CAPITOLO CLXIX. Le repubbliche. Lucca. Genova. La Corsica.

Fra l’assetto principesco dato all’Italia, appena rimaneva più posto alle repubbliche; nelle quali sole conservava legale importanza l’aristocrazia, percossa dal vento democratico per mano dei re.

Lucca, disturbata qualche volta dal passaggio delle truppe, si crogiolava nella sua piccolezza, e tra sempre più ristretto numero di famiglie di cittadinanza originaria concentrava l’autorità sovrana. Queste, da ducenventiquattro ch’erano alla chiusa del libro d’oro nel 1628, trovandosi nel 1787 ridotte a sole ottantotto, fu preso il partito che sommassero almeno a novanta, oltre dieci di nobili personali, che sottentravano alle antiche estinte. Nel 1711 erasi proibito ai cittadini originarj di sposare persone inferiori, «poichè la giustizia non consente che chi è destinato a governare altri possa avvilupparsi in modo, da meritare il disprezzo di chi deve stargli sottoposto»; e attesochè una tale «viltà, denigrando la riputazione delle famiglie particolari, ne rimane in qualche modo offuscato anche il decoro di tutto l’ordine», stabiliva che, chi la commettesse, fosse digradato, eccettuandone solo que’ matrimonj che «sebbene al primo aspetto appariscano vili e indecenti, non siano poi in effetto tali o per ragioni di grosse doti, o speranza ben fondata di crediti considerevoli»[171].

Un gonfaloniere, eletto a vicenda fra i tre quartieri della città, governava con anziani, risedendo la sovranità nel gran consiglio di cenventiquattro membri annuali, ma che quasi sempre rieleggevansi gli stessi; e la scarsezza dei nobili facea che tutti a ventitre anni potessero entrarvi. Nelle numerose magistrature, che duravano solo due mesi, la gente acquistava attitudine agli affari; la giustizia era resa da forestieri, sottoposti alla pubblica vendetta quando scadevano, benchè in quasi due secoli non siasi trovato di doverne punire alcuno.

I nobili, così severi ad escludere ogn’altro, seppero mettere freni a se stessi; chi di loro trafficava, foss’anche il gonfaloniere, subiva i pesi e i dazj comuni; era punito quel che mancasse di riguardi ad un inferiore; il plebeo offeso citava il nobile al tribunale dell’osservanza, che lo puniva con almeno tre giorni di detenzione. I Buonvicini, i Lucchesini, i Santini, i Guinigi, i Controni, i Bernardi, gli Orsetti, i Garzoni, i Montecatini, gli Orsucci passavano pei più ricchi; ma v’aveva de’ non nobili altrettanto arricchiti col commercio, e a cui dovea pesare viepiù l’esclusione del governo.

Su tutti vegliava il discolato, che, simile alla censura romana od all’ostracismo ateniese, tutelava l’ombrosa libertà: perchè, se qualche cittadino nobile o popolano sormontasse per ricchezza o merito, i senatori ne vergavano s’una polizza il nome, e quando venticinque concordassero, egli teneasi discolato, e mandavasi a confine. Quest’inquisizione ripetuta ogni due mesi, che puniva non la colpa ma la possibilità della colpa, col sospetto scemava la franchezza del conversare, e induceva gran riserbo ne’ costumi e a rimpiattarsi nella mediocrità, come ottenne da poi la stampa sfrenata.

Faceansi leggi suntuarie di minutissima severità[172], e ancora nel 1748, «per impedire l’estrazione del denaro dallo Stato», fu proibito all’ordine nobile «ogni abito che di color nero non fosse, sì a’ maschi che alle femmine, fossero pure in festa di nozze e sposi all’altare»; vietati tutti i drappi forestieri; calze, nastri, guernimenti o che che fosse lavorato fuori di paese; chi n’avesse, potea solo portarli alla campagna finchè durassero. La prammatica fu ripetuta nel 62, pena il discolato pei nobili, e cinquanta scudi di multa al sarto che avesse cucito stoffe forestiere.

Eppure l’industria era scaduta, o piuttosto gli stranieri l’aveano sorpassata; e salve le seterie e la carta, poc’altro s’offriva ad asportare. Ma i Lucchesi andavano a lavorare i campi de’ Romani, le marniere senesi, le selve e le maremme sarde, a vendere figurine, o a trafficare in grande per tornare arricchiti in patria. Quivi sino alla vetta dei monti aveano spinto la coltura, favorita dalla suddivisione; e de’ loro odj conservarono il vanto. Sobrj del resto, laboriosi, amanti la patria, questa piaceansi magnificare, ai pochi stranieri che vi capitassero mostrando que’ loro spalti, quell’arsenale, quelle antichità; prodigando cortesie ed esibizioni, assai più larghe dell’effetto: e uno spirito forte si burlava di vederli tutti, al mezzogiorno e alle ventiquattro, cavarsi il cappello e recitare l’Angelus.

E per verità, quegli aristocratici reggevano senza larghe vedute nè politica arguzia e a modo d’una casa; ma questo era male? A tal fine teneano magazzini ben provvisti di vino, olio, formaggio, orzo, segale, avena, lenti, castagne, ceci, in modo che i prezzi mai non incarissero di troppo; e se una famiglia o un villaggio fosse colpito dal disastro, la soccorreano come faceano anche per le seminagioni, a titolo però di prestito biennale; e conoscendosi tutti, non era facile restar ingannati. A chi trafficasse di seta, prestavasi un capitale a tenuissimo interesse, purchè assicurato su beni fondi o da qualche mallevadore; e chi volesse denaro, bastava deponesse un ballotto di seta o di stoffa. E non v’era debito pubblico, e i signori dicevano — Bisogna fare star bene il vulgo perchè ci possa soccorrere»; e moderato chi comandava, docile chi obbediva, tiravasi innanzi in una quietudine da idilio. Il secolo nostro facilmente la deride: provi a raggiungerla.

Genova, povera di territorio e perciò obbligata all’attività, alla quale era proposto premio non solo l’acquisto delle ricchezze, ma il libro d’oro, sempre aperto ai doviziosi, aveva acquistato onore colla nobile difesa contro gli Austriaci (pag. 152); ma sentivasi insidiata dal Piemonte non solo, ma anche dall’Impero, che pretesseva antiche ragioni di sovranità su paesi della Riviera, i quali poteano e minacciare l’indipendenza di Genova, e offrire accesso per mare ai paesi mediterranei del Piemonte e della Lombardia. Tal era la piccola città di San Remo nella Riviera di ponente. Francia ne sostenne sempre l’indipendenza, e la garantì Luigi XV nel trattato d’Aquisgrana; ma nel 1753 i Genovesi, tenendosi insultati nel loro rappresentante, colle armi la obbligarono a sottomettersi. Giuseppe II s’invogliò d’averla, e la dichiarò feudo imperiale; ma Genova interpose reclamo, e il ministro francese la appoggiò, sicchè l’imperatore fu costretto recedere.

