiata che questa città abbia sentito l’artiglieria alle mura, non v’è però alcuno che non sia di costante e forte animo, e prontissimo alla difensione di quella, la quale, per somma diligenza usata da ognuno e per la comodità di balle mille ottocento di lana, le quali sono state poste nelle fortificazioni di essa, è ridotta ormai di sorte, che il nemico deve piuttosto di lei temere, che sperare vittoria». Ivi, pag. 238.

[284]. Questo fatto nuovo raccogliamo da relazioni dell’ambasciatore Cornaro, che scriveva alla Signoria veneta: — Non voglio restar di dire che questi signori sempre mi domandano delle cose del signor Turco, dimostrando di avere in quello grandissima speranza; e jeri hanno avuto lettere da Ragusa, che quella potenza preparava grande armata di mare e di terra, e già aveva inviato alla Vallona galere cento e cento palandre, la qual nuova è stata di sommo contento a tutta questa città, di modo che si può quasi esser certi che questi signori abbiano fatto intendere al Turco il bisogno loro; e di ciò mi è stato eziandio fatto motto da buon loco». Relazioni ecc.; serie 2ª, volume I, pag. 279.

[285]. Nardi. Il quale, al lib. ix, ci dà alcuni prezzi: vino al barile ducati 8, 9, 10; aceto ducati 5 o 6; olio un ducato e più al fiasco; carne di vitello 5 carlini la libbra; 2 la bovina; 4 quella di castrato; 1 quella di cavallo o d’asino; 5 carlini la libbra il cacio; ducati 6 e fin 8 il pajo di capponi; 3 di pollastri; uno di piccioni; soldi 18 la coppia d’ova.

[286]. In espiazione, il giorno dell’Ascensione movono da San Marcello e da Gavinana due processioni verso la fonte dei Gorghi; quando s’incontrano rinforzano i canti, e accostano i crocifissi, il che dicesi il bacio de’ Cristi.

Fabrizio Maramaldo, alquanti anni dopo, s’una festa alla corte di Urbino invitò a ballare la figliuola di Silvestro Aldobrandino, ed essa gli rispose: — Nè io nè altra donna italiana che non sia del tutto svergognata, farà mai cortesia all’assassino di Ferruccio».

Di rimpatto, la marchesa di Pescara ha una lettera al principe d’Orange, ove loda infinitamente Fabrizio Maramaldo, e lagnasi che, per accuse dategli, abbiagli esso diminuita la sua grazia, e confida che «la candida fede d’un tal cavaliere, affinata per mano» del marchese di Pescara e del marchese del Vasto, sarà restituita all’onorato grado ed autorità che i suoi servigi ricercano.

Lettere di XIII uomini illustri, 1564. p. 570.

[287]. Nel Discorso sopra il governo di Firenze, che è nelle Lettere di Principi a Principi, III. 124, tra il resto dice: — Le difficoltà principali mi pajono due: la prima che questo Stato ha alienissimi da sè gli animi della più parte della città, i quali in universale non si possono guadagnare con qualunque maniera di dolcezza o di benefizj; la seconda che il dominio nostro è qualificato in modo, che non si può conservare senza grosse entrate: ed il nervo di queste consiste nella città propria, che è tanto indebolita, che, se non si cerca di augumentare quella industria che vi è restata, ci caderà un dì ogni cosa di mano; però è necessario aver rispetto assai a questo, il che ha impedito il poter usare molti rimedj gagliardi, che erano appropriati alla prima difficoltà; e se questa ragione non ostasse, era da fare quasi di nuovo ogni cosa, non essendo nè utile nè ragionevole aver pietà di coloro che hanno fatto tanti mali, e che si sa che, come potessino, farebbon peggio che mai: ma quanto la città ha più d’entrate, tanto è più potente chi n’è capo, purchè sia padrone di quella; e il diminuire ogni dì l’entrate con esenzioni a sudditi, è mal considerato...

«Parmi bisogni navigare tra queste difficoltà, ricordandosi sempre che è necessario mantenere la città viva per potersene servire, e quello che per questo rispetto si designasse riservare ad altro tempo, fosse dilazione e non oblivione, cioè non mancar mai di camminare destramente a quel fine che l’uomo si fosse una volta proposto, ed intrattanto non perdere occasione alcuna di stabilir bene gli amici, cioè di fargli partigiani; perchè come gli uomini son ridotti qui, bisogna vadino da se medesimi, e proponghino e riscaldino tutto quello che tende a sicurtà dello Stato, non aspettando di esser invitati, come forse si fa ora. È vero che gli amici son pochi, ma sono in luogo che, se non sono totalmente pazzi, conoscono non poter stare a Firenze non vi stando la casa de’ Medici; perchè non interviene a noi come a quelli del 34 che avevano inimici particolari, ed in tempo di dodici o quindici anni restarono liberi dalla maggior parte di loro. Abbiamo per inimico un popolo intero, e più la gioventù che vecchi, sì che ci è a temere per cento anni; in modo che siamo sforzati desiderare ogni deliberazione che assicuri lo Stato, e sia di che sorta voglia...

«I modi di fare una massa sicura e ferma d’amici nuovi e vecchi non sono facili, perchè io non biasimo soscrizioni e simili intendimenti, ma non bastano: bisogna siano gli onori ed utili dati in modo, che chi ne partecipa diventi sì odioso all’universale, che sia forzato a credere non potere essere salvo nello stato del popolo: il che non consiste tanto in allargare o stringere il governo un poco più o manco, in stare su modelli vecchi o trovarne de’ nuovi, quanto in acconciarla in modo che ne seguiti questo effetto, a che fa difficoltà assai la povertà e le male condizioni nostre...

«Il ridursi totalmente a forma di principato non veggo dia, per ora, maggior potenza nè più sicurtà; ed è una di quelle cose che, quando si avesse a fare, crederei fosse quasi fatta per se stessa, e comproporzionare con la proporzione che si conviene le membra al capo, cioè fare de’ feudatarj pel dominio; perchè il tirare ogni cosa a sè solo farebbe pochi amici, e come questo si possa fare al presente senza disordinare le entrate e senza scacciare l’industria della città, io non lo veggo. In questa scarsità di partiti mi occorreva che, spento il modello de’ consigli e di quelle chiacchere vecchie, si eleggesse per ora una balìa di dugento cittadini, non vi mettendo dentro se non persone confidenti...».

[288]. Varchi, Storie, lib. III. in fine.

[289]. Gli statuti del 27 aprile 1532, che trasformano la repubblica in principato, sono recati per disteso dallo Zobi, Storia di Firenze, vol. V, append. X.

[290]. Il Nardi, fuoruscito anch’esso, ci ragguaglia di tutti i movimenti de’ fuorusciti nella parte della sua storia che rimase inedita fin testè.

[291]. La fortezza di San Giovan Battista, or detta di Basso. La prima pietra ne fu posta dal duca e dal vescovo d’Assisi il 15 luglio 1534 a ore 13, minuti 25, ora di felice augurio computato dall’astrologo frà Giuliano Buonamici di Prato.

[292]. All’entrata di Margherita moglie del duca Alessandro, «da Livorno a Pisa perfino a Poggio e a Fiorenza, i castelli, le ville, i popoli e le genti erano calcate per le strade a guisa dei pastori che, tornando dalle maremme, solcando con le loro capre ed altri armenti le strade, adornano i greppi, i piani e’ poggi; e, perdio, non era sì piccol forno in su la strada, che apparecchiato non avesse le tavole in su le strade, con moltissime robe sopra, che avriano sfamata la fame e la sete a Tantalo; e aveano fatto a ogni casa o porta fonte di due bocche, gettando vino una e acqua l’altra». Così il Vasari scrive all’Aretino; e dappertutto, oltre le solite comparse, sono notevoli questi allettamenti alla gola plebea. «Alla porta del Prato a Firenze era una botte di barili sei che gettava vino con un grasso nudo sopra..... Stavano innanzi a sua eccellenza due dromedarj, quali sua maestà cesarea donò al duca, e dopo essi era Baldo mazziere, con due gran bisaccie a traverso al cavallo, gettando denari... Erano calcate le vie di donne e uomini, che mai dacchè Fiorenza è Fiorenza si vide tanto popolo, con un’allegrezza miracolosa...» Dallo stesso sono eziandio descritte le feste splendidissime per l’entrata di Carlo V.

[293]. Segni, lib. VI. Allora furono introdotti o ripristinati i baccanali detti Potenze, ove diverse brigate si univano sotto un capo con titolo e veste di gransignore, marchese, duca, principe, re, papa; e ciascuna con bandiera e insegna proprie, da maggio a tutta estate festeggiavano in comparse e gara di lusso e di brio, e battaglie di sassate. Nella facciata di Santa Lucia sul Prato leggesi ancora: Imperator ego præliando lapidibus vici anno MDXXXIV.

[294]. Lo stesso, lib. IX.

[295]. I fuorusciti si teneano molto raccomandati ai frati; e al confessore di sua maestà lasciarono un’esposizione del salmo Verba mea auribus percipe, Domine, in forma d’orazione ad esso imperatore.

[296]. Il Segni, che pur è benevolo a Cosmo, narra nel lib. xii d’aver molto bene conosciuto Beba da Volterra, uno degli assassinatori di Lorenzino, «il quale vantandosi di quel fatto, lo raccontava pur come un’azione gloriosa... Ed essi dal duca Cosmo non avendo voluto accettare la taglia, furono provvisionati con trecento scudi l’anno per ciascuno, e con titolo di capitani; onde di poi lietamente potessero vivere in Volterra, e trionfare del prezzo del sangue».

[297]. Relazione dell’ambasciador veneto Fedeli. Questo racconta che, mentre in consiglio si dibatteva sul partito da scegliersi, un soldato che stava di guardia tirò a un colombo sulla torre del palazzo, e il popolo applaudì a quella botta con tal rombazzo, che i quarantotto adunati credettero la città sollevata, e fretta e furia risolsero per Cosmo.

