CAPITOLO CLXVIII. I re di Sardegna e quelli di Napoli.
Nei regni alle due estremità d’Italia sentivasi pure il movimento, ma in senso diverso, giusta la diversa indole dei due popoli e quella dei regnanti.
Vittorio Amedeo II, uomo di polso, da molti amato, da tutti temuto, attentissimo agli incrementi di sua famiglia, a cui assicurò il titolo regio, nella guerra aveva mostrato valore personale più che abilità di capitano; nella pace, altamente persuaso della regia prerogativa, voleva conoscere tutto, fare tutto, quasi a buon esito non giungessero imprese e provvedimenti se non per suo mezzo. Ascoltava chiunque, e nessuno voleva superiore alla giustizia, nè tollerava che i nobili soperchiassero i plebei; e severamente condannò fin il conte di Sales suo fratello naturale, e il principe di Carignano suo genero. Girellando la notte per città, vedeva sempre un lumicino entro una finestra della via degli Stampatori: curioso salì in quella casa col pretesto gli si fosse spento il lanternino, e seppe ch’era Carlo Luigi Caissotti nizzardo, che, eletto testè sostituto procurator generale, consacrava la notte a disimpegnare gli affari, cui non bastavagli il giorno. Il re gli affidò qualche affare, e presto lo assunse procurator generale, ove meritò gran lode. Saputo che l’avvocato De Maistre, pure nizzardo, difendeva vigorosamente davanti al senato i feudatarj spogliati, lo fece incarcerare, poi avutolo a sè, gli commetteva rotoli di cause da esaminare, e volta per volta lo compensava con piccole monete sì a miseria, che quegli il pregò di lasciarlo ripigliare le sue clientele; ma il re lo nominò avvocato de’ poveri, donde cominciò la fortuna di quella famiglia, illustrata poi dal gran filosofo. Trovandosi a Carmagnola, e udito un discorso di Carlo Vincenzo Ferrero vassallo di Roasio, l’incaricò di scrivere una lettera importante; della quale soddisfatto, il pose intendente a Susa, poi nelle finanze; preso dal talento, dal maestoso aspetto e dal facondo esporre, lo costituì generale delle finanze, poi suo tutto col titolo di marchese d’Ormea, che indica il più grand’uomo di Stato del Piemonte. Per somiglianti accidenti conosciuto Giambattista Bogino, figlio d’un notaio e buon avvocato, lo fece procurator generale a ventidue anni: poi chiamatolo gli disse: — Non t’ho dimenticato; e perchè poco mi rimane da regnare, t’ho eletto consigliere di Stato. Se servirai bene, Carlino (l’erede) farà di più per te, e sarai anche ministro; ma per divenirlo bisogna avere qualche cosa, e tu sei povero. Perciò ti affido la custodia de’ sigilli: ti frutteranno tanto; in capo a tanti anni avrai risparmiato tanto, e basta. È anche necessario che abbi casa: chiamerò a me tuo zio prete, perchè, senza aspettare la morte, ti lasci la sua. Ma tu studii troppo: compra una vigna sulla collina e un cavallo, vacci a dormire la sera, e rivieni ogni mattina».
Questo re borghese a tal modo potè conoscere e promuovere molte persone, che poi con altrettanta facilità dimenticava e puniva. Ciò rendevalo spesso arbitrario, e arbitraria la sua Polizia, che spiava le case, le lettere, deteneva senza giudizio; le sentenze de’ tribunali sospendeva o cassava con biglietti regj o con ammonizioni. Singolarmente ricordevole è il caso del senato quando non volle infliggere al fiscale Revello la pena comminata ai portatori d’arme, considerandolo esente come uffiziale del Governo. Il re mandò dire che non aveva inteso escluderli; e insistette per la condanna; e poichè non vollero infliggerla, sospese i senatori, e relegò il presidente don Graneri, neppur concedendogli tampoco di ritardare finchè spirasse la moglie inferma. Il Graneri se n’andò senza lamenti; e a chi dappoi volevalo indurre ad un’umiliazione per mitigare il sempre sdegnato re, — Duolmi (rispose) perchè egli siasi risentito, ma viepiù per la certezza che il senato non poteva sentenziare diversamente senza ledere l’onore e la coscienza».
Vittorio Amedeo per opera di Corsignani e Bersini compilò le Regie Costituzioni, applicabili a tutta la monarchia. Nelle quali sono molti miglioramenti, ma è notevole la sollecitudine che vi si prende delle materie religiose: obbligo a tutti di comunicarsi a Pasqua; divieto agli osti di servire carni in quaresima; esente da citazioni civili e criminali chi ne’ quindici giorni venisse a venerare la santa Sindone a Torino; gli Ebrei distinti con un segno sull’abito, e obbligati abitare nel ghetto, e non uscirne dopo tramontato il sole, nè agli ultimi giorni della settimana santa. Voleva abolire come restrittivo alla piena sovranità il diritto al senato di sospendere la registrazione degli editti regj sospetti d’orrezione o surrezione, o contrarj al servizio regio o al pubblico bene; poi ai reclami della magistratura lo confermò.
Invece dell’unica secreteria di Stato ne stabilì una per gli affari esteri, una per gl’interni, una per la guerra; riformò la camera de’ Conti e il sistema economico. Un consiglio di finanza esaminava e riferiva al re quel che concernesse l’economia; tre segretarj di Stato trasmettevano gli ordini del re, contrassegnandoli; eseguivanli quattro aziende, di finanza, di guerra, delle artiglierie e della regia casa. La contabilità fu sistemata dal conte Groppello di Borgnone: e mentre il bilancio attivo del 1680 sommava a 6,830,000 lire, nel 1721 giunse a tredici milioni; a quindici quando sottentrò Carlo Emanuele III, non per nuove tasse imposte, ma per migliore esazione delle vecchie, e col farvi contribuire gli ecclesiastici e i feudatarj, e dar impulso ai lavori; unica tassa nuova essendo la carta bollata d’un soldo al foglio. Si riscattarono molte cariche, da prima venali; gli appalti, esercitati da quasi soli Francesi, vennero meglio sistemati; esteso a tutto il paese il monopolio del tabacco, abolito il lotto, richiamati al demanio i beni feudali e le tasse alienate, turbando non poco la proprietà coll’obbligare a provare i titoli davanti a un magistrato speciale; e ai beni così ricuperati affisse titoli di nobiltà che poi vendette, e donde nacque una nobiltà del 1722, sprezzata dall’antica.
