CAPITOLO CLXXIII. Scienze matematiche e naturali.

La matematica creata da Neuton e Leibniz, penetrò anche in Italia, quantunque sembrasse leso patriotismo l’abbandonare il metodo, col quale i nostri vecchi erano venuti famosi. Il padre Guido Grandi cremonese, buon idraulico, matematico del granduca, ammirato da quei due sommi, dimostrò geometricamente i teoremi ugeniani sulla logistica e la logaritmica, e immaginò certe curve correlative per isciogliere difficili problemi senza il calcolo differenziale. Il conte Giulio Fagnani, canonico di Sinigaglia, tolse pel primo a considerare le differenziali non riducibili alla quadratura delle sezioni coniche, e sta ancora fra i migliori, se non fra i più conosciuti analitici.

A lui Luigi Lagrangia (1736-1813), nato e educato in Torino, esponeva in lettera una serie da esso inventata per le differenziali e integrali di qualunque ordine. Aveva diciott’anni, ed è la sola opera che scrivesse in italiano. A diciannove rispose all’invito di Eulero, che invano cercava un metodo di calcolo, indipendente da qualunque considerazione geometrica; e al teorema di esso intorno ad una nuova proprietà del movimento dei corpi isolati seppe dare una generalità, applicabile a tutti i problemi di meccanica. Eulero proclamò la scoperta del giovane, ponendole il nome di Metodo delle variazioni. Ammirato allora da tutta Europa, Lagrangia continua ad avventurarsi nelle sublimità matematiche; decide controversie fra Leibniz, Bernoulli, Eulero, D’Alembert, Neuton, del quale repudia la teoria delle onde sonore. Direttore all’accademia di Berlino per ventun anno[290], sa cansarsi dalle chiassose dispute e dalla brigosa servilità; e franco e semplice, «filosofo senza strepito» come Federico II il chiamava, costringe l’invidia a rispettarlo, se non vuole onorarlo[291]. Morto quel re, alle Corti di Torino, Firenze, Napoli che il chiedeano, preferì Parigi, ove pubblicò la Meccanica analitica, che egli vivrà accanto ai Principj di Neuton e alle opere d’Eulero. Traversò immune la rivoluzione, poi riordinò la scuola normale e la politecnica. Restituitosi alla geometria di cui era parso disamorarsi, stese la Teorica delle funzioni analitiche, ove, sempre intento a generalizzare i principj, arrivò alla metafisica delle funzioni primitive e derivate, tutto riducendo ad un’investigazione algebrica elementare, rimovendo dall’analisi ogni idea d’infinitesimi, di flussioni, di limiti, e dall’apparato delle soluzioni le complicate costruzioni che nocevano all’eleganza e all’uniformità. E appunto per l’eleganza di forme che associava alla generalità di metodo e all’unità di concetti, fu detto il Racine de’ matematici; e il suo stile rimase classico nell’analisi.

Colle verità dinamiche dato fondamento all’analisi delle forze, le applicò al sistema del mondo; e stabilì i canoni da cui inferire la invariabilità delle distanze medie dei pianeti. Assicurati i metodi d’approssimazione, potè dare una teoria matematica delle ineguaglianze dei satelliti di giove, fin allora conosciute solo empiricamente; variò i modi di calcolare le perturbazioni delle comete, e i movimenti dei nodi e delle inclinazioni delle orbite planetarie. Riconosciuto che il variare dell’eccentricità di giove dee alterare il movimento de’ satelliti, l’applicò alla librazione della luna, complesso di fenomeni singolari scoperti da Cassini, e che egli ricondusse al peso universale, mostrando qual modificazione produssero nella luna le attrazioni della terra nell’atto di solidificarsi, e perchè essa volga si può dire sempre la medesima faccia a noi; determinò la vera teorica dell’equazione secolare di quel satellite, prodotta dal cambiarsi dell’eccentricità dell’orbita della terra in grazia de’ pianeti maggiori. Trovò poi tal equazione secolare non darsi nè in giove, nè in saturno; e infine introdusse nella meccanica celeste la funzione detta perturbatrice, per cui l’analisi relativa a un numero qualunque dei corpi resta semplice, come ne fosse considerato un solo.

Giammai l’analisi matematica non avea raggiunto verità così profondamente avviluppate nelle azioni complesse d’una moltitudine di forze; giammai coll’applicazione di regole inflessibili non si era comprovata la legge di gravitazione che mantiene l’ordine nella varietà; nè così assicurata l’inalterabilità del sistema solare, dove le orbite oscillano attorno ad una posizione media, con corsi e ricorsi, di cui fino ai secoli più remoti le osservazioni dovranno verificare la stabilità.

Con lealtà e limpidezza espone le scoperte precedenti alle sue. Semplice di carattere, poco sensibile di cuore, dalla conversazione e dalla musica facilmente distraevasi per andar alla ricerca di qualche problema. Una sera arrivò al teatro che non anco erano accesi i lumi; e la moglie in broncio dimandando — Or che faremo?» egli rispose: — Che! non si può pensare qui come altrove?» Amò il conversare colle donne e meglio colle più giovani; le baruffe letterarie evitava; spesso usava formole dubitative, ma qualora fosse certo, asseverava, e — Quando lo dico io, è segno che sta così».

