CAPITOLO CXLIV. Costumi. Opinioni.

Confessiamo che le nostre storie letterarie tennero sempre dell’aristocratico, e quand’anche badarono all’efficienza degli scrittori sul popolo, non posero mente all’efficienza di questo su quelli. Or come fosse possibile scrivere il Principe del Machiavelli, l’Orlando dell’Ariosto e le innominabili sguajataggini dell’Aretino, non può spiegarsi senza esaminare i costumi di quel tempo. E noi le lungagne che gli altri spendono dietro a battaglie, le occupammo piuttosto intorno all’arte e al progresso del pensiero, non solo per predilezione a questi studj, ma perchè meglio rappresentano ciò che noi cerchiamo, gli uomini di ciascun’età.

Stabilite le lingue, distintivo delle nazionalità, agevolati i trasporti, diffuse colla stampa le scoperte dell’intelligenza, quella splendidezza delle arti, quelle ricchezze e delizie improvvisateci da un nuovo mondo, diffusero su quel tempo un bagliore, che il fa dagli altri singolare. Ma chi discerne la coltura dalla civiltà, avvisa che questa non ingrandisce stabilmente se non per l’armonico svolgersi delle facoltà umane. Ora nei tempi che descriviamo, l’immaginazione esuberava sopra il raziocinio, e i frutti di quel seme abbellirono ed uccisero la patria nostra. Come nelle arti e nelle lettere, così nei governi e nei costumi, il paganesimo rinnovato cercava seduzioni sensuali dal puro bello, immolando quel vero di cui esso dev’essere splendore e manifestazione. Leone X con una bolla protegge l’edizione d’immoralissimo poema; Clemente VII predilige il Berni, e privilegia la stampa delle opere di Machiavelli, non eccettuato il Principe; Giulio III bacia l’Aretino, il quale dedica la più infame delle sue commedie al cardinale di Trento; un altro cardinale aspirante alla tiara scrive la Calandra...; immorali, oscene, micidiali composizioni; ma che importa? erano belle e bastava; l’immaginazione n’era ricreata, abbagliata la ragione.

Il dubbio scientifico non s’era gettato sui dogmi della fede; i dotti non vi faceano attenzione; i mediocri credevano che il migliore omaggio a prestarle fosse il non parlarne; fra il popolo si direbbe più allora che mai viva la devozione, e sentito il bisogno di cercar nel cielo ristoro alle miserie della terra; onde una serie di miracoli si propalò e frequentissime apparizioni della madonna. I Fiorentini, «quando dubitavano che i Lanzichenecchi col duca di Borbone dovessero passare in Toscana, facevano ogni venerdì processione del corpo di Cristo, e tutta la città andava dietro con grandissima devozione»[196], e la pietà rincalorita da frà Savonarola ispirava gli eroi dell’assedio di Firenze: i Milanesi chiedevano con universali supplicazioni l’alleviamento dei mali cagionati dai re: colle processioni i Senesi s’incoravano a resistere agli oppressori della patria. Fra i grandi stessi non restava spenta la devozione neppur dalle iniquità; e Cicco Simonetta scriveva sul suo libro di Ricordi: — Oggi fui a Santa Maria delle Grazie di Monza, e v’udii due messe dai frati, e feci voto non mangiar di grasso il venerdì; al mercoledì pure feci voto non mangiar carni, e dopo d’allora non fui più tormentato da podagra»; Lodovico Sforza moltiplicava chiese, e la notte prima di fuggir da Milano la passò in quella delle Grazie a far la veglia sul sepolcro dell’estinta sua donna; voti faceva Carlo VIII il giorno della battaglia di Fornovo; Vitellozzo, preso dal Valentino, «prega ch’e’ supplicasse al papa che gli desse de’ suoi peccati indulgenza plenaria» (Machiavelli); fin chi accingevasi alle iniquità si premuniva di reliquie ed assoluzioni.

Tacio i buoni che dell’altrui lascivire pareano assumersi la penitenza in rigidissime macerazioni e pellegrinaggi e sanguinose discipline, e farsi poveri volontarj, e anticiparsi il sepolcro col rimanere per anni fra quattro anguste pareti. A Venezia è frequente memoria di recluse, donne che faceansi murare in cellette sopra tetto o sotto ai portici delle chiese, vivendovi in astinenze ed orazioni, spettatrici dei divini uffizj per un fenestrino che dava nella chiesa, donde riceveano pure i sacramenti e le limosine[197].

Chi non ricorda i mirabili effetti prodotti da frà Savonarola? A tutt’uomo egli erasi opposto alla recrudescenza del paganesimo, dalla quale andarono stravolte non solo le idee di pudore, ma quelle pur di giustizia, ostentandosi francamente l’immoralità nei costumi, nelle azioni, nei libri. I prelati si tenevano, non che senza vergogna, ma senza riguardo i proprj figliuoli; le aule principesche erano popolate di cortigiani, genìa che, come diceva Alessandro Allegri, «accenna in coppe e dà in ispade, e bacia e morde insieme, e ride e rade», e di cui correva in proverbio che nell’infanzia servivano da buffoni, da mogli nella puerizia, da mariti nell’adolescenza, da compagni nella gioventù, da mezzani nella vecchiaja, da diavolo nella decrepitezza. Lentati i legami di famiglia, soffogata la benevolenza dalla riflessione, l’uomo era adoprato come stromento persin nell’amore. Nel 1534 il Comune di Lucca prendea grand’interessamento per le meretrici; e dolendosi che per gli strapazzi fattine non ne fosse provvista la città quanto è conveniente[198], le favoriva di privilegi non pochi, e fin quello di cittadine originarie, tanto ambito. A Venezia se ne contavano undicimila seicencinquanta[199]; eppure il lenocinio de’ servi e le facilità della gondola si prestavano alle tresche; poi rapivasi, poi si irrompeva contro natura; i chiostri erano in pessima nominanza, e il panegirista del doge Andrea Contarini gli facea pubblico merito dell’aver resistito alle tentazioni delle monache[200].

Atene non aveva idolatrato Aspasia? in commemorazione di questa venivano onorate le cortigiane; e a Roma la Imperia fu «senza fine da grandissimi uomini e ricchi amata», dal Sadoleto, dal Campari, dal Colocci; convegno di amori insieme e di gentilezze e studj era la costei casa; e in una somministratale dal Bufalo «era tra le altre cose una sala ed una camera ed un camerino sì pomposamente adornati, che altro non v’era che velluti e broccati, e per terra finissimi tappeti. Nel camerino ov’ella si riduceva quando era da qualche gran personaggio visitata, erano i paramenti che le mura coprivano, tutti di riccio sovra riccio, con molti belli e vaghi lavori. Eravi poi una cornice tutta messa a oro ed azzurro oltramarino, maestrevolmente fatta; sovra la quale erano bellissimi vasi di varie e preziose materie formati, con pietre alabastrine, di porfido, di serpentino e di mille altre spezie. Vedevansi poi attorno molti cofani e forzieri riccamente intagliati, e tali che tutti erano di grandissimo prezzo. Si vedeva poi nel mezzo un tavolino il più bello del mondo, coverto di velluto verde. Quivi sempre era o liuto o cetra, con libretti vulgari e latini, riccamente adornati ecc.»[201]. Morta a ventisei anni il 1511, fu sepolta in San Gregorio, coll’epitafio: Imperia cortisana, quæ digna tanto nomine, raræ inter homines formæ specimen dedit.

Altrettanta fama ebbe la Tullia d’Aragona a Venezia (pag. 202), corteggiata da Bernardo Tasso e da altri valenti, i quali Speron Speroni introduce a ragionare con essa nel suo Dialogo d’amore. Non serve ripetere le infami glorie di Rosa Vanozza e di Lucrezia Borgia, cui seguirono dappresso i fasti di Bianca Capello: ben deve far colpo, che donne di famigerata libidine fossero assunte a nozze principesche; ma quei principi, non frenati da potere superiore nè dal formidabile dell’opinione, credeansi lecito ogni talento. Della Franco già parlammo, ed è curiosa una lettera in cui dissuade una signora veneta dal render cortigiana la propria figlia; curiosa dico per gli argomenti che vi adopera, singolarmente insistendo sui pericoli cui espone la vita e le facoltà[202].

Nei diarj manoscritti del Sanuto leggiamo sotto il 1497: — Pochi zorni fa don Alfonso (poi marito di Lucrezia Borgia) fece in Ferrara cosa assai liziera, che andoe nudo per Ferrara con alcuni zoveni in compagnia, di mezo zorno». Il Baglione di Perugia vive in pubblico amore colla sorella. Una signora di Ferrara amata dal cardinale Ippolito d’Este, il mecenate dell’Ariosto, essendosi abbandonata al costui fratello Giulio, ne incolpa la gran bellezza degli occhi di questo; e Ippolito glieli fa cavare. Allora Giulio trama col fratello Ferdinando per ispodestare Alfonso, ma scoperti, son presi, mandati al supplizio; poi sul palco graziati, e chiusi in perpetua prigione. Si rifugge dall’oltraggio di Pierluigi Farnese nel vescovo di Fano.

Paolo Giovio, in un dialogo latino manoscritto presso la sua famiglia in Como, si lagna che, «traboccando il lusso e la licenza, le più nobili matrone ruppero a libidine sfacciata; e mentre i Francesi, uomini subiti, liberali, violenti in amore, già n’aveano parecchie contaminate, gli osceni Spagnuoli, astuti, importuni, con assidui corteggi e scaltri artifizj salirono al talamo di molte. Giacchè altre per cattiveria e lascivia, quali per gran prezzo, le più per ambizione, per tema, per rivalità delle altre, fanno getto del pudore. Che se alcuna savia e pudica rifiuta gl’ignominiosi propositi, non è da nobili cavalieri corteggiata, si mandano soldati a far sacco nelle sue ville e nelle campagne, nè si finisce finchè i mariti stanchi non se ne ricomprano colle notti delle mogli. Casa alcuna non è sicura dalla militare avarizia, se la padrona non si spalleggi della brutta lascivia di alcun insigne uffiziale».

A pugnali e veleni ricorreano o credeansi ricorrere non solo il Valentino e suo padre, ma anche persone in voce di oneste; e li adoprava Alessandro Farnese, reputato dolce e umano, e quando udiva essersi attentato contro la vita del principe d’Orange, mandava circolari d’esultanza; talmente gli assassinj erano parte della tattica d’allora. Di avvelenamenti fra gente d’ogni condizione son piene le biografie e le novelle, e sarebbesi detto fossero il pudore di chi si vergognava dell’assassinio manifesto: fin que’ lietissimi umori del Bibiena e del Berni furono, o si dissero uccisi di veleno: frà Paolo Sarpi consigliava alla Signoria veneta di ricorrervi per tor di mezzo gli uomini pericolosi, stante che il veleno sia men odioso e più utile che il carnefice. Le scene tragiche, onde restò funestata la corte di Cosmo di Toscana, forse vennero esagerate dall’odio dei fuorusciti; ma non meno della lettura del Machiavelli sgomenta il giornale ove il Burcardo notò freddamente misfatti orrendi eppur giornalieri. Nel 1514 la città di Piacenza sporgeva supplica al papa contro del governatore Campeggi, il quale permetteva ogni iniquità, al punto che sotto gli occhi di lui cittadini de’ primarj, e non pochi, sono trafitti impunemente, matrone strozzate nelle proprie case, donne rapite in città, botteghe e officine predate di pieno giorno, ville saccheggiate, rivissute le fazioni, ogni casa piena d’armi e d’armati[203].

Di mezzo a tanta corruzione e atrocità sopravviveano rimembranze cavalleresche: Francesco I combatteva come un antico paladino; venivano a morire di qua dell’Alpi Bajardo e Gastone di Foix; questi mentre assedia Marcantonio Colonna in Verona, udito che trovasi malato, gli spedisce il suo medico, e guarito, lo prega uscire un momento perchè possa vederlo. Ma piuttosto che ad imprese di guerra, la gentilezza ora volgeasi al vivere delle Corti, divenuto una necessità pei poveri di spirito, a cui fanno di mestieri il fasto e le blandizie, e una palestra di belle creanze e di spiritoso conversare.

Il conte Baldassarre Castiglioni mantovano, mandato a raffinarsi presso i principi milanesi, accompagnò nelle armi Francesco Gonzaga di Mantova e Guidobaldo d’Urbino; sostenne ambascerie in Francia, in Inghilterra, in Ispagna; a Roma godette l’amicizia de’ migliori; e quando morì, Rafaello gli fece il ritratto, Giulio Romano ne disegnò la tomba, Pietro Bembo ne preparò l’iscrizione. Stette egli lungamente nella corte d’Urbino, ove esso Guidobaldo, infermo di podagra, «sopra ogni altra cosa procurava che la casa sua fosse di nobilissimi e valorosi gentiluomini piena, coi quali molto famigliarmente viveva, godendosi della conversazione di quelli: nella qual cosa non era minore il piacere che esso ad altrui dava, che quello che d’altrui riceveva, per essere dottissimo nell’una e nell’altra lingua, ed aver insieme con l’affabilità e piacevolezza congiunta ancor la cognizione d’infinite cose: ed oltre a ciò, tanto la grandezza dell’animo suo lo stimolava, che, ancor che esso non potesse con la persona esercitare l’opere della cavalleria come avea già fatto, pur si pigliava grandissimo piacere di vederle in altrui; e con le parole, or correggendo or laudando ciascuno secondo i meriti, chiaramente dimostrava quanto giudizio circa quelle avesse; onde nelle giostre, nei torneamenti, nel cavalcare, nel maneggiare tutte le sorti d’arme, medesimamente nelle feste, nei giuochi, nelle musiche, insomma in tutti gli esercizj convenienti a nobili cavalieri, ognuno si sforzava di mostrarsi tale, che meritasse esser giudicato degno di così nobile commercio.

«Erano tutte l’ore del giorno divise in onorevoli e piacevoli esercizj così del corpo come dell’animo: ma perchè il signor duca continuamente, per la infermità, dopo cena assai per tempo se n’andava a dormire, ognuno per ordinario dove era la signora duchessa Elisabetta Gonzaga a quell’ora si riduceva. Quivi i soavi ragionamenti e le oneste facezie s’udivano, e nel viso di ciascuno dipinta si vedeva una gioconda ilarità, talmente che quella casa certo dir si poteva il proprio albergo dell’allegria: nè mai credo che in altro loco si gustasse quanta sia la dolcezza che da un’amata e cara compagnia deriva, come qui si fece un tempo; chè, lasciando quanto onore fosse a ciascuno di noi servire a tal signore, a tutti nasceva nell’animo una somma contentezza ogni volta che al cospetto della signora duchessa ci riducevamo; e parea che questa fosse una catena che tutti in amor tenesse uniti, talmente che mai non fu concordia di volontà o amore cordiale tra fratelli maggiore di quello, che quivi tra tutti era. Il medesimo era tra le donne, con le quali si aveva liberissimo ed onestissimo commercio; che a ciascuno era lecito parlare, sedere, scherzare e ridere con chi gli parea: ma tanta era la riverenza che si portava al volere della signora duchessa, che la medesima libertà era grandissimo freno; nè era alcuno che non estimasse per lo maggior piacere che al mondo aver potesse il compiacere a lei, e la maggior pena il dispiacerle. Per la qual cosa, quivi onestissimi costumi erano con grandissima libertà congiunti, ed erano i giuochi e i risi al suo cospetto conditi, oltre agli argutissimi sali, d’una graziosa e grave maestà; che quella modestia e grandezza che tutti gli atti e le parole e i gesti componeva della signora duchessa, motteggiando e ridendo, facea che ancor da chi mai più veduta non l’avesse, fosse per grandissima signora conosciuta. E così nei circostanti imprimendosi, parea che tutti alla qualità e forma di lei temperasse; onde ciascuno questo stile imitare si sforzava, pigliando quasi una norma di bei costumi dalla presenza d’una tanta e così virtuosa signora...

«Tra l’altre piacevoli feste e musiche e danze che continuamente si usavano, talor si proponevano belle questioni, talor si faceano alcuni giuochi ingegnosi ad arbitrio or d’uno or d’un altro, nei quali sotto varj velami spesso scoprivano i circostanti allegoricamente i pensieri suoi a chi più loro piaceva. Qualche volta nasceano altre disputazioni di diverse materie, ovvero si mordea con pronti detti; spesso si facevano imprese, come oggidì chiamiamo; e sempre poeti, musici, ed ogni sorta d’uomini piacevoli, ed i più eccellenti in ogni facoltà che in Italia si trovassero, vi concorrevano»[204].

Queste colte e decenti eleganze volle il Castiglioni ritrarre con uno stile senza frasche, fingendo ragionamenti in cui si delineano le condizioni del Cortigiano, come allora chiamavasi il gentiluomo. Secondo l’andazzo, troppo spesso egli imita, e principalmente nelle introduzioni ricorda Cicerone. Come questo, anzichè sulla stoica austerità, si regge sulla media condiscendenza socratica, che riduce la virtù alla scienza, il vizio all’ignoranza. Nè s’approfonda egli nella natura umana come dovrebbe chi detta precetti; sbiadisce lo spicco delle fisionomie; nulla vuole si operi con originalità e di primo lancio. Per raggiungere il tipo ideale del cortigiano dà precetti del vestire, del parlare, far riverenze, se mentire e fin a qual punto; sovrattutto sappia bene di scherma, oltre il ballo, il nuoto, il salto, e sonare e gli esercizj piacenti; non abbia poi particolarità, cioè carattere. Vuole «che il cortigiano si volti con tutti i pensieri e forze dell’animo suo ad amare e quasi adorare il principe a cui serve, sopra ogni altra cosa, e le voglie sue e costumi e modi tutti indirizzi a compiacerlo» (lib. II); e insegna l’arte di lodare il principe senza che paja adulazione, di lodar se stesso senza che paja vanità, di mostrar renitenza agli onori e posti che più s’ambiscono, di spassare la brigata con bisticci e coll’esagerare un motto; l’arte insomma d’essere immorale e grazioso. Eppur vuole che il suo cortigiano eviti le piacenterie e le condiscendenze smodate, non dissimuli le opportune verità; del che offre esempio egli stesso, disapprovando le arti troppo comuni fra i principi.

Ammiratore dell’età sua come tutti i contemporanei, deride i lodatori del passato. «Che gl’ingegni di quei tempi fossero generalmente molto inferiori a que’ che son ora, assai si può conoscere da tutto quello che d’essi si vede, così nelle lettere come nelle pitture, statue, edifizj ed ogni altra cosa. Biasimano ancora questi vecchi in noi molte cose che in sè non sono nè buone nè male, solamente perchè essi non le faceano; e dicono, non convenirsi ai giovani passeggiare per la città a cavallo, massimamente sulle mule, portar fodre di pelle, nè robe lunghe nel verno; portare berretta, finchè almeno non sia l’uomo giunto a diciott’anni, ed altre tai cose: di che veramente s’ingannano; perchè questi costumi, oltre che siano comodi ed utili, son dalla consuetudine introdotti, ed universalmente piaciono, come allor piaceva l’andare in giornea con le calze aperte e scarpette pulite, e, per essere galante, portare tuttodì uno sparviero in pugno senza proposito, e ballare senza toccar la mano della donna, ed usare molti altri modi, i quali, come ora sariano goffissimi, allor erano prezzati assai. Però sia lecito ancor a noi seguitare la consuetudine de’ nostri tempi, senza essere calunniati da questi vecchi, i quali spesso, volendosi laudare, dicono: — Io aveva vent’anni che ancor dormiva con mia madre e mie sorelle, nè seppi ivi a gran tempo che cosa fossero donne; ed ora i fanciulli non hanno appena asciutto il capo, che sanno più malizie che in que’ tempi non sapeano gli uomini fatti»; nè si avveggono che, dicendo così, confermano i nostri fanciulli aver più ingegno che non avevano i loro vecchi» (lib. II).

La conversazione piacevoleggiavasi con racconti e con facezie, sulla qual materia egli si dilata; e molto intorno alle donne di palazzo, facendole ispiratrici del suo cortigiano; tocca con delicatezza l’amore, e se convenga corteggiare, e se piuttosto una pulzella o una maritata, e come impedire che l’amore degeneri in effeminatezza, contro della quale si avventa.

Educato il suo gentiluomo, lo colloca a fianco al principe, e qui l’interesse diviene più largo, l’autore più franco nel deplorare quelli abbandonati alla licenza e all’adulazione, mentre vorrebbe si presentasse loro la verità sotto il velo del piacere. Vero è che i consigli ch’e’ porge al principe riduconsi a generalità inconcludenti, o al più dicevoli a piccoli signori, e col patto che sieno buoni. «Non si può forse dare maggior laude nè più conveniente ad un principe, che chiamarlo buon governatore. Però, se a me toccasse instituirlo, vorrei che egli avesse cura non solamente di governar le cose già dette, ma le molto minori, ed intendesse tutte le particolarità appartenenti a’ suoi popoli quanto fosse possibile, nè mai credesse tanto, nè tanto si confidasse d’alcun suo ministro, che a quel solo rimettesse totalmente la briglia e lo arbitrio di tutto ’l governo; perchè non è alcuno che sia attissimo a tutte le cose, e molto maggior danno procede dalla credulità de’ signori che dall’incredulità, la quale non solamente talora non nuoce, ma spesso sommamente giova: pur in questo è necessario il buon giudizio del principe, per conoscere chi merita essere creduto e chi no. Vorrei che avesse cura d’intendere le azioni, ed esser censore de’ suoi ministri; di levare ed abbreviare le liti tra i sudditi; di far fare pace tra essi, e legargli insieme con parentadi; di fare che la città fosse tutta unita e concorde in amicizia come una casa privata, popolosa, non povera, quieta, piena di buoni artefici; di favorire i mercatanti ed ajutarli ancora con denari; d’essere liberale ed onorevole nelle ospitalità verso i forestieri e verso i religiosi; di temperare tutte le superfluità; perchè spesso per gli errori che si fanno in queste cose, benchè pajano piccoli, le città vanno in ruina. Però è ragionevole che il principe ponga meta ai troppo suntuosi edificj dei privati, ai convivj, alle doti eccessive delle donne, al lusso, alle pompe nelle gioje e nei vestimenti, che non è altro che un argomento della lor pazzìa; chè, oltre che spesso, per quell’ambizione ed invidia che si portano l’una all’altra, dissipano le facoltà e la sostanza dei mariti, talora per una giojetta o qualche altra frascheria vendono la pudicizia loro a chi la vuol comperare» (lib. IV).

L’opera del Castiglioni divenne la più diffusa in Europa. L’avea preceduto Agostino Nifo[205], il quale, riducendo l’arte del cortigiano a disannojar i grandi con facezie e novelle, ne apre loro le fonti, a scapito della carità e del pudore. In tal senso vanno la Donna di Corte di Lodovico Domenichi; gli Uffizj dell’uomo di Corte di Pelegro Grimaldi e Giambattista Giraldi; del Muzio il Gentiluomo, ove sostiene la libertà essere personale, e perciò maggiore nel letterato che nel guerriero, e le Cinque cognizioni necessarie a giovin signore che entra alla Corte, le quali sono, ricordarsi d’esser uomo, cristiano, nobile, giovane, signore; ed altre operette di questo andare, i cui precetti tendevano a togliere più sempre quell’impronta individuale, così propria delle creazioni moderne, che primeggia in Dante, mentre scompare nell’Ariosto e nel Tasso, e che spiccava ancora negli uomini del principio del secolo; e il togliere la quale fu il còmpito della seconda metà di esso, per consegnare l’uomo mutilo e schiomato alle vergogne del seicento.

L’Italia ne’ suoi bei giorni avea speso ad erigere quelle cattedrali, di cui altrove è una per regno, e qui in ciascuna città; quei canali, che portavano la fertilità sui campi e il commercio. Adesso più non era il popolo che pensasse alle glorie e ai comodi proprj, ma duchi e signori che volevano ostentare magnificenza per abbagliare e stordire, e dar a credere ai vicini che i loro popoli fossero beati perchè aveano feste e magnificenza di Corti. Chi, scorrendo le storie di quel tempo per meglio che per mera curiosità, non è preso da un senso singolare al vedere tanta pompa accanto a tante sofferenze, tanta allegria fra sì cocenti infelicità? Il gusto dei godimenti materiali, tanto pregiudicevole alla libertà, quanto opportuno a quei che la vogliono rapire, aveva invaso i mortali; i prodotti tributati dai nuovi paesi erano accolti colla spasmodica ingordigia d’un recente acquisto; la ridesta erudizione porgeva soggetti a briose mascherate e a composizioni teatrali; il medioevo proseguiva i suoi tornei; sicchè mescolavansi misteri di santi, comparse di numi, arcadiche semplicità. Nel Berlingaccio a Roma ogni cardinale mandava maschere in carri trionfali e a cavallo, con suoni e ragazzi che cantavano, e buffoni che lanciavano arguzie lascive, e commedianti ed altri, vestiti non di lino e lana, ma di seta di broccato d’oro e d’argento, spendendo ducati a josa[206]. Nozze, battesimi, ingressi di principi o di papi spesseggiavano occasioni di tripudj sontuosi.

Han rinomanza i carnevali di Roma, de’ quali il corso e i moccoletti durano tuttora. Più chiassosi erano un tempo, e singolarmente abbiamo ricordi di quello del 1545, detto di Agone e di Testaccio. Dal Campidoglio si diressero a piazza Navona molti trombetti a cavallo vestiti di rosso, poi i ministri della giustizia, da 7000 artieri, tutti in compagnie e divise con trombe e tamburi e bandiere, trammezzati da soldati e carri. Dei quali il primo diceasi massimo, ed apparteneva al rione di Transtevere; l’altro al rione di Ripa, portando la Fortuna; il terzo al rione di Sant’Angelo, figurante Costantinopoli, e così de’ varj rioni, con varie significazioni, fra cui un cervo inseguito, Abila e Calpe, il Mongibello, Prometeo sul Caucaso, Turchi, Italiani, Tedeschi in zuffa, un Concilio che condannava gli eretici; i connestabili dei tredici rioni, i gentiluomini di Sutri e Tivoli, e cori all’antica, e musici, infine il carro del papa, colla statua in abito pontificale, e virtù simboliche e attorno le cariche, e staffieri e paggi, poi il gonfaloniere di Roma, ornato di gioje perfin gli sproni, e da ultimo i conservatori della città e il senatore del Campidoglio. Nei palazzi lungo il giro tutto era folla e parati; sulla piazza Navona schieraronsi come un battaglione, poi ripresero la marcia; e la festa costò 100,000 scudi, oltre i vestimenti.

La festa di Testaccio fu a modo simile, eccetto i carri. Le alture che circondano il prato eran piene di gente, e palchi e carri e attorno fanterie e cavalli. Vi si rinnovò la pompa suddetta, poi la caccia dove furono uccisi tredici tori, e lanciate sei carrozze, ciascuna con pallio rosso e un porco vivo. Qui gran livree di varj cardinali, con divise variatissime e a gara ricche; si corsero pallii, anche d’asini e di bufale, e bagordi e tumulti, poi alla sera commedia. E il narratore[207] avverte che il primo giorno di quaresima fu la stazione a Santa Sabina, la quale fu tanto solenne, che molti vennero in disputa chi fosse più bello, il carnevale o la quaresima di Roma.

Alle feste di Roma doveano contribuire gli Ebrei, la cui università pagava 1130 fiorini d’oro pel carnevale, inoltre mandar alcuni deputati al magistrato della città, implorando che il popolo romano ne continuasse la protezione, e offrendo un mazzo di fiori con una cedola da 20 scudi per addobbare i palchi d’essi magistrati.

Lo slanciar polvere, farina, razzi cagionava molti disordini, finchè Sisto V, che alzò forche e torture in cospetto di tali divertimenti, represse gli eccessi, e introdusse di scagliare confetti.

Firenze, come già Atene, vi accoppiava squisitezza d’arti; e veramente lungo tempo si mantenne paradiso degli artisti, i quali formavano quasi un mondo distinto, tutto vivacità e studio e gare ed anche invidie, siccome manifestano sovrattutto gli scritti del Cellini e del Vasari. Già a lungo ne divisammo; e non finirono colla libertà, anzi di nuovo tutte le arti si congiunsero per celebrare le nozze di Cosmo de’ Medici con Eleonora di Toledo. La prima sera, fra splendidissimo apparato, Apollo celebrò gli sposi, e le muse risposero una canzone in otto parti; seguì una dopo l’altra ciascuna città di Toscana personificata, e cinta di ninfe e di fiumi, cantando una strofa agli sposi. La seconda sera, fu rappresentata una commedia di cinque atti in prosa, con prologo e intermezzi in verso cantati, dove figuravano l’aurora e le varie ore del giorno, finchè la notte riconduceva il sonno; ma un coro di satiri e baccanti collo strepito, le danze, il riso, eccitava l’ilarità. Giambattista Gelli avea composto la musica del primo giorno, Giambattista Strozzi del secondo, Sebastiano Sangallo dipinte le scene, e il Giambullari ce ne lasciò la descrizione: come il Vasari diè quella degli apparecchi per le nozze di Francesco de’ Medici con Giovanna d’Austria[208].

Se le maggiori magnificenze si vedevano a Roma e a Firenze, nè Ferrara nè Napoli voleano lasciarsi togliere il passo. Di Venezia continuavano ad essere rinomati i carnevali; e allo sposalizio del mare, e all’altre patriotiche commemorazioni, il popolo illudevasi di partecipare ancora a un governo che lo invitava alle feste e ai pranzi. Quando Zilia Dandolo sposò il doge Lorenzo Priuli nel 1557, i senatori, passando sotto una serie di archi trionfali, mossero alla casa della novizza, e come salirono le scale e posero il piede in quelle stanze fornite a gran ricchezza, si fece loro bellamente incontro la sposa vestita alla ducale, con sulle spalle un bianchissimo velo di Candia, fissato a sommo la testa al diadema. Dopo salutazioni ed ossequj, le fecero giurare l’osservanza del suo capitolare; ella rese grazie, donò a’ consiglieri una borsa d’oro riccio, e un’altra al cancelliere grande. Correvasi poscia la regata in canale, mentre convenivano da ogni lato barche e gondole, di gran vista pei damaschi e ricchi velluti onde andavano adorne, e lustravano da lunge per molto oro. In queste erano tutte le arti, con tal pompa che gli orefici traevano quattordici gondole; e tutte insieme solcavano la laguna al suono di pifferi, e tra allegri balli e viva, e sotto archi e trionfi; ultimo il bucintoro che trasportava in trono la dogaressa. Allorchè la pompa fiottante approdava alla piazza San Marco, tutta a parati bianchi, calavano prima le arti con innanzi i mazzieri e la musica, indi gli uomini più ragguardevoli, e seguiti da trombetti e donne, fra le quali sei spose, diffusi sulle spalle i capelli intrecciati d’oro; indi ventuna matrone in nero e velate; poi i senatori, il cancellier grande, i parenti del doge; finalmente tra due consiglieri e gran corteggio la principessa, la quale, cantate grazie e rinnovato il giuramento in San Marco, salì negli appartamenti, passandovi a rassegna nelle ricchissime sale le arti, che per mezzo de’ loro castaldi offrivano ciascuna complimenti e doni. Pervenuta alla gran sala, andava assidersi sul trono ducale. Le facevano corona i grandi dello Stato, e per la sala s’aggiravano signori e maschere di bizzarrissime guise.