Sollecitando il catasto colla spesa di otto milioni, uguagliò le imposte alleviando i piccoli proprietarj col tassare anche i feudatarj e gli ecclesiastici. Cercò togliere i pitocchi, consigliato principalmente dal gesuita Andrea Guevara, che stampò la Mendicità sbandita, con idee molto avanzate. Ridestò le manifatture di panno e di seta, gli studj primarj, l’Università, cercando ridurre uniforme l’insegnamento sotto la direzione di quella e di un magistrato della Riforma: ristabilì il collegio dei Nobili, e fondò quello detto delle Provincie, perchè ciascuna manteneva a proprie spese alcuni de’ migliori alunni, donde ben presto uscirono il matematico Lagrangia, il fisico Eandi, il chimico Berthollet, l’anatomico Malacarne, il poliglotta De Rossi, lo storico Denina, il tipografo Bodoni. Abbellì Torino, rese inespugnabile la Brunetta, e procacciò buone armi. Ma la cura di queste prevaleva, mentre gl’ingegni erano inceppati dalla censura a segno, che molti de’ profughi siciliani preferirono andare a pubblicare i loro scritti a Milano (Denina); facevasi mistero degli archivj chiudendoli perfino al Muratori, il quale scriveva: — Io non sarei stato un momento a Torino, chè l’uomo saggio non può trovarsi bene in un paese ove si sta continuamente in pericolo di cadere. Solamente il vedersi impedito il commercio letterario e intercette le lettere basta per dare l’addio a quel cielo, e per correre ad altri paesi di libertà»[158].
Riferimmo le sue ostilità colla Curia romana, durate trentatre anni. Inesorabile nell’esigere che altri adempisse i proprj doveri, strettamente economico[159], tenacissimo delle risoluzioni, dai mali che non si potevano evitare voleva almeno trarre alcun vantaggio, e giunse ad assodare la grandezza della sua Casa, i paesi in mezzo secolo crescendone d’un terzo, e raddoppiando l’entrata. Di gusti semplici, alieno dal lusso che l’esempio di Luigi XIV introduceva, passeggiava a piedi con una canna di giunco dal pome di cocco, tabacchiera di tartaruga, elsa della spada d’acciajo, coperta di pelle perchè non guastasse il vestito. Perduta la moglie e il primogenito suo prediletto, tormentato di mal di pietra, e stracco, com’egli diceva, di tormentare se stesso e gli altri, a sessantaquattro anni abdicò solennemente (1730 3 7bre). L’ultimo suo comando ai sudditi fu che obbedissero a suo figlio Carlo Emanuele; a questo tre cose raccomandava, l’integrità della fede cattolica, retta e incorrotta giustizia, e cura de’ soldati, come tutori della quiete pubblica, della regia autorità e dell’indipendenza; e riservandosi cencinquantamila lire l’anno, ritirossi a Ciamberì con Carlotta Canale di Cumiana, sua moglie morganatica.
È egli vero che, nell’affaccendamento de’ potentati d’allora ad assicurarsi le imminenti eredità, Vittorio avesse ricevuto denaro e dall’imperatore e dalla Spagna per fini opposti, sicchè non seppe trarsi d’impaccio che coll’abdicare? o non volle nelle prevedute guerre compromettere la sua fama d’invitto guerriero? o la stanchezza o l’incontentabilità facevangli vagheggiare il riposo?
Ma quel riposo, nè tampoco ricreato da studj, gli pesò bentosto. Aveva circondato Carlo Emanuele di sue creature, e raccomandatogli specialmente l’Ormea, che subito fu fatto ministro; continuamente carteggiava col figliuolo sugli affari di Stato, e proponevasi d’infondergli quella fermezza e risoluzione di cui lo credeva mancante. La Canale, che s’era dato ad intendere di sposare un re, e trovavasi soltanto un marito stizzoso e uggiato, forse ne stuzzicava le ambizioni; irritavalo la libertà con cui si disapprovavano i fatti suoi o si correggevano; com’è di tutti gli uomini operosi, parevagli che Carlino non facesse nè abbastanza nè bene, e allorchè questo andò a trovarlo, gli fece, in presenza de’ ministri, rabbuffi violenti come soleva prima, dichiarando che lo conosceva inetto a regnare, e vi porrebbe riparo. E ripassati i monti (1731), si pose a Moncalieri, e fidando sulla supposta debolezza di Carlo Emanuele, cercò ripigliare gli affari e il lustro, ora con seduzioni, or di sorpresa. Carlo Emanuele che fin a ginocchi l’aveva in prima dissuaso dall’abdicare, allora firmò l’ordine di arrestarlo (27 7bre), e Ormea lo eseguì. Abbattute dai zappatori le porte, a viva forza gli venne rapita dal letto fra i soldati sua moglie, reputata istigatrice, e che fu sin chiusa tra le male donne; egli il re, dopo inutili resistenze e smanie di collera impotente, fu custodito a vista nel palazzo di Rivoli; frugato ogn’istante; ordine alle guardie di non rispondere alle sue domande se non con profondi inchini. Sevizie invereconde, se anche era necessità di Stato l’arrestarlo. Reso poi al suo Moncalieri e alla moglie, quando si trovò in fin di morte invocò che il figlio lo visitasse; ma mentre si combinavano i modi egli spirò (1732 31 8bre).
Carlo Emanuele III[160], poco amato dal padre che procurava vincerne l’ignoranza con continui precetti e col farlo assistere ai consigli di Stato, ma non gli dava nè l’educazione nè l’esperienza migliore, il maneggio degli affari, riuscì migliore dell’aspettazione, e con lentezza prudente ajutò il prosperare del paese, giovato di ottimi consigli dal marchese d’Ormea, il Richelieu del Piemonte. Vedemmo come delle guerre profittasse tanto, che pel trattato di Worms si assicurò bella parte del Milanese; del Piacentino che pretendeva, fu chetato con un’entrata pari alla rendita d’esso paese, cioè trecenventottomila lire. Nel Codex carolinus riprodusse quel di Vittorio, con nuove leggi per assodarne gli effetti, e ne prescrisse la pubblicazione (1770) «acciocchè tutte le province, città e comunità ottenessero il benefizio d’una legislazione conforme». Pure disponeva che, dov’esso non provvedeva, supplissero gli statuti locali; in mancanza di questi, la decisione del senato, e infine il diritto comune; ripristinata complicazione. I diritti di feudo sì reali che personali il Governo riscattava al cento per quattro, cavando i capitali da un’imposizione generale sui fondi redimibili, obbligando i feudatarj ad investire in fondi sodi le somme ricavate. Cercò buone armi, stabilendo l’esercito a trentamila uomini in pace e quarantacinquemila in guerra; a cui nel 1775 s’aggiunsero poi le truppe leggiere, destinate per cordone alle frontiere, e dove gli uffiziali potevano essere non nobili. Destinandovi un milione ducentomila lire l’anno, munì colle fortezze d’Exilles il Monginevro, di Demonte la valle della Stura, di Fenestrelle quella di Pragelato, che mediante le trincee dell’Assietta congiungevasi col forte della Brunetta in modo di rendere insuperabile il varco del Cenisio. Così credevasi!