Creato l’Istituto di Francia, il primo nome iscrittovi fu questo italiano. Quando i Francesi repubblicani occuparono Torino, al commissario D’Eymar ordinava Talleyrand si presentasse al nonagenario padre di Lagrangia «per felicitarlo d’un figlio che il Piemonte è glorioso d’aver prodotto e la Francia d’aver adottato». Il padre pianse, rammentò che da trentadue anni non lo vedeva, e soggiunse: — Sì, mio figlio è grande al cospetto degli uomini; possa essere altrettanto in faccia a Dio».

Lorenzo Mascheroni, riducendo al solo compasso tutte le questioni della geometria elementare, presentò un complesso di proposizioni interamente nuovo, dove sono specialmente notevoli quelle che si riferiscono alla divisione del circolo[292]: lodano pure le sue ricerche sull’equilibrio delle volte, e più le poche adnotationes ad Eulero, ove gittò alcune verità, che più tardi si conobbero originali e feconde. La Trigonometria piana e sferica del veronese Antonio Cagnoli fu adottata nelle scuole; le sue Notizie astronomiche ridussero a comune intelligenza la cognizione del cielo. Della pregevole Storia delle matematiche del Montucla, le mancanze, gli svarj sul conto dell’Italia furon ripartiti da Pietro Cossali veronese nella Storia dell’origine e progressi dell’algebra, faticosa per rozzo stile e divagamenti.

Possiamo contare fra i nostri il raguseo Boscowich (1711-87), adoprato a misurar archi del meridiano in Lombardia e Romagna; discordò dal Leibniz sulle forze vive, sostenendo possano ridursi alle leggi ordinarie del moto: volea spiegare l’aberrazione bradlejana col supporre particelle della luce i moti diurno ed annuo: in modo diverso dal Gregory sciolse il problema dell’equatore d’un pianeta, determinato per mezzo di tre osservazioni d’una macchia: e fece altre applicazioni che gli sarebbero più valutate se meno avesse presunto, e non si fosse perduto in sogni, come quello sulla natura dei corpi, cui pretese applicare anche alle operazioni dell’anima. È notevole che ancora ripudia la teorica di Copernico, siccome disapprovata dall’Inquisizione, e non necessaria a dar ragione de’ fenomeni celesti.

Più che d’insigni matematici, l’Italia può gloriarsi di buone applicazioni. Coll’opera della Natura dei fiumi il bolognese Domenico Guglielmini migliorò la pratica dell’idrometria, e fu cerco per regolar fiumi e decidere controversie. Leonardo Ximenes (1716-86), gesuita siciliano, propose buoni spedienti ad ovviare le dispute pel traripamento dei fiumi, a prosciugare le paludi Pontine e il lago di Biéntina, a regolar i fiumi del Bolognese e il Brenta e gli acquedotti genovesi. In Toscana soprattutto lavorò a sanare la valle di Chiusi e la maremma senese; gittò sovra precipizj il ponte di Sestajona, mirabile quanto qualsiasi opera romana; e fece una Nuova raccolta degli autori che trattano del moto delle acque. Intanto attendeva pure ad osservazioni astronomiche e meteoriche; de’ suoi stipendj alzò a Firenze l’osservatorio di San Giovannino con biblioteca e molti stromenti, dove sono famosi il quadrante murale e il gnomone di Paolo Toscanelli; e in testamento fondò due cattedre d’astronomia e idraulica, destinate a’ padri delle Scuole Pie finchè non fossero ripristinati i Gesuiti.

Anche il conte Jacopo Riccati veneto applicò le molte cognizioni matematiche ai fiumi del suo paese e alla laguna, e in gara di studj con Bernoulli, Leibniz, Vallisnieri, diè un Saggio intorno al sistema dell’universo. Tra’ suoi figli, tutti studiosi, distingueremo Giordano, valente in architettura, in matematica, in musica. Il Lorgna fece importanti lavori intorno all’Adige; nelle piene del 1774[293] offrì spontaneo i suoi servigi alla Serenissima, e studiò in complesso il sistema idraulico del Veneto; donde cominciarono lunghe discussioni sul sistemare il Brenta e il Bachiglione, lavorandovi Frisi, Ximenes, Stratico.

Uno de’ primi a vantar il vantaggio e l’esattezza del calcolo infinitesimale fu il bresciano Bernardino Zendrini (1679-1717), e contro il padre Ceva mostrò come s’agevolassero coll’analisi alcuni problemi proposti; esaminò l’inflettersi d’un raggio, traverso ad un mezzo di densità variabile; contro Parent difese il moto degli animali di Borelli; scrisse la Scienza delle acque correnti, e s’affaticò intorno al difficile problema di trovar nei fiumi la linea di corrosione, e l’applicò al Reno, la cui sistemazione diè per tutto il secolo a discutere fra Bologna e Ferrara. I Bolognesi voleano farlo sboccare nel Po grande, a settentrione di Ferrara, sostenuti da Castelli, Guglielmini, Manfredi; i Ferraresi condurlo verso l’estremità meridionale del lago di Comacchio, e versarlo nel Po di Primáro; e Zendrini parteggiava con questi, e fu eletta una giunta per esaminare quel fiume con Ceva, Grandi, Marinoni, Eustachio e Gabriele Manfredi e Francesco Zanotti. Dalla Repubblica veneta fatto matematico, cioè soprantendente alle acque e ai porti, Zendrini trovò prima necessità il conoscere i luoghi e ne risultarono le Memorie sullo stato antico e moderno delle lagune venete, producendo documenti per quattro secoli; e suggerì a Venezia i famosi murazzi. Scrisse sul miglioramento dell’aria di Viareggio, a richiesta de’ Lucchesi; progettò i modi onde divergere il Ronco e il Montone che inondavano Ravenna.

