CAPITOLO CLI. Governo spagnuolo in Lombardia e nelle Due Sicilie.

I paesi sottomessi alla Spagna, destituiti di attività nazionale, non possono narrarci che indecorosi patimenti sotto un governo militare, intento a mietere non a seminare, tenerli in dovere con guarnigioni e fortezze, obbligarli a dar uomini e denari, non a misura del ben loro, ma pel vantaggio e la forza generale della monarchia.

Stava inconcusso che il re dovesse governare giusto e paterno, ma con nessun altro limite se non i tradizionali privilegi d’alcuni ordini e d’alcuni corpi. Filippo II avea creato presso di sè un supremo consiglio d’Italia (1562), nel quale, co’ reggenti spagnuoli, sedevano due ministri napoletani, uno milanese, uno siciliano; ma in tanta lontananza conoscevano e potevano pochissimo, mentre l’autorità sovrana era trasmessa ai governatori e ai vicerè, che dirigeano insieme l’amministrazione e la guerra, illimitati a un bel circa come i bascià odierni, potendo levar soldati, disporre degl’impieghi, pubblicare prammatiche, ingerirsi nella giustizia civile e criminale, far grazia, corrispondere direttamente e per ambasciadori colle potenze estere. Avendo la mira non al bene dello Stato, ma a segnalarsi, occupavansi spesso in mosse d’armi, più spesso in contese di giurisdizione cogli Stati vicini, colle autorità del paese, cogli arcivescovi, i quali dopo il concilio di Trento aveano ravvivate le ecclesiastiche pretensioni[40]; teneano politica talvolta differente da quella della Corte; ed avendo il re cassatane la decisione, un governatore non vi diè retta esclamando, — Il re comanda a Madrid, io a Milano». Quasi sempre spagnuoli, e per lo più soldati, arrivavano in paese di costumanze e di pratiche sconosciute; e vi trovavano tal complicazione di leggi, di gride, di privilegi, che lunghi anni e seria volontà si sarebbero voluti a soltanto informarsene; eppure ne’ cencinquanta anni della dominazione spagnuola in Lombardia si mutarono trentasei governatori. Arrivando, mettevano fuori una grida generale che confermava quelle degli antecessori o le modificava, alla rinfusa comprendendovi provvedimenti religiosi, economici, giudiziarj, sanitarj, d’annona e di moneta; di tempo in tempo ne pubblicavano poi altre sopra oggetti particolarissimi, sprovveduti d’ogni vista comprensiva. Duole il riflettere che erano stese da nostri; sicchè quella tradizione di abusi era imputabile ancor meno allo straniero che ai paesani.

Il segretario di Stato Arosteghi diceva: — In tempo di guerra io vorrei essere piuttosto governator di Milano che re di Spagna, perchè questo governa colle consulte e i consigli, mentre la condotta della guerra dipende dall’assoluto arbitrio del governatore»[41]. L’interesse portava dunque a perpetuarle; e tanto meglio vi riuscivano, in quanto soltanto per esse la Spagna poteva soddisfare al suo farnetico di mostrarsi la prima nazione del mondo.

Il Milanese, «corpo grosso mezzo scorticato, carco di vespe»[42], comprendeva l’antico ducato, il principato di Pavia, i contadi di Cremona, Alessandria, Tortona, Como, Novara, Vigevano, Lodi, Bobbio, con un milione seicentomila abitanti, toccando agli Svizzeri, ai Genovesi, ai Veneziani. Don Ferrante Gonzaga, italiano de’ più spagnolizzati e dispotici, fu detto nuovo fondatore di Milano perchè, postovi governatore da Carlo V (1547), ne migliorò le vie, e circondò anche i sobborghi d’una mura di otto miglia, quasi potesse difendersi una sì gran città in piano, e tanto lautamente guadagnaronvi gl’intraprenditori, che in riconoscenza fabbricarono a lui una suntuosa villa.

Per dire alcun che d’altri governatori, e serbandoci a parlare più a lungo del Fuentes, il Carassena mostrò quanto prendesse a cuore il pubblico bene col vietare che le donne pubbliche andassero in carrozza: il Fuensaldagne col proibire di ballar dopo mezzanotte, nè che gli uomini si mascherassero da donna o viceversa: meglio il conte di Ligne interdisse il lotto che allora andavasi propagando, «poichè oltre l’incentivo che porge a molti poveri e vogliosi di migliorar fortuna, con la speranza del guadagno, di consumar quanto tengono per far denari d’arrischiare alla sorte d’esso giuoco, è cagione che diversi ciecamente cadino in sortilegi ed osservazioni superstiziose de’ sogni, che illaqueano le coscienze con grave e scandalosa offesa di Dio»[43].

Il duca d’Ossuna (1670), diverso e non men funesto di quel che vedremo figurare a Napoli, entrò con pompa memorabile anche per quel secolo sfarzoso. Aprivano la processione compagnie di cavalieri, la corazza sul petto, la celata al capo, la pistola in mano: poi cento ronzini, coperti di panno scarlatto e trine d’oro, portavano gli arredi della famiglia, e ciascuno, per briglie di seta e d’oro, veniva guidato da un palafreniere in divisa di scarlatto e d’oro, e pennacchio al cappello: egualmente bardati erano i destrieri del duca, cui seguivano i carabinieri in bell’arnese, ed in più bello i gentiluomini milanesi, fiancheggiati da molti palafrenieri. Comparivano poi tre carrozze del duca, col carro e le ruote intagliati squisitamente, il legno tutto dorato, e grossi chiodi d’oro nella prima, dov’erano la moglie e le figlie, d’argento nelle altre: dentro non si vedeva che oro. Il duca cavalcava tra la prima carrozza ed una fila di guardie svizzere, seguito da lancieri ed altri soldati.

Per bastare a tal lusso e a quello che sfoggiò nella Corte, rubava, vendeva le cariche, ed allorchè partì, lasciò all’erario grossi debiti, mentr’egli per regali ammassò ben cinquecentomila oncie d’argento. Il conte Trotti per essere eletto generale gli diede ottantamila scudi di Genova. Avendo un servo di esso duca percosso un cagnuolo della principessa Trivulzio, i costei servi uccisero l’offensore: il duca mandò il capitano di giustizia ad arrestare i delinquenti; ma la padrona, che era spagnuola, spedisce a Madrid a querelarsi della violata immunità di sua casa; viene rescritto che i prigionieri vi sieno ricondotti, e il capitano vada a chiedere scusa d’aver osato in una casa nobile arrestare omicidi. Delle frequenti pasquinate che gli si lanciavano non potendo il governatore altrimenti scoprir l’autore, ricorse ad un negromante; che divisati i suoi pentacoli, chiamò colpevole di ciò un tal frate; un frate per buona sorte; talchè, non potendo essere punito dal fôro secolare, fu soltanto esigliato.

Dibattendosi la clamorosa controversia teologica sull’immacolata concezione di Maria, il duca d’Ossuna invita i decurioni comaschi a celebrarla con solenne messa, dove giurassero credere a quel mistero (1672), ed essere pronti a sostenerlo d’ogni lor forza. Che che dovesse parere di questo modo di risolvere dispute inestricabili, vennero essi fra gran concorso nel loro duomo; ma ecco i canonici mettono in campo i loro privilegi, e ricusano dar i cuscini da inginocchiarsi ai devoti padri della patria, nè il celebrante vuole scendere dal Sancta Sanctorum per ricevere il giuramento, onde una lite nuova nasce dal voler sopire la vecchia; l’Ossuna sgrida gli uni, sgrida gli altri; chiama a Milano i più stretti parenti de’ canonici e li tiene prigioni: argomento risolutivo de’ più consueti.

Avendo egli tenuto una volta circolo e ragunata la principale nobiltà, parve strano e scandoloso; talmente era consueto il restar isolati. Ma il governatore Vaudemont, testa francese, introdusse di raccorne spesso a Corte; e i giardini della Bellingera, poco fuori di Porta Renza, videro le scene di quelli d’Armida. Allora le donne cominciarono ad essere riammesse ai circoli: ma poichè si era voluto ripararne i costumi colla guardia gelosa, anzichè coll’educazione e colla virtù, ben presto dalla selvatichezza si fece tragitto al libertinaggio; alla gelosia che rendea feroci i nobili, fu sostituito il cicisbeismo che li rese ridicoli.

Luigi XII, conquistato il Milanese, v’aveva istituito un senato, a similitudine del parlamento di Parigi, composto d’un presidente, quattordici giureconsulti, sette segretarj, tolti uno da ciascuna provincia. Tribunale supremo e custode della legge, avea diritto d’interinare le costituzioni e le grazie del principe, esaminando se nulla contenessero di repugnante alla giustizia e alle consuetudini; e fin tre volte potea respingerle, dopo di che sorpassavasi all’opposizione, e vi si dava vigore. Era dunque una rappresentanza nazionale, ma la componeano legisti che, avendo propugnato la supremazia assoluta della Corona onde abbattere il feudalismo, or non sapeano che obbedire; mascheravano il despotismo sotto la vanità delle loro forme, subordinavano la libertà alle proprie pretensioni; e invece d’impacciarsi ad impugnarne il diritto, delle loro rimostranze la corona non tenea conto. Gli antichi statuti della repubblica e dei duchi erano stati raccolti da Lodovico Sforza, compiuti da Carlo V che li pubblicò col nome di Nuove costituzioni, modificati al novello ordine di cose; ma il senato poteva togliere e dare qualunque disposizione anche contro di quelli: esorbitante autorità, che colla supremazia sulla giustizia dava al presidente del senato un’importanza smisurata e una via ad ingenti guadagni. Restavano dunque incerti i principj del governo quanto i diritti e gli interessi dei privati; e tutto procedea per abusi, che spesso correggevansi un l’altro.

Milano era amministrata da un consiglio de’ primarj nobili, indipendente dal re, col quale trattava per via d’ambasciadori; il vicario di provvisione esercitava anche qualche parte di giurisdizione, di polizia, e fin di legislazione, la qual facoltà era molto sbricciolata. Formavansi così due governi paralleli; e il comunale sarebbe bastato a reprimere gli arbitrj del regio, se, dopo ristretta tutta la vita comune negli affari municipali, i suoi membri vi avessero spiegato coraggio e cercata importanza, anzichè ambire distinzioni, cariche, e quel lustro che vien dalla vicinanza al trono.

Pur le tradizioni d’autorità, di bontà e beneficenza signorile, di docilità e riverenza popolare avrebbero potuto conservare in fiore il paese, se non lo avesse disanguato il fisco, con gravezze sempre crescenti, in vista della cassa militare non del ben pubblico, e che, poste con insensatezza pari alla cupidità, essiccavano le fonti della prosperità pubblica, punivano l’industria, scoraggiavano l’agricoltura, e si può dire fossero causa di tutti gli errori, e le miserie d’allora.

