CAPITOLO CLXV. Alito irreligioso. Abolizione de’ Gesuiti.

Dopo mezzo secolo di battaglie, combattute da braccia straniere, l’Italia erasi dunque adagiata in pace sotto nuove dinastie, le quali però aspirarono l’alito innovatore del secolo, che traeva le menti a meditare, cominciando al solito dalla critica, tanto più facile che non la creazione; e dalla Francia si diffuse la smania di censurare le istituzioni del tempo; censurarle nell’interesse dell’individuo, cioè nell’intento di restaurare la logica naturale, la personale indipendenza. Ne fu effetto uno spirito ostile alla Chiesa, insinuatosi non tanto nei popoli quanto nei Governi; e coloro che si corrucciarono al vederla nel medioevo sovrapporsi ai principi, si consolino ch’è venuta la rivincita, formando quasi carattere di questo secolo la cospirazione de’ forti e de’ pensatori a spogliarla e svilirla per affrancare il principato e i Governi.

Quando, sfasciata l’antica società, la Chiesa sopravvisse unica per raccogliere nel suo seno le immortali speranze dell’umanità, i re avevano messo all’ombra di lei il loro trono, sia per conciliargli l’opinione come istituito da Dio, sia per assicurarlo dalla violenza: il titolo di vassalli del papa ambivano, perchè li garantiva da usurpatori; facendosi da lui coronare, promettevano espresso d’osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa, disposti a vedersi dichiarare decaduti se li violassero. La giustizia, ai tempi della conquista, soccombendo alle spade, erasi rifuggita nelle curie vescovili, sicchè tutti gli zelatori di libertà invocavano l’estendersi delle immunità, degli asili, del fôro ecclesiastico. I popoli aveano scelto i preti a rappresentanti e depositarj del loro diritto, acciocchè fosse rispettato dai prepotenti; i principi favorivano il clero come contrappeso alla potenza armata de’ feudatarj; nei monasteri aveano cercato ricovero le anime bisognose di pace, d’affetto, di sicurezza; alle lettere unico asilo i conventi e le canoniche, unico campo alle arti belle; le industriali e più le agricole eransi svolte per mano de’ monaci o nei tenimenti loro: dal che erano derivate grandi ricchezze a queste compagnie, non meno che dai larghissimi lasciti di persone che, col raccomandarli ai monaci, assicuravano un bene ai loro eredi, e li sottraevano alla rapace giurisdizione del feudatario.

La costituzione ecclesiastica essendo anteriore alla laicale, lo Stato erasi trovato teocratico. Ma i principi da due secoli si industriavano a trarre in sè soli l’autorità, abbattendo il feudalismo in prima, adesso la Chiesa. Della quale più non sentivasi bisogno dacchè era assodato l’ordine civile, e i Governi voleano far tutto, i re poter tutto, le leggi dispor di tutto; soldati e prigioni rendevano superflua l’azione paterna e mediatrice. In conseguenza aumentato il bisogno di denaro, rincresceva che i beni di manomorta si sottraessero alle imposizioni: con queste aumentavansi gli eserciti: appoggiati agli eserciti, i re più non voleano che altri s’intrammettesse fra loro e i sudditi, nè che gli ecclesiastici opponessero privilegi alla volontà sovrana. Come di tutto il resto, così dunque presero a disporre delle coscienze, mal conoscendo che la religione bisogna averla nè schiava nè ostile, ma libera cooperatrice; e alla forza de’ sentimenti e delle abitudini preponendo i teorici ragionamenti, vollero separare la Chiesa dalla nazione, e indurre questa a calpestare l’autorità sacra onde lasciarsi calpestare dalla profana. Così venne ad estendersi l’autorità temporale anche sovra le materie ecclesiastiche, e alle decisioni dei papi sostituire quelle de’ diplomatici; nella pace d’Utrecht fu disposto di feudi della santa Sede, nè tampoco interrogandola; e all’Austria restò assicurata in Italia la preponderanza, fin allora appartenuta al papato.

La controversia sui limiti della podestà pontifizia e della civile, dibattuta in Italia fin dalla guerra delle investiture, si rincalorì dopo il concilio di Trento, allorchè la Chiesa, come avviene nelle riazioni, pensò ricuperare di un guizzo quanto lentamente avea perduto. Non v’è principe, non governatore, che allora non abbia avuto a contenderne; clamorosamente Venezia nel litigio con Paolo V; e con maggior complicazione il regno delle Due Sicilie, stretto di vincoli particolari col papato. Combatterono in questo campo Nicola Capasso professore dell’Università di Napoli, Gaetano Argento ed altri, per cui opera il diritto canonico fu ridotto a corpo regolare di dottrina, e formossi una scuola di giureconsulti, sistematicamente avversi alla curia romana per propugnare la regia emancipazione. Dissi alla curia, giacchè i nostri professavano sempre, non solo integra fede al dogma, ma venerazione al papa come depositario dell’inalterabile verità; e non che s’accostassero alla protesta de’ Tedeschi, neppure accettavano in pieno le cavillazioni degli avvocati francesi, dei quali pure si valeano a man salva. Così destreggiavano in un medio, che avea poco maggior effetto di un’effimera controversia.

Gran zelatore della prerogativa principesca mostrossi Pietro Giannone d’Ischitella (1679-1758), che in mezzo alle cure forensi compilò la Storia civile del Regno (1724). È suo merito il non solo accorgersi, ma professare che la storia non consista soltanto nei fatti, e vedere la connessione fra questi e la giurisprudenza; onde accompagnò nella loro evoluzione il diritto imperiale, il canonico, il feudale, il municipale come elementi della nuova civiltà. Ma difettivo di cognizioni e più d’arte, fece opera pesante, incolta, con frequenti svarj cronologici ed omissioni importanti; monumenti inediti non compulsò, mentre si vale fin delle parole altrui, e per pagine intere[59]. A chi lo scolpa col dire che non ai fatti volgeva egli l’attenzione, ma alle illazioni da dedurne, noi diremo che primo dovere d’uno storico è accertare i fatti, e un solo di questi val più che cento ragionamenti: ma ponendo attenzione anche soltanto a questi, troviamo il Giannone servile alla lettera della legge quanto un patrocinatore, e docile alla legalità fin a considerare legittime le correrie de’ Turchi contro l’Italia meridionale perchè, conquistata Costantinopoli e l’impero d’Oriente, aveano ragione di «pretendere di riunire tutto ciò che se ne trovava da altri occupato e in mano di stranieri principi» (lib. XXVIII). Per lui i Longobardi non erano stranieri, perchè stanziati da lungo tempo in Italia e non possedevano regni fuori; argomento che varrebbe anche pel Turco in Grecia; e pel quale conchiude che i Saracini «erano fatti omai Siciliani» (lib. X). Eppure, dopo essersi sdilinquito in panegirici ai Longobardi, encomia i Napoletani «perchè non vollero usar tanta viltà da sottoporsi a quelli, avuti da essi sempre per fieri ed implacabili nemici» (lib. V). Sprezzatore della vil ciurma quanto prosternato ai re, del codardo assassino Ferdinando I dice che «colla sua virtù avea condotto il regno alla maggior grandezza» (lib. XVIII), e non lascia passare alcun governatore senza salmeggiargli elogj. Dalla sminuzzata indagine sui singoli fatti non si eleva ad alcuna veduta filosofica della storia, seppur talvolta non vi mette il fatalismo[60]; s’impaura del progresso, tanto da temere la stampa non pregiudicasse «al genio coll’erudizione e all’educazione colla moltiplicità dei libri, alla diffusione delle idee potenti per la copia de’ cattivi libri»[61], e invoca la censura per impedire le dottrine contrarie agl’interessi dei principi. De’ quali intento ognora a sublimare la podestà a danno dell’ecclesiastica, non solo pecca di viziosa parzialità, ma sbandasi in facezie indecenti contro la Chiesa e le sue discipline. Di questo il popolo del suo paese gli volle tanto male, «che più d’una volta lo insultò aspramente» (Soria); ond’egli ricoverò a Vienna, dove Carlo VI gli assegnava mille fiorini l’anno. Ma quando perdè il regno di Napoli glieli sospese; onde il Giannone errò qua e là, trovando e contraddittori alle falsità sue e nemici alla sua mordacità. A Ginevra compilò il Triregno, di senso ereticale; nè però aveva abbandonato la religione materna, anzi lasciossi trarre a un villaggio dipendente dal re di Sardegna per fare la pasqua. Chi ve lo indusse era uno spione, che lo fece arrestare; e sebbene si ritrattasse, e fosse dall’Inquisizione ribenedetto, e scrivesse opere in senso contrario e in esaltamento della verità cattolica e del papato, il re Carlo Emmanuele ve lo tenne fino alla morte. Questa turpe persecuzione gli acquistò una reputazione di liberale, che a noi pare ben lungi dal meritare.

Risoluto lottatore contro i pontefici fu Vittorio Amedeo II di Savoja. Nel 1694, allorchè cessò di corteggiare la Francia e volle amicarsi l’Inghilterra, aveva ripristinato ne’ loro diritti i Valdesi, permettendo ritornassero al culto avito quelli che per paura o fini umani s’erano fatti cattolici. Ma l’Inquisizione romana cassò quelle disposizioni come enormi, empie, detestabili: il duca proibì di pubblicar il decreto, e chiese l’abolizione del Sant’Uffizio ne’ suoi Stati, e papa Innocenzo riconobbe che quello avea trasceso. Amedeo VIII ai duchi di Savoja avea ottenuto che i benefizj concistoriali in paese non fossero dati che a loro sudditi: ora tal diritto essi voleano estendere anche ai paesi di nuovo acquisto; e Vittorio Amedeo lo pretendeva da Roma, nel tempo stesso che impugnava le immunità ecclesiastiche, sottoponeva i beni del clero alle gravezze comuni, chiamava al fisco gli spogli e i frutti intercalari, voleva necessario il placet alla nomina dei benefizj e restringere l’autorità dei nunzj. Ne vennero monitorj e contromonitorj; i vescovi restavano scissi tra l’obbedire al pontefice e al principe; le ordinanze e le persecuzioni si alternavano con tentativi di conciliazione, poichè il papa dichiaravasi «disposto ad ogni mezzo prima d’adoprare i ferri». Al re davano appoggio il presidente Pensabene, l’avvocato fiscale d’Aguirre, il Degubernatis che stampò contro le pretensioni di Roma e i mali che verrebbero dal secondarle: insisteva perchè nessuna provvisione del papa, nè alcuna collazione di benefizj valesse senza il placet: fioccarono consulti, condanne, confische: il senato di Nizza obbligò i popolani di Roccasterone a riconoscere un parroco scomunicato e rimosso dal nunzio.

