CAPITOLO CLXVII. I principi novatori. Giuseppe II. Pietro Leopoldo. I Giansenisti. Pio VI.

I Governi, fidando nei trattati coi forti, trascuravano il dissenso dei deboli, congedavano i soldati, lasciavano sfasciarsi le fortezze, e secondavano l’andazzo dell’innovare, purchè avvenisse per opera loro. Nessuno ammetteva i filosofi più che in qualche magistratura consultiva; pure fecero proprie le costoro proposte, e ne permisero quella scarsa diffusione che allora ottenevano i libri, negozio aristocratico. Regolare le imposte in modo che gravassero il meno e rendessero il più; prosperare l’agricoltura; por termine alle lucrose angherie degli appaltatori; mozzare la giurisdizione del clero e dei feudatarj, e questi e quello sottomettere alle gravezze comuni; ridurre più pronta e più retta la giustizia, più sicuro l’innocente, più educato il vulgo, erano intenti dei Comuni; ma nessuno toccava alle basi del potere, e a togliere il popolo dalla nullità di rappresentanza e dalla incuria delle pubbliche cose.

Gli economisti e filosofi di Francia avevano messe in corso le simpatiche parole di filantropia, diritti del popolo, libertà, eguaglianza; re e principi le adottarono, professando volere applicarle, e per ciò abbisognare di poteri illimitati, e che il popolo si rimettesse tutto in loro: coi decreti si ottiene tutto, e i re non devono avere ostacoli a fare decreti: tale era la scienza governativa.

Che temere dai filosofi non vedevano i principi, primo perchè anche in Francia, donde veniva l’intonazione, non che essere ostili ai troni, tendevano a rinforzarli per abbattere gli abusi feudali e le ingerenze ecclesiastiche; poi perchè non uscivano dal tono benevolo, e i miglioramenti suggerivano, non pretendevano, e dirigevansi a sostituire l’azione governativa alla privata, gli impiegati regj a’ liberi amministratori. Principi e popoli sembravano darsi la mano pel progresso: ma il progresso i principi non l’intendevano che come emancipazione della propria autorità e accentramento dei poteri; e data una seria lezione alla Chiesa coll’obbligarla a sopprimere i Gesuiti, non vedevano più barriere, davanti a cui arretrare. Giungono poi momenti ove i governanti, sentendo il nembo avvicinarsi e sperando non che moderarlo farsene ajuto al salire, ne secondano il soffio, e dansi aria di marciare trionfalmente là dove sono contro voglia trascinati; mentre i popoli che se ne accorgono, ne deducono maggiori pretendenze.

Il Piemonte fu per avventura il primo a ricredersi, e le quistioni dibattute con Roma accomodò, ottenendo il titolo di vicario perpetuo sui quattro feudi disputati, mediante l’offerire a Roma un calice d’oro ogni anno; e in un concordato si abolirono o almeno restrinsero gli asili, giacchè i delinquenti (per confessione del papa) negli atrj e sui sagrati delle chiese erigevano capanni, dove ricoverarsi con armi e male donne. Gli altri principi invece rinforzavano di emanciparsi da Roma. La Signoria veneta, sempre franca nelle cose ecclesiastiche, tenne il clero in soggezione del principe; l’Inquisizione frenò, ma ne faceva vece il magistrato pubblico de’ Savj sopra l’eresia; il quale, per un esempio, condannò alle galere Giuseppe Beccarelli di Brescia, specie di quietista. I papi che con ogni loro possa sostenevano Venezia nelle guerre col Turco, se ne disgustarono a cagione del patriarca d’Aquileja.

Avanzo d’una gran potenza decaduta, stendeva esso la giurisdizione sul Friuli veneziano e sull’austriaco; sicchè erasi preso accordo che l’eleggerebbe una volta la serenissima e l’altra l’arciduca: ma la nomina si faceva sempre toccare a Venezia col procurare che ciascun patriarca eleggesse un coadjutore coll’aspettativa. Maria Teresa, tanto gelosa dei proprj diritti, volle rivendicare questo; e natane disputa (1751), fu rimessa in Benedetto XIV, il quale proferì si dividesse quella sede nell’arcivescovato di Gorizia e nel vescovato di Udine. Venezia chiamandosene lesa, invitò il nunzio a ritirarsi e minacciò Ancona; nè interposto di principi valse, fintanto che, succeduto il Rezzonico veneziano, la cosa fu messa in tacere. Restava però il rancore, onde la Repubblica gettossi anch’essa ai provvedimenti di moda, col sottomettere all’Ordinario tutti i frati, determinarne il massimo numero per ciascun convento, abolendo quelli che non bastassero a dodici, regolatane la disciplina, vietate le relazioni con capi forestieri. Da una indagine risultò che annualmente per rendita di benefizj ecclesiastici, andavano fuori Stato ducensessantamila franchi l’anno; per pensioni ecclesiastiche, settantadue in settantottomila: ventotto bolle d’istituzione canonica per sedi patriarcali e vescovili in dieci anni costarono cinque milioni, non contando le spese di viaggi a Roma; le bolle di badie e priorati, franchi cinquantamila in dieci anni; centodieci bolle per pensione accordate, franchi settantottomila ottocento; ducenventicinque bolle per chiese parrocchiali, franchi centrentamila; cenventisette per canonicati, franchi ottantamila; per quarantacinque collazioni di benefizj semplici, franchi dodicimila seicento: nel 1768 arrivarono da Roma mille centrenta rescritti, indulgenze, privilegi di altari, dispense per ordinazioni, diplomi di conti, ecc., dell’importare di franchi quarantaquattromila cinquecento: inoltre cinquecentottantanove dispense di matrimonj, valenti circa un milione.

La Signoria proibì di mandare denari a Roma; restrinse le facoltà di lasciare alle manimorte; impose i beni ecclesiastici, senza licenza di Roma; escluse la bolla In cœna Domini; tolse al papa la collazione dei canonicati e benefizj in cura d’anime: nessuno si vestisse chierico prima di ventun anno, nè si professasse prima dei venticinque; niuna bolla valesse se non autorata dalla Signoria, nè veruna dispensa se non data dal patriarca. Clemente, credendone pregiudicate le ragioni della Chiesa, ammonì il senato colla mansuetudine che i tempi imponevano; ma esso rispose con alterigia, ed avocò a sè le cause ecclesiastiche.

Carlo III quando regnava a Napoli, volendo trarre a lustro e ricchezza del regno anche le esorbitanti rendite degli ecclesiastici, ordì con Roma un concordato. Ma poi, seguendo i consigli del ministro Tanucci, abolì le decime ecclesiastiche, vietò nuovi acquisti alle manimorte e il ricorrere a Roma, restrinse la giurisdizione ecclesiastica, e il numero dei preti a dieci, poi a cinque ogni mille anime; le bolle nuove o antiche non valessero senza il regio beneplacito; il matrimonio s’avesse quale contratto civile, e le dispense si dessero dai vescovi, che venivano rinforzati in faccia a Roma, indeboliti in faccia al re; assegnò una pensione «al figlio del più grande, più utile allo Stato, e più ingiustamente perseguitato uomo che il Regno abbia prodotto in questo secolo», cioè il Giannone; poi cominciò a cavillare le bolle e i brevi di Roma e impacciarne la pubblicazione; le tolse lo spoglio de’ vescovi e il frutto in sede vacante, varie retribuzioni alla cancelleria romana, e la nomina de’ cento vescovadi di Sicilia; dove fu abolita l’Inquisizione e costituito un vescovo pei Greci uniti, senza farne motto al papa; sminuiti da sedicimila a duemila ottocento i frati mendicanti; infine levato il tribunale della Nunziatura.

Guardandosi la Sicilia come antico feudo della santa Sede, ogni vigilia di san Pietro da un connestabile venivano presentati al pontefice una chinea e seimila ducati. Antico o no che fosse questo rito, espressa convenzione n’era corsa fra Sisto IV e Ferdinando d’Aragona nel 1479: nel principio del secolo avevano gareggiato a fare quell’offerta sì Filippo di Borbone che Carlo d’Austria. Il quale poi, anche cessata la rivalità, nel 1722 invocò dal papa l’investitura del regno, e «per fini forse più alti e prudenti che a noi cotanto umili e bassi non lice indagare»[125], gli prestò giuramento ligio, gli offrì la chinea e pagò il solito censo. Carlo III ricevendo la investitura nel 1739, solennemente vi si obbligò: ma poi espresse che rendeva quell’omaggio ai santi Apostoli; indi nell’88 il suo successore non invia la chinea, soltanto offrendo settemila ducati alla tomba dei santi Apostoli. Allora il papa a lamentarsi del fallito canone feudale; centinaja di libercoli nell’un senso e nell’altro con passione, e malafede avvilupparono la quistione, osservandola come speciale fra il regnante di Napoli e quel di Roma, senza avvisare il punto supremo posto dietro a questa accidentale, e diciamolo pure, frivola apparenza[126].

Parma, Piacenza, Guastalla, coi principati di Sabbioneta e Bozzolo, nella pace d’Aquisgrana eransi assegnate a don Filippo infante di Spagna e a’ suoi discendenti; il quale ne pigliò possesso il 7 marzo 1749. Sua moglie Maria Luigia Elisabetta, avvezza alle suntuosità di Luigi XV di cui era figlia prediletta, ne ispirò il gusto al marito, sicchè non bastando le entrate del piccolo paese, si caricò di debiti: e Ferdinando re di Spagna, che per molte ragioni lo disapprovava, negò soccorrerlo, finchè per interposto di Luigi XV gli diede di che spegnere i debiti e una pensione di ducenventicinquemila franchi; e gli pose a fianco un buon amministratore, qual era Guglielmo Dutillot di Bajona, che ebbe il titolo di ministro dell’azienda.

Da Filippo nacquero due figlie, una che sposò Carlo IV di Spagna, l’altra Giuseppe II d’Austria; e il maschio Ferdinando, al quale fu dato per ajo il filosofo francese abate Condillac, che per lui stese il Corso di studj in sedici volumi, come Millot di lui fratello il primo Corso di storia universale, e Mably i Discorsi sullo studio della storia: ma pare gli sopraccaricassero la memoria in luogo d’assodarne il giudizio; onde una dama predisse: — Ne faranno un uomo a dieci anni, un fanciullo a venti»; e quel ch’è più, secondo le astrattezze filosofiche, volevano formarne uno spirito forte, fin colla violenza imponendogli una devozione ch’egli spingeva alla santocchieria[127].

Ferdinando, succeduto di quattordici anni (1765), lasciò far ogni cosa al Dutillot, che allora ebbe il marchesato di Felino, fruttante da sette in ottomila lire di Parma. Economo con magnificenza, fermo con dolcezza, disinteressato, sapeva entrare nelle infime minuzie, come d’un patrimonio privato; eppure non perdea di vista l’unità dell’amministrazione, e potè far bastare le scarse rendite, non che ai bisogni, allo splendore del ducato. Tolta l’istruzione ai Gesuiti, si riordinò l’Università, nella quale insegnarono il piemontese Paciaudi, il Valdrighi, l’ebraizzante De Rossi, Silvani, il padre Venini, i fisici Lesueur e Jacquier, il Contini veneziano, l’ex frate Amoretti d’Oneglia, il poeta Angelo Mazza, Pujol, il Capretta, il Botta, Uberto Giordani. Intanto Parma si abbelliva dei poeti Bondi, Mazza, Manara: Adeodato Turchi, lodato per eloquenza rimbombante, fu maestro de’ principini[128], posto invidiatogli perchè era di oscura nascita, poi fu assunto vescovo di Parma. Quivi il Bodoni di Saluzzo, emulando gli sforzi dello spagnuolo Ibarra, degl’inglesi Baskerville e Bulmer, del francese Didot, fondeva bei caratteri, e compiva eleganti edizioni, troppo per verità sagrificando al lusso tipografico; il frate Fourcaud radunava un gabinetto di antichità e di storia naturale; Delaire scriveva nella gazzetta letteraria, dove avendo sparlato della nostra letteratura, levò contro di sè il vespajo. Dapprima il Frugoni, poi il conte Rezzonico di Como furono poeti di Corte e segretarj all’Accademia di belle arti: al quale ultimo il duca diede incombenza di scrivergli i viaggi che faceva per l’Europa, e venticinque anni sel tenne carissimo, poi ad un tratto lo privò della grazia e di tutte le dignità e le pensioni «per motivi riservati alla sovrana sua cognizione».