Secondo le costituzioni di Carlo V, per nessun titolo doveano alienarsi regalie ed effetti camerali; e al contrario, già sotto di lui le varie entrate si appaltavano o vendevano, poi si mettea mano sui frutti assegnatine ai compratori; indi creavasene a bella posta di nuove, per venderle; vendevasi l’esazione dei donativi futuri, giacchè i donativi erano la forma consueta delle imposizioni straordinarie. Ogni minimo bracciante sopportava la taglia fin di venti scudi; su ogni consumo, su ogni produzione pesavano balzelli esorbitanti. Dal 1620 al 30 s’inventarono dieci dazj nuovi; e «non v’ha casa nè cosa che sia libera da qualche carico; non v’è cosa sì minima e vile, appartenente al vitto, vestito ed abitazione, che sia libera da gravezze ed imposte.»[44]; dal 1610 al 50 lo Stato pagò più di ducensessanta milioni di scudi d’oro, cioè da milleducento milioni di franchi; infine le taglie sorpassavano il ricavo de’ beni, e Milano, che incassava per un milione e mezzo di lire, dovea pagarne due milioni e centomila, sicchè ridusse gl’interessi al due per cento e pagava in cedole.

I Comuni che prima erano liberi, cioè regj, venivano per prezzo infeudati a qualche signore, poi s’inducevano a comprare il riscatto, ma ben presto infeudavansi di nuovo. Si riteneano le paghe delle milizie e de’ magistrati, che erano costretti rifarsi sul vulgo o sui postulanti; obbligavansi i negozianti ad imprestiti; i decurioni doveano rispondere per debiti de’ Comuni; si gravavano le persone e i beni de’ forestieri, si espilavano le banche pubbliche, fatte con depositi privati[45]. Alfine i debiti si accumularono a segno, che nel 1671 si dichiarò il pubblico fallimento. Smunto il capitale riproduttivo, le manifatture si smisero, la campagna restò incolta, i Comuni affogati nei debiti, ogni momento lamentanze al lontano monarca, che non le ascoltava. I molti ozianti e i privilegiati doveano vivere sulle fatiche de’ pochi operosi; quindi parziali scarsezze di grani, che la difficoltà di comunicazioni trasformava in carestie: i ricchi non aveano di che dotar le figlie e adempiere ai legati pii; atterravano le case per non doverne le taglie, o le lasciavano vendere all’asta dai creditori.

Non crediate che il denaro passasse in Ispagna: che bisogno ne aveva essa, cui l’America tributava ogn’anno diciotto milioni d’oro? Bensì sperdeasi nell’ingordigia degli appaltatori delle pubbliche gravezze, i quali con inesorabilità smungeano il povero, e accumulavano ingenti fortune collo spropriare i debitori del fisco; governatori e magistrati non voleano aver gettata indarno la bella occasione d’arricchirsi onde si diceva che i ministri regj in Sicilia rosicchiavano, a Napoli mangiavano, a Milano divoravano; inoltre occorrevano ingenti somme ad alimentar le guerre in Italia, compiacenza de’ governatori e grandigia della Spagna.

Quell’arbitrio legale che storna la ragione e ammusola il senso comune davanti all’interesse del Governo o d’alcuni privati, volendo di tutto impacciarsi, col titolo di protezione estinse quella libertà che è vita del commercio; aggravava le tasse sulle materie prime, proibiva l’asportazione non solo del grano, ma fin della seta e del panno; or vietava le pecore, perchè non incarisse il fieno con danno del servizio di sua maestà; or di mercatare coi Francesi perchè cattivi cristiani; infinite prammatiche legavano ciascun’arte in maestranze, ciascuna maestranza a mille minute prescrizioni ed ordini e divieti; il tessitore non unisse il cotone colla lana; il mercante di panno non tenesse anche stoffe di filo; e poi bollare, registrare, sindacare; e tutto con comminatoria di sferza, corda, prigione, delle pene insomma che i ladri cansavano. Nel 1588 si proibì di portare le sete fuor di Stato, sperando si convertirebbero in stoffe nel paese; e invece ne restò scoraggiata la coltura. Un grave dazio sull’indaco mandò in rovina i tintori. Una grida del 1655, che pute dell’odierno socialismo, obbligava i negozianti a dar lavoro agli operaj, pena tre tratti di corda e ducento scudi d’oro.

In ragione dell’importanza e delle paure popolari, moltiplicavansi i provvedimenti intorno alle granaglie e agli altri viveri. Invece di moltiplicare i venditori e scemar le distanze, se ne voleano pochi e collocati in certi luoghi: i mugnaj non ardiscano di scaricare i muli nelle strade, nè sedere sui sacchi; facciano bollare ciascun mulo; non ritengano in casa crivello o buratto: gli osti non comprino vino se non quindici miglia lungi da Milano; nè se ne porti fuor di Stato senza consenso del governatore; nè si venda sui canti delle vie, ma solo in piazza del Duomo e in Broletto; e i facchini e brentadori non osino, durante i contratti, «nè accennare, nè far gesti, nè ricever denaro per onoranza o malosso, nè avvicinarsi alle bonze per dodici braccia». Non si possa tener pesci nè polli sul ghiaccio, perchè, «sebben paja che si conservino, ad ogni modo perdono della bontà loro». Obbligati i proprietarj a notificare il ricolto (stando a quelle notificazioni, non sarebbesi mai mietuto tanto da vivere sei mesi): proibito il farne prezzo sinchè non fosse segato e battuto: ci andava la vita a portarne fuor di Stato: empire ogn’anno con puerile previdenza i granaj a spese pubbliche: il frumento, comparso una volta sul mercato, non potesse più partirne se non venduto, il che obbligava a finte vendite: i fornaj non negoziassero di grano; andassero almeno dodici miglia di là da Milano a provvederne, nè più di quindici moggia per volta: i conduttori delle biade non andassero più di sei insieme: mille scudi di pena al fornajo che vendesse pane ad un possidente: — regolamenti tutti che, crescendo le angherie intisichivano il traffico. Ai quali se aggiungete gli abusi del vendere a grosso mercato la licenza di cuocer pane e quella di farlo calante un’oncia dal giusto peso; del volere i governatori o i comandanti di certe piazze esser soli a commerciar di frumenti, vi farà maraviglia che le carestie non fossero perpetue.

La moltiplicità e improvvidezza rendeva tali prammatiche inosservate, poichè l’uomo vessato ricorre a sotterfugi, a finzioni dove la lealtà non vale, a guadagni illeciti ove gli onesti sono turbati; e come sempre, gl’insensati ordini generavano l’immoralità e il delitto. Che più? lo comandavano; e per reprimere il contrabbando, che è l’inevitabile correzione alle assurde leggi di finanza, il governatore prometteva di poter liberare un bandito per qualsivoglia causa, ancora capitale, a chi prendesse e consegnasse un contrabbandiere o lo ammazzasse in flagrante, «cioè trovandolo a condurre grani fuori dello Stato, mentre non sia meno di stara quattro». Se non che la legge stessa ci assicura pomposamente, che non erano osservati questi ordini; che «nè pene nè provvisioni servono a frenare lo sfroso; che i commissarj se l’intendono coi contrabbandieri».

Conseguenza fu il deperire la popolazione, le manifatture, il commercio d’economia, l’agricoltura per mancanza di scorte e di capitali. La sola piazza di Milano nel 1580 facea contratti per trenta milioni; la filatura dell’oro e dell’argento vi dava un utile di ottocentomila lire; di tre milioni le stoffe di seta, di ottantamila l’argenteria. Ma dal 1616 al 24 in Milano mancarono ventiquattromila operaj; le sessanta fabbriche di panno furon ridotte a quindici. Mentre nel 1611 a Cremona trecencinquanta mercanti pagarono di tassa lire duemila quattrocencinquantuna, nel 48 erano ridotti a quarantaquattro, non in grado di darne seicentosessantuna; e la sua popolazione, di quarantaseimila teste ch’erano nel 1584, nel 1669 giungeva solo a tredicimila: le ventimila di Casalmaggiore a seimila e cento: trentamila pertiche di terreno lasciato alle inondazioni del Po; forse più a quelle dell’Oglio, del Serio, dell’Adda. E tutte le città potrebbero offrirci quadro somiglievole; sicchè nel 1668 il senato rimostrava al trono come fosse «interrotta la coltura de’ campi; gli abitanti, senza speme di meglio, profughi agli stranieri; la mercatura snervata dalle ingenti gabelle; Pavia, Alessandria, Tortona, Vigevano fatte un tristissimo deserto, vaste ruine d’edifizj; e il pane, fin il pane mancare ai contadini». V’accorgete che quel governo lasciava almeno la libertà del lamentarsi, e di fatto si stamparono moltissimi e consulti e ragguagli e grossi volumi a rivelar piaghe, alle quali non si pensava poi a rimediare o non si sapeva come.

Quando, il 30 marzo 1631, Filippo IV chiese come tornar in fiore lo Stato, i nostri risposero ch’era d’uopo: 1º dar dall’erario le paghe ai soldati; 2º ridurre l’interesse dei debiti pubblici; 3º togliere ai creditori de’ pubblici l’azion solidale per la quale potevano sequestrare i beni d’un qualunque individuo della comunità debitrice; 4º far concorrere ai pesi gli ecclesiastici; 5º adequare i carichi sproporzionati. Anche questi erano provvedimenti, e gli Spagnuoli s’accontentarono di sentirli: ma voi vedete che accennavano ai soli danni immediati: delle buone leggi, del togliere i vincoli e gli arbitrj, dell’assicurare le proprietà, del render pubbliche le tariffe, neppur una parola.

La legge mancava de’ suoi primarj elementi, uniformità e sicurezza d’applicazione, essendone eccettuati ora i militari, ora i preti, ora i nobili, ora i membri d’alcune corporazioni, ora gl’impiegati di Corte; ad alcuni pesi rimanevano sottoposti i contadini, non i cittadini, ad alcuni il forestiero non il naturale, ad alcuni l’abitatore soltanto del tal paese; v’avea luoghi dove l’ammogliato pagava diverso dal nubile o dal vedovo, il massajo dal capocasa e dai famigli; l’imposta si misurava ove dal sale, ove dai cavalli d’alloggio; talvolta i vivi doveano contribuire pei morti, i presenti pei fuggiti. Prestabilito che siano allo Stato più utili gli abitanti delle città che non i campagnuoli moltissimi favori serbavansi a quelli, metà del grano raccolto dovea portarsi in città, e quello presentatovi una volta sul mercato non si potea più ritirare. I gran signori pretendevano immune la propria casa e il contorno di essa, e fin i luoghi e le botteghe dove esponessero il proprio stemma; lo pretendevano tanto più gli ecclesiastici; e non solo le persone e le case loro e le chiese coi sagrati, ma volean salvo dalla giustizia secolare e dalla finanza fin chi andasse a braccio con loro; anzi Federico Borromeo avea proposto di sottomettere al fôro ecclesiastico tutti i membri delle confraternite, il che avrebbe sottratta al braccio secolare l’intera popolazione.

Al tempo dell’arcivescovo Litta, un sicario presso San Giorgio in Palazzo uccise il cavaliero Uberto dell’Otta; e preso, non potè dire da chi fosse incaricato de! colpo, perchè il commitente che l’avea menato dal Bergamasco, eragli ignoto ed era fuggito. Si sospettò d’un Landriani, allora in lite col dell’Otta, il quale inseguito fuggì in chiesa di San Nazzaro: ma per ordine del governatore fu strappato di là, anzi dall’altare. Allora il Litta a lamentare la violata immunità; non ascoltato, minacciò interdetti, e fece intimare un primo monitorio, poi un secondo senza effetto; il terzo fu stracciato dagli alabardieri, e ferito il prete che lo portava. S’invelenisce dunque la cosa: il governatore Ponce de Leon minaccia far appiccare il Landriani alla porta dell’arcivescovo s’egli fulmina la scomunica: infine il presidente Arese si mette di mezzo, mitiga di qua, di là; ma a poco riusciva, quand’ecco alla corte del governatore si presenta una gran dama in un tiro a sei, e al governatore dichiara aver ella stessa fatto uccidere il cavaliere per un insulto avutone, e si ritira; sicchè il Landriani fu rilasciato.