Caduta la notte e fatta gran luminaria per tutto il palazzo, apparvero in giro sulla piazza trecensessanta uomini divisati a un modo, ciascuno sollevando un piatto d’argento riboccante di confetti e dolci, e accompagnati da cento torcie portate da giovinetti in seta, seguiti da venticinque gentiluomini con mazzieri e musica: poichè ebbero condotto un lungo giro fra la plaudente moltitudine, si condussero in palazzo, ed entrati nel salone, offrivano quelle delicatezze al corteggio e alla principessa; intanto davasi fuoco a una macchina d’artifizio. Indi cominciava la danza, intramezzata da splendida cena; nè si cessava dal ballo fino al nuovo giorno, in cui ritornavasi alla festa ed in ispecie i macellaj vi facevano la caccia de’ tori. E durarono molti giorni quelle allegrezze[209].

Superò ogni anteriore magnificenza la festa fatta nel 1574 a Enrico III, quando fuggiasco dalla mal governata Polonia, passava a governar peggio la Francia. Nell’arsenale gli fu imbandita una colazione di frutti canditi, ove forchette, cucchiaj, piatti erano di zucchero: stavano allora in lavoro ducento galee sottili, sei galeazze e molti piccoli legni; e mentr’egli girava visitando, si compaginò e allestì una galea. Alla festa nella sala del maggior consiglio intervennero da ducento gentildonne, biancovestite con ricchissime gioje, e tutte ebbero cena nella sala dello Squittinio. Il re prese gran divertimento delle recite e invenzioni di mascherate e musiche di Andrea Calmo; visitò le belle, e le ville signorili: peccato che tanta splendidezza siasi sciupata per chi non la meritava[210].

Quando a Milano il magno Trivulzio sposò Beatrice d’Avalos, il banchetto fu siffatto. Data alle mani acquarosa, cominciossi da pasticci di pignuoli e zuccaro e focaccia di mandorle e altre delicature, tutte messe a oro; vennero poi belli asparagi, più ammirati perchè fuor di stagione; indi polpe e fegatelli, carne di starne arrostita, teste di vitelli intere, colla pelle messa a oro e argento; capponi e piccioni con salsiccia e presciutto e vivande di cinghiali con potaggi delicati; un castrato intero arrosto con savore di cerase; tortore, pernici, fagiani e altri uccelli arrosto, con olive per concia; pollastri con zuccaro, aspersi d’acquarosa; un porchetto intero arrosto con agro dolce, un pavone arrosto, una miscela d’ova, latte, salvia, zuccaro; pomi cotogni con zuccaro, pini e carciofi; altre dolcezze pruriginose; infine dieci maniere di torte e molte confetture; ogni cosa in piatti d’argento e oro, accompagnata ciascuna da fiaccole e trombe; e in esse fiaccole v’avea gabbie di tutti quegli uccelli e quadrupedi che si servirono cotti. Si finì al solito con commedianti, saltatori, musici e funamboli»[211].

Nel febbrajo 1515 Prospero Colonna, quando divenne capitano della gente d’arme del duca di Milano, fece al duca, a’ cortigiani, ed a trentasei damigelle un mirabile convito e festa da ballo, sotto un atrio di legname dipinto e indorato, di gran bellezza e misteriosità, dice il Prato, che prosegue: «Stavano gli uomini alle sue tavole, e le donne altresì, con sì lunga varietà di cibi, che per quattro ore durò il portare. E a ogni bocca si serviva un intiero fagiano, una pernice, un pavone e altre cose: portando per ogni imbandigione una cosa di zuccaro indorata, somigliante a quella che si offeriva; ed in compagnia altri tanti pesci: e tre volte fu levato e rimesso la tovaglia e mantili, con tanti adornamenti di acque e di foglie, che l’Arabia ne avria avuto scorno. Venuto il fine della cena, venne un giovine, il quale s’infinse di esser giojelliero, molte collanette, braccialetti e altre fantasie d’oro mostrando: onde le damigelle con maraviglia cominciorno tante bellezze a vedere, e domandavano il prezzo d’una cosa e d’un’altra, finchè sopraggiunse esso signor Prospero, mostrando d’intromettersi; e alla fine ogni cosa finse comprare, e a quelle damigelle le donò, talchè niuna partì che non avesse presente per venti scudi d’oro, e chi trenta; e dicesi che questo fece, solo per potere la sua amata, senza biasimo d’infamia, con le proprie mani presentare. Poi la mattina seguente a tutte mandò un cesto inargentato, con entro la sua colazione; e al duca fece portare venticinque cariche di salvaggine, a lui avanzate»[212].

Avvertiremo di nuovo come un lusso di tanta ostentazione andasse scompagnato da quelle comodità che fanno confortevole il vivere. Pure di molte n’erano state introdotte. In Santa Maria Maggiore a Firenze leggeasi sopra un sepolcro: Qui diace Salvino l’Armato degli Armati di Firenze, inventor degli occhiali, Dio gli perdoni le peccata. Anno D. MCCCXVII. Altri ne nominano inventore fra Alessandro da Spina pisano, morto il 1313, che forse non fece che divulgare quest’arte tenuta in prima secreta; poichè nel Trattato del governo della famiglia di Sandro di Pipozzo fiorentino, nel 1299, già si legge: — Mi trovo così gravoso d’anni, che non avrei valor di leggere e scrivere senza vetri appellati occhiali, trovati novellamente per comoditate de li poveri vecchi quando affiebolano dal vedere»; e il famoso frà Girolamo da Rivalta predicava in Firenze nel 1305: Non è ancor vent’anni che si trovò l’arte di far gli occhiali... ed io vidi colui che fece gli occhiali, e favellaigli».

Il primo oriuolo da torre che si ricordi fu a Padova per un Dondi, la cui famiglia conserva il titolo dell’Orologio; poi a Milano quelli di Sant’Eustorgio nel 1306 e di San Gotardo nel 1335; nel 1328 Wallingford n’avea posto uno a Londra, e da quel tempo si estesero. A Firenze nel 1512 «si mise in palazzo de’ Signori un nuovo oriuolo, che cominciò a sonar l’ore in calen di febbrajo 1512 a dodici ore: dove prima sonava da un’ora per insino ore ventiquattro, ch’è il dì e la notte, lo ridussero a ore dodici per volta, che vengono a dividere la notte e il dì per metà a uso di ponente» (Cambi). Anche gli oriuoli da tasca divulgaronsi; venivano di Germania, e dalla forma erano detti ova di Norimberga.

Le strade pure miglioravano, ad alcuna si posero cartelli indicatori: ma viaggi e passeggiate faceansi a cavallo o in bussola, finchè le carrozze divennero più comuni; in qualcuna la cassa fu sospesa a cinghie per diminuire le sciacche; ma non v’avea mantice nè vetri, e al più erano protette da cortine, mentre le dorature, le pitture, gl’intagli le rendevano dispendiose. Nella facilità odierna è curioso leggere come lord Russell, incaricato di pagare al connestabile di Borbone i sussidj di Enrico VIII, dovette da Genova a Chambéry portar il denaro a schiena di muli entro ballotti e sacchi, sotto forma di biancheria vecchia e di legumi venderecci. Da Chambéry scrisse a quel re qualmente il duca di Savoja «da nobile e generoso principe» degnò permettere si trasportasse il denaro a Torino «sui proprj muli nel forziere della casa reale, ove stanno di solito gli ornamenti della sua cappella; sovra ciascuno compartimento di esso baule è scritto il contenuto, affinchè nessuno dubiti che v’abbia altra cosa»[213]. Sotto tale artifizio viaggiò a salvamento il sussidio, che doveva fomentare la guerra in Francia. Il cardinale Bibiena rimprovera Giuliano de’ Medici che era in Torino, di non dar notizie sue al papa; «nè si scusi con dire che per essere il loco fuor di mano, non ha saputo ove indirizzare lettere; perciocchè a Genova o a Piacenza si potevano ad ogn’ora mandare per uomo a posta»[214]. La comodità delle poste fu introdotta prima che altrove in Italia, mediante corrieri a cavallo, regolarmente stabiliti agli opportuni ricambi, per servizio de’ negozianti, ancor prima che de’ principi e del pubblico. Noi dicemmo (pag. 190) come i signori Della Torre portassero fuori quell’uso.

Dovette certamente scompigliare le abitudini l’affluenza del metallo d’America, che alterò i salarj, agevolò le transazioni e il modo di pagare i debiti; ma sul principio angustiò i poveri, pei quali erano rincarite tutte le necessità, nè ancora cresciuti i compensi. Insieme vennero diffuse molte droghe, lo zuccaro principalmente e il caffè. Il Redi nel Bacco loda Antonio Cadetti fiorentino di aver dei primi fatto conoscere la cioccolata in Europa, aggiungendo che la corte toscana v’introdusse scorze fresche di cedrati e odore di gelsomino insieme colla cannella, la vaniglia, l’ambra. Allora pur venne la sudiceria del tabacco, indarno contrastata dall’igiene e dalla buona creanza[215].

In Italia, più che negli altri paesi, mangiavasi bene, abitavasi comodo: le vesti, impreteribile distintivo delle condizioni, non erano cenciose nelle infime classi, mentre nelle superiori caricavansi di pelliccie e ricami e ori e perle: straordinaria la profusione dei profumi. Il Bandello[216] riferisce d’un Milanese che «vestiva molto riccamente e spesso di vestimenta si cangiava, ritrovando tutto il dì alcuna nuova foggia di ricamo e di strafori ed altre invenzioni. Le sue berrette di velluto[217] ora una medaglia ed ora un’altra mostravano; tacio le catene, le anella e le maniglie. Le sue cavalcature, o mula o ginetto o turco o chinea che si fosse, erano più pulite che le mosche: quella che quel giorno doveva cavalcare, oltre i fornimenti ricchi e tempestati d’oro battuto, era da capo a piedi profumata, di maniera che l’odore di muschio, di zibetto, d’ambra e d’altro si faceva sentire per tutta la contrada... Teneva un poco anzichè no del portogallese, che ogni dieci passi, o fosse a piedi o cavalcasse, si faceva da uno dei servitori nettare le scarpe, nè poteva soffrire di vedersi addosso un minimo peluzzo».

Francesco I in una spettacolosa festa di Corte ricevette sul capo un tizzone ardente, e per medicare la ferita fecesi rasare i capelli, tenendo invece la barba prolissa come gli Svizzeri e gl’Italiani; i cortigiani, che si fanno merito de’ morbi del re, subito adottarono le lunghe barbe; l’Università e il Parlamento non vollero accettarle. Leone X ordinò che i preti smettessero le barbe; e tutta Roma fece scene sul dolore che provò Domenico d’Ancona nel tagliarsi la sua, immortalata dal sonetto del Berni quanto la chioma di Berenice da Callimaco.

I mobili domestici, se mancavano di quell’opportunità che oggi reputiamo dote prima, erano magnifici, intagliati maestrevolmente, dipinti dai migliori pennelli. Girolamo Negro[218] scrive, il cardinal suo padrone trovarsi in estrema povertà pel suo grado; «tiene circa venti cavalli, perchè le facoltà sue non gli bastano per più, e bocca quaranta; vivesi mediocremente a guisa de’ religiosi senza pompe; e il papa gli ha assegnato scudi duecento al mese per il suo vivere, la qual provvisione, con gli emolumenti del cappello, basta per l’ordinario della spesa; e scorrerassi così finchè Dio mandi altro». Quale splendido e ricco cardinale d’oggi raggiunge la costui povertà?

Gli oratori spediti da Venezia nel 1523 ad Adriano VI, in Roma furono festeggiati dal cardinale Cornér, che diè loro un «pasto bellissimo, da sessantacinque portate, e per ciascuna venivano tre sorta di vivande, che erano mutate con gran prestezza, sì che appena si aveva degustata una, che ne sopraggiungeva un’altra, il tutto in bellissimi argenti e in gran quantità. Finito il pasto, si levarono stufi e storditi e per la copia delle vivande, e perchè vennero ogni sorte di musici; pifferi eccellenti sonarono di continuo; erano clavicembali con voci dentro mirabilissime, liuti a quattro, violoni, lironi, canti dentro e fuori, una musica dietro all’altra[219].

Luigi d’Este cardinale, fratello del duca di Ferrara, una volta mandò al re di Francia in dono quaranta superbi cavalli da guerra di grandissima valuta, con selle e gualdrappe a oro, e condotti da quaranta palafrenieri vestiti di seta con oro alla levantina. Non meno di ottocento persone componeano la sua famiglia; ed essendo venuto a Roma il granmaestro de’ Giovanniti con trecento cavalieri per purgarsi d’un’accusa, esso li ricevette e trattò tutti nel suo palazzo.

Eppure non di rado uscivano prammatiche severissime contro il lusso, e potremmo addurre quella che il consiglio generale di Cremona emanò il 1547, e fece approvare dal senato di Milano e da Carlo V. Proibiva essa di portar collane, braccialetti o altro ornamento d’oro, salvo una medaglia al berretto di non più che dodici scudi d’oro, e anelli; sugli abiti nessun ricamo o intaglio di seta; alle cavalcature non fornimenti con oro o argento o ricami. Le donne maritate abbiano negli abiti oro o argento, nè ricami, trine, cordoncini; non più di tre vesti di seta, e una sola di cremisino; non perle o gioje, fuorchè due anelli d’oro con pietre alle dita, una collana d’oro di scudi venticinque non più, un’altra al ventaglio di scudi quindici al più; non guanti ricamati o zibellini, non berrette fuorchè la notte e in viaggio. Le fanciulle non mettano vesta di seta, nè gioje od oro, salvo un vezzo di coralli al collo del valore al più di scudi quattro; nè vadano a ballo che i tre ultimi giorni di carnevale. Ai banchetti, vietati assolutamente pavoni e fagiani, una sola o due sorta di selvaggina, non più di tre sorta di lessi domestici, escludendo la salsa reale, il biancomangiare, i pasticci, e i pesci e le ostriche o altre frutte di mare, nè più di due maniere di torta; ne’ pranzi di magro una sola qualità di pesce, escluse le ostriche. Le vivande si diano semplici, senza ornamento di pitture, intagli, banderuole ed altre frascherie trovate dagli scalchi. Ai battesimi non si doni cosa alcuna a compadri e comadri. Ai mortorj non si attacchino in chiesa insegne, scudi, pitture, nè si faccia banchetto.

Ciascuna città potrebbe mostrarne di consimili, più convenienti alla curiosità municipale che alla storica erudizione. Alla quale neppur so se sia duopo soggiungere che sempre erano delusi. In Venezia era vietato ai cittadini vestir altrimenti che nero. Ma che? aspettavano i giorni di carnevale per isfoggiar pompe e forestierie, e massime diamanti; attesochè le gioje non si vendevano dalle famiglie patrizie, ma trasmettevansi agli eredi accumulate. Colà sappiamo che le fanciulle non uscivano mai di casa, salvo che per andar alla messa e alla comunione a pasqua e a natale, ed anche allora velate; e contraevano nozze senza essere conosciute[220].

Dopo la calata di Carlo VIII si propagò l’uso delle imprese, che erano o figure o motti, e spesso figure e motti personali, a differenza degli stemmi; e che uno adottava per indicare lo stato o l’inclinazione propria; e si ricamavano o scolpivano sui mobili, sulle vesti, sulle arme. Di inventarne erano richiesti i letterati, e massime i secretarj; e dall’Ariosto fu trovata una pel duca di Ferrara, dal Molza pel cardinale De’ Medici, dal Santuario varie pei Colonna, dal Giovio pei Medici, pei Pescara, per gli Adorni. Esso Giovio in un Dialogo trattò ampiamente delle imprese militari e amorose, del modo di farle e delle loro significazioni; sulla qual ingegnosa arguzia dettarono pure il Simeoni, il Buommattei, il Ferri, il Contile; e Scipione Bargagli n’era reputato l’Aristotele. Le mille accademie d’allora aveano ciascuna la loro impresa, e ciascun accademico una particolare.

Cesare Borgia tolse per impresa Aut Cæsar aut nihil. Lodovico il Moro, un’Italia in sembianza di regina, davanti a cui un Moro con una scopetta in mano; e all’ambasciator fiorentino che gli chiedeva a che servisse questa, rispose: — Per nettarla d’ogni bruttura»; al che il Fiorentino: — Bada che questo servo scopettando tira la polvere addosso a sè». Federico re di Napoli ebbe un libro bruciato col motto Recedant vetera, ad indicare l’oblio de’ torti ricevuti. Il cardinale Sforza, ad esprimere l’ingratitudine di Alessandro VI, che da lui fatto papa, avea poi depresso il duca suo fratello, adottò la luna che eclissa il sole col motto Totum adimit quo ingrata refulget. Alfonso di Ferrara, una bomba che scoppia a tempo e luogo. Vittoria Colonna, uno scoglio contro cui l’onde spumavano, e il motto Conantia frangere franguntur. L’Ariosto, una bugna di pecchie cui il villano uccide col fumo per cavarne i favi, e il motto Pro bono malum. Il Burchelati letterato trevisano, un granchio colla zampa aperta, e Melius non tangere, clamo. Il Bembo, un Pegaso in atto di levarsi a volo, e Si te fata vocant. Il Davanzati, un cerchio di botte, e Strictius arctius, alludendo al suo stile stringato. Il grancapitano Gonzalvo ebbe una leva a corde che tende una balestra, col motto Ingenium superat vires. Carlo Orsini un pallone sbalzato dal bracciale, col motto Percussus elevor. Francesco Gonzaga di Mantova, accusato d’aver lasciato sfuggire Carlo VIII a Fornovo, poi giustificatone, prese la divisa Probasti me, domine, et cognovisti. Alludendo ai proprj omonimi, Muzio Colonna adottò una mano che arde, e Fortia facere et pati romanum est; e Fabrizio, un vaso di monete d’oro, con Samnitico non capitur auro. Pel duca Cosmo succeduto ad Alessandro si scrisse Uno avulso, non deficit alter. Il magnifico Lorenzo aveva un lauro sempreverde, e Ita et virtus. Luigi Marliano medico milanese inventò per Carlo V le colonne d’Ercole coll’aquila in mezzo, e Plus ultra.

Delle magnificenze italiane presero gusto i Francesi, sì dal vederle qui, sì dalle donne che per matrimonio passarono a quella reggia. Eppure ancora il Castiglioni diceva che «i Francesi solamente conoscono la nobiltà dell’arme, e tutto il resto nulla estimano, di modo che non solamente non apprezzano le lettere, ma le aborriscono, e tutti i letterati tengono per vilissimi uomini, e pare dir gran villania a chi si sia quando lo chiamano clerco». Ma di là già venivano arguti osservatori e beffardi a esaminare i nostri costumi: Rabelais, che doveva alla corte romana affiggere il ridicolo; Montaigne, che col suo buon senso rilevava le stranezze di alcuni costumi italiani: il poeta Marot, che «in questo paese alberato, fertile di beni, beato di donne» imparava a parlar poco, far buona cera, non parlare di Dio, poltrire, e fermarsi un’ora sopra una parola[221]. E certamente moltissimo ci comunicarono i Francesi, dotati del genio della divulgazione, prodighi delle idee proprie quanto vaghi delle altrui, che danno e ricevono a piene mani senza far ragguaglio, che non arrossiscono d’esser obbligati, anzi sembrano credere che gli stranieri devano ringraziarli d’essersi lasciati beneficare.

L’amor de’ piaceri e delle comparse doveva crescere il desiderio dell’oro e dei doni, e la facilità del vendersi. Il cardinale d’Amboise ministro di Francia ricevea cinquantamila ducati di provvigione da varj principi e repubbliche d’Italia, di cui trentamila dalla sola Firenze. A Giovanni Micheli, ambasciador veneto alla Corte inglese, ricercava molti doni mistress Clarenzia cameriera della regina Maria «per bisogno e servizio di sua maestà, oltre un cocchio con i cavalli e tutti li apparecchi, presentato per la voglia che ne aveva la detta cameriera, alla quale la regina il donò: il quale cocchio fatto venire d’Italia, tenevo per mia comodità, avendolo usato tutta questa stagione, che non voglio per modestia dir quello che mi costasse; basta ch’era tale che non disonorava il grado d’ambasciatore»[222].

Tra questi godimenti dell’immaginazione, Italia consolavasi o stordivasi della servitù, o si divezzava dall’aborrirla; e come solennità e allegrie accoppiava alle miserie e ai patimenti, così a quel meriggio d’arti e di lettere accompagnava molti delirj, e le superstizioni che mai non abbondano quanto allo svanire del giusto sentimento religioso. Più delle altre funesta e universale fu la credenza a relazioni immediate fra l’uomo e gli esseri soprannaturali, e che la magia possa legare la potenza divina e la libertà umana, e romper l’ordine morale e fisico del creato con atti materiali senza intelletto nè amore.

Si manifestò essa in forma scientifica e in forma vulgare, e l’una diede mano all’altra per riuscire a spaventosi effetti. Dal neoplatonismo, cioè da quell’impasto mezzo poetico e mezzo filosofico di dottrine indiane, egizie, greche, ebraiche, che la scuola d’Alessandria pretendeva sostituire ed opporre al cristianesimo, vennero inoculate alla società moderna le arti teosofistiche. Conservatesi traverso al medioevo, rinvalidate dal contatto coll’Asia nelle crociate, parve che il rinnovato studio degli antichi, che pur doveva invigorire il pensiero, trascinasse a credenze, ove da principj falsi deducevansi logicamente errori sciagurati. Alla ricerca dei tre maggiori beni del mondo, salute, oro, verità si dirigevano tali scienze.

Guardate gli scrittori più spregiudicati, e sarete chiari come si credesse generalmente all’astrologia, ai pronostici, ai sogni. Il Pomponazzi, che impugna l’immortalità dell’anima, sostiene (De incantationibus) gl’influssi dei pianeti, ai quali non a demonj è dovuta la facoltà di alcuni d’indovinar l’avvenire; e secondo il loro ascendente, l’uomo può scongiurar il tempo, convertire in bestie, far altre meraviglie[223]. Credettero all’astrologia il Campanella e il Fracastoro, Machiavelli e Lutero: Melantone la difendeva contro Pico della Mirandola, mostrando molti casi predetti da congiunzioni di pianeti. Carlo VIII acquistava fiducia alla sua spedizione col far correre una profezia promettitrice d’insigni vittorie. Del valente astrologo Galeotto Marzio di Montagnana è manoscritta nella biblioteca di Padova una Chiromanzia del 1476: accusato d’eresia, fu obbligato a pubblica ammenda, bruciato un suo libro che aveva portato in Ungheria e Boemia; cascando poi da cavallo fuor d’Italia, s’uccise. Ebbero pur grido il veronese Lionardo Montagna autore d’un Breviarium vaticinii, Lodovico Lazarelli da San Severino, Luca Guaríco napoletano, che molte opere scrisse, e fece fortuna; ma predetto al Bentivoglio di Bologna che per le sue crudeltà sarebbe espulso, questi fece dargli cinque tratti di corda, de’ quali risentì tutta la vita, e imparò ad esser meno preciso e più cauto. Jacopo Zabarella padovano, il cui trattato di logica fu adottato nelle Università di Germania, era invasato dell’astrologia, fece moltissime predizioni, e anche della propria morte.

Più tardi il buon matematico Cavalieri nella Ruota planetaria pretese rivelar ciò che fanno nelle loro sfere le stelle, e come in bene e in male influiscano; il Borelli dettò una difesa dell’astrologia per Cristina di Svezia; Marcantonio Zimara di Otranto, famoso medico, pubblicò Antrum magico-medicum, in quo arcanorum magico-physicorum, sigillorum, signaturarum et imaginum medicarum, secundum Dei nomina et constellationes astrorum, cum signatura planetarum constitutarum, ut et curationum magneticarum, et characteristicarum ad omnes corporis humani affectus curandos, thesaurus locupletissimus, novus, reconditus etc., con un trattato del conservar la bellezza, e uno del moto perpetuo senz’acqua nè peso.

Tiberio Rossiliano Sesto, astrologo calabrese, avea sostenuto potersi, per mezzo dell’astrologia, prevedere il diluvio universale; e fu confutato nel 1516 da Gerolamo Armellini faentino, famoso inquisitore di quei tempi[224]. Sul qual proposito frà Giuliano Ughi nella cronica di Firenze scriveva: — A quel tempo si conobbe falsa una lunga opinione, la quale quasi da tutti gli astrologi era tenuta per vera; e questa fu, che per alcune congiunzioni di pianeti dovesse nell’anno 1524, di febbrajo e di marzo, venire in Italia e vicini paesi tanta quantità di pioggie, che dovesse distruggere e rovinare tutti o gran parte degli edificj e case propinque a’ fiumi o in luogo basso poste. Lo messono in scritto e nei pubblici pronostici: e furono tali che, per fare sollecita provvisione, le case loro fornirono di vittuaria per più tempo; alcuni altri di barchette e legnami; altri imbottarono il vino nei palchi, o vero in su i monti: ed era in tutte le parti d’Italia quasi un comune timore[225]. Ma Dio, che la notizia delle future cose ha a sè riservata, mostrò l’umano vedere esser di poca certezza; imperò ch’io non mi ricordo mai un febbrajo ed un marzo il più bel tempo, nè manco piovve, e fu un anno abbondantissimo d’ogni bene, e di buona sanità. Ben è vero che in molti seguenti anni, per sei o sette anni, seguitarono pioggie più che il consueto; onde dal 1525 in là, seguitò tre anni assai carestia e peste. E pensavasi che la divina Bontà misericordiosamente avesse le pioggie, che nel 1524 dovevano naturalmente con nocumento del mondo venire, in più anni scompartite, non senza qualche nocumento. E così nell’anno 1524 fu molto dileggiata e schernita l’astrologia da quelli che non pensavano che Dio fusse ai cieli superiore: ma quelli che credevano che Dio fusse moderatore de’ celesti corsi, pensarono esser vera l’astrologia; sicchè secondo il corso de’ cieli, tal diluvio dovesse venire, ma che la misericordia di Dio l’avesse impedito».

Singolare contesto di pregiudizio e buon senso! Eppure quando lo Stöffer di Tubinga pronosticò che, per la congiunzione dei tre pianeti superiori, il mondo andrebbe a diluvio nel 1554, tutta Europa fu in pensiero di prepararsi uno schermo, e Carlo V ne stava in grand’apprensione, per quanto Agostino Nifo il rassicurasse. Altri parziali spaventi eccitarono i dotti compilatori degli almanacchi[226], or una peste minacciando, or la venuta dei Turchi, ora il mal anno; e poichè indicavano non pure la stagione, ma i dì precisi in cui conveniva fare il salasso, molti morivano piuttosto che farsi trar sangue contro tale indicazione.

Tutte le vite son piene di strologamenti. Al Bembo erasi predetto sarebbe amato e accarezzato più dagli estranj che da’ suoi, e su quest’aspettazione egli regolava le proprie determinazioni. Una notte sua madre sognò che Giusto Goro, lor avversario in un processo, lo feriva nella destra mano; e di fatto costui, per istrappargli un libello che andava a presentar al tribunale, gli diè una coltellata, sicchè poco mancò gli tagliasse via l’indice della dritta. Una suor Franceschina monaca di Zara gli avea vaticinato non sarebbe mai papa.

Due mercanti milanesi, mentre passavano per le foreste di Torino andando in Francia, incontrarono un uomo che ordinò loro di tornare in patria a presentare una lettera a Lodovico Sforza; e soggiunse lui essere Galeazzo Sforza, nipote defunto di questo. Obbedirono: ma come impostori furono incarcerati e posti al tormento; persistendo però essi all’affermativa, dopo lungo discutere del senato si aperse la lettera, e fu letto: — O Lodovico, guardati, perchè Veneziani e Francesi stanno per allearsi a’ tuoi danni, e annichilare la tua stirpe. Ma se mi darai tremila scudi, vedrò di conciliare gli spiriti, sicchè i destini siano sviati». Il duca non credette, e ne seguì quel che sapete.

Anche un secretario di Lodovico Alidosi signor di Imola incontrò il fantasma del padre di questo, che gli ordinò di dirgli al domani si trovasse in quel luogo stesso, e gli rivelerebbe cose di supremo rilievo. Lodovico mandò in sua vece altri; a cui affacciatosi lo spettro, si lagnò della disobbedienza, e gli commise di annunziare a Lodovico che, dopo ventidue anni, il tal giorno perderebbe la città. E così fu appuntino, per quanto l’Alidosi se ne fosse tenuto in guardia[227].

Francesco Guicciardini, mentre governava Brescia per Leone X, scrisse a Firenze qualmente, in una pianura colà vicina, si vedeano di giorno venir a parlamento un gran re da una parte e un altro dall’altra con sei o otto signori, e stati così un pezzo, sparivano; poi venivano in battaglia due grandi eserciti per un’ora; e ciò accadde più volte a qualche intervallo; e alcun curioso che si volle appressare per vedere cosa fosse, dalla paura e dal terrore cascò malato, e stette in fin di morte[228]. Benvenuto Cellini vede diavoli, come li vedeva Lutero. Machiavelli consuma uno de’ capitoli sulle Deche intorno ai segni celesti che precorrono le rivoluzioni degl’imperj, assegnando alle stelle le cause che egli aveva sì a fondo meditate nella nequizia degli uomini e col desolante pensiero del continuo peggiorare della stirpe umana.

In quel sensualismo tra cui smarrivasi la legge morale, l’oro diveniva suprema potenza; e come Spagnuoli e Portoghesi lo cercavano nelle viscere di migliaja d’Americani scannati, i re nello smungere i popoli con nuovi arzigogoli di finanze o intrepidi furti, i letterati mendicando, i soldati rapendo, i preti mercatando le cose sacre, gli eretici invadendo i beni della Chiesa, così gli alchimisti persistevano a rintracciarlo in fondo ai crogiuoli, struggendosi ai fornelli ed ai lambicchi, o andando imparare la grand’arte fra gli Orientali, o a strapparla alla natura ne’ monti magnetici della Scandinavia.

Bernardo Trevisano, nato il 1406 da famiglia di conti, a quattordici anni già si occupava nell’alchimia, e ispiratosi da Geber e Rases, spese da tremila scudi in esperienze; poi si volse a quegli altri gran maestri Archelao e Rupescissa, e in quindici anni di prove «tanto in ciurmadori, che per me onde conoscerli, spesi circa seimila scudi». Cominciava a scoraggiarsi quando un suo paesano insegnogli a far la pietra con sal marino: ma in un anno e mezzo tentatala quindici volte invano, adottò un altro metodo, qual era di sciogliere separatamente in acquaforte, argento e mercurio; e lasciatele un anno, mescolò le soluzioni e le concentrò su ceneri calde in modo da ridurle a due terzi; questo residuo pose al sole in una storta, poi lasciavalo cristallizzare durante cinque anni; ma non ne seguì l’effetto atteso. Bernardo, giunto a quarantasei anni, si mise per altra via, insegnatagli da mastro Goffredo cistercese: comprarono duemila ova di gallina, le fecero sodare, e levato il guscio, lo calcinarono al fuoco; separarono i torli dall’albume, e li fecero fermentare a parte entro concio di cavallo; poi li distillarono trenta volte, finchè n’ebbero un’acqua bianca ed una rossa; si rifecero più volte da capo, variarono, ma senza frutto; onde Bernardo abbandonò anche questa via, dopo seguitala otto anni. Nè però disilluso, lavorò con un gran teologo e protonotaro, che pretendeva cavar la pietra filosofale dalla coperosa; calcinavasi per tre mesi, poi metteasi in aceto distillato otto volte; il misto passavasi al lambicco quindici volte il giorno per un anno. Qual meraviglia se la fatica e l’ansietà gli diedero una febbre che durò quattordici mesi, e fu per torgli la vita?