È naturale che quel duca fosse lodatissimo dai contemporanei, e ricevesse innumerevoli dediche di opere, sebbene presto cessasse da tal protezione. E per verità quella fu l’età dell’oro di Parma, abbondante di denaro, visitata da forestieri, colta di dottrine. Il conte Jacopo Antonio Sanvitale (1690-1780), amico dei migliori ingegni, apriva spesso teatro nella propria casa, l’onorarono i regnanti, e i poeti gli profusero lodi che la posterità non confermò. Gaspare Cerati oratoriano (1690-1769), che a Roma si fece conoscere per uno de’ migliori eruditi, da Gian Gastone fu chiamato provveditore dell’Università di Pisa; viaggiò tutta Europa, e fu aggregato a molte accademie, e non meno di seicento lettere all’anno riceveva, piene di lodi sue e di particolarità che le renderebbero preziose, s’egli non avesse creduto di distruggerne o restituirne gran parte; perocchè fra’ suoi corrispondenti figurano i migliori personaggi da Voltaire, Montesquieu, Maupertuis, Federico II, fino al Cóncina e al Patuzzi, a non dir quelle direttegli dal Ganganelli, che sono della fucina del Caracciolo. Non sagrificò ai pregiudizj irreligiosi, e sincero e tollerante otteneva la stima sì dei Giansenisti che degli Enciclopedisti: ma di tanti viaggi, di tante cognizioni nulla lasciò scritto, amava tornar ai campi, e innestar alberi[129]; pur rispondendo ai tanti che chiedeangli pareri sopra materie variatissime.

Dutillot sapeva accontentare e Francia e Spagna, e pensava a fondere col Parmigiano lo Stato di Modena. Quivi si viveva alla cheta come nel resto d’Italia, senza nè oppressura de’ principi, nè aspirazioni de’ popoli. In tempo della fiera di Reggio l’appaltatore s’avvisa di dare uno spettacolo buffo invece dell’opera grande; i cittadini rumoreggiano, minacciano; il governatore trae fuori le truppe, ma queste si lasciano disarmare dai cittadini, i quali rimangono alcun tempo padroni della città, finchè il Governo si rassegna a dar soddisfazione.

Il duca Francesco III (1737-90), magnifico, legislatore, il più gran principe di Modena, fe bella la città; grandi edifizj dappertutto: raddrizzò le vie, coprì le cloache, condusse la strada a congiungersi con quella di Toscana, ampliò l’Università fabbricandone il palazzo e dandole buone regole, ridusse tutte le opere pie in una sola amministrazione, finchè si vide ch’era male, promulgò il Codice (1771) uniforme in tutto il ducato, ma spese troppo e ne venne il fallimento. Lo accusano che pensasse a tesoreggiare con traffici e monopolj, non per avarizia, ma perchè aveva osservato che i signorotti d’Italia, nei conflitti tra Francia ed Austria, erano sempre stati costretti a fuggire e vivere mendicando. Di tale avidità non pativano i popoli, anzi moltissimi viveano delle cariche di Corte e dei numerosi servigi: essendo Reggio carica di debiti fin al cinque e mezzo per cento, esso le fece un prestito al quattro e mezzo, col quale si redense degli altri. Tenea per amica una Marini milanese, che provveduta di trecento zecchini all’anno, non intrigava e viveva abbastanza rispettata.

Il duca aveva un solo figlio Ercole Rinaldo, che sposò Maria Teresa erede di Alderano II Cibo, il quale possedeva il ducato di Massa e Carrara feudo imperiale[130]. Nell’unica figlia Beatrice colavano dunque le eredità dei Malaspini, dei Cibo, dei Pico della Mirandola, dei Pio da Carpi e Correggio, degli Estensi di Modena; sicchè ambitissima n’era la mano. Il Dutillot fece opera d’ottenerla al duca di Parma, col che avrebbe costituito un grosso Stato nella media Italia; ma tanto bastò per attirargli l’animadversione dell’Austria, la quale riuscì a sposarla all’arciduca Ferdinando, promettendo a Francesco III di costituirlo governatore di Milano, ch’egli ben preferiva alla piccola Modena. Trasferitosi in fatto alla capitale dell’Insubria, senza curarsi degli affari nè dell’opinione, viveva da signore a Varese, dove sposò privatamente una contessa Simonetta; intanto che nel Modenese la partenza della Corte lasciò in miseria i tanti servidori[131].

Maria Teresa d’Austria fece sposare al duca di Parma (1769) la figlia Maria Amalia. Bella, operosa, risoluta, costei al par delle sue sorelle regine di Napoli e di Francia padroneggiò lo sposo più giovane di lei, il quale, da devotissimo che era, si scapestrò e circondossi di compagnacci e di vulgari amiche, siccome permettevagli l’abolito cerimoniale; e perchè Dutillot avventurava qualche osservazione sul derivatone scompiglio delle finanze, gli prese addosso pessima volontà[132].

La duchessa, insofferente de’ convenevoli spagnuoli che impacciavano i suoi piaceri, aveva negato ai ministri di Spagna e Francia certe distinzioni consuete. Carlo III se ne lagnò severamente; Luigi XV biasimò il duca e la moglie d’una condotta che faceagli torto in faccia a tutta Europa, e gl’impose, in tono di avo, di ripristinare il cerimoniale, escludere que’ libertini, e per quattro anni affidarsi in tutto al Dutillot, cui lodava senza riserva, e nelle cui mani si pagherebbero d’allora innanzi le pensioni di Francia e Spagna affinchè ne disponesse al pubblico vantaggio. Ferdinando, benchè fremente, soscrisse l’obbligo di stare ai consigli del Dutillot, nè far dispensa, giustizia, grazia, se non secondo la prudenza e lo zelo di questo; oltre che per sopravegliarlo si mandò il signore di Boisgelin da Francia, da Spagna il signor di Ravilla. Detto fatto, alle allegrie della Corte sottentrano malumori e intrighi; gl’infanti non poteano rassegnarsi a quell’umiliazione, e tanto tempestarono, che Spagna e Francia, dopo lungo resistere, furono costrette a dismettere il Dutillot (1771) pur colmandolo di lodi. Appena congedato, egli si vide assalito dalla plebe; ritirossi a Colorno, poi a Madrid presso Carlo III, infine morì a Parigi il 1774. A Parma gli fu surrogato il signor di Llano: ma Amalia si gettò malata per non vederlo, e invece dei grandi non riceveva più che subalterni e fin servidori, mentre il marito tornava a chiassosi piaceri. Il re di Spagna ricorse a Maria Teresa, perchè «ponesse fine alla condotta violenta e sconsiderata di sua figlia»; e Giuseppe II la minacciò perfino d’un monastero. Ella, non che cedere, trasse seco il marito a Colorno per iscostarlo dal Llano; onde Maria Teresa, uscitine vani altri compensi, interruppe ogni corrispondenza con costei «che vitupera la sua famiglia per amore d’un dominio dove non produce che confusione e ruina, e mentre vuol far sentire la sua grandezza, s’avvilisce con servidorame e scuderie»: altrettanto usarono i re di Spagna e di Francia quando al nuovo ministro fu tolto il portafoglio. Allora il duca dovette chiedere scusa a Carlo III, e richiamar Llano (1774), il quale però bersagliato continuamente dall’odio degli infanti, chiese lo scambio, e fu sostituito dal conte di Sacco, quello appunto al quale egli aveva raccomandato di non affidarsi.

Prima che venissero le sue infauste giornate, il Dutillot, conforme di idee a Pombal ed Aranda, e sostenuto dai teologi Contini e Turchi, avea tratto il suo duca a cozzo colla Corte romana, siccome abbiam veduto (pag. 202): più non poteva egli sostenersi dacchè con questa venivasi a riconciliazione: e alla disgrazia sua seguì quella de’ suoi amici; allontanati dalla Corte l’Amoretti, il Venini, il Soave, il Paciaudi, il Contini.

Maria Teresa imperatrice lasciò un nome popolarmente caro agli Austriaci, e non meno ai Lombardi: ma un alto concetto della sua famiglia facea riguardasse come delitto qualunque resistenza, come usurpamento qualunque attenuazione; Federico II chiamava sempre «quel tristo, quel mal arnese»; le sommosse punì con atrocità; eppure tutta affetto pel popolo, parlava il dialetto, e i Viennesi ricordano tuttora le volte ch’ella stessa, affacciandosi al palco del teatro, annunziava, — La moglie di Leopoldo ha fatto un maschio».

In quarant’anni di regno essa aveva adoperato a svecchiare la monarchia austriaca, cercando bensì accentrare l’autorità, ma non volendo abbattere i privilegi de’ varj dominj e i corpi municipali o paesani, che sono l’ultima salvaguardia de’ vinti; e assistita dal principe di Kaunitz, conobbe i miglioramenti che il secolo chiedeva, ma senza precipitarvisi. Al marito non lasciò alcun’autorità; pochissima al figlio Giuseppe, che fece coronar imperatore alla morte di quello.

Sull’Italia volea dominare per mezzo di matrimonj, avendo un figlio granduca di Toscana, un altro marito della erede di Modena, una figlia regina di Napoli, una duchessa di Parma, oltre la Lombardia su cui direttamente regnava. Benchè piissima e devota al pontefice, anch’essa scemò le corporazioni religiose, e volle sopravegliare alle manimorte. La censura dei libri, che era sempre stata larghissima, tantochè alquanti professori, fuggiti dal Napoletano in Piemonte con Vittorio Amedeo, non trovandovi bastante libertà d’opinioni, vennero nel Milanese ad insegnare e a stampare i loro libri, fu tolta ai regolari per darla a laici; abolita l’Inquisizione e le carceri dei frati e gli asili; ad una giunta economale si commisero le materie miste ecclesiastiche, ad un’altra le riforme de’ luoghi pii e delle parrocchie; ordinato ai vescovi di Lombardia di sopprimere la bolla In cœna Domini.

