CAPITOLO CLXXXII. Campagne di Spagna e di Russia. Caduta dei Napoleonidi.
Obbedito da 72 milioni di sudditi, temuto da tutti i re, guardato tra meraviglia e spavento da tutte le nazioni, con esercito impareggiabile, e co’ migliori generali formatisi nelle guerre della rivoluzione, con un tesoro non limitato da riguardi o da opposizione, con profondo disprezzo dei sentimenti di coloro che volea vincere, del sangue e dei beni di coloro con cui volea vincere, Napoleone non era disposto a tollerare la pace se non a patto che tutto procedesse a sua obbedienza. Non cessavano l’Inghilterra drizzargli incontro la potenza dell’oro e delle navi; Spagna la potenza del popolo; tutti sordamente l’inestinguibile desiderio dell’indipendenza, la riazione della dignità contro la violenza, dell’attività individuale contro il comando di reggersi e pensare e operare come Francia. Alessandro di Russia, che erasi un tratto invaghito di quella forza anormale, negò poi di sagrificarle i suoi popoli; onde Napoleone deliberò andar a ferirlo nel proprio paese, e come già s’era seduto nelle reggie di Madrid, di Dresda, di Berlino, di Vienna, così troneggiare in quelle di Mosca e Pietroburgo. Nol si potrà che con torrenti di sangue. Che importa? purchè s’arrivi a domare la barbara Moscovia e l’avara Albione, e dare la pace al mondo, cioè l’incontrastata servitù.
Il punto cui più mirava Napoleone nel regno d’Italia, come negli altri suoi paesi, era la coscrizione. La Cisalpina, appena creata, armò guardie nazionali e corpi regolari di giovani, che incideansi sul braccio Repubblica o morte; come accadde nelle subitanee scosse, s’improvvisarono sino dal principio prodi uffiziali, Lahoz, Fantuzzi, Pino, Teulié, Ballabio, Fontanelli, Rossignoli, Porro, Pittoni ed altri, che ben comparvero alle battaglie d’Arcole e Bassano, alla presa di Mantova, Faenza, Ancona, ed altre fazioni. Nel 1801 l’esercito cisalpino constava di 22,000 uomini: la repubblica italiana ne aggiunse 60,000 di riserva, comprò dalla francese i cannoni delle proprie piazze per quattro milioni, e prese a stipendio due mezze brigate e un reggimento di cavalleria leggiera polacca; ebbe due equipaggi da ponte, armeria a Mantova e Pizzighettone, mille seicento gendarmi, un reggimento di granatieri per guardia del Governo, oltre la guardia nazionale de’ cittadini dai diciotto ai sessant’anni. Nel 1803 una divisione sotto Teodoro Lechi campeggiò coi Francesi da Genova a Napoli; un’altra sotto Pino preparavasi a Boulogne per invadere l’Inghilterra; per la quale impresa noi avevamo offerto quattro milioni di lire milanesi onde costruire due fregate e dodici scialuppe cannoniere col nome dei dodici dipartimenti. Stabilito il regno, l’esercito fece di sè bella mostra all’imperatore nella spianata di Montechiaro; ed avendo i Borboni di Napoli accennato un movimento, Eugenio concesse ad ogni dipartimento l’onore di spedire da cinquecento a mille uomini, e un corpo di guardie nazionali, che accolse fra Modena e Bologna, gente inesperta e divelta alle case. Militare fu tutta l’intenzione del viaggio che Napoleone fece nel 1807, e postava corpi di riserva sul Po e sull’Adige, flottiglie in mare. Il Piemonte, incorporato all’impero, diede a questo i soldati suoi: Genova, fortificata come Alessandria, dovette assegnare tre milioni per la marina, aver arsenale da costruzione, e mantenere almeno due vascelli da settantaquattro, due fregate, quattro corvette.
Ma i soldati per Napoleone non figuravano che da macchine da guerra; loro danno se non erano di bronzo come i cannoni. La coscrizione, sempre gravosa a popolo non avvezzo, andò via via ingrossando; ed acciocchè le classi elevate non se ne sottraessero, nei veliti della guardia non s’ammettevano supplenti, e per ogni soldato dovevano le famiglie 200 lire l’anno; un reggimento di dragoni della guardia, due compagnie d’artiglieria a piedi, una di leggera, una di marinaj, oltre l’antico reggimento di granatieri. Le guardie d’onore erano principalmente destinate alla pompa regia, ciascuno provvisto dalle famiglie con 1200 lire. Ben presto avemmo corpo del genio e della marina, armerie nelle Marche e nelle Legazioni, fonderie a Brescia e Pavia, e collegi per gli orfani, spedali e ricoveri per gl’invalidi. Pei disastri del 1809 trentasettemila uomini, cinquemila cento cavalli dell’esercito nostro trovaronsi ridotti a 20,000 uomini e ottocento cavalli.
Scoppiata la famosa guerra di Spagna, vi fu mandato Giuseppe Lechi con un nerbo di 2963 uomini, poi una divisione di 13,280 col general Pino: poi un’altra con Severoli, e quattro reggimenti napoletani. Ma di 30,183 soldati che vi passarono dal regno d’Italia, ne uscirono appena 8858; 1800 de’ 10,000 Napoletani.
L’antico valore rinasceva alle scuole, alle bandiere, ai guiderdoni promessi o sperati. Ma i nostri non campeggiavano che sotto marescialli forestieri; e i loro nomi figuravano appena in seconda fila; mentre riportavano le imprecazioni dei popoli cui andavano a porre il giogo[131]. — È necessario armarsi per divenir nazione; qual vanto il partecipare ai vanti d’un genio immortale!» così ci ripetevano: ma per quanto sia comune l’entusiasmo per quel macello che s’intitola gloria militare, archi e trofei mal coprivano i tanti sepolcri; l’esercito non guardavasi più con meraviglia ma con compassione, dacchè parea certa morte il marciar là dove sì pochi ritornavano; e il buon senso avvertiva che i nostri giovani, rapiti in sempre maggior numero e sempre più giovane età, non militavano pel bene della patria, ma per ambizioni estranee ad essa; soffrendo e morendo non poteano acclamar la libertà nè tampoco la gloria, ma soltanto Viva Napoleone; nell’inneggiar le vittorie domandavasi qual causa buona avesse vantaggiato, e conchiudevasi che il miglior governo sia quello ch’è più parco del sangue e dell’avere de’ cittadini, e che meno n’impaccia l’industria e l’azione. Molti dunque sotterfuggivano alla dura legge[132], buttandosi armati al bosco o alla montagna: anzi il valore italiano mostrossi meglio, perchè indipendente, nelle riscosse contro la dominazione forestiera a Verona, a Salò, in Valsabbia, a Napoli, ad Arezzo, al Bisagno, a Civitavecchia, ad Orvieto, in Piemonte, negli Abruzzi, nelle Calabrie.
Il regno trovavasi in arme 75,000 uomini, due divisioni in Ispagna, quattro in Dalmazia e in Italia; allorchè sonò di nuovo l’intimazione di guerra (1812), non sapeasi per dove nè contro chi, ma bisognava far soldati e marciare, marciare tutti. Fu sistemata nell’impero e nel nostro una guardia nazionale, iscrivendovi anche la gioventù che la sorte aveva campato dalla leva, e divisa in tre bandi, dai venti ai ventisei nel primo, dai ventisei ai quaranta nel secondo, nel retrobando quei dai quaranta ai sessanta: gran riserva di sangue per quando sarebbesi esausto quel di cinquecentomila soldati. L’esercito italiano, comandato da Eugenio vicerè, prese nome di quarto corpo della grand’armata, la quale ne avea dieci; e formavanlo due divisioni francesi, parte della guardia reale italiana sotto Lechi bresciano, una divisione sotto Pino e una brigata di cavalleggieri sotto Villata milanesi. Re Gioachino, che aveva in piedi cinquantamila Napoletani, guidava la riserva della cavalleria.
Il 18 febbrajo 1812, dopo scarnovalato nelle varie città, trentamila Italiani si mossero gaj, speranzosi, disciplinati, confidenti nel capo e in sè: e giunti a Kalwary di Polonia (1812 29 giugno), conobbero ch’erasi intimata guerra contro la Russia. Passato il Niemen a cinquecento leghe dalla patria (1 luglio), fra meteore spaventose e diluvj di pioggie e faticosissimi bivacchi, sfavillavano di ambizione, di cortesie, di fidanza.
Il Governo polacco, lusingato da Napoleone colla speranza dell’indipendenza, confortava i nostri a liberare un paese tanto simile al loro, e come il loro sbranato dalla prepotenza; nel tempo medesimo i Russi ritirandosi lasciavano proclami, dove eccitavano gl’Italiani a disertare dal loro tiranno. Però ai nostri non vennero meno la fedeltà nè il coraggio, benchè Napoleone non gli onorasse neppure di una rivista, nè quasi di menzione ne’ bullettini; benchè Eugenio rammentasse troppo che non era italiano, e non dissimulando la diffidenza, in un alterco 28 giugno si lasciasse fuggire, — Non temo nè le vostre spade nè i vostri stili».
Re Gioachino entrò primiero sul territorio russo, prese Vilna; e avanti, avanti. Ma le marcie diventavano sempre più faticose; i nemici si ritiravano distruggendo viveri e case; i Cosacchi scorrazzavano continuamente sui fianchi, uccidendo chi tardasse o si sperdesse. Stracchi morti si arrivava talvolta in una situazione, piantavasi il campo; chi si gettava al sonno, chi a preparare il cibo; ma ecco batter l’appello di levarsi e partire. Gli spossati che bisognassero d’un riposo, gli arditi che sviavansi a foraggiare, cadeano in man de’ nemici: il cattivo vivere, la pessima acqua moltiplicava le malattie, talchè sformavasi la bella disciplina.
Pure s’andava innanzi vincendo: il Boristene, dove le aquile romane arrestarono il volo, lo passarono primi i nostri, ma ausiliarj e servi: a Smolensko, prima città russa, si ebbe alfine una battaglia (17 agosto), dove entrambe le parti cantarono vittoria; ma i nostri entrarono sulle ruine della città.
I veliti e granatieri italiani decisero della giornata di Borodino sulla Moskowa (7 7bre), contrastata da 132,000 Russi con 587 cannoni: ma i soliti canti non esultavano dopo una vittoria che costava ventottomila vite: poi non si avea pane, non vedeasi riposo, nè potea sperarsi se non in Mosca. Napoleone, che credeva consistere la vittoria nella presa delle capitali, prometteva colà riposo nella svernata e abbondanza. A quella si spinsero dunque fra inenarrabili patimenti. Ma perchè niun tumulto di viventi attorno a quella città? perchè non viene incontro nè un amico nè un nemico? è insidia? è frode? No: la città fu abbandonata; non restano che pochi miserabili; e Napoleone, uso entrare fra le acclamazioni a Vienna, a Madrid, passa in silenzio per le vie della Sionne russa, e assidesi nel Kremlin (14 7bre), santuario e reggia dei czar.
Il primo giorno cominciano a scoppiare incendj, creduti accidentali; ma eccoli riprodursi, crescere; invano faticano i soldati per ispegnerli; sui loro passi più non aveano che carboni ardenti. Era uno di que’ sagrifizj che imporre può soltanto immenso amor di patria o immenso dispotismo: tutta in fiamme la città e i magazzini e le armerie, l’esercito dovette accampare alla serena, vincitore attorno una città divampante. Per le campagne allagate dalle pioggie con quadri e mobili alimentavansi i fuochi, intorno a cui coricavansi uffiziali e gregarj, laceri, bruciacchiati, fangosi, ma sdrajati sopra scialli di cachemire, pelliccie di Siberia, stoffe di Persia, fra una profusione di posate, piatti, coppe di argento: qui il velite era trasformato in un cosacco, il cacciatore in un pope, là il milanese vestiva da baskiro, il savojardo da taurico, il romano da cinese; e toccavano ghitarre, flauti, violini, pianoforti superbi, per distrarsi da un immenso disastro, che non voleasi ancor confessare.
La nostra divisione Delzons fu spedita un tratto oltre Mosca, e fu quella che spinse più avanti le armi napoleoniche: ma Alessandro, benchè avesse il vincitore nel cuore del paese, non rispondeva a proposte di pace, fermo come i Romani contro Pirro; onde Napoleone non potè più che pensare alla ritirata. Già la divisione Pino di quattordicimila fanti e mille cavalli, era ridotta a quattromila combattenti; uccisi da dissenteria e da stenti; soli duemila in battaglia. Partivano da Mosca (19 8bre) novantamila fanti e quindicimila cavalieri, cinquecentosessantanove cannoni, duemila settanta carriaggi e fucine, abbandonando i feriti, e cominciando la più funesta ritirata che si ricordi.
— Ora comincia la nostra guerra», dissero i Russi, e presa l’offensiva, molestarono i nostri fianchi senza mai affrontarci. Alcuni che il bottino fatto a Mosca desideravano conservare, scostavansi dall’esercito e trovavano la morte. Alcuni, discendendo una traversa, uno scenderello, lo seguivano sperando incontrarvi un villaggio, un ricovero; ma sorpresi dagli abitanti o dai Cosacchi erano uccisi e lasciati perire sul gelato terreno. Fortunato chi le ricche spoglie di Mosca può cambiare con un tozzo! Pure una volta si potè combattere a Malojaroslavetz (24 8bre); battaglia che Rapp ascrive all’esercito d’Italia: sir Roberto Wilson inglese, che combatteva da avventuriero dovunque vedesse libertà da sostenere, ammirava questi eroi italiani, che in numero di 16,000 aveano respinto 80,000 nemici: il russo Buturlin, di quella giornata dà tutto l’onore alla guardia del vicerè. E sarebbe stata decisiva se esso vicerè lasciava da Pino movere la guardia reale, ch’e’ tenne invece a spettacolo sotto i tiri del cannone. Perocchè Eugenio, prode soldato più che capitano, eccedeva nelle riserve, e spedendo le truppe a spizzico lasciava questi piccoli rinforzi distruggere senza risultato. Anche a Wiasma il valore degl’italiani liberò il corpo di Davoust stato tagliato fuori.
Già non combatteasi più per la vittoria, ma pel minore disastro: pure una speranza sopravvivea, l’avvicinarsi a Smolensko, ove riposo, caldo, viveri, la fine de’ patimenti. Ma giuntivi (13 9bre), odono che il corpo di Victor, che ivi credeano acquartierato con 30,000 uomini, erasi diretto contro Witgenstein, dopo consumate le provvigioni della città. Bisognò dunque uscir pure di qui; e i feriti che venivano abbandonati, dal giaciglio de’ loro dolori ghermivansi alle ginocchia de’ partenti, carponavansi dietro al camerata finchè li vedessero, e additavano i Cosacchi di cui cadrebbero preda e strazio: per la patria, per l’amante, pei padri supplicando di non lasciarli quivi al nemico e alle fiamme, almeno chiedeano una fucilata.
E intanto continuavasi a non trovare che villaggi arsi, che magazzini consumati; tutta la forza morale occorreva per sostenere la fisica: eppure ogni tratto erano costretti combattere un nemico forte e irritato. Se poteasi rinvenire una bracciata di combustibile, se rimanesse qualche capanna cui metter fuoco, vi si affollavano ingordamente, attaccavano la pentola, conservata preziosissima più che le gemme e gli argenti; e coceasi un poco di carne di cavallo sulla brace, un pugno di farina di segala salata colla polvere: ma a mezzo del rancio ecco si ode l’urrà de’ Cosacchi; onde pigliansi quei brani di carne, e così sanguinenti si divorano fuggendo.
Quattrocento miglia erano segnate da cadaveri d’uomini e cavalli, da feriti abbandonati, da cassoni di polvere fatti saltare, da vetture a pezzi, quando si arrivò al fiume Beresina (28 9bre). L’esercito italiano assottigliato, fu spinto da Napoleone come avanguardia; e sul ponte improvvisato affollaronsi i soldati, confusi, disordinati, gettando gli altri nel fiume chi avesse ancor forza di urtare, i sopraggiunti calpestando i caduti, i carri rovesciandosi sulla folla, nella comune pressa di sottrarsi ai Russi, che arrivavano ben provvisti, ben pasciuti, avvezzi al clima, e coll’entusiasmo di chi salva la patria. E questi giunsero allorchè sol parte dell’esercito era tragittato, ma per salvar l’imperatore si mise fuoco al ponte. De’ miseri rimasti sulla sinistra, chi bestemmiava, chi gemeva, chi s’agitava convulsamente, chi lanciavasi nel fiume bilanciandosi sui massi di ghiaccio, chi nelle fiamme del ponte per sottrarsi a una prigionia che equivaleva alla morte; molte migliaja caddero in man dei Cosacchi, che colle picche li spinsero verso l’esercito russo.
Dopo quel passaggio quasi più non rimase aspetto di ordinanza militare, non disciplina o servizio; appena qualche bajonetta luccicava tra le file; rozzi cenci e pelli avvolte ai piedi dopo mancate le scarpe, faceano più faticose le marcie: camuffati in grosse pelliccie, al capo acconciature strane, barba lunga, irti i capelli, gote scarne, occhi incavati, sozzi di polvere, di fango, di fumo, appena i più intrinseci conoscevansi l’un l’altro; procedeano con feroce serietà o riso convulsivo; trascinavansi dietro i magri cavalli, non più abili a portare il signor loro, e che sprovvisti d’ogni cibo, rosicchiavano le scorze degli alberi, pestavano il gelo per trovarvi sotto qualche bever d’acqua; poi non ferrati a ghiaccio, ad ogni mutar di passo scivolavano, sicchè sfiniti, cadeano, e a pressa a pressa se ne levava il cuojo per vestirsene, per tuffar le mani e i piedi nelle viscere ancor palpitanti, per divorarne qualche brano.
Col dicembre cominciò la neve a grandi falde; e ventata negli occhi, confusi cielo e terra, cancellate le strade, più non sapeasi ove s’andasse, erravasi per le sconfinate campagne, cadeasi ne’ pantani. Il vento toglieva il respiro; l’umidità penetrava ne’ laceri vestimenti; spenzolavano ghiacciuoli dalla barba e da’ mustacchi; i fucili cascavano dalle mani intirizzite; pareva il sangue fosse tutto salito al viso livido e gonfio. Era necessario un moto continuo, poichè fermarsi equivaleva a morire; gelavano le orecchie, il naso, le mani; prima perdeasi la vista, poi l’udito, poi la conoscenza, infine la potenza di moversi; un sasso, un tronco bastava a far cascare; e l’uomo più non sentiasi forza o volontà di rialzarsi, fissava quel che stavagli intorno con guardatura incantata degli occhi rossi, da cui spesso il sangue trasudava; ben tosto la neve lo sepelliva, e un piccolo rialzo accennava che ivi giaceva un prode.
Dopo il 6 dicembre il freddo crebbe sino a venti gradi; molecole ghiacciate volteggiavano per l’aria, cadevano uccelli gelati, il terreno era una superficie di cristallo; e il solenne silenzio dell’inverno non era interrotto pei nostri che dallo strepito de’ passi, dallo sgretolar della neve, dal lento cigolar delle ruote, dai gemiti de’ moribondi, cui volta a volta rispondeva il terribile urrà de’ Cosacchi. Alla fratellanza di giovani e di militari sottentra allora l’egoismo della conservazione; non più distinzione di gradi o di fortuna; non pensare più che alla salvezza propria; rubavansi a gara e disputavansi fin colla sciabola un seccherello di pane, un pugno di farina, una bracciata di legna o di paglia; vedeano cadersi a’ piedi il camerata, e non gli davano nè una mano nè una lacrima; l’amico passando presso l’amico ferito non mostrava conoscerlo per non dividere con lui l’esigua prebenda o un bicchier d’acqua, o sentirsi pregato d’ucciderlo; se alcuno cadeva, prima che fosse stecchito gli altri strappavangli le vesti per intiepidire se stessi. La convinzione che nulla potea toglierli a quell’infelicità, annichilava il vigore necessario per sostenervisi; molti cadevano in delirio, e già ciechi, sordi, cancrenati, dallo spasimo si morsicavano le mani e le braccia; aveano gli occhi pieni di lacrime che non potevano sgorgare; senza verun male, ma di pura inanizione molti cadevano nel cammino, e i seguenti gli accavalciavano senza badarvi. La notte sdrajavansi a piè delle betulle e dei pini o sotto i carri, il cavaliere colla briglia al braccio, il fante col sacco in ispalla, cumulati a guisa di mandre; s’abbracciavano un l’altro per tenersi caldi; la mattina trovavansi stretti ad un cadavere, e l’abbandonavano senza compiangerlo. Alcuni avvicinandosi improvvidamente al fuoco, n’aveano incancrenite spasmodicamente le membra; altri neppur sentendo l’impressione della fiamma, rimanevano bruciati; o addormentandosi in qualche casolare, vi erano soffogati dall’incendio, per la loro imprevidenza suscitato. Insomma ad ogni bivacco rimaneva un circolo di cadaveri.
Eppure non mancavano atti generosi: un coll’altro dividere l’ultima pagnotta e la biancheria; portar sulle spalle l’amico, il padrone; un vecchio trascinava sopra una slitta il figliuolo ferito e coi piedi gelati; una sposa recossi il marito a spallucce; uno ben coperto gettava la propra pelliccia sopra quel che gelava. Lucini velite, venuto cieco, da Pieroni e Tiraboschi fu accompagnato da Molodezno fino all’erta di Ponary, ove difendendolo furono uccisi. Altri consegnavano ai camerata la croce d’onore: un alfiere morendo sotterrò l’aquila ricevuta ad Austerlitz.
La nostra guardia d’onore era di cinque compagnie, tutte di nobili, serviti dalle ordinanze, destinati in origine alla persona del principe, e a scortarlo nelle cerimonie e ne’ viaggi. Nel 1809 aveano chiesto e ottenuto d’entrare nell’esercito attivo: vergognandosi di vedersi risparmiati, chiesero pericoli, incontraronli con onore, e produssero prodi uffiziali. Ora essi pure furono posti in marcia, anche perchè servissero a malleveria della tranquillità interna: e quelli di Piemonte e Toscana giunsero solo a Varsavia, come pure i loro veliti: ma quelli del regno d’Italia procedettero, ed obbligati a serenare e cercar lontano i foraggi, non avvezzi a servire a piedi, e portando stivali alla dragona, perivano miserabilmente.
La meta comune, la grande speranza era Vilna; e quando vi giunse (9 xbre) lo scheletro del grand’esercito, sulle porte urtandosi, premendosi, s’ammazzavano tra loro; ma ecco vedonsi chiudere le case, non trovano nulla di preparato; ond’essi, furibondi dalla fame, sfondano le porte; fan ogni oltraggio ai poveri abitanti; chi trova cibo e viveri, se ne satolla in modo che muore; alcuni svanite le speranze, non vollero più partire, immaginando non poter incontrar di peggio di quel che aveano sofferto; gli altri si rimisero in marcia verso Kowno, costernati al sentire che restassero ancora pericoli.
I Russi ingrandivano delle nostre ruine; ai cannoni da noi abbandonati per via aggiogavano i loro cavalli, e li spingevano contro i nostri; entrati in Vilna, a nome di patriotismo trucidarono i malati nello spedale di san Basilio. Due leghe da questa città ergesi la montagna di Ponary, tutta ghiaccio, e il sormontarla costò innumere vite. A Kowno, nuova speranza d’acquartierarsi, e nuovamente delusa; mancando ogni ordine, si diguazza nelle provvigioni, e ubbriachi gettandosi per terra sulla neve, non sorgono più. Il giorno dopo (13 xbre) si parte per Gumbinen, e le fiamme de’ magazzini di Kowno attestarono ai Russi che i nemici non erano più entro le loro frontiere. Essi pure quanto non soffrirono! ma Alessandro gl’invitava a tripudiare nel chiudersi d’un anno eternamente memorabile. Le loro campagne rifiorirono anche pe’ nostri cadaveri, le città rifabbricaronsi, sono cancellate affatto le traccie del guasto, e conservaronsi indipendenti; e diedero una gran lezione a chi deve riscattare o vuol conservare la patria.
Allora incontrammo i Prussiani: i quali alleati per forza e persuasi di dovere la loro schiavitù ai Francesi, gioivano in vedere così miserabile l’esercito, da vent’anni vincitore; e presto si arrolarono col nemico (1813). Dell’esercito italiano cinquemila soldati rimasero alla Beresina; e all’appello non risposero che ottomila ottocento. Passato il ponte di Brison, trovavansi ridotti a duemila seicento uomini; al fine della campagna, a Marienwerder il vicerè non contava più che centoventun uffiziali e cendodici tra bassi uffiziali e soldati; talchè in censessantacinque giorni eransi perduti ventiseimila trecento novantasette uomini, novemila cavalli, cinquant’otto cannoni, trecentonovantun cassoni, settecentodue carri di trasporto[133]; e non per la salvezza del proprio paese, nè tampoco per la sua gloria.
Qual altro eroe potè inaffiare i proprj allori colle lacrime di 450,000 soldati, spenti, agonizzanti, prigionieri senza gloria e senza esaltamento?
In Italia, come in Francia e in Germania, la mesta taciturnità di tanti orbati, privi o scarsi di notizie cercanti sulle mappe quelle non più intese lontananze, e una speranza in qualche lettera o in qualche rara gazzetta, veniva addolcita dal ripetuto annunzio «che il nostro esercito era nel migliore stato, ed ottimo quel dell’imperatore e del vicerè», quando di colpo nel XXIX bullettino (1813 18 xbre) Napoleone annunzia il gigantesco subbisso; perchè gli uomini non n’avessero il vanto, lo attribuisce al freddo, e quasi insultando ai patimenti soggiunge: — Quelli cui natura non avea dato tempra robusta contro le vicende della fortuna, perdettero il gajo umore, e non pensarono che a disgrazie e catastrofi; quelli che essa creò superiori ad ogni evento, conservarono la vivacità e le maniere consuete, o videro nuova gloria nelle difficoltà da sormontarsi», e conchiudeva: — La salute di sua maestà non fu mai migliore».
Se ne consolino tanti padri, tante vedove e amanti! egli è sano: di 533,000 soldati che aveano passato il Niemen, 350,000 sono periti, 100,000 prigionieri; ma sua maestà è sana; e non ha una voce di compassione per gli estinti, non una consolazione pei sopravvissuti!
Sentendo la necessità di ritornare nel centro d’una macchina che solo per lui sta connessa e si muove, di comprimere le speranze eccitate dal suo disastro, e di preparare nuova carne ai cannoni, Napoleone fugge dai tanti che avea trascinati a perire, e cede a Murat il comando. La costui spada avea servito mirabilmente in quella campagna; ai Cosacchi ispirava uno spavento misto d’ammirazione, che esprimevano coll’urlare qualora lo vedessero in quello sfarzo scenico, tutt’oro e pennacchi, avanzarsi come un cavaliere antico per compiere prodigi di valore. Ardito però alla carica, nulla valeva a una ritirata; e poichè Napoleone non avea lasciato ordini, e, come avviene nel despotismo, tutto in lui riteneva, Murat si desola della responsabilità che gli pesa addosso, avvezzo a obbedire non sa comandare, inveisce contro Napoleone che mette in pericolo tutte le Corone napoleoniche, e non volendo che un re abbia a restar prigioniero, fugge anch’egli (17 genn.) senza aspettar ordini da Parigi, e da Posen vola a Napoli. Perchè sarebb’egli stato eroe più del suo padrone?
Invece di Ney, vero corifeo di quella ritirata, si conferì il supremo comando ad Eugenio, perchè regio. Ogni reggimento contava appena cinquanta o sessanta uomini, pure aveano tutte le bandiere e le aquile in mezzo a loro. Presto agli antichi rimasugli si unirono nuove reclute. Ma esercito non potea più dirsi; miserabili drappelli scomposti e assaliti incessantemente; e se i Polacchi e i Prussiani s’affrettavano a dar pane e pietose cure, poteva anche temersi cogliessero l’istante per farli tutti prigionieri.
