CAPITOLO CLXXI. Costumanze. Il teatro.
Se facesse bisogno d’altre prove che l’importanza sociale non consiste negli avvenimenti politici, il secolo passato ci attesterebbe come in mezzo alla quiete si operasse una radicale trasformazione. Nel valutare la quale, ciò che il secolo nostro più ricorda è la distinzione dei nobili, legalmente dominatori nelle repubbliche, dappertutto efficienti ne’ municipj. Il diritto del pugno era stato spento in ogni luogo; andava pure togliendosi la giurisdizione feudale; e se nelle Romagne[207] e in Sicilia i baroni si tennero indipendenti dal sovrano e tiranni de’ popoli, nel Napoletano avevano sagrificato l’indipendenza della forza alle appariscenze della Corte; in Piemonte la nobiltà serbava aspetto militare, ma senza rappresentanza, benchè i titoli che traeva dai castelli le attribuissero privilegi nocevoli al popolo, fra cui lo sciagurato di dare essa sola uffiziali all’esercito; e tenendosi legata fra sè, poteva respingere le prepotenze de’ superiori ed esercitarne sugli inferiori. In Lombardia non serbavano che qualche distinzione di vestire, di comparse, d’essere decapitati anzichè impesi, e con patibolo ornato; del resto la mano monarchica gli aveva pareggiati nell’obbedienza.
Dappertutto però erano collegi di nobili giureconsulti, di nobili medici; essi soli componeano il consiglio municipale, essi coprivano le dignità ecclesiastiche, essi l’amministrazione gratuita delle pie fondazioni, essi le tante missioni a cui dava luogo la vita comunale, quando, invece d’una folla d’impiegati, vi si destinavano persone all’occorrenza. Tali uffizj produceano un dispendioso decoro, e la tradizionale clientela facevanli primeggiare ne’ municipj, di cui erano l’anima, l’ornamento, la tutela; e addestratisi nella giurisprudenza, o raccomodavano come arbitri le differenze, risparmiando processi e litigj, o sostenevano le ragioni del Comune o della corporazione, o dell’istituto benefico di cui erano o presidi o parte, o versavano in indagini economiche, ultima attività che si conservi dopo tolte le politiche; e bastevole occupazione vi trovavano quando i Governi non avevano ancora concentrati in sè tutti gli uffizj, le attribuzioni, l’attività.
I più erano spolverati de’ classici; leggevano e scrivevano latino; e furono nobili la maggior parte degli studiosi di quel secolo: chè, oltre l’obbligo di educarsi per comparire, essi ne avevano comodità sì per la tradizione domestica degli affari, delle gentilezze, dei libri, sì per l’avere maestri e scuole, sì perchè non costretti occuparsi in guadagni. Quei cadetti, cui i diritti del primogenito toglievano di supremeggiare per grado e ricchezza, cercavano distinzione col sapere e colle armi. Ma erano assai più coloro che, deposto nella lunga pace l’umor bravo e il prepotente soverchiare, infingardivano nella negligenza dei pubblici interessi, dei proprj diritti, della vera dignità, de’ progressi a cui allora si affaticava tutta Europa, e a cui i nostri ben poco coadjuvarono, lasciandosi mettere avanti il piede da quelli, a’ quali erano stati maestri.
Nell’educazione cercavasi piuttosto la vernice; trattavasi dei doveri verso di sè, più che di quelli verso gli altri; obbedire ai superiori, mantenere il decoro, impratichirsi agli esercizj cavallereschi, non fallire ai convenevoli, e le virtù di parata; e quanto alle dottrine, coltivare l’immaginazione meglio che il raziocinio, studiare i classici e non i filosofi e gli scienziati; procurare l’eleganza delle forme, più che i pensieri sani e i sentimenti veri, più che raddrizzare i torti giudizj e ampliare lo spirito. Conseguenza era l’accettare la moda, cioè il pensare e l’operare comune, senza ardimento d’originalità; donde una bonarietà uniforme, che fa perchè gli altri fanno, rimanendo sempre eleganti fanciulli, guardando come necessario ciò ch’è indifferente, lo che porta a tenere per indifferente ciò ch’è necessario, e trovarsi irresoluti e pusillanimi ne’ grandi bisogni della vita. Le pratiche pie, l’indocilimento della volontà, il rispetto ai preti, il decoro, le abitudini patriarcali disponevano certo al vivere onesto, alle virtù tranquille, all’amorevolezza soccorrevole; ma non abbastanza premunivano contro il cozzo delle passioni e degl’interessi, non rimediavano a quella fiacchezza di volontà da cui deriva metà delle nostre colpe, non a quella esitanza che ai mali della vita ci fa freddamente rassegnati, anche quando bisognerebbe vigorosamente repulsarli.
Essendo poi l’educazione una cosa distinta dalla società, bisognava rifarla quando in questa si entrasse. Che se volessero compirla con qualche viaggio, nel quale la loro condizione gl’introduceva presso le Corti dissolute di Francia e di Germania, o nei castelli inglesi, smarriti innanzi a una realtà di cui non avevano idea, tuffavansi facilmente in quella corruzione, accettavano gli esempj degli uni, i sofismi degli altri, vergognandosi delle massime in cui unicamente erano stati cresciuti.
Le ricchezze legate in fedecommessi e accumulate da tutta la parentela sopra un capo solo, e le fruttuosissime magistrature faceano alcuni somigliare a principi, non per potenza o autorità, ma per entrata e spendio, con centinaja di servi e di cavalli, e fragor di palazzi, di villeggiature, di caccie. Sopravvivono dappertutto chiese e cappelle patrizie suntuosissime, ville somiglianti a reggie, con giardini regolarmente disposti a viali, a carpinate, a siepi di bosso, in forma d’animali, di sedili, di torri, fin di scene storiche; l’arrivo del padrone dava vita al villaggio e ai contorni, e nei mesi ch’ei vi restava era un continuo andar e venire di carrozze, e un popolo di servitori, e un via va di visitanti, e balli splendidi, e rischiosi giuochi, e i sinistri esempj urbani.
Per tali servigi strappavansi molte braccia alla più utile delle arti, onde marcissero nell’abjezione e nella scostumatezza delle anticamere. Anche quello sfarzo era una sottrazione all’operosità commerciale, all’attiva industria, poichè riguardavasi scaduto il nobile che a traffici attendesse; mancava quella solerzia ch’è indotta dal bisogno di migliorare le rendite e perciò raffinare l’agricoltura, vantaggio ben maggiore ai contadini che non l’indulgente remissione dei debiti od il soccorso gratuito.
A quell’unico signore guardavano con invidia i fratelli minori, obbligati a celare nel chiostro e nelle caserme la povertà cui erano ridotti in grazia di esso, e a mendicare il piatto alla mensa del fratello padrone, o a sollecitare la protezione di esso e de’ parenti a favore di chi domandasse e pagasse; altro modo d’usufruttare l’ozio e le aderenze, a scapito della giustizia.
Ma il primogenito stesso, separato da alcuni fratelli chiusi ne’ conventi, nojato dall’assiduità degli altri, con una moglie nè scelta nè stimata, con beni di cui non potea disporre liberamente, che moglie, fratelli, servi gareggiavano a dilapidare, che gravati di debiti non potevansi depurare col venderne una porzione, sicchè bisognava logorare il capitale destinato all’agricoltura; gonfio di sè, fra le irremittenti cure di nonnulla, fra i continui disgusti della superbia, gli urti della vanità, le soddisfazioni del puntiglio, certamente non potea chiamarsi beato.
Durante il dominio spagnuolo, le donne erano rimaste appartate dalla società maschile; ed avendo il duca d’Ossuna a Milano raccolto una volta a circolo la nobiltà d’ambo i sessi, ne fu tanto a dire, che ben si guardò di rinnovarlo. Ma il principe di Vaudemont, ultimo governatore della Lombardia a nome di Spagna, cresciuto nelle maniere francesi, radunava di frequente i nobili a corte e ad una sua villa suburbana, che acquistò galante rinomanza. Poi sopravvennero i Francesi, e si divulgarono le loro usanze; talchè i nostri, passati rapidamente alla costoro leggerezza dal sussiego spagnuolo, perdevano la bonarietà antica per investirsi de’ nuovi usi, e con essi della frivola empietà, e di quella galanteria che è amore senza passione.
Allora si contrasse il morbo nuovo del cicisbeismo, legame insulso, che non aveva tampoco l’energia del vizio; logorava la gioventù in corteggiamenti, baciamani e fatue smancerie, con una dama scelta per convenienza non per cuore, coltivata con ostentazione e con faticose premure del vestire, del comparire, dello smaschiarsi. Quest’affetto di mera vanità produceva alla donna i difetti della lubricità senza che ne avesse le scuse; le dava un altro confidente che il padre de’ suoi figli, riconosciuto pubblicamente, talora stipulato nei contratti; svogliava dalle dolcezze domestiche, dall’attenzione ai figli, dalla riverenza al marito, che ridotto al secondo grado nella propria famiglia, ed occhieggiato nell’intimo delle proprie abitudini, non trovava in casa quell’onorevole e soave riposo che disacerba tante amarezze della vita.
L’abbigliatojo usurpava lunghe ore anche agli uomini. La testa architettata e sparsa di cipria, l’abito a recami e assestato, calzoncini, calzettine, scarpettine come da ballo, fibbie al ginocchio e al piede, costosi manichini, tutto pareva inventato per moltiplicare legami, e costringere a non muoversi che in passi di minuetto. La spada che portavano al fianco era una parodia delle imbelli abitudini; come i voti di castità e povertà che faceano i cadetti entrando cavalieri di Malta, per cui l’unico merito richiesto era la provata nobiltà. Le visite, il corteggio, i prolungati desinari, il corso empivano la giornata; alla sera teatro, più spesso i circoli e il giuoco, dove a un voltar di carte si mutavano ingenti fortune.
Era possibile non acquistare aborrimento per ciò che costasse sagrifizio, fatica, assiduità? Riponeasi il bene supremo nel riposo; si camminava nel solco antico, o sugli esempj e il pregiudizio; si rideva di tutto colla leggerezza che su tutto svolazza, in nulla s’arresta; dalla vita domandavansi soltanto fiori, e per risparmiarsi la fatica del pensare e dell’operare, si pensava e agiva secondo la moda altrui, anticipandosi l’inoperosità della vecchiaja.
Pochi i viaggi, e i più non aveano mai perduto di vista il campanile della terra natìa; onde mancanza di confronti. Neppur s’aveva, come in Francia, una Corte unica, una gran capitale, dove tutti i nobili facessero il tirocinio, e acquistassero uniformità d’usi e di tratti, mutandoli dietro all’esempio, e trasmettendolo agli inferiori.
