CAPITOLO CLXII. Luigi XIV e sua ingerenza in Italia. Sollevazione di Messina. Genova bombardata. Guerra della successione spagnuola. Incremento del Piemonte.
Dava allora il tono ai re d’Europa Luigi XIV, intitolato il Grande dalla Francia, della quale per settantatre anni fu magnifico rappresentante, come nella storia rimane personificazione dell’unità francese, e di quel potere che, allora diceva Bossuet, si crede degradato quando gli si mostra che ha confini. Con fasto e magnificenza, conditi di cortesia e buon gusto, ponendosi per unica meta quella che chiamava la mia gloria, volle circondarsi d’ogni sorta di vanti, e anche di quello di conquistatore; e attorniato da insigni generali, menò lunghe guerre, secondo le convenienze più che secondo la giustizia; portò la Francia fin al Reno coll’acquisto di Strasburgo; poi gettatosi all’avventura di interminabili nimistà, pericolò l’indipendenza de’ vicini e l’equilibrio europeo.
Mentre Louvois ministro della guerra spingealo a sempre nuovi attacchi, Colbert ministro delle finanze procura vagli modi a sostenerle, eppure recar la Francia a incredibile prosperità; e diede il nome suo al sistema economico (colbertismo), che consiste nel favorire specialmente l’industria. Pertanto faticò a prosperare le manifatture francesi coll’escluder le straniere; le italiane, gravate d’enormi dazj all’entrata, non poterono più sostenere la concorrenza del prezzo, mentre perdeano anche il primato per qualità; e la moda, che prima avea prediletto le italiane, allora inondò di stoffe francesi anche la nostra penisola.
Internamente Luigi non tollerò veruna disuguaglianza davanti alla sua onnipotenza; privilegi di classe, diritti baronali, esenzioni del clero, interessi delle corporazioni, pretensioni di Roma, riserve dei senati, sentimenti delle comunità doveano cedere alle esigenze dell’unità politica. E poichè vedeasi quanto possa un grande Stato di cui tutte le forze siano accentrate a scopo unico, divenner tipo comune un re assoluto, nobili cui unico privilegio erano gli onori di Corte e i primi pericoli nell’esercito, cittadini protetti e soddisfatti negl’interessi materiali, clero ristretto ad annunziare la parola di Dio e l’obbligo di obbedire; tutti i principi tolsero ad imitarlo, benchè lontani da quella magnificenza, colla quale Luigi ammantava il misfatto sociale di concentrar lo Stato in un uomo solo.
Smanioso d’ogni specie di grandezza, non pago che il suo fosse il secol d’oro della letteratura francese, cercò trarre a sè i migliori artisti d’Italia, prodigò carezze e pensioni agli scrittori che vollero meritarsele. V’avea libri da dedicare? scoperte da applicare? rarità da offrire? tutto dirigevasi al gran Luigi. Nel 1662 incaricò Chapelain, cattivo poeta ma buon critico, di far una nota di 60 persone illustri, di cui 45 francesi e 15 forestiere, da ricompensare. Fra gli stranieri era Graziani «ben versato nelle belle lettere ed eccellente nella poesia»[18]. La lista crebbe di poi, e vi troviamo Cassini «celebre matematico di Bologna, invitato da S. M. a venir in Francia», Viviani «primo matematico del duca di Toscana», Carlo Dati «fiorentino, il più celebre accademico della Crusca», Ferrari «prof. d’eloquenza alla Università di Padova».
Lo scopo non era tanto di premiar il merito, come di eccitarli a lodare il gran re in prosa, in versi, in ogni guisa, e Chapelain e Colbert non lo dissimulano. Avendo il Dati sottomesso a Chapelain alcuni appunti per far un elogio di Luigi, questi scriveva a Colbert: — La cosa non è di piccola importanza, giacchè trattasi del re: onde spero che voi ve n’occuperete, e dopo preso tempo di scorrere questo scritto, mi farete sapere se posso spedirlo pel corriere, o se v’ha cosa da aggiungere o levare». E poco poi annunziando la cosa stessa di Ottavio Ferrari, scrive: — Credo che fra tutti gli scrittori favoriti da S. M., quelli che più son degni di riguardi siano gli storici, e fra questi coloro che trattano degli affari presenti o in relazione coi nostri. Credo che voi la pensiate così, e tal era l’opinione dei due famosi cardinali che fecero la felicità della Francia». Dal marchese Zampieri furono presentati a Luigi dodici panegirici, recitati in dodici città d’Italia a onor di lui; egli invitò in Francia l’antiquario vicentino Giambattista Ferreti, che a lui dedicò le iscrizioni antiche in verso col titolo di Muse lapidarie; al Viviani diede case e pensione; cento scudi l’anno al Dati; cinquecento per un panegirico al milanese Ottavio Ferrario; cencinquanta doppie al Graziani; altre all’Achillini; altre a Vittorio Siri; a un gesuita una medaglia d’oro per un poema latino offertogli; al latinista Bonamici suggerì di narrare la presa di Porto Maone; da chiunque venisse di qua dell’Alpi mandava a salutare il Magliabechi.
Assegnò 2000 scudi a Bernino per la statua equestre, la quale poi fu trovata di sì poco merito. Oltre questo, chiamò in Francia Francesco Romanelli da Viterbo, che molte opere eseguì, e fu fatto cavaliere di san Michele; e Giacomo Torelli di Fano, come architetto regio e macchinista del teatro. Giannettino Semeria genovese che avea avuto dall’India una perla di cento grani di peso, somigliante un torso umano, vi fece aggiungere testa, braccia e piedi d’oro smaltato, e coprire di elmo, pennacchi, lancia, con molti fregi d’angeli, di simboli e trofei ed armi, lavoro finissimo e di mal gusto d’un tal Cassinelli, tutto posato sopra un bacile sostenuto da quattro sfingi; unitevi quattro pistole in filigrana, e un cartello con que’ versi del Guarini
Piccole offerte sì, ma però tali
Che, se con puro affetto il cor le dona,
Anche il ciel non le sdegna,
ne fece dono a Luigi XIV; e subito il giornale ufficiale congratulò il Semeria perchè il gran re l’avesse gradito e intitolatolo singolare, e Genova che possedesse un suddito degnato di tanta bontà dal re[19].
Gli ambasciatori di Francia doveano spiegar pompe e burbanza conforme a quella del monarca; e lo vedemmo nel Lavardino. Allorquando nel 1682 Amelot entrò ambasciadore a Venezia, mosse dal palazzo col suo seguito ed altri gentiluomini e mercanti francesi, entro cinque gondole ricche, e ricchissima la sua propria con cortinaggio ricamato a Parigi, e statue simboliche, schiavi, genj e pitture, da valer meglio di diecimila lire; e i ferri di poppa e di prua erano capolavori di cesello. Così passò all’isola di Santo Spirito, ove trovò un appartamento allestitogli dalla repubblica, e dove ricevette l’ambasciadore imperiale e il nunzio pontificio. Federico Cornaro, deputato dal senato a riceverlo, mosse da San Giorgio Maggiore a capo di sessanta senatori portanti i roboni rossi e la stola di velluto a gran fiori, con gondolieri in velluto azzurro riccamente gallonato. Fra i valletti e i paggi del signor Amelot giunto alla chiesa, ve lo ricevettero i gentiluomini di questo, che lo condussero a mezzo d’essa chiesa, ove l’ambasciadore gli venne incontro a lenti passi. Ricambiati i complimenti dall’uno in francese, dall’altro in veneziano, il cavaliere diede la dritta all’ambasciadore, e così ciascun senatore a quei del corteggio, conducendoli alle gondole e avviandosi alla città. Ed ecco muover incontro una peota carica d’Armeni, Arabi, Persiani, raccolti da un ricco mercante levantino che aveva ricevuto un favore dal gran Luigi. Arrivati al palazzo di Francia, finiti i complimenti, aprì le sue sale a tutti, essendosi tolto ai nobili il divieto d’entrare nel palazzo degli ambasciadori stranieri; e musiche e rinfreschi. Pomposissimamente fu al domani ricevuto nei Pregadi, ove, fatte nove riverenze, andò assidersi a fianco del doge e presentargli le credenziali. Il doge gli regalò dodici vassoj di confetture, due bacini di ostriche dell’arsenale, e molte bottiglie, e banchettò tutto il corteggio, aprendo poi al pubblico i suoi appartamenti.
Cento comparse potrei raccorre: ma restringendomi alla politica, dirò come Luigi XIV mestasse nelle vicende degli Italiani, e non per loro vantaggio. Deplorammo la condizione della Sicilia, e come nelle sue irrequietudini guatasse ai Francesi, nemici naturali de’ suoi padroni. Persistendo le cause, le ribellioni ripullulavano; e subito dopo la sollevazione dell’Alessi, un Antonino Del Giudice, giureconsulto di Palermo, con altri avvocati propose di cercarsi un re, fosse il duca di Montalto o il conte Mazarino; denunziati da questo, vennero mandati al supplizio. La Corte non vedea migliore spediente che ad una parte de’ Siciliani conceder privilegi ch’erano un aggravio per l’altra, e fomentar i gelosi rancori tra Catania, Palermo e Messina.
Quest’ultima avea conservato le libertà municipali, concessele dai Normanni; e v’aggiunse nuovi privilegi, pei quali formava quasi una repubblica sotto la monarchia. Un senato paesano di quattro nobili e due cittadini eleggeva i magistrati, amministrava il patrimonio pubblico, mandava ambasciadori al re, ricevuti come di principi; studiava a magnificare la patria con edifizj, scuole, professori, e far opposizione al governatore spagnuolo; e nei casi più gravi convocava il granconsiglio coi capi delle venti arti. A denaro avea comprato esenzioni dalle gravezze, le quali così venivano a pesar viepiù sulle altre città, che a vicenda s’offendeano di tali prerogative; non s’accorgendo che la particolare prosperità dovea venire dalla generale, non dall’altrui decadimento.
Già nel 1410 in un parlamento a Taormina si era risolto che il re di Sicilia risedesse a Messina; e dopo d’allora questa favoriva anche gli stranieri, purchè la preferissero. Vantava essa l’antico diritto di batter moneta; ma perchè tanta se ne falsificava, il vicerè Vegliena stabilì di rifonderla alla zecca di Palermo, ma Messina dal consiglio d’Italia a Madrid ottiene decisione favorevole (1581).
Spendendo aveva impetrato da Filippo III che il vicerè vi sedesse diciotto mesi del suo triennio; con nuovo denaro sperò ottenere si dividesse l’isola, con due capitali e separati vicerè. Corsero ambasciadori, rimostranze, corruzione; ma poichè l’Albuquerque, allora vicerè, prediligeva Palermo, e questa pagò cinquecento scudi, si decise l’integrità dell’isola, benchè Messina offrisse il doppio. E sempre rinascevano le pretensioni, ora per la residenza, ora per la moneta. Quando il vicerè Giovanni d’Austria volea restaurar la flotta, non trovandosi mezzi a ciò, nè bastando l’aver vendute le città di Girgenti e Licata, i Messinesi offersero novemila scudi al mese, purchè fosse fatta sede del governo; ma dalle lunghissime brighe non conseguì che la conferma delle antiche franchigie, le quali non impedivano le prepotenze dei vicerè.
Nel 1612 avendo il parlamento decretato nuove gravezze, i Messinesi vi opposero i loro privilegi, comprati a buoni denari: mandano ambasciadori a Madrid, ma l’Ossuna vicerè compare a Messina, agguanta i magistrati, e in catene li conduce a Palermo (1660). Il vicerè Ayala, uomo vano e pretensivo, tentando attenuare quelle prerogative, moltiplicò i mali umori e i richiami. Al contrario, il duca di Sermoneta, che per le male arti sue era chiamato Far moneta, si butta coi Messinesi, e in compenso della fedeltà serbata nei tumulti di Palermo, ridesta un’antica prammatica (1664), per cui dall’isola non si poteva asportare seta che per la via di Messina. Indarno il re la trovò «contraria alla ragione, al diritto naturale e alla libertà che deve esservi nel commercio, e di gran pregiudizio ed incomodo a tutto il regno»; la città sostenne quel diritto, e a tumulto lo fece sottoscrivere dal patrimonio reale.
Palermo manda a richiamarsene; Messina manda a sostenerlo: l’ambasciatore di questa pretende esser ricevuto come quelli di principi sovrani; l’ambasciadore di Palermo vi si oppone; dissentono con calor siciliano, e la Corte ride, che delle gelosie di ciascuna si fa puntello a conculcarle entrambe; poi quando il Marianna, reggente a nome di Carlo II, pronunzia contro i Messinesi, il loro inviato si ritira senza congedo e protestando. Di qui irrequietudine e fazioni interne; i Merli favoreggiano al re, i Malvizzi aborriscono gli Spagnuoli; il matematico Alfonso Borelli pensò tagliare il nodo costituendo una repubblica alla foggia di Genova, ma fu gran che se campò dalla forca.
Aggiungansi le prepotenze dei baroni, che ciascuno nel proprio feudo soprusavano; e nei parlamenti non provvedeano a moderare la monarchia, ma al più gli abusi di qualche vicerè. Aggiungansi terribili eruzioni dell’Etna: aggiungansi i Turchi che, dopo presa Candia, minacciarono la Sicilia, onde vi fu messo a custodia il fiammingo principe di Ligny, buon soldato.
Lo straticò, uffiziale regio comune a tutte le città sicule sotto i Greci (strategos), dopo gli Svevi non era rimasto che a Messina governando con mero e misto imperio, inferiore soltanto ai due vicerè e al governatore di Lombardia. Luigi dell’Hojo, dissoluto e ipocrito, propose alla regina, se lo nominasse straticò, sbarbicare da Messina quelle forme repubblicane, e l’esenzione dei magistrati da gabelle, dal servizio militare e da altri pesi. Abilissimo a concitare la moltitudine mediante l’invidia, l’interesse, il fanatismo, nello sbarcare si buttò a terra baciando il suolo della città prediletta di Maria; distribuì in limosine i cinquantamila scudi di cui il re avealo provveduto; sempre con popolani, sempre per chiese e spedali, sempre comunicarsi e gran limosine e conferenze spirituali, onde il vulgo lo reputava un santo e che avesse fatto un miracolo, e sacrilegio il contraddirgli. Del credito popolare si giova per seminar diffidenza contro i nobili e i ricchi; qualvolta assolve un ribaldo o supplizia un innocente, ne riversa la colpa sul senato; poi in una carestia cerca non arrivi più grano, e della fame accagiona gl’incettatori e la negligenza del senato; anzi dalla casa dei principali fin alla marina fa spargere striscie di frumento, per dar intendere che la notte e’ ne mandino fuori.
L’indignazione non tardò a prorompere, com’egli bramava, in bestemmie, violenze, incendj; esso si chiarisce contro i senatori, e pretende si scelgano in egual numero tra’ nobili e tra’ cittadini: ma avendo tentato sorprendere i forti, custoditi dalla milizia urbana, la sua nequizia venne palese, ed egli dichiarato pubblico nemico (1673). Non arretra però; e a capo della bordaglia e de’ prigionieri, sostenuto dai Merli, incendia i palazzi dei ricchi e dei Malvizzi, e chiama truppe. Accorse il principe di Ligny, e scoperto quel procedere da forca, condannò i colpevoli, lui destituì; poi vedendo che Spagna lo conserva accanto al nuovo straticò, marchese di Crispano, mandato con ordini severissimi, egli rinunzia al viceregno, e l’isola va tutta in subugli e violenze.
In occasione della solennità onde si festeggia la Lettera che Maria scrisse ai Messinesi, avendo il sartore Antonio Adamo esposto un emblema oltraggioso (1674 6 luglio) al nuovo straticò, questi lo fa arrestare; i borghesi esclamano ai privilegi violati, e unitisi ai nobili e ricchi, sanguinosamente abbattono i Merli, dichiarano traditore il Crispano, e fugano i soldati spagnuoli. Il Crispano d’intesa coi Merli convoca i senatori in palazzo, e tenta farne un vespro, ma la loro imperturbabilità li salva; e i Malvizzi, che sin allora aveano protestato riverenza al re, abbattono la bandiera spagnuola, occupano i forti, e respingono la squadra di ventitre vascelli e diciannove galere, guidata dal vicerè marchese di Bajona. Oltre le fatiche soldatesche, trovavansi ridotti a tre oncie di pane il giorno; poi anche questo venne meno, e per dodici giorni non si nutrirono che d’animali domestici.
Disperando di resistere soli, e poichè i nemici di Spagna sapevano sempre dove cercare appoggi, si volsero a Luigi XIV. Costui non poteva tollerare che la repubblica d’Olanda grandeggiasse vicino al suo trono, e annidasse la libertà ch’egli avea spenta sotto le pompe: la invase, e così eccitò una lega dell’Europa, sgomentata dal non sapere fin dove egli spingerebbe le ambizioni. Luigi conobbe qual vantaggio gli darebbe sopra la Spagna il possedere Messina; onde, senza ancora alzar la visiera, mandò soccorsi ai ribelli col cavaliere di Valbelle e col marchese di Vallavoire (1675). All’apparire della flotta, gli Spagnuoli dovettero allargar la città, che fu approvvigionata, ma con tal parsimonia che la fame ricominciò più violenta; finchè Luigi, che la favoriva soltanto a misura del proprio interesse, mandò un’altra squadra col famoso ammiraglio Duquesne, e tolse in protezione i Messinesi, manifestando all’Europa di farlo unicamente per conservarle le leggi e i diritti, e porvi un re di quella casa di Francia, che due dinastie avea già date alla Sicilia. Intanto vi destinava vicerè il duca di Vivonne, non d’altro meritevole che d’esser fratello della Montespan ganza del re, e che di pompeggiare in solennità per la proclamazione e pel giuramento curava piuttosto che di vincer gli Spagnuoli, nè d’estendere la sollevazione, o frenare i proprj soldati, che esacerbavano i Messinesi. Anzi costui fu la vera rovina di quell’impresa, eppure ne fu compensato col titolo di maresciallo.
Per quante sollecitazioni però si spargessero nell’isola, quasi nessuno si sollevò, la forca punì chi fece movimento: Napoli intanto dava ducentomila ducati per sottomettere i ribelli; truppe reclutavansi in Lombardia; la Spagna processò i generali, ed altri ne surrogò, ben provvedendoli per terminare l’impresa. L’Olanda, collegata contro Luigi, mandò colla flotta il terribile ammiraglio Ruyte ne’ nostri mari: ma quivi mal servita dai Napoletani che disistimava, e dal ritardo di don Giovanni d’Austria destinato vicario generale del Regno, perdette un tempo prezioso, del quale Duquesne profittò per ingrossare l’armata; e presso Lipari attaccò combattimento (1676 8 genn.) sanguinoso ma non risolutivo: in uno più segnalato avanti a Palermo, Ruyter ebbe una ferita, di cui moriva a Siracusa, e i suoi abbandonarono il funesto Mediterraneo. Erano le prime sconfitte che gli Olandesi toccassero in mare: e i Francesi trovandosi col vantaggio, poteano insignorirsi dell’isola; ma il ministro Louvois per gelosia contro Colbert sperdette l’opportunità col negare soccorsi; onde Duquesne fu costretto tenersi indarno, poi informato delle intenzioni del re, chiese congedo.
Perocchè il re trovava allora necessario raccorre tutte le sue forze contro il nord d’Europa, onde spedì il marchese della Feuillade, servile ai grandi e petulante cogl’inferiori, acciocchè levasse da Messina la guarnigione. Ma come farlo senza che i Messinesi si opponessero? Convenne ingannarli, e proclamato vicerè (1678) con indicibili feste, colui guadagna gli animi col secondare gl’impeti generosi e riprovare le lentezze antecedenti; dice voler guerra grossa e pronta, prende l’offensiva, attacca Palermo. A tal uopo confida i forti ai Messinesi, mentre imbarca truppe, viveri e cannoni; imbarca anche i malati, atteso qualche sintomo di peste; uno stendardo colla Madonna della Lettera gli è regalato dai Messinesi, esultanti della prossima ruina dell’emula antica. Ingannati! salpate le ancore e ridotto fuor del tiro del cannone, il vicerè chiama i giurati e dichiara: — Ho l’ordine d’abbandonar la città: se potete tener buono per due mesi, sperate; se no, provvedete ai casi vostri».