[298]. — L’altro giorno venne a bottega mia quello de’ Bettini, e... mi disse come Cosimo de’ Medici era fatto duca, ma ch’egli era fatto con certe condizioni, le quali l’avrebbon tenuto che egli non avesse potuto isvolazzare a suo modo. Allora toccò a me ridermi di loro, e dissi: Codesti uomini di Firenze hanno messo un giovane sopra un maraviglioso cavallo; poi gli hanno messo gli sproni e datogli la briglia in mano in sua libertà, e messolo sopra un bellissimo campo, dove sono fiori e frutti e moltissime delizie; poi gli hanno detto ch’ei non passi certi contrassegnati termini. Or ditemi voi chi è quello che tener lo possa quand’egli passar li voglia? Le leggi non si possono dare a chi è padrone di esse». Benvenuto Cellini, Vita. — A questo punto finisce la storia del Varchi.

[299]. Appare evidente dai documenti soggiunti da Giovan Battista Niccolini alla tragedia su Filippo Strozzi, e specialmente dalla lettera di Francesco Vettori, 15 gennajo 1537. Al 6 luglio 1536 re Francesco I scriveva e mandava per uomo espresso a Filippo Strozzi, esibendosi a tutto: — Io credo che voi sapete assai il desiderio ed affezione che vi porto, non solamente a voi e a tutti quelli di vostra casa ed alleati, ma eziandio a tutte le cose pubbliche di Fiorenza. Di presente essendo le cose ridotte al punto che si trovano, io ho voluto spedire Emilio Ferretti acciò di sapere da voi e dagli amici vostri se ci sarà loco e modo dove possa io fare qualche cosa tanto per voi quanto per loro e la repubblica di Fiorenza; pregandovi avvertirmene amplissimamente per mezzo suo, e di quello vi parrà si potrà e dovrà fare a quel punto. E potete esser sicuro che facendomelo sapere, mi c’impegnerò di tal modo, che voi conoscerete chiaramente quanto desidero fare per voi, per vostri amici, e in conseguenza per la libertà di Fiorenza».

[300]. Il Cambi scrive: — Addì 19 di maggio 1524 si azzuffarono i Pistoiesi, come sono usitati; per modo che i Panciatichi cacciarono fuori i Cancellieri della città; e fuvvi morto da dieci cittadini ecc.».

[301]. Filippo n’avea offerti al Vitelli cinquantamila scudi: esso ne voleva sessantamila, tutti in denari contanti. Dietro al Filippo Strozzi del Niccolini si stamparono le trattative pel riscatto di Filippo. Il sunto delle ragioni sta in queste parole di lui, ove al cardinale Salviati raccomanda di far presente a sua maestà e al Medici che «la morte mia dispera sette figli, i quali restano con non poche facoltà; offende tutta la famiglia degli Strozzi, che è la più numerosa di questa città, e tutti li parenti che sono di qualità; disordina e scompiglia una città che ha necessità di essere riordinata; e finalmente che il trarre più sangue a questo infermo che ha bisogno di ristoro infinito, saria estremo errore e passione e non ragione».

Quelle lautissime esibizioni spiacevane a Pietro Strozzi, ch’era fuggito e che poi divenne maresciallo; e ai fratelli scriveva: — Ci troveremo senza il padre, poveri, ruinati della riputazione. Nostro padre non pensa più nè a roba nè a figliuoli, ed offre le più esorbitanti e vituperose cose che mai s’udissino; scrive che vuole piuttosto viver povero che morire ricco; certo voce degna d’un uomo che abbia sette figliuoli!... e dice tante altre coglionerie, che credo certo vi morreste dal dolore vedendole». 21 febbrajo. Filippo se ne scagionava, e secondo suo stile diceva averle offerte solo perchè Cosmo non avrebbe mai voluto dare sì grossa taglia, e perciò non l’otterrebbe dal Vitelli; ma del resto «non pensai mai pagare tale taglia, sapendo non potere se non con vendere quanto ho al mondo, e restare poi mendico, vituperato e non libero; il che non farei mai, eleggendo prima morire». 8 marzo. Di Pietro diceva Filippo nel testamento: — Piero mio si è portato dopo la mia cattura tanto empiamente, che si può con verità dire ch’io perisco per sua colpa».

[302]. — Più certa fama in fra pochi fa che il Filippo fosse stato scannato per ordine del castellano o del marchese Del Vasto, che gli avevano promesso di non darlo in mano del duca; i quali, intesa la risoluzione dell’imperatore che voleva compiacere il duca Cosimo, l’avevano fatto scannare, e fatto ire fuora voce che da se stesso si fosse ammazzato». Segni, lib. IX.

[303]. Niccolini, nella vita dello Strozzi che precede la tragedia mentovata. Si aggiunse d’una carta trovatagli, intitolata Deo liberatori, e con una proclamazione, che fu esercizio, giacchè ciascuno la reca diversa. È notevole la sua preghiera a Dio, acciocchè all’anima sua «se altro bene dare non vuole, le dia almeno quel luogo dove Catone Uticese ed altri simili virtuosi uomini che hanno fatto tal fine».

[304]. Del Migliore, nella Firenze illustrata, annovera le famiglie magnatizie che allora migrarono.

[305]. Da un figlio naturale di Francesco I Sforza derivarono i conti di Borgonuovo, finiti nel 1680. Da uno di Lodovico Moro i marchesi di Caravaggio, finiti nel 1697. Francesco avea avuti due fratelli: Alessandro ebbe nel 1445 la signoria di Pesaro, che poi Galeazzo, ultimo suo discendente, rinunziò al papa nel 1512; Bosio, la signoria di Castell’Arquato, e sposando nel 1439 Cecilia, erede del conte Guido degli Aldobrandeschi, per lei ereditò la ricchissima contea di Santa Fiora in Toscana, da Mario Sforza venduta poi nel 1633 al granduca. Suo nipote Federico sposò nel 1673 Livia Cesarini, donde i duchi romani Sforza-Cesarini.

[306]. Paolo Giovio, lib. XL. — Anche Gregorio Leti taccia Carlo V d’essere fuggito dinanzi a Solimano, conducendosi in Italia per la via più breve. La cosa è pure attestata da un bel documento inserito nei Diarj manoscritti di Marin Sanuto, che giova riferire come prova dell’insubordinazione delle truppe d’allora: — Non volevano (le soldatesche italiane) andare in Ungaria a morir di fame. E cussì il signor marchese del Vasto volendo risolvere e aver l’opinion di queste fanterie italiane, avendoli tutti ceduti alli soi colonnelli, e passando lui per mezzo loro colonnelli, dimandò qual voleva restar in Ungaria e quali retonar in Italia; dove per uno fante discalzo e ragazzone fu scomenzato a risponder, Italia Italia, andar andar; e cussì in un atimo, come sol succedere nelle guerre e campi; e il desiderio di repatriar, e li mali pagamenti, la carestia del viver, la dubitazione de morir in Ungaria e non poder più venire in Italia, la mala natura dei oltramontani dall’Italiani contraria, fu precipuo e principal fondamento che tutti Italiani con grandissimo strepito comenzorono a cridar Italia Italia, andar andar; e cussi in ordine se posero in cammino a dispetto dello imperatore e marchese del Vasto e delli soi capi, ali quali più volte li archibusi le fece angustia e paura, che tre delli soi colonnelli amazarono, e costituetono tre altri e novi capi, sotto il governo delli quali vennero avanti lo imperatore, caminando in un giorno leghe sei che son miglia sessanta; e cussì sino alla Chiusa sono venuti in ordinanza; e perchè non trovavano vittuaglie e volevano intertenerli, brusavano, amazavano, sachizavano, strapazavano li preti, e vergognavano le donne. Ma sopratutto ad un locho, se adimanda la Trevisana, per esser stato amazato alcuni capitani e gentilomini che venivano avanti, hanno brusato e fato quel più male hanno potuto, talchè dubito se ha rinovato l’odio ed inimicizie antiche dei oltramontani con Italiani. A Vilach a stafeta, per dirupi e vie insolite, arrivò innanzi al capitano Ponte, ministro del campo cesareo, mandato in diligenza da Cesare per intertenerli lì a quel passo, o con bone parole overo per forza; dove non potè far cosa alcuna nè con promission di darli denari, e manco per forza, che scomenzorono a brusar il burgo, dove avevano el passo, e per tre giorni continui fino alo arrivar alla Chiusa hanno vissuto di radici; e arrivati suso al Stato nostro, vedendo le buone preparazion di vittuaglie ed essere intesi, scomenzorono a cridar Marco Marco, Italia Italia, dicendo che, se si credessero ciascun di loro acquistar un imperio, non torneria in quella parte, che li mancava e denari e vittuaglie, e quando domandavan pane, overo vino, tutti respondevano Nicht Furt ecc.».

[307]. Al fine del 1300 i villani del Vallese, della Tarantasia, del Vercellese e più del Canavese si sollevarono contro i nobili; le valli di Brozzo e di Pont formarono un’estesa cospirazione, e fecero strazio de’ beni, de’ castelli, dell’onore, dei castellani e delle mogli e figlie loro, e quasi un secolo durò il movimento.

[308]. Una cronaca contemporanea di Rivoli racconta che molti si chiusero nel campanile; ma i Francesi poser fuoco ad una catasta di legna là vicina; onde i rinchiusi sarebbervi soffocati : se non si fossero calati per le corde delle campane. Ma queste non giungendo fin a terra, doveano saltare, fiaccandosi la persona. Una madre si calò a questo modo portando un figliolino pel braccio, l’altro tenendo per le fasce coi denti.

[309]. Matteo Dandolo, andando per la Signoria veneta ambasciadore in Francia, visitava il duca di Savoja in Vercelli, quasi unica città rimastagli. «Io non so se veramente egli si possa chiamare non che duca, signor di Vercelli, essendo anche questa città, ov’egli abita, in guardia de’ Spagnuoli, e così stretta, che li miei servitori che conducevano le mie cavalcature non vi furono lasciati entrare, ma furon fatti alloggiare di fuori, siccome par che facciano di quasi tutti forestieri». Relaz. degli ambasciatori veneti, serie 1ª, vol. II. p. 62.

Esso Carlo diceva al Muzio: — Ho due granmastri di casa, l’imperatore e il re, che governano il mio, ma senza rendermene ragione». Avvertimenti morali.

[310]. Cibrario, Origine delle istituzioni di Savoja, pag. 136.

[311]. Vedi Négociations de la France dans le Levant, 1854, raccolti da Charrière. Solimano aveva concertato di assalire Otranto; ma venutone in vista e non trovatovi la flotta francese, diè volta.

