CAPITOLO CLXIV. Assetto dell’Italia. Carlo III.

Col trattato d’Aquisgrana cominciò per l’Italia il periodo più lungo di pace che la sua storia ricordi, per quarantott’anni più non rimbombando il cannone se non nelle feste pe’ suoi principi; e in quell’intervallo essa le abitudini riformò, e preparossi alle nuove sorti. Quando le altre potenze europee si erano già rese compatte o nell’unità come la Francia, la Spagna, la Prussia, o nelle confederazioni come la Svizzera e la Germania, essa rimaneva spartita fra dieci signorie, una dall’altra indipendenti. La Lombardia sola soggiaceva a dominazione straniera, che dopo tanti tagli, e sebbene annessovi il ducato di Mantova, contava poco più d’un milione d’abitanti e tredici milioni di rendita[53]: paese spoglio di rappresentanza politica, ma da quello gli Austriaci vigilavano su tutta l’Italia.

Ed austriaco era il principe di Toscana, dichiarato però indipendente dall’Impero. Esso Impero conservava l’alto dominio sopra alcuni feudi nei monti liguri fra la Trebbia e la Scrivia, investiti a famiglie genovesi. Un Borbone dominava Parma e Piacenza, col marchesato di Busseto o Stato Pallavicino. Lo Stato Lando di cui era capo Borgotaro, e il ducato di Guastalla col principato di Sabbioneta, a cui erano stati annessi il ducato di Mirandola nel 1710, il principato di Novellara per investitura imperiale nel 1737, e Bozzolo nel Mantovano, con mezzo milione di sudditi. Meno di quattrocentomila n’aveva il ducato di Modena.

In mezzo all’Italia, dal Po fino a Terracina estendevasi lo Stato Pontifizio, vastissimo territorio con appena due milioni e mezzo d’abitanti, e due milioni e mezzo di scudi di rendita. Vero è che tenui erano pure le spese, giacche gl’impiegati o viveano del proprio, o di benefizj, o dei ricavi dell’impiego stesso. Era molto attenuata la rendita ecclesiastica, consistente in qualche piccolo tributo, nella collazione de’ benefizj, nelle dispense, nelle grazie.

Roma possedeva ancora Benevento e Pontecorvo, inchiusi nel Napoletano, Avignone e il contado Venesino in Francia, inoltre l’alto dominio su Parma, Piacenza, le Due Sicilie; possessi e ragioni che impigliavano in frequenti litigi i papi, i quali più non poteano dirigere la politica, non che del mondo, nè tampoco dell’Italia. A repubblica, oltre San Marino, si reggevano ancora Lucca con cenventimila abitanti; Genova con quattrocentomila, e coi cencinquantamila dell’irrequieta Corsica; Venezia che, oltre le coste dell’Adriatico, stendeasi in terraferma sino al Po e all’Oglio con tre milioni di sudditi, nove milioni di ducati di rendita, dodici o quindici vascelli grossi, diciottomila soldati; scarso provvedimento quando il mondo veniva padroneggiato dalle armi. Restavano fra le Alpi la Valtellina sottoposta ai Grigioni, e i baliaggi svizzeri di qua del San Gotardo.

I paesi che più attiravano gli sguardi, erano i nuovi regni delle Due Sicilie e della Sardegna. Nella pace d’Utrecht erasi stipulato colla Francia, formerebbe confine alla Savoja la cresta del Monginevra; sicchè il Piemonte acquistava le fortezze d’Exilles e Fenestrelle, e le valli d’Oulx e Pragelato. Verso l’Italia aveva avuto prima il Monferrato savojardo (Alba e Trino), poi anche il mantovano (Casale e Acqui) nel 1708: nell’anno stesso sottrasse al Milanese la Valsesia, l’Alessandrino, la Lomellina; poi nel 35 il Novarese, e nel 48 il Vigevanasco, Domodossola, Voghera, Bobbio: i confini verso Lombardia furono determinati nei trattati di Mantova 10 giugno 56 e di Vaprio 17 agosto 54; quelli con Ginevra nel trattato di Torino 3 giugno 54: dall’imperatore aveva pure avuto le Langhe, cinquanta piccoli feudi a mezzodì d’Alba e d’Acqui; e nella riviera genovese il contado d’Oneglia: onde il re di Sardegna possedeva tre milioni e mezzo di sudditi, venticinque milioni di rendita e quarantamila soldati. In mezzo a’ suoi Stati il principato di Monaco era conservato dai Grimaldi, cui nel 1759 successero i Matignoni; e nel Vercellese il principato di Masserano, di cui la santa Sede investiva i Ferrero.