La Lombardia aveva cessato dal decadere, appena passò dagli Austriaci spagnuoli ai tedeschi; se le invereconde guerre dinastiche al principio del secolo la gravarono d’imposte, sopraggiunsero poi quarantott’anni di pace che ristorarono i danni. Sempre più perdeasi lo spirito militare, nell’esercito non essendovi di nostri che un reggimento di dragoni acquartierato in Ungheria, poche truppe raccoglievansi coll’ingaggio, e si chiedeva che l’Austria ne tenesse qui buon numero di sue affinchè consumassero le nostre derrate, lamentandosi perchè invece di cinquantamila non ve n’avesse mai più di dodici o tredicimila, e se ne spedisse il vitto e il vestito da Germania, anzichè spender qui il denaro che qui si riscoteva, e che del resto era prefinito. La gran vicinanza de’ confini veneti, grigioni, svizzeri, modenesi, parmigiani, piemontesi, genovesi, agevolava il contrabbando e l’impunità delle masnade, che mai non cessarono d’infestar il paese. Rategno verso Modena era asilo e scuola di ladri; altrettanto Pozzuolo Formigaro nel Tortonese, Castellazzo e Castel Fe nell’Alessandrino; peggio le valli bergamasche sulla sinistra dell’Adda, e i famosi boschi della Merlata[133].

Pure migliorando il pingue terreno, diffondeasi l’agiatezza; e il cheto vivere e il ben mangiare formavano la delizia de’ grandi e de’ piccoli. I regnanti erano amati perchè mostravano il desiderio di prosperar il paese, non di smungerlo; rispettavano le convenzioni, i privilegi, i corpi, le abitudini; non offendevano il sentimento nazionale col mettere impiegati forestieri, e dell’andamento pubblico si brigavano quanto solo fosse necessario alla suprema direzione; aveano insomma l’arte di far poco, mostrarsi poco, e non togliere ai cittadini la compiacenza di faticare pel proprio paese; talchè non v’era nè abjezione nell’obbedire, nè caparbietà al resistere.

Maria Teresa, benchè mai non visitasse queste provincie, lasciò migliorarne l’amministrazione. L’onnipotenza de’ governatori, che tenevano forma di regime militare, fu temperata dacchè un ministero robusto volle da Vienna sorvegliarli (1758) mediante una congregazione speciale; meno poterono dacchè vi fu posto il duca di Modena, che per verità lasciava ogni cura al Cristiani, poi al Firmian. Infine vi venne l’arciduca Ferdinando (1771), buon tedesco fra buoni Lombardi, gaudente fra gaudenti, amico del lusso, mentre Beatrice d’Este sua moglie diffondea la letizia e la beneficenza.

Fin allora restavano privativa regia non solo il sale e il tabacco, ma i solfini, le scatole, il ghiaccio. Mentre le tasse colpivano cento volte la merce stessa, e mal ripartite erano le imposte secondo un catasto invecchiato nè più in proporzione coi presenti bisogni, a un nuovo censimento servì di base la misura dei terreni, decretata da Carlo VI, e ridotta a termine nel 1759. Per esso ciascun fondo fu tassato secondo il proprio valore e nel Comune dove realmente esiste; tolto ogni divario tra nobile e plebeo, tra pubblico e privato, cittadino e forese, laico e religioso; lo Stato riscuote le imposte nel modo più piano, sicuro e men dispendioso, tenendo unico debitore il fondo stesso. Così si potè crescere di molto l’entrata, eppur alleggerire i sudditi coll’abolire tanti sopraccarichi, e col ripartirla equamente. L’estimo venne felicemente combinato col sistema comunale, avanzo delle istituzioni repubblicane, che al governo generale ne opponeva uno locale, abbastanza indipendente nel limite di sue attribuzioni, e con una deputazione eletta ne’ convocati comunali, nei quali ha voce chiunque possiede.

La paura della fame nella pingue Lombardia suggeriva strani impacci alla circolazione de’ cereali, e cagionava indagini a’ granaj, inutili angherie, rimedj estremi, e in conseguenza carezza e fame. Nel 1770 ordinavasi ancora che in Milano si portasse tutta la parte dominicale di grano delle pievi di Agliate, Appiano, Binasco, Bollate e delle altre più ubertose; in Lodi metà del frumento, un quarto della segale; in Como tutta la porzione dominicale del frumento e della segale; non eccettuando i fittajuoli che pagano in denaro. Di peggio causava il vendersi le regalìe ad appaltatori, con sgherri, ed arbitrio di frugar le case, sicchè la quiete domestica era turbata, delatori faceansi ministri di vendette, e non si osava lasciar aperta una finestra nè giorno nè notte, perchè qualche malevolo non vi gettasse un pacco di tabacco o di sale, e poi denunziandovi vi precipitasse in ultima rovina. Un ordine pubblicato sotto il governatore Firmian teneva solidali i padri pei figliuoli, i padroni pei servi nelle pene del contrabbando.

Contro di tali abusi levarono la voce i filantropi: e in fatto il commercio delle granaglie fu svincolato; le finanze nel 1766 furono ridotte ad un appalto misto con un rappresentante regio, poi nel 71 emancipate del tutto, il che vantaggiò l’erario di centomila zecchini l’anno; si fece una tariffa uniforme per le dogane; un monte delle sete, che ai particolari togliesse la necessità di venderle a precipizio; si creò il monte di Santa Teresa per concentrare in un solo i debiti dello Stato, e una camera de’ Conti per esaminare e dar pubblicità alle entrate e spese. Della moneta fu commessa la riforma al Consiglio superiore d’economia, poi al magistrato camerale, in cui sedeano Carli, Verri, Secchi, Annibale e Cesare Beccaria; e nelle discussioni d’allora furono librate e sciolte le questioni sul corso abusivo, sulla deficienza della moneta legale assorbita dai dazj e dalle imposte, sul progressivo allontanarsene della abusiva: poi la monetazione del 1777 fu trovata un capolavoro: i talleri di Maria Teresa erano cercatissimi negli scali di Levante, e da Genova a Venezia venivano tratti con aggio generoso: in conseguenza la zecca milanese lavorava attivissima, il che è un vantaggio anche considerandola come manifattura, oltrechè ajuta il Governo nel sostenere la spesa delle macchine e degli operaj.

L’apertura del naviglio di Paderno compì l’impresa cominciata sei secoli prima, di congiungere Milano col Ticino e coll’Adda. Si propose una casa di ricovero pei poveri e di correzione pei delinquenti. Si videro a Milano numerate le case, illuminate le vie, un giardino pubblico, medici e farmacisti distribuiti a misura. All’Università di Pavia furono invitati i migliori professori, senz’abjetta esclusione dei forestieri; Scarpa, Borsieri, Rezia, Spallanzani, Tissot, Mangili, Nessi, Carminati, Frank, Brambilla faceano progredire la storia naturale e la scienza salutare; Mascheroni, buon poeta, e Gregorio Fontana onoravano le matematiche; Bertóla e Teodoro Villa davano esempj e precetti d’eloquenza e poesia; Nani e Cremani assodavano i principj di giurisprudenza criminale; Volta preparava scoperte che doveano mutar faccia alla fisica e alla chimica. A Brera fu fondata la specola nel 1766 dal gesuita raguseo Boscovich, ampliata nel 73, e apertovi un ginnasio imperiale e una biblioteca: nelle Scuole Palatine fu eretta una cattedra d’economia pubblica e d’arte notarile; più tardi, una d’idrostatica e idraulica: si ordinarono poi scuole normali, sotto l’ispezione del luganese Francesco Soave somasco, il quale, non capace a far procedere la scienza, ma a ridurla all’intelligenza comune, fece libri elementari dall’abici sino alla filosofia, e coi cremonesi Bianchi e Fromond, coll’agostiniano Amoretti d’Oneglia, coll’Allegranza, pubblicava una Scelta di opuscoli interessanti, che si possono leggere ancora. Una Società patriotica attendeva a esplorare le ricchezze del paese, diffondere l’istruzione e l’industria anche fra il popolo. Lo Stato, che nel 1749 contava novecentomila abitanti, nel 70 ne offriva un milione centrentamila, ed i vecchi nostri ricordano con compiacenza quei tempi, fors’anche pel confronto dei succeduti.

Il Governo non prendeva ombra de’ novatori. Carli fu posto presidente al Consiglio supremo di commercio e d’economia pubblica. Mentre l’offeso egoismo portava accuse contro del Verri, l’imperatrice lo nominò nella giunta per gli affari di finanza, poi in esso Consiglio d’economia. Ella assegnò una pensione a Giorgio Giulini perchè continuasse le Memorie di Milano, e una all’Argellati per la Bibliotheca scriptorum mediolanensium. Del Vallisnieri, tacciato di aver malversato il museo di Pavia a vantaggio del proprio, Firmian proclama in lettera l’innocenza. Borsieri soccombeva alle persecuzioni degli scolari e dei colleghi, e Firmian gli scrive confortandolo, ed esser lui «necessario al decoro di quell’istituto letterario»; talchè i vili, premurosi a calpestare il merito perseguitato, s’affrettano a fargli giustizia quando il vedono appoggiato dai potenti, la gioventù il vuole rettore perpetuo, e quando, chiamato medico di Corte, parte in modesta sedia, l’accompagna in lungo treno.

Così procedeano le cose in armonia in quello stadio delle riforme, che sorride agli uomini di buona volontà, e dove non si distrugge nulla, si migliora tutto; il clero veniva ridotto entro confini competenti, senza svilirlo; l’istruzione non toglievasi ai claustrali, ma vi si poneva accanto una laicale più consentanea ai tempi; le piccole società, che dopo il primo fiore pregiudicano alla grande, si limitavano o correggevano, non s’abolivano.

La riforma, quando non sia semplice rattoppo amministrativo, nè prurito di cambiare, richiede sicuro giudizio affine d’intenderne lo scopo ed avvisarne il momento; richiede ferma ragione per non isbigottire alle difficoltà, alle objezioni speciose dell’egoistico scontento, nè avventarsi a radicali mutazioni, per logica impazienza.

E alla smania di riformare si sbrigliò Giuseppe II. Nominato imperator de’ Romani (1765) alla morte di suo padre, col più sonoro titolo di cristianità era il più povero fra i principi, neppur un palmo di terra possedendo ove esercitar giurisdizione; e poichè sua madre voleva essa veder tutto, far tutto, per quindici anni egli si trovò costretto a frenare le sue voglie di guerra e d’innovazione. Intanto applaudiva i propositi degli economisti e le loro astrazioni, ascoltava ai ragionari dei filosofi e dei franchi pensatori; ne’ viaggi ostentavasi liberale, come tutti quelli che sono presso al trono; lodava, prometteva, divisava, ricevea suppliche, reclami, piani. Traverso agli aristocratici e ai cortigiani intravide il cattivo governo del suo paese, monarchia temperata piuttosto dalla debolezza centrale e dalla forza d’inerzia degli usi locali e de’ corpi, che non da spirito indipendente dei nobili o de’ borghesi; ignoranza nel popolo, ozio nei monaci, ingiusti privilegi nei nobili, avvilimento nella moltitudine; e animato dalla filantropia alla moda e da un amor di giustizia assoluto, agognava a capovolgere ogni cosa, immaginando che i decreti potessero tutto, che bastasse voler il bene per effettuarlo. Nel 1769 viaggiò in Lombardia, ove da Carlo V in poi nessun imperatore era comparso; volea parlar di tutto, di medicina negli ospedali, di teologia coi preti, di legislazione cogli avvocati, d’economia coi finanzieri; affollava domande e non aspettando le risposte, lanciava apoftegmi, di cui nessuno doveva dubitare. Sono arti che spesso fecero effetto.