Il signor Michelet, nel libro intitolato Réforme, misto di profondo e di buffo, dogmatico a forza di dubbio, e con uno stile tutto a sorprese, imputa della negligenza quei che in corte favorivano il papa contro il Turco e l’eresia; domanda se sarebbe stato un male che i Turchi occupassero il regno di Napoli, e risponde di no, perchè, come nella Cina, i conquistatori sarebbero stati inciviliti dai vinti, e il Turco sarebbesi ridotto europeo. Quasi ciò fosse avvenuto in Grecia e in quattrocento anni d’occupazione! Ma il professore parigino è accecato dal desiderio di veder abbattuto il cattolicismo.

Per un altro principio, la legalità, il nostro Giannone giustifica le continue correrie e le conquiste de’ Turchi in Italia, perchè, avendo essi conquiso Costantinopoli, divenivano legittimi eredi dell’impero orientale, e quindi de’ diritti di questo sull’Italia meridionale!!

[312]. In quell’isola la chiesa di San Giovanni vuolsi disegno del fiorentino Arnolfo, continuata poi da tutti i granmaestri dell’Ordine. Per noi trovammo memorevole il sepolcro di Fabrizio Del Carretto, urbis instaurator et ad publicam utilitatem per septennium rector, morto il 1521.

[313]. Sarebbesi voluto levare il decimo de’ frutti per cinque anni, invece de’ quali il papa offriva un milione di ducati d’oro. Adunque esso decimo doveva essere per lo meno di ducento mila ducati, cioè la rendita annua de’ beni del clero superava i due milioni di ducati. Ingente possesso!

[314]. Questo, già generale de’ Veneziani, aveva un castello presso Agen, in Francia, e a lui e sua moglie Costanza Rangoni largheggia encomj Matteo Bandello, il quale avendo avuto la sua casa in Milano bruciata dagli Spagnuoli, erasi rifuggito presso di loro. Morto Cesare, re Enrico diede al Bandello il vescovado di Agen, riservando metà dei frutti per Ettore Fregoso, figlio dell’estinto.

[315]. Il duca di Savoja fece battere medaglie col titolo Nicea a Turcis et Gallis obsessa.

[316]. Marano era stata occupata da Massimiliano nella guerra della lega di Cambrai, e non la volle restituire nella pace. Pietro Strozzi nel 1542 la sorprese con una sua masnada; e intimatogli di lasciarla, rispose la darebbe piuttosto al Turco che all’Austria. I Veneziani risolsero allora comprarla da lui per trentacinquemila ducati; ma ecco l’imperatore querelarsene, e pretendere settantacinquemila ducati per indennità. Il senato rassegnavasi a questo sacrifizio, ma voleva s’acconciassero contemporaneamente altre divergenze di confini nell’Istria e nei Friuli; onde vennero lunghissime dispute.

[317]. La famiglia Birago milanese era durata fedele ai Francesi; e ripristinati gli Sforza, ricoverò in Francia. Renato vi ebbe grandi favori da Francesco I, che lo fece consigliere del parlamento di Parigi, poi presidente di quel di Torino, governatore del Lionese, e lo deputò al concilio di Trento. Carlo IX lo nominò guardasigilli, e si asserisce sia stato principal consigliatore della strage del San Bartolomeo. I Francesi estesero anche a lui l’odio che portavano a Caterina, e lo davano per famoso avvelenatore. Il capitano La Vergerie avendo detto che gl’Italiani erano la ruina della Francia e bisognava sterminarli, esso lo fece appiccare e squartare. Pure lo storico De Thou lo dà per generoso, prudente, tutto candore; e Papiro Masson ne stese un ampio elogio. Si oppose a Enrico III quando questi volle cedere al duca di Savoja le città di Pinerolo e Savigliano. Rimasto vedovo, fu ornato cardinale nel 1558, nella qual occasione diede una festa dove intervennero il re e la regina; un’altra scialosa ne diede pel battesimo del figlio d’un suo nipote, dov’erano due lunghe tavole, coperte di mille ducento piatti di majolica con confetti e droghe, disposte a piramidi, a castelli e in altre figure; e tutto il vasellame fu mandato a pezzi. Come Enrico III, apparteneva alla confraternita de’ Disciplini, e con quello e coi principi e grandi girava per le strade di Parigi, vestito di sacco e col volto coperto. Suo nipote Flaminio Birago scrisse poesie francesi. Altri di quel cognome ebber cariche e onori in Francia.

Governatore del Piemonte per re Francesco fu il signore di Bellay-Longeay, che scrisse le Ogdoadi, a imitazione delle Deche di Tito Livio.

[318]. Uberto Foglietta, in un’orazione a propria difesa, rivela le discordie e l’arroganza degli aristocratici: Sed quid ego ut sanguinem misceant loquor, cum nobiles ab ipsa popularium consuetudine abhorreant, se seque ab eorum aditu, congressu, sermone sejungant, illosque devitent, perinde quasi illorum contactu se polluere ac contagione contaminare formident? Quare, separata loca et compita habent, in quæ utriusque corporis juventus conveniat, cum alteri alterius corporis homines excludant. Quin etiam, cum forum unum esse, in quod omnes cives convenient; necesse sit, ratione quadam assequuti sunt, ut forum ipsum dividant, ac duo fora prope faciant: duæ enim sunt porticus, in quas alteri ab alterius corporis hominibus separati conveniunt. Eadem quoque distinctio in juventutis sodalitatibus servatur, quarum multas nobiles instituerunt; in quas neminem unquam ex popularibus acceperunt, cum nonnulli, privatis necessitudinibus illis conjuncti, se admitti postulassent, sed ad repulsæ injuriam, verborum quoque contumelias addiderunt, cum se degenerum sodalitate commaculaturos negarent. Jam vero, cum ad animos hominum accendendos major sit contemptus, quam injuriarum irritatio, dii immortales quam despecti ab istis nostris nobilibus sumus, quam illi a nobis abhorrent, quam nos auribus et animis respuunt, quam contemptim de nobis loquuntur, in quanta convicia, linguæ intemperantia provehuntur, cum nos degeneres et rusticanos, non modo Genuæ, sed in aliis civitatibus appellant, per inde quasi deorum genus, atque e cœlo delapsi ipsi sint; exterosque, simulatque de aliquo ex nobis incidit sermo, etiamsi alias res longe agatur, sedulo admoneant, hominem illum degenerem et ex infima plebe esse, nobilitateque sibi haudquaquam, comparandum: neque sentiunt, se risui plerumque exteris esse, quos non pudeat fœnus ac sordidiores quæstus exercentes, nobilitatis nomine, quam comprimere deberent, se commendare, haud ullam animæ nobilitatis mentionem facere. Anecdota Uberti Folieta. Genova 1838.

[319]. Secondo gli annali del vescovo Agostino Giustiniani, al principio del Cinquecento contenevano, la Liguria occidentale fuochi 31,457, o teste 125,828, calcolando solo quattro teste per fuoco; Genova e borghi 104,216; la Liguria orientale 22,088 famiglie, o teste 88,352; i paesi oltre Gioghi, 15,173.

Ansaldo Grimaldi di Genova fece rifabbricare a proprie spese la chiesa di Santa Maria della Consolazione; e in una sola volta donò alle opere pie della città 75 mila scudi d’oro. Perciò ottenne franchigie perpetue e due statue nel 1536, una delle quali vedesi ancora nel palazzo di San Giorgio.

[320]. Lucca nel 1504 avea stabilito munirsi di mura, e fino al 1544 si fecero quelle verso levante e mezzodì; poi dall’estendersi delle nuove armi fatti accorti che i bastioni circolari e le mura con poca scarpa mal resisterebbero, affidossene la cura ad altri ingegneri, segnatamente a Vincenzo Civitali; e l’opera con undici bastioni fu compita solo nel 1645, colla spesa di 956,000 scudi; oltre il valore di 120 cannoni che la munivano; nella tagliata, fin a 750 braccia di distanza non era permesso piantare. La fortificazione fu adattata a bel passeggio, della lunghezza di 5000 metri, tutto pianeggiante.

Con un fosso navigabile si pose in comunicazione Lucca coll’Ozzeri e il lago di Sesto, donde per l’emissario della Seresta sboccavasi in Arno, e così poteasi navigare a Firenze, a Pisa e al mare.

[321]. Il Burlamacchi «interrogato, rispose, che il desiderio suo di mettere in libertà la Toscana, e farne poi una unione, li era nato dall’aver letto più libri d’istorie, e massime le Vite di Plutarco; fra le quali aveva considerato la vita di quattro gran capitani, che con pochissima gente avevano fatto gran cose; e questi erano Timoleone, Pelopida, Dione ed Arato. Ed in questi pensieri era stato da sei mesi se non forse un anno avanti che lo conferisse con persona; ed ogni giorno parendoli che la cosa fosse più riuscibile, deliberò conferirla; e così li parve che fosse a proposito Cesare di Benedino; e ne lo conferì, dicendoli che ci andasse pensando, che altre volte ne parlerebbero, perchè era cosa da pensarla; e sendone stato alcune volte insieme, a esso Cesare pareva che la cosa fosse riuscibile.

«Item, interrogato, disse: essersi confessato e comunicato quest’anno in Ferrara, e da molti anni in qua, ogni anno una volta; non avere mai desiderato alcun comodo o utilità particolare di questo suo disegno, ma che il principale intento suo era di fare una cosa buona, lodevole e di memoria; tenere per certo che, se la cosa non si fosse scoperta, sarebbe riuscita, senza dubbio alcuno, a giudizio suo, ed oggi lo crede più che mai.

«Interrogato qual benefizio intendesse fare a sua maestà con quest’unione, sì come scrive, rispose che, riuscendoli l’impresa dell’unire Toscana, aveva disegnato di poi andare o mandare o scrivere all’imperatore, e pregarlo se ne venisse dalle parti di qua, e che vedesse di riformare la Chiesa dalli molti abusi che vi sono, e ridurla all’unione di molte varietà d’opinioni che vi sono; il che li poteva riuscire con levarli l’entrate, e con questo avrebbe contentato gli Alamanni, e ridottili alla obbedienza sua, li quali non desideravano altro.

«Ed allora il prefato signor commissario, per aver meglio la verità delli altri complici del detto delitto, ha ordinato sia spogliato, ligato et alzato. E subito postosi da se medesimo alla corda spogliato, e dopo ligato ed alzato per braccia quattro o circa da terra, ed ivi stando sospeso, interrogato che dica la verità degli altri complici di più di quello ha detto, e massime delli suddetti Senesi, rispose: Ah, signor commissario, ch’io son morto, che ho detto la verità, ahimè!...