La nobiltà, adottato il fasto spagnolesco, credette avvilimento l’occuparsi dei traffici, onde ne ritirò i capitali per investirli in beni sodi, incatenava le sostanze in maggioraschi e fedecommessi, e circondata di superbia e di privilegi, o eludeva con questi la giustizia, o l’affrontava a viso aperto. Tolta la vita comune, meriterebbe studio la storia delle famiglie, che, a differenza d’oggi, erano ancora qualche cosa nello Stato. L’autorità attribuita dalla costituzione comunale, gli estesissimi poteri del senato, l’arbitrario riparto delle gravezze, davan modo ad alcune d’arricchire; le quali poi prendendo appalti, facendo prestiti, comprando regalìe, venivano a impinguare smisuratamente. Le leggi sulle primogeniture e i fidecommessi impedivano lo spezzarsi di tali fortune: la vanità di dar lustro alla famiglia induceva i collaterali a cumular le fortune sopra un figlio solo. Così i nobili vennero a formare una specie di dominio sul popolo, il quale consideravasi suddito ad essi piuttosto che al re; ed avrebbero potuto facilmente mutar lo stato, se di quella condizione non avessero tratto tanto profitto, da non desiderare di cangiarla.

L’uso non permettendo d’impiegare gl’ingenti capitali nel commercio, doveansi erogar in lusso e fabbriche e splendori principeschi; orpello sulla loro nullità. Tutti voleano abitar riccamente, villeggiare suntuosamente, arricchire la propria parrocchiale e le cappelle avite o i sepolcri; e profondeano in beneficenze, per le quali rimangono benedetti fin ad oggi. Molti dei letterati, moltissimi de’ prelati erano di famiglie principali; i più studiavano di legge per patrocinare gratuitamente e farsi scala alle magistrature; altri attendevano alla medicina, il cui esercizio fu dimostrato con lunghi e serj trattati non degradare dalla nobiltà. Compravano dall’erario paesi e terre, sulle quali poi erano quasi sovrani, salvo soltanto la superiore giustizia del senato[46]. Ciascuna famiglia conservava alcune distinzioni sue proprie, tradizionalmente arrivate dal tempo che lo Stato era un aggregato di famiglie: per esempio, a Milano i Confalonieri addestravano l’arcivescovo quando entrasse, e gli portavano il baldacchino; ai Litta incombeva in quell’occasione fare spazzar le strade; de’ Serbelloni dovea uno aver parte a tutte le ambascerie, e andar incontro al governatore fino a Genova, portavano lo stemma della città, e davano doppio voto nel Consiglio de’ sessanta; i Pusterla possedeano trentacinque ville, e in città un quartiere intero. Gian Pietro Carcano lasciò morendo un bambino di tre anni, e dei diciotto che gli mancavano a uscir di pupillo, volle che le rendite andassero per un terzo alla fabbrica del Duomo, uno allo spedale di Milano, uno in istituzioni pie: e la sola parte che toccò allo spedale bastò a fabbricare il gran cortile e le sale che vi rispondono. Bartolomeo Arese, presidente e figlio d’un presidente del senato, possedeva forse un ottavo della Lombardia, e dopo fabbricato palazzi e ville e chiese e monasteri, lasciò di che arricchire le due famiglie Litta e Borromeo[47]. Uno di questi ultimi tramutava un nudo scoglio del lago Maggiore nella deliziosissima Isola Madre, opera da re.

Ma non era una nobiltà d’antica giurisdizione, sibbene costituita su brevetti regj, e perciò impotente contro il sovrano; e la sua ingerenza riducevasi a raccomandazioni, appoggi di parentela e di clienti, assistenza di corpi e di denaro. Quelli che non si buttavano in chiassosa rivolta contro la legge, empivano la vita con puntigli d’onore, di cerimonie, di comparse, e spuntar un impegno, e vendette calcolate ed ereditarie, e protezione a ribaldi. Perchè il lustro domestico non si eclissasse, nella propria famiglia rendeansi tiranni condannando i figliuoli ai chiostri o ad una povera e indecorosa dipendenza, acciocchè il primogenito potesse grandeggiare. E perchè a ciò mancavano altre occasioni, e la stima misuravasi dalle spese, si ostentava un lusso stranamente repugnante colla pubblica miseria; e cocchi, e torme di servi, e sfarzose villeggiature, e caccie strepitose, e imitazioni di Corte attestavano la distanza del nobile dalla plebe[48]. Il signore per quel lusso, per un errore, per un evento straordinario scarmigliava i suoi affari? non poteva racconciarli col vendere una parte della sostanza, giacchè era legata in primogenitura e fedecommessi; onde dovea intaccar il capitale circolante, e spogliar i campi delle scorte necessarie, o in casa sottigliare sulle prime necessità, producendo quel misto di magnificenza e di lesineria, che è carattere di quell’età.

Altri valeansi dell’accidia del Governo per insolentire sovra la miserabile plebe, e cinti da uno stuolo di bravi, entro un castello sorgente in mezzo alle loro possessioni, o fra i monti, s’un fiume, a cavalcione del confine, viveano come piccoli principi, tratto tratto venendo a battaglie col prepotente contiguo, più spesso concertandosi seco per la reciproca sicurezza, e per meglio tiranneggiare i vicini e sbravare l’autorità, in onta della quale talvolta assalivano i ministri, rapivano i podestà, bastonavano gli sgherri, traversavano a suon di trombe le città. In queste ciascun palazzo era un fortalizio, e protetto dal diritto d’asilo, da robuste porte, da servi; ricoverava non solo il facinoroso padrone, ma i suoi aderenti e quella clientela di bravacci. Chiassose gride riboccano d’intimazioni contro persone anche di gran famiglia; i Martinenghi di Brescia, i Visconti di Bregnano, i Benzoni di Crema, i Seccoborella di Vimercato, i Barbiano di Belgiojoso, i conti di Parco, i Torello, i Tiene, un marchese Malaspina, un marchese Spigno, i cavalieri Cotica e Lampugnani, ed altri illustri che esercitavano in scelleraggini il valore a cui erano mancate migliori occasioni.

Coll’indossare la loro livrea e prestargli il braccio, alcuni malfattori assicuravansi l’impunità; altri armati da capo a piede, con folti ciuffi, spettacolose barbe, scorreano il contado taglieggiando, invadeano fin le borgate. Il Governo gl’indicava a centinaja alla privata vendetta, eccitando i singoli cittadini ad assalirli, ucciderli e così meritare un premio: ma la ripetizione delle minacce ne attesta l’inutilità; mentre la vicinanza de’ confini forestieri dava ai banditi agevolezza di scampo. Crebbero dunque sempre più di numero e di baldanza, tantochè nel 1663 fu permesso ad ognun di tener fucili per arrestarli, promesso trecento scudi a chi ne ammazzasse uno; s’istituì contro di essi la guardia urbana; si posero sentinelle sui campanili per annunziare il loro accostarsi: «eppure ogni giorno, anzi ogni ora s’intendeva di costoro omicidj, svaligiamenti, rubamenti di case, secrilegi, violenze, non pur nelle ville e luoghi aperti, ma nella città ancora; e tanto più si confidano a tanti misfatti, perchè sicuri d’essere ajutati da’ capi e fautori loro, e che mediante le astuzie che usano, e le pratiche e intelligenze che professano aver coi notari, bargelli, birri, sperano debbano i delitti rimanere occulti, ed essi impuniti»[49].

Eppure v’avea molti soldati: ma questi erano un nuovo flagello del paese, a difendere il quale erano inetti; alloggiati per le case, malmenavano rubando e violando; spesso non ricevendo le paghe, se ne rifaceano sui tranquilli abitanti; sperperavano il paese o alla cheta coll’esigere braccia, carri, foraggi, o dandosi baldanzosamente a saccheggiarlo. Finita che fu la guerra del Piemonte, molti corpi spagnuoli licenziati si ritirarono nel contado del Seprio e sul territorio di Gallarate, vivendo di ruba, assalendo le terre, e tenendo Milano in lunga angustia, finchè s’impose una taglia di centomila scudi, mediante la quale essi contentaronsi di venir innestati alle guarnigioni imperiali. Contro di loro il governatore Leganes diede un bando severissimo[50], ma inefficace, poichè egli stesso, dieci mesi dipoi, ne discorre di «doglianze che da tutte le parti dello Stato ogni giorno gli vengono fatte»; e i suoi successori replicano tratto tratto la formola stessa, a provarci in che conto si dovessero tenere le milizie d’allora.

Fra tali elementi chi non soverchiasse dovea vedersi soverchiato da moltiplici tiranni; non si potea evitar la violenza che coll’usarla, non gli oltraggi che col commetterne. Gli animi erano resi selvaggi e ferini dallo spettacolo della tortura, che su per le piazze continuamente applicavasi, anche per correzione e da minori magistrati; dai frequenti supplizj della fustigazione, del tanagliamento, della mutilazione, della forca, del fuoco, esacerbati ad arbitrio del giudice, e perfin del carnefice.

Era naturale che gli studj deperissero. «Quasi (dice il Ripamonti) tra sè facessero a pugni le lettere e la santità della religione, erasi dismesso il buon latino; senz’arte d’umanità, uno squallido gergo offuscava le scienze, solo dirette al vil guadagno ed all’ambizione. Cittadini e nobili non coltivavano più le pulite lettere: alle leggi e al diritto davasi mano unicamente per conseguire magistrati, ricchezze, comandi: ed i volumi de’ giureconsulti, siccome colle molteplici leggi turbarono ed impacciarono il genere umano, così sbandirono il buon sapore della latinità, nelle epistole e nelle magnifiche risposte nulla tenendo di decoroso e d’antico: peggio i medici. Non v’avea trattenimenti od accademie da occupar pubblicamente tanto popolo e clero: licei della gioventù civettina erano le piazze, le pancacce, le botteghe, frivoli giuochi, cavalcate, altri elementi della pigrizia. Tra la quiete avvezzandosi a delicature e comodi, l’ozio e l’inerzia debellavano chi debellò eserciti potentissimi: i cittadini nostri non solo avendo cumulati e cresciuti, ma anche inventati nuovi piaceri fra la lunga pace, fiacchissimi traevano l’età, dimentichi del sapere e della via stretta che mena alla salute. La plebe poi, restìa ai precetti del vero, accorreva sempre là ove fossero guadagno, giuochi, azzardi, balli, tripudj, principalmente ne’ dì festivi. I prepotenti nobili, la gioventù loro futura erede, intendevano l’animo alle ricchezze, ed a quelle cose tra cui si sciupano le ricchezze e si volgono in vizj la fortuna e l’alto animo; onde nimicizie e uccisioni. I cherici, dati al mercatare ed alle donne; alcuni armati, i più semitogati, socj e ministri de’ laici, e partecipi dei peccatori, anzi maestri di peccato, trascurando i tempj e le sacre cose, e facendo tali opere, che il tacerle è bello»[51].

