CAPITOLO CXLIII. Indole di quella letteratura. I mecenati. Gli artisti.

Aveasi dunque la letteratura in conto d’una distrazione o d’un’industria, nè tampoco sospettandovi la missione sociale che l’Alighieri le avea sì ben conosciuta. Verun alto scopo proponendo ai desiderj e alla volontà, e unicamente sollecita delle forme, non s’abbandonò all’ispirazione, non sentì bisogno d’originalità, nè un genere nuovo trovò, nè ebbe i lanci inconditi ma spontanei dell’età antecedente. Da principio gli studj si piantarono sull’antichità, ma per oltrepassarla; meditavansi Aristotele e Platone, ma ribattendone gli errori ed ampliandone gli intendimenti; i politici prendean norme dagli antichi, ma serpeggiando pei labirinti della società più che quelli non avessero fatto; dai classici deducevansi le poetiche, ma scrivendo poemi che tutte le violavano. E da quel misto d’imitazione e di spontaneità si dedusse uno stile naturalmente puro e buono in tutte le scritture come in tutte le arti, quel sentimento dell’elegante sobrietà che sa scegliere e condensare le idee e le particolarità; in modo che i Cinquecentisti riescono classici quanto si può essere senza genio. Ma lo studio sugli antichi degenerò ben presto in contraffazione, lasciando infingardire l’intima attività degl’intelletti. Dato alla lingua nazionale correzione e dignità insolita, la tormentarono colle reminiscenze e colle forme accademiche; invece di maneggiare la favella del popolo con artifizio dottrinale, si produssero pensamenti triviali in istile dilavato, periodar vuoto, prolisso, rinvolte circonlocuzioni, frasi pedantesche, in quel purismo affettato che applica alla società moderna le idee dell’antica. Per l’abitudine contratta nel far i latini, i quali non potevano esser dettati se non dalla memoria, i versi sono centoni del Petrarca, del quale alcuno raggiunge la serenità, nessuno la creazione. Il Rucellaj lucida la Rosmunda sulle tragedie antiche, le Api su Virgilio; il Sannazaro, che ha sott’occhio il più bel golfo del mondo, canta l’Arcadia, o trasferisce gli Dei dell’Olimpo nella casta cella di Nazaret; la commedia ritesse gli orditi di Plauto, strascinandoli a costumanze moderne; come nelle belle arti il Palladio edificava un teatro alla greca, e il Vaticano era ridotto a palazzo delle Muse.

La politica, la teologia, le altre severe ispirazioni di Dante, le ampie sue allusioni, le macchine jeratiche più non si riscontrano: l’elevazione ideale che penetra nell’intelligenza divina, più non si cura: al soprannaturale del concetto si surroga il soprannaturale della fantasia: ai concetti, impacciati in forme non loro, manca calore di sentimento, profondità di pensiero, potente concisione, accorta sagacia: la scienza si limita ad ammirare i sommi antichi, e per rispetto a loro sentenzia di barbari i tempi incolti ma robusti, in cui erasi mutato il nuovo incivilimento. Arguti a conoscere i difetti della società e svelarne le ridevolezze o l’infamia, accettano poi opinioni vanissime, errore da verità non discernendo o essendovi indifferenti; e l’imitazione toglie quel ch’è principal merito alle produzioni dell’intelletto, l’indipendenza d’un pensiero ingenuo, o il giro d’un’espressione originale. La letteratura di lusso mai non sorge a grandezza vera: trastullo, non culto; attenta a piacere ai dotti e alle Corti, per ciò abbandonasi a frivolezze e adulazioni, mette entusiasmo unicamente nel fare bei versi, a segno che Mariano Buonoscontro palermitano si divertì a comporre sonetti di bellissime parole e senza senso, e furono ammirati non solo, ma commentati; e singolarmente a una sua ode in morte del duca d’Urbino, in quattro libri si facea dire ciò che mai non avea sognato[156]. Ammirando la forma de’ migliori Cinquecentisti, deploriamo di dover porre studio in gente che separò il vero e il buono dal bello; deploriamo un progresso tutto a vantaggio dell’eloquenza, in tempo che di là dell’Alpi diventava acquisto di ragione.

L’amore dell’arte fa prosperar l’arte; e il popolo risorto ne’ Comuni, il popolo credente, l’avea risuscitata dalla barbarie, e spinta per sentieri nuovi ad una maniera, scorretta se volete, ma ardita e originale e consona ai nuovi bisogni. Allora sorsero magnifiche cattedrali in ciascuna città; allora Dante cantava. La cognizione e lo studio sopravvenuto degli antichi, avrebber potuto ripulire quelle forme conservando l’intima ispirazione; nel che coraggiosamente vedemmo progredire gl’ingegni nel secolo precedente. La pratica dell’arte esige cultura intellettuale; nè l’artista può elevarsi all’ideale se non in una società ove sia delicato il sentimento, appurato il gusto; e per essere capace d’ammirarne le opere richiedonsi cognizioni proprie d’una civiltà avanzata. Quel prosperare delle arti indica dunque un’estesa cultura ne’ nostri compatrioti: ma artisti senza fede ne’ costumi, amatori eleganti, impudichi modelli, prelati spenderecci, principi che, avendo il sentimento del bello, mancavano del sentimento del buono, le trassero ben presto al decadimento.

Intaccata la grande unità cattolica, disperse le società massoniche e con esse i loro segreti, l’architettura si ravviò sulle più facili pratiche dell’antico. La pittura, educata dal cristianesimo e dalla libertà, s’era fatta educatrice del popolo, manifestazione di nobili affetti e soavi, scorretta ma spontanea, leccata ma limpida come derivante dalle miniature, calma senza artifizj di scorci, di sott’in su: or eccola ripudiare il medioevo a nome dell’antichità; e se in prima tentò rivestire il nuovo suo ideale co’ prestigi classici, ben presto i segni jeratici paragonava alla natura che imitano, piuttosto che alle verità che rappresentano; da liturgica che era quando la scelta dell’artista sottoponeva all’autorità del teologo, profanossi in una libertà che ben presto le tolse dignità ed efficacia; e dimenticata la sostanza per l’inviluppo, il gusto surrogò all’entusiasmo, posponendo la devozione al blandimento de’ sensi, non attendendo più a tradurre dogmi, ma a seguire la moda e le commissioni. Affinata nell’abilità tecnica, e divenuta mestiere, variò da paese a paese, da maestro a maestro, qui prediligendo il disegno, là il colorito, altrove la composizione o lo scorto, e sempre mirando a piacere, a imitar la natura e l’arte antica, a ottener l’illusione quand’anche si sacrificassero all’evidenza e al movimento il decoro e la grazia, alla bellezza l’espressione; ben ritraendo muscoli, nervi e vene, e altri sfoggi di scienza; affollando persone in modo che si smarrisse il soggetto principale; toccando risolutamente; e intanto negligendo il concetto che vivifica, l’espressione che eleva il sentimento e ajuta la contemplazione.

L’artista non fu più pel popolo, ma dovè cercare compensi e protezione alle Corti, onde si fece piacentiero: e l’intento morale e l’espressione, anima delle belle arti, non possono che scapitare allorchè non obbediscano all’intimo sentimento, ma a commissioni. E in fatto le arti scaddero dall’importanza storica, perchè cessò l’opportunità di quei reggimenti tra cui erano rinate: allora, tornato il predominio della materia, e l’idolatria della forma, che si raffina a scapito dell’idea, come la moltiplicità de’ lavori detrae all’originalità; insozzate le fantasie, svanito l’affetto sublime e religioso, si fecero ministre a lascivie e adulazioni, e contribuirono a crescer le nostre vergogne e perpetuare l’avvilimento.

Non s’insisterà mai troppo sulla deficienza di moralità, mentre si ammira quello splendore delle lettere e dell’arti. Dal quale abbagliati, taluni lo attribuiscono alla protezione dei grandi. E certo onori ed eccitamenti mai non vennero così splendidi, così universali. Carlo VIII, Luigi XII, Francesco I, Caterina de’ Medici, invitavano i nostri ad accendere la fiaccola del bello in Francia, e Leonardo, il Primaticcio, il Cellini, Andrea del Sarto, una colonia d’artisti, vi lasciarono opere e scolari; Guido Guidi fiorentino era medico di Francesco I; Italiani dettavano dalle cattedre, e scienze nuove portavano nell’Università di Parigi, della quale l’Aleandro trevisano fu anche rettore, benchè gli statuti n’escludessero i forestieri. Publio Andrelini da Forlì, coronato poeta latino a ventidue anni, di stile facile ma negletto e caldissimo disputatore, fu intitolato poeta del re e della regina (regius et reginus), e riccamente donato da Carlo VIII e dai successori suoi. Francesco Vimercate, illustre aristotelico, chiamato da Francesco, restò venti anni a Parigi, e fu il primo che professasse filologia greca e latina in quell’università; nella qual pure ebbe invito Angelo Canini d’Anghiari, lodato grammatico; mentre Jacopo Corbinelli e gli Strozzi innamoravano di quella lingua, in cui a Valchiusa era stata cantata la bella Avignonese. L’Alamanni ripagava con bei versi l’ottenutavi ospitalità, e felicitava la Senna di scorrere pacifica tra popoli concordi, mentre

Il mio bell’Arno, ah ciel! chi vide in terra

Per alcun tempo mai tant’ira accolta

Quant’or sovra di lui sì larga cade?

Il mio bell’Arno in sì dogliosa guerra

Piange soggetto e sol, poi che gli è tolta

L’antica gloria sua di libertade.

E a Paolo Emili veronese, chiamatovi da Luigi XII, la Francia deve la prima sua storia, che fu continuata da Daniele Zavarisi del paese stesso.

Giovanni Grolier di Lione, posto da Francesco I, nel 1515, gran tesoriere a Milano, benchè forestiero e in tal impiego, si fece amare, almeno dai letterati, coi quali mostravasi tanto munifico, che avendone un giorno molti a pranzo, donò a ciascuno un par di guanti, e si trovò ch’eran pieni di monete d’oro[157]. Pietro Tomai ravegnano, di portentosa memoria, sopra la quale scrisse egli stesso un’operetta latina (la Fenice, 1491), insegnò leggi per molte città fin quando Bugislao duca di Pomerania vedutolo a Venezia, il pregò a seguirlo a Gripswald. Ivi egli insegnò, poi vecchio volle rimpatriare: ma il duca di Sassonia per via mandò pregandolo a venir a lui, e gli usò grandissime cortesie: cercato a gara dai principi di Germania, fu un trionfo il suo passare di città in città: poi ritrattosi ne’ Francescani, pare morisse il 1511.

Al naturalista Mattioli levavano un figlio al battesimo l’imperatore di Germania e i re di Francia e Spagna; ad Agostino Nifo papa Leone X concede il titolo di conte palatino e di portare il cognome e lo stemma de’ Medici; a Rafaello vuole il cardinal Bibiena dare sposa una nipote. Perfino il disdegnoso Carlo V consuma lunghe ore a Bologna nell’ammirare la bella e minutissima scrittura di Francesco Alunno, e massime il credo e il principio del vangelo di san Giovanni scritti sullo spazio d’un denaro[158]; festeggiò in ogni guisa il Castiglioni, lo naturalizzò spagnuolo, gli diede un vescovado, e morto l’onorò di splendide esequie, professando «aver perduto un de’ migliori cavalieri del mondo»; s’abbassa a raccorre il pennello caduto a Tiziano; al venire di Michelangelo si leva esclamando: — Imperatori ve n’ha di molti, ma pari a voi nessuno»; ai cortigiani che s’arricciano degli onori renduti al Guicciardini, risponde: — Con una parola io posso fare cento cavalieri, e con tutta la mia potenza non un pari a questo»; richiese Giannello della Torre cremonese raccomodasse a Pavia l’orologio fatto da Giovanni Dondi; e avendo quegli risposto non potersi più ripararlo, e fattone un nuovo, Carlo V sel menò in Ispagna, ove a Toledo lavorò macchine ingegnosissime, sicchè fu detto l’Archimede di quel tempo; e lo volle seco nel ritiro di Just.

Carlo V, vincitore dell’Africa, sbarcando a Napoli, riceveva in pubblica udienza Laura Terracina poetessa, e dalle mani di lei la petizione perchè alla città fosse concesso il titolo di Fedelissima. Al domani poi recavasi alla casa di lei a Posilipo, e sulle treccie della giovinetta deponeva la corona di lauro tolta dal proprio capo, dicendo convenir essa del pari ai trionfanti e ai poeti. Poco poi dall’Inghilterra le giungeva l’ordine della Giarrettiera.

Il fiero Giulio II spaccia corrieri sopra corrieri per richiamare Michelangelo e scende seco a scuse d’avergli fatto fare anticamera: papi, principi se lo faceano seder accanto: profugo dalla patria a Venezia, invano si ritira alla Giudecca per cansar visite e cerimonie, chè subito la Signoria gli manda due gentiluomini a onorarlo e offrirgli ogni comodità, gli esibisce seicento scudi l’anno senza verun obbligo e sol pel piacere di possedere un tanto maestro delle tre arti[159]: Francia e il granturco lo domandano del pari: da Roma ne fu rapito il cadavere, perchè riposasse non nella basilica del cristianesimo, ma a Firenze nel sacrario degli uomini grandi.

