CAPITOLO CLXVI. Idee innovatrici. Economisti, filantropi, filosofi.
Chi dice che la gran rivoluzione susseguì alla caduta dei Gesuiti, dunque ne fu l’effetto, dà nel vulgare sofisma del post hoc ergo per hoc: ma il congratularsi che ne fecero i filosofi convince che, sotto quel nome, combatteasi l’autorità, la tradizione, vale a dire il cristianesimo, e che la soddisfazione data dai principi e dai papi, incorò a maggiori ardimenti lo spirito irreligioso. Noi lo dicemmo incarnato in Voltaire, cui teneva dietro uno stuolo di libellisti, romanzieri, epigrammatici, combattenti una faceta guerra, ridenti sulle miserie di questo «ch’è il migliore dei mondi possibili».
Quello scherno perpetuo non trovò grand’eco nell’Italia, più morale, più seria, più affettuosa: e maggiormente vi fu gradito il ginevrino Rousseau, il quale, disgustato da quella negazione d’ogni fede e d’ogni virtù, volea ridestare le simpatie, addurre ad una morale filosofica quei che avevano cessato di sentire ed operare cristianamente; predicava che il cuore non inganna mai, che la natura ha sempre ragione, sempre torto la società, la quale però è correggibile: onde, traviando gli spiriti mentre Voltaire gl’intorpidiva, censurava tutte le istituzioni sociali, fin anco la proprietà; e dava risalto ai contrasti fra le colpe dell’incivilimento e la bontà dello stato naturale, alla cui ripristinazione devono rivolgersi tutti gli sforzi, e all’acquisto d’una libertà illimitata per via della pura ragione e senza tenere calcolo dei fatti e dell’esperienza. Gli uomini, originariamente barbari, costituirono la società mediante un contratto espresso; laonde essa derivando la volontà del popolo, questo è sovrano, e il suo volere è unica base storica e razionale degli istituti. La scolastica ammirazione pei Greci e Latini, e la recente per gli Americani che, scosso il giogo dell’Inghilterra, proclamavano allora i diritti primitivi dell’uomo e del cittadino, fecero prevalere quella dottrina e l’ideale universalità; sicchè immolando l’esperienza e l’autorità, voleasi innovare il mondo secondo canoni prestabiliti, non dipendenti da luogo nè da tempo.
La filosofia sociale pertanto non era più un robusto studio d’associare il progresso politico con quello della società; di conciliare lo Stato antico che assorbiva le individualità, coll’evoluzione spontanea personale della società moderna; ma riduceasi a dire, «Tutto il passato è un male, e deve considerarsi come non avvenuto. Si innovi il mondo sopra canoni filosofici prestabiliti, eguali dappertutto, senza riguardo a storia, a nazionalità, ad abitudini, a sentimenti; per ottenere ciò basta volere, perocchè sono i grand’uomini, i filosofi che mutano le nazioni, e i decreti ottengono quel che si vuole; e perchè i decreti vengano emanati ed eseguiti, occorre che i Governi sieno dispotici, non incagliati da nobiltà, da clero, da corporazioni, da usi antichi». Posti questi termini, la libertà non è più l’indipendenza dell’individuo, ma il potere assoluto, esercitato in nome di tutti; eguaglianza è l’obbedire tutti a quel potere. Non altro fu il liberalismo d’allora.
Tolta l’idea d’un fallo originale e della conseguente espiazione, e le speranze di un paradiso, bisognava all’uomo prepararlo in terra, o fare ch’egli vi si trovasse il meno male. Di qui l’altro aspetto del filosofismo d’allora, la filantropia, diversa dalla carità in quanto faceva il bene non per Dio ma per gli uomini, e perciò facilmente cianciera e millantatrice. Amare l’uomo e aborrire il peccato era stato imposto dal vangelo: la filantropia amava l’uomo ma non aborriva il peccato; dubitava del dovere, dogma fondamentale, senza cui non sopravanza che azione fisica; e praticava quel che un filosofo nostro contemporaneo formolò dicendo, — Ama te stesso sopra ogni cosa, e il prossimo per amor di te». Quindi un parlare universale di moralità, di ragion naturale, di diritti degli uomini, di carceri e giudizj da correggere, di case di lavoro da istituire, di migliorare abitazioni e pratiche agricole, d’estendere l’educazione, di propagare i lumi sulle moltitudini, di cure pel povero popolo, pei poveri contadini, pei poveri malati, per la povera infanzia, pei poveri trovatelli.
Qualunque valore avessero in sè e nell’applicazione questi concetti separati dalla vera loro fonte, ne derivava un’ammirazione piena di speranze; cognizioni sempre nuove, rapidi progressi, espansivo incivilimento; i costumi si addolcivano, gli spiriti si dilatavano, la vita faceasi sempre più facile ed animata; tutti credeansi buoni e capaci, e non vedeano l’ora di mostrare e bontà e potenza.
Continuavano i Governi economici, fondati su usanze tradizionali; le leggi erano motu-proprj; viglietti del principe sospendeano le procedure, cassavano le sentenze, restituivano in integro le ragioni prescritte. Ma que’ despoti patriarcali s’accorsero che la loro missione consisteva nel dilatare la bontà e il benessere; onde si accinsero a migliorare la coltura intellettuale del popolo, rivedere le leggi, coordinare l’amministrazione, favorire il commercio, l’industria, l’agricoltura, svincolare il terreno e le arti, abolire i monopolj e le reliquie della feudalità, sminuire le disuguaglianze delle classi e i privilegi de’ singoli a favore del diritto di tutti. Gaja campagna contro il passato, tutta di frizzi, aneddoti, cene, pastorellerie, sensibilità, chi avrebbe preveduto dovesse riuscire alla sovversione d’ogni ordine? che negato alla società il diritto di mandare un reo al supplizio, si lascerebbe che gl’invasori della società piantassero tante ghigliottine quante la Francia ha città e borgate, quasi a dimostrare indelebilmente come l’uomo, abbandonato che abbia Iddio, non è che abisso di contraddizioni, mostro d’immanità?
Poderoso stromento a diffondere lo spirito filosofico divennero le società segrete, e principalmente quella de’ Franchimuratori. La vanità pretese di darle radici o remote od illustri; nè v’è insigne nome, dall’arcangelo Michele fino a Socino e a Cromwell, cui non siasene attribuita l’istituzione: chi la derivò dal tempio di Salomone, chi dai misteri egizj, chi da Manete; avere la massoneria insegnato nei primordj la civiltà agli Europei sotto il nome di Pitagora, poi nel medioevo conservato le tradizioni scientifiche; colle crociate arrivò in Europa per via degli Spedalieri e Templari, alla cui distruzione sopravvisse arcana[92]. Nel fatto, le loggie muratorie erano una delle molteplici associazioni, per cui mezzo nel medioevo l’industria cercava tutela fra tanti nemici, sussidio in tanta scarsezza di mezzi; e i metodi architettonici v’erano tramandati col segreto e la gelosia allora comune. In Germania quell’associazione fu riconosciuta dai principi, e Massimiliano imperatore ne confermò gli statuti. In Inghilterra ne appajono traccie storiche fin dal 1327, donde si estese a Parigi, ove nel 1725 fu aperta la prima loggia sotto tre capi forestieri: proibite nel 44, crebbero e si diffusero in provincia. Un Venerabile presedeva a ciascuna loggia; il Vigilante ne tenea le veci; il fratello terribile riceveva i neofiti, che poi erano istruiti dal maestro delle cerimonie; il grand’esperto faceva i sermoni: aggiungete il tesoriere, l’elemosiniere, il secretario. Nell’assemblea portavano sopravvesti particolari a modo di tonache, e con emblemi di spade e squadre; per la camera vedevansi sospesi quadri emblematici, motti, geroglifici, e attorno un letto a bruno colla croce e l’ulivo; il tamburo di pelle d’agnello; i grembiali di pelle, cazzuole, martelli, stili, fazzoletti chiazzati di sangue, ossa e teschi ed altri apparati da far colpo sulle immaginazioni.
In Inghilterra la compagnia conservò carattere serio: altrove si risolse in convegni di buon tempo, in un’eresia galante che giovava coi mutui soccorsi, ed offriva il tipo d’una società costituita sovra principj differenti da quelli della civile. Perocchè nelle sue loggie niuna prerogativa ereditaria conosceasi; sulle pareti del gabinetto delle riflessioni, tra i parati neri e gli emblemi mortuarj si leggeva: Se curi le distinzioni umane, esci; qui sono sconosciute.
L’aspetto di benevolenza ch’essa vestiva, le relazioni che agevolava in ogni paese dando protettori e amici e mezzo d’introdursi nella bella società, quell’universale eguagliamento, quel libero pensare lusingarono molti anche onestissimi; a tacere gli spiriti torbidi, che vi vedeano la speranza di fare fortuna e di sommuovere gli Stati.
In Italia la massoneria non fu mai molto estesa, e solo fra la gente colta e con grandi cautele. Ne’ cimelj di quella società troviamo una medaglia, fin dal 1733, coniata al granmaestro duca di Middlesex dalla loggia fiorentina: nel 39 fu introdotta in Savoja, nel Piemonte, in Sardegna, e pei tre paesi un granmaestro provinciale fu nominato dalla gran loggia d’Inghilterra. A Roma, convegno de’ forestieri, molte loggie esistevano nel 42 quando esse decretarono una medaglia a Martino Folkes presidente della Società Reale di Londra; ma non presero pubblicità fino all’89. Principale v’era la loggia degli Amici Sinceri, che indipendente prima, si fece poi istituire regolarmente dal grand’Oriente di Francia nel dicembre 87, quando contava circa venti anni di vita, componeasi di Francesi e Tedeschi, e n’era Venerabile un tal Bello; e s’affigliò a molte loggie, quali la Perfetta Eguaglianza di Liegi, il Patriotismo di Lione, il Secreto e l’Armonia di Malta, il Consiglio degli Eletti di Carcassona, la Concordia di Milano, la Perfetta Unione di Napoli ed altre. Sui diplomi di essa era disegnato a mano un simbolo che figurava il triangolo dentro al cerchio, e nel centro la lupa che allattava i figliuoli.
Alquante loggie ebbe Napoli nella prima metà di quel secolo, e nel 1756 formarono una gran loggia nazionale, in corrispondenza colla Germania. Ma il mistero li rese sospetti ai Governi; onde Clemente XII scomunicò i Franchimuratori in Italia, poi di nuovo Benedetto XIV nel 51; Carlo III applicò ad essi le pene de’ perturbatori della tranquillità pubblica. Poi il Tanucci non gli amava perchè, accostandosi al re, potevano dirgli verità ch’esso non volea; ed essendo una neofita talmente scossa dalle cerimonie dell’iniziazione, che cadde malata e morì in breve, e il popolo ne mormorò, quel ministro ne profittò per escludere la massoneria dal regno; ma Carolina d’Austria la ristabilì, onde ne’ loro brindisi auguravasi salute ad essa. Giuseppe II, in una circolare ai governanti del 1º dicembre 1785, professò non conoscere la frammassoneria nè le sue buffonerie; però sapere che quella società fa del bene, sovviene de’ poveri, coltiva e incoraggia la scienza; onde la prendeva sotto la sua protezione, a patto non v’avesse nelle città principali più di tre loggie, nessuna dove non risieda il Governo, facciano conoscere i loro membri e i luoghi e giorni di loro adunanze.
Ebbero poi rincalzo dagli Illuminati, istituiti in Germania da Weishaupt nell’intento d’annichilare ogni superiorità ecclesiastica e politica, restituire l’uomo alla originaria eguaglianza donde l’avevano sottratto la religione e i Governi. Il primo attentato alla libertà (insegnavano essi) furono i consorzj politici; i Governi e le proprietà non si appoggiano che sopra convenzioni religiose e civili, laonde queste bisogna disfare per giungere all’abolizione della proprietà[93]. In Roma si piantarono loggie d’Illuminati della Svezia, d’Avignone, di Lione, e formavano un tribunale. Uno de’ proseliti più attivi, Costanzo di Costanzo napoletano, ito a Berlino in servizio della setta, ispirò sospetti a Federico II, e questi ne avvisò la Baviera, che colse le costoro carte e le pubblicò.