Pontificava allora Clemente XI, affabile con tutti, costante e destro nel trarsi dai più scabrosi passi; meglio di ducentomila scudi usò a vantaggio de’ poveri; non favorì il fratello e i nipoti se non in quanto servivano allo Stato, e rimosse da Roma la cognata, che mostrava volervi usurpare ingerenza. Fu de’ primi fautori degli studj orientali, crebbe i manoscritti della Vaticana, istituì premj, introdusse l’arte dei musaici e degli arazzi ad uso Fiandra, eresse magnifiche fabbriche; rinnovò l’uso di Leon Magno di recitare omelie nella basilica Vaticana alle maggiori solennità; fulminò il giansenismo; tentò ridestare le crociate contro i Turchi che minacciavano Corfù, e posta una contribuzione su tutto il clero d’Italia, levato denaro dalla Camera apostolica e dai cardinali, lo spedì a Venezia, a cui favore sollecitava Spagna, Portogallo, Genova, il granduca, l’imperatore. Quando gli Spagnuoli invasero la Sardegna, venne in rotta con Filippo V; non potendo accomodar le differenze colla Savoja, profferì l’interdetto, talchè molte sedi e benefizj rimasero vacanti, tolto il nunzio. Il litigio si complicò allorquando, per richiami del vescovo di Lipari su certi frutti, il papa scomunicò cinque diocesi di Sicilia; e Vittorio Amedeo, allora divenutone re, gli oppose il privilegio della monarchia siciliana. Qui miserabile strazio della povera isola, privata delle sante consolazioni della religione, mentre Vittorio puniva atrocemente chi tenesse conto dell’interdetto; due fazioni stettero armate una contro l’altra; quasi tremila ecclesiastici rispettosi all’interdetto, dall’isola rifuggirono al papa, che spese da sessantamila scudi a mantenerli, e abolì il tribunale della monarchia siciliana. Ecco poi Vittorio intitolato re di Sardegna dai principi; ma Clemente, allegando l’antica sovranità pontifizia sulle isole, pretese ne ricevesse da lui l’investitura; e perchè Vittorio negavasi a tal dipendenza, egli non investiva più i vescovi, e le sedi rimanevano sprovvedute.

In quelle controversie a Vittorio Amedeo servì la penna di Alberto Radicati conte di Passerano, che lo incorava ad imitare Venezia nel reprimere il clero, al che più facilmente riuscirebbe egli despoto; e a tal uopo stese un’opera, tutta brio ed acrimonia, dove non solo la temporale, ma anche la spirituale autorità del pontefice impugna, vagheggiando l’indipendenza d’Enrico VIII in Inghilterra e del czar in Moscovia. Processato dalla Inquisizione in contumacia, e confiscatigli i beni, rifuggì in Inghilterra, donde avventò contro la Chiesa un Parallelo fra Maometto e Sosem (Mosè); una Storia succinta della professione sacerdotale antica, dedicata all’illustre e celebratissima setta degli spiriti forti, da un libero pensatore cristiano nazareno; il Racconto fedele e comico della religione de’ cannibali moderni, in cui l’autore dichiara i motivi che ebbe di rinunziare a tal idolatria abominevole. Nella Dissertazione sulla morte avendo difeso il suicidio, negata l’immortalità, e sostenuta la fatalità degli atti, fu processato; onde dall’Inghilterra passò in Francia, poi in Olanda, continuando a impugnare la Bibbia. Vuolsi che, avanti morire, in mano di ministri protestanti si ricredesse degli errori contro il cristianesimo.

Innocenzo XIII, di famiglia che sette pontefici aveva dati, nel breve suo regno aveva concesso l’investitura del reame a Carlo VI, dispensandolo dal divieto di unirvi la corona imperiale. Il successore Benedetto XIII, sant’uomo, cercò dar recapito alle dissensioni con Napoli e la Savoja; istituì che nel Regno le cause ecclesiastiche, salvo le maggiori, fossero decise in prima istanza dagli ordinarj, in seconda dagli arcivescovi, in supremo da un giudice ecclesiastico, nominato dal re con autorizzazione del papa, col che veniva a ristabilire di fatto la monarchia siciliana. Carlo VI per parte sua cedette Comacchio, che aveva occupata violentemente, senza però riconoscere alcun nuovo diritto alla sede pontifizia.

Il vescovado di Torino rimaneva vacante e quasi tutti gli altri del Piemonte, uno solo n’era coperto in Sardegna; e Benedetto per via di frati fece intendere il desiderio d’un accomodamento, pel quale fu mandato il marchese d’Ormea. Fra le complicatissime pretensioni, fu mestieri tutta la scienza legale del Melarede, dello Zoppi, del Pensabene, e l’abilità dell’Ormea per vincere quelle ch’essi dichiaravano tergiversazioni de’ prelati e cupidigie[62]. Alfine la trentenne lite fu ricomposta con questo che la nomina de’ vescovadi e benefizj concistoriali fosse riconosciuta nel re, il quale avrebbe facoltà di presentare i soggetti per le metropolitane e di apporre il visto alle bolle romane in via di tolleranza; i frutti de’ vacanti si conservassero a vantaggio delle chiese o del successore; negli spogli valessero le antiche consuetudini; delle somme giacenti nella cassa ecclesiastica una parte restava a disposizione del papa, al quale verrebbero annui scudi mille cinquecento in compenso dei diritti sulle nomine. Nè l’Inquisizione nè la nunziatura furono ripristinate, e la giurisdizione si normeggiò sopra un’istruzione segreta.

Queste concessioni parvero eccessive al succeduto papa Clemente XII, che disdisse i concordati come lesivi all’autorità papale e mancanti dell’assenso del concistoro. Ma Carlo Emanuele III mostrossi risoluto e punì i vescovi che operassero altrimenti: e il marchese d’Ormea tenne saldo finchè si venne a nuovo componimento.

Queste dispute intrecciavansi alla questione del giansenismo, della quale vedemmo la nascita. Versava sopra la natura della Grazia, se essa sola sia efficiente nelle azioni dell’uomo, o possa la volontà di questa cooperarvi; disapprovando poi ciò che non fosse di disciplina antica, considerava come favola pelagiana il limbo dei bambini non battezzati, invenzione scolastica il tesoro delle indulgenze e l’applicazione sua ai defunti; pretendeva rigoroso il ministero dei sacramenti, un solo altare in ciascuna chiesa, vulgare la liturgia, esclusi come superstiziosi alcuni nuovi atti di pietà, quale la devozione pel sacro Cuore.

Più che della Grazia efficace o sufficiente, e se esistessero o no in Giansenio le cinque proposizioni, condannate dalla santa sede; più degli altri cavilli intorno a cui si sperdette l’ingegno e si guastò la docilità di tanti Francesi, i nostri vi cercavano i limiti dell’autorità del papa, se infallibile o no ex cathedra, se superiore ai vescovi, e quali i suoi poteri a fronte della secolare autorità. Mentre però in Francia il giansenismo era una opposizione all’onnipotenza regia affinchè non assorbisse anche l’attività ecclesiastica, qui lusingava i principi a scapito di Roma: colà i parlamenti voleano emancipare i vescovi e la nazione da una podestà che chiamavano forestiera; i nostri armavansi contro l’unica italiana che potesse frenare la straniera, e scomponendo l’unità dell’episcopato lo sottoponevano al giogo principesco.

I contrasti sogliono avvivare, ma qui troppo spesso riducevansi a cavillazioni, ove due partiti, entrambi attaccati alla Chiesa, abbaruffavansi con un’ira che appena è compatibile contro i miscredenti. Vi si annestavano le controversie sulla morale lassa; e il rigorista domenicano Cóncina assaliva con ragioni ed asprezze i Gesuiti perchè permettevano i teatri e la cioccolata in digiuno, e il prestare ad interesse; e se destarono risa e scandalo le sue dispute col Benzi sul tactus mammillaris, la sua Storia del probabilismo svegliò molti oppositori, quali Lechi, Cordara, Lagomarsini, Zaccaria, Gravina, Noceti, Nogarola[63]. Il lucchese Giannantonio Bianchi (-1758) contro il Giannone e i Gallicani (Della podestà e del governo della Chiesa) asserì la prerogativa papale. «I cinquanta motivi per indur gli eretici a venire alla Chiesa» del milanese Francesco Manzoni furono pubblicamente bruciati a Londra. Taddeo Caloschi assunse l’esame del protestantismo, ed era milanese come Nicolò Gavardi, autore d’un corso teologico, che confutò la Concordia del sacerdozio e l’impero di Pietro della Marca. Il Mansi arcivescovo di Lucca, che ristampò corretti e suppliti gli Annali del Baronio e la Raccolta de’ concilj del Labbe, fu bersagliato come probabilista. Tommaso Mamachi da Scio (-1792) stette fra’ più animosi papisti, e colla Mamachiana per chi vuole divertirsi (Napoli 1770) fu attaccato da Salvatore Spiriti, gran propugnatore del principato, o forse da Carlo Pecchio continuatore del Giannone. Monsignor Giovanni Marchetti da Empoli con più audacia che polso appuntò la storia del Fleury. A questo e a Natale Alessandro il domenicano Giuseppe Orsi (-1794) oppose una Storia ecclesiastica d’intenzione pontifizia e di stile fluido e purgato, ma prolisso[64]; chiari e giusti estratti porgendo di autori che più nessuno legge; e benchè avverso ai Gesuiti, meritò la porpora da Clemente XIII veneratore di essi.

Il cremasco Scarpazza diè una Teologia morale italiana. Pietro Ballerini, fratello di Girolamo, buono storico e critico, scrisse di teologia e canonica in senso romano. Il veronese Patuzzi discusse sul probabilismo e probabiliorismo. Giovan Lorenzo Berti di Serravezza (De theologicis disciplinis) sostenendo la dottrina di sant’Agostino sulla Grazia, incontrò violenti oppositori che il tacciarono d’eretico. Giovanni Trombelli di Nonantola (-1784), traduttore de’ favolisti antichi, pubblicò una grand’opera sul culto de’ santi; e agli assalti virulenti del Kiesling di Lipsia rispose con tal forza e moderazione, che l’emulo il chiese amico. Marcello Eusebio Scotti napoletano, buon antiquario e predicatore sospetto, e autore d’un catechismo pe’ marinaj, nella quistione della chinea pubblicò la Monarchia universale de’ papi (1789), libello ove affolla le usurpazioni dei pontefici come causa di tutti i mali della Chiesa, flagella i Gesuiti, e intrepidamente sostiene l’assolutezza dei re, dai quali poi fu fatto appiccare nel 1799.

Altre quistioni dibattevansi fra i teologi, come quella dell’immacolata concezione; ed alcuni ordini cavallereschi proferivano il voto di spargere anche il proprio sangue e l’altrui per sostenerla; e avendo il Muratori disapprovato quel voto sanguinario, gli si levò incontro un rumore accannito.

Giuseppe Guerrieri cremasco amministrava frequentissimamente la comunione ad alcune divote durante la messa, ciò che la allungava con disturbo degli altri preti. Vietatogli, s’ostina che ciò sia inviolabile diritto dei fedeli; al silenzio perpetuo impostogli dal vescovo obbedisce come si fa a simili divieti, e cerca voti e moltiplica ricorsi; onde il papa lo pose canonico a Busseto, e pubblicò un’enciclica (Certiores), ove dichiarava non esser necessario all’integrità della messa il comunicare anche i fedeli, bensì lodevole che il facciano senza disturbo d’altri atti di pietà.