Nel nome di Leon X si compendia quanto ha di segnalato l’amore delle lettere; impieghi, benefizj, dignità ecclesiastiche, denari suoi proprj metteva a disposizione dei dotti; usava per segretarj il Bembo e il Sadoleto, i più tersi scrittori latini; al Tibaldeo di Ferrara, venutovi dalla corte dei Gonzaga, diede trattamento e ricchezze e cinquecento zecchini per un epigramma; riconosciute felici disposizioni nel Flaminio giovinetto, sel tenne accanto; stava attonito agli improvvisi del Marone; pagò cinquecento zecchini i primi cinque libri degli Annali di Tacito, venuti di Westfalia; e nel privilegio conceduto per istamparli, glorifica le lettere come il più bel dono che, dopo la vera religione, Iddio abbia fatto agli uomini, loro vanto nella fortuna, conforto nell’avversità; e al fine dell’opera promette ricompensa a chi gli porterà vecchi libri ancora inediti. Adopera Fausto Sabeo a cercarne, il quale percorse a piedi mezz’Europa, affrontando (canta egli) fame, sete, pioggia, soli, polvere onde liberar di schiavitù qualche antico scrittore. A Giovanni Heytmers diede incarico di rintracciar le Deche di Tito Livio pagandole a qualsifosse prezzo, e dicendo che «importante porzione dei doveri pontifizj è il favorire i progressi della classica letteratura». Concedeva privilegi alle edizioni più accurate, e ad Aldo Manuzio, colla riserva che non le vendesse troppo care: affidava la biblioteca Vaticana al Beroaldo: a Nicola Leoniceno scriveva chiedendogli licenza di fare qualcosa per lui, e gli offriva un’abbadia, una villa presso Roma, alloggio sull’Esquilino, ch’egli però pospose alla studiosa quiete: fissava a Roma Giovanni Lascari e Marco Musuro filologi famosi, il primo dei quali prepose a un collegio apposito per l’insegnamento del greco, con alquanti giovani condotti di Grecia e con stamperia: più di cento professori soldava nel ginnasio romano, che volle emulasse le migliori Università[160]; esortando agli studj serj, non a quella filosofia mendace che si chiama platonismo, e a quella folle poesia che corrompe l’anima.

Quest’amore ereditato da’ suoi maggiori trasmise egli ai discendenti: il cardinale Ippolito a Bologna teneva trecento famigliari, la più parte letterati; e avendogli Clemente VII rimostrato ch’erano troppi per lui, rispose: — Non li tengo a corte perchè io abbia bisogno di loro, ma perchè essi l’hanno di me». Cosmo granduca scriveva di proprio pugno agli artisti, sollecitava Michelangelo a ritornare da Venezia, e che gli portasse del pesce sôla che gli piaceva. Francesco suo figlio, istrutto d’ogni letteratura, crebbe le Università di Pisa, Firenze, Siena e l’accademia Fiorentina, fondò quella Crusca e la stupenda galleria, aumentò la biblioteca Laurenziana, promosse la botanica, sostenne chiunque avesse valore, e a Gian Bologna scriveva: — Non potevano più che quel che hanno fatto soddisfarci le due figurine che ci avete mandate, non potendo essere altrimenti d’opera che esce dalla vostra mano»; e Ferdinando granduca allo stesso: — Desideriamo che, nella voglia di lavorare, vi ricordiate principalmente d’avere una buona cura alla vostra sanità, chè questa importa più di tutto»[161]. Esso Ferdinando comprò la Venere Medicea, cominciò la ducale cappella di San Lorenzo, pose la stamperia di caratteri orientali.

I principi considerano come un altro lusso di loro Corti il possedere i più celebri letterati: siffatti vedemmo i principi di Milano e di Napoli, sinchè non furono sbalzati dai forestieri; il duca di Mantova tenne lungamente il broncio col Castiglioni perchè gli chiese di passare dalla sua alla Corte d’Urbino; il Tasso era disputato agli Estensi dai Medici; Alfonso I d’Este, benchè continuo in guerre, nè d’artista e letterato avesse che la pretensione, e lavorasse da mestierante in tornire e fare stoviglie, fabbricò dispendiosamente e rifiorì l’Università di Ferrara, dove Lucrezia Borgia, Lucrezia ed Anna d’Este, Isabella de’ Medici erano cortesi al bel sapere fin coll’amore; come Isabella d’Este marchesa di Mantova. Alfonso II teneva in corte Matteo Casella, Lodovico Cato, Jacopo Alvarotti giureconsulti rinomatissimi, il medico Nicolò Leoniceno, l’erudito Celio Calcagnini, e quel che fa per mille, l’Ariosto; e conferì a Girolamo Falletti piemontese il titolo di conte di Frignano e varj assegni, coll’obbligo feudale di dargli ogni anno due opere nuove di piacevol lettura, altrimenti pagherebbe il doppio delle sue rendite[162].

Pico della Mirandola diede i fondi ad Aldo Manuzio per istabilire la stamperia, e voleva assegnargli un podere affinchè Carpi divenisse il nido di quelle edizioni; ma le proprie sfortune gliel’impedirono. Il cardinale di Trento promette dar mantenimento per tutta la vita all’Anguillara s’e’ traduce l’Eneide; e gli regala tante braccia di velluto quanti ha terzetti un capitolo assai piaciutogli. Il valente condottiero Vespasiano Gonzaga, che fece rifabbricare Sabbioneta, con vie allineate e larghe, e bellezza di case, di tempj, di piazze, statue e fortificazioni, pose scuole, e ricercava letterati ed artisti. Era della casa stessa Scipione cardinale, che fondò a Padova l’accademia degli Eterei, amico del Guarini e del Tasso; del quale scriveva fin le lettere e copiò tutto il poema, e volea comune con lui la camera, la tavola, il bicchiere. Udito Pier Vettori, uno dei più famosi retori del suo tempo, il cardinale Alessandro Farnese gli mandò un vaso pieno di monete d’oro; Francesco Maria duca d’Urbino una catena d’oro; una Giulio III nel riceverlo a Roma, e i titoli di conte e cavaliere. Esso duca d’Urbino, di mezzo alle armi, avea della sua Corte formato il ritrovo delle persone erudite e colte[163].

Gonzalvo di Còrdova e Pier Navarro a Napoli profusero segni di benevolenza al poeta latino Pietro Gravino. L’Alviano, nel respiro delle battaglie, radunava a Pordenone, borgata regalatagli dai Veneziani, il Fracastoro, il Cotta, il Navagero ed altri, che chiamava sua accademia, e che il ricreavano ed istruivano. Gian Giacomo Trivulzio, anche vecchio, traeva a udir professori. Alfonso d’Avalos si circondava di letterati; e Girolamo Muzio racconta che, viaggiando con esso da Vigevano a Mondovì il 1543, ragionarono continuo di poesia, ed esso compose per via sin venti sonetti e un’epistola di cento versi a rime libere. Sin l’infame Valentino, sin il turpe Alessandro Medici ambivano fama di bella educazione. E tutti a Michelangelo, al Puccini, al Bandinello, al Bronzino dirigeano lettere famigliarissime, discutendo i progetti, pregandoli di qualche lavoro; Francesco I di Francia scriveva di proprio pugno a Michelangelo perchè gli mandasse alcuna sua opera; Filippo II scriveva al Tiziano: — Mi farete sommo piacere e servizio se vi occuperete di questo quadro colla maggior possibile sollecitudine».

Anche ricchi privati voleano mostrarsi protettori; e mentre i nobili transalpini si gloriavano della propria ignoranza, e firmavano con una croce, «non sapendo scrivere perchè baroni», i nostri abbellìvansi di arti e di lettere. Che non dovettero Rafaello al Chigi, Gian Bologna a Bernardo Vecchietti di Firenze, a Marco Mantova Benavides padovano, l’Ammanati ed altri? Angelo Collocci, nell’antica villa di Sallustio, raduna cippi, busti, statue, medaglie, tra cui i fasti consolari. Il conte Gambara di Brescia, padre della poetessa Veronica, proteggeva i letterati, e da Mario Nizzoli fece comporre le celebri Osservazioni su Cicerone, e stamparle nel suo feudo. Le case de’ Sauli a Genova, de’ Sanseverino a Milano erano aperte ai dotti. I tesori d’erudizione raccolti dal Pinelli divennero fondamento d’insigni biblioteche. Tommaso Giannotto Rangoni da Ravenna, scrittore d’opere mediche di lieve conto, d’un libro sul campare centovent’anni e d’altri astrologici, arricchito colla sua scienza, istituì a Padova un collegio per venti giovani ravegnani che andassero a quella Università, provvedendoli dell’occorrente, e ponendovi anche una biblioteca con molti libri, specialmente orientali, e strumenti e quadri e rarità opportune agli studj; riedificò la chiesa di San Giuliano in Venezia, restaurò quella di San Geminiano, ed ebbe monumenti onorifici, decorazioni, medaglie. In casa di Domenico Venier si adunavano a Venezia Bernardo Tasso, Triffone Gabriele, Girolamo da Molino, Gian Giorgio Trissino, Pietro Bembo, Bernardo Cappello, Daniele Barbaro, Domenico Morosini, Aluisi Priuli, Fortunio Spira, Bernardo Navagero, Speron Speroni ed altri.

A questi esempj conformavasi la folla. I masnadieri assaltano l’Ariosto, ma appena sanno chi fosse, gli fan riverenza. Centinaja di sonetti venivano affissi alle statue, quando compite erano esposte in pubblico, giudicandole con isquisito sentimento del bello, e con una severità di gusto che i maestri rispettavano e la posterità approvò. Quando nei giardini di Tito fu dissepolto un gruppo, che il Sadoleto riconobbe pel Laocoonte descritto da Plinio, le campane di Roma sonarono tutte a letizia, e il marmo coronato di fiori traversò la città fra musiche e parati; i poeti lo cantarono a gara, mentre ascendeva al Campidoglio tra una solennità, memorabile nel paese delle solennità. Il Tartaglia facea bandire le sue scoperte matematiche a suon di trombe, e d’ogni parte riceveva problemi da sciogliere. A Vittore Fausto, che pretendeva avere scoperto la forma delle galere antiche, la repubblica veneta somministrava i mezzi di costruire una quinquereme, e ordinò una gara, nella quale Fausto vinse. Il Sansovino propose di trovare il modo di far cadere esattamente il mezzo della metopa sull’angolo del fregio dorico, e tutta Italia s’agitò intorno a questo problema, e non solo gli architetti, ma il cardinal Bembo, monsignor Tolomei ed altri. Romolo Amaseo udinese era disputato fra principi e università; e il cardinal Bembo a Padova, il governatore Gonzaga a Milano, il cardinale Wolsey in Inghilterra, Clemente VII a Roma, il richiedevano a gara a professare eloquenza. Bernardo Accolti d’Arezzo, detto l’Unico, usciva circondato di prelati e colle guardie svizzere, fu dichiarato duca di Nepi, e onorato d’illuminazione dove arrivasse; aveva a declamare suoi versi? chiudevansi le botteghe di Roma; avendo recitato un ternale in lode di Maria davanti al papa, gli uditori proruppero esclamando: — Viva lungamente il divino poeta, l’incomparabile Accolti»; apoteosi da ingannare la posterità, se per sciagura que’ versi non fossero sopravvissuti[164]. Al Sannazaro, per l’epigramma in lode di Venezia, il senato regalò seicento zecchini: Giambattista Egnazio e Marco Antonio Sabellico furon fatti esenti di imposte essi e i loro beni, e pensionati: ad Antonio Campi, per avere disegnato Cremona, questa città concedette esenzione d’ogni gravezza personale e reale a lui ed a’ suoi figliuoli[165].

Se voltiamo il quadro, scema d’assai il merito di quei protettori. Leone X non pareva comprendere se non la bellezza dello stile; commette un lavoro a Leonardo, ma udendo che s’è messo a stillar vernici e piante, — Ah costui non farà mai nulla, perchè pensa al fine dell’opera prima d’averla cominciata»: forse Leonardo non conosceva le blandizie onde s’accattavano le commissioni, nè fu favorito dai Medici, i quali del resto, se blandivano i letterati, non onoravano la letteratura. L’Ariosto lamentava che, dopo essere disceso sin a baciarlo[166], il papa l’avesse poi lasciato nella miseria, tanto da non avere di che rinnovarsi un manto; e dal duca di Ferrara suo mecenate fu messo governatore nell’alpestre Garfagnana; dal cardinale Ippolito fu tenuto quindici anni in continuo moto per faccende di niun conto «da poeta mutandolo in cavallaro»; poi quando ebbe svilita la propria riputazione col levare a cielo una stirpe immeritevole, udì da costui domandarsi: — Messer Lodovico, dove avete preso tante castronerie?» e perchè seco non volle andare in Ungheria, si vide congedato, e privo delle venticinque corone che gli retribuiva ogni quattro mesi[167]. Pietro Medici teneva Michelangelo a fare statue di neve, e si vantava d’aver alla Corte due portenti, Michelangelo e un corridore spagnuolo; Cosmo preferiva il Vasari al Tiziano; nè essi nè i loro successori osarono terminare le grandiose opere cominciate quando ancora non era spento l’alito della repubblicana libertà; neppure il monumento di Giulio II e la cappella funeraria. I rabbuffi del cardinale Farnese fecero morire consunto Onofrio Panvinio, come quelli del duca d’Este impazzire il Tasso. Le pensioni spesso erano decretate ma non pagate[168].