Un altro giorno «entrato il soprascritto signor commissario nella carcere della torre del Palazzo di Lucca, dove sta detenuto il soprascritto Burlamacchi, e di nuovo monito ed interrogato, rispose lamentandosi: Oh! signore, che volete ch’io vi dica: se ho detto tutto ciò che sapeva? Fatemi di grazia tagliar più presto la testa che tormentarmi tanto, chè io sono tutto stroppiato. Non avete, signore, la cosa chiara?

«E volendo il prefato signor commissario chiarire l’animo suo di questo fatto importantissimo, in conformità dell’ordine che tiene, ordinò li fosse appresentato il fuoco e ceppi, e scalzato. E di nuovo interrogato, rispose: Ah! signore, se si vede la cosa chiara, come e a che tanto tormentarmi?

«E scalzato che fu, il prefato signor commissario ordinò che fosse condotto al fuoco; e così ivi condotto, nell’atto di ponerli i ceppi, più volte monito e pregato a dire la verità, disse: Signore, io non so che mai dirle altro, perchè ho detto tutta la verità, e mai dirò altro di più di quelle ho detto.

«Il che vedendo il prefato signor commissario, e conoscendo la ferma constanza del detto Burlamacchi, attese li tormenti avuti e l’apparato del fuoco fattoli come di sopra, ed ancora attesa l’età e la delicatezza del suddetto Burlamacchi, che non patiria tanti tormenti se altro sapesse, ordinò fosse lasciato e non tormentato: e così fu dimesso in detta carcere con la medesima custodia». (Processo nell’Archivio storico).

[322]. Parma avea per insegna il torello rosso colle corna dorate, che vestivasi solennissimamente il giorno dell’Ascensione; sul suggello portava: Hostis turbetur quia Parmam Virgo tuetur. Nel 1470 gli spedali vi furono riuniti in quello del Tanzi. Il Diarium Parmense sotto il 1481 racconta che, mentre i Turchi aveano occupato Otranto, re Ferdinando mandò ad essi quattro meretrici infette, le quali accolte lietamente, appestarono l’esercito.

[323]. Lettera del primo febbrajo 1547. Il padre Ireneo Affò scrisse una Vita di Pier Luigi Farnese, donde restiam chiari quanto Carlo V volesse male a questo perchè parteggiava con Francia, e perchè esso Carlo da un pezzo agognava a Piacenza. Anche don Ferrante Gonzaga nutriva particolare rancore contro di esso perchè aveagli contrastato l’acquisto di Soragna:

— Scrivendo questo dì a vostra maestà, e dandole conto del procedere del duca Pierluigi Farnese, e parlando del trattato di Parma e Piacenza, dissi che mi pareva meglio per molte ragioni di attendere al detto trattato in vita del papa che non dopo la morte sua, e lo supplicai a farmi intendere se, offerendosi qualche apparente occasione di rubargli Piacenza in vita del papa, quella sarebbe stata servita che si tentasse. Vostra maestà mi rispose, che le piaceva che le si attendesse, ma che io non venissi all’esecuzione senza consultar seco, e avvisarla particolarmente del modo che in ciò penserei di tenere. Sa vostra maestà che nel robbar di un luogo, la maggior difficoltà che si presenta è lo unire le genti senza scandalo, che hanno da fare il furto; perchè, quando si vede far genti senza un qualche giusto e legittimo colore, quelli che possiedono gli Stati, i quali per l’ordinario ne sono gelosi, provvedono in qualche modo alla sicurezza loro, ed ogni provvisione che facciano, per minima che sia, disturba tutto il disegno. Ora egli si presenta questa colorata causa di far gente, e di farla in luogo comodissimo a Piacenza, con l’impresa che convien fare di Montojo.

«Per dar mo conto a vostra maestà del modo che vorrei tenere per questo effetto, dirò l’intento mio esser di occupare una porta, e tener in punto il soccorso, e per quella impadronirmi della terra. L’occupar la detta porta in questi tempi, come ho detto, è da me giudicato facile; ed il soccorrerla, e soccorsa impadronirmi della terra, facilissimo. Per pigliare la porta penserei di fare che uno de’ miei servitori facesse un affronto ad una persona della quale mi fido che farebbe questo furto, e fare che lo affrontato si partisse di qua e se ne andasse in Crema, e di là cominciasse a mandar cartelli a questo mio che l’avesse affrontato, e presa occasione da questi cartelli, vorrei mandar uomini che mostrassero voler di mia commissione ammazzare quel tale, e dall’altro canto vorrei dar ordine che il detto affrontato, mostrando aver scoperto il trattato de’ detti uomini ch’io manderei per mostrare di ammazzarlo, se ne fuggisse in Piacenza, ed indi proseguisse pur a mandar cartelli, e mostrasse animo di voler combattere, e per guardia e sicurezza sua tenesse otto o dieci uomini che sempre l’accompagnassero. E a fine che la pratica dei cartelli aspettasse e desse luogo alla principale, la farei trattenere quanto mi piacesse senza venire ad alcuna conclusione sin a tanto che il resto delle cose a ciò necessarie fosse maturo. Appresso vorrei, per la notte che dovesse porsi in esecuzione il trattato, mandarci altri quindici uomini, che l’uno non sapesse dell’altro, nè l’effetto per il quale andassero, finchè non si venisse al bisogno, e con questi venticinque uomini occupata la porta, che intendo non esser guardata se non da uno che la chiude, e quella occupata, introdurre il soccorso delle genti.

«Sotto colore adunque dell’impresa di Montojo, vorrei dar fama di fare una compagnia di trecento fanti solamente nel paese di Lodi, che si estende fin presso Piacenza due o tre miglia; ma in effetto vorrei che se ne facessero cinque o seicento, e costituire per la mostra e paga loro il giorno precedente alla notte che si avesse ad eseguire il trattato, acciocchè, venuta l’ora che li venticinque di dentro avessero ad occupare la porta, questi potessero esser presti e comodi a mantenerla occupata, ed a cacciarsi per forza dentro...

«Mandai ne’ giorni passati un mio confidente per tentare da lontano gli animi di alcuni di quei gentiluomini, e sapere se, caso che succedesse alcun tumulto, essi se ne starebbero al vedere. Il quale vi andò, e fatto l’officio come il dovea, trovò talmente mal disposti quei tali con chi parlò, che dice quelli, senza sapere con chi parlassero, esser venuti a dire, che il maggior piacere che aver potessero in questo mondo sarebbe sentendo che una notte si gridasse Spagna Spagna, o Francia Francia. Io ho uno di quei gentiluomini principale, con cui potrei fidarmi, e che la notte, sentendo il rumore per la città della porta occupata, cavalcheria, e trovando chi sembiante facesse di volersi movere, con buone parole o con minaccie lo farebbe tornare in casa...

«Promettendosi qualche buono trattamento e qualche mercede a qualche persona principale, spererei che Parma non dovesse molto replicare a rendersi, vedutosi chiusa la via del soccorso, ed esser in favor nostro alcun principale, che si scoprisse in favore di vostra maestà, attesa ancora la malevolenza portata al duca predetto. Come vostra maestà sa molto bene, le cose di questa qualità non si sono mai condotte bene, se non si è proposto premio a quelli che per effettuarle han posto la vita in pericolo».

Come accade, passò del tempo, moltiplicaronsi lettere e brighe; don Ferrante trasse dalla sua l’Anguissola, e i 13 giugno scriveva all’imperatore: — La maestà vostra deve ricordarsi di quel tanto che a questi dì le scrissi, in proposito di unire con questo Stato quel di Parma e di Piacenza, e del disegno che mi si offriva di rubar Piacenza, nel qual disegno interveniva per capo il conte Giovanni Angosciola principale di quella città, e per mezzo di Luigi Gonzaga suo cognato trattava seco di questa pratica. Il qual conte Giovanni mostrava allora di moversi in ciò principalmente per servizio di vostra maestà, e di voler esporsi a questo pericolo per mostrare la volontà che aveva di servirla. Ma ora aggiungendosi nuova cagione a questo suo disegno, cioè il desiderio ch’egli ha di liberare la patria della soggezione e tirannide di Pierluigi, non può lasciar di persistere e perseverare nel medesimo disegno, essendo d’accordo egli con quattro altri principali della città, i quali si tirano dietro tutto il resto, e uniti e collegati sotto la fede datasi di far rivoltare la città, e di prender la persona di Pierluigi, e occupare la cittadella, e darla in potere di vostra maestà. E non domandano altro, salvo che dopo il fatto siano soccorsi da me con quel numero di gente che avran bisogno per difesa della città».

[324]. Esso don Ferrante scriveva ai congiurati che l’imperatore «vorrebbe non si ponesse mano nella persona del duca... e che aggradiva di buon animo quanto faceano, e non mancherà di riconoscere questo segnalato servizio». Anche sulla vita del duca non faceva gran caso don Ferrante, e scriveva a Carlo V: — Morto ch’egli fosse, mi parria che poco caso si avesse a far di lui»; e dice solo aver raccomandato si risparmiasse Ottavio genero dell’imperatore, «benchè in caso simile, dove i colpi non si danno a misura, è cosa difficile a poter assicurare una persona».

[325]. «Che delli omicidj che seguissero il giorno del caso, non sarà domandato conto nè ragione; nè similmente di robe e denari che fossero stati acquistati in qualsivoglia modo; ma che tali robe e denari saranno tenuti per acquistati a buona guerra». Capitoli concessi al conte Anguissola, 7 settembre.

[326]. Che Pier Luigi Farnese non fosse quel mostro che è nella tradizione, cercò mostrarlo Luciano Scarabelli in un Capitolo inedito della sua Storia civile (Bologna 1868). Di tante cronache e memorie contemporanee da lui compulsate, nessuna lo presenta quale i partitanti dei Medici, dei Doria, degli Austriaci e i nemici del papa: certo aveva attorno persone rispettabilissime, Annibal Caro, il Pacino, il Monterdo, Claudio Tolomei, Marcantonio Scotti, G. B. Pico ed altri. Il popolo non prese parte all’assassinio, anzi lo detestò.

