CAPITOLO CLIII. Guerra della Valtellina. Successione di Mantova e del Monferrato. Il Mazarino.

Tanto basta a conoscere gli umori de’ governanti di Spagna, e quella amministrazione, di nulla occupantesi meno che del bene de’ popoli; mentre tutta Italia, impotente di sè, trovavasi sbolzonata tra Francia e Spagna, quella rivoluzionaria per interesse, questa conservatrice materiale, «tutta gentilezza, tutta complimenti nelle apparenze, ma a chi ben guardi, tutta superbia, tutta avarizia, tutta crudeltà. Le mani, sproporzionatamente lunghe, distende per tutto ove meglio le torna conto, senza discernere l’amico dal nemico, lo straniero dal parente. Atta a dominare schiavi, incapace di governare uomini liberi, non è mai temibile tanto come allora che, colla corona in mano, tu la vedi trattare vezzi, pieni di pretesti di religione e di santa carità verso il dilettissimo prossimo».

Così l’arguto Trajano Boccalini, il quale altrove scrive: — Se l’Italia volesse considerare diligentemente quale sia quella pace di ch’ella forse si vanta, conoscerebbe ch’ella deve altrettanto dolersi di questo ozioso veleno che la consuma, quanto nella sovversione e nella fiamma aperta delle guerre altrui va commiserando i danni degli amici». Egli medesimo introduce Francia a dire alla Spagna: — Con quella libertà che è propria della mia natura, voglio dirvi che l’impresa di soggiogare tutta Italia non è negozio così piano, come veggo che voi vi siete dato a credere. Poichè, quand’io ebbi li medesimi capricci, con mie rovine grandissime mi sono chiarita, che gl’Italiani sono una razza d’uomini, che sempre stanno con l’occhio aperto per escirvi di mano, e che mai si domesticano sotto la servitù di stranieri. E sebbene come astutissimi facilmente si trasformino ne’ costumi denominanti, nell’intimo del cuor loro servano vivissimo l’odio antico. E gran mercadanti della loro servitù, la trafficano con tanti artifizj, che, con essersi posti in dosso un paro di brachesse alla sivigliana, forzano voi a credere siano divenuti buoni Spagnuoli, e noi con un gran collaro di Cambrai, perfetti Francesi; ma quando altri vogliono venir al ristretto del negozio, mostrano più denti che non n’hanno cinquanta mazzi di seghe»[94].

Tutti gl’interessi e le passioni vennero a complicarsi in due imprese che lungamente esercitarono diplomatici e guerrieri; la sollevazione della Valtellina e la successione del Monferrato.

Narrammo (Cap. CXLVIII) come la riforma religiosa fosse penetrata nella Valtellina, e quali le conseguenze. Essa valle, cogli annessi contadi di Bormio e di Chiavenna, avea formato parte del ducato di Milano, fin quando i duchi furono costretti cederli ai Grigioni. Di tal perdita non sapeano darsi pace gli Austriaci, poichè, la valle allungandosi da settentrione a mezzodì fra la Lombardia e il Tirolo, e fiancheggiandola i Grigioni a destra e il Veneto a sinistra, opportunissima l’avrebbero avuta a tragittar le truppe dalla Germania in Italia e viceversa, mentre torrebbe alle francesi di passare nel Veneto. Per questi tragitti di truppe Venezia, Spagna, Francia, Savoja aveano rimescolato incessantemente il paese stesso de’ Grigioni, intrigando e comprando le famiglie dei Pianta e dei Salis, corifee di due contrarj partiti.

I Grigioni aveano stipulata col Milanese una convenzione di buon vicinato e libero il transito delle merci dirette a loro, purchè essi non lasciasser l’esercito nemico varcare al ducato di Milano. Ma quando prevalsero i Salis fautori di Francia, trassero ad una lega (1603) con Enrico IV difensiva e offensiva, dove nessuna eccezione faceasi a favor del Milanese. Se ne indignarono gli Spagnuoli; e il governatore conte di Fuentes mandò minacciarli; e vedendosi poco ascoltato, fabbricò un forte appunto ove la Valtellina e la valle di Chiavenna sboccano al lago di Como; sicchè di là poteva co’ suoi cannoni impedire e gli eserciti e le merci della Rezia, singolarmente il grano che questa trae dalla Lombardia. Ai reclami de’ Grigioni egli non badò, tanto meno dacchè tenne per nuova onta la loro lega coi Veneziani. Questa scadeva nel 1615, e i Veneziani mandarono a Coira per rinnovarla: ma gli attraversavano da una parte Francia, volendo da se sola dipendenti i Grigioni; l’Austria dall’altra per umiliare i Veneziani, che allora astiava per la guerra degli Uscocchi. Ma i Protestanti, a cui capo Ercole Salis, caldeggiavano gl’interessi veneti per avversione alla cattolica Spagna, e levato rumore (1618) cacciarono e l’ambasciadore francese e gli austrizzanti, e gridando alla corruzione, alla superstizione, piantarono un feroce tribunale (Strafgericht) che processò, bandì, multò, uccise gli avversarj, come tali contando gli zelanti Cattolici, e fra questi Nicolò Rusca, veneratissimo arciprete di Sondrio nella Valtellina (tom. X, pag. 571).

Questa suddita indoloriva viepiù dal malessere dei padroni; e a tacere la sfacciataggine con cui i magistrati, che aveano compro all’asta le cariche, se ne rifaceano col vendere la giustizia, dai dissensi religiosi erano esacerbati gli animi. Perocchè quei che venivano a governarla dal paese de’ Grigioni, per lo più calvinisti, favorivano ai loro religionarj, de’ Cattolici turbavano le coscienze, il culto collo specioso titolo della libertà; le persecuzioni portavano riazioni; ai supplizj si rispondeva coi coltelli, finchè i Valtellinesi ordirono ed effettuarono un macello universale de’ Protestanti (1620 luglio).

Il duca di Feria governatore di Milano, avutane contezza, lusingava di pronti soccorsi l’insurrezione; scoppiata che fu, esitò ad entrare nella valle, prevedendo sarebbe favilla di vastissimo incendio. Di fatto i Grigioni armarono per ripigliarsi le loro suddite; corsero proclami, accuse, giustificazioni, recriminazioni; la risolutezza degl’insorti inanimì i principi cattolici a sostenerli; l’imperatore armò ai confini tirolesi, Spagna ai milanesi; e si cominciò guerra che molti anni fu prolungata. I Grigioni rioccuparono la valle, ma tutti gli sforzi esterni erano elisi dall’intestino cozzarsi tra Cattolici e Protestanti. I primi avendo avuto la peggio, e trovandosi perseguitati ed espulsi, ricorsero agli Austriaci, i quali invasero il paese Grigione, e restituirono il sopravvento alla parte cattolica, che, col solito abuso delle riazioni, spense la libertà. I natìi poco tardarono a riscuotersi, e insorti cacciarono gli Austriaci che non potevano trucidare. Accorsero questi per vendicarsi; e se fossero riusciti a fissare il piede nella Rezia e congiungerla col Tirolo, «poteva dirsi stretto il laccio al respiro e alla libertà d’Italia» (Nani). E ne fu ad un punto, atteso che la Francia avea dato mano sin alla fazione austriaca, per quanto Venezia le intonasse come guasterebbe i proprj interessi col lasciare la Valtellina alla Spagna, che così avrebbe escluso perpetuamente gli eserciti francesi dall’Italia, e assicuratovi il passaggio a’ suoi. La ragione valse a combinare una lega (1622) fra la signoria veneta, il re di Francia e il duca di Savoja; e si fecero sonare tanto alto que’ paroloni d’indipendenza degli Stati e d’equilibrio scomposto, che fu preso il compenso di consegnare le fortezze della valle ai papalini. Acconcio viemeno risolutivo dacchè morì Gregorio XV, che forse meditava farne un appannaggio pe’ Ludovisi suoi nipoti, e Urbano VIII mostravasi disposto a qualunque accordo coi Grigioni (1623), purchè salva la religione cattolica in Valtellina.