Cupido d’emulare Federico II di Prussia, che allora colla spada, coll’astuzia, col pensiero acquistava il primato nella Germania, e impedito dalla madre nei mutamenti grandi, metteva ostinazione nelle bagatelle e violenza: poi quando si trovò libero di sè a quarant’anni (1780), pensò attuare a precipizio ciò che avea lungamente ruminato. Dicendo che i re hanno un particolare istinto di governare, sicchè la loro opinione val più che non i consigli de’ ministri, attese a trarsi in mano la direzione assoluta di tutte le forze della monarchia. In un dominio composto di paesi e nazioni tanto divergenti di civiltà, di lingua, d’indole, aggregate in diversi tempi, con diversi privilegi, pensò introdurre unità e accentramento, secondo le astrazioni filosofiche e l’esempio di Francia, quasi una regolarità geometrica stesse meglio che non la varietà derivata dalla storia e dai costumi, e che al Croato potessero convenire gli ordini stessi che al Lombardo. Il concetto d’un’unione morale mai non gli si affacciò, qual sarebbe stata per esempio la letteratura; ma credendo indegno di sè il lasciarsi rattenere da diversità di razza, di coltura, di costituzione civile, si accinse a rimpastare privilegi, consuetudini, nazionalità; filosoficamente sprezzando gl’interessi lesi e i sentimenti urtati, scriveva: — Il bene dei particolari è una chimera, ed io lo sagrifico al bene generale». E altrove: — Un fatto non può giudicarsi se non dallo scopo suo, nè gli effetti apprezzarsene che dalle conseguenze, le quali appajono in capo ad alcuni anni. Vedo che la logica di Roma non è quella del mio paese, e perciò sì poca armonia v’è tra l’Italia e l’impero germanico».

Abolite le giurisdizioni feudali, dettò un codice, ove tutti erano pareggiati in faccia alla legge, ma così precipitato che subito si vollero e interpretazioni e cambiamenti; con attività morbosa in tre anni buttò fuori trecensettantasei ordinanze, brigandosi delle minime particolarità del vestire e dei protocolli: ma precipitoso a decretare, irresoluto a far eseguire, per amor della giustizia voleva esercitarla personalmente e aggravar perfino le condanne; per filantropia credeva cambiar di tratto il genio dei popoli; facea dappertutto ruine, e sulle ruine piantava l’aquila; sicchè eccitò in ogni luogo lamenti, in qualche luogo seria opposizione e rivolte.

Dicemmo come si diffondessero le dottrine del falso Febronio (pag. 191), carezzate principalmente dalla Germania, sempre oculata a fare smacco all’Italia: e Giuseppe ne trasse una sospettosa ostilità contro le franchigie ecclesiastiche; onde proibì ogni relazione con Roma, nè di recarvi le cause riservate; breve o bolla non si pubblicasse senza il regio assenso; i vescovi dessero le dispense di parentela; levata dai calendarj l’uffiziatura di Gregorio VII, e da ogni luogo le bolle In cœna Domini e Unigenitus, con proibizione di disputare pro e contro le proposizioni di queste; tolleranza de’ culti acattolici; non s’impugni verun’opera stampata negli Stati austriaci, nè i predicatori entrino in controversie contro i dissidenti. Le processioni, i pellegrinaggi, le confraternite furono abolite; ma «ben lontano l’augusto monarca dall’intendere d’allontanare lo spirito de’ suoi sudditi da detti oggetti, ha anzi inteso interessarli sempre più, invitando gli individui de’ soppressi corpi e gli altri suoi sudditi a riunirsi in un solo, ch’egli ha già stabilito negli altri suoi Stati, e che vuole che anche in questi si stabilisca col nome di Confraternita della cristiana carità, onde tolta la varietà degli spiriti o degl’impegni, tutti collimino ad un medesimo fine»; e ne dava le regole, e tra il resto vi erano promotori e padri dei poveri che doveano soccorrere a domicilio; ma l’istituzione non fu mai attuata. Bensì coi beni tratti al fisco costituì un fondo di religione, parte del quale convertì a salariare i parrochi, che aumentò di numero. I capitali delle chiese e de’ luoghi pii s’impiegarono tutti sul libro pubblico; e poichè il popolo balza sempre più in là del vero, corse voce intendesse incamerare tutte le temporalità de’ benefizj, e render il clero stipendiario dello Stato, far la liturgia in vulgare, levar dalle chiese gli ornamenti e certe immagini. Il diritto di nominare i vescovi, che già egli possedea per gli altri paesi, il pretese anche per la Lombardia; elesse l’arcivescovo di Milano senza informarne nè il corpo municipale nè il papa; e avendo questo mandato lamenti, Giuseppe rinviò il breve come in termini non convenienti: sottrasse le fraterie da’ capi forestieri o residenti fuor di paese, subordinandole a provinciali proprj, dipendenti dal vescovo, nè alcun monaco viaggiasse a Roma; Certosini, Carmelitani, Olivetani, Camaldolesi, Clarisse, Cappuccini escluse, traendone al fisco i beni; appresso anche i Benedettini, Premontresi, Cistercensi, Domenicani, Paolotti, Trinitarj, Serviti, Francescani; quelli che tollerò doveano fare scuola, dispensati dal cantare in coro e da altri oneri pregiudicevoli alla sanità. I seminarj alti in Lombardia sottrasse alla direzione degli ordinarj, sostituendo a Pavia un unico portico teologico, dove pure trasferì il collegio Germanico di Roma. Che più? prefisse l’orario per tener aperte le chiese e sonar le campane; queste non si tocchino ne’ temporali[134]; non più esequie pompose, perchè la tomba uguaglia tutte le ineguaglianze; i cadaveri si sepelliscano nudi entro un sacco[135]; levinsi i doni votivi dalle chiese; non facciansi processioni se non pel Corpus Domini e le Rogazioni; non si portino statue e stendardi troppo grandi; cessino la devozione del sacro Cuore di Gesù e del cingolo di san Francesco.

Rideva Federico II di questo re sagristano, e soggiungeva che costui al desiderio d’imparare non univa la pazienza d’istruirsi, e che faceva sempre il primo passo dopo il secondo. Infatti operava coll’assolutezza di chi è convinto d’operar il bene; a un superiore di convento che gli palesava i suoi scrupoli, disse: — E voi andate dove questi ordini non ci sieno»; a un vescovo che, per conformarsi ai decreti di lui senza mancare ai proprj doveri: gli chiedeva istruzioni; rispose: — L’istruzione è che voglio esser obbedito».

Pari intenzioni e pari modi davano feconda agitazione alla Toscana. I Lorenesi, a cui i trattati la assegnarono, trovavanla foggiata a obbediente mitezza, ma esposta agli abusi d’un’amministrazione che, del resto non peggiore delle sue contemporanee, non erasi mai modificata a seconda del voto dei cittadini, nè reso conto degli atti proprj se non in secreto e al principe. Ora il secolo con nuove idee domandava nuove cose, e fu fortuna della dinastia austriaca il giungere nel buon momento di effettuarle.

L’antica repubblica, formata colla successiva aggregazione di piccoli paesi, ciascuno con privilegi e fôro particolare, avea lasciata viziosissima la giustizia civile, e leggi varianti dalla città alla campagna, da una provincia all’altra. I Fiorentini godeano vantaggi sopra la campagna e le provincie, e il Senese era considerato tuttavia come paese di conquista: le università di arti conservavano statuti e giudici proprj; sicchè in Firenze contavansi trenta tribunali oltre il magistrato supremo, il qual magistrato, investito un tempo delle attribuzioni della Signoria, erasi ridotto a tribunal civile; così al senato de’ quarantotto notabili era stata tolta ogni giurisdizione; il consiglio dei duecento capi di famiglie plebee sussistea di puro nome, traendosi invece gli affari al fisco e alla consulta. Lo statuto fiorentino, riformato il 1415, suppliva alle imperfezioni di mille cinquecento statuti parziali non mai aboliti; e raccogliendo il meglio dell’antica esperienza, reprimeva la feudalità. Le leggi granducali, savie spesso, non di rado erano gonfie e oscure nella redazione, e non abrogandosi le anteriori, portavano un inestricabile viluppo, opportunissimo ai mozzorecchi. Spesso atroci e sproporzionate le pene; e gli editti sanguinosi di Cosimo I contro i ribelli duravano in vigore, sebbene non s’applicassero. Molti impieghi passavano in eredità; le cariche, un tempo distribuite dai consessi popolari, per evitar i brogli si conferivano a sorte: ma con ciò cadendo in persone inette, bisognava porre a lor fianco chi gli ajutasse, e lo Stato pagava gli uni e gli altri.

Malgrado l’intento di togliere il feudalismo e le giurisdizioni patrimoniali, Cosimo I volle procurarsi denari e appoggi e attirar forestieri col conferire feudi; onde, tra imperiali e granducali, a mezzo questo secolo ne sussistevano quarantasette, dai quali i prepotenti signori insultavano la legge. Alla famiglia Bourbon era stato dagl’imperatori infeudato Monte Santa Maria, posto sul confine papale in alpestre situazione, e perciò opportuno a facinorosi e banditi, che i marchesi adopravano alle loro prepotenze. Il ramo che v’abitava era poverissimo; ricco assai l’altro, piantatosi in Cortona, e perciò invidiato dai primi. Dei quali Giambattista con nove fratelli di pari bizzarria, e massime Raimondo, frate apostato e libertino, si gittò alla strada, terribile a tutta la vicinanza, e provocò a guerra rotta il marchese Anton Maria di Cortona; ma i fratelli sonato a stormo, con più di cento satelliti vanno a liberarlo; nè si potè chetare lo sbigottimento delle vicine città se non mandando truppe. Allora i Bourbon ripararono sul territorio pontifizio; frà Raimondo e un fratello furono poi condannati alle galere per assassinj; gli altri, ricoveratisi in un convento francescano, ne sbucavano tratto tratto a predare. Avendo assalito il castello di Pian Castagnajo nel Senese (1754), furono respinti a forza, ma molte vite n’andarono. Pertanto la reggenza pubblicò editti e taglie spiranti ferocia; premiato chi ne assassinasse qualcuno; e si cominciò un processo, che intralciato dai privilegi, si trascinò per più anni, mancando l’effetto dell’esempio anche in quelli che furono puniti[136].

Quanto il legislativo, era complicato il sistema delle finanze; mal distinto il patrimonio pubblico dall’allodiale de’ Medici; e Cosimo III avea tentato nullameno che ridurre suo patrimonio tutti i beni stabili, urbani e rustici dello Stato, e gli acquisti fatti sia con bonificare terre, sia per confische o pene pecuniarie, successioni, imposizioni, regalìe. Il debito pubblico, che al venire de’ Medici non passava i cinque milioni di ducati, al loro finire giungeva ai quattordici; aggravio enorme sur una popolazione di appena novecentomila abitanti, e privata degli antichi proventi. Il commercio era decaduto, sì per le ragioni generali, sì per avere i primi duchi continuato a trafficare, con evidente disagio dei sudditi; ai quali pure restavano chiusi i porti d’Africa e di Levante dacchè l’Ordine di santo Stefano si considerò in guerra perpetua co’ Musulmani. Le commende di quest’ordine e di quello di Malta, le manimorte, i fidecommessi, le molteplici servitù di pascolo, di macchiatico, di legnatico, impacciavano la proprietà; e fin l’opera del prosciugar le maremme fu resa impossibile dal diritto che agli armenti spettava di pascolare nei campi sementati; anzi in alcuni luoghi era obbligo di lasciare tre annate al pascolo, una alla sementa; in altri il comunista avea diritto di far una nuova seminagione dopo la prima raccolta del proprietario. Al contadino incombeva il dovere di tener spazzate le fosse in margine alle vie, e servire colla persona o coi carri a richiesta delle comunità.