Morbo e vitupero di Genova era da un pezzo la Corsica. Quegli isolani verso il Mille avevano costituita municipalmente la Terra del Comune, divisa in valli e distretti, formanti una pieve, e ogni pieve in parrocchie, aventi ciascuna un podestà annuale, assistito da padri del Comune, i quali nominavano un caporale che facea da tribuno del popolo; e i podestà eleggevano un consiglio di dodici cittadini con autorità legislativa.

Ma contro al popolo stavano i baroni, e la lotta incessante abituò alle armi e alla fierezza. Quello chiese protezione al marchese Malaspina di Toscana, ed egli sbarcato vi restituì qualche ordine, e collocò l’isola sotto la supremazia del papa, che v’istituì sei vescovi, suffraganei a Pisa, la quale allora appunto vi avea preso signoria. Ma questa le fu tosto disputata dai Genovesi, che poi l’ebbero intera, e la governarono alla peggio. Per reprimere i baroni che non cessavano la guerra fra loro e le prepotenze sui Comuni, armarono i popolani, dando il diritto a diciotto famiglie caporali di fare soldati per resistervi, stipendiati da Genova. Ebbero così organizzata la guerra civile, e se le case baronali perirono quasi tutte, i caporali sottentrarono alle loro arroganze; ricorrendo chi al papa, chi agli Aragonesi, chi ai Genovesi, che tutti vantavano pretensioni diverse alla sovranità dell’isola, la quale continuò ad essere insanguinata dalla rabbia civile. Per togliersi a un disordine senza pari, i popoli si sottomisero spontanei al banco di San Giorgio di Genova, sperandone migliori condizioni che dalla repubblica, e traendone intanto denari. Secondo i patti, ai baroni doveano conservarsi i titoli e i diritti, eccetto quello di sangue; stesse l’alto dominio della santa Sede, libero il traffico del sale, giustizia a tutti, protezione dagli esterni assalti.

Ma la pace non venne; e il banco, governandoli con avidità mercantesca, smungeva i Cismontani, e faticava per sottomettere l’Oltremonti che professava ancora fedeltà agli Aragonesi; finchè repressi i baroni, e per ultima la casa di Leca, ebbe anche quel paese dove fondò Ajaccio. Ma ecco la famiglia Della Rôcca erigersi centro de’ malcontenti; e quando fu vinta, San Giorgio pretese non dover più osservare i patti, come a gente ribelle e soggiogata, e oppresse in pace quei che si erano straziati fin allora in guerra, e che mancavano d’ordinamenti civili da opporre agli aristocratici arbitrj di Genova.

Sampiero, nato oscuramente il 1501 a Bastelica tra le aspre montagne che dominano Ajaccio, militò nelle fazioni e nelle guerre italiche d’allora, meritò la stima di Bajardo e di Francesco I pel valore impetuoso, e ottenne in patria la mano della bella Vanina, ereditiera della casa d’Ornano. Un affronto fattogli dai Genovesi lo irrita contro questi tiranni della sua patria; e poichè Enrico II preparavasi a osteggiare nel Mediterraneo Carlo V, gli propone di assaltare la Corsica e toglierla ai Genovesi, alleati con questo. In fatto il maresciallo di Thermes comandante la flotta, e il turco Dragut vi sbarcano, e secondati dai paesani, uccidono e cacciano i Genovesi, adoprandovi la forza, il tradimento e la barbarie turca. Sola ormai Calvi resisteva, sorretta da Cosmo de’ Medici e da Andrea Doria, che di ottantasei anni vi menò la flotta (1559) coll’altro famoso capitano marchese Spinola. Sampiero, nel rallentamento de’ Francesi, sostenne la guerra finchè, per la pace di Castel-Cambresis, la Corsica fu abbandonata dai Francesi, e restituita al banco di San Giorgio. Questo colpì d’un’imposta l’isola, già ridotta in miseria; poi a tradimento incarcerò i più risentiti, producendo pessimi umori.

Il Sampiero non aveva accettato il perdono, e andò girando ovunque sperasse trovar un nemico di Genova, a Caterina Medici in Francia, al Barbarossa bey di Algeri, al gransignore Solimano che guardava i Genovesi come irreconciliabili nemici. Genova lo seguiva d’occhio attento, e non potendo colpir lui, trasse da Marsiglia la Vanina sua moglie dandole speranza di recuperar il feudo d’Ornano pe’ suoi figli, allor vaganti pel mondo. Ma Sampiero li prevenne, e giunto ov’ella era, la strangolò. Non ajutato dai Francesi, pure confidando nell’universale scontentezza, con quarantacinque uomini sbarcò in Corsica (1564) e la sommosse, con coraggio e ferocia trionfò, e ne esibì la sovranità a Cosmo granduca, il quale non volle intrigarsene. Sampiero, robusto, intelligente, inaccessibile alle voluttà, non davasi requie a cercar soccorsi e amici; guerriero non secondo a nessuno, possedeva anche buone idee di governo; pensava rinvigorire le antiche istituzioni municipali, far della Corsica una potenza marittima come erano Malta e le barbaresche. Intanto Stefano Doria, venuto con quattromila mercenarj tedeschi e italiani, diffondeva l’incendio e la strage; il patriotismo lottava colle passioni personali, onde la guerra civile mescolava la ferocia con tradimenti infami. Perocchè il Doria avea giurato non importargli l’obbrobrio della posterità purchè ricuperasse l’isola a’ Genovesi, i quali, comprati quanti odiavano o invidiavano il Sampiero, assalitolo nella valle di Cavro, l’uccisero (1565) di sessantanove anni.

Ne esultò Genova, se ne desolarono i suoi, che però dissero, — Gli schiavi piangono, i liberi si vendicano»; e in fatto ne prese il luogo Alfonso, suo figlio diciottenne, che dalla madre chiamossi d’Ornano: ma dopo due anni sentendosi spossato, procacciò un accomodamento; e capitolato, andò con trecento compagni in Francia, dov’era stato allevato, e dove primeggiò combattendo gli Ugonotti; poi ebbe fin titolo di maresciallo da Enrico IV e il governo della Linguadoca[173].