Di ciò mal s’acquetava la Francia, e in Avignone raccolse a congresso i ministri di Venezia, Savoja, Inghilterra, Olanda, Danimarca ed altri, col titolo di reprimere le trascendenze dell’Austria. Il risultato fu che Richelieu, ministro onnipotente di Luigi XIII, affidò un esercito al marchese di Cœuvres, il quale, ricantando liberazione e indipendenza, trasse le leghe Grigie a giurare la pristina alleanza, e occupò la Valtellina, senza che i papalini facessero ostacolo. Accorse il duca di Feria a chiudergli il varco pel Milanese, e costruttori genovesi oppose ai costruttori veneziani, che al Cœuvres aveano preparato una flottiglia sul lago di Como. Alcun tempo continuarono le fazioni, sin quando (1626), nella pace di Monson (pag. 71) tra Spagna e Francia, si convenne la Valtellina tornasse ai Grigioni, ai patti che godeva nel 1617; sola religione permettendovi la cattolica. Spiacque ai Valtellini il rimettersi a una servitù da cui si erano con braccio forte riscossi; spiacque ai signori di Francia l’abbandono della valle che aveano assunta in protezione; spiacque al papa si fosse stipulato senza sua saputa; spiacque ai Grigioni la restrizione imposta; e alla pace seguì un fremer d’armi universale, complicato dal tentativo che dicemmo del duca di Savoja contro Genova, e dalla guerra di Mantova.

Abbiamo veduto (tom. VII, pag. 407) Luigi Gonzaga sottentrare ai Bonaccolsi nella signoria di Mantova col titolo di capitano: Giovan Francesco nel 1433 ottenne il titolo di marchese dall’imperatore Sigismondo, e di vicario perpetuo, il che equivaleva alla sovranità. I successori mantennero la fama di buoni guerrieri, e formato un corpo di valorosi, lo prestavano a chi pagasse (1484). Francesco II stabilì una razza di cavalli, che furono ricercati lungo tempo anche in Inghilterra: combattè col papa, con Francia, con Venezia, della quale comandava già gli eserciti alla battaglia di Fornovo; poi contro di essa nella lega di Cambrai: e caduto prigioniero, smise le armi, e si ritirò a governare in pace il suo paese. Terzo suo genito fu quel don Ferrante Gonzaga che più volte nominammo; il primogenito Federico II succedutogli (1519), ottenne che Carlo V nel 1530 ergesse il paese in ducato, aggiuntavi la signoria di Guastalla[95].

Finita con Giovan Giorgio la stirpe dei Paleologhi (1533), il Monferrato era conteso fra il duca di Savoja, il marchese di Saluzzo, e questo Federico Gonzaga, qual marito di Margherita, nipote dell’ultimo duca. Carlo V, che come di feudo imperiale pretendeva disporne, onde evitare l’incremento della Casa di Savoja, sentenziò a favore de’ Gonzaga (1536), i quali così stettero marchesi del Monferrato per quasi un secolo, fin quando Francesco IV, sposo a Margherita figlia di Carlo Emanuele I di Savoja, non lasciò altro discendente (1612) che Maria fanciulla di tre anni. Il cardinale Ferdinando zio di lei ne prese la tutela, poi anche il titolo di duca di Mantova: ma al Monferrato aspirava Carlo Emanuele con ragioni feudali per se stesso, o come a feudo femminino per sua nipote, con una soprassoma smisurata di dote e di compensi. La realtà si è che quella provincia pingue, padrona del Po, e a due passi da Torino, gli veniva d’estrema convenienza: ma altrettanta fermezza mettevano a contendergliela gli Spagnuoli, conoscendola troppo vicina a Milano, pericolosa in mano di quell’irrequietissimo, per la fortezza di Casale, la più importante d’Italia dopo Palmanova. Per quanto ogni prudente sconsigliasse Carlo Emanuele da un’impresa che capovolgerebbe tutta Italia, e a lui avverserebbe e Francia e Spagna, egli vi si ostinò, tessè molte ritortole, impedì tutti i proposti accomodamenti, e senza compassione per altrui nè timore per sè, minacciava, gridava voler assicurare l’italica libertà, ormai sopra lui solo appoggiata.

Poichè le pratiche colla Spagna non valsero, e il duca di Lerma gl’intimò «Obbedisca», egli, trovandosi truppe veterane, e denaro onde arrolare Svizzeri e Borgognoni, sorprende il Monferrato mentre stava sicuro nella pace e nella protezione di Spagna, occupa Trino, Alba, Moncalvo (1613), con crudeltà e prepotenze da nemico.

La questione, che pareva semplice, implicava anche allora l’eterna disputa sulla preponderanza straniera in Italia. Il papa ripeteva pace, pace; i Veneziani e il granduca sorreggevano Ferdinando Gonzaga, adombrando degl’incrementi di Spagna; altrettanto faceva il re di Francia, che, mentre dissuadeva Savoja da un’impresa che metteva a repentaglio la pubblica quiete, spediva a sostenere i Gonzaghi un loro parente. Perocchè Luigi, terzogenito di Federico II, nel 1565 sposando Enrichetta di Clèves erede del ducato di Nevers, era divenuto stipite dei Gonzaga di Nevers e Réthel; coi talenti e col valore acquistò nome; e sebbene Sully lo celii perchè «facea la campagna d’inverno entro una buona carrozza col manicotto per riparare le mani dal freddo», prese viva parte nelle guerre di religione, e lasciò memorie importanti su quel tempo. Carlo, costui figlio, spedito a soccorrere il parente, si gettò in Casale.

Il granduca invia truppe, denaro ai Veneziani; l’imperatore Mattia ordina al Savojardo che desista dalla usurpazione, se no lo metterà al bando; Spagna fa dal governatore di Milano assalire il Piemonte, e sbarcare truppe condotte dallo stesso figlio di lui Filiberto ammiraglio. Ma nè esortazioni nè minaccie svoltano Carlo Emanuele, che sparpaglia manifesti e messi, blandisce o strapazza gli ambasciadori: «risoluto (scrive uno storico) d’ardere l’Italia purchè restassero le reliquie e le ceneri al suo profitto; gonfio d’ambizione e caldo di sdegno, se vedeva l’armi spagnuole a fronte, minacciava di tirarsi l’armi francesi nel seno; se il pontefice l’ammoniva alla quiete, protestava d’inondare la provincia d’eretici; se i Veneziani soccorrevano Ferdinando, bravava di commovere i Turchi e di spingere nell’Adriatico corsari stranieri». Intanto egli muove mezzo mondo; gli uni lusinga col gran nome d’Italia, altri inizza colle gelosie e coll’avidità; cede quando si trova alle strette, ma subito ripiglia le pretensioni, proclama insaziabile l’avidità degli Spagnuoli, mentre questi lui denunziano ambizioso, e intollerabile sovvertitore dell’italica quiete; anzichè sottomettersi ad atto che implichi umiliazione, egli si rassegna a veder guasti i territorj e i sudditi dalle armi e dall’epidemia.