L’Università di Torino aveva riordinata Vittorio Amedeo II sopra i consigli del Gravina, che solo da morte fu impedito di venirvi professore; v’invitò invano il medico Vallisnieri, il filologo Lazzarini; ma vi ebbe da Malta il teologo Bencini, da Padova il Pasini professore di sacra scrittura, da Napoli il Lama professore di eloquenza, da Roma il Regolotti pel greco, da Parigi il medico Rohault, da Piperno il Campiani canonista; e all’apertura nel 1720 v’erano sedici professori e novecento scolari. Luigi Caissotti aveva sistemato le scuole, escludendone ogni ingerenza di religiosi, e volendo non s’insegnasse altra teologia che di San Tommaso. Girolamo Tagliazucchi modenese venne poi a introdurvi una eloquenza compassata e una gravità pedantesca, che durò tradizionale. Nel 1749 vi furono chiamati il padre Beccaria di Mondovì e il padre Gerdil; oltre Vitaliano Donati di Padova, valente naturalista, che mandato a viaggiare in Oriente, ne riportò molte preziosità di natura e d’arte; e Giovanni Cigna, emulo del Volta nella scoperta dell’elettroforo. Scipione Maffei indusse il re a raccogliere nell’atrio dell’Università lapidi e cimelj: il medico Caccia incominciò l’orto botanico, tanto poi arricchito da Allioni, autore della Flora pedemontana, da Dana, Cappello, Moris: l’abate Nollet aumentò il gabinetto fisico. Vi si aggiunse una collezione di quadri e antichità, massime tolte dagli scavi d’Industria.
Il conte Giambattista Bogino (1701-84), dalla diplomazia passato allora ministro di Stato, dirigeva in meglio l’amministrazione, sempre però considerando il regno come un patrimonio privato, e col proposito di non deteriorarlo. Attese a compiere il catasto, riformò la moneta secondo gli studj del Neri e del Carli, e particolare premura applicò alla Sardegna, isola d’un settimo più grande che la Lombardia, e sottoposta a vicende degnissime di storia.
Natura, in lontane epoche sconvolgendola, determinò vanissima la forma di quelle valli e di quei monti, che poco elevati, non nutrono coi ghiacciaj fiumi perenni, ma istantaneamente versano torrenti devastatori. Fra le dense selve e i pascoli irrigati dalle fredde acque stillanti dagli spacchi de’ graniti, si mantenne forse sempre quella stirpe primitiva, che fino ad oggi si veste e pettina al modo degli idoli che il loro suolo restituisce dopo migliaja d’anni alla curiosità degli archeologi. Là i Sardi resistettero alle immigrazioni che tratto tratto vi sopravennero; spesso avventaronsi sopra le genti che prendevano asilo nelle insalubri e ubertose maremme; e mantennero quel vivere pastorizio, che aborre dalle dimore fisse e dagli stabili possessi. Sotto la dominazione aragonese, la monarchia vi era temperata da un parlamento composto di tre stamenti o bracci, cioè ecclesiastici, nobili e deputati delle città: uniti formavano la corte generale, che sarebbe dovuta convocarsi ogni dieci anni con lettere a ciascun membro, e preseduta dal vicerè consentiva i tributi annui, le donazioni, faceva domande e ordini, benchè il re potesse senz’essa promulgare leggi. L’isola era distribuita in trecensessantasei feudi, centottantotto de’ quali appartenevano a sei signori spagnuoli, i quali erano i marchesi di Chirra, di Villaforre, di Val di Calzana, di Villacidro, il duca di Mandas, il conte di Montalbo, che nello stamento erano rappresentati da un procuratore, da un reggitore nell’amministrare la giustizia. Trentadue feudi erano intestati al re, centottantotto a signori, per lo più spagnuoli, residenti nell’isola. Rivoltarsi al principe non avrebbero questi potuto, allorchè i poderosi dimoravano in Ispagna; i vassalli, obbligati all’armi, non conoscevano che questi baroni, e ignari del mondo, non pensavano più in là che a respingere qualche correria. Anche delle dignità ecclesiastiche le più riserbavansi a Spagnuoli; cogl’impieghi cattivavasi l’ordine cittadino; fra le città impedivansi gli accordi mediante la varietà dei privilegi: sicchè non faceva mestieri di milizie per tenere in fede il paese, dove i re utilmente intervenivano spesso a reprimere nei signori la tirannide contro i poveri, la violata giustizia, la protezione de’ facinorosi. Le nazioni vicine che vi trafficavano, sparvero davanti al compatto feudalismo; l’inquisizione vi fu introdotta nel 1492, ed espulsi gli Israeliti; ville fiorenti rimasero deserte, disfatte dieci sedi vescovili per mancanza di greggia, a Sassari non più di tremila abitanti; vendevansi gli uffizj, gabelle, privative, e un Genovese comprò dalla Corona il privilegio di pescare il tonno; a’ magistrati fallivano gli stipendj, sicchè bisognava si rifacessero colla venalità; le infinite esenzioni dai pubblici aggravj per clericato, per nobiltà, per privilegio, per aderenza cagionavano la ricchezza di pochi, la miseria dei più, e un vivere da medioevo. Ad un convito rusticale s’accolsero duemila cinquecento persone, e vi furono imbanditi settecenquaranta montoni, ventidue giovenche, ventisei vitelli, trecento fra agnelli, capretti, porcellini, seicento galline, tremila pesci, e cinquanta libbre di pepe negl’intingoli. Dal porto di Cagliari asportavasi appena il valore di centomila scudi, nè di più da quel d’Alghero; non strade, non poste; le lettere d’uffizio spedivansi a Napoli, acciocchè di là fossero inviate in Ispagna. Le città si odiavano e rivaleggiavano; Alghero proibiva che verun Sassarese comparisse colla spada al fianco; se Cagliari fondava un’Università, un’altra ne metteva Sassari: ma gli studj restringevansi a teologia e scolastica; unica lingua colta la castigliana, in cui traducevansi gli antichi statuti italiani. Intanto però la schiavitù personale andò abolita, giacchè il servo rimase attaccato non al padrone ma al feudo, e in conseguenza acquistò stabilità di famiglia, e poc’a poco diritti comunali; la giurisdizione de’ baroni non impediva di appellarsi al re; e l’asilo concesso ne’ feudi regj ai fuggiaschi ratteneva i baroni dall’esorbitare nell’oppressione.
Tale stette la Sardegna fin quando le guerre del principio del secolo la sbalzarono di padrone in padrone, e alfine la diedero ai duchi di Savoja. Contava essa allora trecentonovemila abitanti, e rendeva appena quattrocentomila lire, che non bastavano a gran pezza a sbarbarirla; ma fatta proprietà inalienabile ed eretta in regno, cessava d’essere una di quelle provincie, di cui la diplomazia si serve per ragguagliare i pesi sulla sua bilancia; ed acquistava maggiore importanza unita al piccolo Piemonte che non alla vasta Spagna. Il nuovo re stipulò d’osservarne i privilegi, ma v’introdusse un governo più regolato: e per quanto sapesse di gretto a fronte della sontuosità spagnuola, e l’oculatezza italiana offendesse chi era avvezzo alla spagnuola trascuranza, pure, sembrando ormai duraturo, ammansava gli animi, esacerbati da tante mutazioni. Solito postumo delle guerre restavano bande di fuorusciti, perocchè le famiglie feudali eransi osteggiate così accannitamente da combattere perfino le donne. Il marchese San Martino di Rivarolo mandatogli vicerè, a sbarbicarli adoprò relegazioni, bandi, forca, senza rispettare, non che le giurisdizioni baronali, neppure le forme della giustizia nè le garanzie dell’innocenza; egli stesso girava visitando le carceri, interrogando rei e testimonj, sbigottendo chi tenesse mano.
