CAPITOLO CLXXII. Lettere e arti belle.

Così ci facciamo via a discorrere della letteratura, nella quale riscontreremo arte, studio, conoscenza dei classici, non l’intelligenza del sublime suo scopo.

Il latino era sempre fondamento all’istruzione letteraria, e molti l’usavano con facilità, alcuni con eleganza. Jacopo Faciolati padovano (1682-1766) professava, che i libri brevi sono i migliori, e ad Angelo Fabroni fiorentino, autore di venti volumi di Vite d’Italiani illustri, continuamente citate da coloro che non vogliono la fatica di giudicare da sè, scriveva: — Se volete sieno lette, fatele corte»; dettò i Fasti dell’Università di Padova, purissimi ma scarni; e cominciò il Lessico della latinità, compiuto da Egidio Forcellini di Fenér sulla Piave, poi supplito dal Furlaneto padovano. E padovano fu Ferdinando Porretti, la cui Grammatica latina (1729) si adottò in tutte le scuole, sebbene irragionata e materiale; come il vocabolario del Pasini. Latinisti lodati ebbero i Gesuiti; e Girolamo Lagomarsini genovese (1698-1773) formò eccellenti scolari, coadjuvò altri scrittori, stampò le Epistole di Giulio Poggiano con ampie note, e lavorò tutta la vita attorno alle opere di Cicerone, ma non trovò chi anticipasse la spesa della stampa; onde quello sterminato lavoro rimase inedito, come i trenta volumi di sue note in difesa de’ Gesuiti. Poetarono con fiacca delicatezza Natale dalle Laste vicentino; con eleganza l’abate Giovanni Costa d’Asiago; con fierezza Giulio Cesare Cordara, che sotto il nome di Lucio Settano avventò sermoni contro i falsi eruditi (1785), poi egloghe militari ed altro, e proseguì la storia dei Gesuiti del Jouvency dal 1616 al 1725[234]. Castruccio Buonamici lucchese espose la guerra italica fra gli Austriaci e Carlo III in elegante latino, avversando l’Austria colla penna, come già colla spada.

Gli studj orientali, coltivandosi per intento religioso, si restringeano all’ebraico e all’arabo, di cui i papi cercarono che nelle Università non mancassero maestri; il collegio di Propaganda colla sua biblioteca e colla stamperia prosperata da Gregorio XV, favorì a tali studj, e sotto Pio VI fece stampare il Catechismo romano in arabo, grammatica e vocabolario curdo, l’alfabeto del Tibet e di Ava. Dei materiali ivi deposti si valse il padre Giorgi riminese per dare un Alphabetum thibetanum (1781) e informazioni sull’Asia centrale, ma cumulando testi con poco discernimento, nè forse buona fede; pare anzi ignorasse quella lingua: eppure altro libro non n’ebbe l’Europa sino alla grammatica dello Schröter nel 1826, e alla migliore di Cosma di Körös nel 34.

Clemente XI comprò manoscritti siriaci di Abramo Echellense, altri arabi, copti, etiopi di Pier della Valle. Giuseppe Simone Assemani, maronita nato a Roma, nell’Oriente dond’erano i padri suoi, andò a raccogliere scritti preziosi, stampò sugli Assassini e sugli Arabi avanti Maometto, intraprese il catalogo de’ manoscritti siriaci ed arabi della Vaticana. L’Œdipus ægyptiacus del tedesco gesuita Kircher, pubblicato dalla Propaganda, fermò primo l’attenzione sui geroglifici, ch’e’ diceva una criptografia sacerdotale per tenere arcane le dottrine, e che pretese spiegare. Che un elemento fonetico vi esistesse dubitò Giorgio Zoega danese, il quale mutatosi a Roma e al cattolicismo, stampò le medaglie egizie per commissione di Pio VI, e illustrò gli obelischi di Roma, dalle successive scoperte smentito.

Stefano Renaudot, nel 1713 dedicando la Storia dei patriarchi d’Alessandria a Cosimo III, diceva che, nel secolo precedente gli Orientalisti di tutta Europa aveano avuto per unico fondamento le opere pubblicate a Firenze. Ora però gli stranieri ci erano precorsi; e quanto poco si sapesse fin dell’arabo, n’è prova il maltese Giuseppe Velia, che diede tradotti documenti scoperti da lui in San Martino di Palermo, illustranti la dominazione araba e normanna nell’isola (Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi, 1789), e lettere di Roberto Guiscardo e dei Ruggeri, che riservavano molte regalie, e sminuivano i diritti baronali; falsificò monete e lapidi, asseriva d’avere la traduzione araba di diciassette de’ libri di Livio perduti, e per quattordici anni fu tenuto ed onorato; eppure non conosceva tampoco i caratteri arabici; e scoperto impostore, fu condannato a lunga prigionia e a rintegrar l’erario, a cui spese avea stampato.

Per confutarlo, il canonico Rosario Degregorio palermitano pubblicò (1805) gli scrittori e le iscrizioni cufiche relative alla Sicilia: ma anch’egli dell’arabo sapea poco più che leggere e scarsamente ne conoscea il Morso, nulla lo Scrófani e il Martorana, che pur tesserono lavori sopra l’araba dominazione. Gian Bernardo De Rossi piemontese, professore a Parma, adunò ricchissima biblioteca di testi orientali[235] e principalmente di Bibbie, colle quali fece copiosissime aggiunte alle varianti pubblicate dal Kennicot (1782 e 98): pubblicò un Dizionario degli autori arabi, molto reputato.

L’erudito per eccellenza di quel secolo fu Lodovico Muratori da Vignola (1672-1750). Dalle sue lettere appare quanto a principio fosse sprovveduto di sussidj e ignorasse quel che oggi sanno gli scolaretti; interrogando e cercando arrivò a sapere quanto pochissimi. Collocato dai Borromei a Milano nella biblioteca Ambrosiana, vi contrasse l’amor dell’erudizione; esplorò le ricchezze ivi sepolte, e si legò in amicizia con quei dotti, massime col Sassi, mentre discuteva, e impetrava consigli, e otteneva larghezza di osservazioni erudite dal Magliabechi, di filologiche dal Salvini, del quale disse poi — Era maggiore di quel che pareva; più facilmente serviva a far gloria agli altri che a se medesimo»[236]. Collocato a Modena prevosto della Pomposa e bibliotecario, mai non intermise gli studj; ed essendosi formata a Milano da alquanti signori una Società Palatina per pubblicare opere importanti e costose, coll’assistenza di questa e di dotti Milanesi egli compilò la Raccolta delle iscrizioni antiche, le Antichità del medioevo in sei volumi, in ventotto di Scrittori delle cose italiane, i cronisti anteriori al 1500.

Delle benemerenze sue divisammo a lungo (tom. VII, pag. 352), e vogliamo qui aggiungere come fosse dei primi a proclamare ch’è follia il gloriarci di scendere da Trojani, Greci e Latini; che per conoscere le sorgenti della nostra storia bisogna studiare le lingue nordiche, sebbene egli non abbastanza vi ricorresse. Si pena a credere che in un anno abbia steso gli Annali d’Italia, ch’e’ pubblicò dal 1744 al 49; opera bassa e sazievole di stile, ma di bastante esattezza e colla continua serenità d’uno spirito probo.

Per la sua gran raccolta non potè nulla ottenere dal Piemonte nè dalle Repubbliche. Avendo nella prefazione chiamato i Côrsi ferocium atque agrestium hominum genus, un Côrso minacciò ammazzarlo se non ritrattava quelle parole. Ebbe assalti da molte parti, e spesso dovette assumere finti nomi per sostenere la propria causa; onde esclamava: — Che i poveri Italiani facciano qualche passo a pro delle lettere, mi par ben difficile. Noi arrabbiati l’un contro l’altro, noi attorniati da guardie e co’ piedi nei ceppi... Che sperare se gl’Italiani, invece d’animarsi l’un l’altro a promuovere le lettere, pieni d’invidia ad altro non pensano che a far guerra uno all’altro, e par che volessero tutti ignoranti, o almen non tanto arditi da produrre i suoi parti colle pubbliche stampe?»[237]

Principalmente il padre Zaccaria osteggiava il Muratori, ed oltre le imputazioni teologiche, tenta insinuare che sia «zelante austriaco, salvo solamente negli ultimi affari di Genova, riguardo a’ quali egli è spacciato genovese, o, come i geniali sogliono dire, buon Italiano»[238]. Nell’opera latina Della moderazione degli ingegni in fatto di religione Muratori disapprovava il voto sanguinario usato in Ispagna da una Società palermitana, di versar anche il sangue per sostenere l’Immacolata concezione. Tutta Sicilia ne divampò, i Gesuiti fecero rinnovare quel voto, e ne restò turbata la pace del pio prevosto: al quale però l’ingiustizia nol tolse di esaltare i Gesuiti pel loro governo nel Paraguai.

Un pseudonimo Ferepono avea ristampato nel Belgio opere di santi Padri con annotazioni erronee, specialmente ferendo sant’Agostino, e apponeva alla Chiesa cattolica l’avversione alla verità. Altri molti la imputavano di non soffrire la buona critica, e singolarmente Alfonso Turretino, famoso rettore dell’accademia di Ginevra, avea detto che, se tante genti d’Europa sotto bel cielo e con buoni ingegni nulla di insigne operano nella letteratura, ne sono causa il Sant’Uffizio, o leggi simili a quelle dell’Inquisizione, che frangono ogni vigore d’intelletto; perocchè nessuno vuol promovere le lettere e cercare la verità o pubblicare i trovati quando invece di lodi ottenga ingiurie, disonore invece di commendazione, pene e supplizj invece di ricompense. Il Muratori tolse a confutare queste esagerazioni nell’opera latina predetta, dimostrando come fra’ Cattolici sia libero il disputare di ciò che non intacchi la fede e la moralità, quale sarebbe il sistema copernicano; e delle opinioni in fatto di scienze, arti, lettere; ed ampio il diritto di pubblicare la verità. Nel sostener la quale, raccomanda si adoperi giustizia, prudenza, carità, non calunniar mai, temprare la mordacità, tenersi moderati in ciò che non sia di fede, non imputar errori se non siano ben accertati. Savj avvisi porge anco ai censori, che devono esaminar le opere a stampare; quelle stesse virtù esser loro necessarie, e di non irritare l’amor proprio degli autori, col che non fanno che esacerbarli; non mettervi il puntiglio d’opinioni personali, non l’ostinatezza di trovar errori, non interpretare le intenzioni.

Nelle controversie nate fra i suoi duchi e la Corte romana a proposito del dominio di Ferrara e Comacchio, il Muratori adoprò l’erudizione e talvolta anche il cavillo a sostenerli; lo perchè dagli zelanti venivali taccia di men cattolico. Egli ne scrisse sommessamente a Benedetto XIV, che gli rispose: — Per far comprendere all’inquisitore di Spagna che le opere degli uomini grandi non si proibiscono (come esso avea fatto di quelle del cardinale Noris), ancorchè vi si trovino cose che il meriterebbero se scritte da altri, portammo l’esempio delle opere de’ Bollandisti, di Tillemont, di Bossuet, e le sue (del Muratori)». Segue a dire che la lettera fu pubblicata nobis insciis; che i suoi scritti, concernenti la giurisdizione temporale dei papi, erano spiaciuti, ma non si pensò a proibirli «avendo mai sempre creduto che non conveniva disgustarla per discrepanza di sentimenti in materie non dogmatiche nè di disciplina, ancorchè ogni Governo possa proibire quei che contengono cose che gli dispiaciano»[239].

Mirabilmente assiduo al lavoro, quando usciva dalla biblioteca, passeggiava come uno scimunito, fermavasi a vedere in piazza i Pulcinelli, e schivava le conversazioni che lo obbligassero a nuova attenzione. Di grandissima pietà, dava esercizj, spiegava il catechismo ai ragazzi: eppure i forestieri scriveano (ingannati dal nome) che egli era capo de’ Franchimuratori, e molti teologanti lo investivano accannitamente.

Fra tante opere sue religiose, ascetiche, erudite, letterarie, vogliam ricordare quella della Perfetta poesia, ove dà come ristauratori del buon gusto il Maggi e il Leméne. Il primo dicemmo come componesse sonetti d’alto sentimento patriotico, ma sprovvisti di forme poetiche: il Leméne, oratore di Lodi al senato di Milano, fecondissimo eppur lambiccato, dopo molte poesie di giuoco e d’amore, si ricoverò in argomenti sacri, ma senza lasciare il floscio e il madrigalesco, e avviò una scuola tutta concettini, frasuccie, fantasie smorfiose, punta epigrammatica, riscalducciamento di parole, di rime, di circonlocuzioni, eleganza parasita, nulla di virile e sentito.

Alle gonfiezze del Seicento sottentravano allora le meschinità dell’Arcadia, per la riforma non ricorrendosi alla natura ed all’inesausta fonte de’ sentimenti, bensì ai Classici, ai Cinquecentisti e al Petrarca, del quale però cercavasi meno l’arte immortale che la fredda purezza. Non la vita nostra, i nostri sentimenti, non il nostro cielo, i nostri monti, i laghi nostri si ritraevano, ma doveansi figurare l’Arcadia e l’Emo; in quello di Tamarisco, Armonide, Filandro, Comante, Meronte... cangiar il nome di Manara, Mazza, Cerrati, Frugoni, Cesarotti; bisognava sempre essere innamorati e infelici, e baloccarsi attorno a dorate trecce e sen d’avorio ed occhi cerulei e ritondetti fianchi di Glícere e d’Amarillidi senza sangue nè fisionomia; e per ogni misera evenienza incomodar Venere, Giove, Cupído, e veder la natura sorridere o scorrucciarsi per un funerale o per un battesimo. Gli strali nomi-sempiternanti dirigevansi a qualche eroe de’ tempi? foggiavasi colla lorica e colla toga. Quindi un diluvio di sonetti amorosi, di egloghe, di capitoli buffi, di raccolte per nozze, per monache, per prime messe, per feste di santi, per lauree, per cantatrici: chè ogni occasione torna opportuna quando si fanno versi per far versi. Muore la gatta del Balestrieri o quella d’un pittore di Mondovì? muore un cane? si compilano volumi di poesie, e intere accademie ne piangono ridendo. Muore in Brescia il pedante Barbetta (1759)? una fioritissima brigata che accoglievasi presso il Mazzuchelli, infilza poesie, che poi fecero gemere i torchi e il buon senso. Molti begl’ingegni si accordarono per tradurre in ottave un canto ciascuno delle avventure di Bertoldo e Bertoldino[240]. I Traformati di Milano pigliano in beffa un dottor Plodes, facendogli credere fosse un grande scrittore, e una sua sciocchissima composizione accompagnano con altre de’ più spiritosi d’allora. Begli ingegni veneziani, e collo scopo d’opporsi al mal gusto dominante, radunansi negli orti della Giudecca, ma ai loro convegni dan nome d’Accademia de’ Granelleschi; fanno componimenti consoni al titolo goffo e all’emblema; e ad un prete ridicolo, intitolato arcigranellone, piccolissimo e seduto sur un seggiolone immenso, che diceangli essere stato del Bembo, nell’estate servivano the bollente mentre gli altri rinfrescavansi con sorbetti, nell’inverno bibite ghiacciate mentre gli altri il caffè. Negli Apatisti di Firenze, un fanciullo messo in cattedra a quesiti e dubbj dovea rispondere una parola qualunque; e due accademici assumevano di mostrare che questa era la risposta giusta; e Toscana si empì d’applausi al giovane Pignotti, quando ad un tema scientifico la Sibilla avendo risposto scuffia, egli sfoggiò erudizione e fantasia per dimostrare la congruenza di tale risposta al quesito.

Quale strano concetto avevasi della poesia, se al Lorenzi per improvvisare davansi tesi di fisica, se il Frugoni scialacquava sessanta sonetti contro l’avaro Ciacco, e ducensedici in versi tronchi il Casti per uno cui dovea tre giulj, e quattrocento don Lazzarelli parroco della Mirandola nella Cicceide contro un Ciccio Arrighini? Il veronese Becelli, che del resto volgeva in beffa la letteratura pedantesca, celebrò in dodici canti il buffone Gonella. Eppure in gregge ancor più basso, cioè fra gl’improvvisatori, andavasi cercare quelli da coronare in Campidoglio, come fu la Corilla Olimpica, come il Perfetti[241], al quale per esperimento furono dati dodici temi sopra le scienze. Conforme a tale idea, il conte Girolamo della Corte Murari mantovano, che continuò a studiare dopo reso cieco, diè fuori cento sonetti sulla storia romana, e cento sui sistemi antediluviani de’ filosofi sino al Genovesi; l’Ortes scriveva un Saggio della filosofia degli antichi, esposto in versi per musica nel 1757.

Qualche bel nome galleggia su quel diluvio. Con buona intenzione il Cotta fece una serie di sonetti su Dio, cumulando difficoltà teologiche e fisiche; il Salandri uno su ciascun titolo delle litanie; lo Jerocades un quaresimale, dove sottigliezze scolastiche rinvolge in frasi classiche. Saverio Mattei (1742-95) soppresse le moltissime sue poesie per non pubblicare se non la traduzione dei Salmi, sprovvista di stile poetico e lancio lirico; e dice che, «avendo veduto che il mondo tutto è sedotto e incantato dal Metastasio, ha creduto di vestirsi di quelle vesti già approvate, e non introdurre una nuova moda», e che «per opporsi alla seduzione dei teatri fece poesia sacra nello stile di quelli».

Francesco Maria Zanetti bolognese (1692-1778), prosatore e filosofo sodo, e segretario del patrio istituto, ne’ suoi sonetti pose almeno qualche fondo di dottrina, dottissimo essendo; e così Eustachio Manfredi, insigne scienziato, poetò severo insieme e dolce. Prospero Manara, ajo del principe di Parma e per alcun tempo ministro, molto attese agli antichi, onde si salvò dalle ondose gonfiezze; tradusse Teocrito e Virgilio in modo da pareggiarli, come dissero i contemporanei, dai quali furono lodati i suoi sonetti alla campana e alla tomba di Alessandro. Paolo Rolli romano, maestro d’italiano alla Corte di Londra, tradusse Milton[242], e fece poesie elegantemente inani.

Alla troppo facile imitazione petrarchesca voleano togliersi alcuni? si mettevano a imitar il Costanzo; onde il Cassiani e Onofrio Minzoni fecero poesie che son veri quadretti, ma con figure di stucco; e letti, tu dubiti di qual secolo sieno, e se contemporanei di Tibullo il Savioli che belò gli Amori in metro monotono come i pensieri, e l’ebreo elegista Salomone Fiorentino.