Colpiti da dichiarazione sì inaspettata e sentendo inutili le rimostranze, i giurati domandarono si ricevessero almeno sui vascelli quei che la devozione a Francia esponeva peggio. Il duca concedette non più di quattr’ore. Inesprimibile la costernazione degli abitanti; fanciulli, donne, uomini in folla accorreano sulla riva, portanti le più care cose; l’aria sonava de’ gemiti e delle imprecazioni di chi più temeva il castigo degli Spagnuoli; imploravano d’esser ricevuti nelle scialuppe che trasportavano alcune famiglie di senatori, partenti senz’altra provvigione; e respinti vi si ghermivano, non lasciandosi staccare che a sciabolate; molti si affogarono dalla disperazione. Il duca, imbarcate circa cento famiglie, sessantamila Messinesi abbandonò agli Spagnuoli; fermatosi alquanti giorni ad Agosta, fece volare la torre d’Avalos, inchiodare i cannoni di ferro, imbarcare quelli fusi, e portar via sin le campane; e perchè la tempesta durata otto giorni gli tolse di varcar lo stretto, da cui voleva allontanarsi ad ogni costo, dovè farsi rimorchiare dalle galee. I fuggenti approdati a Marsiglia, ebbero ad aspettare nuovi ordini: speravano aver ben tosto licenza di presentarsi alla Corte, e colla loro presenza risvegliare la magnanimità del re; ma furono sparpagliati in varj luoghi, e la più parte perirono di miseria[20].
La Francia avrà confortato la sua coscienza col riflettere che v’avea speso trenta milioni. Messina, la città della Madonna, per disperata mandò perfino ad invocare i Turchi; ma li prevennero gli Spagnuoli, che accorsi da Reggio, la occuparono. Don Vincenzo dei Gonzaga di Guastalla, nominato vicerè, per tre giorni permise ogni eccesso alle sue truppe; imprigionati e morti i più ragguardevoli, tutta Sicilia tornò all’obbedienza di Spagna. Da sessantamila, i cittadini trovaronsi ridotti a undicimila; portati via gli archivj e i greci manoscritti ch’essa avea comperati da Costantino Lascari; toltile la zecca e il senato, surrogandovi il magistrato degli eletti; demolito il palazzo, impostevi le gravezze comuni, tratti al fisco i beni de’ fuggiaschi. A questi Luigi continuò per diciotto mesi gli alimenti, poi ordinò se n’andassero, pena la testa. Molti da ricchissimi si ridussero a dover mendicare; altri gettaronsi al ladro; mille cinquecento rinnegarono Cristo per Maometto; cinquecento con salvocondotto di Spagna rimpatriarono, e da quattro in fuori, il vicerè li mandò alle galere[21].
La lunga guerra di Messina avea recato grave detrimento al Napoletano. Quivi dal vicerè Pier Antonio d’Aragona (1670) eransi lasciati moltiplicare i disordini di banditi, risse, duelli, assassinj col comporre a denaro i delinquenti, impinguandosi a pregiudizio della giustizia, come a pregiudizio delle gallerie nostre arricchì la sua di Madrid. Però col compire la numerazione dei fuochi rese più equo il comparto degli aggravj, e potè aumentar le rendite del tabacco e della manna: smaniato pel fabbricare, moltissime aggiunte fece alla reggia e all’arsenale, e la via che li congiunge, ricostruì l’ospizio di san Gennaro, fece il porto delle galee, il Presidio capace di seimila soldati; ristabilì i bagni di Pozzuoli e di Baja, riordinò l’archivio, sollecitò la spedizione delle cause.
Il marchese d’Astorga succedutogli (1672), ebbe molto a travagliarsi per riparar alla fame, ai tosatori e falsatori di monete e ai ladri, fra cui famoso un abate Cesare che finalmente fu ucciso. In nuovi impacci l’avvolse la guerra di Sicilia: e poichè bisognava alimentarla col denaro del regno, ricorreva ad ogni mezzo per farne, e il popolo ne mormorava, tanto che gli venne surrogato il marchese Los Veles (1675). Ma egli pure dovette sottigliarsi a smungere onde mantenere i soldati in campo e quei tanti Tedeschi che il clima buttava negli spedali; e venduti tutti gli uffizj e le gabelle, si vendettero e barattarono anche i fondi regj a gran vantaggio di chi avesse denaro da comprarli in quel precipizio; si ridusse a regalia l’acquavite, ricavandone tredicimila ducati l’anno. Per qualche riparo all’infinità di banditi, si promise perdono a tutti quelli che andassero a combattere in Sicilia; e molti il fecero, ma pensate come dovesse procedere la guerra fatta da cotali.
Tanto concorso di soldati, di marinaj, di gente comprata e che veniva a vendersi, empiva Napoli e il regno di disordini, e giustificava i rigori della giustizia, che non solo ne faceva pubblicamente impiccare a centinaja, ma fin strozzare in segreto. Intanto una giunta degli Inconfidenti scrutinava quei che avessero intelligenze colla Francia, e molti ne mandava alla forca, alla galera, all’esiglio. Raddoppiaronsi i rigori contro i monetarj falsi, peste dilatatasi a segno, che non solo aveasi a bisticciare del peso, ma e pel titolo e pel conio, con infinito impaccio del Governo.
Don Giovanni d’Austria, che in quel momento fu dichiarato primo ministro della monarchia, molti pravi magistrati depose, e furono costruiti processi di corruttela: ma come principe voleva continue feste, e colla sua superiorità offendeva le pretensioni del vicerè.
La pace di Nimega (1678-79) lusingò di riposo: ma Luigi XIV, quantunque assai vi guadagnasse, non parve guardarla che come un comodo a nuovi attentati; e piantò due tribunali che si arrogarono il diritto affatto insolito di esaminar giuridicamente le ragioni della Francia sopra alcuni paesi, e dichiararli devoluti a questa, calpestando la libera sovranità: intanto allestendo nuove armi, ispirava sgomento a tutti; e l’apparire di navi francesi nei porti di Napoli o di Sicilia partoriva sospetto al Governo, speranza ai popoli, non mai disingannati.
Altrove ancora fece egli sentire la sua infausta ingerenza. Genova, sì bella, sì opportuna, qual meraviglia se la proseguivano di funesti amori la Francia, la Spagna, la Savoja? Essa propendeva a Spagna per tradizione e perchè meno temibile che non la Francia, la quale dava ricovero e protezione ai Fiesco e ad altri nemici di essa, nè dimenticava d’averla altre volte posseduta. Gli esempj di Luigi XIV inuzzolirono Carlo Emanuele II ad acquistarla, e da querele di vicinato cercò pretesti a disturbarla. Rafaele della Torre, giovane di ventidue anni, per vizj e prepotenze condannato alla forca, fuggì da Genova a Torino, e al duca offrì di tradirgli la sua patria. Accettata l’infame proposta, mandaronsi truppe procurando occupare Savona, mentre si solleverebbe Genova: ma un Vico, altro mal arnese cui il Torre s’era affidato, scoperse l’ordita. Il ribaldo potè campar ancora, sempre mulinando contro di Genova e del Vico, finchè a Venezia fu ucciso in rissa mascherato fra donnaccie.
Il duca prese dispetto della fallita rapina, da cui sperava e comodità de’ sali e incremento di paese; e trovò pretesti d’intimar guerra ai Genovesi, i quali sorsero alla difesa, benchè a reclami contro tanta perfidia le potenze non badassero; lanciarono anche masnadieri sopra il Piemonte, che altri banditi spediva; vergogna e desolazione reciproca. In buona guerra i Genovesi restarono superiori; il duca (1673), uscitone con vergogna, punì i generali, e poichè d’ogni sconfitta vuolsi una vittima, fece condannar a morte il valoroso Catalano Alfieri, che poi da nuova revisione fu riconosciuto innocente. Intanto allestiva nuova guerra: ma re Luigi s’interpose, e pretese che Genova si rimettesse senza condizioni all’arbitrato suo; se no, dava ordine all’ammiraglio d’arrestare qualunque galea o barca appartenente alla repubblica. Avendo egli proferito con evidente parzialità verso il duca, e preteso che a questo si restituisse la toltagli Oneglia, Genova ricusò stare al lodo; ond’egli cominciò a lagnarsi ch’essa se l’intendeva col governatore di Milano, poi pretese restituisse i beni anticamente confiscati a Gian Luigi Fiesco, il quale dicea non aver cospirato se non per rendere la repubblica al legittimo dominio di Francia; le impose anche di disarmare quattro galee di libertà, di recente allestite; e il suo ambasciadore Saint-Olon avendo iscritto tra’ suoi famigli molte persone di perduta vita, perciò autorizzate a portar armi e soprusare, facea nascere mille di quelle cavillazioni, che al lupo dan pretesto di sbranare l’agnello. Essendosi trovato insudiciato lo stemma sulla sua porta, il Saint-Olon partì, che che scuse e spiegazioni porgesse la repubblica; si gettò voce che Genova vendesse munizioni agli Algerini, allora in guerra colla Francia; ma il vero si era che il Seignelay, ministro della marina francese, voleva segnalarsi in qualche impresa, morto Colbert che costringeva a sparagnar uomini e denaro.
Mentre dunque alloppiava i Genovesi con trattative e condiscendenze, una squadra di quattordici vascelli, tre fregate e venti galere, oltre navi da bombe e da incendio (1684), capitanata dal Seignelay e dal terribile Duquesne, schieratasi avanti alla città che non sapeva se amica fosse o avversa, pose fuori un misto d’accuse, di pretensioni, di minaccie, domandando si consegnassero le galee e si spedisse a fare scuse al gran re; se no, le bombe. Dalle umiliazioni aborrì la repubblica; con buone ragioni snodò i cavilli regj, e s’armò quanto potè; ma ecco incominciano a fracassarla le bombe, in quel brutale abuso della forza non dando avviso tampoco ai negozianti francesi, i quali si trovarono esposti e alle palle de’ loro nazionali e al furor della plebe.
La città, stupenda di edifizj e di chiese, la cattedrale resa sacra anche dalle reliquie del Battista, i monasteri, gli ospedali, la dogana, il portofranco erano colpiti da que’ fulmini, fra le grida, le fughe, le morti, le bestemmie contro il re cristianissimo, che nè alla religione nè all’umanità avea riguardo, e fra i rubamenti de’ malandrini che profittavano del comune sgomento. Continuato il venerdì e il sabbato, neppur la domenica si sospese l’infernale attacco (1684 16 mag.); al lunedì il Seignelay mandava a dire: — Me ne sa male; ho gettato seimila bombe, ne tengo pronte diecimila se non date soddisfazione». Al senato parve codardia il piegare alla brutale prepotenza, e negò prendere veruna risoluzione sotto lo scoppio micidiale; onde Seignelay ricominciò alla peggio, aggiungendo le palle: ma dopo gittate tredicimila trecento bombe dal 18 al 28 maggio, la flotta regia si ritirò, vedendo non far frutto contro tanta costanza[22].
Genova nominò una giunta del doge e di quattro senatori, che con pieno potere provvedessero alla difesa; fece giurare ai cittadini di non proporre verun accomodamento; spedì a sollecitare la flotta di Spagna: ma questa arrivando fece mostra di riguardar la città come sua dipendente, rispose con minori colpi ai cannoni della città, pose guarnigione napoletana e milanese nei forti. Intanto Luigi, ostinato a riparar l’onore, preparava guerra regolare; onde la città sdruscita, arsa, danneggiata in cento milioni ed affamata, non poté che sottomettersi, dopo salvato l’onore. Luigi volle la repubblica sconnettesse ogni legame con Spagna, disarmasse le sospette galee, rifacesse con centomila scudi i Fieschi; il doge, a cui lo statuto vietava d’uscir di città, si conducesse con quattro senatori ad invocare la regia clemenza a Versailles. Francesco Imperiali Lercari (1685 maggio) v’andò in effetto, accolto con insultante magnificenza; e interrogato dal re qual gli paresse la cosa più straordinaria nella sua reggia, rispose: — Il trovarmivi io»[23].
Somiglianti prepotenze vedemmo rinnovare poco dopo Luigi con Roma (tom. XII, pag. 24); sicchè mal arrivava all’Italia dai Francesi, cupidi di possederla, come dice il Ripamonti, inquieti e vogliosi d’inquietare altrui. Ragione era dunque che gl’Italiani li guardassero sinistramente; il duca di Savoja impazientivasi che tenesser Pinerolo e Casale, e a lor voglia regolassero i passaggi e gli alloggi, sfilando fin sotto le mura della capitale; Spagna non sapeva perdonare a Luigi d’averlo trovato co’ suoi nemici in Fiandra, in Catalogna, a Messina, a Napoli; i principi tedeschi erano da lui o istigati contro l’Impero o spogliati di qualche territorio o diritto; degli Olandesi colle restrizioni danneggiava il commercio; in Inghilterra sosteneva il pretendente contro il re chiamato dalla nazione; in Oriente sollecitava il Turco a non lasciar pace all’Austria: donde un gruppo di malcontenti, che la gloria del suo regno offuscò colle disgrazie degli ultimi anni. Nelle quali più fu involto il paese che, per la vicinanza, più risentiva delle ingerenze del gran Luigi.
Obbedivano allora al duca di Savoja il ducato originario, la contea di Nizza, il principato d’Oneglia, il Piemonte proprio, composto delle provincie di Susa, Torino, Asti, Biella, Ivrea, Cuneo, Mondovì, Vercelli; il ducato d’Aosta, settantaquattro terre del Monferrato, tra cui Alba e Trino: alla Francia restavano Pinerolo, val di Perosa, Fenestrelle pel trattato di Cherasco, e Casale per cessione di Carlo Gonzaga; dominio di un milione ducentomila abitanti, di cui quarantamila in Torino; colla rendita di otto milioni. Emanuele Filiberto, dimenticando gli Stati generali e abolendo i diritti e privilegi, che le diverse città, sottomettendosi ai principi di Savoja, aveano stipulato, rese assoluta la potestà.
Il consiglio di Stato, composto a volontà del duca, l’assisteva nel governo: i tre senati di Torino, Nizza, Ciamberì poteano interinare gli atti sovrani, esaminarli cioè prima di procacciarne l’esecuzione. Giudici di provincia rendeano giustizia nelle città, non stipendiati dal governo, ma esigendo sportule dai litiganti, che doveano pure alla finanza un diritto proporzionale sugli oggetti in controversia. I baili delle terre venivano nominati dai signori feudali, che aveano Corte, carceri, patiboli, armi. Aggiungete giurisdizioni privilegiate pei militari, per le contenzioni d’oro e d’argento, per la salute pubblica, pei diritti d’acqua, per gli studenti, pei preti, per gli eretici.
In feudi era ripartito tutto il paese, contandosene quattromila quattrocensessantacinque, dove gli agricoltori erano servi, finchè Emanuele Filiberto gli emancipò, ma con poco effetto in Savoja; e al feudatario competeano pedaggi, diritti di pesca, di caccia, di derivar acque, banalità di forni e mulini, multe, confische. Alla sola nobiltà le cariche di Corte, i gradi nella milizia, nel governo, nell’alta amministrazione, nella diplomazia; gente altera dei titoli, fastosa più che ricca, disdegnosa verso i cittadini, prode in armi, scarsa di coltura. Numeroso il clero e provveduto bene, non esuberantemente. Grandissima l’autorità della Corte romana, tanto più in grazia dei ricchi feudi di Masserano, Crevacuore, Montafia, Cisterna, Lombardore ed altri che teneva nel Canavese, nel Vercellese, nell’Astigiano, e nei quali, immuni dalla giurisdizione ducale, ricoveravano i malandrini del contorno.
Il commercio restava impacciato dalla vicinanza del Milanese, del Mantovano, della Francia; non avevasi tampoco una fabbrica di panno, sebbene si lavorasse di fil d’oro e d’argento; la seta vendevasi greggia; e l’abbondanza di granaglie non procacciava denaro. Mancavano dunque modi d’ingrandire all’ordine cittadino; e quelli di esso che acquistassero denaro colla medicina o la giurisprudenza, subito cercavano la nobiltà: ma l’acquisto di terreni era difficoltato dai vincoli di manomorta e di fedecommesso. Fra’ campagnuoli principalmente si cernivano i soldati, che vedemmo resi stabili da Emanuele Filiberto, e indipendenti dai signori feudali; da cui soltanto erano formati lo squadrone di Savoja e il corpo della nobiltà piemontese. Giusta gli ordinamenti di Carlo Emanuele I, la milizia era divisa in generale e scelta. Nella prima iscriveasi ogni uomo dai diciotto ai sessant’anni, nè doveano uscir di provincia od essere adoperati che in caso d’invasione nemica; da questa ne cernì diciottomila privilegiati, istrutti, disciplinati, coi quali e colle truppe che soldava in Isvizzera, in Francia, in Lorena potè condurre quelle incessanti guerre. Fortificate erano non solo le primarie città di Torino, Cuneo, Vercelli, Verrua, Monmelliano, Nizza, ma moltissime borgate, che costringevano a innumerevoli assedj l’esercito nemico, quando non si riponeva l’importanza nelle giornate campali.
Carlo Emanuele II, accortosi che i popoli non si nutrono d’allori, aveva adoprato per restaurare il Piemonte da una guerra trentenne; le finanze, nelle quali si commetteano gli stessi errori come nel Lombardo e nel Napoletano[24], diede a sistemare a Giambattista Trucchi di Savigliano, fatto poi conte di Levaldigi, spertissimo nella scienza economica d’allora, che consisteva in trovare denari per qualsifosse via; e che fece rivomitar quello ingojato dai favoriti della reggente, e procurò che tutti i cittadini concorressero a pagare i tributi. Carlo Emanuele non attese personalmente alla guerra, ma l’amministrazione militare riordinò: il palazzo regio e quel di Carignano, la Venaria, il collegio de’ Nobili, la cappella del santo Sudario ed altre chiese di Torino, le ville del Valentino, di Rivoli, di Mirafiori attestano la sua magnificenza, per cui spese più che non comportassero le triste condizioni del tempo. Colla grotta d’Echelles rese pervia se non comoda la strada per Lione. Carezzò anche l’opinione fondando una società letteraria e un’accademia di pittura; e fece scrivere la storia della sua Casa dal Guichenon, il quale, oltre sottomettersi alle ispirazioni del ministro marchese di Pianezza, uffiziava Mézeray e Duchesne storici francesi, acciocchè si mostrassero condiscendenti a’ suoi principi. Anche Gualdo Priorato mandava le sue storie a vedere a Carlo Emanuele, che corrette gliele restituiva con una pensione[25]. Morendo diceva: — Aprite le porte e lasciate entrare il popolo; morrò come il padre in mezzo ai figli».
Di Vittorio Amedeo II, succeduto a nove anni (1675), fu reggente Maria Giovanna Battista di Savoja, di trentun anno, bella, ingegnosa, altera. Sua sorella, moglie di don Pedro re di Portogallo, non avea partorito che una fanciulla; onde fu proposto di darla sposa a Vittorio, con quel piccolo regno e gl’immensurabili possedimenti in Asia e in America. I Portoghesi, ad onta della legge costituzionale di Lamego, assentivano ch’e’ conserverebbe pure la Savoja finchè nascesse un erede; ma i Piemontesi, prevedendo che il loro duca diverrebbe straniero, ed essi perderebbero l’autonomia, congiurarono a impedirlo, e dal popolo facevano fare chiassose disapprovazioni. Luigi XIV, che avea proposto quel matrimonio, fomentava il malcontento, sperando ad un re piccolo e lontano preferirebbero lui vicino e poderoso. Ma Giovanna Battista cansò i pericoli rompendo quella pratica, all’acquisto sperato anteponendo la conservazione del goduto. Re Luigi si chiamava offeso da chi si era difeso, stile dei forti; sicchè la reggente dovette dargli soddisfazione coll’imprigionare coloro che aveano voluto salva la patria piemontese.