Federico Badoaro nel 1557 istituiva l’accademia veneziana della Fama, con cento e più socj, che doveano leggere d’ogni scienza, ricevere notizie d’ogni parte, dotata di libri e di sostanze, rallegrata da conviti: repente la repubblica la chiude, volendo che sin il nome «sia del tutto casso, talchè sotto pena di bando perpétuo di tutte le terre e luoghi dello Stato nostro non possi più essere usato d’alcuno»[169]. Illustre era pure l’accademia dei Pellegrini, con cene e beneficenze al modo de’ Franchimuratori, e buona biblioteca, e fondi per pubblicare libri che si regalavano, e dare doti a zitelle; ed essa pure venne proibita nel 1557, quarantacinque anni dopo istituita, forse per ombra del segreto che vi dominava.

Invece dunque d’invidiarli perchè trovavano protezione, parmi a deplorare la condizione di quei letterati e artisti che non potevano attendersi la ricompensa disinteressata del favor popolare e la gloria spontanea. Poteva dirsi che pubblico non v’avesse, ma due sole classi di lettori, ecclesiastici e Corte; onde la funesta necessità di rassegnarsi ad essere protetti, e d’invocare non già tolleranza e perdono all’utile verità, ma sicurezza d’ozj a prezzo della dignità del carattere e del pudore dell’arte.

Sicuramente un artista non potrà mai fabbricare Santa Maria degli Angeli o la cupola di San Pietro, nè dipingere le stanze vaticane se non ne sia comandato; e il genio che concepisce ha mestieri di allearsi colla ricchezza che fa eseguire: ma che questa basti a suscitare grandi uomini o a formare un’età, non dirò di genio, ma nè tampoco di buon gusto, è ciancia di cortigiani. I Medici trovarono già formati que’ grandi, ed ebbero il merito o la scaltrezza di valersene; ma quando le lettere, le arti e la poesia che è l’arte stessa, cioè il bello rivestito di forme sensibili, furono salariate dai principi, staccaronsi dai bisogni e dai sentimenti della nazione, perdettero in genio quanto acquistavano in forbitezza, divennero un ornamento aristocratico anzichè un’espressione nazionale; e posti fra il trivio donde uscivano e le Corti che li salariavano, i letterati non raggiunsero la raffinatezza di queste, e perdettero l’efficacia feconda e geniale della popolarità, e furono tenuti di qua dall’eccellenza, a cui soltanto può arrivarsi col felice accordo di tutte le facoltà dell’anima e dell’intelletto. E noi, ammirando l’esecuzione, deplorando l’intento, più volte ci compiacemmo di considerare quel che sarebbe riuscito l’Ariosto, se, invece degli inonorevoli dinasti di Ferrara, avesse preso per tema la nazione o la cristianità; se il Guicciardini non avesse dovuto scagionare se stesso de’ turpi servigi prestati alla tirannide; se Machiavelli non avesse scritto la storia per comando di Clemente VII, e il Principe per ottenere un impiego; se Michelangelo non fosse stato trabalzato dallo scalpello al pennello, al compasso, nè costretto a stizzirsi col marmo acciocchè sulle tombe de’ Medici esprimesse un’idealità, repugnante agli ordini e al merito dei committenti.

Fra i precetti dettati da molti, fra le censure rimbalzate in quelle rivalità clamorose e accannite, appare egli mai che si credesse l’arte obbligata ad alcuna cosa più elevata che l’arte stessa? Piacere; piacer alla Corte, ai letterati, era l’unico intento. Vedeasi lacerare il manto della religione, e si credea rattopparlo facendo scrivere diatribe dal Muzio: si tassavano le sconvenienze insinuatesi nella liturgia, e Leone X faceva emendare gli inni e il breviario secondo le frasi di Cicerone e di Tibullo: periva la patria, e cantavasi; periva, e pochi animarono la storia con quei magnanimi dispetti, che rimangono come una protesta indelebile delle nazioni; periva, e nessun grande avea voce per intonare l’epicedio, il quale rimbombasse nei sepolcri, per risonare un giorno qual tromba della risurrezione.

Il primo soggetto che si presentasse coglievasi, purchè opportuno a sfoggiare bellezza ed arte. Almeno nell’età seguente il Tasso dibattè lungamente seco stesso qual eleggere al suo poema: l’Ariosto non vi fu indotto da altra ragione che di far la continuazione d’un altro. Chiedi al Vida e al Fracastoro perchè cantarono il baco e la sifilide; risponderanno, — Per mostrare che latinamente si possono dire cose non mai da Latini trattate». L’Alamanni: — Scrissi poemi, perchè que’ soggetti cavallereschi garbavano ad Enrico II». Bernardo Tasso compone cento canti prima di chiedersi se il suo Amadigi sia di Galles o di Gallia.

Di qui la nessuna dignità nella morale e negli argomenti, la nessuna cura di conservare alle composizioni quell’unità che degli scritti fa un’azione. Il Sannazaro, congratulato di sua pietà da Leone X e Clemente VII, volge a carmi lascivi la musa che avea cantato il parto della Vergine; monsignor Della Casa encomia quel Carlo V, cui aveva imprecato come a peste d’Italia; e l’encomiava l’Alamanni, il quale, mandatogli ambasciadore, e sentendosi da lui rinfacciare versi d’altro tenore, lanciati già tempo contro l’aquila grifagna e divoratrice, se ne scagionò col riflettere ch’è uffizio della poesia mentire. Machiavelli va ambasciatore al duca Valentino come ad un capitolo di frati; Leonardo fa statue pel Moro, e archi trionfali pel vincitore del Moro; notando nel suo taccuino la caduta del primo, non riflette se non che «nessuna delle sue opere compì»; e dopo dipinta la Cena, va a fabbricar fortezze pel Valentino; Rafaello compunge collo Spasimo quanto seduce colle Psichi e le Galatee; Michelangelo fortifica la sua patria contro i tiranni, e immortala questi nel marmo; tutti pensano quel che Cellini dice: — Io servo a chi mi paga».

Tale bassezza trapela dalle lodi che l’un l’altro si rimbalzavano i letterati; e a tacer i tanti nuovi Virgilj e Ciceroni e Livj nuovi, il Varchi collocava il Girone Cortese di sopra del Furioso; lo Stigliani anteponeva i Tansillo al Petrarca; il sommo Ariosto consumava un mezzo canto ad eternare oscuri nomi di suoi contemporanei. Questo bisogno del lodare e d’essere lodato, questo circoscrivere l’approvazione in pochi veniva espresso dal moltiplicarsi delle accademie, dal secolo precedente resuscitate per imitazione dell’antichità nella Platonica di Lorenzo de’ Medici. Burlevoli spesso di nome, puerili d’occupazione, coi pasti, col vino infervoravano l’estro; vi si cantavano e recitavano versi ed orazioni e lezioni e dicerie; principi e vescovi sedeano ad ascoltare, a fianco de’ letterati; e talvolta in mezzo a questi gravi padri sorgeva il Caro a lodare il naso del presidente, «naso perfetto, naso principale, naso divino, naso che benedetto sia fra tutti i nasi, e benedetta sia quella mamma che vi fece così nasuto, e benedette tutte quelle cose che voi annasate»; ovvero il Berni vi lodava le anguille, i cardi, la peste; il Firenzuola la sete e le campane; il Casa la stizza e il martel d’amore; il Varchi le ova sode e il finocchio; il Molza l’insalata e i fichi; il Mauro la fava e le bugie; e chi la tosse, chi la terzana, chi la pelatina, chi qualcosa di peggio. Encomj divisi coi principi mecenati, e applauditi da quegli Assonnati, Infecondi, Filoponi e che mi so io.

Taciamo la frivolezza, n’era pregiudicata l’originalità, atteso che tali corpi sogliono erigere monopolio del buon gusto, e giudicare secondo canoni prestabiliti; nè potendo sperarsi rinomanza senza il loro suffragio, forza era rassegnarsi a quelle norme arbitrarie, anzichè procedere per sentimento e per interna attività.

Unica aspirazione essendo lodi e denaro, si mendicavano e le une e l’altro. — Gli stolti ridono de’ cenci ond’ho coperto il corpo, e de’ sandali bucati che ho in piede; mi celiano che il mio abito perdette il lustro e il pelo, e la corda traditrice mostra i grossolani fili, ultimi resti della pecora tosata sul vivo; ridono, e non m’hanno in verun conto, e dicono che i miei versi non vi piaciono più. Mandatemi dunque una delle vostre vesti migliori». Così il Poliziano al Magnifico Lorenzo; e questo affrettavasi di spedirgliene una, ed esso tal quale se la indossava, e il popolo riconosceva ch’era della guardaroba del principe, e ne inferiva che i versi del poeta n’erano ben degni. Il poeta, nella necessità di ringraziare, invocava l’assistenza di Calliope, la quale scendea dall’Olimpo, ma non riconosceva il suo prediletto dacchè era sì riccamente in arnese, e risaliva al cielo; sicchè il Poliziano batteasi invano la testa, chè i versi riconoscenti non sapeano venire.

Non vi fecero pietà le condiscendenze cui Bernardo Tasso si credette obbligato onde buscar protezione e pane da quell’imperatore, che gli avea tolto ogni bene perchè serbò fede al padron suo? Luigi XII, andato ad ascoltare le lezioni di Giason Del Màino a Pavia, l’interroga perchè non pigli moglie; — Perchè Giulio papa sappia, per testimonio di vostra maestà, che io non sono indegno del cappello di cardinale». Bisognando il Guicciardini d’un poco di dote per le sue figliuole, il Machiavelli l’incoraggia a richiederne Leon X, gli annovera esempj della costui liberalità, gl’insegna come formare la lettera accattona, e «tutto consiste in domandare audacemente, e mostrare mala contentezza non ottenendo». I dispacci del Machiavelli nelle sue missioni chiudonsi sempre col domandare quattrini, e in quella chiave cantano tutti gli altri ambasciatori.

Andrea dell’Anguillara da Sutri (1517-70), conosciuto da tutti per la gran gobba; l’abito tacconato e la ciera ridente, vendeva le sue ottave mezzo scudo l’una, e perciò ne fece tante; e non ricevendo compenso d’una sua canzone al duca Cosmo, ne mosse arroganti querele: — Lo stare sei mesi senza rispondermi è tale disprezzo verso la persona mia, che non ha punto del duca, chè non credo che dei pari miei ne trovi le migliaja per le siepi della Toscana, come delle more selvatiche. Ed io sarei tentato di far sentire le mie querele con una satira in versi; ma ho dovuto scrivere in prosa, perchè mi ricordo che un Fiorentino mi disse una volta in Francia ad un certo proposito, che se le lettere di cambio fossero in versi, non se ne pagherebbe niuna; ed io desidero che mi sia pagata la presente, almeno d’una risposta, sia quale si voglia»[170]. Traduceva i primi due libri dell’Eneide, e prometteva che Enea nell’Eliseo troverebbe tutti coloro che nel regalerebbero, all’inferno i differenti; e inviandone copia al cardinale Farnese, gli scriveva: — È necessario, acciò ch’io il possa finire, che ella mi mandi quell’ajuto, che si richiede alla sua grandezza e magnanimità ed al mio amore e bisogno. Io ne mando per questo effetto a tutti i principi d’Italia, perchè tutti concorrano ad ajutarmi. E piaccia a Dio che non mi bisogni mandare e lei e gli altri tutti a casa del diavolo, e che Enea non abbia troppo da fare nell’inferno a parlare con tante anime dannate, quante io son per mandarvene se non fanno il debito loro». Con tutto ciò morì povero, del morbo allora divulgantesi.

Novidio Fracchi, poeta latino, dedicò a Paolo IV un poema Sacrorum fastorum, cui precede una stampa, figurante il papa in trono fra l’imperatore di Germania e il re di Francia, e l’autore in ginocchi offre loro il suo poema; ai piedi è scritto: Hos ego do vobis, vos mihi quid dabitis?