Nominanza più estesa conseguì Giuseppe Balsamo di Palermo. Giovane entrò ne’ Fatebenefratelli (1743), ma li prendeva in celia, ed uscitone si buttò alla vita gaudente fra attrici, duelli, ciurmerie. Col greco Altotas, uno degli ultimi depositarj delle scienze occulte, percorse la Grecia, l’Egitto, Malta, in cerca del grande arcano, finchè quel suo maestro morì per esalazioni de’ suoi preparati. Il Balsamo continuò a girare cambiando nomi; e principalmente venne noto con quel di conte di Cagliostro, sebbene più spesso rispondesse Sum qui sum. Prese a Roma una moglie che ne secondava le ciurmerie, vide Spagna e Inghilterra, vestendo suntuoso, imbandendo lautamente, vendendo polveri rinfrescanti, vino d’Egitto, pomata ringiovanente, de’ cui effetti dava in prova se stesso, nato fin dai tempi d’Abramo, vissuto con Cristo; mentre con altri spacciavasi discendente da Carlo Martello, generato dal granmaestro di Malta in una principessa di Trebizonda. Le sue grandi spese giustificava dal sapere, a forza di calcoli, indovinare i numeri del lotto; più volte processato in Inghilterra per iscrocchi, ne uscì assolto: fatto è che a nessun genere di frodi rimase estraneo; s’intese con monetieri falsi, con plasmatori di gioje; quando Mesmer introdusse il magnetismo animale, e’ se ne fece apostolo; e predizioni e guarigioni andò portando in Russia, in Polonia, in Germania; se non riuscissero, ne imputava la mancanza di fede o i peccati degl’infermi.
Istituì i Franchimuratori egiziani, proclamandosene gran cofto, e non ammettendo se non chi già era appartenuto alle altre loggie: ai quali, tra idee e formole mistiche, insegnava che qualunque religione è buona, purchè si riconosca Dio e l’immortalità dell’anima; abituavali alla vita contemplativa e alle quaresime, cioè a un regime dietetico che dava esaltamenti; e gli uomini prendeano i nomi de’ Profeti, le donne quei delle Sibille. Prometteva condurre i suoi adepti alla perfezione mediante il rigeneramento fisico e il morale: pel primo doveano trovare la pietra filosofale e l’acacia dell’immortalità; per l’altro procacciava ad essi un pentagono dove gli angeli aveano scolpite cifre, e che riconduceva all’originale innocenza.
Acclamato da tutta Europa, avuti segni di venerazione profonda e di sommessione servile, s’avventurò nella maggior palestra del bene e del male, Parigi. Preconizzato dai giornali, appena giunto alloggiò in grande appartamento, e nella magnifica sala affluì quanto aveva di più splendido e dotto la gran città, per lui cadendo in dimenticanza Puységur, Mesmer, gli apostati di Mongolfier, le economie di Turgot; il suo busto collocavasi dappertutto, il suo ritratto sulle tabacchiere e sugli anelli; avendo sua moglie promesso un corso di magia naturale appena trovasse tre dozzine di adepte, prima di sera le ebbe, tutte gran dame, che dovevano giurare fede e secreto, e ciascuna contribuire cento luigi.
Curava malati, nulla ricevendo dai poveri; e la guarigione del duca di Soubise gli crebbe fama; poi avendo tenuto mano al famoso furto della collana della regina, fu viepiù applaudito da quella società credula e immorale per far izza alla Corte: quando re Luigi graziollo, somigliò a trionfo la sua uscita di prigione; e in trionfo comparve a Londra, ma quell’aristocrazia un istante sedotta, presto lo smascherò, sicchè dovette sottrarsi. Stette a Basilea, ma la semplicità svizzera poco gli si affaceva: a Torino il re gl’intimò lo sfratto: a Roveredo gli fu interdetto d’esercitar la medicina: il principe vescovo di Trento lo espulse. Capitato a Venezia col nome di marchese Pellegrini, giuntò un mercante della Giudecca col promettere di cambiar il mercurio in oro, la canapa in seta. Al fine screditato andò a Roma con raccomandazioni del vescovo di Trento, che lusingavasi d’averlo convertito; e visse cautamente alcun tempo; poi per mancanza di denari tornato alle sue ciurmerie, fu denunziato al Sant’Uffizio per eresia, arrestato (1789 27 xbre), dopo lungo processo condannato alla morte, commutatagli in carcere perpetuo, e bruciato dal boja il suo libro della Massoneria egizia. In carcere tentò strozzare il cappuccino a cui avea chiesto confessarsi, per fuggire sotto la tonaca di lui; e dopo d’allora custodito meglio, più non se ne intese parlare.
Alla filantropia, parola d’ordine di costui e de’ Franchimuratori come dei ben pensanti, si acconciavano la scienza antica della legislazione e la nuova dell’economia. La banca istituita a Parigi dall’irlandese Law, supremo tentativo della potenza del credito, d’un guizzo fece correre fiumi d’oro, poi abusata nel principio e nei mezzi, sovvertì le fortune, e lasciò amarissimi disinganni, avea però rivelata l’importanza de’ fenomeni economici, sicchè gl’ingegni si volsero sul congegnamento della ricchezza sociale, sui modi d’abolir l’ozio, la povertà, l’oppressione, perfino la guerra. Due sistemi opposti ne nacquero: il medico Quesnay sostenne che unica fonte della ricchezza sia l’agricoltura, come la sola che può dare prodotti nuovi; e Gournay che fonte ne sia l’industria, senza la quale non han valore le produzioni naturali. Il primo ne induceva che tutte le gravezze dovessero cadere unicamente sul proprietario e sul prodotto netto, cioè quell’eccedenza di valore che resta disponibile al proprietario dopo rifattosi delle spese: l’altro mostrò il concatenarsi de’ diversi generi d’industria, domandando solo che il Governo «lasciasse fare, lasciasse passare». Ma se la ricchezza consiste nel denaro, ogni cura non deve essere rivolta a tenerlo in paese? Così faceasi, e al tempo stesso si vietava o restringeva l’asportazione di ciò che può procacciare denaro.
Adunque si osteggiavano gli Economisti coi Fisiocratici, i quali se errarono in quel loro dogma del prodotto netto, e non avvertirono la solidarietà delle varie specie di lavoro distinguendo il produttivo dall’improduttivo, piantarono però l’economia politica sulla base del diritto, le prefissero uno scopo più largo che non gl’interessi materiali, e dalla predilezione per l’agricoltura dedussero il canone della libera concorrenza.
I nostri camminarono sulle traccie degli stranieri, cercando le applicazioni più che i sistemi, proseguendo non tanto l’ideale astratto, quanto la lenta trasformazione del mondo effettivo. E per verità molti disordini restavano a designare e correggere. Le arti erano legate in corporazioni che impacciavano colle pretensioni loro, e rimovevano ogni novità per ispirito di corpo; regolamenti amministrativi gettavansi attraverso a tutte le industrie, onde prescrivere o vietar metodi, talvolta, ignorantemente, sempre con iscapito del libero incremento: molte regalie vendute a particolari, esponeano i contribuenti a tiranniche vessazioni.
Che dirò delle leggi vincolanti e dei dazj? Una balla di lana del valore di circa lire 260, per passare da Livorno a Cortona dovea toccare dieci dogane, e per quarantaquattro titoli diversi pagare lire 31 soldi 6 e mezzo[94]. In Romagna, per mantenere il buon mercato obbligavansi le comunità a comprar grani, e rivenderli a disavvantaggio qualora passassero un certo prezzo: il che le costrinse a debiti e fallimenti. Così era proibito che il grano voltasse le spalle a Roma, cioè si vendesse a paesi più distanti; onde da Perugia non potea condursi a Civita di Castello, non da Terni a Spoleto: dalla Maremma senese non potevasi estrarne che a misura e con licenza; forse principal causa dello isquallidire di quel paese. Ne’ bisogni della guerra gravati a esorbitanza, i Comuni affogavano nei debiti: appaltate le finanze a fermieri tirannici, che voleano aver a loro disposizione la sbirraglia per adempiere gli obblighi verso l’erario, e che al contrabbando faceano severamente applicare quelle pene, da cui sapeva sottrarsi il delitto o astuto o prepotente.
Qui esercitavansi i nostri statisti, ma nei più non possiamo riconoscere che copie od utopie. Il più originale fu Gianmaria Ortes (1713-90), frate veneziano, il quale, indispettito con «un popolo di studiosi, che fatto uno zibaldone d’economia, di ricchezza, di politica, di letteratura, confondevano e corrompevano le une colle altre, e in luogo d’insegnare e promuovere il possibile e il vero, insegnavano e promuovevano l’impossibile e il falso», volle esporre le sue dottrine, che reputava «migliori di tutte quelle degli altri»; ma comunicarle solo «a que’ pochi che credeva disposti a riceverle». In fatti de’ suoi libri poche copie distribuiva, e pochissimi vi prendeano interesse, massime che rinvolgeasi in formole matematiche e bujo gergo, senza gusto e discernimento nella molteplice erudizione: onde passò non solo inefficace ma ignorato, fin quando apparve nella raccolta degli Economisti italiani del 1804. Se egli non è «profondo e rivale de’ più illustri economisti stranieri», come in questa lo giudicò coll’abituale leggerezza il barone Custodi, cercò dare alla scienza un’unità, dell’occupazione facendo il principio, da cui muove a tutte le particolari analisi delle funzioni civili. Il capitale delle nazioni (a dir suo) è prefinito, talchè una non può arricchire se non ispoverendo un’altra; la quantità delle ricchezze sta a proporzione del numero degli abitanti: teoremi repugnanti all’idea del progresso, ed ai quali consuona il suo predire che l’Inghilterra stava sull’orlo del precipizio. Trattò anche della religione e del governo dei popoli, ponendo che la Chiesa rappresenta la ragion comune, il principato la forza comune, mediante la quale la ragione di tutti è difesa contro la forza di ciascuno; laonde i due ministeri di Chiesa e principato combinati costituiscono il governo. Diamogli lode di non aver incensate le opinioni correnti, e «Chi pubblica giornali deve adulare la letteratura ch’è in gran reputazione, deve adular i sovrani fin a chiamarli filosofi. La mia letteratura è diversa; coi letterati di maggior reputazione non mi trovo molto d’accordo; e finchè i sovrani governeranno i popoli colle armi, per me non saranno mai filosofi, non eccettuati il gran Federico e il gran Giuseppe: i filosofi non mantengono truppe».
Pompeo Neri fiorentino, che col Carli avea collaborato al censimento del Milanese, ne pubblicò una Relazione preziosa, e osservazioni sul prezzo legale delle monete, ove porge le regole direttrici in questa scabrosa materia; e vorrebbe le spese di monetazione cadessero sullo Stato; pratica che già il Montanari disapprovava in Bologna, e che tanto costa all’Inghilterra. Ne trattò pure Gian Francesco Pagnini volterrano, poi del giusto pregio delle cose, e proclamò la libertà di commercio: col che non s’intendeva già lo scambio fra tutte le nazioni, bensì che non vi fossero dogane tra un paese e l’altro dello stesso dominio, qual era per lui la Toscana.
Lodovico Ricci da Modena, scelto con altri da Ercole III per riformare gl’istituti pii della sua patria, discorse della povertà e del ripararvi; disapprova le elemosine, i donativi, le case di lavoro e le spezierie gratuite, gli asili per trovatelli e puerpere e i grandi spedali, le doti per le zitelle, attesochè la popolazione si mette sempre a livello dei mezzi di sussistenza, verità di cui si dà lode a Malthus; e conchiude, il Governo abbandoni ogni cura alla carità privata, s’occupino i mendichi a lavori di pubblico vantaggio, si animi il commercio, e basta.
Il conte Gian Rinaldo Carli istrioto (1720-95), esteso erudito, confutando i paradossi di Paw intorno agli Americani, mise fuori idee non ismentite dalle successive scoperte: delle monete cerca la storia da Carlo Magno in giù, con pazienti indagini sulla loro bontà, il valore, le alterazioni, le giuste proporzioni: sostenne della libertà del commercio non potersi fare una quistione isolata, ma connettersi con quella della forma di governo, e che è follia il voler solo agricoli o solo manifattori: del resto nelle materie economiche si mostra in ritardo. Maria Teresa gli affidò la presidenza al Consiglio supremo di commercio e d’economia pubblica istituito a Milano, dove ajutò la confezione del censo, e ne persuase i vantaggi al popolo.