Così sventure ignote alla storia straziavano ciascuno in seno alla propria famiglia, abjettivano il sentimento, spegnevano ogni magnanima risoluzione. Quindi la crudele ignoranza e la ricca indolenza; quindi i nobili tiranneggiati e tiranni a vicenda; quindi viltà negli scrittori, tra la noja de’ quali non appare generosa opposizione agli ingiusti voleri; nessuna premura di rammentare ai posteri come, prima la nazione, poi l’individuo patisse senza colpa e senza vendetta. La plebe poi, sentenziata all’ignoranza, al bisogno, all’improba fatica, e in conseguenza alle colpe, precipitavasi a subugli, non per verun alto fine, ma per avere a miglior patto il pane, meno ingorde le gabelle.

Ne’ paesi governati a repubblica, le classi erano state uguagliate per modo, che niuna rimase privilegiata se non per concessioni regie, le quali poteansi abolire col diritto onde erano state concedute. Ne’ paesi invece di governo regio, que’ privilegi di corpo si saldarono, perchè derivati dall’indole stessa del popolo e dalla sua storia. Di qui gran differenza tra la Lombardia e il regno di Napoli, dove Carlo V non avea distrutto gli ordini d’antica derivazione, l’importanza de’ tribunali, le grandi dignità della corona. Per amministrarlo in tanta distanza dalla capitale, vi si mandavan dei vicerè, de’ quali è quasi tipo don Pedro Alvarez di Toledo (1532-53), padre del famoso duca d’Alba. Spagnuolo nel fondo dell’anima, tale avrebbe bramato ridurre l’Italia, e delle ruine di questa costruire una provincia spagnuola. Rassettò il reame da quarant’anni di scompigli, attendendo soprattutto a reprimere le violenze private, e sistemare la giustizia. Col voler vedere tutto e a tutti dare udienza, tolse ai subalterni la baldanza dell’impunità; levò le armi dalle case; represse i conflitti e i frequenti ratti, morte intimando pel furto notturno, pel duello, per chi dopo le due di notte fosse trovato con armi, per chi usasse scale di corda; onde intrighi amorosi menarono al patibolo; morte a chi due volte spergiurasse. Una volta decretò che tutta Napoli mangiasse pane fatto di tuberi di pamporcino, poi sospese dicendo aver voluto sol farne prova per un’occorrenza. Abbattè lo scoglio di Chiatamone, e i portici e le trabacche delle vie, tane d’assassini e di prostitute; queste raccolse in prefissi luoghi; represse i vendemmiatori, che in autunno andavano dicendo insolenze o disonestà a chi incontrassero[52]; le ciambellerie che frastornavano le prime sere delle vedove rimaritate, come gli schiamazzanti piagnistei delle esequie. Gli Ebrei, quivi accorsi viepiù dopo cacciati di Spagna, egli espulse per condiscendere a coloro a’ cui interessi nocevano; e perchè allora crebbero gli usuraj, pensò ripararvi istituendo il Monte di Pietà. Procurò buona moneta e proibì di portarne fuori del regno: per bastare all’avida guerra, riordinò la regia camera. Volle i preti usassero sempre abiti ecclesiastici; portandosi il viatico s’uscisse con pallio e torchi, ed egli stesso colla Corte l’accompagnava spesso.

Per renderla degna metropoli, cinse Napoli di nuove mura, ingrandendola di due terzi col racchiuder parte del monte Sant’Elmo secondo i nuovi ingegni militari, e con una cisterna che eguagliava la Piscina Mirabile di Baja; aperse la via Toledo, ampliò l’arsenale, condusse fontane, istituì lo spedale e la chiesa di San Giacomo apostolo, ove preparossi il sepolcro per opera di Giovanni di Nola, il migliore scalpello d’allora; sanò le paludi che infestavano Terra di Lavoro, con un fondo per conservarne lo smaltitojo. Difese le coste dai Turchi con fortini, con baluardi le città, sicchè la gente cessò di affluir a Napoli e lasciar deserta la campagna; altri munimenti pose negli Abruzzi e a Capua; e mentre gli abitanti, sgomentati dai sussulti e dalle ceneri pioventi, voleano abbandonar Pozzuoli, e’ vi fece strada, palazzo, torre, fontane, bagni, impedendo così che perisse come Cuma e Baja.

Per tutto ciò e per le guerre ricorrenti dovette gravare i sudditi; e mentre erasi convenuto con Carlo V che ogni fuoco pagherebbe sol mezzo ducato, fin due se ne dovettero allora, oltre i donativi. Nel rendere giustizia non badava ad asili o a privilegi di classe; inviò al supplizio uomini principali, come il commendatore Pignatelli, che fidato nelle aderenze, avea fin allora sfidato la giustizia e punito i querelanti; un conte di Policastro e un Mazzeo Pellegrino fece decapitare nel largo di Castello, per quanto esorbitanti somme offrissero; anzi neppur la forca risparmiò a’ nobili; ne fece scannare da un suo servo tre giovanetti per aver investito birri che arrestavano un povero; mandò soldati che la figliuola del principe Stigliano, fidanzata a suo figlio[53], levassero dal monastero ov’era rifuggita; e un ambasciadore ebbe a scrivere che ottantamila persone perissero per man del boja, lui viceregnando.

L’eletto del popolo, il quale richiesto dall’imperatore sulla condizione de’ Napoletani rispose che, per tenerli contenti, bisognava procurare abbondanza senza angarìe, e che ciascun mangi al piatto suo colla debita giustizia, e che si togliessero le nuove gabelle messe dal vicerè, fu deposto. Il marchese Del Vasto, il principe di Salerno e molti baroni decretarono a Carlo V l’inaudito dono di un milione e mezzo di ducati, affinchè rimovesse il Toledo: ma ciò valse a saldarne l’autorità, che tenne per vent’anni, finchè, nell’imprendere la guerra contro Siena, morì.

Fu imitato dai vicerè successivi[54] nel moltiplicare opere edilizie. Il duca d’Alcala (1559-71) aperse la via da Napoli a Reggio, alla Puglia, a Pozzuoli; e nella capitale quella da porta Capuana a Poggio reale ed a Capua, e la fontana del Molo coi quattro fiumi; i ponti della Cava, di Fusàro, del Lagno, di Rialto, di Sant’Andrea. La porta Pimentella in città e il forte Pimentello all’isola d’Elba, la porta e la fontana Medina e il palazzo a Posilipo, ricordano il nome d’altri vicerè. Il ponte di Pizzofalcone è dovuto al marchese di Monterey. Il conte d’Olivares fece granaj e acquedotti, il conte di Lemos il palazzo reale, suo figlio quel degli studj, sempre coll’opera di Domenico Fontana, s’aprì con solennità straordinaria quell’Università, con statuti e insegne, e che le cattedre si conferissero per concorso e disputa. E tutti i vicerè furono insigni nella prudenza civile, di tutti le prammatiche sono quel più savie che si potesse aspettare, tutti distrussero i giuochi e i banditi, tutti prevennero le carestie, se crediamo al Giannone anzichè ai fatti.

Essi doveano in certi casi aver il parere d’un consiglio collaterale di giurisperiti, tre spagnuoli e otto italiani, con un segretario di Stato; e poichè in questo consiglio vennero assorbite le antiche attribuzioni degli uffizj di Stato e di Corte, gli affari tutti vennero sotto la mano del vicerè. Come gran connestabile egli comandava all’esercito, avea Corte propria con un gran giustiziere per le cause criminali, civili, feudali; un grande ammiraglio; un gran camerlingo sopra le rendite e spese; un gran protonotaro, custode delle regie scritture, e primo a parlare nelle assemblee; un gran cancelliere guardasigillo; un gran siniscalco, maestro della real casa, e soprantendente agli apparati, alle razze di cavalli, alle foreste, alle caccie.

In conseguenza, il carattere di ciascun vicerè contribuiva grandemente al pubblico stato, secondo erano guerreschi o pacifici, miti o fieri, lenti o solerti, progressivi o remoranti. Toccava ad essi proporre ai varj impieghi, molti de’ quali erano lucrosissimi; occasione di lauti mercati. Sempre forestieri, e inesperti delle cose nostre, appena cominciavano impararle riceveano lo scambio, onde diceasi che, dei tre anni che soleano durare, il primo usavano a far giustizia, il secondo a far denari, il terzo a far amici per essere confermati.

Secondo la riforma del Toledo, tre erano gli alti tribunali: il sacro consiglio di Santa Chiara che trattava gli affari in tre istanze, composto di dieci consiglieri italiani e cinque spagnuoli, uno de’ quali facea da presidente; la corte di Vicaria per le cose criminali, e per l’appello delle civili; la camera regia per gli affari fiscali. Seguivano tribunali minori, e vicarj nelle diverse provincie.

De’ pubblici uffizj parte si vendeva, parte era conferita ad intriganti: Filippo IV metteva in vendita sin il diritto più prezioso, quello della giustizia «perchè conveniva al suo servigio l’ammassare il maggior denaro possibile»[55]. A volta a volta di Spagna erano deputati visitatori, con facoltà estesissime, talora fin indipendenti dal vicerè; e il popolo reputavasi beato quando li potesse ottenere forestieri: tanto malfidava dei proprj.

Il parlamento coi tre bracci continuava, come in Sicilia e in Sardegna; ma il clero fu tenuto umile, e fra gli altri ordini si seminarono gelosie coi titoli e col fasto, per indebolire l’opposizione.

I quali ordini erano i baroni o feudatarj, i nobili e il popolo. Re Martino moltissime terre infeudò, che invano volle redimere dappoi; re Alfonso vendeva e investiva per alimentare la guerra di Napoli; talchè di mille cinquecencinquanta Comuni, appena centodue rimanevano demaniali, e qualche barone possedeva sin trecento terre. Gli Spagnuoli perseverarono nel pessimo sistema, onde nel 1559, di mille seicendiciannove Comuni, soli cinquantatre appartenevano al dominio regio, e nell’86 soli sessantasette dei mille novecensettantatre, non computando i casali e i villaggi sprovvisti di rappresentanza municipale. Qualche grosso feudo era ricaduto alla Corona, come il ducato di Bari, dal tempo di Francesco Sforza appartenuto alla famiglia che dominò Milano, fin alla morte di Bona Sforza regina di Polonia, che lo lasciò a Filippo II col principato di Rossano: ma ne rimanevano d’importanti, come il principato di Salerno dei San Severino, quel di Taranto degli Orsini; i quali possedeano ben quarantaquattro luoghi negli Abruzzi, trentaquattro i conti di Celano, venticinque quei di Matera, e molti gli Acquaviva, i Caracciolo, ecc. Erano anche alcuni feudatarj stranieri, come i Farnesi di Parma principi d’Altamura in Apulia, e duchi di Civita di Penna negli Abruzzi; i Medici principi di Capestrano; i Gonzaga principi di Molfetta e duchi d’Ariano; i Cibo duchi d’Ajello.

