CAPITOLO CXLI. Lingue dotte. Risorgimento della italiana. La Crusca. La Critica.

L’andamento medesimo che nelle arti, ricorre nella letteratura: alcuni ricalcano l’antico, altri s’avventano al nuovo qual ch’egli sia; i migliori temperano l’un coll’altro in sì felice accordo, da esser posti fra’ classici anche dagli stranieri.

Già salutammo quel restauramento della retorica, che i pedanti venerano come risorgimento dello spirito umano. Lo studio del latino viepiù necessitava in Italia, donde occorreva di carteggiare con tutte le nazioni, in tempo che scarsamente si conosceano i vulgari altrui: oltre che quella lingua ci era una specie di vanto nazionale, portandoci verso que’ gloriosi, che noi chiamiamo progenitori; e lo scrivere pretto ciceroniano pareva avvicinasse ai tempi quando quelle parole dalla tribuna esprimevano liberi sensi, e dal senato imperavano ai Barbari, da cui adesso ci troviamo calpesti. Qui dunque fiorivano solenni latinisti. Jacopo Sannazaro napoletano (1458-1530) seguitò vent’anni a visitare tutti i giorni il cieco Francesco Poderico sagacissimo critico, e leggergli i versi che avea composti, fin dieci mutazioni facendone prima che n’uscisse uno approvato[84]. Purezza, eleganza e virgiliana armonia spira il suo poema De partu Virginis: ma Ninfe e Protei e Febi che hanno a fare coi dogmi più venerabili? Chiede perdono alle Muse se le trae a cantare uno nato nel presepe; l’Arcangelo che annunzia la beata Vergine, non è diverso da Mercurio; il Giordano personificato narra l’ascensione di Cristo, qual la udì da Proteo: arte pagana insomma attorno a soggetto sacro, alla guisa stessa che sul suo sepolcro sorgono Apollo e Minerva, Fauni e ninfe, in chiesa cristiana.

Miglior partito dal soggetto medesimo trasse il vescovo Girolamo Vida cremonese, che nella Cristiade (1566), se nol raggiunse in dolcezza e dignità, mostra pietà verace, eppure ancora il Cristo è poco più che un ricalco di Enea, l’uomo soffrente, non il Dio riparatore; e non che tutta la natura sembri risentirsi alla grand’opera della redenzione, e l’alito d’amore si spanda sovra le ire procaci, gli Angeli vorrebbero far la vendetta del loro Dio. Insomma, nel mentre i poeti profani formavano gli eroi più che uomini, e Giove e Plutone ingrandivano accostandoli al tipo divino, i poeti sacri impicciolivano Cristo nelle proporzioni d’un eroe.

Il Vida verseggiò pure con molta agevolezza l’arte poetica, il giuoco degli scacchi, il baco da seta, affrontando la difficoltà di precetti aridi e non mai espressi in latino; e dettò un buon trattato De optimo statu civitatis. Girolamo Frascatoro veronese (-1553), da medico e poeta volle figurare nella Sifilide, tema ributtante ch’e’ rese tollerabile con belle digressioni e coll’armonia costante, quantunque lontana dalla soavità di numero e dalla parsimonia di Virgilio, a cui i retori lo assomigliano. Il Navagero talmente aborriva dalle arguzie e dalle lambiccature di Marziale, che ogn’anno bruciava alle Muse un’ecatombe di esemplari di quel poeta. Da lui intitolò il Fracastoro un dialogo sopra la poesia, dove elevandosi sopra la meschinità precettiva, ne colloca l’essenza nell’ideale, qual viene inteso da una recentissima scuola filosofica.

Gabriele Faerno di Cremona, di cui si ignora ogni altra particolarità che la sua modesta virtù e la protezione largitagli da Pio IV e da Carlo Borromeo, stese cento favole esopiane in versi latini, destinate alla gioventù quando Fedro non era stato scoperto; con tale limpidezza e semplicità, che si credettero plagio di qualche antico. Il Flaminio veronese gareggia coi lirici antichi.

Pier Angelo Bargeo canta la caccia coi cani e col vischio, e la Siriade o le crociate. Marcello Palingenio (Zodiacus humanæ vitæ), in versi men belli de’ concetti, flagella la corruttela clericale. Aggiungiamo Basilio Zanchi bergamasco, che per accuse ereticali morì prigione di Paolo IV; tre fratelli Capilupi; cinque Amaltei, egregii fratres queis julia terra superbit; Andrea Marone bresciano improvvisatore, che l’Ariosto paragonò all’omonimo antico, e che morì di fame nel sacco del 27; Aurelio Augurelli, che presentò a Leone X la Crisopeja o arte di far l’oro, e Leone spiritosamente il ricambiò con una borsa vuota, acciocchè vi mettesse il metallo che creava.

Le lettere papali erano sempre state le meglio stese, e gli scrittori di esse consideravansi successori legittimi dei retori antichi, anzi perfino di Cassiodoro e di Virgilio, e presero luogo vicino ai canonisti. Molti ne trattarono espresso[85], e distinguevano dodici stili curiali oltre gli stili poetici, fra cui principali il Gregoriano, poi il Tulliano, l’Ilariano, l’Isidoriano, de’ quali noi abbiamo smarrito la chiave. Ora potersi scriverle con purissima eleganza dimostrarono il Sadoleto e il Bembo, al qual ultimo si attribuisce l’avere insegnato ad imitar solo Cicerone, lasciando via gli scrittori di bassa latinità: ma per quanto lodato, egli mi pare aspro, e nella sua magnificenza ben lontano dalla schiettezza de’ classici.

Lazaro Bonamici da Bassano (-1552), filologo ai servigi del cardinal Polo, nel sacco del 27 perdette i libri; poi a gara domandato a Padova, a Vienna, in Polonia, in Francia, formò valentissimi scolari; con criterio censurava le opere altrui, repugnava dallo scrivere italiano, e diceva di amare men tosto esser papa, che parlare come Cicerone. Al Beazzano da Treviso, autore di meschine poesie e spertissimo negli affari, dopo che fu ridotto infermo dalla podagra, accorrevasi da tutta Italia per consigli letterarj. Più tardi, i Volpi padovani furono correttori della stamperia del Comino di Cittadella.

Giulio Cesare Scaligero (1484-1558) volea farsi frate sulla speranza di diventar papa, onde ritorre ai Veneziani la sua Verona, da’ cui antichi dominatori pretendeva discendere. È il primo moderno che nella interminabile sua Poetica pensasse ridurre a sistema l’arte dei versi con copiosissimi esempj. Più di gusto che di genio, con amore dell’eleganza non sentimento della forza, preferisce a Omero l’Eneide, e fino l’Ero e Leandro; Orazio e Ovidio ai Greci, e con molto artifizio sostiene un assunto che, preso alla spicciolata, non è sempre paradossale. Rivede anche i moderni, fra i quali dà la palma al Fracastoro, poi al Sannazaro e al Vida.

Francesco Arsilli, nell’elegia De poetis urbanis, loda più di cento poeti latini viventi a Roma sotto Leone X. Dai loro contemporanei erano paragonati ai classici: ed anche il facile Roscoe, che figurò buono come lui il secolo di Leone X, ma nè il conobbe nè il fece conoscere, pareggia que’ nostri umanisti e Giovian Pontano ai contemporanei d’Augusto; come quando intitola grande il Bojardo, e pone l’Arcadia del Sannazaro sopra quanto l’Italia avesse fin allora prodotto; l’Italia di Dante.

I fantasticatori recenti d’una letteratura europea potrebbero trovarla già in cotesti latinisti, che costituivano veramente una repubblica universale, potente per questa medesima lingua e per l’accordo: ma il latino non essendo più la lingua del pensiero, ne veniva uno sciagurato divorzio tra questo e le parole; e lo studio della frase e dello stile riusciva a scapito della naturalezza. Erasmo derideva i nostri latinanti che non avventuravano parola la quale non fosse in Cicerone; mentre (siccome qualche nostro contemporaneo pretese saper la storia romana meglio di Tito Livio) egli presumea saper meglio di Cicerone come scrivere latino. Ma essi stessi confondevansi; e intanto che Lipsio e Aonio Paleario portano a cielo il latino di Paolo Giovio, lo Scaligero il giudica affettato e lussuriante anzichè puro[86].

Quell’ostinazione di studj conduceva facilmente alla presunzione, ad amare dell’antico fino la ruggine e le scorie, annichilare la propria personalità per camuffarsi alla greca e alla romana. Abbagliati non sapevano che ammirare; tutto vi ritrovavano bello ed uno; e viepiù sprezzavano la bizzarra varietà e la complessità laboriosa del medioevo e quel mondo di contrasti; vergognandosi d’essersi inginocchiati a quell’idolo misto di fango e diamanti. E per vero la scienza e la filosofia v’erano mancanti d’ogni gusto artistico, sicchè allo svegliarsi della letteratura classica fu vantaggio il considerarla principalmente dalla bellezza dello stile, e ravvivar così il sentimento estetico. Sebbene si esagerasse, continuando diveniva necessario volger lo studio de’ classici a sviluppare e crescere la conoscenza dell’uomo, e non solo dello scrivere, ma del pensare chieder loro lezioni; dall’esame della forma passare a quello della sostanza.

La purezza dello scrivere costava viepiù perchè dovea ciascuno per fatica propria accattar voci, frasi, regole, ed accertarle; finchè l’agostiniano Ambrogio Calepino da Bergamo diede fuori il vocabolario (Reggio 1502), che d’edizione in edizione cresciuto, in quella di Basilea del 1581 comprese ben undici lingue. E poichè non v’ha genìa più litigiosa dei pedanti, ne pullulavano rinfacciamenti scambievoli, e battaglie che s’appigliavano a tutto il regno letterario, tra il Poliziano e Bartolomeo Scaligero, tra Fiorentini e Napoletani, in proposito sempre di parole e parole.

