CAPITOLO CLV. Condizione materiale e morale. Opinioni. Ingegni eterocliti.
Settant’anni di pace dal 1559 al 1621, non che sanare le piaghe, le infistolirono,[130]; le ricchezze furono esauste nella fonte; un’oppressione sistematica succedeva alle violenze della guerra; questa finiva senza indurre la tranquillità, giacchè il paese era corso da mercenarj rapaci, o da soldati forestieri che vi spandevano la povertà e la peste. Dappertutto bisogni di principi e miseria di popoli: il supremo interesse di quelli era l’esigere grosse taglie; di questi la paura di morir di fame: e le sollevazioni di Milano, di Palermo, di Fermo, le quasi annuali di Napoli, i divieti d’asportazione, l’assegnar i prezzi, l’istituire prefetti dell’annona darebbero a credere che l’uomo fosse ridotto ai meri istinti.
Tronchi i ricambj, così molteplici dapprima, fra Stato e Stato per via d’ambasciadori, negozj, magistrature, guerre, studj, ciascuno s’impiombò al paese, che amava soltanto per abitudine, per comodità: la longanime prudenza o l’astuzia diplomatica si concentrò nelle Corti, disposta a ricorrere a perfidia, a trame, a prepotenza; donde sterminati disegni con debolissimi mezzi; e invece dell’ambizione grande che fabbrica sopra se medesima, quella piccola che tresca in vanità, o colla violenza palesa il difetto di solide qualità. Nulla parendo soverchio per conservare la fede cattolica, la paura della riforma fece ridurre l’educazione a stringimenti e depressioni; alla spontaneità e alla confidenza, viepiù necessarie agli spiriti nel tempo appunto che la natura più si espande, surrogare l’azione perpetua dell’autorità sbigottita: i collegi si ridussero a monasteri, come dappoi a caserme, talchè, se aveansi i vantaggi della pietà e della compostezza, mancava spesso la civile opportunità; si lentavano i vincoli domestici, che possono essere salvaguardia non solo ai figliuoli, ma e più ai genitori; e gli animi o si fiaccavano irremissibilmente, inasprivansi contro la regola e l’autorità, per poi prorompere in violenze.
Il sussiego, parola allora introdotta, fa disapprovare una mancanza di convenevoli quanto un delitto, e tutti impronta ad una foggia uniforme; la regolarità s’incarica di spegnere le vivezze, di sostituire (come si disse degli arcivescovi Borromei) il rosario alle spade.
Coraggio fisico, viva e pronta intelligenza, se vengano sviluppati, rendono grande un popolo; compressi degenerano in ferocia e in astuzia; come la vivace intelligenza, se rinneghi il calcolo, rovina se stessa. Esclusi dagli affari della patria, i nostri recavano l’ingegno a servigio degli stranieri; sicchè il nome italiano di fuori continuò a tenersi in onore, e la nostra letteratura imitavasi da Inglesi e Francesi, come noi imitavamo la spagnuola. In Francia la buona società modellavasi al tipo italiano, e italianeggiava la lingua: i soldati che avevano fatte le campagne d’Italia, voleano parlarne con termini nostri, e dire infanterie, cavalerie, embuscade, sentinelle, escarpe, fino brave. Ma i nostri v’erano malvisti, come quelli che si foracchiavano in tutti gl’impieghi[131], e al machiavellismo italiano imputavansi tutti i mali della guerra civile e di religione.
Delle consuetudini principesche danno buon testimonio i ricordi, che Francesco Maria II lasciava a suo figlio Federico Ubaldo duca d’Urbino, il 22 marzo 1615. Trascorriamo le generalità del vivere in grazia di Dio, trattare con ischiettezza, non rimettere a domani quel che si può fare oggi, lasciar libero il corso della giustizia, senza che se n’intrighino nè i parenti nè la moglie; e così della liberalità, dell’affabilità, della riconoscenza a chi prestò servigi, del risparmiare la pena di morte, dello spender meno nell’entrata, del non toccare l’onor delle donne e particolarmente delle nobili. Vuol che non abbia intrinsechezza co’ sacerdoti, ma li lasci attendere all’officio loro, egli attendendo al suo senza loro ajuto. Ubbidiente al papa, ardentissimo nel servizio di S. M. Cattolica, andando in guerra s’e’ ci va in persona. Cerchi consiglieri e ministri che vadano per la strada del carro, anzichè voler novità speciose; e anch’egli attenda a far camminare bene le cose antiquate, non facendo decreti nuovi, e piuttosto restringendo i vecchi. Non si dia troppo allo studio delle scienze, bastando intendere bene la propria lingua e la spagnuola, farsi leggere ogni giorno qualche storia, e ragionare delle scienze con quelli che le professano. Faccia esercizj cavallereschi, la scherma, il ballo, il nuoto; giuoco alla palla, caccia, maneggio de’ cavalli, di questi tenendo una razza. Mangi d’ogni cosa, ma moderatamente e senza seguir regole di medici, de’ quali non è a valersi che nelle infermità. Il figliuolo maggiore tratti come un fratello, lasciando che governi e comandi. Se ha un altro figlio, compri per esso uno Stato nel regno di Napoli, con altre entrate per 12,000 scudi l’anno: il che è meglio che dargli beni in paese: così s’hanno fondate due case. Degli altri figli un ne faccia ecclesiastico; e così se ne ha molti, li collochi colla propria parsimonia e col favore di S. M. Cattolica.
Il sentimento religioso molto ingagliardì, massime dacchè su quello si piantò l’educazione; e ripullulava traverso ai disordini della vita, sicchè finivano devoti quei che aveano menata vita disonesta o prepotente. La politica professava canoni più sani, dedotti dalla rivelazione; arti e lettere attingevano a fonti ecclesiastiche; sin la fisica appoggiava a principj d’ordine religioso. Molti ottennero gli onori degli altari, ed ai già accennati (t. X, p. 474) vogliam soggiungere Gregorio Luigi Barbadigo padovano, cardinale, vescovo di Bergamo poi di Padova, ove fondò il seminario tanto celebre per gli studj filologici, colla biblioteca; Francesco Girolamo di Grottaglia gesuita, che per quarant’anni diresse le missioni nel regno, predicando instancabilmente, ma breve e con unzione, a soldati, galeotti, pescatori, meretrici, che traeva agli abbandonati sacramenti, sicchè fin otto o diecimila persone a un tratto si comunicavano. Giuseppe da Copertino presso Brindisi, laico francescano, uso ne’ servigi più vili, tutto umiltà e penitenza, è assunto agli ordini benchè ineducato: ma de’ miracoli e delle estasi sue l’Inquisizione e i superiori dubitano e lo credono ipocrite; ed egli soffre rimproveri di colpe che non commise. Sebastiano Valfrè da Verduno nella diocesi d’Alba, mostrò gran carità sin da fanciullo, ed entrato oratoriano, scrisse il Mezzo di santificare la guerra, la Breve istruzione alle persone semplici; operò molte conversioni a Torino, di cui non volle essere arcivescovo; vivea sempre in ospedali, eppur tenea corrispondenza con vescovi e teologi su punti rilevanti. Veronica Giuliani di Mercatello, vestitasi cappuccina, ebbe visioni, patimenti straordinarj e i segni della corona di spine, e Cristo le impresse le sue piaghe: il Sant’Uffizio ricusò credere questi portenti, il confessore la umiliò in ogni guisa, pur dovette confessare che di speciali favori la privilegiava Iddio. Tra i chiostri troveremmo Pacifico da San Severino, Bonaventura da Potenza, Bernardo da Offida, Tommaso da Cora, che non potendo impetrare d’andar nelle Indie, missionò in paese con gran frutto di conversioni; Bernardo da Corleone in Sicilia, che annojatosi al mestiere del calzolajo, andò soldato, ma messo in carcere per indisciplina, tornò a coscienza, e vestitosi cappuccino fu specchio di virtù.
Ma poichè soltanto una grave devozione apriva la strada agl’impieghi e agli onori, degenerava in ipocrisia o in cupa superstizione. Abbondavano le pratiche convenzionali e i fervorini da sacristia, donde il cuore è assente, e che lasciano l’anima senza alimento; i dogmi non eccitavano nè attenzione nè resistenza perchè senza riflessione si adottavano formole di fede che bastava ripetere. Il nome d’eretico faceva orrore a segno, da non voler leggere le migliori opere de’ Tedeschi e degli Inglesi d’allora, nè comunicare di commerci con Olandesi od Ugonotti. La devozione però non salvava da ribaldi disegni; di reliquie coprivansi i masnadieri, impetravasi indulgenza per accingersi a qualche misfatto[132]. Le chiese erano esposte non solo a ruberie, ma a profanazioni, convegno d’amori, o campo di liti fin al sangue. Nel 1630 nel duomo di Palermo facevasi una gran rappresentazione sul riscatto di Gerusalemme; e i Gesuiti, in onore d’una infanta di Spagna allora nata, diedero una commedia con nuvole piene di danzanti, e una cena che costò seicento ducati. Le Benedettine di Donn’Albina diedero pure un dramma, con licenza del papa introducendovi anche uomini. Occasioni di nuovi scandali nelle chiese.
Le incalzanti raccomandazioni del concilio di Trento provvidero alla costumatezza e alla dottrina del clero: pure le memorie contemporanee palesano quant’esso conservasse dell’antecedente depravazione e del secolaresco, e all’ombra de’ rinvalidati privilegi mestasse turpemente negl’interessi mondani, fino a guadagnare in botteghe, e convertir chiese e canoniche in magazzini. Nelle visite i vescovi trovavano preti o pubblicamente concubinarj, o violenti fino ad assaltare alla strada, gli assassinj e il contrabbando ricoverando all’ombra degli altari. Tre prevosti degli Umiliati diedero mandato al diacono Farina perchè uccidesse san Carlo, che miracolosamente campò: il prevosto di Seveso aveva ridotta in spelonca di ladri la sua chiesa, e le sepolture coprivano le vittime dei suoi delitti.
I conventi popolavansi per convenienza di stato, e non di rado per violenza o seduzione dei padri, volenti alleggerir la casa dai figli cadetti onde assicurare la fortuna de’ primogeniti. Per romanzi divenne famosa Virginia, figlia del conte di Leyva signore di Monza, che costretta ad assumere il velo, si contaminò di gravissimi misfatti, finchè trattane si ridusse a severissima penitenza. Arcangela Tarabotti, a undici anni chiusa in Sant’Anna di Venezia, «non fu monaca neppure d’abito e di costumi, quello pazzamente vano, e questi vanamente pazzi»: benchè nè tampoco a leggere e scrivere le avessero insegnato, pure per sottrarsi all’accidia applicò agli studj, e compose opere, fra cui La semplicità ingannata, o la tirannia paterna[133], e l’Inferno monacale, libri scomposti ma passionati, dove rivela la usatale violenza, e impreca ai padri che forzano la vocazione de’ figliuoli, e con argomenti e autorità sacre e profane sostiene la libertà della donna nello scegliersi uno stato. Le pie insinuazioni del patriarca Federico Cornaro la fecero prima rassegnarsi, poi compiacersi del proprio stato; «abbandonò le lascivie degli abiti, di cui tanto si dilettava»; e a sconto de’ precedenti scrisse libri di concetto opposto, quali il Paradiso, la Luce monacale, la Via lastricata per andare al cielo, le Contemplazioni dell’anima amante, il Purgatorio delle mal maritate; e prossima alla morte, supplicò che gli altri suoi scritti fossero dati al fuoco.
Da Marcantonio Mariscotti conte di Vignanello e da Ottavio Orsini era nata Clarice, e benchè di buon’ora innamorata delle vanità, dovette professarsi monaca in San Bernardino di Viterbo col nome di suor Giacinta. Tutta capricci e dispetti, volle aver camera distinta, che ornò con suntuosità; i doveri adempiva sbadatamente, assorta in fantasie e vanità: ma côlta di grave malattia, mandò per un confessore, e questo entratole in camera e vedendo quell’incompatibile lusso, la minacciò di perdizione; ond’essa tolse a riparar lo scandalo chiedendo perdono alle compagne, dando alla superiora quanto avea del proprio; e risanata, fu tutta alle austerità, alle macerazioni. Scoppiata un’epidemia, istituì un ospedale e le oblate di Maria, che andassero limosinando per convalescenti, carcerati e poveri vergognosi.
Quando i cardinali erano ministri di Spagna, di Francia, governatori, condottieri d’eserciti, come il Richelieu, il Mazarino, il Lavallette, l’Albornoz, il Trivulzio, il Caracciolo, il Granuella, il Grimani, il Borgia, lo Zappata, il d’Aragona; quando ogni Potenza ne teneva uno in Roma che, come suo protettore, dovea maneggiare e intrigare, e della politica il gran punto consisteva nell’acquistar potenza alla Corte pontifizia accaparrandosi i prelati più efficienti, e massime quelli delle principesche case italiane, era ad aspettarsene edificante pietà, nè studio della scienza di Dio? Le case di Savoja e d’Este, i Gonzaga, i Farnesi, i Barberini, gli altieri aveano sempre uno o più porporati, che spesso gareggiavano col papa in splendidezza; e talora, passata la prima gioventù, deponeano la porpora per ammogliarsi. Al cardinale Aldobrandini, quando passò nunzio in Francia nel 1600, furono assegnati mille scudi il giorno, oltre le sue rendite, e grossa somma per le prime provvigioni[134]. Nel 1670 il duca di Parma a complimentare il nuovo papa Clemente X spedì il conte di San Secondo, che andò all’udienza con diciotto prelati e cencinquanta carrozze. Il cardinale Alberto d’Austria (dice il cavaliere Dolfin nella relazione di Roma) in mezzo a strepito d’armi e tamburi fa parlar di sè tanto, che merita posto fra i celebri capitani più che fra i prelati.
Il cardinale Rinaldo d’Este aspirava a diventare protettore dell’Impero; ma dagli Spagnuoli tergiversato, piegò a Francia, che fu ben lieta d’acquistare costui, forte per carattere e per relazioni di famiglia. N’era appena fatto protettore, quando entrò in Roma l’ammiraglio di Castiglia ambasciatore di Spagna, che non solo non l’invitò alla sua cavalcata, ma fece côlta d’armi nel proprio palazzo. Altrettanto l’Estense; e di bravi e di nobili venuti da Modena si circondava qualunque volta uscisse. Vano l’interporsi di signori e del papa; aspettavasi da un giorno all’altro un conflitto. Di fatto, scontratesi le carrozze dei due superbi presso al Gesù, s’intese un colpo di pistola; il popolo a fuggire; gli uomini dell’ammiraglio fan fuoco colpendo molti innocenti; poi si danno essi pure in fuga, lasciando scoperto esso ammiraglio, il quale potè andarsene illeso; ma viepiù inasprito, manda a cercar gente e denaro al vicerè di Napoli. Questi però nega secondarne le vane braverie, il papa viene a capo di riconciliarli, e il buon popolo romano applaudisce clamorosamente all’Estense che sì bene aveva sostenuto il decoro di Francia.
E continue erano le dispute di precedenza, massime tra gli ambasciadori di Francia e di Spagna; il concilio di Trento ne fu turbato quanto dalle eresie, attesochè il papa, sapendo inimicherebbe a sè e forse alla Chiesa quello che posponesse, non osava pronunziarsi, finchè le guerre civili non l’indussero a preferire il Cristianissimo, come quello ch’era più in pericolo d’apostatare. Il giorno della coronazione di Gregorio XIV, Alberto Badoero ambasciadore di Venezia sostenne di dover comparire immediatamente dopo quel dell’imperatore, e innanzi a tutti gli altri: e perchè il senatore di Roma pretendea quel posto, egli dichiarò non interverrebbe alla coronazione: onde il papa ordinò al senatore di andar via co’ due confalonieri che l’accompagnavano. Il prelato Centurione arcivescovo di Genova e prolegato incontra il cocchiere del cardinale San Giorgio nipote del papa, e perchè non vuol tirare da banda la carrozza vuota, e’ lo bastona: San Giorgio ne porta querela al papa, e non trovandosi soddisfatto, esce dalla città e dallo Stato, per quanto il papa mandi a richiamarlo[135].
Il Portogallo erasi sottratto alla dominazione spagnuola, talchè veniva considerato come ribelle. Avendo mandato il vescovo di Lamego ambasciadore a Roma, il marchese de los Velez ambasciadore di Spagna pretendea non fosse ricevuto; ma il fu, e ordinato il modo di comportarsi, volendo che, se incontrasse l’ambasciadore di Spagna, calasse le cortine della carrozza. Los Velez, saputo che il vescovo era a visitare monsignor de Fontenay, mandò a prendere quantità d’armi, e le distribuì fra’ suoi, coll’ordine che, se le cortine del Portoghese non fossero calate, tagliassero i garetti a’ cavalli. Il vescovo, avvertitone, si pose attorno altri armati, e scontratisi cominciossi il fuoco, dove furono uccisi cavalli e persone d’ambi i lati: allora Roma parteggia; bisogna mandar soldati; raffittiscono le dispute, e i due ambasciadori si ritirano in opposte direzioni.
Nella peste del 1656, il vicerè vieta che nessuno entri in Napoli se non con licenza de’ regj ministri; e l’arcivescovo pubblica che per gli ecclesiastici richiedasi la licenza vescovile: quello ricusa, si abbaruffano, intanto che morivano quindicimila persone al giorno. Poi qualche volta di Spagna viene decreto che in tutte le chiese, in tutte le scuole si giuri l’immacolata concezione della beata Vergine: qui i vescovi a protestare contro l’altrui ingerirsi in materia di loro spettanza; i Domenicani a rifiutar di professare una pia credenza, da loro impugnata; i professori a trovare pregiudicata la libertà dell’insegnamento; Roma a negare ai re la podestà di proporre una credenza teologica.
Grandi problemi nè morali nè politici non si posarono nè discussero fra noi; eppure puntigli di cerimoniale, dispute di eredità, tafferugli fra vescovi e governatori o col papa per le giurisdizioni, portarono irrequietudini rinascenti e fin guerre; e in privato frequenti duelli sulle vie pubbliche, assalti di villaggi a mano armata; e stimare felicità l’essere annoverato fra l’alta e la bassa domesticità di Spagna, l’ottener titoli desunti dalla mensa, dalle caccie, dalle stalle, dalle anticamere regie; e ciascuno zelare quelli che ereditò e le piccole distinzioni, e pretendere privilegi ch’erano aggravj degli inferiori, e che ricordavano ciò che i nobili erano stati, senza insegnar le ragioni per cui cessarono di essere. Alle processioni, alle comparse, magistrati, preti, maestranze lottavano per l’abito, per lo scanno, pel passo innanzi. Quante volte a Napoli furono ritardate, finchè i cerimonieri avesser proferito! intanto gli uni e gli altri stavano coll’armi in pugno, e i soldati non bastavano a impedire le collisioni: talora moveasi la marcia, ma intimandosi che i nobili titolati procedano distinti, i non titolati spengono i torchietti e se ne vanno. Or si raduna il consiglio, ma un sindaco n’esce perchè non si trova assegnato un sedile conveniente. Or ad una solennità, il governatore si leva indispettito di chiesa perchè vede posare un predellino sotto ai piedi dell’arcivescovo. Or tutta la nobiltà esce dalla messa perchè il vicerè fece situar vicino a sè un nipote. Or un ambasciatore non può essere ricevuto perchè il suo grado di nobiltà spagnuola l’autorizza a trattare il vicerè da pari a pari. Muore una principessa, e l’esequie sono interrotte da commissarj regj, perchè ha stemmi e insegne da più del grado, e bisogna deporre il cadavere in disparte finchè arrivino le decisioni di Spagna. Fra i grandi di Napoli fu un lungo dibattere intorno al coprirsi davanti al re, privilegio di tutto il grandato di Spagna, mentre quella sospirata parola Copritevi era stata detta da Carlo V ad alcuni sì, ad altri no de’ regnicoli. Nelle esequie per la regina di Spagna in quel duomo, l’arcivescovo vuole si dia il piumaccio a tutti i vescovi intervenuti; il vicerè ripudia questa novità; si sospende la cerimonia, e il sontuosissimo catafalco è trasferito nella cappella reale. Ottantadue anni contesero ai tribunali e ne’ libri Cremona e Pavia qual dovesse avere il passo sull’altra, finchè il senato di Milano «con gravissima ponderazione e maturità di consiglio decise di non decider nulla». Il generale Giovanni Serbelloni, nel 1625 combattendo in Valtellina, non volle aprire un dispaccio perchè non v’erano soprascritti i titoli dovutigli; e così ignorò l’accostarsi del nemico, che lo sconfisse.