Giorgio Doria, venuto governatore in Corsica, pubblicò perdonanza generale (1669); e l’isola, che tuttavia ripeteva, «Piuttosto i Turchi che i Genovesi», dovette rodere il freno: ma invece del banco di San Giorgio, fu sottomessa alla repubblica, che la trattò come vinta. Vi cambiava ogni due anni gli uffiziali; cioè un governatore generale e capitano con autorità di sangue, e assistito da un fiscale; e luogotenenti a Calvi, Algajola, San Fiorenzo, Ajaccio, Sartena, Bonifazio, Vico, Cervione, Corte, per rendere giustizia. All’uscire subivano tutti il sindacato sotto sei persone, genovesi o côrse indistintamente, di cui tre erano popolani, tre della nobiltà. Presso al governatore risedevano dodici Cismontani e sei Oltremontani eletti dalle città principali; i Comuni si amministravano liberamente, eleggendo il podestà e i sindaci e anziani comunali. Ma tutto era guasto dall’imperfettissima giustizia. I nobili genovesi, cui erano riservati gl’impieghi, vi venivano senza conoscerne le leggi, ma avidi di guadagnare meglio che gli esigui stipendj, e rifarsi così di quanto aveano speso pel broglio; e il governatore biennale di Bastía, di potenza illimitata nella civile e nella militare amministrazione, oltre un grosso stipendio, riceveva il mantenimento dal paese, il venticinque per cento delle ammende e confische; potea condannare a galera o a morte per sola convinzione propria, senza formar processo, e sospendere ad arbitrio un’inquisizione criminale; a gara abusavano pure l’avvocato fiscale, il mastro di cerimonie, il secretario generale; una catena di corruzioni riduceva la giustizia ad impegni e ad un traffico lucroso. Il diritto di grazia n’era un titolo principale, vendendosi non solo perdoni e salvocondotti pei commessi, ma fino impunità per delitti da commettersi. Vero è che sedeva a Genova un oratore côrso, e diciotto nobili isolani consigliavano il governatore; ma è conseguenza fatale delle tirannie il divezzare dall’opposizione legale per avventurare nella irosa.

I Côrsi erano ricchi d’ingegno e di vivacità, come sogliono i mezzo inciviliti; operosi, massimamente allora che il bisogno li spingesse fuor di patria. Avvezzi da bambini alla sobrietà, all’agilità, alla pazienza, sopportano le fatiche senza stancarsi, il dolore senza lagnarsi: hanno per ricchezza poche castagne e qualche capra, l’acqua per nutrimento, per veste ruvido panno tessuto dalle loro donne colla nera lana de’ loro armenti. Barbosi, sucidi, selvaggi in vista, taciturni, superbi, sono implacabili alle vendette, covandole per anni e tramandandole per generazioni. Gli uomini, ricevuto un affronto, lasciano crescersi la barba finchè non l’abbiano riparato; le case mutansi in fortezze, s’abbarrano le porte, muransi le finestre, lasciando appena una feritoja; e mentre e donne e vecchi escono al lavoro e alle faccende, gli uomini stanno disposti a dare o a respingere la morte. Gli abiti insanguinati dell’ucciso si conservano per esporli ad opportuna occasione. Di rado si rompono le nimicizie senza dichiararle, e senza fissar il tempo in cui le ostilità cominceranno. Tutta la parentela e interi villaggi vi prendono parte; e le torri pei ricchi, le macchie pei vulgari sono covaccioli d’assassini, ai quali l’opinione applica il sigillo d’onore; nè cessano finchè il sangue non abbia lavato il sangue[174].

Quanto dell’armi, son passionati del canto. Alle esequie tutto va in caracolli e vóceri, come chiamano le nenie che fansi sul cadavere, sia per celebrarne il merito, sia per invocarne la vendetta: alle nozze accompagnano e spiegano ogni cerimonia col canto, il vestire e velar della sposa, il moversi di casa, il giunger in chiesa, il levarle il velo, poi le danze del domani e del terzo giorno, quando la sposa colle parenti e le amiche va alla fonte, e attinge in una brocca nuova, e nella fonte getta minuzzoli di pane e cose mangerecce: nelle serenate alternano canzoni e spari di fucile, siccome nelle canzoni mescolano il tenero e il feroce, la devozione e il misfatto. Anche gli altri divertimenti tengono del fiero, come sono, oltre la caccia, il fermare col laccio corsojo cavalli e tori correnti, e la moresca, dove sin ducento uomini con armadura all’antica e spada e pugnale rappresentano qualche antico fatto, non sempre senza sangue[175].

Insieme sono ospitali, cupidi di libertà, bisognosi di lottare, se non altro per giuoco; lieti al pericolo, perseveranti alla prova, tutti buoni a combattere quando occorra: tanto avea torto Genova d’escluderli dalle armi. In patria infingardiscono senza lettere nè arti, fin a chiamare i Sardi a coltivar le loro vigne, gli ulivi, le ubertosissime arnie, mentr’essi accidiosi guardano que’ prezzolati, e costringere le donne a fatiche, mentre essi baldanzeggiano alla caccia e alla bettola. Eppure molti in Toscana e nello Stato romano andavano a tentare culture felici; alcuni procacciando in negozj nelle Indie, in America e altrove, salirono in ricchezza per vie diverse, tra i quali uno, al tempo dello storico Filippini, era divenuto il maggior ricco di tutta cristianità per mercadante privato. Di Corsica pure nacquero segretarj di Stato, legati a latere, cardinali, vicerè, comandanti, e nella capanna affumicata del povero tu ritrovi effigie di vescovi e di colonnelli della famiglia. Un Côrso difese Brescia dall’imperatore Massimiliano; un Côrso salvò ad Enrico IV Marsiglia; un Côrso co’ suoi consigli ridà la corona all’imperatore del Marocco; Lazzaro di Bastía rinnegato côrso fu bey d’Algeri; una Côrsa rapita dai pirati divenne prima moglie all’imperatore di Marocco.

Un tale misto di qualità, tanto avanzo di primitivo, tanto sentimento della personalità che altrove va perduta, tante virtù parche e austere degeneranti in implacabili rancori, rendevano viepiù difficile il governarli; e l’odio che li traeva a scannarsi fra loro concentravano contro i Genovesi, alla cui servitù mai non si erano piegati; da fanciulli abituavansi ad esecrarli; i trastulli puerili erano riotte fra Genovesi e Côrsi; consideravasi merito l’uccidere qualche Genovese che fosse così imprudente da avventurarsi solo nel paese, e altrettanto i Genovesi dell’uccider un Côrso vantavansi come d’uccidere una fiera. Gl’isolani più volte insorsero, coll’armi protestando dei patti mal tenuti e della crescente oppressione: ma i Genovesi, o dirò meglio gli oligarchi guardavanli tra paura e disprezzo; a guisa di coloni pensavano a usufruttarli, non mai a educarli, con un governo abjettamente corrotto e duramente irritante.

A prevenire le quasi annuali rivolte, Genova pubblicava statuti fierissimi; morte a chi procacci l’offesa di qualsiasi agente della repubblica, o venga all’atto prossimo d’offenderlo; morte a chi mandi o riceva qualsivoglia oggetto da un ribelle, o gli parli, fosse anche il padre col figlio, o non riveli le macchinazioni, anche solo congetturate; fin i trapassati si perseguitavano e i loro figliuoli. Queste ire incancrenite e la manifesta parzialità verso i compatrioti, costrinsero ad escluder i Côrsi dalle magistrature; il che fu un esasperarli viepiù contro i Genovesi.

L’esazione delle tasse porgea rinascenti occasioni di scandali, come il divieto dell’armi, che fu fatto nel 1715 perchè ogn’anno commetteansi più di mille assassinj, e ventottomila nei trentadue anni della dominazione genovese. Quando l’odio è così profondo tra governati e governanti, ogni partito riesce alla peggio, ogni rimedio torna in veleno. Genova prestò denaro ai proprietarj affinchè potessero ridur a frutto le loro terre, e i Comuni ne stavano garanti; ma nè quelli se ne prevalsero, e questi citati al rimborso strillarono come di nuova esazione.