Già era lamentato il cambiar d’abiti a seconda della foggia; sebbene lontanissimo dalla versatilità odierna. Nelle persone mediocri l’abito di sposo serviva alla gala di tutta la vita; anche le eleganti avevano un vestito, la cui immagine si associava a quella della loro persona. Il gran costo e la ricca fattura delle stoffe si opponeva ai subiti mutamenti, nè ancora i telaj inglesi avevano potuto somministrare quelle indiane e quelle cotonerie, che tanta apparenza uniscono con sì tenue costo, e che nell’eleganza pareggiano alla gran dama la sua portinaja. Anzi la moda d’allora distingueva inalterabilmente le diverse classi, nè l’artiere avrebbe potuto usurpare l’abito del civile, o il nodaro quello del gentiluomo. Uno de’ nobili più spregiudicati, Pietro Verri, fa colpa a Giuseppe II dell’ammettere uffiziali nell’esercito anche persone ignobili, perocchè il sentimento d’onore è educato fra i patrizj, non fra gli altri. Perfino ne’ teatri il viglietto del nobile costava meno di quello del plebeo.
L’eguaglianza mancava dunque dappertutto; e i nobili traevano a sè ricchezze, impieghi, dignità. E mentre essi stavano persuasi d’essere superiori per natura ai plebei, atteso la serie degli avi, di cui i poderi, i ritratti, gli uffizj si conservavano in famiglia, il povero s’era rassegnato a credersi di razza inferiore; la legge sanzionava le distinzioni, riservando gl’impieghi ai nobili, traendoli a fôro privilegiato, ove il plebeo non potea citarli, come non poteva chiamarli al feroce giudizio del duello, che essi costumavano fra loro, cento atti, cento esclusioni lo avvertivano che il suo vicino era superiore, non per merito ed autorità nè tampoco per denaro, ma per nascita; la moglie d’un ricchissimo mercante non poteva farsi reggere lo strascico come una dama pitocca e diffamata, nè un abilissimo meccanico portare la spada come il marchese che gli era debitore di lunghe liste, o come quelli che, venuti su dalla bottega o coll’appalto, per denaro facevansi strada nell’aristocrazia. — Io disprezzo quei che comprano la nobiltà», diceva Giuseppe II al Casanova; il quale rispondeva: — E quei che la vendono, sire?»
Non per questo il popolo odiava i ricchi. A quel sovrastare era avvezzo, come agli altri disordini della vita; e la dipendenza procacciava protezione, giacchè si ricorreva al padrone o al signor principale del villaggio, fosse per ottenere una dote o un posto o un letto all’ospedale, o per farsi rendere giustizia. I signori a vicenda consideravano come obbligo il proteggere i clienti; i servi nascevano in casa dai servi ereditati; il contadino stava da più generazioni sul fondo medesimo, e se poco si faceva per migliorarne la condizione, nol si lasciava nell’estrema miseria; gli artieri, gli operaj tradizionalmente mantenevano la pratica delle stesse famiglie.
Senza credere incivilimento il nausearsi del mestiero paterno, ciascuno era curiale, sartore, contadino, barbiere perchè tale era stato suo padre e suo nonno, dai quali avea ricevuto gli stromenti, le tradizioni, le clientele. Chi volesse uscire dal vulgo bisognava si facesse frate o prete; e saria parso reo di lesa società il gastaldo o il pizzicagnolo che mettesse i suoi figli sullo studio. Molto insomma conservavasi del patriarcale, così ne’ Governi come ne’ privati; il grande volea poter fare tutto, ma col proposito di fare il bene; era un dogma la padronanza, ma temperavasi colla benevolenza; e quell’aria soldatesca, che appestò la società moderna, appena appena cominciava per imitazione dei Tedeschi.
Questo complesso di tradizioni rendeva docili all’autorità, tanto più che i Governi non avevano ancora dimenticata l’arte di farsi sentire il meno possibile, di lasciar ire molte cose di loro gambe, molte rimetterne agli uffizj municipali, non togliendo ai sudditi la dolce compiacenza d’adoprarsi a vantaggio della patria. Le capitali non usurpavano ogni importanza alle città di provincia; e il patrizio che nel suo paese godeva dignità tradizionali, posto nel consiglio o nel collegio dei dottori, antica clientela, palazzo avito annesso alla storia del paese, non pensava a staccarsene per andare a sfoggio più splendido ma meno distinto nella capitale.
Agli Ordini religiosi molta consistenza attribuivano ancora l’unità, lo spirito di corpo, le dovizie, il carattere, e il non essersi la coscienza risolta in opinione. Ma lo zelo della carità primitiva o della conversione intepidì, dacchè il mondo era sistemato; da un lato proibita la manifestazione dei dubbj religiosi, dall’altro vôlti in riso l’autorità e lo zelo; sicchè i predicatori pareano intenti a farsi perdonare il loro stato; e l’ingiuria che s’affiggesse agli zelanti, ai dotti, ai pii era chiamarli gesuiti. Ecclesiastici d’alto merito non mancavano, ma troppi abbandonavansi non tanto alla scostumatezza, quanto alla negligenza, indotta dalla mancanza di contrasti e dalle agiatezze; ad intrighi e cure e corteggiamenti secolareschi, derivati dal non entrare nel clero per vocazione ma per domestiche convenienze; mentre i Cappuccini e gli altri Mendicanti spargevansi tra il vulgo consolandone i dolori, temperandone le miserie, celiati eppur riveriti e consultati, altri nelle città s’insinuavano in ogni casa, in ogni affare, consiglieri spesso, spesso intriganti, corteggiando la dama, connivendo al cavaliere, mascherando l’intrigo, sottraendo il reo alla giustizia, o questa indocilendo al raccomandato, sollecitando impieghi, doti, eredità.
Peste del clero erano gli abati, cadetti di case principali, o veramente plebei, che provvisti di buoni benefizj, dispensati dalle cure secolaresche e dispensandosi dalle ecclesiastiche, divenivano mobili necessarj d’ogni casa illustre, ove diceano la messa al comando, faceano la partita, raccontavano le novità. Con ricche zazzere, panni finissimi d’Inghilterra, sete di Lione, manichini di Fiandra, grande anello all’indice destro, tabacco di Siviglia in scatola d’oro cesellata, da tavola a tavola, da villa a villa portavano le celie e le novelle, tesoreggiando epigrammi da ripetere, scrivendo sonetti e madrigali d’occasione, facendo ridere degli altri e di loro stessi.
A dipingere quei tempi molti colori ci offrirebbero gli stranieri che viaggiarono nel nostro paese, cercando qui le arti e il gajo vivere, come in Inghilterra il pensare e il governare; portandovi compassione più che insulti. Fra essi meritano ricordo l’inglese Sharp[208] per la confutazione che ne fece il Baretti, esagerando per ribattere esagerazioni[209]: e i francesi Lalande astronomo, che restò in un discredito proverbiale, non forse meritato[210], e il De Brosse che fu poi presidente. Raccomandato dal proprio nome e dalla compagnia di Lacurne Saint-Palaye, autore del Saggio sulla cavalleria, osservò con discreta leggerezza, se pur non sono alterate le lettere che tardi se ne pubblicarono[211]; trascurate e scorrette, ma senza apparato pedantesco, giudicando alla ventura e senza dissertare, e offrendo immagine viva del paese; credeva barbari tutti gli artisti avanti Rafaello, ma del resto dava giudizj liberi in fatto d’arte, deridendo il barocco ed il grottesco che i nostri mescolavano al classico; e a lui rimonta quel che ai dì nostri parve un ardimento dello Stendhal, che non bisogna credere tutte le lodi date dal Vasari alla scuola fiorentina, fors’inferiore a tutte le altre (Lett. 24).
Se vogliamo con questi e con altri scorrere il nostro paese, eccoci in prima a Torino, talmente rinnovellata da quando la vedeva Montaigne, che De Brosse la dichiara la città più bella d’Italia per filo delle strade e regolarità degli edifizj. Lalande vi trovava meno lusso e depravazione che nelle grandi città; «il re sopravveglia come un padre in famiglia, e dà buoni esempj; non si ha l’abitudine di mantenere attrici; la nobiltà può comprarsi ma a gran prezzo, mentre sono poco ricchi i nobili, cui non è dato lucrare sopra le finanze, amministrate per conto del re, tanto bene che un ambasciadore di Francia ebbe a dire: A questo modo, ciascuna provincia francese varrebbe quanto un regno[212]. «I nobili non possono uscire di paese, nè vendere i feudi senza permissione, e sono obbligati servir nelle armi, ma con poco guadagno; mentre neppure alle magistrature lascia gran rilievo il governo alla militare». Di Piemonte uscivano sete per diciotto in venti milioni, e molto riso; attorno a Torino coltivavasi il tabacco, la cui privativa fruttava al re cinquecentomila lire[213]. Ogni appalto poteva essere disdetto, qualora alcuno alla Camera offrisse un terzo di più.
A Genova, lo Stato più povero e coi cittadini più doviziosi, eranvi, secondo il De Brosse, ricchi di quattrocentomila lire che ne spendeano trentamila e fabbricavano palazzi per sè d’un milione e pel pubblico di tre milioni, e stupende chiese: il fasto degl’Italiani, ben più ricco, nobile, grazioso, utile, magnifico e grandioso di quel di Francia, il quale si riduce al dare pranzi. Le donne coprivansi del mézzaro, i nobili di nero, sempre senza spada; la gioventù morigerata perchè occupata. Alle veglie regnava molta amenità, e profusione di lumi e rinfreschi. Nelle carceri dell’Inquisizione stava solo un tal Riva, che aveva predicato l’ateismo, e per venticinque anni non volle ritrattarsi. Si lavorava assai di velluti, principalmente neri; d’una carta immune dalle tarme, di paste, d’ebanisteria, di sapone, di fiori artifiziali, di lampade a riverbero, quivi introdotte assai prima che a Parigi. Porgevano occasione di divertimento le devozioni; e nelle famose processioni delle Casaccie, il nobile che avesse saputo montare la scalea di San Lorenzo tenendo il pesante crocifisso in bilico, senza toccarlo colle mani, era vantato come oggi quel che abbia scritto un articolo per diffamare un galantuomo.
In Lombardia noi sappiamo d’altre parti che sopravviveano pregiudizj e istituzioni spagnolesche, e un tribunale araldico non solo verificava la nobiltà e le sue gradazioni, ma regolava l’addobbo, l’acconciamento, il cerimoniale; a chi l’uso de’ predellini sotto i piedi, e delle borse pe’ libri in chiesa; o la tal forma del guardinfante, e il farsi sostenere lo strascico, e portar le torce davanti al cocchio e nel salir gli scaloni, o i fiocchi di seta ai cavalli, e le livree di color variato ai servi e co’ galloni d’argento e d’oro, e aver sulla carrozza lo stemma, e attorno a quella staffieri e lacchè, e mandar inviti a stampa per circoli, matrimonj, funerali.
Notati i cattivi alberghi, Lalande appuntava a Milano le vie non illuminate la notte, non segnate con nomi, inaffiate da galeotti. Il teatro, su cui comparivano fin quattrocento figure e quaranta cavalli, durava dalle nove ore sin all’una dopo mezzanotte, e molto strepito faceasi durante la rappresentazione: l’unito ridotto era riservato ai nobili, e i giuochi se ne appaltavano per quattromila luigi, che servivano di dotazione al teatro. Al Corso sfilavano fin ducento carrozze bellissime. Nello Stato v’avea da seimila soldati; trenta birri bastavano al buon ordine della città, ventiquattro alla campagna. L’ingerenza che conservavano nell’amministrazione del proprio paese, valeva a ritenere a Milano e nelle provincie i nobili, che nelle monarchie tendono ad affluire alla capitale[214].