Il Bogino, conoscendo il valore di quell’isola, s’industriò a toglierne le disuguaglianze stabilitevi, e le rivalità che gli Aragonesi avevano alimentate fra i due Capi, mescolando le fazioni nelle magistrature; col pagare pronto e regolare faceva si tollerasse la disciplina; introduceva giustizia regolare, computisteria, assicurazioni, regole pel commercio e pe’ cambj, scuole di preti italiani che rinnovarono l’uso della nostra favella, alimentandoli con benefizj; clero e magistrati facevasi che disusassero il vestire spagnolesco; medici e chirurghi spedivansi sul continente a scuola; altri v’erano chiamati a cariche; formossi un reggimento sardo, e favorivansi matrimonj di quelle fanciulle con militari savoiardi; si infeudarono terre a chi vi menava colonie; una di Greci vessati in Corsica, fu accolta in Sardegna; i corallieri genovesi, che abitavano l’isoletta di Tabarca rimpetto a Tunisi, esposta perpetuamente a’ corsari, furono trasportati nell’isola di San Pietro, opportunamente munendola, e infeudandone il marchese della Guardia. Il Bogino fece descrivere da varj scienziati quel paese incognito; rifondò le Università di Cagliari e Sassari, donde uscirono valentuomini, sebbene sarebbero ite meglio allo scopo le scuole popolari. Si moltiplicarono progetti di miglioramenti, de’ quali svanivano i più anche per mancanza di capitali. Sistemata l’amministrazione municipale, si riordinò l’antica istituzione de’ monti granatici, che davano a prestito ai poveri contadini le piccole somme occorrenti a lavorare i campi; e per dotarli si obbligarono i villani ad opere gratuite, per le quali alcuni nuovi terreni furono messi a frutto. Si diminuirono gli asili e le immunità, si fecero ponti, si asciugarono stagni; si apriva stamperia reale a Cagliari, e il re approvò coloro che manifestavano verità, le quali da alcuni erano denunziate come riottose.
Molti, e specialmente l’Angioi, il Cossu, il vicerè Thaon di Sant’Andrea, introducevano il cotone e l’indaco, moltiplicavano i gelsi e gli ulivi, come le razze di cavalli e le pecore. Francesco Gemelli d’Orta gesuita, nel Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento della sua agricoltura (1796), gli esempj accoppiando ai precetti, paragonava l’antica prosperità di quell’isola col deperimento a cui riducevanla la comunione o quasi comunione delle terre. Perocchè in paese di sì variata ubertà, può dirsi non esista proprietà stabile, dovendosi lasciar i campi aperti acciocchè vi pascolino le greggie; una porzione può prendersi a fitto dal Comune, e cingerla di siepe secca e seminarla, ma per un anno solo, rimettendola dopo il raccolto a pabarile, cioè a pascolo. Non dunque cascine, non stalle, non scorte, non concimi; il contadino non s’affeziona alla terra che cambia ogni anno: condizione antichissima e che, per quanto combattuta ai nostri giorni, non potrà esser divelta dalle radici finchè il commercio non abbia acquistato prevalenza tra un popolo che vi pare chiamato dalla posizione, e non somministri all’agricoltura i capitali che le sono indispensabili per trarre frutto adeguato a tanta feracità.
Anche in Savoja il re abolì le servitù appartenenti al dominio regio, e cercò indurvi pure i signori per un determinato compenso; e poco profittando dalla spontanea redenzione, la rese obbligatoria (1771), dovendo lo svincolato pagare ventitrè volte la rendita; e si trovò che questi aggravj feudali sommavano a più di dieci milioni di lire.
In Piemonte Maurizio Solera, vedendo non strade, non ponti, non manifatture, scarso il numerario, scurante il Governo, pensò rimediarvi aumentando il denaro per mezzo d’una carta moneta emessa da un banco, che così porgerebbe e al Governo i mezzi di grandi imprese, e al privato agevolezza ai miglioramenti. Piacque al re, spiacque al ministro delle finanze, e fu messo in tacere. Giambattista Vasco di Mondovì proclamò (verità allora nuove) non convenisse incatenar le arti in corporazioni, nè alle manifatture interporre ordini amministrativi; non fissar il prezzo del pane o l’interesse del denaro; e per impedire l’accumularsi dei beni proponeva d’abolire il diritto di testare: Spirito Robilant (-1801), dopo combattuto nelle guerre della metà del secolo, fu mandato in Germania a conoscere lo scavo delle miniere e le saline, e ne fu fatto ispettore in Piemonte, dove aprì scuola di mineralogia e docimastica; regolò la zecca; successe come primo ingegnere al conte Pinto, che aveva fabbricato i forti di Tortona e della Brunetta.
Carlo Emanuele non se la diceva coi riformatori filosofi, pure lasciò stampare le Rivoluzioni d’Italia del Denina, benchè disapprovate dalla censura, e a chi tacciava questo di novità rispose: — Amo più gl’ingegni moderni che i vecchi pedanti»; come diceva che il metodo migliore di studj è scegliere buoni maestri e lasciare che insegnino a modo loro[161]; adottava quel che gli paresse il meglio, ma sempre rifuggiva dal metter il martello nel vecchio edifizio; ceppi altrove infranti, qui ribadivansi; Lagrangia, Denina, Berthollet, Bodoni dovettero cercare altr’aria che la patria, «come se nel paese natio di qualche uggia malefica temessero» (Botta); Alfieri si nojava d’un «paese anfibio, con Governo e corte francese, costumi e credenze italiane», e dove non si ode parlare che del re.
Vittorio Amedeo III, arrivando al trono (1773) di quarantasette anni malissimo intalentato contro i ministri di suo padre, li congedò, e prima di tutti il Bogino e il cardinale delle Lanze, chinevole alle pretensioni romane[162]. Il popolo si empì della solita speranza di larghezza maggiore: nè il re aborriva dalle innovazioni, ma smaniato d’imitare Federico II di Prussia, in piena pace vagheggiava soldati e fortezze, onde esausti i dodici milioni lasciati dal padre, diroccò le finanze, e rinvigorì l’aristocrazia già superba e imperiosa coll’ammettere soli nobili ad uffiziali. Finì il porto di Nizza, la quale raddoppiossi d’estensione e d’abitanti; abolì i pedaggi in Savoja, ricostrusse il palazzo di Ciamberì, abbellì i bagni d’Aix; frenò l’Arve e il Rodano, e fabbricò Carouge a fianco a Ginevra; a Torino provvide molte fabbriche, l’osservatorio, i cenotafj, l’illuminazione; all’accademia delle Scienze, fondazione privata di Lagrangia, Saluzzo e Cigna, diede stato, e in dote i beni di badie secolarizzate; approvò una Società agraria; migliorò le strade, di cui nel 1770 erasi pubblicato il piano; condusse canali irrigui; vietò di sepellire in chiesa e, per consiglio di Gerdil, l’andare all’Università di Pavia, focolajo di giansenismo, benchè nella torinese lasciasse insinuare insegnamenti di quel colore.