Il regno di Napoli e Sicilia comprendeva gli Stati de’ Presidj, cioè Orbetello sulla costa toscana, e Portolongone nell’isola d’Elba con quarantamila abitanti, quasi stazioni avanzate verso l’Alta Italia e il mar Ligure; teneva pure l’alto dominio sull’isola di Malta, importante per la posizione e le insuperabili fortezze, e posseduta dai cavalieri gerosolimitani, che si cernivano dalla nobiltà di tutta Europa; e che incessantemente rincorrevano le navi e le coste barbaresche, non riuscendo però a impedir le correrie, anzi talvolta provocandole[54].

Al 25 ottobre 1713 in Palermo era stato coronato re di Sicilia Vittorio Amedeo di Savoja; poi tumultuosamente vi succedettero dominazione spagnuola e dominazione tedesca; e ai masnadieri di dentro e ai pirati di fuori aggiungendosi le scomuniche, mancava sin quel riposo che deriva dalla servitù assicurata. Gli abitanti eransi abbandonati all’inerzia, nè correano a trafficare nelle Indie, come avrebbero potuto sotto la Spagna. Carlo VI a quel commercio gl’incoraggiava, ma senza pro «per colpa (crede il Foscarini) della morbidezza e fecondità del clima, disadatto a mercare utilità con istento»; quasi il clima fosse mutato dai tempi di Pitagora e di Gerone. Quando Carlo VI stipulò coi Barbareschi fosse rispettata la sua bandiera, con grandissime feste si celebrò un accordo che assicurava le navi sicule e napoletane; ma non poteasi troppo contare sulla fede di quella gente, la quale del resto pretendea vendicarsi delle molestie causatele dai cavalieri di Malta e di santo Stefano[55].

Esso Carlo, nel 1728, ristabilì il tribunale della monarchia, col diritto al re o al suo rappresentante di tenere cappella, cioè coprirsi il capo quando riceve l’incensatore durante la messa solenne, e giudicare e dispensare in materie ecclesiastiche. Ma i Siciliani trovavano il dominio tedesco spilorcio a fronte della splendidezza spagnuola, tirannico per la viva loro natura e pei privilegi che non rispettava; onde tremavano, sommoveansi, e con ciò si attiravano supplizj e perdeano vantaggi. Consolaronsi dunque allorchè la diplomazia li destinò a Carlo III Borbone, il quale al 3 di luglio 1735 fu solennissimamente coronato a Palermo. Non strade, non ponti, non manifatture trovava egli nel regno, moneta disordinata, il commercio de’ grani impacciato; i regj pascoli occupavano cinquanta miglia in lunghezza e da tre in quindici di larghezza, con divieto di piantarvi pur un albero; estesissimi i beni comunali; anche su privati poderi pesava la servitù del pascolo, talchè non si poteano chiudere; fedecommessi, privilegi di caccia, di forni, di molini legavano le proprietà e moltiplicavano le angherie, i litigi, i legulej; vi si contavano fin diecimila feudatarj, ai quali competea la nomina de’ giudici e de’ governatori, e l’imporre pedaggi, decime, servizj di corpo, primizie; trentunmila frati, ventitremila monache, cinquantamila preti, con lauti possessi immuni; non un solo tribunale di giustizia in quattordici provincie; mentre ogni anno molte migliaja d’assassinj commetteansi, e trentamila furti erano denunziati, e tanti gli avvelenamenti in città, che si dovette istituirvi una giunta de’ veleni; intanto che le carceri rigurgitavano di contrabbandieri e violatori delle bandite. Viepiù stretta da vincoli feudali era la Sicilia, con sessantatremila fra preti e monaci, sopra appena un milione e ducentomila abitanti. La nobiltà, sprovvista d’armi e di potenza civile, era flagello al popolo, non freno al re; e nella Calabria esercitava il diritto di pesca, di caccia, di mulino e molte privative, e si vantaggiava del fondo di religione. Pei contratti a voce il proprietario fissava egli stesso il prezzo, al quale i contadini doveano da esso ricevere i grani. Le arti erano legate ancora in corporazioni; monopolio reale impacciava la cultura della seta. Le proprietà restringevansi in poche mani, e il non possidente era gravato da tasse molteplici ed arbitrarie; pesanti dazj d’entrata e uscita; taglie su tutto, fin sull’acqua piovana, oltre servizj personali da marra, da carreggio, da corriere. Il Galanti, mandato più tardi a visitare il Regno, di cui nella bella descrizione rivelò le piaghe, nel feudo di San Gennaro di Palma, quindici miglia da Napoli, trovò che i duemila popolani abitavano in grotte e sotto frascati, case avendo soltanto i ministri del barone; dappertutto diffuse l’inerzia, le ciarlatanerie, la bugia, le superstizioni.