I Milanesi passano per diffidenti; l’eccessiva economia li rende operosi; scarsi d’ingegno, ma meritevoli del titolo proverbiale di bonacci, buoni buseconi. I mercanti hanno l’abitudine di chiedere il triplo del prezzo. Molto lavorasi di foglia e fil d’oro, e di velluti e vetri: carrozze vi si fanno comode e robuste, cercate per tutta Italia[215]. Il collegio di Brera conta ottanta gesuiti e mille ducento scolari. Le signore hanno aria disinvolta, senza il compassato degli altri paesi. Il cicisbeismo non v’è d’etichetta per le donne, nè di servitù così dura per gli uomini quanto a Genova, a Roma, a Napoli; una buona metà non è provvista di cavaliere servente; quelle che l’hanno, non son notate come cosa straordinaria, sicchè più facilmente possono cambiarlo, nè sono tenute a vedersi accompagnate perpetuamente da un uomo nojoso.
Venezia era sempre oggetto delle meraviglie e delle favole de’ viaggiatori, e il De Brosse vi ammirava l’illuminazione dei tre ordini delle procuratie, in cui la notte di Natale consumavasi più cera che in un anno in tutta Italia. Poco s’invitavano a pranzo i forestieri; e in generale per gl’Italiani il minore dispendio va nella tavola; di mattina, ai visitanti offresi la cioccolata, di sera gelati. Le famiglie a Venezia tenevansi molto unite, vivendo senza spartire i beni. I giovani studiavano, poi a venticinque anni metteansi ne’ pubblici affari. L’accettar gl’impieghi era obbligo, ma poteasi sottrarsene col farsi abati. Le mode francesi vi penetravano a stento. I Veneziani erano sobrj, beveano poco vino, andavano a romper l’aria in terraferma, dove in magnifiche ville riceveano molte persone e bene, e dove radunavansi ogni giorno ai caffè. In questi, come ai casini, andavano anche le signore, alle quali il cavalier servente era necessario per dar la mano all’uscire e all’entrare in gondola.
Di convegni e intrighi erano campo i conventi, e l’allegria dominava in quelli riservati alla nobiltà. In San Sepolcro erano professe cinque fanciulle de’ Giovanelli; in una vestizione si spendea fin ventimila scudi. De Brosse particolareggia troppo sulle cortigiane; e Lalande stupisce come, senza truppe e con poche guardie, non vi succedessero assassinj, neppur duelli. Ogni casa ricca aveva libreria, e collezioni artistiche e naturali. Fin cinque giornali vi si pubblicavano, operosa la tipografia, e lavoravasi molto di fonder caratteri. Continuava l’arte de’ vetri, e facevansi lumiere (ciocche) fin di sei o sette piedi di diametro.
In Toscana la nobiltà era la più parte d’origine popolesca; e i titoli prodigati dai Medici, e le commende di Santo Stefano conferivano privilegi futili, e non toglievano di conoscervi scarse le ricchezze, le quali del resto erano molto livellate, e usavansi col buon senso. A Firenze le fanciulle non poteano parlare a chichefosse; sol dopo promesse aveano libertà di trattar collo sposo. A Siena era spasso prediletto il far alle pallottole di neve. Gorani[216] descrive un circolo in casa del Sinsinelli governatore, in una sala dov’era il camino ma spento; sedeasi attorno a una tavola, sotto la quale stava un braciere, e ciascuno tenea sui ginocchi un veggio per iscaldar le mani; sulla tavola ardeva una lampada d’argento a due lucignoli, bastante per chi non avea che a parlare.
A Bologna il cambiar del legato cambiava intera l’amministrazione della giustizia, poichè egli menava seco fin i birri. Molto vi si lavorava di veli crespi, sapone, rosolj, tabacco, carta; e principalmente di carte da giuoco. Quelle donne, collo zendado parevano in lutto; gli uomini, gran parlatori, mostravano estrema franchezza nello spacciare cognizioni che non avevano.
A Roma poca nobiltà derivava dalle antiche famiglie e molta dalle papaline; ma l’elemento democratico vi si mescolava mercè dei tanti monsignori e prelati, che fra i grandi aveano probabilità di sedere come cardinali. I signori non erano troppo ricchi; aveano ereditato magnifici palazzi, ma poco riceveano, salvo che alla campagna. Vi si pubblicò lungo tempo una gazzetta manoscritta, che a nessuna cosa o persona serbava rispetto; il che faceasi pure a Venezia, e con tal segretezza che mai non ne trapelò l’autore. L’antica reputazione di gelosia era perduta, e nessuna dama appariva in circoli se non accompagnata dal cicisbeo. Questo deve la mattina andar a farle visita, aspettando in sala finch’essa sia visibile; assiste alla pettiniera, la conduce a messa, fa seco la partita fin all’ora del desinare; dopo questo, rimane presente al nuovo addobbo, la mena alle quarant’ore, poi alla conversazione che comincia all’avemaria, e la riconduce all’ora di cena. Tali ibridi unioni durano fin venti anni; e non che cagionare scandalo, le dame vi danno tutta l’aria di decenza, disapprovando la civetteria delle Francesi, la quale provoca molti adoratori. Il cicisbeo è distinto affatto dall’amante, contro del quale anzi egli serve di salvaguardia. Ove Lalande riflette ch’è meglio aver un cicisbeo che cinquanta vagheggini, e che dimostra la depravazione non esser ancora estesa a segno da introdurre col libertinaggio la leggerezza.
Le Romane non metteano troppa attenzione all’abbigliamento, e in generale le Italiane faceano maggior parsimonia di rossetto che le Francesi. Molte limosine si distribuivano, e zuppe alla porta di tutti i conventi. Assassinj anche nel cuor della città, non per rubare, ma per passione; rarissimi i supplizj. Secondo il Gorani, frequentavano gli avvelenamenti, massime fra parenti; e la terribile acqua tofana stillavasi non più a Napoli, ma a Perugia. Gli uomini vestono facilmente da preti. Della politica molto studio vi si fa; molto se ne discorre nei circoli, dove Lalande trova non consueto il giocare, mentre il Gorani dice che l’unico modo d’acquistarvi stima era il giocar di grosso.
Costui segue a dire che ciascuna professione aveva un caffè proprio dove raccogliersi i pittori, gli antiquarj, i cancellisti. Somma potenza esercitavano gli abati: i prelati difettavano di virtù e di scienza, mentre i claustrali erano colti e gentili: la classe operosa fregiavasi di belle virtù: la plebe gran parlatrice, superba del passato e del veder accorrersi da tutto il mondo ad ammirare le sue ruine; dal continuo aver sott’occhio i capi d’arte acquista buon gusto; non è avara, col che si scevera dall’insaziabile servidorame. Il Governo spende assai in istrade; ma gl’intraprenditori mangiano il denaro, e le lasciano pessime. I principi adoprano i servitori come bravi, e il cardinale Albani più volte gli armò per sottrarre delinquenti alla giustizia. Ma De Brosse avverte: «La libertà di pensare in fatto di religione, e fin di parlarne è tanta in Roma almeno quanta in qualunque città ch’io conosca: non si creda il Sant’Uffizio così nero come si dipinge: non ho inteso parlare di verun caso di persone messe all’inquisizione, o trattate con rigore»[217].
Egli si fa beffa de’ giardini in forme bizzarre; eppure, senza approvarli, convien confessare che non mancano d’attrattive. Sono cortili ornati d’antichi cimelj; scale sviluppate che non menano a verun oggetto, labirinti inestricabili, parterri a disegni compassati, e arabeschi e stemmi; e fra divinità e fauni di travertino, fra grotte di tufi e conchiglie, fra castelli in ruina romoreggiano altissime cascate od organi idraulici. Alla Rufinella il bosso nano figura nomi d’illustri; alla villa Aldobrandini la roccia rappresenta un’enorme faccia di Polifemo, la cui bocca dà l’accesso ad ampia grotta.
A Napoli si sfoggia lusso, ma spesso fraudando gli artigiani; spendonsi dieci luigi il mese per la tavola, cento per la scuderia; conversazioni magnifiche, e nel 1778 una mascherata, che rappresentava l’entrar del sultano alla Mecca, componevasi di quattrocento figure. Usansi grandi cerimonie e numerosi servi, perchè costano poco, e ricercansi specialmente milanesi, come fedeli ed esatti; il cocchio d’ogni dama è preceduto da più volanti. Non molti i cicisbei; e le donne vanno alle conversazioni anche d’uomini celibi, come usa a Roma. Non v’abbondano come a Parigi e a Londra quelle miserabili, che fan l’onta del loro sesso coll’importunità. Diradavano anche le avventure galanti ne’ conventi, ma questi erano numerosissimi e per ogni condizione; molte le esteriorità devote, magnifiche le feste, e con una specie di mascherata a Napoli era il trionfo della musica, e orrido genere di speculazione i soprani.
Non bisogna tacere quante donne si facessero ammirare per ingegno, ed oltre le letterate, aveasi una Caterina Padovani Bonetti e una Beatrice Cittadella a Padova; a Milano la duchessa Serbelloni, che tradusse le commedie francesi di Destouches; a Venezia teneano convegni brillanti e onesti la Albrizzi e la Benzon; Caterina Bonfini, stata cantatrice, e tratto buon profitto dagli amanti, raccoglieva a Modena la società migliore dopo partitone il duca; altrettanto faceva a Firenze la contessa d’Albany moglie dell’ultimo Stuard; e a Roma la contessa di Rosenberg inglese, la quale sposò il conte Bartolomeo Benincasa modenese, poi separandosene gli fissò ottantamila lire di pensione, ond’egli visse brillante a Parigi e a Milano, scrisse su giornali ed ebbe impieghi.
Ma perchè si vivea spensierati non si figurino idillj di felicità; non v’avea libertà nelle repubbliche, non indipendenza ne’ principi, non garanzie fra i popoli; nè fu storia di questi la da noi narrata, bensì de’ Borboni, Austriaci, Lorenesi, Savojardi che se li disputavano; guerre o trattati non portavano a sviluppo morale, non nasceano da eroismo e generosità. La nazione dunque si abbandonò a una lassitudine di viver molle e spensierato.
Il commercio intisichiva in piccolezze di ritaglio; ed eccetto le sete, verun’altra industria profittava al paese; le manifatture non che attirar denaro forestiero, neppur provvedeano ai nostri bisogni, giacchè i capitali che avrebbero dovuto alimentarle giacevano inoperosi o consumavansi in frivolo lusso. De’ campi molta parte aspettava cultura; molta era di proprietà comunale, cioè guasta da tutti, curata da nessuno; molta in manomorta, dove più non si cercava migliorare la rendita dopo averla creata; molta ristretta in primogeniture e fidecommessi, dove l’ampiezza sviava dalle necessarie attenzioni, e talvolta il sopraccarico dei debiti facea vendere le scorte e sottraeva i capitali, necessarj alla buona gerenza, intanto impacciando le transazioni. Lo sminuzzamento delle provincie e i privilegi faceano che disuguali cadessero le imposte da paese a paese, da persona a persona. Poche strade e mal tenute, e queste pure impacciate da pedaggi.