Perocchè all’annunzio di quella ruina fu un’esultanza fra le nazioni, che di Napoleone non aveano provato che la tirannia. Anche nell’interno i disgustati antichi e nuovi s’alenano ne’ maneggi, sperando vendetta e preparandola: ma mentre la popolazione stanca di tanto sangue, di tante perdite, di tanti insulti alla nazionalità ed alle coscienze, si sfoga in allusioni e in pasquinate, Napoleone palesava la potenza della sua amministrazione. Perocchè, appena arrivato a Parigi, loda, rimprovera, rincalorisce le idee monarchiche, domanda nuovi sacrifizj senza voler ripagarli con concessioni ai popoli, ai quali i re hanno parlato di libertà. Non resta più artiglieria, non cavalleria, non denaro, non gioventù; eppure egli favella come nei giorni della grandezza, fa il quadro d’una prosperità che tutti sentono mendace, con attività implacabile chiama a servizio di terra gli artiglieri di mare, anticipa un’altra coscrizione, move il primo bando della guardia nazionale, toglie i fondi dei Comuni e gli obbliga a levare prestiti; dai prefetti, dai corpi dello Stato si fa mandare congratulazioni e offerte; tutto può, giacchè nulla lo rattiene, neppur la compassione.
Stupì il mondo al vederlo rialzarsi (aprile) di tratto contro tutt’Europa (1813), e rinnovando i prodigi della Convenzione, comparire in Germania, ripigliare l’offensiva con coscritti, e spiegare la sua grande strategia. Avesse avuto a combattere solo contro eserciti, vinceva ancora, benchè l’Austria avesse ritorte contro di lui (15 agosto) le duecento mila bajonette che aveagli date in sussidio, avrebbe egli ancora potuto conservare la barriera al Reno che la Rivoluzione aveva conquistata; a Lützen (maggio), a Wurtchen, a Bautzen la vittoria gli sorride di nuovo; ma dietro agli eserciti rugge la voce de’ popoli germanici, che ebbero anche quel che mancò agl’Italiani, poeti nazionali in Körner, Arndt, Schenkendorf, e la libertà esultò sotto i vessilli dei re, in quella che gli stranieri intitolarono battaglia delle nazioni. Napoleone, vinto a Lipsia (16-18 8bre), ridomanda sangue per supplire al secondo esercito distrutto; intima l’insurrezione generale; prefetti e podestà armino chiunque appena lo può; il minimo ostacolo abbiasi per fellonia: ma allora apparve che neppure in guerra la forza è tutto. Finchè aveva significato difesa dell’indipendenza e grandezza nazionale, la Francia erasi rassegnata all’interminabile guerra e vinse: quando la vide a mutare in conquista, cioè immolamento delle nazioni all’ambizione d’un solo, più non secondò il genio, e proruppe in desiderio accesissimo di venire a un fine. Napoleone perdea la sua legittimità perdendo la sua fortuna; sconnetteasi quell’edifizio, tenuto solo dalla vittoria; i re, i duchi improvvisati ch’egli avea sparpagliato sui troni, antipatici ai popoli, deboli come dipendenti, devoti solo per necessità, rubano e fuggono; Illiria e Tirolo si scuotono; Italia freme d’indipendenza; Murat da Napoli, Elisa da Firenze patteggiano coi nemici; ultima la Svizzera si unisce agli alleati.
Anche al regno italico sempre nuovo sangue e oro domandava Napoleone, senza mostrarne quel conto che avrebbe convertito in adoratori coloro che erangli servi. Eugenio, appena uscito di Russia, spietatamente scriveva al ministro della guerra, dei ventisettemila combattenti solo ducentotre rimanergliene (così credeva); si facesse coscrizione per surrogare i morti; nè una parola di lode lasciava cadere su questi; nè una ragione o un pretesto adduceva per indurre a nuovi sagrifizj un regno che pur doveva figurare come indipendente[134]. Poi da Napoleone fu spedito a Milano perchè tutto riducesse ad armi, allestisse ottantamila uomini sì del regno, sì de’ dipartimenti italiani aggregati alla Francia, traesse armi dagli arsenali. Eugenio emette cedole; chiede prestiti, pone in moto le guardie della città e della polizia; ma non giunge a compiere neppure i quadri di 50,000 soldati, tra francesi e italiani, mal in arnese e in armi, e troppo giovani e inesercitati; mentre si vantava come un esercito fortissimo, e vi si faceano figurare ancora i reggimenti distrutti in Russia sotto il comando di Grenier, Verdier e Pino, li pose nell’Illiria e nel Friuli per tenere in rispetto l’Austria che s’era rinforzata sulla Sava, e per impedire i due valichi di Lubiana e della Ponteba. Da Gradisca l’11 ottobre 1813, mostrato come ci venissero a minacciare gli antichi padroni, proclamava: «Italia! Italia! questo sacro nome che in antico creò tanti prodigi, sia oggi il nostro grido di convegno: a questo nome i giovani si levino, accorrano in folla a formare alla patria un secondo baluardo, innanzi al quale il nemico non oserà presentarsi. È invincibile il prode che combatte pei focolari, per la famiglia sua, per la gloria e l’indipendenza del suo paese. Sia il nemico costretto allontanarsi, e noi possiamo dire, confidenti al nostro sovrano: Sire, siamo degni di ricevere da voi una patria: abbiamo saputo difenderla».
Il 21 agosto erano cominciate le ostilità, ove molte vite preziose furono scialacquate con avvicendati successi: ma dopo l’infelice esito delle grandi battaglie, visto che l’Italia poteva essere minacciata verso il Tirolo, Eugenio si ridusse dall’Isonzo alla Piave, poi all’Adige; si fortificò in Verona, d’onde sortito, tanto per imitare la paterna prodigalità di sangue, sorprese il nemico (1813 15 9bre) a Caldiero, e lo respinse sull’Alpone; ma non potè seguitare la vittoria per tema che i Tedeschi scendendo dal Tirolo, non sollevassero le popolazioni. Tutta la speranza consisteva nell’esercito. Verdier e Palombini custodivano Peschiera e il ponte di Mozambano; Grenier e Zucchi Mantova con Eugenio[135], la guardia reale e la divisione Rougier; Quesnel il ponte di Goito; Freyssinet, Borghetto e Volta mantovana; la cavalleria di Mermet volteggiava tra Cereto e Guidizzolo. Ma il nemico s’avanza; Mayer blocca Mantova; Sommariva, Peschiera; Bellegarde con settantamila Austriaci entrato in Verona, e stabiliti gli avamposti a Pozzuolo, solo per riguardi politici non invade la Lombardia, e corre a Bologna ad affiatarsi con Murat. Eugenio, desideroso d’acquistare con fatti guerreschi l’affezione dei soldati, rinnovò sperimenti d’arme a Roverbella, a Borghetto, a Guastalla, a Parma, massime dopochè gli si furono aggiunti i veterani, reduci di Spagna: ma si sentì costretto a ricoverare dietro al Mincio[136].
Nugent avea messo il blocco a Venezia, comandata da Seras con undicimila soldati; i censessantamila abitanti non prendeano parte alla difesa, e cercavano distrarsi e divertirsi, indifferenti all’esito[137]; in carnevale si vollero e teatri e maschere; e quando Seras vietò di uscire dopo mezzanotte senza lume, folleggiarono uomini e donne girando con fiaccole e lampioni a forme e colori variati; con uva passa faceasi un tristo vinetto; l’acqua scarseggiava; pagossi fin sei lire una libbra di carne, trenta un cappone, cinquanta un tacchino, e quarantaquattromila poveri erano mantenuti dal pubblico; poi tra i militari scoppiò il tifo, che si comunicò ai borghesi, mal arrivati se tardava la liberazione.
Il blocco continentale e la guerra incessante aveano scosso gl’interessi privati: nel 1813 molti grossi fallimenti avvennero non solo a Venezia, ma a Milano, singolarmente quel della casa Bignami; locchè sminuì la confidenza, e fe serrare le borse, togliendo così molti spedienti al tesoro. I patimenti faceano le popolazioni più ardite a manifestare la noja della dominazione straniera; quell’obbedire forzato cessava col cessar della forza; i magazzini erano vuoti d’arme e di vestiti; l’imposta si incassava difficilmente; i soldati delle provincie occupate disertavano; nelle intatte, i coscritti rifuggivano ai monti in grosse squadriglie vivendo di ruba e le città formicolavano di accattoni, che a titolo di poveri coscritti, voleano denari per amore o per forza; fin Milano, così vantaggiata dall’essere capitale, soffocava l’entusiasmo stipendiato sotto all’universale scoraggiamento, e rinvalidava l’indestruttibile desiderio dell’unità e dell’indipendenza. Della prima ci lusingò Napoleone col nome di regno d’Italia, poi ben presto aggregò tanta parte della penisola all’impero francese, sancì la separazione del Napoletano, nè tampoco tentò ridurre la penisola a tre Stati soli, i due regni e il patrimonio pontifizio, confederati fra loro, senz’interesse d’offendere altri, e dalle altrui offese garantiti per la gelosia d’Austria e Francia.
Disperati d’ottenere da lui quest’unità dopo che il sentimento se n’era avvivato nella comunanza dei campi e dei pericoli, e nell’aggregazione a Governi o a vessilli stranieri, prepararono con società secrete, siccome quella dei Raggi a Bologna e de’ Carbonari nelle Calabrie; e parve porgervi buon destro il sinistrare di Napoleone. Al quale il ministro di polizia Fouchè da Roma scriveva il novembre 1813: — Qui, come in tutt’Italia, la parola d’indipendenza ha una virtù magica; sotto la sua bandiera militano certi interessi diversi, ma tutti vogliono un Governo locale; ciascuno si duole d’essere obbligato andare a Parigi per riclami della minima importanza. Un Governo così distante non presenta che pesi senza compenso. Coscrizione, imposte, vessazioni, privazioni, sacrifizj (dicono i Romani) ecco quel che conosciamo del Governo francese; nessun commercio nè interno, nè esterno; i nostri prodotti mancano d’esito, e il poco che vien di fuori costa un occhio».
Ed Eugenio a Napoleone da Verona (25 gennajo 1814): — Io non nascondo a V. M. che in Italia molti uffiziali, e più ancora la truppa si lasciano sedurre dall’allettativa che il nemico adopera, l’indipendenza d’Italia. M’è forza dire che, dacchè l’esercito di V. M. l’avrà abbandonata, l’Italia sarà perduta per assai lungo tempo».
Qual sarebbe il principe o l’uomo che alzerebbe la bandiera dell’italiana indipendenza? Si tentò in prima Eugenio; ed egli, esitando fra l’ambizione e il tradimento, non mostrò quella risolutezza che decida dei gran casi. Da Spreziano, ai 29 ottobre 1813, dirigeva a Napoleone un ragguaglio dello spirito pubblico: — Devo rendere giustizia agl’Italiani, che in generale non diedero accesso alle insinuazioni degli emissarj dell’Austria. Non la dominazione austriaca ribramano essi, non repugnano al Governo di V. M., ma una specie d’apatia, di non me n’importa, di abbandono irreflessivo gli ha presi: ognuno si chiude in un egoismo, di cui non vede il pericolo. Quelli che, posti a capo della società dalla fortuna e dagl’impieghi, dovrebbero dar l’esempio, non ne danno alcuno... Fa dolore che la sola attività rimasta agli spiriti sembri oggi esercitarsi in giudizj erronei sul presente, e vane congetture sull’avvenire. Ben più ho a dolermi, o sire, quando sento mescolare il mio nome a progetti, a combinazioni, a speranze del pari assurde e ripugnanti al mio cuore.... Lo dirò colla forza che mi dà l’indignazione; non per me mi sgomento, giacchè V. M. conosce il mio attaccamento e il mio onore: ma come non gemerei vedendo un tal pretesto dar ardire ai mali intenzionati, e accrescere l’inquietudine dei buoni, che fra tante funeste oscillazioni ben presto non sapranno su qual base appoggiar la loro debolezza».
Più opportuno agli speranti parve Murat; egli buon soldato, egli con un esercito alla francese, eppure dal francese staccato. Già reluttando alla aspreggiante supremazia di Napoleone, avea tardato a pagargli il milione annuo che quegli erasi riservato, e il frutto di quattro grandi feudi della Romagna, tenendosi offeso del veder questa data in titolo al principe ereditario. Passando per Milano e per Bologna non avea dissimulato che voleva ormai badare alla felicità de’ suoi popoli e alla sua indipendenza, e che aprirebbe i porti agl’Inglesi. Dei favori compartiti a Beauharnais prendeva gelosia; e gliela fomentava Napoleone sì in lettere private, sì nel suo giornale, facendo vilipendere l’uno, l’altro esaltare. Murat per dispetto decretò che soli Napoletani entrassero negl’impieghi civili e militari, e rimbrottato severamente, rispondeva: — Mille volte ribramo i tempi quando, semplice uffiziale, avevo de’ superiori, non un padrone. Fatto re, tiranneggiato da voi, dominato in famiglia, ho sentito bisogno d’indipendenza, massime che voi m’immolate a Beauharnais, più gradito perchè mutamente servile, e perchè gajamente annunziò al senato di Francia il ripudio di sua madre. Non posso al popolo mio negare col commercio qualche ristoro ai gravissimi danni della guerra marittima». Solo la moglie, correndo da Napoli a Parigi, aveva potuto impedire una rottura tra il fratello e il marito, il quale cominciò a dare ascolto a quelli che lo istigavano divenire spada dell’italica indipendenza. Quando poi ai geli settentrionali si fu avvizzita quella gloria ch’era sbocciata ai nostri Soli, i liberali se gli fecero attorno con maggior istanza: essere opportuna l’ora, vuota d’eserciti l’Italia, indecise le sue sorti; i popoli disgustati degli antichi e del nuovo dominio; gli alleati, intesi a dar libertà al mondo, non si brigherebbero dell’Italia, purchè la vedessero pronunziarsi contro Napoleone; gli antichi ostacoli a riunirla essere omai scomparsi quando le provincie aggregate alla Francia se ne staccavano per forza delle cose, e tutt’il resto fremeva di spirito nazionale; sorgesse dunque, levasse il grido a cui tutti risponderebbero; co’ suoi quarantamila uomini salisse incontrastato fino al Po, ivi si congiungesse coll’esercito d’Italia, formandone uno superiore a quello di cui potessero disporre Austria e Francia[138].
Murat non osò fidare nei popoli, e tenne pratiche con Bentinck, generalissimo delle armi inglesi in Sicilia; ma poichè questo esigeva ch’e’ cedesse il regno e accettasse compensi, egli si volse ancora verso Napoleone, e andò a combattere per lui in Germania, il suo scettro affidando alla moglie, disposta a immolarlo al fratello.
Al precipitare degli avvenimenti, re Ferdinando cercò ripigliare il governo della Sicilia; ma Bentinck, il quale vi operava da padrone, lo fece circondare di truppe, e separò da lui Carolina ispiratrice sua, la quale dovè recarsi a Vienna. Il vicario convocò il Parlamento siciliano, che eletto sotto gl’influssi forestieri sempre corruttori, molto discusse, poco conchiuse, e rivelò le insane gelosie dei Pari coi Comuni, le ire dei democratici contro i costituzionali. Da una cronaca che stampavano si dissero Cronici questi ultimi, e Anticronici i realisti puri; fazioni che si palleggiavano libelli e ingiurie, e nulla traevano a riva; sicchè il vicario sciolse il Parlamento, e Bentinck conservò la tranquillità colla forza.
I Carbonari napoletani spasimavano d’una costituzione: ma Murat napoleonescamente ne abborriva; sicchè i Carbonari, vedendo che, per interposto inglese, l’aveano ottenuta i Siciliani, legarono intelligenza con questi e col Bentinck, il quale assicurava l’avrebbero se fossero ripristinati i Borboni. N’ebbe sentore Murat, e proscrisse i Carbonari, raddoppiò di vigilanza, spedì in Calabria il formidabile generale Manhés, che usò violenze come ancora si trattasse di masnadieri: per basso tradimento ebbe preso e ucciso Campobianco, fattosi capo d’una repubblica a Cosenza. Così, mentre perdeva il prestigio della vittoria, perdeva anche l’opinione di bontà.
Gioachino combatteva ancora alla testa degl’imperiali quando diede ascolto agli alleati che gridavano, — A chi vuol tradire Napoleone noi assicureremo i possessi», e che conobbero come egli potrebbe fare utilissima diversione alla Francia. Quando, dopo la rotta di Lipsia, egli fu tornato nel suo regno, il ministero inglese ordinò a Bentinck di sospendere le ostilità «contro la persona che occupava il trono di Napoli»; e per quanto paresse ignobile il patteggiare con uno che volevasi guardare soltanto come un capobande, Inghilterra ed Austria se gli allearono (1814 gennajo), promettendo egli portar contro Francia trentamila uomini, e non fare accordi se non insieme con loro: esse di rimpatto lo conserverebbero re del napoletano, accresciuto con brani dello Stato romano per quattrocentomila abitanti. Subito riapresi il commercio, e rifluisce il denaro nel Reame: ma gli Inglesi pretendeano per garanzia Ischia, Procida, Capri e tutta la marina napoletana, e tenere venticinquemila uomini a combattere co’ suoi. Queste precauzioni doveano aprire gli occhi a Murat; e Fouché, spedito per tenerlo ben edificato, gli ripetea, — Voi fatto re da Napoleone, non resterete re senza di lui; dietro di voi guardate la famiglia borbonica, che da niun altro che da Napoleone può essere frenata». Gioachino or da una parte pendeva, ora dall’altra, come gli uomini non fatti alle grandi risoluzioni; alfine mosse l’esercito, dando al generale Pignatelli Strongoli speciale incarico di disporre gli uffiziali e i patrioti a sostenere l’indipendenza italiana. Se, deliberato a salvare il suo creatore, si fosse unito ad Eugenio sull’Adige, poteva ricacciare gli Austriaci nell’Illiria, spingersi sul Reno alle spalle dei nemici di Francia, e difilare sopra Vienna; ma essendosi fermato coll’Austria, costrinse Eugenio non solo dall’Adige a ritirarsi sul Mincio, ma a mettere truppe sulla destra del Po per custodire Parma e il passaggio del fiume a Piacenza. L’esercito napoletano occupò Ancona, Roma, Firenze, Lucca quasi senza ferir colpo, giacchè i Francesi si raccoglievano nelle fortezze: e la Toscana, dispettando il suo Napoleonide, acclamava Francesco I e Ferdinando; nelle Romagne alzavasi la bandiera italiana.
Gioachino, tolta forza all’antico, non osava piantare un governo nuovo; pure da Bologna proclamava: — Fin quando credei Napoleone combattesse per la pace e felicità della Francia, feci della sua voglia la mia: vistolo in perpetua guerra, per amore de’ miei popoli me ne separo. Due bandiere sventolano in Europa: su l’una è scritto religione, morale, giustizia, moderazione, legge, pace, felicità; su l’altra persecuzione, artifizj, violenza, tirannia, lagrime, costernazione in tutte le famiglie. Scegliete». Ancor più francamente il suo generale Carascosa da Modena arringava gli abitanti dell’alta Italia: — Dopo secoli di divisione, di debolezza e d’occulte virtù, spunta per noi il desiderato giorno in cui, combattendo per gli stessi interessi, difendendo la stessa patria, non abbiamo che ad unirci intorno al magnanimo re, al primo capitano del secolo, per essere sicuri d’arrivare di vittoria in vittoria al placido e tranquillo possesso dell’unità e dell’indipendenza. Italiani! confondetevi nelle nostre file, abbandonate quelle de’ vostri oppressori, e non date all’Europa lo spettacolo lagrimevole d’Italiani del mezzogiorno combattenti con quelli d’oltre il Po, nel momento in cui un magnanimo li chiama ugualmente all’onore, alla gloria, alla felicità».
Quest’italianità fece mal suono a Bellegarde, comandante degli Austriaci in Italia, e intonò un proclama (5 febb.) nella chiave d’allora, ma di conclusione differente: — Italiani, di tutte le nazioni che l’ambizione di Napoleone curvò sotto il suo giogo, voi siete l’ultima per cui sonò l’ora della redenzione: vedete in noi i vostri liberatori; noi veniamo a proteggere i vostri legittimi diritti, e ristabilire ciò che la forza e la superbia abbatterono; vi chiamiamo alla difesa comune. Italia, come le altre nazioni, faccia prova di forza e di coraggio. È tempo che le Alpi s’inorgoglino di nuovo delle loro cime inaccessibili, e formino una barriera insormontabile: è tempo che quelle strade aperte per introdurre nel vostro paese la schiavitù, siano distrutte, nè più si vedano Brenni in Campidoglio». Ma seguendo, affrettavasi di ricordare le antiche e future divisioni; i Piemontesi, dalla natura e dal coraggio destinati primo schermo alla bella Italia, accorressero alla bandiera del loro re; i Toscani rivedrebbero ben tosto l’amato loro principe, e con lui le lettere, le arti, la felicità; ricomparirebbe l’antica Casa d’Este; la prima città del mondo cesserebbe di essere la seconda d’un impero straniero; volere i sovrani alleati voler ricostruire l’antico edifizio sociale sulle basi che aveano portato tanta felicità.
Gl’Italiani, abboccavano l’adulazione, non faceano riflesso al fondo; Gioachino sì: onde cresceangli le titubanze, manteneva carteggio con Eugenio, modificava le operazioni degli Austriaci, sbigottivasi di qualche avvisaglia ben succeduta a Napoleone in Francia, e del vedere gli alleati non volere far pubblico il trattato con lui conchiuso, anzi gl’Inglesi dalla Sicilia inviare una spedizione in Toscana senza dargliene contezza.
Napoleone vedea tutto e se n’arrovellava, ma non potea più nè impunemente insultarlo nè punirlo. E a Murat si erano rannodati quei che nel regno d’Italia covavano rancori contro Eugenio, pretessendo l’indipendenza e l’unità italiana; e principali Giacomo Luvini capo della polizia, e i generali Giuseppe Lechi e Pino, il quale, avverso a Montanelli ministro della guerra, e per sospetti tolto dal governo di Bologna, ritiratosi a viver privato in Milano aspettava gli avvenimenti. Ma nè costoro, godeano opinione nel popolo, nè la godea Murat, sì pel carattere personale, sì perchè francese.
Intanto il generale austriaco Nugent, più non avendo a combattere Francesi in Istria, da Trieste venne a Ferrara per assalire Venezia, e dal Po si stendea sino a Faenza, trescando nelle Legazioni, e da Ravenna intonava agl’Italiani: — Abbastanza soffriste un giogo insopportabile. È del vostro interesse il farvi strada colle armi al risorgimento, e vi sarete protetti ed assistiti. Fatti indipendenti, in breve sarà invidiabile la sorte vostra, ed ammirata la vostra situazione». L’Inghilterra che avea sorpreso Lucca, ordina a Bentinck d’avvicinarsi al Genovesato, e incoraggiare i movimenti che vi prevedeva: ed egli, sbarcato con quindicimila uomini a Livorno, difila per la Riviera drappellando sugli stendardi libertà e indipendenza italiana[139]. Insomma Tedeschi e Inglesi, Murat e Beauharnais promettono le cose più diverse e le meno attendibili agl’Italiani, che in quella sospensione affannosa non sapevano a chi credere, nè credeano abbastanza in se stessi; onde abbandonandosi alla decisione dell’armi, perdettero quel preziosissimo momento. Fin allora non si era pensato che a ridurre la Francia entro i confini del Reno; ma i re, di colpo rifatti dalle perdite d’un decennio, ripigliano l’ambizione di nuovi acquisti: Pozzodiborgo, uno dei tanti Côrsi che portavano a stipendio altrui o il valore o il talento, e che serviva alla Russia con un odio da compatrioto contro Napoleone, persuadendo a marciare sopra Parigi «decise delle sorti del mondo», e potè vantarsi, — Non son io che l’uccisi, ma gli gettai l’ultima palata di terra». Alessandro smaniava d’entrare a Parigi a capo della sua guardia imperiale, «giusta retribuzione delle calamità inflitte a Mosca, Vienna, Madrid, Berlino, Lisbona dal desolatore d’Europa», e farvi mostra di clemenza, a contrasto colla desolazione della sua città santa.
Or dove sono i tanti acquisti che avea fatti la Rivoluzione? dove quella magnifica Francia? dove quell’esercito che essa avea commesso a Napoleone affinchè assicurasse la pace? Tutto egli ha consumato, e due milioni censettantremila coscritti; e in diciotto mesi indietreggiò di settecento leghe. Ciò solo si ricorda, e il pensiero represso, il commercio estinto, la libertà conculcata, la Francia affidatagli nel colmo della prosperità, ed ora calpesta dai cavalli ungheresi e cosacchi, e l’onda della Senna bevuta dai Baskiri. Pure Napoleone si terrà per vinto finchè la bandiera tricolore a Venezia, Genova, Mantova, Alessandria? Osi uno dei suoi gran colpi; passi le Alpi con cencinquantamila uomini e rinnovi il duello sui campi che gli hanno dato la prima gloria, e che se non altro gli assicureranno condizioni onorevoli.
In fatti è a capo d’un rinnovato esercito, ma sentesi abbandonato dai popoli. Risoluto all’estremo, ordina ad Eugenio che getti guarnigioni in Mantova, Alessandria, Genova, pel Cenisio raggiunga Augereau in Savoja, a Lione si metta capo delle truppe, assalga Bubna, salvi la Francia. Meglio per lui se obbediva! ma anche senza supporlo preso alle blandizie degli Alleati[140], il buon esito d’alcune avvisaglie diede ad Eugenio speranza di poter ancora sostenersi in un regno che gli era promesso o lusingato.
Anche l’esercito napoletano avea preteso vincere le dubbiezze di Murat col deliberare sui modi della guerra; e diciassette generali, fra cui Colletta e i due Pepe sottoscrissero un indirizzo per ottenerla; i Carbonari già tengono Calabria e Abruzzo, e proclamano la costituzione, onde il re è costretto prometterla; intanto introduce riforme, allevia i dazj, abolisce la coscrizione. Sbigottito poi da alcune vittorie francesi, rinnova proposte ad Eugenio di spartirsi l’Italia e offrire la loro alleanza a Napoleone; ed Eugenio lo tiene a bada affinchè resti inattivo, lascia che dal regno italico riceva e viveri e soldi, poi ne rivela le ambagi agli Alleati; ond’egli, per cancellare il sospetto, opera più sbrigato ed efficace, chiarisce guerra alla Francia, ma dopo udita la catastrofe di Napoleone. Perocchè il senato raccoltosi a Parigi, decreta decaduti Napoleone e la sua famiglia; e gli alleati pronunziano non tratteranno più con questo, ed entrano in Parigi fra gli applausi 2 aprile; mentre a Napoleone si va a cercar l’abdicazione in quel palazzo di Fontainebleau, ove testè egli teneva prigioniero Pio VII. Ed egli «pel bene della Francia e la pace del mondo» abdica (11 aprile), riservandosi la sovranità dell’isola d’Elba e due milioni di rendita per sè; per Maria Luigia il ducato di Parma e Piacenza; ad Eugenio uno stabilimento fuori di Francia; dei popoli neppur parola; e l’ultimo suo saluto non è alla nazione, bensì all’esercito.
Ridotto, come scriveano gli Alleati, «a quella degradazione che sì bene avea meritata, abbandonato da tutti i suoi, non potendo ispirar più che la pietà dovuta dai cristiani agl’infelici», ritirandosi verso l’isola d’Elba fu costretto stravestirsi per isfuggire all’indignazione del popolo. E si sarà lamentato di quell’ingratitudine che a piene mani avea seminata.
Allora Eugenio a Schiarino Rizzino presso Mantova (16 aprile) patteggiò un armistizio con Bellegarde, sicchè venticinquemila Francesi con quaranta bocche d’artiglieria comandati da Grenier ritornassero in Francia; le truppe italiane conserverebbero la linea del Mincio e del Po, finchè del regno fosse deciso; Venezia, Palmanova, Osopo, Legnago si consegnassero agli Austriaci. Eugenio, congedando quelle truppe francesi parlò da re: dover rimanersi in mezzo ad un popolo generoso, buono, fedele, che gli affidava una felicità la quale era stata e sarebbe lo scopo di tutta la sua vita; volendo così illudere gli Alleati col farsi credere voluto dal popolo, illudere il popolo col parere predestinato dagli Alleati.