Carlo non ebbe l’accorgimento di perdonare a chi l’avea sfavorito, e col tribunale d’inconfidenza, preseduto dal Tanucci, perseguitò i pochi fautori dell’Austria rimasti: nel resto si applicò a rimediar le piaghe; fortezze, finanze, procedura, monete, studj adagiò; e il lentare dell’oppressione bastava per togliere il deplorabile contrasto fra la politica infelicità e la naturale bellezza d’un paese, che ha suolo ubertoso, intelletti vivi, confini ben protetti, opportunità di mare. Elisabetta Farnese, non volendo che il suo Carlo sfigurasse, gli mandò un milione e mezzo di piastre, con cui ricuperare molti feudi e dominj, venduti o ipotecati. I Seggi, dal re carezzati, nonchè confermar le taglie vecchie, per quanto esorbitanti, ne offrivano di nuove e donativi. Un magistrato d’economia, applicato a rifiorire il commercio e le entrate, di tre milioni vantaggiò l’erario col solo esaminare la legittimità delle esenzioni del clero. Vedendo quanto Livorno fosse giovato dall’attività degli Ebrei, Carlo li accolse e privilegiò ne’ proprj Stati, dond’erano esclusi fin dal tempo di Carlo V, non distinguendoli per abiti o per abitazioni; permise fino portassero bastone e spada, e acquistassero stabili e feudi. Ma il popolo n’aveva ribrezzo; il gesuita Pepe dal pulpito non cessava d’investirli; un cappuccino intimò al re non avrebbe mai successione maschile finchè tollerasse quella genìa; e gl’insulti e le minaccie crebbero al punto, che la più parte se ne partirono.

Con Tripoli e colla Porta Carlo stipulò i privilegi che godeano altre potenze, e fossero rispettate dai Barbareschi la sua bandiera e le coste; nominò consoli su tutti i punti ove dirigevansi suoi negozianti; pose lazzaretti e collegio nautico: ma, al modo d’allora, credeva vantaggiar il commercio col mettere gabelle sulle merci che entravano. Introdusse il lotto e giuochi pubblici.

Ad esempio del consiglio d’Italia usato dagli Spagnuoli, creò una giunta di Sicilia per cercare ed esporre i bisogni del paese, composta di due giurisperiti siciliani e due napoletani, preseduta da un barone parlamentario siciliano che intervenisse a tutte le consulte del re; a soli Siciliani volle si conferissero i vescovadi e i benefizj, a sè però riservando la nomina all’arcivescovado di Palermo; le rendite dell’isola s’adoprassero a crescerne le forze di terra e di mare per difenderla. Nella miserabile peste di Messina del 1743, ove in tre mesi il popolo fu ridotto da quarantacinquemila a undicimila teste, aggiuntasi al morbo la fame perchè non s’era voluto credere al male, soccorse di viveri e di medici.