Lo scialacquo di titoli caratterizzava l’orgoglio surrogato alla superbia; l’illustrissimo e l’eccellentissimo davasi a qualunque nobile, e fin a plebei l’illustre e molto illustre, che nel secolo precedente bastava a principi. Il conte Olivares vicerè di Napoli li vietò per editto, ma solo si scrivesse signor duca, signor principe, signor conte o dottore; ma la prammatica non fu osservata. Lo perchè il papa non volendo accomunati ad altri i titoli dovuti ai cardinali, a questi diede quel d’eminenza, ma non potè fare che non se l’arrogassero anche gli Elettori dell’Impero. Il Consiglio della repubblica di San Marino che s’intitolava illustrissimo, volle dirsi principe. Quanti maneggi, quanto spendere dei principi per ottenere un titolo o un grado superiore all’emulo![136] quanta pompa per ciò e solennità nelle ambascerie! Fino i poveri Grigioni nel 1604 allorchè cercavano l’alleanza di Venezia, vi spedirono sette ambasciadori con cencinquanta persone, che tutti furono mantenuti dalla Signoria, e ricevuti con onoranze quali nessuno da Enrico III in poi; da tutte le città vi andavano incontro cavalieri e fanti; pure non vennero accolti che da quaranta gentiluomini, anzichè sessanta come gli ambasciadori delle potenze; nè ammessi in Pregadi. Era una scienza complicatissima la competenza de’ varj rappresentanti: i quali poi a loro volta sbizzarrivano in prepotenze, volendo immuni le persone a loro addette, la casa, la vicinanza, che diveniva così ricovero di ladri e di contrabbando. Il conte di Cantecroix, ambasciadore imperiale a Venezia nel 1666, della propria abitazione faceva un bordello, tentò assassinare la moglie, fece uccidere il mastro di casa, fabbricare moneta falsa; finchè la Signoria ottenne fosse revocato[137]. Altri esempj incontreremo.
Ne derivò l’importanza suprema attribuita al punto d’onore. I duelli per parole offensive e per lesione d’onore, ignoti agli antichi, nacquero nel medioevo dalla prevalente personalità, e dal diritto del pugno che ciascun signore si arrogava; e sopravvissero a quell’ordine di cose, del quale erano un frutto naturale e un correttivo. I principi, traendo in sè le prerogative regie, diedero ogni opera a spegnere il duello; e papa Giulio II, il luglio 1505, avevalo proibito in tutte le terre dipendenti immediate o mediate dalla Chiesa, «per qualsifosse cagione, anche dalle leggi permessa». Ma il 29 giugno 1522 Carlo V, tenendo il parlamento come re di Sicilia, ricevette una rimostranza, qualmente fosse prammatica nel regno, che chi prende a combattere un altro da cui pretende essere stato offeso, viene sottoposto a gravi pene; donde nascono enormi inconvenienti e soperchierie, e di qua bandi, ferite, morti; tutti mali che si eviterebbero qualora essa prammatica fosse cassata, e ognuno potesse soddisfare all’onor suo col duello; poichè molti s’asterriano dal fare offesa, e l’ingiuriato si soddisferebbe sfidando l’avversario senza insulto e soperchianza; supplicavasi perciò la maestà sua ad abolire tale prammatica, e lasciare ognuno soddisfare all’onor proprio. Il braccio ecclesiastico non assentì a tale domanda, onde non fu esaudita[138].
Malgrado i divieti, vigea l’abuso; anzi, cessate le occasioni pubbliche di esercitare il vero valore, rimase questo di parata, e come una scienza entrò nell’educazione cavalleresca non solo l’atto, ma una complicata dottrina della vendetta e dell’armeggiare. Ben cinquanta trattatisti vi applicarono i sillogismi, gli oracoli della giurisprudenza e le autorità di filosofi e poeti non solo, ma dei santi Padri, e di quel vangelo dove è scritto, Se alcuno vi schiaffeggia sulla sinistra, porgetegli anche la gota destra. Anzi il Possevino compose un oremus, che chi lo reciti prima di venire al combattimento, «acquisterà forze grandissime», e nel quale il duellante promette a Dio che, quando mai ammazzi il suo nemico, «molto gliene rincrescerà».
In que’ libri cominciavasi da sottili definizioni dell’onore e delle sue opere, e se stia nell’onorante o nell’onorato: altrettanto dell’ingiuria, considerata nella qualità, quantità, relazione, azione, passione, tempo, luogo, moto, distinguendo le ingiurie voltate, rivoltate, compensate, raddoppiate, propulsate, tornate, ritorte, necessitate, volontarie, volontarie-necessitate, e miste. Suprema era la dottrina del carico, cioè dell’obbligo di risentirsi, ributtare, ripulsare, provare, riprovare; dove era aforismo, che il «carico alcune volte nasce dall’ingiuria, ma non mai l’ingiuria dal carico». Altrettanto sottilizzano nel definire l’inimicizia e il risentimento; e qui figurano la vendetta traversale, il vantaggio, la soperchieria, l’assassinio, la via indiretta, il mal modo, il tradimento, la perfidia, quando assumere il risentimento per altri, se un’ingiuria resti cancellata da un’altra pari; una sequenza di presunzioni novera lo Specchio d’onore, «tacendo pure le cento e mille altre che si poteano aggiungere».
Cardine di questa scienza era la mentita; la quale può essere affermativa, negativa, universale, particolare, condizionata, assoluta, privativa, positiva, negante, infinitante, certa, sciocca, singolare; generale per la persona, generale per l’ingiuria, generale per l’una e per l’altra; cadente sulla volontà, sull’affermazione, sulla negazione; valida, invalida, sdegnosa, ingiuriosa, suppositiva, circoscritta, coperta, vana, nulla, scandalosa; vera, data veramente, falsa, data falsamente; ve n’ha di legittime, ve n’ha d’impertinenti o ridicole, o disordinate, o universali di cosa particolare, o particolari di cosa universale. Quanto sottilizzavano i sopracciò per distinguere le mentite valide dalle invalide, l’attore mentito ingiuriante dal reo mentitore ingiuriato, l’attore provocante dall’attore provocato! Poi discuteano del provare, del richiedere, del mantenere, del verificare, del difendere, del sostenere; e così dell’attore che si finge reo, dell’attore interpretativo che opponga eccezioni di compensazione, dell’attore che tien luogo di reo provocato per la forma di sue parole.
Entra allora la discussione del trovar querela, del mutarla, dell’accrescerla, dello stabilirla, del lasciarla, delle eccezioni dilatorie e perentorie. Conosceansi un cinquanta formole o clausole differenti da porre sui cartelli; quando e come ricusare, rifiutare, ributtare? quali sieno le armi cavalleresche? qual movimento è vergognoso? qual pezzo d’arme è più disonore il perdere? s’ha da accettare la sfida da ignobili, o soltanto da uguali? l’eleggere le armi e assegnare il campo tocca al provocante o al provocato? qual si dirà vincitore quando cadano morti entrambi i combattenti? I padrini, allora come adesso, ingegnavansi piuttosto ad esasperare per poter farsi onore dove non correano pericolo: ma se giungessero a conciliare gli animi, allora nuove quistioni rampollavano sulla soddisfazione, sulla pace, universale o particolare, esterna o interna, naturale, civile, pubblica, domestica, e sulle differenze tra pace, riconciliazione ed empiastro, tra soddisfazione e restituzione, pena e castigo, confessione, pentimento e umiliazione, perdono e misericordia, e sulle sei maniere di ridirsi.
Ve’ in quale sapienza esercitavano l’ingegno i contemporanei di Galileo, di Torricelli, di Bacone! e per essa vennero immortali Paride del Pozzo, il Muzio giustinopolitano, Giovan da Legnano, Lancellotto Corrado, Giulio Ferretti, l’Attendolo, il Possevino, Camillo Baldi, Belisario Aquaviva, Antonio Bernardi dalla Mirandola, il Birago milanese, il Parisio, Jacopo Castiglio, il Pigna, l’Albergati, il Gessi, l’Ansidei, il Fausto, il Romei, Orlando Pescetti, il Tonnina; nel dialogo di Marco Mantua giureconsulto si decidono cento e più questioni; e nella biblioteca di un gentiluomo dovevano trovarsi i Cinquanta casi dell’Olevano, lo Specchio d’onore, la Pace in prigione, la Mentita in giudizio, le Conclusioni del duello e della pace, evangelisti dell’umana reputazione, le cui parole servono ad empiere di tanti dogmi di fede, d’onore i margini delle cavalleresche scritture.
In ogni paese v’avea qualche gran pratico, che risolvesse i molteplici casi nascenti dal punto d’onore, ricomponesse le discordie, regolasse i duelli, stendesse pareri ai quali procuravasi la firma d’altri armeggiatori; talchè quella pacifica generazione restava di continuo colla spada alla mano e colle dispute sul labbro. A Milano spessissimi ricorrevano combattimenti dei nobili tra loro e cogli uffiziali spagnuoli, e vi prendeano parte i secondi, i terzi, talvolta sei e otto per parte. A Napoli il marchese di Monterey minacciò duemila ducati e il bando di cinque anni a chi duellasse, e per la seconda volta la morte; e multa ai padrini. Nel 1638 in sei giorni v’ebbe cinque duelli di giovani distinti, e vi rimasero estinti Ferrante Caracciolo e Carlo di Sangro, ventenni, per affari donneschi. Poco poi due Pignatelli con loro amici combattono contro Scipione Monforte cavaliere di Malta, e rimangono morti. Talvolta somigliavano a vere spedizioni, e l’ottobre 1630 a San Pietro a Majella successe regolare battaglia fra gli Aquaviva e i Caracciolo, e i birri non poterono separarli prima che rimanesse un morto e una dozzina feriti; gli altri si ricovrarono in Sant’Antonio, difendendosi regolarmente. Queste nimicizie velavansi talvolta co’ nomi de’ Guelfi e Ghibellini, che non erano più due gelosi ma amanti della stessa donna, che si vegliano l’un l’altro, e odiandosi fra loro, pur accordansi nell’amor della patria; bensì emuli di rancori ereditarj, di diuturne vendette, servili all’uno o all’altro de’ comuni nemici; siccome in Bologna i Pepoli tenevano fede a Francia, a Spagna i Malvezzi.
Questa potea dirsi la parte legale delle contese: ma altri prepotevano cinti di bravi nelle città; o dal bisognoso erario comprato un feudo, vi si afforzavano per far da padroni e sbucarne al delitto, e fino alla Corte appresentarsi con comitiva più di minaccia che d’onore. Il governatore Fuentes bandì grossa taglia a chi desse morto o vivo Francesco Secco-Borella feudatario di Vimercato, reo di mille prepotenze e omicidj, e principalmente di quel di Lucia Vertenate per la sua virtù: ma il vederlo ripeterla indica che uscì indarno. Gianpaolo Osio signore di Usmate, nel 1608, dalla sua casa in Monza guardando nel convento di Santa Margherita, sedusse suor Virginia de Leyva; penetrò più volte nel monastero, e ne la trasse a voglia; uccise una monaca perchè non rivelasse la tresca; cavatene due altre complici, l’una precipitò nel Lambro, l’altra in un pozzo, dove essa scoperse altri cadaveri, e donde miracolosamente cavata, servì di testimonio contro il ribaldo, il quale in contumacia fu dannato a morte, e sulla distrutta sua casa ponendo una colonna infame.
Gianfrancesco Rucellaj, nel 1656 residente pel granduca in Milano, vi fu di bel mezzogiorno assalito, e il governatore e il senato non poterono che condolersene. Dovendo poi egli partire, si annunziò che benemeriterebbe dal re chiunque lo assistesse. In fatto il marchese Annibale Porrone, che in Milano circondandosi di malandrini, ridea di bandi e taglie, mandò cento suoi fidati, che lo scortarono di casa in casa a prendere congedo, poi lo convogliarono sino a Piacenza. Questo Porrone cominciò da mille bizzarrie giovanili, a danno dell’onore e della vita altrui; dispensa bastonate e stoccate; messo prigione trova modo a fuggire; per interposto d’amici e per denaro restituito in paese, non muta costume, e con un famoso suo archibugio fa tacere la giustizia e i giudici; poi ricoverato in un convento, quivi e sul sagrato si dà ad ogni sorta di furfanterie, e brava le ricerche della giustizia, e continua le ribalderie e gli ammazzamenti, finchè andatosene di città, vive a lungo in Venezia dove forse fu trucidato.
Bernardino Visconti, costretto per delitti a uscir di Milano, la traversò con un codazzo d’armati e a suon di trombe, passando avanti al palazzo ducale, e alle porte lasciando un’imbasciata di villanie pel governatore; e si ritirò nel castello di Brignano in Geradadda, a cavallo del confine milanese, bergamasco e bresciano, donde insultava l’autorità, con gente tutta di sangue e di corrucci, fin il cuoco e il guattero, fin i ragazzi avendo le mani contaminate di sangue. Molte grida furono lanciate contro di lui inutilmente, finchè le prediche di Federico Borromeo nol convertirono.
Un tal Picinelli di Busto, arricchito sull’appalto delle gabelle, destava l’invidia de’ vecchi signori, tanto più che osava perfino visitar le loro carrozze quando entravano in Milano. Avendo voluto esaminarne una del conte Dugnani, al domani un branco di buli bastonò i dazieri; poi esso Dugnani in persona al Picinelli intimò, se lo richiedesse in giustizia, pagherebbe lui pure della stessa moneta, dovesse anche costargliene due o tremila scudi. Il Picinelli sel tenne detto, e nessuna carrozza di casa Dugnani mai più non fu toccata. Lo stesso signore dovea novanta lire a un mercante, che non potendo averle altrimenti, gli mandò un birro con la citazione. Il Dugnani spedì tosto a fare il pagamento, e al birro con novanta bastonate insegnò a più non richiedere in giustizia un cavaliere. Vero è che, portatane querela, il Dugnani dovè ricoverare in un convento, e non spendere meno di duemila scudi per parare la cosa: ma ciò valse a fargli poi portare rispetto. In appresso egli ferì gravemente un capitano, onde dovette rifuggire di nuovo alla stessa chiesa, e tenere numerose guardie per assicurarsi dai parenti del ferito, finchè la giustizia non fu chetata.
Già dicemmo di grandi facinorosi toscani e romani; ma n’abbondavano anche in paese di severa giustizia come il veneto. Ottavio Avogadro di Brescia era capo di banditi, e proscritto dai Dieci, ebbe ad intercessori di grazia il granduca ed Enrico IV[139]. Il venerdì santo del 1609 Lorenzo Pignoria (le cui lettere sono delle più vivaci e colte) scriveva da Padova: — Che ne’ giorni santi succedano di qua certi casi tragici, io non so a che me l’ascrivere..... Domenica notte alcuni andarono in casa del padre Marcantonio Corradino, lo ammazzarono, gli sviarono la moglie, la nipote e la serva. La Corte è andata lor dietro, si sono ricondotte le donne a Padova, con essi si sono fatte le archibugiate, feritine alcuni, e tutti salvati. Il Corradino s’era comunicato la mattina, ed era in concetto d’uomo dabbene. Il lunedì sera lo Scola fu in parrocchia nostra assaltato da un briccone, che con un colpo di pistola gli toccò le gambe sotto in maniera, che se vive resterà storpiato al sicuro di tutte due le gambe. E di simili ce ne sariano da raccontare più di due, e non sappiamo vederci rimedio».
L’Italia, non formando nazione, non ebbe più eserciti stabili nè occasioni nazionali, onde le mancò l’atto, non l’attitudine del valore: e in tutte le miserabili guerre di quest’età campeggiarono i nostri, potendo dell’Italia dirsi come della Svizzera, che non tenea soldati, ma ne somministrava a tutti. Molti ne nominammo (tom. IX, pag. 521 e seg.); a cui potremmo aggiungere don Giovanni de’ Medici, fratello naturale del granduca, valentissimo capitano nelle guerre di Francia e d’Ungheria; il conte Guido Landi, che pure in Ungheria combattè, stampò molte cose, fra cui un suo viaggio a Madera, e finì nelle carceri di Roma, non si sa perchè; Giacomo Guazzimani di Ravenna, illustratosi contro i Turchi, e che dopo la pace compose versi, e raccolse gli altrui. Altri sfogavano il valore a danno delle società come banditi; e quel re Marcone, quell’Alfonso Piccolomini, quel Corsietto del Sambuco, usciti di famiglie primarie, e il Mancino, e lo Squilletta, e Marco Turano ed altri, un secolo innanzi sarebbero stati cerchi come capitani, mentre allora erano proscritti come masnadieri.
Oltre i masnadieri, tanto frequenti, divenivano pericolosi quei che doveano respingerli. Il conte della Saponara napoletano, di casa Sanseverino, nel 1602 tornando di Spagna a casa con equipaggio da semplice gentiluomo, i dazieri di Pont Beauvoisin gli tolsero ducentrentacinque ducati, sotto pretesto che era proibito trar denaro fuori del regno; sebbene egli rimostrasse che tanto appena bastava per le spese del viaggio. Inoltre gli tolsero molte gioje e due braccialetti di diamante, dei quali egli non istette a domandare si facesse menzione nell’atto verbale, per paura ch’esse guardie non se ne sbarazzassero coll’ucciderlo[140].
I soldati non erano più cittadini, eppure a questi non garantivano la pace, perocchè mal pagati, mal tenuti, erano piuttosto masnadieri organizzati[141], sprezzanti la vita dell’uomo e i suoi patimenti, e dai pericoli corsi fatti insolenti in faccia ai pacifici. Il tenersi il popolo sprovvisto d’armi per politica, dava baldanza ai briganti e ai bravi (pag. 94); genìa comune a tutti i paesi, fin a quello che più severamente faceva osservare la giustizia. Perocchè il consiglio dei Dieci al 30 dicembre 1648 ordinava, «che nel termine precisamente prescritto de ore ventiquattro tutti li forestieri di aliena giurisdizione, e sudditi ancora che servono per bravi a particolari persone, e tutti quelli che vivono senza esercizio, arte o professione alcuna fuorchè di bravi, debbano essere usciti di questa città, e dentro altri due giorni da tutto lo Stato, sotto pena d’esser immediate e senza remissione alcuna mandati da’ soli capi di questo Consiglio alle più rigorose pene. Coloro che si serviranno di questa sorte di persone tanto con salario, quanto senza, tenendoli o non tenendoli in casa sua, doveranno esser nello stesso tempo irremissibilmente mandati alle leggi più rigorose, et inoltre condannati a dover far depositare nella cassa di questo Consiglio ducati cinquecento, li quali siano liberamente dati alli captori dei bravi predetti, oltre il benefizio delle armi, le lire seicento di taglia assegnatagli dalli beni del retenuto, o da denari della cassa di questo Consiglio, la qual taglia doverà conseguire l’accusatore o denunziante di essi, che sarà tenuto secreto tutto. Se quelli che ricetteranno o manterranno questa qualità pessima di persone, saranno nobili nostri, oltre le preaccennate pene, s’intenderanno privi del maggior Consiglio per anni cinque continui dopo la loro liberazione».