Colla caduta del Bogino precipitò la Sardegna; dei quattrocensedicimila abitanti a cui era cresciuta, trentatremila diminuirono; vi si rinnovarono con orribile frequenza i delitti: l’abolizione de’ Gesuiti tolse collaboratori attivissimi all’educazione dell’isola: se il re protestava non volere diversità nel trattamento dei suoi sudditi di qua e di là del mare, e soccorreva nelle carestie ai bisogni di chi gli chiedesse, però un’amministrazione che crede aver fatto assai se non peggiora, lasciava sottentrare il languore e corrompere la giustizia; vi si mandavano nelle cariche i giovani nobili che le demeritassero in Piemonte; i vicerè or negligevano, or precipitavano riforme senza gran fermezza nell’attuarle, e con quel fare soldatesco, che poco s’impaccia della regolarità nè sempre della giustizia.
Il re legò nuova parentela coi Borboni, sposando (1775) egli una figlia di Filippo V, e dando a suo figlio madama Clotilde sorella di Luigi XVI[163]; nella qual occasione spese due milioni, oltre due altri datigli da quel re, a’ cui fratelli maritò due sue figliuole. Così venivasi consolidando questa monarchia, la sola che non abbia sofferto rivoluzioni e cambiamenti di dinastia.
Ora portiamo gli sguardi alla nuova, piantatasi all’estremità meridionale. Il primogenito di Carlo III essendo imbecille, restava designato (1759) successore al trono di Spagna il secondogenito, talchè delle Due Sicilie diveniva re il terzogenito Ferdinando, fanciullo di non nove anni mentre erasi stabilita ai sedici la maggiorità[164]. Il Tanucci (pag. 201) fu lasciato da Carlo per correggente al re fanciullo, e facilmente prevalse agli altri, vecchi e volenterosi di far nulla; e come informato delle intenzioni di Carlo, fingendo operare a suggerimento di lui, dominò ad arbitrio, e dispose le cose di maniera che Ferdinando non potesse più se non seguire la traccia segnatagli. Secondo il filosofismo corrente, Tanucci voleva fiaccare l’aristocrazia e il papato, ma sconobbe la crescente potenza del terzo stato. Migliorare l’esercito, incoraggire le arti, l’agricoltura, cercare la suddivisione de’ possessi, aprire porti, strade, canali, moderare la regia prerogativa non pensò; altro spediente di finanza non seppe che il gravar le dogane, e spesso mescolavasi delle decisioni de’ tribunali. Essendo arrestati molti Franchimuratori, fece mettere in accusa don Gennaro Pallanti capo di rota, che li avea fatti prendere. Nella carestia del 1764 mandò severissimi bandi contro i monopolisti e gli usuraj nemici de’ poveri, col che esasperò la plebe fin a trarla a tumulti, che poi represse colle forche; sicchè tra di fame e di supplizj molti perirono, mentre bastò che i mercanti forestieri sapessero quel caso per accorrere e farvi rifluire il grano. Come un uomo sì mediocre acquistasse tanta rinomanza[165] non potrebbe spiegarselo chi non conoscesse che allora il coraggio riponeasi nel contraffare ai preti, e che con ciò appunto il Tanucci si accaparrò i dispensieri della fama.
Ferdinando veniva su robusto e ignorante, fra compagni forzosi, a giuochi atletici, alla caccia, per la quale si estesero le già ampie bandite e si comminò la tortura a chi le violasse; e i giornali riferivano dì per dì quante bestie avess’egli ucciso. Acquistò così que’ gusti che in sessantacinque anni di regno non l’abbandonarono; aborrimento dallo scrivere, fin ad escludere i calamaj dal consiglio di Stato, e far da altri apporre la sua firma; gelosia di chi sapeva; trivialità di gusti e di maniere repugnanti alla dignità del suo grado. Troppo sincero per nascondere i proprj difetti, giocava alla lotta e al pallone in pubblico, e una volta fece cogliere un onorevole abate che a quel giuoco assisteva, e sobbalzare sopra una coperta tenuta pei quattro capi; qualche volta al palchetto del teatro affacciavasi con un piatto di maccheroni; pescava presso Posilipo, poi vendeva egli stesso i pesci, e batteali sul ceffo a chi esibisse troppo poco o non desse il denaro prima di riceverli; talvolta comparve da bettoliere servendo agli avveniticci; e i lazzaroni profittavano di quella libertà per dirgli e villanie e verità: ed applaudivano al re lazzarone.
È importante il guardar questo Giano dalle due faccie: una da grossolano dabbene, come parve ai nostri padri; una da mentitore sanguinario qual lo esecrò il nostro secolo, perchè anch’egli ebbe a fare in prima con un popolo sonnolento, poi con uno frenetico; e perchè anche allora i liberali, quantunque meno cianciassero di nazionalità, l’odio svolgeano da lui per concentrarlo sopra un’austriaca.
Imperocchè Maria Teresa, che considerava sempre il regno di Napoli come usurpato a casa sua, volle almeno tenervi una mano maritando a quel re sua figlia Carolina, col patto espresso che, appena madre, entrerebbe nel consiglio di Stato; e così innestava anche nel Napoletano la politica austriaca, che reggeva omai tutta Italia, tranne il Piemonte. Carolina insegnò a leggere e a scrivere a suo marito, il quale perciò la chiamava sempre maestra, e le avea rispetto più che amore; un rispetto però che non escludeva gli schiaffi. Essa tollerava, ma sapea scegliere i momenti d’indolenza per proporgli ciò che desiderasse; e Ferdinando stizziva, pestava i piedi, ma infine sottoscriveva, poi andava a consolarsi alla caccia. Alle sue guardie egli confidava tutto, fin i diverbj colla moglie; ma neppure con questa sapea tacer nulla, sicchè esponeva alle vendette chi gliene avesse sparlato. Eppur non era male che di lei non si dicesse, fin a supporre che bistrattasse i figliuoli, acciocchè morendo, come avvenne del principe reale, la corona ricadesse in causa d’Austria. Imperiosa per naturale, per le materne insinuazioni, per imitazione de’ fratelli, voleva disgiunger il re dalla Corte di Madrid e dal patto di famiglia; laonde il circondò d’uomini nuovi, ligi all’Austria, e rimosse il Tanucci, il quale dopo avere, si può dire, regnato quarantatre anni, si ritirò in campagna coi soliti umori degli scaduti, e poco sopravvisse. È sua lode il non aver lasciato ricchezze.
La regina fece surrogargli il marchese della Sambuca (1776), propenso agl’interessi austriaci; mentre lo spirito del Tanucci e l’avversione di esso alla santa Sede furono ereditati da Carlo di Marco con maggior cautela. Carolina non volea mostrarsi dissenziente dai fratelli Giuseppe e Leopoldo nell’avversare i papi; Ferdinando la secondava, ed essendosi assegnati ventiquattro scudi d’un’abazia laicale per comprare l’abito ad uno che entrava domenicano, egli sul dispaccio scrisse di proprio pugno: — Non voglio si butti denaro per fare un frataccio»[166]. Si abolirono alcuni conventi, agli altri si proibì di dipendere da forestieri; i vescovi concedessero le dispense, non chiedessero le bolle da Roma, ma si facessero istituire da altri vescovi; non che badare alle conciliazioni proposte da Pio VI per mezzo del cardinale Buoncompagni, fu mandato via il nunzio per aver rimproverato ad un vescovo alcuni eccessi di giurisdizione.