La Sicilia, conservando i suoi privilegi, rendeva al tesoro appena trecentomila onze, e tutto il regno non più di sessanta milioni di lire, un terzo delle quali andava negl’interessi del debito. Ciò l’impediva dall’acquistar l’importanza che gli competeva; e appena ventiseimila soldati manteneva. Gli sciabechi napoletani, comandati da Giuseppe Martinez, combatterono le saiche barbaresche con valor pari ai cavalieri di Malta; ogni provincia fu obbligata a formare un reggimento, con uffiziali delle primarie famiglie, che chiamati alla Corte, col fatto restarono privi del potere, e staccaronsi dai castelli per legarsi alla nuova dinastia; e nella campagna di Velletri mostrarono l’antico valore.

Le leggi del regno erano un bizzarro contesto di romano, di barbaro, d’arabo, di normanno, decreti angioini, costituzioni aragonesi, prammatiche dei vicerè, consuetudini paesane, farragine inestricabile; poi nei molti casi ove taceano, il giudice restava arbitro della vita e dell’onore; non regolamento di procedura, non pubblicità di giudizj; l’esito delle cause riusciva incerto ed arbitrario, e buon giuoco v’avea l’astuzia, onde numerosissima e potente la classe di paglietti, cioè degli avvocati, alla quale si ascrivevano principalmente i nobili cadetti. Le liti erano perpetuate da appelli, da ricorsi di nullità, da interventi del re; e pel giudizio del truglio, il fiscale e il difensor regio degli accusati poteano venire a patti, mutando il carcere in esiglio o galera, senza terminare il processo, e tanto per vuotare le prigioni; le quali erano affollate a proporzione dell’ignoranza del vulgo. Carlo tentò ripararvi, da Macciucca Vargas, Giuseppe di Gennaro e Pasquale Cirillo facendo compilare il Codice Carolino, che però mai non fu posto in atto. Il marchese Della Sambuca, ministro di Carlo III, pensò rifare l’insegnamento pubblico, al che s’adoprarono i vicerè Stigliano, Caracciolo, Caramanico; l’Università di Palermo ebbe ventidue cattedre, e biblioteca, orto botanico, laboratorio chimico, teatro anatomico; fu migliorata quella di Catania; due collegi pe’ nobili a Palermo e Messina; uno a Palermo per la classe civile; tre dove la bassa gente imparasse arti e mestieri.

Allora di bei nomi fiorì l’isola di Sicilia. Il principe di Biscari ne raccolse e illustrò le antichità; il principe di Torremuzza le monete e le iscrizioni greche, latine, etrusche, arabiche; Gaetano Sarri il gius pubblico; Salvatore Ventimiglia restaurò gli studj a Catania, dond’era vescovo; Alfonso Airoldi, cappellano maggiore, seppe molto innanzi nella diplomatica e nella patria storia; Giuseppe Gioeni palermitano fondò un collegio nautico, e cattedre di scienze morali; un omonimo naturalista istituì l’accademia Gioenia in Catania; molti fondarono seminarj, librerie, accademie, prima che il Governo se ne brigasse. Accompagniamovi gli scienziati Bonanno, Gabriel Settimo, Serina, Ximenes, Giuseppe Ricupero, Vincenzo Miceli (1733-81) autore d’un sistema di metafisica sull’andare di Locke e Hume e inclinato al panteismo di Parmenide che voleva conciliare col cattolicismo, i giuristi Nicolò Spedalieri e Nicolò Fragianni, di cui molto si valse il re nelle controversie con Roma; Emanuele Cangiamila, autore dell’Embriologia sacra e d’istituzioni per gli affogati e i gettatelli; Francesco Testa che scrisse de ortu et progressu juris siculi, Giambattista Caruso, Giovan de Giovanni, Mongitore, Rosario Porpora, Giovanni di Blasi, Domenico Schiavo, Rosario Gregorio, illustratori della storia patria; il cavaliere Giulio Roberto Sanseverino, la cui storia ecclesiastica vollero comparare a Tacito; gli economisti Vincenzo Emanuele Sergio e Paolo Balsamo; Sebastiano Ayala, proponeva una riforma del Dizionario della Crusca; Tommaso Campailla cantò il Mondo creato; Tommaso Natale verseggiò la filosofia leibniziana; Giovanni Meli, usando il patrio dialetto, si pose a fianco ai lirici migliori.