Suole personificarsi la poesia di quel tempo in Innocenzo Frugoni genovese (1692-1768), somasco contro voglia, a Parma poeta della Corte e segretario dell’accademia di belle arti. Provvisto d’ingegno e d’estro se alcuno mai, invece di raffinarli col lavoro, vi si abbandonò cantando di tutto, e senza mai uno studio al pensiero, una limatura alla forma, un’attenzione alla delicatezza: poeta della buona compagnia, enfatico per dei nulla, tutto a facili fantasie, limitato di pensieri quanto profuso di parole, caldo coloritore ma senza disegno, per quanto talora volesse sostenersi con una scienza da collegio, scambia le ampolle per fuoco, il manierato per adorno. Le sue liriche pindariche rimpinza con gingilli di scuola; cigni dircei, robusto plettro, canore muse, saette archilochee, luoghi comuni e macchina mitologica, onde poeteggia per nozze, per preti, per dottori, per campane, per facoltosi che il convitano. Nel verso sciolto non vide se non l’agevolezza, che lo dispensava dal meditar le idee, forbir l’espressione, precisare l’immagine: profuse aggettivi, e parole e frasi sinonimo e riempitive: dallo stil grande piegossi poi a vagheggiare l’espressione leggiadra e la vivacità; ma cuore e sentimento non palesa mai; descrive sempre, senza nè scelta nè misura; diluviando versi più che qualunque altro dell’età sua tanto verseggiatrice, ora s’infuoca contro lo «spezialin che sempre pesta», or fa una canzone pel medico che gli proibisce la cioccolata, or una pel solito salasso autunnale; ed abituatosi a soggetti comandati dalla Corte o chiesti dalla buona compagnia, mai non mostrò ispirazione vera, neppur nell’amore, anzi neppur nell’ira cui spesso servì.

Ogni quisquiglia cascatagli dalla penna per ozio, per condiscendenza, per allegria convivale, per gozzoviglia carnevalesca, fu raccolta dopo la sua morte in nove tomi, ai quali «per la materia e per lo stile potranno i nomi convenire delle nove Muse, onde la Grecia intitolò le storie di Erodoto»[243]. Son parole dell’editore conte Gastone Rezzonico comasco (1742-96), poeta cortigiano, legato co’ migliori dell’età sua in patria e fuori, aggregato alle insigni accademie, e che brevetti d’accademie impetrava al terzo e al quarto. I suoi versi sono imitazione d’imitazioni: la prosa lonza e scorretta, e insieme fraseggevole e arrogante, era l’accademica del suo tempo, che considerava come vezzo il troncar le parole e trasportarle, tessellarne di pellegrine, scontorcerne il senso, intarsiarvi emistichj, talchè ad un’eleganzuccia si accantasse un errore od una improprietà.

Egli definiva «la poesia non essere che la filosofia posta in immagine armonica»; supponeva di scrivere troppo austero, appunto per contrapporsi ai troppo facili, ed ogni tratto se ne scagiona. Nel 1795 da Napoli scriveva: — In mezzo a studj sì severi non ho dimenticato le Muse, ed ho portato fino a sei libri un poema. A Roma ne ho recitati alcuni squarci in Arcadia con sommo applauso; ma non posso a Napoli recitare i miei versi che a due o tre privilegiati uomini, che non l’intendono da ciechi adoratori del facilismo. Lo stile qui chiamato di Lombardia si rigetta come troppo studiato e difficile; non si conosce la lingua, non l’artifizio e il meccanismo. Del verso, non s’ammira l’atteggiamento greco o latino; nè si lodano che i versi da colascione, le frasi plebee, le immagini più triviali; e la fluidità e la snervatezza più nauseosa si toglie a cielo come dono inapprezzabile delle Muse. A Roma si gusta l’intonazione lombarda, e siamo riguardati a buon titolo come i soli veri poeti che adornino l’Italia: ma Napoli non pensa così».

Il curioso è che Frugoni, il Frugoni! incolpava Rezzonico di troppa facilità, e gli scriveva: — Imparate a correggere, ed imparatelo da me, che pur sono invecchiato nei versi. Mi fan ridere certi gufi di Parnaso, che quando hanno gracchiata una filastrocca di versacci al deretano dovuti, non san più mutarne una sillaba, e se li guardano, e se li godono come se usciti fossero dal cigno d’Arno o da quello del ferrarese Eridano. Inganna tutti l’amor proprio, e belle a tutti e irreprensibili fa parer le cose proprie. Non inganni così voi, valoroso Dorillo. Non siate troppo facile a contentarvi di tutto ciò che vi esce dalla penna».

Così pronunziavasi quel gran sintomo di decadenza, la ricerca di bellezze disadatte. In taluno ritrovi purezza di parole, attestata da un certificato della Crusca, giro melodioso, anche magnificenza di prosa e armonia di verso; ma non mai passione, non mai quell’eloquenza che viene dal cuore e al cuore va, nulla che ti avverta essersi meditato il soggetto e proposto di mettervi qualcosa di nuovo, di attuale.

Contenti di sè, contentando i pari loro, conforme alle riverenze e a’ baciamani che si costumavano nella buona società, distribuivansi i seggi immortali sull’Elicona, paragonando a Rafaello il pittore Mengs, a Correggio il Battoni, a Teocrito il conte Pompei e il marchese Manara, a Plutarco il Giulini, ad Aristotele lo Zanotti, a Cicerone il Venini, ad Anacreonte il Rolli e il Vittorelli, a Tibullo il Fiorentino, a Dante il Varano, a Virgilio una folla di didascalici; il Paciaudi l’Apoteosi d’Iblindo dell’Affò trova pari alle stanze del Poliziano; il Cesarotti loda le terzine del Mazza sopra santa Cecilia come «uno dei pezzi più sublimi che avesse mai letti, il fenomeno più sorprendente di fecondità, di maestria poetica».

Come dubitarne quando l’aveano pronunziato le accademie? Delle quali non v’era, sto per dire, borgata che mancasse; tredici ne contava la sola Bologna: e gente seria vi si raccoglieva per udir recitare composizioni, fatte unicamente per esser recitate, e dove ciascuno fingeasi un nome e una patria e una greggia e una pastorella. Non poteva altro sbocciarne che acciabattori di sonetti, e poemetti insufflati dalla voluttà, dall’amore, dall’adulazione; adulazione non solo a principi, ma a chi possedeva una villa o dava pranzi; il tono ambizioso associando con una prolissità negletta e una tronfia sonorità, simili alle figure delle vetrine, rivestite di panni sfarzosi, ma dentro sono stoppa.

Chi poi volesse poesia nutricata di cose, proponeasi difficoltà volontarie; per esempio di far descrizione d’oggetti restii, o esporre dottrine scientifiche; ma nè qui pure sapeano ridurre i concetti in immagini com’è carattere della poesia, ed assumevano un gergo geometrico, che inaridiva le materie senza darvi precisione. Il Parini derise costoro; e il Galiani pensò un tratto applicare ai problemi morali di quantità e di collisione l’uso della curva; questa, risultante dalla forza centripeta e da quella di projezione, indicherebbe la condotta da tenersi nel conflitto dei doveri verso di sè e verso gli altri; i doveri verso Dio che non patiscono eccesso nè possono raggiungere la perfezione, sarebbero rappresentati dall’iperbole e dall’assintoto; altri dalle ascisse, altri dalle ordinate; il punto ove la tangente bacia la curva, esprimerebbe la perfezione della virtù umana, che se oltre si sospinga, declina e si scosta più sempre.

Tra i problemi didascalici, che pareano rispondere alla pretensione scientifica, distinguere la Coltivazione dei monti del Lorenzi, facile spositura d’improvvisatore; la Riseide dello Spolverini, che venti anni elaborò quella materia infelice; il Canapajo e la Tabaccheide del Baruffaldi, la Fisica e le Origini dei fonti del Barotti; il Medico poeta di Camillo Brunori da Méldola, precetti igienici con una satira contro quelli che biasimano la poesia nel medico.

Francesco Algarotti veneziano (1712-64) mena vita di trionfi; a Parigi è festeggiato dalle belle e dai dotti; Augusto III di Sassonia il manda a raccorre in Italia quadri per la sua galleria; careggiato da Benedetto XIV, è applaudito dai filosofi; Federico di Prussia lo titola conte, e se l’accompagna ai viaggi e alle orgie; Voltaire lo trova non meno amabile nella società che negli scritti[244]; morendo ancor fresco a Pisa, ha un monumento ove è intitolato emulo d’Ovidio, discepolo di Neúton. Fisico, poeta, incisore, mecenate, scrive egli sempre come viveva, in spada e manichini e passi da minuetto, ostentando belletto e nêi, anzichè i veri e puri colori naturali; fra una diligenziuccia stitica di cadenze sonore, di frasuccie, di simmetria, mai non mostra il cuore, mai vigoria sentita e attuosa, nè efficace brevità. Il suo Neutonianismo per le dame, tradotto in tutte le lingue, e dove confuta il trivigiano Rizzetti, è compassionevole ai dotti, inutile agl’indotti. Nei Discorsi militari, inesperto affatto delle armi, difende il Machiavelli contro il Folard, celebre commentatore di Polibio. Nei Saggi (titolo che dispensa dal compire gli argomenti) in luogo della profonda naturalezza inglese svanisce in lambiccature fumose, e incespica fra continue citazioni. Fin i Viaggi, così allettanti per le impressioni personali, egli gela con riflessioni insulse e sfarzo di citazioni e fogliame di frasi, nè informa la propria nazione degl’interessi, delle idee, de’ costumi, del progresso dei popoli, al cui confronto potesse o compiacersi o migliorarsi.

Il nome di lui ricorda i Versi sciolti di tre eccellenti autori (1757), che erano il Frugoni, l’Algarotti, e Saverio Bettinelli gesuita mantovano (1717-1808), franco pensatore, e in corrispondenza col Voltaire[245], che in un poemetto derise il farnetico delle raccolte; che nel Serse ardì far comparire sulla scena l’ombra di Amestri; che nel Risorgimento d’Italia diede una storia mediocre, ma delle migliori di quel tempo; che comprendeva il merito della poesia scritturale, e «quell’evidenza, proprietà, verità d’oggetti, che noi prigionieri nella città e copiatori di lontananza prendiamo dagli antichi, e crediamo d’esser poeti co’ giardini e fiori delle Esperidi, coll’urna de’ fonti e de’ fiumi, col fiato dei zefiri, colle lagrime dell’aurora; così stringendo i gran quadri della natura nelle languide miniature degli artefatti giardini cittadineschi: studiam pure sui libri l’astronomia, le meteore, la naturale istoria, ma essi vedeanle; parliamo di coltivazione, ma essi l’esercitavano; facciamone insieme accademie e colonie, ma ne facean essi la giornaliera lor vita»[246].

Sotto la maschera dell’editore egli sostiene che la rima col facile suo vezzo lusinga i giovani ad una forma senza fondo, la quale rese servile la poesia; mentre lo sciolto non traendo bellezza che dai concetti, chi vi si applica deve cercare pregi sodi; così aver fatto questi tre eccellenti, dei quali ricanta le lodi. Ma se tu leggi quella prosa numerata, non trovi che un continuo scambiettare di fantasie sfaticate e smorfiose, come immagini di lanterna magica; coniano vocaboli inutili, o sformano gli antichi; scambiano le ampolle per fuoco, il gonfio e lezioso per nobile ed ornato; sempre mancando d’affetto, presumono coi tropi nobilitare soggetti ritrosi, e con circostanze puerili avviliscono i più grandi. Dal mattinale contemplare della soffitta è condotto il Frugoni a meditar le ragioni del bello, dalle quali poi lo distoglie il valletto che entra colla cioccolata: il Bettinelli nell’eruzione del Vesuvio descrive i topi snidati. E si offrivano a modello nelle scuole, invece de’ Classici e in compagnia unicamente del Petrarca[247].

In fronte vi stavano certe lettere di Virgilio dall’Eliso, ove Dante era strascinato a giudizio cavilloso. In esse il Bettinelli loda Petrarca con riserbo, e ne vitupera gli zelanti imitatori; fa una scelta rigorosa dei poeti; per migliorarli suggerisce di scemarne il numero; non imitino troppo e s’abbandonino alla natura; chiudasi l’Arcadia per cinquant’anni; le accademie non ricevano se non chi giuri voler essere mediocre tutta la vita; pongasi un grosso dazio sulle raccolte e sui giornali. Io non so scandolezzarmi di chi esercita il prezioso diritto di giudicare in luogo di credere; molti de’ suoi appunti sopra Dante sono veri, sono anche acuti; ma ha torto di sofisticare sulle particolarità dove è necessario guardar l’insieme, far da Virgilio criticare l’autore che men s’accosta alla forma virgiliana, misurare il genio col regolo de’ pedanti.

Nè più largo campo presero i molti lodatori di Dante. Dicesi fosse negletto affatto; eppure il De Brosse nel 1740 scriveva da Roma: — Non è all’Ariosto che i begl’ingegni italiani assegnano il primo seggio, bensì a Dante. È lui, dicono, che portò la lingua alla perfezione, che tutti sorpassò in forza e maestà. Ma più io leggo, più stupisco di vederlo preferito all’Ariosto da fini conoscitori: gli è come chi mettesse il Roman de la rose sopra La Fontaine». Al qual giudizio si paragoni quello del Voltaire, che al Bettinelli scriveva: — Molto caso fo del coraggio vostro a dir che Dante era un matto e l’opera sua un mostro. Eppure in questo mostro amo meglio una cinquantina di versi superiori al suo secolo, che tutti i vermiciattoli chiamati sonetti che a migliaja nascono e muojono oggi da Milano a Otranto. Ha un bel dire quel povero abate Marino (che a Parigi allora ammirava Dante); ma Dante potrà entrare nella biblioteca dei curiosi, ma letto non sarà mai. Mi rubano sempre un tomo dell’Ariosto, non m’hanno mai rubato un Dante».

Sopra di questo si era volta l’attenzione, come sulle anticaglie nelle belle arti: ma se di lui ammiravansi alcune belle descrizioni, qualche pensiero sublime, fors’anche l’aver introdotto nella lingua alcune parole e motti, che quasi sacramentali improntano i più solenni momenti della vita e fissano la nota inimitabile della passione e si ripeteranno finchè uomini vi avrà, in generale vi si adoprava uno studio da retore, nè conosciuta ne fu l’importanza se non quando si pose attenzione al medioevo. Intanto, oltre le difese del Bianchini, del Rosa Morando veronese, del Gozzi, oltre Gian Giacomo Dionisi canonico di Verona, che, cerchi quanti codici potè, fece nel 1795 un’edizione della Divina Commedia, non approvata dai savj; più d’uno il tolse a modello, fra i quali il Leonarducci nella cantica sulla Provvidenza, il Manfredi nel Paradiso, Cosimo Betti nella Consumazione de’ secoli; Lodovico Salvi lo sapeva tutto a memoria, e ne scrisse gli argomenti in versi; Bernardo Laviosa somasco gli diceva, «Mio buon maestro e mio poeta, se io t’ami il sai», e presentì le melanconie poetiche, tranquillamente predominato dal pensiero della morte.

Alfonso Varano (1705-88), altero di discendere dagli antichi signori di Camerino, e d’essere ciambellano dell’impero di Germania, onore che i gentiluomini dello Stato pontifizio sollecitavano per sottrarsi alla giurisdizione dei prelati; versatissimo nel cerimoniale e nel punto d’onore, sicchè a lui se ne rimetteano le quistioni, la slombatezza de’ contemporanei volle trarre alla robustezza dantesca, e tragediò Sant’Agnese, Demetrio, Giovanni da Giscala, con concepimenti abbastanza arditi e stile ricco. — Da quando in qua la poesia è obbligata ad essere per sua naturale proprietà menzognera? non si potrà dunque parlare leggiadramente o nobilmente in poesia secondo la diversità de’ suoi stili, senza attingere le idee alle false ed impure sorgenti delle gentilesche deità?» diceva egli in testa alle sue Visioni, per le quali dal facile secolo ebbe il titolo di Dante redivivo: ma oltre la monotonia del concetto, quella dignità caricata e le prolisse dipinture lo scostano a gran pezza da quel suo modello che accenna e passa.

Mentre alcuni ricalcavano i Classici nostri, altri ormeggiavano i francesi, e spesso una cosa annestavasi mostruosamente coll’altra; dal Metastasio che concetti e orditure intere toglieva da Quinault, da Corneille, da Racine, fino al Paradisi che ne’ suoi elogi rifaceva Thomas, fino a Beccaria e Filangeri e agli altri filantropi che ripescavano dottrine e frasi nell’Enciclopedia, fino ai Giansenisti che dagli avvocati e teologi di colà copiavano gli argomenti a favore dei re contro i papi, e ai filantropici che dilapidavano gli Economisti e gli Enciclopedisti. E quel tipo francese era formato sopra la Corte, onde ne’ sentimenti come nell’espressione si voleva la regolarità, l’uniformità convenzionale; non dire le cose comuni che colla perifrasi, e appannarle tra le frasi secondo la scuola gesuitica, come intitolavasi quella leziosa, che mal imitando il poco imitabile Bartoli, al numero sagrificava e proprietà e concisione e forza, e con epiteti iterati e con parole tronche e periodo spappolato e molliccio, e con emistichj e frasi classiche puntellava una dignità non appoggiata sulle cose, e dove la levigatezza riusciva a scapito dell’efficacia. Chi può oggi durare le inani eleganze e l’armoniosa cascaggine del padre Giambattista Roberti bassanese (1712-86), gran distributore di lodi alle mediocrità, come di confetti agli scolari e ai pentitenti? Eppure questo gesuita di benevolenza pacata, assunse argomenti ora nobili ora delicati; disapprovava le fasce de’ bambini, misurava in che consista il patriotismo, e fece un trattato delle piccole virtù, quali sono indulgenza pei difetti altrui senza ripromettercela pei nostri, il volontario non far mente a difetti anche visibili, l’appropriarsi le disgrazie altrui per alleviarle, compiacenza delle altrui fortune, e una certa pieghevolezza di spirito che adotta quel che v’ha di giudizioso nelle idee d’un compagno.

I pochi scrittori di morale procedono slombati e generici, appena alcuna volta ispirati dai Saggi degli Inglesi, cui s’ingegnano tenere nell’ortodossia. Tale il conte di San Rafaele.

De’ romanzi basti dire che i migliori erano reputati gli sguajatissimi dell’abate Chiari, che già incontrammo. Alessandro Verri milanese (1741-1816) conobbe il vero intento del romanzo moderno, cioè svolgere le fila d’una passione, come fece nella Saffo e nell’Erostrato: meglio poi nelle Notti Romane ravvivò il tema rifritto de’ dialoghi di morti per chiamare a severo giudizio le virtù romane, disapprovando le conquiste, preferendo le glorie della Roma cristiana, e facendo giudice Pomponio Attico, la cui placidezza e l’astinenza dagli affari e dai partiti ritraeva l’indole dell’autore. Usò spesso l’antitesi volteriana entro uno stile di monotone armonie, con intemperanza di similitudini e di latinismi.