Il Tanucci, intento ad osteggiare i preti, poco avea badato alle armi; pure il principe di San Severo propose un nuovo sistema di tattica, Giuseppe Palmieri scrisse l’Arte della guerra, e Alfonso de Luna lo Spirito della guerra e altri trattati, lodati da Federico II di Prussia. Questo re avea messo di moda gli eserciti, sicchè anche Napoli volle averne di terra e di mare. A tal uopo si chiamò da Toscana Giovanni Acton cavaliere inglese, il quale, glorioso di recenti vittorie sugli Algerini, gagliardo, bello, condiscendente, carico di titoli, pensò ingrazianirsi la regina ch’era tutto, e per tal via divenne capo del gabinetto, maresciallo di campo, generale; e attento solo a far fortuna e andar a verso ai regnanti, poco pratico del governo, trascurante d’un paese non suo, eccitò dappoi tanto scontento, quante speranze sulle prime.
Voltosi a riordinare l’esercito, vi abolì i privilegi; la guardia del corpo affidò a granatieri al modo austriaco; licenziò gli Svizzeri capitolati; gli Spagnuoli, Irlandesi e Fiamminghi restrinse in due reggimenti; conservò il reggimento reale di Greci, con aggiungervi un battaglione di cacciatori albanesi; spedì fuori uffiziali per apprendere i migliori usi; stabilì due accademie pei corpi facoltativi; chiamò di Francia e Svizzera uffiziali istruttori pel genio, la marina, l’arsenale, il Salis grigione per l’esercito, il francese Pommereuil per l’artiglieria; e piantò a Capua un campo d’istruzione. Ma tutti quei forestieri voleano far riforme costose e non necessarie, menavan seco persone da collocare ne’ gradi, invano sperati cogli onorevoli servigi dai paesani.
Maggior attenzione volse Acton e ingenti spese ad allestire vascelli di linea, flotta che cagionò gravi imbarazzi facendo figurar il regno come potenza marittima, mentre sarebbonsi dovuti preferire legni sottili per le comunicazioni colla Sicilia, e per impedire che gli sciabechi barbareschi infestassero le coste: anzi alle navi mercantili non si consentì d’avere cannoni come le inglesi. Intanto faceano guerra alle strade i masnadieri[167], sicchè il Governo era ridotto a raccomandare ai viandanti di andar in carovane: alla costa i Barbareschi, benchè i re, a titolo di guerreggiarli, si fossero fatta cedere dal papa la crociata, cioè l’indulto del mangiar grasso, che rendea cenventiduemila ducati. Avendo il Tanucci popolata Ustica, isola dove costoro ricoveravano, essi portarono via anche i coloni.
I ministri si proposero di emendar il paese, ma mescolarono provvedimenti buoni e sinistri. Si favorì il dissodamento dei terreni, abitaronsi isole deserte, s’istituì il regio archivio, e una custodia delle ipoteche. Per opera di Michele Jorio, dottissimo nelle leggi e nella storia, si preparò un codice di commercio e marittimo, ma rimase in progetto. La prammatica del 1774 pose qualche freno ai curiali, peste del paese; sbandita l’autorità degl’interpreti e commentatori, ordinossi ai giudici di non decidere che sovra un testo preciso della legge, e di pubblicar i motivi delle sentenze coi punti di fatto e di diritto; la discussione delle prove e l’esame de’ testimonj si facessero in presenza dell’accusato e dei difensori; però si conservarono la tortura e la ferocia contro i borsajuoli; a chi leggea Voltaire, tre anni di galera; sei mesi di carcere a chi la Gazzetta di Firenze. Fu riformata l’Accademia Borbonica, ma presidente doveva esserne il maggiordomo di Corte, e gli accademici ordinarj erano eletti «dal supremo arbitrio del re nella sublime nobiltà»[168].
Gli abitanti di Torre del Greco, sempre minacciati dal Vesuvio, eransi buttati arditissimi alla pesca del corallo, facendo stupire coll’audacia e coi guadagni: ma quando il Governo volle brigarsene e regolarli col Codice corallino, quell’industria intisichì. Il tribunale delle grasce, che arbitrariamente esaminava le merci al confine pontifizio, impedendo l’uscita d’ogni annona, del bestiame, della moneta, e punendo a capriccio i trasgressori; le servitù del pascolo invernale (regj stucchi), che avvinceano l’Abruzzo marittimo a segno che nè si poteano assiepar le terre nè metter a biade o piantarle d’alberi, furono tolte pei richiami di Melchior Delfico, che propose anche lo svincolo de’ possessi feudali, uniformità di pesi, di misure, di giustizia: ma non si seppe render uniforme l’amministrazione comunale, nè sottrarla ai feudatarj; della generale mancava un centro; e quelle che oggi sono attribuzioni del ministro degl’interni, andavano ripartite fra gli altri ministri[169].
Peggio stava la Sicilia, amministrata a foggia di provincia, eludendo le sue franchigie, lasciandovi dominare la feudalità, negligendovi la coltivazione, e caricandola d’imposte. Maggiore v’era il numero de’ feudi, attesochè, per privilegio di re Martino passavano a tutti i rami ed anche alle donne, non ricadendo al re nè estinguendosi. I beni poi erano impacciati dalla soggiogazione; e non potendosi venderli a causa dei vincoli fedecommessi, vi s’imponeano usure, doti per le figlie, assegni pei cadetti, che assorbivano fin metà e più della rendita. Il principe di Butera pagava per interessi quarantamila onze l’anno, trentaquattromila Paternò, ventiduemila Terranova, undicimila Trabía, mentre aveano gl’impacci d’una complicatissima amministrazione.
Masnade di banditi infestavano la campagna, e di tre numerose era capo un Testalunga da Pietraporzia che impediva ogni traffico e guastava l’agricoltura, finchè fu preso. Oltre proibire l’asportazione del grano se ne faceano vasti magazzini con un capitale apposta (colonna frumentaria) per comprarne al bisogno: eppure frequenti rinnovavansi le carestie. Il marchese Fogliano, vicerè lodato dagli adulatori, avea concesso al genovese Gazzini d’estrarre grano; e il popolo, attribuendo a ciò il caro sopravvenuto, tumultuò finchè ottenne si eleggesse pretore Cesare Gaetani, principe di Cassaro. Ma questo cade gravemente malato, e il popolo ne imputa il vicerè; fa devozioni tumultuose, e quante ha reliquie venerate porta fin alla casa del malato (1773), preci alternando a minacce. Come poi egli morì, cercò dare il sacco al banco e al tesoro, e dietro a un Giuseppe Pizzo arse la casa del Gazzini, prese i cannoni delle navi in porto, liberò i criminali, e voltosi sul palazzo, avrebbe trucidato il vicerè se l’arcivescovo Filangieri non l’avesse ajutato a trafugarsi a Messina. L’ottagenario generale Caraffa col rigore, e più il Filangieri colla bontà sopirono il tumulto: il parlamento raccolto a Cefalù, espose le lagnanze e i bisogni del paese, norma alle future riforme. Il Fogliano venne destituito; sangue non fu sparso che ne’ supplizj; i bastioni di Palermo venduti o demoliti.