Il trattato di Kainargi del 1774 aperse il mar Nero ai Russi, che vi coltivarono quegli ubertosissimi terreni, dapprima negletti dall’accidia musulmana; e con pochissima spesa, in grazia degli uomini mezzo schiavi, ottennero abbondantissimi grani che versarono in Europa, sicchè d’allora restò avvilito il prezzo de’ cereali, principalmente in Italia.
Masnade di ladri rendevano pericoloso il viaggiare, non nella Romagna soltanto e nel Napoletano[218] famosamente funesti, ma fin nel cauto Veneziano e nella regolata Lombardia; e il Governo or doveva prendere in ispecial protezione i beni di qualche gran signore o qualche paese minacciato, ora con premj eccitare i cittadini ad armarsi, arrestare, uccidere i malviventi; or applicare ferocissime pene, con cui non si facea che rintuzzare la sensibilità e mettere a pericolo la giustizia col dispensarla dalle formalità della procedura. Armi non avevansi, se non qualche reggimento reclutato coll’ignobile ingaggio: pochi gentiluomini compravano un vano grado nelle milizie forestiere, o negli Ordini di Malta e di Santo Stefano, sviati dall’istituzione primitiva per divenire di pompa aristocratica e null’altro. Il clero, invece di combattere in quelle fondamentali quistioni che sviluppano i grandi talenti, perdevasi in frivoli eppure accanniti litigj d’un giansenismo, qui imbastardito dalla protezione de’ forti. Dappertutto mancava quella vigoria, che fa ripudiar l’errore sotto qualunque aspetto si presenti, e voler sempre e solo la verità per quanto costi.
La letteratura ritraeva dell’affievolimento generale, ridotta ad elegante loquacità, insulse galanterie, imbellettata goffaggine, ad uccellar belle immagini, ingegnose similitudini, locuzioni eleganti, da versare a piene mani per meritar larghissime lodi con ingegno mediocre. La poesia arcadicamente bamboleggiante, era comandata d’umiliazioni sempre nuove, alle minime occasioni della vita pubblica e della privata. Libri popolari non si facevano, eccetto i catechismi, che per verità suppliscono a tutti. I giornali, frivola lettura e dannosa quando divengano monopolio de’ più inetti scribacchianti e dei più assurdi ragionacchianti, allora erano pochi o pochissimo letti, nè si curavano di sminuzzar il sapere, il quale rimaneva privilegio come ogn’altra cosa; e in ogni città o provincia v’aveva quei due o tre in fama di dotti, al cui parere si riportavano tutti, dispensandosi dalla fatica del riflettere, e disapprovando chiunque pensasse diversamente.
La scarsa lettura e le difficili comunicazioni manteneano funesti pregiudizj, privavano del vantaggio che deriva dal ricambio d’idee, dal veder altri costumi, dal conoscersi a vicenda. I nostri ignoravano quel che scriveasi fuori, a segno che i pochi che lo sapevano affidavansi a copiarne le teorie, e fin le parole, sicuri di non essere scoperti. Eppure di gran depressione nel carattere nazionale era sintomo l’eterna imitazione dei Francesi; quanto da Parigi venisse sembrava un oro, e beato chi primo vestisse quelle foggie; di Parigi doveano venire i cuochi, i maggiordomi, i sartori; dovevasi cinguettar francese prima di saper parlare italiano; a Venezia recitavasi commedia francese. Scipione Maffei nel Raguet pose in iscena quei che il paterno sermone lardellavano di smorfie francesi: il Cesarotti trova che «la biblioteca delle donne e degli uomini di mondo non è che francese»: il veronese Becelli, dimenticato autore di dottrine anticipate, querelavasi del gran leggere e tradurre che gl’Italiani fanno le cose straniere, e dell’affettato lodarle per deprimere i nostri[219]; il Chiari si lagna che «pensa francese chi nacque a Milano», che «pare credano nulla si stampi in Francia di cattivo», che «le donne il parlar tosco ignorano per balbettar francese»; e assennatamente soggiunge: — Abbiamo preso dagli stranieri gli abiti, i linguaggi, i vizj, ma non però spogliati i pregiudizj nostri».
Seguitavano i nostri ad andar fuori a procacciare guadagno co’ mestieri e coll’industria, fra i quali il Galignani di Palazzuolo bresciano a Parigi fondò il giornale del Messenger, che dura fin adesso. Di rimpatto Tommaso Lambe fin nel 1719 veduti i nostri torcitoj, li trasportò in Inghilterra e li perfezionò, ottenendovi quattordicimila lire sterline di premio[220].
La plebe, sotto il qual nome va inteso tutto il terzo stato, conservava il sentimento di religione e di famiglia, la riverenza all’autorità, l’amore dell’ordine; ma anche molti pregiudizj, non contando quelli che pajono tali ai pregiudicati dell’età nostra; al malocchio, alle apparizioni di diavoli e di morti si credea generalmente, e n’erano pieni i discorsi de’ nostri padri. La plebe dunque soffriva men patimenti che oggi, ma più umiliazioni; e queste snervano il carattere, mentre può esser rinvigorito dalle calamità. Cento paure la circondavano; paura de’ nobili che poteano vessarla impunemente; paura de’ ladri, e altrettanta degli sgherri e de’ giudici, mal frenati dalla fierezza punitiva; paura de’ dazieri, che per qualche contrabbando poteano mandar sossopra una famiglia; paura di potenze misteriosamente malefiche[221].
Floscia dunque, annighittita, anche dove non era facinorosa, piena d’ubbie, scarsa di coraggio, servilmente venerabonda, data a grossolane sensualità, tutta nelle esteriorità della religione, temendo il male e non riparandolo, nè conoscendo il bene nè cercandolo per avversione alle novità, viveva giorno per giorno, senza gli spasimi della speranza, ma senza le gioje virili che questa cagiona. Uscir dal suo stato potea difficilmente con sì scarse occasioni d’arricchire, con tanti impacci alle arti, al commercio, alla comunicazione de’ possessi; nella milizia non poteva aspirare ad alti gradi; non mandare a studiare il proprio figlio, se non fosse per metterlo prete; ma anche qui le migliori dignità erano preoccupate dai patrizj.
Affollati da tante meno cure, poco tormentati dall’enorme fatica del pensare, e da quella patologia morale, per cui si gode pestar la testa contro il proprio gabinetto, figurandoselo una prigione; adagiandosi in un facile presente senz’affannarsi del domani, avendo tempo d’avanzo per le faccende e pei moderati bisogni, piacevansi di mangiari, di sollazzevoli brigate, e del farsi burle reciproche, e cercar occasioni di godere, di scialarsi, quasi il secolo ridesse di se medesimo. Magnifici erano i carnevali di Venezia, allegri dappertutto con maschere e cene e balli. Spesso rinnovavasi a Roma il combattimento dei tori al sepolcro d’Augusto; e al carnevale serbavansi i supplizj, e la corda da dare in pubblico ogni giorno, affine di prevenire i delitti, più facili in quel tempo. Neppur del tutto v’erano dimentichi i Misteri a modo del medioevo, e nel 1706 vi si rappresentarono la Presa di Gerusalemme e la Passione di Gesù Cristo, dove atteggiavano il Peccato, la Penitenza, la Grazia.
Molto piacevasi il mondo elegante al giuoco ed alle conversazioni. Tutti i viaggiatori convengono che la passione del giuoco fosse generale in Italia; e lord Marlborough nel 1760 perdette al faraone ottomila luigi negli otto mesi che passò a Torino. Pel popolo s’aveva il lotto di Genova, cominciato nel 1620, introdotto a Venezia il 1734, portato in Francia da Calsabigi nel 1765. Distinguevasi in lotto delle zitelle e de’ senatori: in quello imborsavansi cento nomi di fanciulle, a cui toccava una dote sortendo, e scommetteasi sul nome che uscirebbe; nell’altro giocavasi sui nomi che si trarrebbero dalla borsa, ov’erano tutti quelli capaci d’ottenere dignità. Dieci volte l’anno faceasi l’estrazione a Genova, nove a Roma, altrettante a Napoli, tredici a Milano, quindici a Torino; e v’ebbe chi profittò dell’intervallo per mandare telegraficamente a Napoli i nomi già estratti a Roma, e così ciuffar un guadagno. Dappoi si semplificò riducendo l’estrazione a numeri colle loro combinazioni di ambo, terno, quaterno, cinquina. I teatri erano ancora accostati con una specie di ribrezzo: i rigoristi escludevanli come assolutamente immorali; altri casuisti dicevano potervisi andare, purchè fossero commedie savie e oneste: ma gli attori rimanevano repudiati dalla buona società.
La musica tenne maggior posto nelle società moderne, quanto più si raffinarono; e principalmente progredì nell’età che stiamo descrivendo. Nelle antecedenti la teatrale era scarsa peranco, prevalendo quella di camera o madrigalesca. Le cantate di camera a solo erano specie di pastorali, di gemiti amorosi in tono minore, dove s’intrecciavano mille fioriture e trilli e volate. Più che a farne vantaggiar l’espressione, i maestri pareano intenti a cercare difficoltà e fioriture, strascichi, tremoli, finte sincopi e altrettali bizzarrie, ed imitare col suono il rumor materiale degli oggetti indicati dalla parola. Così una musica senza espressione vestiva parole senza senso; e ne veniva di conseguenza che i cantanti si arrogassero il primo posto, e volessero che poeta e maestro servissero alle pretensioni loro.
I migliori compositori però si erano accorti che quel che tocca il cuore è la melodia. Il Palestrina, che aveva salvata la musica sacra rigenerandola (tom. X, p. 496), nelle composizioni profane seguì le leggi della fuga, allora consacrate dai maestri, le difficoltà superando con mirabile agevolezza, e con alcune dissonanze prodotte dal movimento delle parti raggiungeva la vera espressione dell’affetto; poichè non attinta la pienezza dell’arte, la melodia propriamente detta non conoscevasi ancora, bensì gli effetti del contrappunto. Fiamminghi erano i principali e più celebrati maestri della cappella di San Pietro a Roma e di San Marco a Venezia, ed introdussero le numerose voci divise in cori rispondentisi. La musica madrigalesca veniva affinata da Luca Marenzio, Paolo Quagliati, Alessandro Strigio, altri compositori, e meglio dal Gesualdo principe di Venosa, a cui la melodia deve il suo sviluppo. Giovanni Gabrieli veneziano (-1612) mostrò ardita originalità ne’ grandi accordi di due, tre, fin quattro cori, che alternandosi formano contrasti imponenti, con ritmo già abbondante di combinazioni, e arrivò meglio d’ogni altro agli effetti drammatici, carattere della scuola veneta.
Gli stromenti, distinti in quattro classi, da corda, da vento, da tasti, da percussione, non aveano musica loro propria, ma confondeano gli effetti con quei della voce umana che seguivano all’unissono. Dappoi furono disposti in gruppi men numerosi; ma ancora, eccetto l’organo, limitavansi ad eseguire pezzi scritti per la voce umana. Il Gabrieli seppe tener calcolo della voce e dell’estensione de’ varj strumenti, e combinarli in guisa da rialzare l’effetto generale; scrisse pezzi per bassoni, tromboni, viole; alternò cori di voci umane con altri di strumenti, e nonchè negligesse la parola, s’affaticò di esprimere il senso generale e rialzare il particolare con figure di ritmo e capricci di vocalizzamento[222].