Continuavasi a far buone edizioni, e stampatori eruditi apparvero il Minuziano a Milano, i Giunti a Firenze e Venezia, il Torrentino a Firenze e Mondovì, il Paganino a Venezia e Tusculano, il Viotto a Parma. I Ferrari di Piacenza erigono stamperia a Milano e a Trino, donde a Venezia; e perchè un d’essi, Gabriele, ito in Francia, fu soprannomato Joli, prese il cognome di Giolito, e per impresa la Fenice[87]. Costui non guardava a spesa per avere buoni correttori e buone opere, e per lui lavoravano il Dolce, il Domenichi, il Doni, il Brucioli, il Turchi, il Sansovino, il Fiorentino, il Bettussi, il Toscanelli, il Baldelli; fece vulgarizzare Diodoro Siculo, Dione Cassio, Onesandro, Appiano, Cicerone, Plinio; stampò un Ariosto con begli intagli; eseguì la collana degli Storici greci, ideata dal Porcacchi; in sua casa accoglievansi i principali Veneziani e forestieri; Carlo V il fece nobile, re e papi gli concessero grazie. Aldo Manuzio romano, stipite d’una famiglia di tipografi celebri a Venezia, continuava a stampar Aristotele mentre le palle di Francesi e Tedeschi sgomentavano la città; pubblicava Platone l’anno dell’eccidio di Ravenna e di Brescia; poi mutatosi a Roma, formò una Neoacademia dove ragionare di letteratura, e scegliere i lavori da stamparsi e lezioni da preferire, e pose sulla porta del suo gabinetto: — Se vuoi nulla, spicciati, e subito va; se pur non vieni come Ercole allo stanco Atlante, per sottopor le spalle; chè in tal campo sempre vi sarà da fare per te e per chiunque venga» (tom. VIII, pag. 367). Anche Pier Vettori procurò eccellenti edizioni e vulgarizzamenti di classici.

Dilatavasi lo studio del greco; e Giovanni Lascari, Francesco Porto, Marco Musuro e altri Greci qui formarono numerosi scolari, principalmente a Firenze, che parea un’Atene risorta[88]; Varino Favorino ne fece il primo dizionario dopo quello imperfetto del Crestone (tom. VIII, pag. 325). La prima grammatica in latino scrisse Urbano Valeriano, che lunghissimi viaggi avea compito sempre a piedi. Anche le lingue orientali aveano cultori, e non vogliamo dimenticare il dizionario perso-comano-latino, che il Petrarca lasciò alla repubblica veneta, forse trascritto di suo pugno. A spese di Giulio II, Gregorio Giorgi di Venezia pose a Fano la prima stamperia arabica che al mondo fosse, e nel 1514 ne uscirono le Sette ore canoniche, e poco poi il Corano per Paganino da Brescia. Pier Paolo Porro milanese stampò in Genova nel 1516 il Salterio in greco, ebraico, arabo e caldeo per cura di Agostino Giustiniani vescovo in Corsica, che possedeva ricchissima biblioteca orientale, della quale fece dono a Genova; e che da re Francesco chiamato a Parigi, primo v’introdusse le lingue orientali. Il cardinale Ferdinando de’ Medici ne aprì a Roma stamperia; a Venezia il Pomberg impresse la Bibbia in ebraico, assistito dal dottissimo frà Felice da Prato. Angelo Canini d’Anghiari pubblicò gli Ellenismi, e istituzioni per le lingue siriaca, assira, talmudica[89]. Teseo Ambrogio pavese imparò moltissime lingue, e preparava un salterio in caldaico, ma dal saccheggio di Pavia del 27 dispersi i libri e gli apparecchi suoi, non potè dar fuori che l’introduzione alle lingue caldaica, siriaca, armena e diciotto altre, con quaranta alfabeti, fra i quali comprese i caratteri che adopera il demonio, mostratigli da un adepto: opera che toglie la priorità a quella del Postel, giudicata il primo tentativo di filologia comparata, e la vince in ampiezza ed erudizione.

Anton Maria Conti detto Majoragio, che avvivò l’eloquenza a Milano e vi eresse l’accademia de’ Trasformati (1555), accusato d’irreligione per aver mutato il suo nome in Marcantonio, si scagiona davanti al senato col dire che, mancando esempj classici di Anton Maria, non avrebbe potuto scriverlo in latino pretto. Qual era più ridicola, l’accusa o la discolpa? Moltiplicò opere d’erudizione, impugnò i Paradossi di Cicerone, di che ripicchiollo caninamente Marco Nizolio, autore del Thesaurus ciceronianus.

La principale biblioteca era sempre la Vaticana; vi tenea dietro quella di San Marco a Venezia, dono del Bessarione; poi quelle di Urbino, di Modena, di Torino.

Molti applicavano alle antichità, specialmente romane, Lorenzo de’ Medici pose una cattedra per insegnarle; Pomponio Leto e Rafaele di Volterra scrissero sui magistrati, Marliano sulla topografia dell’antica Roma, Robortello sul nome delle famiglie, Manuzio delle leggi e della cittadinanza, Francesco Grapaldi delle case; della milizia Francesco Patrizj, e meglio Gianantonio Valtrini gesuita romano; il Panciroli delle dignità; Lucio Mauro, Andrea Fulvio, Lucio Fannio e altri delle antichità di Roma. Benchè nato a Scio, Leone Alazis o Allacci può arrogarsi all’Italia, ove sempre visse. Archeologi zelanti voleano tutto spiegare, descrivere tutto: ma più pazienti che ingegnosi, più di buon volere che di critica e di cognizioni sulla vita degli antichi, facilmente erravano, o sminuzzavansi in meschinità; i più non miravano che alla migliore intelligenza di Cicerone: tutti poi ligi all’autorità, veneratori della virtù romana, e d’inconcussa fede in Livio e Dionigi, che sì poco vagliono nelle antichità; in Pomponio e Gellio, che ignorarono le istituzioni repubblicane; in Tullio, ch’era men intento a vagliare la verità che a vincer le cause. Pure un giudice rigoroso e competente, il Niebuhr, dà lode a que’ nostri, che raccogliendo a gran fatica una moltitudine di particolarità isolate, giunsero a trarne ciò che nessun’opera avanzataci della letteratura antica offriva, un’esposizione sistematica delle antichità romane. Quanto fecero, conchiude egli, è prodigioso, e basterebbe per assicurarli di fama immortale[90].

Piaceva radunare senza discernimento medaglie, iscrizioni, arnesi, cimelj d’ogni sorta, d’ogni età, d’ogni nazione; nel qual genere levò fama il Museo, dove Paolo Giovio, accattando e blandendo, avea disposto di bellissime rarità e ritratti, dei quali stampò la prima raccolta che si vedesse, intagliati in legno. Enea Vico da Venezia primo trattò sulle medaglie degli antichi; e Sebastiano Erizzo, suo compatrioto, pose i fondamenti della numismatica.

Onofrio Panvinio veronese (1529-68) fu de’ primi a sentire l’importanza delle iscrizioni; interpretò alcune non prima intese, e pubblicò le più importanti, ben avanti del Grutero, che non gli rese giustizia; fu anzi il primo a ideare una collezione generale delle epigrafi antiche, e ne dedusse la cronologia de’ tempi romani, la serie de’ consoli e degli imperatori, e notizie sulla religione, i costumi, il governo, le dignità, gli uffizj, le tribù, le legioni, le vie, gli edifizj pubblici, i magistrati municipali, i giuochi; conobbe falsi i frammenti di Annio da Viterbo (tom. VIII, pag. 341); aggiungete una cronaca universale dalla creazione fin a’ suoi tempi, un ritratto del mondo abitabile, ed altre opere viepiù maravigliose a chi guardi la brevissima sua vita. Da Marcello Cervino esortato poi a volgersi alle antichità sacre come più convenienti ad ecclesiastico, raccolse immensi materiali; di cui furono stampati il Primato di San Pietro contro i centuriatori di Magdeburgo, le note alle vite dei papi del Platina, le sette basiliche di Roma, delle sepolture cristiane; altri giaciono inediti[91] o incompiuti, fra cui gli Annali ecclesiastici.

Con maturità e più accertate cognizioni Carlo Sigonio da Modena (1520-84) illustrò le romane antichità, i fasti consolari, il diritto romano (italico) e provinciale. Dopo la storia dell’impero occidentale da Domiziano ed Augustolo, primo ardì quella del regno d’Italia dai Longobardi sino al 1286; non traendo lume che dagli archivj, sicchè, malgrado gli errori, vuolsi venerare qual rinnovatore della diplomatica. Descrisse la repubblica degli Ebrei, quasi specchio alle costituzioni moderne. Premesso con Aristotele, che scopo d’ogni civile consorzio è conciliare l’utile col giusto, vuole si abbiano consigli occupati dei vantaggi della nazione, magistrati che non permettano di disgiunger da questi la giustizia, un capo che gli uni e gli altri convochi, distribuisca loro gli affari; il che tutto pargli fosse tra gli Ebrei felicemente combinato[92].

Pirro Ligorio napoletano per tutta Italia raccolse e disegnò iscrizioni, formando trenta volumi d’antichità, rimasti inediti e preziosi, malgrado i troppi errori. Mariangelo Accorso di Aquila, che visse trentatre anni alla corte di Carlo V, e per suo servizio viaggiò nel Settentrione, fu de’ più attenti antiquarj; adunò parecchi monumenti, che pose in Campidoglio; corresse molti passi di autori. Celso Cittadini avea pur fatto una raccolta d’iscrizioni: altre particolari di paesi servirono di fondamento alle storie municipali di Verona, Brescia, Como, Faenza, e alla milanese di Andrea Alciato (1492-1550).

Quest’ultimo, scolaro degli altri celebri Giasone del Maino e Carlo Ruino, a ventun anno pubblicò le note sui tre ultimi libri degli Istituti di Giustiniano, poi i paradossi del diritto civile, che lo fecero da alcuni riprovare come novatore, da altri levar a cielo. Ricco d’onnimoda letteratura, come ne diè prova in opere variatissime, rappresenta il progresso della giurisprudenza dall’autorità al raziocinio. Quanto alla Bibbia i teologi, tanta venerazione i giuristi professavano pei codici romani; riverendone il testo, senza osar più che qualche correzione o variante (glossa interlinare). Si procedette poi alla interpretazione logica (glossa marginale), che diede prevalenza al criterio personale sopra l’objettivo, passando dalla scuola d’Irnerio a quella d’Accursio, ma sempre con una specie di fede nell’accordo tra la parola e il senso logico della legge. Questa fede diminuisce allorchè Bartolo crea il Commento, dove la dialettica è considerata come mezzo per ottenere la vera conoscenza del diritto. Ma della dialettica si abusò, con interminabili teoriche, definizioni, cautele degenerando nella sofistica. Di questa l’Alciato rivela gli abusi, e come i professori insegnassero le industrie di fare, con parole, sembrar forte una causa debole, e sottoporre la verità all’interesse: Barbazia, Giason del Majno, Parisio davano consulti, dove il sofisma facilmente si scopriva; ma Decio e Bartolomeo Socino mentivano con finezza tale da ingannare i pratici. Decio poi a’ suoi consulti metteva soltanto la soscrizione, perchè così diceva non avere già affermato che quello fosse il diritto, ma scritto solo perchè la materia si prestasse meglio alla meditazione. Sannazaro, tanto per contentare il cliente, mutava qualche circostanza del fatto, sicchè il consulto procedeva legalmente, ma inutile. Paolo di Castro e Lupo asserivano d’avere scritto non consulti, ma allegazioni, nè in conseguenza doversi esigerne il vero a puntino (Parergon juris, lib. XII, c. 12).