Del resto la vicinanza di Roma e l’attenzione de’ vescovi toglieva si radicassero erronee dottrine o s’impugnassero le cattoliche. Il popolo, attaccato per abitudine alla religione de’ suoi padri, venerava sempre i pontefici; i suoi curati, gente alla buona, disapprovavano questi prelati novatori: pure il vedere in un paese raccomandata la devozione a qualche santo particolare, a una tal madonna, ai morti; e nella vicina volersi un solo altare, non tavolette dell’indulgenza, non il sacro cuore, non madonne vestite, e al confessionale stringere d’insoliti rigori, insinuava quel sentimento d’incertezza che nasce dal pendere fra due riverenze. I meno buoni ne traevano soggetto di riso e di epigrammi; i titoli di papista e giansenista erano rimbalzati come ingiurie e perciò accettati senza esame, a scredito degli uni e degli altri. Ma l’incredulità veniva più da vizj che da riflessione; come l’indipendenza del pensare era un libertinaggio di costumi piuttosto che il risultamento d’argomentazioni.

La Chiesa però potette consolarsi di segnalate conversioni: quali Hamann prussiano, detto il Mago del Nord; il grand’antiquario Winckelmann; lo Zoega danese, che fu tocco dalle grandezze di Roma «ove si trova la città e la campagna, l’antico e il moderno, la semplicità e la magnificenza, l’infinita varietà delle forme, dallo spettacolo della natura nuda affatto, fin alla miserabile ricchezza dell’arte sopraccarica senza scopo».

Gli Ordini religiosi produssero nuovi santi, fra’ quali Leonardo da Porto Maurizio (-1754), missionario fervoroso e fortunato, per cui opera fu posta la Via crucis nel Coliseo; il padre Matteo Ripa, che stabilì a Napoli il Collegio Cinese, mentre la Propaganda continuava senza strepito a mandare i suoi fervorosi eroi in tutto il mondo. Domenico Olivieri nel 1713 istituiva a Genova i Missionarj suburbani per erudire il popolo della campagna. Giambattista Derossi genovese fu l’apostolo della plebe di Roma per le vie, le prigioni, gli spedali. Paolo della Croce d’Ovada istituì i Passionisti, per predicare al vulgo; Girolamo Franzini nel 1751 la Congregazione degli operaj evangelici per promuovere gli studj ecclesiastici e la morale coltura del popolo; Domenico Fiesco un conservatorio di fanciulle convertite. Giovanni Borghi, conosciuto in Roma per Tata Giovanni, muratore illetterato, presi in compassione i monelli abbandonati giorno e notte per le vie, li raccolse, nutrì, corresse con rustico ma benevolo rigore; e sdegnando la protezione che impastoja e i consigli di chi spaccia massime e manca di pratica, più di cento garzoni manteneva, educava ai mestieri, divertiva, senza teorie, ma col senso pratico e con quello che compie la scienza e spesso la supplisce, cioè il cuore.

Alfonso Liguori da Napoli (1696-1787) era figlio d’un capitano di galera, che de’ suoi schiavi turchi applicò uno a speciale servigio del figlio, e questo lo convertì e lo liberò. Alfonso entrò nel corpo degli avvocati, fra’ cui doveri contavasi quello di visitare gl’infermi; al che egli attendeva assiduamente; poi presto lasciati i trionfi del fôro per darsi a Dio, malgrado i parenti si vestì cherico a ventisei anni, subendo gli scherni del vulgo e di quelli che l’avevano ammirato ne’ dibattimenti. Fatto prete a trent’anni, mettesi alle prediche, disapprovando la ciarlataneria di quei che le improvvisano prima d’avere acquistato uno stile chiaro e popolare. Questo (al dir suo) è dato dall’arte, e lo stile semplice ed apostolico si conosce tanto meno quanto più si conosce la retorica. I Padri greci e latini sapevano adattarsi a tutti gli spiriti e maneggiarli secondo le circostanze, perchè erano maestri di quell’arte. Via i periodi lunghi, le frasi poetiche e astratte, la monotonia di voce. Così egli pensava e faceva; e vedendo assistervi spesso un letterato satirico, gli chiese: — Preparate forse qualche satira? — Impossibile (rispose quello), voi non avete pretensione; non se n’aspetta il bello stile, nè si potrebbe criticarvi, dacchè voi obliate voi stesso e respingete tutti gli ornamenti dell’uomo per non predicare che Dio».

Austero a sè, mansueto ai peccatori; diceva non averne mai rimandato uno senza assoluzione, nè messo divario fra le qualità delle persone. Raccoglieva una folla di suoi penitenti, finchè l’autorità non gliel vietò; poi istruì specialmente alcuni, che divennero centri d’oratorj; e un Barbariccia, un Nardone, già paventati ladroni, radunavano molti artigiani all’orazione ed al catechismo. Compassionando la tanta gente abbandonata nelle pasture appennine, delibera provvedere alla loro salute, e stabilisce a Scala la nuova congregazione dei Redentoristi (1732), che dovesse adoprarsi più che colle parole, coll’esempio di mortificazioni austerissime. Teneva esercizj al clero, dal quale pretendeva molta pietà; propagava la devozione a Maria; poi fatto vescovo di Sant’Agata de’ Goti, moltiplicò opere di pietà e di santificazione, diffondendo lo spirito di devozione tra i fedeli, la sapienza pratica tra i sacerdoti. Esaminate per quindici anni le opinioni altrui sui varj punti della teologia morale, sulle orme del Busenbaum ne stese un corso compiuto ove procura l’esatta osservanza de’ precetti di Dio e della Chiesa, senz’aggiungere altri obblighi; e quanto al probabilismo, pone che, di due opinioni entrambe approvate, ognuno può scegliersi la più austera, ma non obbligarvi gli altri.

Pier Francesco Orsini già da fanciullo mostrò spiegatissima vocazione per lo stato ecclesiastico, invano contrastatogli dai parenti; e gran devozione a san Tommaso e a san Vincenzo Ferreri: accettò il vescovado di Siponto perchè povero, e fu consolato di vedere entrare nel chiostro madre, sorella e due nipoti. A Benevento rimase sotto le ruine d’un famoso tremuoto; e attribuendo a san Filippo Neri l’esserne campato, crebbe di devozione e austerità, stabilì la dottrina cristiana alla domenica dividendo gli scolari in decine, ciascuna istruita da uno di essi, mutuo insegnamento. Come domenicano avvezzo ad obbedire, rassegnossi ad accettare la tiara col nome di Benedetto XIII (1724), e non depose mai le abitudini del chiostro; non guardie o lancie spezzate, nè suntuosità; camera monastica con scranne di paglia, immagini di carta, crocifisso di legno; un semplice cappellano l’accompagnava a visitare spedali e chiese, per via recitando orazioni; spesso desinava co’ suoi frati alla Minerva senza distinzione di cibo, e baciava la mano del padre superiore; non soffrì che i preti se gl’inginocchiassero davanti; faceva da vescovo e da parroco, in coro, in confessionale, a conferire la cresima e gli ordini minori; a vantaggio de’ poveri adoprava i regali e le rendite, e avrebbe venduto i palagi e se stesso. Al prediletto suo Benevento volle condursi in modesta solennità, portando molti arredi da donare alle chiese, e denari pei poveri: il che saputo, due Barbareschi tentarono sorprenderlo, ma fallito il colpo, si sfogarono sui costieri. Ed egli consumò quel viaggio in ascoltare bisognosi, consacrare chiese, alloggiando ne’ conventi da semplice frate. Vietò fin colla galera il lotto, fonte di superstizioni e pericoloso all’onestà. Santificò Gregorio VII, ordinando se ne recitasse l’uffizio; al che la Corte di Vienna ed altre si opposero di forza. Agli Orsini suoi nipoti non concesse potere, ma sciaguratamente si abbandonò a famigliari suoi, menati da Benevento, e nominatamente al cardinale Coscia, che lo trasse in molti errori. E però quando morì, il popolo l’ebbe per santo, e credette ottener grazie dalla sua intercessione, ma insieme infuriò contro i Beneventani e il Coscia, che dicevano impinguato dal disanguare il paese. Il seguente pontefice molti di essi punì di multe e carcere, e al cardinale tolse il voto e l’intervenire alle congregazioni; e perchè ricusò di rinunziare l’arcivescovado di Benevento, fece continuarne le procedure, condannandolo a dieci anni in Castello e a riversare ducentomila scudi. Ma buoni attestati provarono che era poverissimo.

Nel tempestosissimo conclave succeduto (1736), col partito imperiale e col franco-ispano apparve per la prima volta il savojardo, e si moltiplicarono le esclusioni, finchè Lorenzo Corsini fiorentino fu suffragato col nome di Clemente XII. Era giunto ai settantanove anni senza conoscere affari; quasi cieco, ma retto di mente e di volontà, fermò i suoi pensieri a farsi autore di concordia fra’ principi disputantisi i brani dell’Italia, e schermire i diritti della Sede pontifizia d’ogn’onde minacciati. Proseguì l’opera del suo omonimo facendo la facciata della basilica lateranese e la fontana di Trevi, abbellendo il Vaticano e arricchendone le collezioni; comprò per sessantasei mila scudi e pose in Campidoglio il museo del cardinale Alessandro Albani, prezioso di statue antiche; profuse a soccorrere i miseri, principalmente nel terribile incendio che scoppiò a Ripetta il 6 maggio del 1734.

Oltre il litigio rinnovato colla Savoja, un più chiassoso n’ebbe Clemente per Parma, che, malgrado le proteste di lui, era stata data dai re al fortunato don Carlo, il quale inoltre pretendeva Castro e Ronciglione. Sopra ciascuna controversia fioccavano scritture, e il puntiglio e la parzialità traevano ad esagerare, con detrimento di quella parte che si regge unicamente sulla riverenza.

Per dargli un successore sei mesi durò la lotta, i zelanti opponendosi all’eletto dalle Potenze, finchè proclamarono quello cui meno si pensava, Prospero Lambertini (1740), che assunse il nome di Benedetto XIV. Aveva sessantacinque anni, raccomandato non tanto per austeri costumi, quanto per buone scritture, scienza canonica, sovrattutto umor piacevole e condiscendenza colle idee del tempo. Alieno dal fasto, le proprie entrate ed i regali profondeva ai poveri; e alla camera indebitata provvide con economie, principiando dal proprio trattamento. Aveva un solo nipote senatore bolognese, e gli proibì di venire a Roma. Dichiarò non promoverebbe se non chi lo meritasse per ingegno e costumi, e istituì una congregazione per esaminare i nuovi vescovi. Perchè il clero non restasse addietro negli avanzamenti del secolo, fondò a Roma quattro accademie, per le antichità romane, per le cristiane, per la storia della Chiesa e de’ concilj, pel diritto canonico e la liturgia; inoltre un museo cristiano; comprò per la Vaticana la biblioteca Ottobuoni, ricca di tremila trecento manoscritti; alla Sapienza pose cattedre di chimica e matematica, e in Campidoglio una di pittura e scultura; fece misurare due gradi del meridiano. Regolò i diritti delle chiese d’Oriente largheggiando di concessioni; represse le superstizioni, e tolse appiglio ai Protestanti emanando prudenti regole per la canonizzazione, e con quelle decretò gli altari ad Alessandro Sauli, Camillo De Lellis, Girolamo Miani, Giuseppe Calasanzio, Francesca da Chantal, Giuseppe da Copertino, Fedele da Sigmaringen, Giuseppe da Leonessa, Caterina De Ricci e alla buona regina Elisabetta; restrinse il numero de’ giorni festivi; rinnovò le antiche condanne contro il duello; sistemò la giustizia in Roma, e tra questa e le provincie svincolò il commercio[65]. Ingiungeva di non mettere all’Indice un’opera d’autore cattolico e favorevole alla Chiesa se prima egli non si chiamasse ad esporre le sue ragioni e difese. Quanto ai diritti pontifizj, venuto su in mezzo alle controversie, e forse, come bolognese, avendoli in minore concetto, inchinava a sacrificarli al bene della pace. Si riconciliò colla Spagna, cedendole la collazione di piccoli benefizj, col che svantaggiò di trentaquattro mila scudi annui la dataria; alla quale però le dispense matrimoniali di colà fruttavano ancora un milione e mezzo. Diede savie norme per la censura dei libri (tom. X, pag. 501).