I nostri, non camminando col popolo, non aveano ai loro sistemi la riprova migliore, l’applicazione pratica; agitavano quistioni o destavano sentimenti che il popolo non intende, anzi non ha; sicchè o teneansi servili ai forestieri, o deliravano. Fin l’eloquenza del pulpito, sconnessa dall’affetto popolare, riduceasi a laboriosa amplificazione di concetti triviali, ad esercitazione accademica e blandizie d’orecchio, il cuore lasciando freddo, la mente impersuasa, la volontà indifferente; frasi, fioretti, descrizioni, declamazioni sostituendo a quella mestizia evangelica che è il fondo di tale eloquenza, a quello stile nodrito dalle sante Scritture che al popolo sminuzza la parola divina con placida e famigliare dignità: diresti che invece d’ingagliardire nell’evangelica austerità, i predicatori cerchino solo farsi perdonare il loro stato e le massime che devono promulgare.

Qui pure preponderavano i Gesuiti, e Ignazio Venini (-1778) comasco aspira alla forza, ma non sa cercarla che per via dell’eleganza; e trastullandosi in descrizioni, sottigliando al nuovo, faticando le locuzioni, non riesce a velare l’inanità. D’immagini e figure retoriche frondeggiava il Pellegrini veronese; e in fare quadri divagavasi fino il Trento, incolto ma efficacissimo per la sua santità. Il novarese Girolamo Tornielli (-1752) scrive pulito, armonioso, con eleganza inaffettata, ma tutto immagini e descrizioni, tanto che lo dissero il Metastasio del pulpito. Sapendo essere cantate da’ marinaj le lascivie del Marini e dell’Ariosto, tentò a quell’arie adattare parole morali e affetti a Maria, sicchè «rendessero egualmente innocente l’amor del canto e il canto dei loro amori»: del che essendogli dato rimprovero, fu difeso dal gesuita napoletano Sanchez de Luna. Più severo e candido, evidente d’immagini ma scarso di pensieri e di movimenti fu Giovanni Granelli genovese (-1770), autore di tragedie sacre non infelici. Lodavansi pure il padre Pacifico cappuccino veneziano, frà Geminiano, frà Pier Maria da Pederoba (1735-85), di solida dottrina, e ragionamento scevro da pretensione retorica; il padre Emanuele Lucchesi palermitano, che investiva Montesquieu, Puffendorf, Barbeyrac; Gaetano Travasa bassanese, autore d’una storia di Ario. D’altra scuola uscirono Evasio Leone piemontese e Adeodato Turchi. Nel primo parvero suprema eloquenza il pomposo anfanamento e le protratte descrizioni appuntellate di luoghi retorici. Il Turchi, sulle prime fautore delle idee indipendenti nel quaresimale, in cui lodarono specialmente la predica del secreto politico, recitata a Lucca il 1764; dopo fatto vescovo di Parma declamava con luoghi comuni e con pensieri e parole neglette contro i filosofanti, gente che non va a predica e che non si converte dal pulpito; mentre smetteva la franchezza evangelica in faccia ai regnanti[248]. Il gesuita Noghera valtellinese trattò della moderna eloquenza sacra con buone avvertenze, ma con uno stile fra il Platone e il Pulcinella. Al portico teologico di Pavia l’oblato Antonio Mussi dettava Lezioni d’eloquenza, non senza gusto e dignità, uscendo dai limiti pedanteschi, e sentendo la grandezza dei Padri. Anche Teodoro Villa porgeva in quell’Università buone regole d’eloquenza: ma nè essi nè il Parini medesimo conobbero che questa non è un mero lusso di spirito, nè indicarono le vere vie per cui la parola può dall’orecchio passare al cuore, muovere i sentimenti, determinare le risoluzioni.

Peggio procedeva colle dissertazioni accademiche e colle prolusioni segretariesche, dove qualche pizzico di scienza stemperavasi in un mar di parole, imbarazzando la scientifica esattezza col linguaggio pomposo, e dimenticando che l’uditore ha il diritto d’essere istruito colla massima precisione e nel minor tempo.

E ancora le belle arti presentano perfetto riscontro colla letteratura; stessi errori, stessi conati per uscirne, stessi miglioramenti a mezzo. Come le metafore del Seicento cessero il luogo alle arcadicherie, così al barocco sottentrava il voluttuoso e manierato, che denominarono del rococò; disegno tormentato e serpeggiante, immaginazioni vagabonde, donne polpute, eroi ballerini, Olimpo e Tempe inevitabili, appunto come nelle poesie; per moine pastorali abbandonavano ogni studio della storia e dell’erudizione; se copiavano la natura, sceglievano infelici modelli ed eccezionali; disponevano le composizioni son per dire collo stampo, secondo indeclinabili pratiche; il rilievo cercavano con bizzarri contrasti, con splendori schiamazzanti senza gradazioni; unico merito la facilità di pratica e la prestezza d’esecuzione.

L’assorellamento delle tre arti per cui esse grandeggiarono nelle chiese, si scompose dacchè quadri e statue non furono destinati che alle gallerie; e sebbene la pittura delle chiese e de’ palazzi sempre portasse a maggior larghezza in Italia che fuori, il carattere ne scapitò, e prevalse qui pure lo sciatto e l’epigrammatico. Alla pittura storica mancò largo campo; il dogma del patronato celeste illanguidendo, offriva poche occasioni di devote immagini; le madonne erano femmine delle consuete, i santi drappeggiavansi all’antica o alla francese: le gallerie s’arricchivano piuttosto con incisioni; il lusso si sfogava in ninnoli effimeri e provenienze di Francia.

Ultimi lumi della scuola baroccesca, il Pasinelli parve tutto fuoco nelle farraginose composizioni; il Cignani diede rotondità agli oggetti, e vent’anni durò intorno alla cupola dell’Assunta di Forlì; e si fecero capi di due scuole di mediocri, ove per altro grandeggiò la prospettiva per opera degli Aldrovandini, e meglio dei Galli da Bibiena. Questi furono cercatissimi per quadrature e scene, e per dirigere feste; Ferdinando nei teatri di Parma, Milano, Vienna introdusse magnificenza alla moderna e facilità delle mutazioni; poi le Corti a gara chiesero i suoi figli e il fratello Francesco o i loro allievi, fra cui Mauro Tesi consigliato dall’Algarotti. Potremmo appajarli coi poeti coloristi. Fra i Veneti il Piazzetta seppe ombreggiare robustamente e disegnare corretto, invece però delle grandi composizioni attenendosi a teste e mezze figure; e in bel modo coloriva e componeva il Tiepolo, che morì a Madrid il 1769, e che allargandosi in vasti dipinti allorchè i più sfrivolivansi in bagatelle, e ritornando a Paolo invece di capriolare dietro ai Barocci, studiò i modelli all’aperto, non sotto la luce artificiosamente indotta nelle camere. Come il Longo le scene di costumi, così Antonio Canaletto copiando le rovine romane contrasse mirabile abilità prospettica, ed insegnò a usare destramente la camera ottica per verificare i piani e armonizzare le tinte, e diffuse le vedute di Venezia. Quel Governo pensionò artefici per conservare i quadri e restaurarli, principio d’un’arte nuova. Nel pastello fu tutta grazia e maestà la Rosalba, che finì cieca e mentecatta[249].

Non occorre ripetere che gli artisti forestieri più rinomati educavansi in Italia; e molti de’ nostri erano chiamati fuori. Pietro czar fece educare quattro giovani russi dal fiorentino Giuseppe Recchi, e lo chiese professore a Pietroburgo, dove finì pure Pietro Rotari veronese: il veneziano Francesco Casanova, ammirato in Francia per le battaglie, ebbe da Caterina II l’incarico d’ornarle i palazzi colle sue vittorie sui Turchi: il Quarenghi fabbricò a Pietroburgo il bel palazzo della Banca: Luigi Rusca luganese abbellì Mosca, Pietroburgo, Astracan, e se n’hanno a stampa le Fabbriche e Disegni.

Molti forestieri qui si naturarono. Pietro Subleiras di Uzes visse a Roma in miseria, imitando i migliori senza stile proprio, e incidendo all’acquaforte. Angelica Kaufmann, nata a Coira, cresciuta in Valtellina e a Como, vagò per l’Italia e l’Inghilterra, dove il celebre Reynolds le trovò molte commissioni, che subito erano incise, onore che fin seicento opere sue ottennero: in Germania era riposta fra i migliori. Ingannata prima da un avventuriero, sposò poi Antonio Zucchi veneziano (1728-79) pittore di rovine, e stabilitasi a Roma vi comparve sempre abbondante di grazia quanto scarsa di sicuro tocco e di nervosa espressione, piena poi di dolci virtù e carità.

Come il Frugoni nella poesia, così nella pittura l’artista più rinomato a Roma era Rafaele Mengs boemo. Studiò sui sommi; ma quanta distanza da lui ad essi! quanto il suo brillante differisce dal vero! quanto convenzionale nel disegno e nelle tinte! Sta con lui in bilancia Pompeo Battoni lucchese, che, a somiglianza del Baroccio, tentò arrestare la decadenza universale coll’eclettica, e dietro al Sanzio e ai migliori acquistò colorito trasparente e variato, ma non stile proprio, e dal teatro portò al cavalletto una vaga e confusa idea dell’antico, mista a una sterile ricerca di novità.

Giuseppe II disse aver veduto in Verona due meraviglie, l’anfiteatro e il primo pittore d’Europa. Questo era il Cignaroli, manierato nel tingere e d’invenzioni piuttosto epigrammatiche che dignitose. Il Lanzi descrive con compiacenza una Sacra Famiglia di lui, ove san Giuseppe dà mano alla Vergine ed al Bambino per passare un ponticello, e per mostrarne la sollecitudine, fa che non s’accorga che il manto gli casca dalle spalle, e un lembo va a bagnarsi nel fiume: — concetto degno del Leméne.

Il padre Andrea Pozzo di Trento gesuita, di invenzioni capricciose, ma di molto merito nella prospettiva, studiò in Milano la pittura, piuttosto su dipinti che da maestri, e predilesse Rubens. Pochi quadri fece, e il principale è in Sant’Ignazio a Genova. Meglio che fra’ pittori (che che ne dica il Lanzi) va fra gli ornatisti, sopraccaricando di festoni, vasi e puttini.

Cristoforo Unterberger coadjuvò Mengs nella stanza dei papiri, poi da solo fece le imprese d’Ercole nella villa Borghese.

Nè magnifici protettori mancarono sia alle arti che all’erudizione. Il cardinale Albani adunò alla sua villa presso Roma tanti lavori, che, dopo fornito più d’un museo, la rendono ancora meravigliosa; e Mengs vi eseguì il dipinto suo migliore, il Parnaso. Il cardinale Valenti fe dallo spagnuolo La Vega disegnare in ottanta fogli undici logge di Rafaele, nella sua villa presso Porta Pia raccolse rarità di tutti i paesi, e persuase Benedetto XIV ad unire al museo Capitolino una galleria di quadri. Questo pontefice comprò le preziose anticaglie di Francesco Vettori; Clemente XIV, oltre cominciare il museo, fece la raccolta dei papiri illustrati dal Marini, e prese cura che le antichità uscenti in luce non andassero disperse nè vendute; e quest’amorevolezza per le arti tramandò a Pio VI. Il principe Marco Borghese adunò il famoso museo: Azara ambasciatore di Spagna, gl’inglesi Gavino Hamilton, Jenkins, lord Harvey conte di Bristol, coll’esempio e la magnificenza incoravano gli artisti: D’Ancarville, inviato straordinario d’Inghilterra a Napoli; primo pose attenzione ai vasi figulini: Pietro Biren duca di Curlandia spossessato, prese stanza a Bologna ove fondò premj per giovani artisti, e donò medaglie d’illustri nordici: Luigi Mirri, semplice mercante di quadri, fece scoprire i dipinti delle terme di Tito, e ne pubblicò la descrizione: il conte Giacomo Carrara, fratello del cardinale Francesco, istituì a Bergamo un’accademia che a’ dì nostri diede buoni pittori. Già dicemmo della Galleria Farsetti (pag. 424); e aggiungeremo il cavaliere maltese Nicola Lazzara di Padova, che radunò moltissime incisioni, e protesse tutti i valenti. Venne per eredità alla galleria di Torino quella del principe Eugenio, ricca di lavori fiamminghi, de’ quali potè far pro quell’accademia ridesta il 1736 da Claudio Beaumont, poi ordinata nel 78, ma che non diede nomi durevoli, tranne il lepidissimo Olivieri e il prospettico Galliari. Molte spoglie d’Italia passarono i monti: Augusto I di Sassonia arricchì Dresda con antichi della collezione Chigi; Augusto II n’aggiunse altri, fra cui le tre prime statue dissepolte ad Ercolano; per quattro milioni ottocentomila lire comprò la galleria dei duchi di Modena, e per diciassettemila ducati la Madonna di San Sisto di Rafaello; sicchè quella collezione emulò la Parigina in capi d’arte nostra.

Opere rivelate dal caso, più osservate perchè nuove, rinverdivano l’amore dell’antichità. I rottami delle terme di Tito, le pitture del Laterano, i musaici di Palestrina furono illustrati dall’abate Amaduzzi, dal Gazzola piacentino, dall’inglese Meyer, dal francese de La Gardette, dal Paoli; i monumenti romani dal Contucci e dal Galeotti. Oltre Ercolano e Pompej, nel 1752 si trovarono in una forestale basiliche di Pesto; nel 61 le rovine di Velleja nel Piacentino, sobbissata il IV secolo; principi e papi sgombravano la villa Adriana e altri ruderi; D’Ancarville, Wheler, Choiseul-Gouffier, Spon, Revet, Stuard... rivelavano le arti della Grecia; Tischbein s’occupava dei vasi etruschi, ricchezza nuova; nel 1726 fu fondata l’accademia di Cortona per istudiare la civiltà etrusca; nel 36 la Colombaria a Firenze, vôlta alle antichità come la Ercolanese[250]. Agli atti di questa dettò il prodromo il parmigiano Bajardi, amplificazione di cinque volumi sulla vita d’Ercole fino ai ventiquattro anni, prima che fondasse Ercolano. Costui era venuto su mediante adulazioni alla Elisabetta Farnese e al re di Napoli, cui dirige la parola in tutta quella descrizione, talchè Biörnsthal ebbe a dire che tutta l’opera è una mostruosa dedicatoria; ora lo felicita perchè il suo dominio «stendesi nelle viscere della terra»; or lo fa più grande del re di Francia, perchè amplia le conquiste sotto terra, e neppure ad Alessandro, nel famoso rimpianto, sarebbe caduto in capo che la terra avesse ad aprire il seno per aprirgli nuovi imperj. Alle quali sguajataggini accosta insulse buffonerie, che pur non gli tolsero d’acquistare dignità e quasi gloria. L’abate Barthélemy (-1795), che allora viaggiava raccogliendo medaglie pel gabinetto di Parigi, e molto parla de’ nostri, mette in canzone costui, e i poemi che meditava, e una storia universale che tesseva; pur confessando che dell’antichità molto sapeva, e nel discorrere valea meglio che in iscritto.

Il marchese Rodolfo Venuti, uno dei fondatori della Cortonese, pubblicò una descrizione topografica e storica di Roma. Le pesaresi antichità illustrò l’Olivieri: le ravennati il Fantuzzi gonfaloniere, pubblicando ben ottocento sessantacinque documenti, sessantadue de’ quali ne compendiano altri quattrocento trentasette; e Antonio Zinardini, che commentò pure le Novelle di Teodosio il Giovane, da lui scoperte in quella biblioteca. Il dottore Bianconi, medico e consigliere della Corte di Sassonia, dettò lettere sopra il Circo Massimo e la vita di Mengs e i proprj viaggi in Germania, e volle provare con bizzarria più che verità il medico Celso essere contemporaneo d’Augusto[251].

Il cardinale Angelo Maria Quirini 1680-1766 fu vescovo di Corfù di cui descrisse i primordj; poi potè conoscere i sapienti dei due secoli, conversando con Jurieu, Fénélon, Neuton, come col Voltaire[252] e con Federico II, dal quale impetrò di erigere una chiesa cattolica a Berlino. Alle menzogne del Brunet oppose cinque volumi di lettere del cardinale Polo; a Brescia, dove fu vescovo, oltre ajutare riccamente la fabbrica del duomo, regalò una biblioteca e rendite per un’altra; fatto da Clemente XIII conservatore della Vaticana, vi passava ogni anno sei settimane, e le donò i proprj libri e il medagliere. Molte cognizioni egli trasse dal Salvini, dal Magliabechi, dal Montfaucon che allora girava l’Italia. Messosi ad illustrare un suo dittico, talmente trascinò per le lunghe e fece e rifece il lavoro e per via cambiò d’opinioni, che divenne proverbiale il dittico Quiriniano.

Giovanni Poleni (1683-1761), lodatissimo matematico veneziano, diede eccellenti consigli sul restaurare la cupola di San Pietro in Vaticano, ed ajutò l’intelligenza di Vitruvio colle Esercitazioni. Sono pure lodati il romano Francesco Vettori; Giorgio Viani numismatico, che diè le memorie della famiglia Cibo; Angelo Maria Bandini, che scrisse sull’obelisco d’Augusto e su molti punti di storia, principalmente della fiorentina. Francesco Daniele di San Clemente illustrò I regali sepolcri del duomo di Palermo allora dischiusi; Gaetano Migliore napoletano I marmi ferraresi e la condizione degli antichi Giudei in Italia; il padre Edoardo Corsini modenese, filosofo e matematico, i fasti attici, gli agoni, le note dei Greci, la serie dei prefetti di Roma, le Olimpiadi, in modo che non fu ancora superato da altro cronologo. Domenico Diodati, oltre i numismi, raccolse le iscrizioni antiche del Napoletano, e tolse a provare che alcuni vangeli fossero originariamente scritti in greco, lingua allora adottata in Palestina.

Marianna Dionigi romana, studiosa delle lingue e delle arti belle, al vedere scoperte le tombe degli Scipioni s’appassionò per l’archeologia; e inesplorati monumenti cercò, quali sono le mura ciclopee, ragionandone nelle Cinque città del Lazio che diconsi fondate da Saturno. Pier Luigi Galletti romano pubblicò le iscrizioni del medioevo, e lavori particolari su Gubbio, Ascoli, Rieti, sul vestarario della santa romana Chiesa, e una vita del cardinale Passionei con lettere importanti. Antonio Rivautella gesuita fece la collezione dei marmi torinesi, e col Pasini l’indice dei manoscritti di quella biblioteca[253]. Monsignor Guarnacci, che a Volterra raccolse un museo d’antichità patrie, nelle Origini italiche arrogò alla penisola nostra la cuna della civiltà. Il torinese Carlo Paciaudi (1710-85) radunò le antichità di Velleja allora dissepolta, illustrò i monumenti peloponnesiaci del museo di Nani e i bagni sacri, il culto di san Giambattista ed altri punti d’archeologia religiosa, alla quale rivolsero l’attenzione e crebbero lumi il Boldetti, il Bottari, il Mamachi, il Bonarroti, il Marangoni, il Sassi, il Campini, l’Ansaldi, il Galliciolli.