Guarito appena, ode da un cherico del suo paese che maestro Enrico, confessor dell’imperatore, sapea preparare la pietra filosofale. Detto fatto, eccolo in viaggio per la Germania, e con difficili mezzi introdottosi presso di quello, n’ebbe dieci marchi d’argento e il processo che era siffatto. Mesci mercurio, argento, olio d’ulivo, solfo; fondi a fuoco moderato; cuoci a bagnomaria, rimenando continuo. Dopo due mesi, si secchi in una storta di vetro coperta d’argilla, e il prodotto si tenga per tre settimane sulle ceneri calde; vi si unisca piombo, si fonda al crogiuolo, e il prodotto si sottometta alla raffinazione. Quei dieci marchi doveano allora trovarsi cresciuti d’un terzo: ma ohimè! al fine di tanto lavoro non erano più che quattro.

Il Trevisano desolato giurò d’abbandonare quelle fantasie; i parenti esultavano della risoluzione sua; ma dopo due mesi rideccolo al lambicco. Persuaso però che gli occorressero i consigli di gran sapienti, andò a interrogarli in Ispagna, in Inghilterra, in Iscozia, in Germania, in Olanda, in Francia; e viepiù in Egitto, in Palestina, in Persia, sede di quelle dottrine; a lungo si badò nella Grecia meridionale, visitava principalmente i conventi, coi monaci più rinomati travagliando alla grand’opera. Così arrivò ai settantadue anni, avendo dissipato il ricavo del venduto patrimonio, e giunse a Rodi senza denari, ma colla fiducia nella polvere cercata tutta la vita. Deh perchè una fede altrettanto viva non hanno i cercatori di ben più utili spedienti?

A Rodi tenea stanza un religioso, rinomato in tutto Levante come possessore del gran secreto; ma d’avvicinarlo il conte perdea la lusinga, se un mercante veneziano, conoscente di sua famiglia, non gli avesse prestato ottomila fiorini, e raccomandatolo a quel savio. Tre anni costui lo tenne in studj e speranze onde preparare il magistero per mezzo d’oro e argento amalgamati a mercurio; e alfine gli aperse i secreti della scienza ermetica. Perocchè gli indicò che tutto era frode, lo persuase a cessare dalle illusioni, nel codice della verità mostrandogli questo assioma, — Natura si fa giuoco di Natura, e Natura contiene la Natura». Qui sta il gran secreto, significando in linguaggio comune che per far oro ci vuol oro; e tutta l’alchimia non giunse mai a ottenerne di più di quello che adoperò.

Perdere a settantasett’anni l’illusione di tutta la vita, è pur penoso. Ma il conte Trevisano volle almeno giovare agli innumerabili adepti della scienza ermetica, occupando i sette anni che ancor sopravvisse a scrivere diversi trattati su quella scienza, il più celebre de’ quali è intitolato Il libro della filosofia naturale de’ metalli; e ognuno può leggerlo, e certo pochissimi il leggeranno nel tomo II della Bibliothèque des philosophes chimiques. Opera inutile anch’essa, giacchè, invece di confessar chiaro i suoi inganni a scanso degli altrui, si rinvolse in modo che molti cercarono in esso la scienza ermetica, molti perseverarono a crederlo maestro della grand’opera. Altrimenti pare a noi, sia per quell’assioma fondamentale, intorno a cui si raggira sempre, sia per questo passo del libro suddetto: — Ondechè io conchiudo, e credetemi; lasciate le sofisticazioni e chiunque vi crede; fuggite le loro sublimazioni, congiunzioni, separazioni, congelazioni, preparazioni, disgiunzioni, connessioni ed altre decezioni; e taciano quelli che offrono qualsiasi altra tintura diversa dalla nostra, non vera nè di alcun profitto; e taciano quei che van dicendo e sermonando altro solfo che il nostro, il quale è latente nella magnesia, e che vogliono trarre altro argento vivo che dal servitore rosso, od altra acqua che la nostra, la quale è permanente, e non si congiunge che alla propria natura, e non bagna altra cosa se non l’unità della propria natura; e non vi è altro aceto che il nostro, nè altro regolo che il nostro, nè colori altri che i nostri, nè altra sublimazione che la nostra, nè altra soluzione che la nostra, nè altra che la nostra putrefazione»[229].

La lezione per verità non sembra abbastanza evidente: d’altra parte sarebbe stata inutile, giacchè qual avvi evidenza alla quale ceda la passione? E certamente allora si continuò in tali ricerche, formandosi una scienza tutta distinta, il cui canone fondamentale era che ogni metallo si compone di solfo e mercurio; per mercurio però intendendo il principio metallico, variante secondo i diversi corpi; e per solfo il principio combustibile[230]. Eppure nella ricerca del grande incognito e dell’immortalità in terra, questa scienza scontrava per via il gas acido carbonico, il fosforo, l’antimonio, l’arsenico, quella chimica insomma che oggi aspira ad essere la scienza delle scienze.

Sciagurata nominanza ne acquistò Marco Bragadin veneziano, che pretendeasi nato a Candia dal famoso Bragadino, segato dai Turchi. Gittata la tonaca per darsi tutto all’alchimia, e protetto da Giacomo Contarini nobiluomo, spacciava aver trovato il secreto filosofale, s’intitolava conte di Mammona, cioè genio dell’oro, e menava seco due cani col colletto d’oro, che doveano credersi due demonj a suo servizio. Molte tramutazioni di metallo effettuò egli al cospetto del pubblico per mezzo d’una polvere che vendeva carissima: in fondo però il suo secreto consisteva in un amalgama di mercurio e d’oro, e facendo svaporar quello, restava questo. Ben avvedeansi che il peso era diminuito, eppure se ne faceano le meraviglie; il doge comprò a gran valsente il suo secreto, con uno scritto che trovasi nel Trattato chimico di Manget; Enrico IV gli scrisse per averlo a sè; altri principi lo domandavano, ed egli splendidamente vivea corteggiato da tutti. Vero è che non mancava chi ne ridesse, e una brigata di giovani veneziani mandò in giro una mascherata di alchimisti con tutti i loro arnesi, e un tra loro, figurando il Mammona, gridava: — A tre lire il soldo l’oro fino». L’elettore Guglielmo II di Baviera l’ebbe poi; ma quando ne sperava ricchezze, trovatosi illuso, lui fece impiccare alla forca d’oro destinata agli alchimisti, e i suoi cani uccidere a schioppettate.

Non appartengono alla nostra nazione nè Teofrasto Paracelso (1501-70), predicato come testa divina, e creduto autore di miracolose guarigioni e di trasformazioni soprannaturali; nè Cornelio Agrippa di Colonia, consigliere dell’imperatore, deputato dal cardinale Santa Croce ad assistere al consiglio di Pisa, fatto professore di teologia a Pavia, chiesto a gara astrologo da gran re, dal marchese di Monferrato, dal cancelliere Gattinara, e che diede lo stillato delle teorie e delle pratiche delle scienze occulte. Ma a questo entusiasta e scettico insieme possiamo raffrontare il milanese Girolamo Cardano da Gallarate, teosofista e insieme scienziato illustre, di variatissima erudizione e fecondo di pensamenti strani ma indipendenti, talvolta elevato come il genio, talaltra dissotto del senso comune, e come disse lo Scaligero, suo nemico acerrimo, in molte cose superiore ad ogni umana intelligenza, in altre inferiore ad un bambino. Lasciò le proprie memorie, preziose come delle scarse che francamente rivelino il cuore, e curiosa pittura d’uomo vivente nel mondo poeticamente disposto dalla dottrina cabalistica. Se tu gli credi, e’ poteva a sua voglia cadere in estasi; vedeva quel che gli piacesse; degli avvenimenti era premunito in sogno, e da certe macchie sull’unghie. Il piacere, secondo lui, non è che la cessazione del dolore, e il male giova, se non altro, perchè s’impara a schivarlo: anzi per lui era un bisogno il penare o far penare altrui; flagellava se stesso, e morsicavasi le labbra o si pizzicava. Giocatore e perciò dissestato, ricorre a bassezze; un suo figlio fu attossicato dalla moglie, che perciò venne strozzata; a un altro dovette far tagliare un orecchio per reprimerlo; e tutta la sua vita andò bersagliata da sciagure. Conoscevasi invido, lascivo, maledico, spensierato? ne riversava la colpa sulle stelle, ascendenti al suo natale[231]. Del resto credesi oggetto d’una predilezione speciale del cielo; sa più lingue senz’averle imparate; più volte Iddio gli parlò in sogno; più spesso un genio famigliare, lasciatogli da suo padre, il quale l’avea tenuto per trent’anni[232]; può in estasi trasportarsi da luogo a luogo a sua volontà, ode quel che si dice lui assente, e prevede l’avvenire. Appena ogni mill’anni nasce un medico par suo; nè rifina di vantare le sue cure e l’abilità nel disputare; infine, per avverare il pronostico fatto, lasciasi morir di fame.

Scrisse maestrevolmente sui giuochi delle carte e dei dadi; bizzarri elogi sulla podagra e di Nerone; pubblicò centotrentun’opere, ne lasciò centundici manoscritte, e ne’ dieci volumi in foglio[233] a stampa m’ha l’aria di un giornalista ch’è obbligato ad empiere le pagine, e più tira in lungo meglio è pagato, meno riflette più lavora. Chi volesse ridurre ad unità filosofica quel suo balzellare, troverebbe ch’egli dichiarava la natura essere il complesso degli enti e delle cose. In essa tre principj eterni e necessarj, lo spazio, la materia, l’intelligenza del mondo, cui funzione è il movimento. Lo spazio eterno, immobile, non è mai senza corpi; cioè, come poi disse Cartesio, non si dà vuoto in natura. La materia è pure eterna, ma mutasi di forma in forma mediante due qualità primordiali, calore e umidità. Non può concepirsi veruna porzione di materia senza forma. Ogni forma è essenzialmente una ed immateriale, laonde tutti i corpi sono provveduti d’anima; tant’è vero, che sono suscettibili di movimento. Le anime particolari sono funzioni dell’anima del mondo; nella quale stanno rinchiuse tutte le forme degli esseri, come i numeri nella decade; e somiglia alla luce del sole, una ed eguale nell’essenza, infinita nella diversità d’immagini.

Non potea dunque sottrarsi al panteismo se non col sospendere le conseguenze, o col variare egli stesso quanto all’unità dell’intelligenza. L’uomo, organo di quest’intelligenza universale, ha però un carattere distinto, la coscienza. Questa il mena a distinguere dal corpo l’anima, di cui mostra l’immortalità mediante gli argomenti de’ predecessori; ma crede questo dogma abbia prodotto gran mali, come le guerre di religione. La fisica sua fonda sulla simpatia generale fra i corpi celesti e le parti del corpo umano.

Di tutte le scienze occulte favella con intima persuasione, altamente riprovando quei professori inesperti, «per cui vizio resta infamata» una scienza, nella quale la certezza non è minore che nella nautica e nella medicina. Per vendicarla da tali ingiurie, e mostrare «come sieno manifesti i decreti delle stelle in noi», esso non procede che per raziocinio e sperimento, e riduce quella dottrina ad aforismi, distinti in sette sezioni, donde s’intende come ogni paese, ogni colore, ogni numero avesse il suo astro soprantendente. La magia naturale insegna otto cose: prima i caratteri dei pianeti, e a far anelli e sigilli; secondo, il significato del volo degli uccelli; terzo, le voci loro e d’altri animali; poi le virtù dell’erbe, la pietra filosofale, la conoscenza del passato, del presente, del futuro per tre viste; la settima parte mostra gli sperimenti proprj sì del fare, sì del conoscere; l’ottava, la virtù d’allungare molti secoli la vita.

Chi reggerebbe ad accompagnarmi nell’indicazione de’ varj canoni di queste dottrine? Il Cardano, che le conosceva tutte a fondo, non ne fa mistero: anzi insegna a comporre sigilli per far dormire o amare, rendersi invisibili, non istancarsi, aver fortuna; e ciò combinando quattro cose, la natura della facoltà, della materia, della stella, dell’uomo che fa: al qual uopo egli divisa la natura delle varie gemme e degli astri che vi corrispondono. Fra i talismani il più potente era il sigillo di Salomone. Una candela di sego umano, avvicinata a un tesoro, crepita fin a spegnersi; e la ragione è che il sego è formato di sangue, il sangue è sede dell’anima e degli spiriti, i quali entrambi concupiscono oro e argento finchè l’uom vive, e perciò anche dopo morte ne rimane turbato il sangue. Vuoi i presagi da dedursi da tutte le arti e dai casi naturali? vuoi la chiromanzia? o quel che significhino le macchie sulle unghie? e come interpretare i sogni, ed ottenere responsi? chiediglielo, e te n’insegnerà con sicurezza.

E responsi da lui impetravano insigni personaggi, tra cui Edoardo VI d’Inghilterra; il primate di Scozia affidò le sue malattie a’ costui strologamenti; san Carlo il propose maestro nell’Università di Bologna. Cento geniture egli formò d’illustri personaggi, dall’oroscopo di loro nascita deducendo le cause delle loro qualità. Alle stelle convien avere riguardo nella medicazione; infallibile esaudimento ottengono le preghiere a Maria, fatte il primo aprile alle otto del mattino; che più? spinse l’audacia fin a tirare l’oroscopo di Cristo. Insegna a chi soffre d’insonnia d’ungersi col grasso d’orso; a chi vuol far tacere i cani del vicinato, tenere in mano l’occhio d’un cane nero. A volta a volta si ride della chiromanzia, della stregoneria, dell’alchimia, della magia, dell’astrologia; eppure le esercita per compassione: i fantasmi reputa illusioni di fantasia scompigliata; eppure è pieno d’apparizioni e di spiriti, crede gl’incubi generare bambini, e deporre il vero le streghe nei processi. Eppure egli ha luogo durevole nella storia delle scienze per osservazioni sottili ed argute, e per più scoperte, fra cui la formola cardanica e la possibilità d’educare i sordimuti.

Giambattista Della Porta napoletano (1540-1615) istituì in propria casa un’accademia de’ Secreti, ove non ammetteasi se non chi avesse trovato qualche rimedio o qualche macchina nuova. Nella Magia naturale espone tutti i sogni, le forme sostanziali delle intelligenze, emanazione della divinità; darsi uno spirito mondiale, che genera anche le anime nostre, e ci rende capaci della magia, al modo che per esso gli astri influiscono sul corpo umano. Non è maraviglia se gliene vennero accuse presso l’Inquisizione, per le quali chiamato a Roma si scagionò, e fu dimesso, con ordine che in avvenire non s’impacciasse di far predizioni, avvegnachè il volgo ignorante non sappia distinguere se siano effetto di accorgimento o di sovrumana potenza. Pure egli svelava le arti onde altri producevano effetti, creduti soprannaturali; mostrò che l’unguento delle streghe fosse una mescolanza d’aconito e belladonna, i quali per efficacia naturale esaltano le fantasie; a suo figlio consigliava: — Non opporre resistenza ai potenti nè alla plebe; quand’anche avessi ragione. Invitato a un banchetto, tien d’occhio a chi ti mesce il vino. Quando parli con un malvagio o un disonesto, guarda alle sue mani più che alla sua faccia».

Insomma le scienze occulte formavano la parte astrusa delle umane cognizioni. Considerando la natura come una successione di prodigi, alla magia chiedevasi la spiegazione d’ogni fenomeno; un fanciullo malato, una donna consunta, il subito arricchirsi; i temporali, e vie meglio le combustioni spontanee, le illusioni ottiche, le esaltazioni nervose; che più? il male più ordinario, il mal d’amore e della gelosia, parevano effetti oltra naturali; e per chiarirli si ricorreva a patti che conchiudesse l’uomo col diavolo, dandogli carte segnate col proprio sangue, e scritte col sacrosanto calice.

Come i dotti toglievano dal vulgo il fondamento degli errori, così questo dal voto dei dotti v’era semprepiù ribadito, e ne nasceva una orrida congerie di pubblica forsennatezza. Nella Bibbia ricorrono fatti di demoniaci; gli esorcismi, se talvolta erano semplici cure igieniche, o rimedj all’inferma fantasia, doveano però convalidare l’opinione della diretta efficacia de’ demonj sugli uomini, e persuadevano che il contatto e la presenza delle cose sacre raddoppii i sofferimenti degli ossessi, la cui intelligenza scintilla a volte a volte di luce più viva, danno risposte meravigliose, parlano latino, ebraico, vedono le cose lontane e le future.

Quel bisogno essenziale alla natura umana d’ampliare il mondo visibile mediante la fantasia, bisogno maggiore in tempi o fra persone dove l’istruzione non dilata la vista sulla storia e sull’universo, avea creato e qui trasferito dall’Oriente quelle fate benevole, e che appiacevolivano i racconti e le fantasie, anzichè sgomentassero, come la Melusina, la Morgana, che il sabbato convertivansi in serpi, gli altri giorni godevano della loro bellezza e d’una vita che partecipava all’immortale: anche il genio famigliare e i folletti spesso mostravansi amorevoli e serviziati. Un padrone superbo comandò a un villano di trasportare a casa una quercia grossissima, o guaj a lui: l’impresa eccedeva le forze del misero, che se ne desolava, quando un folletto gli si esibì, e presa in collo la pianta come un fuscello, la collocò attraverso la porta del padrone, indurendola talmente, che nè accetta nè fuoco valsero a intaccarla, sicchè fu forza aprire un’altra porta: ciò fu appunto nel 1532. L’inquisitore Menghi sa d’un folletto famigliare ad un garzone sedicenne mantovano, che inseparabilmente l’accompagnava or da servo, or da facchino, or da mastro di casa. E nel 1579 un altro in Bologna era innamorato d’una fantesca; e se mai i padroni la sgridassero, di moltissimi guasti disturbava la casa: e chi vuole, guardi lo strano esorcismo con cui i padroni se ne liberarono. L’anno appresso nella città medesima si rinnovò la scena con una fanciulla trilustre: e il folletto faceva le più bizzarre burle; or rompere i vassoj del bucato, or lasciare tombolar dalle scale grosse pietre, or di piccole lanciarne a romper i vetri, e nel pozzo gettare secchi di legno o di rame, e gatti. Un predicatore raccontò ad esso Menghi che, mentre dispensava la parola divina in una città del Veneto, gli si presentò uno stregone, accusandosi di tenere due spiriti in un anello, coi quali esso il farebbe parlare; ma come egli esortollo a buttar via l’anello, ecco gli spiriti a piangere e pregare ch’esso predicatore li ricevesse a proprio servizio, promettendo farlo il maggior oratore del mondo: egli con gravi scongiuri gli indusse a confessare che questa era un’orditura per mettersegli accanto, farlo cadere in qualche eresia, ed acquistarlo all’inferno.

Più tardi fu stampato il Palagio degli incanti, coll’approvazione dell’inquisitore, che li commenda «come dilettevoli per vaga et varia lettione et non meno ferma che recondita dottrina»; e sono a leggervi innumerevoli storielle di demonj, di incubi e succubi, sulla fede d’autori accreditatissimi. Il più piacevole è d’un giovane, contemporaneo di Ruggero re di Sicilia, che nuotando una sera in mare, prese pei capelli una figura che gli veniva dietro, credendola uno dei suoi compagni: ma alla riva trovatala una bellissima fanciulla, l’ebbe seco, e ne generò un figlio, e vivea lieto di essa, se non che mai non parlava. Avvertito da un compagno ch’egli erasi menato a casa un fantasma, colla spada minacciò uccidere il bambino se essa non parlava: onde rotto il silenzio, ella gli disse che perdeva un’eccellente moglie con questa violenza, e subito sparve. Il fanciullo dopo alquanti anni trastullavasi in riva al mare, quand’essa lo prese ed affogò.

Se non fossersi rinnovate ai dì nostri la raddomanzia e qualcosa di peggio, non accennerei di don Antonio Lavoriero arciprete di Barbarano, che con la virtù di Dio faceasi obbedienti i diavoli. Costui narrò allo Strozzi Cicogna, che un frate Egidio, ad istanza del duca di Ferrara, aveva scoperto un tesoro, ma nol si potè mai cavare perchè gli spiriti rompeano le funi e spegneano i lumi: il frate fece da don Antonio ascondere una moneta, promettendo trovarla; e presi quattro rametti d’oliva benedetta e incisane la scorza, vi scrisse entro «Emanuel Sabaot Adonai, e un altro nome che non si può rammentare», poi recitò il miserere, e quando fu all’incerta et occulta manifestasti mihi, don Antonio si sentì tratto verso la porta del giardino, e giunto ov’era sepolta la moneta, le bacchette voltarono la punta in giù, come fossero tirate. Lo stesso don Antonio gli narrò che in Noventa sul Vicentino a una fanciulla mandavasi un fazzoletto del malato, ed essa il faceva venir grande grande, poi piccolo piccolo; che se tornasse alla primitiva dimensione, era segno di guarire; se no, di morte: egli le mandò il suo fazzoletto, fingendo fosse d’un’inferma; nè la fanciulla se n’accorse, perchè egli era esorcista, ma visibilmente lo fece ingrandire e impicciolire, poi tornar di misura. Ed altre belle ne raccontò quel don Antonio allo Strozzi[234].

Questi fatti, accertati non meno di altri su cui si fondano anch’oggi altre teoriche, meriterebbro soltanto il riso se fossero rimasti nel campo della speculazione: ma la natura umana ha una terribile inclinazione a tradurre le credenze in fatti. E così avvenne delle streghe, uno dei tanti errori che la civiltà moderna ereditò dall’antica (Cap. XXXIV in fin.). Nel medioevo la pascolarono leggende, nelle quali si confondeano il misticismo e l’empietà, il tremendo e il buffo; però fu repulsato dai legislatori, fin da’ rozzissimi Longobardi; e se comminavasi qualche pena, consisteva nel sottoporre le maliarde alla prova dell’acqua fredda, mandando assolte quelle che non restassero a galla; il che forse era un artifizio per salvarle tutte. Quanto alla Chiesa, adducevasi un canone di papa Damaso, or repudiato per falso, dove sono attribuiti a mera illusione i traslocamenti delle streghe; sicchè alcuni teologi dichiaravano peccato mortale ed eresia il credere ai notturni congressi[235].

Tanto è falso che nel bujo del medioevo imperversasse una credenza, la quale non dirò nacque, ma si estese col rinascimento degli studj, e viepiù nel secolo d’oro[236] dopo mescolatasi colla fungaja delle scienze occulte; e fu un altro sintomo della riviviscenza del paganesimo. Già il famoso giureconsulto Bartolo consigliava al vescovo di Novara di far morire a lento fuoco una, imputata di aver adorato il diavolo, e con sortilegi mandato a morte de’ fanciulli[237]. Sul fine del quattrocento, secondo Antonio Galateo, credevasi che alcune malefiche ungendosi si tramutino in animali, e vaghino o piuttosto volino in lontani paesi, menino carole per paludi, s’accoppiino a demonj, entrino ed escano a porte chiuse, uccidano animali[238]. E di fatto si divulgò l’opinione che le streghe, masche, buonerobe, o con che altro nome si chiamassero, andassero in corso, si congregassero in certi luoghi, come al monte Tonale in Lombardia, al Barco di Ferrara, allo spianato della Mirandola, al monte Paterno di Bologna, al noce di Benevento..., e sotto la presidenza di Erodiade, di Diana si dessero a balli e a sozzi amori, trasformandosi in lupi, gatti e altre bestie. Empietà e lascivia formano il fondo di quelle congreghe; splendidi banchetti il sabbato; frati vi ballavano, tutt’in onta della Chiesa; e vi si vilipendeva ciò ch’essa ha di più venerando, le croci, le reliquie, il sacrosanto pane.

Eravi qualche vecchia di bruttezza insigne con alcun marchio particolare? avea risposto con imprecazioni ad insulti fattile? bastava per sospettarla strega. Moltissime processate aveano confessato, — Abbiam veduto il diavolo, siamo andate a cavalcione della scopa alla tregenda, vi conoscemmo il tale e la tale»: come dubitare della loro veridicità? Se l’uomo può impetrare dal diavolo le colpevoli gioje che non osa chiedere a Dio, se v’è modo di patteggiare con una potenza sovrumana, perchè sol pochi v’avrebbero ricorso? Si venne dunque nella credenza che moltissimi fossero, e massime donne, e formassero tra sè una specie di società secreta, con capi e adunanze, e piaceri carnali, e voluttà di vendette.

Frà Bernardo Rategno comasco, zelante inquisitore, ci lasciò un libro De strigiis[239], dove si scandalizza di chi le metta in dubitare. Le masche (così egli) fanno congrega principalmente la notte del venerdì, rinnegano in presenza del Diavolo la santa fede, il battesimo, la beata Vergine, conculcano la croce, prestano fedeltà al diavolo toccandogli la mano col dosso della loro sinistra, e dandogli alcuna cosa in segno di ligezza. Qualvolta poi tornano al giuoco della buona compagnia, fanno riverenza al diavolo, che assiste in forma umana. Nè vi vanno già per illusione, ma corporalmente e sveglie e in sentimento, a piedi se la posta è vicina, se no sulle spalle al diavolo; il quale talvolta le abbandonò a mezzo del cammino, onde si trovarono fuorviate: tutte cose che constano dalle loro spontanee confessioni agl’Inquisitori per tutta Italia. Anzi, a chiuder del tutto le labbra agli avversarj, adduce esempj di se stesso, che istruendo processi in Valtellina, ebbe deposizione da uomini d’intera fede, i quali veramente le aveano vedute. Niuno poi era in Como che non sapesse che, un cinquant’anni prima, in Mendrisio Lorenzo da Concorezzo podestà e Giovanni da Fossato indussero una strega a menarli al giuoco; essa gli esaudì, e videro le congregate; ma il diavolo, accortosi di loro, li fece battere in malo modo[240]. Riducono poi la cosa ad evidenza e l’esserne bruciati tanti, e l’avere i papi stessi consentito.

Per verità quest’argomento era perentorio, stantechè l’Inquisizione gravò sopra i siffatti con legali carnificine, delle quali ingloriavansi gli autori, come gli eroi di sanguinose battaglie. Massime nella Germania la proclività al misticismo avea diffuso il timore delle streghe; onde Innocenzo VIII nel 1484 le fulminò di severissima bolla, dietro la quale si moltiplicarono e processi e supplizj. Ma anche in Italia quest’errore era comune, e nella diocesi di Como Bartolomeo Spina asserisce che oltre mille in un anno se ne processavano, e più di cento bruciavansi.

Dinanzi a tanto numero di processi e di vittime, l’uomo è preso da un terribile sgomento della propria ragione, interrogandosi se tutto fu menzogna o delirio? tutto invenzione di tribunali, sitibondi di sangue?

Che l’uomo si creda pel male maggior potenza che realmente non ha, casi giornalieri ce lo attestano; che i delitti si moltiplichino col punirli, è un fatto troppo chiarito a chi studia le malattie dell’intelletto e le passioni; e che a forza di sentir dire che una cosa si fa, alcuno persuadasi di farla. Poteano operare sull’immaginazione delle streghe i suffumigi e le unzioni, che, secondo il Porta e il Cardano, si faceano con solano sonnifero, giusquiamo, oppio, belladonna, datura stramonio, mandragora, laudano. Alcuni fenomeni ricevono ora spiegazione dalle inalazioni dell’etere e del magnetismo animale, arcano che gl’insulsi devono beffare, gli astuti usufruttare, ma gli scienziati verificare e studiare. Fin a qual punto un uomo può operar sul corpo o lo spirito d’altr’uomo per sola forza dell’immaginazione, spinta sin al punto ove va la fede, non è ben chiarito: nè quanto possa l’effetto delle passioni, e massime della paura, causa preponderante delle malattie nervose. L’ipocondria fa considerar le immaginarie sofferenze come un prodotto della volontà dell’altra o frutto di lor ira o vendetta. L’insensibilità di certe parti o di tutto il corpo è spiegata or che si distinguono due ordini di nervi, uno che presiede alle sensazioni dolorose, gli altri a condurre al cervello le impressioni di contatto; e ciò toglie la vulgare teoria della simulazione: e in generale soppresse le entità demoniache, la maga vien considerata come dipendenza dello studio delle facoltà dell’anima. Tralascio casi stranissimi in medicina, affezioni nervose ed isterismi che, come un tempo si curavano coi pellegrinaggi, allora si dichiaravano malattie demoniache[241]. Vedeasi una propagare le sue convulsioni a un collegio, a un convento, attribuivasi a fatucchieria quel che ora sappiamo esser istinto di imitazione.

Chi serbava intero il senno proponeva talvolta rimedj efficaci, ma non prudenti. Se un vampiro venisse a suggere il sangue, l’autorità faceva bruciare il cadavere, e il male cessava, per fede di Montaigne. Ad una signora mantovana che credevasi ammaliata, il medico Marcello Donato dispose che tra gli escrementi si facessero comparire chiodi, piume, aghi; ella credendo averli cacciati di corpo, sanò: sì, ma dunque il fatto era vero; ma la donna avea visto quegli oggetti, nè potea più dubitarne, e la persuasione sua trasfondeva in tutti i suoi conoscenti, e questi ai loro. I fatti dunque sussistevano; erano fuor del naturale; le cause venivano esibite dalla scienza e dalle opinioni del tempo; dalla giurisprudenza di allora le procedure.