Tempi difficili correvano pel papato. Le potenze preponderanti, Russia, Prussia, Inghilterra, erano eretiche; in Polonia s’istituivano vescovi greci; in Germania, non meno che la parte protestante, osteggiavano alle pretendenze romane i seguaci del finto Febronio; gl’Inglesi impacciavano le missioni nelle colonie; ne’ paesi stessi cattolici estendevasi un’orgogliosa e servile incredulità, e i principi volevano più sempre stringere il papa ai loro voleri. Il re di Portogallo pretende si faccia cardinale il Bichi nunzio apostolico a Lisbona prima di richiamarlo; fin il mitissimo Benedetto XIV trova strano questo inceppare un principe nel richiamo de’ proprj ambasciadori, e ricusa; ma quel re leva la propria suntuosa ambasciata da Roma (1728), impedisce a’ suoi sudditi di metter piede negli Stati della Chiesa, e manda via dai suoi ogni Italiano.

L’insaziabile Elisabetta Farnese, non avendo più nessuna corona da dare al terzo suo genito, dal marito il fa nominare all’arcivescovado di Toledo, che è il primo di Spagna, ed avea sette anni. Clemente XII negò le bolle, ma trovandosi incalzato d’ogni parte e tutti i suoi dispacci intercetti e turpemente aperti, si rassegnò, esprimendo che «quando l’infante toccasse l’età canonica, sarebbe confermato arcivescovo, se n’avesse la capacità richiesta dai canoni». Questa clausola parve offensiva, e il papa la cancellò, per colmo lo insignì della porpora; eppure la Corte di Madrid non ne fu satolla, e chiese che all’arcivescovado di Toledo, fruttante ducentomila scudi, s’unisse quel di Siviglia ricco di centomila; e il papa consentì. Poi il re di Spagna volle licenza d’imporre la decima su tutti i beni ecclesiastici; e Benedetto XIV concesse, raccomandando a voce «non se ne servisse per turbare la quiete de’ principi cattolici». Molti capitoli s’opposero; ma l’Inquisizione punì quei che ardivano intaccare una concessione della santa Sede, e le armi regie li ridussero all’obbedienza. Questo sistema di condiscendenza parve sciagurato a Carlo Rezzonico veneziano, divenuto papa Clemente XIII (1758), e volle sottrarsene; ma allora appunto i re si accordarono a chiedere l’abolizione della Compagnia di Gesù.

Questa nè nacque da Italiani, nè ebbe qui le più clamorose vicende; pure tiene gran luogo nella storia nostra perchè il generale ne risedeva a Roma, e di bei nomi qui segnò ogni parte dello scibile. Accorti ne’ migliori spedienti, i Gesuiti si erano tratta in mano l’educazione, e nati nel fiore dell’urbanità, pensarono mostrarsi pari al secolo colla bella letteratura, coi modi gentili, con collegi provveduti d’ogni comodità, con edifizj splendidi, con osservatorj e teatri e villeggiature, sicchè la gioventù ne uscisse educata alle arti cavalleresche, e i padri stessi, quantunque regolati in un viver sobrio e fin austero, nulla trovassero di straordinario quando passavano nelle Corti. Le loro scuole sono di amplissime lodi retribuite fin da pensatori avversi, e più ancora dalla confidenza di tanti parenti, sebbene venissero tacciati di dare una coltura d’apparato più che di fondo, d’insinuare colle massime religiose un fare melanconicamente contegnoso, una docilità illimitata, che sgagliardiva le volontà.

Dediti alla vita operosa, non si proposero lunghe salmodie, rigide penitenze, debilitanti macerazioni; nè tampoco abito diverso, potendo adottare quello del paese ove andavano; ed avendo tante mansioni, trovavano come collocare opportunamente i varj ingegni, questo al confessionale, quello al pergamo, uno nelle missioni, un nella scuola, uno a fianco ai re, l’altro nella capanna del selvaggio; e quale astronomo, o poeta, o controversista, o storico. Quanti illustri Gesuiti non mentovammo noi! ma quanti più oscuramente e più santamente meritarono nella cura delle anime, negli ospedali, nella predicazione, nelle missioni, in beneficenze che non dovrebbero tacersi quando si rinfaccia loro il mestare negli affari mondani e trescar alle Corti e ne’ palazzi!

Quel distacco da ogni affezione mondana fino a posporre e parenti e patria all’interesse dell’Ordine, considerato come interesse della religione; quella secretezza impenetrabile; quella cieca sommessione, che gerarchicamente legava l’infimo laico col generale supremo, in tutto il mondo e in qualunque grado della società, ispiravano un arcano terrore. Scopo della loro istituzione era stato di combattere l’eresia mediante i libri e l’apostolato, e toglierle pretesto mediante la riforma morale. Chi dunque vedea libertà nel protestantismo, li considerò come rappresentanti la resistenza e la repulsione. Stava in capo ai loro statuti il sostenere in ogni guisa l’autorità del pontificato, sicchè quelli che caldeggiavano le pretensioni dei principi li considerarono come antimonarchici, il che, ne’ concetti d’allora, pareva illiberalità. Un consorzievole ricambio di lodi; le controversie incalorite per punti non solo teologici ma scientifici o politici e letterarj, anche contro gli scrittori più cari al paese[66]; quel tacciare arditamente di maligni, di empj, di eretici fin persone d’intenzioni rettissime; la preferenza che ottenevano i loro collegi, cresceva ad essi gl’invidiosi, cioè i nemici, fin tra gli altri Ordini che eclissavano.

Vedendo il mondo farsi sempre più alieno dalle pratiche devote, essi parvero ricordare più la misericordia del Figlio che la giustizia del Padre, e nella irresolubile quistione della Grazia propendettero alla libertà, pensando che l’uomo fosse dalla Grazia ajutato anche per risorgere. Perchè mitigavano le astinenze, e tappezzavano, come si disse, di velluto la strada del paradiso, condiscendendo in tutto ciò che non ledesse la legge, furono tacciati di lassa morale dai contemporanei di Figaro e del Casti, quasi trovassero scusa ai misfatti, insegnassero l’arte di mentire cogli equivoci e con restrizioni mentali.

E appunto come lassi gli osteggiavano i Giansenisti, che invece di seguire il progresso come quelli, richiamavano continuo alla primitiva semplicità della Chiesa.

Fra i Germani conservatisi cattolici avea levato rumore l’opera di Gian Nicola di Hontheim, comparsa il 1763 col falso nome di Febronio, sullo stato presente della Chiesa e la legittima podestà del pontefice: libro mal fatto, ma ch’ebbe la fortuna di arrivare a tempo, quando cioè i principi non trovavansi a fare di meglio che disturbare il papa. Stabiliva che l’infallibilità non sia attribuita a una persona, ma alla Chiesa intera, la quale la esercita per via de’ suoi ministri: primo fra questi essere il vescovo di Roma, ma la Chiesa potrebbe trasferire la supremazia in un altro: ad esso competono le prerogative senza di cui l’unità si scioglierebbe, non già le accidentali di nominare vescovi, trasferirli, o decidere in appello le loro sentenze. L’opera fu tradotta in italiano e applaudita; Roma la condannò: Pietro Ballerini veronese nel Primato e infallibilità del papa, il padre Zaccaria nell’Antifebronio, il Mamachi ed altri l’impugnarono; ma l’autore rispose con quella franchezza che simula l’erudizione, pur costantemente professandosi cattolico: e i nostri si trovarono divisi in due campi.

Tra questi fraterni eppur accanniti litigj dilatavasi quel che si chiamava spirito forte, o filosofia. Scienze e lettere, considerato come carcere il nido ove le avea fomentate la religione, si diedero aspetto di libertà coll’osteggiare i principj, su cui fin allora s’era regolato il mondo. La Francia, dedotto quest’andazzo dall’Inghilterra, lo comunicò all’Europa tutta con quella sua speciale facoltà divulgatrice; e col lampo del bello spirito che abbaglia la folla, col despotismo dell’epigramma che opprime chi ha cuore e intelligenza più che causticità; e con raziocinj zoppicanti perchè non appoggiati all’autorità insegnò a negare, ad abbattere, a ridere di ciò che erasi venerato; non che compiangere l’ignoranza de’ padri, fece riguardare condizione d’ogni progresso il disgiungersi dal passato, espungere quanto trascende l’umana intelligenza e non si può brancicare e numerare; chiamar pregiudizio quanto non risponde all’arida ragione; uccidere l’entusiasmo col decomporre i più begli atti in interesse, secrezione, accidente: laonde fu ridotto l’uomo a materia, le sue facoltà alla sensazione e a trasformazioni di questa secondo un sensismo che getta una chiarezza superficiale sopra una grossolana apparenza scientifica. Con miscredenza fredda e coll’aria d’indipendenza che lusinga gli spiriti mediocri, i quali sono sempre i più, sillogizzava contro le verità che meglio consolano il cuore e tranquillano lo spirito, volendo guarir l’anime dal desiderio dell’immortalità e dalle aspirazioni sovrumane; e con alcuni scendeva fino a negar Dio, coi più negava la provvidenza, la rivelazione, il mediatore, le postume retribuzioni; rideva del culto, dei preti, degl’ignoranti che ancor vi credevano; e allo spirito individuale immolando l’autorità e la storia, pretendeva innovare il mondo secondo certi canoni prestabiliti, indipendenti da luogo e tempo. Personavasi quella guerra in Voltaire, che col riso, coll’ironia, coll’intrepida calunnia conculcava le benemerenze e le speranze umane e le cordiali ispirazioni, all’entusiasmo sostituiva il fischio, alla fede i dubbj, all’esame la leggerezza; e ad ottanta anni potè a ragione esclamare, — Io ho fatto più che Lutero e Calvino». Del suo spirito si animò l’Enciclopedia, immensa opera dove i primarj ingegni tolsero a formar l’inventario dell’umano sapere, per gloriarlo delle conquiste fatte e additargli le da farsi; ma sempre nel proposito di eliminare l’anima dal corpo, il creatore dalla creazione.

Ripigliata con maggiore risolutezza l’opera de’ riformatori religiosi, come questi un tempo, così ora i filosofi si trovarono a fronte i Gesuiti, e compresero ch’era forza passare sul loro cadavere per abbattere poi gli altri Ordini, indi la gerarchia, alfine quella religione universale, ch’essi denominavano la Infame.