Siffatto abuso della logica rendeva inestricabili le liti, irreperibile il vero. Si cercò orizzontarsi mediante l’autorità de’ grandi giureconsulti, ma con ciò la scienza sottometteasi alla tradizione scientifica, e non si facea che accumulare autorità, fra le quali la legge veniva sagrificata all’opinione collettiva: e Giason del Majno, campione di questa scuola, diceva che, dove urtino la verità e l’opinione comune, questa deve preferirsi a quella... l’errore comune costituisce diritto e si ha per verità (Lib. I, § testes cod. de Testamento). Di questo sottoporre il vero a un criterio legale dolevasi l’Alciato, e che si consumasse un intero semestre a porre in bilancia le opinioni dell’Aretino, di Socino, di Carlo Ruino, e confutare una sentenza accettata, con molta ambizione e pochissimo senno (Prælatio in bononiensi schola, an. 1550). Ma quell’ardimento che il raziocinio veniva prendendo anche nelle cose di fede, s’applicò alla giurisperizia, e l’Alciato n’ha il merito (per dirlo alla moderna), proclamando la superiorità della ragione individuale nel conoscere la vera realità del diritto positivo nella sua idealità, e tradurlo a tutte le conseguenze teoriche e pratiche della vita sociale in armonia colla religione. «Omesse (dic’egli nella prolusione di Pavia) le ambagi degli entimemi, più atte a ostentare ingegno che a compier la dottrina, riferirò in breve quel che s’abbia a sentire, e francheggerò l’interpretazione nostra con ragioni che bastino a rimuover le contraddizioni altrui». Opponeva dunque al formalismo dialettico la libera ragione. Per iscoprire poi il senso intimo della legge, ricorreva all’erudizione, che pondera i tempi, gli usi, le circostanze da cui ne fu accompagnata la formazione; colla storia migliorando il criterio objettivo.

Nascea da ciò la necessità di studiare i classici; onde gli derivò una inusitata bellezza di forme. E della filologia si valse a emendar varj passi del Corpus juris; industrie frammentarie, che avviavano alle sistematiche de’ moderni. Il testo rettificato volea costantemente premesso al commento, affinchè mai non se ne dimenticasse la realità, come era avvenuto agli scolari di Bartolo. La ragione è la perfezionatrice della realtà del diritto; del quale il senso più che la parola deve considerarsi. In conseguenza dedusse dai commentatori molti principj scientifici sconnessi, che coordinò sotto tre regole capitali intorno alle presunzioni.

In questo sforzo di emancipar la ragione dalla tradizione, l’individualità dall’autorità, s’inchinò sempre al dogma, e pose il diritto canonico per limite al romano. Che se le forze d’un solo non bastavano a compiere il passaggio dal medioevo ai moderni, aprì la via ai tre grandi lavori che restavano a fare d’archeologia storica, di filosofia del diritto positivo, di conciliazione fra i due elementi predetti; imprese serbate a Cujaccio, Donello, Domat[93].

L’Alciato godette di fama estesissima; ad Avignone ebbe seicento scudi di stipendio, settecento scolari e le divise di conte palatino; professò a Bourges per seicento scudi, e volendo partirne, il re gliene aggiunse trecento, il Delfino gli regalò una medaglia che ne valea quattrocento, e Francesco I sedè qualche volta fra’ suoi uditori. Non ancora contento, l’Alciato si partì, e lesse a Pavia per millecinquecento scudi, poi a Bologna, a Ferrara, senza mai chiamarsi soddisfatto. — Son richiesto (scriveva egli) da tutte le parti del mondo, da Inglesi, da Sassoni, da Belgi, da Pannoni; tanto non v’è luogo, che dagli scritti o dalla fama non conosca l’Alciato: testè mi scrisse Giovan Caspiano presidente al senato in Austria, testè Claudio Metense da Basilea, ed altri dotti».

Alcuni delle forme e del linguaggio degli antichi valeansi a materie nuove, come gli storici, i filosofi, e coloro che agitavano vive quistioni civili, ai quali ben tosto aprì vastissimo arringo la Riforma. Allora quest’erudizione, che placidamente armeggiava sui classici e in disquisizioni di parole, venne sospetta dacchè i novatori la spinsero nei campi della fede: poi studj più attuali le tolsero il primato; mentre dal 1491 al 1500 eransi stampate quattromila cencinquantotto opere, appena settecento ventitre ne comparvero fin al 1513; e Aldo Manuzio racconta che, nell’ora di far lezione, egli stava passeggiando davanti alla vuota Università romana, attesochè le lingue vive aveano occupato il posto delle classiche, ridotte a erudita curiosità.

Quegli studj aveano certamente giovato anche all’italiano, come la grammatica ai bambini; ma vi introdussero l’artifiziato periodare, le disdicevoli trasposizioni, la mescolanza di congiunzioni latine; e l’ermafrodita pedanteria guastava fin lo stile epistolare e domestico, e insegnava un’aria pomposa e cortigiana, e ciò che più rincresce, adulazioni svergognate; perchè lo scrivere consideravasi come un’arte, non come una manifestazione. Tanto le colpe letterarie toccano alle morali.

Coloro che dallo studio del latino traevano il pane, n’esageravano l’importanza a segno, da pretendere che l’italiano fosse indegno delle scienze. È noto che il Bembo suggeriva all’Ariosto di scrivere il suo Orlando in latino. Alla coronazione di Carlo V, Romolo Amaseo, arringando davanti a questo e al papa, sostenne doversi lasciar l’italiano ai trecconi e al vulgo da cui trae il nome. Gli fecero eco Pietro Bargeo in un’orazione allo studio di Pisa, Celio Calcagnini e Bartolomeo Ricci ne’ trattati dell’imitazione, Francesco Florido nell’apologia di Plauto, Giambattista Gorneo in un paradosso agli Infiammati di Mantova, altri ed altri, fin all’illustre Sigonio.

Siffatta preminenza avea fatto negligere l’italiano; dico dai dotti, perocchè vi fu sempre chi l’adoprò; e a non nominare Leonardo da Vinci e l’Alberti e qualche altro scienziato, più alle cose intenti che alle parole, bastino le soavissime prose di Feo Belcari, nobile fiorentino che si serbò semplice in tempo di stile latineggiante e intralciato. Qual carissima semplicità nella sua vita del beato Colombini! e la castissima dettatura delle molte sue laudi e rappresentazioni convince come fosse tutt’altra che perita la poesia italiana.

A questa Lorenzo de’ Medici giovò con una protezione meglio ragionata che il padre, e col proprio esempio. Per imitare il Petrarca, anzichè per passione, celebrò egli la Lucrezia Donati con sottilità platoniche; non infelicemente tentò le pastorali e la satira, e canti carnascialeschi per le feste, che, a spesa e direzione sua, rallegravano il carnevale. L’Ambra sua villa encomiò in un poema; nella Nencia da Barberino in dialetto contadinesco amoreggiò una campagnuola con inarrivabile vivacità e naturalezza; nell’Altercazione espose concetti di filosofia platonica, e ne’ Beoni una satira dell’ubbriachezza. Inspirato dalla madre, compose anche laudi sacre, che si cantavano come quelle di frà Savonarola (tom. VIII, pag. 299).

Dalla scuola di Angelo Poliziano (1454-94), il quale vantavasi che da mille anni nessun maestro d’eloquenza latina ebbe tali e tanti scolari, uscirono Guglielmo Grocin, da poi professore di greco ad Oxford; Tommaso Linacre, amico del cancelliere inglese Tommaso Moro; Dionigi, fratello dell’eruditissimo Reuclin; i due figli di Giovanni di Tessira cancelliere di Portogallo; ed altri, esaltati da Erasmo. Chi la prima volta vedesse il Poliziano in cattedra con naso sformato, occhio losco, collo tozzo, pigliavane disgusto: ma se schiudesse una voce dolce e vibrante, quella parola simile a un mazzo di fiori, quella frase tutta sali attici, faceano ben tosto dimenticare i torti di natura (Giovio); mentre egli s’infervorava, e sapea trasfondere le proprie emozioni nell’anima degli uditori. Gran gusto prendeva ai Bucolici; e incontrandovi lodata la felicità campestre, deponeva il libro e improvvisava su questa, non dimenticando nè il susurro dell’aria che fa ondeggiar le coniche vette del cipresso, nè la voce mormorante dei pini, nè quella del rivo serpeggiante sui ciottoli coloriti, nè l’eco che ripete le armonie. E tutti accorrevano alla chiesa di San Paolo dove egli era priore; uno con una spada alla mano, di cui non sapea leggere le sigle misteriose; uno a chiedergli un’epigrafe pel suo studio; un terzo una divisa; un quarto epitalamj o canzoni. «Appena mi rimane tempo da scrivere (esclama): fin il breviario bisogna ch’io interrompa».

Di mezzo agli studj filosofici e filologici, egli compose con maggior arte d’italiano le Stanze per la giostra di Giuliano Medici, con bellezza compassata ed elegante, non nerboruta e impetuosa; da paragonare a Cosimo Rosselli e alla scuola sua, staccata dalla prisca ingenuità per copiare il vero e l’antico. Le lasciò incompiute, ma dopo alzata l’ottava a magnificenza degna de’ grandi epici che vennero dietro. Ad istanza del cardinale Gonzaga, distese in due giorni il più antico melodramma, l’Orfeo, dove alla dolcezza dei Bucolici di Virgilio unì la spettacolosa libertà delle rappresentazioni medievali (tom. VIII, pag. 438).

Giusto de’ Conti al modo petrarchesco cantò la Bella mano della sua donna. Girolamo Benivieni l’amor divino espose con idee elevate, ma stile incondito. L’inno alla morte, di Pandolfo Collenuccio, s’invigorisce di civile filosofia.