Le gravi tasse imposte dal Trucchi e gli arbitrj concessi agli appaltatori disgustavano i popoli. Fondamento principale dell’imposta era il sale, ed erasi prescritto che per ogni bocca se ne comprassero otto libbre, donde vessazioni e codardi scandagli. Più ne risentivano quelli confinanti col Genovesato, attesa la facilità di frodarlo; e Mondovì, ricordando anche i patti riservatisi quando si diede al Piemonte, ruppe a sollevazione. Eserciti e corti marziali non bastarono a reprimerla; finchè Vittorio (1684), prese le redini, tornò in quiete, almen per allora, que’ riottosi.
Vittorio regnò senza volere contraddizioni o limiti, e aspirando ad un ampliamento, di cui davangli lusinga la buona reputazione guerresca e politica lasciatagli dal padre e dalla madre. Perciò indispettivasi del vassallaggio in cui lo teneano i Francesi, i quali assediandolo nella propria capitale per mezzo di Casale e Pinerolo, voleano far da padroni in Corte: per condiscendere al ministro Louvois si dovette far ritirare a Bologna il principe di Carignano; gli ambasciadori spiavano il duca, tenevansegli superbamente al fianco nelle udienze; i soldati per andar e venire da Pinerolo a Casale molestavano i quieti abitatori; i corrieri esercitavano sfacciatamente il contrabbando; i ministri voleano istituire a Torino un uffizio di posta proprio; si cessò di pagare la dogana di Pinerolo e di retribuire al Piemonte trecentomila annue lire convenute nel 1652; e se il duca ne sporgesse querele, Louvois rispondeva non averle volute por sott’occhio al re per non annojarlo. Allorchè Luigi, per ridur la Francia all’unità amministrativa, revocò l’editto di Nantes, col quale Enrico IV avea conceduto tolleranza ai Protestanti, molti di essi rifuggirono nelle valli dei Valdesi; e Luigi intimò fossero cacciati, non volendo quel fomite di ribellione sul confine del Delfinato, costrinse il duca (1686) a negare ai Protestanti quella libertà di riti che aveano patteggiata, e mandò i proprj marescialli a combattere que’ montanari, acquistando anche al duca il titolo di persecutore, ripetuto dappertutto e tramandato ai posteri (tom. IX, pag. 561).
Ma quando le smoderatezze del gran Luigi resero gelosa tutta Europa, Vittorio trattò segretamente coi nemici di esso, i quali erano il duca di Baviera, l’Olanda e l’Inghilterra, che, annerbate in mare, costringeano le minori potenze a secondarli, e l’imperatore che trovava necessario all’equilibrio europeo riconsolidarsi in Italia, dacchè la Francia era poderosa e minace. Il duca pertanto, fingendo darsi spasso a Venezia, tra i balli e le maschere (1690 3 giugno) concertò una lega coll’imperatore, la Spagna, l’Inghilterra e l’Olanda, chiedendo trattamento da re in grazia di Cipro, per un milione di lire riscattando le ragioni sopra i feudi imperiali posti fra la Savoja e il Genovesato[26]; per propiziarsi gl’Inglesi ritirava i severi editti contro i Valdesi, permettendo ritornassero nelle valli natìe. Egli sperava che l’accordo rimanesse occultissimo; ma Luigi, avutone sentore, venne a stocco corto, e ordinò a Catinat che movesse truppe.
Catinat, il primo plebeo che diventasse maresciallo di Francia e senza brighe, colla difficile e oscura guerra di montagna occupò la Savoja, e intimò al duca unisse le sue truppe alle francesi, e gli consegnasse le fortezze di Verrua e Torino. Tanto valeva rinunziare alla sovranità: onde Vittorio ricusò; sicchè rotta la pace che da sessant’anni vegliava colla Francia, prima che i nuovi suoi alleati l’ajutassero, e intanto che i disgustati da re Luigi applaudivano[27], il Piemonte si trovò involto in guerra condotta da barbari. Così voleva il ministro Louvois; e se Catinat suggeriva — Bisognerebbe aver compassione a popoli infelicissimi», quegli rispondeva: — Bruciare, poi bruciare». E sì fece; dappertutto città prese e riprese[28], sistematiche devastazioni d’intere provincie, estesissimi incendj, violazioni, rapine: i Piemontesi ripagavano con altrettanta ferocia e con secrete trame; e la rabbia francese, e la non meno nocevole amicizia spagnuola, e il valore di Catinat fecero miserabilissimo quel tempo, che altri glorierà per ben campeggiate imprese. L’imperatore non aveva ancora mandato truppe, bensì il principe Eugenio a sostenere il parente: gli Spagnuoli non pensavano che a riparare la Lombardia: Vittorio Amedeo moveva cerne inesperte, nè egli aveva mai visto battaglia, pure osò attaccare Catinat presso la badia di Staffarda. Mentre i due eserciti ben si osteggiavano di fronte, Catinat per un padule creduto impraticabile menò un corpo, che inatteso ferendo il fianco sinistro, ruppe i nostri, i quali perdettero cinquemila uomini, undici cannoni e trentasei bandiere. Catinat proseguì vincendo, e prese fin Monmelliano. Vittorio vedendo in fiamme la sua diletta villa di Rivoli, esclamò: — Andassero pure in cenere i miei palazzi tutti, ma il nemico risparmiasse le capanne de’ contadini». Sdruscito l’esercito, il popolo ansiato malediva il duca d’essersi esposto a così gravi rotte; intanto che la nobiltà gli volea male d’aver represso gli abusi feudali. Vuolsi che Giangiacomo Trucchi, referendario del duca, tramasse colla guarnigione di Pinerolo di sollevare il Mondovì, e scoperto, fu messo a orribile tortura, benchè di cinquantaquattro anni, e benchè scongiurasse non gli facessero perdere l’anima col denunziare qualche innocente; ed ebbe forza di perire senza denunziare altri.
Anche tra i disastri del paese, e dopo la nuova sconfitta (1693) di Orbassano e della Marsaglia, Vittorio sentiva quanto peso aggiungerebbe alla parte cui s’accostasse; laonde negoziava cogli uni e cogli altri; e intanto la guerra prolungavasi e in Piemonte e in Savoja e fin sul territorio francese, con devastazioni gravissime e senza venire a capo di nulla. Quando il marchese di Leganes cogli Spagnuoli, lord Galway cogl’Inglesi, Eugenio cogl’Imperiali posero assedio (1695) a Casale, Vittorio, che quell’importante fortezza non amava in man degli alleati più che dei Francesi, con questi ultimi prese accordo di demolirla; e dopo un gran cannoneggiare, credesi senza palle, gli assediati, secondo l’intesa, distrussero le opere interne, le esterne gli assedianti, e senza pure aprirvi una breccia scomparve la fortezza più rinomata d’Italia; e la città aperta fu restituita al duca di Mantova.
Ciò levava una spina anche alla Lombardia, onde festa non minore a Milano che a Torino: la Francia meno doleasi di perdere quella posizione, giacchè non la vedeva cadere a Spagna. Nè però l’Italia riposava; e se i nostri si lamentavano de’ Francesi, neppure dei Tedeschi aveano a lodarsi.
Leopoldo d’Austria era imperatore di Germania fin dal 1658, sempre contrariato dagl’intrighi della Francia, che si ergeva tutrice de’ principi dell’Impero. Uomo religioso e caritatevole, ma rozzo, intollerante nella religione, puntiglioso nel cerimoniale, fu dagli accidenti portato a rappresentare personaggio principale nelle vicende europee, e star rivale del gran Luigi. Sottopose gli Ungheresi, che appoggiati ai Turchi reluttavano dalla tirannide austriaca, e li privò del diritto d’eleggersi il re; e il maresciallo italiano Antonio Caraffa, mandato a governarli (1687), uom crudele e borioso, vi piantò terribili tribunali, e diceva: — Della costituzione ungherese e de’ suoi giudizj fo conto quanto d’un uovo fradicio».
Leopoldo non dissimulava di voler restaurare in Italia l’Impero qual era allorchè esigeva dai principi foraggio, tavola, alloggio (foderum, parata, mansionaticum); e trovando esausto il Piemonte, domandò che i feudi imperiali si tenessero obbligati a mantenere le sue truppe, e deputò esso Caraffa ad esigerlo (1691). Costui impose enormi contribuzioni al duca di Savoja, alla Toscana, a Genova, a Lucca, a Mantova, a Modena ed ai minori vassalli, e fin al duca di Parma benchè rilevasse da santa Chiesa; sicchè i popoli ne gemettero, i principi strillarono, e imprecarono a quell’imperatore, cui dianzi aveano inneggiato per le vittorie contro i Turchi.
Gli emissarj di Luigi buttavano faville contro il tedesco oppressore d’Italia, ed esortavano ad armarsi contro di lui: — Francia non mancherà mai agl’Italiani qualora aspirino a libertà», diceva come tutti gli antecessori e successori suoi. Il duca di Savoja era esoso come causa d’una guerra, colla quale avea tratto in Italia i Tedeschi, che sì scarso servizio gli rendevano, mentre orrido guasto faceano del paese: ma egli trovava conto nella fluttuante politica insegnatagli da’ suoi maggiori; e dopo che vide sfasciato Casale e perciò meno pericolosa la Francia, a questa chinò; e come in maschera a Venezia erasi inteso cogli alleati, così in un finto pellegrinaggio a Loreto s’abboccò con un finto frate, per disertare a Luigi XIV. Costui era stanco di mantenere un esercito in Italia, ove dovea mandare ogni cosa come in paese nemico e traverso a difficili montagne, e non vedeva modo d’uscirne con gloria; sicchè, professandosi mosso dai gemiti de’ principi italiani smunti dall’imperatore, e dalle pacifiche insinuazioni di Venezia e d’Innocenzo XII, accordò a Vigevano un trattato vantaggiosissimo con Vittorio (1696 30 maggio), che ricupererebbe tutti gli Stati toltigli, oltre Pinerolo smantellato; e dava la propria figlia al primogenito del Delfino. Tutto ciò segreto, e mentre si faceano le più brave dimostrazioni, e pareva che Catinat volesse mandare a fuoco e fiamme Torino; e il duca vi rispondeva fulminanti proclami, e promessa d’uno scudo per ogni Francese ucciso. «Li poveri paesani (racconta un cronista) che si trovavano disperati, raminghi, senza vittovaglia, quanti soldati francesi trovavano fuori del campo uccidevano, portando poi la testa a Torino al luogo designato per avere il premio; e taluno ne portava sin quattro al giorno per guadagnare di che sostentare le loro desolate famiglie»[29]. Pensate se i Francesi ripagavano a misura colma.
Vittorio, chiaritosi che migliori condizioni non poteva estorcere dagli alleati, palesò l’accordo, e checchè se ne gridasse, egli, testè generalissimo delle armi collegate italiane, come generalissimo delle francesi e colla sopravvesta tempestata di gigli assalì il Milanese[30] e costrinse i principi italiani alla neutralità. Secondo la quale, Francesi e Tedeschi doveano sgombrar l’Italia; ma questi ricusavano col pretesto delle ritardate paghe, e fu duopo che i principi si tassassero per mettere insieme trecentomila doppie, da aggiungere al tanto che quelli aveano rubato. La pace di Ryswick (1697 20 7bre) chetò le ire, e confermò il trattato di Vigevano, del quale può dirsi conseguenza.
Nuovo disgusto contro l’imperatore nacque da ciò, che essendosi un uffiziale tedesco chiamato offeso dal doge di Genova, Vienna domandò riparazione, e tardando spedì armati, obbligando la repubblica a pagare trecentomila scudi per le spese, ed altre soddisfazioni. Anche il conte di Martinitz, ambasciadore austriaco al papa, puntiglioso e accattabrighe, rinnovò le arroganze di quel di Luigi XIV per ragioni ancor più frivole; voler precedere al governatore di Roma nelle comparse, non dar la pace al connestabile Colonna nella cappella papale; al Corpus Domini poi (1699) si collocò fra i cardinali, talchè quattr’ore dovette la processione arrestarsi in piazza, mentre si cercava persuadere quel caparbio. Il quale per vendetta incalorì l’imperatore a risuscitare le antiche preminenze feudali, obbligando i detentori di feudi a giustificarne il possesso fra tre mesi, pena la caducità. Era un soqquadrare tutta Italia, e peggio il Piemonte, il quale per ischermirsene si getterebbe colla Francia nelle prevedute contingenze di vicina guerra: Spagna disapprovava questo turbare nel possesso i suoi nobili di Milano, Sicilia, Sardegna: Innocenzo XII si pose campione dell’italica indipendenza, e con risolute ammonizioni ridusse Cesare a rivocare l’editto. I Francesi, secondo il solito, vantarono d’aver difeso la libertà d’Italia coll’infondere coraggio al papa e promettere di sostenerlo.
Queste pretendenze dell’Impero ingelosivano papa Innocenzo; onde insinuava ai principi d’Italia di collegarsi allo scopo di rimuovere la guerra e le usurpazioni[31]. Clemente XI succedutogli maneggiò al medesimo intento: ma vedendo inconciliabile questa lega e non bastevole all’uopo, collocossi mediatore tra Austria e Francia, sicchè congiunte snidassero il Turco d’Europa. Futili consigli quando esse di tutto facevano arme per disputarsi la successione spagnuola; e Italia vi si trovò trascinata in una guerra che tutta la capovolse, abbattè e restituì a vicenda tutti i principi suoi, alfine le diede un nuovo assetto, e sempre per arbitrio dei forti.
Carlo II, re di Spagna a quattro anni sotto la tutela di Marianna d’Austria, tutta la vita restò malescio di corpo e di spirito; lasciò minorare i possessi esterni, sfasciarsi l’interna amministrazione; e da Luigia di Francia non avendo figli, terminava con lui (1700) la dinastia primogenita austriaca, che da Carlo V in poi dominava la Spagna. Allora e politici e ambiziosi ad anfanarsi per toccare almeno alcuna porzione del pingue retaggio, di cui erano appendici la Lombardia, le Due Sicilie, mezza America e tante Indie. L’imperatore Leopoldo, asserendosi erede universale della Casa d’Austria come rappresentante del ramo sopravvivente, chiedeva quella corona per Carlo suo secondogenito, natogli da una sorella del re di Spagna; Ferdinando Giuseppe di Baviera facevasi avanti come figlio d’Anna d’Austria; Luigi XIV come sposo di Maria Teresa, sorella di Carlo II, presentava a quel trono Filippo, secondogenito del Delfino; il duca di Savoja dalla bisavola Caterina, figliuola di Filippo II, traeva ragioni lontane, ma alle quali, a differenza delle altre donne, essa non avea fatto rinunzia. E adducevano argomenti e cavilli come in una successione privata, ma sentivano tutti che la sentenza non potrebbero proferirla che le armi, prorompendo quell’odio tra i re di Francia e la Casa d’Austria, che fu il movente di tutta la politica dal 1490 al 1748. Durante le guerre di religione, gli Austriaci aveano aspirato fin al trono di Francia; ora ecco i re di Francia accinti a privarli fin del trono di Spagna, a nome dell’equilibrio.
Luigi XIV, in cinquant’anni di regno fortunato, avea diretto tutte le negoziazioni e gl’intrighi ad assicurarsi quella successione; e per quanto l’ambizione illimitata e il farnetico di gloria e di possessi avessero ingelosito tutti i potentati, strappò a Carlo un testamento in favore di suo nipote. Se alla volontà di Carlo non erasi badato finchè vivo, ancor meno dopo morto, e poichè accordi e proposte spartizioni non valsero, si ricorse all’ultima ragione dei re, le armi. — Non v’è più Pirenei», disse il gran Luigi; e gridato re di Spagna il nipote Filippo V (1701), ve lo fece convogliare da un esercito, e col lanciare la già esausta Francia in nuovi rischi, gravi amarezze preparò agli ultimi anni suoi, fino a vedersi ridotto miserabilissimo di finanze, maledetto dal popolo che l’avea divinizzato, depresso dai principi ch’egli aveva conculcati.
Italia, come sempre al rompere d’una guerra generale, calcolava le probabilità della propria indipendenza, e la sperava da questo o da quello dei potenti; nel loro conflitto certamente Milano e Napoli resterebbero sciolte dalla servitù forestiera, formando due staterelli, in equilibrio cogli altri. Luigi e Leopoldo gareggiarono per ottenere da Clemente XI l’investitura del regno di Napoli: ma benchè gli offrissero due provincie dell’Abruzzo, egli, come padre comune della cristianità, risolse non parteggiare con nessuno; e solo trattò con gl’Italiani per rendere meno trista una guerra non più evitabile. Venezia, ch’egli invitava a opporsi all’invasione, benchè si vedesse circondata dagli Austriaci se questi occupavano Milano, protestò volere tenersi di mezzo, sperando che la neutralità le gioverebbe come avea fatto tra Francesco e Carlo V, quando ottenne la conferma de’ proprj acquisti; bramava vedere in Lombardia un principe debole, ed aspirava ad acquistare Lodi, Cremona, la Geradadda, e forse Trieste. Eppure essa era la sola potenza che, unendosi dichiaratamente a Francia, avrebbe potuto escludere i Tedeschi dalla penisola; mentre al contrario dovette soffrire che questi invadessero le sue provincie di Brescia, Bergamo, Crema, Verona, mentre i Francesi, in aspetto di vendicarla, depredavano il Padovano e il Polesine. I duchi di Modena e Guastalla, i principi di Bózolo e della Mirandola, ligi all’Impero, furono subita preda dei Francesi: quelli di Toscana e Parma, il papa, Genova, ed altri principotti vassalli dell’Impero inclinavano a Francia; ma contro di questa spargevansi astutamente grandi paure, e quelle parolone a cui si lascia accalappiare il vulgo, di equilibrio scomposto, d’impero universale: oltrecchè il gran numero di profughi dopo la revoca dell’editto di Nantes, sollecitavano contro Francia, ed esibivano merci di buon patto, declamazioni e progetti.
A Mantova regnava Ferdinando Gonzaga, tutto allegrie, passeggiate, comparse, viaggetti voluttuosi; mai non mancava ai carnevali di Venezia; da ogni paese del mondo cerniva donne pel suo palazzo, dove cantassero, sonassero, facessero vita gaja, a spasso suo e loro. Intanto che professavasi pronto a versare il sangue per la causa italiana, praticava coi Francesi, e ricevendo centomila luigi, e ventimila i suoi ministri, si finse violentato, e lasciò che quindicimila Gallo-Ispani comandati da Tessé occupassero la sua città, donde essi poterono dettar leggi ai duchi di Modena e di Parma. I Francesi pagavano a puntino, sicchè i paesani, nonchè scapitare, arricchirono coi fornimenti: ma come salvar le mogli e le figliuole, dacchè ogni casa era piena di soldati?
Il dare il tratto alla bilancia spettava ancora al guardiano dell’Alpi; e Vittorio Amedeo, oculatissimo nei proprj interessi e instancabile a promoverli, prefisse di cacciare innanzi la sua nave bordeggiando nella tempesta. Non è ch’egli non vedesse come, impadronendosi di Milano i Francesi, e’ si sarebbe trovato chiuso da essi; ma l’inimicarseli esponeva i suoi Stati pei primi all’invasione di Luigi, che già stava terribilmente armato, mentre Leopoldo facea lenti e deboli preparativi. Pertanto col Francese patteggiò che la sua secondogenita si sposerebbe al nuovo re di Spagna, ed egli sarebbe generalissimo delle armi gallo-ispane in Italia, somministrando soldati e ricevendo grossi sussidj[32].