Per verità, appoggiato dal re di Baviera suo suocero e dall’imperatrice Giuseppina sua madre, avea molti fondamenti di speranze, e brogliava per ottenere indirizzi dai reggimenti italiani, e perchè il senato italico lo cercasse re. Questa idea sorrideva a molti, perchè la sospirata indipendenza si otterrebbe con solo mutar il capo, senza quei cambiamenti che tornano sempre di noja, di spesa, di titubanza. Ma troppe avversioni aveva eccitate Napoleone, troppe Eugenio stesso colle maniere soldatesche, col conculcare le piccole ambizioni e i sentimenti, colle indiscrete galanterie, col condiscendere a indegni favoriti. Fin nell’esercito, unica rappresentanza della nazione, unico fondamento ragionevole delle speranze, Eugenio era contrariato da molti uffiziali, fra’ quali e fra i cospiratori otteneva preferenza Murat, miglior soldato, già re, ed alleato coi vincitori. Nobili, preti, e il grosso della popolazione propendeano per l’Austria, rimpiangendola, come sempre si suole i governi caduti; sicchè anche allora ai partiti mancava quel senso supremo d’intelletto politico, il saper sottomettere gl’interessi, le idee, le passioni particolari alle comuni, non badare a ciò che ciascuno preferirebbe, ma a ciò che vogliono tutti; anzi l’uno tacciava l’altro di vile, di traditore, di venduto allo straniero. Ben è degno di riflessione, che, in uno stato di cose qual tuttodì ci viene citato con ammirazione, nessuno si trovò a sostenerlo; e quelle migliaja d’impiegati senza convinzioni, plaudenti finchè trattavasi di ciancie e di feste, s’acquetavano nella persuasione che anche sotto nuovi padroni sarebbero cancellieri, secretarj, consiglieri.
Tra i discordi prevalgono gl’intriganti. Il senato, corpo senza volontà nè virtù, in secreto deliberò di deputare Guicciardi e Castiglioni agli Alleati cercando l’indipendenza. Uscì sentore dell’adunanza, se ne ignorava la decisione, e temendo si fosse cercato re Eugenio, si fa correre un epigramma — Re no chi vicerè Italia spogliò e disprezzò»; e un epigramma a Milano può sempre moltissimo; si grida, si protesta; una petizione firmata da Confalonieri, Luigi Porro, Ciani, Verri, Bossi, Trivulzio e cencinquant’altri domanda l’indipendenza come Spagna e Germania. Nuovo perditempo quando l’importanza consisteva nel pronto e uniforme risolvere; intanto la bordaglia, che sente rotte le catene ed è istigata da’ suoi adulatori, infuria sotto al palazzo del senato, ed esige che richiami la deputazione e convochi i collegi elettorali, rappresentanza nazionale; applaudisce e insulta ai senatori man mano che arrivano; v’entra anche, e dopo rotte le effigie napoleoniche e i segni dell’antico potere, corre alla casa del Prina ministro delle finanze, e coltolo lo trascina brutalmente per le strade fin a morte (20 aprile). La guardia civica messa in piedi salvò la città dai soliti eccessi d’una plebe, cui eransi lasciati gustare il sangue e il saccheggio.
Così fu disonorevole quell’assassinio, così sciagurate le conseguenze, che ciascun partito volle riversarlo sopra l’avverso; consueto refrigerio delle colpe irreparabili. Villa, prefetto della polizia, che iniziò processi contro i tumultuanti, fu congedato. Possibile che Luvini, ministro di polizia ignorasse la trama? diceano non volle prevenirla perchè muratiano, come non volle reprimerla Pino che messo a capo delle milizie, blandiva la plebe, e ne accettava gli evviva sin come re. Confalonieri ed altri redenti poi dal martirio, certamente comparvero tra le prime file, e poterono scusarsi non iscolparsi. Altri vollero al solito vedervi l’oro austriaco, e anche oggi si asserisce che un conte Ghislieri avesse celatamente coi partigiani dell’Austria spinto a quell’assassinio.
Napoleone andandosene di Francia aveva detto: — Addio terra de’ prodi; qualche traditor di meno, e saresti ancora la regina delle nazioni»; spiegazione vulgare, e fu la stessa che la plebe diede allo sfasciamento del regno d’Italia; ma certo i partigiani nocquero quanto i traditori. Quell’amministrazione ardita, prodigiosa, sprezzatrice d’ogni ostacolo, non avea fondato alcuna istituzione che da se stessa si reggesse, nulla che potesse sopravvivere alla volontà creatrice; era una meccanica dotta, sotto cui si cancellavano la ragione, la sorte dei popoli, la dignità umana, sempre svilita dal giogo straniero. Come un decreto l’avea costituito, così un decreto sciolse il senato; convocati i collegi elettorali, s’istituì una reggenza provvisoria, la quale rabbonacciò promettendo «dimandare quel ch’è il primo bene e la principale sorgente della felicità d’uno Stato»; vale a dire si abbattè il sicuro e regolato per avventurarsi in cieche eventualità, e fare che nè amici nè nemici potessero e dovessero tener conto di un regno che da dieci anni sussisteva. Entrata la consueta febbre degl’indirizzi, tre deputazioni si misero in corso, una dal senato, una dall’esercito, una dai collegi elettorali; moltiplicità che convincea gli Alleati come non avrebbero a lottare con una volontà nazionale risoluta; sicchè col pretesto di reprimere il tumulto, essi passano il Mincio ch’era il confine stipulato, ed occupano Milano. Allora il bel modo, le gazzette, i libelli a sputacchiare caduti quelli che dianzi aveano incensati; chiamar malefico, orco, senacheribbo, anche codardo colui, del quale fin allora aveano leccato la spada insanguinata; tacciare i ministri d’aver rubato, massimamente Prina e Fontanelli; mentre l’unica loro colpa era l’essersi creduti ministri del re, anzichè del regno; e Luigi Giovio, gran napoleonista, aprendo i collegi elettorali dicea: — Possano le Alpi, le une sopra le altre ammassate, separarci per sempre da quella nazione, che sempre portò l’infortunio e la desolazione nella patria nostra».
La reggenza provvisoria cercò popolarità coll’abrogare le istituzioni che più offendevano; rimandò a casa i nuovi coscritti, chiese dalle Potenze i prigionieri di guerra; abolì il blocco continentale, il registro, le corti speciali, le caccie riservate; attenuò i dazj e le regalìe; e soldati che rimpatriavano vivi, coscritti refrattarj che uscivano dai boschi, prigionieri di Stato o per contravvenzione finanziaria che rientravano nella società, pareano preludj d’un secol d’oro; si gavazzavano i soliti carnevali sulle ruine, anzichè pensare alla ricostruzione. Quella reggenza non avea fatta la rivoluzione nè la intese; ed insufficiente ad ore piene di tanto dubbio avvenire, credette suo unico uffizio il trasmettere il paese senza trambusti da un padrone all’altro[141]; ai deputati dell’esercito di Mantova, venuti ad offrirsi alla patria, il generale Pino rispondeva: — Fate torto alle alte Potenze col dubitare non vogliano l’indipendenza italiana; bisogna fidarsi interamente alla loro probità». Sempre gli stessi inganni, le stesse lusinghe, fin le parole stesse!
Beauharnais, vedendo perduta la sua partita fra il popolo e sperando ancora dai re, per dispetto rende a Bellegarde Mantova 1814 23 aprile e l’esercito che non era suo ma dell’Italia; e con molte ricchezze traversato il paese non senza pericolo, massime nel Tirolo indignato della perfida fucilazione di Hoffer, passa a Parigi a trescar anch’egli sul tavoliere dove si biscazzavano le sorti del mondo e le nostre.
Quando nel 1805 si ordì la terza coalizione fra i nemici di Francia, nelle combinazioni preparate dalla Russia pel caso di vittoria era che si costituisse pei reali di Savoja un regno subalpino, composto del Piemonte, con Genova, la Lombardia ed il Veneto; Savoja colla Valtellina e co’ Grigioni formerebbe un cantone svizzero; una federazione di cui il papa sarebbe grancancelliere, unirebbe il regno col pontefice, colle Due Sicilie, col regno d’Etruria e coi piccoli Stati di Lucca, Ragusi, Malta, isole Jonie, alternandone l’egemonia fra i re del Piemonte e delle Due Sicilie. Questi concetti poteano effettuarsi adesso, quando in nome della nazionalità e delle istituzioni liberali si erano mossi gli Alleati; ed Alessandro, graziosa personificazione del regio liberalismo, inclinava a metter Eugenio a capo d’un regno indipendente; gli ambasciatori esteri fomentavano le aspirazioni nazionali nei nostri, e ai deputati della reggenza provvisoria[142] quel d’Inghilterra diceva: — Vuolsi avere idee e sentimenti liberi; manifestateli, e la grande mia nazione vi proteggerà». Ma allorchè essi inviati presentaronsi a Francesco I d’Austria, questo rispose: — Lor signori sapranno che la Lombardia m’era già assicurata nel trattato di Chatillon; non v’è dunque a disputare d’indipendenza italica nè di costituzione; Milano dovrà decadere, cessando d’esser capitale; mia cura sarà che decada lentamente: del resto so non convenire all’Italia le leggi austriache; chiamerò a Vienna gl’Italiani più illuminati d’ogni classe per formolare l’ordinamento del paese». Era un accertare che non poteasi più sperare se non nella clemenza d’un vincitore; ch’era sfuggita un’altra di quelle occasioni, che, non così rare come cianciano i poltroni, Iddio manda a questa bella parte d’Italia, e ch’essa scialacqua.
Napoleone, al primo tornare di Russia, era corso a Fontainebleau, e a Pio VII, vecchio, infermo, non cinto che da cardinali ligi all’imperatore, timoroso per la Chiesa quant’era intrepido per se medesimo, strappò la firma d’un concordato, in cui rinunziava al dominio temporale, e se tardasse sei mesi l’istituzione ai vescovi nominati, autorizzava a darla il metropolita o il vescovo anziano. Napoleone ne esultò come d’un trionfo, e aperse le carceri ai cardinali. Ma il rinunziare all’istituzione de’ vescovi importava ben più che il ceder Roma, poichè toglieva al pontefice il diritto di escludere i prevaricanti e servili: onde Pio VII, «pieno di pentimento e di rimorso»[143], divulgò una protesta contro quest’atto di sua debolezza. Ne infuriò Napoleone, ed espulse di nuovo o imprigionò i cardinali: ma quando si vide perduto, ordinò che Pio fosse riportato a Savona. Caduto lui, il nuovo Governo di Francia ordinava la liberazione del papa, il quale allora s’avviò a’ suoi Stati in trionfo. Murat, che li occupava militarmente, mandò insinuargli di non avventurarsi in paesi troppo lieti d’essersi sottratti alla dominazione pretina: ma egli procedette, e accolto dappertutto festosissimamente, si fermò a Cesena sua patria, ove fece accordo che il re tenesse le Marche promessegli dagli Alleati, restituisse Roma, l’Umbria, la Campagna, Pesaro, Fano, Urbino.
L’entrar di Pio in Roma fu una delle più affettuose solennità, e gli faceano corteggio i detronati reali di Spagna, di Sardegna, di Parma, cardinali intrepidi e vacillanti, e truppe austriache e napoletane. Le potenze convenivano di considerare il pontefice come non mai stato in guerra, nè quindi conchiuso il trattato di Tolentino; restituivangli i pristini Stati, neppur escludendo i disgiunti possessi di Benevento e Pontecorvo; bensì la Francia si tenne Avignone e il contado Venesino, e l’Austria il Polesine di Rovigo, e, malgrado le proteste del pontefice, il diritto di guarnigione a Ferrara e Comacchio, che privava lo Stato papale d’una linea militare e della padronanza del Po.
Quanto al Napoletano, si propose di restituirlo ai Borboni di Sicilia; ma vuolsi che Alessandro rispondesse, or che si trattava di popoli, non potersi rendere lo scettro a re carnefice; e che Carolina se ne accorasse tanto da morire improvviso. Veramente l’Austria amava restasse a Murat, nemico naturale de’ nuovi padroni della Francia, della quale era sempre gelosa; le altre potenze a vicenda desideravano in Italia chi tenesse in bilico l’Austria: ma caduto Napoleone, Murat era un’anomalia; l’Inghilterra volea mantener la parola data ai Borboni di rimetterli nel regno, e il ministro Castlereagh sottigliava a mostrare che Murat avesse fallito agli obblighi, e trattato coll’imperatore. Murat confidava nelle promesse degli Alleati, fin quando non si udì intimare di ceder le Marche al papa. Mostrò egli farlo di buona grazia e per amor della pace generale; ma vedendo a che s’avviassero, e il re siciliano chiedere intero il regno avito, egli fece armi e rannodò intrighi, diede ascolto a Paolina, a Girolamo, al cardinale Buonaparte venuti dall’Elba nel suo paese, e credendo ostinati contro di lui i Borboni ristabiliti in Francia, domanda all’Austria di dargli il passo con ottantamila uomini per combatterli; onde quelli mettono un grosso esercito nel Delfinato.
Erasi intanto raccolto a Vienna, tra feste e gajezza d’arti e gioja di piaceri, un congresso per rassettare l’Europa[144]; e coll’escluderne le piccole potenze, chiarivasi di voler rimpastarla a senno delle grandi. Quelle dunque si lamentavano, queste venivano a rissa nel dividersi le prede inaspettate; e prevedeasi una rottura.
Buonaparte sta in orecchio dall’isola d’Elba, che avea ritenuta in sovranità, e dove era giunto con Letizia e Paolina, cinquecento soldati della guardia, e marescialli e generali. I Francesi, sempre insofferenti di quel che hanno per desiderare quel che non hanno più, poco tardarono a trovare tutti i torti ai Borboni, e singolarmente i soldati che vedeansi tolti a quella febbre d’azione, a quell’anelito di gloria, di promozioni. La ostentata devozione, i revocati emblemi di nobiltà rincrudivano le dimenticate repugnanze religiose e aristocratiche; e a Napoleone, dianzi detestato, restituivansi l’aureola della gloria e la missione di liberatore. Ortensia a Parigi diffondeva l’ammirazione di lui sotto il nome di libertà; Paolina correva a suscitarne il culto fra gli Italiani, che trovandosi ancora sbranati e ridotti al nulla, ricorrono al ripiego dei fiacchi, la cospirazione, massime i soldati. Alcuni facendosi (come si usa nelle congiure) espressione del voto nazionale, si rivolgono a Napoleone rammentandogli le sue prime vittorie in Italia e le speranze di rigenerazione che questa pose in lui e che porrebbe ancora nella sua stella, la quale dall’Italia potrà illuminare di nuovo il mondo: offrivangli perciò il braccio, purchè egli non pensasse a conquiste e accettasse una costituzione, che rendesse l’Italia una e indipendente; Napoleone imperatore de’ Romani e re d’Italia, inviolabile, residente a Roma, con venti milioni di lista civile, dividerà il potere legislativo con un Senato e con una Camera di rappresentanti triennali, radunati alternamente a Roma, Milano, Napoli, eletti secondo il censo ed incompatibili con impieghi amovibili; liberi i culti e la stampa; proibita ogni ampliazione di territorio o l’intervenire negli affari degli altri popoli; responsali i ministri, inamovibili i giudici; guardia nazionale, giurati, nobiltà nuova e senza privilegi; pubblicità delle Camere e de’ tribunali.
Napoleone non esitò ad accettare; ma d’altra parte Murat, divenuto ingordo di tutta l’Italia da che si vedeva disputato fin il brano rimastogli, accoglieva (1815) quanti veterani ricusavano servire ai principi rimessi, spediva il Maghella suo ministro di polizia a chiedere e promettere appoggio ai Carbonari, che molto diffusi a Milano, a Bologna, ad Alessandria, nella terraferma veneta, si diedero mano coi vecchi soldati del regno italico, fidenti nelle vittorie come chi le sconfitte attribuisce soltanto a tradimenti. Il papa si accorgeva di trovarsi fra due nemici l’uno più scoperto, l’altro più pericoloso; ma in confidenza facea voti per l’Italia, professando di temere Murat, ma non amare gli Austriaci. A Francia, Russia, Prussia, non dispiaceva che l’Austria venisse inquietata nel possesso dell’Italia che ormai artigliava; l’Austria invece e i Borboni di Sicilia speravano trarne pretesto a spossessare Murat. Probabilmente è una delle troppo solite dicerie, che Talleyrand, mutatosi in ministro dei Borboni, e che voleali rimessi anche a Napoli, mettesse nella congiura un suo fidato, dal quale saputa ogni particolarità, la rivelasse all’Austria. Il fatto che Fontanelli, destinato attor primo della mossa, esitò; così il Lechi; e Bellegarde, luogotenente austriaco in Lombardia, arrestò i cospiratori[145].
In quello stante (1 marzo) Napoleone, fidato nelle trame e nella propria stella, sbarca dall’Elba in Provenza; i battaglioni spediti a rincacciarlo s’arruolano con esso, con esso quell’esercito raccolto nel Delfinato; il vessillo tricolore ridesta l’entusiasmo de’ primi suoi lampi; «l’aquila di campanile in campanile» fino a Parigi. Napoleone, entratovi 20 marzo in voce di difendere l’indipendenza e felicità della Francia, subito scioglie le Camere, abolisce la nobiltà, convoca un’assemblea nazionale per istabilire i limiti del potere: ma la maschera democratica non si attagliava al suo viso imperatorio.
Murat tosto gli scrisse che vedea giunto il tempo di «riparare i suoi torti, e mostrargli la sua devozione»; e Napoleone gli rispose si allestisse d’armi, ma attendesse gli ordini, e nulla avventurasse contro l’Austria, colla quale era in trattati. Anche il Colletta, allora consigliere di Stato, dissuadeva Gioachino dalla guerra; l’unione di tutta l’Italia essere sogno d’un pugno di teste calde; il grosso della nazione sentirsi stanco di venticinque anni di guerra, e desideroso unicamente della propria conservazione, disingannato dai paroloni simpatici, usati troppo e slealmente; nè potersene sperare la cooperazione se non procurando beni stabili, e spiegando forze rassicuranti. L’esercito napoletano si crederà mai più forte dell’austriaco? il gabinetto reale più influente che il congresso di Vienna? Gl’Italiani calcoleranno, e non vorranno partecipare a una causa disgraziata. Quand’anche fossero veri i trionfi di Napoleone, egli penerebbe tanto a ordinare in casa, tanto a difendersi sul Reno e nel Belgio, che non potrebbe far mente alla frontiera d’Italia: anche vincendo, non troverebbesi tanto in vantaggio da dettar patti agli Alleati. Un movimento contemporaneo a quel di Napoleone parrebbe agl’Italiani un accordo, e perciò offenderebbe il loro idolo, l’indipendenza.
In fatto Murat aveva un esercito ch’era appena un quinto dell’austriaco; e la nazione, scossa da partiti, era restìa a nuovi patimenti dopo esausta di sangue e di denaro. Per vero, se egli si fosse trincerato minaccioso fra gli Abruzzi, bastava a tenere in soggezione gli Austriaci: ma ascoltando di quei consigli che s’intitolano magnanimi se riescono, manda una colonna comandata da Giuseppe Lechi sopra Roma, donde il papa fugge; egli con l’altra invade le Marche, e, pur continuando proteste agli Alleati, affronta gli Austriaci in Pesaro, e da Rimini proclama: — Italiani, la Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente; dall’Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido solo, Indipendenza d’Italia! Questo primo diritto e bene di ogni popolo, a qual diritto gli stranieri intendono torvelo? a qual titolo signoreggiano essi le più belle contrade, si appropriano le vostre ricchezze, vi strappano i figli per servire, languire, morir lontano dalle tombe degli avi? Adunque invano natura alzò per voi le barriere delle Alpi? vi cinse invano di barriere più insormontabili ancora, la differenza dei linguaggi e dei costumi, l’invincibile antipatia de’ caratteri? No, no; via ogni dominio straniero; mari e monti inaccessibili siano i limiti vostri; non aspirate mai ad oltrepassarli, ma respingete lo straniero che gli ha violati. Ottantamila Italiani degli Stati di Napoli, comandati dal loro re, marciano giurando non domandar riposo se non dopo la liberazione d’Italia. Italiani delle altre contrade, secondate il magnanimo disegno; torni all’arme deposte chi le usò; vi si addestri la gioventù inesperta: chi ha cuore e ingegno ripeta una libera voce, e parli in nome della patria ad ogni petto veramente italiano; tutta si spieghi ed in tutte le forme l’energia nazionale. Oggi si deciderà se l’Italia deve esser libera, o piegare ancora per secoli la fronte umiliata al servaggio. Lacera ancora ed insanguinata, essa eccita tante avidità straniere. Gli uomini illuminati d’ogni contrada, le nazioni degne d’un governo liberale, i sovrani d’alto carattere godranno della vostra impresa, applaudiranno al vostro trionfo. Stringetevi saldamente, ed un governo di vostra scelta, una rappresentanza veramente nazionale, una costituzione degna del secolo e di voi, vi garantiscono la libertà, tostochè il vostro coraggio vi avrà garantita l’indipendenza».
Noi riportiamo questi passi per coloro che credono tali idee e tali parole zampillassero primamente nel 1848. Ma la proclamazione dell’indipendenza non aveva aspetto che d’un ordigno da guerra; i più la udivano indifferenti: i sommovitori prometteano immensi ajuti a lui che millantava immensi soldati. Ingannavansi reciprocamente, poichè in realtà egli contava trentaquattromila trecento uomini, con cinquemila cavalli e cinque bocche da fuoco; ma cerniti alla peggio dai trivj e dalle prigioni: ufficiali straboccavano, ma quali di libero, quali di servile sentimento, quali affigliati alla Carboneria, quali persecutori di quella, tutti poco riverenti al re, tutti gelosi de’ Francesi, de’ quali erano rimasti nove generali, tredici colonnelli e Millet capo dello stato maggiore. Gli Austriaci, oltre aver arrestati i suoi aderenti in Lombardia, gli opponeano cinquantamila fanti, tremila cavalli, e sessantaquattro pezzi d’artiglieria: che se fremeasi, cantavasi, correasi ad esibir consigli al re e vantarsi d’aver cospirato per chiedergli onori ed impieghi, se a Bologna il cavaliere Pellegrino Rossi abbattè le ripristinate insegne pontifizie, pochissimi afferravano le armi, non cinquecento uomini gli si arrolarono in tutte le Marche, e stentavansi i viveri all’esercito liberatore. Gli Austriaci, guidati da Frimont, si raccolsero dietro al Po e al Panáro: e Murat pensava tragittare ad Occhiobello per dar mano a’ Lombardi e Veneziani, che sperava insorgessero; ma ecco lettere di sua moglie il richiamano nel reame, minacciato dagl’Inglesi.
Conoscendosi tradito, perdette il coraggio e lo tolse a’ suoi; ritirandosi a rotta, presso Macerata (2 maggio) cadeva prigioniero col suo stato maggiore, se un battaglione di cerne delle Legazioni con vecchi uffiziali non gli aprivano il passo. Il generale Bianchi lo sconfigge a Tolentino; Nugent per la Toscana e per Terracina difila sopra il regno: onde proteggere la ritirata, Murat cimentasi ancora a Ceprano, ma colla peggio, e senza salmerie nè parco arriva a Napoli (19 maggio). Quivi procura amicarsi gli animi col dare la costituzione, ma troppo tardi; ogni sua domanda d’accomodamento è rejetta dagli Alleati; il comodoro inglese Campbell minaccia bombardare la capitale. Murat manda a rassegnar tutto, ma almeno nel trattato conchiuso in Casa Lanza garantisce il debito pubblico, le rendite dello Stato, la nuova nobiltà, i gradi, gli onori, le pensioni ai militari che passassero al nuovo re, e amnistia per tutti. Tumulti destatisi in Napoli fanno accelerare la chiamata degli Inglesi e degli Austriaci, che con molto sangue chetano la plebaglia.
Carolina Buonaparte, che virilmente erasi condotta in que’ rovesci, ottenne d’essere trasportata a Trieste coi figli, dopo sofferti gl’insulti della plebaglia. Gioachino con pochi fedeli e poco denaro andò fuggiasco, raccomandandosi al terzo, al quarto; dopo lungo ascondersi e romanzesco vagare approdò in Corsica, e rifiutando l’asilo offertogli come privato in Austria, raccolse un pugno di fidati per imitare lo sbarco di Napoleone, e ravvivare in Calabria contro i Borboni la guerra minuta ch’essi aveano alimentata contro di lui. Sgominati da fortuna di mare, egli con solo ventotto raggiunge terra a Pizzo, ed alza la bandiera; ma è preso, e da Napoli, che ad un tempo intese il pericolo e la salvezza, viene ordine: — Il generale Murat sarà tradotto avanti una commissione militare; non sarà concessa al condannato che mezz’ora per adempiere ai doveri della religione». Era dunque sentenziato prima che processato; ed egli non rispose agl’interrogatorj se non — Sono Gioachino re delle Due Sicilie; un re non può esser giudicato che da un altro re».
Aveva appena quarantott’anni, e sul punto di essere fucilato scrisse: — Carolina mia, l’ultima mia ora è battuta, fra pochi istanti non avrai più marito. Non dimenticarmi. La vita mia non fu contaminata da veruna ingiustizia. Addio, Achille mio! addio, mia Letizia! addio, mio Luciano! addio mia Luigia! mostratevi al mondo superiori alla sventura e degni di me. Vi lascio senza regno, senza beni, in mezzo a numerosi nemici: siate sempre uniti. Pensate cosa foste, e Dio vi benedirà. Non maledite la mia memoria. Quel che più m’accora è di morir lontano da’ miei figliuoli. Ricevete la mia benedizione paterna, il mio amplesso e le mie lacrime: nè mai vi cada di memoria il vostro povero padre».
È gemito d’uomo, quale non mai risuona nelle memorie di Napoleone: ed egli veramente apparve il più eroico fra i soldati di Napoleone, il solo cavalleresco. Intrepido in battaglia, fu povero ed irresoluto di consigli, e colpa in parte la sua presunzione, in parte le circostanze, ne trasse apparenza di menzognero: ma cuore mostrò; e il popolaccio, sparando contro lui, puniva in esso le colpe napoleoniche[146]. I suoi seguaci furono rimandati senza processo.
La morte di esso scioglieva da gravissimi imbarazzi l’Austria che avevagli promesso un aumento di territorio nelle Marche, e gli altri Alleati che aveano promesso un compenso a Ferdinando in Italia. Il quale allora ricuperava anche la terraferma; ma non che ottenere accrescimenti come gli altri principi tutti, fu scemato de’ Presidj di Toscana, di Piombino, e di parte dell’Isola d’Elba, posseduti da tre secoli, per darli al granduca austriaco[147].
Contro di Napoleone intanto si era confederata tutta Europa, bandendo due milioni sulla testa di lui, come ai tempi barbari; ricusando ogni accordo come d’uomo alla cui parola non si può fidare. Tre eserciti avventatigli, d’Austriaci con Schwartzenberg, d’Inglesi con Wellington, di Prussiani con Blücher, a Waterloo (18 giugno) riescono vincitori; il francese va sperperato; Napoleone fuggendo traverso a morti e morenti, arriva a Rochefort per tragittarsi agli Stati Uniti, e non trovando navi, rendesi agl’Inglesi, che considerandolo prigioniero di guerra, lo portano a Sant’Elena, isola perduta nell’immensità dell’Oceano, dove visse fino al 5 maggio 1821.
I sovrani alleati ripigliano il congresso per rassettare l’Europa. Vi primeggiava fra i re Alessandro, che aveva potuto comandare s’incendiasse la sua capitale e comandare si risparmiasse la capitale del gran nemico: e secondo il tono di lui, liberali massime si professavano; principi e popoli non dovere far guerra che per indispensabile necessità; la schiavitù e il servaggio abolirsi, qualunque ne sia la forma; connettersi religione, politica, morale; la spada non conferire diritti; aver ognuno a rispettare l’indipendenza dell’altro; ai Governi esser necessario fondarsi su canoni precisi ed espressi; ai popoli competere il diritto di partecipare alla legislazione, di determinare le imposte, di liberamente manifestare il pensiero colla parola e colla stampa. Sciaguratamente fra le precedenti combinazioni di difesa o di assalto nessuno erasi preparato all’opera della restaurazione; e sbalorditi dalla rapidità degli avvenimenti, quando uscirono trionfanti dal rinnovato tumulto operarono con maggiore fretta e minori riguardi: non che ridurre in fatto quelle intenzioni generose, nè tampoco seppero risolversi francamente tra la scuola storica e la razionale, tra lo spirito teutonico e il liberale; e tutti sentivano bisogno di riposo, d’una soluzione a tanti viluppi, qualunque ella si fosse, comunque si sentisse non duratura. E poichè ogni rivoluzione ed ogni riazione dee avere una parola d’ordine, qui fu la legittimità, inventata da Talleyrand pel caso speciale di salvare la Francia dalle minacciate sottrazioni, estesa dagli Alleati a tutte le altre quistioni, talchè l’opera loro dovesse parere un rintegramento del passato, una restituzione dei diritti che l’usurpatore avea tolti ai principi.