Francesco Cancellieri romano, di molta dottrina sebbene sparpagliata, illustrò i segretarj della Vaticana. Stefano Borgia (1731-1804) a Velletri raccolse il museo più ricco che alcun privato avesse; come segretario della Propaganda era in relazione coi missionarj, che da tutte le parti del mondo a gara glie l’accresceano di manoscritti e rarità; e vi spendeva ogni avere suo, fin a dare le argenterie da tavola e le fibbie delle scarpe; vendette un bacile d’oro per sostenere le spese della stampa del Systema brahmanicum di Giovanni Werdin, noto col nome di padre Paolino; ajutò le ricerche dello Zoega, dell’Adler, del Giorgi intorno agli Egizj, agli Indi, agli Americani. Valse anche nell’amministrazione, e da Benedetto XIV posto governatore di Benevento, vi prevenne una carestia; da Pio VI creato cardinale e ispettore degli esposti, fece regolamenti utilissimi, riformò molti abusi, istituì case di lavoro; poi governatore di Roma quando la rivoluzione si avvicinava, la tenne quieta senza delitti. Comparsi i Francesi, arrestato, sbandito, ritirossi nel Veneto, e subito vi formò un’accademia di dotti e una nuova Propaganda, che spedì missionarj in Africa e Asia. Ripristinato il papa, il Borgia presedette al consiglio economico, poi ordinato d’accompagnare Pio VII a Parigi, morì a Lione di settantatre anni.

Giambattista Passeri (1694-1780) applicò utilmente alle antichità degli Etruschi, ne’ quali pretese riscontrare i dogmi rivelati; e alle Tavole Eugubine e ad altri documenti cercava spiegazioni recondite, invece delle ovvie. Monsignor Marini discorrendo sugli atti de’ Fratelli Arvali e sui papiri, avviò a sciogliere molti problemi d’antichità. Alessio Simmaco Mazocchi (1684-1771) capuano illustrava il mirabile anfiteatro della sua patria, e altri monumenti, e sovrattutto le due Tavole Eracleensi: e sponendo la Bibbia nell’Università di Napoli, stese il prezioso Spicilegium biblicum[254]. Erasi egli associato l’abate Nicola Ignara, che gli succedette nella cattedra d’ermeneutica, e che verso i settant’anni perdette la memoria, dopo avere eruditissimamente scritto sulle fratrie antiche napoletane, mostrandole non confraternite religiose, ma associazioni politiche. Degli Etruschi si occupò il gesuita Luigi Lanzi, tutto derivando dai Greci. Il Demstero aveva cominciato un Museo Etrusco, pel quale le nuove scoperte offersero al senatore Filippo Bonarroti numerose aggiunte. Iniziato da questo, il grecista Gori se n’appassionò in modo, che tutte vedea negli Etruschi le verità e le invenzioni. Ne’ suoi studj d’antiquaria e d’epigrafia fu giovato da Giovanni Lami (1697-1770) di Valdarno, estesissimo erudito, amator della bellezza, del buon tempo e dei motti che gli attirarono di molte brighe. I Gesuiti bezzicò con satire latine e italiane di nessun valore; ma peggiori litigi mietè colle Novelle letterarie, foglio ebdomadale, spinto a tal procacità che fu soppresso. Nelle Delizie degli eruditi toscani pubblicò molti tesori della biblioteca Riccardiana; difese dal Le Clerc e dai Sociniani il concilio Niceno riguardo al logos; dimostrò (De eruditione Apostolorum) che gli apostoli erano troppo ignoranti perchè potessero trarre da Platone l’idea della Trinità.

Francesco Zanetti (pag. 426) volle sostenere che i caratteri etruschi siano i runnici, e scrisse della moneta veneta. Rambaldo Avogadro da Treviso, nell’illustrare quella del suo paese, fu forse il primo che porgesse qualche filo nel labirinto monetario del medioevo, al che s’industriarono pure il Muratori e il Carli e Giulio Zanetti. Il principe di Torremuzza, dal senato di Palermo incaricato di rischiarare centoquindici iscrizioni d’ogni lingua che eransi improvvidamente disgiunte dai monumenti per raccorle, in quel lavoro sentì il bisogno di rifar il catalogo di Giorgio Gualterio, e vi destinò un’accademia di sessanta Siciliani, come colonia della Colombaria. Altrettanto imperfetta conobbe la Numismatica sicula dell’Agostini, del Meyer, dell’Auercamp, del Burmano, e la rifece. Il re di Napoli pagò la stampa, e lui sovrappose ai monumenti siculi, con Ignazio Paternò Castelli principe di Biscari, altrettanto appassionato; e a loro è dovuta la conservazione di tante preziosità. Questo Biscari dissepellì e illustrò antichità siciliane, e principalmente di Catania; al che pure travagliò Gabriele Lancellotti Castelli palermitano, massime in fatto di monete.

E già la numismatica era stata condotta al vero uffizio suo di coadjuvare alla storia per opera di Spanheim, Le Vaillant, Pellerin, Barthélemy, e del gesuita austriaco Eckhel, che ideò un complesso di tutta quella dottrina. Alla quale non meno che alla storia naturale giovò Domenico Sestini di Firenze ne’ viaggi ripetuti a Costantinopoli e spinti fin nell’India. Incaricato da Ainslie ministro britannico presso la Porta, di far una collezione di medaglie greche e romane, s’innamorò di questi studj, e diede le Classes generales geographiæ numismaticæ populorum et regum, poi molte descrizioni di musei e medaglieri; e nel Sistema geografo-numismatico in quattordici volumi in-folio rimasto manoscritto, descrive tutte le medaglie conosciute, più completo di Eckhel, sebbene inferiore di erudizione e sagacia.

Gli antiquarj fin là davano piuttosto commenti su usi degli antichi, che non buone dottrine sull’antichità; s’atteneano principalmente al romano e all’età imperiale come più conosciuta, scarsa la critica nello studio de’ monumenti, senza applicar la logica ai fatti osservati, senza il sentimento ragionato dello spirito di un’epoca e d’un popolo, senza l’abitudine de’ ravvicinamenti; dissertavasi su tutto quanto capitasse alla penna e pigliandola dalla lontana: nel che, a tacer altri, acquistarono sciagurata rinomanza Paolo Pedrussi di Mantova nel Museo Farnese, e il Martorelli valentissimo grecista, ma di strane divagazioni e conghietture temerarie.

Ormai cessando d’essere mera curiosità o palestra di nojosa erudizione e d’ipotetiche arguzie, l’archeologia imparava a smettere le riflessioni accessorie che non rampollano dall’ispezione del monumento, nè lo chiariscono, e a dispensarsi dal facile fasto di accumulate citazioni; e Giovanni Winckelmann (1717-68), figlio d’un calzolajo brandeburghese, venuto a Roma, e trovatovi protezione dai cardinali Archinto e Albano, vi stette finchè, nel voler rivedere la patria, un assassino gli troncò la vita a Trieste. Egli dirizzò l’antiquaria sulle arti del disegno, delle quali pubblicò una Storia, prendendo tal nome nel senso greco di sistema, e guardando all’essenza dell’arte non alle vicende degli artisti, divinando quel che all’età nostra fu provato, che la teoria dell’arte si riduce alla teoria delle epoche. Conoscea quanto gli antichi aveano detto sul sentimento del bello, e come alla fonte divina faccia rifluire i nostri pensieri; se non che alle loro astrazioni surroga le realità storiche, le quali ne sono la traduzione. Ma egli avea visto l’antichità soltanto a Roma, cioè la terza e quarta epoca dell’arte, quando la grazia era valutata meglio che la forza e la maestà; e sebbene conceda stima anche alle più antiche, imperfettamente indicategli, e chiami grande e sublime la scuola di Fidia e Scopa, non desunse gli esempj se non dalle opere che conosceva, e che erano quasi tutte di Prassitele o imitazione romana. Pertanto i suoi discepoli credettero che queste fossero le sole imitabili, nè poter l’espressione trascendere l’Apollo del Belvedere; fin quando ai dì nostri la Venere di Milo e i marmi d’Egina e del Partenone allargarono la veduta e la comprensione, portarono occhio su l’arte egizia, che il Winckelmann aveva accennata, senza saper nicchiarla entro la sua cornice, senz’accorgersi che v’è un’arte anche fuor dei paesi dove l’uomo, stupito di se stesso, ogni cosa vede traverso alle forme finite del suo intelletto e del suo corpo.

Abbracciare l’arte intera, onde rivelare il soggetto, il tempo, il merito di ciascun lavoro, seguire le vicende del gusto, leggere ne’ monumenti la storia dell’uomo, delle religioni, della politica, della civiltà fu opera di Ennio Quirino Visconti romano (1751-1818). Meraviglioso di memoria, ben presto ebbesi assimilati i Classici per modo da percorrere l’antichità con sicurezza. Quando gli scavi d’Ercolano e Pompej invogliavano a questi studj, Clemente XIV pensò comprare le ricchezze archeologiche sparse e cercarne di nuove; e del museo che ebbe nome da lui e da Pio VI la cui munificenza lo finì, collocò alla direzione il Visconti. Questo lo dispose nel quartiere del Vaticano, contiguo al cortile delle statue che allora fu cinto di portico; e nel descriverlo rifuggì da quell’aria d’arcano, da quelle ambiziose digressioni che troppo costumavano, ed espose con chiarezza, limitandosi a quel che di ciascun’opera è particolare. Inventò di disporre nei monumenti in prima le divinità del cielo, dei mari, della terra, degl’inferni; poi gli eroi, la storia antica e romana, i savj, i filosofi, i dotti; infine ciò che riguarda la storia naturale, i costumi, le arti; e ciascuna classe secondo l’età o il merito. I sepolcri degli Scipioni, sterrati il 1780; le ruine di Gubbio, dissepolte per cura del principe Borghese; quanto di nuovo uscisse o di vecchio restasse ancora mal interpretato, aveva da lui illustrazione. Allorchè la Francia rapì all’Italia le ricchezze artistiche, il Visconti fu chiesto conservatore al museo a Parigi, ch’egli dispose giusta il suo metodo. Della sua Iconografia greca e romana, raccolta de’ ritratti autentici, Napoleone fece fare una edizione magnifica, e la regalò alle persone dall’autore indicate: genere nuovo e delicato di generosità.

Lo studio dell’antichità operò sulle arti belle; allora nelle case si vollero imitate le loggie Vaticane, le pareti d’Ercolano, i peristilj di Pesto con quel dorico ignoto ai Romani e al rinascimento; suppellettili, decorazioni, pietre intagliate, candelabri, riprodussero l’antico; e si prese schifo de’ dominanti smarrimenti.

L’incisione diffondeva i capolavori. Francesco Maria Francia bolognese eseguì più di mille cinquecento intagli, scorretti ma con intelligenza dell’ombreggiare. Francesco Bartolozzi fiorentino (n. 1730), in Inghilterra coll’incidere a granito e a stampa colorita le opere della Kauffmann acquistò a questa una reputazione superiore al merito, e ne ritenne sempre un po’ della sdolcinatura. Da quei generi facili tornava di tempo in tempo al buon taglio, come nella Clizia; ma vi metteva il far proprio, più che non conservasse quello dell’originale. Era ottagenario quando intagliò la Strage degli Innocenti di Guido. Il Rosaspina suo scolaro conservò meglio le forme, e sono divulgatissimi l’Amor saettante e la Danza degli Amori. Molti introdussero la maniera nera, spedita e brillante. Giambattista Piranesi (1707-78) architetto, fece briosamente le vedute di Roma in sedici volumi atlantici, e le corredò di buone descrizioni, fattegli da altri, ma che egli spacciava per sue sin cogli autori stessi. Non è che uno dei moltissimi tratti di sua bizzarria, per cui era alla lingua e ai pugni con chiunque avesse a far seco. Suo figlio Francesco (-1810), caldeggiante nella repubblica romana, poi profugo a Parigi, aveva imitato il padre, e piantò colà lo stabilimento calcografico, possedendo mille settecentotrentatre tavole grandissime, sebbene senz’analogia fra loro. Pose anche una vendita di vasi, candelabri, tripodi; ma ne scapitò.

Il conte Antonmaria Zanetti veneziano, incisore e antiquario, volle rinnovare la maniera di Ugo da Carpi d’ottenere il chiaroscuro negl’intagli in legno; al qual modo pubblicò molte cose del Parmigianino, e le statue dell’antisala della libreria di San Marco, e immagini del museo Arundel.

Allora gl’incisori tornarono a voler riprodurre i pregi degli originali, come fecero all’acquaforte il veronese Domenico Cunego, il pittore pistojese Giambattista Cipriani molto pregiato a Londra, il Porporati torinese di taglio netto, tinte trasparenti, chiaroscuro armonico, bellissimo nelle carnagioni, non tanto nei capelli. Giovanni Volpato (1733-1802), povero bassanese, che cominciò col far trapunti a’ fazzoletti con sua madre fu dal Remondini preso a lavorare per la sua tipografia, poi dal Bartolozzi a Venezia, finchè gli si offerse d’intagliare per una società a Roma le loggie Vaticane, e quest’occasione il fece grande; anche dappoi ebbe la fortuna e l’arte di scegliere belle composizioni, e restò lodatissimo benchè ruvido nel tratteggio e opaco nelle mezzetinte. Ebbe ajuto, poi genero Rafaele Morghen napoletano, di bulino diligente, che a Roma intagliò il miracolo di Bolsena, l’Aurora, il Cavallo, poi ancor meglio la Cena di Leonardo qual è conservata da Marco d’Oggiono. Chiamato a Firenze vi fondò una scuola illustre, benchè mal conservasse il carattere. Le costoro opere furono cerche e pagate lautamente, e la tradizione se ne conservò poi con Longhi, Anderloni, Garavaglia, Jesi, Toschi.

Giovanni Gori da Siena, collo sposare una Gandellini sottentrò a questa ricca casa che aveva principalmente negozj ad Augusta; colà fra i traffici si perfezionò nell’incisione, e raccolse le notizie storiche degl’incisori, che sebbene pubblicate nel 1771 due anni dopo la sua morte, prevennero il Dizionario di Stratt e l’Idea generale di Heineken. Suo figlio Francesco fu l’amico d’Alfieri. Francesco Ghinghi senese lavorò stupendamente le pietre dure: quelle di Carlo Costanzi napoletano, di Sirletti, Watter, Pazzaglia, Amastini, Marchant, Cades, Caparoni, Rega, Cerbara, e massime di Giovanni e Luigi Pichler reggono al confronto degli antichi. I musaicisti si esercitavano in grande traducendo quadri pel Vaticano.

Così la riforma delle arti belle cominciava in Italia. Al principio del secolo dominava nell’architettura Filippo Juvara di Messina (1685-1735), ricco d’invenzioni ed aborrente dalla semplicità. Dal duca di Savoja menato a Torino, che dovea rifarsi da tante guerre e divenir italiana cioè bella, vi si adoprò in molti edifizj e meglio nel tempio di Superga, fatto con abilità somma ed accortissime invenzioni, sebbene la prodigalità di ornamenti storni quella maestà che nasce da un pensiero grande e semplice. In Italia non faceasi opera senz’averne il suo parere; poi a Lisbona disegnò la reggia e il patriarcheo, e v’era chiamato a far il palazzo reale, quando morì.

Di Nicola Salvi romano, oltre moltissimi restauri, lodano la macchinosa fontana di Trevi. Il fiorentino Servandoni diresse molte feste nelle capitali d’Europa, e all’allettamento della musica e della rappresentazione teatrale unì quello delle decorazioni, la bellezza magica non iscompagnando dalla verità. Al San Sulpizio a Parigi stava per apporsi una fastosa facciata borrominesca, quando il Servandoni presentò un modello con linee dritte, regolare distribuzione di colonne e d’ordini, e una correzione da gran tempo disusata: sebbene poi, più decoratore che architetto, cercasse l’effetto teatrale sull’altare ove la Beata Vergine riceve luce da una finestra nascosta.

Gaspare Van Vitel di Utrecht a diciannove anni fissatosi a Roma, s’italianizzava di nome e di costumi, e come pittore d’architettura e paesaggi era onorato dappertutto, e chiamato a Napoli dal vicerè de la Cerda. Suo figlio Luigi Vanvitelli studiata l’architettura sotto lo Juvara, a ventisei anni era già architetto di San Pietro. Alzò a Napoli l’Annunziata, ricchissima di colonne ed altre fabbriche, con gusto quasi sempre corretto. Occasione rara gli presentò Carlo III quando volle erigere a Caserta una residenza che non fosse inferiore a quella di verun altro re d’Europa (pag. 165). Vincenzo Paternò Castello principe di Biscari siciliano, s’immortalò col ponte acquedotto sul Simeto a trentun archi. Le fabbriche di Modena ebbero avviamento di miglior gusto da Giuseppe Maria Soli da Vignola, le ravignane da Camillo Morigia, le veronesi da Gerolamo del Pozzo e dal conte Pompej, che studiando sul Sanmicheli combattè la moda, e molti lavori eseguì in patria, massime la dogana e il portico ove Maffei dispose le lapide antiche.

Il conte Carlo Pellegrini veronese, da poi maresciallo austriaco, molte fortificazioni fece a Vienna e in Ungheria. A Vicenza il gusto teneva del palladiano, e d’altro secolo si direbbe Ottone Calderari, eccellente artista se gli si fossero offerte occasioni. Il Cerati vicentino in Padova eresse la specola e l’ospedale, ed abbellì il Prato della Valle. Bartolomeo Ferracina, figlio d’un falegname di Solagna nel Bassanese, nojato di tirare la sega e girar la ruota per affilare i ferri paterni, inventò ordigni che mossi dal vento faceano questi servigi. Animato dal piovano, si diede a lavorar di ferro, accomodò e fece oriuoli con ingegnose bizzarrie, sicchè i gentiluomini veneti l’applicarono a opere più importanti. Tali furono il restaurare il ponte di Bassano, difender Trento dalla Férsina, e altri lavori idraulici: inventò la sega circolare sott’acqua, macchine da trasportare immensi macigni, e altri congegni, tutti per pratica, non potendo egli dar ragione di nulla, nè tampoco divisar l’opera prima di mettervi mano, dicendo che tutto imparava nel libro della natura[255].