Il Sannazaro suddetto fece quel che in Portogallo già si usava, il romanzo pastorale in prosa numerosa mescolata di versi; ma versi manierati, a cui volle aggiungere l’inarmonica difficoltà delle rime sdrucciole; e prosa rabberciata di latinismi, a zeppe, a parentesi, a trasposizioni; per quanto vive esprima alcune pitture, e veraci alcuni affetti. Studiò Teocrito, il quale non avea studiato la natura; e figurò i pastori colti d’ingegno e raffinati di sentimento. Poi alle Camene lasciar fe i monti ed abitar le arene, inventando le egloghe pescatorie, ancor più artifiziate, sebbene ispirar lo dovessero le spiaggie della sua Mergellina, le più belle che il sole indori.

L’italiano colto era dunque ridesto, ma non vi si tornava coll’ingenuità primitiva, sibbene colla riflessione, collo studio, coll’imitazione; e in conseguenza camminò manierato, pretensivo, anzichè analitico e svelto qual si parla da chi parla bene. Considerata la lingua come una fattura de’ letterati, ne conseguiva che i letterati potessero a voglia regolarla; onde comparvero grammatiche[94] e discussioni e sofisticamenti sull’indole e sugli usi di quella che due secoli innanzi era stata adoperata insignemente. Il Boccaccio, in grazia spesso di quel che n’è meno imitabile, fu preso per canone, posponendo la casta semplicità de’ suoi predecessori ai costrutti singolari e alle eleganti giaciture. Sovra lui sottigliò Pietro Bembo nobile veneto (1470-1547), che chiamarono balio della lingua. Avea quaranta portafogli, dall’un all’altro dei quali passava le sue carte, correggendole man mano; e ci ripetono, — Egli è una prova che può scriversi pretto senz’essere nato sull’Arno». Ma (oltre sapersi che suo padre, letterato dottissimo e operoso magistrato, il portò seco a Firenze in età di otto anni), quel suo non ismontar mai da’ trampoli, non dettar mai naturale, rivela che non ha nativa la lingua; fin le epistole egli lavora a tessello di frasi altrui e strascico di periodi e ricorrenti latinismi, senza vigore mai. Le sue Regole grammaticali ebbero quattordici ristampe, ma trovarono molti contraddittori; il Castelvetro, il Caro, il Sannazaro, gli Accademici Fiorentini le appuntarono, e chiarirono che neppur esso autore vi si atteneva: e di fatto non posano su verun fondamento razionale, nè allargansi a comprensioni generali.

Caterina Cornaro, rinunziato il regno di Cipro alla Repubblica veneta, si ritirò ad Asolo, castello sopra Treviso, alle prime falde dell’Alpi, e fattane signora con un assegno di ottomila ducati, vi spiegava qualche lembo avanzatole del manto regio, alla corte fastosa di ottanta servi e dodici damigelle, e giuliva di mille delizie, aggiungendo la compagnia di letterati e artisti, visitata or da Teodora d’Aragona moglie d’un Sanseverino, or dal marchese di Mantova, ora dal cardinale Zeno, più spesso da Pandolfo Malatesta di Rimini, che venivano a godervi caccie, pesche, corse, balli, o le nozze di qualche a lei prediletta. E v’interveniva giovinetto galante il Bembo, e v’ideava i dialoghi degli Asolani «per esortar i giovani ad amare»; introducendo però un Dardi Giorgio, pio solitario, che dal terreno li solleva all’amor divino. Danno per isquisita la canzone sua in morte del fratello, e i sonetti in morte della Morosini, madre de’ suoi figliuoli: ma il cuore non mel disse. Insomma, di tanti che il lodano, quanti lo lessero? Guarda un’opera sua, tu credi sempre che tanta fama sia dovuta a un’altra; ogni encomio si conchiude nella compassata eleganza: ma a questa si può giungere colla fatica, e perciò molti lo tolsero ad imitare fra que’ tanti che cercavano, non qual cosa dire, ma come dirla.

Non sarà superfluo l’avvertire come gli Italiani, ogniqualvolta peggio soffrivano e si trovavano precluse le disquisizioni politiche, si buttarono sopra quelle della lingua, quasi una protesta della nazionalità che ad essi voleasi strappare. E il fecero allora. Il Giambullari nel Gello tolse a derivar la nostra dall’etrusca, che è ignota, ma che supponeva affine all’ebraica, donde i suoi fautori si dissero Aramei. Celso Cittadini la facea vissuta fin ai tempi di Roma antica; ma la filologia comparata era sì bambina da non recar a distinguere la maternità dalla fratellanza. Peggio litigarono sul nome. Il Trissino vicentino la voleva detta italiana; fiorentina il Varchi e il Bembo; senese il Bargagli e il Bulgarini; toscana Claudio Tolomei; il Muzio, ribattendo l’Amaseo che la rilegava nel trivio, voleva che la lingua fosse desunta da ciascuna città e provincia d’Italia «come un’insalata di diverse erbe e di diversi fiori», asserendo che «non i fiumi toschi, Ma il ciel, l’arte, lo studio e ’l santo amore Dan spirito e vita ai nomi ed alle carte»: contro Bartolomeo Cavalcanti, che trovava lo stile del Machiavelli incomparabilmente superiore a quel del Boccaccio, sostenne che questo s’addice ad ogni maniera di componimento: contro il Varchi lanciò deboli ragioni con violenza, e quasi sapesse la lingua meglio di loro, appunta modi del Ruscelli, del Dolce, del Castelvetro, del Machiavelli, del Guicciardini: contro Dante pure s’avventò, nel che lo contraddisse il Cittadini. E su tutto ciò si compilarono libri senza fine, che meglio avrebbero sciolto il nodo adoprando essa lingua ad alcun che di elevato e degno.

Il Salviati[95] rabbuffa il Muzio e il Trissino e gli altri forestieri, «i quali pronunziando la loro favella in maniera che scrivere non si possono le loro parole nè senza risa ascoltare, ci motteggiano nella pronunzia, e dannano in noi la virtù che si disperano di poter mai ottenere... A tutte le cose che da coloro contro la nostra lingua si son volute dire, bastata sarebbe questa risposta sola, che essi niuna cosa propongono, niuna ne vogliono provare, che mai allegano uno scrittore che di Firenze non sia. E che nuovo linguaggio, che inaudita rimescolanza, che centauro, che chimera, che mostro sarebbe quello, quando pur anche far si potesse, un mescuglio di vocaboli di forse trenta diverse lingue? E dove mai e quando mai fu veduta scrittura di questa guisa, o come la siffatta dir si potrebbe lingua, se lingua non è quella, la quale o da alcun popolo non si favelli, o la quale alcun popolo per alcun tempo non abbia mai favellata? Chi sarebbe che la intendesse pur mediocremente? dove s’avrebbe a far capo, dove a ricorrere per le proprietà? e in qual guisa maravigliosa andarono questi nostri per tutto il corso della loro vita passeggiando per tutta Italia a prendere cento vocaboli di Romagna, trecento di tutte le terre di Lombardia, altrettanto di Napoli e suo reame, e finalmente dieci di quel paese e quattro di quel castello? Che fatica, che stento, che infelicità convenne che fosse la loro in quel tempo!» Insomma vorrebbe lo scrittore fosse nato in Firenze, poi studiasse in Dante, Petrarca, Boccaccio e negli altri trecentisti la legatura delle parole e lo stile: lo che rese tanto difficile lo scriver bene, all’imitazione degli antichi dovendosi aggiungere l’imitazione dei moderni.

Sono le controversie che si rinnovano di tempo in tempo, discutendo sulle parole, invece d’occuparsi di cose; rimestando la tavolozza, invece di dipingere. Parve poi fatale da que’ primordj fino alla umanità odierna, che contraddittori e apologisti credessero ragioni le villanie, non s’elevassero mai alla natura dei linguaggi e al paragone di ciò che negli altri paesi intervenne, e, per angusto municipalismo, negassero la preminenza ai Toscani quegli stessi che pescano toscane eleganze per parer belli; impugnando così, almeno in teorica, quell’unità della lingua che ad altre unità è scala e suggello.

Già il Tolomei avea proposto di levare l’h da hora, dishonore, havea; ma con più senno voleva il Trissino distinguere l’i dall’j, l’u dalla v, smettere la ph per f, il th per z; e coll’η, ed ε, coll’ο e ω greci discernere il suono stretto o largo di queste due vocali. Sciaguratamente egli adoprò quest’ortografia in un poema illaudabile, e non essendo toscano, errò nell’applicazione, onde gli si levarono addosso le beffe, massime dal Firenzuola; eterno modo anche questo d’impacciare le cose buone! Alcune di siffatte innovazioni prevalsero, le altre rimangono desiderate.

Particolare attenzione alle regole della lingua si applicò quando cadde la libertà fiorentina, cioè quando cessarono i grandi scrittori; e fu istituita anche una cattedra di italiano per Diomede Borghese, il quale con quarant’anni di studio pretendeva avere ottenuto il titolo di arbitro e regolatore della toscana favella. I malcontenti dei Medici, per avere un pretesto di adunarsi, proposero di emendare il Decamerone, guasto nelle varie stampe; e l’edizione fatta dal Giunti nel 1527 è cercata come un lavoro di partito. E perchè il Decamerone si teneva pel libro più utile, ma insieme pericolosissimo al buon costume, fu commesso al Salviati di prepararne una lezione castigata, per la quale gli toccarono i vituperj che al pittore Braghettone.

Continuò quella fratellanza nell’accademia degli Umidi, la quale adunavasi in casa di Giuseppe Mazzuoli, «cittadino (com’egli diceva) senza stato, soldato senza condizione, profeta come Cassandra», che avea combattuto nelle Bande nere, poi all’assedio; poi fatto vecchio, ma sempre sollazzevole ed amoroso dei giovani, molti ne univa, i quali «ancorchè fussino la maggior parte in esercizj mercantili occupati, pure si promettevano tanta grazia dalle stelle e dalla natura, che bastava lor l’animo a render conto dei casi loro in simile professione»[96]. Cosmo, conoscendo l’astuzia del farsi serve le lettere col proteggerle, cominciò a dare a questi giovani il titolo più lauto di Accademia Fiorentina, poi stanza nel suo palazzo, e pubblicità, e prebende, e fin privilegio di fôro; per quanto il Mazzuoli si dolesse di questo voler il duca tirare tutto a sè. Propostosi a studio speciale la lingua, i membri di essa si buttarono a leggere dissertazioni sopra un sonetto, un verso, una parola di qualche classico, e principalmente del Petrarca; e poichè ciascuno voleva avere esordio, perorazione e congrua lunghezza, considerate quanto sciupìo di parole in un secolo già tanto verboso! Saviamente pensando che gioverebbe alla lingua l’esercitarla in traduzioni, il duca ne commise molte ad essi accademici, come di Aristotele al Segni, di Boezio al Varchi, di Platone al Dati, e via là.