L’esistenza però de’ notturni congressi non era così generalmente creduta che non trovasse contraddittori. Samuele De Cassini tolse a provare che il demonio non trasporta effettivamente queste donne, e solo in esse produce un’estasi, per la quale credono volare o trovarsi fra la moltitudine; ma Giovanni Dadone domenicano sostenne il volo talora avvenir realmente[242], e con lui sono frà Bartolomeo Spina maestro del sacro palazzo[243], frà Silvestro Mazzolino detto Priero, Paolo Grillandi legista fiorentino che dapprima le aveva negate[244], e fino Gianfrancesco Pico della Mirandola[245] in un libro, la cui occasione è così esposta da frà Leandro degli Alberti che lo vulgarizzò: — Essendosi scoperto l’anno passato qui quel tanto malvagio, scellerato e malefico giuoco della donna, dove è rinnegato, bestemmiato e beffato Iddio, e ancor conculcata con i piedi la croce santa, dolce refrigerio dei fedeli cristiani e sicuro stendardo, e dove ancor vi sono fatte altre biasimevoli opere contro della nostra santissima fede; il perchè essendo stato integramente investigato e ponderatamente conosciuto, e ancor proceduto giuridicamente dal savio e provvidente censore ed inquisitore degli eretici, furono da lui consegnati al giudice molti di questi maledetti uomini, i quali, secondo il comandamento delle leggi, fece porre sopra d’uno grandissimo monte di legne, e bruciarli in punizione delle loro scelleraggini ed anco in esempio degli altri. Or così di giorno in giorno procedendosi per estirpare e svellere questi cespugli di pungenti spine di mezzo delle buone e odorifere erbe de’ fedeli cristiani, cominciarono molti con ingiuriose parole a dire non esser giusta cosa che questi uomini fossero così crudelmente uccisi, conciossiachè non avevano fatto cosa, per la quale dovessino ricevere simile guiderdone; ma ciò che dicevano di detto giuoco, lo dicevano o per sciocchezza e mancamento di cervello, ovvero per paura degli aspri martirj. E non pareva verisimile che fossero fatti dagli uomini tanti vituperj all’ostia consacrata, nè alla croce di Cristo, e alla nostra santissima fede. E questo facilmente potevasi confermare, perchè molti di loro prima avendolo detto, di poi costantemente lo negavano. Per questi biasimevoli ragionamenti di giorno in giorno crescevano nel popolo simili mormorii: la qual cosa intendendo lo illustre principe signor Gianfrancesco, uomo certamente non manco cristiano che dotto e letterato, deliberò di voler intenderne molto integramente, e con sottili investigazioni conoscere così il fondamento come tutte le altre minime cose che erano formate sopra di esso, prima intervenendovi e ritrovandosi alle esaminazioni di quelli avanti dell’inquisitore, poi interrogandoli da sè a sè, parte per parte di detto scellerato giuoco, e degli abominevoli riti e profani costumi e scomunicati modi e maledette operazioni che ivi continuamente si fanno, e non solamente da uno di quelli, ma da gran numero; e ritrovandoli accordarsi nelle cose di maggior importanza, cioè sommersi in tanti sozzi vizj, siccome vero servo di Gesù Cristo, acciò che ciascuno si deva ben guardare dalle fraudi dell’antico nostro nemico, ed ancora per poterlo meglio in ogni luogo perseguitare, si pose a scrivere di questa rea, scellerata e perversa scuola del demonio...»

Gianfrancesco introduce la Strega a dialogar con uno che non vi crede (Apistio), il quale fa le objezioni del buon senso a tutte le confessioni di lei, mentre il giudice (Dicasto) adopera le formole giuridiche per provare che non sono illusioni, e sostenere la verità delle deposizioni di lei intorno al trasporto delle persone, ai sozzi convivj, alle infande nozze, all’abuso del sacrosanto pane. E da altri processi egli raccolse d’un prete Benedetto, innamorato del diavolo in carne col nome d’Armellina, i cui piaceri esso preferiva a qualunque altro, e con essa discorreva fin per le piazze, sembrando mentecatto agli altri che non la vedeano; per amor di lei non battezzava i bambini, non consacrava le ostie, e all’elevazione le alzava capovolte, così eludendo i sacramenti. D’altri ancora egli sa, così presi d’un demonio in forma di donna, che voleano abbandonar piuttosto la vita; finchè quella gran fiamma ne era cacciata coll’altra fiamma destata d’una catasta di legna. E questi fatti sono comunissimi, tanto che confessano andare alla tregenda oltre due migliaja di persone.

La strega introdotta da Pico conviene d’aver mandato la gragnuola sui campi di suoi malevoli, uccisone il bestiame, succhiato il sangue di sotto le ugne de’ bambini, finchè morivano se essa medesima non vi desse rimedj, insegnatile dal demonio. L’incredulo insiste principalmente sul perchè dal demonio non domandasse denari; ed essa risponde averne anche avuti, ma che scomparvero, e l’attrattiva maggiore consistere sempre ne’ piaceri del senso. Il demonio permetterle tutti gli atti di cristiana, ma mentre assisteva ai divini uffizj dovesse sottovoce protestare come a menzogne, stralunare gli occhi, far atti di scherno, e la particola trarsi di bocca e conservare per profanarla poi alla tregenda.

Uno dei più persuasi in tal fatto è il padre Girolamo Menghi di Viadana, che empì l’opera sua di fatterelli curiosi[246]. Nel tempo che i signori Veneziani mossero guerra al duca di Ferrara, stando Alfonso d’Aragona duca di Calabria in Milano con molti illustrissimi signori, tennero lungo ragionamento intorno agli spiriti, ove diversamente fu da quei signori parlato e discorso, recitando ciascheduno le loro opinioni; il che avendo udito il predetto duca, rispose in questo modo: — È cosa verissima e non finzione umana quello che si parla di questi demonj»; e narrogli, che stando lui un giorno a Carrone città di Calabria, dopo le cure e spedizioni regie cercando qualche spasso e ricreazione, gli fu detto che ivi era una donna vessata di spiriti immondi. Il che intendendo esso, se la fece condurre, e cominciando il duca a parlare con essa, niente rispondeva nè movevasi, come se fosse senza spirito. Vedendo questo il principe, e ricordandosi d’una crocetta che con certe reliquie portava al collo, datagli da Giovanni da Capistrano, segretamente la legò al braccio della spiritata; la quale subito cominciò a gridare, e torcere la bocca e gli occhi. Allora quel signore le domandò il perchè, ed ella rispose, dovesse levarle dal braccio quella crocetta «perchè (diss’ella) ivi è del legno della croce consacrata, dell’agnus benedetto, e una croce di cera del mio grandissimo nemico». Le quali cose levando il duca, di nuovo divenne come morta. La notte seguente andando quel principe a dormire, incominciò udire fortissimi strepiti e rumori nel palagio e nella propria camera, di maniera che fece chiamare alcuni servitori per sicurezza, coi quali stette fino al giorno senza punto dormire. Venuto il giorno, un’altra volta si fece menare davanti la donna, la quale sorridendo interrogò il duca s’egli avesse avuto spavento la notte passata: e riprendendola egli come spirito infernale nojoso ai mortali, e addimandandogli — Ove eri tu nascosto?» rispose lo spirito: — Io era nascosta nella sommità dello sparaviero che circonda il tuo letto; e se non fossero state sopra di te quelle cose sacre che porti al collo secretamente, con le mie mani io ti levavo di peso, e ti gettavo fuori del letto. Anzi ti dico di più, che tutto quello che jeri ragionasti e trattasti coll’ambasciatore de’ Veneziani, ti saprò narrare, perchè il tutto ho udito e saputo». Il duca per chiarirsi mandò fuori tutti quelli che ivi si ritrovavano, poi comandò allo spirito che dovesse narrargli quanto era passato tra l’ambasciatore e lui; il quale, come se fosse stato presente, per bocca della donna narrogli tutto il fatto di parola in parola; di maniera che empiè quel signore di tanta meraviglia, che d’indi in poi sempre credette che gli spiriti maligni andassero vagabondi tanto nell’aria, quanto nei corpi umani.

Paolo Grillando inquisì una donna che, mentre era riportata a casa dal diavolo amante, udì sonar l’ave della mattina, ond’esso fuggì lasciandola nuda sul terreno, ove fu scoperta. Un marito spiò sua moglie tanto, che s’accôrse dell’ungersi e dello scomparire, e a forza di bastonate obbligatala a confessare, volle menasse lui pure alla tregenda, ove sedutosi a mensa, tutto trovava insipido, onde chiese del sale, inusato ai loro banchetti. Quando dopo lunga istanza gli fu portato, sclamò: — Lodato Dio che finalmente il sale è venuto»; e bastò quell’esclamazione perchè tutto andasse in dileguo, ed egli rimase colà ignaro del luogo, finchè la mattina da pastori sopravvenuti seppe trovarsi in quel di Benevento, a cento miglia dalla patria sua. Dove tornato, fece processar la moglie e condannare[247].

Altri fatti egualmente certi aveva in pronto Bartolomeo Spina predetto. Una fanciulla, che dimorava colla madre a Bergamo, fu una notte trovata a Venezia nel letto di un suo parente; chiesta del come, vergognosa raccontò aver visto sua madre ungersi, e trasformata uscir dalla finestra; ed ella volle far prova dell’unto stesso, e seguì la madre, cui vide tender insidie al fanciullo parente; di che ella spaventata invocò il nome di Gesù, e tosto ogni cosa sparve: l’inquisitore ne stese processo, e la madre alla tortura confessò ogni cosa. Antonio Leone di Valtellina, carbonajo dimorante a Ferrara, narrava d’un marito che parimente vide la moglie ungersi, ed uscir dalla finestra, ed egli imitatala, trovolla in una cantina: essa, come il vide, fece un segno pel quale tutto sparì, ed egli rimasto colà, fu côlto per ladro, se non che si sgravò narrando il fatto, pel quale la moglie fu mandata al supplizio[248].

Basta il buonsenso più triviale a spiegar questi fatti: ma non tutti così chiari sono quelli che adducono gli apologisti; l’insistenza dei quali mostra che v’avea contraddittori. Nel 1518 il senato veneto, disapprovando le esorbitanze degl’inquisitori nella Valcamonica, rinomatissima per tale fastidio, revocò a sè i processi e statuì che in tali materie i rettori delle città si unissero agli ecclesiastici. Combatterono l’opinione vulgare il francescano Alfonso Spina[249], il cavaliere Ambrogio Vignato giureconsulto lodigiano[250], Gianfrancesco Ponzinibio giurista piacentino, negando possa il demonio generare come incubo o come succubo, e i voli delle streghe e le tregende essere illusione[251]. Andrea Alciato[252] scrive: — Appena ornato delle insegne dottorali, mi si offrì la prima causa in cui rispondere del diritto. Era venuto un inquisitore nelle valli subalpine, per inquisire le streghe: già più di cento n’avea bruciate, e quasi ogni dì nuovi olocausti a Vulcano ne offeriva, delle quali non poche coll’elleboro piuttosto che col fuoco meritavano essere purgate; finchè i paesani colle armi si opposero a quella violenza, e recarono la cosa al giudizio del vescovo. Egli, spediti a me gli atti, chiese il mio parere»; e fu diretto a sottrarre queste sciagurate ai supplizj; dichiarò di sole donnicciuole siffatta credenza, e chiedeva perchè non potrebbe il demonio aver preso le sembianze di esse donne? e come mai scomparisse tutta la tregenda all’invocare Gesù?

Pietro Borboni arcivescovo di Pisa consultò i dotti di quell’Università intorno a certe monache ossesse, se il fatto fosse naturale o soprannaturale; Celso Cesalpino, famoso naturalista, rispondendovi espone a lungo i portenti attribuiti alla magia, senza mostrare impugnarli; di poi argomentando con Aristotele, asserisce esistere intelligenze medie fra Dio e l’uomo, ma non poter queste comunicare con noi[253]. Forza era conchiudere non poter essere reali gli esaminati invasamenti: ma egli, per riguardi al tempo, non dichiara se non che non sono naturali, e volersi applicarvi i mezzi della Chiesa.

Traviata così l’opinione del vulgo e dei dotti, farà più dispiacere che meraviglia il vedere membri rispettabilissimi della Chiesa trascinati dalla corrente. Nel 1494 papa Alessandro VI, avendo udito in provincia Lombardiæ diversas utriusque sexus personas incantationibus et diabolicis superstitionibus operam dare, suisque veneficiis et variis observationibus multa nefanda scelera procurare, homines et jumenta ac campos destruere, et diversos errores inducere, commette agl’inquisitori di perseguitarli. Pure egli avea vietato s’intrigassero di sortilegi, malìe, fatucchierìe, se non v’intervenissero abuso di sacramenti o atti contro la fede. Nel 1521 Leone X, all’occasione de’ molti sortilegi scopertisi in Valcamonica, parlava agl’inquisitori della Venezia d’una genìa perniciosissima che rinunzia al battesimo, e dà il corpo e l’anima a Satana, e per compiacergli uccide fanciulli, ed esercita altri malefizj[254]. Nel 1523 Adriano VI al Sant’Uffizio di Como scriveva essersi trovato persone d’ambo i sessi, che prendono signore il diavolo, e con incantagioni, carmi, sacrilegj ed altre nefande superstizioni guastano i frutti della terra e commettono altri eccessi e delitti[255]. Più tardi Gregorio XV si scagliava contro quei che fanno malefizj, donde, se non morte, seguono malattie, divorzj, impotenza di generare, altri danni ad animali, biade, frutti, ecc., e vuole che siano immurati.

Ben centotre bolle di pontefici servivano di norma agl’inquisitori, e fra tutte famosa la lunghissima Cœli et terræ creator Deus del 1585, con cui Sisto V[256] condannò la geomanzia, idromanzia, aeromanzia, piromanzia, oneiromanzia, chiromanzia, necromanzia; il gettar sorti con dadi o chicchi di frumento o fave; il far patto colla morte o coll’inferno per trovare tesori, consumar delitti, compiere stregherie, ed al demonio ardere profumi e candele; come pur quelli che negli ossessi e nelle linfatiche e fanatiche donne interrogano il demonio sul futuro; le donne che entro ampolle serbano il diavolo, ed untesi con acqua od olio la palma o le unghie, lo adorano: quindi proibisce tutti i libri d’astrologia, il far l’ascendente, descrivere pentagoni, e le altre superstizioni allora in credito. San Carlo nel suo primo concilio provinciale ordinava che maghi, malefici, incantatori, e chiunque fa patto tacito o espresso col diavolo sia punito severamente dal vescovo, ed escluso dalla società dei fedeli[257]. Nel 1588 Agostino Valerio, vescovo di Verona e cardinale, pubblicava una pastorale compiangendo come «si trovino alcuni, sebbene di vile e bassa condizione, che hanno fatto patto coll’inferno, cioè col demonio infernale, attendendo a superstizioni, incanti, stregherie e simili abominazioni».

I rimedj della Chiesa avrebbero dovuto consistere in preghiere e ammonizioni, al più nell’esorcizzare; del che il vescovo Filippo Visconti impartì molte regole per ovviare gl’inconvenienti: — A pochissimi se ne conceda licenza; e questi s’informino prima dal medico se l’infermità provenga da mala disposizione del corpo, o da umori malinconici, o da molestia del demonio, o da capriccio: e trovando il caso d’esorcizzare, lo faccia nella chiesa parrocchiale con cotta e stola; se son donne, vi assistano sempre due loro parenti o altre persone buone, nè l’esorcista le tocchi, se non al più colla mano sul capo: non dia medicine, non interroghi il diavolo di materie curiose e superstiziose».

Ma già vedemmo come, allo scemar della fede, si fosse radicata l’Inquisizione, e come ne’ processi si fossero assottigliati i legulej, e introdotta la procedura secreta, riprovata dal diritto canonico, e colla quale non è onest’uomo che non possa andar condannato. L’uomo, e più la donna, abbandonati al terrore della solitudine e alla pertinacia di processanti incalliti allo spettacolo del dolore e ponenti gloria e talvolta guadagno nel convincerli, come se ne poteano sottrarre? Non pochi dunque, nella persuasione di dovere a ogni modo morire, e che, se anche campassero, rimarrebbero in un obbrobrio peggior della morte, confessavano spontaneamente, e ne restava convalidata l’opinione.

I processanti medesimi erano superstiziosi quanto i processati; teneano per norma di far entrare la strega nella stanza per indietro, onde veder lei prima d’essere da lei veduti; badare ch’essa non li tocchi, «e portare del sale esorcizzato, della palma ed erbe benedette, come ruta ed altre simili»[258]. Un altro insegna che, se il paziente non regge all’odor del solfo, dà indizio di essere indemoniato; poi lo facevano denudare e purgare, chè mai non avesse sul corpo o dentro alcun malefizio che impedisse di rivelare la verità.

Non vi fu codice che non stampasse pene contro le stregherie; e per dirne un solo, lo statuto di Mantova dei Gonzaghi, che durò quanto la loro dominazione, cioè fin al 1708, impone che i malefici, incantatori, fatucchieri, e chiunque fa incantagione, o dà pozioni per sottoporre il cuore altrui, e trarre all’amore o ad altro fine pernicioso, in modo che uomo o donna sia rimasta malefiziata, e condotta all’insania o a malattia e morte, sieno bruciati. Se nessun effetto ne seguì, vadano alla frusta e al taglio della lingua, ed espulsi dal territorio. Chi ha l’abitudine di tali cose in secreto o in pubblico, sia arso. Possa chiunque denunziarli, e si creda a chi con un testimonio di buona fama giuri d’aver visto, o con quattro testimonj giuri che tal è la pubblica voce. Si eccettua chi faccia tali incantagini all’intento di guarire.

Che poi i processi dall’Inquisizione orditi fossero reputati regolatissimi e legali, n’è prova l’averne stampato i codici, anzichè tenerli arcani[259]; e del resto qual necessità di nasconderli, poichè procedevano non altrimenti che tutti i tribunali, tutti i giudizj?

Eliseo Masini[260], parlando di maghi, streghe e incantatori, contro cui deve procedere il Sant’Uffizio, dice: — Perchè simili sorta di persone abbondano in molti luoghi d’Italia e anche fuori, tanto più conviene essere diligente; e perciò s’ha da sapere, che a questo capo si riducono tutti quelli che hanno fatto patto, o implicitamente o esplicitamente, o per sè o per altri col demonio;

«quelli che tengono costretti (com’essi pretendono) demonj in anelli, specchi, medaglie, ampolle o in altre cose;

«quelli che se gli sono dati in anima ed in corpo, apostatando dalla santa fede cattolica, e che hanno giurato d’esser suoi, o glien’hanno fatto scritto, anco col proprio sangue;

«quelli che vanno al ballo, o (come si suol dire) in striozzo;

«quelli che malefiziano creature ragionevoli, o irragionevoli, sagrificandole al demonio;

«quelli che l’adorano o esplicitamente o implicitamente, offerendogli sale, pane, allume o altre cose;

«quelli che l’invocano, domandandogli grazie, inginocchiandosi, accendendo candele o altri lumi, chiamandolo angelo santo, angelo bianco, angelo negro, per la tua santità, e parole simili;

«quelli che gli domandano cose ch’egli non può fare, come sforzare la volontà umana, o saper cose future dipendenti dal nostro libero arbitrio;

«quelli che in questi atti diabolici si servono di cose sacre, come sacramenti, o forma e materia loro, e cose sacramentali e benedette, e di parole della divina scrittura;

«quelli che mettono sopra altari, dove s’ha da celebrare, fave, carta vergine, calamita o altre cose, acciocchè sopra essi si celebri empiamente la santa messa;

«quelli che scrivono o dicono orazioni non approvate, anzi riprovate dalla santa Chiesa, per farsi amare d’amor disonesto, come sono l’orazione di san Daniele, di santa Maria e di sant’Elena; o che portano addosso caratteri, circoli, triangoli, ecc., per essere sicuri dall’armi de’ nemici, e per non confessare il vero ne’ tormenti; o che tengono scritture di negromanzia, e fanno incanti, ed esercitano astrologia giudiziaria nelle azioni pendenti dalla libera volontà;

«quelli che fanno (come si dice) martelli, e mettono al fuoco pignattini per dar passione e per impedire l’atto matrimoniale;

«quelli che gittano le fave, si misurano il braccio con spanne, fanno andare attorno i sedazzi, levano la pedica, guardano o si fanno guardare sulle mani per sapere cose future o passate, ed altri simili sortilegi».

Contro siffatti delinquenti vediamo alcuni canoni della procedura, desunti dalla Lucerna Inquisitoris del Rategno. Pochi indizj bastano a presumere un eretico; un lieve segno, anche il sospetto e la fama. Non è mestieri che i costituti de’ testimonj concordino; se diranno sapere quell’infamia per udita, non sono tenuti a provarlo; non infirma i testimonj l’essere scomunicati e criminosi. Chi vuol camminar di piede sicuro, fa così; se alcuno è diffamato o sospetto di eresia, si citi e si esamini; confessa? bene quidem; se no, pongasi in carcere; gli avvocati non prestino ajuto o consiglio agli eretici; possono ben processarsi senza strepito di avvocati. È tolto l’appellarsi; la confessione purga ogni vizio del processo; l’inquisitore non è obbligato mostrare il processo all’autorità secolare, che deve solo eseguirne i cenni; non è viziato il processo sebbene non si pubblichi il nome de’ testimonj, nè se ne dia copia al reo.

— Come scoprire le streghe?» domanda il Rategno stesso; e risponde: — O per conghiettura, o per confessione delle compagne che tra loro si conoscono al giuoco, benchè il diavolo può in tregenda averne assunto le forme. Si conoscono anche se facciano spregi al santissimo sacramento, torcano il volto dalla croce, minaccino ad alcuno che male gli accadrà, che si troverà malcontento, e in fatti così avvenga». Mattia Berlica narra d’un bifolco che, per conoscere le streghe, metteva in un sacco tanti fili aggruppati quante erano donne nel suo villaggio, e dette certe parole, bastonava ben bene il sacco, poscia andava di casa in casa, e se alcuna donna scoprisse ammaccata, la denunziava per rea, e messa alla tortura dovea confessare.

Due leggieri indizj bastano per sottoporre uno alla tortura, segue il Rategno; non fa pur mestieri che per questo convengano l’inquisitore ed il vescovo o il suo vicario. È in arbitrio del giudice lo stimare gl’indizj per torturare: sia più facile nelle colpe più segrete. Si tenti prima se v’ha alcuna più agevole via di scoprire il vero; poi si tormentino primi quelli da cui sia maggiormente a sperare la verità, le femmine più deboli, il figlio prima del padre, e al cospetto di questo. L’occhio del giudice dà arbitrio e misura al tormento. Non vi sia sottoposto chi è dissotto de’ quattordici anni, quand’anche non si possa estorcergli la verità colla sferza o collo staffile; nè i vecchi oltre settant’anni; nè le donne che sieno veramente riconosciute incinte.

«Quante volte può torturarsi il reo per le confessioni revocate? — Due o tre», risponde il Pegna[261]. E il Rategno soggiunge: — Ma se il reo negasse da poi quel che confessò ne’ tormenti? Rispondo: il reo è tenuto a perseverare in quella confessione, se no si ripeta il martoro fino alla terza volta.

Cessiamo; chè già il lettore sa di troppo per intendere che cosa significassero i processi, i quali per eresie e stregherie si moltiplicavano allora, quanto oggi quelli di Stato[262]. Nella Mesolcina, valle italiana appartenente ai Grigioni, abbondavano le streghe, che faceano malìe, affascinavano fanciulli, inducevano temporali, e adunavansi ai sabbati, ove dal diavolo erano sollecitate a calpestare la croce. San Carlo, legato pontifizio in que’ paesi, mandò a farne processo; e si trovò il male ancor peggiore dell’aspettazione: centrenta streghe abjurarono, altre furono arse, fra cui Domenico Quattrino prevosto di Rovereto, che da undici testimonj era stato visto alle tregende menar un ballo coi paramenti da messa, e recando in mano il santo crisma[263].

Un tal padre Carlo (forse il Bescapé), sotto gli 8 dicembre 1583, descriveva al suo superiore il supplizio d’alcune fra queste: — In un vasto campo costrutto un rogo, ciascuna delle malefiche fu sopra una tavola dal carnefice distesa e legata, poi messa boccone sulla catasta, a’ lati della quale fu appiccato il fuoco; e tanto fervea l’incendio, che in poco d’ora apparvero le membra consunte, le ossa incenerite. Dopo che il manigoldo l’ebbe avvinte alla tavola, ciascuna riconfessò i suoi peccati, ed io le assolsi: altri sacerdoti le confortavano in morte, e le affidavano del divino perdono... Io non basto a spiegare con qual intimo cordoglio, e di quanto pronto animo abbiano incontrato il castigo. Confessate e comunicate, protestavano ricevere tutto dalla mano di Quel lassù, in pena de’ loro traviamenti; e con sicuri indizj di contrizione offrivangli il corpo e l’anima. Brulicava la pianura di una turba infinita, stivata, intenerita a lacrime, gridante a gran voce, Gesù! e le stesse miserabili poste sul rogo, fra il crepitare delle fiamme udivansi replicare quel santissimo nome; e pegno di salute aveano al collo il santo rosario... Questo volli io che la tua riverenza sapesse, perchè potesse ringraziare Iddio, e lodarlo per li preziosi manipoli da questa messe raccolti»[264].

Il padre Carrara, nella storia di Paolo IV, l. II, § 8, riferisce che in quel tempo i demonj fecero l’estremo di lor possa, come chi si sente alle strette. Fra gli altri nel 1558 invasero un luogo pio d’orfanelle in Roma, di modo che il papa istituì una congregazione di ragguardevoli prelati, alla cui testa il cardinale decano Bellay, e Giambattista Rossi generale de’ Carmelitani, perchè riconoscessero il fatto e cogli esorcismi riparassero la repentina perturbazione di quelle zitelle. Una maga africana abitante in Trastevere promise guarire un certo Cesare, sellajo pontifizio, che diventava acatalettico, e credeasi indemoniato; ma voleva averne la permissione dal papa, onde non incorrere le pene da esso minacciate contro le superstizioni. Il padre Ghislieri non solo negò tal licenza, ma fe carcerare la strega, e sebbene non si riuscisse a provarla rea, la esigliò, e il sellajo raccomandò agli esorcismi del padre Rossi. Questi lo trovò veramente indemoniato; e ordinò alla madre di lui facesse minute indagini per casa, massime nelle còltrici, e sotto i limitari delle porte, ove gli streghi sogliono riporre lor malefizj: e di fatto sotto un mattone si trovò un pentolino sudicio e polveroso, e in esso un battufolo di carte e cenci, un circoletto di capelli biondi come l’oro, con un nodo lento: due unghie di mulo, due penne di gallina piegate a triangolo; due aghi fitti in un cuore di cera; un ritaglio d’unghia umana, grani di cicerchia e d’altri legumi; e nel fondo tre carte piegate; in una delle quali una rozza effigie d’uomo, trafitto da due dardi incrociati a modo di x; nell’altra tredici nomi ignoti, probabilmente di demonj; nella terza era scritto: «Cesare, come qui sopra passerai, per dieci anni in gran pena sarai» e parole inintelligibili.

Subito il pentolino fu messo nell’acqua santa e riposto in luogo sicuro; e intanto Cesare si trovò liberato e tornò florido e tranquillo. Tutto ciò il padre Carrara, per attestar come il mondo fosse contaminato da diavolerie, e come vi rimediasse il santo rigore di Paolo IV.

Nel 1586 Daniele Malipiero senatore veneziano fu arrestato come negromante, e così i nobili Eustachio e Francesco Barozzi, e condannati all’abjura. Questo Francesco, di cui si hanno molti trattati matematici e filosofici, persistette al niego, finchè promessogli salva la vita e la roba, confessò aver praticato diavolerie con profanazione d’olj santi e d’altri sacramenti; costretto le intelligenze con circoli; fatto la statua di piombo conforme alle regole dell’Agrippa; saper fare venir persone dalle estremità del mondo; con una lamina fabbricata sotto l’ascendente di Venere, costringere alla benevolenza, e stare preparandone altre sotto l’influsso di diversi pianeti per conseguire oro, dignità, onorificenze; confidarsi di potere con sortilegi istruire in tutte le scienze il proprio figlio; avere scoperto il senso de’ geroglifici esistenti sulla piazza di Costantinopoli, secondo i quali al 1590 doveva estinguersi la casa Ottomana e la potenza de’ Turchi; trovandosi in Candia durante una lunghissima siccità, vi fece piovere, ma insieme versossi tal gragnuola, che devastò i campi ch’esso v’aveva. Perocchè egli era abbastanza ricco, ma pe’ vizj e il disordine spesso si trovava sprovvisto. Fu condannato a dare pochi denari di che far crocette d’argento, e a praticare alcuni atti di pietà «esortandoti anche a tener sempre acqua benedetta nella tua camera per difesa contra tanti spiriti infernali con li quali hai avuta famigliarità»[265].

Ben peggio andavano le cose fuori d’Italia. In Francia, regnante Francesco I, centomila persone furono condannate per fatucchiere[266]; e da seicento accusate nel 1609 sotto Enrico IV. Dite altrettanto dell’Inghilterra e della Germania; e da Soldam, che recentemente trattò dei processi di stregheria[267], raccogliamo che a Nördlingen, cittaduola di seimila abitanti, dal 1590 al 94 furono arse trentacinque streghe. Tra i Riformati usavasi altrettanto, anzi più ferocemente che tra i Cattolici; e da penna straniera, quella di Martin Delrio, uscì la più seria dimostrazione e il più compito codice di siffatte credenze e procedure.

Così durò tutto il XVI e XVII secolo[268], e gran parte di quel che precedette il nostro. Ma le scienze progredendo portavano spiegazione a molti fenomeni, riputati fin allora miracoli; la medicina additò le naturali analogie di assai casi; la giurisprudenza persuadevasi non dover bastare alle condanne la confessione del reo; il fatto che più colpiva, cioè l’accordo delle varie deposizioni, si trovava ridursi alle sole generalità, delle quali tutti aveano inteso parlare, e dove, le interrogazioni dirigendosi in tal senso, spesso non restava che rispondere sì o no. Alcuni diedero intrepidamente di cozzo all’ubbia popolare, e principali fra questi i gesuiti Adamo Tanner e Federico Spee, le cui opere lasciarono ben poca novità a quella, più efficace perchè breve e vulgare, del Beccaria; se non che essi trattavano la quistione per via di testi e canoni, ad uso dei dotti, lasciando che la plebe covasse i proprj inganni.

Primo recò la querela davanti al pubblico il roveretano Girolamo Tartarotti[269] negando le tregende, e ribattendo specialmente il Delrio: eppure non solo accettò, ma sostenne la verità della magìa; col che concedendo l’immediata potenza del demonio, come potea ricusargli la potestà di trasferire anche le maliarde? Riducevasi dunque a conchiudere che, nei casi speciali, ripugnava al buon senso il credere a queste, e sovrattutto al loro numero. E non che questa fosse una concessione da lui fatta ai pregiudizj del suo secolo, allorchè Gian Rinaldo Carli e Scipione Maffei[270] estesero quella negativa ad ogni immediata arte diabolica, egli protestò che, tacciando d’illuse le streghe, non aveva inteso mettere dubbio sulla potenza del demonio; tanto la ragione umana ha bisogno di forza per sottrarsi alle opinioni nelle quali fu educata. E il padre Cóncina, nella vasta sua teologia pubblicata dopo il 1750, accettava i prodigi delle streghe e dei concumbenti come sentenza comune[271].

Sovra i beati e ridenti uomini del Cinquecento pendeva dunque da una parte il terrore delle potenze malefiche, dall’altra la spada di orribili quanto irreparabili processi, che dirigevansi pure contro gli eretici, e ne colpivano persino i figliuoli. Il Rategno sancisce che i figli d’eretici, quantunque buoni cattolici, sono privati del retaggio paterno; gli eredi, obbligati adempire la penitenza imposta al reo; possono privarsi degli uffizj e delle dignità i fautori, i figli, gli eredi degli eretici; uno si può dopo la morte dichiarare eretico, e confiscarne i beni; poichè il delitto d’eresia non s’estingue neppur colla morte. Dei beni confiscati il diocesano non tocca: se ne dà un terzo al Comune ove segue la condanna, l’altro agli uffiziali del Sant’Uffizio, il resto s’adopera ad incremento della fede ed estirpazione delle eresie.

Secolo singolare il Cinquecento, misto di tanta grandezza con tanta miseria, tanto splendore con tanti errori, tanta civiltà con tanta fierezza; secolo che tutto cominciò, nulla finì; e che di particolari attrattive riesce per noi, atteso che, come oggi, ogni cosa vi era in moto, e possiamo trovarvi esempj, consolazioni, speranze. Mescolato tuttora l’antico col nuovo, non godevansi più i vantaggi dell’uno, nè ancora quei dell’altro; del passato tenevasi un’energia selvaggia che, qualora dal carattere passi nelle idee, fa guadagnare in forza e dimensione quanto si scapita in delicatezza e misura: ma erasi perduto la fede e la docilità; verso il futuro spingeasi coll’intelligenza, ma non n’avea la pulitezza e la regolarità.