Anche Nicolò Zabaglio romano, da legnajuolo divenne per abilità meccanica architetto di San Pietro, conservando la semplicità e il disinteresse del primitivo stato a segno che avendogli chiesto Benedetto XIV di qualcosa potesse gratificarlo, rispose — D’alcune bottiglie di quel buono». Suoi sono la macchina con cui si pulisce e ripara l’interno della cupola di San Pietro, e scale e ponti sospesi e veicoli che furono descritti da Giovan Bottari. Anche Andrea Tirali da muratore divenuto architetto, ben intendeva la meccanica, e fece a Venezia fabbriche pesanti ma meno scorrette delle solite, quali sono il palazzo Priuli a Canareggio, la loggia dei Teatini, la scala di ca Sagredo a Santa Sofia.

Ferdinando Fuga fiorentino lavorò molto a Roma; a Napoli fece il reclusorio per ottomila poveri, fatica di trent’anni. Il Paoletti, che cercò ricondurre al greco e al romano, diè molto a parlare trasportando a Poggio Imperiale una volta, dipinta dal Rosselli. Anche il Camporese romano dal mal gusto correggevasi cogli antichi; pure diceva con verità: — Se togli agli edifizj barocchi, gli zigzag, i cartocci, le ondulazioni, le modanature ammanierate ed altrettali libidini dell’arte, qual de’ moderni fece meglio?» Disegnò il duomo di Genzano, lavorò al museo Vaticano, ove principalmente sono lodevoli l’atrio e la sala della biga; poi durante l’occupazione francese fu adoperato a scoprire e rimettere grandiose anticaglie, a disegnar la piazza Popolo e l’attiguo giardino e dirigere le feste imperiali.

Allievo del Vanvitelli, Giuseppe Piermarini da Foligno (1734-1808) venne a Milano a dirigere grandiose fabbriche, quali il palazzo reale e i due teatri, e la villa reale di Monza colla novità d’un giardino inglese. Abile a superare gli ostacoli e acconciarsi alle necessità, ravvisando i difetti precedenti, eccedeva in senso contrario corretto senza grandezza, con forme senza rilievo. Più vigoroso Simon Cantoni da Lugano (1736-1818) chiese e palazzi fece nel Milanese, e a Genova la sala del granconsiglio dopo bruciata nel 1777, alla soffitta di legno surrogando un’ardita volta senza chiavi. La ornò Giocondo Albertolli (1742-1838) suo compaesano, che risuscitò le grazie dei Quattrocentisti, decorando di stucchi chiese e reggie di Firenze, di Napoli, di Lombardia; nella nuova Accademia milanese introdusse un correttissimo gusto d’ornamenti architettonici, e pubblicò una serie d’esempj, incisa da Giacomo Mércoli. Agostino Gerli a Milano indispettivasi de’ cartocci e delle ondulature, e con Giuseppe Levati si oppose ai pregiudizj.

La scuola pittorica lombarda era perita; ma un monumento singolare ne sono i ritratti dei benefattori all’ospedale di Milano, che come contemporanei, ritraggono e le foggie vere del tempo e le vicende dell’arte, potendo supporsi che buoni pennelli fossero sempre prescelti[256]. Molti compresero il dovere del ritrattista, di trasmettere nell’effigie non se stesso, ma il personaggio. Da settanta se ne conservano del Seicento in cui tal uso cominciò, opere del Panfilo, del Cairo, del Sant’Agostino; in generale con colori sobrj negli abiti, pochi accessorj fuor della persona, studiata principalmente la testa. Colle mode di Luigi XIV acquistano predominio il teatrale, sin a perdersi la figura umana sotto un cumulo di fronzoli e guardinfanti e parrucche. Nei ritratti del secolo XVIII poco è a lodare, eccetto quelli di frà Vittore Ghislandi da Galgario, pittore ignoto fin alla Lombardia, e d’un Biondi, contemporaneo di Appiani, il quale eseguì alcuni de’ migliori, appena pareggiati dagli odierni.

Giacomo Traballesi, pittore fiorentino, sugli antichi acquistò spontanea eleganza, dipendente da armonica e dolce disposizione di linee e da nobile espressione, più che da ricercati atteggiamenti, o sfarzo d’accessorj e di tinte; a Firenze parve resuscitare Guido e i Caracci; poi chiamato professore a Milano, lasciò lavori lodevoli nell’insieme, quand’anche pecchino ne’ particolari. Da Milano pure uscì l’amabile Andrea Appiani (1754-1817), che i vizj de’ contemporanei rinnegò francamente negli affreschi di San Celso, accoppiando alla leggiadria la forza, all’armonia la vivacità, all’ardimento la correzione. Lodano i chiaroscuri con cui effigiò le battaglie di Napoleone; e voltosi al costui culto, alla corte e alla villa di Milano rappresentandone l’apoteosi si ampliò nello stile mitologico e accademico sottentrato di moda, negligendo il segno e abboracciando la composizione.

Molti indagavano le teoriche delle arti, ma senza profondità. Gianpietro Zanotti, lodevole pennello bolognese, dettò Avvertimenti per incamminare un giovane alla pittura, e la Storia dell’accademia Clementina, ch’era stata approvata nel 1708 da Clemente XI, e sistemata dal Marsigli. Come avviene a chiunque parla di viventi, disgustò gl’infimi per le scarse lodi, i migliori per l’accomunarli con quelli. Don Luigi Crespi, figlio del pittore baroccesco Giuseppe Maria detto lo Spagnuolo, nella Felsina pittrice ed in altre opere scarificò le piaghe del suo tempo con una franchezza che non poteva essergli perdonata. Il canonico Lazzarini da Pesaro, creato della scuola bolognese, trattò passabilmente della pittura, e nelle composizioni osservò il costume. Anton Maria Zanetti scrisse la storia della pittura veneziana, con molto franco sentenziare. Tommaso Temanza buon idraulico, e la cui Santa Maddalena a Venezia è delle migliori architetture del secolo, oltre le Vite de’ celebri architetti e scultori veneziani del secolo XVI, illustrò Vitruvio e le antichità di Rimini e di Venezia. Molto lo flagellò il frate Carlo Lodoli, bizzarrissimo di vita e d’ingegno, cinico e provocatore, il quale ripudiava ogni autorità per appellarsi alla pura ragione, e pareagli i gran maestri d’architettura avesser offese le basi d’un’arte, cui merito è la comoda e ornata solidità. Criticando al Massari il disegno della chiesa della Pietà, e mostrandogli ch’era contrario alla logica — Chi mai (s’udì rispondere) pensò a far entrare la logica nell’architettura?» Il Lodoli non sarebbe conosciuto se il patrizio Andrea Memmo suo scolaro non avesse pubblicato alcuni Apologhi che n’aveva uditi, e gli Elementi dell’architettura lodoliana.

La Storia della pittura del Lanzi piace per una certa limpidezza; ma sfrantuma la materia, e manca di quella pratica che rende franchi e istruttivi i giudizj del Vasari quand’anche fallaci[257], e di quell’acume che spiega il talento d’un autore descrivendone il carattere. L’Algarotti nel Saggio sopra la pittura è superficiale come nel resto; e più di lui il Rezzonico ed altri precettisti e segretarj, deliranti dietro al bello ideale ed echeggianti alcune frasi di convenzione, e i migliori restringendosi a raccomandare l’eclettica imitazione de’ modelli, anzichè ricorrere alla natura. Il signore D’Agincourt, venuto a Roma per passarvi qualche giorno, vi durò cinquant’anni, togliendo dal vilipendio le arti del medioevo, di cui tessè la storia: ma il disopportuno rimpicciolimento dei disegni sentesi pure nelle idee; in quelli non sempre rispetta la nativa rusticità: nel testo ricorre su concetti di scuola, nè sa penetrare sotto alla scorza per iscoprirvi l’ispirazione e il sentimento. Il che del resto sarebbe troppo a pretendere da un secolo, che tutto riducendo alla propria piccolezza, non sapea penetrare nello spirito de’ tempi, de’ luoghi, dei popoli differenti, e perciò comprenderne i sentimenti; onde nel medioevo non riscontrava che ignoranze, ridicolaggini o colpe.

Audacissimo il napoletano Francesco Milizia[258] (1725-98) trincia sentenze d’un gusto che pare indipendente e originale a chi ignori ch’è copia degli Enciclopedisti, de’ quali adotta le grette massime senza tampoco darsi briga di levarne le contraddizioni. Ad Americana deride chi crede alle grandiose fabbriche del Perù, come non possibili a gente sprovveduta di macchine: eppure dimentica quest’eccezione a proposito degli Egiziani; poi a Fabbricare dice: — Al Messico e al Perù gli edifizj erano di gran massi di pietre ben tagliate, trasportate ben da lungi e ben congiunte senza cemento». A tacerne le deficienze sopra opere ed artisti forestieri, molti anche dei nostri dimenticò; per esempio Rainaldo, che elevò la facciata del duomo di Pisa; il Calendario, architetto forse o almeno scultore del palazzo dogale di Venezia; il Formentone vicentino, autore della Loggia di Brescia; il Longhena, grandioso architetto di Santa Maria della Salute e del palazzo Pesaro in Venezia; il conte Alfieri piemontese, e i milanesi Omodei, Richini, Meda, Mangone, Bassi, Seregni[259]; gli architetti militari piemontesi Bertóla, Devincenti, Pinto, anzi fino il Marchi e il Pacciotto d’Urbino. Passionato, violento, inverecondo, adora Mengs e vilipende Michelangelo: ma quella tanto rinfacciatagli bestemmia che la testa del Mosè pare un caprone, e’ la tolse dall’inglese Reynolds, come da altri molte che credonsi sue capresterie; ond’io amerei sapere donde attinse la bella definizione della pittura, «Arte di farsi migliore per la grata rappresentazione d’oggetti visibili con linee e colori»[260].

Gli troviamo riscontro in Giuseppe Baretti torinese (1716-89). Educato imperfettamente, scrisse poesie bernesche nulla migliori delle consuete, e prosa non rivista, non corretta, non composta, ma che si legge volentieri perchè casalinga, senza i contrafforti, le giunture, gli emistichj allora consueti, e perchè animata da sentimento, anzichè artifiziata per convenzione. Mal trovando pascolo e occupazione alla sua irrequietudine in Torino, in Lombardia, a Venezia, pensò poter meglio vivere e pensare in Inghilterra, dove apprese sì bene la lingua da compilarne il dizionario, e dettò in quella una difesa degli Italiani (pag. 445 not.). Descrisse un viaggio traverso al Portogallo e alla Spagna con particolarità abbastanza triviali, e mutilo comparve in italiano sotto forma di lettere, compiuto in inglese e ben accolto da quel pubblico pel metter in iscena le persone e per la conoscenza della lingua. Vedendosi attorno una folla di moderni goffi e sciagurati «che andavano tuttodì scarabocchiando commedie impure, tragedie balorde, critiche puerili, romanzi bislacchi, dissertazioni frivole, e prose e poesie d’ogni generazione, che non hanno in sè la minima sostanza, la minima qualità da renderle dilettose e ragionevoli ai lettori e alla patria», cominciò a menar addosso a loro la Frusta letteraria sotto il nome d’Aristarco Scannabue.

Quanto avrebb’egli potuto sbronconare, se avesse posto mente a qualcosa più che alla forma; se compreso l’importanza della franchezza e della sincerità nell’arte, se alla sensata intuizione accoppiato avesse alti sentimenti, dottrina soda, veder largo, le corroboranti ispirazioni del patriotismo! Ma pochissimo sapendo e arrestandosi alla forma, sprezza tutto quanto sorpassa la sua intelligenza; non crede a nulla che trascenda l’esperienza sua propria, tutto riferendo a se stesso senza discernere studj o tempi, e volendo far passare tutti gli autori sotto le forche caudine del personale suo sentimento. Nella filosofia francese non riconosce o gli erronei principj o le benevole intenzioni, ma roba da anticamere e da cameriere. Di Dante dice grossolanità non minori di quelle del Bettinelli; il Filicaja pe’ suoi sonetti all’Italia giudica «degno d’una buona staffilata sul deretano per ogni verso»; perchè il dottor Bartoli ragionò sul dittico Quiriniano con assurda lungagna, esso discredita l’erudizione anche moderata e sapiente, «e le pignatte dell’Umbria, e i chiodi d’Ercolano»; s’ostina a vituperare il verso sciolto, e intanto scrive in martelliani; nel libro Dei delitti e delle pene non vede che «una cosaccia scritta molto bastardamente»; nel Verri un saccentello «ch’ebbe dalla natura un buon pajo di calcagna da ballerino, non una testa da politico o da filosofo»; abusa della celia contro gente da tanto più di lui, quali Appiano Buonafede, ch’e’ tratta da frate pazzo, birbologo, scimunito arcade, sozzo majale; tutt’ira ed invidia e contumelie e malignità contro alcuni buoni, esalta mediocrissimi; trascina alle gemonie Carlo Goldoni, mentre di Carlo Gozzi fa un genio appena inferiore a Shakspeare. Fin nelle lettere famigliari e nella conversazione mostrasi garroso, accatta avversarj da combattere, graffia anche mentre carezza, adoprando per errori di gusto una bile che appena sarebbe compatibile per peccati di morale. Non gli meniam buona la scusa sua d’aver voluto disonnare la pubblica svogliatezza per mezzo delle simpatie e antipatie: e qualche verità opportuna, sebben soverchio ripetuta, come quella delle costruzioni dirette; qualche imperterrito assalto a pregiudizj radicati, non bastano a qualificare buon critico chi tanto di falso mescola al vero: e sotto l’impressione dolorosa che lascia quel libro, amiamo ripetere che colle scurrili invettive del Baretti[261] e colle avventataggini del Milizia potea bensì aprirsi la via al turpe giornalismo odierno, ma l’arte non potè essere purgata se non da chi studiava da senno gli esempj migliori e la natura dell’uomo.

Povera cosa erano i giornali d’allora, di critica angusta e neppur passionata, e nonchè adempire il nobile uffizio di condur la scienza delle altezze inaccessibili a fecondare il campo della pratica, non teneano tampoco informati delle migliori produzioni nazionali e forestere. Citasi come modello il Caffè; ma quanta meschinità di concetto e di vedere! quanta inesattezza di verità in mezzo a molti lampi di buon senso!

Il padre Zaccaria veneziano, bibliotecario di Modena, fra le centocinque opere che stampò, in cui un volume di Aneddoti del medioevo (1755), seguitò alcun tempo una Storia letteraria, esaminando le opere uscite ciascun anno, riunite sotto titoli generali con giudizj piuttosto benevoli ma ispirati da consorteria, da personalità, da consenso religioso. Egli facea speciale istanza perchè gli venissero mandati i libri da Roma, dal Regno, da Sicilia, ed — È cosa da dolere che, siccome fossimo divisi toto orbe, di tanti utilissimi e stimabilissimi libri che escono in quelle parti, appena a noi venga notizia, o al più venga tardissima». Lamento che regge anche dopo un secolo; siccome quell’altro che «i nostri vescovi non sogliono applicarsi alle stampe, il che accresce la falsa voce non esser eglino così dotti come i vescovi di Francia»[262].

Delle storie letterarie va in capo quella di Girolamo Tiraboschi (1731-91) gesuita bergamasco, succeduto al Muratori come bibliotecario; d’erudizione laboriosissima, di cuore eccellente, d’ottime intenzioni. Delle tre parti che tal lavoro richiede, notizia degli scrittori, forma e materia delle loro opere, giudizio del merito, le prime due abbastanza egli avanzò, chiarì punti ottenebrati, assicurò date, rivendicò autori, lesse con coscienza quelli di cui parla, ma non se ne ispirò; non informa delle loro opinioni, e del merito relativo ai tempi e agli altri autori, di rado avventura un giudizio proprio, citando molto e decidendo poco, nè seppe tener il mezzo fra le omissioni inevitabili nei lavori complessivi e le prolissità delle ricerche speciali; sfrantuma scolasticamente le scienze e gli autori; confonde il genio colla mediocrità, tutti trovando grand’uomini, perchè tali gli asserì un panegirista, un editore, un epitafio; insomma riuscì al preciso opposto di quel che avea professato, di «volere scrivere della letteratura, non dei letterati d’Italia». Molti sorsero ad impugnarlo coll’acrimonia men meritata; ed egli candidamente si dolse del modo, e nol ricambiò; spesso confessossi in torto, ma come chi tra due opinioni o vacilla o reputa migliore l’ultima che sente. «E mi spiace (scrive una volta) di non poter corrispondere alla lor gentilezza col dar ragione ad amendue». L’opera sua sarà sempre un tesoro di materiali, ma aspetta chi v’infonda la scintilla della vita, e la guardi da quel punto elevato, donde si coglie l’unità armonica e il reale significato delle opere d’uno scrittore.

Fra suoi contradditori furono alcuni de’ Gesuiti cacciati di Spagna, e che venuti in Italia v’acquistarono la cittadinanza letteraria scrivendo di noi e in lingua nostra. Giovanni Andres di Valenza[263] nell’Origine e progresso d’ogni letteratura arrischiò giudizj che non erano i vulgati; fece conoscere gli Arabi che idolatrava: ma alla fine di quei faticosi volumi il lettore pochissimo ha profittato, perchè privo d’esempj che lo capacitino a giudicar da se stesso. Anteriormente Giacinto Gimma di Bari avea divisato un’enciclopedia di tutte le scienze, e cominciatala il giorno di san Tommaso, la compì in tre anni, ma non trovò chi la stampasse; e prima del Tiraboschi diede un’idea della Storia letteraria d’Italia (1723) fino a’ suoi tempi, prolisso e a digressioni, rivendicando molte scoperte a’ nostri nazionali.

Giammaria Mazzuchelli bresciano (1717-65) intraprese un dizionario de’ letterati antichi e moderni d’Italia. Finì soltanto l’A e il B, e ciascun articolo può dirsi compito: ma colpa dell’ordine alfabetico, lascia l’uomo isolato dai contemporanei, ne’ giudizj poco s’allarga, badando a minuzie biografiche, anzichè a dar un concetto delle opere. Il Poggiali nella Serie de’ testi di lingua porge accuratissime notizie, ma non lo spirito del libro e dell’autore. Saverio Quadrio (1695-1756) fece la Storia e ragione di ogni poesia, la quale definisce «scienza delle umane e divine cose, esposta al popolo in immagine, fatta con parole a misura legate», e prende per canoni l’autorità, l’uso, la ragione[264]. L’argomento era già sfiorato dal Muratori nella Perfetta poesia; ma dove questi alla causa efficiente, il Quadrio mira al soggetto della poesia; quegli prevale nella teorica, questo nelle argute osservazioni sulla forma e nell’erudizione, sebbene spesso viziosa.