Così preparavasi un cumulo di ire, che sanguinosamente proruppero (1729). Nell’occasione che gli esattori andavano attorno a riscuotere le tasse, s’appicca rissa per pochi quattrini, per qualche mobile oppignorato: un Cardone di Bastelica arrestato dai dazieri, comincia a gridare contro l’avidità genovese, passa a numerare i vecchi torti, i diuturni oltraggi; è ascoltato, echeggiato; le armi, più care perchè proibite, si traggono da’ nascondigli; i corni risuonano per le montagne; le campane di Cismonti rispondono a martello a quelle d’Oltremonti; Felice Pinelli allora governatore spiega quel vigore, che chiamasi disopportuno quando non raggiunge l’effetto. Sbigottita dall’estendersi dell’incendio, Genova manda patti amichevoli, ma gli animi stavano in quella gonfiezza, ove ogni proposizione si battezza di paura e aumenta il coraggio; non si vuole, non si domanda altro partito che l’indipendenza. I sollevati, toltisi a capo Andrea Ciaccaldi Colonna e Luigi Giafferi, intrepidi patrioti, respinsero i Genovesi ch’erano venuti per domar colla forza, e adunati a corte, si diedero governo nuovo: una consulta di teologi, interrogata se fosse peccato sottrarsi a Genova violatrice de’ loro privilegi, rispose di no, allegando Suarez e san Tommaso, e rinfiancandosi cogli esempj degli Ebrei contro Roboamo, de’ Romani contro Tarquinio, degl’Inglesi contro re Carlo, de’ Castigliani, de’ Portoghesi, de’ Fiamminghi, degli Svizzeri. Il papa, invocato dai Côrsi come antico sovrano di tutte le isole, procura ridurli ad accordi; ma Genova lo taccia di parteggiare pei ribelli. La colonia di Greci che, ricoverati a Paomia, vi fiorivano d’industria, e conservavano fede a Genova ospite loro, sono assaliti dagli insorgenti; li respingono con valor grande; ma sopraffatti dal numero, si ritirano ad Ajaccio, mentre i Côrsi ne svelgono le vigne, gli oliveti, gli alberi, le abitazioni, tornando a deserto un paese, la cui gratissima cultura facea raffaccio alla loro negligenza.

Che un pugno di gente povera ardisse domandar ragione alla sua sovrana naturale, facea dispetto a Genova; e vedendo che Inghilterra e Francia mandavano celatamente soccorsi agl’insorgenti, ricorse all’imperatore Carlo d’Austria. Questo, temendo non qualche potenza marittima si prevalesse dell’insurrezione per impadronirsi dell’isola importantissima in mezzo al Mediterraneo, v’inviò ottomila soldati sotto il generale Wachtendock (1731), e seimila quattrocento sotto il principe di Würtenberg; e uniti con Genovesi e con Côrsi fedeli, comandati da Camillo Doria, formavano un esercito formidabile, che sulle prime sconfisse gl’insorgenti[176], e ne emulò le devastazioni e le crudeltà.

I Côrsi, come deve ogni popolo sollevato, appigliaronsi alla guerra di bande, cui danno opportunità meravigliosa i loro monti, la sobrietà, l’abitudine della caccia; sicchè d’altro non aveano bisogno che di castagne e palle; mentre i Tedeschi, sotto insolito clima e in guerra irregolare e per causa estrania, venivano meno. Fioccavano intanto manifesti ed esortazioni ai popoli e ai re, che si contentavano di mostrar simpatie; ai Côrsi abitanti di fuori intonavano, lasciassero via le penne e le cetre, e venissero a pigliar il fucile; intanto procacciavano ogni mezzo di difesa, e fidando in Dio e nel popolo, affrontavano l’apparato avversario, sempre più formidabile. Nè mancarono di prosperi successi, e fin mille nemici uccisero in un sol fatto; onde Carlo assunse aria di conciliatore, e giacchè diffidavano dei perdoni di Genova, fidassero alla nota lealtà austriaca. Appena però assicurati di larghe condizioni, deposero le armi (1732), l’Austria consegna il Giafferi, il Ciaccaldi, il pievano Aitelli e il segretario Rafaelli a Genova; infamia del Würtenberg e del Wachtendock, al quale Genova regalò una spada e una canna d’India coll’elsa e col pomo d’oro, e una fornitura di bottoni di diamanti che costava duecento e chi disse fin cinquecentomila scudi. Allora si pubblica nuova amnistia, e una forma di governo più larga ma non garantita ed illusoria. I quattro capi, ottenuta la liberazione col rassegnarsi alle scuse, portarono attorno la loro abilità e l’ira contro di Genova; altri dall’Inghilterra mal accolti, passarono in Irlanda, in Germania, in Egitto, alla Martinica, a Seilan: alla loro abilità aprendo così campo più largo la sventura, e rendendo nota la piccola isola al mondo.

Neppur mancati i capi sbollì lo sdegno ne’ Côrsi: smaniati di vendicarsi, omai risoluti all’indipendenza, eressero il capo, e per non ricadere sotto la genovese dominazione, si esibirono alla Spagna; ma questa era occupata ad acquistar Napoli, nè trovava decoroso il dar mano a ribelli. Ed essi, sperando far da sè, proclamarono una legge del regno e della repubblica di Corsica (1734), elessero protettrice l’Immacolata Concetta, primati del regno il reduce Giafferi, Ciaccaldi e Giacinto Paoli. Nel comune intento della liberazione, gli odj di paese risolsero in eroica emulazione. I Rossi e i Neri, due famiglie numerose e potenti della pieve di Casacconi, vivevano in nimicizia da più d’un secolo, e molti delle due parti erano caduti sotto la privata vendetta; nè il Giafferi, nè la interposizione di potenti, nè le preghiere di curati, nè la miseria che logorava i due partiti avea posto modo alle stragi. Ma quando i due capiparte furono chiamati a giurar fede alla repubblica, le loro destre sul libro sacro s’incontrano, si stringono; promettono oblìo del passato, e non usar le armi che in difesa della patria; e sempre si videro uniti, prestarsi reciprocamente soccorso[177].

Ma contro dei tre primati si sollevava la gelosia dei piccoli ambiziosi, che spassionavansi collo spargere i sospetti, solito deleterio delle sollevazioni popolari. I Genovesi, che manteneansi tuttavia nelle terre murate, intercettavano gl’invii di sale e di provvisioni da bocca e da guerra, come l’uscita delle derrate, ricchezza dell’isola; presero a soldo Svizzeri e Grigioni; perdonarono a malfattori e banditi che si arrolassero contro la Corsica, e che vi compirono d’ogni sorta barbarie; pure non riuscirono a soffogar l’incendio, per quanto il commissario Rivarola instancabilmente adoperasse e i mezzi pacifici e i guerreschi.