[327]. A chiarire la condizione delle città italiane d’allora giovi qui riferire i «Capitoli ricercati per la magnifica comunità di Piacenza, e stabiliti per l’illustrissimo ed eccellentissimo signor don Ferrando Gonzaga, capitano generale e luogotenente della cesarea maestà in Italia, alli 10 settembre 1547 in Piacenza:

«1. Prometterà sua eccellenza, in nome di sua maestà, attesa la devozione volontariamente dimostrata e con manifesto pericolo, che mai s’infeuderà, alienerà, o quovis modo si separerà detta città dallo Stato di Milano, in alcuna persona di qualunque grado, dignità o preeminenza sia, anche che fosse del proprio sangue di sua maestà, o per qualunque altra causa anche privilegiata.

«2. Che tutte le entrate ordinarie si riducano ed esigano come erano ed esigevano nanti la investitura ed alienazione fatta di questa città, e le addizioni fatte per papa Paolo; nè quelle si possano quovis modo accrescere.

«3. Che accadendo imporsi nello Stato di Milano gravezze straordinarie, non possa imporsi alla città e contado di Piacenza più della decima di tutta la somma.

«4. Che il podestà, qual sarà deputato nella città, sia uno dei magnifici senatori giureconsulti residenti nell’illustrissimo senato di Milano, nel modo e forma e con l’autorità quale si suol dare a quello di Cremona.

«5. Che le cause civili si vedano, conoscano e decidano in questa città, nè siano tirate in Milano, eccetto le cause feudali e quelle che passano mille ducati di entrata.

«6. Che siano conservati li nostri statuti e legge municipale, non ostante qualunque disposizione di ragione comune in contrario.

«7. Che per mantenere la città e contado in unione e pace, colla quale sono venuti all’obbedienza di sua maestà, si cancellino ed annullino tutti i processi e condanne criminali di qualunque causa e delitto, etiam criminis lesæ majestatis, intervenendo però la pace in quei casi, ov’è necessaria la pace; eccetto che, dove non è intervenuto omicidio o ferite di animo deliberato, s’intenda anche fatta la remissione del tutto, senza pace, eccetto quello che concerne l’interesse e pregiudizio del terzo. E così tutti i banditi anche dello Stato di Milano per i tempi passati siano liberi e assolti.

«8. Che tutti i beni confiscati siano restituiti a quelli di chi erano, essendo capaci per la presente concessione; e in ogni caso non essendo essi capaci, siano restituiti a’suoi più prossimi, quali verranno ab intestato.

«9. Che non sia proibito ad alcuno di questa città il far mercanzia e artifizio di qualunque sorte che sia permesso nella città di Milano.

«10. Che niuno sia forzato contro sua volontà a venire a stare ed abitare nella città, ma sia in libertà sua star dentro e fuori.

«11. Che il governo della città si riduca e sia com’era nanti la investitura e infeudazione o alienazione di questa città.

«12. Che i signori feudatarj siano preservati nei loro privilegi e amministrazione delle loro giurisdizioni, com’erano nel tempo degli eccellentissimi duchi passati di Milano, avanti che lo Stato fosse occupato dai Francesi, osservandosi però sempre il decreto del maggiore magistrato.

«13. Che sua maestà perpetuis temporibus farà de’ magnifici senatori residenti in Milano uno dei giureconsulti di questa città.

«Ultimo, che sua eccellenza costringa ognuno che posseda beni nel territorio di Piacenza, così piacentino come ogni altro, anche feudatarj, a venire alla debita obbedienza, fedeltà e unione con gli altri cittadini; e contro gl’inobbedienti si proceda alla privazione de’ loro beni e altre pene, come meglio parrà a sua eccellenza».

[328]. Grisellini, Vita di don Ferrante; Adriani, Storia, lib. IV.

[329]. Sozzini, Diario Senese, pag. 88.

[330]. Brantôme nella Vita di esso scrive: Le seigneur Strozzi quitta l’Italie et vint trouver le roy au camp de Marole, avec la plus belle compagnie qui fût jamais vue de deux cents arquebusiers à cheval, les mieux dorés, les mieux montés, les mieux en point qu’on eût su voir; car il n’y en avoit nul qui n’eût deux bons chevaux qu’on nommoit cavalins, qui sont de légère taille, le morion doré, les manches de maille, qu’on portoit fort alors, la plupart toutes dorées, ou bien la moitié, les arquebuses et fourniments de même, ils attoient souvent avec les cheveaux légers et coureurs, de sort qu’ils faisaient rage; quelquefois ils se servoient de la pique, de la bourghignote et du corselet doré, quand il en faisoit besoin; et qui plus est, c’étoient tous vieux capitaines et soldats bien aguerris sous les bannières et ordonnances de ce grand capitaine Jeannin de Médicis, qui avoient quasi tous été à lui, tellement que, quand il falloit mettre pied à terre, on n’avoit besoin de grand commandement pour les ordonner en bataille, car d’eux-mêmes se rangeoient si bien qu’on n’y trouvoit rien à redire...

[331]. Lettere di Principi a Principi, tom. II. p. 149.

[332]. Al ritorno, Enrico II lo trattiene cinque ore d’orologio a raccontare tutti gli accidenti dell’assedio, soprattutto stupendosi come egli, collerico e impetuoso, avesse potuto accordarsi con una gente straniera e puntigliosa; e Monluc gli rispose: — Un sabato andai sul mercato, comprai un sacco e una corda per legarne la bocca; e portato che l’ebbi in camera, bruciai una fascina, e preso il sacco vi chiusi dentro tuttavia mia ambizione, la mia avarizia, li miei rancori privati, la mia lascivia, la mia ghiottoneria, la mia poltroneria, la parzialità, l’invidia, le mie particolarità e umori di guascone, tutto insomma quel che potrebbe pregiudicarmi nel servigio di vostra maestà; e legato ben bene il sacco, tutto buttai al fuoco». Per le ferite avute a Siena restò così sformato, che portò sempre una maschera. Nella strage di San Bartolomeo e nelle guerre civili mostrò tal ferocia, ch’era intitolato il boja reale; e non che scusarsene e’ se ne vanta, quasi ciò sia inevitabile. Sul suo sepolcro fu scritto, a imitazione di quello del magno Trivulzio a Milano:

CI-DESSOUS REPOS LES OS

DE MONLUC QUI N’EUT ONC REPOS.

[333]. Il ne sera jamais, dames sienoises, que je n’immortalise vostre nom, tant que le livre de Monluc vivra: car à la verité; vous estes dignes d’immortelle louange, si jamais femmes le furent. Au commencement de la belle resolution que ce peuple fit, de defendre sa libertè, toutes les dames de la ville de Siene se departirent en trois bandes: la première estoit conduite par la signora Forteguerra, qui estoit vestue de violet, et toutes celles qui la suivoient aussi, ayant son accoustrement en la façon d’une nymphe, court etmonstrant le brodequin; la seconde estoit la signora Picolhuomini, vestue de satin incarnadin, et sa troupe de mesme livrée; la troisième estoit la signora Livia Fausta, vestue toute de blanc, comme aussi estoit la suite avec son enseigne blanche. Dans leurs enseignes elles avoient de belles devises: je voudrois avoir donné beaucoup à m’en resouvènir. Ces trois escadrons estoient composez de trois mil dames, gentils-femmes ou bourgeoises. Leurs armes estoient des pics, des pelles, des hottes et des facines. Et en ceste equipage firent leur monstre, et allerent commencer les fortifications. Monsieur de Termes, qui m’en a souvent fait le compte (car je n’y estois encor arrivé) m’a assuré n’avoir jamais veu de sa vie chose si belle que celle là. Je vis leurs enseignes depuis. Elles avaient fait un chant à l’honneur de la France, lors qu’elles alloyent à leur fortification. Je voudrois avoir donné le meilleur cheval que j’aye, et l’avoir pour le mettre icy.

Et puisque je suis sur l’honneur de ces femmes, je veux que ceux qui viendront après nous admirent et ce courage et la vertu d’une jeune Sienoise, la quelle, encore qu’ elle, soil fille de pauvre lieu, merite toutesfois estre mise au rang plus honorable. J’avois fait une ordonnance au temps que je fus créé dictateur, que nul, à peine d’estre bien puny, ne faillit d’aller à la garde à son tour. Ceste jeune fille voyant un sien frere, à qui il touchoit de faire la garde, ne pouvoit y aller, prend son morion, qu’ elle met en teste, ses chausses, et un colet de buffle: et avec son hallebarde sur le col, s’en va au corps de garde en cest equipage, passant lors qu’on leut le rolle sous le nom de son frere: fit la sentinelle à son tour, sans estre cogneue jusqu’ au matin, que le jour eut point. Elle fut ramenée à sa maison avec honneur. Monluc, Mémoires.

[334]. Ap. Ricotti, Compagnie di ventura, IV. 264.

[335]. «Dei Lucchesi non bisogna parlare, che stanno come la quaglia sotto lo sparviere, e sempre con questa ansietà d’animo di non andare nelle mani del duca, che li circonda collo Stato suo. Ma il duca che non vede come averli in modo da essere padrone assoluto degli uomini e dei capitali, li quali sono per la maggior parte in mercanzie e denari contanti sopra cambj, e che conosce che ogni minimo moto saria un disertar quella città, perchè i cittadini se ne partiriano abbandonando con le facoltà loro la patria, come fecero i Pisani, e che vede così esser difficile non ad impadronirsi di quella città che in un soffio se la faria sua, ma ad impadronirsi degli uomini che sono quelli che fanno gli Stati, li lascia nei loro termini viver quieti, ma sì ben sempre in timore; sì che eziandio in questo modo, lasciandoli nella loro libertà, gli sono si può dire soggetti». Relazione dell’ambasciatore veneto Vincenzo Fedeli nel 1561.