Zaccaria Belli veronese (1732-87), flagellato dal Baretti per un suo poema sul baco da seta, oltre molte dissertazioni storiche scrisse della coltivazione dell’amerino selvatico (cerasus sylvestris); delle leggi universali intorno all’agricoltura; della moltiplicazione de’ bovi nel Veronese; propose l’asciugamento di quelle valli che ancor l’aspettano; promosse strade per poter cavare abeti dalle selve lessine, la sistemazione dell’Adige, il miglioramento alle strade postali; fece altre scritture, spesso a nome dell’Accademia d’agricoltura, arti e commercio del suo paese, che nel 1770 erasi dal senato dichiarata pubblica.
L’abate Antonio Genovesi da Castiglione (1712-69) napoletano, voltosi dalle dispute teologiche alle scientifiche, alla gioventù preparò un corso di logica, scevro da ambiziosa dialettica e da sistemi d’ideologia e di metafisica, e con precetti di semplice pratica, comprensibili al popolo e di facile applicazione, sebben non veda più in là che il metodo, e si diriga più sull’arte dell’argomentare che su quella d’indurre, vacillando nell’eclettismo; esaminò le massime che regolavano il commercio nel Reame; e benchè s’appoggiasse unicamente ai Fisiocratici e alla mercantile protezione, abbracciasse tutti gli errori vulgari intorno alla potenza governativa, e arrivasse talvolta a proporre la comunanza dei beni[95], la pratica delle scienze morali lo rattenne da molti errori di quelli, e gli mostrò quanto le abitudini intellettuali e morali sieno efficienti in fatto d’economia politica. Flagellava le cattive pratiche agricole, mentre con indipendenza criticava gli autori più venerati e lodava i proscritti, moltissima gioventù traeva, ed acquistò tanto credito, che sebbene un consesso di teologi l’appuntasse di proposizioni eterodosse, la Corte non volle recargli disturbo. La novità del dettare in italiano piacque, e l’economia pubblica entrò di moda, in mezzo all’opposizione venutagli principalmente dal clero, di cui impugnò le pretensioni e cercò incagliare gli acquisti, parendogli che «il più de’ contadini lavorasse per ingrassare le budella dei frati», e che, andando a precipizio i beni nelle mani di costoro, ben tosto anche i baroni sarebbero loro schiavi della gleba.
Di Celestino Galiani da Foggia, Eustachio Manfredi diceva che «le matematiche, nelle quali era sommo, erano la più tenue delle sue cognizioni». Chiesto da molti paesi a professore, nella Sapienza di Roma dettò storia ecclesiastica, fu arcivescovo di Taranto, primo cappellano del re, prefetto degli studj, consigliere intimo, e molto adoperato nelle contese colla santa Sede; ma non volle mai stampar nulla, nè ambì onori o fortune.
Educò egli il nipote Ferdinando (1681-1753), che messosi poi del tutto coi filosofi d’allora, secondo le idee di Locke dissertò sulle monete, sull’utilità del lusso, sul libero interesse del denaro.
L’affluenza di forestieri a Napoli e il denaro mandatovi di Spagna v’aveano prodotto abbondanza di numerario, e in conseguenza carezza delle derrate; del che il pubblico e il Governo spaventati, proponeano i soliti assurdi rimedj o di prefigger il prezzo, o d’alterare le monete, o d’introdurne una di conto. Questo Galiani, ancora di trentun anno, stette per la libertà; ma se desidera il momento che la popolazione sia cresciuta a segno da non aver grano da portar fuori, vuole che intanto la si promuova coll’impedirlo. Su ciò scrisse in francese dialoghi, il cui brio adescò il bel mondo: Voltaire li trovava «dilettevoli quanto i migliori romanzi, istruttivi quanto i migliori libri serj»: i Parigini ne smaniarono, e «la sentimentale (scrive Grimm) dimentica l’amante, la devota il confessore, la civettuola chiude la porta agli adoratori, per trovarsi testa testa col grazioso abate; il patriarca di Ferney sospende gli apostolici suoi lavori per bearsi in questa lettura». Nella gran città dimorava il Galiani come segretario d’ambasciata, legatissimo cogli Enciclopedisti e colle loro amiche; egli abate e satollo di benefizj, sbertava la religione e il pudore[96]; e colle inesauribili originalità si buscò fama, carezze e dispiaceri. Indovinava che gli Economisti miravano a sovvertire gli ordini del regno; onde rispondendo al Morellet, da cui gli venne il più serio ripicchio, diceva: — Vi capisco benissimo: ma per ridurvi a silenzio basterà ch’io vi fissi lo sguardo tra ciglio e ciglio». Scettico e burlevole sempre, allorchè tratta del diritto de’ neutri si appoggia a due canoni morali ch’egli crede verità, lampanti niente meno degli assiomi geometrici; gli uomini hanno il dovere di apprestare agli altri quel che serva agli agi ed ai bisogni della vita, qualora il possano senza danno o con profitto; e non solo di non far male agli altri, ma di rimuover le cause del nuocersi tra loro qualvolta il possano senza proprio danno. Ma sempre alle verità mescolava paradossi, e di paradosso dà spesso l’aria anche alla verità, atteso il voler continuamente sfavillare di spirito, e mirare all’effetto.
A Napoli fu consigliere della magistratura suprema del commercio, assessore delle finanze; fra altri impieghi, ebbe l’incarico di sovrintendere alla ricostruzione del porto di Baja, aprendo il mar Morto, e mettendo in comunicazione i laghi Averno e Lucrino, in modo che, oltre un magnifico porto, si risanassero l’aria e le paludi che deturpano le un tempo deliziose spiaggie di Miseno e di Cuma: opera rimasta soltanto desiderio. Commentò Orazio in modo bizzarro, e sulla sola autorità e i fatti di quello formò un trattato dei gusti naturali e delle abitudini dell’uomo; volle mostrare che il dialetto napoletano sia stato la lingua primitiva d’Italia; coltivò molto l’antiquaria e la storia naturale; ma il più del tempo consumava in un carteggio estesissimo con quanti avea begli ingegni l’Europa d’allora.
Del resto, non che partecipasse alle benevole illusioni de’ suoi compatrioti, dai cenacoli dei filosofi di Francia contraeva il disprezzo degli uomini e d’ogni entusiasmo, e l’affettare insensibilità; sostiene la tratta dei Negri; beffasi della gloria quando non frutti oro; sollecita pensioni, onori, agiatezze, banchetti, godimenti. Negli ultimi suoi giorni edificò, devotamente ricevendo i conforti d’una religione, che potè il suo sepolcro ornare colle insegne vescovili, da lui non valutate se non pei benefizj che godeva.
Filippo Briganti da Gallipoli, nell’Esame analitico del sistema legale e del sistema civile, s’accapiglia con Mably, Rousseau e quest’altri predicatori della povertà; e sostiene che l’uomo al pari che la società tendono a perfezione, e che a ciò avviano l’attività, le sussistenze, l’istruzione. Giuseppe Palmieri di Lecce, il quale scrisse anche sull’arte della guerra[97], come magistrato fece togliere i pedaggi e alcuni monopolj e il dazio sull’asportazione del zafferano; e stando alla pratica senza divagare in utopie, suggerì di far il catasto delle terre, di redimere dai nobili le regalìe e il diritto di giudicare; combattè il pregiudizio che il commercio snobiliti; essere empie le tasse del testatico e del sale; guerra a morte contro i masnadieri, peste del regno.
Targioni Tozzetti, che mostrò poter le scienze naturali parlare un linguaggio corretto ed elegante, nel Ragionamento sull’agricoltura toscana ne indicò i difetti e i rimedj. Gabriele Pascoli perugino, nel Testamento politico, presentava concetti per un regolato commercio negli Stati della Chiesa e la navigazione del Po. Del senese Bandini (-1775) vollero alcuni far un precursore de’ Fisiocratici; ma realmente non istabilì nè seguitò teorie, bensì diede buoni divisamenti intorno al sanare quella maremma, i quali furono adottati dal Ximenes. Egli favoriva la libertà, s’intenda sempre l’interna, togliendo le gabelle molteplici, le restrizioni, i bandi; «i prezzi delle grasce sono stabiliti dai bisogni e dal consumo; i ricchi terrieri restano poveri, colle cantine e co’ granaj ricolmi; i terreni perdono di prezzo, e mancando il credito allo Stato, viene a scemarsi il tributo fondiario; una circolazione rapidissima e continuata moltiplica in proporzione i capitali, e fa prosperare tutte le classi d’una popolazione». Ferdinando Paoletti fiorentino, ne’ Pensieri sull’agricoltura, suggeriva savj spedienti di politica pratica; poi le lezioni che ne dava a’ suoi parrocchiani pubblicò col titolo di Veri mezzi per rendere felice la società, libro letto e lodato anche fuori d’Italia.
Della carta circolante che stronizzava l’oro e l’argento, del credito pubblico che raddoppiava i capitali circolanti, e della potenza e delle illusioni di esso, della navigazione, delle colonie, non ebbero ad occuparsi i nostri, bensì degli emporj franchi, dell’estimo, de’ monti di pietà ed altri istituti di beneficenza, delle monete, delle zecche; amministratori in generale più che filosofi; e miravano anche a qualche artifizio d’esposizione, benchè nessuno facciasi leggere volentieri quanto i francesi. Nei più si riconosce una giovinezza inesperta e piena di fede, la quale avrebbe voluto abbracciar insieme e la realtà e l’ideale; chiedeano la libertà, ma solo nell’interno, coll’abolire privilegi, corporazioni, brevetti, ma osteggiando i forestieri, e gravandone di dazj le merci, impedendo l’asportazione delle materie prime, e al par degli storici mostrando d’essersi educati unicamente sui libri, non a fronte della realtà. E quei libri erano i francesi; e il non trovarsi mescolati nelle cose pubbliche e colla moltitudine, e da questa non intesi o non curati, li ratteneva dal sublimarsi fino a sentir la possanza del popolo; ma riguardandolo unicamente come oggetto della carità o delle superiori premure, volgeansi ai principi, aspettando da loro e a loro chiedendo i miglioramenti, riponendo il liberalismo nel ridurre in mano di essi l’autorità, sparpagliata fra i corpi e fra i magistrati municipali, volendo sempre governi operosi, intromettentisi, decretanti, come oculati tutori di nazione pupilla, anzichè limitarli all’uffizio di assicurar a ciascuno il libero esercizio della propria autorità.
Il conte Pietro Verri da Milano (1728-97), educato insulsamente dai maestri, frivolmente dalla società, ove la nobiltà, la bellezza, lo spirito faceanlo sfavillare, militò breve tempo nel reggimento Clerici, poi stabilitosi in patria intese tutta la vita a dire e ad incoraggiare chi dicea verità di tal fatta. Con alquanti giovani pari suoi compilò il Caffè, serie d’articoli che diffondessero massime di buon senso, con poca connessione e coerenza, ma colla franchezza che convince più della verità. In questo e in certi almanacchi ghiribizzosi bersagliò l’infingardaggine arrogante d’alcuni nobili, la supina ignoranza di altri, e proponeasi di «domare la pedanteria de’ parolaj, la scurrilità degli spauracchi dell’infima letteratura, quel continuo ed inquieto pensiero delle minute cose, che tanto ha operato sul carattere, sulla letteratura, sulla politica italiana». La statistica, secretaria indispensabile di tutte le pubbliche amministrazioni, e precedente necessario d’ogni novità allorchè fatta con talento e sincerità, mentre è trastullo di prestidigitazione quando non cerchi che puntellar colle cifre un assunto prestabilito, applicò egli nelle Considerazioni sul commercio dello Stato di Milano: e per quanto i suoi bilanci siansi trovati falsi nel principio, erronei nell’attuazione[98], egli raffaccia l’antico fiore al successivo scadimento del paese, ove «deserzione d’abitanti, oscurità d’ogni cosa, obliquità di costumi, incertezza di possessi, ignoranza, timidezza, superstizione furono le qualità impresse allo Stato dalla dominazione spagnuola»; ne indaga le cause e i rimedj; raddrizza le assurde tariffe; combatte le distinte giurisdizioni a cui competeano i varj dazj; scassina l’appalto delle regalie e le leggi vincolanti il commercio dei grani. Nelle Meditazioni sulla economia politica, se troppo difetta in quistioni oggi fondamentali, allora a mala pena enunciate, se attinge a man salva dai Fisiocratici, e mette l’importanza nel diminuire le importazioni ed accrescere l’asportazione, pure cerca l’appoggio dell’esperienza: fu dei primi a dar chiara idea della moneta, qual merce universale, e com’essa non abbia valore se non in quanto rappresenta le cose che per suo mezzo possono ottenersi, e sia vanità e null’altro il voler monete coniate da zecca nazionale: cercò ridurre la pratica a crescere il numero dei venditori e diminuire i compratori, perciò disapprovando e le grandi amministrazioni e le manifatture prepollenti, e i privilegi d’inventori: vide l’utilità che ridonda dal trasporto, e dal ridurre il prodotto a portata del consumatore; vide che non è vero i dazj stimolino l’industria; che dovunque fiorisce il commercio, minimi sono i lucri sopra le singole merci, grandi invece ove torpe l’industria: idee sconnesse però, e da cui non traeva le illazioni. Quando per condiscendenza a Rousseau lodavansi il selvaggio e l’uomo isolato, egli osserva che un fil d’erba mietuto non val nulla, mentre ammucchiato con altri produce fermento e moto fin a divampare; un grappolo d’uva pigiato è materia feciosa, mentre molti uniti formano un liquore fragrante ed esilarante; e così «l’uomo isolato è timido e inetto; unito a pochi, poco può; ma molti ristretti in piccolo spazio s’animano e perfezionano, e spandono la vita e la riproduzione[99]».