Ma le sorti nostre, al solito, pendevano dalle armi e dai trattati forestieri, e Inghilterra, Francia, Prussia, l’Impero, combinavano leghe e accordi, dove incidentemente si deliberava pure dell’Italia. L’Inghilterra, allora sotto al regno di Anna e al ministero del generale Marlborough, prese interesse particolare per Vittorio Amedeo, al quale assegnò un annuo sussidio e promesse molte, ch’egli si fece consolidare dall’Impero, dalla Prussia, dall’Olanda.
Milano senza ostacoli prestò obbedienza a Filippo V. Il Napoletano vedemmo a che trista condizione si trovasse sotto i vicerè spagnuoli. Qualche ristoro vi avea recato l’amministrazione di don Gaspare de Haro (1683) marchese del Carpio, il quale pensò non a leggi nuove, ma a far eseguire le vecchie, togliendo l’abuso delle licenze e delle dispense; vietò il portare le armi, il tenere eccessivo numero di servi; riordinò i tribunali, sbrattò le città dalla folla di ozianti; fece osservare gli ordini intorno alla garanzia de’ metalli fini, e al non usarne in arredi domestici e in ricami; rifuse la moneta, a tal fine gravando il sale; opera compita dal suo successore conte di Santo Stefano, il quale però ben presto ricominciò ad alterarla, credendo con ciò vantaggiare i pubblici banchi.
Luigi della Cerda duca di Medinaceli (1696), regalmente fastoso, abbellì il teatro, ridusse la magnifica strada a Chiaja. Appena morto Carlo II, ricevette il testamento di questo e l’ordine di prestare obbedienza all’erede Filippo e alla giunta di governo. Egli vi si uniformò; ma ecco da Leopoldo imperatore una protesta, ed esortamenti ai Siciliani di tenersi fedeli alla Casa austriaca, assicurando i posti, gli onori, i privilegi; intanto con subdoli incentivi e colle brighe d’un barone di Chassinet residente a Roma, e col largheggiare titoli e promesse, Leopoldo guadagnossi alcuni signori, che fecero opera di rivoltare il popolo (1700 23 7bre): ma questo ricordandosi come nella sollevazione di Masaniello l’avessero abbandonato i grandi, abbandonò loro: sicchè parte furono fugati, parte presi e mandati al carcere o al supplizio, fra cui don Carlo di Sangro; e il popolo a gridar viva, e decretare una statua a Filippo V. Il vecchio principe di Chiusano, udendo che Tiberio Caraffa suo figlio era uno de’ capi ribelli, fa erigere un trono davanti al suo castello presso Benevento, e collocarvi l’effigie di Filippo V fra torce ardenti; e avanzandosi con due altri figliuoli, getta in un rogo il ritratto di Tiberio, dichiarando non riconoscerlo più per figlio, ma per crudele nemico[33].
Leopoldo s’avvide qual tristo ajuto siano i cospiratori e gli arruffapopolo, nè potersi prometter bene che dalle armi; onde rinforzatosi d’alleati, mandò l’esercito col famoso principe Eugenio, glorioso delle vittorie contro i Turchi, e che dall’Austria era messo da banda appena gliene cessasse il bisogno. Desideroso di vendicare gli antichi torti ricevuti dalla Francia, non dubitava di mettersi, egli principe di Savoja, contro un esercito capitanato da un altro principe di Savoja. Il duca di Mantova è dichiarato fellone all’impero e decaduto, e circondata d’assedio la sua città.
Il maresciallo Catinat, attraversato il Piemonte (1701), ove ben s’avvide della duplicità del duca, menò l’esercito francese in Lombardia, e si postò sull’Adige per abbarrare ai Tedeschi la calata dal Tirolo: ma ben presto le brighe prevalgono contro lui che le sprezzava, e gli è mandato in iscambio il presuntuoso Villeroi, notevole soltanto per intrighi ed orgoglio. Il principe Eugenio col mirabile passaggio del monte della Pergola, conducendo l’esercito suo di veterani a Schio e Malo sopra Vicenza, scende all’Adige, favorito copertamente da Venezia e dall’oscillante Vittorio; a Chiari batte Villeroi, anzi lo sorprende in Cremona e il manda prigioniero (1702 1 febb.); ma la notte stessa se ne trova respinto dai Francesi.
Quella guerra parve un ritorno verso la barbarie, e il diritto delle genti perdere quanto aveva fino allora guadagnato, calpestandosi l’indipendenza de’ principi e la religione delle neutralità; i territorj veneto, estense, papale erano violati prepotentemente, prendendovi anche e foraggi e quartieri d’inverno. Invano papa Clemente andava gettando consigli di pace e offrendosi arbitro; ciascuno riguardava come offese proprie le onoranze consuete ch’egli usava all’avversario: l’ambasciadore di Modena nell’anticamera dell’imperatrice fece un inchino all’arciduca Carlo pretendente di Spagna, e bastò perchè i Francesi confiscassero le rendite e i mobili del duca Rinaldo d’Este.
Più imperversava la guerra sul Reno e nei mari: Vienna stessa parve in pericolo: il Tirolo fu invaso dal duca di Baviera alleato di Francia, ma gli abitanti insorti colle carabine il volsero in fuga.
Qui capitanava i Francesi il duca di Vendôme, uomo caparbio, superbo, infingardo, che durava a letto fino alle quattr’ore, e negligeva la disciplina dell’esercito; ma supplendo con fortunati ardimenti, prosperò le armi francesi e liberò Mantova. Vittorio Emanuele avea aderito a Francia unicamente per isfuggirne i primi colpi; ma attendendo di voltarsi all’imperatore non appena lo trovasse gagliardo abbastanza. Qualche riguardo mancatogli dai Francesi, e il non aver re Filippo voluto riceverlo come pari nella propria carrozza (15 agosto) quando in persona venne qui a combattere, e vinse nella gran giornata di Luzzara, gli diede pretesto d’allontanarsene. L’Italia, e il ben della nazione, e il divenire inevitabile la servitù se Francia sola vi dominasse, erano le ragioni ostentate; ma la verace era che l’imperatore, bene in forze e alleato coll’Olanda e l’Inghilterra, potrebbe dargli denari, appoggio, concessioni. In conseguenza, non badando se Filippo fosse marito di sua figlia, interpose presso l’imperatore il principe Eugenio, il quale diceva che i duchi di Savoja erano infedeli per colpa di geografia. E l’imperatore gli mandò un messo, che incognito rimanea sulla collina di Torino, ove il duca andava a parlargli travestito. Pure Luigi lo seppe, forse dalla contessa di Verrua amante del re, che per disgusti con questo e per avidità il tradiva: onde il duca di Vendôme tolse le armi ai soldati di Savoja accampati co’ suoi. Il duca grida all’affronto, se n’inferocisce, arresta quanti Francesi coglie ne’ suoi Stati, e le armi e munizioni dirette all’esercito, e si prepara a tener testa al nembo provocato. Allora conchiude il trattato di Torino (1703 8 8bre) coll’imperatore, il quale prometteva mantenere in Piemonte quattordicimila pedoni e seimila cavalli, dando al duca la capitananza suprema dell’esercito di Lombardia con ottantamila scudi il mese, oltre cedergli il Monferrato tolto al duca di Mantova, e staccare dal Milanese Alessandria, Valenza, la Lomellina, la Valsesia, e una via per tenere in comunicazione queste provincie.
Doveano parere un gran che tali acquisti; pure Vittorio sentendosi necessario, seguitò a giocar d’industria, e gridare alto i gravi sagrifizj che gliene costavano e massime quello del suo onore, e domandare altro, e soprattutto il Vigevanasco, del quale pure gli fu data lusinga, com’anche del Delfinato e della Provenza se si conquistassero. L’esorbitanza delle promesse palesava e il bisogno che di lui s’aveva e la poca intenzione di attenerle. Ma l’imperatore, fortemente occupato sul Reno e in casa propria, lasciava scarseggiare i mezzi a’ generali suoi: Luigi invece li profondeva, e spediva truppe per terra e per mare. Assalito improvviso da queste, Vittorio perde la Savoja, il Nizzardo, porzione del Piemonte; Vendôme con trentaseimila combattenti varca il Po a Trino, in faccia agli alleati nemici prende Vercelli (1704), la cui guarnigione si dà fiaccamente prigioniera. Perdute con poca resistenza anche Ivrea, Aosta, il forte di Bard, Nizza stessa, demolite dai Francesi tutte le fortezze che ne impedivano la calata in Italia, al duca restarono preclusi i sussidj della Svizzera e della Germania; nè di tante piazze forti rimanevangli ormai che Cuneo e Torino. Pertanto, spiegato sommo valore nel difendere Verrua, antemurale di questo, e che ai Francesi era parso una bicocca eppure costò infiniti soldati, dodici milioni di lire e sei mesi di tempo, mandò la famiglia a Genova mentr’egli ricoverava a Cuneo (1705), poi tra que’ Valdesi che aveva perseguitati, e che gli si mostrarono devotissimi, e risoluti nel rincacciare i Francesi.
A riparo di tanto abbattimento il nuovo imperatore Giuseppe I spedì in Italia Eugenio, fidando che al suo valore aggiungerebbero sproni le necessità del parente e della patria. Per la riviera di Salò calatosi in Lombardia, a Cassano sull’Adda diede battaglia sanguinosissima (15 agosto), ma infelice, come quella di Calcinate. Ne crebbero i vanti del Vendôme, il quale però, sebbene con forze molto superiori, non ispiegò verun grandioso disegno o combinazione ardita, nè quell’attività che raddoppia le forze e profitta de’ piccoli avvantaggi; e i maestri di guerra sentenziano che fu mero accidente se queste sue vittorie non riuscirono piene sconfitte. Dappoi egli fu chiamato oltr’Alpi per opporlo al terribile Marlborough, generale dell’Inghilterra, la quale aveva sposato gl’interessi dell’Austria e della Savoja; e vi riportò la segnalata vittoria di Hochstädt, dopo la quale fu eclissata la stella del gran Luigi.
In Italia gli sforzi si concentrarono contro Vittorio Amedeo, causa del prolungarsi di quella guerra, e La Feuillade cinse Torino d’un assedio (1706), memorabile per coraggio de’ cittadini e sfoggio di artiglierie. Vittorio, non abbattuto da tanti colpi, chiedeva dai popoli denaro e uomini; offerte e orazioni dal clero, che stava seco in mala disposizione per un lungo suo litigio con Roma; ripudiava ogni timido consiglio, nè risparmiava fatica o spesa. Il superbo Luigi, indignatissimo di vedersi deluso dal parente, metteva impegno personale a strappargli anche quest’ultimo ricovero; mandò cenquaranta cannoni, ognuno de’ quali bell’e montato valutavasi circa duemila scudi, cento diecimila palle, quattrocentoseimila cartuccie, ventunmila bombe, ventisettemila settecento granate, quindicimila sacchi di terra, trentamila stromenti da guastatori, un milione e ducentomila libbre di polvere; inoltre piombo, ferro, latta, corde e altri occorrenti pei minatori, solfo, nitro, ogni specie d’arnesi[34]. Dirigeva l’esercito il duca d’Orléans, e le operazioni il marchese La Feuillade, troppo inetti capitani.
Valendosi delle anteriori scoperte degl’Italiani, il famoso Vauban aveva allora perfezionato i metodi delle fortificazioni coll’associarvi la strategia e l’amministrazione. Pertanto dappertutto eransi rinnovate le fortezze, alle torri surrogando i bastioni, e la difesa fiancheggiante alla diretta. Anche in Torino, alle antiche del Paciotto, l’ingegnere Bertóla aveva sostituito fortificazioni più acconcie, con opere esterne sì basse che le artiglierie e la moschetteria potessero spazzare la campagna rasa. Agli ottomila cinquecento Piemontesi e millecinquecento Austriaci si unirono otto battaglioni di borghesi, comandati in capo dal conte Daun austriaco; e uomini e donne, trovatelli e preti a gara provvedeano alla difesa, sopra terra e nelle spaventevoli mine che squarciavano tutto il suolo.
Molti sarebbero a dire esempj di costanza nel soffrire, molti di coraggio nell’attaccare; e soprattutto vantarono Pietro Micca biellese, che da una notturna sorpresa salvò Torino col dar fuoco a una mina (29 agosto), sotto cui se stesso e gli assalitori sepellì. La devozione era pari allo spavento; nè giorno nè notte cessavano invocazioni a Cristo in sacramento, ai santi patroni Solutore, Avventore e Ottavio; credeasi la Madonna della Consolata rimbalzasse contro gli assalitori le bombe; che san Secondo fosse veduto in aria minaccioso: fatti non istrani quando Catinat a capo dello statomaggiore andava a domandare al vescovo di Torino dispensa dalle astinenze quaresimali; e che realmente infervoravano la carità verso il prossimo e verso la patria, più che le canzoni e i proclami d’altri tempi.
Il duca di Savoja con settemila uomini batteva la Campagna, finchè a Carmagnola si congiunse col principe Eugenio, incaricato dall’imperatore di soccorrere Torino a qualsifosse costo[35]; e insieme marciarono sopra la città omai ridotta agli estremi, e presentarono battaglia agli assedianti. Il duca d’Orléans, suocero di Vittorio, era persuaso dagli esperti a tenersi ne’ suoi insuperabili trinceramenti affinchè facesse costar cara ad Eugenio l’imprudente sua marcia di fianco attorno a quelli; ma egli vuole uscirne, e subito Eugenio dato l’assalto a quelle trincee (1706 7 7bre), v’apre un varco per la cavalleria, alla quale il nemico in tanta furia non può opporsi. Che monta se il luogotenente di Eugenio è disfatto? la battaglia di Torino è vinta: cinquantamila assedianti vanno sconfitti da trentamila Tedeschi; tre mila Francesi, fra cui il maresciallo Marsin, e duemila alleati vi lasciano la vita; e oltre quel che essi incendiarono, al vincitore rimangono duecento bocche di fuoco, cinquantacinque mortaj, cinquemila bombe, quindicimila granate, quarantottomila palle, quattromila casse di cartocci, ottantamila barili di polvere, tutti gli equipaggi, ori e argenti a josa, duemila cavalli, altrettanti bovi, cinquemila muli, bandiere senza fine e sei mila prigionieri. Eugenio entrò in Torino il giorno stesso della battaglia. La devozione era stata ispiratrice di coraggio, la vittoria le prestò omaggio; e i Piemontesi festeggiano annualmente quel fatto alla Madonna di Superga, chiesa eretta allora per voto con regia suntuosità sul colle che domina la città, la quale non vorrà dimenticarsi della pietà salvatrice degli avi.
La battaglia di Torino non era decisiva: e se i Francesi si fossero raccolti verso Casale col corpo che osteggiava nel Bresciano, poteano riparare lo sdruscito, e forse rendere la pariglia al Savojardo; ma essi rifollarono verso Pinerolo e la Francia. Subito Vittorio, accolto a trionfo nella redenta capitale, ricupera le terre perdute, e piglia possesso del Monferrato e della parte cedutagli di Milanese, entra in Milano stessa, facendo dappertutto gridare Carlo III. Pizzighettone si rende; Tortona è presa e mandata pel fil delle spade, Modena cede, così Valenza e Casale; frutti d’una sola vittoria. Ad Alessandria, che premeva viepiù a Vittorio perchè predestinatagli, scoppia il magazzino delle polveri, con immensa jattura d’uomini e di case; il conte Colmenero che la comandava, capitola, e perchè fu nominato perpetuo governatore del castello di Milano, venne sospettato d’intelligenza.
A Francia allora più nulla rimase a sperare in Lombardia; e poichè più di settanta milioni di luigi d’oro, se dice vero il Muratori, essa qui avea versato, risolse di lasciare quanto ancor vi teneva, cioè il Castel di Milano, Cremona, Mantova, Sabbioneta, la Mirandola, Valenza, il Finale. Di tante cessioni non rifinivano di meravigliarsi gli spoliticanti, i quali non si avvedeano quanto alla Francia importasse di poter aggomitolare le truppe, disperse per quelle; anzi all’imperatore fu apposta grave taccia dell’avere, per assicurarsi la Lombardia, lasciato che ventiduemila nemici andassero a ingrossare l’esercito contro i suoi alleati. Ma ciascuno non badava che ai proprj interessi e momentanei. Rinnovando le slealtà del Cinquecento, i duchi di Modena e di Mirandola restarono abbandonati alla vendetta dell’imperatore: il duca di Mantova, quasi non avesse potuto operare indipendente siccome principe, fu messo al bando dell’Impero, e i suoi possessi confiscati a pro dell’Austria; e la Francia, cui tanto avea giovato col consegnare quella fortezza, e che ad ogni modo la tenea soltanto in deposito, la aperse agli Imperiali senza tampoco consultarlo; poi lasciando ch’e’ protestasse contro la strana iniquità di tutte due le parti, gli assegnò quattrocentomila lire di pensione, colle quali trascinò i suoi vizj fra Padova e Verona. Con esso finì turpemente una linea della casa Gonzaga[36]; e la costui depravazione fece dimenticare la lautezza che si era goduta sotto quei principi, e perfino la dolcezza dell’indipendenza. Anche Ferdinando Gonzaga principe di Castiglione, e Francesco Maria Pico duca della Mirandola e marchese della Concordia, videro occupati dall’imperatore i loro paesi, e si ridussero a vivere da nobili in Venezia. Rinaldo di Modena, spodestato dai Francesi, fu ripristinato dall’imperatore, che gli vendette anche la Mirandola per ducentomila doppie.
Papa Clemente XI avea dovuto soffrire gl’insulti e i guasti recati al suo paese dai Tedeschi; quando invasero Parma e Piacenza li scomunicò, ma non valse a rattenerli dal rasentare Roma per recarsi a Napoli. Il generale Daun difensore di Torino, mentre Francia e Spagna stavano preoccupate dalla invasione della Provenza, con non più di cinquemila fanti e tremila cavalli si avanzò in paese (1707) dove non aveva a temere difese nè ad espugnare fortezze, e dissipate le gracili opposizioni del vicerè duca d’Ascalona, difilò sopra Napoli. La nobiltà, forse già intesa coll’Austria, subito capitolò (7 luglio) ad onorevolissimi patti: mantenuti i privilegi di Carlo V e Filippo II; il nuovo principe aprirebbe portofranco a Salerno, manterrebbe venti vascelli, oltre le galee del regno, per assicurare dai Barbareschi; nobili e popolani potrebbero equipaggiare navi mercantili; nelle guarnigioni sarebbero metà napoletani, nelle fortezze un comandante napoletano e un forestiero; ai castelli di Napoli il re destinerebbe un comandante fra i nobili del paese, gli altri sarebbero eletti dal popolo, il quale pure sceglierebbe un interprete delle leggi del regno, non impiegato del principe, nè passibile della giurisdizione de’ popolani di Napoli[37].
Quella città che poc’anzi avea veduto impiccare i fautori dell’Austria, allora smaniò al nome dell’Austria, e mise a pezzi la testè elevata statua di Filippo V. L’esempio della capitale trae dietro le altre città; Gaeta è presa e saccheggiata, cogliendovi lo stesso vicerè, campato a stento dalla furia popolare; le città della maremma toscana furono pure sottoposte dagl’Imperiali, ma in Sicilia non poterono approdare, restando essa alla Spagna. Giuseppe I diede l’investitura del Milanese e del Napoletano al fratello Carlo, il quale a Napoli pose un vicerè tedesco.
Per punire il papa d’aver voluto tenersi neutro, e scomunicato gl’Imperiali, Giuseppe vietò di mandar a Roma le rendite de’ beni ecclesiastici del Napoletano, ridestò le pretensioni già accampate da suo padre sui feudi imperiali, e come tali occupò Comacchio, Parma e Piacenza (1708). Il papa pose mano al tesoro di Castel Sant’Angelo per mettere in piedi un esercito, a capo del quale pose Ferdinando Marsigli di Bologna. Ma Daun invase il Patrimonio, e vi accampò a discrezione, finchè Clemente, mal servito dal suo esercito, non calò ad accordi abbastanza favorevoli, promettendo disarmare, riconoscere l’arciduca Carlo, e discutere poi delle ragioni sul ducato parmense; in tutto il resto ricevendo soddisfazione.