Qui un bizzarro accidente. Teodoro, barone di Neuhoff, nobile westfaliano nato in Francia, infervorato dalla lettura di Plutarco a un’ambizione irrefrenabile, gettossi alle avventure. Giovinetto combattè col romanzesco Carlo XII; partecipò alla trama di Görtz per abbassare l’Inghilterra, poi ai divisamenti dell’Alberoni per rialzare la Spagna; era stato adoprato dagli Austriaci nel tentato sbarco in Inghilterra; da Law nella sua banca, donde vide i tesori accumularsi e dileguare con magica rapidità. Mandato a Firenze come residente per Carlo VI, vi trovò alcuni Côrsi che avea conosciuti mentre stava per debiti prigione in Genova, e che allora faceano il solito uffizio de’ fuorusciti, mestare alla liberazione della patria, e credere che a ciò potessero condurre i mezzi più avventati. Facilmente s’indussero a prenderlo come capo, ed egli vi s’accinse caldamente. Chiesti invano sussidj a varie Corti, ricorre a due uomini di somma intrepidezza; Ragoczy principe transilvano, che era stato a un punto di sottrarre all’Austria il suo paese; e l’avventuriero conte di Banneval, che col nome di Acmet bascià era divenuto potente presso il sultano Mahmud: e combinano un gran disegno per sovvoltare tutta Europa. Falliscono; ma Teodoro, sostenuto in secreto dalla Porta e palesemente dal bey di Tunisi, ottiene da questo un vascello, dieci cannoni, quattromila fucili e diecimila zecchini. Così preceduto, con larghissime promesse arriva in Corsica. Quarant’anni, bella e maestosa presenza, facile parola, atteggiamenti nobili, vestire bizzarro tra spagnuolo e turco, con vestone scarlatto alla orientale, zazzera alla francese, spada alla spagnuola, canna d’India alla mano; dietrogli cappellano, segretario, staffieri, mori, tutti con piume, pistole, sciabole come gli eroi delle insurrezioni: e così alletta le facili fantasie de’ Côrsi. Già si arrogava i titoli di lord della Gran Bretagna, pari di Francia, principe dell’Impero, grande di Spagna, ma per trattare colle corone bisognavagli quello di re; onde è accolto fra le grida di Viva Teodoro re di Corsica e di Capraja; non essendovene d’oro, gli è messa in capo una corona di fronde; e portato in ispalla dai principali, e seguito da venticinquemila abitanti, scorre trionfalmente il paese, rimprovera, incoraggia, spiega quelle idee diplomatiche, politiche, finanziarie, che pajono profonde a chi non n’ha veruna. I primati che non speravano farsi obbedire dai compaesani, confidarono l’otterrebbe quest’incognito; onde il favorirono, e di fatto le fazioni sono represse, due capipopolo impiccati, stabilita la guardia nazionale. Ed egli intitolatosi «Teodoro I, per la grazia della santissima Trinità, e per l’elezione dei varj e gloriosissimi liberatori e padri della patria, re di Corsica» battè moneta[178], nominò un consiglio di ventiquattro membri, e maresciallo il Giafferi, tesoriere Giacinto Paoli, guardasigilli l’avvocato Costa, con quanta serietà mai facesse qualsifosse altro avventuriero più furtunato; fece riviste, regalò scarpe al vulgo, zecchini ai soldati. Ito di là dai monti, ove abitavano i nobili, vi è festeggiato altrettanto; centinaja di gentiluomini, gli Ornano, i Rôcca, i Leca, gli Istria corrongli incontro; ed egli istituisce l’ordine della Liberazione, e in pochi giorni vi sono ascritti quattrocento cavalieri, ciascun de’ quali deponeva mille scudi d’oro, assicurato del dieci per cento.

Con questi mezzi preparavasi a far guerra ardita ai Genovesi. I monopolisti dell’opinione annunziarono al mondo che egli era adorato dagl’isolani; il popolo trionfava di vittorie che già credeva immancabili; quei che non credevansi vulgo fantasticavano su quest’ignoto, persuadendosi fosse un gran capitale, mandato chi dicea dall’Inghilterra, chi dalla Spagna, fors’anche dal papa, benchè venuto con Maomettani; del suo Ordine molti pagavano a buoni contanti il brevetto, anche forestieri, anche protestanti per quel titolo d’illustrissimo e di eccellenza; molti compravano da lui il grado di marchesi, conti, baroni, a non dire i marescialli, i colonnelli, i capitani, tanti che sarebbero bastati a un Napoleone. Guai a chi, in simili casi, vuol richiamare al buon senso! I Genovesi dapprima stettero peritanti, dubitandolo turcimanno di qualche gran potentato, dappoi lo presero in celia, beffavano la sua povertà, contraffacevano que’ suoi proclami, mescolati di bonarietà tedesca e d’enfasi francese: ma egli prendeva sul serio il nome di re, e volea farlo rispettare quanto si può senza soldi nè soldati.

Ma per quanto e’ fosse sempre a cavallo, e si facesse arrivare grossi dispacci dal continente, e coi telescopj dalla spiaggia speculasse se le navi amiche giungessero, nulla s’avanzava pei deserti del mare; i Côrsi tornavano a uccidersi fra loro, oltre quelli ch’erano uccisi dai Genovesi; le campagne rimanevano incolte, sciopero il popolo; alcuni col nome d’Indifferenti pensavano ad assicurare la libertà della patria, anzichè aderire a sua maestà, la quale li dichiarò ribelli; nè le premure dell’instancabile Giafferi bastavano a tener la calma.

Dissipato il poco denaro e le prime illusioni, disonoratosi colla menzogna e colle crudeltà onde ricambiò le crudeltà de’ Genovesi contro i prigionieri, re Teodoro propose d’andare a chiedere soccorsi ai re suoi alleati. Sbarcato incognito a Livorno, e non ottenuto che il gran duca lo riconoscesse, errò da Napoli a Roma, poi ad Amsterdam, dove arrestato per debiti, con promessa di vantaggi di commercio in un’isola tanto ben situata indusse una compagnia di negozianti ebrei a redimerlo, e a dargli cinque milioni, con cui formò una flottiglia con ventisette cannoni, molti fucili e polvere e lance e bombe, e tornò e ridestò ne’ Côrsi la risoluzione di difendersi, manifestando alle nazioni come la «felicità della loro isola richiede d’essere governata da un sovrano, il quale non possedendo altri Stati, ponga a questo tutte le attenzioni, e aprendo i porti a tutte le nazioni estere con perfetta neutralità, vi conduca l’abbondanza».