La Toscana fu peggiorata dalle dispute per la successione: inondata di Spagnuoli quando era destinata a don Carlo, inondata di Tedeschi quando i barattieri di popoli la destinarono a Francesco (1737) già duca di Lorena e marito di Maria Teresa d’Austria, il quale, pretendendo che il suo ducato valesse troppo meglio che la Toscana, chiedeva gli si aggiungessero anche i beni allodiali di Casa Medici[137]. In fatto la Elettrice morendo il chiamò suo legatario universale; ed egli si valse di quelle ingenti ricchezze a pro di Maria Teresa, per quanto a’ Fiorentini dolesse di vedere portar via tanti tesori e ornamenti della loro città.

Il Governo austriaco cominciò dall’esigere una colletta universale pel debito fatto nel mantenere le truppe spagnuole, esentandone però il clero; si proibirono i giuochi di rischio, eccettuato però il casino de’ nobili; il lotto si ridusse a regalia; date in appalto le finanze toscane per lire fiorentine 4,220,450, di queste 2,800,000 andavano al granduca per suo appanaggio, oltre che egli partecipava ai guadagni degli appaltatori. Tale somma continuò ad uscir di Stato anche dopo che il granduca, eletto imperatore, non dimorò che in Germania; allora la Toscana cessò anche d’avere diplomazia propria, confondendosi coll’austriaca.

Francesco avea cominciato a distruggere abusi e ceppi, svincolare le proprietà, trarre dai feudatarj a sè la potestà legislativa e giudiziale, la scelta delle milizie e l’altre regalie; accettò il calendario gregoriano nel 1750, abolendo l’êra pisana; riordinò l’amministrazione, coll’annuenza pontifizia fece concorrere gli ecclesiastici a spegnere il debito; tolse le linee doganali fra lo Stato vecchio e il nuovo; dappertutto introdusse economia. Assente il granduca, governava una reggenza di quasi tutti Toscani, preseduta dal Richecourt dispotico illuminato, ma tratto in discredito dalla emulazione di Carlo Ginori, ricco e destro governator di Livorno, e ravvivatore dell’industria e dell’agricoltura, il quale ottenne di succedergli. Ma l’uno ne morì di crepacuore, l’altro di gioja; e il granduca non esitò a mandargli successore quel Botta Adorno, che s’era infamato a Genova e a Brusselle. L’opinione pubblica si manifestò nelle imprecazioni lanciategli di mezzo agli applausi della sua entrata: ma quand’egli fu trasferito vicario imperiale a Pavia, la Toscana dovè continuargli la pensione di ottantaquattromila lire.

Essa fu pure obbligata a somministrare truppe per la guerra dei Sette anni; e poichè furono sconfitte, l’imperatore domandò altri mille uomini da paese sì piccolo e disavvezzo; talchè moltissimi migrarono. Dei quattromila marciati, appena trecento tornarono; onde si prese l’accordo di contribuire invece sessantamila fiorini, con cui soldare Tedeschi. Poi si dovette un donativo pel matrimonio di Giuseppe II: e perchè alcuni vescovi con sommessissime parole cercarono esimerne il loro clero, ebbero da Vienna, non volere sua maestà imperiale udir più reclami e piati su tal materia; pagassero, e tutto fosse finito. Piccolómini vescovo di Pienza, che resistette, ebbe carcere ed esiglio.

Nel trattato di Hubertsburg fu convenuto non dovesse mai la Toscana esser unita all’impero, ma restasse una secondogenitura della Casa d’Austria Lorena; in conseguenza cessò dalla misera condizione di provincia, ed ebbe un signore proprio in Pietro Leopoldo (1765), col quale cominciò un’êra nuova.

Scarso ingegno, retta volontà, ebbe l’arte di scegliere i consiglieri, fra cui primeggiarono Angelo Tavanti buon finanziere, Francesco Gianni, Giulio Rucellaj, Pompeo Neri. Ispirato da questi e dalle idee allora correnti, s’accinse a riformare nel modo che allora praticavasi, coll’onnipotenza dei decreti. Uniformò le leggi togliendo gli statuti particolari, le giurisdizioni feudali, i magistrati inutili, il Consiglio dei ducento, i tribunali delle arti, surrogandovi la Camera di commercio; tutti i cittadini fossero sottoposti alla medesima giustizia, fin il principe ed il suo fisco; ristretti e scelti i giudici; pubblicato un nuovo regolamento di procedura; a Giuseppe Vernaccini, poi a Michele Gianni si affidò l’incarico d’un codice, proseguito poi dal Lampredi, ma interrotto dalla Rivoluzione. Da quell’ostentazione di atrocità e violenza che credeasi propria di governi ordinati s’avvide il granduca che non restavano impediti i misfatti, bensì da punizioni moderate, ma pronte e sicure, e dall’esatta vigilanza. Pertanto abolì ogni immunità o privilegio personale o asilo, e insieme la tortura, la confisca, il giuramento de’ rei, le denunzie secrete, le accuse contro i parenti, i processi di camera ove l’accusato non era ammesso alla difesa, le deposizioni di testimonj uffiziali, la condanna in contumacia. A ciascuna colpa era prefissa la pena, togliendo la speranza di vederla diminuita nè per remissione dell’offeso nè per grazia sovrana. Alla pena capitale sostituì i lavori forzati: colle pecuniarie dovea formarsi un fondo di che compensare gl’ingiustamente carcerati. Escluse i delitti d’alto tradimento, sapendo qual terribile estensione soglia darsi a questo titolo.

Il senatore Gianni professava che «la libertà e non il regolamento sarà sempre il voto di chi brama il commercio felice». Ancor più coerente il Fabbroni diceva: — Acciocchè abbondi in un dato luogo un genere qualunque, non avvi altro arcano che di far sì che siavi sicurezza di venderlo con vantaggio; per venderlo con vantaggio è d’uopo che sianvi molti compratori; e per aver molti compratori non dobbiamo tenerci a soli nazionali»; e mostrava «i danni delle dogane che frastornano l’ordine generale della natura, impediscono il commercio, non impinguano l’erario, trasformano molti onesti in delinquenti».

Pertanto alle molteplici dogane fu sostituita una gabella unica per tutto il granducato, e libero l’entrare, uscire, circolare di qualunque merce, compresa la seta; libero il prezzo, libera la vendita dei beni d’ogni sorta; tariffa unica; non più vincolata l’industria da matricole d’arti e mestieri, da privative, esenzioni, fidecommessi; esonerati i contadini dai servigj di corpo, i possessi dalla servitù di pascolo pubblico; si fan vendere i beni comunali; l’amministrazione dei Comuni è affidata a quei che hanno interesse alla loro prosperità, cioè ai possessori medesimi; più di sei milioni si spendono in istrade e ponti; si aprono lazzaretti, canali, case d’educazione, di cui ottantatre per le fanciulle, rifugj pei poveri, un’accademia per le belle arti, conservatorj per le utili; sono riordinate le Università di Pisa e Siena, e in generale gli studj e i musei, gli archivj e gli ospedali; si sepellisca nei campisanti; si consideri cittadino lo straniero che abbia possedimenti in Toscana.

Furono cassati gli appalti che angariavano il popolo eppure scarsamente fruttavano, e l’obbligo che ciascuna famiglia comprasse una fissa quantità di sale; si rinunziò a certe propine e privative gravose, lasciando libera la coltivazione del tabacco e lo spaccio dell’acquavite e le fucine di ferro. Con una percezione più economica non solo Leopoldo riparò a questi vuoti, ma crebbe l’entrata di 1,237,969 lire l’anno, e in trentasette anni da ottantasette e mezzo ridusse a ventiquattro milioni il debito pubblico, adoprandovi anche del proprio e la dote della moglie; trenta ne consumò in miglioramenti, e cinque ne lasciò nel tesoro al suo successore, dopo abbellita la città e le ville imperiali. Subito se ne vedono splendidi effetti: la legislazione uniforme conduce un più equo riparto di diritti e di sostanze; l’agricoltura si rifà; Ximenes, Fabbroni, Fantoni curano il prosciugamento delle maremme; e se in quella di Siena fallì, vantaggiarono le valli di Nievole e di Chiana e i contorni di Pietrasanta, dove s’invitò gente col dare sovvenzioni e terre a tenui livelli.

L’Università di Pisa, già prima abbellita dal Cerati, dal Tanucci, dal Grandi[138], dall’Averani, dal De Soria, dal Politi, dal Marchetti, dal De Papa, ebbe gloria dal Vannucchi, dal Pellegrini, dal Guadagni; il Pignotti favolista, il Galluzzi storico, il Pagnini traduttore, la poetessa Fantastici, l’oraziano Fantoni, il petrarchesco Salomon Fiorentino, il robusto satirico d’Elci attestavano il fiore del piccolo paese; i Neri-Badía, i Bizzarrini, i Meoli, i Vernaccini, i Neri, i Bandini, i Tavanti, i Rucellaj ispiravano retti principj giuridici ed economici al principe novatore. Il quale, persuaso che «il miglior modo d’acquistare la confidenza del popolo al Governo è il far conoscere ai cittadini i motivi degli ordini che man mano divengono necessarj, e informarli senza velo dell’uso delle entrate pubbliche, giacchè il mistero ispira diffidenza, e svisa le intenzioni del principe e de’ suoi agenti», pubblicò lo stato delle finanze, e l’erogazione d’ogni piccola somma, e le principali disposizioni intorno alle varie sorgenti della pubblica prosperità[139]; poi rese ragione degli atti suoi in un libro intitolato Governo della Toscana sotto il regno di Leopoldo II.

Al tempo che dicevasi «Il re è tutto, la nazione è nulla», quest’austriaco proclamava dunque i diritti della nazione, e ispirava al popolo una sana libertà civile. Anzi o voleva od eragli suggerito di dar una costituzione (1781), «non potendo sussistere felicemente uno Stato o Governo senza una legge che determini fra il pubblico e il sovrano l’autorità e i diritti delle parti, e senza che il corpo de’ sudditi, interessato nella prosperità comune, usi di tutto il suo diritto naturale, e possa proporre e chiedere ciò che gli possa giovare, e respingere ciò che gli nocesse». Così il Gianni in uno sbozzo che ne stese, secondo il quale volea restituire a tutti i sudditi la piena libertà naturale acciocchè intervenissero validamente a celebrare e accettare questa legge di convenzione, non ritenendo il sovrano che la podestà governativa. Il sovrano dunque avrebbe divieto di far guerra o alleanza, dare o ricevere soccorsi di truppe, mandar fuori soldati, nè fabbricar fortezze senza consenso de’ rappresentanti; manterrebbe i privilegi di Siena e di Livorno, l’indipendenza de’ giudici, la separazione del patrimonio dello Stato da quello del principe; non s’alienino i beni dello Stato, non si accrescano le imposte nè si diano in appalto o vendano; non si creino nuovi feudi; assicurata la libertà del commercio dei grani, la guardia civica, le leggi delle comunità e de’ luoghi pii; resi pubblicamente i conti; sono riservati al sovrano il comando delle armi, l’elezione agl’impieghi non comunitativi, la collazione de’ benefizj di patronato regio, il diritto di grazia, il potere discrezionale nei limiti della costituzione. In queste materie non si brighino i rappresentanti, i quali del resto propongono nuove leggi o la riforma e deroga delle vecchie, e votano su quelle proposte dal sovrano; esaminano il conto pubblico, moderano le pensioni; provocano i provvedimenti per gli abusi in fatto di giustizia o di commercio; illuminano il sovrano sulla condotta dei ministri, e su quanto concerne il bene pubblico.