L’isola di Sardegna continuava a devozione di Filippo V, agitata però dalle fazioni, che pretessevano i nomi di Francia o d’Austria; e quest’ultima col favore di molti partigiani e della flotta inglese l’occupò. Tale cupidigia dell’Austria corruppe i disegni de’ suoi confederati, che nello sgomento della sconfitta in Piemonte avrebbero potuto a gran vantaggio assalire la Francia impreparata, e già aveano invaso la Provenza e assediato Tolone. Oltre che tal diversione ne sminuiva la possa, l’ingrandirsi dell’imperatore gl’ingelosiva, tanto più dacchè essendo morto Giuseppe, succedeva Carlo VI, quel desso che col nome di Carlo III già possedeva la Lombardia e il Napoletano e in titolo la Spagna, talchè radunava nuovamente in sè l’immensa monarchia di Carlo V. Queste ombrìe, cresciute dall’oro francese, e il nuovo indirizzo che alla politica impresse il sottentrato ministero tory inglese, indussero maneggiar una pace, la quale dopo lunghe trattative rogata in Utrecht (1713 11 aprile), diede all’Europa con prudenti combinazioni quell’equilibrio di forze che alcuni credeano basterebbe alla quiete di più secoli, e che non durò trent’anni.
Il duca di Savoja avea ritolta ai Francesi Susa; ma non proseguì caldamente la guerra perchè il consiglio aulico di Vienna reluttava dal concedergli anche il Vigevanasco; e fu forza consentirglielo se si volle secondasse ancora gli Austriaci, i quali fuori d’Italia erano ben lontani dal prosperare. Il conte Annibale Maffei, il marchese Del Borgo, il consigliere Mellerede[38], deputati dal duca al congresso di Utrecht, mostravano la necessità di dargli una forte barriera contro la Francia, e compensi per tanti danni sofferti onde procacciare il trionfo della grande alleanza. L’Inghilterra comparve come arbitra dell’Europa, in quel trattato che assicurava i frutti della sua rivoluzione: e Anna regina prediligeva il duca di Savoja a segno, che avea sin proposto di farlo re di Spagna e delle Indie, affine d’impedirne la Francia: onde tra i primi patti della pace chiese gli fosse ceduta la Sicilia, col titolo di re di cui egli spasimava, riserbando all’Inghilterra le più ampie franchigie di commercio e navigazione. Fu fatto, e insieme restituitigli il contado di Nizza, la valle di Pragelato ed altre alpine, coi forti d’Exilles e Fenestrelle, sottraendogli quello di Barcellonetta, per modo che la cresta del Monginevra diveniva confine colla Francia; il duca serbava l’eventualità di succedere in Ispagna se mancasse la linea regnante. All’imperatore fu lasciato quanto possedeva in Italia, cioè il regno di Napoli, il ducato di Milano, la Sardegna, i porti e presidj sulle spiaggie di Toscana. Spagna, che per due secoli e mezzo aveva minacciato assorbire la nostra penisola, più non vi conservò un palmo di terra. Un’infinità di signori spagnuoli trovavansi in pericolo per aver parteggiato Carlo d’Austria, il quale pertanto, sentendo l’obbligo di non lasciarli esposti alla vendetta di Filippo V, li menò seco, e per far denari da mantenerli, vendette ai Genovesi per sei milioni il marchesato del Finale. Ne spiacque ai Finalesi, più ne spiacque a re Vittorio, che per mezzo di quello avrebbe congiunto i suoi dominj col mare.
Erano dunque sparite dalla carta d’Italia le signorie di Mantova e della Mirandola; al luogo della Spagna sottentrava l’Austria, assai meno potente dopo toltale la Sicilia; Vittorio, in premio della politica preveduta, allargava lo Stato fin al Ticino, e appagava il lungo desiderio intitolandosi re, e della più bell’isola del Mediterraneo. Come poi la barattasse colla Sardegna, e le sue controversie col papa, saranno materia del libro seguente.
E così fra guerre terminiamo un secolo, consunto in una pace stupefacente. Nelle quali, benchè non si trattasse della patria ma dei padroni di essa, non poco ebbero a faticarsi gli Italiani, dimostrando che mancava l’atto non l’attitudine del valore. Dei prodi di questa età già molti enumerammo (tom. IX, pag. 523), e fra’ migliori Gabrio Serbelloni milanese cavaliere di Malta, che combattè i Turchi in Ungheria, sulle coste d’Italia e a Lepanto, ajutò il duca d’Alba e il marchese di Marignano a spegnere l’indipendenza italiana, e Filippo II a tenere in obbedienza il Napoletano che empì di fortilizj, e ad assoggettare i rivoltati Brabanzoni: fatto vicerè di Sicilia, difese Tunisi, respingendo quattordici assalti de’ Turchi, che al fine lo presero di forza, e lui tutto ferito menarono prigioniero a Costantinopoli, finchè fu cambiato con ventisei uffiziali turchi. Combattè allora a fianco di don Giovanni d’Austria, che lo chiamava suo maestro; poi di nuovo in Italia e in Ispagna, finchè morì. Alberto, conte di Caprara bolognese (1630-1686), servì all’Austria principalmente in Ungheria, e molto fu adoprato come diplomatico co’ Turchi: ma e nell’armi e nella diplomazia lo superò il fratello Enea Silvio (1631-1701), compagno del Montecuccoli, vinto dal Turenne, vincitore dei Turchi.
Nel 1650 Francesco Antonelli d’Ascoli espugnava Landsberg, onde Ferdinando III lo costituì ingegnere generale dell’Ungheria. Nel 1637 Giuseppe Spada migliorava la fortezza di Magonza. Francesco Tensini di Crema, formatosi nelle Fiandre sotto lo Spinola, fece diciotto assedj, sostenne quattro difese, combattè dappertutto, ed è posto fra i creatori dell’architettura militare per la Fortificazione, opera ammirata che pubblicò a Venezia il 1624, quattordici anni prima d’essere assassinato in patria.
Nelle guerre di Fiandra acquistò pur nome il napoletano don Roberto Dattilo marchese di Santa Caterina, che capitanò anche i Genovesi contro Savoja. Nel Napoletano e contro i Turchi fece gran prove di valore Francesco Saverio de’ conti Marulli di Barletta, cavaliere gerosolomitano, che divenne maresciallo d’Austria: il suo reggimento tutto di Napoletani fu poi de’ più vantati dell’Austria, e Carlo di Spagna suo nemico gli diceva, — Se avessi nel mio esercito dodici uffiziali come voi, sarei padrone dell’Italia». Marco Foscarini[39] ricorda un reggimento napoletano segnalatosi alla difesa di Barcellona; il marchese di Montenero lodato da Enrico IV, che l’ebbe avversario alla difesa di Amiens; Carlo Spinelli, Andrea Entelmi, il marchese di Terracusa, il duca di Nocera, il principe d’Avellino, il marchese Della Bella, i duchi di Maddaloni e di Rosigliano, il marchese di Treviso, tre Brancacci, tre Tuttavilla, Carlo della Gatta, Marzio Origlia, i marchesi d’Avalos di Pescara e del Vasto, il conte di Santa Severina. A servizio poi di Carlo VI, oltre il maresciallo Caraffa tremendo agli Ungheresi e ai Transilvani, si segnalarono il duca di Laurino, i principi Strongoli e Trigiano; pochi perchè i Tedeschi dileggiavano o non curavano gli Italiani. Anche Luigi Zani bolognese militò cogl’Imperiali contro Svedesi e Turchi, e fu ucciso combattendo in Ungheria il 1674. Colà pure ottenne lode di valore il conte Federico Veterani urbinate maresciallo, morto sul campo nel 1695, e lasciò il racconto delle sue campagne. Il conte Giuseppe Solaro della Margarita era stato, con Daun e col marchese di Caraglio, incaricato dal duca di Savoja di difendere Torino, nel che si condusse egregiamente, poi que’ fatti espose nel Journal historique, ove di sè non fa pur cenno.
Di tutti più illustre Raimondo Montecuccoli (1608-81) si formò nella guerra di Fiandra, palestra de’ migliori campioni di tutta Europa, dove i principi di Nassau aveano creato le fortificazioni di campagna, mentre gl’ingegneri italiani aveano insuperabilmente munite le città, principalmente Anversa. Dopo la guerra di Castro ove fu generale del duca di Modena, andò tenente maresciallo dell’imperatore in Germania, poi comandante supremo delle armi di esso in Franconia, in Slesia, in Ungheria contro i Turchi e contro i Francesi; infine fu elevato presidente al consiglio di guerra. Si trovò egli a fronte Turenne, che la Francia conta come il più insigne suo maresciallo; e l’arte da loro due spiegata sul Reno è il capolavoro dell’arte militare. Allorchè Turenne morì, Montecuccoli compì le sue vittorie finchè lo arrestò l’altro gran generale Condé; poi si dimise dal servizio dicendo che chi avea combattuto con Maometto Köproli, Condé e Turenne non doveva con altri mettere in avventura la propria gloria. Scrisse anche, con quell’ordine ch’e’ dichiarava qualità essenziale delle scritture come delle operazioni, e fu tenuto il maggior maestro d’arte militare, fino ai nostri contemporanei.
Nella guerra di Successione molti Italiani si faticarono, sebbene, eccetto i Piemontesi, non per causa propria, nè sotto proprj generali. A non riparlare del grande Eugenio, sotto lui capitanava il marchese Annibale Visconti, contro lui come maresciallo di Francia il conte Albergotti. Il conte Marsigli bolognese (1658-1730) servì utilmente l’imperatore contro i Turchi; finchè essendosi reso Brisacco dopo tredici giorni di trincea aperta, il consiglio aulico condannò a morte il conte Arco governatore, e alla degradazione il Marsigli, che serviva sotto di esso. Non ascoltato dai tribunali e dall’imperatore, il Marsigli si giustificò in faccia al pubblico; poi si volse tutto a viaggi e studj: scrisse sul Bosforo Tracio, sull’incremento e decremento dell’impero Ottomano, e il Danubius pannonico-mysius in sei volumi, ridondante di buone osservazioni da naturalista, da archeologo, da statista, mirabili anche dopo svanite le congetture che v’appoggiava; a Parigi fu festeggiato come si sogliono le vittime d’un’ingiustizia; in patria fondò l’Istituto di scienze, e a quel senato donò il proprio palazzo e le sue raccolte letterarie e scientifiche.
LIBRO DECIMOQUINTO
CAPITOLO CLXIII. L’Alberoni. Elisabetta Farnese. Le successioni di Parma, Toscana, Austria.
Quasi prosopopee di quella politica barcollante in intrighi, senz’idea elevata nè stabile morale, ci si presentano al limitare di quest’età due figure italiane, Elisabetta di Parma e Giulio Alberoni.
Quest’ultimo, nato a Piacenza (1664) da un ortolano, cresciuto cuciniere, buffone, negoziante, diè ricetto al romanziere francese Campistron, svaligiato mentre qui viaggiava; onde, allorchè il maresciallo Vendôme, destinato alla spedizione d’Italia, cercava d’un segretario che sapesse qualcosa di francese, Campistron gli propose l’Alberoni. Altri racconta che, dovendo il vescovo di San Donnino trattare a Parma con esso Vendôme, menò seco l’Alberoni perchè balbettava francese; e che questo, avendo trovato quel cinico alla bassa sedia, invece d’offendersi dell’indecenza, imitolla, col che andò a versi al maresciallo, che se lo tolse a servigio. Solite storielle con cui un’aristocrazia di bassa lega crede oltraggiar coloro che s’innalzano co’ proprj meriti.
Le vittorie del Vendôme assicurarono il trono di Spagna a Filippo V, il quale, bisognoso sempre di chi ne dirigesse i consigli e ne chetasse la coscienza, dopo vedovo dell’amabile e intrepida Luigia di Savoja, s’era affidato alla vecchia e astuta principessa Orsini. Nelle costei grazie s’insinuò l’Alberoni, e per suo interposto nel favore di Filippo, che lo nominò conte e inviato alla Corte di Parma.
Quivi ducavano i Farnesi; e Ranuccio II (1646), che perdette Castro e Ronciglione, ebbe per favorito un Gaufrido, al quale poi fece mozzar la testa, indi un Giuseppino valente musico. Francesco succedutogli (1694) vide lo Stato sovverso dalla guerra di Successione, sposò la vedova di suo fratello Odoardo e non ebbe figli, talchè unica di loro stirpe rimaneva Elisabetta, nata da esso Odoardo. L’Alberoni divisò collocarla con Filippo V, onde la dipinse alla Orsini come «una dabbene lombarda, impastata di butirro e formaggio, la quale non avrebbe mosso un dito che a senno di lei, sarebbe venuta in Ispagna colle leggi che la principessa le prescrivesse»[40]; e la Orsini credendo nella riconoscenza, la propose a Filippo V. Conchiuse le nozze, l’Italiana varcò i Pirenei, e la Orsini le andò incontro; ma che? Elisabetta la fece prendere, e coi puri abiti che aveva indosso gettare in una carrozza, e nello stridor del dicembre portare fuori della Spagna, che più non vide; «colpo (diceva l’Alberoni) da Ximenes, da Richelieu, da Mazarino; e con questo solo rimedio si guariranno moltissimi mali creduti incurabili».
Elisabetta restò allora despota del marito e della Spagna. «Alterigia spartana, ostinazione inglese, finezza italiana, vivacità francese formavano il carattere di questa donna singolare, che arditamente camminava al compimento de’ suoi disegni, senza che nulla la facesse meravigliare od arrestarsi» (Federico II). Smaniosa di dominio, pur senza perdere l’allegria rassegnavasi alla solitudine con un marito uggiato e cupo, devoto senz’esser religioso, timido e ostinato, lento di spirito, bisognoso di guida eppure desideroso di levar rumore e pesare sulla politica bilancia; tutto egli concedeva alla moglie, ch’ebbe l’arte d’isolarlo, e che, ambiziosa ma ignara di politica e d’affari, allevata angustamente ed allora sequestre dal mondo, odiando gli Spagnuoli e odiata da essi, non avendo, per riguardo al sentimento nazionale, potuto ritenere altro Italiano che l’Alberoni, tutta s’affidò a questo (1715), a cui doveva il trono. Per lei fatto cardinale, non ebbe il titolo ma la potenza di ministro come confidente del re e della regina, e si amicò la nazione col punir quelli che l’aveano aggravata e coll’accingersi a ripristinarne la grandezza. Tesoro esausto, popolo scoraggiato, non esercito, non marina, non potenti alleanze, non strade, non battelli su quei magnifici fiumi, non canali, non altra ricchezza che i ricolti aveva la Spagna, che esso Alberoni paragonava alla bocca, ove tutto passa, nulla rimane; ricevendo essa tanti tesori dalle colonie, e consumandoli senza nulla riprodurre.
L’Alberoni lavora diciott’ore al giorno; non rifuggendo dalle minuzie dell’economia, ristaura le finanze e l’industria; rende economica l’amministrazione, e limita gl’innumerevoli uffizj della casa del re; protegge il commercio delle colonie; induce il clero a contribuire alle pubbliche gravezze; chiede prestiti, tassa i ricchi, vende impieghi, recluta contrabbandieri e malandrini; e ben presto la Spagna ebbe sessantacinquemila armati, una marina e molti cannoni, e a Barcellona una delle migliori cittadelle.
Erano orditi a vastissime tessiture, che solo la riuscita potea salvare dalla taccia di temerarie. Perocchè la pace d’Utrecht aveva assestata l’Europa, ma solo diplomaticamente, arrotondando e bilanciando gli Stati senza riguardo ad indole e a simpatie di popoli; lasciava all’Inghilterra indisputato il predominio, assicuratole dal sistema de’ prestiti e dalla crescente marina; la Francia riducea in seconda fila, tanto più dacchè al gran Luigi succedeva un fanciullo di cinque anni (1715), vegliato nell’inferma culla dal duca d’Orléans che ne bramava la morte; alla eterogenea monarchia austriaca metteva a fianco due eserciti, quali potevano considerarsi la Prussia, il Piemonte. Intanto l’imperatore Carlo VI, oltre aspirare ad annetter la Sicilia al suo regno di Napoli, non sapea rassegnarsi alla perdita della Spagna, possesso de’ suoi avi: nè Filippo V a vedere il suo regno sbranato, e reso ligio degli Inglesi col ceder loro Gibilterra; come doleasi d’aver rinunziato al trono di Francia. Per verità ogni pace lascia molti guasti non riparati, e i politicanti se ne fanno un titolo a dir imminenti nuove rotture o a prepararle. E le desiderava Elisabetta, la quale non potendo sperare a’ suoi figliuoli il regno di Spagna perchè Filippo ne avea tre del primo letto, volea trovargliene altri. Ciò non poteasi che col rimescolar le carte; e vi si adoprava l’Alberoni, divisando collocare il suo re sul trono di Francia, e don Carlo figlio della Farnese, nel ducato di Parma, Piacenza, e fors’anche nella Toscana; rendere indipendente l’Italia collo snidarne gli Austriaci; a tal uopo aizzare Vittorio Amedeo II di Savoja contro Carlo VI mentre si trovava impegnato coi Turchi; da Napoli li caccerebbe una flotta ispana, ricoverata da esso Amedeo in Sicilia, al quale in compenso si darebbe anche la Sardegna; Napoli e i porti toscani verrebbero alla Spagna; Comacchio restituito al papa; il ducato di Mantova spartito tra i Veneziani e il duca di Guastalla, i Paesi Bassi cattolici tra Francia e Olanda.
Non meno dell’armi l’Alberoni maneggiava gl’intrighi; istigò Ungheresi e Turchi contro l’Austria; cercava conciliare Carlo XII di Svezia con Pietro czar di Russia; dava mano ai Giacobiti in Inghilterra; in Francia poi tramava (1717) per togliere la reggenza al duca d’Orléans e fare dagli stati generali nominar reggente il re di Spagna. A questa ordita teneano mano molti grandi, massime bretoni, e la dirigeva il principe di Cellamare napoletano, allevato alla corte di Carlo II, compagno di Filippo V alla battaglia di Luzzara, ministro di gabinetto a Madrid, e allora ambasciatore a Parigi. Di quivi all’Alberoni prometteva un’interna rivoluzione, favorita dallo scontento universale: ma l’abate Dubois, braccio destro del reggente Orléans, intercettò lettere che provavano, se non una vera cospirazione, però intelligenze ed offerte; onde furono arrestati il Cellamare ed altri.
Orléans perdonò, ma non vide scampo contro le trame dell’Alberoni che nel gettarsi coll’Inghilterra, per quanto la pubblica opinione disapprovasse questa lega mostruosa fra popoli che cristianamente si chiamano nemici naturali. L’Alberoni aveva favorito Giacomo Stuard, pretendente al trono d’Inghilterra, di cui era spossessato dalla casa d’Annover; sicchè Giorgio I s’alleò all’Austria «per difesa reciproca de’ possessi presenti e de’ nuovi acquisti», colla qual frase accennavasi alla Sicilia. Aderendo al trattato la Francia e l’Olanda, ne risultò la Quadruplice alleanza (1718), e il quinto articolo portava che i ducati di Parma e Piacenza e la Toscana si considererebbero feudi mascolini dell’Impero, e vacando si darebbero a un figlio d’Elisabetta: così disponendo delle eredità di persone ancor vive, e senza tampoco consultarle.
A Carlo VI dava grande occupazione il Turco, il quale combatteva a vantaggio nella Morea, tolta, omai ai Veneziani, mentre sul Danubio era tenuto in soggezione dal principe Eugenio di Savoja. Il papa sconsigliava la guerra, massime a Filippo, che formalmente l’assicurò non volerla con nessun principe cristiano, ma preparare armi per ritogliere ai Barbareschi Orano. Intanto l’Alberoni sollecitava Vittorio Amedeo a invadere il Milanese e il Napoletano; ma vistolo alzare sempre più le pretensioni, argomentò fosse in trattati coll’Austria; onde gettata la maschera, con grossa flotta e truppe di sbarco quante non credeasi mai che la Spagna potesse allestirne, invade la Sardegna (1717 22 agosto); e strepitassero pure i gabinetti, egli non cercava giustificazione che dalla riuscita.