Giansenisti e filosofi erano opposti fra loro, quelli volendo l’austerità, questi l’epicureismo; quelli ricondurre la religione al fervore de’ primi secoli, questi bersagliarla d’epigrammi e di franca menzogna; quelli appoggiati sull’autorità, questi rinneganti il passato e ogni fede per attenersi alla pura ragione. In due cose però s’accordavano; nello sminuire la primazia del papa, e nel voler a terra i Gesuiti.

Di tali elementi si formò la procella contro di questi. Moltissimi libri uscirono a combatterli e deriderli, e uno de’ più violenti la Repubblica de’ Solipsi d’un loro disertore, Clemente Scotto piacentino, il quale fingendo darvi consiglj, li sferza con una virulenza, che non fu superata neppure dai nostri contemporanei. Le maldicenze aguzzano l’appetito; e sarebbe difetto di gusto l’esaminare se vere; accettate con leggerezza, sono adoperate con asseveranza.

I Gesuiti medesimi, come è solito nelle crisi, aggravarono la propria situazione. Sperando acquistare al cristianesimo i vastissimi imperi della Cina e del Malabar, accondiscesero a tollerare alcuni riti, e dare benevola interpretazione a certe superstizioni: i monaci d’altri Ordini ne gli accusarono, il pontefice li dichiarò errati, ed essi per obbedirlo dovettero rassegnarsi ad abbandonare missioni per ducento anni con tanto zelo e tanto sangue coltivate. Nel Paraguai voleano introdurre una specie di repubblica patriarcale, che, se ne togli la religione, molto arieggiava ai falansteri de’ moderni Socialisti, ove lavoro regolato e con gioja, comuni i possessi, e tutti gli atti disposti ad arbitrio dei capi: ma si disse con ciò volessero iniziare una repubblica universale, sottraendo il mondo alla forza armata dei principi.

In un’età che parlava tanto di commercio, profittarono essi pure delle loro colonie per cavarne generi, di cui faceano traffico; ne’ collegi magazzinavano droghe; a Macerata tesseano panno; giravano cambiali da collegio a collegio; e l’età che boffonchiava la infingardaggine de’ Certosini e de’ Cistercensi o la sudiceria de’ Zoccolanti, trovò abominevole l’attività di questi e il loro vivere di mondo. Se ne indispettirono i Gesuiti, e nelle tante apologie, che principalmente stampavansi dallo Zatta a Venezia, mentre dal Bettinelli uscivano le diatribe, provaronsi d’affrontare il pericolo provocando e minacciando[67]. I re intanto, che, sull’esempio di Luigi XIV, voleano accentrare nelle proprie mani tutta l’autorità, dispersa in prima fra i corpi dello Stato, mal gradivano questa Società che l’estensione e l’accordo sottraevano all’arbitrio loro. Inoltre avendo dissestate le finanze, ustolavano alle immense ricchezze possedute da quest’Ordine, al quale dalla California arrivavano, dicevasi, barili d’oro, verghe d’oro, pani di cioccolata d’oro, sicchè cumulavano nelle loro cave un importo di dugencinquanta milioni.

Questi rancori bollivano viepiù fuori d’Italia, e massime nel Portogallo e nella Spagna, dove i Gesuiti erano guardati come emuli de’ lucri coloniali; nella Francia, ove li perseguitavano da una parte i filosofi, dall’altra i parlamenti, che scaduti d’ingerenza e di credito, speravano recuperare col propugnare la regia prerogativa, blandire gl’istinti malevoli, e sfoggiare coraggio dove non era pericolo. La più grave imputazione che essi affiggevano ai Gesuiti, la meno aspettata dai nostri contemporanei, era il poco rispetto ai re; ne’ loro libri professare che un tiranno può disobbedirsi non solo, ma fino deporsi e uccidersi; canone che pareva antisociale ed inumano. Essendosi pertanto attentato alla vita di Giuseppe re di Portogallo, e per fame ammutinato il popolo di Madrid, dell’un fatto e dell’altro si versò la colpa sui Gesuiti. Un Malacrida di Mercallo nel Comasco, già missionario nel Brasile, a Lisbona si era abbandonato a mistici delirj, pretendendo sapere per rivelazione che vi sarebbero tre anticristi, padre, figlio, nipote, il qual ultimo nascerebbe a Milano il 1920 da un frate e una monaca, sposerebbe Proserpina furia infernale, e simili vaneggiamenti[68]; asseriva che sant’Anna, ancora in seno alla madre, piangeva, e per compassione faceva piangere i cherubini e serafini che le teneano compagnia; e ne deduceva una specie di quietismo, per cui il corpo non restava contaminato da qualsiasi impurità, purchè lo spirito assorto non vi accondiscendesse. Il popolo l’aveva per santo; anche alla Corte era venerato: pure di settantatre anni fu posto a processo, e come eresiarca condannato al fuoco, a capo di cinquantadue, imputati di simili delitti. Stupendo tema ai filosofi per declamare contro l’intolleranza della Chiesa, quando appunto questa era la battuta!

Quel Carlo III che lodammo restauratore del regno di Napoli, passato a quello di Spagna divenne accannitissimo contro i Gesuiti; e per motivi che teneva chiusi nell’augusto suo cuore, ne stivò da seimila in fondo a bastimenti, e gettolli a Civitavecchia. Clemente XIII reclamò contro questo sbarco nè tampoco annunziatogli, e ricusò riceverli; ricusò Genova, ricusò Livorno, onde molti mesi essi errarono tra la fame e il caldo; finchè il papa s’indusse ad accettarli, dalla Spagna impetrando loro una tenue pensione.

Per una felice ispirazione di Carlo, le Corti borboniche aveano stretto fra loro un patto di famiglia per reciproca difesa e offesa, che riducendo a unità la politica di tutte, avrebbe ad esse assicurato la preponderanza contro l’Inghilterra, e rimossa l’occasione di guerre. Il bel concetto ebbe il solo meschino risultato di accordarle nel muovere guerra ai Gesuiti, e non solo estruderli, ma ottenerne l’abolizione. Izze donnesche, intrighi ufficiali, malignità filosofiche si congiurarono a tal fine, mettendo in pratica la dottrina di cui incolpavansi i Gesuiti, cioè che il fine giustifichi i mezzi: il parlamento parigino condannò come antipolitici molti loro libri, fra’ quali il Bellarmino e il Compendio di storia d’Orazio Torsellini; e dichiarò che i Gesuiti erano «notoriamente colpevoli di avere insegnato in tutti i tempi e perseverantemente, con approvazione de’ loro superiori e generali, la simonia, la bestemmia, il sacrilegio, il malefizio, l’astrologia, l’irreligione, l’idolatria, la superstizione, l’impudicizia, lo spergiuro, il falso testimonio, la prevaricazione di giudici, il furto, il parricidio, l’omicidio, il suicidio, il regicidio...; d’aver favoreggiato l’arianismo, il socinismo, il sabellianismo, il nestorianismo..., i Luterani, i Calvinisti ed altri novatori del XVI secolo..., di riprodurre l’eresia di Wicleff, e gli errori di Fichonio, di Pelagio, de’ Semipelagiani, di Cassiano, di Fausto, de’ Marsigliesi; di cadere nell’empietà de’ Montanisti, e insegnare una dottrina ingiuriosa ai santi Padri, agli Apostoli, ad Abramo»[69].

Ribaldi di tal fatta qual legge civile non avrebbe condannati? La clemenza di quei re s’accontentò di espellerli dal territorio francese (1764), poi anche dalla Corsica quando la occuparono; ed affollatili ne’ vascelli, sotto uno stemperato calore li gittarono a Genova; e preti e frati risero al colpo toccato dai possenti emuli, non accorgendosi dove rimbalzasse.

Molti Gesuiti spagnuoli vennero allora ad onorare colla loro dottrina l’Italia; alcuni anche ne adottarono la lingua, e meritarono posto fra i nostri scrittori. Il padre De l’Isla autore del frà Gerundio (1781), il romanzo più ingegnoso dopo il don Chisciotte; Saverio Lampillas che difese la letteratura spagnuola contro il Tiraboschi; Arteaga che diede la Rivoluzione del teatro musicale; Andres che scrisse l’Origine e progressi d’ogni letteratura; il Tentori che fece il Saggio della storia civile, politica ed ecclesiastica della repubblica di Venezia; Antonio Eximeno, autore dell’Origine e regole della musica; Vincenzo Requeno, del Ristabilimento dell’arte armonica; Clavigero, d’una preziosa Storia del Messico e della California; Hervas, del Catalogo delle lingue, felice tentativo di filologia comparata; e Serano, e Sherlock, e il portoghese Azevedo, che oltre collaborare a Benedetto XIV, scrisse Venetæ urbis descriptio in dodici canti, e fece una scelta di sonetti traducendoli in esametri latini.

Anche fra i Gesuiti italiani contavansi allora dei primi in ogni scienza; il Tiraboschi, il Bettinelli, il Quadrio, il Roberti, lo Zaccaria, il Cordara, il Granelli, de’ quali parliamo altrove; il Baruffaldi e Lorenzo Barotti storici di Ferrara; Giannantonio Volpi che, a tacer altro, fece il Vetus Latium profanum et sacrum; il mantovano Gaetano Braganza (-1812), che pubblicò il Modo di far le iscrizioni, l’Eloquenza ridotta alla pratica, la Poesia in ajuto alla prosa; Gioachino Gallardi da Carpi bibliotecario di Modena, che coadjuvò allo Zaccaria nella Storia letteraria, e fece molti opuscoli eruditi; Arcangelo Contucci da Montepulciano (-1768) che illustrò i bronzi del museo Kircheriano, e di sua dottrina facea stupire il Muratori, il Maffei, il Barthélemy, e dal Winckelmann era qualificato «uomo di gran sapere, e alieno dalla smania di essere autore, contentandosi di comunicare ciò che ha e che sa»: Mauro Boni genovese (-1817) archeologo, principale collaboratore al Dizionario biografico di Bassano, che pubblicò le opere del Cordara e del Metastasio, tradusse con larghi supplementi il Catalogo degli autori classici sacri e profani, greci e latini di Harwood (1793), la serie della moneta romana, e diede un quadro critico tipografico di opere sulla storia letteraria e tipografica, lettere sui primi libri a stampa d’alcune città e terre dell’Italia superiore (1794), dove vorrebbe che le prime edizioni di Venezia non fossero di Giovanni da Spira, opinione confutatagli da Denis, Suffragium pro Johanne de Spira.