La rivoluzione da lui cominciata fu compita dal cremonese Claudio Monteverde, semplice violinista, poi direttore della musica del duca di Mantova, infine maestro di cappella a San Marco, ove passò trentasei anni. Contro le studiate combinazioni matematiche dei Fiamminghi, proclamò che la musica non è fatta per obbedire a regole astratte, ma per dilettare l’orecchio e dipingere i movimenti dell’anima; e perciò emancipandosi dalle tradizioni del cantofermo gregoriano, nel terzo libro de’ suoi madrigali a cinque voci, pubblicato il 1598, arrischiava l’accordo della settima dominante senza preparazione e le dissonanze doppie e triple delle prolungazioni. Si gridò contro il novatore, ma il pubblico ne rimase allettato; e mentre egli ebbe lode soltanto d’ingegnoso, aveva iniziato una rivoluzione radicale, giacchè la dissonanza, non mostratasi fin allora che come anticipazione o prolungamento d’una consonanza, da lui fu resa fino a un certo punto indipendente, creando e la tonalità moderna e il vero accento passionato. E come nell’armonia la dissonanza fu il mezzo di esprimere le passioni, così nella melodia il ritmo, il quale inoltre dovea logicamente risultare dalla dissonanza, che di necessità creava delle cadenze periodiche. Per tal guisa la musica teatrale, fornita di tutti gli elementi della sua potenza, procedette e modificò anche la sacra da cui era nata, e venne a introdursi nella composizione l’unità dell’ottava qual è data dalla natura, sbarazzandola dalle varietà infinite degli accenti melodici, che equivaleano ai dialetti della lingua. Nel tempo stesso Luigi Viadana da Lodi pensava a scrivere pezzi di musica da chiesa, che potessero a volontà cantarsi a due, a tre, a quattro, come ad una sola parte, conservando pur sempre un’armonia piena; e gli venne trovato a tal uopo un basso stromentale continuo, che dovesse eseguirsi dalla sinistra mano dell’organista, mentre la destra sosteneva l’armonia delle altre parti, che accompagnano la nota fondamentale, talchè il ritmo acquistò una cadenza più sensibile, e la declamazione musicale assunse un genere di forme particolari.
Dalla sacra passava il perfezionamento alla musica profana, e trovata l’armonia della dominante quando appunto nasceva l’opera, la dotta melodia s’applicò a secondare la poesia sviluppandosi dalle complicazioni della musica madrigalesca; onde si aprì maggior campo all’originalità, distinta la musica in scuole, e variata non soltanto nelle danze e nelle canzoni, ma anche in lavori pensati.
Di Giuseppe Zarlino (-1599) allievo del Villaert, fondatore della cappella di San Marco, le Istituzioni armoniche furono miniera de’ teorici successivi: mentre le sue Dimostrazioni armoniche, irte di calcoli, diedero origine a vane dispute intorno all’arte. Per oratorj e musica da chiesa lodarono Antonio Bononcini modenese, di stile elevato e artifizioso, e Bernardo Pasquini toscano, careggiato da Maria Cristina e da altri principi. Benedetto Marcello (1686-1739), veneto e magistrato, prima dei vent’anni compose un corso d’istituzione musicale; puntò i primi cinquanta salmi, tradotti da Girolamo Ascanio Giustiniani; pezzi variatissimi per una, due o tre voci, con un semplice basso, e talvolta accompagnamento di viola. Era l’ispirazione interpretata dalla musica, e spoglia de’ capricci ch’egli aveva rimproverati ai teatranti in un’arguta satira; e tradotti anche in tedesco e in inglese, girarono tutta Europa. Uom pio ed elevato, raccoglieva gli artisti, e proponeasi di evitare gli abusi, che la vanità dei cantanti e la condiscendenza de’ compositori avea introdotto, ridurre la musica al suo vero uffizio di secondare la poesia nell’espressione de’ sentimenti e nell’interesse delle situazioni, e ciò con bella semplicità.
Agostino Stefani da Castelfranco (1656-1728) trevisano, cantore al Santo di Padova, poi a Venezia, indi in Germania con moltissima lode, fu dal duca di Brunswick adoprato in diplomazia, poi entrato negli Ordini, fu vescovo senza abbandonare la musica, e scrisse per dimostrare che quest’arte ha principj certi. Jacopo Carissimi veneziano (-1646), maestro della cappella pontifizia, che avea trovato gli accompagnamenti d’orchestra nella musica di chiesa, modellò con maggior grazia e semplicità il recitativo, pel primo scrisse cantate, diè forma regolare all’oratorio, e restarono famosi il suo Jefte e il Lamento dei dannati. Così il miglioramento passava dalla chiesa al teatro. Rossi e Corelli ebbero idee meglio decise dell’armonia, e gli arzigogoli posposero all’espressione: Corelli innovò la stromentazione introducendo le sinfonie numerose, onde si potè meglio disporre l’orchestra, la quale anzi si arrogò l’importanza principale, fino a comporsi le note prima delle parole e senza di esse.
Disusati il liuto e la tiorba, delizia precedente, venivano in favore il basso di viola e il clavicembalo, ma pareano indecorosi il violone e l’accompagnamento. Il piano-forte, che credesi invenzione tedesca di Schröter, fu trovato nel 1750 da Bartolomeo Cristofori di Padova, che lo disse cembalo a martelletti; e migliorato dal Lotti[223]. Nicola Amati e la sua discendenza ebbero fama nel fabbricare stromenti a Cremona, e il loro allievo Antonio Stradivario trovò le proporzioni più convenienti pei violini, la cui sonorità non si potè più raggiungere neppure dai Guarnieri suoi creati; e pagavansi da tre a cinquecento lire, e sin ventimila un violoncello[224].
L’aria, sciolta dalla forma di recitativo, appare nel Giasone del veneziano Francesco Cavalli, rappresentato il 1649; ma direbbesi piuttosto una specie di minuetto. A farne uno sfoggio dell’abilità del maestro cominciò il Cesti (1651-1725) nella Dori del 1663. Alessandro Scarlatti napoletano diminuì le fughe e controfughe, i canoni ed altre leziosaggini, al cuore avvisando più che agli orecchi; introdusse di obbligar il recitativo, perfezionato poi dal Vinci, e colle dissonanze risvegliava l’attenzione degli uditori, sopita dalla successione degli accordi. Nella Laodicea o Berenice schiuse nuovo calle alla musica drammatica, dando maggior vivacità alla stromentazione, sostituendo alle forme sillabiche del canto una libertà fin allora sconosciuta di vocalizzare. Ricco d’immaginazione e novatore nella melodia, nel recitativo, nelle particolarità, nell’istromentazione, le seicentodiciotto opere e ducento messe che compose divennero modello. Dalla sua scuola uscirono, oltre suo figlio Alessandro, il gran riformatore tedesco Händel, il Gizzi lodato per dolcezza, e il Durante di Frattamaggiore, tutto patetico e più dotto d’ogni altro di quella scuola, di cui formulò le dottrine, che viemeglio svolsero il canto avvicinandolo all’espressione. Procedettero via via in meglio il Leo, il Sarro, il Porpora, il Fea, l’Abas, fino a Pergolesi e Jomelli che riepiloga tutti i progressi antecedenti.
Quando a Napoli gli Austriaci immolavano i fautori di Filippo V, un fanciullo fu obbligato assistere al supplizio del proprio padre, e n’ebbe quasi ad impazzire; e distrutta la famiglia e la sostanza sua, fu menato in Ispagna e messo nel convento d’Astorga, donde, invece del perduto, trasse il nome di Emanuele d’Astorga. Educatosi nella musica, passò maestro di cappella alla Corte di Parma, poi a quella di Vienna, dove ebbe onori, amori, denaro, e finì monaco. Le sue composizioni spirano soave melanconia, e lo Stabat e il Requiem passano per inimitabili.
Alla napoletana facea gara la scuola veneta co’ bei nomi di Giovanni Croce, Baldassarre Donati, Cavalli, Legrenzi, Lotti severo e grandioso: e Bonaventura Furlanetto che mai non volle scrivere pel teatro. La sostenevano i conservatorj detti gl’Incurabili, i Mendicanti, l’Ospedaletto, la Pietà, dove le fanciulle erano educate al suono e al canto; e molto ambìto n’era il posto di maestri, i quali doveano comporre ogn’anno alcuni oratorj in latino, che dalle zitelle stesse eseguivansi le domeniche ai vespri, ed erano un altro degli spassi di Venezia.
L’Opera dall’Italia si estese ai forestieri; e la scarsità di commedie e tragedie buone le cresceva pregio, malgrado i difetti e le lascivie dell’arte. Dopo Rinuccini, il dramma affogò tra il meraviglioso e le sconvenienze. Nel Rapimento di Cefalo il Chiabrera affastella mitologia e allegoria, oceano, sole, notte, segni dello zodiaco che parlano, trabalzi dalla terra nel cielo, nell’aria, nei mari. Nel Dario di Francesco Beverini, in tre atti volano quattordici volte le scene, con campo, macchine, elefanti, cavalleria e fanteria. Nella Divisione del mondo, rappresentata a Venezia il 1675, comparivano le parti del mondo coi simboli proprj e con meraviglie di meccanica, poichè a quel gusto soddisfacevano ingegnosissimi macchinisti, principalmente alle Corti di Firenze e Torino. Talora avanti a Cesare in Utica compariva un globo, mosso non si vedeva da chi, e spaccavasi in tre parti; talaltra in aria apparivano a fuoco anagrammi, bisticci, divise; poi si rappresentavano amori senza velo, rinforzati dalla musica; oltre un buon corredo delle metafore di moda. Delle sconvenienze storiche e morali non parlo, giacchè nessuno faceva mente al senso, nè stomacava il vedere Persepoli mandata in aria da una mina.
Fra i poeti melodrammatici del Seicento ci corrono alla penna i nomi dei veneziani Matteo Noris e Aurelio, di Sebastiano Biancardi napoletano, Ippolito Bentivoglio d’Aragona e Grazio Braccioli ferraresi, Giovanni Bernini prelato romano, Silvestro Branchi e Giuseppe Maria Buini bolognesi. Filippo Acciajuoli fiorentino, cavaliere di Malta, girò Europa, Asia, Africa, America, musicando composizioni proprie; singolarmente lodato per meccanismi e trasformazioni; inventò un teatrino di marionette con ventiquattro mutazioni di scene e cenventiquattro fantoccini, che bastava egli solo a dirigere. Leopoldo, figlio dell’imperatore Ferdinando II, nel 1626 vide a Mantova rappresentare dagli Invaghiti l’Europa di Monte Simoncelli, e tanto se ne piacque che introdusse l’opera a Vienna, dove si ebbero poi sempre poeti cesarei, cominciando da Nicolò Minato bergamasco e Francesco Sbarra lucchese.