Ercolano, a sei miglia da Napoli sovra un’eminenza vicino al mare, bagnata da due fiumi e cinta da piccole mura, con porti e castello, fu abitata in prima dagli Oschi, poi da Tirreni e Pelasgi, tre generazioni prima della guerra trojana, infine dai Sanniti. Il 5 febbrajo del 63 dopo Cristo, un tremuoto la guastò. Era foriero delle eruzioni del Vesuvio, che silenzioso da tempo immemorabile, il 23 novembre del 79 gittò a furia, e coperse di lava o di lapilli le terre circostanti, ed Ercolano sepellì. Colonne, statue, marmi sappiamo che ne levò Alessandro Severo, poi non se ne parlò più fino al 1711, quando Emanuele di Lorena principe di Elbœuf, cercando marmi per abbellire una villa al Granatello presso Resína, fece un pozzo che per caso riusciva nel teatro d’Ercolano (tom. III, pag. 440), e ne trasse colonne e statue, che parte inviò al principe Eugenio di Savoja, parte a re Luigi di Francia, finchè il Governo riservò a sè gli scavi. Carlo III cominciò a regolarli con assennata curiosità, e riporre ogni trovato in un museo accanto al suo palazzo di Portici, oggetto d’ammirazione ai curiosi, di studio agli antiquarj. Se non che Ercolano è posta sotto al grosso borgo di Resína, che resterebbe diroccato dagli scavi: pure se ne trassero ricchezze incomparabili; alcune parti si posero al giorno; altre, dopo esplorate, tornaronsi a colmare.

Pompej, cittaduccia nove miglia distante, allo sbocco del Sarno, più discosta dal Vesuvio, fu anch’essa sepolta dai lapilli, onde intere vi si conservarono le case. Cessato lo spavento, gli abitanti aveano potuto asportarne le preziosità: nel 1689 uno scavo fortuito ne avea dato conoscenza, ma solo nel 1755 vi si cominciarono ricerche regolari: e poichè lavorasi in aperta campagna, altro ritegno non s’ha se non quello che ingiunge l’attenzione di non guastare, e di passar allo staccio tutta la terra che se ne rimuove; e donde escono tesori nuovi tuttodì.

L’Accademia Ercolanense fu da Carlo III fondata per esaminare e dicifrare quelle antichità, che riproducono la vita antica, quanto alle arti, e più per la domesticità[56].

Il 19 agosto 1743 una flottiglia inglese presentossi davanti a Napoli, e intimò a Carlo III, fra due ore spedisse a richiamar le truppe sue combattenti in Lombardia, se no, bombarderebbe la città. Carlo dovette obbedire; ma di questa umiliazione tanto fremette, che propose di trasferire la residenza regia entro terra. Cominciò allora Caserta e spinse con incredibile celerità un edifizio, che non doveva restare secondo a qualunque altra reggia d’Europa; quando fu posta la prima pietra, fu lasciato il comando delle truppe al Vanvitelli, che le schierò secondo la pianta del futuro palazzo, da lui tracciata con grandiosa unità. Gli avanzi della vicina Capua e del non lontano Pozzuoli, e i marmi onde abbondano la Puglia e la Sicilia, offrirono preziosi materiali; i giardini emularono quelli della superba Versailles in magnificenza, li superano in postura e gusto; e un vero fiume da dodici miglia lontano giungendo per ammirato acquedotto che cinque volte fora la montagna, e passa tre valli sopra ponti, fra cui è meraviglioso quel di Maddaloni a tre arcate sovrapposte, lungo cinquecenquaranta metri, alto sessanta, casca a precipizio, poi a scaglioni.