Cominciava il sistema, che fu caratteristico di questo secolo, di fiaccar il papa, e intanto volere da lui ogni cosa. Carlo VI, supponendolo d’accordo coi nemici, mandò via il nunzio e l’ambasciadore di Napoli, e sequestrò le rendite de’ prelati che abitavano in Roma. La Francia, disgustata dalla bolla Unigenitus, appellava al futuro concilio; gl’inglesi minacciavano bombardare Civitavecchia per essersi arrestato lord Peterborough, che aveva tentato rapire il pretendente ivi rifuggito; Filippo V incolleriva con Clemente XI perchè ricusò riconoscere arcivescovo di Siviglia l’Alberoni, onde richiamò tutti i suoi sudditi dallo Stato pontifizio, e proibì di cercarvi alcun benefizio o pensione.
Intanto esso Filippo scontentava la Sardegna con persecuzioni e con ammucchiarvi soldati, dei quali nessuno sapeva la destinazione, finchè con istupore di tutti egli piombò sopra la Sicilia. Dicemmo come questa fosse data a Vittorio Amedeo di Savoja; ma il possesso d’un’isola lontana costava al Piemonte troppo più del vantaggio, massime che le pretensioni di Carlo VI obbligavano a custodirla con buona guarnigione. Inoltre i Siciliani non erano nè per tradizione nè per affetto legati a quella dinastia, e alla loro vivacità mal confaceva il riserbo piemontese; sicchè guardavano in sinistro Vittorio, e quando, fattosi coronare e convocato il parlamento (1713 25 8bre), se ne tornò in Piemonte, lo marchiarono di quella parola di straniero, ch’essi gettano a chiunque non v’è nato. Poi Vittorio venne a dissidj col papa pel famoso tribunale della monarchia, e a sostenere la controversia istituì una giunta, la quale tirannescamente spogliava, puniva fin di morte chi non volesse obbedir al re o disobbedire a Roma; talchè Italia fu inondata di esuli siciliani.
Or ecco Filippo proclamare all’Europa d’aver a re Vittorio ceduta l’isola, col patto espresso che ne conservasse i privilegi; avendoli violati, demeritava di possederla e ne decadeva, onde vi si fa gridar re. S’impennano le potenze, come avviene ad ogni violazione di trattati: Vittorio, côlto al laccio da uno più astuto, sbuffa, e ricorre alle potenze garanti della pace d’Utrecht: Carlo VI non vede mal volentieri tolta al Savojardo un’isola ch’egli agognava; ma avendo fatto arrestar a Milano un ambasciadore di Spagna, Filippo V gl’indice guerra; ond’esso manifesta la sua alleanza con Francia e Inghilterra. Gl’Inglesi cominciano le ostilità (1718 30 giugno), prima di dichiararle; i mari nostri e l’isola di Sicilia sono insanguinati da Imperiali, Inglesi, Spagnuoli: pure l’Alberoni tien testa a tutta Europa. Francia, Inghilterra, Olanda allora presero concerto, che Vittorio cedesse la mal tenuta Sicilia all’imperatore, e si contentasse della Sardegna, altrimenti sarebbe spogliato di quanto aveva ottenuto nel 1703, senza compensi. Il duca non sapeva acconciarsi a barattare la più bell’isola del Mediterraneo, con un milione ducentomila abitanti, contro un’incolta di quattrocencinquantamila persone: e colla Spagna maneggiava un’alleanza difensiva mentre dall’imperatore chiedeva la mano d’un’arciduchessa, e colla Corte di Madrid si accordava di lasciarle invadere la Sicilia come opportuna ad attaccar l’imperatore nel Napoletano. Che che ne fosse, e Sardegna e Sicilia bisognava conquistare: e in fatto la Sicilia andò ad uno strazio senza pietà[41]. Nelle acque di Siracusa la flotta spagnuola, assalita dall’inglese (11 agosto), perdette ventitre vascelli con cinquemila trecento uomini e settecenventotto cannoni, eppure quella nazione occupò l’intera isola, eccetto Siracusa, Trapani e Melazzo; poi in ogni dove infuriò la guerra, a tutta Europa tenendo fronte la Spagna.
Chi dava vigore a un paese rifinito e ad un re fiacco? l’Alberoni: sicchè contro di lui si ritorsero tutti gli odj e le armi sue stesse. Il Reggente non rifuggì dalle vie più basse per rovinarlo; guadagnò il duca di Parma, il confessore di Filippo e la balia della regina, e tutti sclamavano contro l’Alberoni, massime dacchè l’infelice riuscita lo accusava d’imprudenza; e la conclusione fu che il cardinale, come unico ostacolo alla pace, venne improvvisamente destituito (1720 3 xbre), negatagli udienza fin da quella ch’egli avea fatto regina, frugate a minuto le carte e le robe sue, e rinviato. Salito al colmo «senza aver tempo di contar gli scalini», come diceva la Orsini, forse è vero che si lasciò prendere dalle vertigini; come gli uomini nuovi, volle ostentar potenza; sempre smaniato di moversi e di movere, guardava il fine e non gli ostacoli; obbligato a servire alle passioni altrui e non potendo fidarsi degli Spagnuoli che lo odiavano, parve un millantatore e null’altro, ma potè dire al cardinale di Polignac: — La Spagna era un cadavere, io la rianimai; al mio partire essa tornò a coricarsi nel suo cataletto».
La sete del potere più non si estingue sulle labbra che ne gustarono le dolcezze o le amarezze; e l’Alberoni andandosene, persuaso che la sua carriera non fosse terminata, paragonavasi a que’ capitani di ventura che erano cerchi a gara quando congedati. Venuto a Sestri di Levante, Clemente XI, che l’aborriva come istigatore della guerra contro Carlo VI, o voleva dar soddisfazione ai potentati, gli mandò ordine di non farsi consacrar vescovo di Malaga sebbene già n’avesse le bolle, e di non recarsi a Roma; anzi istituì rigoroso processo per levargli la porpora. L’Alberoni, fuggito tra gli Svizzeri, se ne difendeva svelando i sozzi garbugli de’ gabinetti, tutti operanti senza virtù; e ai circoli e alle gazzette offrì lunga materia il nome di lui, insieme colla banca di Law e colla peste di Marsiglia.
Al conclave dopo la morte del virtuoso Clemente XI egli comparve; nè mancarongli voti per la tiara. Ma la ebbe Innocenzo XIII (1721), il quale sospese il processo contro l’Alberoni, che collocatosi a Roma, divisò un’alleanza cristiana per cacciare d’Europa i Turchi e spartirne il paese; messo legato a Ravenna, d’utili stabilimenti la dotò. Ma irrequieto e smanioso di maneggi, mancandogli campo più vasto, volle esercitarli contro la piccola repubblica di San Marino.
Mozze le relazioni politiche dacchè fu circondata di Stati papali, serbava questa la virtuosa oscurità; ma la calma aveva indotto tal negligenza delle cose pubbliche, che si poteva a stento raccorre il consiglio. Si venne dunque al partito di restringerne il numero da sessanta a quarantacinque; ma allora gli esclusi levarono lamenti, donde dissidj e brama di mutazione. L’Alberoni s’affiatò con questi malcontenti, e côlto il pretesto di violate immunità ecclesiastiche, fece arrestare gentiluomini sanmarinesi nella Romagna, mandò truppe ai confini, e dipingendo a Roma quella repubblica come un ricovero di riottosi e una Ginevra di miscredenti, e mandando firme di Sanmarinesi chiedenti l’aggregazione, persuase il papa a lasciarlo fare. Ed egli, cominciato al solito da querele per rifuggiti, per violati confini, negò lasciarvi arrivare i viveri (1739), poi cogli sbirri occupa il piccolo territorio, e chiama a solenne giuramento di fedeltà. Ma i migliori ricusano: — Ho giurato al legittimo signor mio, alla repubblica; e quel giuramento confermo», disse il capitano Giangi; Transeat a me calix iste, soggiunse l’Onofri; così altri; minacciati, se ne richiamano al papa, il quale, meglio informato, ordina si ripristini la repubblica. Quell’attentato vi ravvivò l’amore per la libertà e per una patria che sulla sua piccolezza avea chiamato l’attenzione dell’Europa; si comprese come la giustizia e la concordia sian necessarie; molti forestieri ne sollecitarono il patriziato, e crebbero le famiglie interessate al pubblico bene. L’Alberoni non fu punito che col trasportarlo alla legazione di Bologna; e fra gli storici rimase vituperato o lodato secondo passione. L’Italia non dimentica com’egli dotò la patria Piacenza d’un insigne monumento, al posto d’un antico ospedale di lebbrosi elevando un collegio per sessanta studenti, che ben presto diede segnalati uomini alla Chiesa e alle scienze[42].
Tolto di mezzo l’Alberoni, Filippo V lasciossi indurre dalla moglie a rassegnarsi ai dispotici ordinamenti della Quadruplice alleanza, rinunziando alla Sicilia e alla Sardegna; e a Cambrai si trattò d’accordi (1721 marzo). L’imperatore, irremovibile dal credersi unico legittimo padrone della Spagna, e geloso che le altre due potenze volessero aumentare l’ingerenza borbonica in Italia, frammetteva difficoltà sin nelle formole della reciproca rinunzia di lui alla monarchia spagnuola, e della Spagna ai possessi in Italia e ne’ Paesi Bassi; e riservavasi il titolo di re di Spagna e di cattolico, e di granmaestro del Toson d’oro. Adesso poi, che possedeva la Sicilia, nicchiava a concedere a don Carlo figlio della Farnese la promessa investitura eventuale degli Stati di Parma, Piacenza e Toscana, tanto più che i signori di questi paesi vi si opponevano, e viepiù il papa che vedea considerati feudi imperiali quelli su cui la santa Sede pretendeva l’alto dominio. Alfine le lettere d’infeudazione furon date (1724) sotto la garanzia della Francia e Inghilterra.
Vedemmo comparire di mezzo la Toscana, perocchè anche questa era per andar vacante. Cosmo III granduca, più non sperando che Gian Gastone suo figlio avesse prole, chiese che il senato fiorentino, coll’autorità medesima onde avea conferito il dominio ai Medici, potesse ammettere all’eredità le femmine, pensando a sua figlia Anna, maritata nell’elettore palatino (tom. XI, pag. 256): ma regina Elisabetta s’industriò tanto, che il congresso di Londra riconobbe che essa, come nata da Margherita figlia di Cosimo II, riuniva i diritti delle famiglie Medici e Farnese, talchè Francia e Inghilterra ai figli di lei garantirono Parma e Piacenza e la Toscana, mettendovi intanto guarnigioni svizzere. Ma la santa Sede allegava l’alta sua signoria su Parma e Piacenza; il granduca adduceva l’indipendenza del Fiorentino, e la stranezza di disporre del suo senza tampoco sentirlo; la Spagna recava in mezzo i suoi diritti sul Senese, oltrechè non si rassegnava ad accettare con vincolo feudale possessi, che un giorno le tocchebbero liberi. I potentati sostenevano che tale assetto fosse necessario alla tranquillità d’Italia; l’Austria, possedendo i due estremi della penisola, avrebbela avuta tutta in balìa, tanto più che n’era esclusa la Francia. Sgombrate dalla Spagna le due isole, la Sicilia fu resa a Carlo VI, che dovè coi rigori e i supplizj tenerla fedele.
Tutto ciò chiamavasi pace; e chiamavansi politica queste miserabili triche di doti e successioni; e nimicizie e leghe e trattati e spese e guerre dei padri dei popoli si dirigeano al grande scopo di mettere in trono i figli della Farnese e la figliuola dell’imperatore. Quest’ultimo, non avendo maschi, aveva pubblicato una prammatica sanzione (1713 18 aprile), portante che potessero succedere le figlie sue; e l’ottenervi l’adesione degli altri potenti divenne l’unico proposito della sua politica. Ma la Spagna vi repugnava, e chiedeva ch’egli si limitasse in Italia agli antichi dominj; saltava in campo il re di Sardegna, prevalendosene per domandar grado eguale agli altri regnanti; alle potenze marittime spiaceva che l’imperatore avesse eretto a Ostenda una compagnia pel traffico colle Indie: gravi imbarazzi alla diplomazia.
Quando il re di Francia, che avea fidanzato una figlia di Filippo V, sposò invece una polacca, Filippo irritato si ravvicina all’imperatore, aderisce alla prammatica sanzione, rinunzia ad appoggiare la resistenza dei principi italiani; si parlò fino di sposare Maria Teresa figlia dell’imperatore con don Carlo di Spagna. Di tale alleanza che succedeva a venticinque anni di collera, presero ombra le potenze settentrionali, e l’Inghilterra gliene oppose un’altra; Carlo VI, purchè riconoscessero la sua prammatica, abbandonò la Spagna; la Spagna a vicenda fece pace coll’Inghilterra, abbandonando Carlo VI, e ottenendo di mettere guarnigione a Livorno, Porto Ferrajo, Parma, Piacenza, affine di assicurarle a Don Carlo.
Così continuavasi a disporre dei dominj d’Italia, non dico senza badare ai popoli, ma nè tampoco ai possessori attuali, nè al signor sovrano qual era l’imperatore. Il quale offeso arma a Napoli e a Milano, ed essendo morto l’ultimo Farnese, occupa Parma e Piacenza (1727). Ma poichè la politica andava tutta a convenienze o capricci, senza elevazione, e perciò mutevole ad ogni vento, ben presto l’Austria s’allea coll’Inghilterra e coll’Olanda (1731 16 marzo), che riconoscono la prammatica sanzione; e la Spagna non tarda aderire, purchè a don Carlo assicurino le successioni disputate. Infatto egli ottenne Parma e Piacenza; ma quanto alla Toscana il granduca Cosmo III non sapeva rassegnatisi. E per verità nessuna ragione teneano quelle potenze sopra lo Stato altrui, poca egli stesso, giacchè, cessando la famiglia con cui il paese avea contratto un’obbligazione, questo ricuperava l’indipendenza e libertà di disporre di se stesso. Cosmo medesimo il proclamava, asserendo che la Toscana non era obbligata da verun nesso feudale coll’Impero, e che casa sua non la teneva dall’investitura di Carlo V, bensì dall’elezione dei Quaranta. La politica guarda a convenienze, non a diritti.
Cosmo nel lungo suo regno non avea fatto che svigorire gli animi sotto un’afa chiesastica, mentre lasciava languire l’industria e l’agricoltura, e profittare i monopolisti e gl’ipocriti; moltiplicava le cariche e le dava in dote a zitelle onde crescere le famiglie che dipendessero interamente dal governo fin pel pane. Quando morì (1723 31 8bre) non fu dunque compianto, se non pel peggio che temevasi dal suo successore Gian Gastone. L’educazione accurata non aveva salvo costui dalle laidezze, di cui fece pompa nelle taverne tedesche e ne’ postriboli francesi. Logoro da queste e da cinquantatre anni, desiderava continuare nel far nulla, e non darsi briga d’un paese di cui restavagli solo un breve usufrutto, non aspettando successione dalla disprezzata moglie; sicchè abbandonò gli affari ai ministri, sè a lautezze scandalosamente libertine procacciategli dal cameriere Giuliano Dami; tratteneva giovinastri a centinaja, anche di famiglie illustri; e il paese imitatore, che era stato santocchio sotto il padre, si fece scapestrato sotto il figliuolo.
Alla Corte dava vivacità Jolante Beatrice, vedova del primogenito di Cosmo, traendovi belle dame e letterati, fra cui l’improvvisatore Bernardino Perfetti, che fu coronato poeta a Roma. Si rialzò l’Università, levando l’obbligo d’attenersi a temi e corsi prestabiliti; e vi dettavano il Caraccioli, il De Soria, il Corsini, il Fromond, il Rallo, il Capassi, il Fancelli; allo studio fiorentino, dove professavano il proposto Gori, il dottore Lami, il Salvini, il Targioni, il Cocchi, si aggiunsero una cattedra di gius pubblico, affidata a Pompeo Neri, e un osservatorio, diretto da Tommaso Perelli; si lasciò erigere in Santa Croce un monumento a Galileo, e tornar alla cattedra di filosofia Pascasio Giannetti; dal 1729 al 39 si compì la quarta edizione del vocabolario della Crusca; e il prete Antonio Bandini proclamava la libertà d’estrar granaglie dalla Maremma.
Il bene era guasto dagli sciagurati esempj del principe e dal turpe mercato che delle grazie e degl’impieghi faceva il Dami, sempre più despoto quanto più Gian Gastone anneghittiva e immalinconiva. Il quale, se talora alzava la testa dal vergognoso sopore, udiva i potentati mercanteggiare della successione di lui vivo; la Spagna volere che accettasse per successore don Carlo, e fin d’allora le guarnigioni; l’imperatore, ch’egli riconoscesse la supremazia imperiale. Anzi, com’ebbero stipulato del dominio, pensarono anche ai beni allodiali di Casa Medici. Mobili, gioje, capi d’arte, il fedecommesso di Clemente VII, gli acquisti fatti con risparmj, col traffico o colle confische; i miglioramenti recati a porti, palazzi, fortezze, artiglierie, principalmente i feudi da loro innestati nella ducea, e nominatamente Pontremoli e la Lunigiana, come possessi privati ricadevano di diritto alla elettrice palatina: ma la Spagna agognava anche a quelli, e intendendo susurrarsi d’indipendenza toscana, guarnì le fortezze.
Floscio in mezzo a tanti urti, Gian Gastone soscrisse al trattato di Vienna (1731 25 luglio), che senza lui avea disposto dei suoi Stati, e con una convenzione di famiglia accettò per successore don Carlo, a patto che rimanessero integri i privilegi della Toscana. Ma al tempo stesso faceva una formale protesta contro la lesione recata all’indipendenza del popolo fiorentino, il quale non poteva rimanere pregiudicato da un atto estorto colla forza: protesta che dovea pubblicarsi alla sua morte.
Sempre erasi convenuto che guarnigioni forestiere non verrebbero in Toscana, ma solo il designato erede: però alla Farnese parve indecoroso che un suo figlio vi andasse quasi in altrui balìa; onde gli accompagnò seimila armati (1736). E quando, al san Giovanni, i vassalli vennero a cavallo a deporre l’omaggio, tra feste che accoppiarono la suntuosità spagnuola colla raffinatezza toscana, allettata pure dall’ilare e graziosa giovinezza di don Carlo, questo ricevette l’omaggio in qualità di principe ereditario[43].
Frattanto un’altra eredità più pingue metteasi in questione, quella di Carlo VI. Favorì le arti belle che coltivava egli stesso, e principalmente la musica, e dal Metastasio fu celebrato come il Tito del secolo: ma non sapea farsi nè stimare come elevato, nè amare come popolare; spiava i domestici segreti, puntigliavasi nelle cerimonie; ligio ai ministri, eppur sempre sospettoso di quel che più di tutti valeva, il principe Eugenio di Savoja, la cui morte (1736) lasciò il massimo disordine in quel gabinetto. Avvezzato despotico, penava a rispettare le costituzioni de’ varj Stati; più che d’altro gloriandosi d’essere stato re di Spagna, questo titolo non volle rinunziar mai; Spagnuoli mettevasi intorno e negl’impieghi; e ostinavasi a volere i possessi italiani come quelli che gli davano e denari pel secreto borsiglio e cariche da distribuire a sua voglia, mentre ne’ paesi germanici le costituzioni escludeano i forestieri. Or que’ consiglieri (se crediamo alla Storia arcana del Foscarini, che è un’indagine del perchè l’Austria perdesse così rapidamente l’Italia nel 1735) lo traevano a strane e rovinose maniere di governare il nostro paese; tutto andava a chi più rubasse in aggravio de’ popoli: a Napoli ottantadue milioni di fiorini si estorsero nei ventisette anni di suo dominio; oltre diciotto capitarono direttamente all’imperatore o per fascie alle arciduchesse o per altre graziosità: a Milano s’incarì la diaria, mentre le somme destinate a mantenervi soldati e munire fortezze colavano nel borsiglio, lasciando il paese sprovvisto nelle occorrenze: or si moveva dubbio su antiche vendite fatte dal fisco alle città, e bisognava transigere in denari; or una città contendeva coll’altra, e sopivasi il litigio a denari, sempre con particolare guadagno dell’imperatore. Per due milioni e quattrocentomila fiorini vendette ai Genovesi il marchesato di Finale, importantissimo perchè metteva il Milanese in comunicazione col mare; vendette al re di Sardegna altri feudi sottratti al Milanese; vendette titoli, vendette soldati, e fomentò la guerra perchè velava tali dispersioni di denaro. Negl’impieghi e nelle magistrature poneva persone indegne, purchè pagassero; lasciava che i ministri lucrassero sulle entrate dello Stato, come egli partecipava alle venalità; e tenea mano agli appalti, che si deliberavano a prezzi ingiusti, supplendovi con altre gravezze sui sudditi, e coll’inumanità dell’esazione.