Nella predetta quistione molto faticò Eustachio Manfredi, poeta, astronomo, soprantendente alle acque del Bolognese: i calcoli de’ suoi quattro volumi di Effemeridi son dovuti alle sue sorelle Maddalena e Teresa. Antonio Lechi milanese scrisse sui canali navigabili, e l’Idrostatica esaminata ne’ suoi principj, l’opera più compiuta di tal materia, dove schiva i calcoli per attenersi alla pratica. Anche Paolo Frisi suo conterraneo, che trattò varj punti di matematica e astronomia e principalmente De gravitate universali corporum, molto applicò all’idrostatica, e diede il progetto del canale da Milano a Pavia, oltre lavorare a quello di Paderno. In un saggio sull’arte gotica (1766) vuol dimostrare che questa ripugna alla solidità non meno che al gusto. D’idraulica scrisse pure Teodoro Bonati ferrarese, molto adoprato attorno al Po e alle paludi Pontine, che confutò la teoria di Genneté, e propose un esperimento per iscoprire se la terra si mova. Giovanni Poleni veneziano, illustratore di Frontino e di Vitruvio, fu de’ primi a trovare sperimentalmente le leggi dell’efflusso dell’acqua, la contrazione della vena, e la relazione fra i tubi, i fori e l’altezza del liquido.

Alla cognizione del nostro pianeta non contribuirono gli Italiani; e qualche viaggi descritti da Gastone Rezzonico, dall’Algarotti, dal Bareni, ben poco accrescono quel che si sapeva sulla Germania, sull’Italia, sul Portogallo e la Spagna. Carlantonio Stendardi senese descrisse Algeri, dove stette come residente di Toscana. Il bolognese Brunelli fu incaricato dal Governo portoghese di determinare i confini del Brasile; e il padovano Antonio Gera professore a Coimbra e Lisbona, a segnar quelli tra la Spagna e il Portogallo in America. Utilmente lavorò l’udinese Marinoni all’operazione del censo in Lombardia, i confini della quale col Veneto furono tracciati nel 1756 dal Cristiani e da Francesco Morosini. Salvadore Livelli di Agnona sulla Sesia presso il monte Rosa, s’appassionò per la geografia e l’astronomia, sicchè ebbe la direzione dell’osservatorio eretto a Torino dall’architetto Faroggio, e lo dispose a modo e provvide d’istrumenti, e pubblicò molte carte e principalmente quelle de’ Regj Stati nel 1791.

Le migliori mappe d’Italia ci vennero dalla Francia per opera di Danville, il quale all’ampiezza datale nelle precedenti sottrasse duemila quattrocento leghe quadrate. Antonio Rizzi Zanoni padovano fu spedito da Luigi XIV nel Canadà per determinare i confini di quelle colonie; fatto geografo della marina a Napoli, eseguì la carta del regno in tre fogli, poi diresse il gabinetto geografico, dove delineò la mappa in trentadue fogli, ed una nautica in venticinque. Paolo Santini veneziano fu de’ migliori nell’intagliar carte geografiche.

Ai nomi di Linneo, Buffon, Adanson, Bonnet, Daubenton, Smith, Saussure, Réaumur non possiamo opporre che parziali cultori della natura. Pier Antonio Micheli fiorentino, applicandosi alle specie infime, distinse esattamente le varietà, onde di quattromila specie crebbe l’elenco botanico, oltre meglio distribuire le note secondo Tournefort, ch’egli primo fece conoscere in Italia (Nova genera plantarum, 1729). Giorgio Santi, chimico e botanico di Pienza, stette lunga pezza a Parigi, poi professò a Pisa, ed oltre un trattato sul lauro nobile, diede un viaggio a Montamiata e nel Sienese, ricco di descrizioni naturali. Vitaliano Donati, medico padovano, pubblicò un saggio sulle conchiglie dell’Adriatico, accolto con entusiasmo e tradotto in molte lingue, con saviissime e acute osservazioni; le fruttificazioni dei varj fuchi distinse in generi e suddivisioni; nel corallo mostrò il graduato passaggio della natura dai vegetali agli animali, e che le piante terrestri non variano dalle marine se non in quanto il polline è liquido in queste, polveroso in quelle. Invece di compire quest’opera, andò a nuovi viaggi nell’India e in Egitto a spese del re di Sardegna, ove dopo gravissime fortune naufragò. Giuseppe Olivi di Chioggia studiò le conferve e altre produzioni, e fece la Zoologia adriatica molto lodata; terribile nel ribattere gli errori altrui, ingenuo nel confessare i proprj, morì giovanissimo. Giovanni Gerolamo Zannichelli modenese, medico-fisico di tutto lo Stato veneto, e che ebbe il privilegio delle pillole di santa Fosca, raccolse quantità di fossili, e fece la storia delle piante che nascono nei dintorni di Venezia. Antonio Vallisnieri modenese, allievo del Malpighi, studiò la generazione, con insolita franchezza svelando gli errori degli antichi, e l’autorità annichilando a petto all’esperienza.