L’Austria erasi mostrata la più pertinace, in una lotta quasi incessante di ventidue anni non badando a sagrifizj, a spese, ad affetti, a dignità; ultima sempre a ritirarsi dal campo, sempre nella pace allestendosi alla guerra, e nell’alleanza col nemico spiando le occasioni di dargli il colpo. Dritto parve dunque che, non solo ricuperasse quanto avea perduto in tante guerre e paci, salvo i Paesi Bassi, ma anche ringrandisse con comode comunicazioni verso Italia, e con opportunità di tenere la briglia alla Francia. Se la legittimità proclamata avesse riguardato i popoli, non soltanto i re, Venezia, non rea d’avere favorito Napoleone, sarebbe dovuta risorgere: invece fu assegnata all’Austria insieme colla Lombardia, cresciuta della Valtellina, e col territorio dell’antica repubblica di Ragusi.
Il Canton Ticino, sotto pretesto del contrabbando, era stato occupato dalle truppe del regno d’Italia, e le brighe per unirlo a questo venivano secondate da coloro che ambivano cariche e denaro, o lasciavansi abbagliare dalle gemme del diadema napoleonico, senza vedere che eranvi incastonate col sangue. Caduto l’imperatore, anche i vecchi signori svizzeri ridomandavano i loro sudditi: ma il congresso di Vienna riconobbe la libertà di tutti, e il Ticino formò un cantone della Confederazione elvetica, che dovette darsi una costituzione ristretta, secondo il volere di chi allora poteva, ma che venne poi riformata nel 1830, indi ancora nel 1847 quando la Svizzera abjurò le sue locali tradizioni per aspirare alla centralità come i regni.
I Grigioni ridomandavano la Valtellina; dove in fatto il basso popolo rimpiangeva l’antica tranquillità, e il non pagare, e il non militare, e il sale buon a mercato, e il privilegio di commercio e di transito; e Parravicini e Juvalta, capi della sollevazione del 1809 (pag. 191), ora sollecitavano l’unione agli Svizzeri. Ma troppi ambivano tenersi uniti alla ricca Lombardia, e ad una Corte che poteva dare pensioni, titoli, impieghi; Diego Guicciardi, spedito a Vienna a invocare la fusione colla Lombardia, ostentava le ragioni per cui la valle non potea essere svizzera; e se Capodistria, rappresentante della Russia, esaltava i vantaggi dello stato libero, Guicciardi rimbalzavali col solito pretesto che i Valtellinesi non erano maturi per la libertà. Quasi non potesse dirsi altrettanto de’ Ticinesi! L’Austria carezzò quest’opportunità di congiungere a’ suoi dominj d’oltre alpe il cisalpino; e l’ottenne allorchè lo sbarco di Napoleone fece sentire la necessità di tenersela amica nel nuovo frangente; Guicciardi ringraziò a nome del popolo, godendo di gridare egli primo — Viva Francesco I nostro imperatore e re»; e la Valtellina rimase provincia del regno lombardo-veneto.
Della cui istituzione Bellegarde pubblicando (16 aprile) la regia patente, diceva: — Una tale determinazione conserva a ciascuna città tutti i vantaggi che godeva, e ai sudditi di sua maestà quella nazionalità che a ragione tanto apprezzano». Subito l’esercito italiano fu sciolto, e molti uffiziali cercarono fortuna altrove, come Ventura che andò a sistemare gli eserciti del re di Lahor nelle Indie, Codazza che nelle repubbliche dell’America meridionale fece da ingegnere, e colonizzò l’alta regione della Cordiliera marittima del Venezuela, e così altri. A Venezia erano in costruzione sette grossi legni francesi e quattro italiani, e molt’altri in armamento, e gran cumulo di quanto occorre ad attrezzare: e furono interrotti i lavori, legnami e boschi venduti agl’Inglesi, che li fecero spaccare.
Pertanto l’Austria che, nel secolo precedente, non teneva in Italia che il Milanese, separato dagli altri suoi Stati ereditarj, trovossi un regno di cinque milioni di abitanti e ottantaquattro milioni di rendita, con Venezia e trecento miglia di litorale, e selve e uomini per una forza marittima; da un lato aperti la Svizzera e il Piemonte, mal guarnito dall’indifeso Ticino; dall’altro assicurato il tragitto del Po colle guarnigioni di Ferrara, Piacenza e Comacchio; unite le sue provincie alle transalpine mediante il Friuli e la Valtellina, potea scendere per le valli tutte dall’Adda all’Isonzo; invece della sola Mantova, fortezza poco rassicurante, coprivasi colle robustissime linee del Mincio e dell’Adige; Legnago, perduta dapprima nelle basse pianure, diveniva importante anello fra Mantova e Verona: vuole offendere? può spingersi nella Romagna e nella Toscana, dimezzando l’Italia; è costretta a difendersi? le si prestano le linee del Po e del Ticino, dopo queste l’Adda, indi il Mincio, infine l’Adige, dove Verona ridotta a campo trincerato di prim’ordine, tiene alle spalle tutte le riserve e i depositi dello Stato, e per una serie di fortalizj da monte a monte si connette fino colla metropoli. Collocando parenti suoi sui troni di Toscana, di Modena, di Parma, l’Austria teneva la mano sulla media Italia. Se non che nei paesi italici si erano diffuse, durante la dominazione francese, idee mal consonanti col sistema di essa, onde avrebbe a stentare nel soddisfarle e nel reprimerle.
La dinastia toscana, quantunque compensata già con lauti possessi in Germania, ricuperò l’antico granducato, aggiungendovi que’ Presidj e la porzione dell’isola d’Elba che tanto erano costati a Napoli; nel principato di Piombino erano riservati i beni e i diritti proprj della casa Ludovisi Buoncompagni, la quale poi ne fe cessione per ottocentomila scudi romani.
La vedova del vivo Napoleone era figlia dell’imperatore d’Austria, onde si volle fosse collocata in una reggia: e le assegnarono Parma, Piacenza e Guastalla a vita, a scapito del Borbone già re d’Etruria, a questo attribuendo la libera Lucca, che alla morte di Maria Luigia lascerebbe alla Toscana per occupare Parma e Piacenza[148]: intanto Austria e Toscana gli pagherebbero cinquecentomila lire. In quel raffazzonamento nè tampoco si badò alle convenienze geografiche: Benevento e Pontecorvo papali rimasero chiusi nel regno; un distretto della Lombardia nella Svizzera; Castiglione e Gallicano lucchesi nel Modenese: a un brano di Toscana non si giungeva che traverso a Lucca, come i Modenesi doveano attraversare Toscana per giungere a Massa e Carrara: la Corsica fu tolta alla vicina Liguria, a’ cui padroni si lasciava invece la lontana Sardegna: Sicilia perdea la sovranità sopra Malta e Gozzo, pur conservando le smarrite isolette di Lampedusa e Pantelleria.
Il ristabilimento del re di Sardegna era sempre stato a cuore agl’Inglesi, che pensavano anche invigorirlo perchè fosse barriera alla Francia, attesochè soltanto per la debolezza del Piemonte era Buonaparte potuto penetrare in Italia: anzi dei prigioni di guerra aveano formato una legione reale piemontese. Al cadere di Napoleone (1814 27 aprile), il principe Borghese stipulò con Bellegarde e Bentinck che anche dal Piemonte si ritirassero le truppe francesi, consegnando agli Alleati le cittadelle d’Alessandria, Gavi, Savona, Fenestrelle, Torino; una dichiarazione del maresciallo austriaco Schwartzenberg annunziò agli abitanti di terraferma e del contado di Nizza: — I vostri desiderj sono appagati; voi vi troverete di nuovo sotto il dominio di quei principi amati che hanno fatto la felicità e la gloria vostra per tanti secoli»; prometteva oblìo del passato, lodando chi, sotto al dominio straniero, avea conservato la reputazione di valore e probità.
Tentata invano la Lombardia al momento della insurrezione di Milano, il re e il suo ministro Agliè trescarono al congresso di Vienna per spingere il dominio fino alla Magra e all’Adige; ciò tornar opportuno ad impedire gl’incrementi eccessivi dell’Austria; nè potersi considerare sicuro il Piemonte se non avesse Mantova e Peschiera. Altre influenze impedirono la domanda.
Al ricomparire di Napoleone, il Piemonte improvvisò un esercito di quindicimila uomini cogli avanzi del francese, e postosi in linea cogli Alleati, occupò i dipartimenti delle alte e basse Alpi, e sperò ottenere qualche brano che rendesse migliore questa frontiera, schiusa colle strade del Ginevro e del Cenisio: e in fatto mediante reciproche concessioni determinò i suoi limiti verso la Svizzera, e convenne che le provincie del Ciablese, del Faucigny, della Savoja a settentrione di Ugine godessero la neutralità elvetica, rimanendo sgombre di truppe in evenienza di guerra, e il re potesse fortificare come voleva. Il principato di Monaco fu conservato ai Matignoni, ma sotto la protezione della Savoja.
Bentinck, avuta per capitolazione Genova, dove stavano ducentonovantadue cannoni ma debolissima guarnigione, vedendo «il desiderio generale della nazione genovese essere per l’antica forma di governo, sotto cui ebbe libertà, prosperità, indipendenza, e tale desiderio parendo conforme ai principj professati dalle Potenze alleate di rendere a ciascuno gli antichi diritti e privilegi», ristabiliva lo stato come nel 1797 «colle modificazioni che la volontà generale, il bene pubblico, lo spirito dell’antica costituzione potessero domandare». Ma il proposito d’opporre nel Piemonte una barriera robusta alla Francia, fece che a quello si donasse Genova. Invano quel Governo provvisorio protestò richiamandosi all’indipendenza garantitale nel 1745 ad Aquisgrana; invano Mackintosh al Parlamento di Londra mostrava il Genovesato essere un territorio amico occupato da nemico, sicchè, espulso questo, rientra in proprietà di se stesso.
Perduta la speranza dell’antico stato, volevano almeno formare un principato indipendente, e si offrirono al duca di Modena, a Maria Luigia di Spagna; poi vedendosi «dati a un principe forestiero», almeno chiedeano assumesse il titolo di re di Liguria, con una costituzione garantita dalle Potenze. Non ottennero se non che agli altri titoli di re di Sardegna unirebbe quel di duca di Genova: la città avrebbe porto franco, senato, e Università, non imposte maggiori di quelle che allora subivano gli Stati sardi; in ogni provincia un consiglio di trenta possidenti ogn’anno si radunasse per trattare dell’amministrazione comunale, e dovesse aversene il voto per istabilire nuove imposte[149]. Così quella Casa che, contro il proprio interesse, erasi mostrata avversissima alla rivoluzione, conservava tutti i suoi dominj di qua e di là de’ monti, e veniva rinvigorita come guardiana dell’Alpi contro i due colossi confinanti. Gli Austriaci, dopo aver fatto saltare le mura di Alessandria e le opere esteriori in cui Napoleone aveva speso venticinque milioni, la sgomberarono, e divenne arcifinio verso la Lombardia l’indifeso Ticino.
Francesco IV d’Este, cugino e cognato dell’imperatore d’Austria, avea sperato la corona d’Italia, o almeno il Piemonte, nel quale intento aveva anche sposato Maria Beatrice figlia maggiore di Vittorio Emanuele suo cognato; ma non ebbe che gli Stati di Modena, nei quali sedutosi alla morte di sua madre, proclamò ancora il codice del 1774 e le leggi vigenti prima del 97.
Si parlò di confederare gli Stati italiani fra loro; ma le gelosie degli uni verso gli altri e di tutti contro della preponderante impedirono un fatto, che gli avrebbe tolti dal rimanere zimbello della politica esterna[150]. Sulle isole Jonie poteva ostentare qualche pretensione la Russia; ma il disinteresse d’Alessandro o la gelosia de’ suoi amici fecero riconoscerle repubblica sotto il protettorato dell’Inghilterra, la quale vi teneva guarnigione e un lord commissario, e nominava il presidente del senato.
Per debiti verso particolari nei paesi perduti, la Francia dovè pagare ducenquaranta milioni, di cui toccarono cinque allo Stato pontifizio, quattro e mezzo alla Toscana, uno a Parma, venticinque al Piemonte; dei centrentasette impostile per costruire fortezze contro di lei, dieci gli ebbe la Savoja per munire la frontiera. Riguardo ai fiumi che lambono diversi Stati, fu convenuto che la loro navigazione rimanesse libera, salvo i regolamenti di polizia; uniforme e invariabile la tariffa dei diritti; ciascuno Stato provvedesse al mantenimento delle sponde e del letto dalla sua parte.
Tutto ciò erasi fatto per mera utilità, senza riguardo a nazionalità, a storia, a convenienze morali, a guisa d’un raffazzonamento istantaneo, imposto dalla necessità, e contro cui reclamerebbero e principi e popoli. Lord Castlereagh, plenipotente dell’Inghilterra, reduce dal congresso di Vienna, interpellato dal Parlamento sopra il «mercato de’ popoli fattosi colà», rispondeva che l’intento suo era stato «di stabilire un sistema, sotto al quale i popoli potessero vivere in pace tra loro; però non resuscitare quelli periti, il cui ristabilimento ponesse in nuovi pericoli l’Europa. L’Italia che fece ella per iscuotere il giogo francese? perciò non poteva essere considerata che come paese conquistato: bisognava cederla all’Austria, affinchè questa rimanesse strettamente unita a noi... I pregiudizj dei popoli non meritano riflesso se non quando non si oppongono a uno scopo prestabilito. Ora le potenze confederate essendosi obbligate a garantire la sicurezza dell’Europa, questo obbligava a fare violenza ai sentimenti degl’Italiani»[151].
Una rivoluzione cominciata in nome della democrazia, toglieva di mezzo tutte le antiche repubbliche e gli Stati elettivi, mentre assodava le monarchie: tante conquiste per l’incremento della Francia erano riuscite a ingrandire solo i suoi nemici, poichè l’Austria si trovò padrona dell’Adriatico e delle Alpi, del mar Ligure il Piemonte, del Reno la Prussia, la Russia del Baltico; e l’Inghilterra n’ebbe l’occasione o il pretesto di soperchiare ogni rivale.
Spogliati o mozzi i deboli, non restano che i colossi; ed Alessandro stese l’atto della santa alleanza, in istile mistico come tutti i proclami suoi, coi regnanti d’Austria e di Prussia, obbligandosi diplomaticamente alle virtù evangeliche: singolare espressione della politica in forma biblica, che rivela come fosse sentito generalmente il bisogno di posarsi in qualche idea generale. Prometteano dunque, «conforme al precetto evangelico, di restare legati indissolubilmente d’amicizia fraterna, prestarsi mutua assistenza, governare i sudditi da padri, mantenere sinceramente la religione, la pace la giustizia; essi re si considerano membri d’una medesima nazione cristiana che ha per unico sovrano Gesù Cristo verbo altissimo, e incaricati ciascuno dalla Provvidenza di dirigere un ramo della famiglia stessa».
Un accordo fatto nel nome di Dio e pel bene dell’umanità dava lusinga alle menti: ma queste frasi che cose significavano? ch’essi erano padri, i quali si univano per disporre da soli ciò che credessero il meglio de’ loro figliuoli, senza questi ascoltare. E in fatto l’ordinamento interno di ciascun paese si considerò come sacra proprietà del principe, il quale dovesse provvedervi secondo la sua buona volontà, senza riconoscere diritti di popoli.
Omaggio alle idee liberali fu il restituire i capi d’arte, adunati dalla vittoria a Parigi nel museo Napoleone; e il non darli ai nuovi padroni, bensì ai paesi stessi; al Belgio i quadri d’Anversa, benchè assoggettato all’Olanda; a Venezia serva quelli tolti a Venezia libera. Allorchè Denon a Pio VII mostrava quel museo, e compassionavalo del rammarico che proverebbe in vedervi le opere tolte al suo paese, il pontefice gli rispose: — La vittoria le avea portate in Italia; la vittoria le depose qui; chi sa dove un giorno le riporterà?» Ed ecco la profezia adempiuta: ma tanto più restavano scontenti i Francesi del vedersene spogliati, e faceano pasquinate contro il Canova, non imbasciatore ma imballatore, venuto a sovrintendere al ritorno delle statue e de’ quadri italiani[152].
Un altro fatto onora quel congresso. L’Africa settentrionale fu sempre strettamente congiunta alle vicende italiane. D’Italia, di Spagna, dalle Baleari in ogni tempo v’affluì gente, trovandovi clima acconcio, terre da lavorare, industria da esercitare: la pesca de’ coralli a Bona e alla Calla v’era fatta da Siciliani e Napoletani. Nel 1520 i Turchi, occupatala per opera del famoso corsaro Barbarossa, vi formarono Stati, col nome di Barbareschi, che violano tutte le leggi della civiltà insultando alle bandiere d’ogni potenza, e corseggiando le navi che solcano il Mediterraneo, per rapirne robe e persone da rendere poi a grossi riscatti o da tenere in servitù. L’Europa si rassegnò lungamente a pagare loro un tributo per far rispettare questa o quella bandiera; il reprimerli fu scopo ad imprese degli Spagnuoli, dei Veneziani, dei cavalieri di Malta e di Santo Stefano; a volta a volta qualche potenza vi recò guerra, ma non mai col proposito di sterminarli.
Il blocco continentale crebbe baldanza ai Barbareschi; ma venuta la pace, l’Inghilterra fu incaricata dal congresso di Vienna di procurare s’abolisse la schiavitù de’ Cristiani. Essa contrattò riscatti a nome della Sardegna e di Napoli, che s’obbligavano a un tributo e a pagar centinaja di piastre per ogni liberato; poi vergognatasi, spedì lord Exmouth a imporre fossero rilasciati i Cristiani senza riscatto, e abolitane la servitù. Tunisi e Tripoli sbigottite si obbligarono a rispettare la bandiera cristiana, e rilasciarono Tunisi ducenquarantaquattro schiavi sardi e ottantatre romani, Tripoli molti altri. Algeri ne rendè cinquantun sardi, trecencinquantasette napoletani, ma al prezzo stipulato: poi tardando a dichiarare l’abolizione, l’ammiraglio bombardò la città, che vistasi incendiare la flotta, cassò la schiavitù de’ Cristiani, e restituì quanti ne teneva cattivi. Trovaronsene quarantanovemila fra tutti gli Stati barbareschi, e mille cinquecento ad Algeri, di cui settecentosette napoletani e censettantanove romani.
Effimero riparo; e la pirateria continuò finchè l’ingiuria portata all’eccesso non recò la bandiera francese sulle mura d’Algeri.
LIBRO DECIMOSETTIMO
CAPITOLO CLXXXIII. La restaurazione. Il liberalismo. Rivoluzioni del 1820 e 21.
Italia è dunque rimessa sul piede antico, almeno all’intendere di coloro che nelle paci si appagano della firma dei sovrani, anzichè cercare l’unico stabile fondamento, il rassetto delle idee. Le comuni sventure aveano avvertito i re che, separati dai popoli, restavano preda della prima bufera: i popoli da tante sciagurate prove aveano attinto un vivissimo desiderio della quiete, fino ad immolarle parte della dignità; sicchè con esultanza i principi furono accolti dappertutto. Nessun di loro accompagnò il ristabilimento colle vendette che la disonorarono quindici anni prima: sentivano d’aver fallato ed essi e popoli; e in tal caso nulla s’ha meglio a desiderare che la reciproca dimenticanza. Ma nell’improvvida loro bontà i principi si davano a credere bastasse il dimenticare: quindi, dopo aver tutti fomentato le idee liberali, e riconosciuta la sovranità dei popoli coll’invitarli a ribellarsi, pretesero ridurli alla passiva obbedienza, ad affidarsi nel cuor loro paterno. E poichè è natura di tutte le riazioni di spingersi colle speranze più in là che non possano giungere i fatti, non s’accorgeano che il tempo fa ruine cui nessuno può ripristinare, e sciagurato chi vi si ostina invece di profittarne per erigere edifizj nuovi. Se dunque i primi effetti della pace arrisero, se la pace stessa rallentava l’oppressione togliendo o pretesto od occasione agli arbitrj, ben presto rivisse l’attività della repressa ma non tolta rivoluzione, e apparve quanto cambiati fossero i governanti non meno che i governati.
Napoleone, coll’abbattere a voglia i re o tenerseli vassalli, ne offuscò l’aureola; rotta la storia, ruppe anche la patria e la famiglia col render l’uomo cosmopolita, cioè soldato e mero elemento di forza; alla religiosa venerazione pel passato surrogò l’entusiasmo politico, alla fraternità una comunanza di obbedienza che mentre annichilava i sudditi, rendeva più facile ad abbattere l’autorità.
Vent’anni di guerra aveano rinvigorito gli ordigni dell’amministrazione, abituato i Governi agli arbitrj dei tempi eccezionali, quando lo Stato è tutto, nulla l’individuo[153]. Quest’assolutezza parve un acquisto, nè i principi vollero rinunziarvi nella pace; tutto regolarono per decreti; guardarono come concessione l’esercizio delle naturali libertà; non viaggiare senza passaporti, non tener armi senza licenza, non istampare senza censura, non istudiare che nelle scuole regie; necessaria la regia approvazione per istituire compagnie, per esercitare la beneficenza, per divertirsi, per le spese e pei magistrati comunali, per l’elezione dei vescovi e de’ parroci; affidata ogni cosa alla parassita turba degl’impiegati: insomma si fecero dipendere dal beneplacito del Governo mille atti, di cui prima della rivoluzione godeasi e non prezzavasi la libertà. Lo spirito di famiglia, di corpo, di città, di patria, di religione, insomma quello spirito pubblico che è vita e forza della società, soccombeva alla simmetria d’un’amministrazione centrale e all’oculatezza della Polizia, la quale sempre acquista importanza primaria dopo una rivoluzione[154].
Dacchè i Governi vollero concentrata in sè tutta la vita, restò ad essi tutta la responsalità; ucciso lo spirito di sagrifizio, tolto il dovere o l’impulso dell’attività individuale, gli uomini non furono che cifre, e il dirigerli un atto di forza; talchè non rimase a scegliere che tra una dipendenza cieca o una forsennata anarchia. I Governi trovavansi per avversario non un uomo o una classe, ma il libero arbitrio, il quale ricalcitrando da quella meccanica classificazione, obbediva solo in quanto costretto; e così agevolavasi l’opera del despotismo, cioè delle rivoluzioni, dove una piccola minorità o un prepotente o un esercito cambiano le istituzioni d’un popolo per darvene altre non meno dispotiche.
Realmente la libertà, come altrove, così in Italia era antica, e nuovo il despotismo, giacchè solo la rivoluzione francese annichilò que’ privilegi municipali e provinciali che sono la forma del diritto prima che diventi comune[155]. I principi accettarono la restaurazione in quanto ripristinava la loro potestà, non in quanto rifletteva ai popoli; e così si fecero rivoluzionarj sia calpestando gli antichi diritti storici de’ sudditi, e con ciò traendo questi a chiederne di nuovi e radicali, sia accettando i doni della vittoria, cioè consacrando la forza, e riducendo il diritto al fatto, la ragione alla riuscita.
Tutti quegli ordigni gli aveva introdotti Napoleone, e ne ritrasse odio e debolezza; i succeduti faceano altrettanto, ascrivendone ad esso la colpa. Ma il popolo diceva: — Siam servi come prima, paghiamo quanto allora, diamo ancora i nostri figli a marcire nelle guarnigioni o su terre straniere, e non ci restano tampoco il fragor della gloria, il compenso delle apparenze». Le divise militari, l’apparato teatrale delle magistrature, le rassegne, le pompe lasciarono il barbaglio dopo cessate le fitte; e poichè il passaggio dalla vita militare alla civile è naturalmente prosastico, que’ Governi positivi, misurati, paterni sentivano di meschinità a fronte della preceduta carnevalesca splendidezza, della rapidità di eseguire o almeno comandare tante opere pubbliche, incompatibile con amministrazioni ponderate e massaje. Impiegati tolto di posto o sminuiti di grado e di potenza, arrangiavano continue lodi del passato; speculatori cui erano mancate le occasioni d’improvvisi guadagni, moltiplicate in tempi turbinosi; militari avvezzi a rapidamente acquistar gradi e sperarne di sempre maggiori, e che coll’occasione d’uccidere e farsi uccidere vedeansi tolta quella di diventar generali, e che, tutti fede nell’onnipotenza delle armi, si persuadevano che un pugno di veterani d’Austerlitz o di Catalogna basterebbe a sgominare un esercito di costoro che parean nani a confronto del gigante di Marengo e di Jena, ridestavano il culto di Napoleone, inneggiato non per i beni che recò o rappresentò, ma per izza ai dominanti nuovi, che ne proscriveano i ritratti e il nome.
Perocchè Napoleone, mentre in Francia per tiranno, fuori passava per liberale, avendo diffuso qui alla cheta ciò che per la furia erasi guasto colà, ed operato assai più che i principi del secolo precedente, non limitandosi a riforme amministrative, e dando statuti e leggi fondamentali ch’erano una scuola politica iniziatrice. Il regno d’Italia e quegli altri alla francese erano costati sangue e tesori e servitù, ma in effetto aveano surrogato codici metodici e brevi alla farragine di decreti e di pratiche, risultanti da molti secoli e da eterogenee dominazioni; la procedura semplificata ed evidente sottraeva ai lacciuoli de’ mozzorecchi e alle ambagi dei legulej; l’inestricabile varietà dei tributi erasi ristretta in pochi e chiari; pubblici il debito e le ipoteche; garantiti con queste e coll’intavolazione le proprietà e i contratti; distinta la potestà civile dalla militare, l’amministrativa dalla giudiziale; sistemati i municipj, parificato il diritto di tutti in faccia alla legge. Questi erano benefizj effettivi; e quantunque già fossero qui predisposti e in parte attuati, se ne ascriveva il merito a que’ Governi. Ora molti de’ principi ristabiliti credettero vantaggio del popolo il derogarli, per tornare ai vecchi di cui era cessata la ragione, cioè l’abitudine; e coll’astiare il passato più che affidar nell’avvenire, favorirono l’inclinazione ingenita nei popoli di rimpianger l’ordine caduto per raffaccio del presente.
Mentre abolivasi il buono, conservavasi il peggio. In quello stato violento e di guerra, i principi aveano dismesso i primitivi comporti paterni, a fronte di nemici che bisognava combattere, di popoli che aveano esultato ai loro disastri. La lebbra napoleonica degli eserciti numerosi non guariva perchè non se n’erano tolte le cause; e si continuò a sagrificarvi la quiete, gli affetti, la moralità, le famiglie: in conseguenza bisognò mantenere le imposizioni come in tempo di guerra rotta, eppure deteriorare le finanze, acciocchè la forza armata desse ai Governi il sentimento di poter ogni cosa senza far mente alle inclinazioni o ai bisogni de’ popoli.
Ma l’operosità, distolta dalla gloria militare, avea preso un indirizzo nuovo, occupandosi di trattati, di miglioramenti, di lotte parlamentari, e insieme dell’industria e del credito pubblico, di statistica e politica; e tornossi a ragionare di diritti e libertà. Gli Stati prima della rivoluzione poggiavano sul privilegio e la gerarchia delle classi, e sull’unione di queste tra loro in modo, che il clero, la nobiltà, le maestranze delle arti, le municipalità, protette da concessioni o da consuetudini, impedivano ai Governi d’essere assoluti, e sminuzzavano fra moltissimi corpi l’azione amministrativa. Altrettanta disuguaglianza sussisteva nei beni, alcuni legati indeclinabilmente in manimorte, altri tenuti a certe servitù di livelli e prestazioni, altri ristretti in fedecommessi, godibili non alienabili, che dovevano trasmettersi intatti di generazione in generazione.