Nojati dallo stillar quintessenze, i membri di essa Giambattista Dati, Anton Francesco Grazzini, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini e Bastiani de’ Rossi fecero scisma, e raccoglieansi ad altre tornate che chiamavano stravizj, perchè rallegrate dall’amenità del luogo, da festivo cicalare, da squisite cenette[97]. Pier Salviati gli esortò a dare a quei ritrovi alcuno scopo certo, senza abbandonare l’originaria giovialità; onde formarono un’accademia che per celia battezzarono della Crusca, togliendo per emblema il frullone, per seggiole le gerle del pane rovesciate cui serve di spalliera una pala da grano, per sedia dell’arciconsolo tre macine, e ognuno un nome da tali simboli, l’Infarinato, l’Inferigno, il Rimenato, l’Insaccato; Grazzini volle ritenere il titolo suo primitivo di Lasca, perchè questo pesciattolo a friggerlo s’infarina. Continuarono così a mandar fuori cicalate bizzarre, finchè assunsero di compilare il vocabolario della Crusca, sgomento dei pedanti, beffa dei frivoli, che non vogliono conoscerne l’intento e l’uso.

Quantunque persuasi che la favella d’una nazione sia un dialetto elevato alla dignità di lingua scritta, e che in Italia il fiorentino meriti questo vanto, gli Accademici non s’accontentarono (come poi col parigino fecero quelli di Francia) di dare tutte le voci dell’idioma toscano, ma le rinfiancarono d’esempj. I filologi, che allora s’abbaruffavano sopra il valore di parole latine, non poteano risolvere che per esempj scritti; l’illustrazione de’ Classici era l’oggetto di moltissime opere, di moltissime accademie, e singolarmente della fiorentina; il quale andazzo portò i Cruscanti a voler munire ogni voce e i varj significati di essa con testi, credendo dare autorità ai modi, e chiarire il senso degli autori[98].

Ma poichè negli autori non si trova che la minor parte della lingua, i Cruscanti ricorsero a scritture ove abbondano le parole d’uso famigliare, come ricettarj, zibaldoni da bottega, e somiglianti. Di più si fece; e alcuno prese a scrivere componimenti col preciso scopo d’inserirvi voci di cui gli esempj mancassero, quali furono la Fiera e la Tancia del Buonarroti. Non sarebbe tornato più speditivo il mettere a catalogo le voci stesse, quali s’udivano dal popolo? io lo credo; e crederò sempre rimanga ancora questo bel compito a qualche Toscano, che voglia offrire un vocabolario non voluminoso e da pochi, ma usuale e da tutti. Quale però fu fatto dagli Accademici, ha il merito, per quel tempo rilevantissimo, di spiegare i Classici.

In tal lavoro essi errarono spesso, non sempre usarono testi corretti, benchè l’emenda di questi fosse una delle loro applicazioni; non registrarono a pezza tutte le voci neppur d’essi autori; diedero per vivo ciò che era quattriduano, per comune ciò che era d’un luogo o d’un tempo particolare; fin errori e storpiature registrarono, pel proposito di spiegare gli autori. Sovrattutto erano vacillanti nella grammatica, allora in fasce, scarsi nella critica, nata appena. Quindi pecche vere, confessate da essi medesimi nella prefazione, riparate via via nelle stampe successive, ma lasciandone altre che diedero facile messe a chi volle appuntarneli, o supplirne le dimenticanze. Sensatissime e pizzicanti e miniera ai futuri sono le postille che vi pose Alessandro Tassoni, appena uscito il Vocabolario, con frizzo più pungente che non si dovesse aspettare da un accademico. Benedetto Fioretti pistojese (che, con vocabolo composto di tre idiomi, s’intitolò Udeno Nisieli, cioè uomo di nessuno se non di Dio) pose saviissime note in margine a una copia che, comperata a caro prezzo, giovò alle posteriori edizioni del Vocabolario. Il quale resterà come bel monumento storico: e noi, aborrendo le scurrilità lanciategli, lo abbandoneremo solo quando ci abbiano forniti d’uno migliore.

Ma a ciò si richiedono condizioni, che non sono letterarie. E del resto le quistioni della lingua si vincono coll’adoprarla a qualcosa di utile e di grande; e quel secolo abbondò di scrittori che parvero rinfrescare il Trecento, ingentilendolo. Bizzarria, disordine, spirito religioso sopravviveva ancora nei meno accurati, e una fecondità quale di giovinetti appena buttati nel mondo; ma tutto veniva alterato dall’educazione, e poco a poco la coltura sottentrava all’originalità, il lenocinio alla robustezza: la prosa, non più abbandonata al caso e al sentimento, prendeva ordine, e spogliavasi dell’affettazione latina, pur vestendo graziosi costrutti ed eleganti giaciture.

Monsignor Giovanni Della Casa da Mugello (1503-56), il migliore de’ periodanti artifiziosi, scrive qual si conviene a precettore di buone creanze. Di magniloquenza sono tipo le sue orazioni: ma chi in quello strascico cortigianesco può riconoscere il modo di persuadere e di muovere? Aggiungi lo sconcio variare di sentimenti, sicchè nell’una sublima quel medesimo Carlo V[99], che in due altre aveva mostrato peste d’Italia e rovina d’ogni libertà; in quella confonde perfino la giustizia colla volontà di esso[100], in queste ne esagera l’avidità nell’invadere l’altrui; qua predica la libertà d’Italia, altrove esorta a ridur Siena in dominio della famiglia Caraffa.

Orazioni si facevano allora per ogni occasione, ma qual raggiunge l’eloquenza vera? Sonorità di periodi, ridondanza d’epiteti, verbosità, descrizioni, enfasi invece di forza e concisione, nessuna arte di incalzare cogli argomenti, di penetrare l’intimo degli animi per isnidarne il vizio o indur la persuasione. Non un buon predicatore sorse in quel meriggio delle lettere. Per via severa camminò frà Girolamo Savonarola, tutto impeti e con movimenti qua e là di vera eloquenza: ma quella che arte chiamiamo gli manca, e troppo spesso converte il pulpito in tribuna. D’orazioni profane funebri, di complimento, di persuasione, un migliajo rimane, ma chi leggerebbe quel cicaleccio inane, se non per ripescare fra un diluvio di parole qualche notizia?[101]

Vuolsi coraggio a trangugiar quelle di Leonardo Salviati con tanto profluvio di voci oziose, tanto viluppo di membri e membretti. Questa palma mancante all’Italia, pretese cogliere Alberto Lollio con arringhe di assiderante eleganza, sovente sopra soggetti immaginarj, e puntellate di figure retoriche e luoghi topici uno infilato all’altro; talchè somministrano abbondanti esempj ai precettisti, e noja insuperabile ai lettori. Buoni favellatori possedette Venezia, ma scarsi d’arte e di lingua incerta; robuste e spigliate procedono cinque orazioni che si hanno stampate di Pietro Badoero; e lodatissime furono le arringhe giudiziarie di Cornelio Frangipane friulano.

Deh potessimo avere i ragionamenti onde i Fiorentini ed altri repubblicani persuadevano al meglio della patria!; ma quelli intarsiati ai racconti dal Bembo, dal Nardi, dal Varchi e peggio dal Guicciardini, sono esercitazioni compassate, di niuna spontaneità, e guaste spesso dall’imitazione. Bartolomeo Cavalcanti è più vero, e per ciò più robusto. Unite il discorso di Giambattista Busini al duca di Ferrara pei profughi di Firenze perseguitati da Clemente VII, quello di Giacomo Nardi a Carlo V sulle tirannie del duca Alessandro, e se vogliasi l’apologia di Lorenzino; e avrete tutta l’eloquenza politica di quell’età, prima che le fosse tolto il parlare. E il non essere sorto un grand’oratore fu non ultima causa del mancarci una prosa nazionale; prosa svelta, propria, concludente, che in tutti gli scrittori apparisca unica di fondo, variata di colore secondo la materia, la persona, gli studj; prosa approvata dai dotti e insieme gradita al popolo, che vi riscontri le forme sue ma nobilmente atteggiate, le sue parole ma con arte disposte. E restammo fra una lingua colta e morta, usata spesso a materie inette; ed una viva, ma creduta solo acconcia a frivolezze, a commedie, a novelle, che saranno sempre il più ricco tesoro di bei modi, d’animosi tragetti, di frasi calzanti.

Gli storici (t. IX, p. 254) sono i migliori scrittori, ma neppure essi evitano l’espansione smodata e la prolissità, nè le parole rinzeppate o le particelle superflue, che stornando l’attenzione, fanno o meno o male intendere l’idea. Alcuni all’arte unicamente posero pensiero, come Pier Francesco Giambullari, che i fatti generali d’Europa dopo il IX secolo espose con bellissima retorica; caro alle scuole dove si separa il pensiero dalla parola. L’irremediabile amplificare di Francesco Guicciardini, que’ periodi intralciati di tante fila, che dianzi un editore faticò per distrigarli in qualche modo, possono correggere il moderno sfrantumare, ma troppo distano dalla rapidità che il racconto esige[102]. In fatto egli non erasi mai esercitato a scrivere; ma la profonda intelligenza e il buon senso, cui unisce sperienza e calcolo, gli valgono a gran pezza meglio che i precetti.

Bernardo Davanzati mercante fiorentino (1529-86), indispettito dal forestierume che s’infiltrava col commercio e colla Corte, per rimedio suggeriva di «spolverare i libri antichi, e servirsi delle gioje nostre che ci farebbero onore»: preferiva la lingua fiorentina alla comune italica, che «quasi vino limosinato a uscio a uscio, non pare che brilli ne’ frizzi». Ristrettosi a Tacito, Orazio e Dante, maestri dello scolpire i pensieri, egli solo, fra tanto sproloquio in cui smarrivansi i pensieri, propose di mostrare come la nostra favella possa emulare la madre in nervosa brevità; e traducendo Tacito, ridusse più conciso il concisissimo fra gli storici antichi. Che se licenziossi a qualche ribobolo che detrae al signoresco narratore, le più volte l’intende a meraviglia, e lo riproduce colla vera fisionomia, coll’efficace semplicità afferra il punto e picca; e noi lo teniamo inarrivabile modello del vulgarizzare[103].