Colombo scrive ad Isabella: — Il mondo conosciuto è troppo piccolo», e altrettanto pare s’intimi da ogni parte anche pel morale; nè in verun altro periodo erasi ampliata cotanto la sfera delle idee relative al mondo esteriore, o l’uomo avea sentito sì vivo bisogno d’interrogare la natura; in verun altro fu messa in giro tanta copia e varietà d’idee nuove. Come in Grecia Platone, Aristotele, Fidia, così in Italia Ficino, Michelangelo, Falloppio concorrono a scoprire la natura dell’uomo sotto il triplice aspetto intellettuale, artistico, materiale: quasi a un tempo fioriscono sette artisti a cui non sorsero i pari, Leonardo, Michelangelo, Rafaello, frà Bartolomeo, Correggio, Tiziano, Andrea del Sarto: sedettero contemporanei principi grandissimi, quali Carlo V, Leone X, Francesco I, Enrico VIII, Andrea Gritti, Andrea Doria, Solimano II: non c’è strada che lo spirito umano non batta da gigante; indagine dell’antichità e smania del nuovo; lanci del genio e longanimità dell’erudito; poesia e calcolo; e ogni facoltà umana trovasi rappresentata da insigni personaggi.

Intanto, splendidezza d’abiti, di Corti, di apparati; dall’Occidente e dall’Oriente nuove ognidì squisitezze vengono a lusingare i sensi; oggi Brescia ode proclamare per le vie, a suon di tromba, che il suo Tartaglia scoperse un nuovo teorema matematico; domani non si parla che del nuovo canto dell’Orlando, letto jeri dall’Ariosto nel palazzo di Ferrara; un giorno allocuzioni, sonetti, scampanìo, luminarie annunziano che s’è dissotterrato il Laocoonte, o che Michelangelo aperse la cappella Sistina, o Gian Bologna espose la Sabina.

Il dominante spirito aristocratico cerca nelle scoperte quello che può dar gloria alla nobiltà, anzichè quello che migliori ed arricchisca le plebi. Una politica egoista che dell’astuzia si fa merito più che della forza, un’inettitudine irrequieta, un viluppo di maneggi, fanno e contrasto e lega con una malvagità or ipocrita ora sfrontata, e cogli abusi della forza, che, dalla grande migrazione in poi, non aveva mai così inverecondamente proclamato la sua morale onnipotenza, quanto nelle guerre pel Milanese e per la Toscana, nel sacco di Roma, negli assedj di Firenze e di Siena. L’acquisto di cognizioni e di libertà era ancora a servizio delle passioni; innestate l’ispirazione colle reminiscenze, il genio colla pedanteria, il paganesimo colle esaltazioni devote, la santimonia coll’empietà, l’azione colla meditazione, la moralità col machiavellismo.

Del medioevo durano ancora gl’incidenti, in bizzarro contrasto coi nuovi costumi. Tutte le fasi delle repubbliche sussistono accanto a tutte quelle del principato, esse decadendo, questo assodandosi; le secrete tranellerie de’ gabinetti trovansi a fronte con impeti di generosità cavalleresca; i condottieri rompono ancora le ordinanze delle fanterie stanziali, e pretendono opporre le armadure di un tempo alle bocche di fuoco; principi eroi sono uccisi a Ravenna perchè fecero voto all’amante di non coprirsi; o ne’ tornei s’avventurano re moderni, mentre la tragedia regolare chiama a piangere sulle simulate sventure degli antichi.

Strigatisi dai ceppi del medioevo, ma senza aver assunto ancora quelli che impongono le convenienze, abbandonavansi agli istinti od alle ispirazioni della fantasia o della coscienza; ribaldi o virtuosi ma francamente, senza insuperbire nè vergognare. Quindi nella vita tradizioni di lealtà insieme con un epicureismo non dissimulato; scetticismo micidiale, e fanatismo sterminatore; l’entusiasmo e l’ironia; l’assiderante regolarità del Trissino, e il geniale sbizzarrire dell’Ariosto; il ghigno sguajato dell’Aretino, e il belare dei Petrarchisti; la silvestre semplicità de’ Bucolici, e l’insaziabile accattare di Paolo Giovio; la bizzarria spensante di Benvenuto e l’austerità di Michelangelo, forse unico artista in cui appaja la lotta dello spirito colla materia; il sarcasmo del Pomponazzi e la convinzione del Savonarola, le orgie di Lucrezia Borgia e i roghi di Pio IV, Machiavelli e Filippo Neri, Leone X e Adriano VI, Carlo V e Francesco I: stampasi il Corpus juris, mentre ogni dritto è calpestato: la serenità della scuola di Rafaello fa contrasto al ceffo del Borbone e del Frundsperg. Di qui l’immensa difficoltà di giudicare della moralità delle azioni e della grandezza dei personaggi, dipintici da passione e da spirito di parte, convulsi fra idee così disparate, fra pregiudizj inumani e servili, fra l’insuperabile efficacia degli esempj e quel che chiamasi senso comune.

Aggiungiamo la desolazione che entra negli spiriti allorchè un gran dubbio gettato nella società rimette in problema tutto quello su cui essa riposava.

CAPITOLO CXLV. La Riforma religiosa procede. Opposizione papale. Riformati italiani. Inquisizione[272].

Tanto sovvertimento di costumi e d’opinioni crescea forza ai Protestanti, i quali con ispaventosa celerità propagaronsi dai Pirenei all’Islanda, dall’Alpi alla Finlandia, occupando le menti pensatrici, allettando le frivole, trasformando nazioni intere. Vi sono errori antichi, i quali, col resistere alla prova del tempo, mostrano essere compatibili col bene; vi sono verità nuove che, balzando su calle insolito la società, le riescono micidiali: laonde ogni rivoluzione, e per ciò che demolisce e per ciò che erige, cagiona perturbamenti e guerre.

Al disordine, che dagl’intelletti trasfondevasi nelle volontà, da queste nella politica, avrebbe dovuto rimediare la Chiesa; ma da principio i suoi capi parvero non accorgersi dell’intensità del male, e con frecce di legno e lance di piombo repulsavano un attacco decisivo. Fra i campioni da lei scelti, Silvestro Mazzolini da Priero presso Mondovì[273], maestro del sacro palazzo, raffinì tra le mani per modo che parve spediente comandargli di cessare; pur costituendolo vescovo, e giudice di Lutero. Girolamo Muzio (pag. 165) ne’ viaggi avendo osservato i costumi de’ Protestanti, non gli parvero quali da’ lodatori erano vantati, e la loro dottrina confusione ed abusione; e accintosi a combattere la comunione del calice a’ laici, il matrimonio de’ preti, e le altre novità, sostenne che non era necessario adunare un concilio, dissuase Lucrezia Pia de’ Rangoni dall’abbracciar gli errori diffusi tra i Modenesi. L’Inquisizione romana aveagli dato incarico di far bruciare tutte le copie del Talmud nel ducato d’Urbino, e d’informarla di quanto scoprisse di men religioso, principalmente a Milano. Quivi udendo predicare Celso Martinengo, lo chiamò ad esame, e lo incarcerava se non fosse fuggito a Ginevra, dove fu assunto pastore de’ Protestanti in Ginevra, e l’effigie del Muzio chiassosamente bruciata. Del Vergerio, vescovo di Capodistria, era stato amico d’infanzia; ma non che lasciarsene sedurre, non lasciò strada intentata per ritrarlo al vero, e frustrati i consigli amichevoli, scrisse contro di lui al popolo di Capodistria, e più dopo che apostatò. Nei tre testimonj fedeli esaminando le dottrine de’ santi Basilio, Cipriano, Ireneo, convince di falsità Erasmo ed altri: Pio V gli affida la riforma dell’ordine di san Lazzaro, e di rispondere all’Apologia Anglicana e alle Centurie Magdeburghesi: a sostegno del concilio di Trento scrisse principalmente il Bullingero riprovato; l’Eretico infuriato contro Matteo Giudice professore di Jena; la Cattolica disciplina de’ principi contro il Brenzio. L’Antidoto cristiano, la Selva odorifera, la Risposta a Proteo, il Coro pontificale, le Mentite Ochiniane, le Malizie Bettine, la Beata Vergine incoronata sono i bizzarri titoli d’opere sue, buttate giù con violenza e scarsa critica, svelenendosi colle persone, anzichè teologicamente incalzar l’errore; modo di farsi leggere dal vulgo, non di vantaggiare la causa del vero.

Erasmo, che fra i dotti d’allora rappresenta il cattivo moderato, avea dato spinta e spirito alla Riforma colle lepidezze e cogli epigrammi, sebbene poi ricusasse farsene campione per amor di pace, onde era blandito dai prelati: ma Alberto Pio signore di Carpi, delle lettere e delle arti e di Aldo Manuzio protettore, benchè attivamente involto negli affari, scrisse contro di lui e di Lutero, con qualche eleganza, ma scarsa forza.

Non di tali difese era tempo, e meglio operarono Girolamo Amedei, servita senese spedito in Germania; il padre Silvestri domenicano, che fece un’Apologia della convenienza degli istituti cattolici colla evangelica libertà; Ambrogio Fiandino da Napoli, agostiniano, che già avea confutato il Pomponazzi, senem delirium, hominem maledicum, patriæ vituperium, e dettò contro Lutero tre opere, che non furono stampate; Cristoforo Marcello veneziano, vescovo di Corfù, e famoso per dottrina non meno che per disgrazie (t. IX, p. 371); e principalmente Ambrogio Caterino domenicano, che nel secolo era stato Lancellotto Politi senese, uomo di molta dottrina ma litigiosa[274], per la quale s’abbaruffò anche co’ teologanti cattolici, e massime col cardinale Gaetano, ch’egli imputava d’interpretazioni nuove e opinioni singolari.

Girolamo Aleandro della Motta trevisana, lodatissimo da Aldo e da Erasmo per conoscenza del greco e dell’ebraico, da Alessandro VI dato segretario al duca Valentino, poi spedito per affari in Ungheria, da Leone X tenuto al fianco in alti impieghi, chiesto da Luigi XII professore all’Università di Parigi, quando fu deputato in Germania contro i Luterani parve esorbitare di zelo. Invece parve condiscendervi troppo il veneziano Gaspare Contarini, ne’ più difficili momenti mandato nunzio di Paolo III in Germania per indurre i Protestanti a riconoscere almeno i principj fondamentali, cioè il primato della santa Sede, i sacramenti ed altri punti appoggiati alla Scrittura e all’uso costante della Chiesa. Eruditissimo di filosofia, matematica, politica, avea scritto contro Pomponazzi e Lutero sopra la giustificazione per mezzo della fede, e due libri dei doveri del vescovo con semplice gravità e con minori triche scolastiche che non solessero i teologi[275].

Spesso lo zelo dava ombra; e Andrea Bauria ferrarese agostiniano, vigorosissimo predicatore contro i vizj, fu messo in sospetto a Leone X, il quale fece sospendere la stampa del suo Defensorium apostolicæ potestatis contra Martinum Lutherum, comparso poi dopo la morte di esso. Frà Girolamo Negri di Fossano, che con abbondevole frutto missionava nelle subalpine valli di Luserna e d’Angrogna, fu impinto d’eresie, e sospeso dal predicare, finchè si provò innocente, e scrisse una delle migliori difese della messa contro Lutero (Torino 1554).

Ma una vigorosa ed assoluta confutazione non apparve allora; nè tampoco fu tra noi chi facesse quel che Erasmo tedesco tentò e lo spagnuolo Melchior Cano compì, di ristabilire le vere nozioni sulla teologia e le prove di cui essa si vale: dissertavasi sovra punti particolari, non si toccava al fondamentale qual è l’autorità della Chiesa; si discuteva davanti al tribunale inferiore della ragione individuale; si filavano sillogismi de’ quali era impugnata la maggiore; non erasi scoperto il lato debole della Riforma, nè incalzati gli avversarj entro barriere saldamente posate col mostrare che il dogma fondamentale di essi, l’individuale interpretazione, distrugge l’essenza della società spirituale, distruggendo la fede. Togli alla verità il carattere obbligatorio, essa rimane indistinta da qualsivoglia errore, e il protestante non può condannare l’ebreo, il deista, l’ateo, giacchè nol potrebbe che coll’opporre alla ragione di questi l’autorità.

Tutto poi esponeasi con tecnico gergo, argomentazioni opponendo ad argomentazioni; i teologi sprezzando i letterati come gente da frasi, ed essendo sprezzati da questi come pedestri scolastici. Il sant’uomo Gregorio Cortese da Modena benedettino, riformatore del famoso monastero di Lerins, vescovo d’Urbino, poi cardinale, contro Ulrico Velenio dimostrando che san Pietro fu veramente a Roma, deplora la scurrile polemica allora usitata[276], ed alla quale egli porgeva sì diverso esempio.

Si scusi quanto si vuole Leone X, ma dicano i leali credenti se fosse un papato opportuno a richiamare all’ovile gli erranti quando le divinità dell’Olimpo erano evocate ad esilarare il Vaticano. Gli successe (1522) Adriano VI, il quale, convinto per argomenti scolastici delle verità rivelate, non poteva supporre buona fede ne’ Protestanti, al tempo stesso che deplorava fossero stati spinti all’eccesso col serrar loro le porte in faccia. D’altra parte, venuto da contrade forestiere, restò colpito dagli abusi della Corte romana, e sgomentò coll’annunzio di volerli svellere di colpo; mentre col confessarli e promettere di ripararvi porse soggetto di trionfo ai nemici. Alla dieta di Norimberga dal nunzio Cheregato fece dichiarare ai principi tedeschi «conoscere il papa che l’eresia luterana era supplizio di Dio per le colpe spezialmente de’ sacerdoti e dei prelati, e che però il flagello avea cominciato dal tempio, volendo prima curare il capo che le altre membra del corpo infermo; che in quella sedia già per alcuni anni eransi viste abominazioni, turpi usi nello spirituale, eccessi nei comandamenti, il tutto insomma pervertito»[277]. Sta nella biblioteca Vallicelliana a Roma il discorso che Bernardino Carvajal, cardinale ostiense, gli recitò all’entrata in Roma, esponendogli sette ricordi, che sono: 1. eliminare le arti antiche, che sono simonia, ignoranza, tirannide e gli altri peccati; aderire a buoni consiglieri; reprimere la libertà de’ governatori; 2. riformare la Chiesa sicchè più non paja una congrega di peccatori; 3. i cardinali e gli altri ecclesiastici amare d’amor reale, esaltando i buoni, e provvedendo ai bisognosi perchè non s’avviliscano; 4. amministri la giustizia senza divario; 5. sostenti i fedeli, massimamente nobili, e i monasteri nelle loro necessità; 6. faccia guerra ai Turchi; 7. compia la basilica di San Pietro[278].

Gli scrittori d’allora gareggiano nell’esaltare sopra quanti predicatori viveano frate Egidio da Viterbo; il cardinale Sadoleto lo vanta per facilità di parlar toscano, profondi studj di teologia e filosofia, talchè sa nelle prediche piegar le menti, serenare le turbate, accendere le languide all’amor della virtù, della giustizia, della temperanza, alla venerazione di Dio e all’osservanza della religione; e senza divario di giovani o vecchi, d’uomini o donne, di primati o vulgari tutti scotea con forza di ragionamento, fiume d’elettissime parole, d’eccellenti sentenze[279]. Non v’era solennità cui non fosse invitato, sicchè Giulio II riservò a sè il destinarlo: e sebbene il pochissimo ch’e’ ci lasciò non giustifichi tanti encomj, tutti sono d’accordo nell’esaltarne la virtù e l’integrità, per le quali Leon X, che gli scriveva colla famigliarità d’amico, lo ornò della porpora.

Egli dirigeva ad Adriano VI un commentario sulla corruzione della Chiesa e le guise di ripararvi. A dir suo, la depravazione s’insinuò dacchè la facoltà di sciogliere e legare fu adoprata più a vantaggio degli uomini che a gloria di Dio. Convien dunque limitarla, considerandola come uno de’ principali uffizj del pontefice, e quindi adoprarvi il consiglio d’uomini integri ed esperti; escludere le aspettative de’ benefizj, che fanno desiderar la morte, quand’anche non la procurino; evitare quell’avaro e ambizioso accumulamento di benefizj; reprimere l’ambizione dei monaci, che sotto la giurisdizione de’ loro conventi tengono infinite parrocchie, affidandole a qualche prete amovibile e mal provveduto. La turpe vendita di cose sacre, ammantata col titolo di composizioni, repugna ai canoni, ispira invidia a’ principi, e dà ansa agli eretici; sicchè dovrebbe restringersi l’uffizio del datario, che smunge il sangue dei poveri come dei ricchi. Nè le riserve di benefizj gli pajono oneste. Prima di conceder le grazie, si facciano da persone savie esaminare secondo la giustizia e l’equità; e così prima di promuovere a benefizj vacanti. A tutti poi gli uffizj si scelgano quei che più buoni, abili, fedeli, si diano uomini alle dignità e alle amministrazioni, non queste ad uomini: le concessioni, gl’indulti, i concordati con principi si rivedano esattamente, acciocchè questi non usino e abusino verso secolari e verso ecclesiastici. Indecoroso e imprudente fu il modo di maneggiar le indulgenze; sicchè voglionsi richiamare le commissioni date ai Minori Osservanti, per le quali riesce svilita l’autorità vescovile. Nessuna cura paja soverchia nell’amministrare la giustizia; un cardinale robusto e savio riveda le suppliche sporte al papa; scelgansi con somma diligenza gli auditori di Rota, man destra del pontefice, ed abbiano un soldo fisso, anzichè impinguar sulle sportule, le quali sono cresciute a segno, che le cariche vendute un tempo a cinquecento ducati l’anno, or si comperano a più di duemila; come quelle degli auditori di Camera pagansi trentamila ducati, mentre dianzi valutavansi quattromila. Via via determina gli uffizj della giustizia; se ne rivedano le giurisdizioni e gli statuti, che buoni dapprima, poi depravaronsi; abbia riforma il governo delle Legazioni, dove vorrebbe che i legati non rimanessero oltre due anni, come pure i governatori e prefetti e gli altri uffiziali; tutti lasciassero garanzia del loro operare, finchè subissero un sindacato; e a chi n’esce con lode, si attribuissero onori e comodi. I debiti onde Leone X gravò la sede col creare tanti nuovi uffizj che consumano l’anno centrentamila ducati delle rendite della Chiesa, si cercasse redimerli, e se ne esaminassero attentamente i titoli; non si surrogassero i vacanti, e gl’investiti medesimi si compensassero con altri benefizj. Si potrebbe pure alleggerire il debito col riservarsi una parte delle rendite di tutte le chiese ed un sussidio caritativo massime dai monasteri[280].

Una riforma conciliativa sarebbe ella stata ancora possibile?

Roma nel concilio Tridentino confessò col fatto che Lutero in molti appunti avea ragione; e se ella immediatamente avesse corretta la disciplina, receduto dalle pretensioni meramente curiali, non trasformate in dogmatiche le quistioni giurisdizionali, ceduto in somma di voglia ciò che poi dovette per necessità, avrebbe almeno levato pretesto alle declamazioni più popolari. Tuttodì noi vediamo le temporalità togliersi alle chiese senza scisma; circa alcuni riti s’era già condisceso coi Greci e cogli Ussiti; nè sul conto delle indulgenze, dei dogmi essenziali e dei misteri non parea fin allora stesse interposto l’abisso. Potè dunque Adriano VI sperare ancora un ravvicinamento, e vi si accinse: ma la luce di quel pontefice rivelò la profondità dell’abisso. Entrando in Roma, non volle le burbanze e lo spendio che si soleva; un arco di trionfo fece sospendere dicendo, — Le son cose da Gentili, e non da Cristiani e religiosi»; come il nome, così serbò i costumi prischi; si menò dietro la dabbene fantesca, che il servisse al modo di prima; per pranzo non spendea meglio d’un ducato, che ogni sera dava di propria mano allo scalco, dicendogli, — Te’ per la spesa di domani»; richiesto di prendere dei servi, rispose voler prima sdebitare la Chiesa; e udendo che Leone X tenea cento palafrenieri, si fece la croce, e disse che quattro basterebbero[281]. Essendogli mostrato il Laocoonte, esclamò: — Idoli pagani», e torse gli occhi dalle classiche nudità. Avendo dato un benefizio di sessanta scudi a un suo nipote, che poi gliene chiese uno vacato di cento, gli rispose con un gran rabbuffo che quello bastava a mantenerlo; e quando, vinto da molti preghi, glielo concesse, volle prima rassegnasse l’altro. Si fece promettere dai cardinali che deporrebbero le armi, non darebber ricetto ne’ loro palazzi a sbanditi e birbi, lascerebbero che il bargello v’entrasse per esecuzione della giustizia.

«Se gli ecclesiastici aveano barba grande alla soldatesca o abito non lecito a preti, ei riprendevali, perchè era tanto scorsa la cosa che portavano i prelati la spada a cavallo e cappa corta e barba. Ed io scrittore vidi in Firenze un nostro fiorentino, ch’era arcivescovo di Pisa, d’anni ventiquattro in circa, fattogli avere da papa Leone da un altro arcivescovo di Pisa ch’era ancor vivo con dargli uffizj di Roma in compenso e altri benefizj, in fatti comperato a dirlo in brevi parole, vederlo andare per Firenze il giorno a spasso a cavallo con una cappa nera alla spagnuola che gli dava al ginocchio, e la spada allato, e il fornimento del cavallo o mula di velluto a onore di Dio e della santa Chiesa: e il cardinale Giulio de’ Medici sopportava tal cosa, e andava sempre alla chiesa col rocchetto scoperto senza mantello o cappello, con una barba a mezzo il petto, e assai staffieri colle spade attorno, e senza preti e cherici: e a questo era venuta la Chiesa, d’andar in maschera cardinali e prelati, a conviti, a nozze e ballare»[282].

La semplicità di Adriano, il suo dir la messa e l’uffizio tutti i giorni eccitarono le risa nel palazzo abituato con Giulio II e con Leone X. Da un pezzo non v’erano papi forestieri, e questo neppur sapeva la lingua italiana; di che s’arricciava il patriotismo de’ nostri. Egli, che oltr’Alpe era reputato protettore degl’ingegni, e che aveva rimossi gli ostacoli dalla fondazione del collegio trilingue a Lovanio[283], fu reputato un barbaro da cotesti umanisti che più non salariava, e che presero la fuga beffando e bestemmiando: tutti i Sesti (diceva un epigramma) han rovinato Roma[284]; il Negro querelavasi che tutte le persone da bene se ne partissero; il Berni avventava un capitolo violento contro di lui e dei quaranta poltroni cardinali che l’aveano eletto; e Pasquino il dipinse in figura d’un pedagogo, che ai cardinali applicava la disciplina come a scolaretti. Molti interessi offendeva, perocchè, volendo togliere le vendite simoniache, pregiudicava quelli che le avevano legalmente prese in appalto: gravi nimicizie si suscitò coll’abolire le sopravvivenze delle dignità ecclesiastiche: privo d’appoggi di famiglia come straniero, di nuovi non se ne creò, perchè innanzi di conferir benefizj ponderava a lungo, e così lasciava scoperti i posti: diffidando dei più come corrotti, era costretto porre il capo in grembo ai pochi cui credeva, e che lo tradivano; onde fu inteso esclamare: — Quale sciagura che v’abbia tempi, in cui il miglior uomo è costretto soccombere». In fatti egli pio e zelante fu reputato un flagello non minor della peste che allora correva; la morte sua fu pubblica esultanza, e alla porta del suo medico si sospesero corone civiche ob urbem servatam.

Per verità il peggior momento a riformare è quando sia impossibile il differirlo. Ora, solo col tempo si poteva riparare ai guasti recati dal tempo: ma intanto la Riforma procedeva colla violenza di chi distrugge; nei popoli s’introduceva l’abitudine dei riti nuovi, e lo sprezzo dei dogmi vecchi; i preti ammogliati v’erano avvinti col doppio legame dell’interesse e degli affetti; e i figliuoli s’educavano nel nuovo credo.

Qualunque volta una grave eresia le lacerò il grembo, la Chiesa erasi adunata in concilio attorno al successore di san Pietro, onde profferire secondo il sentir suo e dello Spirito Santo. Questo rimedio, efficacissimo allorchè non era messa in quistione l’autorità della Chiesa, fu proposto al cominciamento del male, e primi i Protestanti dalle scomuniche del pontefice appellarono al concilio, e i Cattolici confidavano potere in siffatta adunanza opporre il sentimento universale e antico alle opinioni particolari e nuove. Clemente VII (1523), succeduto pontefice, mandò fuori lettere, ove coi treni consueti deplorando le jatture della cristianità, ne accagionava la discordia dei principi e lo sformamento dell’ordine ecclesiastico; dovere la correzione cominciarsi dalla casa di Dio; egli emenderebbe se stesso, i cardinali facessero altrettanto; visiterebbe in persona tutti i principi onde concordar una pace, fatta la quale, celebrerà un concilio per restituirla anche alla Chiesa. E persuaso che la suprema importanza consistesse nell’opporsi al Turco e sopire l’incendio germanico, rassegnavasi a qualunque transazione coi novatori: stile delle autorità minacciate, che si riservano di eluderle quando siansi rimesse in assetto. «Sua santità (scriveva il Muscetola) ha fatto esaminare da varj teologi nostri le confessioni stese da’ Luterani; e n’ebbe in risposta che molte delle cose ivi contenute erano del tutto conformi alla fede cattolica; altri poi capaci d’un’interpretazione non contraria alla fede se i Luterani volessero prestarsi a un accomodamento, il quale per altri rispetti ancora non sarebbe impossibile»[285].

Carlo V, che la Riforma guardava principalmente dall’aspetto politico, come imperatore potea desiderare l’umiliamento di questi papi che aveano tenuto al freno i suoi precessori, e che con Giovanni XII aveano proclamato il distacco dell’Italia dall’Impero, e con Giulio II la cacciata degli stranieri. Ma d’altro lato prendea dispetto che un frate cacciasse i suoi sillogismi traverso alle smisurate ambizioni di lui; e che i principi dell’impero profittassero delle innovazioni religiose per emanciparsi non meno dall’imperatore che dal pontefice; diversione disastrosa quando i Turchi sovrastavano. Stette dunque cattolico anche per calcolo, e con Leone X conchiuse un accordo pieno d’interessi mondani: ma quando uscì vincitore dell’emulo Francesco a Pavia, non sentendo più bisogno nè di Lutero come spauracchio dei papi, nè de’ papi come contrappeso alla potenza francese, mutò linguaggio; tacciò il papa di voler solo tergiversare; un poco ancora che tardasse, egli stesso adunerebbe il concilio.

Ma un concilio generale, che al modo di quel di Basilea potrebbe dichiararsi superiore al pontefice stesso, maggior ombra dava a Clemente VII, nato illegittimamente e poco legittimamente eletto; sicchè abbindolò soprattieni e objezioni, dicendolo inutile e pericoloso: inutile, perchè l’eresia di Lutero essendo condannata dagli editti imperiali, bastava far questi eseguire; pericoloso, perchè parrebbe si revocassero in dubbio le antiche decisioni della Chiesa, e radunamento di tante teste torbide potrebbe al papa o all’imperatore strappare concessioni, di cui si pentissero poi. Se l’imperatore lo credeva opportuno, l’intimasse pure a nome del pontefice, patto però che gli eretici promettessero obbedirvi, e i punti a discutere si ponessero prima in iscritto, onde non perder tempo. Uberto Gámbara nunzio pontificio spiegò più chiaro che i Luterani domandassero il concilio, e promettessero sottoporvisi; dovesse unicamente occuparsi della guerra col Turco e dell’estinguere l’eresia, non già del riformare la Chiesa; si tenesse in Italia; vi avessero suffragio quei soli a cui spettava per gli antichi canoni.

Carlo mostrò aderirvi: ma Francesco I pretese che il concilio fosse libero di trattar quanto e come volesse. Intanto Clemente VII disgustava anche i Cattolici; per le ambizioni di sua casa esigeva decime dal clero, e le appaltava; e avendole il clero di Ferrara ricusate, egli pose all’interdetto la città. Altrettanto fecero, due anni dopo, i preti di Parma, esclamando contro i rigori esorbitanti; quand’ecco arrivare Vincenzo Canina canonico d’Imola commissario papale, e tutto in collera esporre cedoloni minacciosi: ma i preti stanno al niego, anzi insorgono, il popolo li seconda, e il canonico è ammazzato a strazio. Fatti simili si riprodussero altrove. I Riformati poi ebbero di che ridere al vedere, sotto il nome imperiale, saccheggiata Roma, e provocato uno scisma.

Di Paolo III succedutogli (1534) severamente giudicammo il nepotismo e la versatile politica; ma come pontefice comprese che lo spirito cattolico, assonnato nella tranquillità, pel contrasto raddrizzava gl’ingegni e i costumi; e secondandoli con sincerità, si cinse di ottimi cardinali, Caraffa, Contarini, Sadoleto, Polo, Ghiberti, Fregoso, tutti che avevano cominciato per fatiche particolari la ristaurazione della Chiesa. Incaricati della riforma, essi col modenese Tommaso Badia maestro del sacro palazzo, virilmente levarono rimproveri contro i papi che «spesso avevano scelto non consiglieri, ma servidori, non per apprendere il dover loro, ma per farsi dichiarare permesso ogni desiderio»[286]; denudarono gli abusi della curia; e poichè alcuno gli appuntava di eccedente vivacità, — E che? (disse il Contarini) dobbiam darci pena de’ vizj di tre o quattro papi, e non anzi correggere ciò che è guasto, e a noi medesimi procacciare fama migliore? Arduo sarebbe lo scagionare tutte le azioni dei pontefici; è tirannide, è idolatria il sostenere ch’essi non abbiano altra regola se non la volontà loro per istabilire o abolire il diritto positivo».

Paolo III riformò la camera apostolica, la sacra rota, la cancelleria, la penitenzieria: e i Protestanti, che volevano la morte non l’emendazione di Roma, ne menarono vampo quasi ella si confessasse in colpa.

Ma oltrechè negli abusi profondamente radicati può temersi che colla zizzania si svelga anche il buon frumento, gl’interessi personali impedivano i buoni e pronti effetti. Il clero superiore s’era invecchiato fra abitudini aliene dalla religiosa austerità: il basso (lasciam via le eccezioni) si conformava a quegli esempj, nè l’educazione lo aveva addestrato ad armeggiare nella lotta decisiva. Negli Ordini monastici alcuni per gli ozj opulenti destavano scandalo; altri le beffe per la povertà degenerata in sudicieria, per la semplicità ridotta a grossolanità, per lo stesso zelo ingenuo, dissonante da tempi di dubbio e di controversia. Venne dunque a grand’uopo l’istituzione di un Ordine vigoroso di gioventù, addottrinato e pulito come il secolo.