Il suo concittadino Lazzaro Spallanzani (1729-79), educato dalla cugina Laura Bassi che a Bologna professava fisica sperimentale, riuscì gran naturalista, non dietro a teoriche, ma con pratica seguìta. Oltre dimostrare che da germi provengono anche gli animali infusorj, che Buffon avea creduti privi d’organizzazione determinata, e mossi e conformati da una potenza occulta, e Needham da una vegetatrice, studiò la respirazione, e singolarmente il riprodursi di qualche membro negli animali a sangue freddo; credè persino che la lumaca ricacciasse la testa. Proseguì le ricerche di Haller sulla circolazione, valendosi dell’apparecchio microscopico di Lyonnet per vedere il circolo del sangue con luce riflessa anzichè rifratta, e non soltanto nel mesenterio, ma nel tubo intestinale e negli altri visceri. I sughi gastrici asserì operano la digestione non fermentando ma dissolvendo gli alimenti. In tutto ciò molte inesattezze riconobbe la scienza progredendo; esagerati gli effetti de’ sughi gastrici; falso il nuovo senso attribuito ai pipistrelli; parvero nojose le sue prolisse confutazioni; talora forviò per ismania del nuovo e del meraviglioso; ma rimarrà sempre come tipo del bene sperimentare, non soltanto agli occhi di Sennebier che da lui desume gli esempj della sua Arte dell’osservare e far esperienze, ma anche de’ successivi naturalisti. Fan meraviglia insieme e ribrezzo le prove cui sottopose lo stomaco proprio e di molti animali, e la fierezza nel tormentar questi per istrappare gli arcani della natura.

I viaggi fatti per tutta Europa, e principalmente nelle Sicilie e nelle isole vulcaniche, onde crescere cognizioni a sè e spoglie al museo di Pavia, descrisse con molteplice erudizione; e cercò spiegare i fuochi fatui, la fosforescenza, le fontane. Queste il Vallisnieri credea derivassero dal mare; e parlando «de’ corpi marini che si trovano sui monti, e dello stato del mondo avanti il diluvio, nel diluvio e dopo il diluvio», dichiara inette le ipotesi correnti dell’essersi sui monti abbandonate dalle acque le spoglie fossili; e sebbene non sappia proporne una soddisfacente, dubita siano dovuti ad altri diluvj che non il noetico, tanto più se è vero che non vi si riscontrino ossa umane; e crede abbondino maggiormente nei monti presso al mare, e non altissimi. Lo Spallanzani corresse alcune opinioni del Vallisnieri, e destro nelle gigantesche osservazioni della natura quanto nelle microscopiche, se non avventurò ipotesi, diede migliori descrizioni e storie de’ fenomeni vulcanici.

Sono forse i passi più inoltrati della allor nascente geologia. Giovanni Targioni Tozzetti, stando presso uno zio a Certaldo dove il Boccaccio aveva già riscontrato tante conchiglie marine[294], cominciò a raccorre testacei petrificati, e preso amore a questa scienza, le offrì bel tributo nel suo Viaggio in Toscana, scritto con pulizia e proprietà. Gian Giacomo Spada studiò le spoglie fossili veronesi, e insistette, sebbene già corresse il 1737, a provare che non fossero scherzi di natura, e non diluviane ma antediluviane. Su quelle dei monti Euganei disputarono Carlantonio Dondi padovano e il padre abate Terzi, che n’avea la miglior collezione. Ambrogio Soldani toscano esaminò i testacei microscopici di Siena e Volterra, senza nè classificazione nè teorie, accumulando fatti intorno a questi e ai terreni ardenti; e contro Santi, Fabroni, Targioni, Spallanzani sostenne gli areoliti formarsi nell’atmosfera.

Francesco Serno, medico napoletano, per ordine del re descrisse il Vesuvio quando eruttò nel 1737; negò velenoso il morso della tarantola. Il padre Giovanni Maria della Torre romano adoprò bene il microscopio, benchè ne deducesse teoremi oggi ripudiati; ma soprattutto diè la prima opera scientifica sul Vesuvio (1755), con supplementi successivi fino al 79, e col catalogo di quanti ne aveano scritto. Anche Guglielmo Hamilton, ambasciatore d’Inghilterra a Napoli, s’appassionò pei fenomeni naturali di cui è ricco il nostro mezzodì (Campi Phlegrœi, 1776). Con lui lavorò Giuseppe Gioeni di Catania, che fece la Litologìa vesuviana con teoriche e ipotesi applaudite; e destò l’amore di queste ricerche nel suo paese che tante occasioni ne offre, e che dal nome di lui intitolò un’accademia ancora in onore.

Domenico Vandelli medico padovano dettò sopra gl’insetti e gli zoofiti marini (1758); molto lavorò in Lombardia: poi reduce dal Brasile, soprantese all’orto botanico di Lisbona; contro Haller sostenne essere sensibili i tendini e la membrana fibrosa, e fu in corrispondenza con Linneo che da lui denominò le scrofulariacee vandelline. Giuseppe Tomaselli veronese la non molta sua scienza adoperava all’utile pubblico, facendo libri elementari di botanica, di mineralogia, di zoologia, e sulle nitriere e l’agricoltura.