Allora si fissarono gli occhi in esso come nella speranza nazionale; «tutta Italia (scrive il vendereccio Siri) prorompeva colla penna e colla lingua in encomj e panegirici al nome di Carlo, e in affetti di giubilo e in applausi d’aver ravvivato nella sua persona l’antico valore latino; augurandogli la corona del divenire un giorno il redentore della franchezza d’Italia e il restauratore della sua grandezza»[96]; il poeta Marini confortava Venezia a non far pace colla Spagna, ma tenersi unita a quel duca per francare l’Italia dal giogo straniero; il Chiabrera lo celebrava dell’aver «chiuse a nemico piè l’Alpi nevose»; Fulvio Testi faceva che l’Italia, dopo descritti i proprj guaj, si confortasse che egli farebbe degli strazj di lei giusta vendetta, e lo sollecitava a rompere gl’indugi, e compire la grand’opera; al che taluno, in nome di Carlo, rispondeva, s’assicurasse, che la sua politica e il suo ferro sarebbero sempre rivolti a conforto d’Italia[97]. Il Tassoni scriveva le Filippiche contro la Spagna, flagellando la nobiltà italiana «infettata da empj e servili pensieri», e tale che «se anche il Turco venisse in Italia, li troverebbe in gran parte suoi seguaci, più avidi d’assoggettarsi che non gli stranieri di riceverli in soggezione», giacchè «la servitù straniera tutti biasimano, ma tutti adorano, chi per ambizione, chi per avarizia, chi per timore»; e gli esortava ad unirsi a Carlo Emanuele e scuotere il giogo, come aveano fatto i nobili del Belgio e della Germania[98]. Nessuno fu ascoltato; nè la nazione nè gli altri principi operarono all’indipendenza.

Osteggiavansi allora gl’Imperiali e i Veneziani a cagione degli Uscocchi; e i due rami austriaci di Spagna e di Germania parendo accordarsi a sottomettere affatto l’Italia, spingeano le galee del duca d’Ossuna e gli Uscocchi a infestare le marine di Nizza non meno che le adriache. Premeva dunque a Venezia che Mantova non cadesse agli Austriaci, i quali così la circonderebbero; laonde l’abate Scaglia, astuto ministro dell’astuto Carlo Emanuele, potè ottenere da essa, non manifesti soccorsi, ma sussidj; Francia stessa alfine si chiarì pel Savojardo; e le spade famose del maresciallo Lesdiguières e di Carlo compromettevano l’onor militare della Spagna. Pure, col trattato di Pavia, mediato dal Cristianissimo, a Ferdinando furono assicurate Mantova e il Monferrato; Carlo Emanuele, non che acquistasse nulla, a fatica ricuperò la toltagli Vercelli; bensì crebbe in bellica riputazione come quegli che con poche forze avea fronteggiato gli Austriaci; tanto che i Boemi, ribellati a questi, pensarono chiamarlo al loro trono.

Ma le successioni vacanti doveano essere per un secolo la desolazione dell’Italia. A Ferdinando di Mantova, che avea sposato Caterina sorella del granduca, succede Vincenzo II suo fratello (1620-27), cardinale anch’esso, e che anch’esso, pochi mesi dopo, muore senza figli: ultimo del ramo primogenito di una stirpe che allor allora aveva dato una sposa a Ferdinando II, una a Ferdinando III imperatori, una al re di Polonia. I vizj degli ultimi Gonzaghi gli aveano disonorati[99]; pure Mantova nella sua indipendenza avea goduto d’una prosperità, di cui più non si dimenticò[100], massime atteso i mali che allora le piombarono a ridosso. Perocchè subito sorsero pretendenti al Monferrato Maria nipote di Vincenzo, la costui sorella Margherita duchessa vedova di Lorena e Carlo Emanuele; al Mantovano, Ferrante Gonzaga principe di Guastalla, e più Carlo di Nevers, che nuovi titoli si procaccia collo sposare Maria, unica che dicemmo superstite del ramo estinto.

Tutti si allestiscono di congiure, di protezioni, di denaro. Il conte duca Olivares, arbitro della politica spagnuola, propendeva a riconoscere il legittimo erede di Mantova; quando il Cordova, che provvisoriamente governava il Milanese e, come fanno questi soldati, desiderava rimanervi col mostrarsi necessario, fece visto alla Corte di Madrid quanto nocerebbe l’assettarvisi in due posizioni militari capitalissime un principe vassallo di Francia, che questa avrebbe introdotto di nuovo in Italia dopo mezzo secolo d’esclusione; e n’avesse ordini o no, tentò sorprendere Mantova, ma invano.

Più di tutti s’infervora Carlo Emanuele, che ricampa le pretensioni sue, e mentre testè cospirava contro Spagna per carpire il Genovesato e spartirlo coi Francesi, adesso s’accorda di spartire il Monferrato cogli Spagnuoli. L’imperatore, desideroso di fare uno smacco alla Francia, trae in campo la sua alta sovranità, e pretende che il Nevers rimetta in lui i suoi titoli. Il papa, sebbene chiamasse Carlo «difensore della libertà italiana» e l’esortasse a fare da sé[101], doveva tenere carezzato l’imperatore, in grazia delle guerre religiose che allora imperversavano in Germania; i Veneziani, che aveano appena racconcio l’affare degli Uscocchi, non osavano contrariarlo: ma il Nevers si risolve alla difesa, e munisce validamente Mantova e Casale; e impegnando il suo patrimonio, compra dodicimila fanti, mille cinquecento cavalli di Francia.

L’importanza di Savoja fu posta in evidenza dalla gara con cui Francia, Venezia, Spagna ne sollecitavano l’alleanza. Prevalsero gli Spagnuoli; e il duca, ritortosi contro l’esercito che di Francia calava (1629), al colle dell’Agnello lo sconfigge e disperde. Il Cordova, proclamando il bene dei popoli, il desiderio di liberarli dalla tirannia, e baje siffatte sempre ripetute, sempre mentite e pur sempre credute, con ottomila fanti e duemila cinquecento cavalli entra nel Monferrato e assedia Casale. I Monferrini, benvolti ai prischi padroni e addestrati alle battaglie ne’ tumulti precedenti, resistono intrepidi; i casalaschi sostengono l’assedio, in modo che il Cordova è obbligato impegnar quivi tutto il suo esercito, lasciando che Carlo Emanuele occupi non solo Trino e gli altri paesi a lui predestinati, ma anche taluni devoluti alla Spagna, e dissimulare per paura che colui non voltasse casacca. Di fatto il duca ascoltava proposizioni di qua e di là, e forse mandava vittovaglie ai Casalaschi, mal gradendo che quella fortezza venisse in mano degli Spagnuoli: «sicchè le campagne di Casale, destinate da don Gonzalo per Campidoglio de’ suoi trionfi, servirono di tomba per sepellirvi la sua reputazione e quella delle armi spagnuole».

Quando di Spagna gli fu mandato lo scambio, il popolo milanese lo congedò a torsi di cavoli; e la guerra, e incidentemente il governo della Lombardia, furono affidati ad Ambrogio Spinola (n. 1569). Quest’illustre genovese, invogliato delle imprese che udiva compiersi da Italiani in Fiandra, era ito a combattervi; e fatto generale di Spagna, col credito e coi denari proprj raccolse molti venturieri anche italiani; dopo mirabile assedio ch’era costato centomila vite, prese Ostenda e la fortissima Breda; insegnò a sostituire galee alle navi da vela, colle quali meditava anche uno sbarco in Inghilterra; e parve degno di stare a fronte al maggior generale d’allora, Maurizio di Nassau: se non che questi difendeva la libertà, egli la osteggiava. Ma tanta gloria venne a logorarsi sotto Casale: e benchè vi portasse due milioni in denaro e poteri amplissimi sin di pace e guerra, sì bene lo trovò difeso dal marchese di Thoiras, che addolorato da questo primo sinistro delle sue armi, morì.

Luigi XIII aveva prodigato promesse al Nevers; e dacchè ebbe faticosamente preso la Roccella, ultima fortezza che rimanesse a’ Protestanti, scese in persona pel Monginevra onde allargar Casale, mentre Nevers e i Veneziani irrompevano nel Milanese; e Carlo Emanuele, sconfitto a Susa, dovette di nuovo lasciare ai Francesi questa chiave d’Italia.

Esso duca teneva già le terre che cogli Spagnuoli avea pattuito; laonde, non restandogli altro a sperarne, porse ascolto a Richelieu, che tra lui, Venezia e Mantova combinò una lega per francheggiare l’indipendenza italiana; il papa presterebbe ottocento cavalli, duemila il Cristianissimo, mille ducento Venezia, seicento Mantova, e ciascuno il decuplo di fanti; fu sin detto che Carlo Emanuele se la intendesse col famoso generale tedesco Waldstein, per tentare d’accordo una mossa che desse l’ultimo tuffo a Casa d’Austria.