I Genovesi, che avevano già contratto con San Giorgio il debito di tre milioni, vedendosi a un pelo di perdere l’isola, sapendo che un acquisto fatto con armi forestiere è disonorevole non men che pericoloso, trattarono di sussidj con Francia, la quale temendo che Inghilterra o Spagna non vi ponessero addosso le mani, prese accordi con Vienna (1737), e a largo prezzo comprò truppe che andassero a rimettere l’ordine. I Côrsi anche allora non sapevano darsi pace che la Francia, non nemica, non offesa, ajutasse gli aggressori, anzichè gli oppressi; e sebbene i savj consigliassero a rassegnarsi, quelli, cui giovava il comandare, risolsero di repudiar le larghe condizioni che Genova offriva, e di resistere fino all’ultimo sangue; e subito ogni villaggio ebbe la sua compagnia, ogni pieve il suo battaglione, ogni provincia il suo campo, e tutti d’ogni età e sesso e paese accorsero a respingere gl’indegni ausiliarj. Ma re Teodoro, abbandonato da tutti e disperato della sua causa, errò per le montagne, poi fuggì a Londra. I Côrsi resistettero ancora, e alle proposizioni di Genova e di Francia rispondevano: — Anzichè vivere infelicissimi, torremo di morire con gloria, non lasciando ai posteri la servitù, e come i Macabei, esclamando, Meglio è perir in guerra che vedere gli strazj del popol nostro». Pure furono costretti a piegar la cervice; Giafferi e Paoli vanno profughi sul continente (1739); il generale francese Maillebois severo e giusto, oltre vincere, seppe pacificare e impedire le riazioni de’ Genovesi. Ma appena egli fu richiamato, terribili vendette seguirono, e fatti che l’amor di patria mascherava di gloriosi, e che come tali erano vantati dallo spirito liberale che andavasi svolgendo in Europa, e che dà sempre ragione ai rivoltosi e alle cause soccombute. Rinnovatasi la sollevazione, Teodoro accorse ad avviarla: ma tra via dubitò che il capitano della nave, per ingrazianirsi i Genovesi, volesse farlo saltare in aria; e nottetempo avendolo trovato che allestiva miccie, lo fece impiccare all’antenna. Ogni prestigio però era svanito, i Côrsi non badarono alle munizioni che recava e ai proclami che spandeva, ond’egli tornò in Inghilterra. I Francesi risero di lui; l’Europa tutta ne’ versi del Casti e nella musica di Paisiello ne fece beffe; gl’Inglesi no; ed Orazio Walpole scrisse eloquenti pagine a suo favore; il celebre attore Garrick consacrò a vantaggio di esso una serata, sicchè potette vivere oscuro ma libero; e ancora il suo epitafio (1656 11 xbre) rammenta come Fortuna gli diede un regno e gli negò un tozzo. Del resto, per chi non creda al diritto divino delle dinastie, era egli più ridicolo di quel Carlo Eduardo pretendente, che nel 1745 sbarcò per conquistare l’Inghilterra con ducentomila lire, duemila fucili e seimila sciabole, e che pure rimase in cavalleresca venerazione?

Genova parve voler rimettere l’ordine, giacchè pubblicò l’amnistia, e propose vescovi d’Aleria e di Nebbio due Côrsi, il che da un secolo non erasi fatto. Ma quando i soldati francesi sono richiamati per combattere nella guerra della successione austriaca, Saverio Matra e il vecchio Giafferi, in cui pareva rivivere l’anima del Sampiero, tornano a mettere in fuoco l’isola; il re di Sardegna e Maria Teresa, allora ostili a Genova, vi soffiano, prendono in tutela i rivoltosi, mandano armi, e adoprano gl’intrighi d’un conte Domenico Rivarola côrso, nemico della patria a servizio del re di Piemonte, e che sostenuto dall’Inghilterra alleata di questo, snida i Genovesi (1745), e sarebbesi assodata l’indipendenza se avessero saputo reprimere gli odj e le gelosie fra i tre capi, che invece sfogavansi in guerra civile. Giafferi, rimasto solo al comando, valse a rassettare, e dava ordine al governo, civiltà al paese, quando cadde assassinato per opera d’un suo proprio fratello, e ogni cosa tornò a soqquadro, pur ostinandosi i Côrsi alla difesa.

Giacinto Paoli, caldo patrioto rifuggito a Napoli, vi educava il proprio figlio Pasquale con finezze letterarie e con esempi di virtù semplicemente generosa e accortamente ardita. Già addestrato nelle guerre della Calabria, esso il mandò a fare il suo dovere, cioè a combattere per la patria: e Pasquale, approdato in Corsica (1735) non colle spavalderie di re Teodoro, ma con modesta fermezza e nobile semplicità, e meritato la confidenza ed il comando supremo, insinua coi detti e coll’esempio che «colla libertà tutto si può soffrire, e a tutto si può trovare riparo»; guida felicemente la guerra, mentre sa frenare col boja e coi missionarj una nazione, la cui storia è una sequela di rivolte.

Saverio Matra, offeso del vedersi posposto al giovine Paoli, egli vecchio e discendente da caporali, eccitò guerra civile sposando la parte di Genova, capitanandone le armi, e spargendo sospetti contro del Paoli; ma perì combattendo. Capi d’insorgenti vittoriosi non è difficile trovarne: rarissimi invece quei che sappiano sistemare l’obbedienza, e tale fu Paoli. Quando venne nominato generale, suo fratello Clemente fece mettere i vetri alla povera loro casa in Strella presso Marosaglia; ma Paoli li spezzò dicendo: — Non voglio vivere come un conte, ma come gli altri contadini». Scrivendo a suo padre, il chiamava sempre signor mio; e già da alcuni anni comandava all’isola quando per lettera gli chiese qualche posata d’argento; e Giacinto gli rispose che Solimano granturco le usava di legno, tagliate da lui stesso. Su un conto del calzolajo, Paoli notava di diffalcarne il valore del tomajo, perchè era suo. A ragione diceva di stimare più Guglielmo Penn fondatore della Pensilvania, che non Alessandro Magno conquistatore dell’Asia. Preferiva a ogni altra lettura il libro de’ Macabei, che dipinge la resistenza di que’ generosi alla tirannia; e stupiva e fremeva quando gente sensata chiamasse ribelli i suoi Côrsi. Destro a tenere vivo l’entusiasmo senza lasciarlo trascendere, devoto sì che mai non ometteva le preghiere e anche nella mischia col fucile portava il rosario, riuscì a introdurre la concordia là dove mai non era allignata, e mostrare che quella nazione è capace non solo di vendetta ma e di generosità.

Nella costituzione che le diede, si tenne poteri grandissimi, necessarj credendoli in istato nuovo. Nè era essa un ricalco di forestiere, ma dedotta dalla comunale che descrivemmo, e stabilita su que’ suoi canoni che la podestà deriva dal popolo; che le leggi hanno unico fine il bene del maggior numero; e che il Governo deve operare al cospetto di tutti. Ogni parrocchiano era elettore sotto la presidenza del podestà; ogni mille anime mandavano un deputato all’assemblea generale, unica sovrana, e che votava le imposte, la guerra, le leggi: dall’assemblea generale traevasi il consiglio supremo, d’un membro per ciascuna delle nove provincie, e che aveva il potere esecutivo, la diplomazia, la sicurezza pubblica, e poteva opporre il veto ai decreti dell’assemblea generale: tutti i membri erano responsali, e il presidente faceva anche da generale, ma nulla poteva senza il parere d’essi consiglieri. Cinque sindaci scorrevano le provincie per raccogliere i reclami contro gl’impiegati e vegliare sugli esattori. Il generale poteva istituire nelle provincie un governo militare, ma i membri di esso dovevano subire il sindacato.