Nel 1781 v’andò vicerè Domenico Caracciolo (1715-89) marchese di Villamarina. Era egli stato ambasciadore in Inghilterra, ma presto si stancò d’un paese «ove non c’è di pulito che l’acciajo, ed ove si scommette di tutto». A Parigi legossi colla società brillante, e con Diderot, D’Alembert, Garat e simili; e se Luigi XV chiedeagli se facesse l’amore, rispondea: — No, sire; lo compro bell’e fatto». Marmontel così lo ritraeva: — Al primo vederlo avea l’aria grossa e massiccia d’un ignorante; ma appena parlasse, i suoi occhi s’animavano, e ne scoppiettavano scintille; l’arguzia, la vivacità, l’originalità del suo pensare, la naturalezza dell’espressione, la grazia del ridere davano alla sua bruttezza un carattere amabile, ingegnoso, interessante. Poco esercitato nella nostra favella, ma eloquente nella sua, quando gli mancasse la parola francese prendeva dall’italiana i termini, i giri arditi e pittoreschi; e animavala sì bene col gesto napoletano, che può dirsi avesse lo spirito fin in cima alle dita. Avea studiato gli uomini, ma da politico anzichè da moralista satirico: con molta dottrina e un modo amabile e arguto di produrla, era un eccellent’uomo, e tutti ne ambivano l’amicizia».
In quella compagnia imbevutosi delle idee novatrici, s’ingegnò introdurle in Sicilia senza sobrietà, e con quella violenza che non soffre contraddizione. Consigliato e spesso moderato dal napoletano Saverio Simonetti, sopì le gare secolari tra paese e paese; tolse il Sant’Uffizio, le comandate de’ contadini, le immunità de’ baroni, aprendo il campo agli angariati di reclamare colla fiducia di vedersi sostenuti[170]; riordinò il parlamento in modo che la deputazione del regno, la quale negl’intervalli delle chiamate vigilava all’esecuzione dei suoi decreti, non si componesse di soli baroni, ma vi si unissero quattro ecclesiastici e quattro deputati delle città regie; tolse il mero e misto imperio a quei baroni che non potessero mostrare i titoli scritti; non partecipassero alla nomina de’ magistrati municipali, nè all’amministrazione de’ fondi comunali; sicchè, diceva egli, non s’avesse a riconoscere altro che re e popolo. La scuola da cui usciva il facea vantare sè, sbeffare i depressi, vilipendere la pubblica opinione; non sofferse che gli artigiani portassero le spade, riservate ai gentiluomini; fece levare i busti, posti dalle città a benemeriti magistrati, quasi fosse municipalismo; derideva la devozione alla Lettera e a santa Rosalia, e il voto sanguinario dell’Immacolata, mentre bazzicava ballerine e cantatrici; e chiamata una compagnia francese invitò i vescovi a vederla. Favoriva anche le spie, turbando il sacrario domestico, e agevolando le calunnie.
A Parigi aveva detto: — Se divengo ministro di Napoli, saprò ben io emanciparla dal gran mufti di Roma»; eppure divenuto ministro, conchiuse un concordato col papa, stipulando che ogni nuovo re offrirebbe a San Pietro cinquecentomila ducati d’argento; al papa apparterrebbe il conferire i benefizj minori, ma non li darebbe che a nazionali; a lui lo scegliere i vescovi fra tre proposte dal re, e il dare le dispense matrimoniali; l’omaggio della chinea però cesserebbe, nè il regno si qualificherebbe più vassallo della santa Sede. In conseguenza il Caracciolo fu denigrato come compro dai preti e dai fanatici: poi quando udì la presa della Bastiglia di Parigi, egli novatore, egli nemico della feudalità, accorossene tanto che morì.
Da sventure eternamente memorabili fu travagliato il regno. Nel 1716 Palermo fu sobbalzata dal tremuoto; nel 27, dopo lungo eruttare del Vesuvio, si versò su Napoli una tal pioggia che allagò le case, ingorgò gli acquedotti, svelse piante, dilavò i colli; poi i tremuoti si rinnovarono spesso, e specialmente nel 31 a Foggia che rimase tutta lacerata e sepolte da tremila persone, a Barletta, a Bari, a Napoli; nell’anno seguente, a Napoli ancora e in Terra di Lavoro. L’eruzione del Vesuvio nel 79 lasciò un fiero sgomento negli animi; e perchè lo crescevano le tante descrizioni e immagini che se ne pubblicavano tuttodì, il Galiani volle ripararvi con un opuscolo, intitolato Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento che ci spaventò tutti colla eruzione degli 8 agosto del corrente anno, ma (per grazia di Dio) durò poco; di Onofrio Galeota poeta e filosofo all’impronto. Si ridacchiò, e gli animi ne acquistarono tranquillità.
Già nel 43 la peste aveva tolto trentaquattromila abitanti a Messina, poi il tremuoto scassinate di recente le case: quando nel febbrajo dell’83, cominciò a sentirsi l’aria pesante, turbata da strani rumori, e gli animali agitarsi d’irrequietudine inesplicabile; più forte e irregolare la marea, e più vorticose Scilla e Cariddi. Poi il suolo a tremolare, finchè sul mezzogiorno del 5 si scosse spaventosamente, or ondulando, or sussultando, or abbassandosi, or urtando di traverso, or roteando come spinto a turbine. Alla romba incessante ben tosto si unirono il rovinío delle case, l’urlo degli abitanti, l’incendio appiccatosi alle diroccanti fabbriche, e alimentato da una bufera, che spirando a turbo levava in aria i mobili e le scalcinate pietre. Il mare gonfiatosi si rovesciò nel porto, e di fango e d’alga empì la panchetta del teatro marittimo.