Aveva egli appena conchiuso, che ripigliò dispetto coi Francesi, i quali, fortificando Pinerolo, mostravano intenzione di radicarsi là donde gli avea divelti Emanuele Filiberto; lamentavasi di non avere col loro mezzo potuto ciuffarsi nè il Monferrato nè Genova, e negò il passo agli eserciti loro. Insomma, sentendo che e Spagnuoli e Francesi aveano bisogno di lui, a quegli e a questi perfidiava; prometteva agli uni di vittovagliare Casale, prometteva agli altri di trovare pretesti a non farlo; da Avigliana minacciava abbarrare i passi al Richelieu, dal Po minacciava irrompere nel Milanese: ma quell’interminabile scaccheggiare gli tornò a danno. Perocchè Richelieu, in arnese di cavaliero, e avendo a’ suoi comandi i marescialli di Bassompierre, di Crequi, di Chomberg, varca la Dora, e ad Avigliana lo sconfigge (1630).

La successione di Mantova e del Monferrato implicava dunque tutta Europa, atteso l’incremento o la depressione che ne verrebbe a Casa d’Austria. Correva stagione che ai Cattolici sarebbe importato di tenersi uniti per far fronte ai Protestanti nella guerra che poi fu intitolata dei Trent’anni. La durata di questa portò in Germania una trasformazione della milizia; e poichè la feudalità non apprestava soldati per lunghe imprese, si reclutavano da una nuova specie di capitani di ventura, forniti di denaro dai principi. V’entravano prima valletti (bübe), poi scudieri (knappe), sinchè formavano una lancia (lanzknecht), donde il nome di Lanzicnecchi. Ogni loro devozione era pel capitano, non pell’imperatore che nè li pagava nè li ricompensava; e dello scarso e incerto soldo rifaceansi col rubare ad amici non men che a nemici; spirata la capitolazione, per privilegio imperiale poteano mendicare, spigolando come veterani se alcuna cosa avessero lasciato indietro come soldati.

Ferdinando II imperatore, che di sue vittorie andava unicamente debitore alla Lega Cattolica, della quale era capo il duca di Baviera e braccio il Tilly, avrebbe voluto un esercito proprio, ma gliene mancavano i mezzi; quando glieli offerse Alberto Waldstein, povero gentiluomo boemo, che a Padova aveva studiato astrologia sotto l’Argoli, combattè nell’Ungheria sotto il celebre Basta mantovano, nella Boemia, nel Friuli, nella guerra degli Uscocchi, poi di nuovo in Ungheria sotto il napoletano Girolamo Caraffa di Montenegro, e fatto potente, nelle stelle credette leggersi pronosticata una suprema grandezza. Ed a questa unicamente egli mirava, non a vantaggi dell’imperatore e della Chiesa: gli studj occulti davangli del misterioso; e raccolto a proprie spese un grosso di Lanzicnecchi d’ogni nazione e d’ogni culto, che teneasi affezionati col saccheggio di tutta Germania, ed innalzato duca di Friedland, divenne arbitro dell’Impero. Molti Italiani militavano sotto di esso, Torquato Conti, Belgiojoso, Savelli, Collalto, Aldobrandini, Ernesto e Raimondo Montecuccoli, Piccolomini, Strozzi, Diodati, Serbelloni, Colloredo, Galasso, Isolani, che poi si arricchirono coi dominj strappati ai ribelli di Boemia: da artisti italiani, e specialmente da Giovan Pieroni architetto e da Baccio del Bianco pittore, fece erigere e ornare i suoi palazzi: e speciale stima avea de’ soldati e degli ufficiali napoletani che seco militarono, quali Orsini, Caraffa, d’Avalos, Caracciolo, Brancani, Toraldo, Tuttovilla, Liguori.

A lui i Protestanti opposero Gustavo Adolfo re di Svezia, che rialzata la costoro fortuna in Germania, bravava di voler scendere sull’Italia, Attila novello[102]. Versava dunque in grave pericolo il cattolicismo; eppure la politica prevaleva al sentimento religioso, preparavasi guerra al papa, e Francia ed Austria osteggiavansi mortalmente per un paese che nè dell’una era nè dell’altra. Il conte duca Olivares grida che nell’affare di Mantova va della dignità della corona ispanica: Ferdinando II rimugina i diritti storici su Roma, vuole rivedere l’acquisto di Urbino, e — Sono cent’anni che Roma fu saccheggiata, ed oggi si troverà più ricca d’allora»; a Vienna ripetevasi: — Mostreremo agli Italiani che c’è ancora un imperatore; andiamo ad aggiustare le partite con essi».

I fatti secondavano le parole; poichè Carlo di Savoja sperando incremento, salutava col titolo d’altezza il Waldstein, al quale Ferdinando promise la marca di Treviso e il titolo di duca di Verona se traboccasse sopra l’innocente Italia que’ suoi Lanzichnecchi, che da tre anni sossopravano la non meno innocente Germania. Da questa feccia di venturieri, viventi solo di ruba, senza patria nè onor di bandiera nè altro sentimento fuorchè l’avidità, esacerbati nell’atroce latrocinio dal gusto di far male ai Cattolici, essi in gran parte luterani, si schiumarono i più valenti, cioè i più ladri e spietati; e accolti a Lindau sul lago di Costanza, mentre credeasi l’imperatore li voltasse contro la Francia, li diresse invece pei Grigioni verso l’Italia. Erano trentaseimila, sotto Mérode, Collalto, Corrado, Furstenberg, Altringer, Galasso, Baldironi ed altri capitani, i cui nomi ripetevano le madri per isgomento dei figliuolini. Mentre in Francia si declamava e prometteasi salvare l’Italia, i Lanzicnecchi per la Valtellina, già immiserita dalle guerre di religione, scesero in Lombardia, lasciando dappertutto il guasto e l’inverecondia, domandando con superbia, esigendo con atrocità, raccogliendo le maledizioni di amici e di nemici. Il papa, temendo non rinnovassero le scene del Borbone, piantò di fretta fra Modena e Bologna quel che da lui fu detto Fort’Urbano, e affollò truppe a difesa. Il duca di Mantova rifuggì a Crispino, non avendo tampoco da vivere se Venezia non l’avesse sussidiato: i Lanzicnecchi assediarono la sua città, e sebbene certi che, consunta di cibo, solo pochi giorni potea tenere, vollero averla d’assalto (18 luglio) per saccheggiarla. Ciò che di peggio si legge o s’immagina, fu allora fatto per tre giorni dai Tedeschi a Mantova; le ricchezze che in tre secoli v’aveano adunate i Gonzaga, tali da destare invidia ai maggiori monarchi, andarono preda ai brutali; le donne tedesche ai loro cenci sostituivano le migliori vesti che trovassero e pompeggiavano insultando tra il sangue e i pianti; si mangiarono perfino carni umane arrosolate. A diciotto milioni di scudi si stimò il danno, oltre pellegrini capidarte, oltre quel che non ha prezzo, le violenze e le profanazioni[103]. Il pio Ferdinando d’Austria si rammaricò immensamente di quello strazio; più ancora la piissima sua moglie Leonora Gonzaga; ma intanto al popolo, già spoglio di tutto, l’inesorabile Altringer impose la contribuzione di centomila doppie, e a chi tardasse, bastonate.