[336]. «Sono i Senesi molto accomodati, e tutti hanno del proprio, e non attesero mai ad industria alcuna se non a quella dell’agricoltura, vivendo molto delicatamente e spensieratamente; e le donne tutte vivaci e piene di spirito e di lussuria (lusso) erano quelle che facevano la città molto più bella e dilettevole. Ma gli uomini sempre divisi, e in parte fra loro contendendo insieme fino al sangue, e tagliandosi a pezzi, hanno fatto che si sono ridotti in servitù: sebbene dicano pubblicamente che, perfino non saranno tocchi con le gravezze e con le angarìe dalle quali sono liberi, staranno nei termini; che altrimenti saranno quelli medesimi che sono stati sempre, desiderosi di cose nuove, il che conoscendo ed intendendo, il principe va ponendo loro il freno per levarli d’ogni ardire, ed abbassarli quanto più può». Relazione predetta dell’ambasciadore Fedeli, che è bellissimo ritratto dei primordj del principato mediceo. Descritti i naturali vantaggi di Firenze, prosegue: — Ma a questo quadro si aggiunge un rovescio molto oscuro e tenebroso, in considerare come tante nobilissime e ricchissime famiglie, piene di tanti onorati uomini, soliti a viver liberi ed a governare un sì bello Stato, il quale era pur loro per natura, si veggono ora da un solo e da un loro cittadino dominati e governati; e di liberi e di signori che erano, fatti servi, che a vederli solamente se gli conosce manifestamente l’oppressione dell’animo; che non so qual maggiore calamità di questa si possa vedere, di una città dove quello che era di tutti è ora di un solo, il quale colla potenza del principato tiene in sua mano e le ricchezze pubbliche e le private». E l’attribuisce a castigo di Dio per le ingiustizie che la democrazia fiorentina aveva commesse. Relazioni degli ambasciadori veneti; serie 2ª, vol. I. pag. 327.

[337]. È famosa nei fasti della tirannide la legge Polverina, dell’11 marzo 1548, stesa da Jacopo Polverino auditore fiscale. Considerato l’immenso danno che deriva dalle macchinazioni contro i principi, e sebbene i rei «sieno stati in Firenze in diversi tempi puniti, non solo essi autori di così crudeli flagizj, ma etiam li loro proprj figliuoli e discendenti e di relegazioni e di esilj e di confiscazioni, e non tanto dei loro beni liberi, ma etiam de’ sottoposti a qual si voglia spezie di fideicommissi e d’obbligazioni, e che siano per tal conto i detti figliuoli e discendenti, per pena de’ paterni delitti, stati fatti inabili, e sieno stati privi in perpetuo di tutti gli officj, onori, dignità e commodi di essa città, e fatti incapaci di ogni successione»; non vedendo però correggersi con ciò i riottosi per diabolica istigazione, il duca provvede alla felicità dello Stato collo stabilire che

Chiunque cospirasse contro la persona del duca e de’ suoi, o la sicurezza dello Stato, o avendone notizia non lo denunzii, s’intenda incorso nelle pene inflitte dalle leggi comuni; e vengano perseguitati in ogni luogo, promettendo cinquantamila fiorini a chi rivela tali macchinazioni, oltre conseguir le sostanze de’ cospiranti; assolti da ogni pena se fossero stati anch’essi cospiratori. Eguale premio a chi ucciderà uno d’essi cospiranti, quand’anche fosse bandito, e condannato nella vita; e inoltre possano ottener grazia della vita a due banditi per altra colpa che di Stato: eguale a chi un rubelle conducesse vivo nelle forze della santa giustizia, quand’anche siano bargelli o persone pubbliche: ai ribelli s’infligga la pena di morte; e se non siano in podestà della giustizia vengano banditi, confiscati i loro beni, quantunque legati a fedecommesso, sostituzione, traslazione; e fin i beni materni e delle avole che ad essi pervengano; cassando i contratti che abbian fatto dopo messisi a cospirare.

E «acciocchè non solo essi cospiranti siano puniti e castigati, ma i figliuoli ancora e i loro discendenti maschi etiam inlegittimi, come discendenti da corrotta radice, e per tale discendenzia partecipi del soprascritto contagioso e abbominevole delitto, portino parte della pena che si convien loro come persone odiose e colpevoli», si stabilisce che essi pure siano infami, incapaci d’ogni dignità, esuli in perpetuo e relegati, cominciando al duodecimo anno. Le figliuole s’intendano solo prive d’ogni successione, e fin de’ beni fedecommessi, salvo una dote competente. Le doti delle mogli de’ delinquenti s’impieghino sul Monte dello Stato o in beni stabili, in modo che non possano conseguirne alcun frutto vita durante: che se muojano senz’altri figli che dello scellerato, tutto vada al fisco, non ostante qualsivoglia contratto: bensì possano succedere i figli che abbiano d’altro letto.

Con queste non s’intende tolta verun’altra delle pene comminate dalla legge comune o dalle municipali, e non ostante qualsivoglia privilegio, statuto, provvisione, immunità, capitolazione.

[338]. Sono sue le fortezze di Pistoja, d’Arezzo, di San Sepolcro, di Eliopoli al confine della Romagna, due castelli dell’isola d’Elba, quel di San Martino nel Mugello, il bastione di Poggio imperiale.

Del modo di quelle milizie Cosmo informava di sua bocca il Fedeli suddetto: — Io ho una milizia descritta nello Stato di Firenze d’uomini da diciotto anni fin a cinquanta, e tutti usi alle armi, in numero di ventitremila, così bene regolati e disciplinati, che si può dire che questa sia una bellissima banda, tutta armata, parte d’archibugi, parte di corsaletti e picca. Da questa descrizione è riservata la città di Pistoja e suo territorio, per gli animi che hanno implicati nelle parti, e la città di Firenze e suo territorio; chè a questa non ho voluto lasciar l’arme, ma vi si caveria e miglior gente e in gran numero in un bisogno importante, come fu nella guerra di Siena, ch’io me ne servii mirabilmente; così che in tutta quella impresa non altri che due soli mi si ribellarono, e tutti continuarono sino a guerra finita; cosa che non fece nessun’altra nazione, che ogni tratto se ne andavano e se ne fuggivano. In regolare questa milizia ho avuto grandissima fatica a ridurla obbediente ed in provveder di non essere rubato nei pagamenti, come io era da principio; ma in questo ho ora posto così buon ordine, che ben posso al tutto e di tutti rassicurarmi

«Quando si ritrova di tempo in tempo alcuno che passi l’età, o che si faccia impotente, o che abbia qualche altra legittima causa di non poter essere soldato, subito si mette un altro in suo luogo, e si vanno descrivendo eziandio alla giornata quelli che pervengono alli diciotto anni. Quando poi mi occorre di levar una banda dalla provincia, faccio cavar dal libro della descrizione generale un ruolo a San Pietro, con li cognomi, nomi dei padri, e segni, e con li pagamenti stabiliti a’ capitani, sergenti ed alfieri e capi di squadra; e con una lettera mia e con il denaro bollato in gruppo, mando l’ordine al commissario di quella città dove voglio levare la gente; il qual subito col ruolo in mano chiama la gente e la paga, e quelli se ne vengono tutti spediti, perchè sanno che hanno da camminare; e così immediate marciano dove dai capi sono guidati. E quest’ordine ho io ridotto così facile, che in cinque soli giorni li metto tutti insieme ed uniti in campagna: perchè in due giorni e mezzo va il comandamento per tutto lo Stato, e in due giorni e mezzo sono tutti uniti. Ma quando è il tempo delli raccolti e di far i servizj della villa, ordino che li contadini siano lasciati a casa persino che dura il bisogno della campagna. Ho poi fatto una descrizione per tutto lo Stato di dodicimila guastatori, tutti uomini di campagna forti e robusti, e sono tutti per pelo o per segno descritti; e di questi me ne posso servire mo’ di una parte, mo’ dell’altra in quel modo che io voglio, scambiandoli di continuo secondo il bisogno, e adoperandoli sì nella guerra come in altre opere secondo la mia volontà.

«Di quel di Siena io cavo poco per adesso, per le esecuzioni fatte loro per la guerra, ma penso ridurli a buoni termini. Ora ne cavo poco più di centomila ducati oltre la spesa; e questo denaro si cava solamente dai pascoli, dal sale e da due dazj, li quali spero io che si faranno molto maggiori presto, perchè torneranno li traffichi, e moltiplicheranno le genti. La milizia descritta è di settemila uomini, tutta gente eletta (che il Senese fa sempre buoni soldati), ed è governata col medesimo ordine e con la stessa disciplina che ho detto esser quella di Firenze. Di modo che dell’uno e dell’altro Stato di Firenze e Siena avrò sempre pronti trentamila fanti, senza che li Stati predetti patiscano.

«De’ cavalli non son molto in ordine, ma presto farò di maniera che ne avrò una banda di mille e cinquecento; perchè in tutti due li Stati vi sono molti gentiluomini, ed altri che tengono cavalli per loro uso, ai quali dando io due scudi al mese in tempo di pace, supplisco al mio bisogno con poca spesa, e terranno buoni cavalli con questo poco intertenimento.

«Io mi sono posto poi con tutti gli spiriti alle cose di mare, e ho delle galere fatte, e tuttavia se ne fanno, e continuerò a farne, e le terrò in ordine di tutte quelle cose che fanno bisogno per poterle armare; chè ciurme non me ne mancheranno, e d’avvantaggio, se occorrerà in servizio delli miei amici; fra poco tempo ne voglio avere trenta in ordine. E per avere nel mio Stato tutte le cose per bisogno dell’arsenale, quest’anno ho posto in ordine per il tessere cotonine da far le vele; chè il resto nasce tutto sul mio in grandissima copia, e da servirne chi ne volesse».

[339]. Non si può immaginar festa più insigni, di quelle per le nozze del granduca Francesco Medici colla regina Giovanna d’Austria, descritte a lungo dal Vasari, e dove tutto il giro della città ebbe archi, statue, ritratti, iscrizioni, poi apparati diversi di comparse, di teatri, di musiche, continuati per molti giorni. Il Vasari stesso ordinò e descrisse quelle pel battesimo del loro figlio.

[340]. L’ambasciadore Fedeli diceva di lui: — Avendo provato la cattiva poi la buona fortuna, e l’uno e l’altro modo di vivere, e l’una e l’altra condizione de’ tempi, s’è fatto molto prudente e savio, e si è conservato ed ingrandito, e ha superate tutte le difficoltà, scoperte tutte le congiure; e vinti e debellati tutti li suoi potentissimi nemici, e quelli avuti nelle mani ha castigato di modo che con le persecuzioni s’è assicurato e con le guerre confermato; talmente che oggidì si dice in Firenze che ogni tumulto, ogni guerra, ogni assedio, ogni vittoria ed ogni morte si vede esser seguìta per fermare e stabilire in Cosmo questo principato...