Rimane sempre vero che i libri più pregevoli di quel secolo sono i meno artifiziati, le lettere del Caro, la vita del Cellini, e quelle del Vasari. Ben hanno preteso i letterati d’aver abbellito queste ultime; ma la storia li smentisce, quand’anche nol facessero esse medesime. Chiarezza, brevità, vigore son lodi costanti dello stile del Machiavelli, più pregevoli quanto al suo tempo più rare; del resto va senz’arte: ne’ periodi zoppica non di rado, mirando unicamente alla forza; è ricco d’idiotismi; ma quei che supposero non sapesse di latino, badino come l’imitazione latina lo traesse a costruzioni o falsate o contorte; e, malgrado i molti difetti, merita gran lodi da chi sappia non solo ammirare ma osservare. Come poeta, oltre le commedie ove mostrò quanto poteva migliorarsene il gusto, stese i Decennali, meschina imitazione di Dante, narrando i fatti del suo tempo. Nell’Asino d’oro, che solo pel titolo rammenta la spiritosa fatica di Apulejo, finge essersi smarrito in una foresta, ove da’ mostri lo campa una donna, che lo conduce a un serraglio di bestie allegoriche.

Nell’imbratto che fece della lingua di Dante e del Villani, il Boccaccio ebbe troppi imitatori; sicchè i novellieri sentono tutti di quella puzza. D’interesse, di color locale, d’affetto mancano in generale, si dilatano in uno stile spento e languido, e connettono i racconti con filo ancor più tenue che il loro modello. Nella peste del 1374, una brigata d’ogni condizione viaggia per Italia, distraendosi con cencinquantasei racconti, la più parte osceni, tutti incolti, che Giovan Sercambi lucchese raccolse. Dall’Aretino, da Speron Speroni, da Ercole Bentivoglio ed altri, sorpresi dalla pioggia alla pesca, suppongonsi narrate le diciassette novelle dei Diporti di Girolamo Parabosco, musicante piacentino e poligrafo. Cinque uomini e altrettante donne, spinti da egual accidente in una casa, vi ingannano la sera novellando; del che sono formate le Cene del Lasca speziale fiorentino, procedenti con sintassi naturale, periodo disinvolto, espressione tersa propria; e con molta varietà, nè senza tragico interesse, che poi l’autore volge dispettosamente in riso. Egli avea pure composto pungentissimi scherzi e commedie di candidissima dettatura, di scarso intreccio, d’invereconda morale.

Agnolo Firenzuola fiorentino (1493-1548), tutto fiori e grazie, deh perchè quell’insuperabile trasparenza di stile adoprò solo in frivolezze e scurrilità? Era monaco vallombrosano; e appassionato della materiale bellezza femminile, ne stese un trattato fra lubriche particolarità e sogni cabalistici. In una brigata fa ragionar d’amore, e raccontare laide novelle innanzi alla «regina del suo cuore... bella e pudica quant’altre mai». Anche dagli animali fa dare precetti ed esempj; sul soggetto di Apulejo forma un Asino d’oro, acconciato ad altre idee.

La Filena di Nicolò Franco fu messa un momento di sopra del Decamerone, poi dimenticata. Giovanni Sabadino degli Arienti bolognese dettò neglettamente settanta Novelle Porrettane. Masuccio Salernitano nel Novellino moltiplica avventure a scorno de’ frati e in istile boccaccevole. Delle ottanta novelle latine trivialmente oscene di Girolamo Morlino napoletano si valse Gianfrancesco Strapparola di Caravaggio, che le divise in notti, zeppe di meraviglioso e d’inverosimile, e benchè da postribolo, le suppone esposte da oneste fanciulle. Alle consuete immoralità vollero sottrarsi Sebastiano Erizzo, che fece sei giornate di racconti prolissi, e Giraldi Cintio, che negli Ecatomiti, narrati da giovani fuggenti a Marsiglia dal sacco di Roma, pretese insegnar la morale, e non fu letto; eppure somministrò il soggetto a più d’una composizione di Shakspeare.

Matteo Bandello da Castelnuovo di Scrivia (1480-1561), generale dei Domenicani in Milano, ostentò amori e cortigianerie a Napoli e Firenze, eppure ottenne da Enrico II il vescovado d’Agen. Tra le occupazioni, raccolse piuttosto aneddoti che vere novelle, alle quali non si brigò tampoco di dare qualsiasi legame, ma a ciascuna prepose una dedica adulatoria, unica e misera originalità; chè del resto va con parlate prolisse, dialogo sgraziato, insulse particolarità, scarsa fantasia, caratteri sparuti, nè mai drammatico movimento. «Dicono i critici che, non avendo io stile, non mi doveva mettere a fare questa fatica: io rispondo loro che dicono il vero, ch’io non ho stile, e lo conosco pur troppo: e per questo non faccio professione di prosatore». Così egli; e di fatto la sgraziataggine del suo scrivere rende viemeno tollerabile con lardellarlo di frasi classiche[104]. «Dicono i critici che le mie novelle non sono oneste...: io non nego che non ce ne siano alcune, che non solamente non sono oneste, ma dico e senza dubbio confesso che sono disonestissime...; ma non confesso già ch’io meriti di essere biasimato; biasimarsi devono... coloro che fanno questi errori, non chi li scrive». Muove nausea la sguajatezza con cui, egli vescovo e di settant’anni, espone sconcezze, da cui ebbero sciagurato appiglio i Protestanti: eppure il marchese Luigi Gonzaga gli affidò ad educare sua nipote Lucrezia; e monsignore se ne innamorò, ma platonicamente, e la cantò in molte liriche e in un poema di undici canti!

I trattatisti di morale, oltre non aversene pur uno originale, peccano del massimo dei difetti, l’esser nojosi. I Ragionamenti di monsignor Florimonte, la Vera bellezza di Giuseppe Beluzzi, i Ricordi di monsignor Saba da Castiglione, i Ritratti di donne illustri d’Italia del Trissino, sono per lo più dissertazioni in tono retorico, rinzaffate di erudizione e prive d’attualità. Benedetto Varchi, prolisso, allenato, cascante sempre anche nella storia, empì le sue Lezioni di futilità aristoteliche; pure dagli stranieri erano ristampate e lette come delle migliori. Mattia Doria fece la Vita Civile, ed aveva preparato l’Idea d’una perfetta repubblica, ma se ne sospese la stampa; e conosciutovi immoralità e concetti panteistici, fu arsa.

Di Sperone Speroni, che fece arringhe ciceroniane, e che giudicano armonioso e grave, sono gracilissimi e di concetti generici i dialoghi intitolati il Guevara, il Marcantonio, l’Orologio dei principi, molte volte ristampati: al più si possono leggere i suoi Consigli alla figlia. Molto da lui copiò Alessandro Piccolòmini senese nelle Istituzioni di tutta la vita dell’uomo nato nobile e in città libera: professava a Padova, e nelle opere di filosofia considera Aristotele come suo «principe e guida e più che uomo», eppure osa scostarsene; e secondo l’andazzo, distingue la verità filosofica dalla teologica. Francesco Piccolòmini della patria stessa, nel Comes politicus pro recta ordinis ratione propugnator, discute la morale (de moribus) e la sociale (de republica), considerando come un dovere de’ magistrati il diffondere la virtù nella città e nello Stato. Altri scritti sull’educazione e sulla morale stanno nelle biblioteche, non più fra le mani: solo vive il Galateo di monsignor Della Casa, libro condiscendente più che retto, che la cortesia confonde colla moralità. Delinea o adombra i costumi d’allora, in alcun lato ancora grossolani, mentre già si mescevano a puntigli e smancerie spagnuole; e molto insiste sul modo di raccontare accidenti e novelle, il che era ingrediente primario del conversare di quel tempo. Nei Doveri fra amici di stato diverso riduce a precetti la servilità; l’inferiore mai non intacchi il suo patrono; ne soffra piacevolmente persin le impertinenze. Pur troppo va così: ma perisce la civiltà vera d’un paese quando la moralità svapora in cerimonie, e il dovere in convenevoli, che non vagliono se non sgorgando dal cuore.

Analisi dell’uomo e degli affetti intimi, efficacia di particolarità, la profonda riflessione di Pascal o l’ingenua sensualità di Montaigne mancano sempre ai nostri, che offrono soltanto modelli generici e astrazioni; del qual falso sistema la maggior riprova sta nell’allegoria anteposta da Torquato Tasso al suo poema; come i difetti di questo rivelano l’assurdità del metodo. Esso Torquato; il Varchi, il Muzio, altri ed altri discussero alcuni punti particolari di condotta, e massime dell’onore e della scienza cavalleresca. Questa cominciava a prender piede, per divenire poi quasi unica norma a’ portamenti de’ gentiluomini; e sul duello, punto essenziale, scriveano i teologi per disapprovarlo, gli altri per darvi regole. Tutto ciò pei gentiluomini, reggentisi in un’atmosfera affatto artifiziale; ma al grosso della nazione avvilita, al popolo escluso dagli interessi, chi provvedea più fuorchè i preti?

Pietro Martire d’Angera milanese, del 1488 portato in Ispagna, col Mendoza conte di Tendilla vi attese alle armi, e dopo presa Granata si ordinò ecclesiastico, e la regina Isabella il pose maestro de’ paggi. Avendo il soldano d’Egitto spedito a re Ferdinando il padre Antonio da Milano, guardiano de’ Francescani al Santo Sepolcro, per intimargli cessasse di molestare i Mori, se no egli tratterebbe all’eguale stregua i Cristiani in Terrasanta, Ferdinando gli mandò Pietro Martire, che ottenne quanto chiedeva, e in quell’occasione vide il Cairo e le piramidi, che descrisse; come poi l’Oceano ed il Mondo nuovo da che fu consigliere reale per gli affari dell’India, onde potè avere in mano i documenti della navigazione di Colombo, opera tradotta in tutte le lingue. Fin al 1525 dettò ottocentotredici lettere sugli uomini e sui fatti contemporanei, perciò cercate dagli storici, quantunque paja certo che non furono dettate al tempo proprio degli avvenimenti. Approva l’Inquisizione e l’intolleranza, pressente l’importanza della Riforma appena nata, descrive egregiamente le fazioni di Firenze, la battaglia di Pavia.