Paoli aborriva le truppe stanziali, arma del despotismo, non della libertà, soggiungendo che «il popolo non deve lodare il valore del tale o tal altro reggimento, ma bensì la ferma risoluzione di questo o quel Comune, il sacrifizio della tal famiglia, il coraggio del tal cittadino». Quindi ogni Côrso dai sedici ai sessant’anni doveva essere soldato; ciascun Comune levava una o più compagnie, ciascuna pieve aveva un campo sotto un generale; ogni quindici giorni cambiavasi il servizio, e nella stessa compagnia cercavasi raccogliere i parenti, pel qual modo quei d’una pieve e d’una famiglia impegnavansi viepiù a mantenerne l’onore e la salute, e le antiche nimistà municipali mutavansi in gare di prodezza. Non ricevevano paga se non il tempo che passavano sotto le armi, e i villaggi li provvedevano di pane. Solo per necessità della guerra formò un piccolo corpo regolare che presidiasse le fortezze. Quando aveva prefisso una spedizione, Paoli scriveva ai ministri di ciascuna provincia, gli mandassero il tal numero d’uomini; e subito era obbedito. Diede estrema attenzione all’industria, all’agricoltura; fece piantare ulivi e castani, seminare granoturco; non neglesse la coltura intellettuale, trascurata dai Genovesi, e fece porre scuole, massime dal clero, e aprì l’Università a Corte.

Non lasciossi accecare dalla moda in guisa, da non sentire l’importanza della santa Sede, per quanto allora umiliata; e supplicò il papa togliesse l’isola in protezione, e riparasse ai disordini allignati in quella chiesa durante la guerra civile. Clemente XIII, chiesta invano l’adesione da Genova, mandò un visitatore apostolico: ma la repubblica genovese, esclamando ch’e’ ne violava i diritti e teneva mano con ribelli, spedì navi per impedirlo e una taglia di seimila scudi. Pure il visitatore approdò, all’isola credente recando le benedizioni che confermano le speranze, e molto bene vi operò d’accordo col Paoli; il clero ne attinse coraggio a grandi sacrifizj in pro della patria, nè però il Paoli risparmiava di punire i preti e frati contumaci; diede ricetto anche agli Ebrei, perfino ai Gesuiti, liberalismo allora stupendo.

Non è dunque meraviglia se il Paoli era amato come un padre. E l’isola ormai poteva reggersi senza soccorsi stranieri, lusingavasi di diventare potenza marittima come le antiche di Grecia, viepiù da che facilmente tolse ai Genovesi l’isola di Capraja, possesso un tempo dei Da Mare. Ne restarono ontosi e desolati i Genovesi, e convinti da quarant’anni d’inutili sforzi di non bastare contro la ben ordinata resistenza, chiesero soldati alla Francia, che paurosa di vedere annicchiarvisi gl’Inglesi, ne mandò col conte di Marbœuf (1764). Egli portava anche patti d’accordo; occupò le fortezze, ma usò riguardi agli abitanti; e non era guardato di mal occhio, ma una domanda sola gli si faceva, — Lasciateci indipendenti». Il vessillo di San Giorgio sventolava sulle fortezze di Bastia, San Fiorenzo, Calvi, Algajola, Ajaccio: ma avendo i Genovesi avuto l’ardimento d’accogliere i Gesuiti espulsi di Francia, i Francesi se ne ritirarono, e subito i Côrsi ebbero occupato ogni cosa, eccetto le fortezze.

Ai Genovesi dunque non rimaneva altro partito che cedere i proprj diritti alla Francia. Questa, credendo che tale acquisto la compensasse del perduto Canadà, l’accettò nel trattato di Compiègne (1768 maggio), a titolo di pegno per somme che eranle dovute, ma in realtà dandone in prezzo quaranta milioni di tornesi, e assicurando il dominio della Capraja e de’ possessi in terraferma. All’udire tale baratto Giangiacomo Rosseau prorompeva: — Popolo servilissimo questi Francesi, nemici a chi è in isfortuna; se sapessero che un uomo libero vive all’altro capo del mondo, v’andrebbero pel piacere di sterminarlo».

I Bastiesi esultarono della nuova servitù; ma il vile mercato irritò gli altri Côrsi, che inanimati dal Paoli, s’accinsero a mostrare d’essere uomini, non bestiame vendereccio. Avevano i pochi cannoni portati da re Teodoro, alcuni ripescati dal mare, alcuni comprati col vendere i vezzi muliebri di corallo; ma gli insorgenti devono affidarsi nella carabina e nella bajonetta. Qualche Svizzero, qualche Grigione, e Baschi e Greci e Italiani, e un’intera compagnia prussiana, disertata da Genova, vennero a combattere con loro; e nelle rinnovate prove di stupendo eroismo, s’udirono i nomi dei Saliceti, dei Buttafuoco, dei Buonaparte, dei Murati, degli Abbatucci, d’altri destinati ben presto a sonare tant’alto. Domenico Rivarola andò a combattere per la Corsica, benchè lasciasse due figli nelle mani de’ Genovesi. Gian Pietro Giafferi, assediando la città di Corte, vide sulle mura il proprio figliuolo di quattordici mesi rapitogli con la balia, ed esposto alle palle de’ suoi; eppure egli comandò il fuoco. Clemente, fratello maggiore del Paoli, un de’ migliori condottieri, erasi vestito da frate e dato alla vita contemplativa, pronto ad uscirne ogniqualvolta tornasse bisogno del suo braccio. Con pochi prodi assediato in Furiani, a settemila cannonate e mille bombe genovesi non si dà vinto, e per cinquantasei giorni si sostiene fra le ruine, finchè n’esce vittorioso; poi quando tutto fu finito, si ritirò nel convento toscano di Vallombrosa. Nel campo di Loro, ventun pastori assaltati da ottocento soldati d’Ajaccio, li respingono; ma da altri quattrocento sopravvenuti alle spalle serrati nei paludi, muojono combattendo tutti, tranne uno, che nascosto ne’ cadaveri e lordo di sangue sperava campare la vita. Quando vennero per recidergli il capo, chiese misericordia: ma il commissario, appesigli alla persona sei teschi de’ suoi, lo fece impiccare e squartare.

Lazzaro Costa in quattro anni toccò trentotto ferite, predò due milioni di franchi; in una settimana pigliò una nave carica di fucili e di trecentrentaquattro barili di polvere, e una di sessantaquattromila franchi e munizioni. Il capitano Casella, nella torre di Nonza, circondato dai Francesi, stabilisce di disperatamente combattere, e da ultimo di mandare all’aria le mura, e sepellirvisi; abbandonato, resiste tutto solo; appunta il cannone, dispone a diverse feritoje i fucili, spara gridando voci diverse. Il Francese, venuto a patti, acconsente esca la guarnigione con armi, bagagli, bandiera e un cannone, e con gli onori della guerra; ma qual rimase quando vide uscire solo il Casella tra le due fila, armato di spada, fucile e due pistole!