I miglioramenti della musica contribuirono a migliorare le composizioni; si cominciò a far parlare gli eroi con meno lezj, si sostituirono soggetti storici ai fantastici, si separò il serio dal buffo, il sacro dal profano; da cinque furono gli atti ridotti a tre, tolti i prologhi, relegate in coda alla scena le arie, fatta parsimonia di decorazioni. In tal fatto ben meritarono Silvio Stampiglia romano, e più Apostolo Zeno (1668-1750), eruditissimo veneziano, che fu chiamato poeta cesareo da Carlo VI; e «Non credo (dic’egli) essere mai stato amato da alcun amico quanto dall’imperatore». Ne’ soggetti sacri e negli oratorj meglio riusciva; ma in generale pecca di lentezza negl’intrecci, di prolissità nelle scene, d’intrico negli incidenti; si vale a man salva de’ francesi, talvolta fondendo due o tre composizioni altrui, come fece di Euripide e Racine nell’Ifigenia; se va mondo dalle consuete gonfiezze, manca di spontaneità ed eleganza nello stile; e ben di rado raggiunge la fluida armonia che al canto si richiede.
Il Gravina, che, come di sommo legista, così affettava il titolo di gran tragico, udì un giorno Pietro Trapassi (1698-1782) garzoncello che vagava per Roma improvvisando, e presolo seco, ne grecizzò il nome in Metastasio, e morendo gli lasciò quindicimila scudi. Il giovane prestamente vi diè fondo, e costretto vivere di guadagno, cominciò a comporre drammi; e Marianna Bulgarelli, attrice lodatissima col nome di Romanina, prese a dirigerne gli affetti e il genio. Colla ospite sua, tratto a Vienna poeta cesareo, colla provvigione di tremila fiorini, e con la grazia e l’affetto di Maria Teresa, i re lo onorarono e donarono a gara; tutti i mediocri sollecitavano da lui quelle parole di cortesia, che la vanità interpreta per giudizj[225]. Così spontaneo ci sembra, eppure componea con tal ritrosia, che per vincerla erasi prefisse ore allo studio, quasi non dissi all’ispirazione. Le donne, sue protettrici in vita, gli diedero fama anche presso i posteri; e al voto di mezzo il genere umano chi negherà valore? La dolcezza, suo carattere, gli fa perdonare sin le frequenti sgrammaticature; ma degenera in bambolaggini, tanto più quando sceglie temi elevati, a cui mal s’acconciano la perpetua armonia e il fare madrigalesco del melodramma; e costretto dalla celerità del componimento ad esagerare, l’eroismo trasforma in valenteria, l’amore in leziosaggine. Gli stessi caratteri, le situazioni stesse riproduconsi; dappertutto amanti che parlano di morire, scellerati di professione, donne di vendette atrocissime, sentenze accumulate quanto in un predicatore. Gl’intrecci geminò e fin triplicò; abituali le inverosimiglianze; frequentissimi i riconoscimenti pei mezzi posticci d’una lettera, d’un segno; e gli a parte e i monologhi obbligati per isviluppare le passioni; passioni del resto brancicate non ritratte al vivo, con lineamenti generalissimi, senza discernere paese o età. Della verità locale o storica non si dà briga; una principessa di Camboja invoca le Furie d’Averno; un re di Persia parla delle sponde del pallido Lete e della nera face in Flegetonte accesa; i Babilonesi di Semiramide inneggiano Imeneo; Astiage padre di Ciro sagrifica nel tempio della dea triforme; Abele invita le genti a lodar seco il Signore; e tre fanciulle cinesi, propostesi d’improvvisare un trattenimento, l’una sceglie la tragedia d’Andromaca, l’altra un’egloga sotto il nome di Licori, la terza racconta un viaggio ove si parla della toilette e della charmante beauté. Che importa? l’archetto abolì le leggi della verosimiglianza, e l’intelligenza addormentasi nell’armonia: e il poeta fa tutto in superlativo: le feste magnifiche, le foreste cupe, le procelle furiose, i templi giganteschi, più che non siensi mai veduti: siccome i re son sempre tipi di giustizia; l’amore sempre il più casto; l’eroismo è il più esaltato, generosità impossibili, virtù incomparabili, e sempre trionfanti: eroi che van a morte cantando, mentre il tiranno stesso li supplica a dire quella sola parola che salvi e loro e tutti; romani che sagrificano parenti, gloria, vita al dio patria; imperatori che si ostinano a perdonare anche ai maggiori ribaldi; popolo che a coro impone sempre il partito più magnanimo o impedisce il delitto. Eppure va lodato di aver voluto arricchire il dramma con tutti gli spedienti artistici, non stringerlo nelle fasce precettorie: alle unità di scena e di tempo mostra che i Greci mai non s’erano attenuti; cerca le situazioni, e con arte le conduce; e conoscendo a meraviglia la teatrale decorazione, ritrova luoghi convenientissimi a colpi di scena dignitosi; non si piace atteggiare fatti atroci: e benchè scrivesse sempre d’amore, mai non errò d’oscenità. Quell’elocuzione svelta e viva, quel dialogo rapido e intercalato possono insegnare qualche cosa ancora al secolo che lo vilipende quanto il suo lo divinizzò. Per verità sarebbe rigore il volerlo esaminare come un tragico; ma non si può dissimulare che egli portò e distrazioni e sdolcinamenti, di cui l’Italia aveva tutt’altro che bisogno.
Quelle similitudini con cui rallenta l’azione, introdussero nella musica mille varietà e capresterie e imitazioni di suoni: ma allora si finiva coll’aria, ora coi pezzi concertati; allora l’azione conduceasi per mezzo del recitativo, il quale oramai ne fu sbandito; onde i drammi del Metastasio cessarono dal teatro[226].
Su composizioni migliori, migliore fu la musica. Giambattista Pergolesi da Jesi (-1736) studiò la natura, e riuscì inimitabile per semplicità accoppiata a grandezza; elevò l’armonia alla massima eccellenza; possedè tutti i modi della sublimità profetica alla cobbola scherzevole, dallo Stabat Mater all’opera buffa; ma primeggiò nelle meste armonie, che sembrano l’impronta dei maestri di breve vita, come Weber e Bellini. Perocchè moriva a ventisei anni; e mentre vivo non ottenne che fischi, fu gridato il Rafaello della musica, e l’estremo dell’arte consideravasi la sua Serva padrona, a pari col monologo nella Didone di Metastasio, musicata dal Vinci. Nicola Jomelli d’Aversa (-1774) s’immortalò sul Miserere e su molti drammi di Metastasio, e divenne la delizia d’Europa. Domenico Cimarosa napoletano (-1801), da tutte le Corti d’Europa accolto e rimunerato, musicò più di cenventi opere, lodate per felici effetti scenici, unità nei partiti, ricchezza d’accompagnamento; e il Matrimonio segreto si applaudisce ancora. Giovanni Paisiello da Táranto (-1816), allievo del Durante, estese l’uso degli strumenti da fiato e le sinfonie, non però sì che coprissero la voce umana; introdusse i finali nelle opere serie e i cori nelle arie; l’unità del pensiero lumeggiava con mille variamenti, e nel Tedeum e nella Nina pazza offerse modelli di genere opposto. Esso e Guglielmini diedero forma nuova alle cantilene e all’istromentazione; e sapendo d’essere i maestri più cercati, s’accordarono di non comporre alcun’opera per meno di seicento ducati.
Il Cafariello (-1787), scolaro del Leo, poi successore nel dirigere il conservatorio della Pietà a Napoli, indi la cappella reale, nella musica da chiesa e da teatro sapeva adattare i motivi del sentimento, senza sbalzi ma con progressione armonica e soavità. Antonmaria Sacchini, anch’esso napoletano e allievo del Durante e molto dimorato in Inghilterra, piace per amabile e facile fare, dolcezza, melodia; e coll’Edipo a Colono parve ai Francesi toccasse il punto supremo. Prima di comporre leggeva qualche sonetto del Petrarca; e D’Alembert disse che le sue sonate sono un sentimento e un linguaggio, piuttosto che un suono e un’armonia. Giuseppe Sarti di Faenza (-1802) gli succedette come maestro al conservatorio dell’Ospedaletto a Venezia, poi a Sartori nella cappella del duomo a Milano, infine diresse la musica alla Corte russa, e nel Tedeum per la presa di Okzakow introdusse anche i cannoni; eppure aveva grazia ed espressione, e fu maestro di Cherubini. Il Pachierotti (-1825) fu filosofo della musica. Il Salieri di Legnago, maestro di cappella a Vienna, attese ad opere buffe, poi anche a serie sulle orme di Gluck, con condotta drammatica. Boccherini, re dei quintetti, precedette Hayden nel perfezionare la musica istromentale.
Giuseppe Tartini (1692-1770) istrioto di Pirano, resistendo al padre che voleva mandarlo minorita, si pose alla legge in Padova, ma più divertivasi della scherma e dell’amore; e sposata una parente del vescovo, fuggì con essa, vagando finchè ricoverossi nel convento d’Assisi. Quivi applicatosi alla musica, riuscì stupendo violinista; allora perdonato, fu lungo tempo ad Ancona, poi per cinquant’anni maestro alla cappella del Santo di Padova, ove cominciò una scuola famosa. Erede degli scritti del Corelli, princeps musicorum, anzichè musicæ, che aveva fondato su regole l’arte del violinista e vincendolo in felicità di motivi, il Tartini estese le ricerche sulla produzione de’ suoni, chiedendo la spiegazione dell’armonia mediante sperienze acustiche ingegnose, che sfuggono alla comune dei compositori, e ridurrebbero a mero calcolo un’arte che trae efficienza dal sentimento, e dove le teorie dell’acustica mai non rendono ragione del ritmo. Così scoperse il terzo suono che esce dal toccare due corde all’unissono, del violino ingrossò le corde e allungò l’archetto, e dettò Lezioni pratiche. L’accusano d’avere sagrificato il sentimento alle difficoltà, ai trilli, ad altre fioriture; pure ne’ suoi adagio il violino parve acquistare veramente un’espressione drammatica. Nel 1725 da Carlo VI invitato a Praga, diede buon indirizzo a Stamitz, illustratosi poi a capo della scuola di Manheim. Morì di scorbuto fra le braccia del Nardini, uno de’ suoi migliori allievi; fra’ quali furono segnalati i Pollani, Pugnani e Giambattista Viotti (-1821) di Fontaneto piemontese che nella musica volea grandezza non capricci, e riuscito originale per grazia e sublimità, fu festeggiato in tutta Europa, e lasciò a stampa molte composizioni. Insigne violinista e compositore di drammi fu pure Antonio Bruni di Cuneo, vissuto fin al 1823.
Tradizionalmente continuavasi a guardare come disonorevole la professione del teatro: nel Carolino a Palermo non si comportavano nè donne nè amori; ed è a vedere nella Storia letteraria del 1753 lo strano rimpasto che vi si fece della Clemenza di Tito per poterla rappresentare. Sui teatri di Roma, solo ai tempi di Pio VI, per istanza della Principessa Braschi si permisero donne. Vi supplivano i castrati, e la fortuna diede all’Italia molti egregi soprani, massime a Bologna e Napoli; superbi infelici, che elaboravano la laringe a segno da gareggiare cogli strumenti musicali, facendo quelle che Metastasio chiamava sonatine di gola. Baldassarre Ferri perugino, lodato da Rousseau per la voce più estesa, flessibile, dolce, armonica che mai si fosse udita, in un fiato discendeva e saliva due intere ottave con un trillo continuo senza accompagnamento, riscoteva applausi straordinarj; a Firenze gli uscirono tre miglia incontro personaggi principali; ritratti e medaglie e sonetti gli si profusero; la sua carrozza era tirata da uomini; a Londra una maschera gli offrì un bello smeraldo. Francesco Bernardi dalla patria detto il Senesino, era molto onorato da Händel.