Quanta importanza attribuisse ai possessi mostrò allorchè esortava a domandare una costituzione, stabilita sulla sicurezza delle proprietà, da ciò deducendo ingegnosamente le pubbliche garanzie non secondo le idee di Locke e di Montesquieu d’arrestare il potere mediante il potere; nè tampoco cercava un organamento de’ varj poteri. Scrisse contro la tortura, la quale era stata difesa da suo padre Gabriello, uomo di tanta erudizione legale e storica, di quanta mostrossi deficiente il figlio in una Storia di Milano, digiuna di critica, incompiuta nei fatti, che, al modo d’allora, sono assunti per provare delle tesi, abbandonando le vitali particolarità per divagare in generalità, dimenticando che un fatto solo istruisce più di cento raziocinj; e dall’incidentale racconto traendo l’occasione a dottrine usuali e retorica declamazione, sempre in istile scipito ed esangue, benchè subordinasse ogn’altro intento a quel di farsi leggere. Però neglesse le favolose origini della città, volse l’esame sulle istituzioni e i costumi, mostrò la prepotenza dei pochi, e come fosse fiaccata dall’unione de’ molti; seguì le vicende del clero sebben coi rancori d’allora, e i progressi e lo scadimento della libertà; e ripete ogni tratto che i presenti sono assai migliori dei tempi passati. Un volume solo pubblicò; l’altro fu alla meglio raccozzato sui suoi manoscritti; ma l’autore un’unica copia n’ebbe venduta; ed egli lamentava di vedersi così poco apprezzato, e di non aver altra speranza che quella d’essere dimenticato dai ribaldi e dagl’intriganti. «Per la fatica di molti anni, per molte spese fatte per consegnare nelle mani dei Milanesi una storia leggibile della loro patria, e un libro che senza rossore potessero indicare ai forestieri curiosi d’informarsene, io non ho avuto dalla città di Milano nemmeno un segno che s’accorgesse ch’io abbia scritto. Ma già lo sapeva prima d’intraprendere un tal lavoro, e conosceva rerum dominos gentemque togatam. Nella Toscana, nella terraferma veneta, nella Romagna vi è sentimento di patria e amore della gloria nazionale. Ivi almeno una medaglia, un’iscrizione pubblica, un diploma d’istoriografo, qualche segno di vita si darebbe, se non altro per animare all’imitazione: ma noi viviamo languendo in umbra mortis. Non si sapeva il nome di Cavalieri; la Agnesi è all’ospedale; Frisi e Beccaria non hanno trovato in Milano che ostacoli e amarezze. Il sommo bene di chi ardisce far onore alla patria è se ottiene la dimenticanza da lei. Nazioni che han sofferto assai, lasciansi cadere in quello scoraggiamento, nel quale si teme e il male e il bene; la tarda retribuzione è consueta in Italia, nè viene che traverso alle ire contemporanee»[100].
Molti provvedevano più direttamente al ben pubblico introducendo parziali miglioramenti, senza studio di teorie, senz’altra missione che la propria buona volontà; parlo de’ migliori, non de’ presuntuosi che il facevano per ostentazione, nè de’ fiacchi che per imitazione. Verun paese d’Italia restò diseredato de’ miglioramenti, e dicasi a lode dei nostri, realmente diretti all’utile dei più, anche quando errassero nei mezzi. Il marchese Carlo Ginori fiorentino introduce fabbriche di porcellana, macchine idrauliche per lavorar le pietre dure, piante esotiche; e sotto la sua direzione una nave con bandiera ed equipaggio toscano salpa per la prima volta da Livorno per America. Luigi Ricciomanni di Sabina fa stabilire a Montecchio la prima società agricola degli Stati papali; e a tacer molte opere legali ed erudite, lasciò un diario economico, un giornale d’arti e commercio, altri scritti d’agricoltura. Per Pietro Arduino botanico veronese la prima cattedra d’economia rurale in Italia fu istituita dalla repubblica veneta nell’Università di Padova (1765), il cui giardino egli provvide di tutte le piante utili, insegnandone la coltivazione e le opportune a introdursi, e largheggiando di consigli alle società agrarie, allora crescenti in quel dominio. Anton Zanoni udinese, migliorò nel Friuli le viti e i gelsi, aperse commercio operoso coll’America spagnuola, istituì in patria una società georgica e una scuola per disegnare stoffe di seta, e dettò con buone idee pratiche. Nel paese stesso il conte Fabio Asquini ravvivò l’agricoltura, tornò in onore le viti del piccolit, introdusse la patata e la robbia vegetale, conobbe gli usi della torba, usò nelle febbri l’erba sentonica (artemisia cærulescens L.), propose ripari alla devastazione dei boschi, fin d’allora deplorata. Bottari di Chioggia nel Friuli stabilì un podere modello (1782) rimpetto a Latisana, che dura tuttora, e vi estese la coltura delle rose damascene, molto usate allora per la teriaca; degli ortaggi, delle frutte, migliorò i vini, ma soprattutto studiò attorno al gelso, talchè quella provincia diventò una delle più sericole: ajutandosi coll’istruire i contadini, cangiarne le abitudini, e restò un suo buon libro sull’accoppiamento delle viti ai gelsi. Il marchese Manfrini piantò tabacco a Nona in Dalmazia; il conte Carburi naturalizzò l’indaco, lo zuccaro, il caffè a Cefalonia, dove nel 1760 il governo veneto apriva una accademia agraria-economica: di otto anni l’aveva preceduta la società de’ Georgofili in Firenze, ch’ebbe pure cattedra di agraria.
Jacopo Nani veneto, oltre il piano per la difesa delle lagune e altre scritture di guerra, diede impulso e istruzione per lo scavo dei combustibili fossili, e regole alle miniere; trattò tutte le parti dell’economia, e ne sollecitò le migliori applicazioni. Carlo Bettoni bresciano, operoso a migliorare la moralità de’ suoi paesani, e prevenire i frequenti omicidj, propose due volte cento zecchini agli autori delle migliori novelle morali, e altrettanti per chi suggerisse come risvegliare l’amore dei nostri simili nei giovanetti. Alvise Zenobio veneto coltissimo, esibì all’accademia di Padova l’ugual somma per chi «indicasse il mezzo più efficace a fiorire il veneto commercio». Vero è che la Signoria veneta vi si oppose, perchè non s’addice ad un corpo dipendente dal governo occuparsi d’oggetti di pubblica amministrazione, se non invitato da esso[101]. L’accademia di agricoltura, commercio ed arti di Verona nel 1792 domandava «se giovi o no tener le arti unite con discipline, privilegi e contribuzioni al corpo; e quali siano i vantaggi tanto generali come particolari rispettivamente al commercio, alla nazione, al pubblico erario»: la miglior risposta fu di Giambattista Vasco, stampata poi dal Veladini a Milano col titolo Delle università delle arti e mestieri, 1793, e risolve che non giova tener le arti unite in corpi, maggiori assai de’ vantaggi essendo gli sconci che ne derivano. L’accademia agraria di Conegliano nel 1789 poneva a concorso le cause, gli effetti, i rimedj della povertà quasi universale de’ contadini: e l’accademia di Udine raccomandava all’attenzione del senato veneto una Memoria del cappuccino Giambattista da San Martino sulla più utile ripartizione fra le praterie e i seminati. I Georgofili nel 1702, chiedevano se i prezzi dipendevano dalla legge o dal mercato.
Il conte Filippo Re di Reggio introduceva piante inusitate, e stese Elementi d’Agricoltura adatti alla Lombardia, applicandovi le teoriche fisiche e chimiche, e volendo mostrare che noi Italiani non avevamo bisogno d’impararla da forestieri; insegnò l’educazione delle pecore e de’ fiori; analizzò le malattie delle piante, opera a cui poco o nulla s’aggiunse di poi. Il marchese Domenico Grimaldi di Seminara studiò assai l’agricoltura viaggiando, e introdusse nel Napoletano macchine sconosciute, pomi di terra, prati artifiziali, mulini da olio: ma con ciò sbilanciatosi dovè limitarsi a scrivere, ed incaricato dal Governo di sorvegliare in Calabria la seta, introdusse i torcitoi da organzino. Paolo Balsamo siciliano fece molti trattati d’agronomia e d’economia, fra cui il Villano filosofo. Giovanni Presa di Gallipoli combatteva le cattive pratiche agricole, e introduceva nuovi metodi per preparare i tabacchi e l’olio. Aggiungiamo i Saggi d’agricoltura del parroco Landeschi (Firenze 1782), quelli del curato De Capitani lombardo.
Raimondo de Sangro principe di Sansevero (1710-71) fece e perfezionò un’infinità d’invenzioni; un nuovo sistema di fortificazione e di tattica per la fanteria; un cannone che pesava appena trenta libbre, un fucile che poteva caricarsi e a polvere e a vento, carta per le cartuccie che si polverizzava istantaneamente; una lampada inestinguibile, un panno finissimo e impermeabile, del quale vestivasi Carlo III; tappezzerie belle ed economiche; nuovi metodi di pitturare e di conservare le pitture, di colorire i marmi, d’imitar le pietre fine o di colorirle, di stampare a più tinte; una carrozza galleggiante. Lalande, Björnsthal, Nollet e altri viaggiatori non rifinano di dirne meraviglie; fu creduto mago; fu tacciato d’immorale per le figure di cui ornò la privata sua cappella, da lui stesso disegnata; fu creduto empio perchè aggregato a Franchimuratori.
Bartolomeo Intieri fiorentino (1680-1737), matematico ed abilissimo a invenzioni meccaniche, prosperò gli affari dei Corsini, dei Medici, de’ Rinuccini; a Napoli introdusse un nuovo modo di magazzini del grano e una stufa per conservarli, perfezionò il palorcio con cui gli abitanti d’Amalfi e di Vico calano le fascine e la neve dalle vette dei monti fino al mare; e il modo di stampare le polizze del lotto; cercò prosperarvi il commercio e le manifatture, e fissò trecento ducati annui per una cattedra di commercio e meccanica, a patto che l’insegnamento si facesse in italiano, il professore si eleggesse a concorso pubblico, e non mai religioso, e il primo fosse il Genovesi.
Pasquale De Pietro andò ad osservare le scuole di sordomuti in tutta Europa, e nel 1733 spedì a Parigi Tommaso Silvestri, il quale poi tolse a istruire que’ meschini a Roma, sostenuto dal cardinale De Pietro. Nel 1765 il gesuita Federico Sanvitali (1753-1829) dissertò sui metodi d’educarli. Battista Assarotti genovese oratoriano si segnalò per carità nella cura di questi infelici, e ne preparò gli odierni istitutori.