Giovanni Arduino (1714-95), suo compatrioto, nelle miniere di Clausen studiò metallurgia e mineralogia: e prima opera geologica furono le sue Osservazioni sulla fisica costituzione delle Alpi venete, ove pose la bisezione delle roccie ignee e sedimentarie, e distinse le calcinabili e di sedimento, e le vitriscenti; nel confine tra le due trovarsi più comunemente i depositi di metallo, ch’esso riguardava come sublimazioni, accompagnanti lo sbucare de’ porfidi e delle altre produzioni ignee; e indicò la trasformazione della roccia calcarea in magnesiaca. Pertanto distinse le roccie primigenie di micaschisto e simili, anteriori alle granitoidi, impropriamente dette primitive; i monti di sedimento, secondarj o terziarj; infine le pianure anch’esse di trasporto. Ben più esatto di Werner, vide che ne’ terreni di second’ordine doveasi tener conto, non della sovrapposizione, ma «degli innumerabili sollevamenti, abissamenti, squarciature, avvallamenti e rovine operate dalle ejezioni vulcaniche in ogni qualunque luogo della terra»[295]. E un’altra verità anticipò, cioè il riconoscere l’età delle formazioni dai paleonteri, e che «tante sono le età corse durante l’innalzamento di dette alpi, quanto diverse sono le schiatte dei corpi organici fossili che dentro gli strati vi annidano»[296]. Anche l’origine vulcanica fu da lui proclamata prima che Werner facesse per breve tempo trionfare la nettunica. A confutazione della quale, il conte Marzari adduceva la sovrapposizione dei graniti al calcare secondario.

Fra gl’inventori va posto Anton Lazzaro Moro di San Vito, prete e maestro di cappella a Portogruaro, la cui opera Dei crostacei e degli altri corpi marini che si trovano sui monti (1740) fu subito tradotta in tutte le lingue, acclamata dalle accademie di Parigi e di Londra, mentre in paese ignoravasi o canzonavasi. In essa abbattendo i sistemi nettunici di Burnet e Woodward, poneva la teorica de’ sollevamenti e rovesciamenti di terreni con una pazienza e precisione, che parve confermata ai giorni nostri[297].

Il conte Marco Carburi di Cefalonia (1731-1803), quando venne professore di chimica a Padova, non trovò tampoco un’oncia d’alcali puro o di verun acido concentrato, sicchè tutto dovette creare. Ad invito della Serenissima viaggiò nel Settentrione per conoscere i metodi metallurgici; inventò il modo migliore di fondere il ferro, e se ne valse pei cannoni con cui Emo bombardò Tunisi; insegnò una carta incombustibile per l’artiglieria; a Linneo diè pareri sul sistema mineralogico, discordandone rispetto all’origine delle forme cristalline dei metalli; dopo la scoperta casuale di Lemery che più non seppe ripeterla, trovò il modo di solidificare l’acido vitriolico; ma, a malgrado di Lavoisier, s’ostinò alla dottrina del flogistico.

Claudio Berthollet di Annecy (1748-1822), fino osservatore e sperimentatore diligente, dalla teoria di Stahl si staccò nella Memoria sull’acido marino deflogistico; ma conobbe inesatta l’opinione di Lavoisier che l’ossigeno sia il generatore universale degli acidi, essendovi anche il cloro e l’acido prussico. Dall’esame de’ prodotti organici conchiuse troppo in fretta che le sostanze animali si distinguono dalle vegetali per l’azoto; studiò i clorati, sali terribili a maneggiarsi; dalla combinazione dell’ammoniaca coll’ossido d’argento ottenne l’argento fulminante; applicò la proprietà scolorante del cloro a imbiancar le tele.

Luigi Brugnatelli da Pavia (1761-1818) credette necessario un supplemento alla teorica di Lavoisier, come quella che non rendeva ragione del calorico e della luce, sviluppantisi in certe circostanze, e ne fece una propria, denominata termossigeno.

Toaldo Giuseppe (1719-98), oriundo di Spagna e nato a Pianezzo nel Vicentino, scrisse principalmente di meteorologia, applicandola all’agricoltura; credette grandemente all’influenza della luna fin sul taglio delle unghie e dei capelli, non che sulle variazioni atmosferiche; col che per altro giovò suggerendo le osservazioni astrometeorologiche, e cominciandone una serie in Padova, imitate poi in Francia, in Germania, in Olanda. Fra molte sue operette ricorderemo quella del Merito dei Veneziani verso l’astronomia, dove, contro il Bailly che asseriva lo studio del cielo, perchè richiede grosse spese, non aver mai fatto grandi progressi nelle repubbliche, sostiene esserne assai benemerite le repubbliche d’Olanda, di Svizzera, d’America, e fra noi quelle di di Bologna e Venezia. E fra i Veneziani nota Giambattista Donato, autore d’un’opera sulla Letteratura dei Turchi, e che determinò le latitudini di Costantinopoli, ove fu balio, di Belgrado, Adrianopoli, Selimbria. Altrove espone un’antica regola del navigare de’ Veneziani, donde si raccoglie che fino dal 1462 applicavano a ciò la trigonometria, e con pochi numeri di facile ricordo potevasi senza carte nè conteggi conoscere il viaggio fatto e la direzione. Si diede gran cura d’applicare i parafulmini, e volea che fin gl’individui se ne munissero, e massime le signore, atteso l’artifizio di ferro con cui sosteneano l’architettura del crine; pensando ripararlo mediante catenelle.