Il Caffarelli da Bari (1705-82), capace d’emulare gl’istrumenti più difficili e melodiosi, e che mostrò quanti abbellimenti può dare alla musica la voce, a Venezia toccò fin seicento zecchini per un carnevale. Il re di Francia gli mandò regalare una tabacchiera d’oro, ma egli al portatore mostrandone una raccolta di più belle e costose, — Almeno (soggiungeva) vi fosse il ritratto del re. — Ma questo non si dona che agli ambasciatori» replicò il segretario; e il cantante: — Tutti gli ambasciatori del mondo non farebbero un Caffarelli». Il re gl’inviò un diamante e l’ordine di andarsene subito. Sopra un palazzo ch’egli si fece fabbricare scrisse: Amphion Thebas, ego domum. Tanto guadagnò che comprossi la ducea di San Donato, cui unì la rendita di quattordicimila ducati.
Carlo Broschi detto Farinelli, napoletano e scolaro del Porpora, con una voce estesa di tre ottave eseguiva le arie più difficili di Händel, di Hasse, di Vinci, e trilli in gara cogli stromenti di fiato; e i contemporanei non hanno parole bastanti a lodare le corde sue robuste e flessibili. A Londra accolto in trionfo, guadagnò fino cinquemila sterline in un anno; un Inglese gridò in pieno teatro, — Non v’è che un Dio solo e un solo Farinelli»; e facendo egli da schiavo, e il Senesino da tiranno, questo nell’udirlo cantare dimenticossi del personaggio e l’abbracciò, e gli spettatori a freneticamente applaudirli. Gareggiava col Caffarelli: due usignuoli, dicevasi; l’uno che alla classe colta strappava ammirazione e lacrime; l’altro delizia del popolo per le vinte difficoltà. Il Farinelli a Madrid toccava quaranta mila lire l’anno; e ogni sera cantando innanzi a Filippo V[227], a vincere l’umor negro del quale l’aveva chiamato Elisabetta, seppe divenirne confidente, consigliero ed arbitro: pure non abusò di quella grandezza; e scadutone, si ritirò a Bologna esercitando splendida ospitalità.
Su questi esempj si formarono il Rubinelli, il Pachierotti, ultimo de’ gran soprani, e il milanese Marchesi il quale, al tempo della repubblica, invitato dal Miollis a dare un’accademia, ricusò con una generosità ben insolita allora rispondendo, — Il generale straniero può farmi piangere, non farmi cantare». Secondarj rimanevano i tenori; però fu vantato il Burzolini cantante del duca di Mantova, poi Ettori dell’elettore palatino, Rauzzini che anche compose, Crivelli sublime nella Nina Pazza, Batino, Davide, Ansani ed altri: ma solo Rossini diede importanza a queste voci, nelle quali poi primeggiarono Garcia, David figlio, Nozzari, Mombelli, Bonoldi, Donzelli, Rubini, Moriani e gli altri nostri contemporanei.
Così careggiati, pensate se i cantanti trascendessero in pretensioni e ostinatezze; le virtuose battevano il tempo collo scettro o col ventaglio, sorridevano ai palchetti, prendeano tabacco, lanciavano villanie al rammentatore, sfibbiavansi per gorgheggiare a miglior agio, e alla fine uscivano mezzo svestite. Guadagni, facendo da Ezio, al finale mutavasi in Teseo perchè gli piaceva combattere col Minotauro: una bella non volle mai cantare il larga mercede di Metastasio, ma ampia[228]. Lodatissime troviamo pure Vittoria Tesi fiorentina e Faustina Bordoni veneziana; e famosa non meno pel canto che per le bizzarrie la romana Gabrielli Caterina, scolara del Porpora e del Guadagni pel canto e del Metastasio per la declamazione. Dai grandi facevasi pagare profumatamente, per poi prodigare coi teatranti. L’ambasciatore di Francia per gelosia le diè una stoccata; ma schermitane dal busto, essa volle la spada del pentito, e destinava conservarla per trofeo con un’iscrizione, se Metastasio non l’avesse rabbonita. Un signore fiorentino mostratosi accorato per un manichino suo ch’erasi stracciato ad uno spillo della Gabrielli, essa il domani gli mandò sei bottiglie di vin di Spagna, ove faceano da turaccioli altrettanti superbi merletti di Fiandra. Da Caterina di Russia chiese per stipendio diecimila rubli. — Non pago tanto neppure i miei marescialli», disse la czarina; e l’attrice: — Ebbene, fate cantare i vostri marescialli». A Palermo avendo eccitato un inesprimibile entusiasmo, quel vicerè la invita a un pranzo di cerimonia; vien l’ora, ed essa non compare; mandasi per lei, e la trovano placidamente a letto, nè per esortazioni volle muoversi. La sera cantò sottovoce, dicendosi indisposta; e il vicerè mandò a minacciarla; ma essa: — Mi farà gridare, ma cantar no». Finito lo spettacolo, è messa in cortesissimo arresto per dodici giorni, ne’ quali essa diede pranzi scialosi, soddisfece per debitori carcerati, la sera tenea circolo cantando ai prigionieri con quella maggior maestria che sapesse; e quando fu sciolta, una folla di poveri l’accompagnò dal carcere a casa in trionfo. Quando nel 1780 cantò a Milano col Marchesi, si formarono due partiti, che contrariavansi in teatro e sui caffè, sin co’ pugni e colle spade.
Queste frenesie diventavano uno scandalo quando si portavano alla chiesa. Ivi la musica si facea con fragore e schiamazzo; una volta si infilarono quattromila amen; e perchè gl’istromenti da fiato in qualche luogo erano proibiti, sonavansi di fuori; e gli astanti applaudivano spurgandosi[229]. Ma i maggiori maestri scrissero anche per la chiesa; e celebri furono lo Stabat Mater e la Salve regina del Pergolesi, la messa di requiem di Mozart; di Paisiello la cappella reale di Parigi conserva ventisei messe, il mottetto Judicabit in nationibus, il Miserere, l’oratorio della Passione.
Altri intanto raffinavano la teoria della musica, come Rameau di Dijon, che superando Lulli, diffuse il Sistema del basso fondamentale; come il nostro Tartini; come il padre Giambattista Martini bolognese (-1784), allievo dell’insigne Giacomo Antonio Perti. Scrisse egli sulle correlazioni della musica colla matematica, fece la più estesa raccolta di trattati di quell’arte, e una storia, i cui tre volumi si limitano alla musica ebrea e greca. Alla teorica associò eccellente pratica, sebbene più d’arte che di genio; ed ebbe da tutti i sovrani d’allora testimonianze, quali non ottenevano i pensatori; insisteva si conservasse alla musica ecclesiastica il far grande e maestoso, e la primitiva semplicità si surrogasse a strepiti da piazza e sdulcinature da teatro.
Il padre Giovenale Sacchi (-1789) barnabita milanese, tentò ricomporre il sistema musicale degli antichi, e volgere quest’arte più ad elevare il sentimento che a blandire i sensi, e alla cognizione delle teoriche univa l’eleganza dell’esposizione[230]. Eccellente compositore e precettista fu pure il padre Sabbatini di Padova.
Nicola Piccini di Bari, scolaro del Durante, colla Cecchina scritta dal Goldoni avea destato universale meraviglia, e dato il primo esempio dei finali concertati, tanto poi estesi da Cimarosa e Mozart; colla Zenobia di Metastasio sorpassò i contemporanei, e osò musicare di nuovo l’Olimpiade, già puntata da Pergolesi e Jomelli. Molte novità introdusse egli; i semitoni nel patetico, gli artifiziosi pezzi concertati, gli stromenti di rame nelle orchestre; nel genere buffo l’espressione graziosa e l’armonia in luogo della musica di note e parole. L’invidia gli pose a fianco Anfossi, che attento all’espressione, puntò la Nitteti, la Betulia liberata, la Clemenza di Tito del Metastasio; del che Piccini insofferente, lasciò l’Italia dove già avea messo in scena cento opere. In Francia preso maestro da Maria Antonietta, e venuto di moda, a fronte alla dominante di Gluck che asseriva poesia e musica doversi dare mano, nè la verità dell’espressione poter mancare al bello drammatico, elevò la scuola de’ Piccinisti, che nella melodia riponeva ogni merito, nè la musica dover sovvertirsi per seguire le inezie de’ poeti. Musici ignari di lettere, letterati ignari di musica, e la folla scioperata, e i filosofi ringhiosi ne vennero a litigi non meno fervorosi di quei che allora agitavansi per la libertà americana, e di mezzo ai quali faticava a trovare via la colonia fondata dal Sacchini pei migliori intelligenti.
Scatenatasi la rivoluzione, Piccini, perduti i protettori e gli stipendj, tornò a Napoli povero; dal re che sulle prime l’avea ben accolto, fu abbandonato come propenso ai novatori; carcerato, poi sciolto, non ebbe favore neppure dai repubblicanti, e tornato in Francia, vi morì, lasciando più di cencinquanta opere. Singolare vanto del conservatorio di Napoli è l’avere prodotto Majo, Trajetto, Paisiello, Piccini, Guglielmi, Cimarosa, Sacchini, e quel Francesco Araja, che introdusse fin dal 1735 l’opera italiana a Pietroburgo, facendovi eseguire il Cefalo e Procri, primo dramma serio in quella favella.
Poco graditi fra noi erano i sublimi forestieri Hayden e Mozart, per opera de’ quali, di Beethoven, degli altri artifiziosi stromentatori, la musica arrivò ad emanciparsi del tutto dalla parola; fin la musica sacra ne restò ingombra e andò via via dibassando; in Mayer il canto dovè servire agli accompagnamenti; il recitativo fu sbandito, come dai disegni barocchi la linea retta. Il qual Mayer però fu maestro di David, di Donzelli, di Bordogni, di Donizetti.
Anche il ballo venne a competere a vantaggio coll’Opera. Che i pantomimici fossero conosciuti da antico in Italia, ce lo provarono molte delle feste da noi descritte; accompagnarono per intermezzo le prime composizioni teatrali come la Calandra; e avemmo eccellenti inventori, quali il Ballasarini che preparò le feste alle Corti di Caterina de’ Medici e d’Enrico III; il Durandi in Inghilterra; e Torino principalmente acquistò rinomanza per intermezzi ballabili.
Dappoi vi s’insinuò la parte drammatica, raffinandola a segno, che fin sedici sorta di caratteri conoscevano i maestri, e se all’Opera bastavano due o tre scene nuove, sei ed otto ne pretendevano i balli, ed ottenevano silenzio ne’ palchetti, ove durante il canto si schiamazzava, giocava, mangiava. I Tedeschi li ridussero storici, e tali furono recati in Italia col Telemaco di Pitraol. Il Milanese Gaspare Angiolini, rinomato direttore del teatro di Vienna, introdusse anche la pantomima comica. Giannandrea Gallini ballerino, impresario di teatri a Londra, ornato dal papa collo Speron d’oro, scrisse un trattato della danza.