Camminando nel solco avito, gli uomini compivano per usanza un’infinità di atti, e veneravano tradizionalmente l’autorità, non tanto rassegnandosi, quanto neppure riflettendo al peso di essa: e le abitudini di dipendenza da una parte, di patronato dall’altra tutelavano la società che aveva l’arbitrio per massima, la libertà per effetto. La rivoluzione richiamò in disputa tutti i principj, tutte le autorità, fin la paterna; e stabilì la naturale indipendenza dell’uomo, che abbandonato agli impulsi della propria natura, userà tutte le sue forze a procacciarsi il maggior numero di sensazioni piacevoli, il che si chiama felicità. A tal uopo egli si elegge dei governanti, e si rassegna ad essere governato: ma se coloro riescano d’impaccio all’incremento di tal sua felicità, egli potrà abbatterli; potrà surrogarsi ad essi quando ne invidii la quantità maggiore di sensazioni gradevoli.
Come ciascuno fu dichiarato uguale all’altro in diritti, pretese esserlo in fatti, sicchè parvero legale ingiustizia le disuguaglianze inerenti alla convivenza; e ciascuno si arrancò a salire, ad acquistare, nessuno più rassegnandosi a quel che prima si chiamava il proprio stato. Ma il livellamento è un fatto puramente materiale, manchevole delle prime condizioni di cuore e di mente; ed ora che non v’è più classi ma soltanto posizioni, sempre sono incerte, sempre minacciate; ciascuno, per mantenersi nella sua o per migliorarla, cerca arricchire; quell’arricchire che altre volte era il piacere di alcuni, ora è fatto passione di tutti.
Lo svincolo dei possessi agevolò i trapassi, crebbe la cura di migliorarli; e i latifondi, testè abbandonati alla patriarcale negligenza di corporazioni e luoghi pii, furono sminuzzati fra particolari, che s’industriarono a trarne il maggior frutto possibile. Così crebbe la ricchezza, e per essa l’industria, e con esse il desiderio de’ godimenti materiali; tanto più che, revocata in dubbio la vita avvenire, non si accettarono i mali di questa come un’espiazione; e posta per iscopo della vita la felicità, la si volle goder alla presta, fin rinnegando il primo ministro di Dio, il tempo.
Adunque mancanza di principj fissi e universalmente accettati, smania di possessi, di godimenti, di miglioramento materiale, obbedienza violenta alla forza piuttosto che alla legge, erano i nuovi spiriti sociali. Internamente non rimanevano più istituzioni tutrici storiche, non corpi rappresentativi, ma quell’eguaglianza che lascia libertà agli arbitrj: i nobili, mero apparato, non formavano un corpo, difesa e limite al trono, alla cui ombra crescevano; i preti non s’affezionavano a un potere che guardavali con gelosia; i borghesi non poteano rivoltarsi che immediatamente contro il principe; i popoli non s’adagiavano nella quiete, perchè d’un nuovo cambiamento erano lusingati dai tanti che già aveano veduti. Cresceva dunque il desiderio d’una intervenzione attiva ed efficace del Governo nel proprio paese. Non lo ignoravano i principi, i quali della rivoluzione aveano conosciuta la potenza a segno, di valersi dei dogmi e degli stromenti di essa per abbattere colui che l’aveva infrenata. E avrebbero presunto di rimetter il mondo qual era prima di essa? Le idee morali erano svanite tra quella serie d’astuzie, d’abusi della forza, di perfidie; era crollata la reciproca confidenza, che è la più difficile a restaurarsi; i re non erano più i padri d’una gran famiglia, ma conquistatori e capi d’eserciti; alle loro corone era venuta meno fin la consacrazione della durata, dacchè per capriccio o per forza erano state tolte, divise, restituite; dacchè essi medesimi voleano riconoscerle soltanto dalla vittoria, che è un fatto non un diritto; tutti si erano prosternati a un soldato per conservarsele; prosternati al popolo per ricuperarle, senza dignità nè buona fede; il congresso medesimo avea conculcato il diritto de’ popoli, ma insieme sconosciuto quello de’ principi, mutandoli, barattandoli. Intanto i Governi neppur possedeano il vigore d’un assolutismo confessato, ond’erano costretti a turpe discordanza fra quel che promettevano e quel che lasciavano fare; e come i poteri egoisti, credeano assai il guadagnar tempo.
Quindi i principi si lamentavano di non trovare più que’ sudditi docili del Settecento; i popoli si dicevano traditi nelle promesse, delusi nell’aspettazione; Governo e governati non procedeano più di conserva ma gli uni attenti a comprimere, gli altri a rialzarsi, e intanto fremere, denigrare, disapprovare. Cessato di credere alla moralità de’ governati, diveniva necessaria la repressione: cessato di credere alla moralità de’ governanti, diveniva necessario un patto, un freno. Si trovò strano che pochi forti dessero assetto a tutt’Europa, ed uno in ciascun paese facesse le leggi, disponesse delle entrate a vantaggio proprio, non dei più: e vagheggiavasi un meglio che pareva più bello quanto meno era determinato. Alcuni principi fuor d’Italia aveano adempiuto le promesse concedendo una costituzione ai loro popoli; costituzione non fondata sulla storia, come la inglese; neppur patto bilaterale fra il regnante e i sudditi, ma donata da essi principi, i quali del passo medesimo poteano ritoglierla. Le più avanzate fra quelle costituzioni portavano l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge, libertà della parola e della stampa, più o meno partecipazione de’ rappresentanti del popolo a far le leggi e ad assettare le imposte, inamovibilità de’ giudici, responsalità dei ministri. Tale l’avea ottenuta la Francia; e messa come è nel centro dell’Europa, e mirata come il tipo della civiltà, e con una lingua a nessuno ignota, traeva l’attenzione sulle quistioni costituzionali che alla sua tribuna pareva si agitassero in nome di tutto il mondo; e di colà erompeva quella pubblicità che altrove teneasi repressa.
I Governi eransi data aria di mecenati coll’estendere gl’insegnamenti classici; aumentando la folla de’ saputi, che più presuntuosi nelle aspirazioni quanto meno atti all’opere, colla parola audace insieme e inesperta sovvertono le indisputabili verità, e tirano l’opinione in balìa di chi meno ha senno di guidarla[156]. Aperta che fu l’Italia, affluirono forestieri a venerarne le ruine, ammirarne il cielo, goder le bellezze che vi nascono dal bacio immortale dell’arte e della natura, diffondervi il denaro e insieme le idee. Memorabile fra questi fu la principessa di Galles, che menò pompa di libidini principalmente in Romagna e sul lago di Como, poi non voluta ricevere dal marito divenuto re d’Inghilterra, diede origine ad un processo scandaloso, dove i nostri accorreano a testimoniare in difesa di quell’indegna, o perchè pagati o perchè perseguitata. Il francese Beyle col nome di Stendhal, scettico e volteriano ancora, ma già piegato ai concetti romantici e fino al misticismo sentimentale, viaggiò l’Italia, panegirista di essa e della passione, legandosi col meglio della società e della letteratura, e carezzandovi l’amore delle novità. Lord Byron, l’Alcibiade britannico, che non soddisfatto della sua patria, ne esulò volontario, e invece delle assodate libertà di quella, fomentava le avventurose dei rivoluzionarj, venne coll’esempio a sparger gusti strani e falsi sentimenti di raffinato egoismo e voluttuosa misantropia fra i nostri giovani, e contaminare le nostre donne, finchè diede un nobile scopo alla sua vita andando a combattere per la risorta Grecia[157]. Questi e tanti altri ci metteano sott’occhio passioni, sentimenti, atti, lettere, che distoglievano più sempre dalle abitudini nazionali, e invogliavano delle innovazioni, dell’operosità.
Speciali malcontentezze aveva l’Italia. Chiamata all’unità dalla sua ben distinta postura e dalla religione che qui tiene suo centro, è tratta all’isolamento di ciascuna provincia dalla bellezza di tutte, dalla conformazione geografica, e dal non esservi predominato verun conquistatore, quanto i Franchi nelle Gallie, i Normanni in Inghilterra. Non che da ciò le derivasse pregiudizio, ebbe l’età più splendida quando ciascuna città ricca d’ubertà, di commercio, di dottrina, sentiva bastarle intelligenza, coraggio, mezzi di divenir capitale. La nazionalità fermavasi dunque alle frontiere di ciascun dominio: Genova non provava bisogno d’unirsi a Napoli; nulla chiedeva Milano a Firenze; le guerre da Venezia a Romagna, da Toscana a Sicilia non guardavansi come fratricide, nulla più di quelle tra Francia e Borgogna, tra Castiglia ed Aragona.
Ma come il pressojo connette materie scomposte, così rimpetto all’oppressione straniera l’Italia sentì d’esser una; lo sentì nella lingua, nelle arti, nella letteratura, supremamente nazionale già fin da Dante, e nella quale il nome di lei visse anche quando lo cancellavano le spade e la diplomazia. Tale sentimento però restringevasi nelle classi colte; e queste pure non facea repugnanti alla dominazione forestiera, contro la quale appena trovereste un lamento negli scrittori del secolo passato. Merito della natura dei Governi d’allora che, non ancora ossessi dal demone regolamentare, usavano riverenza alle forme storiche, e qualunque fosse il dominio, conservavansi nazionali, moltissima azione lasciando a’ rappresentanti de’ municipj e delle provincie; sicchè molti partecipavano in qualche porzione all’autorità, colla nobile compiacenza d’affaticarsi pel proprio paese.
Buonaparte proclamò non saremmo nè tedeschi nè francesi, ma italiani; poi ci divise, ci barattò, ci vendette; costituì un regno d’Italia, ma sconnettendone importanti porzioni, e col pomo della sciabola foggiandolo alla francese. Al cader suo, dagli Alleati che aveano trionfato in nome della libertà e dell’indipendenza, sperò vita l’Italia: ma essi la spartirono fra signori, quali antichi, quali nuovi, quali perfino a tempo, e tutti patriarcali. Il Governo intermedio aveva cassato le antiche rappresentanze tutorie, sicchè non rimase che l’assolutismo amministrativo, infelicità nuova. Le tante dogane impacciavano il commercio, e que’ cambj da cui i comodi e la ricchezza. Leggi discusse, giudizj pubblici e di gradi determinati, sicurezza del debito pubblico, moderazione d’imposte, franchezza del pensiero, pubblicità d’amministrazione, larghezza di censura, erano bisogni che il progresso facea sentire tanto più, quanto che se n’era già fatto il saggio. Ma ad ottenerli il maggior ostacolo pareva il Governo straniero, che a tutti gli altri sovrastava; e poichè l’Austria avea professato sosterrebbe i Governi patriarcali d’Italia, in essa concentravasi l’avversione dei liberali.
Si aggiunsero fortuite disgrazie; e a Napoli, oltre l’incendio del gran teatro, la peste s’introdusse nella terra di Bari: la carestia desolò tutta la penisola il 1816 e 17, sicchè dagli Appennini calavano i poveri a torme, a guisa di zingari vagando di terra in terra, e rubando o accattando, or in cupo silenzio, or con grida minacciose: e fin nella pingue Lombardia le radici e le erbe erano pascolo disputato. I Governi vi opposero provvedimenti dispotici insieme ed insulsi, che aggravavano il male[158]; lo temperava la carità, operosissima: ma il tristo nutrimento predispose i corpi a un contagio di petecchie che moltissimi uccise: la Toscana perdette innumere vite, mentre della fame si imputavano furiosamente i fornaj. Intanto i medici o credendole asteniche con Brown, o steniche con Rasori, applicavano a quelle malattie rimedj opposti; e tutte in favor proprio allegavano le statistiche, le quali forse non provano se non l’impotenza dell’uomo contro questi flagelli, di cui non è insolito che i popoli dieno colpa al Governo, e dicano anche qui, — Oh al tempo de’ Francesi! — Oh sotto l’altro Governo!»
Di tutti questi elementi formossi quel che fu nominato liberalismo. Che sovrano sia il popolo, in modo che la generalità rimanga sempre autorità suprema, e i magistrati esercitino i poteri soltanto per trasmissione fattane loro dal popolo, il quale può anche privarneli, e a cui sono sempre obbligati a render conto; che tale massa collettiva eserciti il potere supremo realmente e direttamente, nel che consiste la democrazia; che il cittadino nell’uso della propria libertà non sia limitato da riflessi al ben pubblico, alla costumatezza, alla fede, ma soltanto dalla libertà altrui, sicchè non v’abbia restrizioni nello spartimento dei beni, nell’esercizio de’ mestieri, nel domicilio, nella predicazione, negli atti comunque scandalosi, nel che consiste la libertà; che in tutte le relazioni pubbliche nessuna diversità di diritti nasca dalle condizioni reali, cioè dai possessi, nè dalle professionali o dal ceto e dalla corporazione, nel che consiste l’uguaglianza; che le istituzioni riconosciute ragionevoli dalla maggiorità vengano tosto attuate, senza riflesso a condizioni storiche o morali nè a diritti acquisiti, nel che consiste il trionfo della ragione; infine che, abolita la religione dello Stato, non si badi a professione di fede, a culto, a sanzione di atti civili; sono questi postulati che la Rivoluzione erasi proposto di ridurre ad atto, e sono i medesimi che il liberalismo caldeggiava. Ma poi, o per illogica transazione o per forza, rispettava le autorità esistenti, le naturali condizioni della vita e gl’interessi materiali; e se alcuni vagheggiavano l’America, prosperante senza re nè nobili nè clero, i più accontentavansi di sollecitare lo sviluppo delle condizioni sociali com’erano. Ne veniva una specie di dottrinale compromesso tra la verità e la menzogna, il quale bisogna ben distinguere dalla vera libertà, che porterebbe il massimo del potere privato col minimo del governativo, il più ampio uso delle facoltà individuali coll’esercizio del diritto universale. La perpetua tutela, l’accettare i magistrati invece di sceglierli, la volontà sottomessa a irragionati comandi, la niuna garanzia dei diritti, l’autorità incondizionata possono conciliarsi colla materiale felicità; non colla dignità d’uomo che ha bisogno d’aver fiducia nel proprio diritto e sicurezza contro l’abusata potestà e contro vessazioni arbitrarie, di poter ritenere o spendere a modo suo il frutto del suo lavoro, di partecipare alle ordinanze dalle quali penderà il suo ben essere, insomma d’un governo intelligente e probo.
Di tal passo, alla consuetudine e alla fede perdute surrogavansi negli animi l’opinione e l’individualità, cioè il vacillamento e l’egoismo; l’assoluta eguaglianza portava alla sovranità del popolo, e per conseguenza alla preponderanza del numero, il che riesce ancora alla superiorità della forza e alla perpetua mobilità; un’immedicabile scontentezza del presente, qualunque esso sia; un attribuire merito alla opposizione ragionevole o no, dissolvente o restauratrice; un credere all’onnipotenza della parola, scritta o declamata, e che con essa e con decreti si possa cambiare il mondo, nulla riguardando alla storia nè alle idee e alle abitudini del popolo; un volere che certe dottrine di pochi, e per lo più negative, vagliano come dogmi, e siano accettate anche dal popolo che non le intende, e per cui non hanno importanza. Come tutti i partiti, questo considerava traditore il pensante che conservasse l’indipendenza morale, e degradava il popolo facendogli maledire o adorare feticci, a volontà degli ambiziosi e de’ viziati, invece di adoprarsi nel surrogare la riflessione alla passione.
Da Napoleone aveano imparato i re a ledere i possedimenti privati con imposte e contribuzioni illimitate, e il possedimento più sacro, la nazionalità: i liberali ne appresero a non calcolar mai la possibilità, proporsi un fine senza misurarlo ai mezzi, e scordarsi che, nella lotta delle idee contro le cose era soccombuto anche il gigante. Molti erano fior del paese, generosi e d’integra fede: ma come accade, vi si aggregavano i malcontenti di diverso merito e colore; que’ nobili e quel clero che aveano sognato recuperare i vecchi privilegi, e svogliavansi di Governi che gli aveano ripristinati soltanto per sè; que’ letterati cui tardava l’occasione di metter in piazza le proprie abilità; quei tanti che, sentendosi capacità od ambizione per governare, non si vedevano adoperati[159].
Le società secrete, durante l’Impero, avevano ritemprato il sentimento nazionale contro l’invasione delle idee e della dominazione forestiera; conservato la memoria e il desiderio di quella libertà che lo stivale ferrato conculcava. I re n’avevano profittato contro i loro nemici: ma le perseguitarono, dacchè, cangiando non direzione ma oggetto, si rannodavano contro le nuove oppressioni.
I Carbonari, costituitisi nelle montagne calabresi dominando Murat, si attenevano in gran parte ai riti massonici; se non che in questi proponevansi la vendetta dell’ucciso Iram e i godimenti d’un deismo confacente colla filosofia del secolo passato, mentre la forza melanconica dei Carbonari assumeva di vendicare la morte di Cristo, e ristabilirne il regno. Vi si aggregarono anche magistrati e lo stesso re dopo che ruminò l’indipendenza: e l’esercito di lui nell’ultima incursione lasciò numerose vendite nelle Legazioni, donde si diffusero alla Lombardia, e massime a Bologna, Milano, Alessandria. Nel costoro ordinamento, una vendita particolare non comprende più di venti buoni cugini, in relazione fra sè ma isolati dalle altre vendite: i deputati di venti parziali vendite ne formano una centrale, che per via d’un deputato comunica coll’alta vendita; e questa per un emissario riceve gli ordini dalla vendita suprema e da un comitato d’azione. Tale gerarchia favorisce il segreto, la diffusione, i ritrovi, senza togliere l’unità. Nulla scrivere ma partecipare a voce, riconoscersi per mezzo di carte tagliate e delle parole speranza e fede, alternare le sillabe ca-ri-tà, stringendosi la mano fare col pollice il c e la n, erano i segnali e il regolamento, il rivelare i quali ai pagani o lo spergiurare punivansi di morte, inflitta di fatto ad alcuni avversarj o disertori. Dovea ciascuno procacciarsi un fucile e venticinque cartuccie; versare alla cassa comune una lira per mese, e cinque all’ammissione; giurare di «far trionfare i dogmi di libertà, d’eguaglianza, d’odio alla tirannia; e se non fosse possibile senza combattere, combattere fino alla morte».
Da questo tronco erano usciti moltissimi rami; dei Protettori repubblicani, degli Adelfi, della Spilla nera, e via là. Più franca l’Ausonia, giurava formare una repubblica italiana, divisa in ventuno Stati, ciascuno dei quali manderebbe un deputato all’assemblea sovrana, di cui uno ogni anno farebbe posto ad un altro; assemblee provinciali nominerebbero le corti di cassazione, i consigli di dipartimento, distretto e cantone, il capo della guardia nazionale, l’arcivescovo, i superiori dei seminarj e licei; il potere esecutivo affidavasi a un re del mare e un della terra, eletti per ventun anno dalla assemblea sovrana, senza distinzioni ereditarie; imposta progressiva a proporzione dell’agiatezza, il più povero pagando un settimo di sua rendita, il più ricco sei settimi; il papa sarebbe pregato a divenire patriarca della repubblica, risarcendolo dei possessi temporali toltigli; il Collegio de’ cardinali non risiederebbe nella repubblica, e se eleggesse un nuovo papa, questo dovrebbe trasferire altrove la sua sede; conservati i soli frati Mendicanti, ma libero l’uscirne chi vuole, e non vi si ascriva alcuno se non abbia servito come militare.
In questo segretume tramestavano sempre i Buonaparte, e Luciano ebbe il grado supremo di Gran Luce. Nel 1817 giovandosi della fame e d’una malattia del papa, si tentò una sollevazione in Macerata col proposito di ridurre tutta Italia sotto il consolato di un Cesare Gallo d’Osimo; ma scoperti, e processati da monsignor Pacca, tredici capi ebbero condanna di morte, e grazia dal papa. Anche l’imperatore d’Austria ne processò alquanti del Polesine, e tredici condannò a morte, commutata in carcere.
Le società segrete variavano natura o forma secondo i paesi: e parvero loro opera le turbolenze scoppiate in molte parti; in Inghilterra una congiura per trucidare i ministri; in Germania l’assassinio del comico Kotzebue per mano dello studente Sand; in Francia quello del duca di Berry, presunto erede della Corona, pel coltello di Louvel; in Russia la rivolta d’un reggimento; e quella che ebbe maggiori conseguenze, l’insurrezione della Grecia contro i Turchi, nella quale si trattava di compiere l’antico voto dell’Europa col riscattare i Cristiani dal giogo musulmano. Molti Greci venivano a studiare nelle Università di Padova e Pavia, fra cui Coletti e Capodistria; molti adottarono la nostra lingua, come Foscolo, Mario Pieri, Petrettini, Mustoxidi; e fin dai tempi napoleonici erasi formata in Italia una eteria o società per ricostruire l’impero greco; lusingata di promesse dall’imperatore, avea disposto armi per tentare dalle Jonie uno sbarco che le popolazioni seconderebbero; ma la caduta del regno d’Italia sparse ogni cosa al vento. Dappoi fidando nella Russia, fu ritessuta un’eteria, frutto della quale fu la sollevazione della Grecia. Benchè fosse la croce che lottava contro la mezzaluna, la civiltà cristiana contro la barbarie musulmana, le Potenze sfavorirono quel tentativo, sol perchè avea aspetto di rivolta o sentore di liberalismo: l’Austria facea vituperarlo ne’ suoi giornali, e tenne prigionieri i capi di quella che potè cogliere.
La Carboneria era stata trapiantata in Francia, massime dal fiorentino Buonarroti, già apostolo di Babœuf, e vi abbracciò studenti, negozianti, soldati. Gli ambiziosi e gl’inquieti che vi trescavano, ammantavansi coi nomi di La Fayette, di Dupont de l’Eure, di più onorevoli; asserivano loro corrispondenti principali Napoleone e Luigi Buonaparte figli del re d’Olanda; e intendeansi soprattutto coi vecchi e coi nuovi militari. Ma se i cospiratori convenivano nel concetto di distruggere ciò che sussisteva, non bene risolveano che cosa sostituirvi; e chi era fido alla repubblica, chi mirava al figlio di Napoleone, chi a Luigi Filippo d’Orléans. Si stabilì a Parigi un comitato, che fomentasse le rivoluzioni dappertutto e principalmente in Ispagna e in Italia, fantasticando una lega latina da opporre alla lega nordica, per ridurre l’Europa ad un assetto differente da quello impostole dai trattati del 1815.
I sovrani alleati, accortisi dell’ampliarsi del liberalismo e dell’operosità delle società secrete, si congregarono ad Aquisgrana (1818), e rinserrarono la loro unione non più coi soli intenti evangelici della Santa Alleanza, ma collo scopo espresso d’impedire i Governi costituzionali, e di reprimere ogni rivoluzione. Allora si tolse a perseguitare non solo gli atti, ma l’opinione, la quale in tali casi trasformasi in sentimento, e il sentimento elevandosi all’entusiasmo, si propaga, offusca il raziocinio, fa ammirare i perseguitati, aborrire chiunque resista, tremare gl’indifferenti, e gli stessi avversarj piegarsi al vento che spira o alla paura. Allora prendono coraggio que’ ribaldi, che di proposito inimicano al popolo il sovrano, fomentando i sospetti; per rendersi necessarj fingono cospirazioni ove non sono che aspirazioni; e inducono il bisogno di castigare l’opinione o il desiderio di premiare la delazione, di rimuovere dai posti i meritevoli, di cercare dalle carceri o dalla gendarmeria una sicurezza che più non s’ha nella docile benevolenza. Il poliziotto che riferì formicolare il paese di Giacobini e Carbonari, è impegnato a mostrarsi veritiero col fiutare e origliare e moltiplicare processi; nei quali l’accusa essendo d’opinione, è quasi impossibile scagionarsi; se non si trova da condannare, se ne imputano la furberia degli accusati, il talento, le relazioni loro.
Con siffatte arti cercavasi e combattevasi la libertà; e frutto immediato n’era uno scontento indeterminato, quel mal umore che è proprio di persone dotate d’intelligenza e non di genio. E certamente la libertà nobilita l’individuo come la nazione: ma bisogna esserne degni e usarla convenientemente; ed al fanciullo non ancora provvisto di ragione, o al mentecatto che la perdè, o al vizioso che ne abusa, legalmente vien tolta. Ora fra l’autorità che, non conoscendo misura, precipita al despotismo, e la libertà che, rifiutando ogni freno, degenera in licenza, se ponete unicamente la forza per comprimere o per abbattere, arriverete o all’eccesso dell’assolutezza che giustifica le rivoluzioni, o all’abuso delle rivoluzioni che scusa l’assolutezza. Le costituzioni, che erano l’espressione del liberalismo d’allora, eliminavano dalla scienza politica la morale, sistemando il mondo con pure combinazioni d’interessi, nessun uffizio nei rapporti politici riservando alla sincerità, all’onoratezza, tutto riducendo allo spiarsi reciproco e soperchiarsi dei due poteri, contrastantisi anzichè cooperanti, fino a dire che il re non deve governare, cioè la monarchia riducendo ad istituzione meccanica e giuridica, non già organica ed etica. Così destituiti di fondamenti sodi, qual meraviglia se dal 1789 al 1830 ben cencinquantadue costituzioni si pubblicarono?
Perchè cessi d’essere necessaria la coazione, il freno dev’essere morale; nè altro migliore v’avrebbe che la religione, la quale insegna a chinarsi all’autorità e insieme l’autorità raffrena. Or la religione avea sofferto tali scosse vuoi nel fondo vuoi nell’esterna attuazione, che tempo, longanimità, prudenza voleasi per rimetterla ne’ cuori, non meno che nell’ordine civile. Intanto, quasi una protesta contro il passato, Pio VII annuendo «alle pressanti suppliche d’arcivescovi, vescovi e personaggi altissimi», ripristinò i Gesuiti (1814) che, per volontà di altri altissimi, un suo predecessore aveva aboliti, e che rinascevano gravati dei rancori dell’antica società, non della sua sapienza e robustezza.
L’arbitrario mescolamento di nazioni, fatto dal congresso di Vienna, riuscì a vantaggio della tolleranza, ponendo il papa in corrispondenza colla Russia, coll’Olanda, con altri eretici o scismatici, dai quali otteneva miglioramenti pe’ loro sudditi cattolici. Ma fra i cattolici gran fatica gli costò il combinare coll’inveterata disciplina le nuove pretensioni giansenistiche e filosofiche dei principi che, mentre avrebbero dovuto consolidare il dogma dell’autorità, lo scassinavano coll’ingelosirsi del papa[160]; vantavano come libertà l’abbattere qualche ostacolo che i privilegi clericali mettessero all’onnipotenza amministrativa; il proibirne o sorvegliarne l’istruzione, le adunanze, le comunicazioni col capo supremo; il sottoporre a revisione le encicliche de’ vescovi, le nomine de’ parroci, i brevi di Roma.
Fin il piissimo Vittorio Emanuele, spinto da consiglieri zelanti l’indipendenza della civile dall’ecclesiastica giurisdizione, voleva assettar a sua voglia le diocesi, e in quelle di fresco acquistate del Genovesato operare non altrimenti che nelle antiche; poter dare il consenso alla nomina de’ cardinali delle altre Corti, e averne un suo; ricusava come anticaglie l’invio che Roma facea delle fasce pei principi neonati, dello stocco benedetto, della rosa d’oro; non voleva ripristinare la nunziatura; muovea lagni che l’Austria condiscendesse troppo col papa, quasi per averlo stromento alle sue ambizioni. Il cardinale Consalvi ministro di Pio VII, avendo conosciuto le Corti e la sventura, inclinava ad annuire fin dove fosse compatibile colla dignità, sebbene lo disapprovassero gli zelanti; e disfacendo il concordato di Buonaparte, ne stipulò un nuovo col Piemonte, circoscrivendo altrimenti le diocesi, sotto i metropoliti di Torino, Genova, Ciamberì, Vercelli; alla Corte risederebbe un nunzio di primo grado, il quale non ne partirà che decorato dalla porpora. Poi in quel regno furono chiamati i Gesuiti a educare la gioventù; a Pinerolo s’istituirono gli Oblati della Beata Vergine, preti secolari, con voto speciale d’obbedienza al pontefice; altrove i Sacerdoti della Carità del Rosmini; oltre gli Ordini antichi.