Questo tono ci rivela un’altra delle piaghe di quel tempo, la pessima amministrazione della giustizia, regolata sopra canoni arbitrarj, incerta nell’applicazione, diversa secondo le persone, atroce nei modi, bizzarra nella varietà: la tortura adoperavasi sempre come mezzo di scoprire la verità, di purgare l’infamia, di ratificare le deposizioni spontanee e ad arbitrio de’ giudici e fin del boja; atroci le pene, esacerbata la morte, e spessissimo applicata. Di Milano possediamo cataloghi di quelle eseguite da mezzo il Quattrocento fin a mezzo il Settecento, con dinotati i delitti, e il genere della pena, e particolarità di supplizj da far fremere. Sui primi anni, vanno al boja non meno di otto persone al mese; sul finire non meno di due o tre[142]. Al 2 agosto 1570 si trova il supplizio dei tre prevosti Umiliati, assassini di san Carlo: dopo sconsacrati, ebbero gli onori del palco parato a nero e delle torcie accese, indi appiccati, e al Farina fu recisa da prima la mano dritta innanzi alla porta dell’arcivescovado. Al 19 settembre 1596 un Ponzio de’ Franceschi, capitano disertato ai nemici, fu impeso e fatto a pezzi, portando la testa a porta Ticinese, un quarto a porta Vercellina, uno a porta Orientale, il resto e le interiora a San Giovanni alle Case rotte. Per stregherie vi leggiamo condannati: Giacomo Guglielmetto, Isabella Arienti, Anna Maria Pamolea, Margherita Martignoni, Maria Restelli, Marta Lomazzi, e al 4 marzo 1616, «Caterina de’ Medici, la quale aveva ammaliato il senatore Melzo: fu fatta una baltresca alta, acciò ognuno potesse vedere, e poi abbrugiata, e questa fu la prima volta che si fece baltresca». Fra altri si trova «fatta giustizia sopra un Francesco Famè, messo sopra di un carro, tanagliato per Milano; ed indi squartata e decapitata Camilla Sellari, partecipe del Famè, il quale uccise uno di casa, e lo portò d’indi sotto un corniso sopra la piazza del Castello, ed il corpo dell’ucciso fu messo in San Vincenzo, ed essendo andati in detta chiesa il Famè colla Sellari, le ferite del morto mandarono sangue, e fu detto, È qui colui che l’uccise».
La confraternita di nobili in San Giovanni alle Case rotte, assisteva ai condannati, poi suffragavali, ed avea il privilegio di liberarne alcuno. Sotto il 12 giugno 1681, «essendo stato condannato ad essere impiccato Antonio Rivolta, detto il Bustofante, per avere ucciso Giacomo Perugia oste della Cervia, con pistola di nottetempo; posto in confortatorio, essendo prefetto della scuola di san Giovanni il signor conte di Melgar governatore, fattosi considerazione sopra il privilegio reale che la scuola istessa tiene di poter liberare due condannati dalla morte di caso graziabile, diede memoriale al senato, e gli fu fatta la grazia; onde il detto Rivolta, tutto vestito di bianco, si levò dal confortatorio, e processionalmente fu condotto alla real Corte, ove era S. E. e tutta la Corte co’ cavalieri e dame, e disse: Grazie a Dio e alla V. E., e si portò alla chiesa di San Giovanni, ove vi erano sei trombetta della città, che invitavano tutti a concorrere a tale funzione. La chiesa era tutta adorna di arazzi e pendoni, e l’altare d’argenti bene ornato; ed ove con solenne musica di canti e suoni se li fece sentire la santa messa, dopo di essa fu cantato il Te Deum, e fattasi dal rettore di detta scuola al liberato una breve e pia esortazione de bene vivendo, fu licenziato: indi condotto nell’oratorio per accondiscendere alla curiosità delle dame e cavalieri ivi adunati, fu colà co’ biscottini e preziosi liquori di Bacco ristorato: portatosi poscia a pranzare in casa del sindaco di detta scuola, fu dopo il pranzo licenziato con la pace del Signore».
Del resto gli abusi di giustizia erano comuni a tutti i paesi. Tra le riforme che il Campanella proponeva alla monarchia spagnuola era «quell’abuso dei giudici che più regna ne’ più grandi, i quali, conoscendo uno innocente, pur lo condannano in qualche cosetta per diffamarlo quando la causa è andata in lungo: il che fanno, essi dicono, per donar riputazione alla causa; mentre si deve togliere la reputazione della colpa, e non mettere» (Cap. XIII).
Frequentavano esempj di pessima giustizia in Piemonte[143], e soprattutto di accordi fatti co’ rei per rimetterne la pena. Giacomo Rasorio mercante, accusato d’aver introdotto la peste in Torino, ottiene grazia per mille fiorini. Claudio di Seyssel, arcivescovo di Torino, giureconsulto valoroso, ragguagliava il duca Carlo III che Giorgio da Romagnano e due suoi fratelli cherici avevano fabbricato moneta falsa, ma che gli avrebbero fatto qualche regalo, pel quale esso li perdonerebbe. Il presidente Blancardi nel 1673, fatta inquisizione appassionata contro Catalano Alfieri, vantavasi d’aver raccolte prove per motivare una condanna, che procaccerebbe all’erario cencinquantamila ducatoni. Ai frodatori del sale nel 1688 fu comminata la morte e la confisca: nel 1655 Carlo Emanuele II vietava il lotto sotto pena di cinque anni di galera e la confisca. Alcune volte il reo davasi ai parenti stessi perchè l’uccidessero privatamente onde evitare l’infamia del patibolo. Fin nel 1710 un Bocalaro di Caselle fu tanagliato e ucciso per aver fatto un’effigie di cera onde procurar la morte del re; nel 18 condannato al supplizio un canonico Duret per aver cercato tesori con incantesimi; nel castello di Miolans furono chiusi un marchese Risaja per arti magiche, un panieraio che avea rubato un’ostia per valersene a sortilegi, un Francesco Freylino che accusò se stesso ed altri di malìe contro il principe, finchè in articolo di morte confessò aver finto tutto ciò per conseguire qualche impiego; nel 28 fu decapitato in Aosta il conte Andrea Dupleoz per avere con fatucchierie attentato alla vita della moglie.
Il che c’introduce a deplorare le vittime delle credenze assurde, popolari e scientifiche. Già abbiam menzionato (tom. X, pag. 845) la terribile bolla di Sisto V, nel 1585 contro la geomanzia, idromanzia, aereomanzia, piromanzia, onomanzia, chiromanzia, necromanzia e d’altro nome incantesimi e fatucchierie. Chi pensi di quali errori fossero conseguenza e fonte tali superstizioni, e quali stromenti sacrileghi vi s’impiegassero, e come palesassero almeno l’intenzione del male, troverà savio che i pontefici li perseguissero severamente; ma è facile scorgere quali conseguenze adducesse questo medesimo divieto. Gregorio XV asseriva che dai malefizj, se anche non venga morte, ne seguono malattie, divorzj, sterilità. Clemente VIII al 1598 era nel sessantesimoterzo anno di vita e nel settimo del pontificato; due numeri climaterici, in grazia de’ quali il popolo aspettava ogni male; laonde egli ripeteva di aver soli sessantadue anni, aspettando che l’influenza passasse. A Paolo V un astrologo dichiarò vivrebbe poco; ond’egli preso da terrore, licenziò il cuoco e lo scalco, di mille precauzioni si circondava, non riceveva nessun memoriale da sconosciuti, e dappertutto vedeva insidie e veleni, sinchè non fu guarito con un rimedio simile al male; poichè un consulto di astrologi dichiarò che per l’influsso pericoloso era trascorso il tempo.
La cabala ed altre vanità astrologiche dirigevano le cure de’ medici anche meno pregiudicati, l’astrologia giudiziaria usurpava ancora gli altari all’astronomia, e l’illustre cancelliere di Francia L’Hôpital diceva che a Roma dominavano i matematici e gli astrologi[144]. Paolo Taggia dottissimo modenese scriveva al Gualdo di Padova: — Il matrimonio continua nella congiunta disgiunzione, tuttochè non cessino le orazioni, i digiuni, l’elemosine e gli esorcismi. Questo solo v’è di buono che consta del legame e incanto, sì nel giovane come nella giovane; onde possiamo sperare assai tosto buon fine»[145]. Felice Centino d’Ascoli che bramava vedere papa il proprio zio cardinale, tramò contro i giorni d’Urbano VIII per mezzo di fatucchierie, formando una figura di cera, collo struggersi della quale dovea pur consumare la vita del papa: tradito il suo segreto, egli fu decollato, i complici arsi o mandati alla galera.
Il Capecelatro, uno de’ migliori storici anche perchè versato negli impieghi, entrando a descrivere la sollevazione di Masaniello, trova che tali flagelli furono «causati da cattiva influenza di stelle, o pure dall’eclisse del sole, succeduto di mezzogiorno nel segno di leone la precedente estate, il quale segno domina Napoli, predetto da Paolo Cocurullo celebre astrologo di minacciarle rivoluzione e ruina con suo grave incomodo e danno». Egli stesso avverte che tal sollevazione avvenne nel secolo XVII dopo Cristo, XVII anno dopo la famosa peste, nel XVII mese del governo del duca d’Arcos, nel vii anno dopo il 1640, nel VII mese dell’anno, VII giorno del mese, VII giorno della settimana, VII ora del giorno. Durante quella si disse che gli Spagnuoli mandavano streghe ad incantare i posti; la gente arrestò tre vecchie, ad una delle quali mozzò tosto il capo, le altre pose in carcere per essere tormentate; e mandaronsi sacerdoti a esorcizzare que’ posti[146].
Cosmo Ruggeri astrologo e mago, passato in Francia con Caterina de’ Medici, v’acquistò fama per oroscopi, talismani, filtri da ispirar amore o da far morire; e Caterina l’adoprava forse a ciò, più probabilmente a spiare. Per accuse di cospirazioni torturato e messo alla galera nel 1574, poi liberato, sotto Enrico IV fu arrestato di nuovo perchè teneva una figura di cera di questo e la pungeva ogni giorno, ma le istanze di cortigiani e di gran signore fecero sospendere il processo. Pubblicava ogni anno almanacchi; fu fatto abate di Saint-Mabè, e ch’è più strano, storiografo; in morte non volle consolazioni religiose, dicendo non v’ha altri diavoli che i nemici, i quali ci tormentano quaggiù, nè altro Dio che i principi, i quali possono farci del bene; onde il suo cadavere fu trascinato al mondezzajo[147].
Don Domenico Manuele Gaetano conte di Ruggero, maresciallo di campo del duca di Baviera, generale, consigliere, colonnello d’un reggimento a piedi, comandante a Monaco, e maggior generale del re di Prussia, era nato a Pietrabianca presso Napoli, imparò d’orefice, e nel 1695 fu iniziato all’alchimia tramutatoria, probabilmente dal famoso Lascaris, da cui ebbe la tintura bianca e la gialla per fare l’argento e l’oro, ma in piccola quantità. Alla loro scarsità ed efficacia supplì colla ciarlataneria, annunziando poter tramutare metalli in gran copia; e facendone esperienza su piccolissima, ottenne credito. Scorsa Italia, fece per quattro mesi eccellenti affari a Madrid, donde l’inviato di Baviera l’indusse a passare dall’elettore, che allora stava governatore a Brusselle, ed eccitò l’ammirazione, e Massimiliano, posta piena confidenza nelle magnifiche promesse di esso, gli concesse cariche e titoli e sussidj per seimila fiorini: ma scopertolo bugiardo, lo fece buttare in una fortezza. Dopo due anni riuscito a fuggire, comparve a Vienna nel 1704, e qualche projezione gli riuscì sì destramente, che tutta la Corte ne rimase stupita; l’imperatore Leopoldo sel prese a servizio: ma la morte di questo avrebbe intercisa la sua fortuna se non fosse stato assunto dall’elettor palatino, al quale e all’imperatrice egli promise in sei settimane dare settantadue milioni o la sua testa. Prima del termine egli fuggì con una signorina; ed eccolo a Berlino acquistandovi favore col dirsi perseguitato dall’Austria; e re Federico, sentito il consiglio di Stato, che non trovò da opporsegli, ne accettò le proposizioni. Con grand’apparato di testimonj fece alcune trasmutazioni, constatate rigorosamente, e promise fabbricare polvere di projezione quanta basterebbe a far sei milioni di talleri: e bisogna crederlo espertissimo giocoliero al vedere quanti ingannò, e gli onori che ottenne. Pure la promessa al re non veniva ad effetto, nè questo il regalava che a misura; alfine avvertito de’ costui precedenti, lo fece chiudere a Custrin, e non avendo saputo adempiere la promessa, fu processato, e come reo di maestà impiccato a Berlino il 29 agosto 1709, coperto d’un abito d’orpello, con forca dorata. Federico ebbe vergogna o d’essersi lasciato ingannare prima, o d’averlo punito sproporzionatamente, e non volle più che quel nome si menzionasse.
Il vulgo intanto delirava dietro alle beffe dei folletti, e alle immanità di ossessi, possessi, circumsessi; cercava nel guardo maligno e nell’incantesimo le cause delle malattie strane, de’ temporali, delle pesti; e ne pigliava vendetta o a furore o ne’ giudizj, principalmente in casi d’epidemia. I processi di stregherie aumentandosi confermavano viepiù la credenza vulgare, alla quale non seppero sottrarsi nè persone piissime come i cardinali Borromeo, nè pensatori. L’Inquisizione procedeva meno contro le eresie, sbandite omai dall’Italia, che contro opinioni fallaci e superstizioni, diffuse anche in libri, dei quali sarebbe curioso più che utile esaminare il contenuto[148]. Ma in questo tempo principalmente furono compilati gli Arsenali, le Pratiche e le altre guide nell’esercizio della Santa Inquisizione; la quale con siffatta pubblicità mostrava essere in buona fede, e non operare diverso dai tribunali ordinarj.
Il lusso fin là mandava più oggetti fuori che non ne chiamasse qui; i panni nostri, sebbene non più unici, reggevano la concorrenza di quei d’Olanda, di Francia, d’Inghilterra; Lione non toglieva vanto ai tessuti serici di Bologna e Firenze[149]; soprattutto avevamo il primato nelle arti belle, dall’architettura fin all’oreficeria; e come qui erano date le commissioni o chiamati fuori i nostri artisti, così qui venivano tutti quelli che volessero perfezionarsi. Ora anche questo cessò; le manifatture francesi divennero moda universale, lasciando sciopere molte braccia nostre; i vini, o, come diceano, le bottiglie di Francia furono ambite: pure è dovuto ai nostri, e massime a Piemontesi e Mantovani, l’introduzione in Francia delle manifatture dell’acciajo e del cristallo. Sebbene un antiquario italiano abbia scritto che nelle piramidi egizie siansi trovate porcellane della Cina, quest’arte non rimonta che a censettant’anni avanti Cristo; per mezzo de’ Portoghesi venne conosciuta in Europa verso il 1518, e Francesco de’ Medici si propose imitarla, non senza successo; ma come arte si propagò soltanto in Sassonia al 1708. Da noi si continuarono a lavorare le belle majoliche di Castel Durando. Pare allora s’introducessero i lavori in filigrana, attesochè il Cellini non ne faccia mai cenno, e il Baldinucci scriva: — A’ tempi nostri è sorta altra bella invenzione di lavoro che chiamano di filo in grana, colla quale si fanno tazze, punte e manichi di spade...»
Delle molte feroci fami, se la ragione non può spesso cercarsi che nella volontà di Colui che le manda, pure anche gli uomini aveano porzione di colpa. I tanti masnadieri toglievano ai contadini la sicurezza necessaria. Contro ribelli e banditi, oltre le altre pene, comminavasi quella di lasciarne i beni incolti. Non pochi, oppressi dalle taglie, abbandonavano i proprj campi, che così rimanevano sodi. Le caccie, fatte con tanto seguito di persone e di cani; le bandite, per cui dovevasi lasciar impunemente la selvaggina guastare i frutti di campagna; la negligenza inerente agli stessi possessori od alle corporazioni; l’abbandono venuto dal mancare all’oberato padrone i capitali onde eseguire le riparazioni campestri; l’accumularsi di possessi nelle manimorte, curanti solo di trarne il necessario, erano cause evidenti di peggioramento. E fin ad oggi si scorge traccia de’ campi e de’ vigneti in quel tempo abbandonati. Trovo nelle cronache di Mantova che il 1561 gelarono le vigne in modo, che il vino valse al carro lire cento, mentre prima aveasi a nove o dodici al più[150]. Restava il capitale fisso de’ terreni fertilizzati, dei grandi canali irrigui e navigabili, tramandato dai tempi liberi, ma andava disperso il capitale circolante, necessario a farlo fruttare.
Aggiungete quel profluvio di prammatiche annonarie (pag. 115), per cui si prescriveva, per esempio, di portar sempre grano verso la città e non mai in senso contrario, d’introdurvi la metà del raccolto, non accaparrar grano, non farne prezzo prima che segato e battuto, non riportarlo dal mercato una volta che vi fosse condotto, bollare i muli che lo trasportano: poi mille indiscrete prescrizioni sui mugnaj, sui venditori, sui misuratori, sui mediatori; pena gravissima al fornaio che vendesse pane a un possidente; non tenere buratto o crivello nelle case private. Poi nelle carestie, invece di attirar grano col rincarirne il prezzo, si pretendeva tenerlo più basso del naturale, mezzo sicuro di aggravare le fami. Insomma, invece di star paga a procurare sicurezza, la legge voleva estendere il suo impero dovunque giungesse l’azione del commercio e delle arti; nel che per altro andavano pari i governi forestieri e i nostri, i pacifici e i guerreschi, Roma come Torino, Firenze come Napoli e Milano. Un buon soccorso per altro venne dall’essersi introdotto il granoturco, che utilmente si surrogò all’orzo e ai tanti minuti.
Fa meraviglia come rapidamente siasene propagata la coltura, malgrado la consueta repugnanza de’ contadini a cambiare abitudini: ma questo nuovo raccolto non andava soggetto alle decime e all’altre retribuzioni, da antico esatte sugli altri; al padrone istesso non se ne dava porzione, talchè l’agricoltore ne traeva un indiviso profitto, sinchè tardi appare nei contratti l’obbligo di seminarne e di darne anche al padrone. Allora anzi talmente gradì la novità, che si neglesse il frumento; e dagli ordini, principalmente della Repubblica veneta sappiamo che si squarciavano i prati per metterli a granoturco, talchè mancava il foraggio per le bestie, la scarsezza di concio deteriorava i campi, e bisognava introdurre gran numero di bestie da macello. Anche del riso fu allora incominciata o estesa la coltivazione, e vuolsi le prime prove si facessero da Teodoro Trivulzio nel 1552 ai vasti suoi possessi nel basso Milanese. La patata era conosciuta, ma non ancora di uso popolare.
Fu sensibile il decrescere della popolazione. Cercavasi trarne dagli Stati vicini, il che non è aumento, bensì trasposizione: cercavasi aumentarla nella città con privilegi, spopolando le campagne, e sminuendo i vantaggi della diffusione. La quale assurda tendenza apparve, non che ne’ provvedimenti annonarj, anche nell’istituto de’ Gesuiti, che non si piantò in campagna come Benedettini, Cistercensi, Francescani, ma nelle città, educando a tutt’altro che alle arti faticose, e brigandosi delle classi scelte. Vero è che ai poveri badavano altri Ordini vecchi: ma questi, se mostrarono miracoli di carità ne’ grandi bisogni del popolo, degenerarono col reclutarsi quasi unicamente fra gente bassa, perchè gli Ordini nuovi traevano a sè gl’ingegni, e la nobiltà produceva reputazione ed apriva le dignità.