Ignazio di Lojola, gentiluomo di Guipuscoa in Ispagna, paggio alla Corte di Fernando e Isabella, poi uffiziale, distinto per valore non meno che per belle forme, nel respingere dalla patria gli stranieri è ferito (1521): stando a letto prende a leggere alcune vite di santi, e commosso da quelle austere virtù, vota la sua castità a Maria coi riti cavallereschi ond’altri dedicavasi a una donna, e strappatosi alla famiglia, mendicando s’avvia pedestre a Gerusalemme. A stento indotto a surrogare al sacco un ferrajuolo e cappello e scarpe, naviga da Barcellona a Gaeta, fra i ributti serbati a un pezzente, a uno straniero, e in tempo di peste. Baciati i piedi di Adriano VI, arriva a Venezia, sozzo, macilento, rejetto, donde in Terrasanta. Nel pellegrinaggio risolve di fondare una nuova cavalleria, che combatta, non giganti e castellani e mostri, ma eretici, maomettani, idolatri; e con sei amici entrati nel suo disegno fa voto di mettersi all’obbedienza del papa per le missioni. Tornando in Italia, e agitando le ampie tese de’ patrj cappelli, predicano penitenza in quell’italiano spagnolesco, in cui i nostri erano troppo avvezzi a udire minaccie e improperj.

È solito de’ tempi di setta attribuire ad uno i vizj più opposti a’ suoi meriti. Si prese dunque sospetto che costoro fossero eretici mascherati; il vulgo soggiunse avessero un demonio famigliare, che gli avvertiva quando convenisse mutar paese; fu divulgato che fossero stati arsi dall’Inquisizione. Ma il nunzio pontificio e Gian Pietro Caraffa, sant’uomo, ne compresero la virtù, della quale davano prova assistendo agl’incurabili; Paolo III, trovatili dotti e pii, gli ammise al sacerdozio, preparati con rigorosi esercizj; quando poi gli presentarono il disegno d’un Ordine, diretto ad assodare la fede, propagarla colle prediche, cogli esercizj spirituali, coll’assistere a prigionieri e malati, l’approvò, chiamandoli Cherici della Compagnia di Gesù, come testè dicevasi della compagnia del conte Lando o di frà Moriale. Ignazio, militarmente designatone generale, ben tosto la sua milizia diffonde per tutta la cristianità; ed egli la governa senza uscire dal collegio di Roma, fuorchè due volte per ordine del papa: una onde rimettere in pace gli abitanti di Tivoli coi loro vicini di Sant’Angelo; una per riconciliare il duca Ascanio Sforza con Giovanna d’Aragona sua moglie. Francesco Strada, suo discepolo, cento e più giovani guadagna a Dio in Brescia; e a Ghedi, ove si solea prendere in burletta i predicatori, egli col lasciar via i fioretti oratorj, e col venir alle strette, ottiene copiosissimi frutti. A disciplinare la difficile Corsica faticarono i padri Silvestro Landino di Lunigiana ed Emanuele di Montemayor. In Sicilia il vicerè di Vega gli ajutò a porre la prima casa di novizj: il padre Domenecchi gl’introdusse a Messina, poi a Palermo, ove presto ottennero l’Università. Il doge di Venezia ne chiese due ad Ignazio, fra i quali il Laynez che fu poi generale, e che ivi predicò ai tanti eretici chiamativi dal commercio: alloggiava nello spedale di San Giovanni e Paolo, ma tanti doni vi affluivano, ch’egli protestò dal pulpito non riceverebbe più nulla. Poi il priore Lippomani provvide d’una casa i Gesuiti, che n’ebbero pure a Padova, a Belluno, a Verona. Degl’italiani ascritti pei primi a quella società ricorderemo Paolo Achille, Benedetto Palmia, oltre Paolo da Camerino e Antonio Criminale, che apersero l’India alla fede[287].

Quando Ignazio morì (1556), contavansi più di mille Gesuiti in dodici provincie: Portogallo, Italia, Sicilia, Germania alta e bassa, Francia, Aragona, Castiglia, Andalusia, Indie, Etiopia, Brasile.

Le loro costituzioni portano i tre voti soliti: ma alla povertà si obbliga il privato, mentre i collegi e i noviziati ponno possedere onesta agiatezza. Legavansi ai voti solo a trent’anni, e dopo che lungo e scabroso noviziato avesse prevenuto le incaute professioni e i tardivi pentimenti. Non che isolarsi, vivono in mezzo alla società, pur senza mescolarvisi; non hanno chiostri ma collegi ben fabbricati; abito ecclesiastico, non monacale, e che possono mutare con quello del paese ove dimorano; vita tutta diretta ad azioni reali, efficienti, avendo per ogni condizione un posto, per ogni capacità una destinazione. Ciascuna provincia aveva un luogotenente e gradazione d’impieghi, dipendenti dal generale, che, a differenza degli altri Ordini, era perpetuo, sedeva nella capitale del mondo cristiano, e conoscendo ciascuno per le relazioni trasmessegli dai capi, sorvegliava l’amministrazione de’ beni, disponeva dei talenti e delle volontà. Acciocchè l’ubbidienza fosse più intera, non cercavano dignità, anzi da principio asteneansi da qualunque impiego permanente. La Riforma avea tolto a pretesto l’ignoranza e la corruttela del clero? ed essi mostransi studiosi e d’una costumatezza che i maggiori avversarj non poterono se non dire ipocrisia. Si sono paganizzati i costumi e la disciplina? essi li emendano cogli spedienti migliori, cioè l’esempio e l’educazione. L’alto insegnamento è negletto? essi se ne impadroniscono. Vedono ottenere lode la poesia latina? essi formano a quella gli scolari. Piaciono le rappresentazioni? ed essi ne danno di sacre. È tacciata la venalità e l’ingordigia del clero? ed essi insegnano gratuitamente, gratuitamente si prestano alla cura delle anime, istituiscono scuole pei poveri, esercitano la predicazione, e ne colgono mirabili frutti, sin a portare all’entusiasmo della devozione. Non stitichezza nel confessare, non vulgarità nel predicare, non eccessiva disciplina che maceri un corpo destinato a servigio del prossimo; non istancar i giovani, nè prolungarne l’applicazione più che due ore, e ricrearli in villeggiature ed esercizj ginnastici. Liberi pensanti e scopritori di nuove verità, porgeansi officiosi, affabili, l’un l’altro coadjuvanti, staccati da ogni personale interesse a segno, che vennero imputati d’affievolire gli affetti domestici.

I letterati d’allora sono una voce sola a magnificarne le scuole; e per tutto erano cerchi a maestri, a predicatori, e massime a confessori. Al tempo che contro del papa s’elevano l’esame e la resistenza, essi professano obbedire incondizionatamente ad ogni suo accenno; e propugnarne l’autorità, non la temporale già crollante, ma quella che poneva Roma a capo dell’incivilimento; combattere i Protestanti con ogni modo, eccetto la violenza; avendo anzi impetrato il privilegio d’assolvere gli eretici dalle pene temporali. Mentre poi i re ed i mercanti mandavano nel Nuovo mondo a uccidere e conquistare, essi vi corsero a convertire le Indie, il Giappone, la Cina, le Americhe. Non v’è forte pensatore che i meriti de’ Gesuiti non confessasse; non v’è ciarliero da caffè che non ne esagerasse le colpe, sicuro d’esser creduto, come l’accertava due secoli fa il maggiore scettico[288], e come ne diè prova fin il secolo della tolleranza, ricusandola solo a costoro e a chi osasse non bestemmiarli. E per vero una società che proponeasi per canoni il sentimento e l’esempio dell’unità, il rassegnare la propria alla volontà superiore, la propria ragione al decreto altrui, urtava talmente cogli istinti rigogliosi e coll’irruente fiducia dell’uomo in se stesso, che non è meraviglia se fu segno d’inestinguibile odio, e se ogni lampo di libertà portò un fulmine sul loro capo. La podestà secolare poi armavasi allora per reprimere lo spirito di rivolta, e Casa d’Austria, costituitasi guardiana dell’ordine, spingeasi alle riazioni; onde i novatori nell’avversione a questa confusero i Gesuiti, che ne pareano o incitatori o stromenti. Ma la storia vive d’indipendenza e libertà; se esecra i persecutori forti, peggio ancora i persecutori pusilli; e pronta a lodare le virtù perchè non disposta a dissimulare i vizj, non può contentarsi di beffe e leggerezze nel giudicare quest’associazione, fusa e robusta come l’acciajo, in mezzo alle moltitudini che perdevano ogni altra coesione fuorchè quella de’ governi; questa milizia che mette brividi di paura perfin nel suo sepolcro, e che allora, baldanzosa di gioventù e di sagrifizj, offrivasi ai pontefici per la giornata campale.

Perocchè Roma era convenuta anch’essa sull’opportunità d’un concilio, non più nella speranza che ravvivasse i rami disseccati, ma che con nuovo succhio rinvigorisse il tronco indefettibile. Chi non ricorda le assemblee o legislative o costituenti, volute dai popoli e promesse dai principi nel 1848? Con altrettanta lealtà l’imperatore, il re di Francia, gli ecclesiastici, Lutero aveano chiesto il concilio: altri il tragiversavano col solito sotterfugio del chiedere troppo, pretendendo che il papa vi comparisse non capo ma membro, e che anche i novatori avessero voce deliberativa; lo che equivaleva a dare già per concesso lo scisma. Paolo III, che da senno il voleva, e che all’uopo spedì in Germania Ugo Rangone quantunque contrariato dalla lega Smalcaldica e da mille ostacoli[289], intimò il concilio (1545) a Trento, sul limite dell’Italia e della Germania. Inviando a presederlo come angeli della pace Gianmaria Ciocchi Dal Monte e Marcello Cervini, italiani che divennero papi, e Reginaldo Polo inglese che ne fu ad un punto, dichiarava scopo del concilio l’estirpazione delle eresie, l’emenda dei costumi e della disciplina, e la concordia fra i principi cristiani.

Ma oltre avere i Protestanti ricusato intervenirvi, ogni passo era reso scabroso da puntigli dei re cattolici e dei prelati delle nazioni: e la prima adunanza (13 xbre), con venticinque vescovi, si logorò in dispute sui convenevoli, sul cerimoniale, sulle forme, sul modo di votare, perfin sul titolo del sinodo: perditempi che noi vedemmo rinnovarsi pur jeri, e non da frati e cardinali. Sospese le tornate in pericolo di peste, poi riassunte, quando Maurizio di Sassonia marciò sovra Trento per sorprendere l’imperatore, i padri sgomentati si dissiparono.

Non vi si doveano mettere in dibattimento quistioni parziali come a Costanza, bensì l’essenza stessa della Chiesa; e in tanto bollimento degli spiriti quanto non era pericoloso il raccorlo, difficile il tenerlo ne’ limiti! Nè il divisarne il procedimento appartiene al nostro racconto, bastando toccare quei sommi capi che valsero sull’avvenire.

Dopo settantacinque giorni di baruffe tra la fazione imperiale e la francese, Gianmaria Ciocchi Dal Monte per via di promesse e transazioni ottenne la tiara col nome di Giulio III (1550), e subito dalla lodatissima operosità cascò nell’infingardaggine, e abbandonando gli affari al cardinale Crescenzio, sciupava tempo e denari in una deliziosa vigna fuor di Roma, divenuta proverbiale. Di titoli e beni fece prodigalità ai parenti; diede Camerino in governo perpetuo a Balduino suo fratello, al costui figlio Giambattista il titolo di gonfaloniere della Chiesa, e Novara e Civita di Penna in signoria, e «maggior grandezza in Roma che se fosse stato duca o signore naturale e antiquato in qualsivoglia parte d’Italia» (Segni). Donn’Ersilia, moglie di Giambattista, lussureggiava di tal fasto, che la duchessa di Parma figlia dell’imperatore penava a ottenerne udienza. Ai nipoti per sorelle diè stati e titoli di signori, ed ornolli di cardinalati, di titoli di capitan generale, e li fece simili a veri signori, essi di cui jeri s’ignorava la stirpe. A un pitocchetto raccolto e che lo spassava giocolando con un bertuccione pose tal amore, che il fece adottare da suo fratello, lo colmò di benefizj, e per quanto zotico fosse, e i prelati vi repugnassero, lo ornò della porpora: ma il mal allevato riuscì alla peggio, e finì per le prigioni.

Erano andamenti da togliere pretesti ai Riformati? anzi il costoro apostolato si diffondeva anche in Italia. Ci fu veduto come qui prima che altrove se ne svolgesse il seme, tra per senno di pensatori, tra per arguzia di letterati. La estesa reputazione de’ nostri dotti fece che i novatori forestieri ne bramassero l’adesione, e cercassero qui divulgare le loro scritture, mentre la vivacità degli ingegni nostrali inuzzoliva delle nuove predicazioni. Veramente nella libertà con cui qui si disapprovava la romana curia, svampavano quelle stizze che compresse invigoriscono, e la vicinanza facea che coi traviamenti delle persone non si confondesse la santità delle istituzioni. Gl’Italiani, la cui immaginazione non era inaridita dal raziocinio, mal poteano gradire un culto senza bellezza, senza vita, senz’amore, che riprovava le esteriorità, e sbandiva dal santuario le pompe tanto popolari, e quella liturgia or festante e trionfale, or tenera e melanconica, grave sempre e maestosa; quelle cerimonie derivate dalle idee più sublimi unite ai simboli più graziosi, dai sentimenti più puri manifestati colle forme più splendide e variate, e che nutrivano le arti, sì gran parte della gloria nazionale. Sentivano poi come il papato conservasse all’Italia l’importanza che sotto ogni altro conto smarriva, e vi traesse denaro, persone, affari; tutti i principi e le case magnatizie tenevano parenti nelle prelature e nel sacro collegio, i quali e godevano pingui benefizj, ed esercitavano influenza: molti contavano dei santi fra i loro antenati: i letterati chiamavansi riconoscenti ai papi e ai cardinali, che gli aveano per secretarj o clienti: insomma l’interesse che spingeva i forestieri, distoglieva i nostri dal volere la Riforma; oltrechè li vegliava più dappresso l’autorità ecclesiastica.

Lutero avrebbe avuto efficacia sopra le profonde convinzioni di Dante; non sopra i contemporanei dell’Ariosto che di tutto ride, e ride dei dogmi più che Lutero.

Ma se l’amore della novità non invase nè le plebi nè i principi, e se quelli che si occupano di regolare la propria fede son pochissimi a fronte di coloro che ne usano e ne vivono, erra chi crede la Riforma non abbia qui avuto ed estensione e conseguenze civili e politiche[290]. Alcuni nostri teneansi in corrispondenza coi dotti tedeschi; e i cardinali Bembo e Sadoleto scriveano all’erudito Melantone, il principale apostolo di Lutero. Gli studenti tedeschi che qui venivano a raffinarsi, o i nostri che s’addottoravano nelle Università tedesche, servivano di conduttori alle nuove dottrine. Francesco Calvi da Menaggio (Minicio), librajo a Pavia, andò a cercare dal Froben di Basilea le opere di Lutero, e le propalò in Lombardia[291]: a Venezia si ristamparono la spiegazione del Pater di Lutero anonima, i Luoghi comuni di Melantone col titolo di Principj della teologia d’Ippofilo da Terranegra, poi il catechismo di Calvino, e il commentario di Bucer sui salmi col nome d’Arezio Felino, e le opere di Zuinglio sotto quello di Corisio Pogelio; pseudonimie che eludevano la superiore vigilanza.

Con apostolato diverso, la negazione era stata sparsa dai guerrieri, qui scesi a straziarci; fra i quali il fanatico Giorgio Frundsberg, inventore de’ lanzichenecchi (t. IX, p. 367), portava allato una soga d’oro colla quale vantavasi volere strozzare in Clemente VII l’ultimo dei papi. E poichè i partiti non sottigliano sulla moralità dei mezzi purchè giungano al fine, vi fu chi esultò dello strazio che que’ ribaldi recarono all’Italia e al papa; e un frate Egidio della Porta comasco, il quale con Zuinglio divisava i modi di diffondere la protesta evangelica di qua dall’Alpi, esclamava: — Dio ci vuol salvare; scrivete al Borbone che liberi questi popoli; tolga il denaro alle teste rase e lo faccia distribuire al popolo famabondo; poi ciascuno predichi senza paura la parola del Signore; la forza dell’Anticristo è prossima al fine»[292].

In quella corte di Ferrara, dove s’era veduta ogni bruttura, e dove il duca Alfonso fece dipingere dal Lotti la sua Laura Dianti in figura di Madonna col versetto Fecit mihi magna qui potens est, Renata di Francia figlia di Luigi XII era venuta moglie d’Ercole figlio di esso duca, che le regalò gioje per centomila zecchini. Aveva essa imbevute le dottrine di Calvino, e la troviamo lodata come santissima anima dal Brucioli nella dedica della Bibbia, per gran religione dal Betussi nella giunta alle Donne illustri del Boccaccio, e da Gianfrancesco Virginio bresciano nel dedicarle le sue Lettere, che al Fontanini (rigoroso giudice) parvero seminate di frasi eterodosse, e la Parafrasi sulle epistole di san Paolo. Essa formò della Corte ferrarese un focolajo di pratiche anticattoliche; vi imbandiva grasso ne’ giorni di digiuno; vi ricoverò alcun tempo Calvino e Marot, traduttore francese dei salmi, e quanti per religione fossero spatriati; e istituì una piccola chiesa riformata.

Il marito, sollecitato dal padre Pelletario, per alcun tempo tenne essa ed i suoi chiusi nel castello di Consandolo; ma e quivi e ad Argenta essi diffusero le loro dottrine, sicchè il duca riferiva al re di Francia i traviamenti della moglie, narrando come dovette interporre prelati e ambasciatori perchè lasciasse far la pasqua alle proprie figlie; onde esorta il re a vincere un’ostinazione, la quale non potrà che recare disgustosissimi frutti[293]. In fatto, non venendone a capo, la rimandò in Francia.

Colla Renata vivea Francesco Porto cretese, insegnatore di greco nelle nostre città, poi ricoverato nel Friuli, in fine a Ginevra, dove Teodoro Beza ne compose l’epitafio. Emanuele Tremelli ferrarese, dal giudaismo convertito per cura del poeta Flaminio e del cardinal Polo, ben presto in patria e a Lucca sorbì le opinioni protestanti, e piuttosto che rinunziarvi, passò con Pietro Martire Vermiglio a Strasburgo, poi in Inghilterra; insegnò ebraico a Eidelberga, a Metz, a Sedan ove morì, lasciando varie opere e la versione latina della Bibbia siriaca e quella del Testamento Vecchio sul testo ebraico.

Frà Bernardino Ochino da Siena godeva tal rinomanza d’eccellente predicatore, che Carlo V diceva: — Farebbe piangere i sassi»; e il Bembo: — E’ fa girar tutte le teste; uomini, donne, tutti ne van pazzi; qual eloquenza, quale efficacia!» Dedito a quelle eccessive austerità, che non di rado inducono soverchia fiducia in se stesso, dai libri di Lutero imparò a cercare nella sacra scrittura ciò che alla sua passione piacesse, e fin dal 1542 Gaetano Tiene gli fece interdire la predicazione in Roma[294]. Presto gli fu ripermessa, ma forse perchè il papa non gli concedette la porpora cominciò a insultarlo, poi temendolo fuggì a Ginevra, e pubblicò molte opere, fra cui Cento apologhi contro gli abusi della sinagoga papale, de’ suoi preti, frati, ecc.

Filosofo e dialettico non vulgare, insegnava egli che non è possibile giungere al vero colla ragione, ma è necessaria l’autorità divina; e poichè la sacra scrittura non basta se un lume infallibile non ajuti a interpretarla, e avendo ripudiata l’autorità della Chiesa, fu costretto rifuggire nel misticismo e nell’immediata ispirazione[295]. Sarebbesi rassegnato a credere a Calvino, egli che non avea consentito a credere alla Chiesa universale? Fu dunque maledetto e perseguitato a Ginevra; da Zurigo pure sbandito di settantasei anni con quattro figliuoli nel cuor dell’inverno; nè raccolto a Basilea ed a Mülhausen, s’ascose in Moravia, dove perduto due figli e una ragazza dalla peste, morì nel 1564.

Fu de’ più bei trionfi della Chiesa nel medioevo l’aver sostenuto l’indissolubilità del matrimonio a fronte delle regie lubricità. Ma già Lutero, per favorire il landgravio d’Assia, aveva approvato la bigamia: ora l’Ochino nel XX de’ suoi Trenta dialoghi sostenne che un marito il quale abbia moglie sterile, malescia, insopportabile, deve prima implorar da Dio la continenza; e se tal dono, chiesto con fede, non possa ottenere, può senza peccato seguire l’istinto, che conoscerà certamente provenir da Dio, e prendere una seconda moglie senza sciogliersi dalla prima[296].

In quel centro di studj e di gioventù ch’era Bologna, seminò le novità nel senso zuingliano Giovanni Mollio di Montalcino minorita; e dalla corrispondenza de’ corifei forestieri appare che in molti germogliarono, anzi un gentiluomo esibivasi pronto a levare seimila soldati se si recasse guerra al papa[297]. Al Mollio teneva bordone Pietro Martire Vermiglio fiorentino, predicatore dottissimo, il quale potè stabilire una chiesa a Napoli, una a Lucca, una a Pisa[298], finchè fuggì a Strasburgo, e vi ebbe moglie e la cattedra lasciate dal famoso Capitone, e vien contato fra i loro ministri meglio versati nelle sacre scritture. Seco erano vissuti Paolo Lazise veronese, che a Strasburgo professò greco ed ebraico; Alessandro Citolini da Céneda, autore d’un’Arte di ricordare, nella quale riduce sotto certe categorie tutte le cose escogitabili[299]; Celso Martinengo bresciano; Girolamo Zanchi bergamasco, professore di teologia a Strasburgo, dove non essendovi chiesa italiana, i nostri si radunavano nella casa di lui.

Di Firenze fuggirono Gianleone Nardi, che molto scrisse a difesa delle eresie, e Michelangelo frate predicatore, che apostolò a Soglio ne’ Grigioni, e stampò un’Apologia, nella quale si tratta della vera e falsa Chiesa, dell’essere e qualità della messa, della vera presenza di Cristo nel sacramento della Cena, del papato e primato di san Pietro, de’ concilj e autorità loro ecc. Fuori professarono pure e Alfonso Corrado mantovano, autore d’un commento sull’Apocalisse, violentissimo contro i pontefici, e Guglielmo Grattarola medico bergamasco, e parecchi Napoletani[300]. Girolamo Massari vicentino, a Strasburgo insegnò medicina, e descrisse un processo dell’Inquisizione[301]. Scipione Gentile da San Ginesio nella marca d’Ancona, autore di molte opere legali e di annotazioni sopra il Tasso, morì professore di leggi in Franconia il 1616.

Celio Secondo Curione valente grammatico da Chieri, studiando giurisprudenza a Torino, prese contezza delle innovazioni, e invogliatosene fuggì per la Germania con Giovanni Cornelio e Francesco Guarini. Scoperto in val d’Aosta, dopo due mesi di fortezza fu collocato in un monastero ad esservi istruito nella fede: ma egli a reliquie di santi sostituì una Bibbia, poi sottrattosi, girò molte città d’Italia; a Milano ebbe moglie e cattedra; sinchè udito che di ventitre fratelli e sorelle suoi una sola era rimasta, ripatriò. Quivi udendo un domenicano in pulpito confutar Lutero, gli gridò, — Tu menti!» e cacciò a mano le opere di questo. Scontò l’ardire in carcere a Torino; ma, benchè incatenato, riuscì a sottrarsene tanto miracolosamente, che fu creduto opera di magia[302]. Per la qual evasione «non feci voto (dic’egli) di visitare Compostella o Gerusalemme, che sono idolatrie; nè di castità, perchè Dio solo può darla, ma mi consacrai tutto a Gesù Cristo, unico liberator nostro». Presto ebbe una cattedra a Pavia, e sebbene trapelasse come sentiva, mai per tre anni non si potè arrestarlo, perchè gli studenti vegliavano a sua tutela. Insistendo però il papa acciocchè il senato milanese svellesse quella gramigna, egli si raccolse a Venezia, indi a Ferrara, ove la duchessa gli diè lettere per le quali conseguì a Lucca una cattedra. Ma domandandolo caldamente il papa, la republichetta il consigliò di mutar aria; sicchè entrato negli Svizzeri, fu maestro a Losanna, poi a Basilea, donde più non si scostò, per larghe offerte che ricevesse. Una volta ardì tornare a Lucca per prendervi la moglie e i figli; il bargello si presentò per coglierlo, ma egli con un coltello da tavola alla mano si salvò. Molte opere di libertà protestante lasciò, fra cui è una rarità il suo Pasquino in estasi (Pasquilli extatici de rebus partim superis, partim inter homines in christiana religione passim hodie controversis cum Marphorio colloquium). Anche suo figlio Celio Orazio, professore di medicina a Pisa, latinizzò alcuni sermoni dell’Ochino; e in quel senso pendettero pure Agostino e l’Angelico, fratelli di quello.

Questa connivenza de’ Milanesi indica che fra loro non mancassero fautori ai Riformati. Milanese era frà Giulio da San Terenzio, che imprigionato a Venezia, potè fuggire oltremonti, e stampò opere ereticali col nome di Girolamo Savonese[303]. Di un processo contro sospetti luterani nel 1535 fa memoria il pizzicagnolo Burigozzo, narrando che gl’imputati, fra cui un prete, furono in duomo riconciliati dall’inquisitore e dall’arcivescovo dopo lettone la condanna, obbligandoli per alcune domeniche a stare alla porta maggiore vestiti di sacco, e con una disciplina battersi dal principio della messa fin all’elevazione[304]. Nel 1556 Paolo IV lagnavasi col vescovo di Modena si fossero a Milano scoperte conventicole di persone ragguardevoli d’ambo i sessi, professanti gli errori di frà Battista di Crema[305]. Da Milano era pur fuggito tra gli Svizzeri e i Grigioni quell’Ortensio Landi (pag. 253), le cui opere furono dal concilio di Trento messe fra le condannate in primo grado.

Il cardinale Sadoleto, persuaso che colla mansuetudine si potrebbero ancora ricondurre gli erranti, pure dolevasi che il papa non s’accorgesse della defezione degli spiriti e dell’indisposizione loro contro l’autorità ecclesiastica[306]; e il cardinale Caraffa dichiarava a Paolo III che l’eresia luterana aveva infetto l’Italia, e sedotto non solo persone di Stato, ma molti del clero[307]. Più ancora esprimono le baldanzose speranze d’alcuni apostati.

Troppo vicina di Ferrara era Modena «città piacevolissima d’aere, d’acqua e di belle donne, ed ornata di bellissima gioventù, datasi tutta agli studj delle muse»[308]. Della famiglia de’ Grillenzoni, Giovanni era stato scolaro devotissimo del Pomponazzi, del quale raccolse le lezioni: neppur omettendo gli scherzi di che talvolta le condiva. Tornato in patria, imparò il greco da Marcantonio di Cretone, pel quale fece istituirvi una cattedra; e in casa teneva una specie d’accademia, ove ogni giorno davasi una lezione di latino, una di greco, s’interpretavano autori, e massime Plinio, potendo ognuno recar in mezzo il proprio parere. Vi s’aggiungeano banchetti letterarj, dati per turno da ciascun accademico, con frugalità delicata; e ogni volta si proponeva qualche esercizio d’ingegno, qualche epigramma o sonetto o madrigale; vivande non doveansi domandare se non nella lingua prefissa dal capo del convito, non ripeter le formole già usate da un altro, citare tutti i proverbj relativi a un animale o a una pianta, o a un tal santo o a una tal famiglia, ovvero recitare una novella.

Essendosi nel 1537 divulgato non so qual libro delle nuove opinioni, quell’accademia tolse a difenderlo, onde venne in sospetto; poi nel 1540 capitatovi l’erudito siciliano Paolo Ricci, che faceasi chiamare Lisia Fileno, banditore di dogmi riprovati, con baldanza se ne discuteva nelle piazze, nelle botteghe, da dotti e indotti, e fin dalle donne, allegando testi e dottori che mai non aveano veduti. Preso e menato a Ferrara, costui si ritrattò; ma gli effetti durarono, ed apparivano specialmente nel cuculiare che faceasi i predicatori, e sinistrarne i detti, tanto che più d’uno fu costretto scendere dal pergamo, e il cardinal Morone colà vescovo scriveva: — L’altro jeri un ministro dell’ordine ingenuamente mi disse che li suoi predicatori non voleano più venire in questa città, per la persecuzione che gli fanno questi dell’accademia, essendo per tutto divulgato questa città esser luterana»[309]. Il cardinale Sadoleto a nome del papa ne mosse querele con Lodovico Castelvetro, che n’era il migliore ornamento, e fu mandato un formulario di fede che i sospetti sottoscrivessero, come fecero alcuni, e fra gli altri il vescovo Egidio Foscarari, i cardinali Sadoleto, Cortese, Morone ed esso Castelvetro[310], e poco poi avendovi due Francescani predicato errori, furono puniti.

Il Castelvetro avea tradotto i Luoghi comuni di Melantone, che impressi in Venezia, furono bruciati dal carnefice. Essendosi poi inviluppato nel turpe arruffio che dicemmo con Annibal Caro (pag. 162), fu imputato d’eresia, e affidatane l’indagine a Pellegrino Erri, prelato modenese che avea tradotto i salmi dall’ebraico, e che procedette con zelo rigoroso. Il Castelvetro fu citato a Roma con Filippo Valentino, e suo fratello Paolo prevosto della cattedrale, e lo stampatore Antonio Gadaldino: il prevosto fece pubblica ritrattazione; il Gadaldino, che avea divulgato libri ereticali, fu sostenuto; Filippo fuggì, e con lui il Castelvetro, che si ritirò a Chiavenna. Condannato in contumacia con Gianmaria suo fratello, chiedeva perdono dal concilio di Trento, ma il papa pretendeva si presentasse al Sant’Ufficio di Roma, che aveva iniziata la procedura; onde vagò coi soliti guaj degli esuli, finchè a Chiavenna ebbe dai Salis onorata sepoltura, con un’iscrizione ove ancora si legge: Dum patriam ob improborum hominum sævitiam fugit, post decennalem peregrinationem tandem hic, in libero solo liber moriens, libere quiescit.

Nel 1825, nel basso Modenese, in una casa già dei Castelvetro, si trovarono murati da sessanta libri ereticali di prime edizioni, e furono acquistati dalla biblioteca Estense: i molti manoscritti che gli accompagnavano, lasciaronsi sciaguratamente disperdere.

Chiavenna, come la Valtellina, era allora suddita dei Grigioni, i quali avendo adottato le dottrine zuingliane, nei loro paesi davano pace a chi fuorusciva per religione. La Pregalia e l’Engadina, valli retiche confinanti coll’Italia, aveano avuto predicazione e chiese da frati apostati nostri.