In ciascuna comunità ognuno che abbia il diritto politico e che non sia impiegato, elegge un oratore; gli oratori all’adunanza provinciale scelgono il rappresentante da mandarsi all’assemblea. Libero a chiunque il far proposte e petizioni, ma non se ne tenga conto se non sieno votate dal consiglio generale comunitativo. Pubbliche le adunanze provinciali; le petizioni presentate devano qui pure mettersi a voti prima di sporgerle all’assemblea generale. Comminate pene agli eletti che non accettassero l’elezione.

Le assemblee generali raccolte ogni san Giovanni, presedute da un regio luogotenente, con un cancelliere che non sia impiegato regio, discuterebbero le proposizioni fatte dalle assemblee provinciali, e doveano esser vinte con due terzi di voti. Da poi si mettono in delibera le petizioni de’ privati o rappresentanti, si sentono le proposizioni che il sovrano volesse trasmettere per mezzo del luogotenente, e se alcuna venisse ridotta a legge, dovrà promulgarsi come volontà del sovrano concorde col voto pubblico. In occasione di nuovo regno, l’assemblea è radunata dal gonfaloniere di Firenze: di straordinarie possono convocarne il granduca e domandarne le comunità.

Noi ci diffondemmo su tale costituzione, come lo stillato della sapienza governativa di quel tempo, ma sebbene Leopoldo regnasse altri nove anni, mai non le diede effetto[140]; onde non può tenersi in conto che d’un progetto, alla cui attuazione non ci pare si dirigessero le riforme di Leopoldo, tendenti piuttosto, al modo d’allora, a concentrare nel principe tutta l’autorità. Per ciò Leopoldo è levato a cielo da coloro che badano ai detti anzichè ai fatti, e della storia fanno una satira o un’allusione: ma realmente le riforme di lui non erano che amministrative; egli faceva tutto, e il popolo nè intendeva nè si curava; i Comuni perdettero fin la parte d’autonomia che si erano riservata aggregandosi a Firenze, e trovaronsi ristretti alla semplice amministrazione patrimoniale, anche questa sotto il beneplacito del principe; onde sempre più negligevasi la cosa pubblica, dacchè era incombenza del granduca. Egli dunque potè senza ostacoli fare e disfare, urtare gl’interessi e le opinioni, essere despoto filosofo senza tampoco l’originalità, poichè imitava il fratello Giuseppe in campo più angusto e con viste più ristrette. Che se va lodata la sua riforma economica, fondata su canoni che la scienza non aveva ancora messi in sodo, e di cui già egli traeva francamente le conseguenze; se precorse alla vantata rivoluzione francese coll’eguaglianza di tutti in faccia alle leggi e colla semplicità vigorosa delle finanze, esagerò il concetto del potere principesco, e dell’ingerenza di questo negli atti privati e nella vita; per riformare costumi e idee, prefisse limiti fin al lusso dei ricchi, alle spese di monacazione; si lasciò invanire da quegli encomj sguajati da cui abbiam veduto altre volte ubbriacarsi un buono ma debole spirito, e travisarsi l’opinione.

Il precipizio stesso delle riforme valse a chiarire che non ogni bene è attuabile. Col far libere le selve denudò le spalle dell’Appennino; colla mitezza delle pene attirò nel suo paese la feccia del vicinato; le classi privilegiate rimasero scontente delle innovazioni, prima che le rialzate ne capissero i vantaggi; intanto quelle ordinanze quotidiane toglievano ogni fiducia nel domani, e lo stesso Pompeo Neri, che quantunque progressivo, parve lento alla precipitazione di Leopoldo, scriveva: — La buona fede è come la moneta, che se dal sovrano viene peggiorata, esso medesimo ne risente i più pericolosi, più estesi e più diuturni effetti. Il sovrano in ogni dominio, per essenza della sovranità, è e dev’essere il più galantuomo del paese»[141].

Leopoldo invece scostumava il potere colla doppiezza; mentre decretava che di nessun’accusa si tenesse conto se non firmata, istruiva i tribunali di ricevere le delazioni cieche; mentre per legge proibiva i processi economici e camerali, gli autorizzava in secreto; imponeva che un compenso si desse agli accusati scoperti innocenti, ma non fu fatto mai[142]. Il presidente del buon governo era esecrato, eppure non temuto; al bargello e a’ suoi birri fu contrapposto un ispettorato di polizia, ma l’uno intralciava l’altro. Curiosissimo de’ fatti altrui, Leopoldo qualche anno spese fin settantatremila scudi in spie, avvezzando i Toscani alle soppiatterie, alle piccole frodi, alle perfidie dissimulate; e l’ispettore Chelotti, fomentando bassamente quel basso prurito di delazioni, potè sull’animo del granduca più che qualsifosse ministro, e ne abusava a segno che Firenze si ammutinò (1780) e i granatieri voleano trucidare i birri. Il granduca chetò non senza molto sangue, e punì massimamente i soldati, col che diroccò quel poco che restava d’ordinamenti militari, poi abolì la guarnigione, affidando la difesa e la tranquillità a compagnie civiche. Tagliava così i nervi del Governo: e noi veneriamo i riformatori quando operano persuasi e robusti, non quando adulano i vulgari istinti, per moda o per paura.

In politica egli si propose perfetta neutralità per mare e per terra con tutte le nazioni, anche barbaresche; non alleanze difensive od offensive, non ricevere protezione; in conseguenza non nuove fortezze; le vecchie non doveano contenere artiglieria; piccolo esercito, e tutto nazionale; nessune navi di guerra, abolendo per ciò i cavalieri di santo Stefano. Regolamenti da Arcadia in una società come la moderna, dove è pur troppo necessaria la forza.

A nuovo scoglio lo fecero urtare le materie ecclesiastiche. La Toscana, contigua collo Stato Pontifizio, più frequenti occasioni aveva avuto di dispute colla curia, infrenata ma pur potente. Al nunzio competevano le cause che il concilio di Trento attribuì al fôro ecclesiastico, e le appellazioni interposte dalle decisioni dei vescovi; il concedere alcune indulgenze e dispense dei cibi proibiti e in materie beneficiali e per peccati occulti e casi riservati; commutar voti, legittimare spurj, e sanare altre irregolarità per essere ordinati; vendere e livellare beni ecclesiastici per evidente utilità, amministrare i benefizj vacanti, inibire i sequestri, e concedere la restituzione in integro; creare notari, dottori in ambo i diritti, in medicina, in arti; misto di giurisdizione civile ed ecclesiastica, incompatibile colle nuove idee del potere.

Un frà Cimiro napoletano, cancelliere dell’Inquisizione in Siena, fece cogliere e battere un marito che, diceano, gl’impacciava certa tresca: ma il capitano di giustizia lo pose in carcere, donde essendo fuggito, vennero condannati i suoi complici, e convenuto di non ammettere al Sant’Uffizio che nazionali. Questo fatto volse i discorsi e l’esame sull’Inquisizione[143]; e tanto più quando, essendosi sparsi colà i Franchimuratori, di cui diceasi contarne trentamila la sola Firenze, il Sant’Uffizio ne colse alcuni, fra cui Tommaso Crudeli, che nei discorsi mettea più fuoco, e ne’ versi più idee che non si volessero. Imputato anche di convegni irreligiosi col barone Filippo di Stosch prussiano, egli subì un processo secreto, allungato dal dover le carte andare e venire da Roma; finchè il Governo lo trasse dalle prigioni ecclesiastiche nelle sue; poi fu relegato per tutta la vita nella propria casa a Poppi, giurando sul Vangelo di dire i salmi penitenziali una volta al mese[144]: atti che sapeano di strano ai contemporanei di Voltaire.

Il resistere a Roma non era cosa nuova in Toscana, e fin il debole Gian Gastone nel 1732 proibiva che l’arcivescovo Martelli pubblicasse il sinodo diocesano, e «gli si faccia intendere che non può ingerirsi che nel mero spirituale, e che non vogliamo proceda contro i laici con pene temporali per qualunque titolo che potesse allegare». Giulio Rucellaj capo della giurisdizione, contrariava sempre le pretensioni ecclesiastiche, nel che animò la reggenza, poi Francesco di Lorena, il quale limitò gli acquisti delle manimorte, tolse al Sant’Uffizio la censura dei libri, e le aggiunse due assessori nei processi, vietò le missioni in Firenze e alcune processioni. Benedetto XIV se ne risentì, alcuni vescovi si opposero, fra cui quel di Chiusi, e ne scrisse al Rucellaj: ma questi chiamandosi offeso, ne portò lamento alla Corte imperiale e al papa, il quale indusse il vescovo a una lettera di ritrattazione, la cui bassezza può mostrare a che volesse ridursi la Chiesa d’allora[145].

Viepiù procedette Pietro Leopoldo, onde imitare il fratello Giuseppe II; ma se le riforme di questo erano da filosofo (riflette il Botta), quelle di Leopoldo erano da giansenista. Fu de’ più avversi ai Gesuiti, i quali in Toscana tenevano dieci collegi, colla rendita di lire 146,671; e nel comunicare il breve della loro soppressione all’arcivescovo di Firenze gli diceva: — Obbedisca subito a chi gli sta sopra; e n’avrà merito da Dio e dagli uomini; ad ogni modo noi sapremmo farci obbedire»[146]. Tolse l’immunità dei beni ecclesiastici, gli asili, il mendicare, gli eremiti, duemila cinquecento confraternite e molte fraterie, tra cui anche i Barnabiti, dediti all’educazione; impacciò le monacazioni; dell’osservanza delle regole stessero responsali i superiori; le parrocchie si conferissero per concorso; vietato il pubblicar le censure contro i violatori del precetto pasquale, le flagellazioni, i pellegrinaggi e tutte le devozioni non approvate dal Governo; le devote immagini stessero sempre senza mantelline; non si facessero esteriorità nei trasporti funerali; fin la Compagnia della misericordia non raccogliesse chi fosse colpito di morte fuor di casa; si sepellisse solo in campisanti a sterro; le curie vescovili si restringessero alle cause ecclesiastiche, e queste pure si trattassero in vulgare; i vicarj generali doveano ogni tre anni essere approvati dal sovrano; nessun decreto valea senza l’exequatur governativo; i vescovi attribuissero ai parrochi le facoltà dei casi riservati; da ultimo abolito il tribunale della Nunziatura, e voleva i vescovi si rivolgessero a lui direttamente nei loro bisogni, disposto a soccorrerli ogniqualvolta chiedessero; ma guai se cercassero ingerirsi del Governo.

Lo animava Scipione Ricci, uomo pio e dotto: ma imbevuto nelle dottrine dei teologi francesi, confuse colla superstizione alcune pratiche per lo meno innocenti, e nel suo vescovado di Pistoja emendò la devozione della Via crucis[147], soppresse quella del Sacro Cuore, processò reliquie e immagini miracolose, levando le meno autentiche, abolì le cappelle private e le feste superflue: eppure al tempo stesso promoveva la devozione verso santa Caterina de’ Ricci, si lamentava del rilassamento nel digiuno quaresimale, e che la refezione non si restringesse a fichi secchi e zibibbo.