Un fratello, veduto cadersi a fianco il fratello, lo leva dalla mischia, lo porta alla chiesa, prega, l’abbraccia e ritorna a combattere. Quando il vecchio Angelo Matteo Lusi, che in casa avea resistito con dodici de’ suoi, cadde colpito da una palla, il figliuolo Orso Andrea, per non iscorare i compagni, chiude il cadavere in camera, fingendolo ferito, e col fucile insanguinato del padre resiste e caccia i Francesi: allora tornato, mostra ai parenti e alle donne il cadavere: e le donne e i parenti lo piangono, confortandosi che la morte sua fosse stata salvamento di tutto il villaggio. Un Francese, maravigliato di quel tanto soffrire, domandava: — Ma quando siete feriti, come fate voi senza medici, senza spedali? — Moriamo». Un ferito a morte scrive al Paoli: — Generale, vi saluto. Vi raccomando il mio vecchio padre. Fra due ore sarò con le anime di quelli che morirono per la patria».

Preti e frati incoraggiavano a difender la patria, unendo fede e coraggio, amor di patria e religione, sopra i gemiti della battaglia ergendo l’inno della speranza, e servendo da scrivani, da ambasciadori, da pagatori. Il generale dei Francesi ne fece impiccare diversi, e due zoccolanti con l’abito, e un pievano tra due contadini. Mentre i Côrsi venivano a rendere l’armi al Maillebois, un colonnello francese lanciò ingiurie alla nazione e ad un frate, il quale d’un’archibugiata lo stese morto. Condotto sull’atto a impiccare, intuona il Tedeum, e lo continua sin all’ultima stretta del carnefice.

I morti per la patria erano commemorati la domenica alla messa. I vecchi, le donne, incitavano al valore; una chiedendo d’esser introdotta al Paoli, diceva: — Lasciatemi passare; io ho perduto tre figli»; un’altra gli disse: — Mio figlio è morto in guerra; me ne resta un altro, e feci sessanta miglia per venire ad offrirvelo per la patria». Paoli attonito la abbracciò, e diceva: — Non mi sentii mai tanto piccolo come davanti a questa magnanima». Fra le donne non va dimenticata la monaca Rivarola, che dell’amico Paoli divideva e alleviava le cure e gli stenti; e scrivendogli dimenticava il sesso per occuparsi solo di politica e d’affari.

E più volte furono vinti i generali francesi, che non aborrivano dal ricorrere al tradimento e all’assassinio, e che erano sempre costretti a giustificarsi presso il loro Governo d’essersi lasciati sconfiggere da gente che combattea contro le regole. In Inghilterra il popolo facea meeting e soscrizioni a vantaggio de’ Côrsi, i quali prometteansi appoggi da quel Governo costituzionale, e nemico di Francia: ma prevalse la paura della democrazia, e Pitt fece proibire ogni soccorso ai ribelli. Perocchè quei regnanti che compravano soldati tedeschi o svizzeri senz’affetto di patria nè religion di bandiera, per ammazzare chi essi designassero, intitolavano assassini e briganti questi Côrsi, che colla fida carabina e con polvere e palle nel panciotto, s’attestavano tra le foreste, esercitando la guerra di bande. Sino i filosofi, ridenti dell’entusiasmo, cambiavano il ringhio beffardo in applausi a quegli eroi; e Voltaire ebbe a dire che l’amor di patria, istinto naturale in tutti, in essi era fatto dover sacro e furore[179].

Molte migliaja di soldati, trenta milioni di lire costò alla Francia la campagna, ove l’eroismo e la disciplina combattevano colla disperazione e colla perfetta conoscenza de’ posti. Il ministro Choiseul, ostinatosi a riuscire raddoppiò gli sforzi; e gl’isolani, dopo la rotta di Pontenovo (1789 maggio), e i tradimenti moltiplicatisi, e le corruzioni introdotte dal profuso oro francese, disperati delle promesse inglesi, disperarono, e Paoli co’ suoi uscì dall’isola.

Federico di Prussia chiamava Paoli il primo capitano d’Europa; e tal fu, se merito si riponga nel risparmiar le vite, nel far valere i pochi mezzi, nell’accomodar l’arte ai luoghi, nel superare enormi difficoltà, nel cogliere ogni vantaggio che porga il nemico: egli avea fatto di più, dando governo agli sfrenati, concordia agli odiantisi, ai liberi abnegazione, operosità agl’inerti, forza a un dominio nuovo, prudenza alle passioni proprie e alle altrui, importanza europea a un isolotto; tramutato le fazioni in nazione; saputo comandare con rispetto, amar la patria con severità, convertir l’onore della vendetta in marchio d’infamia.

Sottrattosi a fatica entro una cassa, in Inghilterra fu onorato e festeggiato; e di là scriveva a tutte le potenze le ragioni sue e della patria, e riceveane quelle assicurazioni, di cui sogliono largheggiare coi fuorusciti quei che sperano cavarne pro. Ricusava una pensione di cinquantamila lire dalla Francia monarchica; poi ben presto davanti alla Francia repubblicana fu obbligato a giustificarsi di particolarismo, cioè di volere l’indipendenza del piccol suo paese; e moriva povero e dimenticato quando satollavansi di dignità e d’oro i Napoleonidi, suoi compatrioti e avversarj.

I Còrsi, che non sapeano rassegnarsi al giogo, mutaronsi in masnadieri, fra cui l’intrepido prete Domenico Leca[180]: e per vent’anni tolsero ogni sicurezza a quel possesso, che non poteva esser tenuto sulle prime se non coi rigori marziali, squartando chiunque fosse trovato con armi, punendo chiunque ricordasse il passato. Con diecimila vite e con ottanta milioni la Francia ebbe acquistata un’isola di nessun prodotto, ma supremamente importante alla sicurezza delle coste di Provenza ed al commercio nel Mediterraneo. I nobili lasciavansi pigliare alle blandizie; i popolani scrissero:

Gallia vicisti profuso turpiter auro;

Armis pauca, dolo plurima, jure nihil.

Scoppiata poi la rivoluzione francese, l’Assemblea nazionale (1789 30 9bre), per proposizione del côrso Saliceti, decretò la Corsica formar parte della Francia; i Côrsi banditi per averla difesa potessero rientrare, colla pienezza dei diritti di cittadini francesi.

Narrati questi eventi, il Pommereuil conchiudeva con questa singolare profezia: — Se è vera l’osservazione che dal seno delle discordie civili nascono gli uomini grandi, dobbiamo aspettarci da quest’isola genj possenti, e grandi conduttori d’eserciti, giacchè le calamità devono avervi fecondato il germe della gloria»[181].