Nè bastava, giacchè que’ sozzi nella lentissima loro marcia lasciarono la peste. Era fresca ancora in Lombardia la memoria di quella del 1576, denotata da san Carlo che ne fu l’eroe a Milano. Una grave carestia, prodotta da insolita quantità di nevi, aveva disposto allora i corpi all’infezione, che venuta di Germania per Bellinzona ed Oleggio, invase Milano e il resto della Lombardia e del Veneto. Venezia spaventossi di dover confessare la pestilenza, che ad un tratto ne svierebbe il commercio e i forestieri; e i professori di Padova, nominatamente i famosi Mercuriale e Capodivacca, sostennero non poter essere contagioso il morbo che serpeggiava, attesochè molto più rapida ne sarebbe stata la diffusione, nè sarebbesi arrestato nelle povere e malsane abitazioni; e in prova esibivano di porsi essi medesimi alla cura: in conseguenza doversi tôrre via le precauzioni che sgomentavano, come le barche imbiancate di calcina che trasportavano i cadaveri e le robe infette. Peggiorata la condizione, tardi si presero saviissimi provvedimenti: per ogni sestiere tre persone illustri soprantendessero alla salute pubblica; una donna patrizia, una cittadina, una popolana per ognuna delle settantadue parrocchie provvedessero al bisogno degl’infermi; pene severissime e fin di morte a chi trasportasse roba da casa a casa; dalle finestre i fornaj ricevessero il pane da cuocere e rendessero il cotto; non più scuole, non cenciajuoli, non accattoni, non frati e monache mendicanti, non gittare immondezze; purgati la notte gli smaltitoj e le fogne, nessuna chiesa si ornasse che colle tappezzerie consuete; non si ricevesse alcuno a bere o mangiare nelle taverne; oltre le provvidenze per le case infette e sospette. E subito che ad uno comparissero i funesti segni, di qualsifosse condizione, era tradotto all’isola Santa Maria di Nazaret, ove per consiglio di Bernardino da Siena erasi, il secolo precedente, eretto uno spedale per gli appestati e la quarantena. Cresciutone il numero, si ponevano entro vecchie galee, e la carità de’ preti, la solerzia de’ medici e degl’infermieri, l’abbondanza di acqua, di farmaci, di viveri, di panni, la sollecitudine de’ vigilanti sopra la salute, la diligenza delle sepolture e degli spurghi, costarono immense somme, eppure non diminuirono il male, che trasse con sè i consueti disordini; e dall’agosto 1575 al marzo 77 perirono da cinquantamila vite. La magnifica chiesa palladiana del Redentore fu poi eretta per voto della liberazione.

A Milano, penetrata l’agosto, durò tutto dicembre, uccidendo più di diciassettemila persone, assistite da san Carlo, il quale diceva poi: — Non è stata la prudenza nostra, che al principio della pestilenza rimase così stupida e confusa: non la scienza de’ medici, che non è arrivata pure ad intendere le radici di questo male, tanto meno a trovarvi sufficienti rimedj; non la diligenza intorno agl’infermi, rimasti miserabilmente abbandonati; ma la gran misericordia di Dio, che ha ferito e sanato, flagellato e consolato». Per voto fu alzata la rotonda di San Sebastiano; e dappertutto in quell’occasione si pubblicarono libri, si fecero editti e provvisioni pel caso che il flagello si rinnovasse: ma poco valsero quando, solo mezzo secolo trascorso, si riprodusse.

Perocchè sul passaggio di que’ luridi Lanzicnecchi per la Valtellina, il lago di Como, la Brianza, la Geradadda, cominciarono a scoprirsi cadaveri, coperti di sozzi buboni; il popolo era già sbigottito da una cometa comparsa poco prima, e che diceasi nunzia di guerra e di peste; i medici mostrarono il pericolo instante; le città chiesero ripari; ma i governatori erano stretti da doveri ben più imperiosi, la guerra[104]: quel di Milano rispose non saper che farvi, atteso che il passo di quell’esercito «era necessario al servizio ed interesse di sua maestà cesarea, e più presto s’arrischiasse il pericolo temuto, che si perdesse la reputazione dell’imperatore»[105]; e l’Arconati presidente del senato «non sapea darsi a credere che fosse per venirne tanto male».

Così il morbo lasciossi propagare in Lombardia ed entrare in Milano, ove ben presto fin cinquemila al giorno perivano. Per tradizione popolare e per componimenti letterarj è viva in tutti la memoria di quel disastro, nel quale basterà qui dire come, nulla giovando gl’inesauribili soccorsi della carità cristiana, i due milioni e più spesi dal Comune, e un milione ducentomila dal cardinale Federico Borromeo, essa città perdette da centomila abitanti, e in proporzione la campagna e le città di provincia. Nè quivi solo, ma per tutta Italia infierì il morbo; in Torino di undicimila abitanti ottomila perirono; diecimila a Como, settantacinquemila a Genova, ottantamila in Venezia e seicentomila ne’ dominj di terraferma: si estese poi al resto d’Italia, ove pare mancasse un terzo della popolazione[106], e molte terre rimasero disabitate, sì che più non si ricuperarono.

Fu il colpo di grazia a questo povero paese, ove non si trovò più rimedio allo spopolamento, all’abbandono delle campagne, alla trascuranza delle arti, alla prostrazione degli spiriti sotto d’una sventura così estesa e irreparabile, e nel dubbio d’una altrettanto immensa perversità.

Perciocchè gli uomini, che, non potendo querelarsi di Dio, hanno bisogno di svelenirsi contro qualche uomo e mascherare di livore lo scoraggiamento, cominciarono a credere che il morbo fosse propagato con unti micidiali, fabbricati per malizia politica mista a diabolici concerti, e pagati da gran signori, fossero i Francesi, o il duca di Savoja per meglio ingrandire, o il governatore Cordova per vendetta degli sgarbi usatigli dai Milanesi, o qualche ambizioso che nella ruina universale sperava elevarsi. La credenza prese una spaventevole estensione; e l’autorità, forviata dal giudizio popolare, processò alcuni e li mandò ad orribili supplizj, colla legale iniquità dando ragione al furor popolare; ed eresse una colonna infame, che doveva ai posteri ricordare non la loro scelleraggine, ma la barbarie dei giudizj o la debolezza de’ giudici, che immolavano fino la legalità al pregiudizio plebeo ed alla paura[107].

Sì orribili miserie non commoveano l’atroce inettitudine o la caparbia ambizione dei padroni d’Italia, nè la guerra nel Monferrato cessò finchè la peste non ebbe decimato e rubatori e derubati, e reso vuoto ed incolto il paese che i forestieri si disputavano.

Il veder tanti maneggi riuscire alla perdita de’ preziosi suoi possessi e allo strazio dello Stato, amareggiò Carlo Emanuele, che morì a Savigliano (1630), lasciando di sè fama variissima; lodato da quelli che pregiano l’ambizione d’ingrandire e il proposito di sbrattare dai forestieri e d’unificare l’Italia, quand’anche i mezzi siano conducenti a sbranarla ed a sottometterla ai forestieri. Vittorio Amedeo succedutogli con pensieri più moderati e leali, era cognato del re de’ Francesi, eppure da principio dovette combatterlo non senza abilità. I Francesi, guidati dal maresciallo Thoiras, non riuscivano a liberar Casale, nè gli Spagnuoli a prenderlo; intanto d’ogni parte si combatteva e guastava alla peggio.

Giulio Mazarino, nato a Piscina negli Abruzzi, venne per gli studj a Roma, dove suo padre[108] avea servizio in qualità di gentiluomo coppiere nella casa Colonna. Girolamo di questa famiglia, che poi fu cardinale, piacquesi dell’ingegno svegliato del giovinetto, e menollo seco in Ispagna a studiare nell’Università di Alcala, donde ritornò per assistere suo padre accusato d’omicidio. Quando poi il connestabile Colonna levava milizie pel papa, il Mazarino ottenne una compagnia di fanti. Da Torquato Conti, generale delle genti della Chiesa in Valtellina, fu adoprato per trattare coi generali spagnuolo e francese, e su quegli affari stese una relazione, che al papa ne rivelò la capacità. Reduce a Roma, cercò entrare a servizio del cardinale nipote; ma poco profittando alla Corte, attese a studj legali. Quando Gianfrancesco Sacchetti, commissario generale delle armi pontifizie in Valtellina, fu destinato alla guerra di Mantova, Urbano VIII volle espressamente prendesse a lato il Mazarino, di cui subito apparve la destrezza politica nel trattare con Francesi e Spagnuoli, sicchè anche dopo dato lo scambio al Sacchetti, fu lasciato colà, dove impegnatosi di rimettere la pace, correva dagli uni agli altri per ridurvi gli animi, e potè introdurre una tregua, per cui Casale fu data agli Spagnuoli, la cittadella ai Francesi.