Allorchè nel 1609 Filippo III cacciò gli ultimi avanzi dei Mori di Spagna, molti si stabilirono in Italia: ma reciprocamente i ministri di quel re procuravano allettare i nostri a quel regno spopolato, e tra altri passarono colà cinquecento Genovesi. Dalla Siria vennero bensì alquante colonie nel Napoletano all’estendersi delle conquiste turche. Vicino a Parenzo sulla costa d’Istria, furono da Venezia raccolte nel 1657 dieci famiglie albanesi, che formarono il villaggio di Pervi, ove crebbero, fin oggi conservando riti, costumi, lingua. La poderosa famiglia degli Stefanopoli, che pretendeansi discendere dagl’imperatori bisantini, costretta a migrare da Maina, dai Genovesi invitata, stanziò a Paomia, un de’ luoghi più ameni della Corsica, ma incolto e spopolato. Molti Mainotti la seguirono per sottrarsi ai Turchi, e se ne formò una popolazione nuova, aristocrati quelli, questi popolani; e a loro la Repubblica genovese assegnò i territori di Paomia, Revida, Salogna in feudo perpetuo; provvedeva a edificar le chiese e le case, e dava le semenze, da rintegrarsi fra sei anni; esercitassero il rito greco, ma sottoposti al papa; giurassero fedeltà e pagassero le tasse alla Repubblica, la quale ogni due anni vi manderebbe un rettore. Là si diedero alla coltivazione; e sebben sulle prime guardati dai vicini in sinistro, s’addomesticarono poi, e conservarono le patrie usanze.
Alla popolazione recarono gran detrimento le pesti ricorrenti. Ricordammo già quella del 1576. Torino l’ebbe nel 99, quando il duca, a ristoro delle spese sostenute, concesse al municipio un quinto delle successioni intestate. Di quella attorno al 1630 soffersero tutti gli elementi e le espressioni del viver civile. Infierì di nuovo a Genova nel 1656, col solito corredo d’incantesimi e d’avvelenamenti: supponevasi che l’olio della lampada di San Lorenzo risanasse, onde per l’affluenza cresceasi il morbo: medici e preti vennero da Marsiglia; il doge Sauli stette fermo al suo posto; e molte signore soccorreano ai sofferenti, tra cui Laura Pinella e Sofia Lomellina: soli diecimila abitanti rimasero in città, e la compassione de’ doviziosi fabbricò allora l’Albergo dei Poveri. È tristamente ricordevole come i cadaveri furono buttati entro capacissimi sotterranei all’Aquasola, che servivano di magazzini pel grano: ma quivi gonfiandosi apersero un varco, sicchè alla mesta città crebbe orrore un fiume di tabe.
Oltre ciò, rinnovavansi inondazioni e tremuoti, che poi viepiù parvero infierire sullo scorcio del secolo. Nel 1669 l’Etna devasta gran paese dopo orribili tremuoti: a Nicolos s’apre uno spacco di sei piedi, lungo dodici miglia: otto voragini a San Leo, donde uscirono densi volumi di fumo: il monte Fusara da altra voragine buttò un fiume di lava, che devastate in giro le campagne, si drizzò a Catania. Allora preci da ogni parte, e recar in giro le reliquie di sant’Agata, e parve miracolo che quell’onda infiammata, proceduta per quindici miglia, svoltasse e cadesse in mare, formando due montagne: si calcolò che il vulcano avesse eruttato quindici milioni di piedi cubi di materia; e oggi ancora rimangono le traccie di quell’orribile guasto. Nel 72 tremò tutta Romagna, e a Rimini crollarono chiese e palazzi, molti uccidendo o ferendo. Nell’88 fieri tremuoti scassinarono Benevento, Cerreto e altre terre del regno, a Napoli abbatterono insigni edifizj e la cupola del Gesù Nuovo, e il portico dell’antico tempio di Castore e Polluce. Nel 93 cominciò col gennajo a tremare la Sicilia; Messina fu quasi diroccata, ma pochi perirono, attesochè i più si erano ricoverati sotto tende in campagna aperta; per tutta l’isola la desolazione fu orrenda, e poniam pure esagerata. Sotto le rovine di Catania si dissero perite sedicimila persone; quindicimila in Siracusa; ottomila in Augusta, ove anche il fulmine mise fuoco alla polveriera; Noto, Modica, Taormina, e fin settantatre terre andarono a guasto, e alcune sobbissate per modo da non rimanerne vestigio. Il Mongibello spalancò la sua voragine per tre miglia di giro: la Calabria e Malta soffersero di gravissimi disastri. L’8 settembre dell’anno seguente di nuovo tremuoto sobbalzò il regno di Napoli, molti palazzi nella capitale scassinando, per Terra di Lavoro alquanti villaggi distruggendo interamente; e così a Capua, a Vico, a Canosa, a Conza, alla Cava con moltissime morti.
Nel 95 il Tevere desola Roma, e ne segue epidemia: poi scuotesi il Patrimonio di San Pietro, e diroccano Bagnarea, Celano, Orvieto, Toscanella, Acquapendente: la marca Trevisana è pur sobbalzata, e mille cinquecento case sovvertite nell’Asolano. Sopravvennero nel 98 tremende eruzioni del Vesuvio, le cui ceneri coprirono i tetti e le strade fin a un piede d’altezza; e devastate dalla lava Torre del Greco e i contorni, da sessantamila paesani rifuggirono a Napoli, alimentati dalla carità dell’arcivescovo Cantelino. Quell’anno stesso la polveriera di Torino scoppiava, con immenso guasto della crescente città. Poi nel 1702 nuove scosse diroccarono Benevento con perdita di centinaja di persone, e così Ariano, Grotta, Mirabella, Apice. Nell’anno successivo ancora inondazioni a Roma, e tremuoto: Norcia fu un mucchio di rovine; così Spoleto, Chieti, Monte Leone; e da trentamila morti si piansero. Nella regione alpina, Udine il secolo precedente era stata sfasciata da moto di terra, poi attorno a quel tempo cominciano a lamentarsi gl’improvvidi tagli de’ boschi, e il conseguente irrompere de’ torrenti e delle lavine. Il 14 agosto 1692 il monte Uda nel Friuli si riversò sopra il villaggio di Borta sepellendo gli abitanti, e abbarrò il Tagliamento, che gonfiatosi in lago ruppe sulle campagne devastando quegli ubertosi dintorni. Già nel 1619 un’altra rovina aveva sepolto il borgo di Piuro vicin di Chiavenna, non campandone persona.
Eppure al racconto di flagelli, fami, pesti si alterna quello di feste, conviti, parate, caccie; e che il lusso crescesse a proporzione della miseria non farà meraviglia a chi conosce che la ricchezza sta nella diffusione delle cose necessarie ed utili, mentre allora queste si concentravano in poche persone, le quali poteano farne ostentazione. Forse peggio che altrove trascendeasi a Roma, benchè vi si moltiplicassero prammatiche; e Urbano VIII proibiva il vestir immodesto, alle donne l’imparar suono e canto da uomini, alle monache l’adoprare altro maestro che suore. Il cardinale Mellini tornando dalla nunziatura di Spagna, faceva l’entrata in Roma con cinquantaquattro carrozze a sei cavalli[151]. Il Noris vestito cardinale, scrive: — Vado provando e non posso finire d’addobbar la mia casa, che non è capace di ventotto persone, quante formano la mia corte. Ho comprato cinque carrozze, e tengo otto cavalli; ho speso sopra mille scudi nella cappella, e spesso ripeto con Seneca, Ubi est animus ille, modicis contentus? Non ho piedi per far camminate, perchè li cardinali non possono andare a piedi per Roma; non ho mani per scrivere, perchè sta uno ab epistolis che mi assiste; non per bere, mentre altro adest a potionibus. Se mi voglio vestire, mi attorniano tre ajutanti di camera, ed io pajo una statua che viene vestita. Il peggio e a me più strano si è che, sonate le ore quattordici, la giornata non è più mia; ma si deve consumare o in dar udienza o nell’assistere alla congregazione, onde posso dire con san Paolo, Vivo ego, jam non ego»[152].
Si stupisce alle descrizioni di solenni ricevimenti in Napoli, in Milano, in Palermo, che pur erano condiscendenze a padroni non amati. Passava da Napoli l’infanta donna Maria d’Austria, sposa dell’imperatore, l’ottobre 1630, andando a Vienna, e pose tanta sottigliezza nel cerimoniale, che le dame compresero sarebbero escluse le più dalla festa in palazzo, perchè l’uso di Spagna a quelle solo di case regnanti o mogli di grandi di Spagna concedeva di seder su guanciali; tutte le altre per terra. S’immaginò dunque lo spediente che la regina non comparirebbe in pubblico, bensì sotto coverta, cioè in una loggia chiusa con gelosia, mentre le dame prendeano posto sopra un finto Parnaso tra ciclopi e ninfe, la Notte, la Fama e le colonne d’Ercole; da un carro stellato a quattro cavalli era tratta la Notte sui campi Elisi; una quadriglia di diciotti cavalieri, metà in seta color carne guarnita d’argento, metà in nero, guidavano la danza, e la seguivano l’ambasciadore cesareo, il gran connestabile e la gioventù più nobile: veniva poi la danza colle dame. E per quattro mesi continuaronsi le feste con rovina del vicerè Alcala e della città. Partendo, essa il primo giorno arrivava a Nola, il secondo ad Avellino, il terzo a Mirabella, ad Ariano il quarto, poi a Bovino e a Foggia i due seguenti, il settimo e ottavo a Tormaggiore e a Serra Capriola, il nono e decimo a Termoli e al Vasto, l’undecimo a Lanciano, il dodicesimo a Ortona, poi a Pescara, poi ad Atri, poi a Giulianova, poi alle Grotte, poi al porto di Fermo. Indugiatasi a venerare la santa Casa, solo al vigesimo giorno giungeva a Loreto. In ciascun luogo erasi a gran costo preparato l’alloggio per la regina e il suo seguito[153].
Da qui v’apparve come lento ancora fosse il viaggiare. Il cardinale Bentivoglio passando nunzio in Francia pose tre giornate e mezzo da Ferrara a Gualtieri pel Po, due da Gualtieri a Cremona, e quasi altrettanto da Cremona a Pavia; e le lettere fra Roma e Parigi gli tardavano sin un mese.
Uno degli spassi era la visita ai monasteri; e la principessa di Stigliano e sua nipote Anna Caraffa ed altre, ottenuto dal papa di visitare quel di donna Regina, vi spedirono per il pasto tre cignali, quindici caprioli, dodici galli d’India, altrettanti capponi, assai maccheroni ed altre cibarie. Altrove noi recammo la distinta d’un pranzo che certo richiese mesi di preparazione, e quasi intero il giorno per servirlo e consumarlo[154].
Nel 1691 Ranuccio Farnese ammogliando Odoardo suo figlio con Sofia di Neuburg, sorella dell’imperatrice e delle regine di Spagna e Portogallo, spiegò tal fasto che tutto il mondo ne fu pieno. Quando al 1700 il duca di Parma a nome dell’imperatore levò al sacro fonte un neonato di Rinaldo d’Este, meglio di cento tiri a sei gli fecero accompagnamento, poi luminare e feste per più giorni e un suntuosissimo carosello.
Nel 1628, pel giorno natalizio di Madama Reale in Torino, si rappresentarono Il vascello della Felicità e L’Arione. Allo scoprirsi della sala regia, con musica strepitosa comparvero in cielo gli Dei propizj, ciascun de’ quali cantava un breve recitativo, cui rispondeva il coro: vennero poi gli elementi, simboleggiati l’acqua in un vascello, in un teatro la terra, nel Mongibello il fuoco, in un’iride l’aria. Ed ecco il salone riempirsi d’acqua a guisa di mare, e il vascello lentamente inoltrarsi portando nella prora un ricchissimo trono per la Corte; ne’ lati di qua e di là gli stemmi delle province soggette al duca di Savoja, e in mezzo una tavola per quaranta persone, che dal dio del mare invitate furono servite di suntuosa cena da Tritoni, portanti le vivande sul dorso di mostri marini. Frattanto s’uno scoglio si rappresentò la favola d’Arione, studio di Giovanni Capponi bolognese: la musica fece il prologo; al primo atto Arione partiva dalla patria Lesbo; nel secondo vedevasi assiso, e cantante sul delfino; nel terzo a Corinto narrava a re Periandro le sue sventure, facendosi riconoscere dai marinari[155] che l’avevano tradito; alla fine le sirene menarono un balletto, invenzione del duca Carlo Emanuele.
Delle feste del medioevo conservavansi molte, modificandole ai luoghi e al tempo: e se in un torneo a Modena il famoso Montecuccoli uccideva il conte Molza, in Genova solennizzavansi le Casazze, dove le corporazioni a gara sfoggiavano cappe di velluto e ricami d’oro tanto ricchi che i re non n’aveano di migliori, e con torchi grossissimi in pugno andavano processionalmente per le vie, ciascuna confraternita dietro a un crocifisso, nella cui bellezza e dovizia faceasi gara, come nella maestria di saperlo portare senza sbilicare, fra quelle chine e anguste viuzze. Solennissime pure erano le processioni del venerdì santo, che alla spagnuola chiamavansi dell’Entierro.
Le rappresentazioni in generale prevalevano al teatro. La musica in questo tempo, siccome dicemmo (t. X, p. 219 e seg.), si raffinò di teorie e di pratica, e universale ne divenne la passione; ma usavasi di più quella di camera e di chiesa, che non la teatrale; e questa pure prediligeva soggetti sacri. La prima opera musicale a Palermo fu nel 1692 la Santa Rosalia. Il Riscatto di Adamo, ossia il Martoro di Cristo di Filippo Orioles era recitato per tutta Italia. Nell’empietà della dottrina ariana, conculcata e convinta nel glorioso martirio di sant’Ermenegildo, opera del cappuccino Federico da Palermo, vedesi il viatico portato a quel re prigioniero. I Travaglini erano i buffoni di quell’isola, come di Napoli i Pulcinella.
I cantanti, che furono cominciati a chiamare virtuosi, pagavansi ducento, trecento e più doppie, oltre le spese di vestiario, di scene, d’illuminazione. Ferdinando di Mantova spese per una virtuosa quanto avea ricavato dal vendere Casale, e tutto ciò che gli sopravanzava di prezioso. Il trionfo di coteste era Venezia, a’ cui carnevali affluiva gente da tutto il mondo, allettata dagli spettacoli e dalla libertà della maschera. Anche a Roma si scarnevalava suntuosamente, quando nol vietasse qualche austero pontefice.
Molti agi s’aggiunsero alla vita; si estese l’uso delle carrozze, s’introdussero il caffè[156], il cioccolatte, la chinachina; anche il tabacco, primamente portatoci dal cardinale Santa Croce dalla nunziatura di Portogallo[157]. I giardini artifiziali più grandiosi si fecero, disponendovi cascate, chioschi, mulini a vento, grotte, tempietti, prospettive, insieme con macchie, cerchiate, siepi, non in modo d’imitar la natura, ma di far la natura servir all’arte. Romitorj, torri cinesi, capanne, castelli in ruina, cappelle gotiche non usavano ancora; bensì disposizione simmetrica, scale avvicendate con pianerotti e terrazzi balaustrati, e un semicircolo detto teatro con nicchie e statue e vasi; e cascate di bacino in bacino con variata disposizione; e veri boschi, come la pineta della villa Pamfili, e lunghissime praterie, incorniciate da pioppi e da siepi. Viali di cipressi conducevano a un casino, ornato d’ogni bellezza, e dal quale godeasi qualche vista meravigliosa. Di tal guisa Giacomo della Porta dispose la Aldobrandini a Frascati, Annibale Lippi la Medici sul Pincio, il Maderna i giardini del Quirinale, l’Algardi la Pamfili a porta San Pancrazio, Marchionne la Albani, e così altre di Roma; a Genova le Groppallo, Parravicini, Doria; a Verona il giardino Giusti; sul lago Maggiore le Isole Borromee: da quelli della Corte di Torino il Tasso cavò l’idea degli Orti di Armida, così poco magici.
I ricchi non aveano la passione dell’agricoltura, intorno alla quale pochi cenni ci rimangono. Agostino Gallo bresciano pubblicò nel 1550 le Venti giornate dell’agricoltura e de’ piaceri della villa, dialoghi prolissi e male scritti, ma con cognizioni pratiche, esponendo ciò che avesse egli medesimo sperimentato, o avuto da persone degne di fede; onde Haller eccede di rigore ove dice che questo verbosus senex omnia obvia, etiam aliena profert; non satisfecit mihi neque in hortis, neque in agrorum cultu. Egli parla della coltura del riso e di quella del trifoglio, che ormai non praticavasi se non in Ispagna. Giambattista Cassandri cremonese, nella Economia, ovvero disciplina domestica (Cremona 1616), tratta di tutto ciò che serve a prosperar una famiglia per l’anima e pel corpo. Vincenzo Tanaro bolognese fece l’Economia del cittadino in villa (Bologna 1644), distinta in sette libri intitolati Pan e Vino, la Vigna e le Alpi, il Pollajo, l’Orto, il Verziere, i Campi, la Luna e il Sole. Non pare v’avesse pratica personale, ma raccoglieva, e ci tramandò bizzarre particolarità; per esempio l’uso allora più divulgato di sostenere la vite colle canne; la ricca coltura de’ cavoli ne’ paesi di monte; il finocchio di Bologna collo stelo grosso quanto una coscia; le giunchiglie vendeansi molto care a Bologna e le tuberose v’eran di fresco introdotte. Marco Bussato di Ravenna nel Giardino d’agricoltura (Venezia 1592) distendesi sulla potagione e gl’innesti de’ frutti, prevenendo Quintinié, Normand e altri francesi: si vale molto degli antichi, e scrive negletto. Il Ricordo d’agricoltura (1567) di Camillo Tarello dà buoni avvedimenti, non desunti dagli antichi, e fra altri la replicata solcatura de’ campi e la rotazione, volendo che a frumento mettasi solo una quarta parte del fondo, e il rimanente ad altri prodotti; raccomanda di macerar il grano in orina o acqua di calce avanti seminarlo, spargerlo rado e ricalcarlo; loda la coltivazione del trifoglio, e il rimutar di tempo in tempo i prati in campo. Non toccherebbe dunque agli Inglesi la scoperta della rotazione agraria. Di Domenico Maria Clarici anconitano abbiamo la Istoria e coltura delle piante che sono per il fiore più riguardevoli e più distinte per ornare un giardino in tutto il tempo dell’anno (Venezia 1726), con un copioso trattato degli agrumi.
Prima che Luigi XIV divulgasse per tutta Europa il tono e le foggie di Francia, s’imitava Spagna nel bene e nel male, nella letteratura come nel vestire. A Napoli predicavasi spesso in spagnuolo, in spagnuolo recitavasi, di spagnolerie empivansi scritture, come oggi di gallicismi, e il discorrere era pieno di bacio le mani, resti servita, e buglie e convojare e papelare e montiera e far provecio e alboroto e simili. Chè è colpa antica e nuova degl’Italiani l’adottare i difetti dei dominatori quand’anche gli odiano o disprezzano, or le gonfiezze spagnuole, or i gingilli francesi, or la pippa tedesca[158].
Qui sopra divisammo i costumi di Lombardia e del Regno. Firenze, che ci si presentò con Cacciaguida sobria e pudica, poi massaja e operosa ne’ Comuni, poi colta e splendida sotto i primi duchi, può ancora offrirci molti colori a incarnar il quadro degli usi d’allora; ed uno de’ cittadini d’antico taglio, notando sui registri di casa i fatti della giornata, ci ritrae il mutamento operatosi sul dechino del secolo[159]:
«Concluso che era un parentado, gl’interessati dell’una e dell’altra banda ne davano conto, o in persona alli più prossimi parenti, o per mezzo di un servitore ai più lontani; poi per il giorno stabilito a uscir fuori la fanciulla in abito di sposa, s’invitavano le parenti sino in terzo grado ad accompagnarla alla messa, e nell’uscir di casa s’incontrava alla porta una mano di giovani, che facevano il serraglio, che era un rallegrarsi colla sposa de’ suoi contenti, e mostrare di non volerla lasciare uscire se non dava loro qualcosa; al che rispondeva la sposa con cortesia, e dava loro o anello o smanigli o cosa simile, ed allora quello che aveva parlato ringraziava, e pigliava a servir la sposa, con darle di braccio sino alla carrozza, o per tutta la strada se s’andava a piedi, ed al ritorno a casa restavano a banchetto tutti i parenti invitati, e quelli del serraglio erano licenziati. L’anello poi si dava in altro giorno, nel quale si faceva una colazione grande di confettura bianca, ed un festino di ballo, dove era sala capace, o pure si giocava a giulè se era stagion da vegliare. Nel mettersi a tavola ai banchetti, c’era un uomo in capo alla sala, che con una lista chiamava per ordine di parentela ciascuno, che così senza confusione andava al suo luogo, le donne da una banda e gli uomini dall’altra. Al banchetto soleva comparire un mandato di quello che aveva parlato nel serraglio, che riportava alla sposa in un bacile di fiori, o con guanti d’odore il regalo che aveva avuto da lei; e lo sposo rimandava il bacile con trenta, quaranta e fino sessanta e cento scudi, secondo le facoltà; che servivano ad una cena, o in fare una mascherata, o altra festa.