Il Governo mal volentieri divideva l’autorità coi feudatarj, tanto più che recavano ostacolo all’esazione delle imposte, eppure la necessità di denaro obbligavalo a crearne di nuovi. Carlo V avea permesso ai Comuni di riscattarsi, e ridursi sotto l’autorità della corona; e molti il fecero a prezzi enormi, come Amalfi per duecensedicimila censessanta ducati, per cendodicimila Soma sul Vesuvio: per ciò doveano far debiti, e per pagarli ipotecavano o i beni comunali o qualche gabella o infeudavano parte del territorio, sinchè poveri e assediati si rivendeano, fortunati se cadessero in un buon signore. Lo stesso Governo talora dava in feudo quelli ai quali avea già venduta la libertà, se pur non potessero conservarla col pagarla quanto il fisco avrebbe potuto trarre dal venderli.

Ai baroni competeva il mero e misto imperio, e non solo alle antiche case, ma a ventisette nuove, poi a molti prelati, che l’indicavano col tenere la forca piantata. Essi giudicavano pure delle cause civili, e nominavano i magistrati, avendo così in arbitrio sostanze e vita dei cittadini. I dipendenti doveano macinare al mulino signorile, e far pane al suo forno, non vender vino, non viaggiare senza licenza del feudatario. Il 29 marzo 1536 l’imperatore avea stabilita una commissione per esaminare senza appello i doveri de’ vassalli: ma le carte presentate dai Comuni non furon rese che sotto il regno di Murat.

Le grandi cariche per lo più erano ereditarie, o comprate come titolo nelle famiglie: così erano connestabile un dei Colonna di Paliano; gran giustiziere uno dei Piccolomini di Amalfi, poi de’ Gonzaga di Molfetta, infine gli Spinelli di Fuscaldo; grand’ammiraglio i Cardona; camerieri i d’Avalos e i del Vasto; protonotaro i Doria di Melfi; cancelliere i Caracciolo d’Avellino; siniscalco i Guevara di Bovino. Nella prima metà del Seicento moltissimi titoli furono venduti a gran prezzo; e nel 1675 v’avea cendiciannove principi, cencinquantasei duchi, censettantatre marchesi, innumerevoli conti. I nuovi nobili erano esosi ai nobili vecchi che ne rimaneano scassinati. Per ottenere que’ titoli caricavansi d’imprestiti opprimenti, intentavano processi, eternati dai troppo famosi causidici, e così tornavano poveri e vanitosi.

Gli abitanti di Napoli erano distinti in nobili e popolo: questo era partito in ventinove piazze, dette anche ottine perchè ciascuna eleggeva otto cittadini, specie di municipio con un capitano; i nobili erano distribuiti nei seggi di Nido, Capuana, Montagna, Porto, Portanuova, forse ai primi due spettando la nobiltà feudale o il baronaggio, agli altri i semplici nobili. Altri sopravvenuti che non poteano scivolare fra’ nobili, rimasero col popolo, e lo ajutarono ad acquistar diritti esso pure e una rappresentanza in urto coi nobili; i quali spesso sostenevano un punto, unicamente perchè avversato dal popolo, e viceversa. Ciò interveniva principalmente in occasione dei donativi al re, coll’abbondar dei quali un ceto compravasi la benemerenza regia a carico dell’altro: invidie delle quali già aveano fatto profitto gli Angioini e gli Aragonesi, e continuarono gli Spagnuoli.

Cinque eletti o sindaci toglievansi fra i baroni, ed uno fra i cittadini, il quale s’intitolava eccellenza; veniva investito nel giorno del Corpus Domini, e godeva molta autorità; voto pari ai deputati della nobiltà; rendea ragione in affari di polizia, nominava i soprantendenti ai dazj, e il notaro della città; e ritraea grande autorità dal rappresentare tanta popolazione, della quale era il tribuno, e talvolta il martire. Nella carestia del 1582 il vulgo ne imputò l’eletto Starace, e trattolo dal letto ove stava infermo, a insulti lo trucidò. Il vicerè, col trarre a sè il diritto di scegliere l’eletto fra sei proposti, ridusse servile anche il rappresentante del popolo. Tutti insieme gli eletti vigilavano sui privilegi che Fernando il Cattolico e Carlo V aveano conceduti alla città, e che ciascun nuovo re confermava. Fra’ quali era, che i Napoletani potessero chiamare al proprio tribunale qualunque regnicolo, mentr’essi non poteano essere citati fuor del tribunale proprio[56].

Sempre più diminuiti di potenza esterna, i nobili la cercavano nelle cose municipali, in queste esercitando le gare e gli odj; e passo a passo i sedili eransi surrogati all’antico parlamento, che i vicerè più non convocavano se non quando non potessero ottener denaro dai sedili, unico titolo omai delle convocazioni, e che per conseguenza bisognava a ogni modo decretare. Raccolto, esponeansi i bisogni della corona: se rimostravasi come il paese fosse esausto, se ne conveniva, ma il servizio regio bisognare di quella somma, e non restava che a cercarne i mezzi, cioè votare una nuova imposta. V’era dunque una costituzione ma senza garanzia, potendo i vicerè eluderla, e arrestare i deputati dei sedili e fin gli eletti. Monterey li relegò per sette anni a Capri perchè aveano spedito alla Corte un ambasciatore a sua insaputa. Olivares ne fece arrestar due de’ più illustri. Lemos proibì ai sedili di raccogliersi senza sua special permissione. Benavente, per guadagnarsi il popolo, avea fissato il pane a sì vil prezzo, che la municipalità di Napoli dovette compensare i fornaj con duemila ducati il giorno. Gli fu mandata una deputazione, il cui anziano Cesare Pignatelli disse: — Se non fosse la letizia per la nascita dell’infante, noi saremmo comparsi in lutto»; e il vicerè rispose, non sapeva qual cosa il ritenesse dal gittarlo dalla finestra, e gl’inflisse l’arresto in casa. Nel 1625 il duca d’Alba impose una straordinaria tassa di due carlini per fuoco, senza tampoco sentire i sedili; e sapendo voleano mandare una deputazione al re, chiamolli, e intimò che, se lo facessero, «taglierebbe loro la testa e se la metterebbe sotto i piedi». Nel 1638 al duca di Medina si spedirono frati e donne perchè desse ascolto alla deputazione della città: ma avendo in questa lo storico Capecelatro parlato francamente, fu punito in ottocento ducati e otto giorni di arresto, oltre una procedura criminale che poi fu sopita. Le deputazioni, se potean giungere alla Corte, bisognava se l’ingrazianissero con qualche grosso donativo, e il più che ottenessero era lo scambio del vicerè.

Il Monterey, passionato pei drammi, quasi ogni giorno ne volle, or pubblici, ora in Corte o nelle case de’ nobili; e in teatro l’insolito comodo d’una loggia unicamente per sè e sua moglie; in ogni solennità ripeteansi, e principalmente nella notte di Natale «al levarsi da uno spettacolo andò alla messa, mescolando i santi misteri colle favole degl’istrioni» (Capecelatro). Andando in feluca verso Mergellina e Posilipo menava seco due portenti di quel tempo, Ciucio Pulcinella e Ambrogio Bonomo Coviello, attori che traevano alle loro buffonerie tutta Napoli. Una compagnia spagnuola, venuta a recitare nel 1636 a spese di lui, costò pel solo viaggio quattro in cinquecento ducati: e perchè nessuno andava allo spettacolo, il vicerè ordinò che tutti gli uffiziali e impiegati vi assistessero giornalmente, o si riterrebbe un tanto sul loro soldo. Talmente s’abbandonò a tal passione, che mandato poi a guerreggiare in Portogallo, sottraeva la paga ai soldati per stipendiare commedianti.

Un’altra passione avea, quella de’ quadri; perocchè l’arte di Verre fu un nuovo erpete del viceregno, volendo gli Spagnuoli arricchire i loro palazzi di Madrid con capidarte italiani. Il Medina ne tolse quanti potè alla città, e fra gli altri la Madonna del pesce di Rafaello; e perchè il priore di San Domenico reclamava, lo fece da cinquanta uomini a cavallo accompagnare ai confini: levò dalla chiesa stessa un quadro di Luca di Leyda, da Santa Maria della Santità un Rafaello, un Giulio Romano dagli Incurabili; compensando colla fontana che porta ancora il suo nome. Altrettanto usò il Monterey: don Pedro d’Aragona portò via anche sculture, e avrebbe levato la bella fontana di Domenico d’Auria a Santa Lucia se i pescatori non si fossero opposti.

La moglie del Monterey era sorella del conte duca d’Olivares, e perciò sublimando di pretensioni, alle dame ripeteva che a lei bisognava dirigersi, non al vicerè, chi volesse grazie; e quando una bella dama impetrò da questo un posto di giudice per suo marito, essa la battè colle pantofole, giacchè le pantofole non lasciava mai.

Far denaro, era il supremo se non l’unico scopo del Governo. La tassa de’ fuochi nel 1505 avea versato al fisco 393,517 ducati: quarantacinque anni dopo ne rendeva 700,000: e dopo altri venticinque, l’ambasciador veneto la valutava a 1,040,248; sicchè egli ragguagliava l’entrata del regno a 2,355,000 ducati, cui doveansi aggiungere 600,000 di donativo ordinario, 225,000 pei pascoli della Puglia, 214,500 per le dogane, 375,252 per la decima del clero. Poi nel 1640 la tassa dei fuochi era il doppio del 1505.

Carlo V aveva promesso e giurato che nè esso nè i successori metterebbero gabelle sulle Due Sicilie senza permissione della santa Sede; se il facessero, autorizzava il popolo a prendere le armi. Eppure nessun vicerè passò senza imposizioni, sempre più ingorde e irrazionali. Il Monterey riscosse per quarantaquattro milioni di ducati in gabelle straordinarie, per levare truppe a servizio del suo re. Il Medina succedutogli, per quarantasette milioni. Quando gli successe l’almirante di Castiglia, undici milioni di ducati d’oro assorbiva il solo interesse delle gabelle, il cui fondo era stato venduto a novantamila persone, talchè di quell’ingente esazione non un carlino perveniva all’erario. Egli ne sporse doglianze alla Corte, ma venutogli in risposta di mandare nuovo denaro, dovette imporre altre tasse per un milione e centomila ducati, levandole (giacchè più altro non rimaneva) sopra le pigioni. Tal susurro ne nacque, ch’egli stimò prudenza sospenderle; ma «i ministri spagnuoli, deridendo la timidità di lui, lo trattarono da uomo di poco spirito, inabile a governare un convento di frati» (Giannone), e gli diedero lo scambio.

La coronazione, le fascie d’un neonato, le pianelle della regina, la spedizione d’Africa, la guerra della Germania, le fortune e le disfortune erano titoli di donativi; a ciascuno metteasi la condizione di non aggiunger altro tributo, e subito se n’inventava alcun di nuovo. Nel 1643, dopo le gravissime sventure, si pagarono in donativi 11 milioni, o almeno furono decreti. Vorrebbesi che da Ferdinando I fino a Carlo II il regno consumasse 90,784,000 ducati in soli donativi, di cui 61,869,787 a carico de’ Comuni, 14,893,000 de’ feudatari 14,020,233 della città di Napoli, oltre 512 mila donati ai vicerè. Moltissimo fruttavano gli arrendamenti, cioè proibizioni d’olio, ferro, sale, seta, per asportare o importare i quali bisognava pagare. Le composizioni pei delitti rendeano da 60 mila ducati.