Il pittore Servandoni fece spettacoli di sola prospettiva, ed alle Tuilerie rappresentò con null’altro che scenarj la storia di Pandóra: sono ricordati molti di quelli, onde per diciott’anni egli incantò i Parigini, sovrattutto una calata di Enea all’inferno, con sette cambiamenti. Insomma pretendeano una vita loro propria le diversi arti, il cui complesso aveva formato la magia dei vecchi teatri.
Qui ridottane l’importanza, non è meraviglia se pochissimo campo rimaneva ai più intellettuali esercizj della tragedia e della commedia, nelle quali viepiù si risentiva il divorzio fra letterati e popolo. I letterati faceano componimenti d’arte fredda, convenzionale, che nessuno leggeva, e recitati addormentavano; il popolo pascolavano persone di mestiere, dando traccie di commedie a soggetto, di cui gli attori medesimi improvvisavano il dialogo, giovandosi delle maschere, caratteri generici, adattabili a qualunque intreccio. L’uditorio era vulgare, e prendeasi spasso, per esempio, dell’abilità degli smoccolatori, applaudendoli o fischiandoli. Gl’impresarj voleano attirar folla col solleticare i bassi gusti. Attori erano sarti, calzolaj, tesserandoli, che la sera tramutavansi in Nini e Arbaci, o in Fiorindi e Lelj. Il Cerlone, setajuolo napoletano, segnalato nelle maschere di Pulcinella e del Dottor Fastidio, fece un’infinità di selve di commedie a braccio, tutte facezie, brio, satira, frequenti scurrilità e lubriche allusioni; sostenute in atti interminabili, con trasformazioni a vista e scannamenti da macello: riscosse lungamente l’ammirazione de’ Napoletani, che vi vedeano ritratta la propria vita, e rideano e applaudivano, con grave scapito di lui che avrebbe potuto riuscire qualcosa se avesse compreso la propria vocazione, e non si fosse, quando volea far meglio, storpiato nell’imitare. Famosi divennero i Sacchi nel personaggio d’Arlecchino.
Da tre in quattrocento lire pagavano gl’impresarj una commedia al Goldoni o al Chiari; tre zecchini quelle a soggetto, quaranta il dramma. Si contò come uno straordinario che, al Convitato di pietra, commedia a soggetto, la porta fruttò seicensettantasette lire. In Bologna un teatro appigionavasi due mesi per sessanta zecchini. A Venezia ce n’era quattro da commedia, e ai più cari il biglietto valeva una lira, due (lire 1.20) per l’opera seria, una e mezzo per la buffa, oltre una lira per la sedia. San Benedetto s’apriva al tocco dopo mezzodì, San Moisè e San Samuele alle nove, altri all’Avemaria. Le migliori parti nobili toccavano sessanta o settanta luigi l’anno, quando in Inghilterra settecento.
Luigi Riccoboni modenese (1674-1753), acquistata fama come attore col nome di Lelio, pensò rinettar il teatro dalle farse scurrili e mostruose, e fece rappresentare le migliori nostre; ne tradusse e imitò del Molière, ma vedendo fischiata la Scolastica dell’Ariosto, disperò e andossene in Francia, dove ottenne vivi applausi come attore. Diede anche una Storia del teatro italiano, analizzando le principali composizioni; lavoro nè esatto nè sagace. Nelle Osservazioni sul Molière critica gli spettacoli che crede pericolosi alla morale, e nella Riforma del teatro vorrebbe escluso il ballo e tutti i drammi fondati sull’amore: e fin al voto di sopprimere il teatro lo portava la pietà, per la quale poi si ritirò affatto dal mondo[231].
L’abate Chiari bresciano scombicherò un profluvio di commedie e di romanzi, la Cinese in Europa, la Vedova di quattro mariti, l’Isola della fortuna, i Privilegi dell’ignoranza..... ove la slombata affettazione e la pomposa goffaggine e la mistura d’enfatico e di fiacco tolgono ogni pregio alla ricca fantasia. Ma egli «spiando il genio poetico e prosastico de’ leggitori», seppe attirare la folla, massime nelle commedie a soggetto, con decorazioni, fuochi, trasformazioni, e provò l’ebrezza degli applausi, quanto s’incallì agli strapazzi[232]. Colla vita cessarono questi, ma anche la sua memoria.
Pochi uomini furono dalla natura dotati così riccamente come l’avvocato veneziano Carlo Goldoni (1707-93): ma non si coltivò, e fu nociuto dalla patria e dal tempo; perchè, invece di ribellarsi, come Shakspeare, alle esigenze del gusto, vi si adagiò accidiosamente. Poco badò ai libri ma alla società, e mai non si mostra nè melanconico nè metafisico. Divagarsi nella politica non era permesso a Venezia, dove un nobile che si fosse creduto offeso, bastava a farlo il mal capitato, sicchè quella sua ricca varietà e finissima arte d’improntare i caratteri non rivolse che a dipinger quella società, la quale spiana le fattezze risentite e i colori ricisi, e si ridusse a fatuità d’uomini, civetteria di donne, cozzo di frivole vanità, costumi triviali, passioni superficiali, vigliacchi vantatori d’onorevolezza, donne indilicate, fisonomie scorbiate, anzichè quelle vere che sono d’ogni tempo. Ma chi meglio maneggia la scena e il dialogo? chi ne’ caratteri, per quanto prosaici, adombra meglio quella mistura che s’incontra nella realtà senza le idealità romanzesche? dove trovare tanta abbondanza di stile famigliare? La lingua letteraria che mal conosceva, non porgeagli il brio arguto, i frizzi efficaci, l’evidenza che solo dal dialetto possono esser dati, e che fanno di gran lunga superiori le commedie che dettò in veneziano. Fosse nato francese il suo Bourru bienfaisant palesa qual sarebbe potuto riuscire: fosse nato fra que’ Senesi e Fiorentini ch’egli chiamava testi vivi, quanta espansione non avrebbe dato alla lingua parlata, se tanto vi giovò il Fagiuoli, il quale altro pregio non ha che la dizione?
Le persecuzioni e le onte de’ compatrioti il Goldoni sopportò senza fiele: poi ne cercò consolazioni in Francia: ma narrando gli applausi che ivi lo ristoravano, non sa trovar espressione più efficace che dire, — Mi parea di trovarmi nella mia patria». E colà morì, come Metastasio era morto a Vienna. Degli avversarj suoi il solo degno di menzione è Carlo Gozzi (1720-1801), il quale, irato al ventoso stile del Chiari ed al forense del Goldoni, li bersagliò con satire, principalmente la Tartana degli influssi; e poichè gli si opponeva il gran concorrere del popolo, alle rappresentazioni del Goldoni, egli si propose di tirarne altrettanto a scempiaggini da veglia. E scrisse le Tre melarancie, fiaba di pura fantasia; e gli applausi che ottenne ancor maggiori dell’aspettazione l’animarono ad altre, il Re Cervo, Re Turandote, i Pitocchi fortunati, la Donna serpente, il Mostro turchino, l’Augel belverde, molto valendosi delle commedie spagnuole, benchè le chiamasse strane e mostruose. Per vero, s’accorse egli dell’efficacia popolare, onde proclamò non doversi abbandonar la commedia dell’arte, produzion nazionale, bensì migliorarla; non abbiosciarsi ne’ precetti, ma ringalluzzire nell’immaginativa. È in fatto la via di giungere alla novità, ma purchè si sappia reggerla colla ragione. Il Gozzi invece la sbrigliò; traeva sulla scena gli accidenti del giorno, le baruffe letterarie; talvolta l’attore volgevasi alla platea, talaltra additava uno spettatore; e si rideva, e applaudivasi l’arguzia, per quanto inurbana e scorretta. Amoreggiava egli una Teodora Ricci commediante, quando a costei pose assedio Pier Antonio Gratarol, uom maturo e segretario del senato: se n’adontò il poeta, più se n’adontò la Caterina Vitalba procuratoressa fin allora corteggiata dal Gratarol, e si accordarono per la vendetta. Il Gozzi adattò alle scene Le droghe d’amore, dramma spagnuolo di Tirso di Molina, e sparsone il segreto, indicibile folla accorse al teatro di San Luca: la Caterina aveva combinato che un attore, somigliante di figura e più di addobbo e di portamenti al Gratarol, rappresentasse il don Adone, e andava dicendo: — Venite a veder mio marito sulle scene». Il Gozzi, sbigottito dall’eccesso dello scandalo, cercò invano impedirlo: già il pubblico se n’era insignorito: gli applausi non furono pari che alle risa, tanto più che il Gratarol istesso volle intervenirvi: il quale però ne’ giorni seguenti trovandosi bersaglio alle celie plebee, non ebbe pace finchè non andò a finire i suoi giorni nel Madagascar[233].
Sorretta con tali artifizj, la fama del Gozzi dovette presto traboccare: ma se fu assurdità da giornalista quella del Barotti che chiamollo l’uomo più straordinario che siasi veduto dopo Shakspeare, è vero che di fuori trovò ammiratori coloro che l’immaginoso o il paradosso ricevono per segno d’originalità; Schiller tradusse alcuna fiaba di lui; altre furon lette in cattedra a Halla.
Camillo Federici 1751-1802 di Garessio piemontese, pensò più ch’altro a servire agli attori e all’effetto scenico, e imitando Kotzebue, infelice sentimentalista, moltiplicò commedie non fondate sulla vivacità scenica, la pittura dei caratteri, la scorrevolezza del dialogo, ma d’intrecci complicati, di personaggi gemebondi, di stile declamatorio; lavorando di fretta, ricadde ne’ mezzi stessi, nelle stesse scene, nello stesso scoprirsi di qualche principe nascosto. L’insieme in generale è ben concepito e distribuito, il dialogo sostenuto, e il Rimedio peggior del male, La bugia vive poco e alcun’altra furono ancora tradotte e restano ne’ repertori; ma n’è sempre vulgare lo stile, e la moralità non risulta dall’azione ma da precetti introdottivi a pigione. Carlo Greppi bolognese colle tre Terese ottenne applausi; e la Gertrude d’Aragona, recitata primamente a Milano nel 1785, parve delle migliori tragedie.
Il duca di Parma nel 1770 propose un concorso annuo di produzioni teatrali da cui fu eccitato l’Albergati Capacelli, cattiv’uomo, ingegno pieghevole e spiritoso, che dell’arte teatrale avea buone idee, e fu tra i fondatori d’un teatro patriotico a Bologna per servir di modello agli attori mercenarj. Le sue composizioni presentano condotta e moralità, ma nè naturali fisionomie nè rapido dialogo. Uno di que’ premj toccò a Napoli Signorelli napoletano, che stese anche una storia critica dei teatri, scarsa di gusto, e ricca di quella boria di paese che s’intitola patriotismo. L’Avelloni rubacchiò lo spirito di Beaumarchais e d’altri, e da staffieri o gente infima fa scagliar frizzi contro la classe media, con brio di dialogo, e anche verità in quei caratteri che potè ritrarre dal vero.
E taciam d’altri, ciò bastando a provare che non a torto dicea Voltaire: — I bei teatri sono in Italia, i bei drammi in Francia».