Perocchè come la chimica, così allora venuta era di moda l’elettricità[298]; e il bel mondo se ne divertiva; tutti volevano aver provato la scossa, che ad alcuno costò la vita; Vittorio Amedeo III col Gerdil ripeteva le sperienze di Nollet; i materialisti se ne facevano arma per ispiegare quell’arcano che si chiama anima; e dopo che Franklin inventò i parafulmini si credette aver disarmato il cielo[299]. Il padre Beccaria di Mondovì, professore a Torino, metteva in chiaro le teoriche di Franklin comparando l’elettricità artifiziale e l’atmosferica, e dietro a Symmer e Cigna trattava delle atmosfere elettriche e di quella che chiamò elettricità vindice; dov’è notevole come egli accennò che il magnetismo potesse essere l’elettricità diffusa su tutta la superficie del globo.

Però l’elettricità pareva uno de’ molti soggetti isolati, e che possono studiarsi unicamente nelle loro relazioni interne, fin quando mostrò altrimenti Alessandro Volta comasco (1745-1826), che per esperimenti procedendo man mano e senza grandi teoriche, doveva riuscire a scoperta suprema. E prima inventò l’elettroforo perpetuo, poi il condensatore, accoppiando il quale agli elettrometri di Cavallo e di Saussure, n’ottenne uno più squisito. Armato di questi, indaga l’elettricità atmosferica, la grandine, le aurore boreali ed altri fenomeni: ma all’esattezza di sperimentatore non congiungeva elevazione filosofica tale da stabilir dottrine precise e pretendere rigore matematico; non riferì mai alla vera loro teorica l’elettroforo e il condensatore; non vide la causa vera dello svilupparsi o no dell’elettricità nell’evaporamento, nè le sue ipotesi vennero confermate dai fatti.

Fra ciò Luigi Galvani (1737-95) a Bologna avvertì che un moto musculare succedea nelle rane morte, quando si trovassero sotto l’azione d’un conduttore elettrico nell’atto di scaricarsi; e anatomico non fisico, si persuase esistere un’elettricità animale differente dalla comune. Il mondo credette: i materialisti sperarono trovato l’agente fisico onde i corpi esterni operano sul cervello, e svelati gli arcani del sentire: i filosofi improvvisarono sistemi per ispiegare il fatto. Ma il Volta ripetendo gli sperimenti, dubita le parti animali non sieno che passive, su cui i metalli operassero come stimolo esteriore. Varia i modi, rimuove muscoli e nervi surrogando de’ feltri, frapposti a coppie di dischi di rame e di zinco, e n’ha i fenomeni elettrici; moltiplica queste coppie metalliche, ed ecco la pila (1794), lo stromento più poderoso dell’analisi chimica. Il Volta sopravvisse trent’anni alla sua scoperta senza nè aggiungervi nè applicarla; intanto che Ritter, Carlisle, Davy la usavano a decompor l’acqua; incoando la chimica nuova.

L’elettricità molti applicarono alla fisiologia, attribuendole funzioni che solevansi agli spiriti vitali. Assai ne sperò la medicina, e il padovano Pivati credette perfino ottener effetto dai farmachi senza introdurli nel corpo, e col solo metterli in bottiglie vitree elettrizzate. Con miglior senno altri la usarono nelle paralisi, malgrado di Haller; e il Follini, e il Vassalli-Eandi, ed altri Piemontesi se ne valsero grandemente.

Le nuove forme sotto cui rinacque a’ dì nostri il magnetismo animale, consigliano a meditare, anzichè vilipendere questo mistero. Certo allora serviva ad illusioni e ciurmerie, che resero segnalato il nome di Mesmer. Quando questo otteneva a Parigi maggior grido, l’abate Giuseppe Simone Canini veneziano provò per istampa d’averlo prevenuto nella scoperta del magnetismo artifiziale, e aver insegnato al medico ebreo Laudadio Cases di Mantova a far mirabili guarigioni cogli effluvj magnetici. Non era uomo vulgare, e il Senato veneto gli assegnò dieci ducati il mese per aver offerto una calamita artifiziale e un ago inclinatorio.

Nei medici durava la smania di dedurre da principio unico i fenomeni organici; e dopo la medicina meccanica del Borelli, nella quale ricorderemo Ascanio Bazzicalva di Lucca[300], e la chimica di Van Elmond, venne il solidismo del raguseo Baglivi, al quale conformasi il toscano Vaccà-Berlinghieri, pur confutando Cullen, e sostenendo che gli umori circolanti non possono soggiacere a corruzione se non fuori dei vasi; che gli alteramenti salubri o nocivi vengono da riazione dei solidi sopra i fluidi, suscitata da necessità fisica; avviamento al puro dinanismo e all’imbecillità dei moderni.

In Italia non v’ebbe originalità di scuole, ma spesso studio e buon senso. Il veneziano Macoppe diede credito al mercurio e alle terme di Abano, e soprattutto raccomandava d’astenersi dai rimedj. Michele Rosa da San Leo, nel Saggio osservazioni chimiche e più in quello Sui contagi, dalle ipotesi di moda richiama all’esperienza, benchè non sappia abbandonar la ricerca delle cagioni prime dei fenomeni morbosi. Prevenne molti moderni negli sperimenti sui fremiti e le pulsazioni delle vene, e riconoscendo negli umori una forza elastica. Il Beccari, che continuò la gloria degli illustri medici di Bologna, scrisse sui fosfori, e dissipò il prestigio miracoloso affisso ad alcuni casi di diuturna astinenza (De longis jejuniis). S’illustrò a Roma l’anatomico e litotomo Flajani. Il Nannoni fiorentino semplificò le cure chirurgiche, le quali cessavano d’essere arte ciarlatanesca.