Le assurde leggi doganali spingeano al contrabbando, e questo rovinava gli onesti negozianti, mentre i frodatori côlti, o nella prigione si raffinavano al delitto, o si riduceano miserabili per riscattarsi. Oltre le esazioni, oltre i rubamenti dei vicerè e de’ loro aderenti, nei quali il re non avea colpa che di non impedirli, capitavano principi che bisognava festeggiare: poi alla loro partenza regalare i vicerè dell’aver sì bene amministrato.

Per far fronte a tante spese si vendevano le gabelle, togliendosi così il modo d’abolirle; poi per nuovi bisogni se ne creavano di nuove, da vendere anch’esse; si vendeano le terre demaniali; i Comuni si gravavano di debiti, e la sola città di Napoli dovea quindici milioni di ducati, il cui interesse pagava colle esorbitanti gabelle; s’introdusse la carta bollata alla maniera di Spagna; si trattò fino d’imporre un grano per testa al giorno ai centrentamila che vivevano alla giornata, uno e mezzo ai centrentamila che viveano di stato mediocre, due grani a’ titolati, gentiluomini, mercanti e altri lauti. Aggiungete le prammatiche sopra le vittovaglie; fin dal 1496 essendosi cominciato a determinare il prezzo del pane e dei maccheroni, bisognò somministrare farina e grani; e in paese pinguissimo si moriva d’inedia. — Qua spiritiamo dalla fame (scrivea un ambasciadore nel 1621); a mezzogiorno non si trova pane alle botteghe, perchè la plebe, all’alba, impaurita se ne provvede, e spesso di più del bisogno, e crede il vicerè voglia metter pena a chi ne piglia più dell’occorrenza quotidiana»[57].

Venduti feudi, titoli, terre, non restava che inventare nuove gabelle sulle frutte, sui capelli, sulle scarpe, sul pane, sull’uva secca, sulle ulive, sui legumi, sul cuojo, la seta, i vini e le botti, gli zuccheri, il sale, i salumi: insomma, com’ebbe a dire il Campanella, pagavasi fin per tenere la testa sul collo. Aggravj più pesanti perchè ne restavano immuni i nobili e il clero. Sotto tante esazioni bisognava gravarsi di debiti, e s’introdussero i Monti, cioè prestiti cumulativi, che cercavansi dalle università, dai Comuni, dai particolari, dai baroni, e che divenivano una nuova complicazione e un nuovo male.

E poichè l’esazione era difficilissima, si appaltavano, principalmente ai Genovesi. Questi attivissimi Italiani, di buon’ora e ne’ patrj commerci impratichitisi colle finanze, le esercitarono in tutti i paesi, e già al tempo di Filippo II aveano in mano tutte quelle del regno, e banche, carte dello Stato, debiti pubblici: piaceano alla Spagna perchè solidi; perchè inesorabili erano odiati dal popolo. L’Ossuna voleva che Naselli prendesse in appalto la dogana di Foggia; e perchè scusavasi in vista dei molti che già tenea, gli fu intimato uscisse di paese fra due giorni, pena la vita. Voleva un’anticipazione di ducentomila ducati sopra una gabella; e perchè gli appaltatori si scusavano, ne fece sequestrare provvisoriamente trecentomila ducati[58].

Al disordine delle finanze credeasi provvedere cogli infausti ripieghi di moneta bassa, di soldi sospesi agli impiegati, fin di misurare il pane alle famiglie[59]. Del contante provavasi tanta scarsezza, che nel 1573 si pagava il venti per cento; quattr’anni dopo il trentadue e mezzo sopra Roma; e nel 1621, il trenta per cento sopra Venezia (Bianchini). Quindi il mestiero della banca fruttava lautamente ai Genovesi; e fu considerato sventura pubblica il fallimento della casa Mari, che traevasi dietro tutte quelle di Napoli, se il vicerè non avesse per un intero mese dilazionate le scadenze.

Quando mancasse d’ogn’altro compenso, il Governo ricorreva ai prestiti forzati. Nel 1605 il Benavente ne impose uno alle banche, e poichè nicchiavano, cominciò a prendere sessantamila ducati sopra sei istituti di beneficenza, promettendo l’otto per cento.

La banca del debito pubblico trovavasi spesso in secco; nel 1622 il cardinale Zapata ridusse i capitali deposti a due terzi del valore; nel 1625 per più giorni si sospesero gli affari. Che più? Qualche Comune comprò il diritto di ribellarsi a nome del re, onde schermirsi dalle prepotenze del fisco.

Uno essendo l’esercito della monarchia spagnuola, soldati nostri guerreggiavano per tutta Europa, in Asia, in Africa, in America; mentre qui di guarnigione avevamo Valloni, Tedeschi, Spagnuoli. Quattromila pedoni sotto un maestro di campo e un auditore formavano il terzo di Napoli: la cavalleria contava mille corazzieri e quattrocencinquanta mila armati alla leggera[60]. Vuolsi che il Monterey in sei anni mandasse in campo quarantottomila pedoni e cinquemila cinquecento cavalieri, la più parte indigeni, con ducentotto cannoni, settantamila fucili ed altre armi e galere, navi di trasporto, munizioni ed ogni occorrente: e sul fine della sua amministrazione colpì la capitale con quindici milioni di ducati, che la più parte convertì in armamenti e soldi. Poi se si avvicinavano le flotte francesi, bisognava la città stessa si armasse a propria difesa.

L’Alcala istituì i battaglioni nazionali, per cui ogni cento fuochi doveasi dare quattro pedoni e un cavallo, formando ventiquattro o trentamila uomini, obbligati solo a servir in paese, e stipendiati in tempo di guerra. Re Alfonso I aveva introdotto cavalli di Spagna, donde le belle razze che finora non degenerarono.

Fernando il Cattolico credette favorire l’industria paesana col gravare l’importazione de’ panni, e soltanto per privilegio concedere a forestieri di quivi fabbricarne: e molto in fatto se ne lavorò a Napoli non solo, ma ad Aquila, Teramo, Ascoli, Arpino, Isola di Sora, Piedimonte d’Alife, e in Calabria. Crebbero poi le seterie, tanto che a metà della popolazione di Napoli davano occupazione di fabbricare stoffe d’ogni qualità, sino ai broccati d’oro, insegnati dai Veneziani; e moltissimi ne consumava la Corte e la nobiltà per abiti e per addobbi delle case. Non che però quest’industria si ampliasse mediante le nuove vie aperte al commercio e le agevolate comunicazioni, fu ristretta da improvvide prammatiche. Principalmente il vicerè duca d’Arcos nel 1647, oltre circuirla di mille ceppi, volle quel lavoro proibire alle provincie; e il vendere, tingere, tessere la seta fu riservato «a’ compratori e agli industriali della regia dogana di Napoli», a cui pertanto i produttori doveano vendere i bozzoli. Nel 1685 fu vietato d’introdurre invenzioni nuove in questa manifattura, nè si esponessero al mercato che stoffe lavorate al modo antico e cogli antichi prezzi.

Reca stupore che con tali provvedimenti non sia perita quest’arte; e qui dovremmo ripetere quello che dicemmo della Lombardia sull’improvvida azione governativa. Nel 1618 fu proibito, pena la galera, d’indorar quadri o altro, sinchè non fosse finito d’indorare il nuovo galeone. Per mille altre vaglia la grida che gli eletti della città di Napoli, conforme a molte precedenti, pubblicarono il novembre 1649, portante 1º che nessun tavernajo o venditore di vino a barili o a caraffe tenga o venda vini guasti, spunti, sbolliti, aversiti, aceti o d’altra mala qualità; 2º non mesca il vino mazzacane col vin vecchio; 3º non venda una sorta di vino per l’altra; 4º dia la giusta misura, con le caraffe zeccate dal credenziere; 5º non dia o venda pane minore della misura corrente, nè tenga pane fatto in casa; 6º non compri carne, trippa o altre merci in tempo di notte, ma solo un’ora dopo fatto giorno, acciò possano i cittadini provvedersi; 7º non compri pesce in mare o in terra nel distretto di Napoli, nè di notte, ma vada comprarlo alle pietre alle ventitre ore di sera, o in quaresima un’ora prima di mezzogiorno, e nelle altre vigilie alle due dopo mezzogiorno, acciò possano i cittadini provvedersi; 8º non venda nè giorno nè notte carne o pesce crudo, e neppur cotti da portar fuori; 9º non compri filetti di porco di notte, ma solo di giorno e dopo le diciannove ore». Ciascun punto è corredato di gravissime minaccie pecuniarie e corporali, «e altre pene a nostro arbitrio riserbate giusta li bandi antichi».

Di sì opportune coste, di sì grati terreni poco approfittavansi l’industria ed il commercio: le servitù rurali pregiudicavano all’agricoltura, e i pastori conducevano pochi armenti su campagne che sarebbero bastate a nutrire un popolo. Francesco Bobbi scriveva al duca di Firenze l’11 novembre 1549: — Le strade, non solo in questo regno, ma per tutto fino a Roma, sono rotte di sorte, che è impossibile senza una compagnia almanco di cento cavalli, che si possi andare di qui là».

Tornava pure di danno la moltitudine de’ frati, propagatori d’una devozione sragionata e d’un profluvio di miracoli, possessori d’immensi tenimenti alla campagna e di estesissimi quartieri in città, perocchè i legulei sosteneano che i proprietarj di case e terre confinanti a monasteri le dovessero ceder loro a prezzo di perizia. Udita quella miseria pubblica, fa meraviglia la ricchezza delle chiese, tra cui basti accennare la certosa di San Martino e la cappella di San Gennaro; la prima tutta a marmi intagliati e musaici, cogli altari di pietre fine, i balaustri di bei marmi e porfidi, e ogni cosa fiorami, rosoni, ghirigori; nell’altra in sole pitture si spesero trentaseimila ducati e un milione nelle altre opere, oltre l’inestimabile tesoro: pochi anni prima della sollevazione di Masaniello, ducentomila ducati vi si erogarono all’altare della Nunziata, macchinosa opera del Fanzaga; e tesori in un ciborio dei Teatini.

E veramente le spese delle congregazioni e l’ambizione de’ governatori davano aspetto di gran bellezza e magnificenza a Napoli. Al tempo del Monterey, questa avea ventimila fabbriche, quarantaquattromila fuochi, trecentomila abitanti; giornalmente consumavansi quattromila moggia di grano; ogni mese spendeasi trentacinquemila ducati in legumi e verdure; ogni anno centomila staja d’olio (6400 ettolitri), quindicimila centinaja di carne salata, ventimila di pesci, seimila di caci, centomila bestie da macello; da’ soli pubblici magazzini vendeansi annualmente trentamila botti di vino oltre il particolare. La gabella dei frutti rese ottantamila ducati. Alla dogana riceveansi da seimila casse di zuccaro, duemila di cera bianca, trecento di spezierie, ventimila centinaja di mandorle. Per panni forestieri spendeansi da quattrocentomila ducati, ducentomila per nostrali, trecentomila per tele di lino veneziano, ducentomila per olandesi, cencinquantamila per lavori d’oro, e d’argento. L’introduzione degli spilli guadagnava quarantamila scudi l’anno. Moltissimo usciva in oggetti di lusso, stoffe di seta e d’oro per abiti e per tappezzerie, ricami e simili. E bastava girar Napoli per accorgersi qual ricca città fosse: oltre gli operaj che menano le loro merci in piana strada, oltre quei che hanno manifatture in casa, in ogni via, in ogni viottolo trovasi una quantità di gente che accalcano, urtano, portano senza riposo: entrate nelle chiese dove si predica? vi trovate una folla di persone: andate ai tribunali? stupite di tanto rumore: le strade sono piene di gente a piedi, a cavallo, in carrozza, sicchè ne viene un ronzìo come da un alveare[61]. Ivi e commercio e uffizj dove guadagnare, largizioni da fruire, limosine e scrocchi da godere vi cresceano la popolazione; molte le case forestiere, principalmente di Genovesi, come gli Spinola, i Mari, i Serra, i Ravaschieri.