Fra i veneti citeremo Luigi Canonici, che aveva raccolto ben quattromila edizioni della Bibbia, medaglie e crocifissi; Giacomo Coleti e il friulano Farlati autori dell’Illyricum sacrum (1773); Cristoforo Ridulfi, che tradusse l’Iliade e Anacreonte (-1773); il Rubbi raccoglitore d’un Parnaso non senza gusto; Giovan Antonio Bassani oratore e poeta; il bresciano Orazio Burgundio poeta latino; Pietro Paletta oratore e storico delle eresie; Carlo Borgo vicentino, che fece l’analisi ed esame ragionato dell’arte delle fortificazioni e difesa delle piazze, ove nelle cifra parlante e segni indica il linguaggio telegrafico; Jacopo Belgrado friulano, che scrisse dell’uso delle due analisi ne’ problemi fisici e la teoria della vite d’Archimede. Il Giullari, forbito lodatore delle donne celebri della santa nazione, onorava Verona, come gli altri oratori Masotti, Martinelli, Avesani, e il Pellegrini oratore delle Corti, come delle campagne era il Trento. E fama grande ottennero sui pulpiti il Vio e lo Scardua veneziani; il Saracinelli, fruttuoso colle parole non meno che coll’esempio; il comasco Venini, oratore creduto inferiore soltanto al Segneri; il Lorenzi che cantò la Coltivazione dei monti. Aggiungiamo l’eruditissimo Troilo, il Zucconi lodatissimo spositore della sacra scrittura, il Giorgi abile scrittore non men che oratore, Alfonso Muzzarelli autore di poesie sacre, dell’anno di Maria, e di molte controversie sulla ricchezza del clero, dell’Emilio disingannato, e del Buon uso della logica in materia di religione, lavoro che meriterebbe di essere oggi divulgato.

Quel Collegio Romano de’ Gesuiti, da cui uscirono quattro papi e novantasei cardinali, non era degenerato; e Stoppini, Gravina, Stefanucci onoravano le cattedre di teologia, di sacra scrittura, di diritto canonico; come quelle di belle lettere Lagomarsini, Asclepi, Lanzi, Morcelli principe degli epigrafisti. Aggiungiamo il controversista Noghera valtellinese, l’economista Gemelli piemontese, i gran matematici Riccati e Belgrado di Udine, Ximenes di Firenze, l’idraulico Lechi milanese, l’astronomo Boscovich raguseo, co’ famosi latinisti suoi compatrioti Cunich, Zamagna e Stay, divenuto segretario de’ brevi di papa Lambertini. L’astronomo siciliano Ayala dappoi si diede al diritto pubblico, e fra altro scrisse della libertà ed eguaglianza. Intanto un padre Fidoti era penetrato nel Giappone e mortovi nelle prigioni; un padre Simonelli, dotto matematico, fioriva alla reggia della Cocincina; un padre Castiglioni milanese e un padre Candia piemontese morivano missionando al Tong-king; e il padre Pavone nel Malabar, dove ancor più illustrossi il padre Lichetta con sei altri napoletani: il padre Eusebio da Cittadella morì medico della corte di Pe-king nel 1785.

Fra tanti libri che si stamparono su quell’evento, perchè nessuno si brigò d’una prova che sarebbe stata di qualche peso, il catalogo de’ personaggi che allora insignivano la Compagnia? nè io ho materiali per compierlo neppure riguardo all’Italia: ma il Bettinelli ne accenna di molti «a me cari maestri (dice colle sue solite sdolcinature), mecenati, amici, e ciò non per vanità, essendo tutto il mio merito nell’abito di gesuita che mi faceva onore, come pure alle corti e alle accademie mel fece; senza cui io era nulla (il giura la mia coscienza), o uom del vulgo, come dice il Petrarca»[70].

Tanto meno ragione sentivansi dunque gli Italiani d’odiare o sprezzare quella Compagnia: ma che giova la riverenza popolare quando i pregiudizj letterarj e le avversioni uffiziali vogliono ostentare indipendenza coll’obbedire? E per obbedire agli ordini di Spagna in forza del patto di famiglia, cominciò qui la persecuzione.

Carlo III, passando giovinetto da Pisa, vi avea conosciuto il professore Bernardo Tanucci (1698-1783), e fatto re di Napoli, lo chiamò a capo della giustizia e dei tribunali speciali contro gl’inconfidenti, poi presidente del ministero; da lui si fece consigliare tutti que’ provvedimenti parte buoni, parte cattivi, sempre a caso e privi di quell’andamento regolare che ad ogni rovina fa precedere una riedificazione. Costui tenne sempre del cavillo curialesco, e l’innestò al Governo napoletano anche per l’avvenire. Infarinato delle teoriche di moda, irremovibile dai divisamenti come chi non se li propose per raziocinio ma per altrui imitazione, despotico a segno da non tener conto della storia e dell’indole nazionale, amico del re non del paese a cui era straniero, anzichè rinvigorirla col moderarla esagerava la potenza regia secondo la pedantesca irreligiosità d’allora. Al fanciullo re Ferdinando fece sin dal confessore mettere scrupolo del disobbedire al padre, delle cui intenzioni egli era depositario; per tal modo resoselo ligio, portollo a interdire dal regno la costituzione Apostolicam colla pena di trecento ducati a chi la possedesse; violaronsi le case e le lettere per iscoprirne, e parve trionfo l’averne côlte ventisei copie in un giorno; a molti libraj in grazia di ciò fu levata la patente, chiusa la bottega, inflitta la prigione per sei mesi. Ad imitazione di Francia, egli fece esaminare se gli statuti de’ Gesuiti contenessero cosa repugnante al potere regio; ad imitazione di Spagna fece dal re pubblicare un editto (1767) ove «usando dell’autorità suprema indipendente che tiene immediatamente da Dio, inseparabilmente unita per l’onnipotenza di lui alla sovranità», escluse i Gesuiti dalle Due Sicilie, e nottetempo ne fece invadere le celle ed espellerne i padri, che forse erano quattrocento, senz’altro che l’abito, e sotto scorta di soldati tradurre al confine pontifizio, e quivi deposti dalle carrozze, intimare guaj se più mettessero piede nello Stato; altri censettantacinque furono sbarcati in un canneto presso Terracina[71].

Quel che il Tanucci a Napoli, faceva a Parma il francese Dutillot, ministro e tutto del duca Ferdinando. Aveva egli tratto il suo padrone a cozzo colla Corte romana, cominciando a negarle il tributo per l’investitura (1764); si limitarono le liberalità de’ fedeli verso la Chiesa; la manomorta non potesse acquistare la piena proprietà de’ beni sodi; e se gliene venissero, doveano conferirsi ad un laico o vendersi entro l’anno, se pure non fossero per ospedali e case di esposti; chi professi voti monastici, s’intenda rinunziare a qualunque bene ed eredità occasionale, salva una rendita a vita; gli stabili acquistati dopo l’ultimo catasto dal 1588 contribuiscano all’imposta.

Ne fece un capo grosso Roma, e più per la prammatica del 16 gennajo 1768, ove ai sudditi del duca era disdetto recar liti a tribunale forestiero, e nominatamente al romano, nè sollecitare presso autorità straniere pensioni ecclesiastiche, commende, dignità, a cui fosse annessa giurisdizione o prerogativa; i benefizj con cura d’anime o senza, pensioni, badie, dignità nello Stato portanti giurisdizione, non possano conferirsi che a sudditi e col consenso del duca; verun ordine o nomina o giudizio o scritto proveniente da Roma valga, se non coll’exequatur del duca.

Clemente XIII pronunziò nulli questi atti e temerarj, come emanati da autorità incompetente; scomunicava quelli che vi avessero parte, in modo da non poterne essere assolti che dal papa stesso o in articolo di morte; e negli atti da ciò nominava nostri i ducati di Parma e Piacenza (1769). Ferdinando proibì a’ suoi sudditi di credere che espressioni e principj siffatti emanassero da pontefice così santo e giudizioso; trasse dagli archivj le prove dell’indipendenza del suo dominio; fece arrestare i Gesuiti e tradurli ai confini dello Stato pontifizio, con divieto perfino di attraversare il suo; abolì l’Inquisizione e molti monasteri, gli altri raffazzonò. Il parlamento di Parigi dichiarò esso monitorio ingiusto e repugnante alla sovranità: le corti borboniche, collegate col Patto di famiglia, sposarono la causa del duca minacciando di occupare Avignone e il contado Venesino, e Benevento. Francesco III di Modena l’imitò, abolendo le immunità de’ beni ecclesiastici e molte fondazioni religiose: disponevasi anche a sostenere colle armi le sue ragioni sul ducato di Ferrara, se le potenze grosse non si fossero interposte. Gli altri Stati, non eccettuata Venezia, seguendo l’andazzo, presero occasione di fare provvedimenti contro Roma, tantochè il ricorrere a questa direttamente divenne colpa di Stato, e i principi ingloriavansi dei poveri trionfi sopra un papato, ridotto impotente a difendersi.

I principi avevano espulso i Gesuiti ciascuno dai proprj paesi; ma chi assicurava che un nuovo ministro, o una mutata amante non li facesse rivocare, esulcerati e trionfanti? Pertanto Francia, Spagna, Parma, Napoli, moventisi d’un medesimo passo, insistono perchè il papa li abolisca, e metta a disposizione delle potenze il loro generale Ricci di Macerata, e il cardinale Torrigiani loro protettore.

I Gesuiti consideravansi i principali sostegni di Roma, i più zelanti missionarj nel lontano mondo. Dicevasi con alcuni che l’istituzione loro fosse perversa? ma era stata approvata espressamente dal concilio di Trento. Dicevasi con altri che era ottima, ma avea tralignato? essi adducevano una continuità di testimonianze de’ pontefici. Se il cardinale Malvezzi a Bologna gli avversava, la nobiltà supplicava il papa a non privare di tanti sussidj la gioventù e i fedeli; e i vescovi d’ogni paese nostro ne mandavano ampie attestazioni[72]. Fondato sulle quali, il Ricci ricusava introdurvi novazioni, risolutamente dicendo, — O siano quali sono, o non siano».

— Se i Gesuiti non fan più bene nei paesi che li cacciarono, ne faranno altrove», diceva il papa Clemente XIII, il quale, dopo serio esame, colla bolla Apostolicam (1765) riconfermò la Società di Gesù, profondendo lodi, alle quali assentì la maggioranza de’ vescovi, benchè altri non vi rispondessero che col silenzio. Si scandolezzò il mondo che un papa osasse manifestar opinione contraria a quella dei principi; i principi d’ogni parte alzarono pretensioni a suo danno; il Portogallo vieta come alto tradimento il pubblicare o tenere quella bolla; ricorrendo ad armi che non sono della Chiesa, la Francia occupa Avignone, Napoli occupa Benevento e Pontecorvo; propongono perfino di bloccar Roma, acciocchè il popolo s’ammutini contro il papa «unico modo d’ottenere l’abolizione de’ Gesuiti»[73]. Il papa esclamava: — Avessimo anche forza da opporre, ci asterremmo, non volendo, padre comune, aver guerra con verun principe cristiano, e tanto meno con cattolici. Spero che i sovrani non faranno cadere il loro scontento su’ miei sudditi, innocenti di quest’affare: se l’hanno con me, e se pensano snidarmi come altri miei predecessori, sceglierò l’esiglio, anzichè mancare alla causa della religione e della Chiesa».

Negli undici anni del pontificato di lui, dice il padre Theiner, «neppure un gran fatto consola e riposa; fu una catena non interrotta d’umiliazioni, disastri, contrarietà per la Chiesa e per l’autorità della santa Sede, la quale sotto nessun papa moderno avea sì indegnamente sofferto». Nel crudele intradue o di far ordini inascoltati, o di ricorrere a spedienti che l’opinione disapprovava, questo mercante veneziano che osava dir di no agli idoli de’ filosofi, gemeva dal cuore, e in grave scompiglio trovavasi la Chiesa quando morì. Uom tutto di Dio, avendogli l’astronomo Lalande esposto la possibilità di disseccar le paludi Pontine, soggiungendogli quanta gloria a lui ne verrebbe, egli alzò gli occhi e — Non è la gloria che mi muova, bensì il bene de’ nostri popoli».