Vi tenne dietro la pace di Ratisbona, compiuta dal trattato di Cherasco (1630-31), sotto la mediazione di Urbano VIII, stipulandosi che Francesi e Imperiali uscissero d’Italia, l’imperatore desse al Nevers l’investitura del Mantovano e del Monferrato, tenendo però guarnigione in Mantova e Canneto; il Nevers cederebbe alla Savoja Trino, Alba ed altre terre del Monferrato, che fruttassero diciottomila scudi l’anno; Luzzara e Reggiuolo al duca di Guastalla; la Francia serberebbe Pinerolo, Bricherasco, Susa, Avigliana, solo fintantochè il Mantovano e il Monferrato non fossero assicurati al duca di Nevers. A questo fu restituito il funesto Casale; e quando ritornò in Mantova, i principi gli rifornirono la casa depredata, il granduca mobili e paramenti, il duca di Parma gli argenti da tavola, quel di Modena cento paja di bovi con altrettanti agricoltori. Tutte le parti esclamarono contro questa pace: gli Spagnuoli ne vedeano scassinata la loro reputazione in Italia; i Francesi stizzivano d’abbandonare ancora quelle porte della penisola; il duca di Mantova, sì solennemente protetto dalla Francia, trovavasi smebrata la miglior parte del retaggio; laonde già stavasi per tornare alle mani, quando il Mazarino, galoppando di mezzo alle truppe in marcia, e gridando pace di qua, pace di là, riuscì a rattoppare.

Vittorio Amedeo, per quanto di pessima voglia, dovette cedere ai Francesi Pinerolo e la val di Perosa, affinchè il Richelieu non gli contendesse la ottenuta parte del Monferrato. Ma le gelosie fra il Richelieu[109] e il conte duca Olivares, quello padrone di Luigi XIII, questo di Filippo IV, intesi a nuocersi in ogni parte d’Europa, e ingrandire i loro padroni, non tardarono a suscitare ostilità nuove tra Austria e Francia.

All’una o all’altra si attaccavano i principi d’Italia, indipendenti di nome, servili di fatto. «Il duca di Parma (dice un contemporaneo), quel di Modena, Genovesi, Lucchesi sono deboli. Il granduca, votati gli erarj nelle guerre passate della Germania, non molto applicato agl’incomodi della guerra, con pochi e non sperimentati consiglieri attorno, è mal atto a opporsi; obbligato massimamente anch’egli ad ajutare, almeno in apparenza, gl’interessi degli Spagnuoli. I Veneziani, separati dalla Sede apostolica, che possono fare, se non gridare ad alta voce, State attenti, ma senza frutto? Il papa ha gli Stati circondati dagli Spagnuoli; solo non può; con chi farà lega, senza timore di essere abbandonato nel colmo del pericolo, in aperta diffidenza coi Veneziani e col granduca? Sicchè i principi d’Italia poca resistenza possono fare. Potrebbero chiedere ajuto al re di Francia; ma essi fanno come chi elegge morir piuttosto di veleno che di ferro, per allungare poche ore la vita; temono più la spada francese che la lima spagnuola»[110].

Il Richelieu, deliberato a rialzare la fortuna francese in Italia, e temendo che Savoja negoziasse cogli Spagnuoli affine di recuperare Pinerolo, gli intimò o lega o guerra. Vittorio dovette dunque a Rivoli stringere con Francia un accordo (1655 11 luglio) per conquistare insieme il Milanese, e spartirlo, facendo un rimpasto di tutta l’Italia; a Savoja toccherebbe l’Alessandrino, tutto il Milanese e il lago Maggiore, cedendo Cremona al duca di Mantova, creatura dei Francesi, il quale rinunzierebbe il Monferrato; altri vantaggi a Ottavio Farnese duca di Parma, che scontento dell’indiscreta vicinanza degli Spagnuoli, avea fatto gente e accolto i Francesi a Piacenza. Urbano VIII favoriva l’impresa, pur sempre procurando rappaciare mediante l’opera del Mazarino, allora secretario di monsignor Pancirolo legato a latere, e che instancabilmente spiava ed informava: ma Toscana, non sentendosi esposta, poco se ne pigliava briga; gli altri oscillavano; Venezia tenevasi in uffizio di paciera, non mirando tanto ad incrementi proprj o a libertà dell’Italia, quanto a conservare bilanciate Francia ed Austria.

Nè di schietta fede operava nessuno; e mentre Vittorio collegavasi colla Corte di Parigi, suo fratello Maurizio cardinale rinunziava al protettorato di Francia per divenir protettore dell’Impero; e l’altro fratello Tommaso passava a servizio di Spagna; il che si credette fatto d’intesa, per trovarsi l’adito in tre luoghi. I Francesi, nojati di tante inquietudini avute da Carlo Emanuele, s’erano fitti a voler la Savoja[111]; e perchè, oltre Pinerolo, non mancasse un altro passo verso l’Italia, pensarono alla Valtellina, le cui sorti non erano ancora state definite. Affine dunque che di là non venissero soccorsi tedeschi al Milanese, rinvigorirono la parte francese tra i Grigioni, e mandarono in Valtellina il duca di Rohan, gentiluomo di gran nome e caporione de’ Riformati. Senza darne avviso egli traversa la Rezia, occupa la Valtellina per proteggerne la libertà, e vi esercita maestrevolmente la guerra di montagna. Lombardi si accolgono dal lago di Como, Tirolesi dal Tonale, Tedeschi dal Braulio per ispennare i galli, come diceano, e fra ciò trattando da nemico l’innocente paese; ma il Rohan li sbaraglia, e piantatosi nella valle, vi fa da padrone, obbliga i natii a rimettere all’arbitrio del re le loro differenze coi Grigioni, per quanto sapessero come Francia, e il Rohan specialmente per religione, propendessero ai Grigioni. Eppure questi ultimi non s’adagiarono all’accordo proposto; e il Rohan dalla sponda orientale del lago di Como tentava far una punta nel Milanese per dar mano ai Francesi che di Piemonte v’erano condotti dal maresciallo di Crequì. Costui, uom da caccie più che da guerra, con buon esercito assedia Valenza, ajutato dal Farnese duca di Parma, ma con tanta sfortuna quanta inettitudine; passa il Ticino a Buffalora, guastando il naviglio; accampa nella brughiera, desiderando almeno saccheggiar Milano: ma sì improsperamente si conduce, che va fama siasi lasciato corrompere dall’oro austriaco; — frase antica.

Se si pensi che le truppe anche amiche ricevevano scarsissima paga, la quale spesso era ritardata, sicchè esigevano imperiosamente il vivere dai privati o dai feudatarj, nelle cui case e terre alloggiavano, si comprenderà qual fosse la miseria di popolazioni, che non sapevano mai fin dove arriverebbero le esigenze di costoro.

Vittorio Amedeo, generalissimo della Lega, opera in tentenno perchè non volenteroso, e perchè ingelosito del Crequi, per modo che i Francesi sono costretti a ritirarsi, imputandosi a vicenda la mala riuscita. Il Farnese che aveva osato cimentarsi con Spagna, eccolo esposto ai risentimenti di questa e del papa suo sovrano; il papa si contentò d’intimargli cessasse le armi; il duca di Modena ne invase gli Stati con soccorsi di Lombardia; e li desolarono finchè il papa rannodò la pace (1536), restando Sabbioneta agli Spagnuoli, e ruinato il paese. Francesco di Modena ottenne dagli Spagnuoli il principato di Correggio, tolto a Siro che avea adoprato consulti e coraggio per salvarsi dai Tedeschi, e che ne veniva spogliato col pretesto di adulterata moneta[112].