Paolo Giovio, venale dispensiero di gloria e di strapazzi, diceva tener due penne, una d’argento, una d’oro per proporzionare la lode ai regali; e, — Io ho già temperata la penna d’oro col finissimo inchiostro... Io mi costituisco obbligato a consumare un fiaschetto di finissimo inchiostro con una penna d’oro per celebrar le opere di vostra santità... Io starei fresco se gli amici e padroni mei non mi dovessero esser obbligati quando gli faccia valere la sua lira un terzo più che ai poco buoni e mal costumati. Ben sapete che, con questo santo privilegio, ne ho vestito alcuni di broccato riccio, e al rovescio alcuni, per loro meriti, di brutto canevaccio, e zara a chi tocca; e se essi avranno saette da bersagliare, noi giocheremo d’artiglieria grossa. So ben io ch’essi morranno, e noi camperemo dopo la morte, ultima delle controversie»[171].

Fa stomaco l’insistenza con cui egli cerca or una pelliccia, ora un cavallo, ora confetti; a Luca Contile chiede «pomi cotogni e pesche confette, che ne son provenute da Napoli alla signora principessa un diluvio»; a Isabella di Mantova settanta risme di carta per istampare le sue opere[172]; a monsignor Farnese scrive: — Io comincio a lucubrare, e farò cosa ad onore di vossignoria che i posteri la leggeranno, e basta. Ma vossignoria si disponga a fare che Alessandro mio nipote sia vescovo di Nocera»; al marchese del Vasto, che gli fece intendere voler venire al suo Museo, villa a Como, dove avea raccolte belle rarità e i ritratti degl’illustri contemporanei: — L’aspetto con desiderio grandissimo, e so che non uscirà dell’uso suo magnanimo e liberale, ricordandomi, quando ella per suo diporto va alle Grazie, ovvero a San Vittore, dove, benchè sia perpetua la grassezza e l’abbondanza, andando per quattro giorni vi porta provvisioni per un mese. Che spererò io se quella viene al Museo fra tanti uomini immortali che se ben non mangiano, allettano però infiniti mangiatori? Voglio che Pitigiano sappia che le botti del suo magazzino favorito fanno querciola, e suonano il tamburo. Farebbe anco bel vedere se vostra eccellenza accompagnasse il fornimento che vi lasciò, con un altro bello e simile». E s’impazienta se i doni tardano o vengono scarsi alla sua avidità; e chiama perduti i lavori cui mancò quella mercede, che unica l’avea mosso. Principi e ricchi gliene profondevano a gara; e tanto si temea l’azione di siffatti scribacchianti sull’opinione, che perfino Adriano VI pregava il Giovio a dir bene di lui; il quale lo compiacque nella Storia, salvo a vituperarlo nel trattato dei Pesci quando più non avea nulla a sperarne o temerne. E Carlo V, che chiamava lo Sleidan e il Giovio i suoi due bugiardi, uno dicendone troppo male, troppo bene l’altro, pure, sapendo che uno scrittore, per quanto poco coscienzioso, è letto purchè mostri talento, accarezzava il Giovio e donava, poi facealo confutare da Guglielmo Van Male, massime a proposito della spedizione di Tunisi.

Come gli odj dall’amore, così i vituperj germogliano dalle lodi: quindi le risse schiamazzanti di quel tempo. — I letterati (scrive Girolamo Negro) sono in guerra; Pietro Cursio combatte con Erasmo sopra il vocabolo bellax, se pigliarlo in cattiva parte per cosa precipua alla guerra, o vero s’egli è verbum merum; ogni dì vengono fuori libri nuovi ed invettive sopra questa cosa; sono alcuni che in nome d’Erasmo rispondono a questo Cursio, e costui va in collera». Da polverosi scaffali abbiamo dissotterrato due invettive contro Giovanni Parrasio cosentino, famoso maestro di retorica in Milano, una intitolata contra Janum Parrhasium asinum archadicum, e l’altra in Janum Parrhasium scarabeum fœdissimum et vespam aculeatam. I Medici pigliavano spasso d’udire i sonetti che si avventavano Luigi Pulci e Matteo Franco. Girolamo Ruscelli s’accapiglia con Lodovico Dolce, due pedanti a una, i quali non acquistano calore che per l’ingiuria. A proposito del libro De nominibus Romanorum, Francesco Robortello da Udine cominciò invelenato litigio con Carlo Sigonio, e se non bastarono le ingiurie latinamente prodigatesi, il primo pubblicò un cartello di sfida contro l’altro, cioè cedole dove proponeva un nuovo metodo d’insegnare il latino; il Sigonio ne oppose un altro, il Robortello replicò, il Sigonio diè fuori una filippica potentissima, sinchè l’autorità v’impose silenzio. Giraldi Cintio entrò in baruffa col Pigna; Paolo Manuzio col Lambino perchè volea stampare consumtus senza il p; e avendogli l’emulo portato un marmo ove leggevasi consumptus, gliel’avventò alla testa. Il Varchi litiga col Lasca e col Pazzi, che lo invita a mandargli i suoi manoscritti per farne impannate, sicchè vedano la luce almeno per un inverno, poi egli tocca pugnalate da signori che pretendeansi maltrattati nella sua Storia, ed egli stesso assale con un coltello Alfonso de’ Pazzi che lo satirizzava; ma questo gli disse: — Rimettete l’arma a suo luogo, ch’io non pretendo vincervi per assalto ma per assedio».

Pietro Angeli, detto Bargeo, per versi mordaci è costretto fuggir di Bologna, poi uccide in duello un Francese; Anton Francesco Raineri poeta milanese è morto da un suo amico; Diomede Borghesi da Siena per risse dovette fuoruscire; Dionigi Atanagi usurpa una traduzione a Mercurio Concorezio, che lo assalta e ferisce; il celebre grecista Prividelli reggiano, professore a Bologna, scelto da Enrico VIII a patrocinar la causa del suo divorzio, fu ucciso da uno di cui avea difeso l’accusato; Michelangelo portò in perpetuo l’impronta del pugno avuto da Pier Torrigiano; Tiziano dipingeva spesso col corazzino; Pietro Facini insidia alla vita d’Annibale Caracci; Lazzaro Calvi avvelena Giacomo Baregone; credesi che così finisse il Domenichino. Girolamo Parabosco sonatore, nell’insegnar musica alla Maddalena famosa cortigiana di Venezia, cerca cattivarsene l’amore, ma i vagheggini di essa, un giorno ch’e’ batteva alla porta, gli buttarono sul capo acqua calda e brage, onde restò segnato tutta la vita. Giambattista Sanga poeta s’innamorò d’una giovane; e la madre di lui, non potendo distornelo altrimenti, stabilì avvelenarla; fintasele amica, le imbandì un’insalata, della quale sopraggiungendo mangiarono pure il Sanga e Aulerio Vergerio segretarj di Paolo III, e tutti morirono (Ziliolo).

Scorrete la vita di que’ letterati, e a nessuno mancano vicende: alcuni primeggiano per isfolgorata ciarlataneria. Giulio Bordone, soprannomato della Scala dall’insegna della paterna bottega, fattosi nome nelle lettere e nella medicina, passava in Francia, e intitolavasi Giulio Cesare Scaligero (pag. 122); e non che asserirsi discendente dai signori di Verona, spacciava un’infinità di imprese guerresche compite da suo padre e da lui; e il mondo credeva; e mentre è scrittor mediocrissimo, il Tuano lo chiama hujus seculi ingens miraculum, e vir quo superiorem antiquitas vix habuit, parem certe hæc ætas non videt[173]; e Giusto Lipsio lo pone quarto con Omero, Ippocrate e Aristotele.

Gian Francesco Conti, scolaro poi emulo di Giovan Britannico bresciano, prese il nome di Quinzano o dal villaggio dove umilmente nacque presso Brescia, o da quell’amico cui Marziale faceva correggere i proprj versi; e vi aggiunse quello di Stoa, perchè i suoi condiscepoli lo dicevano portico delle Muse. Risoluto d’entrare in grazia ai grandi, quando Luigi XII vinse ad Agnadello, celebrò questa vittoria, e ne chiese in compenso la corona poetica, che il re gli decretò: mandò odi al cardinale d’Amboise, e ne fu chiamato a professare a Parigi e ad educare Francesco I: da questo è messo professore a Pavia, ma cadute le fortune francesi, si ritira in patria. Molti lo levano alle stelle, altri gli trova trecento sbagli di grammatica, o l’accusa d’aver usurpato fatiche altrui. Bisogna sentirlo deplorare l’insufficienza degli onori concessigli! — Molte opere pubblicai; molte più ancora ne pubblicherò. Non si stamparono più di seimila versi miei? non fui visto comporne mille ottocento in un sol giorno? quante tragedie, commedie e satire, concepite nella mia testa, fan ressa per isbucarne? Enumererò gli epigrammi, i monostici, i distici, i miei dubbj su Valerio Massimo, le mie opere sulle donne, i miei panegirici, le orazioni pubbliche, le favole, le epistole, le odi, la mia vita di re Luigi XII, i miei libri sui miracoli dei pagani, i miei endecasillabi, le mie selve, la mia Eraclea (la guerra veneta), il mio Orfeo, e seicento altri? Non fui dall’invitto re di Francia decorato della corona d’alloro? è poco onore per me che codesta laurea poetica, che pochi altri ottennero in vecchiaja, siami stata concessa quando appena compivo la quinta olimpiade»[174].

A Leone X fu presentato un fanciullo di sei anni come un portento; ed era Gabriele Simeoni fiorentino, che poi invece di studj mostrò presunzione, e insaziabile avidità di doni e mecenati. In Francia sollucherò la duchessa d’Etampes, ganza di Francesco I, onde ottenne fin la pensione di mille scudi[175]; a Firenze, a Roma impieghi, che poi riperdeva. Reduce in Francia, carezzò la duchessa di Valentinois: poi servì al principe di Melfi, accompagnò il vescovo di Clermont al concilio di Trento, ma cadde in sospetto dell’Inquisizione, che il tenne in ferri un anno: militò col Caracciolo nella guerra di Piemonte, col duca di Guisa in quella di Napoli; singolarmente egli sperava da don Ferrante Gonzaga, allora vicerè di Sicilia, e più volte tornò a ricordargli che Achille ed Augusto non sarebbero in sì alta fama se non si fosser mostrati generosi con Omero e Virgilio. Saputo che Pierluigi Farnese avea regalato cencinquanta scudi all’Aretino, e’ gli scrisse «sperando che la sua liberalità e favore abbia a condurre così lunga, rara, onorevole e faticosa impresa, quale è il mettere tutta l’astrologia giudiziaria in versi sciolti a felice fine, e consegnarla al nome suo»: ma il Farnese non accettò. Emanuele Filiberto di Savoja bensì accettò la dedica delle Imprese, e gli die’ ricovero a Torino, ove morì il 1570. Fa di se stesso gli elogi più sguajati; quando trovasse monumenti antichi, vi scolpiva il proprio nome; lagnavasi che sì pochi fossero «inclinati a giovare ad un uomo virtuoso, il quale in un momento poteva rendere immortale il suo benefattore»; e paragonandosi a Dante, sulla tomba di questo cantava:

E facciam fede al secolo futuro

Tu qui coll’ossa, io con la vita altrove,

Ch’uom di virtù, poco alla patria è grato.

La sua Tetrarchia di Vinegia, Milano, Mantova, Ferrara è un aborto di storia. Nella prefazione alle Satire alla bernesca sostiene esser questo genere il solo ove possa mostrarsi ingegno, perocchè «mille si trovano poeti capaci di cantare i gesti d’un eroe, ma pochi assai capaci di celebrare le oneste qualità di una fara, d’un forno, d’un’anguilla»; e ne mandava copie manoscritte ai principi in essa lodati. In un’altr’opera figurata rappresenta enigmaticamente i varj Stati d’Italia, esortando Enrico II a conquistarla, derivando i re francesi da Franco figlio d’Ettore, mentre i Romani, discesi da Enea, non erano che un ramo cadetto. Altrettanto presuntuose e ignoranti sono le tante altre sue opere, illustrate anche di belle stampe; alcune in francese; sempre rifriggendo le poche sue cognizioni, promettendo opere grandiose che mai non cominciò.

Come Raimondo Lullo aveva inventato un’arte di ragionare, così altri volle inventare una meccanica di scriver bene. Camillo Delmino da Portogruaro, autore di varie opere retoriche, diceva a chi nol volesse ascoltare, di aver l’idea d’un teatro, nel quale entrerebbero tutti gli oggetti sensibili, tutti i concetti umani, e quanto spetta alle scienze, all’eloquenza, all’arti belle e meccaniche. Dal conte Giulio Rangone suo protettore menato in Francia, spiegò il suo divisamento a Francesco I e ad altri principali, e n’ebbe in dono seicento scudi, ma non effettuò mai la sua idea; bensì voleva stamparla e dedicarla al re purchè gli assegnasse duemila scudi di pensione, e Francesco non stimò d’esaudirlo. Tornato in patria, il Muzio suo ammiratore lo presentò ad Alfonso d’Avalos; e questi per cinque mattine di seguito lo ascoltò esporre la generalità e i particolari di cotesto teatro, ch’era omai la favola del mondo, e ne prese tal meraviglia, che gli assegnò quattrocento scudi di rendita, oltre cinquecento pel viaggio; e volle che al Muzio dettasse l’idea. Dormivano il Muzio e Camillo nella stessa camera, e ogni mattina quegli scriveva sotto dettatura, e così nacque il libro stampato col titolo di Idea del teatro. Osceni eccessi trassero al sepolcro il Delmino di sessantacinque anni, e fu sepolto nelle Grazie a Milano: il nome di lui visse alcun tempo, le opere sue furono ristampate, e il Muzio ci descrive l’estro che sfavillava dal volto di esso quando parlava, simile a quel della sibilla sul tripode; ma chi cercasse quell’opera sua, nel poco che potrebbe intendere troverebbe le vanità d’un ciarlatano e una miscea di cabala, d’astrologia, di mitologia, di tutto insomma, eccetto quello che il titolo promette.