L’astuta onnipotenza de’ Gesuiti avrebbe allora dovuto armeggiarsi in un conclave, da cui ne pendea la vita. L’elezione fu trascinata in lunghissimo dalle brighe dei ministri e dei cardinali delle Corti, opposti ai cardinali zelanti, da minaccie degli ambasciatori, dall’ostentazione di Giuseppe II, comparso improvviso a Roma per satireggiare e i papi e i Gesuiti e i re. Andato a far visita alla chiesa del Gesù, chiede al generale: — Quando deporrete cotesta tonaca?» e notando il gran costo della statua di sant’Ignazio, — Guadagni delle Indie» esclamò[74].

Centottantaquattro volte la folla aspettante vide la fumata che bruciava le schede de’ falliti scrutinj, prima che i voti si raccogliessero sopra frà Lorenzo Ganganelli da Sant’Arcangelo presso Rimini, che prese il nome di Clemente XIV (1769). Uomo di dolci virtù è accomodante, candido eppure ambizioso, dotto eppure arguto, scrittore felice, benchè il lodar le lettere che vanno sotto il suo nome sia crassa insipienza ancor più che calunnia[75]; degli scrittori filosofici diceva, — Col combattere il cristianesimo, ne mostreranno la necessità»; di Voltaire, — Non bersaglia sì spesso la religione se non perchè essa lo importuna»; di Rousseau, — È un pittore difettoso nelle teste ed abile solo nel panneggiare»; dell’autore del Sistema, — È un insensato il quale crede che, cacciato il padrone dalla casa, potrà assettarla a modo suo».

Sentiva egli l’irreligione scalzare troni e altari; ed intanto i re parevano far causa comune con questa, oppugnando i diritti della santa Sede, e divisando pertutto patriarcati nazionali, indipendenti da Roma. Ben confidava egli nella promessa di Cristo, e ad un amico scriveva: — La santa Sede non perirà, perchè è la base e il centro dell’unità; ma ritoglierassi ai papi quanto loro fu dato». In conformità lasciava che i principi lentassero sempre più i legami che congiungevano le nazioni a Roma; ma che nel conclave egli avesse firmato l’obbligo di distruggere i Gesuiti, e fin dato speranza di trasferire la sede ad Avignone[76], son baje da porsi con quelle che infamarono Clemente V (tom. VII, pag. 318).

Fatto sta che i Borboni insistevano acciocchè abolisse i Gesuiti, e intanto moltiplicavano affronti alla santa Sede. Il granduca Leopoldo non volle scrivere al nuovo papa la congratulazione, pretendendo che prima e’ gliene desse parte; il che non soleasi che coi re e con Venezia qual regina di Cipro. Il duca di Parma fa spogliare il palazzo Medici in Roma; insulto ad un popolo infervorato delle arti com’è l’italiano. L’Azara, tenuto a Roma da Carlo III come esploratore, e che ora sbravando or celiando, coll’abilità somma de’ racconti, colla leggerezza nel trattar le cose serie, con quella burbanza ch’è necessaria per farsi stimare in simili posti, aveva acquistato grande ingerenza, non davasi posa nell’aizzare contro i Gesuiti. Il Tanucci sfogava l’astio verso la Chiesa colle minute insolenze, proprie di chi scarseggia d’intelletto e d’educazione. Quando Carolina d’Austria veniva moglie al re di Napoli, il papa dispose un’ambasciata d’onore che la ricevesse e accompagnasse traverso a’ suoi Stati; ma il Tanucci vi pretese condizioni sì umilianti, che fu impossibile accettarle; ed essa fendette il paese senz’apparato, alloggiando alla villa Borghese fuor di Roma[77]. Esso Tanucci scriveva al papa con villana alterigia, intitolandolo vescovo di Roma; i marmi, che occupavano da un secolo il palazzo Farnese, trasferisce a Napoli; quivi sfogasi nel fare ai frati quella guerra ove sogliono pompeggiare di coraggio coloro che ne difettano; sopprime conventi, abolisce decime, impedisce gli acquisti di manomorta, riduce i matrimonj a contratto civile, interdice ai vescovi di pubblicar bolle senza il regio visto, d’ingerirsi dell’istruzione pubblica o di processi; al clero di pagar a Roma le tasse solite di cancelleria; fa stampare con lusso le opere del Giannone e di frà Paolo, e alle querele del nunzio dà per tutta risposta che non lascerebbe entrar più veruna provenienza da Roma finchè il papa non abolisse i Gesuiti. Anzi fa marciare quattromila uomini fino ad Orbetello, per sorprendere al primo destro Castro e Ronciglione; e voleva aquartierarne mille nella villa Madama a Roma per sorvegliare i movimenti del papa. In tutto ciò pretestava ordini or di Francia or di Spagna: il che chiamerebbesi bassezza se fosse vero; come chiamarlo sapendo ch’era falso?[78] Anzi le Corti di Spagna e di Francia mostravansi di ciò indignate col papa; il quale, non osando resistere direttamente, incorava i vescovi ad opporsi. Quei di Capua e di Troja il fecero; altri pensarono a una rimostranza collettiva contro le crescenti usurpazioni; e il papa gemea di tanti mali, ma «si rimetteva alla loro prudenza, ed esortavali a far in modo che non paressero operar a preghiere e istigazione del papa»[79]. In quest’universale affrontata, solo il Re di Sardegna tenevasi devoto; e quasi ad espiare le lunghe avversioni di suo padre, fece un concordato, nel quale, fra altre concessioni, ottenne l’abolizione del diritto d’asilo ne’ luoghi sacri, dispensa delle rendite di molte badie.

Il papa rifuggiva dall’abolire i Gesuiti, sia perchè vedea qual sostegno sottrarrebbe alla santa Sede, sia perchè una potenza annichila se stessa quando lasciasi violentare; e torcevasi in ogni guisa perchè i potentati s’accontentassero di riformarli. Credendo imbonirli colle condiscendenze sopra altri punti, cessò di prolungare la solita bolla In cœna Domini; tacque allorchè impedivano l’invio di denaro a Roma, o la giurisdizione del Sant’Uffizio o gli acquisti del clero; entrò in corrispondenze particolari onde rassettare i litigj politici; ribenedisse il duca di Parma e sospese il monitorio; lo perchè l’infante si proferse mediatore presso le Corti borboniche: ma queste non rispondeano se non — Abolite i Gesuiti».

Clemente «pontefice dolce e umano, ma che Dio non avea creato a così violente procelle»[80], trovavasi sbolzanato fra due estremità; filosofi che o lo beffarono come papa o speravano ch’egli sovvertirebbe la Chiesa, e zelanti che lo compiangevano come papa debole, gli faceano colpa d’ogni concessione, e s’egli non pubblicava la bolla In cœna Domini, faceanla ristampare e diffondere con commenti. I re giunsero perfino a persuaderlo fosse circondato di stili e di veleni gesuitici, come di veleno filosofico cianciavasi perito il suo antecessore: onde per tali paure e per sottrarsi alla molesta visita degli ambasciatori, davasi per malato, non mangiava che poveri cibi ammanitigli da un fraticello, vivendo senz’amici, senza consigli.

Ma anche in quella solitudine giungeagli d’ogni parte quel grido — Abolite i Gesuiti». Per guadagnar tempo, promette non nominerà altro generale quando il Ricci muoja, non ammetterà più novizj; poi domanda che almeno tutti i re si mettano d’accordo su questo punto, sicch’egli non abbia ad offender gli uni per condiscendere agli altri; propone di radunar un concilio a tal uopo[81]; tratta di trasferire la sede ad Avignone: ma sempre gli sono addosso inesorabili i ministri, sebbene egli ne invochi un po’ di pietà, un momento di tregua, perfino mostrando ad essi le piaghe del macero corpo.

Intanto approva ciò che le tre Corti hanno operato; spiega rigore verso i Gesuiti, privandoli d’alcuni privilegi, mandando visite, mettendo imposizioni, lasciando che i creditori ne vendano all’incanto i mobili, molestandoli con fiscalità repugnanti all’indole sua; e poichè i principi non cessavano da quella domanda, — Ebbene (diceva) indicatemi le ragioni dell’ira vostra, acciocchè io possa motivare la condanna. — Le ragioni? (rispondevano essi) sono espresse negli editti di ciascuno, e basta; noi re non dobbiam conto alcuno al pontefice di nostra condotta; non l’abbiamo preso a giudice: mozzi una volta gl’indugi, abolisca i Gesuiti, e noi gli restituiremo subito Benevento e Avignone». Clemente or replica generosamente, — Un papa dirige le anime, non ne traffica»; or si desola, e geme, e protesta che abdicherà.

Parvegli la mano di Dio allorchè le Corti di Londra, di Pietroburgo, di Berlino, cioè un papa greco, un papa anglicano e un filosofo ateo, gli scrissero in difesa d’un Ordine, trafitto da un cristianissimo, da un cattolico e da un fedelissimo. Anche Maria Teresa raccomandava i Gesuiti al papa, e al nunzio cardinal Borromeo dava sicurezza che, lei viva, nulla avrebbero a soffrire ne’ suoi Stati[82]: ma poi li lasciò nelle peste, rispondendo essere un affar di Stato, non di religione; vietava all’arcivescovo di Milano ed agli altri suoi di pubblicare la bolla In cœna Domini[83], e cercava profittare di quello sdruccio per impadronirsi di Piacenza; alfine aderì all’abolizione sospinta da Giuseppe II che «agonava i loro beni con impaziente avidità» e che inchiuse il patto espresso di potersene valere con pieno arbitrio.

Il papa dunque stese il breve Dominus ac redemptor meus; e dopo che fu riveduto ed approvato da tutte le Corti, lo pubblicò (1773 21 luglio). Comprendeva l’elogio della Compagnia; sopra sante fondamenta averla eretta Ignazio; per benemerenze averla i pontefici privilegiata e onorata: però darsele taccia d’agognar troppo i beni della terra; essere rampollati nel suo grembo semi di dissensione cogli altri Ordini, colle Università, coi principi, i quali ne aveano sporto querele alla santa Sede: questa indarno s’era adoperata a sopirle; anzi i più devoti della Compagnia le si erano avversati, onde per amor della pace della Chiesa, e sull’esempio de’ predecessori che per prudenza aveano aboliti i Templarj e gli Umiliati, egli la sopprimeva. I membri di essa passassero nel clero secolare o nel regolare a voglia loro, ma senza ingerirsi della pubblica amministrazione.