D’altra parte in mezzo ai Grigioni, sempre scissi tra Francia e Spagna, quest’ultima prevalse, in grazia delle condizioni che il re di Francia avea proposte alla Valtellina, e fece animosi a cacciare i Francesi: il Rohan vi accorse, e preso in mezzo dagli insorgenti, e non soccorso dal Richelieu per invidia, dovette tornarsene al suo paese. Ai Valtellinesi non restò più che rimettere la loro sorte all’arbitramento della Spagna. Un consiglio ecclesiastico a Madrid decise potersi popoli cattolici riporre sotto il dominio d’eretici, purchè cautelati che nella religione non avrebbero molestia; e la valle, dopo tanti patimenti e tanto sangue, fu restituita ai Grigioni.

Maggior gola a Francia e a Spagna faceva il Piemonte, sicchè lo rimescolarono fin nelle viscere. Vittorio Amedeo morì a Vercelli (1637) ancor fresco, e sì improvvisamente che la fama il disse avvelenato dal Crequì[113]; e Carlo Emanuele II suo figlio non avendo che quattro anni, Spagna ed Austria s’impegnano per darne la tutela ai zii Tommaso e Maurizio ad esse devoti; mentre i Francesi appoggiano Madama Reale, cioè sua madre Cristina figlia d’Enrico IV e sorella del regnante di Francia, al quale per tal modo riuscirebbe ligio il Piemonte. Qui lunghi intrighi de’ confessori, ch’ebbero sempre grand’entratura in quella Corte[114]. L’imperatore pretende che Cristina produca le sue ragioni avanti a lui: e perchè essa sdegna quest’atto di vassallaggio, egli si chiarisce per gli zii, che ustolando l’eredità del nipote o almeno la reggenza, si rassegnano persino al vassallaggio dell’imperatore, a ricever guarnigione spagnuola in tutte le fortezze, e ad altre dure condizioni; compromettendo l’indipendenza dello Stato, mentre spargono che Madama lo sagrificasse ai Francesi. E danni e pericoli venivano in fatto dalle vivacità francesi, dalla lentezza spagnuola, dalle divisioni intestine; Galli-Piemontesi combattono Ispani-Piemontesi; ogni città osteggia l’altra con insegne avverse e tutte straniere; a gara guastansi campagne e vite; preti e frati parteggiano ed aizzano; i tradimenti si alternano colla forza aperta. Anche il mare è contaminato di stragi; e la flotta spagnuola diretta alla Finale per portare uomini in Lombardia, è assalita dalla francese in vista di Genova e sconfitta, ambedue perdendo il loro generale.

Il Leganes governatore di Lombardia, protestando venire in Piemonte soltanto per tutelarlo dall’oppressura francese, distrugge Breme (1639), al cui assedio era perito il Crequì; dopo gloriosa resistenza prende Vercelli, ciuffa Cherasco: il principe Tommaso sorprende Torino, ma le natie contestazioni impediscono d’assediare la cittadella in cui Madama erasi gettata. Il Richelieu volò a soccorrere la sorella del suo re, ma opera interessato; e per trarre dalle strettezze di essa vantaggi alla Francia, fin colle minaccie voleva indurla a consegnare a lui i suoi figliuoli e la fortezza di Monmeliano; il che essa ricusò. Casale, spasimo degli Spagnuoli, torna campo di fiere battaglie (1640), ed Enrico di Guisa conte d’Harcourt ed il maresciallo di Turenne vi esercitano la famosa loro abilità. Leganes, qui occupato, non potè soccorrere Tommaso, che dopo memorabile assedio fu costretto rendere Torino al maresciallo d’Harcourt[115] (17 9bre); e la Reggente vi ricomparve.

Consigliere, sostenitore e amico di questa era sempre il conte Filippo d’Agliè, perciò odiato dal Richelieu; e il governatore francese un giorno lo invita a un ballo, il fa cogliere e portar prigione a Vincennes: talmente gli amici erano funesti non men de’ nemici. La pace era fatta, ma Francia non volea sgombrare le terre occupate, non Spagna le sue, i due zii pretendevano piazze forti per propria sicurezza, e si tornava ogni tratto ad avvisaglie. Di tale stata e della debolezza d’una principessa bella, leggiera, adulata, vantaggiavansi i nobili, che soprusavano ai popolani e malversavano il denaro pubblico.

Frattanto l’instancabile Richelieu suscita nemici alla Spagna sì in Catalogna, sì in Portogallo, sì nel principato di Monaco. In questo brano della deliziosa riviera ligure, appartenente alla Casa Grimaldi, fin dal 1605 Spagna teneva presidio per concessione del fanciullo Onorato II; ma poichè essa non pagava i soldati, il principe era costretto mantenerli; sicchè, desideroso di sbrattarsene, s’intese coi Francesi, avvinazzò la guarnigione spagnuola, e ne fece macello. I Francesi vi buttarono proprio presidio, nè più ne uscirono, conferendo al principe il titolo di pari di Francia e il ducato del Valentinese.

Nuovi accordi del duca Tommaso colla Spagna portarono nuove ostilità; all’assalto d’Ivrea, l’Harcourt diceva ai soldati: — Figliuoli, salvate le mura pel re, tutto il resto è a voi»; ogni cittaduola, ogni bicocca fu assaltata e difesa; sinchè Madama pacificossi coi cognati, troppo tardi scaltriti che mal si compra un trono con braccia forestiere. Nel trattato di Torino ella fu riconosciuta tutrice; però gli editti doveano farsi «con l’assistenza de’ principi cognati e col parere del consiglio». Maurizio, tornato al secolo e sposata Luigia sorella del duca, veniva a governare o piuttosto a regnare su Nizza; Tommaso su Ivrea e Biella; ed esigevano dal Piemonte buoni denari per soddisfare i mercenarj con cui il Piemonte aveano sobbissato. Luigi XII li toglieva a protezione e stipendio, purchè molestassero gli Spagnuoli; che in fatto vennero attaccati in ogni parte, e Piemontesi e Francesi occuparono molte terre lombarde.

Moriva tra questo il Richelieu (1642-43), e poco dopo Luigi XIII, di cui quegli era stato l’anima; e sottentrava Luigi XIV ancor fanciullo, sotto la reggenza di Anna, ch’ebbe per ministro Giulio Mazarino, del quale i Francesi dissero tanto male solo perchè italiano. L’abbiamo purdianzi trovato destro negoziatore a Cherasco, altrettanto buon capitano mostrossi in Valtellina, e sebbene coraggioso ad affrontar le spade in duello e le fucilate in una mischia, preferì la vita ecclesiastica, come più opportuna a salire. Di fatto i grandi politici allora formavansi nella Chiesa, che, oltre svolgere le facoltà dell’uomo, vi aggiungeva la dignità del grado. Presa la sottana, fu sommista del cardinale Barberini con ottocento scudi di provvigione, poi vicelegato ad Avignone, poi nunzio straordinario in Francia. Tornato a Roma, gli Spagnuoli lo perseguitarono come propenso ai Francesi, onde il Richelieu, che aveva imparato a stimarlo come nemico, lo invitò in Francia; e Luigi XIII lo naturalizzò e lo propose cardinale; allora andò ambasciadore straordinario al duca di Savoja e plenipotente ad Amburgo: e il Richelieu, che gli aveva specialmente commessi gli affari d’Italia, morendo lo raccomandò come capace di compiere l’opera sua. In fatto egli riuscì a conchiudere la pace di Westfalia (1648), dopo trent’anni di guerre religiose, e dopo che da quattro anni vi disputavano cencinquanta ambasciadori: dove fu rimpastata la carta d’Europa, e alle momentanee alleanze e alla forza sostituito un diritto universale delle genti, arbitrario in parte, ma con garanzie tratte dai fondamenti dell’ordine sociale.