Giacomo Critonio (Crichton) nato altamente in Iscozia, e detto l’Ammirabile, a vent’anni sapea quanto conosceasi del suo tempo, sonava molti stromenti, parlava venti lingue, primeggiava negli esercizj cavallereschi. Di tali sue abilità volle dar mostra all’Europa, e dopo Parigi venne a Roma, affiggendo una cedola dove sfidava chiunque fosse versato in una qualunque scienza a disputar seco in qualsifosse lingua; e intanto si diede alla caccia, ai giuochi, alla cavallerizza, alla scherma. Pasquino lo canzonò dunque come un ciarlatano, ond’egli se n’andò a Venezia, ove divenne amico di Aldo Manuzio e d’altri eruditi; davanti al doge e ai pregadi orò con tanta eloquenza, da colmar tutti d’ammirazione, e la gente affollavasi a vederlo e udirlo. Passato a Padova, vi recitò le lodi di questa città; sei ore disputò coi più valenti professori sopra ogni varietà d’argomenti, confutò gli errori aristotelici, poi finì con uno stupendo elogio dell’ignoranza. Di gloria onusto, capitò a Mantova mentre il duca trovavasi dolente di aver concesso la sua protezione a uno spadaccino rinomato che già aveva ucciso tre persone: e Critonio si esibì di combatterlo, e di fatti lo trafisse a morte. Il duca pertanto, oltre mille cinquecento pistole già promessegli, il chiese maestro di suo figlio Vincenzo Gonzaga. Ma ecco una sera del 1583 è assalito da dodici persone mascherate; esso tien testa a tutti, finchè il loro capo, ridotto alle strette, scopre esser il principe suo allievo. Critonio se gli butta a’ piedi domandandogli scusa, ma quegli stizzito o ubriaco il passa fuor fuori. Tali e molte più avventure furono certo esagerate; ma di lui abbiamo varj componimenti di bella latinità, e di lodi altissime l’onora Paolo Manuzio.

Altro ingegno bizzarro, Ortensio Landi milanese (1500-60), porge di se medesimo la più trista pittura ne’ Cataloghi e nella Confutazione dei Paradossi: contraffatto, di volto tisicuccio e macilento, sordo, benchè sia più ricco d’orecchie che un asino; mezzo losco, piccolo di statura, labbra d’etiope, naso schiacciato, mani storte, color di cenere, favella e accento lombardo, quantunque molto s’affaticasse di parer toscano; pazzarone, superbo, impaziente ne’ desiderj, collerico sin alla frenesia, e composto, non come gli altri uomini di quattro elementi, ma d’ira, di sdegno, di collera e d’alterizia. Le opere sue lo scoprono temerario, arguto, vigoroso; batte tutte le verità, non con serrato argomentare, ma con scettica burla; sputacchia gl’idoli del suo tempo; dice il contrario di quel che pensa la comune e che forse pensa egli stesso, e maschera di pazzia la libertà. Il Boccaccio è la bibbia dei pedanti? ed esso lo conculca come imbecille, incolto, ruffianesco, spregevolissimo, e amar meglio il parlar milanese e bergamasco che il boccaccevole. Bestemmia quell’animalaccio d’Aristotele, lodando Lutero che se n’emancipò. Muore Erasmo, e tutti l’elevano al cielo come si fa sulle tombe recenti: ed esso lo mette in canzone. Se la piglia coi Toscani per fatto della lingua; encomia l’infedeltà conjugale, il libertinaggio e i pregiudizj. Eppure non gli mancano nobili aspirazioni; nel Commento delle cose più notabili e mostruose d’Italia mena una specie di viaggio burlesco traverso al bel paese, mostrandone il decadimento; contro i vizj che lo producono s’irrita fin all’invettiva; e torna ogni tratto, e principalmente nel libro De persecutione Barbarorum, a scagliarsi contro i principi e prelati, solleciti a nodrir buffoni, più che uomini dotti. Fastidito de’ costumi italiani, e desideroso «d’una patria libera, ben accostumata e del tutto aliena dall’ambizione», andò in Isvizzera e fra’ Grigioni: ma se quivi sulle prime «fu allettato da un soavissimo odore d’una certa equalità troppo dolce e troppo amabile», ben presto vi scôrse «tanta ambizione e tanto fumo, che fu per accecarne».

Che importa qualche goccia di senno in un mar di follie, d’immoralità, d’empietà? Egli medesimo disdiceasi, contraddicevasi, e sempre con pari sicurezza; i suoi Paradossi confutò egli stesso coll’accannimento d’un nemico; nella Sferza degli antichi e moderni scrittori mena a strapazzo non solo gli autori, ma le scienze stesse; eppure finisce coll’esortare i giovani allo studio. Conosceva ben addentro gli autori antichi, e, come dice Giannangelo Odoni, volea Cicerone e Cristo; ma quello nei libri non avea; se questo avesse in cuore, Dio lo sa[176].

Insomma costoro personificano la parte rivoluzionaria della letteratura, in lizza colla madrigalesca e accademica, però in nome soltanto del materialismo, con fantasie sbrigliate, invocando il privilegio della pazzia[177], drappeggiandosi nella propria abjettezza per isfuggire la persecuzione; e niuna fidanza ponendo nell’efficacia riparatrice della letteratura, l’ardor razionale non esercitavano nell’esame, ma svampavano nel riso.

Ed ecco farcisi innanzi il più sguajato esempio del domandare, del lodare, del censurare. Per un sonetto contro le indulgenze merita costui d’essere cacciato da Arezzo, dov’era nato in un ospedale, non avendo altro nome che di Pietro, cui aggiunse quel della patria (1492-1557). A Perugia vede dipinta una Maddalena che tende le braccia verso Cristo, ed egli nottetempo vi dipinge un liuto che essa in quell’atto sembra sonare; vive alcun tempo di legar libri, col che conosce opere e letterati; poi spintosi fin a Roma pedone e senza bagaglio, dal Chigi, mecenate di Rafaello, è ricevuto per valletto, poi cacciato per ladro; ma egli campa di scostumatezze, si fa cappuccino, si sfrata, adula, sparla; busca un bell’abito, e con quello si presenta a Leone X offrendogli un elogio, e ricevendone un pugno di ducati; offre elogi a Giuliano Medici, e n’ha un cavallo, e ottien rinomanza collo scrivere in quel modo, che non richiede altro che sfacciataggine.

E la sfacciataggine è l’unica scienza di costui. Ingegno naturale non educato, «come un asino (diceva) io non so nè ballare nè cantare, ma far all’amore». Guardatosi attorno, s’avvide che sfrontatezza e ribalderia gli procaccierebbero gloria meglio che le placide virtù; e traendo al peggio la potenza della stampa, di mezzo ai sonetti sospirosi e ai torniti periodi si pone ad avventare limacciosi strapazzi in istile bislacco; simile all’assassino, apposta la gente inerme sulla via, e intima, — La borsa, o vi ammazzo con uno scritto». Cuculiando gli studiosi e gl’imitatori, vantavasi di non somigliarli; sapea vilipendere le lettere allorchè tutti le idolatravano; scaraventare metafore tra la forbitezza eunuca degli umanisti; metter impeto ed estri ove gli altri accuratezza e gelo. E diceva: — Ascoltate, acciò chiaro s’intenda se più meritano in sè lode di gloria della natura i discepoli, ovvero gli scolari dell’arte. Io mi rido dei pedanti, i quali si credono che la dottrina consista nella lingua greca, dando tutta la riputazione allo in bus in bas della grammatica... Io non mi son tolto dagli andari del Petrarca e del Boccaccio per ignoranza, che pur so ciò ch’essi sono; ma per non perdere il tempo, la pazienza e il nome nella pazzia di volermi trasformare in loro. Più pro fa il pane asciutto in casa propria, che l’accompagnato con molte vivande su altrui tavola. Imita qua, imita là; tutto è fava, si può dire alle composizioni dei più... Di chi ha invenzione, stupisco; di chi imita, mi faccio beffe: conciossiachè gl’inventori sono mirabili, gl’imitatori ridicoli. Io per me d’ognora mi sforzo di trasformarmi talmente nell’uso del sapere, nella disposizion dei trovati, che posso giurare d’esser sempre me stesso, ed altri non mai. Non nego la divinità del Boccaccio; confermo il miracoloso comporre del Petrarca; ma sebbene i loro ingegni ammiro, non però cerco di mascherarmi con essi: credo al giudizio dei due spiriti eterni, ma credendoli vado prestando un po’ di fede al mio»[178].

Con uno scrivere contorto e scarmigliato, con frasi affettate e fuor di luogo, con metafore sbardellate[179], stupiremmo che fosse salito a potenza così irrefrenata, se anche ai dì nostri non la vedessimo usurpare nelle gazzette da chi ha la fronte di dire e fare ciò che onest’uomo non ardisce. Su quel tono dunque egli scriveva satire, commedie, lettere, libelli, e li dedicava a persone virtuose e a sacre; e alla vita e genealogia di tutte le cortigiane di Roma, al dialogo di Maddalena e Giulia, a libri di cui neppur il titolo si può trascrivere, alternava prediche e i sette salmi e il Genesi e dell’umanità di Cristo e vite di santi e opere d’asceticismo esagerato, nelle quali c’era di che bruciarlo quanto nelle laide.

Così divenne terribile; cerco e scacciato da chi imitava o aborriva la scapestrata sua vita, o ne temeva gl’irreparabili assalti[180]. — Io mi trovo a Mantova appresso il signor marchese, e in tanta sua grazia, che il dormire e il mangiare lascia per ragionar meco, e dice non aver altro intero piacere, ed ha scritto al cardinale cose di me, che veramente onorevolmente mi gioveranno; e sono io regalato di trecento scudi, e gran cose mi dona. A Bologna mi fu cominciato ad esser donato; il vescovo di Pisa mi fe una casacca di raso nero, che fu mai la più superba; e così da principe io venni a Mantova». Avendo Giulio Romano dipinti, e Marc’Antonio Raimondo incisi sedici voluttuosi atteggiamenti, l’Aretino impetra ad essi il perdono da Clemente VII, e intanto li correda di altrettanti sonetti descrittivi; e quest’infame alleanza di belle arti corse il mondo, e crebbe la deplorabile fama di Pietro. Cacciato allora da Roma «che sembra con esso perdere la vita», va e ricovera al campo di Giovanni dalle Bande nere, e v’arriva mentre questi avea concesso a’ suoi una notte franca, cioè di potere abbandonarsi ad ogni lor voglia; sicchè pensate gli stravizzi, le risse, i furti, gli amori rapiti o pagati o conquisi, le violenze, la scena d’inferno, e come l’Aretino vi si trovasse nel proprio terreno. E Giovanni, ribaldo quanto qualunque de’ suoi ribaldi, si compiace di sì bell’acquisto, lo vuol sempre a tavola, spesso a letto seco, pensa farlo principe[181], e gli scrive: — Il re jeri si dolse ch’io non t’avea menato meco al solito; diedi la colpa al piacerti più lo stare in corte che in campo. Mi replicò che ti scrivessi, facendoti qui venire. So che non manco verrai pel tuo benefizio che per veder me, che non so vivere senza l’Aretino». Questo re gli regalò una catena d’oro; ed esso il Dialogo delle corti, «come l’ostia della virtù sull’altare della fama consacrò al nome del glorioso Francesco I, creatura saggia ed anima piena di valore».

Don Ferrante Gonzaga gli passava una pensione. Luigi Gonzaga gli spediva versi e denaro; e l’Aretino rispondevagli trovandoli scarsi: — Se voi sapeste sì ben donare come sapete ben versificare, Alessandro e Cesare potrebbero andare a riporsi. Attendete dunque a far versi, poichè la liberalità non è vostr’arte»[182]. Guido Rangone e sua moglie Argentina Pallavicini anch’essi gl’inviavano lettere e doni; ed esso ringraziando lei d’uno scatolino con una medaglia e ventiquattro puntali d’oro, — Quanto è (soggiunge) che io le ebbi le due vesti di seta, che vi spogliaste il dì che ve le metteste? quanto è che mi daste i velluti d’oro e le ricchissime maniche e la bellissima cuffia? quanto è che mi mandaste i dieci e dieci e otto scudi? quanto è che faceste porre il trebbiano nella cantina? quanto è che mi accomodaste dei fazzoletti lavorati? quanto è che mi poneste in dito la turchina? Sei mesi sono, anzi non pur quattro»[183].