«Questo principe governa gli Stati suoi con un grandissimo rigore e spavento; vuole la pace, l’unione, la tranquillità fra i suoi popoli e cittadini, li quali non ardiscono pur muoversi; e non vuole che si parli d’odj, d’ingiurie, d’inimicizie e di vendette, nè che più si nomini nè parte guelfa nè ghibellina, nè parte panciatica nè cancelliera, nè piagnoni nè arrabbiati, sebbene tutte fra loro queste parti sieno piene di veleno. Tiene una giustizia incomparabile, e così grande, così eccessiva, così espedita, e così a tutti indifferente, che fa stare ciascuno ne’ termini; e in ciò mette grandissima cura acciocchè non segua disordine, e non sia fatto torto ad alcuno nè ingiustizia, e che tutti siano eziandio de’ loro errori indifferentemente castigati e puniti. Finalmente colla quiete de’ popoli, con l’abbondanza, con la pace e con la giustizia si fa sempre più degno del principato: nè manca in cosa alcuna, ponendo ogni cura e diligenza che gli ufficiali di dentro, e li reggimenti e governi di fuori siano sempre d’uomini periti, pratici e intelligenti, e soprattutto che siano buoni e fedeli; e come ne scuopre un tristo o parziale, lo cassa e lo punisce senza rispetto alcuno; e non sono molti mesi che una mattina assistendo all’udienza del magistrato degli Otto, che è il supremo nelle cose criminali, li mandò tutti a casa con ignominia, e dubitavasi di peggio assai, solamente per mostrarsi parziali in un caso che aveva bisogno di pronta e severa risoluzione; di modo che le cose civili e criminali sono con grandissimo studio spedite ed amministrate.

«Ha medesimamente provveduto per la difesa de’ suoi popoli, per la conservazione de’ suoi Stati, per l’aumento della sua grandezza, e per la futura autorità e dignità de’ suoi posteri e successori; perciocchè ha disposto sotto perpetui ordini una onorata e valorosa milizia di fanti trentamila, tutti disciplinati e tutti descritti da anni diciotto fino a cinquanta, li quali in cinque giorni si possono unire e porsi tutti insieme in campagna; e si può eziandio servire di molto maggior numero se vuole, per la buona e numerosa gente de’ suoi Stati.

«Di cavalli, volendone tenere una banda di duemila, ne va ogni dì facendo, ma con grandissima difficoltà, per la carestia che ha il paese di cavalli: pur mi disse che pensava di facilitar l’espedizione col fare una nuova descrizione di tutti quelli del suo Stato, che o per comodità o per sollazzo o per onorevolezza tenessero cavalli, e con due scudi al mese in tempo di pace, e con qualche esenzione personale o privilegio di portar l’armi, obbligarli a star bene a cavallo, con promessa di pagarli in tempo di guerra: e con questo modo pensava di dar pronta esecuzione a questo suo disegno, come darà, perchè quello che egli vuole senza replica sempre si eseguisce.

«Ha poi una descrizione di dodicimila guastatori, tutti uomini di campagna robustissimi, delli quali, sebbene sono fatti per adoperarli nella guerra, se ne serve però anche in tempo di pace, secondo il bisogno, ad assettar le strade, a cavar fossi, seccare paludi, bonificar terreni, e così fa opere grandi e maravigliose che è uno stupore; volta le acque e i fiumi dove che vuole per ridurre il paese all’agricoltura.

«Fa poi di continuo lavorare intorno le munizioni di polvere, e gettare artiglierie, che finora n’ha pezzi cento da batteria ed altri infiniti da campagna; e a questo si aggiunge una elevazione di capitani valorosi di diverse nazioni, tutti esercitati nella guerra, i quali sono al numero di centoventi, che tutti seguono la Corte, e tutti hanno soldo da diciotto fino a venti, venticinque, trenta e quaranta scudi al mese per uno...

«Non entra nè esce cosa alcuna dalle città dello Stato, che tutte non paghino pur qualsivoglia minima cosa; nè in ciò vi è rimedio, tanta è la esatta diligenza dei dazieri e deputati, che tutti sono per conto del principe, il quale non affitta nè appalta alcun dazio o gabella, e però si fa la esazione con molta cautela e riscontri, e quelli che hanno i carichi stanno sempre con spavento nel rivedere de’ conti, perchè il principe punisce gl’intacchi severissimamente; il quale, con aver fatto impiccare un suo favoritissimo, e che però rubava con sicurtà, nominato messer Giuliano del Tovaglia, uomo già fatto ricchissimo e al quale a tutte l’ore era l’adito aperto di poter entrare dal duca, ha dato un esempio perpetuo a tutti li suoi ministri. E mi ricordo che sua eccellenza un giorno mi disse, che in regolare il suo Stato il tutto gli era stato facilissimo, ma che il provvedere di non esser rubato l’avea trovato difficilissimo, e l’avea ottenuto con gran fatica, parendogli però d’esser ora sicuro che li ministri s’abbino a guardare di torgli pur un quattrino; li quali per la verità stanno sempre in un terrore grandissimo, talmente che non bisogna pensare di potere far contrabbandi nello Stato suo.

«Ha un corpo di assai più che comune statura, robustissimo e forte; nell’aspetto è molto grazioso, ma quando vuole si rende tremendo; nelle fatiche e negli esercizj è indefesso, e molto si diletta delle cose ove abbisogni agilità, forza e destrezza, talmente che nel levar dei pesi, nel maneggiar dell’armi, nei torneamenti dei cavalli, e nel giuoco della palla e nella caccia, non vi è chi lo superi, e stracca ognuno. Ed in simili piaceri delli quali si diletta molto, e nel pescare e nel nuotare è la totale sua ricreazione, e si spoglia allora d’ogni autorità e dignità, e sta con molta domestichezza burlando con tutti molto famigliarmente, e vuole che tutti i suoi egualmente piglino questa sicurtà senza avergli rispetto alcuno: ma fuori di questi esercizj non riconosce persona, come se vista e conosciuta mai non l’avesse, nè v’è chi fosse ardito di far pure un minimo segno di famigliarità, e si ritira immediate nella sua solita severità, talmente che è fatto un proverbio nella città, che il duca si disduca e s’induca quando vuole, perchè si fa privato e principe a sua posta. Ma questo fa solamente con i suoi, perchè con gli altri non si domestica mai, nè fa punto copia di se stesso se non quando porta il bisogno del negoziare.

«Così come è grande nel maneggio e nel governo dello Stato, così già soleva usare tutte le grandezze in tutte le cose: ma da un tempo in qua è molto rimesso e ritirato, e nelle cose della casa non vive in vero da principe con quelle grandezze esquisite che sogliono usare gli altri principi o duchi, ma vive come un grandissimo padre di famiglia, e mangia sempre unitamente con la moglie e con i suoi figliuoli, con una tavola moderatamente ornata; nè li figli fanno da sè tavola, nè altra spesa come s’usa nelle altre corti, ma tutta è una spesa ed una sola corte; e così nell’andar fuori o per la città e in campagna, dove va il duca va la moglie e figliuoli e tutta la casa, con una guardia sempre a canto d’una banda d’Allemanni, d’una compagnia di cavalli leggieri e di cento archibugieri, che non mancano mai; e lui sta sempre armato di maniche, giaco, spada e pugnale con la sua numerosa corte che lo segue; e dove va la sua persona vanne tutti li suoi capitani pensionati e stipendiati, che manco di seicento cavalli non sono mai, i quali tutti ad un suon di tromba si muovono; e tutto è ridotto a tanta facilità, che li muli e carriaggi, che sono infiniti, sono subito pronti e presti in seguire; nè altri poi vi sono che gli facciano corte di quelli della città, perchè il duca non vuole che nè le donne nè gli uomini si occupino in altro che nelle loro faccende, per non esser nè atti nè assuefatti a questo, come è usanza nelle corti degli altri principi.

«Soleva già questo principe dare la spesa e fare una tavola per chi voleva andare; ora l’ha levata del tutto, e non la fa se non in campagna, e non sempre. Soleva tenere una stalla regia di tutte le sorta di preziosi cavalli; ora tiene tanto che basta. Soleva nelle cose della caccia far una grandissima spesa; ora se la passa con ogni mediocrità, e fa che li privati suppliscano, che il tenere un buon falcone o un buon cane si reputa favore. Ed ha ristretto finalmente tutte le spese superflue, nè si vede tenere in altro la mira che in accumular tesori.

«Confinando assai con lo Stato della Chiesa, non può avere il duca maggior disturbo se non da quella banda; chè nessun altro principe gli può far guerra offensiva, nè solo nè accompagnato con altri, se non ha la comodità delle vittovaglie e delle monizioni da quello Stato. Nè bisogna pensare che in Toscana vi possa durare molto un esercito grosso; perchè il duca ha introdotto un bell’ordine ne’ suoi Stati in tempo di pace, acciocchè in tempo di guerra e quando bisogni non patiscano, e non si renda difficile l’osservarlo; e l’ordine è questo: che tutti li grani e tutti li vini, subito fatti i raccolti, si portano e si conducono nella città e luoghi forti, e li contadini e gli uomini di campagna ne vanno poi a pigliare per li loro bisogni di tempo in tempo; e di quello che entra e di quello che esce se ne tiene particolar conto, e tutto passa per bollettini e licenze senza alcuna spesa; di modo che sempre la campagna è vuota, e le terre, città e luoghi forti sono pieni; e mai, arrivato colui che facesse in ciò fraude: ma è tanto il terrore, che non vi è alcuno che ardisca contraffare agli ordini dati.

«E questa cosa di far monti di provvisioni cammina con tanta esattezza e così facilmente, che il principe sa sempre a dì per dì fino a un granello quanto vi sia in ogni luogo, premiando gli accusatori, e castigando li trasgressori gravissimamente: e con questi modi s’assicura dalli potenti eserciti, e delli minori non teme, per aver il modo di cacciarli e di romperli».

[341]. Quelle lettere furono pubblicate a Berlino nel 1848 da G. Heine col titolo Cartas al emp. Carlos V en les anos del 1530-32.

[342]. Ivi condusse seco Giovanni Torriano cremonese, oriolajo e meccanico valentissimo, che Famiano Strada qualifica l’Archimede di quel tempo, e che inventò la macchina, da cui a Toledo l’acqua del Tago è sollevata fino alla cima d’Alcazar; faceva automi ingegnosissimi, ed eseguì l’orologio pubblico di Pavia con mille cinquecento ruote, che indicava i movimenti dei pianeti.