Anche la giurisprudenza s’avviava a sostituire una buona analisi all’opprimente erudizione, l’autorità logica alle arguzie scolastiche dei giuristi: ma de’ nostri la più parte si applicarono a casi o discussioni particolari, pochi alla scienza generale. Arcasio di Bisagno (1712-91), autore di stimati commenti di diritto civile, fu il primo professore dell’Università torinese, cui nel giubilarlo fosse concesso il titolo di senatore. Maurizio Richeri diede un riputatissimo corso di giurisprudenza. Giuseppe Aurelio Gennari avvocato napoletano, fra gl’impieghi fedele agli studj, nella Respublica jureconsultorum (1731) finge che i giureconsulti dopo morte vadano in un’isola del Mediterraneo, ove posero una repubblica modellata sulla romana; senatori sono i prischi che fiorirono da Papirio sino a Modestino; cavalieri quelli che fino ai dì nostri posero ingegno e coltura in quella dottrina; al popolo appartengono Accursio, Bartolo e gli altri arguti e ridicoli. La descrizione e gli accidenti di una gita ch’ei vi fa, porgongli modo di qualificare i varj. Fu opera applauditissima intrammezzata da versi, fra cui un poema in mille ottocento versi latini sopra le XII Tavole. Lasciò pure un trattato Delle viziose maniere di difendere le cause nel fôro (1744), dove accoppia la regola e lo esempio, e dà la storia della professione d’avvocato.
Monsignor Giovanni Devoti (1744-1820) vescovo d’Anagni scrisse il dialogo De notissimis in jure legibus, poi le Istituzioni di diritto canonico, adottate in molte scuole anche fuori d’Italia; materia non abbastanza ordinata, nè fusa, donde un ingombro di note: poi lo Jus canonicum universum, nel cui primo volume posa l’origine e i progressi di tale scienza; seguono le Decretali con appendici preziose. Famoso legista fu il romano Barberi, che fece il processo di Cagliostro, e più tardi una difesa dell’assassinio di Bassville, onde fu perseguitato dai Giacobini.
Il marchese Cesare Beccaria milanese (1735-93) nell’operetta Dello stile si striga da que’ precetti che non formano nè un oratore nè un poeta; ma dalla pura impulsione del sentimento cui rimaneva abbandonato, si propone richiamare lo stile alle regole dell’analisi e del ragionamento, siccome parte della metafisica, perocchè le scienze del bello, dell’utile, del buono, cioè le belle arti, la politica, la morale, considerava come del pari fondate nella natura dell’uomo e sopra il concetto della felicità, sì che i principj ne sono identici, ma più o meno estesi. Bel lampo della grande unità, cui ora le scienze s’incamminano. Solo per via delle sensazioni il piacere delle cose materiali si fa avvertire all’animo; onde la bellezza dello stile deriva immediatamente dallo esprimere le impressioni, e dal senso che eccitano nell’animo le parole che le rappresentano. Adunque lo stile maggior piacere produrrà quanto più interessanti sensazioni accessorie si addenseranno attorno alla principale, purchè l’animo sia addestrato a quel pronto e vivace risentimento, che in sè ecciti copia di variate impressioni. Tutti, a dir suo, nascono con pari capacità alle arti umane; datevi istruzione ed esercizj uguali, e si ridurranno a parlare e scrivere tutti al modo stesso. Paradosso ch’e’ deduceva da Elvezio, confondendo l’identità delle facoltà colla eguaglianza delle intelligenze; ma ch’egli accarezzava forse per togliere scusa a quelli, che dell’inettitudine propria imputano la natura matrigna.
Reputazione immortale gli venne dal libriccino Dei delitti e delle pene. La procedura criminale, di cui indicammo altrove gli svolgimenti, reggevasi sopra le ordinanze di Carlo V del 1532, e di Francesco I del 39, che statuivano il processo inquisitorio, le interrogazioni e i confronti a porte chiuse, le sentenze rendute sovra gli atti verbali. La prova doveva essere materialmente affissa al fatto, anzichè alla stima del giudice, al quale non rimaneva che a verificare le circostanze di fatto e il loro valore. S’avevano un titolo autentico, la confessione dell’accusato, due testimonianze, gravissimi indizj? bastava che il giudice li avverasse e proferisse la sentenza. Erano meno evidenti gl’indizj, un solo il testimonio, stragiudiziale la confessione? ne nasceva la prova semipiena, non bastevole a motivare la condanna, bensì a chiedere il compimento della prova mediante la tortura, o ad infliggere una pena minore. Di qui gli sforzi de’ giudici per ottenere la confessione degli accusati mediante la sottigliezza delle interrogazioni o il raffinamento de’ tormenti. Perocchè il delitto non deve rimanere mai impunito; e affinchè ciò non avvenga, deve la legge interpretarsi nel senso più lato[102].
I commentatori delle leggi romane tendevano a diffondere la interpretazione logica piuttosto che la letterale nel determinare i casi e le condizioni d’applicare le pene; e Farinacio e Menochio, per dire solo de’ nostri, ammettevano che, qualora i termini degli editti fossero oscuri o insufficienti, i giudici potessero senza scrupolo supplirvi; ne’ casi non previsti, applicassero la pena che più fosse analoga al fatto incriminato. L’articolo 105 dell’ordinanza di Carlo V permetteva di pronunziare pene anche fuori de’ casi da essa preveduti; e Bodino spingeva tale concessione fino alla pena di morte.
La sapienza romana non aveva imposto castighi diversi agli umili e agli ottimati?[103] Tutti i giuristi ammisero tal distinzione: e la gogna, la galera, la forca, le pene infamanti non toccavano ai nobili[104] ed anche nell’altre dovevano averne il minimo. Oltre che franchigie di cortigiani, di nobili, di preti intralciavano la giustizia; le preture feudali costituivano giudice e parte lo stesso padrone, o quando meno, rendevano ragione sotto l’influenza di lui che le stipendiava.
Innocenti e rei, sospetti e convinti, cittadini e proscritti trovavansi messi a livello entro orribili prigioni. Venezia aveva decretato qualche miglioramento, ma rimasero infami i pozzi e i piombi suoi. A Roma erasi tentato introdurre il sistema penitenziario (Cap. CLX, in fine); ma non ottenne applicazione nè durata. La Chiesa aveva rimediato con pie fraternite, cui uffizio era visitare i carcerati, sollecitarne i processi, impetrare grazie: or che volevasi togliere alla Chiesa l’arroganza d’essere l’unica benefattrice, bisognava provvedere che i Governi migliorassero le carceri. Quest’intento propose all’intiera sua vita l’inglese Howard, ogni paese girando per conoscerle, confrontarle, ottenerne qualche mitigazione. Limitandoci a dire dell’Italia, pessime le trovava a Torino, nè migliori a Milano, salvo che quivi erasi introdotta una casa di correzione[105], col proposito, se non coll’atto, di migliorare i detenuti, e non di soltanto castigarli. In Toscana se ne preparavano di migliori che non i soliti fondi di torre d’Orbetello e dell’Elba. Lucca, in mancanza di proprie, mandava i condannati nelle carceri di Venezia e di Genova, nelle quali ultime stavano opportunamente distinti i debitori e le donne. Quelle di Roma avevano almeno buona apparenza: quelle di Napoli rigurgitavano di detenuti, mancanti d’aria e di lavoro: quelle delle fortezze austriache, disse Howard a Giuseppe II, esser peggio della forca.
Fra le pene erano i lavori pubblici, fosse nelle fortezze, fosse a spazzar le città, trascinando le sonanti catene in mezzo al lusso e ai passeggi; il remare sulle galere, al qual uopo ogni anno la Lombardia consegnava molti rei a Venezia; le battiture ad arbitrio, il marchio, la scopatura, la morte[106] esacerbata da squisiti tormenti. Nel diutile dei notari per l’anno 1775 sussiste ancora la tariffa delle competenze del carnefice per l’esecuzione di sentenze fuori di Milano, dove gli sono assegnate lire centoventisei per dare morte colla forca o ruota o decapitazione; ottantaquattro per fustigazione, berlina, taglio della mano; venticinque di più qualora il condannato deva esser tratto a coda di cavallo; altro per la ruota, la colonna, le scale, le gabbie in cui esporre una o più teste, l’assa su cui distendere il condannato per tirarlo, i sacchetti da cavallo in cui riporre la testa o teste.
I giuristi avevano scritto contro qualche modo di procedura, ottenutene anche modificazioni; Montesquieu non pone altra restrizione al potere penale della società, se non lo spirito di dolcezza e di equità, benchè mostri l’assurdità delle giuridiche forme, come già avevano fatto lo Spee ed altri oppugnatori de’ processi delle streghe; Servan, avvocato generale al parlamento di Grenoble, occupossi d’applicare alle leggi criminali i miglioramenti indicati da Montesquieu; ma nessuno aveva impugnato l’insana libertà lasciata ai giudici d’aggravare le pene, non la sproporzione e i delitti, non l’abbandonare l’imputato senza difesa, senza modi di giustificazione, senza che la società sapesse perchè le era tolto; non riguardare l’accusato come reo e nemico della società, proponendosi unico scopo l’intimidire. Leggi romane, consuetudini, statuti, precedenti di giurisprudenza, tradizioni di pratica costituivano un corpo di diritto, di cui l’applicazione, non l’esame era l’oggetto degli studj; «un’opinione di Carpzovio, un uso antico accennato da Claro, un tormento con iraconda compiacenza suggerito da Farinacio, sono le leggi a cui con sicurezza obbediscono coloro che tremando dovrebbero reggere le vite e le fortune degli uomini»[107]. Così diceva il Beccaria, giovane di ventisette anni, discorrendone con altri giovani amici, e infervorato scriveva pagine, da cui risultò un libretto, che ad impulso di Pietro Verri, e «animato da amore di letteraria reputazione e di libertà, e da compassione per le miserie degli uomini, schiavi di tanti errori», lasciò stampare alla macchia; e che, mentre rimaneva ignoto in patria, diffondevasi fuori perchè breve, italiano, e giunto in momento opportuno.
L’opinione era preparata dai lavori de’ filantropi e degli Enciclopedisti; aggeniava tutto ciò che digradasse il passato ed avviasse all’avvenire; alcuni processi famosi, ove la innocenza era soccombuta alle forme, aveano provocato le declamazioni del bel mondo contro la giustizia criminale. E il Beccaria appunto veniva ad abbatterla dalle fondamenta, per sostituirvi il rispetto ai diritti dell’uomo; piacque il tono sentenzioso, risentito, assoluto, che enuncia in tono di legislatore senza brigarsi di provare, mette la conclusione sopprimendo le dimostrazioni: piacque la veemenza, col disordine ma coll’impeto dell’ispirazione; il non trovarvi o cumulo di citazioni od ostentazione matematica o la beffa, maniere allora usuali, bensì aria di candida persuasione. L’abate Morellet trombettiere degli Enciclopedisti poco fedelmente lo tradusse in francese, dandovi ordine migliore e una distribuzione che ne agevolava l’intelligenza, e che l’autore adottò; Voltaire commentollo; a gara gli Enciclopedisti lo levarono a cielo, colla soddisfazione che si prova nell’applaudire in altrui le idee nostre stesse. Di rimpatto Venezia si tenne particolarmente designata in quel libro, e lo suppose opera della fazione che poco prima n’avea minacciato la quiete, e lo fece confutare dal padre Angelo Fachinei, il quale in un grosso volume lo denunziò fanatico, impostore, pericoloso ai Governi, satirico ai frati, calunnioso alla Chiesa, seduttore del pubblico: altri lo avversarono come arrogante che sprezzava leggi ammirate da secoli, e ch’egli voleva abbattere senza conoscerle[108]: coloro che l’intera vita aveano consumato nello studiar le pratiche avviluppatissime, o compassionavano o vituperavano questo giovincello che di punto in bianco mettevasi a saperne più di loro: astiosi gli uni, entusiasti gli altri, nessuno ben ponderandolo, come avviene de’ libri di occasione e che sono l’espressione della coscienza pubblica.
Nel fatto egli non era novatore, ma stipava in poche pagine ciò che in moltissimi opuscoli e volumi si leggeva sparso; autoravasi colle idee filantropiche del tempo, e col tono declamatorio che Rousseau avea messo di moda. Ma invece d’avvilupparsi in quel labirinto di leggi, ove egli avrebbe scapitato a fronte di consumati giurisperiti; d’intaccare qualche uso particolare, dove cozzerebbe colle abilità de’ pratici, assalisce il sistema in generale per abbatterlo, e vedere qual legislazione razionale potrebbe surrogarsi, fondata non più sulla pubblica vendetta, ma sui sentimenti di giustizia e umanità. Non dunque discussioni che portano discussioni, non tesi di diritto, ma un’esposizione chiara davanti al senso comune, e come questo richiede, breve, interessante. Realmente conosce poco di leggi, meno di storia, giusta il vezzo del secolo che delle cognizioni positive non tenea conto e meno delle tradizioni, surrogandovi il raziocinio; non architettò il suo libro artisticamente; non ne chiedea lode letteraria, ma di scuotere col sentimento, colla declamazione, coll’apoftegma; «fortunato se potrò ispirare quel dolce fremito, con cui le anime sensibili rispondono a chi sostiene gl’interessi dell’umanità». Trovatosi uomo grande senza saperlo, volle attribuirne merito ai Francesi ed agli Enciclopedisti.