Altri dei nostri si occupavano di paesi forestieri. Girolamo Faletti di Ferrara (De bello sicambrico) narrò le guerre di Carlo V coi Francesi ne’ Paesi Bassi, e contro la lega Smalcaldica; Orazio Nucula in latino non inelegante la spedizione di esso in Africa. Paolo Emili veronese, chiamato da Luigi XII a Parigi per iscrivere la storia di Francia, la stese latina in quattro libri, dall’antichità fino al 1489, qualche ordine portandovi colla critica allora possibile[105]: fu la prima ragionevole di quel paese, e lodatissima, tradotta, per lungo tempo rimase di testo, e Giusto Lipsio diceva che pene unus inter novos veram et veterem historiæ viam vidit....; genus scribendi ejus doctum, nervosum, pressum...; non legi nostro ævo qui magis liber ab affectu[106]. Lucio Marineo siciliano a Salamanca dettava la storia di Spagna ad esaltazione di Fernando e d’Isabella; Polidoro Vergilio di Urbino, autore d’un esile trattato De inventoribus rerum, ebbe da Enrico VII l’incarico di scrivere quella d’Inghilterra: sicchè anche gli storici di que’ paesi cominciano da un nostro. Così Ciro Spontoni scrisse quella d’Ungheria; Alessandro Guagnino veronese quella della Polonia; il padre Antonio Possevino quella di Moscovia; Gian Michele Bruto quella dell’Ungheria e di Stefano Batori; Luigi Guicciardini fratello dello storico, Commentarj delle cose di Europa specialmente ne’ Paesi Bassi dal 1529 al 60, e una descrizione di questi, ne’ quali egli abitò quarant’anni come negoziante.

Valeriano Pierio trattò de’ geroglifici come allora si poteva, delle antichità di Belluno sua patria; e sull’infelicità dei letterati raccolse aneddoti che ora potrebbero triplicarsi, anche tralasciando, come egli non fece, le miserie inseparabili dall’umanità. Luca Contile senese, segretario al cardinale Trivulzio e a Ferrante Gonzaga governatore di Milano, al cardinale Trento, al capitano Sforza Pallavicino, al marchese Pescara, fu storico diligente e chiaro più che coraggioso, e nel trattare delle divise e insegne si elevò a qualche intendimento generale. Corteggiò la marchesa Del Vasto e Vittoria Colonna, cui dedicò la Nice, poema non casto, assomigliando le virtù di lei al vello d’oro e ai pomi esperj, custoditi, invece di drago, da’ suoi begli occhi, lo spavento de’ quali non potrebbe superarsi che da Giasone od Ercole.

Altri speculavano sulla vanità tessendo genealogie, e spesso inventandole, all’appoggio principalmente di frate Annio da Viterbo e simili. Scipione Ammirato storiò le famiglie napoletane e fiorentine, il Morigi quelle di Milano, il Sansovino le illustri d’Italia, Marco Barbaro la discendenza delle patrizie famiglie, e moltissimi di particolari parentele. Alfonso Ceccarelli da Bevagna con autorità e documenti falsi formò le genealogie dei Monaldeschi, de’ Conti e d’altre; e infine meritò che Gregorio XIII gli facesse tagliar la mano e impiccare.

Il più bel campo ai letterati sarebbe stata la storia: ma molti valendosi della lingua latina perchè più divulgata, ne veniva nocumento alla verità, costretta ad un linguaggio non suo, ed a sopprimere quelle particolarità che le danno vita. Ricorrere alle fonti immediate, raccogliere gli svariati materiali, vagliarli severamente, valersene con intelligenza, e ridurli ad un complesso omogeneo, non si pensava ancora. Presi gli autori precedenti meglio reputati, se ne compievano i racconti o supplendo l’un coll’altro, od osservandoli sotto aspetto diverso, o inserendovi documenti nuovi, senza farsi coscienza di copiar lunghi brani, e talvolta quasi solo traducendo: come assai fosse l’indurvi nuova veste, e unificarne lo stile col resto dell’opera propria.

Ma già la storia riduceasi classica, cercando al racconto attribuire eleganza ed ordine, nettezza di stile, interesse di ritratti e quadri. Si volle dunque analizzarne l’arte, e Giovian Pontano, che primo ne trattò, la considera come una specie di poesia; nota che Livio comincia col mezzo verso (Facturus ne operæ pretium), e Sallustio con un esametro spondaico (Bellum scripturus sum quod populus romanus), e va mettendo a fronte passi di questi autori e di Virgilio. Insieme però raccomanda la brevità, posta nelle parole, e la rapidità posta nel movimento dello stile; quanto al fondo, desidera le particolarità, massime le biografiche, e descrizioni topiche, e le arringhe.

E la storia alla poesia confronta pure Francesco Patrizi in dieci dialoghi, nojosi di digressioni e appoggiati al trattato di Luciano. Eccetto le storie sacre, s’avvisa che nelle antiche si va troppo tentone, nelle moderne manca libertà; lo storico non differisce dal poeta che nel non alterare i luoghi e i tempi; noi siamo spettacolo agli Dei, e verità non avvi se non nelle opere di Dio e della natura.

I precetti dati dal Foglietta nell’introduzione alla sua storia genovese, e dal Viperano (De scribenda historia), sono trivialità o plagi, che che ne paja al Tiraboschi. Quel genio universale di Bernardino Baldi disputò pure della storia, ponendo per fine di essa non l’ammaestrare che spetta alla filosofia etica, ma il rappresentare altamente e secondo le leggi sue la verità delle cose succedute. Nell’esporre i consigli, lo storico deve esprimere il proprio giudizio, non solo in universale, ma scendendo allo speciale, e dire qual cosa lodi o vituperi; perciocchè il narrare i fatti nudi e non esternare che cosa ne senta, è da uomo che non discerne il bene dal male. Il parlar dello storico sia grave e chiaro[107].

Annibal Caro (1507-66), uno de’ più simpatici scrittori, nato poveramente a Cittanova nella Marca, si direbbe vero toscano; con tanta proprietà adopera i modi più calzanti della lingua viva; professando riconoscere tutto quel poco che ne sa dalla pratica di Firenze[108]. Servì ai Farnesi, e scrisse le loro lettere: ma veri modelli son quelle in proprio nome. Si lagna più d’una volta che gli fiocchino versi ed encomj di gente sconosciuta, che poi pretende risposta; e che i libraj mettano a stampa le sue epistole[109]: nuovo argomento della passione universale allora per gli studj, e dell’importanza attribuita agli scriventi.

Pure l’ufficio più sociale a cui questi fossero chiamati, era lo stender lettere per signori: Giambattista Sanga e il Sadoleto scrissero quelle di Clemente VII; il Berni quelle del Bibiena pei Farnesi; il Flaminio pel datario Ghiberti; Bernardo Tasso pei Sanseverino, il Muzio per don Ferrante Gonzaga ed altri; Luigi Cassola piacentino, forse il maggior madrigalista di quell’età, pel cardinale Santafiora; altri per altri. Da ciò una prodigiosa ricchezza di epistole, dettate colla scorrevolezza e precisione che mancano nei lavori più studiati. Molto si scrisse intorno alla confezione delle lettere; e benchè il buon senso riprovasse il dirigere il discorso all’altezza, eccellenza, signoria d’un altro, queste spagnolesche ostentazioni rimasero. In quelle del Bembo e di Paolo Manuzio sentesi l’intenzione di stamparle: Bernardo Tasso è retore di sterile abbondanza: dignitose e d’artifizio velato son molte del Casa, e quelle di Claudio Tolomei, inventore de’ versi alla latina[110]. Jacopo Bonfadio di Salò (t. IX, p. 267) fu caro al Bembo e al Flaminio, ma anche al ribaldo Franco e agli ereticali Valdes e Carnesecchi; in Genova ebbe cattedra di filosofia: ma si lagna che colà «letterati non ci sono, dico che abbiano finezza»; confessa che «gl’ingegni sono belli», ma si contenterebbe di più «se fossero tanto amici di lettere quanto sono di traffici marinareschi»: coltissimo nelle due letterature, poeta migliore in latino, stese le lettere con dignitosa affabilità, non senza lambiccature e lungagne. Forse la fama di lui restò ingrandita dal supplizio del fuoco, al quale Genova lo condannò, dicesi per amori infami.

Letterati di mestiere, quali il Porcacchi, l’Atanagi, il Dolce, il Ruscelli, il Sansovino, lo Ziletti raggranellavano ogni frivolezza de’ migliori, per farcirne volumi da guadagno: ma da quella farragine di carteggi alcun paziente potrebbe stillare pochi volumi, rilevanti non solo alla letteraria, ma alla politica storia. Quelle d’artisti splendono di meriti particolari e maggior libertà, e fanno conoscere quali fossero più o men colti, e come l’animo si trasfonda non men nelle tele che nelle carte. I secretarj doveano anche inventare imprese e motti, dar idee di pitture e di feste, accompagnare di versi le principesche solennità.

Il Caro tutta la vita elaborò le opere sue, senza mai pubblicarle; ridottosi poi in riposo, pensò fare un poema, e per addestrarvisi prese a tradurre qualche cosa dell’Eneide; e vi si piacque tanto, che la trasse a fine, sentendosi vecchio per un’epopea. Son versi sciolti cinquemila cinquecento più dell’originale; onde il compatto del parlare antico scompare, talvolta la fedeltà è tradita o per errore o per negligenza, ma conservata la ricchezza e la lucidità dell’autore; vi è fatta prelibare la potenza del verso sciolto, arricchendolo d’infinita vaghezza di armonie, e di frasi e giri nuovi; sicchè, dopo tanti tentativi e tante censure, rimane la migliore veste che siasi data all’impareggiabile Virgilio. Il Caro con greca venustà vulgarizzò gli Amori di Dafne e Cloe secondo Longo Sofista; e con grandiloquenza alcun che de’ santi Padri.