Il padre Ireneo Affò da Busseto (1741-97), a tacere molte poesie e le Memorie di Guastalla con buona critica e negletto stile, scrisse quelle de’ Letterati parmensi, riccamente supplite poi e seguitate dal Pezzana; e fu uomo stizzoso, traviato spesso dalla passione ne’ giudizj. Nella vita di Ambrogio Camaldolese, l’abate Lorenzo Mehus chiarì l’età del risorgimento. Monsignor Giusto Fontanini friulano (1666-1736), campione dei diritti papali sino a meritare la disapprovazione di Roma, diede la Storia dell’eloquenza italiana, più apparente d’erudizione che fondata di giudizj, e fu contraddetto dal Muratori in difesa dei letterati modenesi, de’ veronesi dal Maffei, de’ ferraresi dal Barotti illustratore dell’Ariosto e del Tassoni. Apostolo Zeno veneziano (1668-1750) lungo tempo stese il Giornale dei letterati, coadjuvato da suo fratello, dal Maffei, dal Vallisnieri, da altri; emendò e supplì l’opera del Vossio De historicis latinis; la raccolta de’ cronisti italiani, dismise quando udì occuparsene il Muratori. Non vedendosi resa giustizia dal Fontanini, cui aveva somministrato materiali, prese a rimordere quel mordace, con un’infinità d’annotazioni e di supplementi convincendolo di presuntuosa vanità.

Marco Foscarini 1632-92, dopo onorevoli missioni fu preside dell’Università di Padova, custode della biblioteca, poi procuratore di San Marco, infine doge, nella qual dignità visse solo un anno. L’opera della Letteratura veneziana che non compì, ha ricchezza di nuovi documenti, e critica e stile migliore del corrente. Avendone il Tartarotti preparata una recensione, non solo il Foscarini ne fece proibire la stampa dalla Riforma veneta, ma ottenne che Maria Teresa ingiungesse all’alta Camera del Tirolo di sospenderla. Nelle sue ambascerie presso varie Corti informò della politica, e ne diede assennati ragguagli, fra cui singolarmente curiosa la Storia arcana di Carlo VI, «diretta (dic’egli) a mostrare i disordini nati in quella Corte per essersi introdotto un governo di Spagnuoli, de’ quali Cesare condusse seco un popolo infinito a Vienna, e formò di essi il consiglio d’Italia, soccorrendo i restanti con pensioni ed altre larghezze; quindi le animosità nella Corte fra le due fazioni tedesca e spagnuola, le corruttele, le profusioni, i disordini nell’amministrazione delle finanze ed altri vizj, i quali corruppero in guisa il Governo e debilitarono le forze di casa d’Austria, che all’aprirsi della guerra del 1733 per la morte del re Augusto, la potenza austriaca non sostenne di gran lunga quell’opinione di predominio che ne avevano concepito tutte le Corti, alle quali non erano bastantemente palesi le infezioni che l’aveano logorata all’interno»[265].

Scipione Maffei (1675-1755), uno de’ migliori letterati del secolo, nella Verona illustrata si eleva dalle municipali angustie a considerazioni generali, e dice cose rarissime al suo tempo intorno ai problemi capitali del medioevo. A commissione di Vittorio Amedeo II raccolse lapidi e monumenti pei portici dell’Università di Torino, e colla Storia diplomatica preparò un’introduzione all’arte critica. Alla sua contesa col canonico bresciano Paolo Gagliardi sui confini del Bergamasco presero parte il Giorgi, il Lazzarini, il Piazzoni, il Bartelli, e più il Sambuca con grossi volumi. La storia della dottrina della Divina grazia gl’inimicò i Giansenisti: il padre Concina voleva stamparlo eretico pel trattato de’ Teatri antichi e moderni, ma Benedetto XIV rescrisse «non doversi abolire i teatri, bensì cercare che le rappresentazioni sieno al più possibile oneste e probe». Gli errori vulgari della magìa e gli aristocratici della cavalleria oppugnò, l’erudizione facendo servire alla passione del bene: ma che? il Tartarotti che avea scritto contro i notturni convegni delle streghe, prese scandalo del sentirgli negar la magìa, e imputollo d’incredulo; il mondo letterario e il teologico pigliarono parte nella disputa, ben quattordici difendendo la magìa, soli quattro oppugnandola, fra cui il Frisi ne fece soggetto di tesi pel collegio dei Barnabiti a Milano, il Carli dimostrò l’origine e falsità delle dottrine magiche e delle fatucchierie, il Grimaldi discusse della magìa naturale e artifiziale e diabolica. Il Maffei insomma scrisse di tutto, e assai seppe, e più presumeva; ed avendo chiesto a una dama, — Che darebb’ella per sapere quant’io so?» udì rispondersi: — Molto più darei per sapere quel che ella non sa»[266].

In generale le storie di quel secolo sono fredde, esanimi, senza penetrazione e senz’arte, passano da un’età all’altra senza variar colorito, e molte volte una riputazione d’esattezza usurpano col tono di gravità. Il Gregorio nella Storia civile della Sicilia, nell’Introduzione allo studio del diritto pubblico di quel paese, e nelle Osservazioni menò di pari l’erudizione e la critica. Le Vicende della cultura delle Due Sicilie del Napoli-Signorelli sentono di parzialità e grettezza. Placido Troyli, abate del Sagittario, convento cistercese in Calabria, avendo pubblicato un libro contrario alle immunità di quel cenobio, ne fu espulso, e dovette ricoverare in un altro, dandosi alla pietà e allo studio, e compilò una voluminosa Istoria generale del reame di Napoli, confusa e abborracciata. Francesco Gatrille napoletano finse documenti e cronache per emulare il Muratori. Il canonico Pontilli nel 1754 pubblicò nella Historia principum langobardorum molte cronache false, che infettarono la storia, come già quelle di Annio da Viterbo.

Dei molti che attesero a storie particolari, i più limitavansi a raccorre con pazienza documenti, iscrizioni, atti pubblici[267]. Angelo Fumagalli dagli archivj del suo monastero di Sant’Ambrogio a Milano ne cavò di preziosi, e diede le Dissertazioni longobardiche milanesi e una Diplomatica, certo imperfetta, ma che finora non ha chi la sorpassi. Il Canciani pubblicò le Leggi de’ Barbari, senza assicurarsi dell’autenticità; don Sebastiano Paoli lucchese, il Codice diplomatico dell’ordine di Malta; il Mittarelli e il Costadoni gli Atti de’ Camaldolesi; quei degli Umiliati il Tiraboschi, quei di San Michele di Montescaglioso il Tansi. Il prete Paolo Pizzetti di Siena (Antichità toscane e in particolare della città e contea di Chiusi nei secoli di mezzo, 1778-1781, 2 vol.) è quel che meglio intese allora l’indole della conquista longobarda e la condizione dei vinti.

La storia ecclesiastica de’ paesi veneti fu illustrata da Flaminio Correr, patrizio di severa virtù, il quale essendo dei Dieci e dei Tre, rigorosamente facea bruciar le merci proibite, benchè spettassero ad amici suoi, a cui poi mandava regali per mostrare che il dovere di magistrato non gli diminuiva la benevolenza; le pene pecuniarie destinava a poveri e a chiese, cui spesso anche le merci confiscate; zelò il culto, e procurò la riedificazione di molte chiese, e nominatamente delle facciate di San Rocco e della Carità. Sulle prime, le chiese e le confraternite esitarono a comunicargli i documenti, temendo non se ne valesse a diminuire i privilegi; dappoi glieli largheggiarono, ed esso ne formò una congerie ricchissima, molti errori correggendo, molti dubbj rischiarando con documenti autentici, preziosi e ben trascritti. La chiesa di Padova fu illustrata dal numismatico Brunacci.

Giuseppe Vernazza di Alba, filologo ed epigrafista, versatissimo nelle genealogie, approfondì molte ricerche speciali, massime sulla tipografia. Filippo Argellati, oltre assistere all’edizione della raccolta muratoriana, compilò la Bibliotheca scriptorum mediolanensium, opera di mera pazienza e imperfetta. Dissero lui plagiario di Giovanni Andrea Irico da Trino, suo collega all’Ambrosiana; al modo stesso che furono detti plagiarj Beccaria del Verri, Foscarini del Gozzi, Denina dell’abate Costa d’Arignano, e che la Traduzione di Stazio fosse stata venduta al cardinale Bentivoglio dal Frugoni, e il Savioli fosse soltanto editore degli Amori, composti da Angelo Rota, il che fu poi ripetuto del Monti per la Bassvilliana; ultimi rifugi dell’invidia quando non può negare il merito.

Altri vollero dalle notizie dedurre principj e racconto ordinato, come il Verci per gli Ezelini e la Marca Trevisana; per Milano Pietro Verri, che il racconto sagrificò alla dimostrazione incidentale di teoriche prestabilite; Giuseppe Rovelli per Como, ne’ discorsi preliminari allargando la veduta sopra la condizione di tutta Italia; il canonico Lupo nel prodromo al Codice diplomatico bergamasco annunziando verità dappoi adottate. Oltre gli storici uffiziali di Venezia, abbiamo una debole storia del suo commercio per Carlantonio Marini bresciano. Jacopo Filiasi, nei Veneti primi e secondi, confermò il suo assunto con osservazioni geografiche e naturali, e vi accompagnò osservazioni sul commercio e le arti[268]. Giambattista Fanucci avvocato fiorentino stese la storia dei Tre popoli marittimi, poco pensata e male scritta.

La storia contemporanea non stimolò gl’ingegni. Il conte marchese Francesco Ottieri fiorentino, paggio di Cosimo III, alla cui Corte potè conoscere il Redi, il Viviani, il Magliabechi ed altri illustri, viaggiò Europa, e fissatosi a Roma, «dove si parla con libertà assai più che altrove d’ogni persona, senza neppur escludere chi assista in qualche parte al governo, ed anche del governo stesso, il che in altro luogo punito sarebbe come gravissimo delitto», narrò le guerre condottesi in Europa e particolarmente in Italia per la successione spagnuola. Le leggeva ai prelati Fontanini, Passionei, Bottoni, e ne riceveva consigli: pure il primo tomo appena comparso fu messo all’Indice: Benedetto XIII nel tolse, ed egli proseguì, ma lasciò l’opera postuma. Oltre quel refrattario tepore, l’ignoranza dell’arte bellica lo fa scomparire viepiù fra i tanti strategi francesi che descrissero quei fatti[269].

Si pensò anche adoprare la storia come arma ed allusione. Francesco Settimani a Colonia fece stampare quelle del Varchi e del Nardi, e denigrò sistematicamente i Medici, massime in una scandalosa cronaca delle virtù e dei vizj loro, rimasta inedita; bandito dalla Toscana, dopo trent’anni chiese di tornarvi nel 1744. Il granduca Leopoldo al volterrano Riguccio Galluzzi, suo consigliero di Stato e archivista, diè commissione di narrare l’età medicea, massime allo scopo di trovare ragioni al principato contro la Corte romana. Il bel tema trattò riccamente, ma con lingua trasandata, con vacillante esattezza, e con evidenti personalità, pretendendo d’essere creduto senz’addurre le prove, piacendosi alle divagazioni declamatorie che allora usavano[270].

Nulla aggiunge alle cognizioni, poco al sentimento la gracile Storia della Toscana di Lorenzo Pignotti (1739-1812) valdarnese, professore di fisica all’Università di Pisa, eppure tutto francesismi e inglesismi nel suo stile scolorato. Comincia poveramente dagli Etruschi, poi traverso alla libertà, nella quale desta sempre la canaglia, arriva ai Medici che esalta d’avere rimesso l’ordine, e dappertutto mescola idee costituzionali che avea attinte dal molto conversare con Inglesi, e secondo le quali diede suggerimenti al Tavanti e al Neri, e pel primo celebrò Paoli in modo non indegno del Filicaja.

Della seconda metà del secolo nessuno ci lasciò il racconto; nessuno descrisse il dominio dei Lorenesi e lo svecchiarsi della Lombardia; potendosi appena citare le vite di Giuseppe II e di Pio VI del Beccatini. Quelli che aspirarono ad alcuna novità, la tolsero dagli Enciclopedisti. Melchior Delfico da Téramo, ricercando il Vero carattere della giurisprudenza romana, alla scolastica ammirazione pel gran popolo sostituì la denigrazione, considerandolo oppressore delle nazionali libertà, e autore di leggi che ai moderni trasmisero il despotismo e l’intolleranza: a proposito delle antichità di Adria Picena, sostenne indigena l’italica civiltà e d’antichissimo fiore, e un popolo solo Tirreni e Pelasgi. Nella Storia di San Marino (1805) comincia dal professare di non essere «nell’opinione di coloro i quali riguardano la storia come maestra della vita e dispensiera della civile sapienza, e che anzi gli sembra dessa contraria ai felici progressi della morale, facendoci vedere sempre gli annali della virtù in confronto dei voluminosi giornali del vizio e dell’errore». La qual tesi svolse poi ne’ Pensieri sull’incertezza e l’inutilità della storia, colle objezioni fatte alla nostra scienza dagli Enciclopedisti. Anche il Saggio sopra l’arte storica del Galeani Napione echeggia i Francesi, massime Rapin, D’Alembert, Henault.

Aurelio Bertóla da Rimini (1753-98) legò in Germania amicizia con Gessner, di cui tradusse gl’idillj; diede un saggio sulla letteratura tedesca, allora ignoratissima fra noi, una descrizione delle rive del Reno, buone favolette, e liriche dove trovò modo d’essere elegante e osceno. Col presuntuoso titolo di Filosofia della storia disgrada Inglesi e Francesi per asserire che i metodi più sicuri sieno quelli degli Italiani, i quali per verità nè definisce nè adopera. Nel primo libro tratta delle cause, nel secondo dei mezzi, nel terzo degli effetti: e cause chiama i climi, le istituzioni, le religioni, i governi, i costumi, la politica; amplificazioni sui temi conosciuti di Machiavelli, Bodino, Montesquieu. I mezzi sono altre cause secondarie, come le guerre, il commercio, le colonie, le arti e le scienze, i caratteri, posti alla rinfusa come titoli a capitoletti composti di riflessioni vaghe. L’analisi degli effetti egli fa in cinque capitoli, le età fiorenti, le conquiste, la decadenza, le rivoluzioni, le rovine; e conchiude sulla presente perfezione de’ sistemi politici, la quale ormai assicura i popoli da ogni sovvertimento; poche riforme sol restano, e queste tranquille; ma una rivoluzione «l’Europa già più non la teme». Era l’anno 1787!

Fra’ migliori storici del secolo rimangono il già detto Bettinelli e Carlo Denina (1731-1813) da Revello in Piemonte. Avendo egli in una commedia criticato l’insegnamento gesuitico, fu sbalzato di cattedra, e con ciò messo in reputazione. Perdoniamogli le Rivoluzioni di Germania e le Vicende della letteratura; ma nelle Rivoluzioni d’Italia diede la prima storia compiuta del nostro paese, mal raccontata e tutta a digressioni, pure esatta nei fatti, bastantemente arguta nel vedere le cause e le conseguenze, e meno filosofista che non portasse la moda.

Allegammo di questi scrittori abbastanza per chiarire come poco accurassero la lingua, e i Toscani stessi non conoscevano il pregio della parlata. La Crusca dormiva; l’edizione nuova, assistita dal Bottari, non migliorò dalle antecedenti se non per aggiunte. Alcuni seguitavano a spigolare ne’ classici, frivola e facile maniera d’arricchire d’inerte opulenza; dove notevoli sono le Voci italiane non registrate dalla Crusca del Bergamini veneziano, modello e miniera dei moderni, altri de’ quali riprodussero il paradosso del Bastero, che la lingua nostra derivi dalla provenzale. Meglio il nizzardo Alberti da Villanova eseguì un dizionario, dove trovassero luogo anche le parole di scienza e quelle di arti, raccolte dalle bocche; e riuscì meno male, perchè da solo. Il Rabbi compilò i Sinonimi e aggiunti italiani. Il Manni occupò tutta la vita in trascrivere e annotare classici.

Nojati dalle incertezze cagionate dal valersi d’una lingua nella quale non si pensa, molte anche persone d’ingegno e di cultura scriveano in dialetto; e forse in tutti quelli d’Italia fu scritto; il siciliano un vero poeta possedette in Giovanni Meli.

Prevalsa la francese, forestieri che adoprassero la nostra lingua non rammento; pur era coltivata ancora di fuori: Paolo Rolli stampava autori nostri in Inghilterra, dove il Baretti si lagna che troppe sconvenienze gli Italiani riproducevano; Annibale Antonini salernitano fece a Parigi un dizionario, una grammatica e molte edizioni di classici; Lodovico Bianconi, filosofo e medico bolognese, nel 1718 cominciò ad Augusta un giornale francese Novità letterarie d’Italia; e in francese scriveano molti nostri, principalmente piemontesi.

Del resto da una parte si pretendeva la purezza consistere tutta ne’ vocaboli abburattati; da un’altra negavasi al dialetto più bello il privilegio di lingua nazionale. Alcuni dunque erano pedanti; come il Corticelli, l’Amenta, il Biscioni, il Gagliardi, il Buongiuoco, il Branda, il tirolese Vannetti. Il sanese padre Alessandro Bandiera, unici tipi del bello scrivere proponendo il Boccaccio e se stesso, presunse raffazzonar il Segneri e mostrare come avrebbe dovuto, a quella nobile facilità, surrogare frasi svenevoli e periodare contorto. Altri buttavansi al libertino, come la più parte dei Lombardi e i traduttori e gli scrittori di scienze, riconoscendo unica regola l’uso, ma quest’uso deducendo dal proprio paese ciascuno, dal parlar ibrido della società educata sui Francesi; e ripeteano cose, cose, quasi le cose potessero dirsi senza le parole. L’erudito conte Gian Francesco Napione (1748-1830), nell’Uso e pregi della lingua italiana, sconfortò i suoi Piemontesi dallo scrivere latino e francese, e dettò regole che al Cesari parvero lasse, rigide a Melchiorre Cesarotti 1730-1808. Questo professore padovano, la propria infelice pratica volle ridurre a teoriche nel Saggio sulla filosofia delle lingue, ove le dottrine di Dumarsais e De Brosses applica all’italiano, elevandosi sopra la ciurma de’ grammatici per considerare la favella in relazione coll’universo sapere; combatte quei che credono morta la nostra, e vuole la si ringiovanisca accogliendo vocaboli e forme di stranieri; perchè l’innovazione non trascenda, sia regolata da un consesso di dotti. Disastrosi suggerimenti, e rimedio meschino.

Il Cesarotti va contato fra i rinnovatori perchè osò venire alle braccia coi sommi, e credersene trionfante. Educato in molteplici studj e diverse favelle, ai circoli veneti, lasciantisi rimorchiare dalla facile coltura dei Parigini, egli infuse il gusto francese, rendendosi caposcuola coll’imitare. Dettò relazioni accademiche non nojose, con gusto giudicò i contemporanei: insensibile però alle bellezze ingenue e virili di una letteratura primitiva, tradusse Demostene con veste moderna e fronzoli pedanteschi, egli che pure aborriva le affettazioni. Non bastandogli avere di fastosa poesia rimpinzata l’atletica nudità di Omero traducendolo, volle in una Morte d’Ettore ridurre il poeta meonio qual lo vorrebbe la colta società[271]; e guardandolo dal lato men filosofico, cioè civiltà riconoscendo solo nel raffinamento, gli attacca frivole critiche, ne ammorza le vivezze, ne mutila le sublimi audacie; torna dignitosi gli Dei, ragionevoli gli uomini; surroga la politezza all’eloquenza, il cerimoniale all’immaginazione: laonde a Roma esposero la caricatura d’un Omero vestito alla francese, con abito listato, scarpe a punta, gran parrucca, due lunghi ciondoli d’oriuolo, e in mano l’Iliade italiana. Chi vuol giudicare i sommi deve trasvolare a certe forme caduche, ed apprezzare il vero lato umano, la rivelazione della natura nostra: chè un peccato contro le convenienze storiche o etnografiche è veniale, mentre è mortale se ripugna all’indole e al cuore umano.