Fra i medici o fra i ciarlatani ebbe fama Buonafede Vitali bussetano (1686-1745), detto l’Anonimo; servì nelle guerre, poi volle andar prete, infine si applicò alla medicina e chimica; viaggiò assai, Carlo XII lo spedì nelle miniere di Lapponia, a Lisbona soprantese alle regie fonderie; tornato in Italia, a Genova si propose di rispondere improvviso a qualunque quistione: era cercato dappertutto a guarir ferite e mali difficili e arcani, guadagnando molto e tutto spendendo. A Parma, a Milano, a Bologna, a Firenze era acclamato maestro, e aggregato ai collegi medici: a Palermo recitò una famosa dissertazione «che nel sangue non vi sia acido», e fu professore e direttore del laboratorio: neppur là sapendo fermarsi, a Parma soprantese alle miniere, poi l’eguale incombenza ebbe nel Vicentino, ove trovò uomini, pesci, cavalli impietriti: lungamente stette a Milano, ove lo ammirò il Goldoni come uomo cui niuna scienza era straniera, passionalissimo d’acquistar cognizioni, grande spacciatore di specifici molto accreditati, e soggiunge che montava sul palco dove, oltre i consulti, spiegava problemi di matematica, di storia, di letteratura; che comparso a Verona in occasione d’epidemia, vi fu accolto come Esculapio in Grecia, e guariva con mele apie e vin di Cipro: a Milano il suo palco era affollato di persone a piedi e in vettura, mentr’egli vendeva i suoi specifici circondato dalle quattro maschere della commedia; anzi interteneva una truppa di teatranti, che dopo averlo ajutato a raccorre i denari davano rappresentazioni coll’inusato lusso di torcie di cera. Una sua opera sulle malattie contagiose fu applaudita assai, e il re di Prussia gliene fece congratulazioni e offerte. Stampò anche sotto titoli speciosi, come Operibus credite; Facoltà, uso e dose dei dodici arcani, che si rinchiudono nella cassetta medica dispensata dall’Anonimo[301].

Antonio Cocchi (1695-1758) da Mugello antiquario, in un viaggio a Londra s’invaghì delle opinioni forestiere, e con grandi contrasti le proclamò in patria. Buon osservatore, espositore prolisso, talvolta si piace all’erudizione, come nelle dottrine di Pitagora sul vitto; ne’ bagni di Pisa trovava rimedj a tutti i mali, anche opposti; e tal conto facea di sè, che in più di cento volumi conservò ogni frivolezza della propria vita. Meglio per la sua fama se non avessergli stampati i discorsi sui mali del matrimonio ed altre leggerezze.

Il bergamasco Pasta chiese la filosofia compagna alle cure ne’ libri Del coraggio nelle malattie e nel Galateo medico, ove tende a ridurre i suoi confratelli a quell’austerità di modi e saviezza di sentimenti che sono indispensabili a chi s’accosta ai dolori dell’umanità. Dove non è da tacere il Mondo ingannato dai falsi medici del veronese Giuseppe Gazzola, spesso ristampato e tradotto.

L’Università di Modena abbellivasi di Scarpa, Spallanzani, Venturi, Spezzani; quella di Bologna degli scolari del Malpighi, quali l’Albertini, il Sandri, il Valsalva; la padovana diede eccellenti maestri dietro a Mazzini e Michelotti, propensi alle dottrine matematiche; e la pratica di condurre lo scolaro al letto del malato, introdottavi da Giambattista Montano veronese sin dal 1543, fu seguita da Bottoni e Oddo ma come privato consiglio, finchè nel 1764 la Signoria veneta eresse in quell’università una cattedra di medicina sperimentale.

Attenzione si pose a particolari malattie, quali la rachitide, il cretinismo, la debolezza cronica, lo spasimo facciale, la pellagra nel Milanese e, non molto dissimile, il mal della rosa nelle valli d’Orvieto. Il vajuolo mieteva ogni anno moltissime vite non solo di bambini ma di adulti, e più nei ricchi perchè più curati con que’ pessimi metodi che erano il salasso e l’impedir l’aria fin a fasciare i miseri. Luigi Carena, medico a Vienna, vi portò l’innesto dall’Inghilterra, e ne dimostrò i vantaggi con un opuscolo che ristampossi a Pavia dal Brera, e che persuase a valersi qui pure della vaccinazione, malgrado i pregiudizj[302]. Quando nel 1764 Tronchin venne appositamente a Parma per innestare il vajuolo al principe Ferdinando, fu divisata una gran solennità, si stamparono versi, si nominò ajo apposta al principino il poeta conte Manara, mentre doveano starne separati il Keralio e il Condillac, ancora immuni da quel male. Buniva in Piemonte, Sachero in Sardegna, Sacco in Lombardia... diffusero l’innesto.

Dell’anatomia patologica si comprese l’importanza, e a cercarla con circospezione e imparzialità. Giambattista Morgagni di Forlì (1682-1771) presto meritò il titolo di principe degli anatomisti. Quando n’ebbe la cattedra all’Università di Padova, preludendo non ampliavasi sui proprj meriti e sulla scienza stessa, ma con semplicità prometteva rendere omaggio al Creatore della macchina umana col non cercare novità o bellezza ma il solo vero, e ripudiate le futilità e le blandizie di parole sconvenienti a chi narra la divina opera, non che spendere il tempo in lunghe e superflue controversie, non baderebbe all’ostentazione ma al pubblico bene, con piana e fedele dimostrazione.