Vuol vivere, come sguajatamente scriveva, «col sudore de’ suoi inchiostri»; e denari, gioje, vesti gli fioccavano; «più di venticinquemila scudi l’alchimia del suo calamo ha tratto dalle viscere dei principi»; duemila n’aveva di pensioni; mille all’anno ne guadagnava, dic’egli, con una risma di carta e un’ampolla d’inchiostro; più di ottantamila dicono ne buscasse in tutta la vita. Eppure non gli pajono abbastanza quegli onori e quelle ricchezze. Al tesoriere di Francia che gli pagava una somma, — Non vi meravigliate se tacio; ho consumata la voce nel chiedere, e non me ne resta per ringraziare». A tanto arrivava per pura sfacciataggine, e intitolandosi per divina grazia uom libero, e vituperando i principi in generale mentre li loda ciascuno, o vituperando come gli giova per istigare le reciproche gelosie: — Emmi forza di secondare l’altezza de’ grandi con le grandi lodi, tenendomi sempre in cielo con l’ali delle iperboli. A me bisogna trasformare digressioni, metafore, pedagogerie in argani che movano e in tenaglie che aprano: bisogna far sì che le voci de’ miei scritti rompano il sonno all’avarizia».

E voi, re della terra, che vantate di non curvar più la fronte dinanzi al vicario di Dio, abbassatela al masnadiere della penna. Enrico VIII gl’invia trecento corone d’oro in una volta; mille Giulio III per un sonetto ricevutone, oltre la bolla di cavaliere di San Pietro, e lo bacia in fronte. Ma altro e’ voleva, e non ottenendo quanto le sue speranze, tornò a Venezia dicendo non aver voluto accettare il cappello rosso. Sì; fin alla speranza di diventar cardinale s’elevò costui, fiancheggiato dal duca di Parma; poi prese il nome di divino e flagello dei principi; fu ritratto dai primi artisti, ebbe medaglie per sè, per la moglie, per la figlia, pei bastardi, e sul rovescio d’una leggevasi: I principi tributati dai popoli il servo loro tributano.

Carlo V gl’inviò una collana del valore di cento zecchini, dopo sconfitto in Barberia, perchè nol beffasse, ma egli rispose: — È cosa ben piccola per una sciocchezza sì grande». E Carlo, che aspirava alla monarchia universale, tributò onori e una pensione al divino; se lo fece cavalcar alla destra a Bologna, ond’egli scriveva: — Gran cosa che, non pur mi sia il di lui favore successo siccome a me il divisate, ma la mansuetudine del religioso imperadore ha d’assai avanzato l’opinione di voi nello affermarvi che, riscontrandolo per ventura per il cammino, m’imporrebbe il cavalcare con seco, fin a darmi la man destra che mi diede, atto tanto degno della sua clemenza, quanto indegno della mia condizione. Io certamente sono uscito di me in udirlo e in vederlo; conciossiachè chi non l’ode e nol vede, immaginarsi non può l’inimmaginabile senno della umana famigliaritade di quella piacevole grazia...»

E con che arti gli s’insinua? col protestargli che i pittori gli han fatto torto ne’ ritratti, col parlargli d’Isabella sua moglie defunta; «nel poi dirgli io, che non pensava che le mie carte fossero lette da lui che tiene in sè le faccende del mondo, rispose che tutti i grandi di Spagna aveano copia di quanto gli scrissi sulla ritirata d’Algeri, la cui impresa minutamente contandomi, mi scoppiò l’anima nel pianto, sì mi commosse la tenerezza udendogli dire: E a che fine voleva io più venirci, se in cotal fatto moriva tanta gente per me! Ancora sento il timido della sonora favella augusta... Il mio non esser punto vano mi faceva dimenticare il suo aver chiamato a sè cavalcando i miserabili veneti ambasciadori, alle cui solenni spettabilitadi disse: Amici onorati, certo che non vi sarà grave dire alla Signoria ch’io le chieggo in grazia di tener rispetto alla persona dell’Aretino, come cosa carissima alla mia affezione».

Altra volta scriveva: — Leone e Clemente, in cambio d’asciugarmi il sudore della servitù colle pronte mani del premio, le intinsero con presta crudelità nel mio sangue, non per altro che per esser io senza inganni, perchè l’adulazione non mi guasta, perchè la crapula fuggo, perchè procedo alla libera, perchè conosco i ribaldi, perchè aborrisco gl’ingrati, e perchè non lo vuo’ dir per modestia, eppure si sa nè si nega, per sì môre offesa e sì turche non manco di battezzata credenza alla Chiesa; del che fanno pubblica fede i libri che di Cristo ho scritto e dei santi... Intanto è manifesto ch’io son noto al Sofì, agl’Indiani ed al mondo, al pari di qualunque oggi in bocca della fama risuoni. Che più? i principi, dai popoli tributati, di continuo me loro schiavo e flagello tributano. Io non allego la forza dello incredibil miracolo per superbia che n’abbi o per vanto; ma ne favello per confessare a me stesso l’obbligo che ho con Dio, che mi ha fatto tale»[184].

Tardasi a donare? minaccia di porre Cristo in man de’ Turchi: — Intanto comincio a metter la penna in tutto il leggendario dei santi, e tosto ch’io abbia composto, vi giuro, caso che non mi si provvegga da vivere, che al sultano Solimano lo intitolo, facendo in sì nuova maniera la epistola, che ne stupirà ne’ futuri secoli il mondo; imperocchè sarà cristiana a tal segno, che potria moverlo a lasciar la moschea per la chiesa». È regalato scarsamente? rifiuta: — Ho rimandato i dieci ducati, pregandolo che si degni, nel ritor del suo dono, di rendermi le lodi da me dategli; imperocchè non mi pare onesto di onorare chi mi vitupera nel modo che mi vituperebbe lo aver accettato cotal piuttosto limosina da mendici che presenti da virtuosi. Certo che a quelli che comprano la fama, conviene esser larghi da senno, dando, non secondo il grado del loro animo, ma come richiede la condizione di chi gliene rende; conciossiachè i poveri inchiostri hanno che fare a sollevare un uomo impiombato in terra da ogni demerito». A Francesco I scriveva: — Astenetevi dal promettere almeno ai virtuosi, acciò consumati dietro a la speranza, non abbino con che mordervi la fama... Non sapete voi, sire, che non si conviene al grado della vostra altezza il non rammentarvi dei seicento scudi che, con il moto proprio della reale lingua, diceste al messo mio che qui mi si pagherebbero da lo imbasciatore?... E perciò la gloria vostra riguardi la ingiuria che fa a se medesima, mentre indugia la mercede offerta da se stessa a me che la predico».

Se talora indignati lo caccino, restagli aperta Venezia, «ricevitrice d’ogni bruttura», come dice il Boccaccio, dove il vivere licenzioso è in moda, e libera ogni cosa fuorchè il parlar di Stato. — Io (scrive al doge Gritti) io, che nella libertà di cotanto Stato ho fornito d’imparare a esser libero, refuto la corte in eterno, e qui faccio tabernacolo in perpetuo agli anni che ne avanzano; perchè qui non ha luogo il tradimento, qui il favore non può far torto al diritto, qui non regna la crudeltà delle meretrici, qui non comanda l’insolenza degli effeminati, qui non si ruba, qui non si sforza, qui non si ammazza. Perciò io che ho spaventato i rei ed assicurati i buoni, mi dono a voi, padri dei vostri popoli, fratelli dei vostri servi, figliuoli della verità, amici della virtù, compagni degli strani, sostegno della religione, osservatori della fede, esecutori della giustizia, eroi della caritade, e subjetti della clemenza. Per la qual cosa, principe inclito, raccogliete l’affezion mia in un lembo della vostra pietà, acciò ch’io possa lodare la nutrice dell’altre città, e la madre eletta da Dio per fare più famoso il mondo, per raddolcire le consuetudini, per dare umanità all’uomo, e per umiliare i superbi perdonando agli erranti... O patria universale! o libertà comune! o albergo delle genti disperse!» Torna a Roma? — Fuori da me sempre fui, non per altro che per dubitare che le smisurate accoglienze con cui il papa abbracciandomi baciommi con tenerezza fraterna, col concorso di tutta la corte a vedermi, non m’incitassero a finir la vita in palazzo, nel quale mi si diedero stanze da re, non da servo. Veramente si è visto il tumulto de’ popoli, che in ciascuna terra che siam passati, hanno dimostrato nel caso miracoloso del contemplarmi, dell’onorarmi e presentarmi di sorte che la peste dello stesso veleno ha sprofondato sotterra l’invidia... Il comune giudicio afferma che, tra ogni meritata felicità di sua beatitudine, debbe il pastor sommo mettere il mio esser nato al suo tempo, nel suo paese e suo divoto».

Qual meraviglia se gonfiavasi in superbia? — Tanti signori mi rompono continuamente la testa colle visite, che le mie scale son consumate dal frequentar de’ loro piedi, come il pavimento del Campidoglio dalle ruote di carri trionfali. Nè mi credo che Roma, per via di parlare, vedesse mai sì gran mescolanza di nazioni, come è quella che mi capita in casa. A me vengono Turchi, Giudei, Indiani, Francesi, Tedeschi e Spagnuoli. Del popol minuto dico nulla; perciocchè è più facile di tor voi dalla divozione imperiale, che veder me un attimo senza soldati, senza scolari, senza frati e senza preti intorno: per la qual cosa mi par essere diventato l’oracolo della verità, da che ognuno mi viene a contare il torto fattogli da tal principe o da cotal prelato; onde io sono il segretario del mondo, e così m’intitolate nelle soprascritte... Qual dotto in greco e in latino è pari a me in vulgare? quali colossi d’argento e d’oro pareggiano i capitoli, ne’ quali ho scolpito Giulio papa, Carlo imperatore, Caterina regina e Francesco Maria duca? Se io avessi predicato Cristo nel modo che per me si è laudato Cesare, avrei più tesori in cielo, che non ho debiti in terra»[185].

Per onore dell’umanità vorremmo crederli nulla più che un bugiardo galloriarsi di quel vituperoso briffaldo, se non ce ne rimanessero documenti; e principi più elevati, quei delle lettere e delle arti, gli porsero tributo. Il Bertussi dedicava i madrigali del Cassola al divinissimo signor Pietro Aretino: Alessandro Piccolomini, scrittore moralista, gli professava stima, e lo fece iscrivere tra gli Infiammati di Padova. Quando Adria sua bastarda andò sposa a Bernardino Rota, gli Urbinati le furono incontro per otto miglia, e poichè era notte quando tornarono, si posero i lumi a tutte le finestre. Frà Bellandini gli mandava un’elegia sull’Assunzione, e quattro sonetti al sepolcro di Cristo, per averne il parere: ne accettava le lodi il piissimo Beccadelli. Fausto da Longiano, precettore e poligrafo, che moltissimo si mosse, ed ebbe qualche somiglianza e grand’amicizia coll’Aretino, nelle lettere a questo loda sguajatamente se stesso e lui, fin a dire che un suo fratello predicatore avea terminato una predica coll’asserire che se la natura e Dio voleano riformar la razza umana, non poteano far meglio che produrre molti Aretini. Aldo Manuzio gli scriveva: — Non mi meraviglio che i maggiori principi e re del mondo temano ed onorino le forze della vostra eloquenza, nè che i pontefici vi bacino in fronte, nè che gl’imperatori vi pongano a man dritta; maravigliomi piuttosto che non dividano le signorie con voi, comprando l’immortalità che può dar loro la virtù vostra, per quanto ella vale». E la pia e casta Veronica Gambara: — Divino messer Pietro mio, mio figliuolo mi pregò in nome vostro ch’io fossi contenta di far un sonetto in lode della avventurosa donna novellamente amata da voi... Ve lo mando qui incluso»[186]. L’Ariosto il collocò fra quelli onde Italia si onorava: Ferdinando d’Adda, rettore dell’Università di Padova, gli dirigeva un epigramma ove il mette di sopra di Carlo V e Francesco I: nessun’accademia voleva esser senza il suo ritratto, il quale vedeasi ne’ gabinetti de’ principi come nelle bettole e ne’ lupanari: la città d’Arezzo lo dichiara nobile e gonfaloniere onorario: c’è un volume di lettere in sua lode: che più? lo denominarono persino il quinto evangelista.

Diciamo altrettanto degli artisti. Il Sanmicheli era frequente bersaglio di sue celie, onde montava sulle furie, ma essendo timorato di Dio, pentivasene tosto, e gli mandava frutti e leccornie, ch’egli poi godeva col Tiziano e col Sansovino. Il Vasari si loda ogni tratto di esso, e gli scrive: — Se nello intervallo di qualche mese non vi ho visitato, non è per questo che ogni minuto d’ora non vi ricordi e ancora non visiti con l’animo riverentemente quella gran presenza ch’è in voi; e così come il ricordarvi e il vedervi mi fa sentore nella memoria di riguardare la divinità della vostra virtù, dove si specchia ogni persona rara, che delle cose mirande che la natura produce fa che la vostra è più colma di meraviglia; e ben gloriare mi poss’io nell’età sì giovane essere stato da un Pietro tale chiamato figlio, a aver meritato dalle virtù sue esser messo nelle sue opere»[187].