Meglio riuscì con Ossian, poeta caledonio contemporaneo di Caracalla, di cui Macpherson pretendea avere raccolto dalle bocche de’ montanari le rapsodie, le quali il secolo che impugnava la credibilità del Vangelo, accettò e giudicò pari a quelle d’Omero e d’Isaia, se non anche superiori. Il Cesarotti nel tradurlo poteva impunemente sbrigliarsi, e ornare a suo modo le mediocrità dello Scozzese; e i forestieri stessi confessano ch’e’ val meglio nella versione del nostro, il quale nei confronti tra il bardo caledonio e Omero, decreta quasi sempre la palma al primo. Italia n’andò pazza, e le nostre muse gettato a spalla l’Olimpo e Imene e le Grazie, più non ripeterono che nebbie ed ombre e abeti e arpe scosse dal vento e fantastiche melanconie.

Il qual fatto rammenta le burle che agli ammiratori de’ Classici preparava Giuseppe Cades, improvvisando disegni in qualunque stile gli si chiedesse, e che poi agl’intelligenti pareano Rafaelli e Michelangeli. Anche Casanova scolaro di Mengs fece capitare a Winckelmann due suoi quadri, come scoperti ne’ contorni di Roma; ed esso li comprò per tesori antichi, e ne diè pomposa descrizione nella sua storia. Carlo III fece arrestare per ladro uno che vendeva pitture di Ercolano, le quali riscotevano la meraviglia degli antiquarj e il denaro degl’Inglesi; ma il supposto ladro provò che erano sua fattura, e di simili ne eseguì stando in prigione. Oh adoratori dell’antico!

Gaspare Gozzi 1713-86 conte veneziano, figlio della poetessa Angela Tiepolo, fratello di Carlo poeta, con sorelle poetesse, viveva in un «ospedale di poeti», circondato da angustie domestiche, viepiù cresciute quand’egli «apprese da Petrarca a innamorarsi,.... e s’ammogliò per una geniale astrazione poetica»[272] con una Bargagli, la quale recogli per unica dote campi d’Arcadia e il nome d’Irminda Partenide, e insegnava a fare versi a tre figliuole, ed ajutava il marito a comporre e tradurre, ma lasciava a capopiedi l’economia. Pertanto Gaspare fu costretto abborracciare traduzioni moltissime e disuguali; fin ponendo il proprio nome a lavori d’inesperti, e così svaporare una potenza poetica, non inferiore a verun altro, come mostrò nei Sermoni. Con volto lungo, pallido, malconcio, ma aria ingenua, occhi lenti eppure significanti ingegno, guardava, rideva, e a questo modo formò l’Osservatore, serie d’articoli vivaci, che titillano l’orecchio, ma lasciano l’animo vuoto, nè tampoco ritraggono gli ultimi tempi di quella repubblica, dissipandosi in novelluccie e mariolerie generiche e scolorate. Egual indole appare ne’ moltissimi altri suoi lavori, in lingua però meglio corretta e stile sobrio e a modo: perocchè declamava contro i poeti, che insofferenti d’ogni regola, avean ridotta l’arte a una canna di bronzo applicata ad un mantice, sicchè facesse gran rumore; e richiamava alla semplicità.

L’accademia de’ Granelleschi (pag. 496) proponeasi medicare il gusto con scede villane, e col far guerra accannita al Chiari, al Goldoni, ai versi martelliani, alle affettazioni misteriose; e tanto quanto ravvivava l’amore del toscano, della vivacità, della naturalezza. Di questa han bisogno supremo e nella testura e nell’esposizione le favole, e talvolta ne hanno quelle del Pignotti, e spesso colore e grazia: ma quantunque toscano, manca d’atticismo, dà nel nuovo e nel francese, in luogo della bonarietà mette l’epigramma, oltre un’impazientante lungaggine, la sovrabbondanza d’epiteti, la monotonia dei metri. Più semplici, meno eleganti sono quelle del Bertola.

Gli Animali parlanti di Giambattista Casti (1721-1802) da Montefiascone, sono imitazione d’imitazione, sazievole come dev’essere una favola di ventisette canti, con politica da caffè e stile da improvvisatore. Così la penso io; ma è di moda l’ammirarlo. Meretricio pretaccio, portava in giro novelle da postribolo, vivaci drammi giocosi, poverissime liriche, e un Poema Tartaro, appetito per allusioni agli amorazzi e agl’intrighi di Caterina di Russia[273]. Eppure Giuseppe II l’amò, ed or l’incitava a mettere in canzone il povero re di Svezia sotto la figura di re Teodoro; ora di comporre un dramma dopo che n’avea fatto far la musica (Prima la musica poi le parole): ora rideva seco a spalle della czarina; e se qualche momento lo scherno paressegli soverchio, gli dava trecento ungheri perchè andasse a fare un viaggio, poi presto il lasciava tornare, e volealo successore al correttissimo Metastasio come poeta di Corte[274]; e il ministro Kaunitz lo metteva a fianco di suo figlio in un viaggio per Europa. Careggiato da quelli per cui la letteratura è un passatempo e il letterato un buffone, egli varcando di sala in sala, di Corte in Corte, in ciascuna cuculiava le altre, talchè infine tutti i principi se ne trovarono canzonati[275]. Quand’essi cessarono di poter pagare, ricoverò all’ombra della Repubblica francese e finì altre sudicerie, cinicamente terminando insieme di vivere e di burlare.

A contrapposto gli metteremo Gian Carlo Passeroni (1713-1802) nizzardo, eccellente prete e grossolano, che rimò capitoli a profluvio e favole, ma principalmente una Vita di Cicerone in centun canto, ove (al modo che Sterne imparò da lui) coglie ogni appiglio per digredire sui costumi, con lingua sempre facile e corretta, e una bonomia che lo fa caro, per quanto la schiettezza discingasi in inurbanità e la scorrevolezza in una spensata verbosità, che toglie punta alla satira, sapore ai sali.

Ed altri s’arrabbattavano per isfangarsi col mettersi sopra orme altrui. Giovanni Fantoni di Fivizzano (1755-1807), arcadicamente Labindo, si fece oraziano fin ne’ metri e nelle frasi, bizzarramente mescolandovi concetti e modi ossianeschi; perchè Flacco imprecò ai primi naviganti, ed egli a quei che tentavano «l’inviolabile regno dei fulmini»; applause a Rodney, a Vernon, ad Elliot ammiragli inglesi, a Washington che «copre dai materni sdegni l’americana libertà nascente»; sentì che i guaj d’Italia venivano dalla scostumata sonnolenza; promette, se «il turbo errante delle guerre transalpine dal sabaudico confine minacciando scenderà», volere nuovo Alceo «difender dai tiranni la tremante libertà»; le ultime odi dedicò «a coloro il cui nome e le cui mani non si contaminarono nell’ultimo decennio del secolo XVIII».

Degl’Inglesi al contrario si rifece Angelo Mazza parmigiano (1741-1817), che, come lui, tocca i fatti moderni, sfugge la negligenza frugoniana e l’ostentato barbarismo, sfoggiando dottrine per cantare Dio, l’anima, l’armonia, e creandosi difficoltà pel gusto di superarle, come nelle stanze sdrucciole ove gli rimase il primato; e drappeggiandosi nelle circonlocuzioni, si sostiene in un’elevatezza che dà nell’oscuro e somiglia a nobiltà. Gli fusero una medaglia col titolo di Homero viventi, e da se medesimo assicuravasi l’immortalità. A scuola migliore si nutrì Lorenzo Mascheroni (1750-1800), matematico, che invitando a visitare il museo di Pavia la poetessa Suardi, fra gli arcadi Lesbia Cidonia, formò il migliore de’ tanti poemi descrittivi e didattici d’allora.

In un secolo fiacco, le migliori poesie sono le satiriche, la più potente ispirazione venne da sdegno. Già indicammo i sermoni fieri di Settano e i placidi del Gozzi. Ne fece alcuni sentiti ed espressi robustamente Giuseppe Zanoja d’Omegna, secretario all’Accademia di belle arti milanese. Angelo d’Elci nato a Firenze «ove penuria ha splendide apparenze», visse in molte città, poi al rompere delle rivoluzioni ricoverò a Vienna e v’ebbe ricche nozze e tomba, e a Firenze regalò una preziosa raccolta d’edizioni. Satireggiò con robusto andamento, ma epigrammatico e sconnesso; vuol terminare l’ottava con arguzie; per istudio di brevità riesce oscuro: poco si legge perchè sopravvisse ai costumi che avea beffati, e ci par migliore nelle satire latine.

Più alta lode v’acquistò Giuseppe Parini (1729-99), abate milanese, che fastidendo la smorfiosa eleganza, la scipita scorrevolezza, l’inacquata facilità de’ contemporanei, si fece superbo, dignitoso, stringato; ove passando misura, dal leggiadro va nel contorto, dal nobile nell’insolito, e di latinismi e di perifrasi ed artifizj annuvola sentimenti destinati alla moltitudine. Ma fu forse il primo da Dante in poi, che di proposito assumesse di togliere la poesia dalle corruttrici futilità, per renderla coadjutrice all’incivilimento, espressione della società, banditrice degli oracoli del tempo. Ad ogni sua ode prefigge uno scopo sociale; più ancora al Giorno, ove ironicamente descrive la vita effeminata dei giovani signori lombardi, raffacciandovi l’eguaglianza naturale degli uomini, il rispetto dovuto ai servi e alle arti utili. Non era di que’ mediocri che lasciano l’arte al punto dove la trovano; e quando il Baretti lesse que’ versi, confessò gli faceano vincere la sua antipatia per gli sciolti; e il Frugoni esclamò: — Perdio! mi davo a intendere d’esser maestro, e mi accorgo che non sono tampoco scolaro». Infatto il Frugoni trattava di vena qualunque argomento gli si affacciasse; e finito lo strimpello della sua lira, metteva nel dimenticatojo e il soggetto e il modo con cui l’avea trattato. Al Parini era mestieri di lunga meditazione, stento paziente, anni di riposo; e mentre i primi suoi getti sono meschinità, che solo un improvvido editore potè voler recare in luce, col ritoccare e soprattutto levare giungeva a quella perfezione che tanto lo avvicina a Virgilio.

E collo stento pure e collo sdegno arrivò a grandezza Vittorio Alfieri (1749-1803) conte astigiano. Il bisogno di vedere gli atti e le relazioni della vita umana atteggiati ai nostri occhi da personaggi, diede origine alla drammatica; ma il rappresentare un conflitto d’accidenti e passioni e caratteri, che produca azione e riazione, viluppo poi catastrofe, costituisce il sommo dell’arte in un’adulta civiltà. Se fa parodia del presente, è commedia: se offre l’uomo d’altri tempi alle prese colla sventura, è tragedia; degna soltanto allorchè s’addentra nella natura umana e nel governo provvidenziale del mondo.

Primi i Greci intesero la distinzione del tragico dal comico, e come l’essenza ne sia costituita dal diritto morale della coscienza, e dalle facoltà che determinano il volere umano e l’azione individuale. Nella loro tragedia i personaggi, fusi d’un pezzo come bronzo, operano in virtù della propria indole, non in vista di merito o di vizio; e il coro esprime la coscienza morale nel carattere più elevato, che rifugge ogni falso conflitto, e cerca un esito alla lotta.

I nostri Cinquecentisti poco conobbero di quei sommi, e s’attennero piuttosto a Seneca, misero espositore di massime esagerate in versi affettatamente concisi o in azioni assurdamente atroci. Nessun genio qui nuova via aperse, ma collo studio e coll’imitazione si arrivò fino alla Merope, ove Scipione Maffei mostra intelligenza dell’antichità, orditura semplice, esposizione pura. La varietà degli studj impedì l’autore da quella perfezione di forme, che perpetua le opere; Voltaire lo felicitava come il Varrone e il Sofocle d’Italia; e intanto per gelosia sotto finto nome ne pubblicava una virulenta censura. Le altre tragedie del secolo, non escluse quelle del Conti, appena meritano ricordo, e sol come tentativo non va dimenticato il Galeazzo Sforza di Alessandro Verri, che osò spastojarsi dalle regole classiche per accostarsi a maggiore imitazione della natura, qual sogliono Spagnuoli e Inglesi.

Vanno classificati a parte i teatri de’ Gesuiti, che in ciascun collegio aveano un repertorio con tragedia, commedia, opera, ballo, dialoghi, rappresentati dagli alunni stessi. N’erano esclusi l’amore e gli altri sentimenti pericolosi, e fin le donne; per lo più sacri i soggetti; il che poteva avviare quella riforma, cui dovrà pur giungere il teatro, di non stimolare le passioni, ma chetarle e dirigerle. Le tragedie latine di Bernardino Stefanio della Sabina gesuita, levarono gran rumore come fossero un rinnovamento di questo genere, e se n’ha a stampa il Cristo, la Flavia, la Sinforosa[276]. Oltre le italiane del padre Granelli, e l’Eustachio del bresciano padre Palazzi, e la Sara in Egitto del padre Ringhieri, sette di Giuseppe Carpani romano furono ristampate più volte. Il Paciaudi, reggendo l’Università di Parma, vi avea ridesto l’uso di recitare in latino, e si rappresentarono il Trinummus di Plauto, le Nubi di Aristofane, imitate dal Martirano, e il Cristo dello stesso Martirano, che si trovò molto sconveniente. Ivi pure si era cercato restaurare il teatro coll’istituire un premio; ma non l’ottennero che mediocri, poi s’interruppe fino al 1787, quando fu data la medaglia al Monti per l’Aristodemo, con un viglietto di mano del duca.

Alfieri, educato nell’indipendenza d’un ricco, con istudj saltellanti, consuma la gioventù negli errori d’uomo non ordinario che ancora non ha trovato ove fissarsi; e poichè all’attività sua nè la patria nè i tempi offrivano sfogo, s’appassiona per la libertà, ma non di un culto serio che accetta grandi abnegazioni, bensì declamatrice, convulsa negli atti, nel fondo astratta quale allora si predicava, e unita a tutte le passioni e le debolezze aristocratiche. Ai servi, al secretario non parlava mai che per cenni; facile a strapazzate e calci, che poi riparava con denaro. Sol tardi, fra le dame e i cavalli volle anche la distrazione dello scrivere, e piegò di preferenza alla tragedia. Non ne sapeva se non quanto avea visto sui teatri, non conosceva nè gli Spagnuoli, nè i due grandi tedeschi suoi contemporanei, e appena Shakspeare dalla cattiva traduzione francese, cui ammirò e dimenticò per restare originale. A sentirlo, non conosceva nemmeno i capolavori francesi; eppure è affatto francese nella forma, nel cercare la purezza fin a rischio della monotonia, nel rattenere l’immaginazione da ogni volo romantico, nel fare retoriche le passioni: se non che, invece della monarchia, egli idolatra la repubblica.

Già innanzi negli anni s’applicò al greco per vedere i classici nell’originale[277], dai quali però quanto scostossi! Lo stile dei Greci è ingenuo, il suo tutt’arte ed enfasi; per essi l’intreccio è il mezzo onde manifestare i caratteri e i costumi, per lui è il fine; mancano anch’essi di complicazioni, ma vi suppliscono colla varietà degli accessorj e colla ricchezza delle particolarità. La conoscenza dell’uomo vero, la filosofia, il gusto, la misura, che primeggiano ne’ Greci, maestri di vera semplicità e vera grandezza, mancano all’Alfieri: il dialogo di lui non ha mai l’agevole movimento, nè l’abbandono somigliante alla natura, quale nei Greci: questi vanno scuciti nell’orditura, egli sempre artatamente concatenato: in quelli tutto vive e si muove, in lui il meccanismo talmente si complica da arrestare l’azione per non lasciar luogo che alle parole. Mentre gli eroi dei Greci non sono mai indecisi, operando pel proprio carattere o per la fatalità, l’Alfieri s’accostò ai Francesi facendoli abbondare di parole, invece di quel che costituisce il dramma, cioè la vita operosa: quel patetico che deve svolgersi nella rappresentazione dei caratteri, invano gli si cercherebbe; vagheggia l’ideale al punto di cadere nell’astratto, e lo riduce alla soppressione del vero; e in luogo di personaggi reali, misti di vizj e di virtù, colle passioni dell’uomo in generale, e de’ tempi e di loro in particolare, non trovi sempre che l’autore, eroi senza antitesi, senza esitanze, senza gradazione, tutti d’un pezzo: un tipo di tiranno, di donna, di sacerdote, di marito, comune a tutte le età e le nazioni. Come la sua scena è indeterminata a segno da crederla ora piazza comune, ora gabinetto recondito, così generiche sono le tinte, nè Cosimo personeggia altrimenti che Creonte, nè la Pazzi che Antigone o Micol, senza la varietà delle gradazioni che fa difficile il dipingere le donne: la concisione stessa, la vulgare forza delle interjezioni è un’infedeltà, esprimendosi con essa tanto il taciturno Filippo II, quanto il garrulo Seneca.

Porlo a ragguaglio di Shakspeare varrebbe paragonare una formola algebrica colla persona viva: ma anche i suoi contemporanei Schiller e Göthe per dotta intelligenza penetrano nell’anima e ne’ tempi; egli, troppo scarso erudito per conoscerli, troppo rigido per potere conformarsi all’indole dei secoli e degli uomini, dalla storia non toglie a prestanza che nomi, poi personaggi e avvenimenti cola entro un modello uniforme, non mai pensando fare della tragedia nè il ritratto di un tempo, nè lo svolgimento d’una passione.

Eppure que’ Francesi, dai quali avea dedotto e i pensamenti e l’arte, esso li sprezza ed esecra[278]; sprezza Rousseau, benchè lo copii; sprezza i predecessori; sprezza l’Italia; sprezza i filosofi e gl’increduli, non meno che i devoti e gl’ignoranti; sprezza la nobiltà donde usciva e la plebe da cui aborriva; sprezza i re e il pubblico, mentre degli uni e degli altri sollecita il favore. Ogni passione in lui si converte in rabbia, rabbia di studio, rabbia di libertà, rabbia d’amore; e dal disprezzo e dalla bile attinge un’energia, così opposta alla fiacchezza laudativa del suo tempo, che parve originalità.