Ma questi incrementi erano a scapito delle provincie, abbandonate a sè. Il popolo dappertutto giaceva inerte, malvestito, malpasciuto, rissoso, pronto alle armi; eppur vile; e come chi sta male, desiderava le novità e le cose in aria, malcontento sempre del Governo, ma non del re; rispettoso a questo, non alla giustizia. Lo spergiuro e il testimonio falso era sì comune che, quando voleasi introdurre la santa Inquisizione spagnuola, si rimostrò che nessuno più avrebbe pace, attesa la consuetudine d’attestare la bugia. Il falsare monete e tosarle era pure divulgatissimo, e preti e frati e nobili e donne, vi si ingegnavano: sotto lo Zapata fu appeso alla forca Lisco di Ausilio, che a diciotto anni con quest’arte erasi formato un’entrata di quarantamila ducati.

I nobili si lamentavano di veder dati a forestieri tanti impieghi, creati per loro dai re antecedenti. Ma non aveano nè forza per contrastare alla Spagna, nè generosità per affratellarsi al popolo; e i puntigli d’onore non li rimoveano da bassi delitti; menavano lunghe brighe per titoli sonori o preminenze, o per ottenere di coprirsi il capo davanti al re, come i grandi di Spagna; faceansi vanto dell’ozio, vergogna dell’industria, non badando personalmente ai proprj interessi, ma a caccie, feste, esercizj cavallereschi; e col fasto puntiglioso allontanandosi più sempre dal popolo, colle aderenze lo tiranneggiavano; perchè un dottore non gli diè dell’eccellenza, il principe di Colla gli avventò un campanello, che andò a spezzar la testa ad un vecchio; votavano senza misura le imposte, da cui gli esimevano i privilegi, o che prendevano in appalto impinguandosi della miseria pubblica.

Quali costumi poteano aspettarsi da servitù accompagnata con disordine? Alle passioni violente e iraconde lasciavasi corso, non so se col proposito, ma certo coll’effetto di scomporre gli elementi della nazionalità; un Comune nimicavasi all’altro, famiglie a famiglie, città a città; degli antichi partiti aragonese e angioino si resuscitò il nome per rammemorare che si erano odiati una volta, e che doveansi odiare ancora. Lassi i legami domestici, se non quando si trattasse di sostenere puntigli. Donne di primarie famiglie non vergognavano d’essere le palesi drude del vicerè, come la marchesa di Campolattaro di casa Capua, la principessa Conca degli Avalos. Gl’intrighi delle viceregine aggiungeano viluppi alle avventure giornaliere, e qualcuna porgeva lezioni ed esempio di scandali: nel carnevale del 1639 la moglie del Medina diede in palazzo un ballo mascherato, ove essa e ventitre delle più belle figurarono in mitologica nudità. E balli e mascherate e teatri erano spassi desiderati dai vicerè; e nelle loro entrate, o negli avvenimenti della Corte «aprivansi le cataratte del giubilo per versarne torrenti di contentezza».

Alle cortigiane era vietato comparire per città in carrozza, nè in barca alla prediletta riva di Posilipo, pena la frusta; e il pernottare nelle osterie: ma grande n’era il numero, e frequentate le loro case da nobili, nuovo incentivo a baruffe e duelli e uccisioni, come le giostre, le corse, i combattimenti d’animali, le passeggiate, i corsi. Di duelli sono pieni i ricordi de’ tempi, sì da formarne il punto più rilevante nella vita de’ giovani nobili. Alcuni servivano nelle armi, i più alla Corte; ma in questa non trovavano nè splendore nè potenza quanto i Francesi; non avendo dinastia nazionale, cui consacrare la loro lealtà, riducevansi a corteggiare un vicerè straniero, effimero e subalterno anch’esso. Ricordavansi dell’età feudale, quando i loro padri somigliavansi a re? era solo per trarne frivole pretensioni; i vicerè piacevansi a mortificarli, e personaggi d’alta nascita sottoposero alle procedure e alle pene ordinarie, sostenuti per debiti, arrestati dai birri. Frequenti si ripetevano i bandi contro i giuochi di zara; eppure dai nobili avventuravansi centinaja di ducati sulle carte o sui dadi: nel 1631 Gian Giacomo Cossa duca di Sant’Agata ne perdè diecimila al tarocco; Vincenzo Capece si fece un’entrata d’oltre sessantamila ducati col prestare somme pel giuoco[62]. Oltre i ridotti privilegiati, vi servivano case particolari; e in quella del cavaliere Muzio Passalacqua, al tempo del secondo duca d’Alcala, Bartolomeo Imperiali perdè una sera seimila ducati: eppur era genovese, riflette il cronista.

Altri, rotta nimicizia colla società, si riducevano in bande, che protette da chiunque non voleva esserne straziato, taglieggiavano i viaggiatori, parteggiavano in quelle frequenti sommosse, e non che i birri, affrontavano anche i soldati. Verso il 1660 l’abate Cesare Riccardo uccise il duca di San Paolo, facea scorribande attorno a Nola, e fin in Napoli entrava e usciva sconosciuto, svaligiava i procacci bruciandone le lettere, impedì il trasporto della neve, e minacciò pur quello del grano se non gli si otteneva perdono. La costoro faccenda raddoppiavasi quando, in occasione di conclave, moveansi i prelati. Per reprimerli si nominò un commissario di campagna, che dovea provvedere con piena e sommaria autorità agli attentati in Terra di Lavoro, cioè ne’ dintorni della capitale; avventavansi gride civili e monitorj ecclesiastici, bandivansi taglie fin di trecento ducati per testa, affinavansi supplizj: ma come estirparli quand’erano protetti dai grandi che di loro si valevano? e qual giudice avrebbe osato condannare un nobile e nimicarsi tutta la parentela? I vicerè medesimi accettavano regali per tollerarli; poi o il papa o il granduca li prendeano al soldo per danneggiare i nemici. Urbano VIII gittò sul Sanese il Tagliaferro con una banda d’assassini: Ferdinando II granduca prese a servigio Cesare Squilletta, detto frà Paolo, il quale andò nel Regno a reclutare quanti banditi trovava: Giulio Pezzola ben cinquecento ne adunò, coi quali mise a ferro e fuoco sin i contorni di Roma; un Pagani ne portò un migliajo a devastare Rieti e Spoleto. Un nunzio si querelava che i monasteri fossero il più solito ricovero di costoro: i Benedettini di Montevergine ad Avellino vi teneano mano: e se la giustizia violasse gli asili, ne nasceano dissensioni fra le due autorità. Sotto il duca d’Alcala, Gian Vincenzo Dominiroberto barone di Pellascianello e capobande, essendo stato côlto in una chiesa, fu condannato a morte, per quanto il nunzio e il vescovo reclamassero la santità dell’asilo, e il vulgo mormorasse aspettandone la grazia.

Frequentissime rinascevano le quistioni giurisdizionali coi vescovi, caldeggianti le pretensioni curiali, e che non credevano necessario l’exequatur regio alle bolle di Roma; donde gravi sommovimenti. Gli avvocati, al solito, favorivano al Governo; il popolo stava per le libertà; e il Giannone declama vivamente contro le pretensioni dei frati e preti, che in forza della bolla In Cœna Domini resistevano all’aumento delle pubbliche gravezze; e dice che assolveano anche chi le fraudava, perchè imposte senza licenza papale[63].

Viceregnando il cardinale Granuela, un ladro fu côlto dai frati nella chiesa di San Lorenzo, i quali, ben bastonato, lo consegnarono ai bargelli dell’arcivescovo. Il sacrilegio era un caso misto, ove cioè presumeasi competesse il giudizio a chi preveniva: ma il Granuela, trattandosi d’un laico, chiese più volte il reo; e negandolo l’arcivescovo risolutamente, mandò a torlo per forza dalle carceri. L’arcivescovo fece dal vicario scomunicare chi avea tenuto mano a tal fatto, e il cardinale fece inchiostrare o stracciare i cedoloni della scomunica, e spicciato il processo, appiccare il reo; insieme ordinò al vicario uscisse dal regno, si arrestassero consultori, cursori, cancelliere, insomma chiunque avea avuto parte alla comunicazione della scomunica. In un caso simile a Milano, il papa avea preteso gli scomunicati andassero per l’assoluzione a Roma: Filippo II approvando l’operato del Granuela, vietò quest’umiliazione; onde il papa a lamentarsi e al fine contentarsi che ricevessero privatamente l’assoluzione.

I giureconsulti napoletani acquistarono gran nome col propugnare l’autorità regia; e il Chioccarello laboriosissimamente raccolse in diciotto volumi le scritture favorevoli alla giurisdizione principesca contro le usurpazioni clericali, e un’infinità di decisioni, massime della Rota romana e del sacro consiglio di Napoli; quistioni, controversie, consigli, allegazioni, con citazioni interminabili e conclusioni generali. Sull’orme di lui il Giannone informa de’ giureconsulti, professione moltiplicata siccome via d’onori e guadagno allorchè l’incremento degli affari e la complicazione delle leggi portò ad aumentar giudici, ruote, curiali. Le decisioni di Vincenzo De Franchis, reggente del supremo consiglio d’Italia, erano citate per tutta Europa.

Quei paesi diedero anche pensatori robusti, degni di stare fra i rinnovatori della scienza, siccome Bernardino Telesio, frà Giordano Bruno, frà Tommaso Campanella, dei quali a lungo parleremo (Cap. CLVIII). Quest’ultimo si occupò assai di politica e d’economia, favorendo la dominazione papale e la spagnuola; eppure è contato fra i martiri della libertà e dell’indipendenza nazionale. Perocchè da astrologie, dall’Apocalissi, da profezie di santa Brigida, dell’abate Gioachino, del Savonarola, di san Vincenzo Ferreri indusse che il 1600 porterebbe grandi rivolture nel regno di Napoli. Parlasse egli persuaso, o adoprasse le armi del tempo, trovò ascolto (1599), o di lui si valsero i maneschi per tentare novità in Calabria. Frà Dionigi Ponzio di Nicastro avea rotto la testa a un converso, disobbedito al superiore che lo relegava in un convento, preso le armi con banditi per vendicare l’uccisione d’uno zio: e fermato a Stilo, patria del Campanella, e udite le profezie di questo, le divulga in modo che sembra un turcimanno di lui, come altri banditi de’ quali il Campanella valeasi per combinare concordie. Fu dunque creduto cospirassero per la rinnovazione politica del paese, predicando una repubblica di cui sarebbero centro Stilo, e mezzi di riuscita la parola di trecento frati e quattro vescovi congiurati, e le armi di mille ottocento briganti; uccidendo chiunque renuisse, e nominatamente i Gesuiti. Il vulgo si persuade facilmente che un’oppressione venuta al colmo sia vicina a finire: le rivalità della Francia, che fomentava i malcontenti e gli ambiziosi, porgeano speranze; i cospiratori non isdegnarono ricorrere al bascià Cicala: ma eccoli prevenuti; arrestati quei che non poterono camparsi; condotti a Napoli sopra le galee, due furono squartati lì lì per esempio; altri arsi, impiccati, messi al remo.