Carlo, appassionato della caccia fino al vizio[57], un’altra reggia dispose a Portici; e a chi gli avvertiva come questa rimanesse esposta al Vesuvio, rispose: — Ci provvederanno l’Immacolata e san Gennaro». In città volle il teatro più ampio del mondo, e che loda l’architetto Medrano e l’ingegnosissimo esecutore Carasale, retribuitone colla prigione. Maggior encomio merita l’Albergo de’ poveri, disegno del Fuga, dove la miseria non solo è ricoverata e pasciuta, ma educata in ogni mestiero, avviando così a levare i lazzaroni. Un altro ne fu posto in Palermo, dove il vicerè Corsini avea fabbricato e dotato uno spedale, e provvisto agli esposti e ai carcerati.

Portento insieme e gran testimonio della feracità d’Italia è il vedere Carlo profondere in magnificenze nell’atto che usciva da due guerre disastrose, e appena acquistato un paese, sfinito da lungo languore servile. I benefizj arrecati annoverò egli nel decreto ove istituiva l’Ordine di san Gennaro, mostrando riferirne il merito a questo patrono. Perocchè Carlo era anche devoto: vestito di sacco lavava i piedi ai pellegrini, cantava in coro in arredi da canonico, faceva la capannuccia a Natale, serviva messa per acquistar indulgenze; pure concordò col papa per restringere le immunità clericali, il numero de’ preti, le cause ecclesiastiche e gli asili. Restavano ai vescovi i giudizj per la integrità della fede; ma avendo l’arcivescovo Spinelli processato d’eresia quattro cittadini, parve al popolo si tentasse introdurre l’Inquisizione spagnuola; alcuni cavalieri a Carlo esposero queste apprensioni del popolo; e dicendo egli d’aver promesso, entrando, di non permettere quel tribunale, essi soggiunsero: — Quella fu parola di re; or la desideriamo di cavaliere». Egli, accostatosi all’altare e toccandolo colla spada, rinnovò la promessa. Di fatto cassò gli atti del Sant’Uffizio, e impose che la corte ecclesiastica procedesse per le vie ordinarie, nè proferisse senza comunicare gli atti alla potestà laica. Il regno nel ringraziò col regalo di trecenmila ducati[58].

Frattanto in Ispagna Elisabetta Farnese avea cessato di far da padrona sotto il regno del filiastro Ferdinando VI, il quale dominato da ipocondria, si distraeva col canto di Carlo Broschi, musico italiano, famoso col nome di Farinelli. Ferdinando morì anch’egli senza prole, onde Elisabetta, scomparsi quei del primo letto, vedeva sorpassate fin le sue speranze coll’aprirsi la successione al suo Carlo.

In un trattato conchiuso coll’Austria e la Francia, si patteggiava che le Due Sicilie non sarebbero mai unite colla Spagna, e Carlo nel lasciarle rinunziava pure ad ogni titolo sui beni allodiali di casa Medici; a rimpatto l’Austria più non armava ragioni sul ducato di Parma, che veniva assicurato all’infante don Filippo, chetando con otto milioni e ducentomila lire tornesi i diritti del re di Sardegna alla riversibilità d’una parte del Piacentino.

Carlo passava al trono di Spagna, non portando via il minimo oggetto da Napoli; fece descrivere a minuto le gioje, e depose persino un anello, tratto da Ercolano, ch’e’ teneva sempre in dito. E partiva da un regno che per oltre venticinque anni avea retto in modo, che beato a chi potea dirne meglio. Il musico Farinelli, che avea dominato sotto Ferdinando, tornò a vivere privatamente a Bologna: la Farnese, che da tredici anni era messa in disparte, ripigliò autorità e la tenne finchè visse.