Abbatteasi una Società trapotente, traricca, il cui generale comandava dispotico a venticinquemila membri, cari al popolo, famigliari ai re; pensate quante precauzioni per impedire la conflagrazione dell’universo mondo! Comandi secretissimi pervennero ai quattro estremi della terra; i birri, i soldati pontifizj si munirono di tutto il proverbiale loro eroismo per accompagnare i prelati che andavano a far l’intimazione alle case dei Gesuiti[84]. Ma che? non un’opposizione incontrarono: quella potente, quella vendicativa Società cedette al primo comando, incrociò le mani sul petto e spirò, compiangendo la debolezza del pontefice e la intolleranza dei tempi. Tanti abominj se gli erano imputati, e non un reo si scoprì. Dai loro archivj doveano uscire le prove de’ misfatti, pe’ quali la posterità potesse aggiungere i suoi agli improperj de’ contemporanei; ma essa le aspetta ancora. I ministri prometteansi di spegnere i debiti pubblici con questo Perù, come Carlo III diceva: onde s’avventarono sulle spoglie, e Roma il fece con un’arroganza, qual neppure i Giacobini poc’anni dopo; quanto di buono e di bello aveano la chiesa ed il convento del Gesù passò nei palazzi cardinalizj e pontifizj; bellissime pianete ai prelati più ostili; le teche e le statue d’argento alla zecca, dopo buttate in una corba le reliquie levatene; la villa papale di Castelgandolfo si arricchì dei migliori arazzi, fra cui quel che rappresentava la conferma della Compagnia fatta da Paolo III, il che parve tal enormezza che il successivo conclave il fece rimettere dove prima. Le partite che le case teneano accese sui banchi pubblici furono cassate, dicendo che, mancato il creditore, rimaneva estinto il debito; il Ricci fu fatto giurare di dar conto esatto dei beni della Società; e perchè le dovizie aspettate non si trovarono, ed egli protestava che uniche ricchezze ne erano le date dalla devozione dei fedeli, fu chiuso in Castel Sant’Angelo. La necessità dei rigori è quasi la punizione delle ingiustizie; e tal fu il divieto dato ai Gesuiti di predicare e confessare; e tali i numerosi imprigionamenti. Il sullodato Dell’Isla, sospettato autore di un opuscolo contro la soppressione, fu incarcerato; così il napoletano Gautier, imputato d’aver ammonito un suo confratello di fuggire; così uno Stefanucci che fu trovato a bruciar carte, ch’e’ disse confessioni e gli altri credettero macchinazioni. Lo Zaccaria, uno dei più intrepidi campioni della santa Sede, accusato di sparlare contro il Breve, fu citato, e costretto a confessare se avesse scritto o tenuto corrispondenza con antichi confratelli in Italia o fuori; se il confessasse, avrebbe perdono; se tacesse, pena proporzionata al delitto. Confessò che, prima del Breve, avea caldamente amato la sua Compagnia, scritto per raccomandarla a gran personaggi o per impedirne l’abolizione; ma venuta questa, non averne più mai nè parlato nè scritto.

Non tutti però usarono egual moderazione; vi fu chi dettò articoli virulenti, vi fu chi fece circolare lagnanze, satire, proteste; la poesia forse unica di Clemente Bondi ove respiri il risentimento, è l’ode da lui diretta al Gozzi su quella soppressione; a Valentano presso Viterbo due visionarie aveano rivelazioni ostilissime al papa e ai persecutori de’ Gesuiti, onde furono sostenute, in un lunghissimo processo involgendo molti Gesuiti che si supponeano con esse in corrispondenza.

Così periva questa Società, che non ebbe nè fanciullezza, nè vecchiaja; periva per cooperazione della Chiesa, che con ciò s’indeboliva senza riformarsi, e dei re, che non pensavano a tôrre ostacoli al progresso, ma a rinvigorirsi, e che al tempo stesso conservarono le altre fraterie. Essi restituirono tosto al papa Avignone, Benevento, Pontecorvo, e credettero poter omai dormire a chiusi occhi. Eppure un Breve così pertinacemente sollecitato non accettarono se non facendo riserve contro ogni apparenza che avesse di menomare l’autorità loro o de’ vescovi, o d’intrigarsi negli Stati particolari; e avendo il papa ingiunto che i beni della Compagnia andassero in opere pie, essi dichiararono esser arbitri di farne la loro volontà: perfino il re di Sardegna mormorò del voler il papa disporre dei possessi gesuitici. Venezia, che ne’ suoi Stati avea non più che sei case di Gesuiti colla rendita di dodicimila ducati, protestò contro la comminata scomunica e sull’integrità dei diritti vescovili; autorizzò il patriarca ad eseguire il Breve, aggiungendogli però un senatore; da un senatore fece prender possesso de’ beni de’ Gesuiti, ai quali assegnò appena sessantasei ducati l’anno se professi, e un semplice regalo agli altri, ma raccomandò di trattarli con dolcezza e preferirli per gli esercizj spirituali e per le messe. Genova ne trasse al fisco i possessi e gli ornamenti. Così la debolezza dava ardire a nuovi insulti.

Al Breve di soppressione era soggiunto il divieto di parlare o scrivere dell’abolizione o degl’istituti della Compagnia di Gesù, nè d’insultarla: assurda clausola che metteva il mondo nella necessità di disobbedire, e cresceva ai nemici de’ Gesuiti la franchezza di attaccare quando non potean esser repulsati[85]. Di fatto irruppe un’ebbrezza di gioja, quasi l’umanità fosse redenta; Pasquino rideva; i poeti cantavano e applaudivano; a Lisbona il Te Deum e luminare, ed ordine che se un Gesuita capitasse, o se alcuno sparlasse del Breve, fosse processato.

— E che? nel secolo della filantropia, fra tante anime sensibili, nell’universale tolleranza, la Chiesa si mostrerà ancora persecutrice? vorrà mostrarsi inesorabile a sacerdoti di tanta bontà, di tanta sapienza? vorrà ridestare i tempi dell’Inquisizione e le processure del Basso Impero?» Tali rimbrotti faceano di rimpatto que’ filosofisti che dianzi spingeano ad abbattere i Gesuiti, e dopo gridato alla pertinacia del papa, or lo insultavano o derideano come debole e ligio ai re[86].

Poco stante il Ganganelli, perduta la salute, e vollero dire anche il senno, assediato da fantasmi e implorando misericordia, morì, e si disse avvelenato dai Gesuiti. È vero che i medici non ne trovarono apparenza: è vero che il buon senso domandava perchè mai, se ne avevano i modi e la volontà, nol fecero prima che lanciasse il colpo decisivo (1774), o non colpirono piuttosto i robusti forzanti che il debole connivente? ma in tempo di passione resta egli campo al buon senso?[87] La morte di lui fu ben poco compassionata, s’insultò anzi alla sua memoria[88]; ma stavasi in isgomento non succedesse un papa che ripristinasse la Compagnia di Gesù[89].

Pio VI succedutogli non osò scarcerare il Ricci per rispetto ai principi: laonde si continuò a tenerlo in Castello, senza che da atti suoi o da intercetto carteggio apparisse ch’e’ si credesse investito ancora della preminenza toltagli dal Breve pontifizio. Offertogli un vescovado se soscrivesse una carta, ricusò. Sul letto di morte protestò per iscritto: — Al punto di comparire a quel tribunale che solo è d’infallibile verità e giustizia, per la pura verità e come bene informato, siccome superiore che n’ero, dichiaro la Compagnia di Gesù non aver dato motivo veruno alla sua abolizione, nè io la più leggera causa ad incarcerarmi; perdono sinceramente; ringrazio Dio che mi richiama da queste miserie, e invoco che la mia morte addolcisca le pene di quei che soffrono per la causa stessa». Tale protesta ripetè col viatico sulla lingua, e supplicò a renderla pubblica. Pio VI gli ordinò esequie solennissime e sepoltura fra i predecessori; il vescovo di Comacchio suffragandolo il proclamava martire.

Le soddisfazioni date per debolezza alle grida tumultuarie, non che soddisfarle, ne provocano di peggiori; nè dal cadere de’ Gesuiti derivò la minima utilità a coloro che avevano creduto gettarli come Giona per calmare la tempesta. La guerra si chiarì più accannita alla Chiesa, dacchè se n’era tolto quell’antemurale; si pretese vedere ancora Gesuiti dappertutto; gesuita fu il papa, gesuiti gli scrittori che più gli avevano sbertati, gesuiti i Franchimuratori, gesuiti gl’Illuminati; la Russia minacciava l’Europa? Era incitata dai Gesuiti che essa tollerò; i Turchi faceano vista di moversi? istigazione certo dei Gesuiti; le finanze deperivano? la fame cresceva? la rivoluzione rombava? erano maneggi sotterranei de’ Gesuiti.

I Governi non argomentarono che una Compagnia, scaduta dall’influenza politica e dalla pubblica opinione, cessava d’incutere spavento. I Governi non previdero che il cadere d’una Società, la quale dirigeva l’educazione e le coscienze, recherebbe sovvertimento morale; che rimarrebbero sprovveduti i collegi, innanzi che si pensasse a supplirli; che beni bastevoli ad una modesta convivenza, riuscivano insufficienti a stipendiare l’istruzione laica; onde le finanze sfasciaronsi invece di rifiorire. «Col pretesto d’investigare e scandagliare le segrete macchinazioni de’ Gesuiti (dice un grand’avversario di questi), Kaunitz istituì una polizia segreta, stipendiando individui d’ogni condizione e sesso, i quali si foracchiavano nelle famiglie, origliando ogni parola per rapportarla alle autorità, introducendo così innumerevoli accuse anche a danno d’innocenti. Nè il popolo solo, ma il Governo stesso si trovò zimbello di perversi, che delle concesse facoltà abusarono per private passioni.... la ipocrisia fu giustificata, diminuita la fiducia, vincolo salutare delle famiglie e del civile consorzio»[90].

I principi ebbero attestato che nessun freno più riconoscevano ai loro arbitrj; onde i popoli che allora cominciavano a domandare delle libertà, sentirono non poterle conseguire che per vie illegali e violente.

La paura di parere ingiusti rende ingiusti molti; ed essa ha dettato finora i suoi giudizj su questo atto: e i documenti sempre nuovi che si producono, attestano che il loro processo non fu istrutto con pienezza. I principi che avevano espulso i Gesuiti quando la pubblica opinione li reputava valenti e santi usarono ogni artifizio per avversargliela, e come gli ebbero denigrati, la insultarono di nuovo ripristinandoli. Che serve dunque addurre l’opinione di papa Ganganelli, le frasi del suo Breve, le condanne dei parlamenti, i decreti dei re di Spagna o di Napoli? Poco andò, e il re di Napoli, il quale aveali fatti cacciare colle bajonette, nel 1804 li richiamò perchè «coll’esemplare contegno potessero apprestare ai sudditi un mezzo pronto, sicuro, spedito a ottenere quanto si riferisce alla pratica delle cristiane virtù»; il re di Spagna nel 1810 li riconoscea «sostegni dei troni, d’incalcolabile vantaggio alla buona educazione, antemurale della religione»; Pio VII nel 1814 li ripristinava come quelli che «per probità di costumi, in tutto conformi alle leggi evangeliche, diffondono il buon odore di Cristo ovunque si trovino, e coi costumi e colla scienza s’affaticano a procurare la salute delle anime, ampliare la religione, ripulire i costumi, ammaestrare la gioventù»; e poichè «n’era richiesto dai prelati e dalle persone illustri d’ogni ordine di quasi tutto l’orbe cristiano», si sarebbe creduto reo di gravissima colpa se ai voti comuni non avesse accondisceso accogliendo l’ajuto salutare che la singolare provvidenza di Dio gli porgeva[91].

Che una generazione deva sempre abbattere gl’idoli della precedente?