Il Tiziano ne prendeva consigli, lo dipinse[188] più volte, e da Augusta nel novembre 1550 scriveagli d’avere presentata una sua lettera all’imperatore, e avergli soggiunto che «a Venezia, in Roma e per tutta Italia si confermava dal pubblico che sua santità teneva buona mente circa il farvi cardinale. In questo, Cesare mostrò segno d’allegrezza nel viso, dicendo che molto gli piaceria, e che non potrà mancare di farvi piacere, ed anche soggiungendo altre parole nel caso di voi, onorate e grandissime»; e tutto ciò in presenza di suo figlio, del duca d’Alba, e d’altri gran signori. «Il duca d’Alba non passa mai giorno che non parli meco del divino Aretino, perchè molto vi ama, e dice che vuol esser agente vostro appresso sua maestà. Io gli ho raccontato che spendereste un mondo, e che ciò che avete è di tutti, e che date ai poveri fino i panni di dosso, e che siete l’onor d’Italia».

A Michelangelo «bersaglio di meraviglie, nel quale la gara del favor delle stelle ha saettato tutte le freccie delle grazie loro», l’Aretino domandava licenza di dir le sue lodi, perchè «il mondo ha molti re, e un sol Michelangelo»; e questi gli rispondeva: — M. Pietro mio signore e fratello», lo esortava a scrivere di lui, e — Non solo l’ho caro, ma vi supplico di farlo, dacchè i re e gli imperatori hanno per somma grazia che la vostra penna li nomini». L’Aretino gli mandava suggerimenti sulla cappella Sistina, e consistevano in quelle allegorie della Speranza, la Disperazione, la Vita, la Morte, il Tempo, la Fama e altrettali, che i letterati trovano sulla punta della penna, ma che mal rispondono al dovere della pittura, che è di rappresentare delle forme. E Michelangelo se ne scusa come si farebbe oggi con un giornalista, desolato di non potere dargli ascolto perchè già avanzato il lavoro.

Non crederete se la passasse liscia coi tanti che malmenava. Il Berni in un sonetto caudato gli avventò un tal risciacquo d’ingiurie e sconcezze, che dovette rimanerne ancor più ingelosito che offeso, e disperò di poterlo sorpassare. Altrettanto fecero il Muzio e Bernardo Tasso; e a chi gli mostrasse il dente, esso s’acchetava; anzi il Boccalini lo chiamava «calamita de’ pugnali e de’ bastoni». Un Volta, con cui rivaleggiava nel corteggiare una contessa, gli appoggia cinque coltellate: Pietro Strozzi, nominato in un sonetto, gli manda dire che, se lasciasi uscir mai il suo nome, lo farà freddare, ed egli sel tiene per detto: l’ambasciadore d’Enrico VIII, da lui sospettato di frode nel trasmettergli i doni del re, lo fa bastonare, ed egli ringrazia Dio che gli concede forza di perdonar l’offesa. Il Tintoretto, da lui pizzicato, chiamosselo nello studio col pretesto di fargli il ritratto, e cavato un pistolese, l’andò misurando pel lungo e pel largo, e infine gli disse: — Voi siete lungo due pistolesi e mezzo, ve ne ricordi»; e lo rimandò collo spavento, e l’ebbe da poi lodatore.

Si raccolse infine a Venezia, quivi scapestrando in amori, e insieme facendo del bene a partorienti, a pitocchi; finchè, ridendo all’ascoltare dalle sue sorelle, che tenevano postribolo, le salacità da tal luogo, cascò dalla scranna, e si percosse a morte. Ricevuto l’olio santo, sclamò: — Guardatemi dai topi or che son unto», e morì in luogo e modo degni di sua vita.

Contro di lui era diretto il «Terremoto del Doni fiorentino, colla rovina di un gran colosso, bestiale anticristo della nostra età, opera scritta ad onor di Dio e della santa Chiesa per difesa non meno dei buoni Cristiani», con una prefazione «al vituperoso, scellerato e d’ogni tristizia fonte ed origine Pietro Aretino, membro puzzolente della pubblica falsità, e vero anticristo del secol nostro».

Questo Anton Francesco Doni da Firenze (-1574), servita, poi prete secolare, «vivendo di kyrieleison e di fidelium animæ», bizzarrissimo come uomo e come scrittore, stampava opere, che poi riproduceva sotto mutato titolo, e lavori altrui pubblicava col proprio, sempre variando di mecenati, per buscare. Le sue Librerie sono cataloghi e giudizj di opere, ma talora fine o mutate a capriccio, e sempre inesatti. La Zucca, i Marmi, i Mondi, le Pitture, i Pistolotti, e l’infinità de’ libercoli suoi riboccano di capresterie pazzesche, non ben discernendosi quando burli o parli da senno. Volle sin fare una dichiarazione sopra il terzo dell’Apocalisse contro gli Eretici.

Ferocissimamente lo nimicò Lodovico Domenichi (-1564), scrittore spiritoso e vuoto, vissuto in corte de’ Medici e sotto i cui auspizj si formò a Piacenza sua patria un’accademia, che avea per patrono Priapo e le costui insegne. Egli stampò come originali alcune traduzioni, e come sue delle opere altrui, fra le quali un dialogo, che dieci anni prima era comparso fra i Marmi, e a cui allora aggiungeva tre invettive contro il Doni. Il quale, oltre la taccia di plagiario, allora molto comune, in una lettera che rimane a suo perpetuo vitupero[189] lo accusava con infamie da spia, ed ebbe il dispetto di non vedere esaudita la sua ira. Eppure fin medaglie si coniarono al Domenichi[190].

Amico, nemico, imitatore dell’Aretino, Nicolò Franco beneventano (-1569) cerca incessantemente e ottiene, e ne’ suoi sonetti l’accocca a re, a papi, a cardinali, a letterati, al concilio di Trento, con vomito di rabbia e di sudiceria. L’Aretino lo adoprò per iscrivere satire e per farsi correggere i proprj scritti, come dotto che era di latino e greco: poi guastatisi, Nicolò intitolossi flagello del flagello, con oscenità grossolane il serpentava, «agli infami principi dell’infame secolo» diresse un virulento rimbrotto de’ favori a un tal mostro conceduti, e — Principi, io v’ho parlato in rima, ed ora vi parlo in prosa. Che parte aggiate fra tante infamie vel potrete conoscere, se la vostra trascuraggine non sia così cieca in leggere com’è stata in donare». Fece i commenti alla Priapea, e toccò anch’egli pugnalate eroiche, come diceva l’Aretino: ma avendo pizzicato persona potente, o piuttosto a punizione delle scritture ed azioni infami, Pio V il condannò alla forca. Il Franco esclamò: — Questo è poi troppo», e fu strozzato.

Di perversità men profonda, ma non meno bizzarro a conoscersi è Benvenuto Cellini da Firenze (1500-70), che direste un disutile millantatore, se nol conosceste uno de’ più lodati artisti. Suona di cornetto e di flauto, e se ne vanta non men che del suo bulino; tutto ammirazione pe’ bei colpi degli spadaccini, e per coloro che ne’ duelli versano la bravosissima anima; onde guaj a chi gli tocca un dito, o vien con esso a paragone di mestiere! non ha parole bastanti per denigrarlo, e nella sua jattanza non comporta d’essere posposto che al divinissimo Michelangelo. Vengono i Tedeschi del 27? in quella infernalità crudele egli serve d’artigliere; a credergli, da lui partono i colpi che uccidono il Borbone e feriscono il principe d’Orange; e si lagna gli abbiano impedito un tiro, col quale avrebbe schiacciato i capi nemici, radunati a parlamento; s’inginocchia al papa pregandolo di ribenedirlo degli omicidj fatti in servizio della Chiesa, e «il papa, alzate le mani e fattogli un potente crocione sulla figura», lo manda assolto. I principi lo hanno famigliarissimo; il granduca capita tratto tratto nella sua bottega; i principotti d’Italia, i cardinali, le mogli e le ganze di questi e di quelli gareggiano per averne qualche lavoro. Il papa gli dice: — Se io fossi un imperator ricco, donerei al mio Benvenuto tanto terreno quanto il suo occhio scorresse; ma perchè noi del dì d’oggi siamo poveri imperatori falliti, ad ogni modo gli daremo tanto pane che basterà alle sue piccole voglie». Ma i doni o non vengono o sempre inadeguati al suo merito ch’era grande, o alla sua presunzione ch’era più grande ancora; le lodi gli sono contrastate: onde egli adopera una lingua che fora e taglia, e quello schioppetto «col quale e’ dà in un quattrino», e una spada eccellente con cui assalì più volte i suoi nemici e sgominò i birri.

Un oste esagera lo scotto? Benvenuto «vien in pensiero di ficcargli il fuoco in casa, o di scannargli quattro cavalli buoni ch’egli aveva nella stalla»; ma si contenta di tritargli col coltellino quattro letti. Un’altra volta tira stoccate, e il nemico gli cade morto, «qual non fu mia intenzione, ma li colpi non si danno a patti». Al papa froda bravamente l’oro, salvo a farsene assolvere; ruba fanciulle, corrompe ragazzi; e le sue ribalderie racconta con tale sicurezza, come fossero atti di giustizia; e pretende che «gli uomini come Benvenuto, unici nella loro professione, non hanno ad essere obbligati alle leggi»; e trova un gran torto quando, a trentanove anni, per la prima volta è messo prigione. Eppure ha la sua morale anch’esso, a’ servigi della passione; e se muore un suo nemico, «si vede che Iddio tien conto de’ buoni e de’ tristi, e a ciascuno dà il suo merito». È religioso, è credulo; nel Coliseo gli è fatta vedere la tregenda de’ diavoli, dov’egli solo non ha paura; messo prigione, legge continuo la Bibbia italiana, ed ha apparizioni di Dio e di santi, onde ne porta una fiammella sulla sommità del capo, «la quale si è evidente ad ogni sorta d’uomo a chi io l’ho voluto mostrare, quali sono stati pochissimi». Alfine, lieto di fuggire di Castel sant’Angelo «a dispetto di colui che in terra e in cielo il vero spiana, liberamente perdona alla santa madre Chiesa, sebben gli abbia fatto questo scellerato torto». Poi nel terribile momento della fusione del Perseo, momento le cui convulsioni non può immaginare se non chi sia artista, invoca Dio, e a questa devozione attribuisce la buona e inaspettata riuscita, e perciò va in pellegrinaggio ai santuarj «nel nome di Dio sempre cantando salmi e orazioni».

E «sempre cantando e ridendo» era ito da Firenze a Parigi tra molti pericoli della vita. Ivi si mette a vivere magnificamente con tre cavalli e tre servitori; è alloggiato in una villa reale: ma l’invidia si solleva contro di lui, ed egli si compiace di nemici potenti. Tale a Firenze era la duchessa, tale è quivi madama d’Etampes: e s’arrovella coi cortigiani scannapagnotte di colà; e sempre sono i subalterni che gli mandano attraverso le buone fortune, guastando le intenzioni dei re. Ivi trova «una certa razza di brigate, le quali si domandano venturieri, che volontieri assassinano alla strada; e sebbene ogni di assai se ne impicca, quasi pare che non se ne curino». Un altro impaccio v’incontra, le liti, perchè «subito ch’ei cominciano a vedere qualche vantaggio nella lite, trovano da venderla, e alcuni l’hanno data per dote a certi, che fanno totalmente quest’arte di comperare liti[191]. Hanno un’altra brutta cosa, che gli uomini di Normandia hanno, quasi la maggior parte, per arte loro il far testimonio falso; di modo che questi che compran la lite, subito istruiscono quattro di questi testimonj o sei, secondo il bisogno; e per via di questi, chi non è avvertito a produrne tanti in contrario, e che non sappia l’usanza, subito ha la sentenza contro». Ma quand’egli vede la causa pigliar mala piega, ricorre per suo ajuto a una gran daga, e «all’uno tronca le gambe, l’altro tocca di sorte, che tal lite si fermò»; ringraziando sempre di questa e d’ogni altra ventura Iddio.

Il suo racconto, tutto brio e bugie, non lo scrisse lui, ma lo dettava, e ben te n’accorgi all’enfasi e alle vanterie; sotto aspetto d’ingenua confidenza lo svisa, come tutte le autobiografie, coi sentimenti d’autore e con un’insaziabile jattanza, per la quale si dà vanto fin del delitto. Terribile agli altri, era o credeasi in continui pericoli; più volte assaltato, più altre avvelenato: porta i denari in dosso «per non essere appostato o assassinato come è il costume di Napoli»; il papa lo fa avvelenare con diamante in polvere, ma l’avaro orefice pesta invece un berillo; le altre volte la sua robusta costituzione trionfa. E scapola da processi di delitti orribili, talvolta col solo far fracasso, come con colei che l’accusava di peccato infame, di cui non fece altra discolpa che col gridare cominciassero dal bruciar lei, complice e paziente.