Questa prolusione destò meraviglia per la semplicità; e l’insegnamento suo procedeva tanto chiaro e piacevole, che v’accorreano anche persone estranee alla scienza. Benchè mostrasse non dare che illustramento e seguito alla misera compilazione di Bonnet, che pur fin allora era la più diffusa ed erudita, egli vi pose moltissime osservazioni proprie e del Valsalva; i predecessori rispettò senza idolatria; investigò la sede e l’origine dei mali reconditi (1761); e quantunque censurino la prolissità delle storie e l’arbitrario disporle secondo i sintomi predominanti, nessuno mai aveva sì ben collegata l’anatomia colla patologia. Europa sonò di applausi; in tutte le lingue si volle tradurla; principi e accademie onoravansi di onorarlo; la sua patria e la nazione germanica a Padova gli eressero statue; il senato veneto crebbegli lo stipendio a duemila duecento zecchini: e fra le virtù e le onorificenze egli protrasse l’esistenza fino a novant’anni.

Gli succedette Leopoldo Caldani bolognese (1725-1813), lodato per le sue Icones anatomicæ[303], e de morbis mulierum, puerorum et artificum, e fu il primo che qui insegnasse l’irritabilità di Haller. Ai vasi linfatici, negletti dopo la scoperta fattane da Rudbeck e Bartolino, volse le ricerche Pietro Mascagni (1752-1815), vedendoli in tutto il corpo, e destinati ad assorbire i liquidi animali, eccetto il sangue, non tutti mettendo al canale toracico. Si stampò postuma la sua Anatomia per uso degli studiosi di scultura e di pittura, e il Prodromo della grande anatomia, dove tutte le parti del corpo sono rappresentate con esattezza e grandi al vero.

Giannantonio Galli bolognese (1702-82), per agevolare l’ostetricia, fece eseguir in creta e in cera molti modelli da Giovanni Manzolini scultore e dalla costui moglie Anna Morandi; vi unì tutti gli strumenti antichi e moderni da ciò: la quale raccolta Benedetto XIV comprò per diecimila scudi, e la regalò all’Istituto di Bologna. Di Felice Fontana roveretano, che scrisse sul veleno della vipera, si ammirano le preparazioni di cera a Firenze e a Vienna.

Domenico Cotugno medico napoletano scoprì gli acquidotti detti da lui, il nervo parabolico incisivo, e prima del Galvani si accorse della elettricità animale in occasione che, avendo sparato un sorcio, questo gli diè sulla mano colla coda in modo da intormentirgliela. Bianchi di Torino, avverso ad Haller, studiò il fegato, e n’ebbe controversie con Morgagni; Malacarne da Saluzzo, il cervelletto umano, e fu de’ primi ad avvertire l’importanza dell’anatomia comparata. A questa s’applicò Giacomo Rezia, professore a Pavia; nella quale Università fu eretta la scuola pratica di chirurgia per Antonio Scarpa trevisano (1747-1832). Avea questo studiato a Padova, dove al Morgagni ottagenario e cieco assisteva, e leggevagli i consulti e gli autori classici, dei quali poi fu sempre innamorato, come anche delle arti del disegno. A Parigi legossi con Vicq d’Azir, col famoso litotomo frà Cosimo, coll’oculista Wensel, a Londra con Pott principe de’ chirurghi e coi due Hunter. Osservate le costoro injezioni de’ linfatici, volle anch’egli avere un simile gabinetto, e vi faticò dacchè fu messo professore a Pavia, dove le ventinove preparazioni lasciate dal Rezia ben presto ebbe cresciute a trecensessantasei. In un viaggio col Volta a spese di Giuseppe II, conobbe i grandi scienziati d’Europa, e al ritorno trovò il dono più desiderato, una compiuta raccolta d’istromenti chirurgici antichi e nuovi.

Era il tempo che la medicina deponeva i vecchi errori, ed a passi giganteschi accingevasi, appoggiata alla fisiologia, all’igiene e all’anatomia, divenuta scienza esatta. Lo Scarpa, sebbene avesse soltanto una clinica di trenta malati, fece progredire immensamente la scienza, coll’attenta osservazione pratica, unita a immensa erudizione, molte cose osservando egli primo, molte meglio de’ precedenti. I ganglj nervosi, le ernie, gli organi dell’udito e della vista, furono il principale suo esercizio: sulla cateratta scrisse mirabilmente, difendendo l’abbassarla, invece dell’estrarla come allor si faceva: e il suo trattato delle malattie degli occhi può dirsi il primo che in Inghilterra insegnasse queste cure. L’opera sui nervi del cuore e quella sull’aneurisma sono corredate di bellissime tavole incise da Anderloni; vi pose in campo quistioni, che poi furono illustrate da Bichat, Andral, Gavarret; e descrisse le anastomosi delle arterie in modo che si ardì legare la crurale, le carotidi, le iliache, fin l’aorta abdominale. Cuvier e Dupuytren lo ammiravano, a tacere i minori, e somma influenza ebbe nella scienza sua. Consultato da tutta Europa, parlava tutte le lingue, ricco, onorato, dotto d’onnigena scienza; diseredato solo di generosità e d’affezioni, non avendone mostrato che per lo Jacobi, professore di fisiologia, che morì giovane.