Perocchè avendogli il Morellet mandato la sua traduzione colle cortesie che si costumano in tali evenienze, egli rispose una lettera, di cui qualche frase ripeteremo, come prezioso testimonio de’ tempi e dell’uomo:
— La graziosa lettera che vi siete compiaciuto dirigermi, ha destato in me i sentimenti della più profonda stima, della maggior gratitudine e della più tenera amicizia; nè saprei con parole esprimervi quanto mi tengo onorato di vedere l’opera mia tradotta nella lingua d’una nazione che è maestra e dispensatrice di lumi a tutta Europa. Io debbo tutto ai libri francesi; essi hanno risvegliato nell’animo mio i sentimenti d’umanità, ch’erano stati soffocati da otto anni d’educazione fanatica.... V’assicuro che nella sesta edizione seguirò intieramente o quasi intieramente l’ordine della vostra traduzione, che pone in miglior luce le verità che ho cercato esporre. Quanto alle oscurità che vi trovaste, io udii il fragore delle catene che la superstizione va squassando, e le grida del fanatismo che soffocano i gemiti della verità; e la vista di questo spettacolo spaventevole m’ha indotto a velare talvolta di nubi la luce. Ho voluto difendere la verità, senza farmi martire di essa....
«D’Alembert, Diderot, Elvezio, Buffon, Hume, nomi che nessuno ode senza sentirsi commuovere; le vostre immortali opere sono mia lettura continua ed oggetto delle mie occupazioni nel giorno, delle mie meditazioni nel silenzio della notte! Pieno delle verità che voi insegnate, come mai avrei potuto ardere incenso all’errore adorato, ed avvilirmi fino a mentire alla posterità? Trovomi ricompensato più che non speravo, nel ricevere segni di stima di cotesti celebri personaggi che sono miei maestri.
«Mia occupazione è coltivar in pace la filosofia, ed appagare così tre sentimenti in me fortissimi, l’amore cioè della riputazione letteraria, quello della libertà, e la compassione pei mali degli uomini, schiavi di tanti errori. Da soli cinque anni data la mia conversione alla filosofia, e ne vado debitore alla lettura delle Lettere persiane. La seconda opera che compì la rivoluzione della mia mente, è quella d’Elvezio. Questo mi spinse con forza irresistibile nel cammino della verità, e risvegliò pel primo la mia attenzione sull’acciecamento e sui mali dell’umanità[109].
«Il mio paese è tuttora immerso nei pregiudizj che v’hanno lasciato i suoi antichi padroni. I Milanesi non la perdonano a coloro che vorrebbero farli vivere nel secolo XVIII. In una capitale che conta cenventimila abitanti, appena trovereste un venti persone che amino istruirsi, e che sacrifichino alla virtù ed alla verità.... I filosofi francesi hanno in quest’America una colonia, e noi siamo loro discepoli, perchè siamo discepoli della ragione.... »
Facciasi pur larga parte al complimento, al ricambio delle lodi, fa dolore il vederlo confondere tutti que’ filosofi in un’irragionevole ammirazione fin a questo mediocrissimo Morellet, fino allo sguajato barone d’Holbach; e professarsi interamente loro scolaro, quasi non sia diverso il ricevere l’impulso ed il copiare. Nè quel che copiò è la parte lodevole del suo lavoro.
Grande ne fu l’effetto: le mille voci di quel demonio chiamato legione ch’era l’Enciclopedia, ripetevano su mille toni gli assiomi di questo coraggioso che tanto osava nel paese (dicevan essi) del Sant’Uffizio, e la cui forza facea più colpo appunto perchè moderata. Poco andò, e l’Austria abolì la tortura, benchè vi si opponesse il senato, come il Sacro Consiglio di Napoli erasi opposto allorchè Tanucci ordinò di pubblicare i motivi delle sentenze, quasi ciò fosse un diffidare della sua equità; Caterina II di Russia, imperatrice filosofessa, adottò i suggerimenti di quel libretto; la Società di Berna fece coniare al Beccaria una medaglia; lord Mansfield al parlamento inglese nol nominava che con atto di rispetto; Brissot de Warville non credette poter cominciare meglio la sua Biblioteca filosofica del legislatore, del politico, del giureconsulto che da quell’operetta «ardita e luminosa, che pare impossibile sia uscita da paese ove domina l’Inquisizione»; Servan, Pastoret, Bexon, Philpin de Piépape si posero sotto la bandiera di lui nel combattere il diritto criminale in Francia con tal forza, che la riforma di esso, mediante le regie ordinanze del 1780 e dell’88, è la sola che precedesse la rivoluzione; di là preser le mosse tutti i trattatisti posteriori, come le città dell’America si fondano sul terreno donde furono estirpate le intatte boscaglie.
Assicuratone il merito come opera critica, possiam dirne altrettanto quanto a teorie fondamentali? Quella dottrina dell’espiazione che mette il male nell’intenzione non nell’atto, che vuole il castigo sia una soddisfazione dovuta dal colpevole, il quale lo riguardi come un rigeneramento della sua coscienza, risale fino a Socrate[110], e fu ammessa da molti Greci. I Romani parvero nella pena avvisare unico scopo l’interesse dello Stato e l’esempio[111]; rispettando essi l’uomo unicamente perchè cittadino, nè senza di ciò valutandone i patimenti o la vita. Ma dacchè il cristianesimo insegnò a venerare l’uomo come figlio di Dio, i Padri scôrsero nella pena una riparazione ed espiazione, un debito che la giustizia ha diritto d’esigere. I Barbari riscattavano il delitto a prezzo, secondo viste di cui la storia dà ragione: nel medioevo si conservarono pene atroci per delitti assurdi; pure i teologi e alcuni filosofi religiosi consideravano il castigo come un’espiazione morale. Al contrario, i giuristi e i filosofi puramente umani s’appigliarono al diritto di difesa, derivato dal patto sociale. Il Beccaria avea (lo vedemmo) in una quistione estetica stabilito l’ordine sociale sopra la natura dell’uomo[112]: eppure adesso nella quistione giuridica lo poneva, con Sydney e Hobbes e Locke, sopra un contratto, per cui gli uomini eslegi convennero di radunarsi in civile consorzio. Gl’individui cedettero porzione di loro indipendenza allo Stato, o al sovrano che lo rappresenta, affine di godersi con sicurezza l’altra: or quando nasca collisione fra gl’interessi collettivi ed uno individuale, può la società forzar questo a rispettarla, o punire chi la offese: ma niuno potè cedere il diritto di togliergli fin la vita. Perciò il diritto di morte, del quale non dubitavano nè Montesquieu nè Rousseau nè Voltaire, egli forse primo dichiara illegittimo, a fronte della coscienza universale.
Accettando il canone di Montesquieu, che d’origine, d’oggetto, di natura differiscano le divine dalle leggi umane, dovea negare che scopo della penalità sia ripristinar l’ordine sociale, scompigliato da un’immoralità, non avendo la giustizia umana avuto questa missione, esercitata com’è da esseri deboli e limitati, fallibili, incapaci di valutar le lotte della coscienza e la forza delle tentazioni; dove, separando la giustizia divina dall’umana, il Beccaria non intese negarla, ma voleva segnarne i confini e impedire gli eccessi ai quali traeva il pretesto di vendicare la divinità.
Insomma alla pena lasciava il repressivo, toglieva il carattere morale; e fin nel domandare che avesse conformità colla natura del delitto, la porta a una materialità inattingibile, mentre non v’induce l’elemento riparatore. Ma ristretta la giudicatura a valutar solo gl’indizj esterni e punire il male cagionato alla società, anzichè la spinta criminosa, egli non s’adagia affatto nel diritto di difesa o di vendetta, dal quale possono dedursi esagerazioni; e la necessità dell’utile comune che costituì la società, deve anche esser il limite delle pene: ond’ecco la capitale esser di nuovo illegittima, perchè non necessaria. È vero che quell’utile sociale egli nol vuole disgiunto dalla giustizia, la legge politica appoggia alla legge morale: ma queste sono frasi, non corollarj scientifici, e introdurrebbero nel delitto un elemento morale, e nel castigo un’idea d’espiazione, le quali non vi appajono scientificamente; incongruenza suggeritagli dalla sua bontà. Tant’è vero che i suoi seguaci Filangeri, Bentham, Feuerbach non videro questi limiti pur adottando il principio[113].
Meglio fortunato nelle applicazioni, il Beccaria prefigge limiti pel legislatore e pel giudice: quello non deve proferir sentenze, nè questo interpretare la legge: ma solo applicarla nel senso letterale[114]; quello fare che tutti sappiano e comprendano i suoi ordini mediante una lingua comune e una fraseologia evidente, questo esporre i motivi degli imprigionamenti e delle condanne; non accuse clandestine, non la schifosità delle spie[115], non arresti arbitrarj, non procedure secrete; al giudice si diano a sorte degli assessori, vale a dire i giurati, il buon senso tornando più opportuno a verificar il delitto che non l’abilità d’un giudice, ostinato a trovar la reità, e ridotto a valutare le mezze prove, le prove per fusione, il frutto insomma de’ suoi studj, piuttosto che quella convinzione morale, che «è più facile sentire che esattamente definirla». Del difensore non fa parola. Il delitto di maestà restringasi ad azioni che veramente l’offendono; non si puniscano quelli che la pena non infama; non le colpe riservate al giudice supremo; puniscasi l’ozio politico: ma in niun caso la podestà sia in diritto di castigare finchè non abbia fatto tutto quello che può onde prevenire. I castighi sian eguali per tutti i rei del medesimo delitto; teoria oggi comune, allora repugnante ai dominanti privilegi e alla sapienza romana: siano moderati, ma inevitabili; dunque non asili, non rifugio su terra straniera, neppur il diritto di grazia al legislatore[116], affinchè sia tolta al delinquente ogni lusinga di sottrarsi al castigo, che come l’ombra al corpo deve associarsi all’idea del delitto. La confisca è un’ingiustizia a danno degli eredi. Le pene infamanti sono un’assurdità; e conchiude: — Perchè una pena non sia una violenza d’un solo o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi».
In questa esaltazione filantropica, allorchè imputa le legislazioni esistenti ha quasi sempre ragione; non così quando risale alle cause; e secondo le generalità d’allora, non valuta abbastanza la connessione tra le pene e la forma de’ governi. In quelli costituiti per vantaggio di tutti e dal volere di tutti, ogni violazione sarà pessima; in quegli, ove fa legge il capriccio dell’imperante, si può egli esigere assoluta osservanza? se le nostre disposizioni condannano al celibato metà della gioventù, come mostrarsi severi contro il libertinaggio? se restringete la ricchezza in mano di pochi, non dovrete alterar la misura nella punizione dei furti e delle frodi? come condannerete i rei di Stato ove patria non s’ha?
Vuolsi poi nel Beccaria sceverare ciò che è speciale al diritto di punire, e ciò che vi pose quasi di episodico, desunto spesso dalle idee anticristiane de’ suoi contemporanei. Questi faceano guerra alla famiglia in nome della libertà individuale, e il Beccaria sostenne con Rousseau che le «sempre mediocri virtù di famiglia» si oppongono all’esercizio delle pubbliche (§ 59); dichiara che l’aver considerato lo Stato come un’aggregazione di famiglie anzichè d’uomini, autorizzò funeste ingiustizie, perocchè le famiglie sono monarchie, laonde la soggezione domestica abitua alla soggezione civile, e insinua nelle società lo spirito monarchico; laonde si avranno ventimila liberi, cioè i capicasa, ma ottantamila schiavi; e a misura che i sentimenti nazionali s’indeboliscono, rinforzano quelli di famiglia, comandando un continuo sacrifizio di sè all’idolo vano che si chiama bene domestico; mentre invece «quando la repubblica è d’uomini, la famiglia non è subordinazione di comando, ma di contratto, e i figli si assoggettano al capocasa per parteciparne i vantaggi»[117].