«Si dismesse poi il serraglio, perchè cominciarono alcuni a servirsi del denaro in uso proprio. Si dismesse ancora di chiamare i parenti nel mettersi a tavola con l’ordine del grado: onde due disordini, cioè che non tutti gl’invitati sanno in riguardo degli altri il loro grado, e si mettono a tante cerimonie per voler mandare in su gli altri, con confusione e disagio per chi è di già al suo posto; l’altro, che invece di molti parenti s’invitano degli amici, che si pongono a tavola mescolati tra quegli, e qualche volta questi amici sono tanti, che escludono dall’invito molti parenti, che si va perdendo quella famigliarità che dovrebbe essere fra i parenti. S’è anco dismesso il dar conto del parentado ai parenti in persona o per mezzo d’altri, ma s’è introdotto di farlo per polizza, scrivendo in un quarto di foglio: N. dà conto a vostra signoria illustrissima che ha maritato la N. sua figliuola o sorella al signor N., via tale; e si consegnano ad un servitore o altra persona domestica di casa, che le porta dove vanno, lasciandole in casa di ciascuno; e molti hanno cominciato, per meno briga, a fare stampare queste polizze.
«La funzione dell’anello s’è fatta quasi sempre in casa, se bene qualcuno l’ha voluto per devozione dare in chiesa, e le spose vestivano quel giorno di bianco, e con una veste che avea le maniche aperte sino a terra; ma poi s’è dismesso e il colore e la foggia, vestendosi ciascheduna sposa all’uso delle altre donne, e di che colore più le piace.
«Subito che qualcuno era morto, se ne mandava a dar conto ai parenti, e s’esponeva il morto in una sala, o camera grande in terreno tra molti lumi, e si parava di rasce nere non solo detto luogo, ma tutto lo spazio ancora che era di lì sino in istrada, sicchè ognuno che passava aveva contrassegno di poter entrare a segnare il morto; e nell’istesso tempo i parenti stavano in una camera con le finestre quasi chiuse, e ricevevano la visita di condoglianza dai parenti e amici senza moversi a riceverli e accompagnarli. Sul farsi notte si portava il morto in chiesa con l’accompagnatura di quattro o sei regole di frati, ed un numero di preti con torcie gialle alla croce ed intorno alla bara, che per l’ordinario sarebbono state diciotto e sedici, ventiquattro e ventotto e più o meno secondo le facoltà: ed in chiesa, mentre si dicevano l’orazioni ordinarie, si posava la bara sotto un’arca di falcole gialle, e poi si dava sepoltura al cadavere. La mattina dopo si facevano l’esequie, alle quali erano invitati tutti i parenti per assistere alla messa di requie, e stavano gli uomini da una banda, e le donne dall’altra in panche parate di nero, con l’ordine della prossimità di parentado, e nel mezzo stava eretto un catafalco con molti lumi di cera gialla. Finita la cerimonia, si raccompagnava i parenti prossimi del morto sino a casa, se era vicino alla chiesa; se non, alla porta della chiesa si licenziava ognuno: ed in tal funzione i parenti stretti del morto portavano un velo pendente di qua e di là dal soppanno del cappello, che arrivava in mezzo al petto.
«Si cominciò poi, invece di tener esposto in casa il morto, a mandarlo di notte e privatamente nella chiesa più vicina alla casa, o parrocchia, o confraternita, e quivi si teneva esposto, e di quivi si levava per portarlo come sopra alla sepoltura. Si mutò anche questo, perchè si cominciò a tenere il morto in casa privatamente fino alla sera, che era portato in chiesa, dove la mattina dopo stava esposto a tutte le messe; e si dismesse il chiamare i parenti all’esequie e l’uso della cera gialla, introducendosi la bianca, siccome il chiamar tante regole di frati, ma se ne chiamava una sola, e più numero di preti.
«Oggi si tiene il morto privatamente in casa fino alla sera, che si manda alla sepoltura accompagnato da una regola di frati e dal parrocchiano con buon numero di preti, e con cinquanta torcie in circa di cera bianca, le quali si distribuiscono anco tra i frati ed i preti; e perchè la chiesa dove va il morto e la parrocchia devono aver certa partecipazione nella cera, si procura innanzi d’accordarle per sfuggir le liti, e la dichiarazione di che numero di torcie sia alla croce e che numero alla bara, dipendendo da questo la loro pretensione. In chiesa si pone il cadavere sopra una tavola parata di nero tra dieci o dodici doppieri con lumi di cera bianca, e fatte le cerimonie ecclesiastiche, si sepellisce, e se gli fanno celebrare le messe di requie più o meno, secondo la carità degli eredi, e nella medesima chiesa ed in altre, secondo il loro arbitrio. Ed ai parenti si dà conto con polizza, o scritta o stampata, come s’è detto nelle nozze, e vi s’aggiunge, E non s’incomodino, che vuol dire che quelli che ne danno conto, non vogliono complimenti di condoglianza in casa.
«Nata che era una creatura, il padre invitava un gentiluomo ed una gentildonna per essere compare e comare, e questi andavano a levar di casa la creatura, che in braccio all’allevatrice si conduceva a San Giovanni; e finita che era la funzione, il compare e la comare mettevano al collo della creatura un regalo, che ordinariamente era una collanetta d’oro con una medaglia o reliquia, e tornati a casa visitavano la partoriente, e ne’ primogeniti si faceva una colazione di confetture. Oggi s’è dismesso il regalare (e si fa solamente dai compari gentiluomini alle genti basse, in denari), ed anco bene spesso s’invita solamente un compare senza comare, e il padre della creatura va a levarlo di casa, e lo conduce a San Giovanni, e la creatura viene accompagnata dalla comare se vi è, o da altre parenti; ma si conserva bene l’uso che il compare visiti dopo la partoriente.
«È stato sempre uso tra la nobiltà che le donne di parto, particolarmente ne’ primi figliuoli, tenessero visite, e così le spose tre o quattro giorni, e con facilità se ne spargeva la voce per la città; e passati que’ giorni, se fosse arrivata qualche gentildonna, un servitore alla porta la licenziava senza che fosse ricevuta per mala creanza. Tanto segue ancora adesso, ma con questa sola varietà, che prima le spose per se medesime, e le partorienti per mezzo di suocera, madre, cognata, sorella o altra accompagnavano tutte le dame fino alla porta di casa; il che essendosi considerato con il tempo che riusciva di grande incomodo, s’è introdotto di non scendere le scale: e così s’osserva ai festini che si fanno il carnovale, o d’altro tempo di ballo o di giuoco, mantenendosi però in altre occasioni la dovuta creanza civile ed antica accompagnatura.
«Tutti i parenti s’invitavano al vestimento delle monache, e all’offertorio della messa si faceva l’offerta, stando la sposa accanto al celebrante rivolta al popolo, con due bacili di qua e di là in mano a due chierici, e tutti i parenti andavano a salutarla con lasciare in quei bacili le mancie. Ed in quei monasteri dove si faceva dentro il vestimento, s’andava a dare detta mancia a una grata della chiesa. S’è poi interamente dismessa quest’usanza della mancia, ed i parenti s’invitano al vestimento con la polizza scritta o stampata come in altre occasioni. Si praticava nel principio del secolo con sincerissima fedeltà, che chi voleva essere sicuro di aver buon luogo alle prediche della quaresima, e non poteva trattenersi per avere a sentir messa o altra occupazione, lasciava sulla panca qualche cosa, come libro, chiave, fazzoletto o altro: il che da chi arrivava dopo s’intendeva per luogo preso, e se gli portava rispetto, ed il padrone al ritorno ritrovava la sua roba ed il luogo. S’è poi dismesso quest’uso, forse per essere mancato la fedeltà; nel 1676 essendo stato in duomo un predicatore con gran concorso, molti gentiluomini, per esser sicuri d’aver buon luogo, hanno mandato a buon’ora uno de’ loro staffieri con la livrea a mettersi a sedere per serbarglielo.
«Nell’ultimo del secolo passato s’era incominciato a introdurre l’uso delle carrozze, ma nel principio del seguente non era ancora diventato comune, e molti della nobiltà non la tenevano; ma a poco a poco, con l’occasione di far parentadi o d’altro pretesto, ognuno l’ha messa su, e molti la tengono a quattro cavalli, ed i più ricchi a sei. Da principio le carrozze erano piccole, di cuojo dentro e fuora, e poste sulla sala delle ruote, che andavano assai scomode; poi si cominciò a fabbricarle sulle cigne perchè andassero meglio; e finalmente si sono attaccate dette cigne ad archi di acciajo ben temperati, che cedendo all’urto, fa che vanno assai più comode. Si fanno per i più ricchi di velluto nero, ed anco di colore, e con frangie di fuori e di dentro, e con il cielo di dentro dorato. Fino a mezzo il secolo usarono alcuni più ricchi, per le solennità della città, il cocchio, che di dentro era di velluto per lo più rosino, e di fuora paonazzo con otto pomi alle testate dorati; mai poi si sono intieramente dismessi. Nel 1670 s’è introdotta una foggia di carrozze venuta da Parigi, rette da lunghi cignoni che brandiscono assai, e si chiamano poltroncine, perchè vanno comodissime; e si sono dismessi gli archi, per il rischio di rompersi.
«Quasi in tutte le case nobili si teneva un cavallo di quelli chiamati chinea, o un mulotto, che servivano per chi non poteva o non voleva andare a piedi; e si adoperava per la città con gualdrappa di ermisino, ed anco di velluto, o di panno listato di velluto, ed in campagna con sella di corame. Ma con il moltiplicare delle carrozze si sono del tutto dismessi, e solamente qualcuno per diletto tiene un cavallo nobile per passeggiare per la città. Quando le donne andavano in villa, andavano a cavallo, ed i ragazzi sopra un mulo in due ceste: ma oggi vanno in carrozza dove la strada è buona; se non, in lettiga a vettura, che presentemente ne sono moltissime a nolo, quando al principio del secolo non ce n’era se non una, che solamente serviva per tornare un ammalato di villa in città. Qualcuno de’ più ricchi e de’ più infingardi tiene da sè la lettiga per servirsene in campagna.
«In questo medesimo tempo che scrivo pare che s’introduca una comodità venuta da Parigi d’una tal sedia coperta, posta su due lunghe stanghe che brandiscono, posate su la groppa d’un cavallo e di dietro su due ruote. A questa tal sedia s’è dato nome di calesse; e sono così presto moltiplicate, che nell’anno 1667 s’è trovato esserne nella città intorno a mille e le lettighe sono in gran numero scemate. Nell’andare per la città si servivano i primi granduchi del cocchio a due cavalli; ma cavalcavano innanzi alcuni gentiluomini in numero di sei o otto, che avevano titolo di lancie spezzate. Il granduca Ferdinando dismesse il cocchio, ed introdusse la carrozza con quattro cavalli, e due cocchieri a cavallo all’uso di Spagna; e le serenissime imitarono con introdurre la carrozza a sei cavalli anco per la città, e lasciarono la cavalcata delle lancie spezzate. Il granduca in città conduce alla portiera a piede il paggio di valigia, ma in campagna va a cavallo dietro alla carrozza: e portava già una valigia dinanzi, dove era un vestito ed ogni altra cosa che potesse occorrere quando venisse occasione di mutarsi; ma s’è poi dismessa questa diligenza parendo superflua. Alle serenissime ancora il paggio di valigia va per la città a piedi alla portiera, ed in campagna a cavallo.
«Fuor dei cavalieri di Santo Stefano e di Malta, e gli stipendiati dalla Corte del granduca, non c’era nessuno che portasse spada accanto; e quei pochi gentiluomini che n’avevano da S. A. S. la permissione, usavano di portar solamente il pugnale. Ugo d’Alessandro Rinaldi fu il primo che nel 1616 si cinse la spada, e fu immediatamente seguitato dagli altri giovani nobili, che non attendevano al negozio, avendo anco S. A. S. allargato la mano in concederne a tutti la facoltà, sì che presto si vide la città ripiena di spadaccini; poi a poco a poco s’andò dismettendo, sì che in oggi non solo l’hanno lasciata i gentiluomini, ma ancora i cavalieri e stipendiati di Corte. Nè meno per quasi nessuno si porta il pugnale, benchè S. A. S. ne conceda indifferentemente la facoltà ad ognuno con pagare certa tassa l’anno; e chi crede d’aver bisogno di valersi della spada, o per inimicizia o per altro, se la fanno portar dietro a un servitore, che può riuscire cosa malfatta. L’archibuso non era già concesso ai gentiluomini se non fuori delle otto miglia dalla città, ed a fuoco solamente, e non a fucile e ruota: ma oggi S. A. S. lo concede a tutti a ruota e fucile fino alla porta della città, mediante il pagamento della tassa; ed anco tollera molti che lo tengono nella città, e per passatempo se ne servono in casa per tirare a’ rondoni. Chi ha qualche timore va armato di giaco, e particolarmente la notte; ed oggi S. A. S. ne concede la facoltà ad ognuno, che già erano pochissimi quelli che avessero tal facoltà. Tutti i giovani nobili che stanno su la bizzarria, e che conducono dietro servitori, hanno introdotto di far portare al medesimo servitore sotto braccio una spada assai lunga.
«Si teneva già per i più solamente due servitori, uno con titolo di spenditore comprava e teneva i conti delle spese, e l’altro faceva le faccende in casa d’apparecchiare ed altro, andava fuori con la padrona, e faceva ogni altro negozio per la città secondo l’occorrenze; e dove era la carrozza, si teneva di più il cocchiere, al quale si dava di salario dieci lire il mese, allo spenditore dieci, all’altro servitor otto, e tutti vestivano del proprio. S’introdusse a poco a poco l’uso delle livree, e si cominciò a vestire il cocchiere ed il servitore che andava con la padrona, e finalmente a crescere il numero di questi, che oggi la nobiltà della prima riga tiene più servitori a livrea; e le donne ne conducevano almeno due, e gli uomini uno: se gli dà, oltre al vestito, uno scudo il mese.
«Le serve erano già tre, cioè una col nome di cuoca faceva le faccende della cucina; un’altra si chiamava donna di mezzo, perchè andava fuora con la padrona, spazzava le camere, rifaceva i letti, e serviva tutti gli altri bisogni, ed anche occorrendo ajutava qualche volta alla cuoca a fare il pane ed altro: ed a queste due si dava, oltre alle spese, un mezzo scudo o lire quattro il mese. La terza donna era di qualche civiltà più, e si chiamava matrona; la quale fuori di casa teneva compagnia ed in carrozza ed a piedi alla padrona, ed in casa cuciva per la medesima, e la serviva nel vestirla ed assettarle la testa, benchè per questa faccenda qualche padrona teneva una fanciulla: e si dava alla matrona sei o sette lire il mese, e la fanciulla in capo a qualch’anno si maritava con dargli cento o cencinquanta scudi di dote. Il servizio della matrona s’è del tutto dismesso, perchè le padrone non conducono fuora più nessuna donna, andando in carrozza sole, ed a piedi s’appoggiano a un servitor di livrea; ma le signore titolate più ricche conducono in carrozza qualche giovane fanciulla che chiamano damigella, e s’appoggiano ad uomo d’età senza livrea; che se gli è dato il nome d’uomo nero o di bracciere. Le artiere, per non andar sole fuori, tengono provvisionato un bottegajo con dargli dieci lire il mese, il quale le feste va ad accompagnarle alla messa ed altrove; e quest’uomo il vulgo lo chiama domenichino, perchè va in opera la domenica.
«I giuochi d’esercizio erano, la state quello della palla lesina e della pillotta: ed alla palla lesina si giocava quasi per tutte le strade, perchè i ragazzi nobili di un vicinato si mettevano insieme dopo il desinare, e mandavano al tetto più comodo della loro strada. Questo giuoco è in oggi del tutto dismesso e spento[160]. Per le case, e particolarmente l’inverno, si giuoca alle minchiate ed a sbaraglino: tutti due questi giuochi resi col tempo più belli. Il maglio era in uso come oggi, ma assai più frequentato. Si giocava ancora assai ai dadi, benchè dalle leggi fosse proibito; ma oggi tra i giovani gentiluomini si trova pochi che lo sappiano giocare. S’è aperto da qualche anno in qua una casa su la piazza di Santa Trinita, alla quale hanno dato nome di casino, dove si raguna il giorno e la sera, secondo la stagione, tutta la nobiltà, e vi si giuoca, oltre a’ soprannominati giuochi, anco a primiera, tantio ed altri simili giuochi: e viene da S. A. S. permesso questo pubblico giuoco, perchè non v’intervenendo altre persone che della prima nobiltà, pare che non vi possino avvenire di quei casi, per cagione dei quali sogliono le leggi proibire simili ridotti.
«Le donne giocavano già, e particolarmente l’inverno, a giulè; ma una ambasciatrice di Lucca insegnò in una conversazione il giuoco di cocconetto, che a poco a poco si è introdotto per le altre conversazioni, e s’è del tutto dismesso il giuoco del giulè. Per gli uomini s’è introdotto ancora il giuoco del palloncino con la mestola da pochi anni in qua; e qualcuno giuoca al pallone con i bracciali, ma pochi sono i gentiluomini che vi si diano. Il giuoco del calcio, come antico nella città, si procura di mantenere nel carnovale: ma già vi giocavano persone di età e con la barba, che oggi non v’interviene se non gioventù.
«Sono state tante le vanità del vestire che in questo secolo sono seguìte, che si rende impossibile di poterle narrare: nel principio del secolo si premeva d’accostarsi all’uso di Spagna, e adesso intieramente alla franzese, e di là vengono tutte le usanze e le mode. Per gli uomini, il vestire è usato sempre color nero; ma per la gioventù si portava il giubbone e le calzette di colore, e con le legacce con merletto d’oro e d’argento secondo che tornava meglio al detto colore; e gli uomini di trentatre a quarant’anni incirca portavano ancor nero il giubbone, ma le calzette sempre di colore. La materia era secondo le stagioni, e per lo più nell’inverno di rascia o perpignano di Firenze o di velluto, e la state di tabì, terzanello ermisino, ecc.; e si guarnivano con molte guarnizioni di raso e tabì ricamate, che venivano ordinariamente da Milano. Ciascuno aveva per stagione un vestito ricamato riccamente di seta nera per servirsene nelle occasioni più cospicue, come nelle foresterie ed altro. Oggi si veste per ognuno interamente di nero, nè si veggono calzette di colore se non qualche volta a qualcuno dei giovani più bizzarri. S’è dismesso del tutto di ricamare i vestiti, ed il guarnirli con quelle guarnizioni ricamate accennate di sopra; siccome s’è ancora dismesso il guarnire con frangie di seta nera, come s’era introdotto a mezzo del secolo; e s’è preso ad adornarli con nastri rasati o tabissati in tanta quantità, che è cosa mostruosa a vedere la quantità delle braccia che si mettono in un vestito. Gli uomini d’età li usano neri, ma i giovani di colore, e molte volte mescolati di più colori, che fa parere un vestito sia un prato fiorito; ed i medesimi nastri si mettono al cordone del cappello. L’inverno la materia è velluto o panno d’Olanda, e la state ermesino o taffetà rasato, ed i mezzi tempi vellutini o grossagrane.