L’Austria, fedele alle tradizioni giuseppine, non solo nella Lombardia nominava i vescovi ed esercitava poteri già competenti a Roma, ma lo voleva anche nei nuovi acquisti di Ragusi e Venezia; del che ottenne poi privilegio dal papa (1817).
Allorchè Ferdinando assunse il titolo di re del regno delle Due Sicilie, il papa fece riserva degli antichi suoi diritti, ma il re non gli riconobbe altra supremazia se non di capo della Chiesa. L’omaggio della chinea che nel 1806 aveva egli giurato prestare, adesso negò come uno di que’ pesi feudali che nei recenti trattati s’erano aboliti; donde una disputa, esacerbata da molte scritture e dall’avere il papa ricusato cedere per denaro Benevento e Pontecorvo, reciproco ingombro. Finalmente Consalvi e il ministro Medici in Terracina (1818) convennero fosse conceduto al re di nominare alle sedi del suo regno, da cenquarantasette ridotte a novantadue; non s’inquieterebbero i possessori di beni ecclesiastici; gl’invenduti sarebbero divisi fra i ripristinati conventi, senza guardare di chi fossero prima; i corpi religiosi dipenderanno da proprj generali; i vescovi, liberi nel pastorale ministero a norma dei canoni, potranno convocare sinodi, visitare le soglie degli apostoli, pubblicare istruzioni su materie ecclesiastiche, intimar preghiere pubbliche o altre pie pratiche; al loro fôro le cause ecclesiastiche, le matrimoniali, e la censura dottrinale sui libri che s’introducono; la santa Sede sopra le rendite de’ vescovadi si riservava dodicimila ducati l’anno, da disporre a favore di proprj sudditi. Restava in arbitrio di ciascuno l’appellare al papa; ma il re dichiarò, con questo non derogavansi i privilegi del tribunale della monarchia di Sicilia. Non erasi stipulata veruna immunità personale per gli ecclesiastici; ma nel 1834 fu convenuto che i vescovi potessero esaminare i processi di quelli condannati a morte, prima di disacrarli.
Questi ed altri concordati essendo parziali, non toglieano le varietà disciplinari; in molti paesi restava colpa pe’ dignitarj ecclesiastici il comunicare direttamente con Roma; in nessuno si ripristinarono intere le immunità reali, personali e locali; nè illimitato il diritto d’acquisto delle manimorte; la più parte delle prelature restò di nomina, o almeno di proposizione governativa; erano sorvegliati i possessi ecclesiastici, voluto l’exequatur ai decreti di Roma. La Chiesa perdette inoltre gli Ordini militari, e que’ feudi che erano di rinforzo al potere ecclesiastico, mentre al civile recavano debolezza i feudi laici; e nella sola Germania le erano state tolte duemila leghe quadrate di dominio con tre milioni di sudditi. Il clero, sentendosi indebolito dalla Rivoluzione, s’appoggiò sui re, ai quali sin allora facea contrappeso; e i re quando videro ampliarsi il liberalismo, oltre i modi giuridici e le chiassate dei giornali e i freni alla stampa, ricorsero alle repressioni morali, e da Pio VII fecero condannare le società secrete (Ecclesiam a J. C), imputandole d’insinuare l’indifferenza col «lasciare che ciascuno foggi a voglia una religione, pur affettando rispetto e mirabile preferenza per la cattolica, e per la persona e la dottrina di Gesù Cristo, che chiamano rettore e gran maestro della società».
I principi mostravansi ombrosi d’un’autorità affatto morale, nel tempo stesso che sentivano il bisogno di instaurarla. Quando Leone XII proclamò il giubileo, da gran tempo impedito, la bolla fu mal gradita da essi; in Francia non si permise di pubblicarla; l’Austria ne accettò le disposizioni solo in quanto fossero compatibili colle leggi e cogl’interessi dello Stato[161]. Al qual giubileo vennero a Roma da quattrocentomila pellegrini; a novantaseimila diede tridua ospitalità l’arciconfraternita della Santissima Trinità, de’ quali però ventimila sudditi pontifizj, quarantacinquemila del Napoletano, giacchè ai lontani mancava o lo stimolo della fede o la licenza de’ superiori.
Dei misfatti della Rivoluzione, accagionandosi le dottrine che la precedettero, ed una filosofia che vuole dedurre tutto dalla ragione e secondo la ragione, se ne eressero altre che possiam dire della controrivoluzione, opponendo alla sovranità del popolo la legittimità, ossia il potere costituito sovra la propria autorità; al patto sociale, l’unità primitiva dello Stato; la costituzione organica di elementi naturali, alla democrazia astratta e ai meccanici statuti; la conservazione tradizionale, alla smania innovatrice. Insomma ricercavano ciò che si deve mantenere del passato, mentre la rivoluzione proclamava ciò che dell’avvenire può desiderarsi; e poichè invece d’un astratto concetto, guardavano a ciò che fu, alla storia specialmente della propria nazione, assumevano colore distinto secondo i paesi, migliori qualora lo spirito della storia nazionale riproducessero senz’alterarlo con concetti personali. Questa scuola ebbe anch’essa adepti e apostoli, e superiore a tutti Giuseppe De Maistre da Ciamberì (1753-1821), sul quale è dovere di trattenerci, non tanto come savojardo, che come la più elevata espressione del ritorno del mondo verso le idee religiose e patriarcali.
Combattuto nelle prime guerre del Piemonte, egli andò a Pietroburgo ambasciatore del suo re, al quale conservò fede anche dopo scoronato. Venuto da paese che diede alla Francia insigni scrittori[162], la sdulcinata lingua rinvigorì facendola parlare d’altro che di passioni, di materia, di tornaconto, con uno stile fatto pittoresco dalla collera, dagli ardimenti del genio, da animatissima convinzione; e definiva lo stile l’alleanza del sentimento col gusto. Il problema fondamentale della filosofia spiega egli col supporre una primitiva rivelazione della parola, e delle idee con essa, offuscata poi dal peccato originale. Il governo visibile della Provvidenza, l’esistenza del male, l’origine divina dell’autorità regia, l’origine regia di tutti i privilegi nazionali, l’universale fiducia delle nazioni nell’efficacia de’ sacrifizj cruenti per redimere i delitti, dispone egli con logica irrefrenabile in un sistema teosofico, dove son pareggiati i dogmi della rivelazione cogli acquisti della semplice ragione naturale, e ridotta la scienza a fede. Assimila il mondo a un immenso altare, dove ogni cosa dev’essere immolata in perpetua espiazione del male causato dalla libertà dell’uomo. Che altro rivela la storia se non fra i selvaggi l’abbrutimento, fra i civili la strage continua? Anche il giusto n’è vittima, perchè nella stabilita solidarietà egli sconta pel colpevole, e perchè altrimenti occorrerebbe un miracolo ad eccettuarlo, e conseguirebbe quaggiù la sua mercede. E con forza di sentimento e fantasia mostrando dappertutto la mano di Dio e l’ordine provvidenziale, considera la storia terrena come un regno di Dio immediato e visibile: e per rimbalzo contro lo spirito rivoluzionario corre più in là del medioevo, fondando sulla sanzione di Dio non solo l’autorità suprema, ma anche la interna condizione sociale e il segregamento delle classi. Di Dio son opera i re, gli Stati, le costituzioni; e quando l’uomo presume stabilirli da sè, necessariamente s’appiglia al peggio, e fa non fabbriche ma ruine. La razza umana è così perversa, che vuolsi gagliardamente infrenarla. Tra le costituzioni quella che Dio vuole è la monarchia ereditaria. Necessario elemento di questa è la nobiltà, e Dio stesso la scevera dalle altre classi, e discerne le schiatte. Difendersi contro l’arbitrio e l’ingiustizia, garantirsi un governo legale che promova la felicità de’ sudditi, è ben giusto: ma «il credere a promesse di re è un mettersi a dormire sull’ale d’un mulino». Chi li reprimerà e correggerà? Le bajonette, le tribune, le parodie della sovranità popolare? barriere inefficaci! Elevare la plebe sopra i re è un sovvertire la logica; il contrappeso del potere dev’essere in alto, non in basso. Il papa che nel medioevo tutelava i popoli e fulminava i tiranni, deve anche adesso francheggiare la giustizia e la libertà; a lui si curvino l’intelligenza e le spade, la libertà e i despoti. Alla corruzione dello stato morale provveda l’infallibilità della Chiesa, fondata sulla supremazia del romano pontefice; supremazia estesa anche ai vescovi ed ai concilj in modo, che nè esso decida senza i vescovi, nè i vescovi senza di lui.
Con ciò tornava in armonia il sistema papale coll’episcopale, e bersagliò le dottrine giansenistiche e le gallicane, formando della Chiesa una monarchia temperata, giacchè il papa è sovrano, ma son necessarj altri elementi a compirne la potestà; onde, surrogate la pace e l’armonia all’antagonismo, può con tutte le sue forze combattere la filosofia irreligiosa e impolitica. La logica il porta fino all’apoteosi dell’Inquisizione, fin alla sistematica crudeltà; per le quali teorie lo esecrano coloro stessi, che poi ne’ tempi e nella necessità trovano giustificazioni al Comitato di salute pubblica che le avea messe in pratica. E mentendo dissero, e avvezzarono i cialtroni a ripetere epigrammaticamente, ch’egli santificasse il carnefice perchè disse che, nelle società frenate soltanto dalla pena, il carnefice è il gran sacerdote che procura l’espiazione, come le pesti, come la guerra, come gli animali viventi di distruzione. Perocchè, come la vendetta, così egli fa riversibili la preghiera e l’espiazione; donde i sacrifizj antichi, i supplizj, la redenzione divina.
Tutto ciò espose non con teoremi scientifici, ma con discorso conversevole, e con forza sì traboccante, da lasciare dubbio s’egli sia un sofista o un profeta: certo fu grande in mezzo a tanti mediocri. La rivoluzione, il filosofismo non ebbero mai più inesorabile avversario; e mentre quelli adulavano il secolo e l’uomo pure assassinandolo, egli lo sbeffeggia per salvarlo; le nubi da quelli accavallate squarcia colle saette; confuta col recriminare, colpisce coll’esagerare e coll’opporre all’affermazione affermazioni imperterrite. Quando più giganteggiava la Rivoluzione francese la conobbe effimera, nè possibile una grande repubblica, sovrattutto in Francia, perchè non uscita spontaneamente dalla nazione, dai costumi, dalle opinioni; schernì coloro che presumeano guidarla, mentre Dio solo la spingeva in modo d’espiare le colpe della Francia, dei re, della rivoluzione stessa. A Pietroburgo tutelò sempre i suoi re, e predisse la ruina del loro persecutore. Allorchè delle sorti italiane si disputava a Parigi, egli si oppose gagliardo all’ingrandir l’Austria col cedere l’alto Novarese: — Se ciò si fa, non resta più equilibrio, tutti i principi italiani essendo vassalli dell’Austria, che presto gli assorbirà. Il re di Sardegna è il primo minacciato, perchè da gran pezzo l’assoggettamento dell’Italia non ha nemico più costante di lui: la tempesta gittatasi sulla penisola, ivi non si fermerà, e dal mezzogiorno scaglierassi sul settentrione».
E vedendo quel traffico di popoli, — Povera Italia (esclamava), in qual abisso va a cadere! È la moneta con cui pagheranno altre compre. Eppure l’unione e separazione forzata delle nazioni non è soltanto un gran delitto, ma una grande assurdità. Facciasi qualunque sforzo per non essere condannati all’uffizio di satelliti»[163]. Non stancavasi d’insistere presso Nesselrode perchè fosse «data soddisfazione allo spirito italiano»; ma il ministro russo gli rispondeva, questo spirito italiano essere appunto il peggiore ostacolo a un buon assetto dell’Italia. Al Savojardo non restava dunque che lamentarsi all’imperatore Alessandro perchè non si tenesse conto delle nazioni e dei loro sentimenti, affetti, desiderj; che un segretario sopra la carta geografica sconnettesse paesi uniti per lingua, caratteri, abitudini; e gli uomini si contassero e dividessero per testa come gli armenti.
L’instaurazione del passato egli la voleva piuttosto nelle idee e compiuta; domandava che la Santa Alleanza annichilasse i fatti della Rivoluzione; non riconoscesse la compra de’ beni nazionali «latroneccio il più odioso che abbia deturpato la storia», ma fossero ritolti a quelli che gli avevan ottenuti a bassissimo prezzo, e già se n’erano rifatti a josa; non dovendo la compassione riservarsi soltanto a’ ribaldi, nè sol per questi invocare le sante leggi della proprietà. Altre volte scriveva al suo re: — Io propendo alla libertà di commercio per una ragione di teoria ed una di pratica; la prima è ch’io non credo possibile ad una nazione di comperare più che non vende; la seconda, ch’io non ho mai veduto un Governo mischiarsi direttamente del commercio dei grani e proibirne la tratta, senza produrre caro e fame. Lo stesso è di tutte le altre mercatanzie: proibite l’uscita del denaro, e scarseggerà; se il Governo lascerà fare, si farà sempre meglio di lui».
Solo a chi giudica gli uomini e le dottrine da ciò che ne cianciano la piazza e i giornali sapran di strano questi accordi fra i liberali e i teocratici. Dei quali un altro campione fu Carlo Luigi Haller da Berna, che da protestante resosi nostro, nella Restaurazione della scienza politica (1824) combattè accannito il filosofismo e la rivoluzione, condannando i pubblicisti vantati e i re riformatori, fra cui Maria Teresa, Giuseppe II, Leopoldo granduca; e traverso ai secoli indagava con vasta erudizione e arguta logica i semi delle idee liberali, ripudiando gli acquisti di cui si gloria la moderna civiltà. E poichè l’eguaglianza politica viene dall’eguaglianza civile, patrocinava la nobiltà come prodotto della natura, i privilegi come effetto della naturale giustizia; mentre pareagli tirannia l’uniforme generalità delle leggi. Dalla natura (egli insegna) nascono gli Stati, ed ella assegna il comando al potente, al debole l’obbedienza, e porge i mezzi per far rispettare la legge come per impedire gli abusi degl’imperanti. Gli Stati primeggiano quanto più poderosi e liberi, e quanto più indipendente il governante, sia un uomo o un corpo. Il diritto de’ principi deriva dal diritto di proprietà; nè vi ebbe contratto sociale, bensì una moltitudine di convenzioni particolari, spontanee, varie, non per alienare la libertà individuale, ma per conservarla più pacificamente che si può; onde non deve esservi sovranità e indipendenza del popolo, ma sovranità di quello che per potenza e ricchezza è indipendente; non potestà delegata, ma diritto personale del principe; non mandati e statuti, ma doveri di giustizia e d’amore; non governo delle cose pubbliche, ma amministrazione de’ proprj affari; e le leggi non venire dal basso ma dall’alto, siccome in una famiglia, cui in fatto somiglia lo Stato, se non che non ha un potere superiore. Ma anche de’ sudditi il diritto è inviolabile; il principe non può intaccarne la libertà e gli averi, nè essi devono pagare imposte senza consentirle, non servire in guerra di principe; e quando esso li tiranneggi, possono non solo emigrare, ma resistere armata mano.
Ancor più di De Maistre era letto il visconte Bonald perchè meno profondo; il quale la religione faceva politica, uffiziale, principesca, mentre il Savojardo proclamava l’intima unione della Chiesa coll’ordine privato e pubblico, con tutto l’insieme del cuore e dell’ingegno umano, senza riguardo a politica locale o nazionale.
A queste idee non mancarono fautori anche in Italia, e le propugnarono in iscritto il Cavedoni, Monaldo Leopardi, il principe di Canosa; ma il vulgo che le dottrine personifica, volle incarnarle in una setta che intitolò de’ Sanfedisti, e dei Concistoriali, che doveva sostenere i monarchi e i sacerdoti, come la Carboneria propugnava le costituzioni e il pensare indipendente. Diceasi diffusa per tutta Italia con diverse sembianze: e come avviene ne’ partiti, non v’è stranezza che non se ne sia raccontata, nè ancora il tempo vi portò luce. Credeasene istitutore esso De Maistre, e affigliati il duca di Modena, il duca del Genevese, altri principi e prelati, nell’intento di congiungere costituzionalmente Italia tutta sotto la supremazia del pontefice[164]. E fu allora che prima nacque codesto concetto di Neo-Guelfi, deriso dai Liberali come stupida resurrezione d’idee quatriduane, ma venticinque anni più tardi ridesto come unica speranza d’Italia da buoni pensatori e da caldi oratori, ai quali un tratto parve che gli eventi dessero ragione.
Delle costituzioni, la più liberale che siasi veduta fu quella che si diede la Spagna quando respingeva i napoleonici; quella Spagna che dicono infracidita dal cattolicismo come l’Italia. Ratificava essa l’antico diritto delle municipalità, a queste affidando la polizia, l’igiene, la tutela delle persone e delle proprietà, l’educazione e la carità pubblica, le strade e gli edifizj comunali, il dazio consumo, il preparare le ordinanze, che sarebbero sottomesse alle assemblee o cortes dalle deputazioni provinciali. Queste sono una specie di municipalità superiore, eletta dai consigli di città, con diritto di proporre le imposte comunali, chiamare l’attenzione superiore sugli abusi di finanza e sugli intacchi alla costituzione. La sovranità risiede nel popolo; distinte le tre podestà; il re fin nel sanzionare le leggi è subordinato alle assemblee, formate di deputati scelti a tre gradi dagli elettori di parrocchia, di distretto, di provincia; fin ai soldati rimane il diritto di esaminare lo statuto e la giurisdizione.
Ferdinando VII, recuperando il trono spagnuolo, prometteva conservare quella costituzione, poi la abolì (1820 marzo); ma l’esercito sollevatosi lo obbligò a proclamarla. Basta essere vissuto dieci anni per sapere quanto nelle opinioni e negli avvenimenti convenga ascrivere all’imitazione: debolezza della natura umana, che alcuni s’ingegnano di nobilitare col supporre che le circostanze medesime maturino il medesimo seme contemporaneamente in diverse contrade. Allora dunque dappertutto scoppiano rivoluzioni militari e costituzionali, nè tardò a venire la volta dell’Italia.
Ferdinando che già era IV in Napoli e III in Sicilia (1815), e allora s’intitolò I del regno delle Due Sicilie, rimesso in questo dalle armi straniere, prometteva un governo stabile, saggio, religioso; il popolo sarà sovrano, e il principe depositario delle leggi che detterà la più energica e la più desiderabile delle costituzioni». Oltre che nazionale, egli non trovavasi legato all’Austria per parentele o riversibilità, nè per vicinanza; pure strinse alleanza con essa a reciproca difesa, obbligandosi darle venticinquemila uomini in caso di guerra, e non introdurre nel governo innovamenti che discordassero dal sistema adottato dall’Austria nelle sue provincie d’Italia.
In vent’anni di tante rivoluzioni, nell’avvicendarsi di vincitori e vinti, il paese avea fatto miserabile tesoro di rancori e vendette; pure Ferdinando non veniva anelando sangue come l’altra volta, ma aborriva ciò che appartenesse al decennio, fino a non camminare nelle strade aperte da’ Francesi; considerava come occupazione militare un regno sì lungo, come ribellione ogni atto di quella; aboliva le cose, o almeno i nomi. Divise il regno continentale in quindici provincie, organandone l’amministrazione di provincia, di distretto, di municipio; l’accademia già Ercolanense poi Reale trasformò in Borbonica, con tre sezioni di archeologia, di scienze, di belle arti; fece trattati coi Barbareschi, coll’Inghilterra, la Francia, la Spagna. Nuovi codici a cura del Tommasi ministro, poco mutarono del francese quanto al commercio e alla procedura; il civile tornava indissolubile il matrimonio, e ingagliardiva l’autorità paterna; nel penale si tolsero la pena del marchio e le confische, ma anche i giurati, facendo giudici del processo i giudici dell’accusa; s’introdussero i delitti di lesa maestà divina, e quattro gradazioni nella pena di morte, secondo che il reo mandasi al patibolo vestito di giallo o di nero, calzato o scalzo: pure tutti i cittadini restavano sottoposti alle leggi medesime, alle medesime taglie. Di titoli abbondava la nobiltà, ma non portavano privilegi; nè degli antichi bracci e seggi sussisteva più che la memoria; onde il re operava affatto indipendente co’ suoi ministri. L’esercito fissò in sessantamila uomini sotto all’irlandese Nugent, generale al servizio dell’Austria: non guardò a spesa nel fabbricare il tempio votivo di San Francesco di Paola, nè il teatro di San Carlo, e ventiquattromila ducati l’anno spendeva in limosine e in arricchir chiese: sistemò gli archivj, e stabilì che delle carte e diplomi si pubblicasse un catalogo, e sopra le memorie raccolte dalla giunta diplomatica si tessesse una storia del regno. Oltre il debito pubblico, pesavano i ventisei milioni di franchi dovuti all’Austria, e i cinque al principe Eugenio; ma vendendo le proprietà dello Stato e de’ pubblici stabilimenti, e obbligando questi a ricevere iscrizioni di rendite sul gran libro, legava l’avvenire di essi alle finanze dello Stato; e poichè il ministro Medici ebbe cura che puntualissimi si facessero i pagamenti, rinacque la fiducia.
È noto come, dopo che dalla peste nel XIV secolo fu spopolato un estesissimo paese di Puglia, i re se l’appropriarono col nome di Tavoliere, lasciando che, col pagamento d’una fida, vi pascolassero alla libera gli armenti sotto la guardia di pastori, nomadi e quasi selvaggi, senza legami di casa o di famiglia, e obbedienti a capi proprj, anzichè al Governo. Tra siffatti nella rivoluzione del 1799 eransi reclutate le bande assassine, poi molte parti se ne diedero a censo; infine il dominio francese emancipò il Tavoliere, sicchè rendeva cinquecentomila ducati, distribuito fra piccoli possessori, i quali per interesse divenivano fautori di quel Governo. Ferdinando lo restituì a possesso comune, talchè una quantità di spropriati ne concepirono malevolenza.
Il re, quando stava ricoverato in Sicilia, domandò forti sussidj a quel Parlamento per recuperare la terraferma; e perchè i baroni glieli stiticarono, egli, loro malgrado, vendette i beni comunali, e gravò di tasse i contratti. Il Parlamento protestò, e il re incarcerò i capi; ma gl’Inglesi l’obbligarono a dare una costituzione (1812), secondo la quale, la rappresentanza nazionale divideasi fra due Camere, che poteano pregare il re a proporre una legge, cui esse non aveano che a discutere; il re, inviolabile, potea sciogliere il Parlamento, i cui atti non valeano senza la sanzione di lui; responsali i ministri, piena libertà civile e di stampa e d’opinioni, inamovibili i giudici. La legge elettorale favoriva ai minuti possidenti; dalla rappresentanza restavano esclusi i funzionarj pubblici, eccetto i ministri; largo l’ordinamento comunale.
Rinforzatosi nel 1815, il re s’invoglia a recuperare intera la potestà e uniformar l’isola al continente. Gl’Inglesi più non aveano interesse a favorirvi la libertà; all’Austria sgradiva quest’esempio di Governo rappresentativo, sicchè la costituzione siciliana fu abolita (1818 agosto), allegando che il re non l’avesse giurata. Ed era così; ma avea spedito a giurarla in suo nome il figlio duca di Calabria, vicario del regno. Istanze e proteste non valsero; carceri ed esiglj punirono i reluttanti[165]; solo rimase scritto che le cariche non si darebbero che a Siciliani, le cause dei Siciliani si deciderebbero nell’isola, le taglie sarebbero fissate in 1,847,687 onze, non potendo accrescerle senza il consenso del Parlamento.
Questo dunque sussisteva di diritto; e Guglielmo A’ Court, succeduto al Bentinck come ambasciatore d’Inghilterra, congratulavasi d’avere con quella parola assicurato la rappresentanza siciliana; Castlereagh felicitava il re d’aver sì bene composte le cose: ma erano parole, senza modo di darvi sostanza. L’amministrazione della Sicilia fu uniformata a quella di qua del Faro, dividendola non più in tre, ma in sette valli, di cui erano capi Palermo, Messina, Catania, Girgenti, Siracusa, Trapani, Caltanisetta; abolita la feudalità, accomunatovi il codice napoletano. Era certo un gran miglioramento, ma guasto per avventura dai modi: cessato lo spendio ingente dell’esercito inglese e quel della nobiltà che voleva emulare la Corte, il denaro parve scomparire: se alcuni signori andarono a brigar favori a Napoli, altri sequestraronsi in dispettosa astinenza: e l’invidia contro la nuova capitale prorompea in quell’ultimo ristoro del parlar male sempre e di tutto, e d’ogni danno recar la colpa alla tolta indipendenza.
Nè i sudditi di Terraferma s’adagiavano alla ripristinata condizione, i servi di Murat guardavano con disprezzo i servi di Ferdinando, e questi quelli con isdegno; a molti furono ritolti i doni di Gioachino; si ridestarono liti già risolte, si concessero favori contro la legge, mentre contro i patti di Casa Lanza si degradò qualche uffiziale: si esacerbavano nell’esercito le gelosie fra i così detti Siciliani, improvvidamente distinti con medaglia, e i Muratisti, ne’ quali sopravviveano l’entusiasrno della gloria e il sentimento dell’indipendenza italiana; la coscrizione rinnovata aumentò i briganti, mal frenati da un rigore insolito fin nel decennio[166].
Crescevano dunque i malcontenti e le trame, e la Carboneria nel 1819 contava seicenquarantaduemila adepti: anche persone d’alta levatura, sgomentate dall’impotenza del Governo o desiderose di prepararsi una nicchia nelle novità che ormai vedeano sovrastare, le diedero il proprio nome, aggiungendo la forza morale a quella del numero; e sperando che con istituzioni fisse si sottrarrebbe il paese alle rivoluzioni, che in breve tempo l’aveano sovvertito sì spesso, e due volte sottoposto a giogo straniero. Il re, ascoltando solo ad uomini del passato, non volle condiscendere in nulla; e il principe di Canosa, ministro di polizia, credette bell’artifizio l’opporre ai Carbonari la società segreta de’ Calderari, cospiranti coi famosi Sanfedisti a sostenere il potere dispotico: ma poichè i suoi eccedeano fino ad assassinj, egli fu congedato con lauti doni, e i Carbonari parvero tutori della vita e della proprietà[167].
Allora cominciarono nel Regno (1820) le persecuzioni contro di questi, ma le prigioni si tramutavano in vendite; ben presto ai moti di Spagna si scuote anche il nostro paese, parendo che la somiglianza d’indole e l’antica comunanza di dominio chiedessero conformità d’innovazioni: gli applausi dati da tutta Europa a Riego e Quiroga, generali voltatisi contro il proprio re, lentano la disciplina degli eserciti, e fanno parer facile una rivoluzione militare. Era la prima volta che si vedesse un esercito insorgere per la libertà, e l’assolutismo parve ferito nel cuore dacchè contro lui si torceva l’unico suo sostegno: i ministri che fin allora aveano inneggiata la felicità de’ sudditi e riso della setta, allora ne ravvisano l’importanza (1820); diffidano de’ buoni soldati, e col sospetto gli esacerbano; conoscono inetti quelli in cui confidano, ma non osano nè secondare i desiderj, nè comprimerli chiamando i Tedeschi. Fra tali esitanze la setta procede; a Nola e ad Avellino (2 luglio), istigati dal tenente Morelli e dal prete Minichini, alcuni soldati e Carbonari gridano, Viva Dio, il re e la costituzione, e senza violenze nè sperpero, ma tra gl’inni e i bicchieri e le danze tutto l’esercito diserta dalla bandiera regia; e il re, «vedendo il voto generale, di piena sua volontà promette dare la costituzione fra otto giorni, e intanto nomina vicario il duca di Calabria» (7 luglio).