Napoli avea gran foreste di roveri, proprietà regia; quelle dell’Istria e dell’Ungheria poteano somministrare una ricca flotta, dietro la quale Carlo smaniava: ma la pessima amministrazione facea costar più a lui i legnami suoi che se avesse dovuto comprarli, e l’uffizialità sarebbe bastata a triplice armata. Pensò favorire il commercio, ma con espedienti improvvidi; alzando i dazj delle lane, rovinò gli armenti dell’Abruzzo; colla Compagnia dell’India istituita ad Ostenda, s’inimicò le potenze marittime, mentre egli nessun frutto ritrasse; coll’aprire il porto franco di Trieste, oltre mettere in sospetto i Veneziani, spoverì la fiera di Bolzano ed altre interne, e non che vi affluissero mercanti come credeva, sole tre famiglie di Lombardia vi si posero, e bisognarono ordini rigorosi per trarvi mercanzie. L’accordo ch’ei fece colle potenze Barbaresche affidava queste a penetrare nell’Adriatico a danno de’ Veneti e de’ Pontifizj, sicure di trovar ricovero nei porti napoletani.
De’ vizj suoi e di sua Corte non mancava chi l’avvertisse, e i frati italiani che quaresimavano a Vienna, non prostituivano alle adulazioni la parola di Dio; pure soltanto le lezioni costose dell’esperienza lo fecero scorto degli errori suoi, non l’emendarono. Tutta sua vita fu in guerra, e più in maneggi per far adottare la prammatica sanzione, per cui gli Stati di Casa d’Austria passassero nella sua figlia Maria Teresa. La Farnese mosse mari e monti per maritare costei col suo Carlo, che avrebbe potuto un giorno congiungere in sè i possessi d’Austria, Spagna e Francia; e fallitole l’intrigo, cercò almeno buscargli il Milanese e le Sicilie. Ma il Milanese faceva gola a Carlo Emanuele III di Sardegna, il quale paragonava l’Italia a un carciofo, che vuolsi mangiare foglia a foglia; e sentendo di qual peso l’alleanza sua sarebbe nei moti imminenti, volea farsela pagare con quel ghiotto boccone.
Di mezzo all’apparente cordialità trescavasi dunque e faceansi armi, quando un lontanissimo evento condusse in nuovo travaglio il paese. Ciò fu l’elezione del re di Polonia. Era caduta su Stanislao Lezczinski suocero del re di Francia; ma Russia ed Austria preferivano Augusto di Sassonia, e accostato un esercito ai confini, obbligarono ad eleggere questo (1719), sicchè Stanislao ne dovette partire. Di qui rottura tra Francia ed Austria, e briga di alleanze, ove subito prese parte la Spagna, ossia Elisabetta; la quale, sempre agognando tutta l’eredità austriaca, nè per difficoltà diminuendo l’ambizione materna, al suo Carlo diciassettenne che s’adagiava nel principato di Parma, manda dire: — Preparatevi a un molto più nobile trono; Spagna, Francia, Sardegna si sono collegate contro l’Impero, cioè per deprimere Casa d’Austria[44] ed escluderla da Italia: un esercito con Berwick l’assalirà sul Reno, un altro con Villars scenderà in Lombardia, una flotta nel Mediterraneo; a Genova e Antibo sbarcheranno genti e cavalli spagnuoli, comandati dal conte di Montemar in effetto, in apparenza da voi stesso, che presto saluterò re delle Due Sicilie».
Carlo Emanuele fu ancora in testa agl’intrighi (1733 26 7bre). L’imperatore lo credeva suo, atteso l’avergli esso domandata l’investitura degli Stati in Italia; sicchè vedendolo ingrossare di armi, supponeva mirasse unicamente a difendersi dai Francesi; e quand’egli chiese grani alla Lombardia, il conte Daun si fece premura di mandargliene[45]. Ma un momento dopo si seppe che il re, a patto di divenire padrone del Milanese, erasi unito alla Francia, dove i consigli dell’ottagenario Villars e degli altri vecchi soldati essendo prevalsi ai pacifici del ministro cardinale Fleury, preparavansi grossi eserciti. I quali per cinque vie sboccati e uniti al piemontese, occupavano Vigevano, Tortona, Pavia, e sono alle porte di Milano (1733 3 9bre). Carlo VI erasi avversate le potenze marittime colla sua compagnia d’Ostenda; quel sistema di corruzione così esteso avea fatto trascurare gli armamenti e i magazzini; e Daun côlto alla sprovvista, anzichè esporsi ad una sconfitta, si ritira nelle fortezze. Carlo Emanuele accolto con feste a Milano e dappertutto[46], vede aprirsegli il forte di Pizzighettone allora importante pel passo dell’Adda e con cento cannoni, e i minori di Lecco, Trezzo, Cremona, Fuentes, Novara, Arona; anche quel di Milano dopo lanciatevi quattordicimila cannonate e tre mila bombe: e tiene finalmente questo paese sì a lungo ambito, e se n’intitola duca.
Un potentato che tema un vicino, gliene oppone un altro. Carlo Emanuele dunque consentiva all’incremento d’un infante di Spagna, per quanto s’adombrasse dei Borboni; ma non volea snervar l’imperatore a segno che quelli restassero senza contrappeso in Italia: laonde sfavorì la marcia dell’esercito, restrinse le sussistenze, ricusò dare artiglieria per l’assedio di Mantova, nè secondare Villars che volea si procedesse prima che da Germania venissero rinforzi; onde il maresciallo Mercy ebbe agio di calar dal Tirolo a rinforzare la guarnigione di Mantova; Villars indispettito viene a prendere congedo dal re, il quale duramente gli dice: — Buon viaggio». Il maresciallo, passando per Torino, vi morì di ottantadue anni.
Intanto anche la Spagna, ossia Elisabetta collegatasi con Francia, manda una flotta in Toscana, che per sottrarre le Due Sicilie all’oppressione austriaca, all’austriaca avarizia, comincia a devastare spietatamente la Mirandola, Piombino, il ducato di Massa e Carrara; poi l’infante don Carlo, dichiaratosi da sè maggiorenne a diciott’anni, e fatto generalissimo degli Spagnuoli[47], a capo di grosso esercito lentamente traversa lo Stato papale, guastando da barbaro.
Come il Milanese, così il Napoletano trovavasi a mala guardia, avendo l’imperatore e il gran cancelliere Zinzendorf intascato i denari degli armamenti, e per gelosia non lasciavasi che i natii si armassero: ingegner nessuni; uffiziali imberbi; soldati arrugginiti nelle guarnigioni; gli animi esasperati contro gli Austriaci venditori d’impieghi e sanguisughe, sicchè all’accostarsi di Carlo dappertutto si gridava il nome di Spagna, tanto più che egli pagava appuntino, regalava, sovveniva, gettava manciate di denaro alla folla.
Il vicerè Giulio Visconti chiama all’armi (1734), ma non gli rispondono che banditi e condannati, sicchè fugge col denaro e cogli archivj, e dappertutto si surrogano i gigli alle aquile. Carlo entra in Napoli spargendo denaro, prostrandosi alle chiese, donando una magnifica collana a san Gennaro, schiudendo le prigioni ai malfattori, conservando i privilegi e i magistrati, e aggiungendo alla città il grandato di Spagna, e all’eletto e ai deputati del popolo il diritto di coprirsi in presenza del re. Maggiore fu il contento quando si seppe che il paese non sarebbe più una fattoria regolata dai vicerè, poichè Filippo V decretò che Carlo fosse re delle Due Sicilie, separate da Spagna; le nuove nomine di dignità soddisfecero i nobili; feste e grazie e illuminazione soddisfecero la plebe.
Il Visconti, ritirato in terra di Bari, fu sconfitto a Bitonto dal duca di Montemar, vero duce dell’esercito, il quale passò a sottomettere l’isola di Sicilia (maggio), invano difesa dal prode Lobkowitz; così l’intero regno riverì Carlo; mentre la fortuna austriaca abbassava anche in Germania, malgrado l’arte del vecchio principe Eugenio.
Il Milanese era stato preso troppo facilmente perchè si potesse dir vinto, e a Mantova si concentrarono sotto il maresciallo Mercy le truppe imperiali; ma costui, poco gradito per le violenze e per la prodigalità di sangue, non prosperò le armi, e morì (giugno) alla battaglia di Parma, la più sanguinosa che già un pezzo si combattesse, restandovi diecimila Austriaci. Meglio furono questi comandati a Quistello dal maresciallo conte di Königseck; ma vinti alla giornata di Guastalla (19 7bre), dovettero ritirarsi in Tirolo.
Allora Luigi XV (1735) rimise sul tappeto il vecchio disegno di rendere indipendente l’Italia, per isbarbicare le continue occasioni di guerra; Lombardia sarebbe spartita fra Venezia, Genova, Piemonte; la Toscana resa ai cittadini; nessuno potesse principare in Italia che avesse possedimenti fuori. L’ambizioso Farnese impacciò i consigli, non soffrendo che suo figlio fosse privato della Toscana, benchè acquistasse le Due Sicilie; si tornò sulle armi; e gli Austriaci raccolsero grosso esercito negli Stati della Chiesa, i quali dovettero sostenerne le spese e le prepotenze; perchè i contadini in qualche luogo si opponevano allo sfrenato loro foraggiare, in altri impedivano i loro ingaggi o ricusavano le arbitrarie contribuzioni, le Corti di Madrid e di Vienna urlavano contro il papa, ne cacciavano i nunzj.
Ma la guerra omai non si faceva che lenta e per marcie: Carlo non tenea le Due Sicilie? e il re sardo il Milanese? che potevano altro bramare? Il cardinale Fleury smaniava di rimettere pace; l’imperatore non poteva che desiderarla: ma Luigi, che aveva protestato non volere un palmo di terra, e solo vendicarsi dell’affronto fatto in Polonia a Stanislao Lezczinski, non volle cessar l’armi se non fosse dato alla Francia il ducato di Lorena, che esso Lezczinski terrebbe a vita, in cambio della disturbatagli Polonia. Ma e il duca di Lorena? si compenserà col dargli la Toscana, la quale toglieasi a Spagna, come Parma, Piacenza, Mantova. Miserabili barattieri di popoli!
Adunque nella pace di Vienna (1738 8 9bre) fu assegnata la Toscana al duca di Lorena, che, morto allora Gian Gastone, ne prendeva possesso; in compenso don Carlo avesse le Due Sicilie e i porti del Senese con Porto Longone; Livorno restava portofranco; al re di Sardegna, i territorj di Novara e Tortona, divelti dal Milanese, e la supremazia feudale nelle Langhe; Parma tornava all’imperatore, ma i Farnesi portarono via le ricchezze di loro famiglia e i capi d’arte di cui arricchirono Napoli.
Non si erano ancora deposte le armi, quando la morte di Carlo VI (1740 20 8bre) aprì la successione austriaca; e in onta alla prammatica sanzione, i potentati si avventarono per istrappare qualche brano d’eredità a sua figlia Maria Teresa, e Italia tornò sossopra.
La Francia pensava creare o ingrandire colle spoglie dell’Austria gli Stati secondarj, che si movessero a suo impulso. La Prussia voleva crescere in Germania sicchè l’Austria non vi facesse più da padrona. Il re di Spagna credeva che, mancata la linea austriaca, toccassero a lui il Milanese, Parma e Piacenza, sebbene col trattato di Londra del 1718 vi avesse rinunziato; sicchè armò, e impose a Carlo di Napoli che s’armasse. Per uno statuto del 1549 di Carlo V, qualora venisse meno la discendenza maschile di Filippo II, doveano succedere le sorelle; statuto confermato allorchè la costui figlia Caterina sposò Carlo Emanuele III di Sardegna. Il quale dunque sorgeva a dire che il ducato di Milano avrebbe dovuto toccargli fin dalla morte di Carlo II, ultimo maschio di Filippo II; e viepiù adesso che ogni seme di quella Casa era perito. Non credo che Carlo Emanuele III contasse gran fatto su questi titoli, abrogati del resto col riconoscere la prammatica sanzione: bensì sentiva che, come principe dell’impero dovea aver parte alle discussioni; e come posto fra i due maggiori contendenti, si darebbe a quello che meglio il compensasse. E dapprima prese accordo colla Francia per acquistare il Milanese, foss’anche col cedere la Savoja; poi riflettendo non tornargli utile il prevalere in Italia quella Francia che aveva dominato sì a lungo il Piemonte, e non vedendosi dalla Spagna offerti che ritagli del Milanese, agognato dalla Farnese, si volge a Maria Teresa.
Questa navigava in pessime acque, parendo tutta Europa congiurata a ritorle i lenti acquisti de’ suoi avi, restringendola all’Ungheria, la Bassa Austria, la Stiria, la Carintia, la Carniola, le provincie belgiche. Federico II di Prussia, eroe filosofo, le occupava la Slesia; il duca di Baviera la Boemia ed era proclamato imperatore; gli Spagnuoli sovrastavano all’Italia; dal Napoletano moveansi i Borboni a minacciare Toscana, Parma, Piacenza, Lombardia; il papa li lascierebbe passare, il duca di Modena si collegherebbe con loro.
Maria Teresa, profuga sin da Vienna, avea dovuto ritirare le truppe dall’Italia, e con patti onerosi procurarsi amici: onde convenne con Carlo Emanuele (1742 1 febb.) che essa impedirebbe Spagnuoli e Napoletani d’avanzare verso Modena e la Mirandola; egli, mettendo da banda le sue ragioni fino a guerra finita, difenderebbe la Lombardia. Trattato di due nemici, intenti solo a schermirsi da un terzo, come lo qualificava Voltaire; e detto provvisionale perchè esprimeva la riserva che il re potesse disdirlo mediante il preavviso di un mese, cioè se Francia e Spagna gli facessero condizioni più vantaggiose.
Venezia volle tenersi neutra, benchè Maria Teresa minacciasse di nuovo suscitarle addosso i ladroni di Segna. A Modena sedevano gli Estensi, principi quieti; e Alfonso III a sessantott’anni abdicò (1629) per rendersi cappuccino a Merano nel Tirolo, dove apostolò eretici, assistette appestati. Francesco suo figlio, modello di cortesia e di generosità, in istrada parlava con questo e con quello, dava udienza a tutti, donava con modesta liberalità; sapeva che qualche cavaliere fosse in bisogno? giocava con esso al tiro o al pallamaglio, ad arte perdendo; ad alcuno chiedeva la borsa, simulando averne bisogno, poi gliela rendeva impinguata; o nella giubba o nel cappello sguizzavagli destramente un rotolo di monete, o fingea lasciarsene cader di mano, e come le aveano raccolte non volea ripigliarle; e li donava di vesti, come fossero da lui smesse, e vi trovavano denari. Al Poggio suo segretario rimproverò una lettera come mal fatta; ma il dì medesimo, quando fu a tavola con alquanti amici, gli mandò un viglietto contenente la donazione della casa e d’alquanti poderi. Amò anche le arti, e cominciò il palazzo di Modena, buon disegno dell’Avanzini. Un prossimo parente del maresciallo di Gassion avendo commesso profanazioni in una chiesa, lo fece fucilare, respingendo le istanze di grazia col dire: — Gli perdonerei se mi avesse fatto perdere una battaglia: ma non d’aver mancato di rispetto alla casa di Dio.
Alfonso IV fu generalissimo (1658) delle armi francesi in Italia, ed ebbe l’investitura di Correggio. La sua vedova Laura Martinozzi, nipote del cardinale Mazarino, regolò con accorta bontà la fanciullezza di Francesco II. Al quale morto senza figli, sottentrò lo zio Rinaldo, figlio di Francesco I, che vedemmo ravvolto nella guerra per la successione spagnuola. Nel 1707 ricuperò gli Stati; nel 1710 acquistò la Mirandola, che l’imperatore, per castigare Pico d’avere parteggiato coi Francesi, fece mettere quasi all’incanto e gli cedette per ducentomila pistole: ma di ottenere Comacchio, disputato sempre dal papa, disperò allorquando l’imperatore rinunziò a pretenderlo.
Nella guerra dei Gallo-Ispani (1734), Modena fu occupata dal maresciallo Maillebois e gravata di contribuzioni. Rinaldo, che erasi rifuggito a Parigi, fu poi restituito nella sua residenza, e l’anno appresso gli succedette Francesco III (1737) che allora combatteva i Turchi in Ungheria come generale dell’artiglieria imperiale. Egli erasi proposto di rimanere neutro nella guerra scoppiata: ma Traun governatore della Lombardia collo svillaneggiarlo e invaderne gli Stati lo spinse a chiarirsi nemico della sua padrona. Subito Tedeschi e Sardi occuparono lo Stato, mentre il duca ricoverava sul Veneto, «portando seco il coraggio, costante compagno delle sue traversie» dice il Muratori. Questi allora trovavasi bibliotecario in Modena, e avendogli il re di Sardegna domandato — Come mi tratterà nella sua storia?» rispose: — Come vostra maestà tratterà la patria mia».
Il duca di Montemar, che dalla sinistra del Po avea veduto senza muoversi la presa di Modena e della Mirandola, sfila allora verso la bassa Italia, e non volendo aprirsi a forza il passaggio per la Toscana, sbarca a Orbetello, e uniti i suoi Spagnuoli a dodicimila Napoletani, traversa violentemente il territorio della Chiesa. In Roma i suoi, per ingaggiare soldati, trascorrono a seduzioni e violenze di tal guisa, che il popolo, irritato di vedersi rapire mariti, figli, padri, tumultuò, coi sassi plebei affrontò fucili e cannoni, e fu forza calar seco a patti, e congedare quanti eransi incorporati ne’ reggimenti spagnuoli. Questi esercitarono vendetta sulla campagna, ma la pagarono col sangue. Il cardinale Alberoni, che non potea dimenticare la politica, proponeva di opporre a questi stranieri una lega di tutti i principi italiani, capo il pontefice; ma questo si accontentò di bandire un giubileo.
Mentre prima il principe Eugenio colle rapide marcie solea moltiplicare un piccolo esercito, allora il Montemar, che pur tanto avea giovato alla prima conquista del Regno, lasciò languire un esercito poderoso; senza riguardo nè all’onore spagnuolo, nè al pericolo degli alleati, nè al conquasso dei popoli, perdendo settimane in marcie di poche ore; accostavasi ai nemici, poi rifocillavasi indietro; non difendeva i suoi posti, non attaccava i deboli, lasciando indisciplinare i soldati, estender le malattie e i vizj, e prevalere gli alleati. Fu mandato a scambiarlo il conte di Gages fiammingo, che a Camposanto di Modena venne a battaglia (1743) cogli Austro-Sardi, poi ritiratosi a Rimini, cedette il comando al duca di Modena.