«A festini, giostre, cavalcate d’incontri, di funzioni ed altre occasioni speciose, si premeva già di comparire in calza intera con fodera a detta ed al cappotto di teletta d’oro, con stivaletto di marocchino nero con speroni dorati o inargentati o bruniti di nero, secondo la fodera del vestito, e con il collare a lattughe, il quale si portava anco assai spesso fuori delle suddette occasioni. Ma a mezzo il secolo erano tutte queste cose quasi in disuso, ed oggi sono del tutto dismesse, a segno che farebbono ridere se si vedessero addosso ad uno. Ora quasi tutti i giovani hanno introdotto di portar le calzette di colore perlato che pajono vestiti a livrea; ma presto s’è dismesso. Portano la parrucca linda, senza avere riguardo al colore del suo proprio capello, e si radono tutti i mostacci; portano le scarpe piene di nastri, ed anco qualcuno vi mette delle gioje. Son ritornate le frangie di seta nera per guarnire i vestiti.
«Le spose comparivano in abito tutto bianco, ma per le altre donne non s’aveva riguardo nessuno nè al colore nè al concerto dell’abito, perchè taluna avrebbe portato una veste gialla ed una zimarra verde; un’altra, zimarra gialla e la veste verde, e così degli altri colori senza nessuna considerazione; e le donne di tempo se eran maritate portavano la zimarra nera, ma la sottana o veste di colore: era però per tutto guarnito ogni cosa riccamente. Si cominciò poi a premere nel concerto, e si portava ogni cosa del medesimo colore, che qualcuna sarebbe parsa botata[161]. Ed oggi finalmente portan tutte l’abito franzese con la zimarra o veste nera di sopra, e di sotto la sottana di colore, che va variandosi come più piace, e si guernisce riccamente con oro o argento, e quella di sopra solamente di nero, e si porta alzata, acciò si vegga quella di sotto. Usavano già il ciuffo e la grandiglia assai grandi, che sono dismesse, andando assai scollacciate, e con molti ricci solamente alle tempia. Le vedove portavano un manto sino in terra e ripiegato sulla spalla, a foggia d’un lettuccio; e poi cominciarono a mettersi in capo quella parte che soleva ripiegarsi sulle spalle, e finalmente hanno lasciato interamente il manto, e vestono di nero del tutto come le maritate, con ricci le giovani, nè son da quelle distinte con altro che con una piccola cuffia nera di velo in capo. Hanno introdotto le giovani di portar sulla fronte un cerchietto di capelli biondi che lo chiamano parrucchino, che sta malissimo a chi ha la capellatura d’un altro colore.
«Le meretrici portavano già tutte un segno apparente del loro infame esercizio, ed era un nastro giallo al cordone del cappello, che allora s’usava assai di portare; e quando non l’avevano s’appuntavano un segno giallo alle treccie; e se fussino state trovate senza, sarebbero state castigate. A poco a poco si cominciò a dismettere col pagamento di non so che tassa, ed in oggi non è più in uso, nè si conoscono se non alla loro sfacciataggine.
«Gli Ebrei portavano già tutti il cappello rosso, eccetto qualcuno de’ negozianti che per supplica otteneva grazia di portarlo nero. Oggi, qual se ne sia cagione, tutti lo portano nero, nè si distinguono dai Cristiani.
«Per paramento della sala e camere non usava altro nel principio del secolo che corame, il quale per i più briosi era dorato, e nelle portiere delle camere v’era l’arme del padrone; poi a poco a poco si cominciò a fare i paramenti nelle camere principali di rasetti, poi dommaschi; e finalmente i più ricchi gli fanno di velluti, telette d’oro e dommaschi con trine d’oro, e le sedie e le portiere compagne; ed alcuni fanno anche tessere a posta le portiere con la loro arme. Le sale si tengono oggi senza paramenti, ma con molti quadri adornate, li quali quadri hanno le cornici dorate tutte e grandi, dove già usavano tinte di nero, con due o tre filetti d’oro al più. Nelle sale ordinariamente c’era un camino grande ed un acquajo, ed in questo si teneva una secchia d’ottone per lavarsi le mani nell’andare a tavola, e vicino v’era la bandinella (che ritengono ancor oggi i frati) per rasciugarsi; si sono poi rimurati questi acquaj ed i camini; ed essendosi cresciuti (come ho detto) i servitori, ognuno si fa dare l’acqua alle mani da’ medesimi servitori in bacile d’argento, e l’inverno per i medesimi servitori si tiene in sala un caldano di fuoco. A tavola s’usava già di mangiare in piatti di terra o di stagno, e così si seguita per i più, adoperandosi però argento nelle sottocoppe, bacili, forchette e cucchiaj e saliera; ma i più ricchi hanno fatto tutti anco d’argento la piatteria, e tengono ancora le camere adornate di vasi d’argento e simili galanterie su tavolini e stipetti di pietra e d’ebano.
«In sala usava già tenersi sedie di corame con un’arme piccola del padrone nella spalliera, e sgabelli di noce: oggi vi si tengono per molti panche con spalliera dipinta con l’arme o impresa del padrone, e fanno cassa per servizio de’ servitori; e se pure vi si tengono sgabelli, son rabescati con intagli dorati.
«Cominciò nel principio del secolo (o pure si rinnovò) la delizia del bere fresco, ma si procurava di ottenerla dai pozzi col calarvi le bocce del vino qualche ora innanzi il pasto; ed il pozzo di qualche casa, che aveva concetto di fresco, serviva spesso anche per i vicini, che vi mandavano le loro bocce, che per lo più erano di terra. Si cominciò a riporre, l’inverno, il diaccio per valersene l’estate a rinfrescar il vino, l’acqua, le frutte ed altro, e ha preso tanto piede questa delizia, che molti l’usano continuamente anche l’inverno, ed è degno da notarsi l’augumento che ha fatto; perchè l’anno 1609 Antonio Paolsanti, ajutante di camera del serenissimo granduca, prese l’appalto del diaccio per lire quattrocento l’anno, e il 1665 fu appaltato per lire quattromila trecento. E per dir qualche cosa ancora di fuora, in Pisa non si trovò l’anno 1605 chi volesse l’appalto per scudi cinquanta; e oggi è sopra scudi mille novecencinquanta: è però vero che l’appaltatore serve ancora Livorno. Quando l’inverno non diaccia, sono obbligati gli appaltatori, così di Firenze come d’altrove, di far venire la neve dalle montagne, e però procurano di riporla a suo tempo nelle buche fatte a posta per conservarla all’estate. Usano le persone ricche e doviziose di far fare, per bere fra giorno, acque concie di varie sorte con odori di cedrato, di limoni, di gelsomini, di cannella ed altro, raddolcite con zucchero; e ne’ luoghi più frequentati della città ci sono botteghe, dove si vendono in carafine diacciate, che riesce all’universale una gran comodità.
«S’è introdotto in Firenze nel 1668 assai comunemente una bevanda all’uso di Spagna, che si chiama cioccolata; ed anco di questa vende uno dei sopradetti bottegaj in bicchieretti di terra, e par che gusti così calda come fredda.
«Ciascun padre di famiglia che avea facoltà di poterlo fare, teneva in casa un prete per insegnare ai figliuoli, e per accompagnarli fuori; e ci erano suggetti di lettere e di bontà riguardevoli. E per quelli che non potevano tenere il maestro in casa, c’erano parecchi che tenevano scuola pubblica, e vi si mandavano i figliuoli con un servitore o con altri. Avendo poi preso credito le scuole che tengono i Gesuiti, ognuno s’è voltato a loro per non spendere, e si sono smesse le scuole pubbliche; e quel che è peggio, nessuno studia, o pochi, per fare il mestiere del maestro, perchè questo impiego è svanito, ma ai più basta imparare tanto che basti loro per passare all’esame e divenir preti».
Delle persone da tutto il mondo accorrenti a Roma per cercare fortuna, era dimezzato il numero colla riforma religiosa: e i pellegrini della scienza, dell’arte, della civiltà non teneano più di primario interesse Firenze, Venezia, e altre città nostre, quando grandeggiavano Madrid, Londra, Amsterdam, Parigi; v’ebbe colà artisti che pareggiarono e vinsero i nostri maggiori, quantunque si mettessero sull’orme di questi. Pure continuava a visitarsi l’Italia con rispetto tradizionale, e a tacere gli artisti, quasi tutti educati qui, fra i molti viaggiatori vuolsi ricordare l’arguto Michele Montaigne. Avvezzo ad osservare gli uomini e le cose, e paragonare l’antico coll’odierno, ne aspetteremmo fini giudizj: ma preoccupato della sua salute, continuo parla di sè, fin a stomacare chi non consideri che non destinava alla pubblicità quel giornale, di cui una parte scrisse in italiano[162]. Entrato, il 1580, dal Tirolo, a Verona stupì del poco devoto contegno nelle chiese, dove si voltavano le spalle all’altare, e tenevasi il cappello, mostrando badar alla messa soltanto all’elevazione. Che gli alberghi fossero tanto peggiori di quelli di Francia e di Germania, è lamento ripetuto da tutti i viaggiatori, benchè più tardi il presidente De Brosse lo dichiarasse affatto ingiusto. In generale egli trova che qui si mangia in istoviglie, anzichè in peltro e stagno; e disgrada la nostra cucina a confronto della francese. Fin a sette e otto miglia vengono incontro gli ostieri, allettando con buone condizioni a scavalcar da loro. Case cattive, con ampie finestre, grossolani controventi, nessuna stufa, letti duri senza cortine; visite e dogane lo remorano ogni tratto; ogni tratto vede scritto, Ricordati delle bollette, ch’erano richieste per ragione di sanità.
Padova trae vita dagli studenti; ma i francesi gentiluomini accorrenti a quell’università sono in tal numero, che vivendo tra loro, non imparano i costumi forestieri: anche molte famiglie vengono ad abitarvi a cagione del buon mercato. Di Venezia ripete le solite dicerie; vi conta cencinquanta gentildonne da mercato, che faceano grandi spese in mobili, in vesti, e la nobiltà ne manteneva pubblicamente; vi si vivea con poco, non bisognando gran servi nè cavalli. I giovani nobili (ci vien riferito da altri[163]) vanno alla commedia per ridere delle buffonerie e degli attori, non meno che per atteggiare essi stessi; menano cortigiane nelle loggie, e fanno schiamazzi e atti da non dire; si divertono non solo di sputare in platea, ma di gettarvi la smoccolatura delle candele, massime sopra qualche galante; e per poterlo fare impunemente tengono alla porta dei bravi mascherati.
Firenze invece era la città più costosa; le donne ben apparivano con scarpe bianche e cappelli di paglia, i quali vendeansi quindici soldi l’uno, mentre in Francia costerebbero quindici lire; belle le meretrici, raccolte tutte in un luogo; il grano lasciavasi dieci e quindici giorni sul campo, senza paura del vicino; sin le contadine aveano l’Ariosto in bocca. A Siena, sulla piazza più bella del mondo, si celebrava ogni giorno la messa, sicchè gli artigiani la sentivano senza staccarsi dalle proprie faccende. Ornamento del paese sono i portici; e sotto questi i signori a Lucca pranzavano l’estate. Quivi molto si giocava al pallone; gli alloggi erano ad alto prezzo, attesochè non vi capitano forestieri; ma frequentati erano i bagni, intorno ai quali moltissimo si occupa Montaigne. A Pisa ognuno stava occupato a lavorare. Nelle nazioni libere (egli riflette) non si fa distinzione fra le persone; anche le infime tengono alcun che di signorile ne’ modi; fin nel domandare la limosina mescolano sempre qualche parola d’autorità: — Datemi l’elemosina, volete? — Fatemi la carità, sapete?» e uno a Roma diceva: — Fatemi bene per l’anima vostra».
A Roma, dopo rigorosissimo rimuginar di bauli, specialmente pei libri, trattenendogli i sospetti, alloggia all’Orso; pranzasi alle due, cenasi alle nove; vi si sentono meno campane che non in qualche villaggio di Francia, e non immagini; le chiese men belle che nel resto d’Italia e in Francia; le abitazioni mal sicure, a segno che chi avesse denari gli affidava ai banchieri. Un predicatore fu arrestato perchè declamò sulle generali contro il lusso de’ prelati. In carnevale facevansi corse or di fanciulli, or di vecchi nudi, or di ebrei o di cavalli con ragazzi, o d’asini, o bufali: gentiluomini e dame vi correano la quintana, e faceano altri esercizj cavallereschi, in cui erano spertissimi; e anche le donne mostravansi senza maschera. Il popolo minuto assai più devoto che in Francia; non così i cortigiani e i ricchi. Vi abbondavano gli spiritati e gli ossessi. Alla processione del Volto Santo forse dodicimila torcie si accesero, e file di Battuti si flagellavano, mentre altri accorreano a confortarli con vino e confetti, e lavar di vino l’estremità del loro staffile.
Tutto era pieno di forestieri, sicchè la varietà d’abiti e costumi non facea colpo. Vide arrivarvi un ambasciatore del re di Moscovia, con lettere dirette al gran governatore della signoria di Venezia, credendo questa città fosse nella dizione del papa; invitato a una cavalcata che fu di cencinquanta a duecento cavalli, quell’ambasciatore rise, dicendo che nel suo paese si fanno di venticinque o trentamila.
Il veder tante cose, l’udir prediche, il bazzicare cortigiane, che faceano pagare anche la conversazione, cacciavano la malinconia da Montaigne, il quale ambì ed a fatica ottenne il titolo di cittadino romano. La bellezza delle nostre donne non gli pareva poi tanto mirabile; pure di brutte ne vedeva assai meno che in Francia, e migliore la testa e dalla cintola in giù; maggior maestà di comporto, mollezza e soavità; maggior ricchezza nel vestire, tutte perle e pietre; molte appajono in pubblico, però distinte dagli uomini, eccetto che nelle danze, ove procedono con molta libertà. Gli uomini vestono positivo, di nero e di sargia di Firenze, ed hanno apparenza alquanto vulgare, benchè cortesi e graziosi; quantunque i Francesi non vogliano confessare tali quei che non sopportano le loro trascendenze. «E benchè noi (soggiunge) facciamo ogni possibile per iscreditarci, pure hanno affezione antica e riverenza per la Francia, in modo che vi sono rispettati tutti quelli che il meritano, o che si comportano senza offenderli».
Da Roma a Milano i mulattieri consumavano venti giornate, e pagavasi due bajocchi per libbra il trasporto delle merci. Tutta la costa era orlata di torri per respingere i pirati; del cui accostarsi correva l’avviso in un’ora dall’estrema Italia fino a Venezia. Loreto era affollata di devoti, e piena di voti e di miracoli. A Pavia trovò il peggior albergo che mai al Falcone; e quivi e a Milano carissima la legna, e rari i materassi. Milano, la città più popolata d’Italia, piena di ogni sorta artigiani e mercanzia, ha aria di città francese. Torino, piccola, in luogo molto acquoso, è mal edificata e non piacevole[164], benchè per mezzo della via corra un fiumicello che la deterge: la lingua popolesca non ha quasi d’italiano che la pronunzia e francesi le parole[165].
Un viaggio in Italia scrisse pure, fra altri, il presidente Misson (Aja 1702), tutto sfavillante di scherzi e rimproveri contro le superstizioni romane; eppure egli stesso empì il suo Teatro sacro delle Sevenne di miracoli, operati a onore de’ Protestanti ivi uccisi.
Le potenti individualità, ch’erano comparse al tempo del rinnovamento, dileguavansi entro un’uniformità regolare; non la rompevano che il disordine o il misfatto, i bravi o gli artisti, de’ quali ancora fu spesso bizzarra e agitata la vita. Il Chiabrera ammazzò un gentiluomo romano; il Davila un altro, e al fine egli stesso fu assassinato in viaggio; Torquato Tasso tira stoccate; il Murtola e il Marini si fanno guerra sia di fucilate sia di spionaggio; il Boccalini è battuto a morte con sacchetti d’arena; Annibale Bimbioli, professore di medicina a Padova, fu nel palazzo vescovile trafitto da un Padovano di casa Trivigiani; Giuseppe Ortale, poeta siciliano, era detto il cavaliere sanguinario per la sua maestria nella scherma; Alessandro Stradella, famoso compositore napoletano, avendo sedotta l’amante d’un signore veneziano, questi mandò sicarj a cercarlo per tutto, i quali lo assalsero più volte, lo pugnalarono a Torino, e appena guarito l’assassinarono a Genova; Lorenzo Lorenzini, turcimanno agli amori di Luigia d’Orléans col principe Ferdinando, fu da Cosmo III tenuto vent’anni in fortezza a Volterra, ove studiò le matematiche, e fece il libro XII delle Sezioni coniche; Muzio Oddi, convinto di comunicare i secreti del Consiglio alla duchessa, fu dal duca d’Urbino chiuso in prigione per sette anni, ove fabbricatosi inchiostro e carta, scrisse di matematica, e uscitone il 1609, fu molto adoprato come ingegnere militare.
E assalti, schioppettate, coltellate s’imbattono nella vita di qualunque, anche più quieto. In Venezia, dov’era proibito portar armi, fu permesso a frà Paolo Sarpi di farsi accompagnare da un frate laico coll’archibugio. Elisabetta, figlia del pittore Andrea Sirani allievo di Guido, e rinomata per la quantità e il merito de’ suoi dipinti e delle incisioni all’acquaforte, a ventisei anni fu avvelenata. Giacomo Torelli di Fano macchinista architetto, a Venezia assalito una sera, difendendosi perdette alcune dita. Il Panigarola, famosissimo predicatore milanese di prodigiosa ritentiva, a soli tredici anni fu mandato a Pavia a studiar leggi, ed è bello udirgli dipingere la dissipazione degli studenti d’allora. — A poco a poco (narra egli stesso) così sviato divenne, che questione e rissa non si facea, dove egli non intervenisse, e notte non passava, nella quale armato non uscisse di casa. Accettò di più d’esser cavaliero e capo della sua nazione, che è uffizio turbolentissimo, e amicatosi con uomini faziosi di Pavia, più forma aveva ormai di soldato che di scolare. Nè però mancava di sentire in alcun giorno li suoi maestri,... de’ quali, sebbene poco studiava le lezioni, le asseguiva nondimeno colla felicità dell’ingegno, e le scriveva; e quando andava talora a Milano, così buon conto ne rendeva al padre, che levava il credito alle parole di quelli, che per isviato l’aveano dipinto. Si trovò egli con occasione di queste brighe molte volte a Pavia in grandissimi pericoli della vita; e fra gli altri trovandosi presso San Francesco in una zuffa fra Piacentini e Milanesi ove fu morto un fratello del cardinale Della Chiesa, da molte archibugiate si salvò colle schermo solo d’una colonna, ove pur anche ne restano impressi i segni».
Domenico Moni di Ferrara, strappatosi all’austerità certosine, sposò una fanciulla che amava, e si diede alla filosofia. Non traendone però di che vivere, si fece medico; ma non meno di quelle povere verità gli spiacque (com’e’ diceva) questa ricca impostura. Si applicò alle leggi, e qui pure soffrì disgusti; finchè imbattutosi a vedere il Bastarolo che dipingeva, s’attaccò affatto a quest’arte, e vi fu de’ più fecondi e non dei più infelici; in pochi giorni concependo e finendo quei quadri, di cui è sparso il Ferrarese. Mortagli la moglie, ne concepì fiera malinconia; dominato dalla quale, passò fuor fuori un abate romano che per caso l’urtò, e salvossi presso il duca di Modena.
Venuto per una lite a Milano Bartolomeo Dotti della Valcamonica, il senato ebbe a farlo arrestare, e bruciar per mano del boja alcuni suoi scritti satirici contro quei senatori: dal castello di Tortona riuscito a fuggire, e a Venezia preso servigio, meritò il cavalierato, e infine vi si stabilì come agente della valle natìa. Careggiato pel suo motteggiare, ma insieme temuto e odiato, una sera, mentre in pianelle e vestone tornava da un vicino ritrovo, fu trucidato.