Come la Spagna avea preferito quella del 1812, solo perchè riconosciuta dalle Potenze, così ai Napoletani sarebbe stata a scegliere la carta siciliana, già sanzionata dall’Inghilterra, e che avrebbe prevenuto ogni dissenso coll’isola sorella: ma ai liberali parve assurdo un Parlamento fondato sull’aristocrazia, e per seguire la moda proclamarono la costituzione di Spagna, sebbene non se n’avesse tampoco una copia per ristamparla. Allora applausi e feste alla follia; Guglielmo Pepe, gridato generale dell’esercito insorto, entra in città trionfante coi colori carbonari, rosso, nero, turchino, seguito da migliaja di settarj stranissimamente divisati e condotti dal Minichini; sfilato sotto il palazzo, si presenta al re, che gli dice: — Hai reso un gran servigio alla nazione e a me; adopra l’autorità suprema per compiere l’opera santa dell’unione del re col popolo: avrei dato la costituzione anche prima, se l’avessi creduta utile e desiderata; ringrazio Dio d’avere serbato alla mia vecchiezza di fare un tanto bene al mio regno». Con solennità cittadina e religiosa Ferdinando giura la costituzione (13 lugl.), e dopo la formola scritta aggiunge spontaneo: — Dio onnipotente, il cui occhio legge ne’ cuori e nell’avvenire, se presto questo giuramento di mala fede, o se debbo violarlo, lanciate sulla mia testa i fulmini della vostra vendetta».
Fare una rivoluzione in Italia è tanto facile, quanto difficile il sistemarla. Subito irrompono i mali umori; alcuni non intendono la libertà che alla giacobina; altri vogliano scomporre il paese in una federazione di provincie; chi domanda la legge agraria quale gliel’aveano spiegata in collegio; i soldati muratiani pretendono i primi onori; quelli del campo di Monforte non soffrono essere posposti; tutti voleano essere Carbonari quando ciò portava sicurezza e gradi, e settantacinque vendite si eressero nella sola capitale, di cui una contava ventottomila cugini; tutti i militari v’erano ascritti, con gradi che pretendeano conservare nell’esercito; molta gente onesta per far quello che faceano tutti; molte donne col nome di giardiniere; e accusando, investigando, promettendo impacciavano il Governo, che non poteva abbattere le scale per le quali era montato. Così tutto scomponeasi, nulla s’instaurava; disordinavasi e Governo ed esercito e pubblica sicurezza, e si diffondeano reciproci sospetti.
In Sicilia i Carbonari poche fila aveano, per quanto il pisano improvvisatore Sestini vi fosse andato ad annodarne; odiavasi tutto ciò che fosse napoletano, talchè nell’insurrezione di Napoli non si vide che un’occasione d’emanciparsi, e alle solennità della santa Rosalia in Palermo (15 luglio) si proclamava Dio, il re, costituzione e indipendenza da Napoli, ai tre colori unendo il giallo dell’isola; intanto si abbattono gli uffizj del bollo, del catasto, del registro, delle ipoteche, di tutto ciò ch’era venuto da Napoli; si saccheggia, s’insulta; ai soldati si tolgono i forti e le armi, e trenta sono uccisi, quattrocento feriti, sessantasei cittadini feriti e cinquantatre morti, fra cui il principe Catolica capo della guardia civica, poi i principi di Paternò e d’Aci, non meno del Tortorici console de’ pescatori; liberati prigionieri e galeotti; l’anarchia gavazza fra quella mescolanza di scarcerati, contadini, marinaj, bonache come là dicono i mascalzoni; gl’impiegati fuggono, ogni onest’uomo si trincera in casa e nell’arcivescovado[168], e la giunta provvisoria, in balìa della ciurma armata, delle vendite, de’ consoli d’arte, di frate Vaglica, non trovavasi nè denaro nè forza nè senno. Intanto i nobili vogliono la costituzione siciliana; i settarj la napolitana; onde ai valli di Palermo e Girgenti s’oppongono in arme gli altri e la memore Siracusa e la ricca Messina, e ne nasce guerra non solo civile ma domestica, come ogniqualvolta la piazza equivale al palazzo; dappertutto capi violenti raccolgono bande feroci; Caltanisetta, assalita dai Palermitani e con molto sangue presa e mandata a macello e vituperio, sgomenta le piccole città, inviperisce le maggiori; tutta l’isola è infetta di sangue; i Palermitani mandano a Napoli a chiedere l’indipendenza e re distinto, e avuto il niego gridano Indipendenza o morte, e aggiungono ai quattro colori un nastro con quelle parole e col teschio.
Napoli, uditi quegli orrori colle esagerazioni dei fuggiaschi, grida morte ai Siciliani; si vuole cacciarli d’impiego, tenere ostaggi quanti se ne colgono; a un atto non men giuridico che quello de’ Napoletani, si dà il titolo di ribellione, e mandasi un esercito col generale Florestano Pepe per mettere l’isola all’obbedienza. Come al solito, fu attribuita alla Corte la ribellione della Sicilia; averla fomentata per contraffare alla napoletana, ora volerla rendere irreconciliabile colle armi. I rivoltosi, da Pepe ridotti in Palermo, dove pure fra loro si trucidavano, patteggiano (1820 3 8bre), assicurati d’un Parlamento distinto: ma il Governo napoletano dichiara viltà questo cedere a fronte di poca bordaglia colpevole, e concedere a città vinta quanto avea chiesto ancora intatta: Messina se ne duole, i Napoletani ne urlano, il Parlamento cassa la capitolazione pur lodando Pepe, il quale le lodi e la decorazione repudiò, e viene spedito Pietro Colletta a frenar col rigore, cioè ad esacerbare.
Fra tali scogli navigava il Governo costituzionale mentre si facevano le elezioni del Parlamento[169], aprendo il quale (20 8bre) nella chiesa dello Spirito Santo, il re dichiara «considerar la nazione come una famiglia, di cui conosceva i bisogni e desiderava soddisfare i voti». Ma il Parlamento, nel bisogno di secondare gl’impulsi esterni, spinge a novità incondite, disputa se fosse costituto o costituente, muta i nomi delle provincie coi classici, e trovasi eliso dall’assemblea generale della Carboneria, composta dei deputati delle vendite provinciali, più gagliarda del Governo stesso, il quale dovè più volte invocarla per levar milizie, rivocare congedati, arrestare disertori, esigere tributi. Terzo potere sorgeva la guardia nazionale, massime da che vi fu posto a capo Guglielmo Pepe.
In dicerie e in decasillabi applaudivasi a una rivoluzione senza sangue nè sturbi, ove concordi popolo e re, ove questo non fece che estendere la propria famiglia: ma la setta vincitrice impaccia, decreta infamia o lodi, molesta per alti passati e per opinioni, unica libertà concede il pensare e parlare com’essa, unica legge il proprio senno. Quei tanti che sparnazzano coraggio finchè il pericolo è remoto, vantavano formato un terribile esercito, disposte fortezze insuperabili, coraggio spartano: ma realmente gli uffiziali, esposti agli attacchi delle congreghe settarie, indignavansi e rompeano la spada: Pasquale Borelli, direttore della Polizia, non osando reprimere, fingeva secondare; e intanto spargeva terrore di congiure e d’assassinj per ottenere lode d’averli scoperti e prevenuti: e i trionfi e le baruffe distraevano dall’avvisare al crescente pericolo[170].
Ciascun ministro presentò al Parlamento un ragguaglio, donde raccogliamo la statistica di quel tempo. La popolazione sommava a 5,034,000; nati in otto anni 1,872,000, di cui soli 280,000 vaccinati; 15,000 i trovatelli, di cui nove decimi perivano nei primi giorni dell’esposizione. A’ luoghi pii nelle provincie soccorreva l’assegno annuo di 1,080,000 ducati; 438,000 ai ricoveri di malati e poveri della città, fra cui 5100 erano mantenuti nell’Albergo dei poveri: 560,000 ducati destinavansi all’istruzione pubblica, 80,000 al teatro di San Carlo, ove una coppia di ballerini costò 14,000 ducati. L’introito dell’erario valutavasi 19,580,000 ducati, in cui la Sicilia figurava per soli 2,190,000 assegnatile come quarta parte delle spese di diplomazia, guerra, marina; chè pel resto teneva conti distinti. Il debito, consolidato nel 1815 in annui ducati 940,000, or ascendeva a 1,420,000; il debito vitalizio a 1,382,000. Dal 1683 in poi la zecca avea coniato 25,000,000 di ducati in oro, 69,741,000 in argento, 320,000 persone traevano sussistenza direttamente dal mare, sul quale era necessario tenere una forza per respingere i Barbareschi, che in altri tempi aveano ridotte deserte le coste, e in conseguenza ingorgati i fiumi e peggiorata l’aria. Si aveano di qua dal Faro 3127 bastimenti da traffico, 1047 barche da pesca; di là 438, con 1431 legni da traffico; e il crescente commercio marittimo porterebbe a decuplicarli. Di 242 navi da guerra non erano atte al servizio che un vascello, due fregate, una corvetta, tre pacchetti con settantatre legni minori. L’esercito di 40,000 uomini sentivasi la necessità di crescerlo e rifornirlo.
Perocchè i liberali di tutta Europa fissavano gli occhi sull’Italia, bollente di speranze; chi offre denari, chi la persona e soldati; si fanno prestiti al Governo nuovo; s’insegna a difendersi, a fare la guerra di bande, se mai l’Austria ponesse ad effetto le cupe minaccie che le poteano tornare in capo: ma da nessuna potenza venivano conforti[171], anzi si udì che il principe di Cariati, ambasciatore costituzionale, non fu voluto ricevere alla Corte di Vienna, la quale all’Europa dichiarò voler intervenire armata mano, ed assicurare ai principi italiani l’integrità e indipendenza de’ loro Stati. Ferdinando trasmette alle Corti una nota del suo operato (1 xbre); «libero nel suo palazzo, in mezzo al consiglio composto de’ suoi antichi ministri, aver determinato di soddisfare al voto generale de’ suoi popoli: vorrebbero i gabinetti mettere in problema se i troni siano meglio garantiti dall’arbitrio o dal sistema costituzionale? All’articolo segreto della convenzione coll’Austria nel tempo della restaurazione egli s’attenne fin qua: ora egli re e la nazione erano risoluti a proteggere fino all’estremo l’indipendenza del regno e la costituzione»[172].
L’alleanza perpetua delle quattro Potenze costituiva una specie d’autorità suprema per gli affari internazionali d’Europa, attenta che nessun cambiamento degli Stati attenuasse le istituzioni monarchiche. Or dunque che novità erano minacciate in tutte le tre penisole meridionali, i principi alleati si raccolsero a Troppau. Alessandro czar, che erasi sempre mostrato propenso alla libertà, che in nome di essa guerreggiò nel 1814, che nella pace avversò ai calcoli freddi ed egoistici, che fece dare la Carta alla Francia, ispirato anche dal ministro Capodistria, trovava che i Napoletani erano nel loro diritto, e repugnava dal violentarli. Ma alla politica di sentimento ne opposero una positiva Metternich ministro dell’Austria, e Francesco IV di Modena[173], i quali, mostrandogli in pericolo la pace d’Europa, e sgomentandolo delle rivoluzioni militari, lo resero ostile alle costituzioni, e persuaso d’essere dalla Provvidenza chiamato a difendere la civiltà dall’anarchia, come già l’avea salvata dal despotismo.
A quel congresso pertanto si stabilì il diritto d’intervenire armati negli affari interni di qualunque paese, ogni rivoluzione considerando come attentato contro i Governi legittimi. Metternich dichiarò all’ambasciatore napoletano, unico scampo pel Regno sarebbe il rimettere lo stato antico; gli uomini meglio pensanti andassero al re, e lo supplicassero d’annullare quanto avea fatto; se occorresse, centomila Austriaci li sosterrebbero nel comprimere la rivolta. Russia e Prussia secondano quel dire: ma l’Inghilterra vedea d’occhio geloso l’intervenimento austriaco in un paese che tanto le fa gola; Francia sentiva spegnersi l’influenza che la parentela le dava, onde s’interpose, promettendo che gli Alleati soffrirebbero la rivoluzione, se, invece della spagnuola, si accettasse la costituzione francese. I Napoletani persistettero per la Camera unica, la deputazione permanente e la sanzione forzata del re: ma avessero anche ceduto, la loro sorte era decisa, in nulla volendo prescindere i sovrani del Nord[174]. Da questi invitato (7 xbre), Ferdinando chiese al Parlamento di andare per «far gradire anche alle Potenze estere le modificazioni alla costituzione, che senza detrarre ai diritti della nazione, rimuovessero ogni ragione di guerra». I Carbonari proruppero in tutto il regno per impedire quest’andata, esclamando contro il re che fin allora aveano glorificato; alle proposizioni non si rispondea se non, La costituzione di Spagna o morte; d’ogni parte venivano armi, e d’armi si muniva la reggia. Questa è opportunissimamente situata sul mare: in rada stavano la flotta napoletana e legni francesi e inglesi per impedire ogni violenza, sicchè il re trovavasi pienamente arbitro della sua volontà: e i giuramenti che, con espansione di sincerità, egli ripetè alla costituzione, e di volere, se non potesse altrimenti, venir a sostenerla in armi a capo del suo popolo, gli ottennero di partire fra benedizioni e speranze, lasciando vicario il figliuolo (14 xbre), al quale scriveva in sensi di padre più che di re.
Trovava egli il congresso trasferito a Lubiana, dove erano stati invitati i ministri degli Stati italiani per discutere sulle pretensioni dei popoli. Ogni concessione si sapeva «diverrebbe pretesto a domandare innovazioni, e ogni esempio un motivo d’agitazione negli spiriti»[175]; una novità introdotta in un paese sarebbesi desiderata in tutti, poi voluta: onde parve più spediente il negar tutto; escludere ogni partecipazione del popolo al governo, e ogni confederazione di Stati italiani, che seminerebbe gelosie fra essi; nessun principe d’Italia innovi le forme di governo senz’avvertirne gli altri acciocchè provvedano alla loro sicurezza; i turbolenti sieno deportati in America; intanto si assalga Napoli senza aspettare i centomila Russi, che muoveano un’altra volta dal Nord per rassettare il freno all’Italia[176].
Castlereagh, ministro inglese, non vuole s’intervenga a nome di tutti gli Alleati; però lascia libera azione all’Austria[177]. La quale, malgrado l’unico dissenso di monsignor Spada inviato pontifizio, annunzia che, d’accordo colla Russia e Prussia, manderà un esercito di 50 mila uomini capitanati dal generale Frimont ad appoggiare il voto de’ buoni Napoletani, qual era il ristabilimento dell’ordine primitivo; e se trovasse ostacolo, poco la Russia tarderebbe. Re Ferdinando, cambiato tenore, scrive minaccie eguali (1821 9 febb.); volere svellere un Governo imposto con mezzi criminosi, dare stabili istituzioni al regno, ma quali a lui pajano e piacciano; e rimesso nella pienezza de’ suoi diritti, fonderà per l’avvenire la forza e stabilità del proprio Governo, conformemente agl’interessi de’ due popoli uniti sotto il suo scettro.
Il Parlamento ripudia quell’atto, come di re non libero, e accetta la sfida di guerra con quel fragore che sembra coraggio ed è rispetto umano; armansi fino i fratelli e amici del re; i veterani tornano volenterosi alle bandiere, che ricordavano recenti vittorie; i giovani vi sono spinti dalle mogli, dalle madri, dall’esempio; trentaduemila vecchi e quarantaduemila soldati nuovi sono in armi, si restaurano le fortezze, preparansi bande a guerra paesana, difendesi il mare; eppur si vieta agli armatori del pari che all’esercito d’uscire dai confini per non parere aggressori. Se poco era mancato perchè Murat riuscisse nella guerra offensiva, quanto più facilmente basteranno ora alla difensiva?
Ma l’esercito costituzionale era nuovo, e scarso di disciplina come avviene nelle rivoluzioni; insufficienti l’armi e i viveri; impacciate le operazioni dal rispetto al confine forestiero, e dalla discrepanza dei due generali Carascosa e Guglielmo Pepe. Il primo mena un corpo sulla strada di Roma fra Gaeta e gli Appennini, donde più probabilmente aspettavansi gli Austriaci; ma accortisi quanto le parole distassero dalla realtà, consiglia di patteggiare cogli Alleati. Pepe, con disordinate e sprovvedute cerne ch’egli supponeva eroi, munisce gli Abruzzi, per dove appunto si accostano i nemici, secondati dalla flotta dell’Adriatico, e dietro a loro Ferdinando, ingiungendo ai sudditi (27 febb.) d’accogliere gli Austriaci come amici. O per baldanza di far parlare di sè almeno un giorno, o spintovi dai sellarj di cui era stromento, Pepe, quantunque tenesse ordine di limitarsi sulla difensiva, e senz’avere nè concertato con Carascosa, nè preparato i rifugi da una sconfitta, fa una punta sopra Rieti, sperandosi secondato da insorgenti Papalini: ma un corpo di cavalleria austriaca accorrendo gli rapisce la sua posizione; quando vuole riprenderla è battuto (6 marzo), e i Tedeschi occupano le gole di Antrodoco e Aquila, porte del regno.
È insulto gratuito il trattare da vili le truppe napoletane. Non aveano coraggiosamente combattuto in terra e sul mare a Tolone e in Lombardia ne’ primordj della rivoluzione? se nel 1798 furono sbaragliate, la colpa ricade sul generale Mack, straniero, presuntuoso e troppo fidente in reclute, malgrado gli ammonimenti di Colli e di Parisi. Ritiratosi in fuga l’esercito, cedute le fortezze, il popolo, i lazzaroni teneano testa a Championnet, se i loro capi non gli avessero quietati. L’assedio di Gaeta e di Civitella del Tronto nel 1806, i briganti delle Calabrie, i tentativi realisti della Sicilia fecero costar caro ai Francesi l’acquisto del Reame; uniti poi ad essi, i Napoletani combatterono con buona sentita in Ispagna e in Russia. Perchè sarebbero stati vili soltanto all’Antrodoco? Ben vuolsi avvertire che sempre mutabili governi aveano ad ogni momento introdotto cangiamenti di disciplina e di tattica, sicchè l’esercito, stato alla spagnuola fino al 1780, barcollò poi fra la tattica prussiana e la francese; tornò francese sotto Murat; pigliò dell’inglese dopo unitovi il siciliano, sotto lo straniero Nugent; tirocinio continuo che togliea vigore, oltre che la gelosia de’ realisti aveva rimossi molti uffiziali muratiani.
Qui poi erasi creduto che una rivoluzione tutta interna ed unanime non abbisognerebbe d’armi; come il vanto più bello cantavasi il non essere costata una stilla di sangue[178]; col restare inermi voleasi e mostrar fidanza nella propria causa, e togliere ad altri il pretesto d’intervenire col togliere la paura che s’invadesse il paese altrui, perciò ricusando, non solo di eccitare i vicini Stati, ma neppur d’accettare Benevento e Pontecorvo, insorte contro il dominio papale. Quindi il precipitoso armarsi dopo che il pericolo si manifestò, gli scarsi provvedimenti, le rivalità fra i due capitani, la persuasione dell’inettitudine della proclamata costituzione e dell’inutilità del resistere, comunicatasi dalla moltitudine all’esercito, l’inesperienza d’un Governo improvvisato, a fronte d’uno che procedea con fine determinato e colle spalle munite, bastano a spiegare le rotte, senza ricorrere al solito macchinismo de’ libellisti, tradimento e viltà, apposti anche a nomi onorevoli.
Quel popolo vivo, chiassoso, scarso di bisogni, lieto di starsi contemplando lo splendido cielo e il mare ondeggiante, e che considera libertà il non far nulla, come avrebbe inteso queste metafisiche liberali, che cominciavano con una menzogna, e sospendeano a mezzo le conseguenze? Poi tali scosse di popoli traggono sempre alla superficie la feccia, e questa è la più attuosa; oltre coloro che del nome di libertà fansi un talismano con cui guadagnare e dominare. Nella breve durata, il Parlamento avea mostrato facondissimi oratori, principalmente Poerio, Borelli, Galdi, e qualche pensatore, come Dragonetti e Niccolini: valenti ministri parvero Tommasi e Ricciardi: proposizioni savie non erano mancate: non si sciupò il denaro pubblico, e più d’uno del governo dovette andarsene pedone, e ricevere le razioni dell’Austria per arrivare ai luoghi ove questa li relegava.
Il Parlamento in agonia dirigesi al vecchio re, supplicandolo «comparire in mezzo al suo popolo, e svelare le sue intenzioni paterne senza intervenzione di stranieri, acciocchè le patrie leggi non rimangano tinte dal sangue de’ nemici o de’ fratelli»; ma gl’invasori non si arrestano, ed entrano in Napoli (24 marzo); il Parlamento, per l’eloquente voce del Poerio, protesta avanti a Dio e agli uomini per l’indipendenza nazionale e del trono, e contro la violazione del diritto delle genti, e si scioglie.
Pari sorte corse la Sicilia. Soli i Messinesi risolsero sostenersi e il generale Rossarol che comandava la guarnigione, prendea parte con loro (28 marzo); ma non secondato dalle altre città, egli andossene a combattere in Ispagna e morire in Grecia; e Messina cedette. L’occupazione austriaca costò trecencinquanta milioni di franchi[179]; un milione fu regalato al generale austriaco Frimont col titolo di principe d’Antrodoco; e con enormi prestiti bisognò coprire le enormi spese.
Allora cominciansi i processi; e ad una commissione speciale sottoposti quarantatre, principali nel movimento di Monforte; cioè in un fatto innegabile, ma sancito dalla posteriore adesione del re e della nazione, dopo molti mesi si condannano trenta a morte, tredici ai ferri. Morelli e Silvati, presi a Ragusi nel fuggire e consegnati, sono uccisi; agli altri grazia; condannati molti in Sicilia a cagione degli assassinj; poi dall’amnistia eccettuati alcuni capi profughi come Pepe, Carascosa, Russo, Rossarol, Concili, Capecelatro, il prete Minichini; moltissimi andarono esuli. L’esercito fu sciolto, molti uffiziali degradati, altri chiusi nelle fortezze austriache; e il re soldò diecimila Svizzeri, con laute convenzioni e con diritto di codice loro proprio. Il pensiero fu messo in quarantena mediante un gravoso dazio sopra le stampe forestiere, dal che fu rovinato il commercio de’ libri, colà fiorentissimo. Canosa, tornato ministro della Polizia, l’esercita inesorabile; pubblicamente applica la frusta per mezzo alla città; empie le prigioni, moltiplica le spie; molti unisconsi in bande, consueto postumo delle rivoluzioni; lo stiletto risponde spesso alle detenzioni e alle condanne; e l’anno corre sanguinoso, quant’era stata incruenta la rivoluzione. Ferdinando stabilì che Sicilia e il Napoletano, sotto un solo re, si reggessero distintamente, con imposte, giustizia, finanze, impieghi proprj; le leggi e i decreti fossero esaminati da consulte separate in Napoli e Palermo.
La rivoluzione di Napoli non sarebbe caduta sì di corto se le fosse ita di conserva quella di Piemonte. Colla caduta dell’impero francese ricuperato l’indipendenza, il nuovo re dichiarava abolita la coscrizione e la tassa sulle successioni; Torino da capo dipartimento tornava capitale d’un regno di quattro milioni e mezzo d’abitanti: qual meraviglia se, quantunque ricevesse il regno da soldati austriaci, la Liguria da inglesi, fu accolto con tripudio il re[180] quando da Cagliari passò all’antica reggia, in vestire e contegno modesto che facea contrasto collo sfarzo del Borghese? «Non v’è cuore che non serbi memoria soave del 20 maggio 1814: quel popolo s’accalcava dietro al suo principe, la gioventù avida di contemplarne le sembianze, i vecchi servidori e soldati di rivederlo; grida di gioja, spontaneo contento dal volto di ciascuno; nobili, persone medie, popolani, contadini, tutti legava un sol pensiero, a tutti sorrideano le stesse speranze, non più divisioni, non triste memorie; il Piemonte doveva essere una sola famiglia, e Vittorio Emanuele il padre adorato». Queste parole d’un caporivoluzione[181] possono indicare che i Piemontesi erano ancora realisti, come quando l’Alfieri si lamentava che non s’udisse a Torino parlar d’altro che del re.
Beati i principi che sanno profittare di queste disposizioni! Vittorio che non avea patteggiato col forte, nè s’era avvilito a’ suoi piedi come i gran re, potea meglio di qualunque altro operare il bene: ma si conservò re patriarcale, persuaso che il regnante è tutto, ed ogni novità un male, e che i popoli devono credere altrettanto; ingannato dai soliti camaleonti, che si misero vecchie decorazioni, e calzoni corti e code, non seppe riconoscere che alcune ruine non si devono più riparare. Non punì; stracciò una lista sportagli di Framassoni e Giacobini: ma ostinandosi a ripristinare il passato, anche dopo cessate e la fiducia reciproca e l’economia d’una volta, abolì tutte le ordinanze emanate dai Francesi; ripristinò quanto essi aveano disfatto, i conventi, la nobiltà, le banalità, le commende, i fidecommessi, le primogeniture, i fôri privilegiati, gli uffizj di speziale e di causidico, le sportule de’ giudici, l’interdizione de’ Protestanti, i distintivi degli Ebrei, le procedure secrete colla tortura e le tanaglie e lo squartare e l’arrotare. L’editto 21 maggio 1814, che ripristinava le antiche Costituzioni del 1770, turbava persone e sostanze; cassati fino i grossi affitti che s’estendessero oltre il 14; sbanditi i Francesi che qui aveano preso stanza dopo il 96. Coll’ajuto del conte Cerutti e dell’almanacco 1793 rimettea persone e cose com’erano avanti la rivoluzione. Fin nell’esercito si richiamarono alle bandiere i coscritti del 1800, e poichè erano morti o invalidi, si supplì coll’ingaggio; poi si dovette tornare alla coscrizione, pur conservando gli antichi pregiudizj, escludendo l’esperienza di chi conoscea la tattica nuova sol perchè avea servito coi Francesi, e proibendo di portarne le decorazioni meritate, mentre si davano i gradi ai cadetti delle famiglie patrizie. Ma a quel suo ritornello d’aver dormito quindici anni, Potemkin segretario dell’ambasciatore russo, rispose: — Fortuna che non dormisse anche l’imperatore mio padrone, altrimenti vostra maestà non si sarebbe svegliata sul trono».
Il non aver servito a Napoleone, che spesso era indizio d’incapacità, diveniva merito ad impieghi, dai quali escludeansi i meglio abili, perchè giacobini o framassoni: buoni professori dell’Università furono cassati, fra cui l’abate Caluso amico d’Alfieri, il giureconsulto Reineri, il fisico Vassalli Eandi, il botanico Balbis, il chimico Giobert. Le ipoteche, le riforme amministrative, la regolata gerarchia di giudizj cessarono: alle provincie s’imposero comandanti militari: i giudici mal pagati, erano costretti a trarre stipendio legale dalle sportule dei litiganti, illegale dalle lungagne e dalla corruzione.
Abbatteasi il Governo napoleonico, ma conservavasi l’istituzione più repugnante ai Governi paterni, la Polizia, esercitata da carabinieri e da uffizj che decidevano in via economica, cioè fuor delle forme giuridiche. Il risparmiare, studio supremo de’ Governi antichi, abbandonavasi per moltiplicare impiegati; conservavansi i dispendiosi statimaggiori, perchè d’illustri famiglie. In conseguenza bisognò stabilire le imposizioni alla francese; alle disgrazie naturali di carestia e tifo, all’invasione di lupi e di masnadieri, si aggiunse la fama di enormi malversazioni nel liquidare il debito pubblico, e fu duopo ricorrere a prestiti forzati.
I senati di Torino, Genova, Nizza, Ciamberì aveano diritto d’interinare gli editti del re, ma si lasciò cader in dissuetudine; di maniera che al potere assoluto non restava barriera alcuna, e un ministro potè dire: — Qui vi è soltanto un re che comanda, una nobiltà che lo circonda, una plebe che lo obbedisce». La legge non era sovrana, potendo il re con un suo biglietto cancellare o sospendere le sentenze; e centinaja di lettere regie circoscrissero contratti, ruppero transazioni, annullarono giudicati, per sottrarre alla ruina la nobiltà impoverita, a’ cortigiani dar dilazione al pagamento dei debiti, concedere la rescissione di vendite antiche, obbligare ad accomodamenti gravosi. Il conte Gattinara, reggente della cancelleria, nel 1818 confessò che da questo turpe traffico egli ricavava non men di duemila franchi al mese[182]. Avendo il re decretato che la regia autorità non si mescolerebbe più a transazioni private, gli si fece vergogna dell’aver messo limiti alla propria onnipotenza, ed egli revocò l’editto. Maria Teresa, moglie del re, mostravasi dispotica; ed un intendente che esprimeva d’esser venuto colle autorità della provincia a inchinarla, essa lo interruppe dicendo — Ove è il re non avvi altra autorità»; al ministro Valesa che faceale qualche rimostranza sui milioni che mandava in paese estero, disse: — il ministro non è che un servitore», ond’egli si dimise.