Ecco dunque il legame più sacro ridotto a un’accomandíta[118]; ecco la dipendenza confusa colla schiavitù, l’autorità colla tirannia; ecco smentito il genere umano che tra le garanzie d’ordine pubblico ha posto l’avere famiglia. Egli trova strano il beneficare i suoi prima degli altri, dicendo che «l’amor del bene in famiglia, idolo vano, insegna a restringere le beneficenze a piccol numero», quasi che idolo vano non possa dirsi anche l’amar il bene della società in cui si nasce, vale a dire la patria. Ma lo spirito nazionale per noi è lo spirito di famiglia ingrandito, e la costituzione politica deve farsene appoggio contro la mobilità dello spirito individuale. Distrutta la famiglia, la repubblica cadrà nel despotismo. Chi ne la salverà? «un dittatore dispotico, che abbia il coraggio di Silla, e tanto genio per edificare quanto egli per distruggere». E così infatti dovrà intervenire. Ma il Beccaria procede più innanzi, e con Rousseau va sino a chiamare la proprietà «diritto terribile e forse non necessario» (§ 22), egli il quale pure avea difesa «la sacra proprietà dei beni» (§ 32) e detto che «scopo dell’unione degli uomini in società era godere la sicurezza della persona e de’ beni».
Tali sfuggite sono viepiù strane in lui, che molto s’occupò d’economia pubblica. In gravissimo disordine era caduta la moneta nello Stato di Milano, collo sparire alcune specie, affluirne altre, colpa dell’autorità che avea voluto intrigarsene con tariffe, dove valutavansi le monete forestiere meno esattamente che non sapesse farlo l’interesse privato. La causa non saltava così agli occhi ai contemporanei; e invece di qualche provvedimento amministrativo, se ne fece un’indagine scientifica, appoggiandosi i più ai concetti di Locke, il cui libro Sulla moneta e sugli interessi era stato tradotto nel 1751. Il Beccaria, come il Neri, sostenne il valore intrinseco del denaro dover equivalere al legale, nè computarsi la lega e la monetazione; chiari gli errori di calcolo incorsi nella tariffa, propose un magistrato che vegliasse alle successive variazioni di corso, e proponesse i mutamenti che bisognassero.
La sua fama era volata lontano, e Caterina di Russia lo invitò a sè; ma il ministero austriaco trovò indecoroso il lasciarlo partire, e per lui istituì una cattedra di economia pubblica. Per quella il Beccaria compose lezioni sull’agricoltura e le manifatture, che poi furono raccolte dalle sue bozze non forbite; eppure sono opera più originale che non quella Dei delitti e delle pene. Oggetto dell’economia pubblica pone la ricchezza, la quale consiste nell’abbondare delle cose necessarie, delle comode, delle aggradevoli; sicchè riguarda l’agricoltura, le manifatture, il commercio, le finanze, la polizia, sotto tal nome abbracciando l’educazione, la sicurezza, il buon ordine. Omettendo le ciancie e le digressioni, prese a fondamento la massima quantità di lavoro utile, cioè che somministra la maggior quantità di prodotto contrattabile. Sopra questa teorica, che prevenne quella dei valori permutabili di Smith, proclamò la divisione del lavoro prima di questo, ma come fenomeno, non come causa principale dei progressi; determinò i criterj di regolare il prezzo dei lavori; analizzò le vere funzioni dei capitali produttivi e le vicende della popolazione; volle moderata la libertà nella contrattazione de’ grani; e cogli Economisti proclamò la sterilità delle manifatture e la dottrina del prodotto netto.
Pochissimo confidava ne’ suoi concittadini, molti dei quali in fatti mormorarono contro di lui; ma il governatore, dico il governatore austriaco, lo tolse in protezione, lo pose nel magistrato politico camerale e a capo dell’istruzione, e ne chiese i consigli, fra’ quali furono quello d’una moneta conforme in tutta Italia e di misure divise per decimi, e desunte dal sistema mondiale. Colla buona indole poi acquistava credito alle dottrine che professava; scrisse contro il lotto, e sebbene chiamatovi dalla sua carica, non assistette mai alle estrazioni: eppure placido e fin timido, non credea doversi sagrificare la pace all’amore della verità; e appena il mondo l’ebbe conosciuto, egli si tacque.
Giovanni Lampredi fiorentino (-1793), oltre indagare debolmente la filosofia degli antichi Etruschi e confutare Rousseau e Samuele Coccejo, stampò Juris publici universalis, sive juris naturæ et gentium theoremata (1776), testo in molte Università, ove coordina le migliori opere anteriori, s’emancipa dai principj del diritto romano divenuti disopportuni, e sostiene che alle leggi positive precede sempre una immortale: vorrebbe le leggi diminuissero in proporzione dei progressi della civiltà, poichè il bene non si fa che spontaneo, e una legislazione complicata può divenire tirannica anche negli Stati liberi. Il diritto delle genti deduce da quel di natura, e annunzia non darsi verun legittimo impero se non sopra chi vi acconsente; e quando un principe cede qualche suo Stato, i cittadini di questo non essere tenuti a obbedire al nuovo padrone. Intorno alle relazioni fra i popoli neutri in tempo di guerra, stette per l’opinione più liberale confutando Galiani. Fu tacciato di ligio perchè sostenitore della maggioranza de’ vescovi contro il Ricci.
Domenico Azuni pubblicò (1827) un Dizionario universale ragionato della giurisprudenza mercantile, ben diverso da quello del Savary, giacchè tira a mostrare i principj della ragion commerciale, e risolverne le controversie: invece di trarre i Principj del diritto marittimo dell’Europa dai puri fatti, rimonta alla ragione universale. Poi in francese trattò sull’origine della bussola, una storia della Sardegna ed altri lavori di legge o di erudizione. Seppe spogliarsi del gergo legulejo e non isfrantumare la materia, per modo che ciascun articolo riesce un trattato compiuto. Egli erasi valso a man salva d’una storia del diritto marittimo, che il napoletano Jorio avea premessa a un codice mercantile, di cui gli avea dato incarico il re delle Sicilie: l’Azuni la spogliò delle formole e citazioni e la rese leggibile; e divenne egli stesso la fonte a cui largamente attinse il Pardessus.
Mario Pagano della Lucania fece un esame della legislazione romana, e Saggi politici de’ principj, progressi e decadenza della società, sulle idee di Vico, ma svisate dalle leggerezze francesi e dall’innesto del sensismo corrente, e nell’andamento del civile consorzio non serenasi nel progresso, ma vede sempre la decadenza. Perì martire della Rivoluzione, e con lui Domenico Cirillo medico, che commentò e crebbe la botanica di Linneo, il quale gli si professa obbligato della conoscenza di molti insetti; trattò delle prigioni e degli ospedali, declamando contro gli abusi di que’ ricettacoli dell’umana miseria.
Vigilio Barbacovi trentino (1738-1825), come cancelliere sostenne contro il magistrato civile le pretensioni di quel principe vescovo, il quale, ad istanza di Giuseppe II, gli commise di fare in due mesi un codice giudiziario, che inchiudeva buone riforme, ma incontrò tante opposizioni fra ragionevoli e pregiudicate, che non si potè attuare. Nè i popoli mostrarono gradire il Barbacovi, e infine il padrone lo congedò; e quando, scoppiata la Rivoluzione, il Trentino divenne provincia austriaca, il Barbacovi non ebbe più che a fare apologie sue e brigare lodi, le quali non gli manterranno quel primato che a lui pareva di meritare. Sarebbe però ingiustizia il negargli merito in alcune quistioni particolari, come sulla decisione delle cause dubbie, e sul giuramento nei giudizj civili.
Il suo compatrioto Carlantonio de’ Pilati di Tassulo (-1802), dettò leggi in patria, poi volle scorrere l’Europa studiando i Governi; dappertutto ben accolto, da Leopoldo chiesto più volte a Vienna; e scrisse i proprj viaggi nelle Lettere di un filosofo e l’Osservatore francese in Amsterdam. Nel libro Intorno alla legge naturale e civile enumerò con acume e verità i principali difetti delle istituzioni romane, domandando sieno abolite come nocevoli alla giustizia, peste della moderna società. Nell’altro Dei mezzi di riformare i più cattivi costumi e le più perniciose leggi d’Italia, invelenito in successive edizioni, se prima contentavasi di domandare a Clemente XIII parziali rimedj e l’abolizione della mendicità, in fine si scagliò furibondo contro i papi, i preti, i frati, con idee ancor più protestanti che giansenistiche; e insomma vorrebbe che i principi traessero ogni azione a sè, istituissero collegi dai quali toglier poi le cariche dello Stato; «donde nascerà che col tempo la miglior parte della nobiltà e delle altre più agiate persone dello Stato verranno tutte ad avere delle cose quelle idee che al principe piacerà di far loro istillare per mezzo de’ professori; avrà il clero e la miglior parte del popolo secolare dalla parte sua; la maniera di pensare delle più riguardevoli classi de’ suoi sudditi sarà conforme alla sua, ed il resto del popolo si lascerà pian piano vincere anch’esso» (pag. 209).
Così in nome della libertà saldavasi la tirannia, e doveano scorrere sessant’anni di durissime prove prima che il più alto magistrato d’una gran nazione pronunziasse: — Il maggior pericolo de’ tempi moderni viene dalla falsa opinione che un Governo possa tutto, e sia essenza d’ogni sistema di soddisfare a tutte le esigenze, rimediare a tutti i mali»[119].
Invece di arrestarsi su qualche punto particolare come i precedenti, Gaetano Filangieri di Napoli (1732-87) disegnò una Scienza della legislazione abbracciante l’economia politica, il diritto criminale, l’educazione, le proprietà, la famiglia, la religione. Noi professiamo che il diritto è un lato dell’intera vita d’un popolo, il quale inseparabilmente si connette cogli altri lati e colle diverse manifestazioni dell’attività di quello; laonde non origina dalla riflessione e dalla scelta, bensì da un senso intimo e fisso, dalla coscienza (per usare la parola di Hegel e Schleiermacher) di un elemento necessario, manifestantesi nella pratica; e perciò nazionale e variabile, non universale e immanente. I legislatori non sono che l’organo di questa coscienza nazionale, e danno perfezionamento alle sue produzioni, forma precisa a’ suoi sviluppi. I prammatici invece fanno tutte le norme e istituzioni giuridiche nascere dalla riflessione e dal tendere a uno scopo: i promulgatori del diritto naturale lo fondano s’un principio astratto, non connesso cogli altri elementi della vita d’un popolo, e tale che, come razionalmente necessario, si applichi a tutti i tempi, cioè non sia capace di progresso.
Montesquieu nelle speciose sue superficialità non credette le leggi avessero una bontà assoluta, bensì relativa ai tempi e ai luoghi, essenziale condizione d’una buona legge ponendo il corrispondere ai bisogni del paese per cui è fatta; e cercava la giustificazione, il motivo di quelle che più sembrano scostarsi dall’ideale: Filangieri, al preciso contrario, ammette leggi buone per tutti i tempi e i luoghi. Montesquieu osserva le ragioni di ciò che si fece: il nostro addita ciò che doveasi fare, supponendo sempre all’individuo un senso più retto del comune, e attribuendo a quello il regolare le leggi a norma della ragione. Sono i filosofi che fanno le leggi, ad essi spetta ora cancellare il passato, distruggere quelle lasciateci dagli Irochesi dell’Europa. «L’autorità può tutto quanto vuole; per mezzo di una tenue ricompensa accordata con qualche splendida dimostrazione, essa fa nascere i genj e crea i filosofi; essa forma le legioni intere dei Cesari, dei Scipioni, dei Regoli, col comprimere la sola molla dell’onore» (ii. 16). Eppure egli era concittadino di Vico: ma col costituire una legislazione universale mostrava di mal intendere il progredire e svolgersi dell’umanità, che altri ordini e leggi richiede nella sua maturità. Che se voleva prefiggere questi generali canoni di legislazione, avrebbe dovuto in prima analizzare le norme della perfettibilità umana, e forse allora sarebbegli apparso la vanità di precetti astratti, che vorrebbero rendere immobile un’arte, la quale non vale se non in quanto si piega alle modificantisi relazioni sociali.