D’ordine de’ suoi padroni aveva egli scritto in lode dei Reali di Francia la canzone Venite all’ombra dei gran gigli d’oro, dove, togliendosi alla monotona sobrietà dei petrarchisti, avventuravasi nell’immaginoso, nel ricercato, in quella gonfiezza che si scambia per sublimità. Ai servidori di quella casa e ai molti amici di lui nessuna lode parve bastante a un componimento che usciva dalle vie ordinarie; ma altrimenti ne parve a Lodovico Castelvetro, arguto e schizzinoso modenese, e ne mandò attorno una censura. Al Caro parve più ostica quanto maggior dolciume di lodi avea gustato, uscì con apologie e risposte, or sue, or d’altri, or sue in nome d’altri, massime fingendo ciancie degli scioperoni che frequentavano la via de’ Banchi a Roma. L’altro risponde, e come avviene nelle dispute, si travalica ogni moderazione, e si divulga una delle liti più clamorose di questa litigiosa repubblica letteraria. Il Castelvetro ebbe il torto d’essere provocatore; indi trovò gusto a mostrare acume, e con illustri nimicizie guadagnarsi celebrità. Scriveva egli le censure con tocco impetuoso e colla vivacità di chi attacca, sottile talvolta, ma con maggior gusto che non si aspetterebbe in un tempo in cui il bello era sentito più che ragionato: il Caro era sussidiato da amici, e principalmente dal Molza e dal Varchi ricevea pareri e correzioni: villanie da piazza mai non furono dette con maggior eleganza che nell’Apologia e nei sonetti de’ Mattaccini, ove la bile lo fece poeta; nè celie più spiritose si potrebbero opporre a ragioni ben rilevate. Donne gentili, cardinali, il duca di Ferrara s’interposero pacificatori, ma inutilmente; i partigiani del Castelvetro obbrobriarono il Caro a principi e cardinali; essendo ucciso un amico di questo, se ne pose colpa al Castelvetro; si pose colpa al Caro d’aver lanciato sicarii contro il Castelvetro. Certamente il Caro avea scritto: — Credo che all’ultimo sarò sforzato a finirla per ogni altra via, e vengane ciò che vuole»; e fu chi sostenne che, coll’arte infame onde anche oggi cotesti manigoldi dell’arte subillano i Governi contro il censurato, denunziasse all’Inquisizione il Castelvetro: imputazione alla quale egli fece piede col dirlo «filosofastro, empio, nemico di Dio, che non crede di là dalla morte», e «agl’inquisitori, al bargello e al grandissimo diavolo vi raccomando». Fatto è che il Castelvetro stimò prudenza rifuggire tra i Grigioni e morì a Chiavenna (1571).

Chi non si sgomenti delle lungagne, trova nella costui Poetica d’Aristotele molta erudizione, riflessi sottili, critica assennata, e franchezza di appuntare anche là dove i commentatori non sanno che applaudire. Spesso egli censura Virgilio; a Dante imputa la pedanteria di parole scientifiche, ingrate e «inintelligibili a uomini idioti, per li quali principalmente si fanno i poemi»; incolpa di plagio l’Ariosto, oltre l’infedeltà storica sino ad inventare a capriccio i nomi dei re.

Non era più il tempo che l’Italia splendesse unica al mondo; e Francia poteva opporle Montaigne, Balzac, Voiture e l’altra plejade non duratura; Spagna e Inghilterra gl’immortali nomi di Calderon, Lope de Vega, Camoens, Shakspeare. Questi conoscevano e usufruttavano la letteratura italiana; e da Andrea Navagero ambasciator di Venezia presso Carlo V, che molto viaggiò e ben vide e ben descrisse, fu ispirato l’amore pei nostri classici a Giovan Boscano Almogaver, che postosi sull’orme del Petrarca, introdusse la correzione nella poesia spagnuola; alle fonti nostrali attinsero Garcilaso de la Vega imitatore del Sannazaro, e Diego Hurtado de Mendoza (t. IX, p. 482); il principe de’ poeti francesi Ronsard traduceva sonetti del Bembo; il maggior tragico dell’Inghilterra e del mondo, Shakspeare, dai nostri novellieri deduceva alcuni soggetti da drammatizzare, come più tardi Milton scriveva sonetti italiani, e Molière razzolava ne’ nostri comici per trovarvi o temi o caratteri o scene; Grangier traduceva Dante, e tutti i Francesi leggevano il Petrarca, come poi il Tasso.

Al contrario, i nostri mai non danno segno di conoscere i grandi contemporanei[111]; e allorchè il Castelvetro, che pur esso forse ne avea contezza solo per udita, osò dire che in Francia e in Ispagna si trovavano scrittori grandi quanto in Italia, se ne scandolezzarono i pedanti, che mai non gli aveano saputi; e rabbuffollo il Varchi, il quale poi sosteneva Dante esser superiore ad Omero. Dal che pullularono nuove quistioni; e per puntiglio Belisario Bulgarini senese s’aguzzò a spulare difetti nella Divina Commedia, in una serie di lettere e risposte e dissertazioni, dimostrando che non era vero poema perchè mancava alle regole d’Aristotele: il Mazzoni scese nella lizza a difenderla.

Ma quel poeta, il più ispirato insieme e calcolato, il più lontano dall’orpello e dal gergo convenzionale, che reggesi soltanto su nome e verbo senza epiteti nè frasi, mal s’affaceva all’arte raffinantesi; la sua simbolica cristiana diveniva meno intelligibile all’irruente classicismo; studiavasi, ma non come ritratto di cose cittadine e incarnazione di credenze vive; e posponevasi al Petrarca, a cui si usava la venerazione che più non s’aveva per la Bibbia, togliendo a disputar delle parole, stillarne ogni voce, ogni verso, ogni sentimento, ogni atto. A tacere gl’infiniti commenti, dei quali sopravvissero quelli di Bernardino Daniello e d’Alessandro Velutello, Simon della Barba perugino, a proposito del sonetto In nobil sangue vita umile e cheta, dichiarava qual sia stata la nobiltà di madonna Laura; Lodovico Gandini lungamente indagò perchè messer Francesco non avesse mai encomiato il naso di lei; poi disputavasi se fu donna vera; se allegoria, cosa rappresentasse: e si prese scandalo quando il Cresci osò crederla maritata. Così da lite nascea lite, mentre Carlo V spegneva l’indipendenza d’Italia, e Lutero squassava la potestà di Roma.

Di mezzo al culto che prestavasi alle lettere, ecco il ferrarese Giglio Gregorio Giraldi sostenere, non solo la vanità, ma il pericolo del sapere (Proginnasma); la medicina incertissima, garbugliona la giurisprudenza, bugiarde e sofistiche l’eloquenza e la dialettica, piacentiera al vizio la poesia; i letterati inetti a governare le città e le famiglie; Roma, grande finchè rozza, essersi corrotta a misura che ingentiliva. Sono i paradossi che a Rousseau furono poi suggeriti da accessi di superbia, come al Gregorio da accessi di pogadra; il quale, del resto, conchiude avere scritto per pura mostra d’ingegno. Forse per penitenza ordì la storia degli Dei, poi ancor più quella scabrosa de’ poeti anteriori e de’ viventi.

Girolamo Muzio (1496-1576) nato a Padova, ma che s’intitolava justinopolitano perchè oriundo e cittadino di Capodistria, buon’ora attaccatosi a persone illustri lodandole e ad esse dirigendo lettere e componimenti, a Venezia lega pratica coi giovani studiosi: nel concorso apertosi per la cattedra di retorica, dove gli aspiranti doveano ciascuno leggere per tre o quattro giorni sopra alcun classico, egli menò la briga fra gli studenti perchè fosse preferito Giambattista Egnazio, che perciò lo alloggia e nutre: agli spettacoli che da natale a tutto carnovale ogni domenica davansi ora sull’uno ora sull’altro campo delle chiese, con balli e improvvisatori, vagheggia un’alta donna, che presto gli è tolta da morte: poi coi nobiluomini visita varie parti d’Italia, soffrendo dall’insolenza militare, ed ora ai militari si unisce al soldo del conte Claudio Rangone: ito in Francia con questo, vi conosce la Corte: serve a Galeotto Pico, usurpatore della Mirandola, poi al duca di Ferrara, ove canta la celebre Tullia d’Aragona, per la quale, dopo ammogliato, dettò il trattato intorno al matrimonio. Col Varchi, col Cittadini, col Cavalcanti, col Tolomei si rissò per cose di lingua (pag. 141); con Fausto da Longiano, coll’Attendolo, coll’Averoldo, con Giambattista Suzio, con altri per punti e giudizj cavallereschi; giacchè, vedendo non poter fare abolire il duello (dic’egli), volle almeno porvi regola, e le opere sue in tal proposito, stampate con privilegio di Pio V, passavano per classiche: poetò anche[112], e divisava un’epopea su Goffredo Buglione, che forse avrebbe distolto il Tasso dalla sua. Talento universale, diplomatico e guerriero, letterato e teologo, prosatore e poeta, instancabile disputatore, diede egli stesso il catalogo degl’innumerevoli scritti che poterono «uscir dalla penna ad uomo che, dal ventesimoprimo anno della sua età fin al settantesimoquarto ha continuamente servito, ha travagliato a tutte le corti di cristianità, e vissuto fra gli armati eserciti, e la maggior parte del suo tempo ha consumato a cavallo, e gli è convenuto guadagnarsi il pane delle sue fatiche». La sua Arte poetica ha merito di non servili giudizj, appuntando l’Alighieri per durezza, per mollezza il Petrarca, il Boccaccio perchè prosastico ne’ versi e poetico nella prosa: all’Orlando preferisce le commedie dell’Ariosto; e di certe verità gli daremmo lode se non venissero dal farnetico d’accattar brighe, che l’accompagnò quanto visse.

Alfonso de Ulloa, figlio d’un capitano di Carlo V, e soldato egli stesso sotto Ferrante Gonzaga, tradusse in italiano un’infinità di opere spagnuole, tra cui principalmente la vita di Colombo scritta da Ferdinando suo figlio, preziosa perchè l’originale andò perduto: scrisse pure la vita di Carlo V, di don Ferrante, e altre storie di pochissimo valore.

Fra cotesti scarabocchiatori, che a forza di lodarsi a vicenda si creavano una reputazione, novereremo anche Francesco Sansovino figlio dell’architetto, che tradusse, raccolse, compose, raffazzonò orazioni, lettere, poesie, una storia dei Turchi, l’arte del secretario, le famiglie illustri, il ritratto delle città, osservazioni sulla lingua e sul Decamerone, Venezia descritta, del governo dei regni e delle repubbliche, e ortografia, retorica, arte oratoria; molte altre opere promise, ne stampò d’altrui col proprio nome, e di sue con nome finto; ebbe amicizie ed inimicizie, doni, titoli accademici, lode di contemporanei e anche di posteri; e maggiori lodi si diede da se stesso, o le finse dategli in lettere[113].

Siamo entrati con costoro nelle fogne della letteratura militante, corrispondente alla giornalistica d’oggi, fin d’allora chiassosa, intrigante, vaniloqua, superba, carezzatrice de’ mediocri e di chi paga, implacabile a chi mostra ingegno o dignità. E ce ne verrà a mano di tali, che il classare fra i letterati sarebbe vergogna, come il mettervi la plebe degli odierni giornalisti.