Ai nostri giorni nella Vallintelvi sul lago di Como fu ordita una sollevazione da pochi preti contro Napoleone, certo men seria di questa, e i preti colti furono mandati al patibolo, quando appena meritavano l’ospedale dei pazzi. Ma allora gli ecclesiastici erano protetti dalle immunità, e i frati e il Campanella impetrarono d’essere processati dal Sant’Uffizio, anzichè da’ patrj tribunali. La cospirazione ebbe gli effetti soliti; fughe, morti, multe; il parlamento volle attestare la fedeltà del Regno col decretare al re un donativo di un milione ducentomila ducati, e di venticinquemila al vicerè che aveva campato il paese da tanto pericolo![64]

I guaj di Napoli erano comuni alla Sicilia, due cadaveri legati al medesimo patibolo. Si agitavano ancora le sorti italiane nel Cinquecento, e già quelle dell’isola erano state decise, toltale l’indipendenza, e anticipati i mali del servaggio, del quale parvero inseparabili le fami, le sollevazioni, i partiti di famiglia.

Ugo di Moncada storico, il primo che unisse il titolo di vicerè a quello di capitano generale del regno e delle isole, vide il popolo levarsegli in aperta ribellione, e lo represse atrocemente. Ettore Pignatelli mandato a scambiarlo, non potè indur pace, anzi col rigore esacerbò i tumulti a Catania, poi peggio a Palermo, ove Gian Luca Squarcialupo congiurò (1517), insorse, uccise i consiglieri, mise a tumulto e ruba tutta l’isola; nè il vicerè seppe opporvi che un’altra congiura, mediante la quale Guglielmo Ventimiglia riuscì a trucidare lo Squarcialupo e moltissimi faziosi: gli altri furono mandati al supplizio alla spicciolata.

Ne crebbero i rancori, e gli inveleniva Francesco I; Pompilio Imperatori co’ suoi fratelli, esclusi dal perdono, s’accordarono con Marcantonio Colonna per impadronirsi dell’isola, ma scoperti, diedero altre vittime ai patiboli. A Sciacca intanto fra i Luna e i Perollo ostinavasi da mezzo secolo una nimicizia, che poi proruppe in guerra aperta (1529) e ferocissime vendette, finchè i Luna dovettero rifuggire a Roma presso Clemente VII loro zio.

Nè mai l’isola s’incallì al giogo: poi rinnovavansi ogni tratto le correrie de’ pirati, le eruzioni dell’Etna, le devastazioni ora de’ masnadieri ora de’ soldati; sicchè il commercio interno era scomparso, le campagne a mare spopolate e incolte; e dopo speso a fabbricare fortezze, a munir coste, a regalare i soldati che difendeano, toccava di vedere il paese devastato nella peggior maniera.

Molto costava alla Sicilia il dominio delle isole, cioè le Gerbe, Malta, Gozo e la conquistata città di Tripoli; finchè Carlo V non cedette Malta ai cavalieri di san Giovanni, che dovevano fare ogni anno omaggio d’un falcone al vicerè di Sicilia. Questa diede denari ed uomini per fortificarvi la Valletta, e ajutare nella spedizione di Tunisi Carlo V, il quale al ritorno approdatovi, in Palermo giurò osservarle i privilegi, ed ebbe un dono di ducencinquantamila scudi. In fatto rimanevano intatti i parlamenti, col diritto di votare; e i re giuravano la costituzione, di modo che la nazione rimaneva distinta dal re.

Fin dal 1513 vi si era introdotta la santa Inquisizione, non repulsata come in terraferma, anzi creduta opportuna contro le esuberanze dei magistrati, talchè molti alla giurisdizione di quella si sottoponeano volontarj[65]. Presto cominciò ad operare, non solo indipendente ma come superiore al Governo; scomunicò perfino la gran corte e l’arcivescovo, e convenne che il governatore duca di Feria mandasse mille armati (1602) contro il palazzo ove i padri inquisitori s’erano afforzati. Non per questo si frenarono, e nel 1641 diedero il primo spettacolo d’un auto-da-fè sopra un francese Verron calvinista, un moro battezzato e relapso di nome Tedesco, e un Tavolara calabrese agostiniano. Frà Diego La Matina, uomo erculeo, condannato alla galera dal Sant’uffizio, si adoperò a pervertire i compagni; messo poi in carcere, spezzò le manette, e avventatosi sull’inquisitore venuto alla visita, l’uccise: per ciò condannato al fuoco, fu arso pubblicamente il 1658. Nel 1724 è memoria del supplizio di Gertrude Maria Cordovana, pinzochera Benedettina, e frà Romualdo laico agostiniano, rei di quietismo.

Il re aveva nell’isola anche autorità pontificale, in forza della così detta monarchia; e gravi cozzi ne nasceano colla Corte romana, attesochè i vicerè spesso ne abusavano, volendo a quel tribunale trarre le cause direttamente (per viam saltus), e non solo per gravame (per viam gravaminis); vi metteano giudici secolari; non soffrivano d’appellarsene a Roma; e Pio V e Gregorio XIII n’ebbero lunghe quistioni con Filippo II.

Nel 1558 vi fu istituito il tribunale del concistoro, poi riformati internamente i giudizj, coordinando gli appelli. Caddero allora i sommi uffizj della corona; e al gran giustiziere, al gran camerlengo, ai gran cancellieri si surrogarono i presidenti della gran corte, del concistoro, del patrimonio: restavano il gran siniscalco per mera onoranza, e il protonotaro che nelle assemblee prendea la parola a nome del re.

La feudalità, che Ruggero e Federico II si erano affaticati a svellere, vi fu consolidata dagli Aragonesi, che nella lotta voleano essere sostenuti dal favore dei Grandi. Re Giacomo alla sua coronazione creò quattrocento militi; più di trecento re Federico, e assai conti; e forse tre quarti de’ Comuni legaronsi in feudi[66]. Carlo V introdusse anche duchi e principi; e la nobiltà feudale vi conservava molta potenza. Il principe di Butéra, primo titolato di Sicilia, nelle solennità pubbliche inalberava lo stendardo regio, come succeduto ai gonfalonieri di Sicilia; poteva anche armare una compagnia di cavalli con trombe, tamburi, insegne, al modo stesso delle compagnie reali. Alcuni baroni univano in sè otto, dieci, fin venti signorie differenti. Tal era «Luigi Ruggero Ventimiglia e Sanseverino dei Normanni, degli Svevi e d’Aragona, per la grazia di Dio XXII conte di Ventimiglia, marchese di Lozana, delle alpi Marittime, conte d’Ischia maggiore, Procida, Lementini, XVIII conte-marchese di Geraci, principe di Castelbuono e di Belmontino, marchese di Malta e di Montesarcio, duca di Ventimiglia, barone di San Mauro, di Pollina, Bonanotte, Rapa, Calabrò, Rovitella, Miano, Tavernola, Plocabiava e Mili, primo conte in Italia e primo signore nell’una e nell’altra Sicilia, grande di Spagna di prima classe, principe del sacro romano Impero, gentiluomo di camera di sua real maestà con esercizio». Ercole Michele Branciforti e Gravina, oltre i diciannove feudi che componeano la signoria di Butera, era principe di Pietraporzia, duca di Santa Lucia, marchese di Militello, Val di Noto e Barrafranca, conte del Mazzarino, Grassoliato, Raccuja, barone di Radali, Belmonte, Pedagaggi, Randazzini co’ suoi casali e pertinenze, signore delle terre di Niscemi, Gran Michele, del lago Biviere di Lentini, dei feudi di Braccalari, Gibilixeni, Sijuni colla torre di Falconara[67].

V’ebbe anche in Sicilia vicerè benefici, e soprattutto fastosi. Garzia Toledo a Palermo fece costruire il molo e la via principale, un arsenale a Messina, una fortezza in Malta, due castelli ad Agosta. Marcantonio Colonna crebbe il fabbricato dell’Università di Catania, abbellì di porte Palermo. Ma quando moltiplicavansi qui pure chiese sontuosissime e di mal gusto, divenivano inservibili i porti, impraticabili le strade; invano Palermo domandava un prestito per fare una gettata allo stupendo suo porto; invano ripeteasi che «per non vi esser ponti in molti fiumi, ogni anno si annegano infinite persone, dal che nasce la perdizione di tante misere anime... in disservizio di Dio ed aggravio della coscienza di sua maestà». — Il vicerè (scriveva il residente pel granduca) usa di tutti gli artifizj per cavar denari assai di questo regno, che è omai ruinato affatto... Il cattivo governo che hanno tutte le città, le conduce a termini disperati...; o per un verso o per un altro, voglion danari; cosa che atterrisce vedendo sete inestinguibile... Le fortezze sono omai state riedificate tante volte; perchè il vicerè del regno e altri ministri hanno avuto, quasi d’ordinario, per fine di far ruinare quelle che ha fatto l’altro, e di nuovo, secondo il suo parere, far riedificare. Il che non è meno d’incredibile spesa alle città del regno, che sia di comodità a’ ministri d’arricchirsi». La prosperante industria degli zuccari perì dacchè si mantenne il dazio sullo asportato, mentre ricevevasi quello d’America.

Anche il mantenere la Goletta in Africa porgea pretesto ai vicerè di rincarire e incettare il vino, gli olj, i salumi, il grano, che poi invece si spedivano tutt’altrove. Insomma vuolsi che, ne’ ducenventisette anni della dominazione vicereale, l’isola pagasse a Spagna mille centrenta milioni di ducati, cioè da cinquemila milioni di lire.

Poi tra le morìe, le fami, e le enormi esazioni sopraggiungevano irreparate le correrie dei Turchi, contro i quali indarno si mantenevano moltissime galee. Qual meraviglia se il popolo ogni tratto tumultuava? e la parola di quelle inutili sollevazioni era pane.

Non dimentichiamo come questi mali e questi lamenti fossero comuni ad altri paesi, al par de’ vizj che li producevano. Sotto i suoi duchi la Savoja dovette soffrire senza misura. In Francia nell’assemblea del 15 gennajo 1648 l’avvocato generale diceva: — Ecco dieci anni che la campagna è in ruina, i paesani ridotti sulla paglia dopo venduti i mobili per pagare imposte a cui non possono soddisfare; milioni d’anime sono obbligati a vivere di crusca e avena, e non isperar protezione che dalla propria impotenza. Questi sciagurati non possedono altro più che le proprie anime, perchè queste non poterono esser vendute all’asta. Gli abitanti delle città, dopo pagato la sussistenza e i quartieri d’inverno, le tappe e gl’imprestiti e il diritto reale e la conferma, hanno ancora la tassa de’ benestanti... Tutto il regno è spossato, esausto da tante imposizioni straordinarie che producono un’inanizione, i cui rimedj sono insopportabili quanto il male...». Dove agli statisti non isfuggirà come dappertutto l’arbitrio dello smungere i popoli rovinasse i paesi; mentre l’Inghilterra col solo diritto di esaminar le spese e determinare l’imposta, giunse al massimo grado di libertà civile.