[343]. Aveva per banchieri i Fugger d’Augusta, negozianti ricchi quanto già i Medici e gli Strozzi di Firenze, e che come questi proteggevano le arti, raccoglievano libri, iscrizioni, letterati, onde Roberto Stefano gloriavasi del titolo di stampatore di Ulrico Fugger. Questa casa fin dal secolo precedente nelle sue corrispondenze facevasi mandare informazioni di tutti i fatti; le quali si cominciarono a stampare col nome di Ordinari Zeitungen e Extraordinari Zeitungen, origine della famosa Gazzetta universale d’Augusta. Dovendo Augusta pagare ottantamila fiorini d’oro, quella casa li fece coniare. Carlo V li teneva carezzati, alloggiava da loro, e nel 1530 tornando d’Italia, si scusava di non poter ancora soddisfare le cambiali che aveva ad essi rilasciate; e al tempo stesso dolevasi che, quantunque fosse giugno e in Italia estate spiegata, colà si sentisse ancor freddo: allora i Fugger gli accesero il camino colle cambiali stesse di lui, e con legni di cannella che costava due zecchini la libbra. Teneano sempre un di loro famiglia a Venezia per assistere al banco che vi aveano nel fondaco de’ Tedeschi; ed Enrico III, quando passò da Venezia nel 1574, andò a fargli visita.

[344]. Segni, Storie fiorentine, lib. XL. — Un dì, liberamente ragionando meco, sua maestà mi ha detto essere di natura fermo nelle opinioni sue. E volendolo io scusare, dissi: — Sire, l’esser fermo nelle opinioni buone è costanza, non ostinazione»; ed egli mi rispose subito:. — E qualche volta son fermo nelle cattive». Relazioni di Roma di Gaspare Contarini.

[345]. Noris, Guerra contro Paolo IV, lib. I. pag. 6.

[346]. Vedasi il giornale delle lettere di Bernardo Navagero al senato veneto, sotto il 21 maggio e 28 giugno 1557.

[347]. Noris, lib. cit., pag. 11.

[348]. Nella Relazione letta in senato da Giovanni Michiel, reduce dall’ambasceria di Francia il 1561, leggiamo: — In secreto la regina (Caterina) non può addolcir l’animo verso del duca Cosmo, ancorchè sia della medesima casa, e lo veda accrescere e farsi ogni dì più grande; chè non solo la grandezza sua non gli piace, ma, per contrario, ognora gli è più molesta: e la causa non si sa se sia ingiuria privata ricevuta dal duca (oltre la pubblica d’aver accordato col re dopo la presa di Siena col mezzo del cardinal di Tornone, e poi, senza occasione, rotto la capitolazione, essersegli dichiarato nemico), o sia per istigazione de’ molti fuorusciti fiorentini che sono in Francia, che accendono a tutte le ore essa regina all’odio del duca e alla restituzione della libertà, della quale in pubblico e in secreto (o finga o sia da vero) ella ne mostra grandissimo desiderio. E so dire a vostra serenità, per relazione di persona atta benissimo a saperlo, che subito ch’ella seppe che vi era principio di diffidenza tra il re di Spagna e il duca, diede in commissione con una scrittura di sua mano alla regina sua figliuola, nel mandarla a marito, di fare per parte sua quel peggior uffizio che potesse contro esso duca. E tra le altre cose perchè desiderasse vedersi col re Filippo, era per confirmar meglio quel re ad averlo in disgrazia, ed esortarlo alla ruina sua. E per confirmazione di questo, so che quando da più vie si divulgò in Francia che l’imperatore, con permissione del re Filippo, era per dimandar la restituzione di Siena al duca, andati alcuni gentiluomini fiorentini alla regina per dirle che aveano deliberato, se così le paresse bene, d’andar un di loro in Ispagna per raccomandare con quest’occasione a quel re le cose loro, e metterle innanzi molte sorte di partiti per offesa del duca, la regina non solo li laudò, ma disse che daria loro efficacissime lettere di sua mano. Ed essendole poi detto dalli medesimi, che temevano di non aver ad essere scoperti e impediti dal duca, perchè, intendendolo, i signori di Guisa l’avriano fatto saper al duca di Ferrara, e lui a Fiorenza, per il parentato e unione che è tra loro: — No, no (disse la regina), a questo io rimedierò benissimo, che i Guisa non lo sapranno, e se «lo sapranno, si guarderanno benissimo di non offendermi». Consideri ora vostra serenità se con questo mal animo della regina, e con l’autorità che ha, se venisse occasione d’offenderlo, si restasse di farlo».

[349]. Ziliolo, Vite de’ poeti, ms.

[350]. Ricotti, iv. 115; e Scelta di azioni egregie operate in guerra da generali e da soldati italiani; Venezia, 1742.

[351]. Cambi, Storia di Cremona.

[352]. Tra altri gli fecero quest’epitafio:

O Deus omnipotens, crassi miserere Vitelli,

Quem mors præveniens non sinit esse bovem.

Corpus in Italia est, tenet intestina Brabantus,

Ast animam nemo. Cur? quia non habuit.

[353]. Marin Sanuto, Diarj.

[354]. Paolo Contarini, balio a Costantinopoli nel 1580, scriveva alla Signoria: — Mustafà bascià a me fece grandissime cortesie, mostrando risentimento grande della morte del clarissimo Bragadin di felice memoria, e affermando non aver avuto alcuna parte in essa, e che fu tutta opera di Araparmat, il quale poi ne patì la pena, perchè nel luogo stesso che fu scorticato quel povero martire, essendo egli vicerè in quel regno, fu in una sollevazione de’ Gianizzeri impiccato». Relazioni degli ambasciadori veneti, vol. IX.

All’assedio di Famagosta assisteva Girolamo Maggi di Anghiari, valente filologo e giureconsulto, che scrisse molte opere, fra cui la più notevole è il trattato Della fortificazione delle città. Vi espone molte macchine belliche da esso medesimo inventate, e delle quali pare siasi servito a difesa di Famagosta. Caduta questa, restò prigioniero e fu venduto a un capitano di nave che lo menò a Costantinopoli. Ivi nello studio cercò distrazione, e alfine riuscì a fuggire e ricoverarsi in casa dell’ambasciadore cesareo: ma il gran visir lo scoperse, e lo fece strangolare nel 1572.

[355]. Sereno, Comm. della guerra di Cipro, pag. 191. — Pochi giorni dopo la battaglia delle Curzolari fu stampato a Venezia un opuscoletto: «L’ordine delle galere et le insegne loro con li fanò, nomi et cognomi delli magnifici et generosi patroni di esse che si ritrovarono nell’armata della santissima lega al tempo della vittoriosa et miracolosa impresa ottenuta et fatta con lo ajuto divino contro l’orgogliosa et suprema armata turchesca. Fidelmente posto in luce in Venetia presso Giovan Francesco Camotio MDLXXI». Vi sono divisate le cinquantatre galee del corno sinistro; poi le trenta della battaglia reale, ossia del centro, a sinistra, e trentadue a destra; poi cinquantacinque del corno destro; e trentasette di retroguardia o riserva.

[356]. Andrea Provana, detto monsignor di Leiny, vi serviva con tre galee piemontesi: d’una rimasero vive soia dodici persone, e vi fu ferito a morte Francesco di Savoja.

[357]. Sansovino, Venetia città nobilissima et singolare, lib. X. Per la battaglia di Lepanto Francesco Zane fece un epigramma, il cui prima distico è tutto di parole cominciate in T (Thrax trux turca trahit tantos terrore tumultus), il secondo in F, il terzo in P.

Natale Gennari, Della santa triplice alleanza del S. P. Pio V contro Selim II, battaglia di Lepanto e trionfo di M. A. Colonna. Roma 1847.

[358]. Tra i fuggiaschi da Cipro fu Giasone di Nores, che si piantò a Padova, e v’ebbe la cattedra di filosofia morale. Lasciò molte opere più erudite che belle, fra cui una retorica e una poetica. In questa condannava le tragicommedie pastorali; e il Guarini, che credea colpito specialmente il suo Pastor fido, vi rispose acremente. Pietro di Nores suo figlio scrisse pur egli alcune opere, fra cui una vita di Paolo IV, pubblicata solo testè.

[359]. La relazione di Gianfrancesco Morosini, balio a Costantinopoli nel 1585, dice:

«Le forze marittime, con le quali il granturco difende il suo impero, sono tali, che non ci è nel mondo altro principe che ne mantenga maggiori di lui, perchè ha nel suo arsenale un grandissimo numero di galere, e ne può molto facilmente far davantaggio quando vuole, perchè ha abbondanza di legnami, di ferramenti, di maestranze, di pegola, di sevi e d’ogni altra cosa necessaria per questo effetto.

«È vero che al presente non si ritrovano in pronto tutti quelli armezzi che sariano necessarj per armare i corpi delle galere che sono in essere, e molto meno quelle che di nuovo il gransignore ha ordinato che si facciano, ed ha mancanza di cotonine di che fanno le vele, e d’altre cose; ma è così grande la sua possanza, che con prontezza e facilità, quando gliene venga voglia, potrà far provvisione di tutto quello che gli manca, come ha già dato principio a provvedere.

«De’ galeotti, quando il gransignore vuole dal paese uomini e non denari, ne avrà sempre abbondantemente per fare ogni grossa armata, siccome anco avendo tanta gente pagata, come la vostra serenità ha inteso, potrà sempre mettervi sopra quel numero di soldati che vorrà: li quali anco vi sogliono andare molto più volentieri che non vanno per terra, così per la comodità, come anco per la manco spesa.

«È ben vero che la fortezza dell’armata turchesca consiste in trenta ovvero quaranta galere, che sono armate di schiavi cristiani, e tutto il resto è simile e forse peggiore delle galere che si armano qui di contadini, e tutte insieme confessano li medesimi Turchi che non sono così buone come quelle de’ Cristiani. Ed in questo proposito non voglio lasciar di deplorare la semplicità de’ principi cristiani, che potendo levar in gran parte a’ Turchi il nervo delle loro forze marittime, non pare che vi pensino; e questo saria procurando con destro modo di ricuperare tutti gli schiavi cristiani che si possono avere con denari, perchè questi sono li marangoni, li calafati, li compagni, li comiti, li padroni e anco li galeotti che fanno buone le loro galere, li quali con molta facilità si potriano liberare, con grande gloria del Signore Dio e benefizio di quegl’infelici, e sicurtà di tutta la repubblica cristiana».

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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