La scossa si rinnovò ai 7, ai 26, ai 28 di quel mese, poi ai 28 del seguente. Allora principalmente fu sovversa la Calabria, ove la terra apertasi ingojò uomini, castelli, paesi; il mare sollevato lavò gran tratto delle coste; villaggi interi rimasero sobbissati presso ad altri che neppure ne sentirono; tempj maestosi, robuste rôcche scomparvero: alcuni, scampati alla prima, sprofondavansi a una nuova scossa; le persone o le cose che jeri erano state inghiottite, domani venivano rigettate dalle voragini, che or fanghiglia eruttavano, or acqua schietta; talora si racchiudevano, poi con iato si aprivano, e fu volta che ingojarono i lavoratori, o interchiusero le gambe de’ passeggieri che rimanevano a mezzo sepolti: dal mare veniva assorto chi sfuggiva alla terra; torrenti e fiumi si perdettero o cambiarono corso; i pozzi disseccarono, miseria nuova: e riffoli di vento, mugghi di tuono prolungato accompagnavano quell’universale sovvertimento. Lungo tempo padri e sposi vedeansi faticare attorno alle travi e alle pietre sotto cui giacevano i loro cari, e supplicare invano d’ajuto i passeggieri, o sbalorditi, o ciascuno delle proprie perdite occupato: altrove già perduta la speranza, si scavava per trovare se non altro le care reliquie. Madri sepolte coi loro figliuoli, e fattesi per lunga pezza archi a sostenere le crollanti muraglie; bestie divenute salvezza dell’uomo nel cercare la propria; diuturne fami durate; cadaveri antichi sbalzati su per sovrapporsi agli ancor tepidi; miracoli, voti di pellegrinaggi, di lunghi digiuni, di perpetue astinenze, pietosissimi atti di carità, malvagissimi di cupidigia, di ferocia, di libidine, e bande assassine che accorrevano a rapire ricchezze, a speculare sull’ajuto prestato o negato, a coprire nuovi delitti sotto la specie del pubblico flagello, resero memorabilissimo quel disastro, descritto poi con pietà e con scienza.
Nello sgomberare si capiva che i più non erano soccombuti al crollo, ma sopravvissuti a sorbire il dolore, l’aspettazione, la fame, e strazio più incomportabile, la sete. Bruciavansi cataste di cadaveri man mano ch’erano scoperti, acciocchè maggiormente non infettassero l’aria; ristoppavansi gli spalancati sepolcri; e quei che camparono più non risero, più non ebbero gioja. Si noverano precipitate ducento fra città e villaggi, sessantamila Calabresi periti: a Messina da ottocento rimasero vittime; gli altri fuggiti all’aperto, si trovarono senza tetto, senza vesti, senza cibo; beato chi potesse foggiarsi una capanna da selvaggio!
Perdute le scorte di grani, di vini, d’olj, guaste le fontane, rotte le strade, le campagne coperte di macerie, la fame e le malattie sviluppatesi fra gente esposta alle intemperie e alle necessità sopraggiunsero ad esacerbare il disastro. I vicini non portavano soccorsi per paura de’ morbi, l’avidità esercitava inumane speculazioni, un fiero egoismo dominava, e una compiacenza insultante nell’egualità de’ patimenti. I soldati delle compagnie provinciali furono adoprati a sbrattare i terreni, e renderli di nuovo coltivabili: pure nè la buona volontà del Governo, nè la pietà di ecclesiastici e di baroni riuscivano pari a tante miserie; malattie contagiose si ostinavano, un denso nebbione ingombrò quelle parti e le circonvicine; temeasi rinnovato il disastro, non vedendosi perchè venuto, perchè cessato. Quel lungo tremare sull’avvenire svogliava d’ogni lavoro presente; lasciato ogni riguardo, moltiplicaronsi i parti illegittimi; andarono repentinamente sovvertite le fortune per ricchezze perite o per eredità accumulate, per terre isterilite o date, per documenti perduti, per servigi caramente prestati, per la cessazione de’ lavori intrapresi; ne seguirono l’interruzione delle speculazioni, il deviamento delle aspettative, un’infinità di accattoni che o veramente avevano sofferto o il fingevano; e l’aspetto e il dissotterramento e il racconto insistente di tante miserie le aumentavano.
Non sapea darsene pace il re; del che Carolina rimproverandolo, — Che faresti (gli diceva) se perdessi un figlio? — Perdere tutta la mia famiglia avrei preferito alla ruina di quelle provincie: tante migliaja d’uomini non sono anch’essi miei figliuoli?» egli rispose. Il popolo gli seppe grado di quella pietà, e del molto denaro che mandò, sebbene soggiungesse che il ministro Pignatelli se l’usurpò, lasciando morire sessantamila persone di fame. Così ogni calamità vuole una vittima su cui svelenirsi.
Il re e la regina fecero poi un viaggio di pompa e curiosità per la Toscana, a Genova, a Torino, spendendo un milione di ducati, che sarebbero stati opportuno ristoro alla Calabria. Ferdinando vi portava un desiderio d’imparare e un’ingenuità nel confessare la propria ignoranza, che lo rendevano interessante ai filosofi, i quali gli trovavano e carattere e buon senso, e ne facevano raffaccio alla vanità di Giuseppe II e del granduca Leopoldo, sentenziatori arguti e spacciatori di degnità filosofiche. Leopoldo un giorno fece una predica a Ferdinando sulle dottrine economiche, sul modo d’educare i suoi popoli al lavoro; e Ferdinando ascoltatolo, gli chiese in aria di lazzarone: — Dimmi, dottore, hai tu molti Napoletani a servire ne’ tuoi Stati? — Non uno. — Or bene, dottor mio, molte migliaja di Toscani stanno nel mio regno e nella mia casa: vi sarebbero se tu gli avessi istruiti a guadagnarsi il pane in casa?» E vedendo l’aria contegnosa e scontenta dei sudditi di Leopoldo, soggiungeva: — Non ci capisco un’acca. Tu sai tante cose; tu leggi sempre, i tuoi sudditi fanno altrettanto; eppure guarda che musi lunghi! Io non so nulla, io non ragiono di nulla; e il mio popolo è sempre in festa. Ben so che anche Firenze era allegra al tempo de’ Medici. Credimi: governali un po’ meno; la tua dottrina li secca». E a Giuseppe II che ricantavagli sempre ben del popolo, amor del popolo, disse: — Già già; capisco la differenza che corre fra te e me: quand’io mi posi in viaggio, dovetti quasi rapirmi al mio popolo; i tuoi sudditi sono beati quando tu sei lontano. Eppure io mangio, bevo, dormo, e non mi do tante scede pel capo. Piglia anche tu un po’ di riposo, e lasciane pigliare agli altri».
Ferdinando, non trovando alcun paese più bello del suo, tornò più sprezzante degli altrui, e più restìo alle innovazioni. Solo in Lombardia avendo veduto le pingui cascine, volle farne sperimento nel suo paese, e sul colle di San Leucio presso Caserta fondò una colonia di trentuna famiglie, cui foggiò come Stato indipendente, con leggi e milizia propria e governo a comune. Nella bizzarra costituzione che vi diede, metteva perfetta eguaglianza; vietato il lusso; aboliti i testamenti e le doti; libera la scelta ne’ matrimonj, festeggiati pubblicamente e dal re provveduti; gratuite ed eguali le esequie e senza vesti di corrotto; tutti i fanciulli siano inoculati, tutti abbiano scuole elementari. L’adunanza dei capicasa nomini per palle secrete i seniori annui, che concordino o giudichino le contese, puniscano correzionalmente le mancanze, vigilino all’adempimento delle leggi.
Quei che si segnano d’orrore al nome di repubblica, non isdegnino d’uno sguardo questo costoso trastullo repubblicano di un re, che almeno potè fare contenti alcuni; oltre che in quella libertà, sebbene intesa a rovescio, prosperò la coltura della seta, e s’introdussero telai di gros, che ancora non perdette di credito.
Ma non con idilj poteano spingersi e dirigersi i miglioramenti; e il nembo offuscandosi dissipava i regj sogni, come le filosofiche utopie.