A Chiavenna pure visse e morì Agostino Mainardi agostiniano, che scrisse l’Anatomia della messa e la soddisfazione di Cristo. Francesco Negri da Bassano agostiniano, legatosi con Zuinglio, lo accompagna alla conferenza di Marburgo, alla dieta d’Augusta caldeggia la libertà di coscienza, si asside a Chiavenna come maestro e pastore, finisce cogli Antitrinitarj: nella sua Tragedia del Libero Arbitrio, la Grazia giustificante tronca la testa al re Libero Arbitrio, e il papa è riconosciuto per Anticristo[311]. A Chiavenna stessa fe lunga dimora come pastore Girolamo Zanchi, canonico di Alzano bergamasco, che convertito da Pietro Martire, a Ginevra stampò sei volumi d’opere teologiche, onde salì in tal conto, che Sturmio diceva basterebbe egli solo a tener testa a tutti i padri tridentini. Dolce e conciliante, procurava ravvicinare i dissenzienti, ma le sue concessioni spiacevano ai Luterani. Vedovo d’una figlia di Celio Orione, sposò Livia Lumaca, ricca chiavennesca, e n’ebbe molti figliuoli: professò ad Eidelberga, finchè il successore dell’elettore Federico III suo patrono escluse quei che deviavano dal luteranismo, onde lo Zanchi andò a finire nel Palatinato.

In Trento episcopava Bernardo di Clees nel 1535 quando le idee luterane vi presero piede, non tanto per convinzione, quanto per odio de’ valligiani contro i signori. Il vescovo tentò calmare i capi, e non riuscendo si ritirò a Riva, mentre gli abitanti della val Sugana e della val di Non tentavano prender Trento per forza; ma prevalsero le milizie del principe vescovo, il quale tornato ne fece appiccare e decapitar molti e mutilare e tenere in carcere. Di là era Jacopo Acconzio, giureconsulto rifuggito a Zurigo, poi a Strasburgo, e che alla divina Elisabetta d’Inghilterra, da cui ebbe ripetuti segni di stima, dedicò i famosi suoi Stratagemmi di Satana in fatto di religione (Basilea 1565), tradotti in molte lingue, dove tende a ridurre a pochissimi i dogmi essenziali del cristianesimo, affine d’indurre a vicendevole tolleranza le sêtte. Ma la tolleranza era ignota fin di nome, e tutte le parti lo disapprovavano, quasi menasse all’indifferenza[312].

Compagno eragli stato Francesco Betti romano, segretario del marchese di Pescara, che fuggito a Zurigo poi a Strasburgo, pubblicò una Lettera all’illustrissimo marchese di Pescara, nella quale dà conto della cagione che lo mosse a partirsi dal suo servigio e uscire d’Italia; specie di disfida ai Cattolici. Vi rispose il Muzio colla solita beffarda iracondia (pag. 362); molti si accinsero di richiamarlo all’ovile; ma egli continuò in varie città, e nel 1587, già vecchissimo, stampò a Basilea la traduzione di Galeno.

Pier Paolo Vergerio di Capodistria, nominato vescovo di Madrusch ancora laico, il giorno stesso ricevette tutti gli ordini e l’unzione episcopale da suo fratello Giambattista vescovo di Pola. Spedito nunzio papale in Germania, si lusingò di convertire Lutero, ma parve invece se ne lasciasse pervertire. Reduce, e non compensato quanto sperava, ritirossi vescovo in patria, dove cominciò a introdurre novità, dalle chiese tor via certe immagini e le tavolette de’ miracoli, negare il patronato speciale de’ santi su certe malattie, ed altri partiti che seppero d’empietà ai timorati, e singolarmente al Muzio e a monsignor Della Casa suoi violenti detrattori. Il quale monsignore si mostrò in fatto zelantissimo, non tanto per la santa Sede, diceva egli stesso, quanto per servire all’illustrissimo sangue della casa Farnese; e al famoso Pierluigi, da Venezia ove stava nunzio pontificio nel 1544, scriveva[313]: — Avendo io fatto mettere prigione un Francesco Strozzi, eretico marcio, il quale si tiene traducesse in vulgare il Pasquillo in estasi, libro di pessima condizione e pestifero, essendosegli trovato addosso, quando fu preso, un epitafio mordacissimo e crudelissimo fatto da lui contro la persona di nostro Signore, ed avendo sua santità a Roma con l’oratore di questi signori fatto ogni istanza necessaria, ed io qui non mancato di tutte le diligenze possibili per poter mandare il detto Francesco a Roma, il quale è prete ed è stato frate dodici anni, non si è potuto avere, e finalmente il serenissimo mi ha dato precisa negativa, fondandosi sopra la conservazione della giurisdizione, e mostrando quanto ciascuno Stato deva sforzarsi di mantenerla».

Il Casa instruì il processo del Vergerio, e mentre il papa insisteva per averlo sott’occhio, egli esortava il cardinale Farnese ad impedirlo, perchè «in questo processo è una parte che contiene maldicenza, e spezialmente un particolare di quella calunnia che fu data al duca di Castro sopra il vescovo di Fano; per la quale particolarità, quand’io mandai a vostra signoria reverenda il detto processo, ne levai la parte della maldicenza, acciocchè nostro Signore non avesse a sentire questa calunnia, se forse non l’ha sentita fin qui»[314].

A questo modo s’ingannano i grandi! Intanto il Vergerio continuava con tale impudenza, che dal dotto Egnazio, presso cui ospitava, fu mandato via di casa: mostrava credere che suo fratello vescovo fosse stato avvelenato perchè apostato, poi d’essere in pericolo egli medesimo, tanto più dacchè venne inquisitore il suo compatrioto e nemico Annibale Grisoni. Presentatosi al concilio di Trento, per la cui convocazione egli si era tanto adoperato, non ne ottenne udienza, onde ricoverò in Valtellina, e il dispetto o il bisogno lo trasformò in caloroso novatore. A Poschiavo stampò il Libro ai principi d’Italia, ricco di particolarità storiche; trattò delle superstizioni d’Italia e dell’ignoranza de’ sacerdoti; girò la Germania, «invece di tesori mondani» portando molti scritti de’ novatori[315], e piacendo «per una certa sua eloquenza popolare e audacemente maledica» (Pallavicino); lanciava dardi infocati contro di Paolo III, dei prelati e del concilio, e principalmente di monsignor Della Casa, il quale poi vecchio e scaduto di speranze, ritirossi a Narvesa componendovi sonetti pieni di disinganno, e diceva di sè: Puer peccavi, accusant senem.

Il Vergerio alla Riforma acquistò credito e proseliti coll’autorità di vescovo e lo zelo di apostolo; favorì assai tra i Grigioni gli arrolamenti per Francesco I; ma perduta l’alta sua posizione nel clero nostro, neppure acquistò la fiducia de’ Protestanti, perchè, libero pensatore, non aderiva a Lutero più che a Zuinglio, sicchè dovette andar a morire a Tubinga (1565), dove qualche zelante disperse le sue ceneri.

Con lui stette in corrispondenza il militare Orazio Brunetti di Porcìa, le cui lettere (Venezia 1548) abbondano in senso protestante; in molti opuscoli italiani, nè pregevoli per scienza nè belli di forma, non mostra lealtà o convinzione, combattendo il cattolicismo collo svisarlo.

Simone Simonio lucchese, perchè dal niente non si fa niente, sosteneva che il Verbo era fatto, e vantava d’aver sillogismi che imbarazzerebbero san Paolo, e si dicea credesse nel cielo padre, nella terra madre, e nella forma, cioè nel senso e intelligenza del cielo. Buttatosi or con Calvino, or con Lutero, or cogli Unitarj, imprigionato a Ginevra, esulante per Germania e Polonia finchè visse, è dopo Melantone contato fra i restauratori della scienza dei Protestanti[316], mentre altri lo svillaneggiavano; nemici cui allude nel libro intitolato Scope con le quali si scopano gli escrementi delle calunnie, delle bugie, degli errori.

Alessandro Citolini di Serravalle nel Trevisano rifuggì a Strasburgo, poi in Inghilterra, ed è grandemente lodato da Sturm; ma la sua Tipocosmia, imitazione del Camillo, è una confusione inestricabile.

E molti potremmo indicare, che dalle ricerche scientifiche erano tratti nell’errore. Paolo Mattia Doria napoletano, autore della Vita civile, avea preparato l’Idea d’una perfetta repubblica, ma ne fu sospesa la stampa, e come lorda di immoralità e panteismo fu arsa. Il Panizzi, nell’edizione inglese dell’Orlando innamorato, ripubblicò un opuscolo del vescovo Vergerio (Basilea 1554), dov’è asserito che il Berni al burlesco poema intarsiasse dottrine anticattoliche, espunte dopo morto l’autore, e allega diciotto stanze, prologo al XX canto, donde l’editore conchiude che tali opinioni fossero comuni nella classe educata d’Italia, quanto oggi le liberali. Prova incerta, ma non nuova; chè già altri vollero noverare tra i Riformatori il Manzolli pel Zodiacus vitæ, astiosissimo contro il clero, l’Alamanni, il Trissino, altri ed altri, mal comparando chi riprova gli abusi con chi proclama la ragione individuale per unica interprete del codice sacro[317]. Fra essi è Vittoria Colonna, le cui poesie spirituali rivelano una profonda religione, qual doveva penetrare le anime virtuose, sofferenti dei mali della patria, che attribuivansi alla depravazione de’ costumi, e alla negligenza e peggio de’ prelati. Massime chi era contemplativo più che indagatore doveva restar commosso dai dubbj allora gettati nell’intelligenza della fede, onde furono confusi coi Riformati persone di gran pietà, che colla loro stessa austerità, col congregarsi a ragionar di Dio, coll’occuparsi delle indagini teologiche protestavano contro l’indifferenza dei più. E molti infatto della predicazione luterana non vedeano che il lato morale; una pietà forse inconsiderata, ma invaghita d’una purezza che deploravano perduta nella Chiesa; un compiangere le persecuzioni fatte all’Ochino o a Pietro Martire, mentre si tolleravano l’Aretino e il Franco; una profonda fiducia nei meriti di Gesù Cristo, senza accettare l’autorità e i sacramenti da lui istituiti.

Così di Marcantonio Flaminio, elegante latinista che ridusse i salmi in odi, messe all’Indice, si dà per segno di apostasia l’ardor suo per Cristo, le lettere piene di pietà, e il raccontare egli stesso come, essendo malato, per le preghiere del Caraffa risanò[318]. Lo storico Pallavicino, sebbene appunti il Flaminio di «covare nella mente tali dottrine, per non dover combattere le quali ricusò d’andare secretario del concilio di Trento», soggiunge che, in fine degli anni suoi, la salutevole conversazione del cardinal Polo il facesse ravvedere, e scrivere e morire cattolicamente.

La libertà del Trissino (t. IX, p. 316) prova quanto fossero tollerate le declamazioni contro di abusi, che si confessavano anche quando non si pensava a correggerli. I nostri godeano udirle ripetere dai Protestanti, e di poter esclamare, — Anch’io l’avea detto e prima di loro»: chi vagheggiasse fama di franco pensatore assentiva alla disapprovazione delle cose antiche, a quegli epigrammi, o raziocinj poco migliori d’epigrammi, che vengono facilissimi a chi è mal informato della soggetta materia.

Come oggi il liberalismo politico professa di volere la libertà, nel mentre i conservatori pretendono combatterlo in nome anch’essi della libertà, così era allora del religioso: sparlavasi della Corte romana, senza per questo volerla disfare; chi gridava ad una riforma del clero, chi al depuramento del culto; alcuni o a voce o per iscritto emettevano errori di cui aveva colpa l’intelletto non la volontà, più scusabili quando i dogmi non erano stati nè così ben definiti, nè così popolarmente espressi come dopo il concilio di Trento. E molti potevano lealmente credere che la critica non farebbe che appurar la Chiesa e consolidare il dogma; non essendosi ancora veduto succedersi dottrine tutte cangianti, tutte discutibili in modo, che gli spiriti non si inebbrierebbero più che del dubbio. E in generale si sapeva, o almeno si sentiva che riformare non è distruggere; che le riforme opportune e durevoli denno venir dall’amore non dalla collera, dall’autorità che dirige, non dalla violenza che scompiglia.

Ma già appariva la moltiforme natura della Riforma; in Germania assodatrice del principato, in Francia faziosa, in Inghilterra dispotica e persecutrice, in Iscozia fanaticamente esagerata, regia nella Scandinavia, repubblicana in Isvizzera, deleterica in Polonia. A noi proveniva o da Germania o da Ginevra: i pensatori propendevano piuttosto a Zuinglio che a Lutero, perchè quegli avea scritto in latino, e più serio e più logico. Ma presto anche di qua dell’Alpi si comunicarono i litigi che di là si dibattevano intorno alla presenza reale; e Lutero, interrogatone dai novatori del Veneto, anatemizzava Zuinglio ed Ecolampadio «dottori contagiosi, falsi profeti».

Eppure i dissensi non doveano qui limitarsi; e i nostri, non solo contribuirono a distendere altrove la Riforma, ma ne dedussero più rigorose conseguenze. Lutero aveva mantenuto molti dogmi, e la gerarchia, e il canone dell’autorità, rendendola però servile al potere temporale che solo, rinnegata la scomunica, potea mantenere colla spada quell’unità di fede che appunto erasi spezzata; onde non fece che diroccare l’ecclesiastica disciplina, a segno che più volte si sperò una riconciliazione. Calvino dall’inerte uffizialità del luteranismo avventossi alla critica, negando addirittura la Chiesa nel senso mistico, e facendola sparire in faccia all’individuo, sicchè restava interposto un abisso: eppure nelle vertigini della ragione egli non si spinse fino all’estremo. Furono Italiani che senza ritegno compirono la doppia dissoluzione della disciplina e della gerarchia, unendovi quella delle fondamentali verità; e in nome dell’irrefrenata autorità della ragione intaccarono l’idea stessa, l’ontologia cristiana. Non gente di stola e di tonaca, ma giureconsulti e medici, ammessa unicamente la Bibbia, e in questa non trovando espresso il dogma della Trinità, lo impugnarono, come gli antichi Ariani, negando la divinità di Cristo, la consustanzialità del Verbo, ed altre che diceano introduzioni de’ sofisti greci.

Forse ne dubitavano l’Ochino ed altri Riformati, e probabilmente l’Accademia di Vicenza; ma risoluti antitrinitarj si dichiararono i figli del medico Matteo Gentile, che per seguire la Riforma era spatriato. Alberico professò giurisprudenza a Oxford sinchè morì del 1611. Scipione insegnò ad Eidelberga e altrove, latinizzò i due primi canti della Gerusalemme liberata appena usciti. Giovanni Valentino di Cosenza professò a Ginevra, in Francia, in Polonia; esigliato dalla Svizzera, perchè ruppe il bando, fu decapitato a Berna. Gianpaolo Alciato milanese, che morì a Danzica, da Austerlitz scrisse due lettere (1564-65) a Gregorio Paoli, in sostegno della dottrina unitaria, per le quali dal Beza era detto «uom delirante e vertiginoso», da Calvino «ingegno non solo stolido e pazzo, ma affatto frenetico sin alla rabbia»[319]. Aggiungi l’abate Leonardo, Nicolò Paruta, Giulio da Treviso, Francesco da Rovigo, Giacomo da Chiari, Francesco Negri, Dario Socino.

Matteo Gribaldi detto Moffa, legista chierese, che professava a Padova collo stipendio fin di mille fiorini, e vi acquistò tal fama che la sala non bastava agli ascoltatori, ne fuggì perchè sospettato d’eresia in grazia di un libro stampato a Basilea nel 1550, ove descriveva la morte di Francesco Spiera, accompagnata, dicevano i Protestanti, da orribile disperazione per avere disertato dalle loro opinioni. Calvino temendolo infetto dell’eresia unitaria, per la quale egli allora faceva processare Serveto, nol volle ricevere. Bruciato poi questo, l’invitò a una conferenza, ed esso vi si condusse; e perchè l’intollerante eresiarca negò stendergli la mano, e voleva costringerlo a una professione di fede, egli credette più sicuro passare a Tubinga, indi a Berna; ma quivi pure perseguito come antitrinitario da Calvino, benchè si ritrattasse, dovè partirne, nè sembra vero che prima di morire (1564) tornasse cattolico[320].

Suo discepolo era Giulio Pacio cavaliere vicentino, fuggito ad altri compatrioti in Ginevra, v’ebbe una cattedra di legge; ed era disputato dalle Università di Francia e di Germania per opere di diritto e di filosofia, ora affatto dimenticate. A Montpellier ebbe scolaro il famoso Peiresc, il quale faticò per tornarlo cattolico, ottenendogli qualche cattedra ben provveduta, e dopo molti anni abjurò in fatto; a Padova insegnò diritto civile, poi finì a Valenza.

Lelio Socino (-1562), discendente da illustri giureconsulti, da Siena passato in Isvizzera e in Germania, si amicò i principali Riformati e Melantone; disgustato dell’intolleranza di Calvino[321], andò in Polonia, professando apertamente le credenze antitrinitarie, alle quali convertì Francesco Lismanin di Corfù, priore de’ Francescani e confessore della regina Bona Sforza. Accolto a gara dai signori polacchi e dal re Sigismondo, morì a Zurigo (-1604). Fausto Socino, nipote e allievo di lui, bello scrittore, facile parlatore, gentile di modi, occupato dodici anni presso la corte di Firenze, quando i suoi parenti furono perseguitati si mutò a Basilea, studiando teologia; e pubblicò opere anonime. Per una disputa con Francesco Pucci, avendo dovuto partirsene, fu chiamato in Transilvania e Polonia, ed ereditati gli scritti dello zio, ne trasse fuori un nuovo simbolo che differiva in punti essenziali dagli Unitarj polacchi. Secondo lui, bene aveano meritato Lutero e Calvino, ma non abbastanza, giacchè era mestieri sbrattar la fede da ogni dogma che trascenda la ragione. La Bibbia è d’origine divina, e voglionsi prendere in senso letterale i passi che si riferiscono a Cristo; il quale a Dio, unico d’essenza come di persone, è inferiore soltanto nella maestà e potenza, ch’esso acquistò colla morte, coll’obbedienza e colla risurrezione. L’uomo fu mortale prima della caduta; altrimenti Cristo abolendo il peccato, l’avrebbe sottratto alla morte; nè si trasmette colpa originale. L’uomo è libero nel proprio arbitrio; l’onniscienza divina non abbraccia le azioni umane; e la dottrina del predestino sovverte ogni fede. Alla giustificazione sono necessarie le opere buone: Cristo non soddisfece pei peccati degli uomini, poichè Dio gli avea perdonati anche prima di lui: il battesimo d’acqua è meramente atto allusivo all’iniziazione.

Socino fu dunque il vero grande eresiarca, poichè non accettò limiti nel proclamare i diritti della ragione: se Lutero e gli altri avevano secolarizzato la religione, egli secolarizzò Dio, e togliendo il soprasensibile, fu il padre del razionalismo, che è l’eresia dei tempi nostri.

Gravi contraddizioni gli suscitarono queste dottrine, e perseguitato e povero dovette vivere della generosità de’ suoi adepti; i quali crebbero tanto, che le differentissime sêtte di Unitarj si ridussero a quest’una, detta de’ Sociniani. Ma i suoi avversarj eccitarono contro di esso il popolo di Varsavia, che lo strascinò per le vie; a gran fatica salvato, ritirossi in un oscuro villaggio, e alla sua morte gli fu posto quest’epitafio:

Tota licet Babylon destruxit tecta Lutherus,

Calvinus muros, sed fundamenta Socinus[322].

Giorgio Biandrata saluzzese (-1585), dottore nell’Università di Montpellier poi di Pavia, scrisse intorno all’ostetricia e alle malattie muliebri il meglio che fin allora si fosse fatto, e senza conoscere nè il commento del Berengario nè le opere del Pareo. Chiesto a curare Giovanni Zapoly vaivoda della Transilvania, lo portò al grado di prendere moglie Isabella, figlia di Bona Sforza regina di Polonia, alla quale e al bambino, nato poco prima della morte del padre, prestò utilissimi servigi. Non è da annoverare fra i perseguitati di Vicenza[323], perocchè nel 1552 lo troviamo reduce in quiete a Mestre; di là pare fuggisse a Ginevra, dove udì Calvino, ma datosi agli Antitrinitarj, fu dal Vermiglio chiamato a Zurigo, poi capo d’una chiesa istituita da Olesnieski signor di Pinczowia; e quando Sigismondo Augusto di Polonia aperse questo regno agli eretici, Giorgio si trasferì a Cracovia, assistette a due concilj, collaborò alla traduzione polacca della Bibbia sotto la protezione di Nicola Radzivil, e sostenne calorose dispute[324], tenuto come colonna dagli Antitrinitarj, e da quel re fatto archiatro e consigliere intimo. Pure non si staccava affatto dai Cattolici, tornò talvolta alla Corte polacca, che l’adoprò in importanti nunziature: onde Fausto Socino lo mise in sospetto al vaivoda, poi inveì contro di esso, e sparse fosse ucciso dal nipote Bernardino.

In Polonia predicò pure Francesco Stancari mantovano (-1574), che insegnando ebraico in un’accademia eretta a Spilimbergo da Bernardino Partenio, manifestò idee eterodosse, onde dovette fuggire, e da Basilea diresse ai magistrati veneti un trattato della Riformagione. Il concilio di Ginevra preseduto da Calvino lo scomunicò, perchè professava che Gesù Cristo fu mediatore presso l’eterno Padre come uomo non come Dio; e dappertutto venne contrariato per dottrine esorbitanti. A Cracovia seppe dissimularle; ma quando il vescovo insospettito il fece arrestare, i signori ne ottennero la liberazione; ond’egli incoraggiato propose si abbattessero le immagini e tutto l’antico culto, e diede un codice in cinquanta regole per le nuove chiese. Nell’opera contro i ministri di Ginevra e di Zurigo (Cracovia 1562) scrive che «il solo Pietro Lombardo val meglio che cento Luteri, ducento Melantoni, trecento Bullinger, quattrocento Pietro Martiri e cinquecento Calvini; dei quali tutti, se si pestassero in un mortajo non si strizzerebbe un’oncia di vera teologia».

Francesco Pucci fiorentino, stando a Lione per commercio e frequentando i letterati contrasse le opinioni protestanti, e lasciati i traffici, si pose alla teologia in Oxford, dove fu dottorato il 1574. Nel trattato De fide in Deum quæ et qualis, combattè i Calvinisti che prevaleano su quell’Università; onde perseguitato, ricoverò a Basilea, e legato d’amicizia e di credenze con Fausto Socino, pubblicò una tesi che tutto il genere umano fin dall’utero materno è efficacemente partecipe dei benefizj di Cristo e della beata immortalità. Per essa dovette andarsene anche da Basilea; nè maggior tolleranza trovò a Londra, ove anzi fu messo prigione; nè in Olanda, ove con molti disputò. A Cracovia due alchimisti inglesi lo persuasero che poteano, mediante il commercio con certi spiriti, scoprir cose ignote al resto degli uomini; ed egli vi credette, e cercò persuaderne altri. Disingannatone, si ravvide anche de’ suoi errori, in man del vescovo di Piacenza nunzio a Praga si ritrattò, e ordinato prete, servì come secretario al cardinale Pompeo d’Aragona[325].

Da qui siete chiari come la Riforma straziasse se stessa; e qualvolta il senno individuale sottentri al comune, è egli possibile trovar un punto d’accordo, cui si pieghi l’orgoglio della libera interpretazione? Intolleranti come quelli da cui s’erano staccati, e senza avere come questi l’appoggio dell’autorità divina, ognuno presumeva con eguali titoli essere al possesso della verità, sicchè condannava il dissenziente; i sinodi scomunicavano l’un l’altro; l’un predicante cacciava l’altro; il Bullinger, pastore supremo a Zurigo, querelevasi altamente dei tanti Italiani rifuggiti in quella città; Comander li chiamava accattabrighe, insofferenti d’istruzione altrui, della propria opinione tenacissimi[326].

Risentiva dunque tutta la società le scosse della Riforma, la quale era giunta alle estreme sue conseguenze, cioè fino a rinnegare Cristo, e surrogare al deismo epicureo il deismo razionale; onde i Cattolici aveano bene di che sgomentarsi, e voler riparare con una riforma cattolica. Di questa fu zelantissimo Paolo IV, succeduto (1555) al brevissimo papato del sant’uomo Marcello II. Avea istituito i Teatini, detti così dal vescovado cui egli rinunziò per entrarvi; e avendo a Trento costantemente propugnato la parte più rigorosa, nè mai usato condiscendenza a verun cardinale, si meravigliò al vedersi eletto. Se appuntammo il suo sparnazzarsi in una politica secolaresca, lodiamolo d’aver piantato la politica pratica fondata sui diplomi, e che perciò fu poi detta diplomatica: poichè il cardinale Vitellozzo Vitelli avendone raccolto un gran numero, principalmente concernenti la famiglia Caraffa, chiarì di quant’uso potessero essere, incoraggiò le grandi famiglie a fare altrettanto, e il papa secondò le ricerche. Questo gloriavasi di non aver trapassato un giorno senza fare un ordine per emendazione della Chiesa; onde ben gli si appropriò una medaglia, portante Cristo che caccia dal tempio i profanatori.

La dominazione spirituale ben s’impianta sopra il volontario consenso degli intelletti; e quando ricorre deliberatamente alla forza materiale, palesa un indebolimento già sentito. Nessuno negherà nè che la Chiesa abbia diritto di eliminare e punire chi la contamina, nè che nell’applicazione siasi ecceduto: ma la storia contemporanea non ci spiega abbastanza questi trascorsi, comuni a tutte le nazioni? L’inquisizione come tribunale, ignota ai primi secoli quando pena era la scomunica, cioè l’escludere dalla comunione delle preghiere e de’ sacramenti, fu introdotta in Linguadoca come spediente politico per assodare nella Francia quella nazionalità che altre genti vagheggiano a qualsiasi costo: negli altri paesi, in mancanza d’eretici, vegliava sui costumi e sulla disciplina, puniva le bestemmie anche dette per ira o malvezzo, la bigamia, le superstizioni, lo sparlar del clero. In Ispagna diretta pure in senso della nazionalità, cioè a svellere ogni residuo della dominazione straniera, trascese, come avviene delle nazionali vendette; e quando essa perseguitava i Musulmani, migliaja di famiglie arrivarono a Genova e in altri porti d’Italia in tale sfinimento, che molti soccombettero alla fame e al freddo, costretti sin a vendere i figli per pagare il naulo; e diffusero qui il morbo marano.

Sisto IV, deplorabile pontefice, sin dal primo momento che re Ferdinando la introdusse, ne mostrò tal disgusto, che d’ambe le parti si arrestarono gli ambasciatori, e il Cattolico richiamò i suoi sudditi. Sisto da poi cedette, e confermolla nel 1478; ma udendo lamenti sulla durezza de’ primi inquisitori, dichiarò surrettizia quella bolla, ammonì essi inquisitori, e determinò non procedessero che d’accordo coi vescovi, nè si estendesse il Sant’Uffizio alle altre provincie; poi destinò un giudice d’appello papale, a cui potessero gravarsi i maltrattati; molte sentenze cassò e addolcì; e per quanto i Cattolici e Carlo V procurassero eludere quest’intervenzione della santa Sede, è memoria di condannati a cui quei giudici fecero restituire o i beni o l’onore civile, almeno i figli cercarono salvarne dall’infamia e dalla confisca, e spesso imposero agli inquisitori d’assolverli in segreto, per sottrarli alle pene legali e alla pubblica ignominia. In tali arti perseverarono Giulio II e Leone X, e quali dispensarono dal portare il sanbenito, cioè il sacco di penitente, a quali tolsero d’in sulla tomba i segni di riprovazione: Leone scomunicò l’inquisitore di Toledo nel 1519, ad onta di Carlo V; ed essendo condannato il Vives come sospetto di luteranismo, Paolo III lo disse innocente, e lo pose vescovo delle Canarie: il famoso latinista Marcantonio Mureto, chiesto in patria al rogo come eretico, fu accolto in Roma ad insegnare all’ombra papale: Leone proferì reo di morte chi falso testimoniasse davanti al Sant’Uffizio, e voleva riformare radicalmente l’Inquisizione di Spagna, legandola ai vescovi; ma Carlo V ne lo stornò col solito spauracchio di Lutero[327].

Fin dal suo tempo il Segni accorgevasi che l’Inquisizione spagnuola «fu istituita per tôrre ai ricchi gli averi e ai potenti la stima. Piantossi dunque sull’onnipotenza del re, e fa tutto a profitto della potestà regia, a scapito della spirituale. Nella prima sua idea e nel suo scopo è un’istituzione politica: è interesse del papa mettervi ostacoli, come fa tutte le volte che può: ma l’interesse del re è di mantenerla in continuo progresso». E che sia vero, il re di Spagna nominava il grande inquisitore, approvava gli assessori, fra cui due dovevano essere del consiglio supremo di Castiglia; il tribunale dipendeva dal re, così padrone della vita e della roba de’ sudditi, e che della cassa dell’Inquisizione faceva un fondo di riserva proprio, a segno che più volte agl’inquisitori non restava tampoco abbastanza per le spese; i grandi e il clero n’erano colpiti egualmente, senza privilegio o eccezione; laonde, mentre esprimeva lo sforzo nazionale contro i Maomettani e gli Ebrei, era pure un artifizio regio per assoggettarsi la Chiesa e la nobiltà.

Ogni autorità minacciata suol esacerbare i rigori, e colla necessità della difesa giustificare la persecuzione: e quel tribunale fu esteso come una legge marziale contro l’irrompere di eresie, che dove prevalsero, cagionarono ben maggior effusione di sangue, che non tutti i roghi del Sant’Uffizio.

Prevalse poi le idee di tolleranza, vengono obbrobriati coloro che propongono spiegazione, non giustificazione alle vecchie persecuzioni, mentre pajono eroi coloro che declamano senza lealtà contro istituzioni di cui più non si ha a temere, o echeggiano senza critica coloro che a carico della religione posero e quei rigori e quegli atti di fede[328].

Fatto è che allora, in nome della religione della misericordia, si rinnovavano gli orrori dell’imperio romano, e al gentilesimo delle voluttà e dell’ingegno credeasi riparare con quello dell’oppressione e de’ supplizj, togliendosi e la sicurezza del vivere e la franchezza del pensare[329]. Paolo IV dando all’Inquisizione un’insolita vigoria, non la volle più dipendente da ciascun vescovo, ma dalla congregazione del Sant’Uffizio, autorizzata a giudicare delle eresie di qua e di là dall’Alpi; laonde pose in ogni città «valenti e zelanti inquisitori, servendosi anche di secolari zelanti e dotti, per ajuto della fede, come verbigrazia dell’Odescalco in Como, del conte Albano in Bergamo, del Muzio in Milano. Questa risoluzione di servirsi di secolari fu presa perchè non solo moltissimi vescovi, vicarj, frati e preti, ma ancora molti dell’istessa Inquisizione erano eretici»[330]. Singolare confessione!

Allora si estesero le procedure del Sant’Uffizio, il quale doveva inquisire gli eretici o sospetti d’eresia, i fautori loro, i maghi, malefici e incantatori, i bestemmiatori, quelli che si oppongono al Sant’Uffizio ed a’ suoi uffiziali. Sospetto d’eresia è chi lascia sfuggirsi proposizioni che offendono gli ascoltanti o fanno atti eretici, come abusare de’ sacramenti, battezzare cose inanimate, quali sarebbero calamita, cartavergine, fave, candele; percuotono immagini sacre, tengono, scrivono o leggono libri proibiti; si allontanano dal vivere cattolico col non confessarsi, mangiar cibi vietati, e simili.