Il Mazarino, conquistato il cuore della Reggente per dominarne lo spirito, seguitò perseverantemente il proposito del Richelieu d’indebolire gli Austriaci fuori, dentro abbattere i signorotti onde assodare la monarchia; opera più difficile a lui perchè straniero, senza radice nè appoggio, e con un re pupillo. Trionfò della elegante ribellione di Parigi denominata la Fronda, e questa si vendicò del suo vincitore disonestandone la memoria con un sobisso d’epigrammi, consegnati nelle Mazarinade: fatto è che, senza velleità d’innovare il sistema del Richelieu, menollo a fine; conchiuse le due grandi paci di Westfalia e de’ Pirenei; trovò mezza Francia ribellata, eppure senza far morire un sol uomo rese vincitrice la monarchia; seppe ritenerla dagli eccessi, e portare quel regno al colmo del suo ingrandimento intellettuale e territoriale. Simulatore e dissimulatore, più avido della potenza che della gloria, non operando a inclinazione ma a calcoli, non falsando il giudizio per vanità, sagrificando l’amor proprio all’ambizione, entrando negli interessi e nelle viste di quei che voleva persuadere, più che rispetto per sè, cercando infondere disprezzo per gli avversarj, ricorrendo a spedienti spesso vulgari, alla doppiezza ancor più che alla riflessione, non iscrupoleggiando su promessa o moralità, non badando ad affetti o ad ingiurie, nè rincrescendosi di cedere, purchè potesse poi ripigliare e raggiungere il suo scopo. Netto e diritto giudizio in mezzo ai passionati, mente provvida e feconda, benchè neppure nei grandi divisamenti mostrasse ampia veduta, più attivo che creatore, e riponendo l’arte del governare nel negoziare; volontà flessibile non debole, adottò per impresa Il tempo e me: mentre Richelieu immolò inesorabilmente i suoi nemici, egli non offese mai alcuno per conto proprio, gli ostacoli rimoveva anzichè spezzarli, e professava che il mondo bisogna comprarlo. Cercò la propria grandezza; sì, ma questa era grandezza del Governo, e il Governo era necessario. Tutto dovendo al re, al re era devotissimo; ma il non essere francese fu il suo scoglio, la causa della sua impopolarità, pochi amici avendo fin tra’ suoi stessi creati. Eppure la condotta di lui, se non fu la più onesta, fu la più utile alla Francia, la quale non può non contarlo fra i suoi Quando a cinquantanove anni morì (1661), lasciava più di cento milioni, di cui seicentomila lire al papa per la guerra col Turco; quattrocencinquantamila alla duchessa di Modena, figlia della Martinozzi sua sorella; a questa diciottomila di rendita perchè continuasse e crescesse le sue carità; alla nipote Olimpia Mancini, che fu madre del principe Eugenio, trecentomila, oltre ducencinquantamila per la sopravvivenza d’intendente alla Casa della regina; alla Corona diciotto grossi diamanti e tappezzerie su disegni di Rafaello; a Parigi il collegio Mazarino con due milioni e colla biblioteca; e una parte del suo palazzo divenne la biblioteca nazionale.

Abbiamo trovato e troveremo il Mazarino continuamente nelle vicende d’Italia, dove non cessò mai d’osteggiare la Spagna, fosse nella maremma toscana, fosse in Lombardia, principalmente sull’Adda; e colla duchessa di Savoja conchiuse il trattato del Valentino (1644), pel quale le rilasciava tutte le piazze, eccetto la cittadella di Torino. Allora il duca Carlo Emanuele II potè entrare nella sua capitale, le armi savoiarde presero fin Vigevano, e cooperarono costantemente colle francesi. Ma l’irrequieto duca Tommaso portava il valore e gl’intrighi suoi in ogni parte, agognando sempre un dominio. Si credette complice d’un frà Gandolfo che con altri avea tramato per avvelenare Madama e il giovane duca, e che scontarono colla vita; onde Madama riuscì a torgli Ivrea. Sempre col piede in due staffe, costui, quand’era del partito spagnuolo (dice Alberto Lazzari) seppe servire ai Francesi, e quando militava co’ Francesi prestava servizio agli Spagnuoli (-1656).

Quando la Francia si trovò assorta dal tramestìo della Fronda, i ministri di Milano e di Napoli s’accordarono per isnidare i Francesi anche da Piombino e Portolongone, dianzi acquistati, e ne vennero a capo. Al tempo stesso il Carasena governatore di Milano tentava cacciarli dal Piemonte, e alla reggente Maria di Monferrato promise cedere il contrastato Casale appena presolo, purchè ella volesse sconnettersi dall’alleanza di Francia. Fece ella, e il Carasena prese Trino e Crescentino (1652), saccheggiò quant’è fra il Po e la Dora, sempre dando voce che gli acquisti cadrebbero in vantaggio del duca di Mantova. Tra per forza e per corruzione venne dal presidio francese sgombrato Casale; ma mentre lusingavasi di tornare a dominazione italiana, si trovò occupato da Tedeschi e Spagnuoli. Quindi un lungo ed irresoluto battagliare, finchè il Mazarino, ripigliato il sopravvento in Francia, restaurò le cose (1659), e conchiuse la pace de’ Pirenei. In questa si trattò degli Italiani solo in quanto amici o nemici alle due potenze, e si fermò che tra Savoja e Mantova vegliasse il trattato di Cherasco; il principe di Monaco fosse restituito nella grazia e nel possesso; il Cristianissimo renderebbe al re di Spagna le piazze di Mortara e Valenza sul Po; Spagna accoglierebbe amichevolmente il duca di Modena; perdono ai Napoletani che aveano portate le armi nelle passate guerre, od erano fuorusciti.

Ma era nei destini che per Mantova vacillasse continuamente in quel secolo la pace d’Italia. Carlo di Nevers lasciò il dominio (1637) al nipote Carlo II, al quale successe Carlo III ancor fanciullo (1665). Cresciuto ne’ vizj paterni, dissipando in feste il denaro, in lascivie la salute, perdè la speranza di figli. Ecco dunque tornare in campo la contesa del succedere; e parendo che la moglie del duca di Lorena, figlia dell’imperatrice ch’era dei Gonzaga, fosse chiamata all’eredità del Monferrato, l’imperatore maneggiò per assicurargliela, vivo ancora il duca. Questi, tribulato dai diversi aspiranti, mostrò inclinare per Luigi XIV, e mandò il conte Mattioli bolognese con carta bianca per trattarne col ministro Louvois, col quale si accordò di consegnar Casale alla Francia. Ma reduce, il disleale manifestò quel maneggio (1679) al conte di Melgar governatore di Milano; onde Louvois, deluso, gli tese un laccio, e coltolo, il gittò prigione a Pinerolo, e poi di carcere in carcere, accompagnato da Saint-Mars destinato a custodirlo, finchè alla Bastiglia morì il 1703. Credesi lui essere quel misterioso, di cui si romanzò col nome di Maschera di ferro.

Il trattato falliva, ma non l’avidità di Luigi, il quale colle lusinghe e le minaccie addusse il duca di Mantova a lasciare che Catinat entrasse di guarnigione nella fortezza di Casale. Quel codardo, rotto ad ogni bruttura, e che non bramava se non di imbrutire ne’ carnevali a Venezia, si attirò con quel fatto il disprezzo universale. Invano se ne finse innocente, e giurò sull’ostia di non averne avuto un soldo: i Veneziani a cui era rifuggito, gli tolsero ogni onoranza ed esenzione, proibirono ai loro nobili di aver a fare con esso. Quando poi si ruppe guerra, il comandante francese fece arrestare il mantovano, e Casale restò ai Francesi sino al 1695.