Il governo inglese tutto storico, il quale conserva tanti abusi perchè proteggono tante libertà, pareagli dover essere riformato secondo le idee speculative correnti; e pur mostrando capirne anche le difficili particolarità e lodando l’istituzione de’ giurati, in generale lo crede peggiore del potere assoluto, disapprova l’autorità conservata alla corona, e la Camera alta, e la felice attitudine di modificare le leggi. Venerando i filosofi d’allora, di cui non solo riprodusse molti raziocinj, ma pagine intere tradusse, ne adottò la favola del patto sociale: nel diritto penale non ha novità, ma va pedissequo al Beccaria senza i suoi ritegni; poichè, come Benthain e Feuerbach, disse i castighi essere legittimi perchè necessarj a custodire i diritti e l’interesse dei più, e secondo questi doversi misurare. Più si badò sulla procedura, con calore svelando gli abusi che del resto al suo tempo già erano crollati o scossi. Felicemente indicate le somiglianze fra l’istruzione giudiziaria inglese e la romana, invoca il processo pubblico e contraddittorio, vitupera il segreto e le orride prigioni, eppure impugna il sistema dell’accusa per mezzo del ministero pubblico, e la vorrebbe libera a qualunque cittadino.
Nelle leggi della ricchezza segue nel bene e nel male gli Economisti; ma poichè allora l’esperienza avea tolto credito al sistema mercantile, egli propende alla piena libertà, disapprova le dogane come infausta eredità de’ Romani; deplora le nazioni costrette a ricevere le pacifiche merci quali un nemico, o farne seme di corruzioni e frodi: quindi al modo de’ Fisiocratici graverebbe tutta l’imposta sopra le terre; eppure conchiude al colbertismo, alle bilancie, con que’ vacillamenti che troppo sono consueti ai nostri economisti. Se deperirono l’agricoltura, l’industria, la popolazione, ne incolpa l’intromettersi del Governo: eppure secondo l’andazzo, concentra tutte le funzioni sociali in mano del principe, volendone continua l’ingerenza; ad esso chiede la riforma del popolo, modellando le moltitudini sul tipo de’ filosofi, e affidando le sorti del genere umano all’individuo. Attribuendo suprema importanza all’educazione, ne delinea una pubblica, ove i giovani, sottratti alla domestica affezione, sono dall’autorità foggiati come le aggrada. Poco poi Robespierre proclamava la stessa dottrina fra mucchi di cadaveri[120], cioè l’immolazione dell’indipendenza personale e della famiglia sull’altare di quel panteismo politico che Rousseau avea predicato volendo «trasportare il me nell’unità comune».
Il Filangieri, giovane, benevolo, persuaso che basti enunciare la verità per farla adottare, non calcola le difficoltà, e perciò non limita le speranze. Il prolisso sermoneggiare, la teatrale improvvisazione erano vizj del tempo; e come Hutchison, Smith, Buffon, Raynal, Rousseau, credette l’eloquenza convenisse alle scienze, viepiù qui per iscuotere la letargia dell’egoismo. Pure di sotto a quel fasto non trapela l’orgoglio personale, come dagli Enciclopedisti; e il Filangieri mostrasi verace amatore dell’umanità, di cui deplora i mali, cerca coscienziosamente i rimedj; e a quest’espansione di benevolenza è dovuta l’efficacia che esercita sui lettori, e ch’io vorrei provata da tutti i giovani di venti anni, a costo di sorbirne alcune idee incompiute od eccessive.
Ed egli allora aveva trent’anni, e a trentasei morì, prima d’aver conosciuto, nel ministero delle finanze a cui era chiamato, le difficoltà pratiche e l’impossibilità di rinnovellare di colpo un popolo; prima d’avere, nell’imminente rivoluzione, veduto dileguarsi le utopie dinanzi alle severe lezioni della sventura; prima d’aver potuto espandere le sue agitatrici verità ne’ parlamenti della sua patria, e d’esserne forse la vittima.
E appunto questi ardimenti, anzichè anticipassero le verità che i tempi maturarono, nasceano dal non avere que’ nostri partecipato agli affari, sicchè non valutavano gli ostacoli che alle massime speculative e astratte sono poste dai fatti e dalla necessità; e la mancanza di libertà legali spingeali in quel vago ed esagerato, che non potrebbe essere corretto se non dalla sperienza; come le allucinazioni di chi visse al bujo, si guariscono non col ricacciarvelo, bensì col dargli piena luce.
Insomma i nostri che volevano lode di pensatori, seguivano più o meno servilmente le idee degli Enciclopedisti. Anzi l’Enciclopedia venne tradotta in italiano a Lucca, e perchè le anime timorate non se ne sgomentassero, si prese il compenso di mettervi delle note; e l’arcivescovo Manso aveva assunto di così correggere gli articoli di scienze sacre; come chi credesse potere impunemente dare a bere la stricnina unendovi dello zucchero; e ben presto egli desistette da un uffizio, ove reale era il pericolo, ipocrito il rimedio.
Deplorando i guasti di quell’opera, l’abate Zorzi veneziano ideò un’Enciclopedia italiana che vi facesse opposizione; piantando un albero del sapere, differente da quello di D’Alembert, e mandandolo fuori per programma con due articoli di capitale importanza sulla libertà e sul peccato originale: ma poco dopo moriva di trentadue anni e con lui il suo divisamento[121].
Per resistere alla piena richiedeasi coraggio, dovendo attendersi insulti ed epigrammi dai despoti dell’opinione, pronti invece ad inneggiare chi andava colla corrente. Non ne mancarono alcuni de’ nostri, ed oltre i teologi, e massime il Concina e il Finetti, avversarj risoluti del gius naturale acattolico, fra’ veneziani Antonio Gandini scrisse Le verità di teologia naturale e le verità cattoliche; il conte Giovan De Cattaneo nella Uranide confutava atei e machiavellisti, Voltaire e Montesquieu[122]; Troilo Malipiero dettò quattro Notti in versi contro Rousseau; encomiate e tradotte furono le opere di Antonio Valsecchi veronese dei Fondamenti della religione e fonti dell’empietà, La religione vincitrice, La verità della Chiesa cattolica romana.
I filosofi teorici seguitavano l’empirismo inglese e il cinismo francese; e come continuazione di Locke, Condillac presto invase le cattedre, e tutta la filosofia si ridusse ad analisi delle idee, ad una miserabile esilità, che genera presunzione d’essere filosofo a chi nè tampoco dai limitari salutò questa scienza. Antonio Genovesi proclamò la libertà del raziocinare, quando ancora le scuole partivansi fra Aristotele e Cartesio; le più volte si limita al senso comune, e doversi filosofare sulle idee che possono aversi, non sottilizzare sull’indovinello; caratteri del vero essere la chiarezza e l’evidenza; dalle dimostrazioni stabilite non doversi dipartire per rispondere ad opposizioni difficili; e confessava di non sapere ciò che non sanno tutti. Egli divulgò Locke; poi il padre Soave volgarizzò il Saggio sull’intelletto (1775) di questo ch’e’ chiama «e il primo e il più grande fra’ metafisici»; e dietro ad esso parlò della formazione della società e del linguaggio, e stese un corso di filosofia dove la virtù è definita «l’abito di fare azioni buone non comandate, o superiori al dovere», onde non sarebbe virtù la giustizia, non l’essere buon re, non il salvare la patria. Paolo Doria cartesiano combattè Locke perchè non intese le idee innate, e suppose certi i principj come in geometria così nella metafisica; e dopo avere questa esclusa senza ragione, ammise poi la sostanza infinita, e per lei la cognizione di Dio. Scarella, negli Elementi di logica, ontologia, psicologia e teologia naturale pel seminario di Brescia (1792), propose una novità del sillogismo particolare, conciliando i principj della contraddizione e della ragion sufficiente, combattè lo scetticismo non meno che gli Scolastici, e ripose il principio della certezza in quel predicato che chiaramente vedesi esistere o no nel soggetto.
Il padre Ermenegildo Pino milanese, geologo, architetto, idraulico, nella Protologia professa rivelata la parola, e batte le meschinità condillachiane; ma rimase inefficace perchè scrisse in latino, e confuso per ricerca d’eleganza. Cesare Baldinotti (De recta mentis institutione. De metaphysica generali), in latino elegante lucidamente espose i sistemi filosofici, con rapidi e sicuri giudizj su’ suoi predecessori[123]: che se, come i suoi contemporanei, mostra disprezzo per gli Scolastici e non vede che futilità nella quistione degli universali, ben valuta Cartesio ed anche Kant, del quale fa una buona confutazione, mostrando come tolga quella certezza, per cercare la quale inventò il suo sistema.
Jacopo Stellini somasco (-1770), figlio d’un sartore di Cividale, geometra, poeta, teologo, chimico, fisico, indaga il nesso di tutte le scienze; stabilisce la filosofia sui sensi e sulla ragione o sulla intera natura umana; il bene dipendere dall’equilibrio delle umane facoltà. Nel trattato sull’Origine e i progressi de’ costumi assegna tre epoche della natura umana: nella prima i sensi dominano sull’animo, quando gl’istinti han prevalenza, onde nessuna onestà o giustizia; nella seconda alla giustizia si mescono lussuria, vanità, ambizione; viene poi la terza del mutuo commercio fra l’anima e il corpo, quando appajono la vera virtù, i precetti morali, le leggi. Svolgeva dunque le idee del Vico in senso contrario, giacchè questo cercava la morale delle nazioni mediante quella dell’individuo; Stellini fece la storia de’ costumi degl’individui mediante la morale delle nazioni; Vico additò le origini della civiltà negli asili aperti intorno agli altari; Stellini prese qual principio di nazione qualunque ricovero dove la madre tra i figliuoli sapesse a paterna carità commuovere i maschi vagabondi[124].
Appiano Buonafede (-1793) con varietà e cognizioni scrisse Delle conquiste celebri esaminate col diritto naturale delle genti, impugnando la ragion delle spade; la Storia critica e filosofica del suicidio e principalmente la Storia ed indole d’ogni filosofia, dove giudica autori e sistemi con lealtà e indipendenza, imitando ma troppo disugualmente lo stile irrisorio di Voltaire. Bersagliato dal Baretti, rispose con pari villania e maggior lepore. Nella Restaurazione della filosofia ne’ secoli XVI, XVII, XVIII esamina le differenti scuole, men negli autori stessi che ne’ loro critici, lavorando di seconda mano, ma con estesa lettura. A quel «giorno ampio e perpetuo, di cui dicono che noi ora creature privilegiate e luminose godiamo» non pare credere troppo: ma insinua la necessità d’esaminare il passato; chè, «quando ancora non incontrassimo sempre quella luce continua che gli amici dell’età nostra raccontano, avremo almeno, in luogo di un sogno allegro, questa vera luce di più, la quale potrà insegnarci a tentar nuovi scoprimenti e a non essere tanto superbi nella mediocrità». Crede che, se i Cinquecentisti «in luogo di tanti sonetti e canzoni e prosette atticissime, e latinissime, e ricchissime di tutto fuorchè d’anima e di vita, si fossero rivolti alle regie strade della solida verità, avrebbero eguagliati e fors’anche vinti i progressi delle seguenti età». Combatte gagliardo le dottrine machiavelliche e irreligiose, e cotesti legislatori della natura, e moralisti della materia organizzata, che facevano ricalcitrare il mondo contro i missionarj del vero; e li paragona a nembi, vulcani, precipizj, mentre sta fermo l’eterno assioma che «senza l’ordine del cielo non ci fu e non ci sarà mai ordine in terra»; sicchè finiva rallegrandosi che «questo sia il fondamento della evangelica e cattolica repubblica nostra», e guardando con pietà «i vagabondi smarriti per le selve del caso e per li deserti del nulla».
Con ben altro vigore il savoiardo Sigismondo Gerdil (-1793), nell’Introduzione allo studio della religione, in italiano alquanto prolisso, assume che i più grand’uomini fiorirono senza la vantata libertà del pensare; francheggia la scuola italica di Pitagora contro gli empirici; contro Locke l’immortalità dell’anima e delle idee secondo Malebranche; contro Raynal la religione e la sana economia; le pratiche dell’educazione contro Rousseau, il quale lo diceva l’unico de’ suoi contraddittori che meritasse di essere letto intero: tratta del duello contro i pregiudizj comuni; contro i pregiudizj filosofici discorre della libertà e dell’eguaglianza; contro Hobbes confuta la materialità della sostanza pesante: mostra quanto ingiustamente Giuliano sia detto da Voltaire modello dei re, e da Montesquieu il più degno di governare uomini. Benedetto XIV, usatolo a molti lavori, lo compensò colla porpora chiamandolo notus orbi, vix notus urbi; e sarebbe potuto salire al trono pontifizio, se l’Austria non l’escludeva.