Di poi si confessò la necessità di migliorare, s’abolì la tortura, si ricomposero l’Università con cattedra d’economia politica e diritto pubblico, l’Accademia delle scienze e la Società agraria, e gli studj sottentrarono alla bravería guerresca: l’istruzione non era sfavorita, sebben nelle scuole si desse piuttosto l’abitudine dell’assiduità meccanica e della sommessione irragionata[183]. Plana scandagliava gli abissi dello spazio col calcolo e coi telescopi: Grassi e Napione zelavano a disfranciosare il linguaggio: Casalis, Saluzzo, Richeri, Andrioli poetavano, e meglio la Diodata Saluzzo, mentre di Edoardo Calvi divulgavansi versi in dialetto rimasti popolari: Alberto Nota esibiva le sue commedie che pareano belle interpretate da Carlotta Marchionni.
Ma questo destarsi del pensiero facea viepiù dolere il vederlo sagrificato all’assolutezza del Governo e alle pretensioni dell’aristocrazia, che quivi rimaneva qualcosa meglio che un nome, provenendo da origine feudale, cioè da case che erano state sovrane quanto quelle di Savoja e d’aspetto militare, separata dal popolo e sprezzandolo, e che fece sua causa la causa della Casa regnante, difendendola e ingrandendola col proprio sangue, e perciò sola a dar uffiziali alle truppe e aver privilegi, che la faceano astiosa a progressi. Rimanea dunque malvista alla classe media che allora veniva su, e che se ne vendicava coll’ira e col sarcasmo; neppure riconoscendo che sempre i re ebbero fra i ministri qualche popolano o di nobiltà inferiore, che molti nobili primeggiavano per ingegno e virtù, e che anche ignobili studiosi poteano farsi strada, massime se preti e penetrati nell’Accademia.
I Gesuiti, reputati l’argine più robusto alle idee rivoluzionarie, doveano essere aborriti o venerati all’inverso di quelle. Una società senz’armi, senz’impieghi, senza tampoco una cattedra nell’Università, non potea avere quella tanta efficacia che si asserisce; se affollatissimi i suoi collegi: se nelle case de’ grandi erano i bene accolti, consultati negli affari, interrogati sulle persone da mettere negl’impieghi, di chi la colpa?
I Piemontesi erano un popolo savio e calmo, sicchè li chiamavano gl’Inglesi d’Italia; non chiassi, non risse, silenziosi i caffè, contegnosi i passeggi, la conversazione signorile regolata da cerimoniale aulico e con impreteribili esclusioni; pochi i delitti; della morale rispettate almeno le apparenze. Riverenza ben rara in questi tempi otteneva quella dinastia che non s’era logorata in vizj, e veniva considerata come tutrice dell’indipendenza della patria, nome che restringevasi al Piemonte.
Il malcontento fermentava negl’impiegati destituiti, negli antichi uffiziali, ne’ Buonapartisti, negli aggregati a società segrete, più nei Genovesi, che careggiando le reminiscenze repubblicane, trovavansi non uniti, ma sottoposti a un altro popolo eminentemente realista. Fin quando i nobili Piemontesi esultanti e plaudenti corsero a Genova incontro ai reduci reali, i Genovesi non si espressero che col silenzio; molti si ritirarono in campagna, come fecero poi ogniqualvolta il re vi tornava, e ben pochi s’attaccarono alla fortuna del nuovo signore. Mentre la nobiltà ribramava l’antica dominazione, le persone colte stomacavansi d’un assolutismo non palliato dalla gloria; la plebe rimpiangeva i tempi in cui non pagava nulla; e a guarnir la città, non tanto contro i forestieri come contro i cittadini, bisognava tenere più soldati che non ne desse il Genovesato, ed erigere fortezze minacciose.
Re Vittorio Emanuele, si dicesse pur raggirato dalla moglie, dal confessore, dal confidente, palesava però intenzioni benevole; lasciava poc’a poco sottentrare le nuove idee e nuove persone; e dopo gli odiati Cerutti e Borgarelli, chiamò al ministero il conte Prospero Balbo, onorato per mente e per liberalità secondo i tempi e il ceto, che impacciato da tutto l’organamento burocratico, sperò alle urgenti riforme supplire con palliativi. Secondando la moda, si diè voce che stava in lavoro una costituzione, e se non veniva agli effetti, imputavasene l’Austria, la cui vicinanza impacciava l’indipendenza del regno; l’Austria, potenza preponderante in Italia, spauracchio universale, su cui i governanti versavano anche le colpe proprie. Rimedio unico, infallibile a tutti gli abusi acclamavasi la costituzione: questa al Piemonte attirerebbe l’attenzione e i voti di chiunque aspira al meglio nazionale, e d’un soffio diroccherebbe l’Austria, reggentesi solo sul despotismo: gli impazienti raddoppiavano d’attività nelle combriccole dei Carbonari, degli Adelfi, de’ Maestri sublimi; e quando scoppiò la rivoluzione di Napoli, più sorrise il desiderio d’emancipare il Piemonte dalla tutela austriaca, e metterlo a capo dell’Italia redenta.
Allora le società secrete abbracciarono moltissimi soldati, più avvocati e professori, e gl’impiegati fin nelle somme magistrature, e non pochi del clero, e tutti gli studenti; poi propagate nelle provincie compresero sindaci e parroci, legarono intelligenze colle lombarde e romagnole. L’antica lealtà savojarda repugnava dalle congiure; l’onor militare rifuggiva dal calpestare il giuramento di fedeltà; ma si fece intendere che non trattavasi di ribellarsi al re, bensì di salvarlo dalla congiura dei preti e dei nobili e dalla servitù, dell’Austria, che si spargeva volesse obbligare a ricevere guarnigione tedesca, e concorrere alla spedizione contro di Napoli; anzi, essa pensasse trarre in un arciduca il Piemonte, a danno di Carlalberto principe di Savoja Carignano.
Questo giovane rampollo del ramo cadetto reale, educato popolarmente a Parigi, erasi mescolato d’amicizie, di studj, di godimenti, d’intelligenze colla gioventù coeva; e poichè de’ quattro fratelli della Casa regnante nessuno lasciava figliuoli maschi, trovossi vicino al trono, e fu messo granmastro d’artiglieria. In quest’arma molti aderivano a’ Carbonari, ed essi gli posero indosso la febbre di divenire illiberatore d’Italia. Il conte Santorre Santarosa spingeva a venire ai fatti, mentre sollevata Napoli, incalorite le menti dalla rivoluzione greca e dalla spagnuola, imbarazzate le Potenze; Francia commossa parlava di vessillo tricolore, di costituzione del 1791; la Germania, reciso il nervo austriaco, volea rialzare il liberalismo; Italia esser matura; leverebbesi come un uomo solo per acquistare la libertà, l’unità, l’indipendenza. Quando poi gli Austriaci mossero verso Napoli, certo (diceasi) gli eroi popolari terranno testa lungamente (1821); i monti sono le barriere della libertà, nè i briganti furono mai domabili: intanto l’insurrezione in Piemonte si compirà senza ostacoli, Milano seconderà, Romagna e i piccoli Stati non tarderanno, e tutta l’Italia superiore si troverà costituita prima che gl’Imperiali tornino a reprimerla; Francia, se anche non favorisse, non permetterà mai che l’Austria entri armata in paese che confina con essa.
Si cominciò al solito dalla stampa clandestina, e girò un reclamo, in cui pretendeasi strappare al re la benda postagli da’ suoi cortigiani, rivelandogli esausto l’erario, il denaro stillato dalla fronte del popolo è prodigato a impinguare le più alte e inutili persone dello Stato; gli uomini a cui è affidata l’economia pubblica sagrificano all’egoismo personale gl’interessi della patria. — Maestà, se invece di cumulare i poteri in una classe sola, aveste chiamato il consiglio di tutta la nazione, i lumi generali avrebbero riparato a questi mali, nè voi avreste il rimorso d’aver condotto a rovina lo Stato. Il vostro Governo avversò sempre la dottrina; l’istruzione primaria è abbandonata all’ignoranza e all’impotenza dei Comuni; l’educazione media è tiranneggiata dai Gesuiti; gli studj filosofici involti nella ruggine monacale; i legali, disordinati per mancanza di legislazione; l’Università condotta da uomini o inetti o stupidi o maligni, gl’ingegni migliori vanno a cercare un pane altrove, o vivono sprezzati. I favoriti hanno il monopolio dei diritti e dei privilegi, pesando sulla classe industriosa della società. Le provincie dai governatori delle divisioni sono rette come paese di nemici. Le amministrazioni civiche e comunali cascano in disordine per l’indolenza, l’incapacità, la discordia dei capi. La religione, in mano dei Gesuiti, è strumento d’ambiziose voglie e di tenebrosi raggiri. La legislazione civile ha l’arbitrio per base, la criminale il carnefice per sostegno. Uno strano ed informe accozzamento di leggi romane, di statuti locali, di costituzioni patrie, di editti regj, di sentenze senatorie, di consuetudini municipali, hanno tolto la bilancia alla giustizia, e lasciata la strada al despotismo dei tribuni. L’esercito non ha forza morale, perchè composto di elementi contrarj, di corpi privilegiati, di brigate varie tra loro di dottrine, di lingua, di diritti, comandati da capi promossi non per merito ma per favore. Dei militari una parte è avvilita, perchè si vede preclusa la strada ai gradi maggiori; tutti indignati ai maneggi del vostro Governo, il quale medita di trafficare la loro vita col gabinetto d’Austria. No: il nome de’ soldati piemontesi non si confonderà mai col tedesco; essi sono e saranno italiani».
L’11 gennajo 1821 alquanti studenti dell’Università comparvero al teatro d’Angennes con berretti rossi alla greca. Arrestati, in onta del privilegio che li sottoponeva al magistrato degli studj, furono messi in fortezza: i condiscepoli irritati si asserragliano nell’Università, a gran voce domandando la scarcerazione de’ colleghi: il reggimento Guardie mandato a calmarli trova resistenza, e fa sangue. Tali manifestazioni sogliono chiamarci primizie di martiri; e ne rimase una cupa irritazione. Se n’incaloriva la faccenda delle società secrete; ma quale costituzione adottare? la francese, la spagnuola, o l’inglese? perocchè sempre si stava all’imitare, anzichè fondarsi sulle basi storiche e nazionali. Per risolvere si mandano tre deputati alla vendita suprema di Parigi, alla quale faceano centro i Liberali di Spagna, i Radicali d’Inghilterra, gli Eterj di Grecia, i nostri Carbonari; e vien data la preferenza alla costituzione spagnuola, come scevra d’elementi aristocratici e tutta popolare. Ma il Governo, istruitone forse dalla Polizia francese, intercettate le lettere del principe La Cisterna e del marchese Priero, conobbe partecipi gl’impiegati e i militari, cioè quelli che doveano opporsi, onde non sapeva o non poteva impedire. Il conte Moffa di Lisio e il marchese Sanmarzano, uffiziali sospetti, invitati a partire da Torino, ricusano, e con Giacinto Collegno, ajutante di Carlalberto, con Santarosa, Morozzo, Ansaldi, Bianco, Baronis, Asinari ed altri uffiziali prendono concerto di rivoltare l’esercito, sorprendere Alessandria, acclamare Vittorio re costituzionale dell’alta Italia.
I cospiratori non si erano intesi co’ Napoletani, onde non fu nè contemporaneo il sollevarsi, nè uniforme l’intento; poi i preparativi erano impacciati dal tentennare del principe di Carignano fra la gloria e la fedeltà. Ma la rivolta scoppia fra i militari a Fossano ed Alessandria (9 marzo), costituendo una giunta della Federazione italiana; fra il restante esercito corre il grido d’Italia, di francare dall’Austria il re, sicchè possa seguire i moti del suo cuore italiano, di porre il popolo nell’onesta libertà di manifestare i proprj voti al trono, come i figli a un padre; e scritto sui vessilli, Regno d’Italia, Indipendenza italiana; e gridando, Viva la costituzione, Morte agli Alemanni, i sollevati s’accostano a Torino. Quivi gli studenti e alquanti militari col capitano Ferrero attruppatisi a San Salvario, che allora giaceva un pezzo fuor di città, gridano la costituzione; altri uccidono il colonnello Raimondi che li richiama al dovere; ma non secondati dal popolo, con disastrosa marcia sfilano come vinti verso Alessandria, il cui comandante fu ucciso[184].
Il re non osa ricorrere alla forza, ma espone lealmente la dichiarazione fatta dai re a Troppau contro ogni novità, mostrando come ne resterebbe pericolata l’indipendenza; e non volendo nè promettere quel che non è disposto a mantenere, nè autorizzare atti che agli stranieri diano pretesto d’invadere il suo paese, depone una corona (13 marzo) ch’egli non potea conservare se non colla guerra civile.
Il Carignano, da lui nominato reggente, esitava a palesare le sue intenzioni, sicchè schiamazzi, poi armi. Dalla cittadella sorpresa gl’insorgenti minacciano far fuoco sulla città: molti soldati lasciano le bandiere, considerandosi come sciolti dal giuramento dato al re; l’anarchia sottentra; quando il Carignano proclama la costituzione spagnuola, gli applausi vanno al cielo, e al nome di Carlalberto si accoppia quello di re d’Italia.
In Lombardia avea preso piede la setta della Federazione italiana, e da un pezzo tramava nelle sale del marchese Gattinara di Breme[185] e del conte Federico Confalonieri, mascherata sotto il velo d’imprese benefiche o progressive, come una distilleria d’aceto a Lezzeno, un battello a vapore sul lago di Pusiano e sul Po, l’illuminazione a gas, il mutuo insegnamento, un bazar, il giornale del Conciliatore, apostolo del romanticismo. L’Austria, avutone fumo, arrestò Silvio Pellico, giovane saluzzese educatore in casa Porro, la cui Francesca da Rimini avea fatto sperare all’Italia un secondo Alfieri. Allo scoppiar della rivoluzione piemontese si rinserrarono le file in mano del conte Confalonieri, principale nella sciagurata insurrezione del 1814, poi nei suoi viaggi legatosi co’ primarj liberali, e che si mise attorno Demester e Arese antichi uffiziali napoleonici, Giuseppe Pecchio economista, Pietro Borsieri letterato, i marchesi Giorgio Parravicini e Arconati, Benigno Bossi, i fratelli Ugoni di Brescia, il cavaliere Pisani di Pavia, il conte Giovanni Arrivabene di Mantova, l’avvocato Vismara novarese, Castiglia, altri ed altri. Essi aveano già disposta sulla carta una guardia nazionale, una giunta di Governo; neppur l’inno mancava, opera d’un sommo poeta; e appena l’esercito piemontese varcasse il Ticino, insorgerebbero Milano, Brescia, le valli, le campagne, occupando le casse e le fortezze di Peschiera e Rôcca d’Anfo.
I Lombardi spedirono al Sanmarzano, generale degli insorgenti piemontesi, con numerose firme esortandolo a venire. — Cominciate ad insorgere voi», ci diceano i ministri piemontesi; e noi rispondevamo: — Da soli non bastiamo a vincere; ma senza noi, voi non bastate a difendervi». Il vero è che Sanmarzano contava appena ducento dragoni e trecento fanti; ma poichè coll’audacia dominansi le rivoluzioni, risolvea ritentar l’impresa, massime che gli Austriaci, collo sgomento di chi accampa in terra nemica, aveano ritirato ogni truppa dal Ticino, e il vicerè lasciavasi vedere a incassar mobili e vendere vasellame. Ma il ministro piemontese Villamarina disapprovò quella temerità; e il reggente che, come dice il Santarosa «voleva e non voleva», mandò quel reggimento ad Alessandria. Così la rapidità degli avvenimenti, la inconcepibile mancanza di concerti, la titubanza dei capi, la paura che Torino cessasse d’essere capitale del Regno, elisero il moto della Lombardia, donde sol pochi giovani corsero in Piemonte ad aggregarsi al battaglione di Minerva.
Binder ambasciatore austriaco, insultato fin nel suo palazzo, parte lasciando una nota minacciosa. Il duca del Genevese che, per la rinunzia del fratello, diventava re col nome di Carlo Felice, da Modena dichiara ribellione ogni attenuamento della piena autorità reale, e punibile chi non torni all’ubbidienza; ed ordina le truppe si concentrino a Novara sotto il generale La Torre. Carlalberto, anche dopo giurata la costituzione, non si era risoluto a convocare i collegi elettorali, bandir guerra all’Austria, entrare in Lombardia. Udita poi la dichiarazione del nuovo re, e che questo avea invocato l’Austria, dicendo minacciata la propria vita, e sè incapace di padroneggiare la rivoluzione, fugge all’esercito regio a Novara, e di là pubblica che «altro ambir non saprebbe che di mostrarsi il primo sulla strada dell’onore, e dar così l’esempio della più rispettosa obbedienza ai sovrani voleri».
Era il 23 marzo, il giorno stesso d’un altro proclama ventisette anni dopo.
Quella fuga toglieva agl’insorgenti ogni apparenza di legalità: ma risoluti di non cedere, creano una giunta provvisoria[186]; sparigliano proclami e bugie. Intanto ogni cosa va sossopra; la Savoja si chiarisce pel re; la brigata che porta quel nome, ricusa disertare, onde fu dovuta rimandare in patria; i carabinieri in arme si recano all’esercito regio; a Genova il governatore Des Geneys, che annunziò la defezione di Carlalberto, è assalito, trascinato per le vie, e a fatica salvato dai generosi che non voleano contaminare con violenze la rivoluzione; i Liberali medesimi discordano, quali caldeggiando la Camera unica, quali la duplice, quali unitarj, quali federalisti. Santarosa, fatto ministro della guerra, cerca destare il coraggio colle speranze, e collo spargere che gli Austriaci furono disfatti dai Napoletani, e le valli Bresciane insorsero furibonde; ma ecco giungere certezza della disfatta degli Abruzzi, e che centomila Russi sono in mancia; poi addosso ai Liberali muovono i Realisti col generale La Torre e gli Austriaci col generale Bubna (9 aprile), che in Lombardia aveva, se non alle trame, partecipato alle speranze de’ Carbonari; presso Novara succede un’affrontata, e la rivoluzione piemontese è finita.
Carlalberto ricoveratosi a Milano, è dal generale austriaco beffardamente presentato come re d’Italia: Carlo Felice a Modena lo tratta come uno scapato, e la lettera di lui getta in viso al suo scudiere: egli si ritira a Firenze a digerire l’obbrobrio, confessare i suoi torti e farne scusa, solo appoggiato dall’ambasciatore francese per rispetto alla legittimità[187].
La società de’ Maestri Sublimi, raffinamento della Massoneria, e che professava il regicidio, fu dalla Francia trapiantata a Ginevra dal fiorentino Michelangelo Buonarroti, antico adepto di Babœuf, che v’istituì un congresso italiano per diffonderne i dogmi nel nostro paese. Alessandro Adryane, che n’era diacono straordinario, fu spedito qui per rannodare le rotte fila; ma a Milano lasciossi cogliere con tutte le carte, le quali diedero a conoscere la trama, senza bisogno che la rivelasse Carlalberto, come si ciancia. Da nove mesi era finito il parapiglia di Piemonte quando si cominciarono i processi contro i Lombardi, parte a Milano, parte a Venezia[188], da una commissione speciale, alla cui testa il tirolese Salvotti. In quelli l’imputato si trovava all’arbitrio d’un giudice, senza difensori, senz’avere sott’occhio le sue e le altrui deposizioni; durava interi mesi di solitudine nel carcere fra un esame e l’altro; e qualche volta l’inquirente, fattosi mansueto, gli diceva: — Ecco, ella è interamente nelle mie mani. Qui non siamo in paese di pubblicità compromettente. Confessa ella quel che del resto noi sappiamo? l’imperatore le fa grazia, ella torna a casa sua onorato. Persiste al niego? sta in me il diffamarla, e spargere che ha tutto rinvesciato, che tradì i compagni, e così torle quel ch’ella mostra valutare tanto, la pubblica opinione».
Ad arti di simil genere, piuttosto che a torture fisiche, non tutti resistettero; vi fu uno che, per generosità di salvare un amico, corse a denunciare se stesso, poi accortosi dell’errore si finse pazzo, e per mesi sostenne la straziante simulazione; altri credette scagionarsi col provare che aveva dissuaso i Piemontesi dall’invadere la Lombardia; altri ammise di quelle tenui concessioni che conducono ad altre; tanto che si potè raccogliere onde condannare Confalonieri[189], Adryane, Castiglia, Parravicini, Tonelli, Borsieri, Arese e molt’altri a Milano, dove furono esposti sulla gogna il 24 gennajo 1824. E già a Venezia, la vigilia di Natale, giorno di gratulazioni e feste ecclesiastiche e civili, erasi letta la sentenza di Pellico, Maroncelli, Solera, Villa, Oroboni, Foresti, Fortini ed altri e, cosa insolita in quella stagione, l’accompagnarono tuoni e ruggito del mare sotto un insistente scirocco, onde al domani la città fu invasa dall’acqua, e tutto il litorale ne patì fin alla Spezia e a Genova. Furono portati allo Spielberg, ove alcuni soccombettero, quali il conte Oroboni, il veterano Morelli, il Villa; Maroncelli perdette una gamba; altri poterono dopo molti anni uscire ancora a narrare i proprj patimenti[190]. E mentre alcuni li esagerarono, o posero in evidenza se stessi, o denigrarono altrui, Silvio Pellico li raccontò senza rancori, senz’arte; e tutto il mondo lesse le sue Prigioni, e la pietà per quei sofferenti partorì esecrazione a colui che così facea soffrire: e che pure non avea mai lasciato che l’applicazione dell’estremo supplizio gli togliesse di esercitare il diritto più prezioso pei re, il ripiego più nobile pell’uomo, la grazia e la riparazione.
Gioja, Romagnosi, Trechi, Mompiani, Visconti e altri fur on rilasciati senza condanna[191]. I quali poi restavano in condizione tristissima, chè, mentre la Polizia perseverava nell’adocchiarli e vessarli, quasi a giustificarsi dell’averli perseguitati, il pubblico (troppo solito complice degli oppressori) dubitava di loro perchè non condannati, e accogliendo le sinistre insinuazioni sparse d’alto luogo, finiva per temere e odiare quelli ch’erano temuti e odiati dal Governo.
In Piemonte si fecero 92 sentenze di morte, 432 di lunga o perpetua prigionia[192], ma tutti in contumacia, essendosi lasciato partire chi volle; il notajo Garelli e il sottotenente Laneri furono messi a morte, e in effigie La Cisterna, Caraglio, Collegno, Lisio, Morozzo, Regis, Santarosa; di seicennovantaquattro uffiziali inquisiti, dugenventi furono destituiti, e così molti impiegati civili.
Anche negli Stati Pontifizj i cospiratori abbondavano: e il Puccini, direttore della Polizia toscana, scriveva al Corsini plenipotenziario al congresso di Lubiana: «Nelle Marche e nelle Legazioni sono assai numerose le sêtte, e grandi mezzi adoprano per diffondere l’odio contro i Governi monarchici, e sperano nei torbidi d’Italia, comunque arrivino. L’odio di questi partiti si sfoga colle maniere dei tempi del duca Valentino. Molte uccisioni vennero commesse negli anni scorsi sopra ecclesiastici ed impiegati pubblici a Forlì, Ravenna, Faenza; altre in maggior numero modernamente, certo per odio di parte». Istantemente aveano chiesto che le truppe sarde si avvicinassero al confine, ma non ne fu nulla; e quel Governo, ripigliata forza, cominciò gli arresti; di quattrocento processati, molti, principalmente per opera del Rusconi legato di Ravenna e del Sanseverino di Forlì, condannò alla pena capitale, che il papa commutò nella reclusione. Il granduca non credette necessarj i processi perchè non ebbe paura. Maria Luigia li lasciò fare, e vi furono involti Ferdinando Maestri e Jacopo Sanvitali professori; ma commutò le pene in esiglio. A Modena nel 1817 erasi formata una società della Spilla nera per rassicurare i Napoleonidi: e al tempo stesso i Massoni, gli Adelfi, le Chiese dei sublimi maestri perfetti aveano adepti, e s’erano ascritti i dottori Carlo e Giuseppe Fattori di Reggio, nella cui casa teneansi le adunanze, il capitano Farioli di Guida, il dottore Pirondi, Prospero Rezzio e molti ebrei[193]. Tutte le Società aveano statuti proprj, ed alcune v’univano l’obbligo di farsi vicendevoli correzioni e di non vagheggiare la moglie dell’amico: comune era quello di uccidere chi fosse condannato o avesse rivelato il segreto: pagare una certa somma, manifestare a tutta la società le operazioni del Governo.
Sconfitti su tutti i punti, i Liberali rifuggono in Ispagna a fiancheggiare una causa che sentiano dover soccombere, ma che era la loro; e a mostrare, colle generose morti, che non erano colpevoli delle fughe di Rieti e di Novara. Altri crociaronsi in ajuto della Grecia, dove a Sfacteria perì il Santarosa, eroe all’antica.
Gli alleati, all’udire l’inaspettato successo, esclamano «doverlo attribuire non tanto ad uomini che mal comparvero nel giorno della battaglia, quanto al terrore onde la Provvidenza colpì le ree coscienze»; e protestando di lor giustizia e disinteresse, annunziano all’Europa d’aver occupato il Piemonte e Napoli, e nella lora unione «una sicurezza contro i tentativi de’ perturbatori». Insieme partecipano ai loro ministri presso le Corti «essere principio e fine di loro politica il conservare ciò che fu legalmente costituito, contro una setta che pretende ridurre tutto a una chimerica eguaglianza»; annunziano altamente che «i cambiamenti utili o necessarj nelle leggi o nella amministrazione degli Stati, non devono emanare che dalla libera volontà di quelli che Dio rese responsali del potere[194]. Così essi erigonsi custodi e dispensieri unici della verità, della giustizia, delle franchigie: e i Liberali ebbero servito agl’interessi dell’Austria, dandole occasione di estendere l’alta vigilanza e quasi l’impero su tutta la penisola, da lei sottratta ai tumulti o al progresso.
Poi a Verona (1822) s’adunarono a congresso i re di tutta Europa colla grandezza loro e cogli avanzi di loro miserie: e i diplomatici più vantati dichiararono che «resistere alla rivoluzione, prevenire i disordini, i delitti, le calamità, assodar l’ordine o la pace, dare ai Governi legittimi gli ajuti che aveano diritto di chiedere, fu l’unico oggetto degli sforzi dei sovrani; ottenutolo, ritirano i soccorsi che la sola necessità avea potuto provocare e giustificare, felici di lasciare ai principi il vegliare alla sicurezza e tranquillità del popolo: e di togliere al mal talento fin l’ultimo pretesto di cui possa valersi per ispargere dubbj sull’indipendenza dei sovrani d’Italia». In fatto l’Austria si persuase a sgombrare il Piemonte e abbreviare l’occupazione del Napoletano; della Grecia non si ascoltarono tampoco i deputati, benchè il papa gli avesse accolti ad Ancona e raccomandati; si convenne dei casi in cui i re si dovrebbero sussidj reciproci; si stabilì soffocare la rivoluzione anche in Ispagna, e l’incarico ne fu commesso all’esercito francese, che tra le grida di Muoja la costituzione, Viva il re assoluto, procedette senza ostacolo fino a Siviglia. Carlalberto, combattendo al Trocadero, aveva in faccia ai re lavato la macchia dell’essersi lasciato salutare re d’Italia[195].
La facile caduta di rivolte militari o di popolari sommosse, fecero persuasi i re d’essere sicuri, e che niuna reale efficacia possedesse lo spirito liberale, che amavano confondere col rivoluzionario; bastasse affrontarlo per vincerlo; e pesarono sull’Italia con una taciturna oppressione non ricreata da verun lampo di speranza.