A Pistoja si era messa una stamperia «per isvelare le ingiuste pretese di questa Babilonia spirituale, che sovverse e snaturò tutta l’economia della gerarchia ecclesiastica, della comunione de’ santi, dell’indipendenza de’ principi»; e di là uscivano i mille opuscoli giansenistici allora di moda. Col diffondere i quali, e col parlare continuo contro «le pretensioni ildebrandesche, il regno fratino e romanesco, la pertinacia dei preti e frati nel vendicarsi de’ torti non solo, ma d’ogni opposizione»: il Ricci seminò quistioni, fin allora o ignorate o non curate fra noi.

Egli corresse abusi gravissimi in monasteri[148], e nominatamente procedè contro due monache, accusate d’un nefando quietismo: ma Pio VI ne disapprovò i modi, raccomandandogli modestia e prudenza. Di ciò volle tenersi offeso il Governo, e il Piccolomini ministro degli affari esteri scriveva al pontefice: — Sua altezza reale si lusinga che il santo padre, facendo sopra di ciò migliori riflessioni, si determini a dare a quel prelato qualche contrassegno di maggior propensione ed affetto, ed a sua altezza reale qualche motivo di essere meno disgustata di simil passo, e dell’avvilimento in cui vede che la Corte romana pone i vescovi quando non sacrificano col proprio dovere i loro diritti, per lasciar tutta l’estensione a quelli che Roma pretende»[149]. Così scriveano al papa i ministri di Leopoldo austriaco. Il quale poi pubblicò due, vorrei chiamarle istruzioni pastorali (Punti leopoldini), dove ingiungeva ai vescovi di congregare un sinodo diocesano almeno ogni due anni per trattare di cinquantasette punti che s’indicavano; come formar libri migliori di preghiere, e breviarj e messali; se convenisse meglio la lingua italiana nell’amministrazione dei sacramenti; il clero sia educato uniformemente; tutti si conformino alla dottrina di sant’Agostino sulla Grazia[150]. Il quinto de’ suddetti punti (perchè non fosse dubbia l’intenzione) esprimeva di voler rivendicare «all’autorità dei vescovi i diritti originarj loro, statigli usurpati dalla Corte romana abusivamente».

Seguendo tali ordini che forse egli aveva ispirati (1786), il Ricci intimò un sinodo a Pistoja invitandovi altri del partito che dicevasi regalista, cioè che aveano accolte in Italia le dottrine di Febronio. Fra questi nomineremo il bresciano Giambattista Guadagni; il genovese Dégola, che poi fu legato col famoso vescovo Grégoire e compilò gli Annali di religione; frà Vittorio Sopransi (1722-1806) milanese, che assalì accannitamente il Turchi; Gianmaria Pujati friulano professore a Brescia poi a Padova, somasco indi benedettino, che stese un’infinità d’opuscoli, e molte mortificazioni soffrì senza mutare; i fratelli Cestari, l’orientalista padre Giorgi, il Gautieri filippino torinese, il Vallua astigiano, Benedetto Solari vescovo di Noli, il veneto Giovanni Cadonici canonico di Cremona, che voleva il clero incondizionatamente sottomesso ai principi, e pregasse per loro quand’anche tiranni, secondo formole adottate nei primi tempi, soppresse nel medioevo, ma conservatesi ne’ messali ambrosiano e mozarabo. Alla costui opera mise una prefazione Giuseppe Zola bresciano, autore d’una storia ecclesiastica fin a Costantino, e che con Martin Natali professore di teologia, e con Pietro Tamburini, autore della Vera idea della santa Sede, promulgavano nell’Università di Pavia le dottrine antipapali.

A questi ed altri fu fatto invito, e massime a Toscani, fra’ quali primeggiavano Fabio De Vecchi senese e l’abate Tanzini di Firenze; il Ricci fu presidente, vicepresidente Giuseppe Paribeni professore; Tamburini lesse l’orazione inaugurale e col Palmieri ebbe incarico di redigere i decreti; e ogni passo fu dato sull’orme degli Appellanti francesi. Nelle sette sessioni fu deciso, i vescovi esser vicarj di Cristo non del papa, e da Cristo immediatamente tenere le facoltà per governare la loro diocesi, nè quelle poter essere alterate o impedite; anche i semplici preti avere voce deliberativa nei sinodi diocesani, e al pari del vescovo decidere in materia di fede; nelle chiese s’avesse un altare solo; vulgare la liturgia, e ad alta voce; non quadri rappresentanti la santissima Trinità, non venerar un’immagine più che l’altre; favola il limbo de’ bambini; non poter la Chiesa introdurre dogmi nuovi, nè i decreti suoi essere infallibili se non in quanto conformi alla sacra scrittura e alla tradizione autentica; ogni fedele deva leggere la sacra scrittura; l’indulgenza assolve solo da penitenze ecclesiastiche, e il tesoro soprarogatorio de’ meriti di Gesù Cristo, e la sua applicazione ai defunti sono invenzioni di scolastici; abolita la riserva dei casi di coscienza e il giuramento de’ vescovi prima della consecrazione; la scomunica non avere che un’efficienza esterna; poter i principi stabilire impedimenti al matrimonio, il quale si pregava il granduca a dichiarare contratto civile.

Oltre ducento sacerdoti aderirono alla dottrina che dicevasi di sant’Agostino intorno alla Grazia, accettarono le quattro proposizioni della Chiesa gallicana e i dodici articoli del cardinale di Noailles, approvarono le riforme introdotte dal granduca e dal Ricci, e si prescrisse il catechismo allora pubblicato da Montazet arcivescovo di Lione.

— Calvino invade l’Italia», diceano gli uni spaventati. — Finalmente si vedrà repressa la tracotanza dei papi», diceano gli altri esultanti: e Leopoldo, che giorno per giorno teneasene informato, come vide alcuni vescovi isolatamente dissentire dalla sua enciclica, pensò raccorre un concilio nazionale (1787). Per disporlo volle che tre arcivescovi e quindici vescovi del ducato tenessero una conferenza nel palazzo Pitti, potendo condurvi consiglieri e canonisti, purchè non frati[151]: ma intanto alcuni facevano opposizione al sinodo pistojese, appoggiati anche dal giurista Lampredi; pronunziavasi lo scontento generale del popolo e de’ religiosi che chiamavansi fanatici; talchè Leopoldo s’avvide che un concilio gli darebbe causa perduta.

Solo il Ricci non si rallentava; faceva recitare in vulgare i salmi, mutava qualche parola nell’Ave Maria, levava gli ornamenti preziosi dalle chiese, i brevi e i cartelli d’indulgenze. Quando si celebrò in italiano, al Sia ringraziato Dio, e all’Andate, la messa è finita, il popolo rise e null’altro: ma quando si volle a Prato togliere l’altare dov’è venerata la cintola della beata Vergine, i Pratesi tumultuarono; armati invasero la chiesa cantando e sonando al modo che il Ricci aveva proibito; arsero il trono e gli stemmi di lui e i libri di novità; trassero di sotterra le sepolte reliquie, sepellendo in loro vece le pastorali; e in onta di lui si diedero a fare processioni e litanie, e venerare le immagini. I teologi poi lo scopersero di errori grossolani; la resistenza si diffuse fin nei capitoli delle due cattedrali; sicchè le riforme vennero casse, ed egli fuggiasco abdicò.

Contro di tali spiriti aveano a lottare i pontefici. Alla morte di Clemente XIV lungo e tempestoso fu il conclave[152], principalmente per la paura che il nuovo pontefice ripristinasse i Gesuiti; e alfine sortì papa Pio VI (1775). Fin quando col nome di Giannangelo Braschi era tesoriere, avea mostrato integrità esemplare, quarantamila scudi d’indebite pensioni recuperando al tesoro; avea disapprovato la soppressione de’ Gesuiti; il popolo poi l’amava sì perchè bello e fastoso e di ricca famiglia, sì perchè incorruttibile ed operoso. Appena papa, profuse in largizioni, si circondò di persone d’ingegno e di virtù, e promise vegliar egli stesso a tutte le parti dell’amministrazione, pose conservatorj per fanciulli poveri, per educare i quali eresse un ospizio ai Fratelli della dottrina cristiana; restituì alle funzioni papali lo splendore, scemo nel pontificato precedente, e in mezzo a quelle intenerivasi fino al pianto.

Francesco Beccatini, in una laudativa e retorica Vita di lui, confessa che, ad eccezione della Turchia, lo Stato pontifizio era il peggio amministrato. Delle fertili spiaggie dell’Adriatico giaceva più d’un quinto infruttifero, talchè davasi autorità ai vicini di coltivarle per proprio conto. Vietata ogni asportazione di grani, impacciatane l’interna circolazione, l’annona aveva diritto di comprare quanti gliene occorressero, al prezzo che fissava; e col concedere le tratte, arricchiva chi voleva. Altrettanto vessatorio il tribunale delle grasce, tassava le bestie a voglia sua; comprava l’olio tutto, per poi rivenderlo caro. Non manifatture; carissima l’introduzione delle forestiere, e perciò lauto il contrabbando; le rendite territoriali erano appaltate per quattrocentomila scudi, mentre avrebbero comodamente reso il doppio; negli undici anni che regnò Clemente XIII, si registrarono dodicimila omicidj, di cui quattromila nella sola capitale. I rimedj appostivi da Pio VI riuscirono inefficaci.

Dopo di ciò manca la lena di lodare una munificenza che prosperava le arti belle, e lasciava languire le utili[153]. Pio crebbe d’assai il museo Clementino, vi accoppiò il suo nome, e lo fece disporre ed illustrare dal sommo archeologo Ennio Quirino Visconti; aggiunse a San Pietro la ricca e non bella sacristia, estese il palazzo Quirinale, migliorò il porto d’Ancona e l’abadia di Subiaco; dall’Austria comprò la Mesola nel Ferrarese per novecentomila scudi; e dappertutto poneva vanitosamente il suo nome e iscrizioni, nessuna delle quali vale quanto quella degli allievi delle scuole cristiane, A Pio VI, padre dei poveri.

Tante spese non faceva egli del proprio o sopra avanzi dell’entrata, ma emettendo nuove azioni del debito pubblico, o carta monetata: e perchè questa scadde di valore, vi si surrogò un debito vitalizio; si decretò anche di accatastare tutti i beni, si tolsero le dogane interne.

Neppure Pio VI seppe guardarsi dalla smania di riformare, conculcando il vecchio. Aveva cominciato dal sanare gli stagni nelle legazioni di Ferrara e Romagna; e Ignazio Buoncompagni a ciò deputato, facendo e bene e male come incontra in simili tentativi, realmente mutò in campagne e praterie le macchie e gli stagni, ma si condusse verso i terzi con una prepotenza che il lasciò in disonesta memoria, malgrado le postegli iscrizioni. Nominato cardinale e delegato di Bologna, pensò mutare lo stato di questa, che, pei patti del 1278 e del 1447, conservavasi repubblicana sotto la protezione del papa, con un governo misto di consiglio comunale e d’un senato di quaranta di nobiltà ereditaria; nè altri pesi aveva che i dazj, rendita incerta che non raggiungeva le spese, onde accumulò un debito ingente. Una riforma proposta venne rejetta dal clero e dai nobili, e da quei molti che si gloriano di poter dire di no: que’ sotterfugi che gli scaltri conoscono nè sempre riescono, e snobilitano se non si riesca. Pio dunque, consigliato dal Buoncompagni, e fidato nella fiacchezza della nobiltà, ivi data al lieto vivere come altrove, mandò due motuproprio (1780), con cui riformava i dazj, poneva una taglia sulle terre; e una guarnigione in Bologna farebbe obbedire. Nè tampoco si era consultato il senato, e il Buoncompagni affrontò l’ire, non lasciò dare udienza a una deputazione mandata al papa, si derisero le istituzioni decrepite, non si tenne verun conto del gonfaloniere, e Bologna seguitò a far reclami, e rimase città scontenta. Il Buoncompagni divenne poi primo ministro, molto utile in tempi difficili, sinchè Fabrizio Rufo riuscì a sbalzarlo, e morì nel 1790.