Leon Leoni tenta per invidia avvelenare il Cellini, sfregia il viso a un tedesco giojelliere di Paolo III, ond’è condannato alla galera; in Venezia fa da un sicario attentare alla vita d’un Martino suo discepolo; nella propria casa a Milano assalì col pugnale il pittore Orazio Vecellio per ammazzarlo e derubarlo; eppure egli è carezzato da Annibal Caro, chiesto e largamente rimunerato dal governatore di Milano, dal duca di Parma, da Carlo V.

Non ci s’imputi di confondere con coteste un’esistenza molto più nobile, ma che tanto ritrae del suo secolo. Nicolò Machiavelli, nato d’illustre sangue fiorentino, entra giovane agli affari; e presto nominato segretario ai Dieci della guerra, vi si mantiene quattordici anni, finchè mutata signoria è deposto: sopraggiunti i Medici, per sospetto vien messo in prigione e alla tortura; resiste al manigoldo, ma non alle blandizie del principe buon padre, al quale dal carcere dirige versi supplichevoli e scuse[192]. La repubblica ristabilita lo trascura come ligio ai Medici: quando questi ritornano, e’ mette di mezzo amici e donne per ottenere impiego; e non contentato, piagnucola e bela, senza sapersi acconciare colla fortuna e colla propria dignità.

Capace di vedere quanto v’avea di moderno nell’antichità e d’antico nel medioevo, venuto in tempo che la assolutezza dello Stato pugnava colla democrazia sovrana, a quella s’affisse, e precorse l’età dell’onnipotenza dello Stato, oggi stabilita dappertutto fuorchè in Inghilterra. Che bizzarre origini, che strani intenti non si attribuirono al suo Principe! Udiamo lui stesso confessarceli: — Io mi sto in villa, e poichè seguiono quelli miei ultimi casi, non sono stato, ad accozzarli tutti, venti dì a Firenze. Ho insino a qui uccellato ai tordi di mia mano, levandomi innanzi dì; impaniavo, andavane oltre con un fascio di gabbie addosso, che pareva il Geta quando torna dal porto con i libri d’Anfitrione; pigliava al meno due, al più sette tordi. Così stetti tutto settembre; di poi questo badalucco, ancorachè dispettoso e strano, è mancato con mio dispiacere; e quale la vita mia dipoi vi dirò. Mi levo col sole, e vommi in un mio bosco che io fo tagliare, dove sto due ore a riveder le opere del giorno passato, ed a passar tempo con quei tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mani o fra loro o coi vicini. Partitomi dal bosco, io me ne vo ad una fonte, e di qui in un uccellare, con un libro sotto, o Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come dire Tibullo, Ovidio e simili. Leggo quelle amorose passioni, e quelli loro amori ricordanmi de’ miei, e godomi un pezzo in questo pensiero. Trasferiscomi poi in sulla strada nell’osteria, parlo con quelli che passano, domando delle nuove dei paesi loro, intendo varie cose, e noto varj gusti e diverse fantasie di uomini. Viene in questo mentre l’ora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi, che questa mia povera villa e paulolo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell’osteria: qui è l’oste per l’ordinario, un beccajo, un mugnajo, due fornaciaj. Con questi io m’ingaglioffo per tutto il dì giuocando a cricca, a tric trac, e dove nascono mille contese e mille dispetti di parole ingiuriose, ed il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Così rinvolto in questa viltà, traggo il cervello di muffa, e sfogo la malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per quella via, per vedere se la se ne vergognasse. Venuta la sera, mi ritorno a casa, ed entro nel mio scrittojo; ed in sull’uscio mi spoglio quella vesta contadina, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, e domandare della ragione delle loro azioni: e quelli per loro umanità mi rispondono, e non sento per quattro ore di tempo alcuna noja, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte, tutto mi trasferisco in loro.

«Perchè Dante dice Che non fa scienza senza ritener lo inteso, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto un opuscolo De principatibus, dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subjetto, disputando che cosa è principato, di quali spezie sono, come e’ si acquistino, come e’ si mantengono, perchè e’ si perdono; e se vi piacque mai alcun mio ghiribizzo, questo non vi dovrebbe dispiacere; e ad un principe, e massime ad un principe nuovo, dovrebb’essere accetto; però io lo indirizzo alla magnificenza di Giuliano.

«Io ho ragionato con Filippo Casavecchia di questo mio opuscolo, se gli era bene darlo o non lo dare; e se gli è ben darlo, se gli era bene ch’io lo portassi, o che io ve lo mandassi. Il non lo dare mi faceva dubitare che da Giuliano non fussi, non che altro, letto: il darlo mi faceva necessità che mi caccia, perchè io mi logoro, e lungo tempo non posso stare così, che io non diventi per povertà contennendo. Appresso, il desiderio avrei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perchè se io poi non me li guadagnassi, io mi dorrei di me: e per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe che quindici anni che io sono stato a studio dell’arte dello Stato, non gli ho nè dormiti nè giucati; e dovrebbe ciascuno aver caro servirsi d’uno, che alle spese di altri fussi pieno di esperienza. E della fede mia non si dovrebbe dubitare, perchè, avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatre anni, che io ho, non debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia».

Finì l’opera al modo che conosciamo (t. IX, p. 150), e la dirigeva all’inetto Lorenzo dicendogli: — Pigli vostra magnificenza questo piccolo dono con quell’animo che io lo mando; il quale, se da quella fia diligentemente considerato e letto, vi conoscerà dentro un estremo mio desiderio che ella pervenga a quella grandezza che la fortuna e le altre sue qualità le promettono. E se vostra magnificenza dall’apice della sua altezza qualche volta volgerà gli occhi in questi luoghi bassi, conoscerà quanto indegnamente sopporti una grande e continua malignità di fortuna».

Che glien’incontrò? I tiranni nol curarono; solo alla fine il cardinale de’ Medici lo deputò al capitolo de’ frati di Carpi, e il fratello di quello gli fece un assegno affinchè scrivesse le storie di Firenze. Nella qual opera stava ben sull’avviso di non offendere, e al Guicciardini scriveva: — Essendo per entrare in certe particolarità, avrei duopo sapere da voi s’io mettami a rischio di dispiacere sia rivelando, sia rappicciolendo gli avvenimenti; consiglierommi del resto meco medesimo, e m’ingegnerò a far sì che, pur dicendo la verità, a niuno debba ella rincrescere». Fortuna fu dunque che morte il togliesse dall’impaccio di narrare i casi contemporanei, ove impossibile l’orzeggiare.

Che se lo ammiravano i politici, la sana cittadinanza gli volle male di quella sregolata politica[193], la quale dovea non liberare l’Italia dagli stranieri, ma buttarla in loro braccio pervertita e derisa.

Intanto conosciuto per bizzarro e d’opinioni singolari[194], detta sconcie commedie, e da Firenze gli scrivono: — Ora che non ci siete voi, nè giuoco nè taverne nè qualche altra cosetta non ci s’intende». A cinquant’anni spasima d’una fanciulla, e, fra altre sudicie lettere, nel gennajo 1514 scriveva al Vettori, inviandogli un sonetto amoroso: — Io non saprei rispondere all’ultima vostra lettera con altre parole che mi paressino a proposito, che con questo sonetto, per il quale vedrete quanta industria abbia usato quel ladroncello d’Amore per incatenarmi. E sono, quelle che ha messo, sì forti catene, che io son al tutto disperato della libertà. Nè posso pensar mai come io abbia a scatenarmi: e quando pur la sorte, o altro aggiramento umano, mi aprisse qualche cammino a uscirmene per avventura, non vorrei entrarvi; tanto mi pajono ora dolci, or leggiere, or gravi quelle catene; e fanno un mescolo di sorte, che io giudico non poter vivere contento senza quella qualità di vita. Io mi dolgo che voi non siate presente per ridervi ora dei miei pianti, ora delle mia risa; e tutto quel piacere ne avreste voi, se lo prova Donato nostro, il quale insieme coll’amica, della quale altre volte vi ragionai, sono unici porti e refugi al mio legno, già rimaso per la continua tempesta senza timone e senza vele». Vive discolo sempre, corifeo de’ bontemponi; e nelle regole che dettava per una brigata compagnevole, imponeva che tutti intervenissero puntuali ai perdoni, alle feste, alle cerimonie ecclesiastiche, e insieme a tutti i balli, le colazioni, le cene, gli spettacoli, le veglie ed altri spassi, sotto comminatoria d’essere relegati gli uomini in un convento di monache, le donne in uno di frati.

Poi di mezzo a questa vita godereccia dava arguti pareri intorno alla situazione dell’Italia, o andava ad una delle tante confraternite devote, e alla sua volta vi recitava una predica sul De profundis, conchiudendo coll’esortare a penitenza, e ad «imitare san Francesco e san Girolamo, i quali per reprimere la carne e torle facoltà a sforzarli alle inique tentazioni, l’uno si rivoltava su per i pruni, l’altro con un sasso il petto si lacerava... Ma noi siamo ingannati dalla libidine, incôlti negli errori, e inviluppati ne’ lacci del peccato, e nelle mani del diavolo ci troviamo; perciò conviene, ad uscirne, ricorrere alla penitenza, e gridare con David, Miserere mei Deus, e con san Pietro piangere amaramente». Così predicava forse prima d’uscire a cantar la serenata:

Apri all’amante le serrate porte...

Pon giù quella superbia che tu hai;

Segui il regno di Venere e la corte...

Usa pietà, e pietà troverai.

Perocchè questi ritorni dalla dissipazione e dalla corruttela a sentimenti pii e religiosi son naturali in tempo che l’educazione vi predisponeva; e non c’è artista, compresi l’Ariosto e il Cellini, che non sentisse rinascer il bisogno di raccogliersi talvolta a Dio, e rinnovare quelle pratiche in cui gli avea nodriti la madre. Di Michelangelo già lo vedemmo; e compreso d’ammirazione per la natura semplice, al Vasari scriveva: — Io ho avuto questi dì nelle montagne di Spoleto a visitare que’ romiti, in modo che io son tornato men che mezzo a Roma, perchè veramente non si trova pace se non ne’ boschi». Esso Vasari, tutto arte, pur a tratto sentivasi preso dalle bellezze naturali e dalle ispirazioni della pietà; e quando, alla morte del duca Alessandro[195], vide interrotti i suoi lavori, sicchè preso da melanconia temeva un cattivo fine, risolse darsi alla solitudine e all’arte sua, «e così offenderò meno Iddio, il prossimo e me stesso. La solitudine sarà in cambio dello stuolo di coloro che, per lodarti e per metterti innanzi, sei obbligato a temerli, amarli e presentarli; dove in essa contemplazione d’Iddio, leggendo si passerà il tempo senza peccato, e senza offendere il prossimo nella maldicenza». Avendogli poi Giovanni Pollastra suggerito di ricoverare fra i monaci di Camaldoli, di là gli scriveva: — Siate voi benedetto da Dio mille volte, poichè sono per mezzo vostro condotto all’ermo di Camaldoli, dove non potevo, per cognoscer me stesso, capitare in luogo nessuno migliore; perchè, oltre che passo il tempo con util mio in compagnia di questi santi religiosi, i quali hanno in due giorni fatto un giovamento alla natura mia sì buono e sano, che già comincio a conoscere la mia folle pazzia dove ella ciecamente mi menava, scorgo qui in questo altissimo giogo dell’Alpe, fra questi dritti abeti, la perfezione che si cava dalla quiete; così come ogni anno fanno essi intorno a loro un palco di rami a croce, andando dritti al cielo; così questi romiti santi imitandoli, ed insieme chi dimora qui, lassando la terra vana, con il fervore dello spirito elevato a Dio alzandosi per la perfezione, del continuo se gli avvicina più; e così come qui non curano le tentazioni nemiche e le vanità mondane, ancorchè il crollare de’ venti e la tempesta gli batta e percuota del continuo, nondimeno ridonsi di noi, poichè nel rasserenar dell’aria si fan più dritti, più belli, più duri e più perfetti che fussero mai, che certamente si conosce che ’l cielo dona loro la costanza e la fede; così a questi animi che in tutto servono a lui. Ho visto e parlato sino a ora a cinque vecchi di anni ottanta l’uno in circa, fortificati di perfezione nel Signore che m’è parso sentir parlare cinque angioli di paradiso; e stupito a vederli di quell’età decrepita, la notte per questi ghiacci levarsi come i giovani, e partirsi dalle lor celle, sparse lontano centocinquanta passi per l’ermo, venire alla chiesa ai mattutini ed a tutte l’ore diurne, con un’allegrezza e giocondità come se andassero a nozze. Quivi il silenzio sta con quella muta loquela sua, che non ardisce appena sospirare, nè le foglie degli abeti ardiscono di ragionar co’ venti; e le acque, che vanno per certe docce di legno per tutto l’ermo, portano dall’una all’altra cella de’ romiti acque, camminando sempre chiarissime, con un rispetto maraviglioso».