Vita avventurosissima menò pure il conte Majolino Bisaccioni ferrarese. Servendo agli stipendj di Venezia, ebbe un affar d’onore con un capitano; un altro con Alessandro Gonzaga, sotto il quale avea militato in Ungheria: toltosi dall’armi, fu podestà nel Modenese; accusato d’una fucilata contro un avversario, si scagionò; e il principe di Correggio il prese amministratore civile e militare del suo paese, e con onori compensollo di nuova prigionia inflittagli per sospetti che dissipò; il volle seco a mensa, in carrozza, e a tenere un torneo. Rimessosi militare, difese Vienna nell’assedio del 1618; fu poi adoprato in affari d’importanza anche da Vittorio Amedeo di Savoja, finchè un nuovo duello lo pose in altri guaj. Ritirossi alfine a Venezia, ebbe titoli e onori dal re di Francia, i quali nol tolsero dall’indigenza: scrisse novelle e drammi e apparati scenici, e sull’arte della guerra, e alquante operette storiche, e una violenta lettera a un certo Fulvio Testi, che l’aveva attaccato con un libello infame.
Se vogliamo seguitare cotesti genj eterocliti, ecco Paolo Beni, reputatissimo letterato, ma accattabrighe in tutte le baruffe di quel tempo; difese il Tasso, e in generale credeva la lingua moderna migliore e più ordinata dell’antica; sul qual conto lanciò severe critiche alla Crusca, non risparmiando Dante, Petrarca, Boccaccio, e tanto meno i viventi, e n’ebbe ripicchi durissimi. Paolo Guidotto Borghesi da Lucca fu pittore, scultore, letterato, astrologo, sonatore, musico, architetto, matematico, insomma quattordici arti possedette, ciascuna delle quali sarebbe bastata a farlo ricco, e tutte insieme nol tolsero di miseria; volle fare sperimento di volare, a grave suo costo; eseguiva gruppi di molte figure, lodati dal Marini e da altri contemporanei; emulò il Tasso, opponendogli la Gerusalemme rovinata e distrutta in altrettante ottave.
Antonio Oliva di Reggio in Calabria, teologo del cardinale Barberini, cacciatone per immoralità, si mette capo di briganti, è arrestato, poi uscito di prigione diviene professore di medicina a Pisa, e alla prima lezione recita una diceria del Moreto come sua, e scoperto di tale soperchieria, risponde: — Non volevo dir male, e non avrei saputo dir meglio che colle parole di quel latinista». Eppure nelle grazie del granduca entrò sì avanti, che fu posto uno dei nove nell’Accademia del Cimento, nella quale però non troviamo operasse nulla d’importante, solo avendo l’arte dei ciarlatani che non fan nulla, di farsi credere un ingegno grande. Bentosto scandalose avventure gli resero necessario il ricoverare a Roma, dove come medico avvicinò cardinali e pontefici: finchè scoperto che era uno dei fondatori di una società de’ Bianchi, imputata di oscene adunanze, Alessandro VIII lo fece arrestare: posto ad esame e temendo di peggio, si precipitò da una finestra.
Tra gli scrittori bizzarri cerniremo Tommaso Garzoni di Bagnocavallo, che a undici anni compose un poema in ottave sui trastulli fanciulleschi; poi fatto canonico lateranese, crebbe di cognizioni; nel Teatro de’ varj cervelli mondani (1583) passa in rivista i cervelli, cervellini, cervelluzzi, cervelletti, cervelloni, cervellazzi, ciascuno suddividendo in modo da ordirne cinquantacinque discorsi, ove lo spirito è scipito quanto affastellata e indigesta l’erudizione. Nella Piazza di tutte le professioni del mondo discorre su cencinquantacinque professioni, dal re ai dotti, ai ciurmadori, ai mestieranti, a ciascuno soggiungendo quel che gli casca alla memoria. Nell’Ospedale de’ pazzi incurabili passa in rassegna le diverse follie in trentatre discorsi, ognuno de’ quali conchiude con una preghiera a qualche dio per la guarigione delle specie de’ pazzi di cui parlò. La Sinagoga degli ignoranti va sul piede stesso, definendo l’ignoranza, i segni suoi, le cause che la sviluppano e mantengono, le funzioni degli ignoranti, fra le quali è precipua il censurare i dotti, calunniarli presso ai grandi o al mondo. Nel Mirabile cornucopia consolatorio loda le corna a consolazione d’un marito malcapitato. Nel Serraglio degli stupori del mondo distribuiva in dieci appartamenti i diversi soggetti straordinarj, mostri, prestigj, oracoli, sogni, e quanto avea tratto da una indigesta lettura. Queste opere levarono grido e furono volte in francese, ma nessuno più ne sopporterebbe la lettura.
Non dimentichiamo Giulio Cesare della Croce, nato a Persiceto nel Bolognese: povero orfano educato da uno zio maniscalco, aperse bottega a Bologna, e invaghitosi dello scrivere, fece molte opere rozzissime, fra cui una che sopravviverà a tutte queste nostre, il Bertoldo. Le ripetute edizioni nol trassero dalla sua mascalcìa, e solo invecchiando accettò una pensione da signori bolognesi.
Vincenzo Bianchi veneziano a vent’anni supplica di leggere nell’Università di Padova i Dialoghi di Platone gratuitamente: ma i Riformatori rispondono esser legge che niun professore manchi di stipendio. Dal celebre Du Fresne, allora ambasciadore di Francia a Venezia, raccomandato ai ministri e al re, passa in Francia, vi ha grandi accoglienze e facoltà di dar lezioni nel collegio de’ professori regj e di «poter di ciò che più gli piacesse ragionare dalla cattedra»: distinzione che spiacque ai Francesi. Molte cose scrisse, fu in corrispondenza con Keplero; ma credeva fermamente alla predizione degli astri, e si vantava di gran nascita e gran titoli, conte, discendente dai Comneni imperiali, mentre era figlio d’un ragioniere.
Lo strano erudito Teofilo Rainaud di Sospello, gesuita, ricusò il vescovado di Ginevra; a Ciamberì essendo entrato in corrispondenza col padre Monod, prigione allora nel castello di Montmeillant per castigo del Richelieu, meritò le costui vendette, sicchè venne côlto e processato; fu scoperto innocente, ma solendo i potenti persistere per non confessare d’aver avuto torto, eccolo di nuovo prigione; poi liberato, s’acquistò la grazia del legato pontifizio, e fu adoprato in varie pratiche. Scrisse ben novantatre opere senza un morso di lima; il genio storico esercitò contro i Giansenisti; la sterminata erudizione sparpagliava col vaglio, talchè il titolo non corrisponde mai alla materia che assume, e per esempio, nel trattato Della Rosa benedetta ragiona della quaresima.
Del pari stravagante fu Antonio Magliabechi di Firenze (1633-1714). Messo a giojelliere, la sua passione pei libri gli guadagna il cardinale Leopoldo de’ Medici, e Cosmo III gli affida la biblioteca da lui fondata. Vero divoratore di libri, li esaminava come fanno i giornalisti, cioè leggendo il frontispizio, l’indice, la dedicatoria, la prefazione, al più un’occhiata a ciascuna divisione, e tanto gli bastava per dirne il valore. Quanto leggea restavagli nella ferrea memoria: de’ libri ammonticchiati sapeva per reminiscenza la postura, e rimuginando mettea le mani su quel che gli occorresse. Perciò come a biblioteca vivente ricorrevano a lui i dotti d’ogni parte, ed egli rispondeva a pieno e a fondo, citando fin le parole e le pagine: — Io non ho mai notato (scrive egli al Fontanini nel 1698) cosa alcuna di quelle che mi abbia letto; del che ne sono stato ripreso infino da questi serenissimi principi. Diverse cose ho io in mente; ma non posso fidarmi della memoria, ed il riscontrarle mi si rende quasi impossibile, per aver tutti i miei libri ammassati.... onde per prenderne uno è necessario il rovistarne dugento.... Il nobilissimo signor Rostgaard potrà attestarle che, avendo esso avuto bisogno del secondo tomo delle opere del Libanio, io gli dissi subito dove l’avevo, ma gli convenne levar prima intorno a cinquecento libri in-folio sotto li quali era. Le notizie che ella brama le ho in mente senza aver bisogno di cercarle, ma in nessuna maniera mi fiderei della mia memoria senza riscontrarle ne’ libri, ne’ quali le lessi». Rispondendo a tutti, cercava ingordamente la fama, e l’ottenne estesissima, dando per riavere, lodando in faccia, poi tassando alle spalle[166], e fin al granduca scrivendo lettere ad aggravio ed infamia del terzo e del quarto, e per le viscere di Gesù Cristo pregandolo le bruciasse. Quanto cortese agli stranieri, tanto mostravasi burbero e sprezzante verso i nazionali; ne eccitava le gelosie, lieto di vederli deprimersi tra loro; chiamava asino il Viviani, mordacchiava il Redi, il Magalotti, il Coccapani ed altri: ma trovò chi lo rimorse. Il suo più lungo viaggio fu sino a Prato per riconoscere un manoscritto. Deforme, zotico, strano ad ogni gentil sentire, sempre solitario senza manco un servo, addosso un abito a strappi e a frittelle, non mutando la camicia finchè non gli cadesse a brandelli, stava fitto l’intiero giorno sul suo seggiolone, ivi dormiva, ivi mangiava senza interrompere la lettura, e i rimasugli de’ cibi servivano di segnale ne’ libri, o imputridivano tra la rinfusa congerie di questi, unico arredo di sua casa. Teneva un caldanino per le mani, neppur lasciandolo quando andava dal granduca; e avendogli quello una volta bruciato i panni, egli non se ne avvide che allo scottar delle mani. Nulla scrisse; e noi che vogliamo misurare la potenza dall’atto, temiamo doverlo porre fra quei molti che, per serbarsi in reputazione, hanno duopo di non pubblicare le cose che promettono.
Ferdinando Stocchi di Cosenza vantavasi astrologo, e di scoprire colla cabala i ladri, i tesori nascosti, i rimedj contro malattie inveterate. A Carlo Calà, avvocato che coll’arte sua erasi guadagnato tanto da divenire duca di Diano e marchese di Villanova, fece credere d’avere scoperto i fasti d’un suo antenato, discendente da re e morto santo; inventò documenti e reliquie; e queste furono poste sugli altari, quelli esposti in una Storia degli Svevi e del conquisto de’ regni di Napoli e di Sicilia per l’imperatore Enrico VI, con la vita del beato Giovanni Calà, capitan generale che fu di detto imperatore (Napoli 1660): ma un suo complice morendo lo palesò, e le ossa si scoprì essere di un asino.
Fra questi tipi bizzarri non dimenticheremo il lucchese Zamet, che condottosi in Francia sotto la protezione di Caterina de’ Medici, e addetto ad Enrico III come calzolaio e guardaroba, si fece gradito coi molti, e mostrò grand’abilità nei maneggi, sicchè presto accumulò ricchezze, e divenne amico di Mayenne, di Enrico IV, di Maria de’ Medici. Applicatosi alle finanze, prese grossa parte negli appalti, fabbricò e addobbò un ricchissimo palazzo, convitava suntuosamente, fu spesso usato a trattare nei tumulti della Lega, e adoprò alla conversione di Enrico IV, che poi se ne valeva quando volesse deporre la regia maestà, e per conversare alla domestica colla Gabriella e con qualche altra, e alla borsa di lui ricorreva, fosse per comprar amici o amiche, fosse per pagare le grosse perdite al giuoco. Anche i primarj signori valeansi di esso; in casa di lui si trattò se accettare il concilio di Trento; con lui Carlo Emanuele menò le tresche a Parigi (pag. 63); da lui scavalcò Maria de’ Medici arrivando sposa del re; e dopo la morte di questo procurò elidere la funesta influenza del Concini sulla Reggente, della quale infine ottenne la confidenza, sicchè spesso ella andava a pranzo da lui e vi riceveva i grandi. Impetrava posti lucrosi, e col denaro sapea farsi perdonare gli abusi; conseguiva favori di grandi e di belle; fu signore, barone, consigliere, capitano, soprintendente alle fabbriche di Fontainebleau e alla casa della regina, insomma quel che volle; e stipulando il matrimonio di suo figlio, al notaro che gli chiedeva i suoi titoli disse: — Qualificatemi signore d’un milione e settecentomila scudi». La sua stirpe fu tra le illustri di Francia.
Ivi il banchiere italiano Tonti nel 1653 istituì primamente i prestiti a vitalizio, dal suo nome detti Tontine. Suo figlio cavaliere Tonti, datosi all’armi, e in una fazione in Sicilia perduta una mano, con Lasalle operò assai alla scoperta del Mississippi; e morto quello (1687), vi rimase ad assodare i nuovi possedimenti della Francia; e i cantoni ch’e’ popolò in riva al gran fiume, furono detti Piccole e Grandi Tontine.
Famiglia di ben maggiore interesse in Francia fu quella che il cardinale Mazarino chiamossi attorno dacchè si trovò a capo di quel regno, e bisognoso di formarsi un circolo d’amici e parenti ricchi colà dove era sprezzato come uomo nuovo da una nobiltà che nulla valutava il merito personale. Due delle sue nipoti avrebbero potuto divenire regine di Francia s’egli non poneva freno alla benevolenza dei regnanti: una come reggente del ducato di Modena, non si mostrò meno abile di qual altra si fosse gran donna: una indovinò il talento di La Fontaine, e lo incoraggiò sulla via nella quale non dovea trovar competitori: una divenne la madre del principe Eugenio di Savoja. E se la cronaca troppi soggetti di scandalo trasse dai prestigi di loro avvenenza, anzichè bassi istinti e cuore corrotto, palesarono splendide facoltà, come che non dirette, nè sofferenti di freno nel bisogno prepotente d’azione.
Lucilio Vanini (1585-1619), prete napoletano, viaggiò Europa sotto diversi nomi, e con alquanti compagni predicando tutt’altro che il vangelo, professandosi scolaro del Pomponazzi, del Cardano, di Averroe, di Aristotele «dio de’ filosofi, dittatore dell’umana sapienza, sommo pontefice de’ sapienti»; e dicendo il diavolo essere più forte di Dio, giacchè tuttodì intervengono cose che non potè volerle Iddio. Le critiche del cristianesimo pone in bocca al terzo o al quarto, fingendosi inorridito all’udirle; come si finge encomiatore de’ Gesuiti, apologista del concilio di Trento, e accannito contro Lutero, egli che pur al cristianesimo move guerra da filosofo nell’Amphiteatrum æternæ Providentiæ, da fisico nei sessanta dialoghi sugli Arcani della natura, a vicenda panteista e materialista. Nel primo spiegando cos’è Dio, agita il problema della provvidenza e della fatalità, e mostrando ribattere Cardano e gli atei, ne mette in risalto gli argomenti; e le prove della provvidenza riduce agli oracoli, alle Sibille, ai miracoli, cui descrive dal lato debole con un’aria dabbene che non può fare illusione. Fisicamente deriva l’uomo dalla putrefazione e dal successivo perfezionarsi della specie: anche in forza talora è sopravanzato dagli animali, onde non può dirsi a questi superiore in destinazione, e il meglio che può fare si è vivere e godere. «Perduto è il tempo che in amar non si spende»; nè la morale ha fondamento che nelle leggi.
Traverso alla Germania, procedette nella Boemia, semenzajo delle dottrine che cagionavano la guerra dei Trent’anni; ivi discusse con un Anabattista, meravigliantesi che i Cristiani disputino di lana caprina; con un ateo ad Amsterdam; a Ginevra coi Riformati, e sentendovisi mal sicuro, passò a Lione; donde per paura del rogo si volse a Londra, e quivi «si attirò la persecuzione de’ Protestanti, tenuto prigione quarantanove giorni, preparato a ricevere la corona del martirio, alla quale aspirava con indicibile ardore»[167]. Scarcerato, viene in Italia, e a Genova apre scuola molto frequentata: ma le sue dottrine ben presto scandolezzano sì, che deve rifuggir a Lione, poi si veste monaco in Guascogna, edifica colle prediche, col confessare, colla devozione, finchè scoperto vizioso viene espulso. A Parigi lo ricoverò il nunzio Roberto Ubaldini, aprendogli la sua ricca biblioteca, donde egli stillava il peggio, e lo diffondeva tra i giovani medici e poeti, sicchè, dice il padre Mersenne, a lui avversissimo, cinquantamila atei contavansi a Parigi. La Sorbona riprovò i suoi Dialoghi sulla natura, ed egli piantatosi a Tolosa vi teneva arcane conventicole, apostolava i giovani: e poichè a quelle dottrine cresceva pericolo il fermentare delle guerre di religione, egli fu denunziato al parlamento; e gravemente sospetto anche per esserglisi rinvenuto un grosso rospo chiuso in un’ampolla, venne condannato al taglio della lingua e al fuoco per mago e ateo: accuse per verità repugnanti. Durante il processo avea professato le migliori credenze; condannato, si chiarì empio, ricusò i conforti della religione, si vantò più intrepido del Cristo, il quale avea sudato d’ambascia.
Anche Ferrante Pallavicino (1618-44), primogenito d’insigne casa piacentina, canonico regolare a Milano, lodato per dottrina, avvoltolatosi in amori volgari, spendeva, scribacchiava, e ritiratosi a Venezia, dirigeva agli amici lettere come venissero da Lione, da Parigi, d’altrove, narrando finti viaggi: — Stupisce chi mi vede occupato in ogni altro passatempo fuorchè nello scrivere, e pure scorge la frequenza de’ miei libri. Questo stupore mi è sovrabbondante mercede»[168]. In fatto acciabattava libri, storie sacre e profane, novelle, panegirici, epitalamj, talvolta ascetico, sempre ampolloso, rinvolto, bujo e con descrizioni lascive: e per esempio, nelle Bellezze dell’anima, trattato spirituale, al capitolo XIII discorre della bellezza delle poppe. Pari contaminazione hanno la Susanna, il Giuseppe, il Sansone, la Bersabea.
Parlò con disprezzo stizzoso degli Spagnuoli, e dei principi in generale con arroganza, il che gli procacciò reputazione di liberale. In Germania vide messo alla ruota un Calvinista, col quale entrato in disputa sulle cose dell’anima, se ne lasciò convincere, e d’indi in poi menò a strapazzo le cose e le persone sacre. Il suo Divorzio celeste cagionato dalle dissolutezze della sposa romana, e consacrato alla semplicità de’ scrupolosi (1643) fu tradotto in varie lingue dai Protestanti, e continuato probabilmente da Gregorio Leti, dividendolo in tre libri, i Costumi dissoluti dell’adultera, il Processo de’ bastardi di quella, il Concorso di varie Chiese allo sposalizio di Cristo (1679). Nel Corriere svaligiato spettorò d’ogni genere calunnie contro il papa, i cardinali, i Gesuiti, tutti i governi, i letterati, con oscenità e sali putidi. Lo stampò alla macchia, onde la Signoria di Venezia il fece carcerare; uscitone, infierì peggio di prima contro de’ principi e di papa Urbano VIII e del buon costume, e fra altro scrisse la Retorica della p... dedicata all’università delle cortigiane più celebri. Un De Brèche parigino, assoldato dai Barberini, fintosegli amico, lo persuase a ridursi in Francia, dove potrebbe stampare altre opere irreligiose; e così lo menò ad Avignone terra di papa, ove arrestato e messo sotto processo, dopo quattordici mesi fu decapitato a ventisei anni. Subito comparvero due dialoghi intitolati L’anima di Ferrante Pallavicino; forse fattura di Gianfrancesco Loredano, ove si malmenano papa, prelati, letterati, costumi.