L’operazione di cui si menò maggior vanto fu l’asciugamento delle paludi Pontine, vasto terreno che occupa la parte meridionale degli Stati pontifizj, bagnato a ponente e a mezzodì dal mar Tirreno, cinto nel resto dalla catena degli Appennini, stendendosi parallelamente al mare quarantadue chilometri da Cisterna a Terracina, internandosi diciassette o diciotto. Il terreno convince che il mare doveva giungere fino alle falde dell’Appennino, elevandosi da esso il monte Circello a modo d’isola. Come le dune ebbero separato quel piano dal mare, e gli scoli delle montagne Lepine e le piante cadutevi l’ebbero rialzato, l’opera dell’uomo secondò quella della natura per modo, che prestissimo v’affluì gente, onde Appio fabbricò la famosa strada per congiungere con Roma le città ivi fiorenti, ed era colà la più parte di quell’ager publicus che il popolo romano reclamava con secolare perseveranza. Ma le dune formatesi alla parte occidentale ed altre circostanze rallentavano le acque, che da varie parti sboccano nell’unico emissario detto Bodino. Un secolo dopo di Appio Claudio, Cornelio Cetego prese a disseccare que’ pantani, operazioni interrotte come quelle ideate da Giulio Cesare. Augusto fece scavare una gran fossa che porta ancora il suo nome; poi non n’è più parola fino a Teodorico, che le diede a sanare al patrizio Decio, accordandogliene la proprietà. Sotto Leone X e Sisto V vi si fecero l’emissario generale e il canale interno, detto fiume Sisto; altri lavori sotto Urbano VIII; ma di più grandiosi ne eseguì Pio VI dal 1777 al 96. Il terreno si trovò di quattrocentrentacinque miglia romane, di cui un quinto copre l’acqua tutto l’anno, due quinti solo nella stagione piovosa. Il papa spendendo nove milioni, e colla direzione dell’ingegnere Rapini di Bologna, ristorò la via Appia, i ponti antichi, il canale che la costeggia, gli stupendi magazzini di Terracina ed altri edifizj, dando a tutti carattere monumentale, perfino alle osterie. Sciaguratamente erano mal diretti, e quando tardi si vide il meglio, non vi fu tempo che d’abbozzarlo, e sopravvenne la tempesta.

Per tali spese Pio creò 14,303 nuovi luoghi di monti da cento scudi, dalla cui vendita si ritrassero 1,621,983 scudi, onde al tre per cento l’erario pagava 43,179 scudi annui: la manutenzione si stima dodicimila scudi; sicchè ogni anno costano quelle paludi meglio di 55,000 scudi, mentre dalle enfiteusi non se ne ritrae che 32,600. Duole che quest’opera da antico romano fosse destinata a formare un principato ai nipoti del papa, i quali egli favorì come da gran tempo più non si usava.

Pio, sgomentavasi delle innovazioni di Giuseppe II, non vedendo ove riuscirebbe l’irrazionale incammino; ed uscite vane le rimostranze e i riverenti riflessi, propose andar egli stesso dall’imperatore. Come erano mutati i tempi da quando i papi citavano i Cesari a rendere ragione degli oltraggi recati alla fede e alla giustizia! Invano dissuaso dalle avventurose sconvenienze d’un tal viaggio, Pio, fidando nella causa propria e nell’efficacia della bellezza sua maestosa e della viva eloquenza, dopo vegliato una notte sulla tomba dei santi Apostoli, s’avviò.

Giuseppe gli avea scritto gradirebbe quella visita (1782) come una dimostrazione d’affetto, ma «non si potrebbe immaginar ragione o addurre esempio che valesse a rimoverlo dal già fatto»[154]. A Ferrara mandò a complimentarlo un ussero protestante, poi gli diede una guardia tutta di acattolici; da Vienna gli mosse incontro ad onoranza, ma sfuggì di venire alle strette, e non gli lasciò vedere se non le persone che esso permetteva. Kaunitz ricevette la visita del papa in abito di confidenza; avendogli il papa sporta la mano, e’ gliela strinse come fra pari; d’arti belle soltanto gli parlò; affettò di menarlo in tutti i bugigattoli e fargli prendere tutte sorta di positure per osservare le sue raccolte artistiche; onde Pio, educato da gran signore, ne partì tutto stupefatto.

Pio mostravasi disposto ad approvare certi provvedimenti, ma gli si fece comprendere che nol si credeva necessario; onde profondamente trafitto dall’inflessibilità di Giuseppe, e mortificato da un vano cerimoniale e da una mendace venerazione per la santa Sede mentre si stava spogliandola delle sue più vantaggiose prerogative, lasciò Vienna dopo esservi soggiornato un mese a guisa di supplichevole a piè d’un trono, che i fulmini del Vaticano avevano spesso crollato.

Appena lui partito, Giuseppe II spacciò al governatore della Lombardia che dovessero restar ferme le sue deliberazioni circa ai monasteri e alla tolleranza religiosa; i libri fossero sottoposti alla censura regia, al regio exequatur le bolle romane; regia l’ispezione dei seminarj e la nomina dei vescovi, i quali doveano giurare fedeltà al sovrano; non potesse alcun suddito ricorrere direttamente a Roma per dispense.

Pure non fu senza grand’efficacia quel viaggio ch’era una specie di appello a quelle plebi, cui da gran tempo più non si dirigevano i pontefici; un riunirsi a quelle nazioni, da cui era venuta la loro grandezza temporale. I popoli sentivano la dignità del pontefice, e pressavansi a mostrargli venerazione: traverso a tutta Italia e alla Germania ebbe omaggi e feste, sebbene talvolta a lui paresse scorgervi più curiosità che ossequio: e quel ravvivarsi della democrazia religiosa[155] dovette convincere Giuseppe ch’egli non era padrone se non della metà materiale dell’uomo, e che v’aveva una podestà superiore alla sua. Egli poi restituì la visita al papa in Roma, vivendovi da privato sull’albergo, e in San Pietro inginocchiandosi per terra; e sebbene la popolaglia, sempre chiassosa all’idolo del giorno, gli gridasse, — Viva l’imperatore! siete in casa vostra, il padrone siete voi», quel viaggio gli rivelò più al vero la posizione. Il cavaliere d’Azára, rappresentante di Spagna, cui palesò il divisamento di ridurre il papa a vescovo di Roma e i possessi riunirne all’Impero, lo convinse che gli altri principi non soffrirebbero che il capo della religione stesse suddito di qualsiasi sovrano; e col cardinale Bernis, ambasciadore di Francia, lo indusse ad accettare l’indulto che il papa gli offriva per la nomina dell’arcivescovo e dei benefizj concistoriali di Lombardia. Fu dunque concordato che al duca di Milano e Mantova competerebbe il nominare agli alti benefizj ed alle dignità ecclesiastiche fin allora riservate a Roma, e il papa rilascerebbe la bolla. Dovette dunque cedere anche la nomina dei vescovi d’Italia a chi avea abolito il convento dov’era venuto a colloquio con esso.

Con pari assolutezza procedette Giuseppe nelle cose di Stato in Lombardia, e fatto tiranno per amore di libertà, lasciossi scappare il presente per fare violenza all’avvenire. Un editto 25 novembre 1784 incorporò il ducato di Mantova con quel di Milano, formandosi così un solo paese col nome di Lombardia Austriaca. Giuseppe in un consiglio di governo riunì il magistrato camerale, la commissione ecclesiastica, il tribunale araldico, e di sanità, la commissaria generale e la congregazione di Stato; pose guardie di polizia, di giorno col bastone, di notte col fucile, e adoperavano l’uno e l’altro; a molte cose cambiò i nomi antichi pel solo fine d’innovare. S’incarceravano i mendicanti; ma perchè il mantenerli costava, erano rilasciati col giuramento di non più accattare; e perchè tosto il violavano, erano rimessi in prigione. Così a pressa a pressa faceva e disfaceva: col togliere gli arbitrj ai corpi per accentrarli nel ministero, tolse pure al paese quelle forme tradizionali d’amministrazione, che un provvido legislatore rigenera ma non istrappa, e che i popoli sentono essere ultima barriera contro gli arbitrj[156].

Pure egli operava con rette intenzioni, e in una ordinanza interna del 1785 ai capidipartimento raccomandava di sbandire le formalità pel sostanziale; dare ascolto a tutti senza divario di condizione, di lingua, di culto; dovere il principe non guardare come sua la proprietà dello Stato, nè creati per sè milioni di sudditi, anzi credersi elevato dalla Provvidenza per servigio di questi; ministro buono non essere quello che aumenta le rendite; i sudditi dover contribuire sol quanto sia d’assoluta necessità per mantenere l’autorità, la giustizia, il buon ordine e migliorare lo Stato; il monarca non aver diritto d’esigere al di là, e di ciò che leva deve rendere pubblico conto. Eppure credeva l’incremento d’uno Stato consistesse nell’ampliarne il territorio, sicchè contribuì caldamente allo sbrano della Polonia; tentò carpire la Baviera; confortato dall’imperatrice di Russia, voleva rimpastare l’Italia, unendo Trieste, Milano, il Tirolo, e togliendo a Venezia le terre interposte; al Modenese, che ricadeva a suo fratello Ferdinando, aggiungerebbe il Ferrarese tolto al papa; dalla Sardegna ricupererebbe il Tortonese e l’Alessandrino; e in onta de’ recenti trattati incorporerebbe la Toscana all’Impero, assegnando un arcivescovado di Germania in compenso al futuro granduca, che intanto volle educato a Vienna dal conte di Colloredo, con dispiacere della Corte toscana. Meditava anche l’unità dell’Impero, e prevenendo ciò che la Rivoluzione francese effettuò in paese molto più omogeneo, scomporre tutte le nazionalità per dividerle in tredici Governi, de’ quali l’undecimo era la Lombardia, e ciascun Governo in circoli, retti da un capitano.

In Lombardia così indifferente era la plebe, così ligi erano i pensatori, che non opposero a Giuseppe se non qualche susurro e qualche pasquinata: essendosi in quel tempo allontanato l’arciduca governatore, i Milanesi vollero vedervi un segno di disapprovazione, e quando tornò gli corsero incontro in folla festiva. Ben più seriamente andò negli altri Stati: Transilvania e Ungheria colle armi difesero gli aviti privilegi; nel Belgio i seminaristi non vollero sottoporsi agli insegnamenti ed ai libri prescritti, nè i popoli a quel profluvio di decreti, e con potente concordia vi cominciarono una sollevazione che finì col sottrarre all’Austria quelle belle provincie. Anche la Germania sgomentavasi del volere lui conquistare la Baviera, e far mantenere dall’Impero i proprj soldati: e Bretagna e Olanda, disgustate dall’apertura della Schelda[157], si allearono colla Prussia per reprimerne le esorbitanze. L’imperatore, caduto da tutte le illusioni, sconfitto anche dai Turchi che aveva provocati, non poteva se non protestare delle buone sue intenzioni, e morendo giovane e amareggiato, volle per epitafio: Qui giace Giuseppe II, sfortunato in tutte le sue imprese.