E l’originalità sua fu tutta critica; vedere i vizj del suo tempo, e volervi dare di cozzo. Perchè si sdilinquiva alla soavità di Metastasio e ai lezj de’ Frugoniani, egli si fece aspro, epigrammatico, rotto, inelegante, di ferro (come diceva) dove gli altri erano di polenta. Perchè nei Francesi tutto era eleganza d’espressione, arguzia di concetti, lusso di poesia, raffinata galanteria, insipida abbondanza, futile ricerca del naturale, esso vi oppose una nudità gladiatoria, un assoluto rigore di volontà; e alle loro cortigianerie di parole e di sentimenti un odio de’ tiranni che si rivela fin nello stile, con tanta retorica e sì poca precisione. Perchè gl’Inglesi mettono il triviale accanto al sublime, egli non devierà mai una linea dalla dignità. — Volli, volli sempre, fortissimamente volli» dic’egli[279]: ma che un genio tutto collera e dispetti e disordinata vita s’imponesse lavori freddi, simmetrici, spogli d’azione, sarebbe inesplicabile ove non si conoscesse che è una passione anche l’andare a ritroso. Si direbbe che considera le barriere come appoggi, onde si piace a moltiplicarle; ripone merito nell’assoggettarsi a tutte le regole; non ha il bisogno d’esplorare soggetti nuovi, ma piglia i già trattati, col proposito di correggerne i difetti; le riforme riduce a negazioni, vantando che non introduce personaggi in ascolto, non ombre visibili, non tuoni o lampi o agnizioni per mezzo di viglietti, di croci, di spade, non gli altri mezzucci soliti; ma gli accade come a molti, di prendere per difetto le qualità che non possiede.

In fatto la tragedia ridusse a scheletro; non mai dipingere, non mai per amore di bellezza divagare dalla rigida unità, per la quale egli non intendeva il convergere de’ fatti e de’ sentimenti molteplici; bensì ad un proposto fine spingersi come s’una strada ferrata, senz’arrestarsi a un bel prospetto o a cogliere un fiore. — La mia maniera in quest’arte (dic’egli), e spesso malgrado mio la mia natura imperiosamente lo vuole, è sempre di camminare quanto so a gran passi verso il fine; onde tutto quello che non è necessarissimo, ancorchè potesse riuscire di sommo effetto, non ve lo posso assolutamente inserire». L’innovamento suo si ridusse dunque ad escludere gli accessorj della tragedia francese, nulla surrogandovi però. I confidenti e gli attori secondarj, operanti per devozione verso i loro principali, anzichè per sentimento proprio, e scoloriti perchè riflesso altrui, e’ gli sbandì[280]; ma i personaggi suoi fanno le loro confidenze al pubblico ne’ soliloquj. Ridotti a pochissimi[281], eliminato ogni episodio, sono costretti alla verbosità, ad analizzare se stessi, e rivelare i proprj sentimenti quand’anche si tratti di profondi dissimulatori, come Filippo II, Nerone che «parea creato per nascondere l’odio sotto il velo delle carezze» (Tacito); a dire quello che faranno, invece di farlo attualmente alla guisa de’ tragici tedeschi e spagnuoli.

E sull’arte si arrestano i giudizj che delle sue tragedie danno sì egli, sì qualche critico: fra’ quali possono ancora leggersi e il Capacelli abile nella scena, e il Calsabigi che conosceva il teatro greco, inglese e francese, senza perciò elevarsi a riflessi generali, e de’ costui consigli si giovò l’Alfieri, il quale tre volte variò maniera, segno che non aveva ben divisata la sua via; ciascun’opera sua fece e rifece, perchè non lancio di genio, ma fatica di critica; il Filippo schizzò in francese «per la quasi totale dimenticanza dell’italiano, mal saputo dapprima»; poi tradusse in prosa italiana, poi verseggiò rifacendolo ben quattro volte, infine stampollo, poi lo ricorresse di nuovo, fin tre e quattro volte modificando un verso.

Pari fatica adoprò attorno alla forma di ciascuna: ma «chi ha osservato l’ossatura d’una delle mie tragedie (dic’egli) le ha quasi tutte osservate. Il primo atto brevissimo; il protagonista per lo più non messo sul palco che al secondo; nessun incidente, molto dialogo; pochi quart’atti; dei vuoti qua e là nell’azione, i quali l’autore crede d’avere riempiti o nascosti con sua certa passione di dialogo; i quinti atti strabrevi, rapidissimi, e per lo più tutti azione e spettacolo; i morenti brevissimo favellanti; ecco in iscorcio l’andamento similissimo di tutte queste tragedie».

Come è poi orribile il mondo ch’egli dipinge! catastrofi sempre spaventose, tiranni che l’inferno non vomitò i peggiori, ribaldi che tali si professano. Solo la fatalità, cioè la punizione irreparabile d’un Dio, può far tollerare sulla scena greca alcuni fatti, ripugnanti dalla moderna, come una fanciulla invaghita del proprio padre, o il padre che sacrifica la figlia, o la madre che i figliuoli trucida. Quanto alla tragedia romana, sebbene nella Virginia e nei due Bruti abbia osato introdurre il popolo, dovette ricorrere a passioni personali ed esagerate per destare quell’interesse che un’enfasi vulgare e una nobiltà fittizia non poteano trarre dalle pubbliche. E anche nelle private non deriva che dal contrasto: ora come concederlo a una Rosmunda, nelle sue brutali passioni non arrestata da delitto o turpitudine nessuna? e come reggere a quei cinque atti di continuo furore?[282]. Nello scopo allora vulgare di vilipendere i papi, le declamazioni della Congiura dei Pazzi dicono meno che non la nuda storia di quel fatto. Il suo confessarsi inetto a soggetti moderni ritorna alla necessità che in questi v’è di particolareggiare, e togliersi dalla generalità che negli antichi è permessa dalla lontananza. E appunto il Saul sorvola agli altri suoi drammi, perchè il poeta non isdegnò scendere alle specialità del popolo ebreo, e avventurarsi a quel fare lirico, da cui altrove inorridisce.

Ben disse egli dunque d’avere piuttosto disinventato che inventato; diede all’Italia un teatro nuovo, ma non nazionale: eppur sempre piace, perchè vi regna quel che manca a’ suoi contemporanei, l’emozione; piace viepiù recitato, perchè l’attore può introdurvi il sentimento della verità istorica e umana che manca all’autore, e colle pause e coll’espressione del viso infondervi torrenti di poesia, di cui sono poco più che accenno le parole di lui. Poi la tragedia d’Alfieri non è puramente letteraria; v’è il fermo proposito di gittare razzi fra la letteratura, sopita in grembo a molle eleganza; v’è la politica, ingrediente insolito fin allora; e a lui vorrà tenersi conto dell’avere incessantemente parlato d’Italia, d’aver voluto fare la scena ispiratrice di magnanimi sentimenti; sicchè, come scriveva il Calsabigi, «gli uomini debbano imparare in teatro ad essere liberi, forti, generosi, trasportati per la vera virtù, insofferenti d’ogni violenza, amanti della patria, veri conoscitori dei proprj diritti, e in tutte le passioni loro ardenti, retti, magnanimi».

Se non che sprezzando il suo secolo, egli ricorse al passato; egli, contemporaneo di Washington, vide solo Bruto e Timoleone, non istudiando i progressi nè i bisogni della società moderna; fomenta gli astj che non producono se non ruine; fa esecrare la servitù, piuttosto che amare la libertà; rintuzza ogni sensibilità, tranne l’abbominio pe’ tiranni, sui quali, non già sul popolo, concentra l’attenzione.

Fa sempre effetto una riazione decisa. Fra la pompa sfolgorante dei teatri dell’Opera, ove gli eroi di Metastasio comparivano cinti da gran corteo per cantare arie lunghe, facili, molli, tutte idol mio e inique stelle e abisso di pene, ove si vedea sempre la languida virtù trionfare sul vizio incredibile, ecco l’Alfieri mostrare una scena nuda, unica, pochissimi attori, tutti accigliati e convulsi, che parlando a monosillabi svilupperanno un’azione, terminata impreteribilmente fra ventiquattro ore, e dove non la virtù, non il vizio trionfano, ma una inconscia malvagità della razza umana e della civile società. In contraddizione poi alle commedie, egli mostrava un’altra vita che quella de’ cicisbei o del caffè, altro eroismo che il battersi in duello o il perdere intrepidamente un patrimonio al faraone; i pregiudizj restavano scandolezzati, scosse le credenze, le corone offuscate dall’alito della sua collera; e tutto ciò contribuiva a farlo scopo dell’attenzione. Applausi furibondi alzavansi in udire da Antigone,

Non nella pena,

Nel delitto è l’infamia. Ognor Creonte

Sarà infelice; del suo nome ogn’uomo

Sentirà orror, pietà del nostro;

oppure da Creonte:

E il cittadin che può far altro omai

Che obbedirmi e tacersi?

ed Emone rispondergli:

Acchiusa spesso

Nel silenzio è vendetta;

o quegli altri:

Ecco il don de’ tiranni, il non tor nulla...

Seggio di sangue e d’empietade è il trono.

Mentre il Parini seguiva la politica de’ filosofi d’allora, che il bene preconizzando, aspettavanlo dai principi e ne gli applaudivano, l’Alfieri professava odio ai re, e i suoi scritti contribuirono assai all’odierno disprezzo d’ogni autorità[283], del quale diede la formola in quel verso «Servi al poter, qualunque ei sia, frementi». Ma non era ancor venuto il tempo che s’espiasse in carcere ogni franchezza, nè l’Alfieri ci dice d’avere mai avuto il minimo disturbo. Del resto i re d’allora perchè aveano a sgomentarsene? forse essi impedivano di sepellire i morti come Creonte, o uccidevano i figli come Cosimo e Filippo, o perseguitavano i generi, o costringeano le mogli a bere nel teschio de’ padri? Poteano anzi sorridere di que’ tiranni che lasciansi dire in faccia tante ingiurie, quante nell’Antigone, nell’Oreste, nei Pazzi.

Sceneggiare direttamente la politica volle l’Alfieri nelle commedie che intitolò l’Uno, i Pochi, i Troppi, l’Antidoto, ove è novità il mostrare gli eroi dal lato prosastico. Nella Tirannide, esagerazione delle esagerazioni di Rousseau, proclama la libertà antica, e osteggia le arti e l’industria; i popoli cristiani essere più schiavi che non gli orientali; per abbattere i tiranni suggerisce di mettersi tutti d’accordo nel non obbedire; quasichè, dato l’accordo comune, sia possibile la tirannia. Nel Principe e le lettere, non che il regio favore produca uomini d’ingegno, sostiene che li pregiudica[284]; e indovina che «i lumi moltiplicati e sparpagliati fra molti uomini, li fanno assai più parlare, molto meno sentire, e niente operare» (cap. VIII). Nell’Etruria vendicata esalta Lorenzino de’ Medici tirannicida. Nelle Satire sfoga un orgoglio misantropo. Nella Vita racconta con naturalezza sforzata i proprj casi, non sempre velando i riprovevoli[285], quasi il dir tutto faccia perdonare tutto, quasi il genio consista nel disordine; e al par degli altri autobiografi, raffazzona il proprio carattere qual vorrebbe fosse stato; si colloca sotto di un lume scelto arbitrariamente; e come nelle tragedie vuol mostrare continuamente lo sforzo anzichè la spontaneità, e dispensarsi dalle virtù ordinarie per raggiungere le straordinarie.

Così viveva dell’alito protestante del suo tempo, fra detrattori che gli davano noja, e ammiratori che gli faceano vergogna. Quando arrivò la Rivoluzione, di cui era parso un precursore, egli non la comprese o forse la comprese troppo; egli conte, stomacava quel dominio degli avvocati; bestemmiò bassamente i Francesi nel Misogallo, e confidando passeggero quel nembo, dedicava agli avvenire alcuna delle sue tragedie, e al principio di quell’immenso movimento faceva un’edizione delle sue opere con data posticipata: tanto non credeva potesse uscirgliene veruna lezione!

Allora rammaricavasi delle sue prose, temendo scapitarne nell’opinione de’ buoni: e l’abate Caluso ne lo consolava, mostrandogli esserne stata colpa lo educarsi su Montaigne, Elvezio, Machiavelli ed altri reputati grandi; che la gente assennata gli tenea conto del suo ravvedimento; ma non occorreva farne pubblica ritrattazione nè apologia, solo restringendosi «a dire che giovane, animato dall’odio della tirannide e da speranza di più felice stato per l’umana società, scrisse cose le quali poi la rivoluzione di Francia gli ha fatto scorgere inopportune, onde gli rincresce che, contro l’intenzione sua, siensi da altri pubblicate»[286]. Ma l’Italia lo porrà indelebilmente fra que’ suoi maggiori, ai quali è obbligo dire la verità perchè giovi ai posteri, per quanto devano strillarne i mediocri e i pedanti[287].

La rigidezza del sommo Astigiano rammenta le pose statuarie, e ci ritorna all’assunto parallelo, per veder anche nelle belle arti il rinnovamento. Nella scultura, ripudiate le bizzarrie berninesche, duravano tuttavia le smorfie, l’istantaneo, gli sfoggi di meccanica, come nel Pio VI d’Agostino Penna per la sacristia vaticana, e ne’ costui angeli in San Carlo al Corso. Meglio Giuseppe Franchi di Carrara atteggiò le Sirene di piazza Fontana a Milano, e il De Maria alcuni monumenti nel cimitero di Bologna.

Antonio Canova (1747-1822), nato da un tagliapietre di Possagno, a Venezia educato nell’arte dal Ferrari Torretti, alla fiera dell’Ascensione espose l’Orfeo, mentre un’opera dello stesso titolo, musica del Bertoni, era cantata dal famoso Guadagni; e la meraviglia pubblica restò divisa fra il provetto musico e il novizio scultore. Ottenuta dal senato la provvisione di trecento scudi, a Roma il Canova dubitò di se stesso nel trovarvi un gusto sì discorde da quel ch’egli aveva in concetto; ma strappò ammirazione coll’Icaro e Dedalo, ove pose tanta verità e naturalezza quanta in nessun lavoro posteriore[288], e si asseriva fosse ricalcato sul vero, talmente si era avvezzi a veder lavorare sol di memoria. Ma già lo Zulian suo mecenate aveagli dato un marmo da cui cavò il Teseo: poi Hamilton e Volpato gli ottennero la commissione del Deposito che il cavaliere Carlo Giorgi ergeva a papa Ganganelli col prezzo di dodicimila scudi. Nel grandioso lavoro egli conobbe di poter improntare orme proprie; effigiò grandiosamente il protagonista; e mentre nelle pieghe e nell’arricciatura del camice sfoggiò abilità meccanica non inferiore a quelli che più se ne vantavano, uscì dai consueti simboli delle virtù, ed ebbe compita a venticinque anni l’opera sua forse migliore. Come il Baretti sospendeva la frusta per ammirare i versi sciolti del Parini, così il mordace Milizia assumeva il tono dell’entusiasmo[289].

Dappoi nel monumento di papa Rezzonico, il Canova conobbe come, nella grandiosità di San Pietro, il corretto paja gretto: ma se i barocchi vi ovviavano con vesti farraginose e tronfi atteggiamenti, egli compose largo eppur regolato. Lasciamo lodare i leoni e criticare la poca maestosa Religione e il torso del Genio imitato; ma a quel pontefice orante in semplicità sublime applaudono la ragione e il sentimento, e vi si riposa l’occhio, stancato delle distraenti fantasticaggini, che sformano il maggior tempio della cristianità.

La Repubblica veneta fece fare dal Canova un monumento all’ammiraglio Emo, pel quale gli assegnò cento ducati vitalizj, oltre una medaglia d’oro di cento zecchini; doni viepiù pregevoli perchè allora egli non possedeva ancora quella gloria, della quale vogliono un brano i potenti col mostrare di favorirla; inoltre gli commise il monumento di Tiziano, ed esso ne preparò il disegno, ma poi assassinata la Repubblica, adattò quel pensiero al mausoleo di Maria Cristina a Vienna; vero poema con nove figure al naturale, ben più lodevoli che non le simboliche de’ due sepolcri papali. Le ricche occasioni svilupparongli il talento; ma egli studiava senza interruzione, eseguiva da sè ogni cosa; il che, se gli toglieva di moltiplicar lavori, facea li avvicinasse alla perfezione. E veramente egli radunava i meriti sparsi tra molti, saviezza di comporre, espressive fisionomie, disegno castigato, forza di scalpello, maestria paziente nel finire le estremità e i capelli, e dare carnosità a segno che gli apposero di verniciare le sue statue.

Agli appunti dell’invidia rispondeva con nuovi prodigi, e fu gridato principe, e svegliò l’attività. In riconoscenza, allo Zulian suo patrono offrì una Psiche, che poi Napoleone volle per sè e donolla al re di Baviera. La Maddalena non effigiò nella solita peccatrice, voluttuosa più che penitente, ma e colla sobrietà di rilievo e coll’aggruppamento della persona rimosse dalla compunzione ogni profanità. Tacciato di freddezza, lavorò l’Ercole e Lica, il Teseo col Centauro, l’Amore e Psiche, intrecci di caldissima azione. Anche i bassorilievi modella insignemente, nè confonde le ragioni loro con quelle della pittura.

Eppure egli non apriva una strada nuova, ma aspirava ad essere il migliore dell’antica, siccome Vincenzo Monti; e la grazia molle, l’attenuamento dell’espressione, un’eleganza sottile, e la materiale abilità vagheggiava meglio che il sentimento profondo; siccome allora faceano l’Appiani, il Volpato, il Morghen. I marmi antichi attraevano l’ammirazione piuttosto degli scienziati ed archeologi che degli artisti, i quali non pensavano a riprodurre con regole dedotte da essi. Canova il fece, e divulgava le copie greche e romane ingentilite, donde le lodi attribuitegli d’aver rinnovato l’antichità; e come un antico egli fu imitato, cioè secondo un metodo arbitrario e forme convenzionali; gli scolari suoi abjuravano alla propria personalità, non per cercare da esso modelli nuovi, ma per imitare in esso gli antichi, siccome i poeti faceano nel Monti; un’idealità convenzionale, anzichè la natura viva e vera.

Allo scultore men che ad altro artista è data libera scelta di soggetto; e il Canova dovette adulando rappresentare Napoleone da semidio, Ferdinando di Napoli da Minerva, e da muse e divinità le principesse. Bel campo per quelli che vogliono svilire questo maestro, certamente troppo esaltato dai contemporanei: ma a chi in Belvedere mostra quanto alle antiche statue rimangano inferiori la Venere e il Perseo, ch’egli fece per supplire a quelle rapite dal francese conquistatore, non lasceremo inferirne che l’arte nostra sottostia di necessità alla classica, ma che non si può pretenderne pieno il volo quando la si releghi ad imitare.