Osteggiò le dottrine cattoliche anche Gregorio Leti (1630-1701) milanese, che dissipato in viaggi ogni aver suo, e impigliatosi coi Riformati, professò il calvinismo a Losanna, insegnò a Ginevra, e scrivendo contro la Chiesa cattolica v’ottenne la cittadinanza. La maldicenza sua il fece presto sgradito, e da «una inquisizione più orribile di quella di Roma» furon dati al fuoco il Livello politico, l’Itinerario, il Vaticano languente, come portanti proposizioni contrarie alla fede, ai costumi, allo Stato, ed egli cancellato di cittadino. A Parigi cercò il favore di Luigi XIV col gonfio panegirico La fama gelosa della fortuna. Passò in Inghilterra, ove, dic’egli, dallo scisma di Enrico VIII «sono nate tante disgrazie a quell’isola ed a quei popoli, che si può dire che da quel tempo in poi non hanno avuto momento di riposo i carnefici, essendo un miracolo che la Tamisa si navighi sopra acqua e non sovra sangue»[169]. Da Carlo II ebbe accoglienze e mille scudi per iscrivere l’Istoria della Grande Brittania; ma il fece in modo che dovette ancora andarsene, e ingiuriò quelli che dianzi avea blanditi. In Olanda l’erudito Le Clerc, vago di sua figlia, il fece accogliere e creare storiografo della città di Amsterdam, ove morì improvviso.
Parodia dilavata dell’Aretino, vivente dal trafficare d’incensi e d’ammoniaca, forse cento volumi lasciò di storie non meditate e prolisse; sulla Francia, il Belgio, l’Inghilterra, la Spagna, Carlo V, Filippo II, il duca d’Ossuna, il presidente Aresi, scambietti di ira o adulazione, zuppe di baje. Vantava aver sempre tre opere ad un tempo sul telajo, e quando gli mancassero materiali per l’una, s’occupava dell’altra: ma non pensava, come dice Bayle, se non a ingrossar volumi e moltiplicare dedicatorie; rapsodo senza pel di critica, e così irriflessivo, che pur abitando in Olanda, disse che la Schelda e il Reno passano per Rotterdam. Chiesto dalla Delfina se fossero vere le mille sciagurataggini che scrisse di Sisto V, di Filippo II, d’Elisabetta, rispose che una cosa ben immaginata piace quanto e più che la verità. Ma la menzogna neppur sa coprire collo spirito e collo stile: sempre negletto e nojoso scribacchiatore, ridicolosamente pretenzioso, grottescamente iperbolico, lonzo, prolisso, nessun mai lo leggerebbe, se non allettassero le invereconde diatribe di cui insozza i suoi scritti, massime contro Roma: e i suoi Precipizj della Sede apostolica, la Strage dei Riformati innocenti, il Sindacato di Alessandro VII col suo viaggio all’altro mondo, Roma piangente, la Vita di donna Olimpia Maldachini, il Nepotismo, il P...nesimo romano, l’Ambasciata di Romolo ai Romani furono divulgati e tradotti per sentimento malevolo; solo un liberalismo limaccioso testè, insultando al buon senso e fidando nei troppi lettori che non l’hanno, osò lodare e riprodurre le costui opere sol perchè codardamente sputacchia papi e preti in seconde edizioni di libri, dove gli avea codardamente leccati[170].
Giuseppe Francesco Borri milanese (1625-95) entrò nella Corte del papa come chimico e medico, e rotto alle peggiori sregolatezze, fuggì castigo col fingersi corretto, e cominciò a dirsi ispirato dal Cielo a riformare il mondo, rimettere la purezza nella fede e ne’ costumi, ridur tutti in un solo ovile, e chi ricusasse, sterminare per mezzo degli eserciti pontifizj, di cui egli sarebbe capitano con una spada datagli da san Michele. Impastò allora una strana religione, secondo la quale Maria Vergine era di natura divina, presente essa pure nel santissimo sacramento, figlia del Padre, eguale in tutto al Figlio, e incarnazione dello Spirito Santo; e questo e il Figlio sono inferiori al Padre. Con Lucifero caddero molti angeli, i quali volteggiano per le regioni dell’aria: e per loro mezzo Iddio creò la materia e gli animali bruti; mentre gli uomini hanno anima divina e ispirata. La creazione non fu atto di libera volontà; ma Dio vi si trovò costretto. I figli concetti nel peccato, ne serbano la sozzura.
Attuando la sua Chiesa, dai discepoli, che chiamava Ragionevoli o Evangelici, esigeva voti d’unione fraterna, di segreto inviolabile, d’obbedienza a Cristo, agli angeli, di fervente apostolato, e di povertà; per la quale consegnavano ad esso ogni aver loro, ed egli coll’imposizione delle mani impartiva ad essi la divina missione. Copriva gl’insegnamenti di arcano e di formole iniziatrici: ma venuto papa Alessandro VII, il Borri dovette ritirarsi a Milano, continuando a far proseliti. Come l’Inquisizione sì a lungo il lasciò predicare? peggio gli avvenne quando si scoperse che divisava ribellare Milano e Italia dagli Spagnuoli, e di là estender le conquiste. In contumacia condannato al fuoco e alla confisca, egli era fuggito a Strasburgo, donde ad Amsterdam, ben accolto come vittima dell’Inquisizione; ma in breve caduto di credito, cercò denari cogli strologamenti e coll’alchimia.
Le costui dottrine son deposte nella Chiave del gabinetto del cavalier Giuseppe Francesco Borri, col favor della quale si vedono varie lettere scientifiche chimiche e curiosissime, con varie istruzioni politiche, ed altre cose degne di curiosità, e molti segreti bellissimi (Colonia 1681). Fingonsi scritte a principi, e trattano dei segreti della grand’arte; per la quale ottenne molte somme dalla regina Cristina di Svezia per fabbricare oro, molte da Federico III di Danimarca, pel quale dettò anche istruzioni politiche. Ma alla morte di questo, si sottrasse colla fuga all’odio del successore, e avviossi per la Moravia in Turchia: arrestato qual complice delle trame allora ordite in Ungheria, l’imperatore lo fece consegnare al nunzio pontifizio, che lo spedì a Roma. Ivi dal Sant’Uffizio fu obbligato a pubblica e solenne ritrattazione de’ suoi errori e far penitenza nelle carceri: l’ambasciadore di Francia ch’egli aveva risanato, ottenne fosse trasferito in castel Sant’Angelo, ove ebbe anche laboratorio e larghezza fin di uscire, e vi morì di settantanove anni. I suoi seguaci in Milano «dopo lunghi esami, convinti di complicità nelle sue eresie, furono pubblicamente abjurati, e rimessi a tempi determinati e ad arbitrio nelle carceri dell’Inquisizione, con altre penitenze ancora, e con obbligazione di portare per contrassegno de’ loro falli una mantelletta gialla sopra le spalle». Così il Brusoni[171], il quale largamente ragguaglia delle dottrine del Borri «perchè veramente di nessun altro eresiarca si leggono tante e così stravaganti follie nella materia della fede».
Pochissimi altri uscirono di patria per professare dottrine avverse alla Chiesa; e dentro non restavano altri eretici che nelle valli valdesi. Nel 1614 fu scoperta nel Napoletano una setta di mistici sotto suor Giulia di Marco di Sepino terziaria di san Francesco, e il padre Agnello Arciero crocifero, e il dottore Giuseppe De Vicarj, che sotto aspetto di gran devozione si abbandonavano a laidezze: scoperta dai padri Teatini, mentre moltissimi li tenevano in conto di santi, il vescovo di Calvi qual legato dell’Inquisizione di Roma cominciò processo, gran rumore levandone i partitanti numerosi e i Gesuiti che credeano alla coloro virtù; sicchè la causa s’impegnò fra due Ordini potenti, e in conseguenza clamorosissima. Pure quei tre furono come eretici condannati a carcere perpetuo.
Ma già s’insinuavano nelle menti lo scetticismo e l’incredulità; e se l’errore diffuso dai Riformatori era stato vinto, i giovani attingevano da Hobbes o da Bayle il dubbio e l’indifferenza. Il Magalotti credette doversi opporre a questi nuovi scredenti, e ad un conte, ateo per moda, scriveva: — Voi vi trovate in capitale, nascita, gioventù, robustezza, valore e condotta; vi vedete amato dal vostro padrone, stimato dai vostri generali, e corteggiato dalle dame... Aggiungete tavole, giuoco, conversazioni, delizie, piaceri e fortuna. Questa fa che, se uscite in campagna, tutte le cose vi vanno sempre bene, facendo voi sempre il vostro dovere; se vi battete in duello, ne uscite sempre con vantaggio; se vi è da fare un’azione di brio, siete sempre il primo chiamato; andate, battete l’inimico, tornate, provvedete di sciarpe tutte le pettiniere delle dame. Entrate a tavola in gran compagnia; ecco il discorso della religione in campagna; sentite un brutale discorrerne con poco rispetto; un altro, che ci fa del libertino, portar con derisione un luogo oscuro della Scrittura; accudir quello che ci fa il filosofo, e farne spiccar l’implicanza colla corrotta ragion naturale. Voi ridete e applaudite, e piacendovi tutto quello che tornerebbe comodo all’esigenza del vostro cuore, la compiacenza poco a poco, senza avvedervene, vi tien luogo di persuasione. Intanto mangiate e bevete allegramente; uscite da tavola bollente di vino, di concupiscenza, di vanità; tornate a casa due ore dopo mezzanotte; per poco alzate la canna, e la battete sul capo al paggio che non vi corre subito avanti a pigliare il lume, al valletto di camera che vi si fa incontro balordo dal sonno; talvolta per energia bestemmiate; entrate in letto; per conciliarvi il sonno leggete un capitolo del Trattato teologico-politico o del Leviathan, dite subito che hanno ragione, e prima di addormentarvi, cominciate a sognare che Alessandro e Cesare, per dire assai, dovevano essere presso a poco come voi, ma non più, certo. Dormite sino a mezzogiorno; andate in chiesa per vedere il bel mondo; affettate soprattutto l’irriverenza, perchè questa vi pare che rialzi il concetto del vostro spirito, della vostra galanteria, della vostra bravura; e in questo caso solamente, sto per dire, vi rallegrate che vi sia religione al mondo per far gala di non farne caso. Questi sono i fondamenti del vostro ateismo».
Alcuni delitti ottennero storica celebrità. Un tesoriere di Pio V si travagliò sì bene, che lasciò ottantamila scudi di rendita al figlio Francesco Cenci, il quale ne usò per voltolarsi nelle peggiori sozzure. Da una condanna per vizio nefando si salvò coll’ammenda di ducento scudi, da altri con cinquecentomila. Odiava moglie e figli, che a vicenda odiavano lui, e cercavano che il papa lo facesse morire, rivelandogliene le infamie: uccisigli due figliuoli, neppure un bajocco volle dar pel funerale, dicendo aspetterebbe a far galloria quando fossero morti tutti. Attentò all’onore di Beatrice, sua bellissima figlia, che maltrattata in guise oscene e feroci, ricorse al papa e non n’ebbe ascolto, mentre il padre sopra di essa crebbe di sevizie e d’oscenità: dalle quali o per salvarsi o per vendicarsi, ella tramò coi fratelli e colla madre di farlo assassinare (1605). Un amante di lei lo promise, poi nicchiò, per quanto ella instasse; ma due vassalli vi s’indussero per denaro, poi fuggirono nel Napoletano. Arrestati, e chiaritasi la colpa, i Cenci alla tortura confessarono, e Beatrice anch’essa, senza voler denunziare il misfatto paterno contro di lei. Valenti avvocati tolsero a difenderla, e principalmente l’illustre Farinaccio, non negando l’uccisione: e papa Clemente VIII, che da prima stupiva si trovasse chi difendeva parricidi, dappoi vi prese interesse. Ma già d’assassinj eransi quell’anno contaminati un Troilo-Savelli che fu mandato al patibolo, e i fratelli Massimi uccidendo la matrigna e fuggendo: poi uno di questi, sperimentato un veleno sopra il cocchiere, lo propinò al primogenito per restare egli stesso capocasa. Intanto poi che agitavasi il processo de’ Cenci, Paolo Santacroce assassinò la propria madre per averne l’eredità. Indignato e sbigottito da tante colpe, il papa lasciò che la giustizia avesse corso; e Beatrice, sua madre e il fratello Giacomo furono giustiziati; il minor fratello Bernardino, conscio e non complice, obbligato ad assistere sul palco al loro supplizio. Guido Reni aveva copiato e tramandò ai posteri l’effigie di Beatrice, compianta universalmente quasi fosse perita per non voler palesare la peggior infamia di quel che avea cessato d’esserle padre; il confessore di lei, mostrandone la testa al pubblico, disse: — Ecco una vittima della propria bellezza»; e fiori ed esequie pomposissime prepararono agli scrittori un tema d’immensa compassione, e talvolta di forsennata bestemmia contro il pontefice, quasi avesse prestabilito una tal fine per impinguare di quelle ricchezze i suoi Borghesi.
E molte avventure e assai processi nacquero da gelosia. Perocchè, come ai tempi d’Atene quando la vita pubblica deperiva, la domestica non esisteva ancora, così nel secolo precedente vedemmo le donne per genio d’intrigo più che per furor di passione cercare di rendersi centro del movimento sociale; e poichè parea gli Dei pagani fosser tornati a esultare fra gli uomini, facevansi perdonare il libertinaggio coll’eleganza, e col mescere al filtro della seduzione il miele dell’arte. Ma adesso furono rinserrate nelle case e nelle cerimonie: e poichè la vita domestica era disabbellita dalla prepotenza d’un capocasa, tiranno dei diseredati fratelli, e un austero ascetismo brigavasi di pratiche esterne più che dell’interiore perfezionamento, guardavansi quali schiave, pronte a ribellarsi, come fecero quando irruppe il deplorabile cicisbeismo.
Jacopo de’ Salviati, di ricchissima casa fiorentina imparentata coi Medici, marito di Veronica Cibo dei principi di Massa, vagheggiava Caterina Canacci cittadina. La moglie gelosa guadagna un costei figliastro, che staccato il capo alla matrigna, il porta alla principessa; ed ella il presenta al marito. Il governo perseguitò gli assassini, ma non la più rea.
Isabella, figlia di Cosmo de’ Medici e sospettata d’infande dimestichezze con questo, fu sposata da Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano; e continuò in amoreggiamenti, mentr’esso a Roma faceva altrettanto. Troilo fratello di lui, invaghitosi della cognata, uccise di propria mano un paggio cui ella davasi in piacere. Paolo tornato, chiamò l’infida moglie, e tra gli abbracci conjugali le strinse al collo un laccio.
Questo Paolo amoreggiava Vittoria Acoramboni, moglie di Francesco Peretti nipote di papa Sisto: ma mentre due fratelli di essa il favorivano, due sostenevano l’altro amante cardinale Farnese sessagenario. L’Orsini si liberò del geloso marito uccidendolo in Roma stessa, e subito volea sposar la donna se il cardinale de’ Medici non avesse trovato quelle nozze troppo disuguali per un suo cognato, e papa Gregorio gliel’impedì sotto pena di ribellione. Morto questo, e succeduto Sisto, l’Orsini sposò la Vittoria, e temendo non il papa lo punisse del nipote ucciso, ricoverò sul Veneto; e a Salò morì ben presto improvvisamente, chiamata erede la Vittoria, a danno di Virginio partoritole dalla Isabella. I Medici si accinsero a cassare il testamento: ma Lodovico Orsini, che serviva agli stipendj di Venezia, trovò molto più spiccio coll’assalire la casa in Padova dove la Vittoria stava, e scannarla con un cognato. Subito la città dà all’arme; i Dieci ne vogliono giustizia; e l’Orsini, che erasi cogli sgherri fortificato in casa, viene a forza preso e strozzato.
E strozzature e avvelenamenti ricorsero spesso nel nostro racconto, e famosi furono i tossici che allora si stillavano, come l’acqua tofána che faceva effetto un anno dopo bevuta; e così l’anello di morte, che a chi lo portasse diveniva letale; e la chiave che il principe Savelli dava ad alcun famigliare per aprir un mobile, dov’era una punta impercettibile, da cui restava appena scalfita la mano, ma ventiquattr’ore dopo seguiva la morte. Casa Medici passava per tremenda mescitrice di letali bevande; e mentre Ferdinando Tacca, figlio dello scultore, avea portato in Ispagna un suo cavallo di bronzo, fu adoperato da don Luigi de Haro o dal conte duca per fabbricar veleni, a richiesta di re Filippo. L’ambasciadore fiorentino a quella Corte, nel riferirne al granduca, aggiunge che il Tacca ne stillò di due sorta, una dal tabacco, l’altra dall’arsenico, e che crede dovessero servire contro il duca di Medina Sidonia, sospetto di voler farsi re di Andalusia, e contro altri grandi, temuti dal conte duca[172].
Insomma nell’altro secolo erasi patito di gravissime sventure esterne, in questo piuttosto d’interna decadenza; colà eranvi bottoni di fuoco e amputazione, qui visceri guasti, e corrotto il principio della vita; e n’era sintomo l’invasione dell’ozio, delle sottilità, dell’enfasi, rivelata nel barocco, ne’ guardinfanti, nelle parrucche. Ampollosa ostentazione di sentimenti non provati, ipocrisia di atti, passioni e nimistà nè sfogate nè dome, limano una gente divenuta decrepita fra patimenti senza lotta, fra miserie deprimenti, e che straziando ciascuno in grembo alla propria famiglia, non ispiravano veruna magnanima risoluzione, ma impotente dispetto o accasciata rassegnazione.
Ai costumi antichi signorilmente domestici subentrava un fasto isolante; a quella franchezza alquanto selvaggia, che seconda gl’istinti e abbandonasi all’immaginativa, alla coscienza, ed è forse necessaria a tutelare la libertà, succedeva un orgoglio senza fermezza, un’ambizione senza pubblica virtù; universale adulazione, inerzia senza riposo, apparato e cerimoniale negli atti come nello scrivere, nel fabbricare come nel dipingere, avventure senza gloria, religione abbujata e intollerante, amministrazione ignara, pazienza trascurante, studj senza progresso, miserie senza compianto sono lo spettacolo d’allora. Rimossi dagli elevati interessi sociali e dalle idee che ingrandivano nella restante Europa, i nostri non cooperarono al prosperamento dell’universale civiltà, côlti da letargo in mezzo ai segnalati movimenti. Più non s’acquistava nome che rinnegando l’indole italiana per farsi di modi e di pensare stranieri. L’uomo interno sparisce, o si nasconde sotto le esteriorità; a queste ogni cosa si riferisce, più curando la devozione che la fede, più la creanza che l’onestà, più i convenevoli sociali che non la moralità, più lo scopo pratico e temporale della convivenza, che non l’ideale ed eterno. Lo spirito in conseguenza si esinanisce; stillansi regole e argomentazioni non sull’essere un’azione onesta o no, ma se o no permessa; non sul diritto, ma sul titolo di esercitarlo; come l’acqua ne’ giardini, così la vita e l’arte doveano serpeggiare per canali artefatti; combattere, pregare, vestire, amare, sposarsi, predicare, poetare, tutto doveva essere conforme alle regole; insomma in ogni cosa il sentimento e l’idea subordinati agli artifizj della forma. Allora concesso ad una classe di poter accumulare senza misura e senza frutto: allora ai governatori un potere indisciplinato e, più che tirannico, irragionevole e schifoso, perchè toglieva ogni limite all’esazione, ogni sicurezza ai possessori: allora l’autorità, non limitandosi alla giustizia civile e criminale, s’impacciava direttamente dell’arti e del commercio, sicchè questa impastojava, e a se medesima diminuiva il rispetto: allora sicurezza nella forza, pericolo nell’innocenza; il vulgo arrozzito ed abituato a prostrarsi silenzioso e stupido sotto l’estremità de’ suoi mali; i signori, involti entro una rete di convenienze, più micidiali che non l’Inquisizione e la Polizia; estesi gli oscuri vizj dell’ignavia e della debolezza; mali soltanto in parte medicati da una pietà piuttosto diffusa che profonda, dal rispetto a se stessi e alla famiglia, da qualche resto di consuetudini patriarcali, che davano ancora ai casati e alla città un’importanza, la quale poi andò smarrita nei dissocianti sistemi dell’universale accentramento.