Maria Teresa, non iscoraggiata da tanti nemici, rinnega Carlo VII benchè regolarmente eletto imperatore dai principi di Germania, e avvolgendo questi in una guerra di mero suo profitto, chiama per la prima volta i Moscoviti a parte degli avvenimenti dell’Europa meridionale, e versa contro i suoi nemici e sopra la povera Italia bande ferine di Panduri, Tolpasci, Anacchi, Croati, Varadini, terribili d’aspetto e d’armi, anelanti alla ruba, indifferenti al sangue, e che rinnovarono gli orrori della guerra dei Trent’anni.
Unica l’Inghilterra serbò fede alla prammatica sanzione. Improvvisamente (19 agosto) una sua squadra si presenta davanti a Napoli con galeotte e bombe, e il comandante Matthews intima a quel re di richiamare le sue truppe dalla Lombardia, o bombarderà la capitale: tempo due ore a decidere. Non erasi mai pensato a munir Napoli, nè i castelli erano provvisti; onde fu forza rassegnarsi, e l’esercito napoletano richiamato, prese quartiere sul Perugino.
Carlo Emanuele seguitava intanto pratiche colla Spagna o colla Francia; e questa non potendolo trarre a sè, mandò nuove truppe al Varo e all’Alpi. Egli, facendo valere i suoi gravi sacrifizj e le proposizioni avute da Francia e Spagna, insisteva per nuovi compensi: l’Inghilterra spingeva Maria Teresa a consolidare quella lubrica alleanza con Savoja, facendo positive concessioni. L’imperatrice reluttava e diceva: — Se cedo ancora, mi resterà in Italia sì poco da non meritare d’essere difesa; non mi lascia che l’alternativa d’essere spogliata dalla Francia o dall’Inghilterra»; dovette piegarsi ad un trattato segreto (13 7bre) conchiuso in Worms, pel quale Carlo Emanuele riconosceva la prammatica sanzione, rinunziando ad ogni pretensione sul Milanese, e obbligandosi a mettere in campo quarantacinquemila uomini. Essa «in ricompensa dello zelo e della generosità con cui erasi avventurato a vantaggio della Casa d’Austria», oltre un sussidio di quattro milioni all’anno, obbligavasi a cedergli il Vigevanasco, il contado d’Angera con tutta la riva occidentale del lago Maggiore e la meridionale del Ticino, e Piacenza col suo territorio di qua dal Po fino alla Nura; e terrebbe in Italia trentamila uomini sotto gli ordini del re. L’Inghilterra si obbligava a pagare al re di Sardegna ducentomila sterline l’anno[48], e secondarlo con poderosa squadra nel Mediterraneo, nè ascoltare veruna proposizione d’assestamento dell’Italia senza consenso di esso.
Allora si rincalorisce la guerra. Carlo Emanuele, inseguendo gli Spagnuoli capitanati dal duca di Modena, giunse fino a Bologna; il principe di Lobkowitz, chiaro per vittorie in Boemia, succeduto al Traun, entra nelle Legazioni, mandandole a sperpero con una di quelle guerre di movimenti che devastano senza risolvere, mostra ancora ai Romani un esercito di Barbari, e s’avvia su Napoli, spargendo larghissime promesse di Maria Teresa. Ma popolo e nobili, indignati che ne fosse tentata la fedeltà, si restrinsero al loro re, superbi della confidenza mostrata da Carlo, fin a sprigionare quei che avea chiusi per inconfidenza, s’accinse a tutelare il nuovo regno.
Lobkowitz menava ventimila fanti, seimila cavalli, oltre le bande irregolari e molti scorridori ungheresi; li secondavano i navigli. Più numerosi erano i Borbonici, meno riputati; e nè gli uni nè gli altri facendosi scrupolo di ledere territorio amico, lo Stato pontifizio resero teatro di battaglie. A Velletri gli Austriaci diedero assalto sì improvviso (1744 10 agosto) al campo, che il re e il duca di Modena a fatica fuggirono in camicia; ma il duca di Castropignano seppe conservare la posizione in modo, che ben presto volse in fuga gli Austriaci. Stettero però ancora due mesi a fronte gli eserciti, ciascuno sperando che la fame e la peste distruggerebbe l’altro; e in fatto, dopo lasciate innumere vite a miserabile spettacolo, Lobkowitz dovette sonare a ritirata, e mostrare i laceri avanzi a quella Roma che dianzi avea insultata. Il conte Gages, unito a un esercito che Francia spediva per Genova, incalzò gli Austriaci, facendo orrida la via coi disertori che lasciava impiccati, mentre la peste desolava i due campi.
Anche sul mare infuriavano le regie ire, mentre empivano di strage la Germania. Morto il ministro Fleury, che sempre avea sollecitato la pace, Francia caldeggiò la parte spagnuola contro Maria Teresa, e mandò un esercito di qua dall’Alpi; grosse battaglie si combattono; altri Gallo-Ispani coll’infante don Filippo e col principe di Conti, secondati dalla flotta, prendono Nizza e la Savoja. I passi delle Alpi sono vigorosamente protetti dai Piemontesi, e tra le fazioni più famose del secolo contansi la presa di Demonte e l’assedio di Cuneo (7bre), ove le popolazioni secondavano l’esercito, a differenza di ciò che avveniva nella restante Italia; e sebbene il re fosse sconfitto, l’avversario dovette sgombrare il Piemonte.
Ma ben presto don Filippo ritorna, Carlo Emanuele è sconfitto a Bassignana (1745 27 9bre), lasciando pochi uccisi e moltissimi prigionieri: e l’infante don Filippo entra coi Gallo-Ispani in Milano trionfante, e la Farnese esulta del sapere la pingue città in pugno al suo secondogenito. Ma la regina d’Ungheria raddoppia di sforzi, e avendo dal terribile suo avversario Federico II comprata la pace col cedergli la Slesia (1746), manda Lichtenstein con nuove truppe nel cuor dell’inverno, sicchè ben presto i Gallo-Ispani devono lasciar Milano ai Tedeschi, che mandano a saccheggio Parma, mentre i Gallo-Ispani si rinforzano in Piacenza.
Appoggiato ai Tedeschi, Carlo Emanuele si rifà, vince Gages e Maillebois (16 giugno), mentre rinterza trattati colla Francia per conseguire maggiori vantaggi e l’ambito Milanese, semina zizzanie tra Spagnuoli e Francesi; questi batte a Piacenza e obbliga a ripassar le Alpi; e morto Filippo che ostinavasi alla guerra per suo capriccio e per stimolo della Farnese, Ferdinando suo successore (luglio) richiamò d’Italia le truppe spagnuole.
Maria Teresa, carattere virile, virtuosa in mezzo a tante Corti depravate, altera dei diritti di regina e di austriaca, intendeva all’ingrandimento della propria casa e dei proprj figli, senza intaccare i privilegi locali, che formavano la costituzione storica de’ differenti suoi popoli. Avea sposato Francesco, già duca di Lorena poi granduca di Toscana; e benchè di lui amorosissima, e il facesse dodici volte padre, non gli lasciò ombra d’autorità; sicchè egli dovette restringersi a cure parziali, e a guadagnare sugli appalti fin con somministrare forniture ai nemici di sua moglie.
Maria Teresa inviò un corpo nel Ferrarese, che, per castigare il duca di Modena, imponesse grossissime contribuzioni, e guastasse i beni allodiali di Casa d’Este, benchè assegnati alle sorelle, e fin quelli di Massa e Carrara, la cui duchessa Maria Teresa Cibo era moglie del principe ereditario che fu poi duca. Vacando, per la morte dell’ultimo Gonzaga, il ducato di Mantova, Maria Teresa l’occupò come appendice del Milanese, protestandone fin suo marito, che qual imperatore di Germania, lo credeva a sè ricaduto. Dopo la vittoria di Piacenza, gli Austro-Sardi vogliono profittare del buon destro per ricuperare il Napoletano: ma l’Inghilterra, per castigare Francia d’aver favorito il pretendente, gli obbliga a volgersi contro la Provenza, lo perchè occupano la più parte del Genovesato.
Il marchesato del Finale tra il Monferrato e la riviera genovese, dalla famiglia Del Carretto, che lo teneva in feudo, era stato nel 1590 venduto agli Spagnuoli che l’unirono al ducato di Milano; quando i Francesi uscirono d’Italia nel 1707, gl’Imperiali se ne impadronirono, poi Carlo VI nel 1713 lo vendette a Genova per un milione ducentomila piastre, come feudo dipendente dall’Impero, e glielo confermò nel trattato della Quadruplice alleanza nel 18, e in quel di Vienna nel 25. Eppure Maria Teresa, come roba sua, nel 43 ne cedeva i diritti al re di Sardegna, per l’unico titolo che al Piemonte importava avere comunicazione immediata colle potenze marittime ad esso alleate.
Genova non era più la donna dei mari, ma quel popolo conservava vigorosi caratteri, operosità, amore del franco stato; l’aristocrazia dominante non escludeva il merito, e ricordavasi dell’origine sua popolana; i suoi capitalisti possedeano per quattordici milioni di rendita sui banchi di Francia. Protestò essa contro tale usurpazione, che poteva costituire sulla Riviera un porto emulo del suo, fece armi; e aderendo a Francia, Spagna e Napoli nel trattato d’Aranjuez, agevolò ai Borbonici il passo per la Lombardia. Gl’Inglesi reclamarono perchè Genova cessasse dall’armarsi, attesochè nemici non aveva, e dal molestare il loro alleato di Savoja; e non ascoltati, predarono le navi (1746), e mandarono l’ammiraglio Rowley a bombardar Genova, il Finale, San Remo, sollecitati dal re di Sardegna, che istigava anche i Corsi. Ma dopo la vittoria di Piacenza e la ritirata degli Spagnuoli, benchè avesse e armi e viveri, Genova trovandosi incalzata per terra dagli Austriaci, per mare dagli Inglesi, scontentò il popolo pel lavoro mancato nella lunga guerra e pei difficoltati trasporti, sicchè temeva proclamasse Maria Teresa, e dovette patteggiare col comandante degli Austriaci marchese Antonio Botta Adorno, e cedergli una porta, raccomandandosi alla generosità dell’imperatrice.
Se i soldati tedeschi in tutta quella campagna si erano mostrati brutali e ingordi, massime a Parma e Piacenza, qui ancor peggio, quasi il Botta s’invelenisse dell’averla per patria. Impose dunque condizioni come a città vinta: consegnassero le porte, i forti, le munizioni da guerra e da bocca, libero agli eserciti austriaci di traversare le terre della repubblica; il doge e quattro senatori passassero fra un mese a chiedere perdono alla clementissima sovrana di ciò che è sacrosanto diritto, il difendersi da aggressori; detto fatto pagassero cinquantamila genovine (da cinque franchi) per rinfresco ai soldati; poi determinava la contribuzione di guerra a tre milioni di genovine entro quindici giorni, o il saccheggio; tanto e non meno bisognando all’esercito per la spedizione in Provenza e contro Napoli. Di tutto allora si cominciò a far denaro; gli argenti delle case, i tesori sotto la fede pubblica depositati nel banco di san Giorgio, andarono alla zecca, onde passar poi nelle tasche de’ soldati per stipendj e per ricompense; molto ne fu mandato a Milano.
Il re di Sardegna si lamentò che del bottino non gli si facesse parte: sostenuto dagli Inglesi ricuperava Nizza, e prendeva Savona, il Finale, altri posti della Riviera, esclamando contro i Genovesi che osavano difenderli; una nave inglese all’imboccatura del porto taglieggiava e metteva a preda quanti vascelli capitassero a Genova. Per la paura più non si portavano tampoco i grani, e pativasi di fame; fuggivano i principali negozianti, i maggiori ricchi, i membri del piccolo consiglio.
Ad istanza di Benedetto XIV, Maria Teresa condonò il terzo milione; ma il Botta non solo lo volle, ma ne aggiunse un altro pei quartieri d’inverno. Tanto spoglio di città già esausta dalla lunga guerra di Corsica! Eppure la brutalità nemica non n’era sazia; si arrivò a volere che Genova somministrasse le proprie artiglierie per poter con queste toglierle le sue città. E se, come i Romani ad Alarico, chiedeva — Cosa ci lascerete?» il turpe Botta rispondeva: — Gli occhi per piangere». Vile! qualcos’altro resta sempre al popolo ridotto alla disperazione.
Per favorire la decretata spedizione di Provenza, di cui il re di Sardegna era destinato generalissimo, il Botta levò i cannoni anche di Genova; ma nello strascinare un mortajo da Portória (5 xbre), si sfondò la strada e gran fatica dura vasi a cavarnelo. I Tedeschi col bastone obbligarono qualche popolano ad ajutarli: ma un Balilla, ragazzo vulgare, comincia a resistere e rivoltarsi; i suoi lo secondano colle grida e le sassate; il rombazzo ingrossa, e impetuoso si diffonde per la città; rapisconsi le armi ove si trovano: da principio i popolani son più uccisi che uccisori, e gli Austriaci li deridono, e al grido di Viva Maria rispondono Viva Maria Teresa. Ma il furore cresce; si serragliano le vie; Croati, Panduri e quegli altri feroci soccombono alle armi plebee; fanciulli e donne strascinano i cannoni ove mai non sarebbesi creduto; improvvisati artiglieri, improvvisati fucilieri mostrano che sanno vincere e frenar la vittoria: frati e preti ispirano misericordia, ma non fiacchezza. Invano i nobili suggeriscono prudenza, moderazione, e di non sonare a stormo; le campane a martello chiamano i valligiani del Bisagno e della Polcévera; quel Botta, che aveva sbraveggiato il popolo, sente che cosa il popolo vaglia, e fremente e confuso è costretto andarsene. Viva Maria, Genova è salva (10 xbre).
Un applauso universale salutò le cinque giornate; i Tedeschi dalla Riviera si ritrassero di qua dell’Appennino; e accertata la vittoria, anche i nobili parteggiarono colla plebe. Del tradimento fremette Maria Teresa, e tacciando di lesa maestà un popolo indipendente, decretò il sequestro di quanto possedevano i Genovesi ne’ suoi Stati, colpendo così e gl’innocenti che trovavansi lontani da Genova, e la pubblica garanzia delle casse pubbliche, e portando a inevitabili fallimenti[49]. Nè paga a tanto, spedì rinforzi a punir il popolo di quella fedeltà che negli Ungheresi ella aveva applaudita, e che qui chiamava ribellione. Lo Stato di Milano fu obbligato dare cinquecento carrette con quattro cavalli e un uomo ciascuna per condur le provvigioni, e migliaja di villani requisiti per ispianare le strade all’artiglieria. E s’affollarono sul territorio le truppe austriache, che rinomate per valore quanto per cattiva amministrazione, riuscivano gravosissime ovunque stanziassero, e in conseguenza indisciplinate.
Il generale Schulemburg, ripresa la Bocchetta (1747), mandò bande di Croati, le cui fierezze fecero inorridire l’Europa, e indussero i Genovesi a intimargli, se non cessava taglierebbero a pezzi gli uffiziali che tenevano prigionieri. Il popolo sistemò la difesa, e armò le compagnie secondo le varie arti, gridando Libertà o morte, e ascrivendo alla beata Vergine ogni vantaggio che ottenesse sui nemici; si cessò dai vizj, si faceano penitenze e processioni.
Quell’eroismo inaspettato tra la fiacchezza del secolo, mosse Spagna e Francia a sostenerli, pentite e vergognate, d’aver in Italia lasciato cadere ogni loro fortuna. Il cavaliere Bellisle, fratello del maresciallo, avendo tentato passar il colle dell’Assietta, vi lasciò la vita (19 luglio) e la vittoria, nè più i Francesi s’avventurarono su terre piemontesi. Il re di Sardegna aveva potuto prendere Savona, sulla quale ostentava antichi diritti: ma la spedizione di Provenza gli fu interrotta dai mancati soccorsi; e gli Austro-Sardi, che vi aveano sofferto ogni specie di stento, furono cacciati a maledizione dal devastato paese, de’ cui ulivi si servirono a far fuoco, e dove lasciarono morto un terzo delle truppe e quasi tutta la bellissima cavalleria. Mentre stringevano Genova con fierezza per terra lo Schulemburg e per mare gl’Inglesi, il francese duca di Boufflers sosteneva colla sperienza il coraggio popolano; tantochè l’austriaco dovette levar il campo e ritirarsi verso la Lombardia. I Genovesi usciti in festa per la campagna, deploravano desolate le loro ville e dappertutto traccie dell’immanità dei Croati; ma esultavano dell’essersi riscossi col proprio braccio.
Morto fra i compianti il Boufflers, al duca di Richelieu succedutogli pochissimo rimase a fare, ma non ritirò le truppe sinchè non fu ripristinato il governo dei pochi. Il popolo aveva redenta la patria, il popolo vinti i nemici di essa; l’aristocrazia gli rimetteva il freno. Fu quella forse la prima guerra alla moderna, ove si continuassero le trattative insieme colle operazioni militari. E fra le proposte fatte alla Sardegna, merita menzione il progetto di Francia, pel quale, cedendo Nizza e la Savoja, Carlo Emanuele sarebbe ajutato a conquistar il Milanese d’accordo con Spagna e Napoli: del ducato di Mantova s’investirebbero Venezia o il Piemonte: in Italia dove straniero più non rimaneva, si formerebbe una confederazione de’ principi per assicurarli da attacchi esterni e da interne perturbazioni, allestendo all’uopo un esercito di ottantamila uomini, comandato dal re di Sardegna, o in difetto suo da quel di Napoli. Taciamo tutte le minuzie di che il bel concetto nazionale era rinvolto dai lucri domestici e dalle ambizioni della Farnese: ma Carlo Emanuele voleva anzitutto la fusione degli Stati promessigli[50]; temeva che, coll’escludere l’Austria dall’Italia non restasse senza contrappeso il protettorato della Francia, e tenne fermo all’alleanza austriaca: onde Asti fu presa, sciolto l’assedio d’Alessandria, e chiusa per cinquant’anni l’Italia ai Francesi.
A questi danni fatti dai re, venivano di conseguenza epidemie e strani morbi, e un’epizoozia e dilagamenti de’ fiumi dell’alta Italia[51], e venti furiosi a Genova. Alfine i principi, spossati di far tanto male, conchiusero pace ad Aquisgrana (1748 15 8bre). Lo scopo di tanto sangue era ottenuto: cioè Maria Teresa, tuttochè femmina, ereditava gli Stati di suo padre, e alla grandezza della sua Casa dava il rinfianco dell’alleanza inglese. Però, per quanto ella cercasse disdire il trattato di Worms, allegando d’aver giurato conservare integra l’eredità paterna, e di non dover desolare i Milanesi che vedeansi tolti i paesi dove teneano le più pingui proprietà, dovette rassegnarsi cedendo al re di Sardegna l’alto Novarese, il Vigevanasco, porzione del Pavese, il contado d’Angera, sicchè il Ticino diventava arcifinio dal lago Maggiore sino al Po. Il Finale fu tacitamente restituito a Genova coll’antico Stato, e tolto il sequestro sui beni de’ Genovesi, nulla badando a Maria Teresa che continuava a pretendere il milione imposto dal Botta. Elisabetta Farnese fu paga nella materna ambizione, vedendo al suo Filippo assicurati non solo il ducato di Parma e Piacenza, ma quelli di Guastalla, Sabbioneta e Bozzolo, dov’erasi estinta la famiglia dritta dei Gonzaga[52]. Don Carlo ebbe garantite le Due Sicilie, ed assenti al patto di famiglia, per cui tutti i Borboni doveano avere gli stessi nemici e assicurarsi i possessi, determinando i sussidj in evenienza di guerra. Francesco III di Modena tornò nel dominio, e per le spese ebbe in compenso la signoria di Novellara, estinti i Gonzaga che vi dominavano.
Come nella guerra, così nella pace il popolo italiano non era intervenuto che per soffrire: pure la gelosia reciproca delle potenze fece che la dominazione straniera non restasse più di qua dall’Alpi, se non nel Milanese, scemato anch’esso di preziosi cantoni.