Le procedure sue, che tanto ci destano orrore, non erano che le consuete; e basti in prova l’essere pubblicamente stampati i suoi codici, secondo i quali, al reo è dato un procuratore, persona intelligente e di buon zelo, col quale egli possa comunicare e che ne faccia le difese; di tutti gli atti e le deposizioni si tenga protocollo; «i vicarj saranno avvertiti di non permettere che i notari diano copia degli atti del Sant’Uffizio, per qualsivoglia causa, salvo al reo, e solamente quando pende il processo; senza il nome de’ testimonj, e senza quelle particolarità per le quali il reo potesse venir in cognizione della persona testificante»[331].

I principi, accortisi che al religioso teneano dietro cambiamenti politici, fecero causa comune con quella Roma di cui aveano avuto gelosia, e per tutto fu invigorita l’Inquisizione, repudiando la connivenza tanto consueta in Italia; con privilegi e indulti si allettavano fraternite d’uomini e donne a servire di famigli al Sant’Uffizio, che non solo investigava l’eretica pravità, ma la negligenza delle pratiche religiose, fiutava le cucine al venerdì, sofisticava qualche parola sfuggita ai professori, insomma avviava alla polizia odierna; superiore a questa solo in quanto supponeva andarne di mezzo, non l’interesse momentaneo d’un principe, ma la salute delle anime. La tolleranza, virtù eminentemente civile, che nell’uomo di credenza diversa non ci lascia considerare se non il fratello e il concittadino e a Dio riserva il giudizio della coscienza, chi conoscevala in quell’età? Lutero invocava le spade regie contro i dissidenti, mentr’esso li perseguitava colle imprecazioni; e tutti potemmo vedere a Dresda la mannaja che i Luterani adopravano contro gli avversarj, dov’è scritto: Hüt dich Calvinist: Calvino facea bruciare Serveto: Enrico VIII ed Elisabetta scriveano col sangue de’ Cattolici tiranniche leggi, come Maria e Filippo II con quello degli Eretici: Ferdinando d’Austria colle stragi d’Ungheresi e Boemi dissidenti vendicava stragi precedenti di costoro: insomma inviperiva una lotta dove chi non uccidesse, sarebbe ucciso.

Fu allora che l’Accademia di Modena andò dissipata come dicemmo, e molti membri di essa fuggirono; molti Ferraresi, tra’ quali Olimpia Morata ch’era stata educata da Giovanni Sinapio, protestante precettore delle figliuole della duchessa, e sposò Andrea Grundler protestante, studente all’Università di Ferrara. Scrisse ella dialoghi latini e poesie greche; e rifuggita ad Eidelberga professò lingua greca, e morì di soli ventinove anni. Di là scriveva: Ferrariæ crudeliter in Christianos animadverti intellexi, nex summis nec infimis parci: alios pelli, alios vinciri, alios fuga sibi consulere[332].

I Riformati, che ci conservarono il nome de’ loro martiri, descrivono la fierezza de’ supplizj subiti dal Fannio di Faenza in Ferrara, da Domenico Cabianca bassanese, da frà Giovanni Mollio professore di Bologna, da Pomponio Algieri di Nola, da Francesco Gamba di Como, da Goffredo Varaglia cappuccino piemontese, da Luigi Pasquale di Cuneo. Il Poggiali estrasse da vecchia cronaca il nome di molti inquisiti piacentini[333].

Ogni causa ha tristi apostoli, che credono servirla col mostrare come abbia molti nemici, e in quella generalità di nomi che esclude la critica e la discolpa avvolgono le persone meno meritevoli di sospetto. Così allora avvenne, e nella inflessibilità del suo zelo Paolo IV fe gittare prigioni il cardinale Morone ed Egidio Foscarari vescovo di Modena, reputatissimi prelati, e i vescovi Tommaso Sanfelice della Cava, Luigi Priuli di Brescia, imputati di nutrire opinioni ereticali, o mal difendere le ortodosse. Anche don Gabriele Fiamma veneto, canonico lateranese e vescovo di Chioggia, autore di poesie spirituali, predicando a Napoli il 1562, fu accusato d’eresie[334]. E per verità, se la Riforma, filosoficamente considerata, era un lanciarsi dello spirito verso la libertà, un voler pensare e giudicare secondo la testa propria intorno a fatti e idee che fin allora si erano ricevuti dall’autorità, ne scendea drittamente che divenissero sospetti tutti i pensatori, tutti, anche gli zelanti.

Questo frà Michele Ghislieri alessandrino si segnalò nell’alta Italia per zelo inquisitorio; e l’opposizione che trovò dappertutto ci rivela non tanto il precipitare delle opinioni in senso protestante, quanto l’indispettirsi della violenza. Avuto spia che a Poschiavo, paese italiano appartenente ai Grigioni, si stampassero libri ereticali destinati all’Italia, e che alcune balle erano state spedite ad un negoziante di Como, frà Michele le sequestrò. Il capitolo comasco, spalleggiato dal governatore, voleva fossero restituite; e non riuscendo, il popolo ne levò tal rumore che frà Michele dovette ritirarsi. Anche a Morbegno in Valtellina eresse processo di eresia contro Tommaso Pianta vescovo di Coira, senza citarlo nè nominare i testimonj; sicchè i Grigioni gli fecero vietare di procedere contro chicchefosse senza previa loro licenza: e perchè egli, obbedito alla prima, rinnovò poi le processure, il popolo a pena si tenne che non gli mettesse le mani alla vita.

Ebbe poi ordine d’inquisire Vettore Soranzo vescovo di Bergamo, il quale in conseguenza fu sospeso, ma dopo due anni rintegrato. Maggiori indizj trapelavano contro Giorgio Medolago: ma la costui potenza avrebbe impedito l’inquisitore se a questo non fosse venuto in sussidio Giovan Girolamo Albani. Mercè del quale il Medolago fu preso: ma la Signoria veneta lo fece levare a forza delle carceri del Sant’Uffizio e trasportarlo nelle sue, nelle quali morì. L’opposizione allora obbligò il Ghislieri a partire di Bergamo, del che si dava colpa a Niccolò da Ponte che poi fu doge, e che perciò venne in odore di luterano. Quell’Albani, valentissimo giureconsulto, godea di alto favore presso la Signoria; ma quando due suoi figliuoli nella chiesa di Santa Maria Maggiore uccisero il conte Brembati, egli, come loro complice, fu per dieci anni relegato in Dalmazia. Il Ghislieri però, divenuto papa Pio V, conferì ai figliuoli il titolo di gentiluomini romani, e al padre il governo della marca d’Ancona, poi il cappello cardinalizio, che, non senza eventualità di salir papa, portò degnamente fino ai novantasette anni.

Il decreto del 1558, per cui tutti i frati che fossero fuori venivano obbligati a tornare ai loro conventi e ricevere il castigo meritato, indusse molti a fuggire in Olanda e a Ginevra: e se credessimo a Gregorio Leti[335], più di ducento buttaronsi eretici.

In generale l’Inquisizione, severissima a chi si ostinasse, ai confessi e ricredenti mostrava carità: alquanti furono arsi in Roma e mazzerati a Venezia: molti obbligati a ritrattarsi d’errori, in cui erano incorsi prima di saperli condannati. Ma il popolo ne prese tal disamore a Paolo IV, che appena morto abbattè la sua statua, erettagli poco prima dal troppo labile favore di quella plebe, e ficcò il fuoco al palazzo dell’Inquisizione. Pontefice difficile a giudicare fra atti così disformi; ma certamente coll’alienarsi dall’imperatore per istudio dell’italica indipendenza, tolse che questo il coadjuvasse ad estirpare l’eresia che allora prese consistenza.

Carlo V, che odiava i Protestanti dacchè in Germania l’aveano costretto a concessioni repugnanti al suo orgoglio, s’accorse come le loro dottrine serpeggiassero in Napoli, e con un severissimo editto del 1536, valevole per tutti i suoi regni, v’interdisse ogni commercio e corrispondenza con persone infette o sospette d’eresia, pena la morte e la confisca. Colà avea predicato e fatto proseliti l’Ochino: poi Giovanni Valdes, gentiluomo spagnuolo, dall’imperatore lasciato segretario al vicerè Pier di Toledo, disputò della Giustificazione; sebbene scarso di dottrina, coll’enfasi cattivava gli animi; e gl’inquisitori attestano che fin tremila proseliti si trasse dietro. Fra questi Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, figlio d’una Caraffa, parente di Paolo IV, marito d’una duchessa di Nocera, gentiluomo dalla chiave d’oro di Carlo V, le dottrine di Pietro Valdes e di Pietro Martire propagò, poi abbandonando la famiglia, e una splendida fortuna, andò nel 1551 a fondare a Ginevra un concistoro italiano, e chiesa distinta con un formulario proprio. Primo ministro ne fu Massimiliano Martinengo conte bresciano, poi Lattanzio Rangoni profugo di Siena. Invano i parenti procurarono richiamarlo; suo padre, pregatolo ad un colloquio in Venezia, non potè espugnarne la fermezza; trattolo un’altra volta a Vico, il padre, i figliuoli, la moglie ch’esso teneramente amava, il supplicarono rimanesse in patria e nella fede comune, ma egli s’ostinò al niego. Proposto a Calvino, a Pietro Martire, al Zanchi se potesse far divorzio, decisero di sì, ond’egli sposò una dama di Rouen, visse onorato fin al 1586, e Calvino gli dedicò la seconda edizione de’ suoi commenti sull’epistola ai Corintj.

Antonio Caracciolo, figlio del principe di Melfi maresciallo di Francia, lasciò la corte di Francesco I per farsi certosino: ma anche nel chiostro recò l’inquietudine, intrigò in Corte, e fatto vescovo, nè potendo da Sisto V ottenere il cappello rosso, si diede coi Riformati, dapprima continuando a dirsi vescovo e ministro del santo Vangelo: scrisse poesie francesi e italiane; e polemiche religiose, finchè morì nel 1569. Lorenzo Romano di Sicilia, già agostiniano, disseminati occultamente gli errori di Zuinglio qui, poi rifuggito in Germania, tornò a casa nel 1549 insegnando la logica di Melantone, sponendo le epistole di san Paolo nel nuovo senso, e pubblicò anche un’opera intitolata Beneficio di Cristo. Citato all’Inquisizione fuggì, poi venne volontario a costituirsi, si disdisse e ottenne perdono, facendo molte penitenze e pubblica abjura nelle cattedrali di Napoli e Caserta, e confessando d’avere assai proseliti, fra cui molte dame titolate.

Il vicerè Toledo, cui Carlo V nessuna cosa aveva raccomandata più che d’impedire la diffusione dell’eresia, bruciò una gran catasta di libri che la propalavano, e vietò l’introdurre qualunque trattato di materie teologiche non approvato dalla santa Sede, e le accademie che, sotto coperta di letteratura o di filosofia, facilmente invadevano il campo teologico. Poi, spintovi dall’imperatore che vedeva in Germania gli scompigli causati dalla Riforma, cercò introdurre nel regno l’Inquisizione spagnuola, la quale, operando indipendente dai vescovi e da ogn’altra autorità, nè dando contezza de’ testimonj, apriva agevolezza alle vendette e alle false deposizioni, e aggiungeva alle pene anche la confisca. Pertanto i Napoletani vi si oppongono, e non valendo le parole, le piazze insorgono (1547) gridando arme, strappano i cedoloni, surrogano ai vecchi eletti del popolo altri più creduti; i nobili si mescolano co’ plebei aizzandoli e chiamandoli fratelli. Il Toledo citò Tommaso Anello sorrentino plebeo, e il nobile Cesare Mormile, capi del tumulto; ma tal folla gli accompagnò, ch’egli dovette dissimulare, e lasciar che fossero portati in trionfo alle varie piazze onde rassicurare e attutire il popolo; intanto egli, dando buone parole e promettendo che, vivo lui, mai non s’introdurrebbe tal tirannia, chiamava truppe.

Un accidente da nulla dà occasione di far sangue; gli Spagnuoli assalgono i tumultuanti; questi rispondono colle barricate e colla campana a martello; la via Toledo e la Catalana inorridiscono di carnificina; alcuni nobili, non più rei degli altri ma per esempio, sono mandati sommariamente al supplizio, e il Toledo, credendo aver atterrito, passeggia fieramente la città. Nessuno gli fece atto di rispetto; la plebe, a fatica rattenuta dal farlo a brani, formò regolarmente un’unione, considerando per traditore della patria chi non v’entrasse, e prese le armi, guidata dal Mormile e dai Caracciolo; si deputò all’imperatore Ferrante Sanseverino principe di Salerno, con Placido Sangro, per chiarirlo come non fosse ribellione contro lui quell’insorgere contro un rigore illegale, giacchè fra i capitoli del Regno era che non si porrebbe l’Inquisizione spagnuola. Stettesi dunque lungo tempo in aspetto di guerra, nè mancava chi suggerisse o di darsi al papa che all’antica ragione di sovranità univa ora l’odio particolare contro gli Ispani, o di chiamare Pietro Strozzi e i Francesi che allora campeggiavano a Siena. Ma i più perseveravano nelle forme di soggezione, gridando Impero e Spagna: i baroni erano stati domandati in castello dal vicerè a titolo di obbedienza feudale: le buone famiglie si ritirarono, sicchè la feccia prevalendo e i fuorusciti, tutto andava a disordine l’infelicissimo paese, e bisognava blandire alla ciurma coll’esagerazione delle parole e la villania del vestire e del trattare; intanto che i soldati spagnuoli coglievano ogni occasione e pretesto di saccheggiare, e da una parte e dall’altra cercavansi sussidii e munivansi fortezze.

A suggerimento pure del papa e di san Carlo fu deputato all’imperatore il famoso giureconsulto Paolo d’Arezzo con calde suppliche, nelle quali si dà questa strana ragione che, essendo colà troppo comuni i giuramenti falsi, niuno si terrebbe sicuro della vita e dell’avere. L’imperatore a fatica volle concedere udienza ai deputati, e ordinò si deponessero le armi in mano del vicerè; e la città scoraggiata obbedì, implorò misericordia; pure ottenendo che i casi d’eresia fossero giudicati dagli ecclesiastici ordinarj. Trentasei eccettuati dall’amnistia già erano fuggiti; il Mormile con altri ricoverò in Francia, ben visto e provveduto; l’imperatore dichiarò fedelissima la città, e le impose centomila scudi d’ammenda. Il nuovo papa Giulio III vietò per bolla si facessero confische per casi d’eresie, cassando anche le fatte sin allora[336]: e i colpevoli erano diretti a Roma, dove fatta abjura e le penitenze imposte, erano rimandati a casa.

A Carlo V era succeduto nel regno di Spagna e ne’ dominj dell’Asia, dell’America e dell’Italia Filippo II, il cui nome rappresenta proverbialmente la opposizione contro l’eresia, e in conseguenza per taluni una generosa come che inesorabile perseveranza, per altri il tipo della tirannide, della fierezza, dell’ipocrisia. L’Inquisizione, da suo padre in testamento raccomandatagli, fece esercitare coll’inflessibilità di chi crede compiere un dovere. Allora si estesero quelle arsioni di eretici, teatralmente solennizzate, talmente credevansi giuste: e perchè i suoi sudditi non fossero trattati disugualmente, voleva anche a Milano fare l’infausto dono del Sant’Uffizio al modo spagnuolo; ma la città deputò alti personaggi al re, al concilio, al papa che si adombrava di questo tribunale da lui indipendente; e si ottenne di non aggiunger questo ai tanti mali della Lombardia.

Nel Napoletano esacerbati i rigori e i sospetti, delle persone che aveano frequentato le conversazioni di Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga, molte furono citate al vicario dell’arcivescovo; e Giovan Francesco d’Alois di Caserta e Giovan Bernardino di Gargàno d’Aversa decapitati ed arsi, e confiscati i loro beni, malgrado il privilegio di Giulio III. Ciò empì la città di sgomento; molti migrarono; le piazze inviarono al vicerè duca d’Alcala onde sincerarsi se stesse il disegno di piantarvi l’Inquisizione spagnuola, ed egli assicurava di no. Nè però ricusavano l’Inquisizione consueta, esercitata dai vescovi; e nel Seggio di Capuana è detto[337]: — Si faccia deputati, con ordine che devano andare a ringraziare monsignor arcivescovo illustrissimo delle tante dimostrazioni fatte contro gli Eretici e gli Ebrei, e supplicarla che voglia esser servito di far intendere a sua beatitudine la comune soddisfazione che tiene tutta la città, che queste sorte di persone sieno del tutto castigate ed estirpate per mano del nostro Ordinario, come si conviene; come sempre avemo supplicato, giusta la norma de li canoni e senza interposizione di corte secolare, ma santamente procedano nelle cose di religione tantum». Però anche que’ paesi vedremo allagarsi di sangue per cagione religiosa.

I principi trovarono l’Inquisizione spediente a reprimere i germi repubblicani, e sotto il granduca Cosmo si fece a Firenze un atto-di-fede: la processione degli Eretici condannati a far ammenda era preceduta dal gonfalone, colla croce in campo nero tra la spada e il ramo d’ulivo, e colla scritta Exurge, Domine, judica causam tuam; ventidue soggetti seguivano Bartolomeo Panciatichi, già ambasciatore ducale alla corte di Francia, vestiti con cappe e sanbeniti dipinti a croci; e condotti alla metropolitana, vi ottennero l’assoluzione, mentre sulla piazza bruciavansi i loro libri. In San Simone subivano la stessa cerimonia privatamente alcune donne, sospette di novità.

Pure esso granduca non accettò il decreto di Paolo IV sui libri proibiti, se pure non fossero avversi alla religione, o trattassero di magia od astrologia giudiziaria; de’ quali il 3 marzo 1559 fu bruciata una catasta avanti a San Giovanni e Santa Croce. Lodovico Domenichi, per aver tradotto e stampato con falsa data la Nicomediana(?) di Calvino, fu condannato abjurare col libro appeso al collo, e a dieci anni di carcere; ma ne ottenne remissione per istanze di monsignor Giovio. Frà Luca Baglione perugino nell’Arte di predicare (1562), tra molti atti proprj racconta che, inveendo in una, non dice quale città, contro gli eretici, un di costoro gli tirò un’archibugiata, da cui però Iddio preservollo; e un’altra volta assalito da più di quindici siffatti in istrada, potè difendersene colla sola parola di Dio[338].

Presa Siena, i soliti zelanti subillarono Cosmo contro i Socini, eresiarchi di colà; ed egli sulle prime non vi badò, poi li tolse a perseguitare: furono presi alquanti Tedeschi che vi stavano a studio, oltre alcune maliarde, cinque delle quali bruciate nel 1569. Maestro Antonio della Paglia di Veroli che latinizzò il suo nome in Aonio Paleario, scrittore coltissimo d’un poema sull’immortalità dell’anima, che Vossio chiama divino e immortale, attinte a Siena le idee de’ Socini e dell’Ochino, le diffuse a Colle e a San Geminiano; scrisse il Trattato del beneficio della morte di Cristo, dove sostiene la giustificazione per mezzo della fede, che fu confutato da Ambrogio Caterino; e l’Actio in pontifices romanos et eorum asseclas, quando trattavasi di raccorre il concilio di Trento; e lettere a Lutero e Calvino[339]. Perseguitato, indirizzò a’ senatori di Siena una pomposa diceria latina, e, — Non siamo più a’ tempi dove un vero cristiano possa morire a suo letto. Ma ci accusino pure, ci imprigionino, ci torturino, ci strozzino, ci diano alle belve, tutto sopporteremo, purchè ne derivi il trionfo della verità». Allora passò a Lucca e v’ebbe impiego, poi dal senato di Milano fu invitato professore, indi rifuggì a Bologna, infine vi fu consegnato alla romana Inquisizione, che dopo tre anni di carcere il condannò ad essere strozzato ed arso, di settant’anni.

Fu allora che il Torrentino, nitido editore, si mutò dalla Toscana ne’ paesi del duca di Savoja, e stampò le storie di Giovanni Sleidan, probabilmente tradotte dal Domenichi; e i Giunti a Venezia, ove la maggior libertà fece prosperare la tipografia[340]. Antonio Bruciòli, durando ancora la repubblica fiorentina, aveva sparlato dei monaci: a che tante religioni e tanti abiti? tutti dovrebbero ridursi sotto una regola sola; e non impacciarsi d’affari mondani, dove non recano che guasto, come è avvenuto di frà Girolamo; altre volte morendo lasciavasi di che abbellire e fortificare la città, ora unicamente ai frati acciocchè trionfino e poltreggino, invece di lavorare come san Paolo; ed «era tanto costante e ostinato in questa cosa de’ preti e de’ frati, che, per molto che ne fosse avvertito, e ripreso da più suoi amici, mai non fu ordine ch’egli rimanere se ne volesse, dicendo Chi dice il vero, non dice male» (Varchi). Stabilitisi i Medici, e svelenendosi egli anche contro di questi, fu imprigionato; uscitone, si salvò a Venezia con due fratelli stampatori, pei quali pubblicò la Bibbia tradotta in lingua toscana (1538). Sebbene pretenda aver lavorato sul testo originale, pochissimo sapeva d’ebraico, e la sua Bibbia fu trovata riboccante d’eresie, come il prolisso commento che ne stese in sette tomi: non sembra però che egli disertasse la Chiesa cattolica[341].

Monsignor Pietro Carnesecchi, gentiluomo favorito dai Medici in patria, in Francia e a Roma, conobbe in Napoli Pietro Valdes, l’Ochino, il Vermiglio, il Caracciolo, poi in Viterbo il vescovo Vittore Lorenzo, il Vergerio, Lattanzio Rangone, Luigi Priuli, Apollonia Merenda, Baldassarre Altieri, Mino Celsi; ebbe dimestichezza con Vittoria Colonna, Margherita di Savoja, Renata di Francia, Lavinia della Rovere Orsini; con Melantone e con altri eretici trattò di presenza poi per lettere, e col credito e col denaro combattè l’autorità pontifizia, i frati, il purgatorio, le indulgenze, la confessione, la cresima, i digiuni; l’invocazione dei santi, i voti di castità; a salvarsi bastare la fede senza concorso delle opere; nell’eucaristia trovarsi veramente il corpo di Cristo, ma non transustanziato; potersi senza colpa leggere i libri ereticali e mangiar grasso in qualunque giorno. Paolo IV citatolo invano, lo fece scomunicato; ma perchè continuava senza dissimulare, Pio IV ottenne che Cosmo gliel consegnasse. Sì bene si difese, che fu rimandato; nè però tacque, sovvenne di denari Pier Leone Marioni e Piero Gelido da Sanminiato, ecclesiastico di molta dottrina, che scoperti di eresia poterono rifuggire a Ginevra. Cosmo non gli diminuiva la sua famigliarità; ma poi richiesto dal rigido Pio V, il consegnò all’Inquisizione, ove confesso e convinto, fu condannato al fuoco. Il papa sospese dieci giorni l’esecuzione se volesse intanto ricredersi; ma disputando egli in sinistro senso fin col frate che il confortava, venne decapitato ed arso[342] (1567).

Antonio Albizzi, che in Firenze istituì l’accademia degli Alterati e fu console della Fiorentina, servendo al cardinale d’Austria in Germania prese affetto alle dottrine nuove, e con un amico venne in Italia onde metter sesto agli affari suoi, per poi andare a liberamente professarle. Ma scoperti, l’amico fu côlto e dato al Sant’Uffizio; l’Albizzi fuggì (1626), e tornò ad Innspruck poi a Hempen in Svevia; e quando appunto il Sant’Uffizio gli iterava la citazione, morì. Intanto in Toscana crescevansi i famigliari del Sant’Uffizio, distinti con una croce rossa, esenti dalla potestà secolare ed autorati a portar l’armi. Il granduca temette che quest’abito non servisse di maschera ai molti che avversavano la sua dominazione; pure non potè frenare gl’inquisitori, che a Siena e a Pisa inesorabilmente perseguivano chiunque uscisse in proposizioni ambigue, nè tampoco perdonando a leggerezze di studenti.

Se la paura che si volgesse la critica dalle cose sacre alle politiche faceva rigorosi i governi principeschi, anche l’aristocratica Lucca se n’inquietava. Già fin dal 1525 proibiva i libri di Lutero e di Luterani, e chi n’avesse dovea consegnarli; ma molti proseliti già vi erano, e il cardinale Bartolomeo Guidiccioni da Roma nel 1542 scriveva al governo di quella sua patria: — Qui è nuova per diverse vie quanto siano multiplicati i pestiferi errori di quella condannata setta luterana in la nostra città; li quali, ancorchè paressero sopiti, si vede che hanno dormito per svegliarsi più gagliardi... Fino ad ora si è potuto pensare che il male fusse in qualche pedante e donne; ma intendendosi le conventicole qual si fanno in Santo Agostino, e le dottrine quali s’insegnano e stampano, e non vedendo fare alcuna provvisione da quelli che governano, o spirituale o temporale, nè ricercare che altri la facci, non si puol credere altro se non che tutto proceda con volontà e consenso di chi regge. Onde di nuovo prego le S. V. che ci faccino tal provvigione, che rendi presto tanto buon odore, quanto fetore ha sparso e sparge il male; e chi cacciasse con autorità della sede apostolica quelli frati, autori e nutritori già tanto tempo di quelli pestiferi errori, e desse quel loco a chi facesse frutto bono, e castigasse qualcuno di quella setta, saria forse salutifero rimedio...

«Intanto pareria che le S. V. col loro braccio ordinassero che il vicario del vescovo facesse incontinente prendere quel Celio (il Curione) che sta in casa di messer Nicolò Arnolfini, il quale dicono aver tradotto in vulgare alcune opere di Martino, per dare quel bel cibo fino alle semplici donne de la nostra città, e che ha fatto stampar quei precetti a sua fantasia: oltrechè e da Venegia e da Ferrara se ne intende di lui pessimo odore. Così è da far diligenzia in quei frati di Sant’Agostino, massime di ritener quel vicario, il quale s’intende per certo che ha comunicati più volte molti de’ nostri cittadini con darli dottrina che quello debbon fare in memoria solo della passione di Cristo, non già perchè credino che nell’ostia vi sia il suo santissimo corpo. E custoditi con diligenzia, li potranno mandare a Roma, o vero avvisare come li tengono ad instanzia di S. B.; acciocchè ogni uomo cognosca che le S. V. vogliono cominciare a far qualche dimostrazione, ed essere, come sono stati i nostri avoli, buoni e cattolici cristiani e obbedienti figli della santa Sede apostolica...

«Questa mattina, da poi la partita dell’ambasciatore, in la congregazione fatta dalli reverendissimi deputati sopra queste eresie e errori luterani, dinanzi N. S. sono state lette otto conclusioni luterane e non cattoliche di don Costantino priore di Fregionara, le quali sono tanto dispiaciute a N. S. e alli reverendissimi deputati, che mi hanno commesso che io scrivi a V. S. che lo faccino incarcerare con darne avviso, o che lo mandino con quello altro frate di Sant’Agostino. E così le ricerco che vogliano fare e con diligenzia, perchè sarà grande purgazione del mal nome della nostra città, e mostreranno che tali errori li dispiaciono, e faranno cosa grata a Dio».

Nè tale sollecitudine era senza motivo; perocchè Pietro Martire Vermiglio, dirigendo ai fratelli lucchesi l’apologia della propria fuga, si congratulava che colà i credenti aumentassero. Forse ne esageravano il numero sì Roma per aver ragione di piantarvi l’Inquisizione, sì il signor di Firenze per pretesto di mettere le mani su quell’ambita repubblica, la quale pensò ovviare i pericoli con esorbitanti rigori (1545). Il Consiglio generale «dubitando che siano alcuni temerarj, li quali, con tutto che non abbino alcuna intelligenza delle scritture sacre nè di sacri canoni, ardischino di metter bocca nelle cose pertinenti alla religione cristiana, e di essa ragionar così alla libera come se fossero gran teologi, et in tali ragionamenti dir qualche parola, o udita da altri simili a loro, o suggerita dalla loro diabolica persuasione, la qual declina e tiene della eresia, e leggere anche libretti senza nome d’autore, che contengono cose eretiche e scandalose; donde potrebbe facilmente succedere, che non solo essi s’avvilupassero in qualche errore, ma vi avviluppassero anche dentro delli altri», multa siffatti ragionari, ed ai recidivi sin la galera; assolto chi denunzia altri; i libri d’eretici si consegnino, pena la confisca; non si conservi corrispondenza con eretici, e nominatamente coll’Ochino o con Pietro Martire; tre cittadini siano eletti annualmente per sovrintendere a tali colpe. Nel 1548 rivedeasi la legge mitigando le pene, ma estendendole a qualunque libro di religione non sottoscritto dal vicario del vescovo; ognuno sia obbligato confessarsi e comunicarsi; in quaresima non si macelli, nè si spacci carne se non di capretto, vitello o castrato; niuno tenga a servizio persone uscite di convento; a tutto mettendo comminatorie, e provocando a spioneggi. Nel 1558 si proibiva ogni colloquio o corrispondenza colle persone dichiarate eretiche, o contumaci alle chiamate del Sant’Uffizio.

A tali editti probabilmente la Signoria fu obbligata per dare soddisfazione ai vicini: certo il papa la querelò di cotesto intromettersi di materie ecclesiastiche; ma la Inquisizione romana non fu mai stabilita nella piccola repubblica, che si serbò monda di sangue. Bensì nel 1555, forse perchè si temesse veder ridotte ad effetto quelle che fin allora non erano state che minaccie, molti se n’andarono, tra cui Filippo Rustici che a Ginevra tradusse la Bibbia, Giacomo Spiafame vescovo di Nevers, Pietro Perna, che pose tipografia a Basilea moltiplicando edizioni principalmente di Riformatori, e avendo a correttore Mino Celsi senese, il quale esaminò Quatenus progredi liceat in hæreticis coercendis; il già detto medico Simon Simoni: anche intere famiglie sciamarono, come i Liena, gli Jova, i Trenta, i Balbani i Calandrini, i Minutoli, i Buonivisi, i Burlamacchi, i Diodati, gli Sbarra, i Saladini, i Cenami, che poi diedero alla Svizzera utili cittadini, e alla repubblica letteraria personaggi illustri[343].

Nel 1561 si raddoppiò d’oculatezza al confine sopra i libri proibiti, dando autorità di aprire i plichi e le valigie provenienti d’oltremonte. Quando Pio IV temette che i molti Lucchesi che viaggiavano in Isvizzera e in Francia non ne contraessero l’infezione, il senato proibì di dimorare in quelle contrade; coloro che abitano a Lione devano tutti insieme comunicarsi il giorno di pasqua; chi alloggi alcun forestiere, e il veda far atti o discorsi meno cattolici, lo denunzii: ai dichiarati eretici dello Stato si proibisce di fermarsi in Italia, Spagna, Francia, Fiandra, Brabante, «luoghi ne’ quali la nazione nostra suole conversare, abitare e negoziare assai»; e se vi siano trovati, «chiunque gli ammazzerà guadagni per ciascuno di loro, de’ denari del Comune, scudi trecento d’oro; se bandito rimanga libero; se no, possa rimettere un altro bandito». Questo decreto attirò al Comune le lodi di Pio e di san Carlo: ma che non abbia spinto nessuno all’assassinio, ce ne dà speranza l’udire l’anno stesso lamenti che molti eretici restassero in questa città, tenessero corrispondenza coi profughi, e ricevessero opere protestanti[344].