CAPITOLO CLXXXV. Letteratura. Classici e Romantici. Storia. Giornalismo.
A questi movimenti politici accompagnavansi altri non meno notevoli nella letteratura. Sulla quale noi ci badammo sempre più che sulle scienze, perchè queste son d’ogni paese e al loro progresso tutte le nazioni contribuiscono, quella porge il carattere de’ popoli. Essa avea poco contribuito in Italia a preparare la prima rivoluzione, poco a impedirla, poco a propagarla, attesochè i giornali repubblicani erano polve quando non fossero sterco, e il Monti (1733-1828), unico che sopravviva, fece discredere alle bestemmie colle lodi e viceversa. In Roma abate ed arcade, primeggiando fra poetonzoli, simili a uccelli in muda che ogni rumore eccita al canto, egli preconizzava gli Odescalchi e i Braschi, i matrimonj e le feste, abituandosi a veder le cose da un solo aspetto e ad ispirarsi delle cose presenti, dal che doveano derivare tanta leggiadria alle sue produzioni, tante macchie al suo carattere. Nella Visione d’Ezechiello e nei sonetti su Giuda parea smarrito nel mal gusto fra il Marini e l’Ossian, ma Ennio Quirino Visconti lo invogliò de’ classici; ed egli, che sempre s’informò sopra gli autori che ammirava, ne colse frasi d’irreprensibile eleganza, splendide immagini, artifiziose perifrasi, larga onda armonica, accoppiando la maestà de’ Latini, la limpidezza del Cinquecento, la pompa del Seicento, le immagini de’ coloristi, la fluidità de’ frugoniani. V’aggiungeremo l’arte di addobbare all’antica le cose nuove, alla poetica le positive, come fece nella Bellezza dell’Universo e nell’ode per Montgolfier. Ma chi questa paragoni con quella del Parini a Silvia s’accorge quanto egli arretrasse dal punto ove la poesia era stata portata dall’austero Milanese. Nè in verità può dirsi che il Monti creasse e lasciasse alcuna maniera sua propria. Colla Bassvilliana parve raggiungere il senso mistico de’ Trecentisti nel fare il mondo dei vivi stromento d’espiazione e riconciliamento ai morti; ma collo sviluppo di quella macchina e col riprodurla in cento occasioni senza amore nè fede, palesò che dal mondo postumo non sapea trar fuori che ombre.
Suo vanto lo splendore delle immagini; suo debole la scarsezza di senso morale, avendo ambito la lode di gran poeta più che quella di cittadino coscienzioso. Corso nella Cisalpina a farsi perdonare gli encomj dati ai re col bestemmiarli, di nuovo dovette farsi perdonare il repubblicanismo da Napoleone col cantarne tutti gli atti (pag. 172): poi quando Napoleone cadde, celebrò il Ritorno d’Astrea in paese grondante sangue e fiele; ma «il sapiente, il giusto, il migliore dei re Francesco Augusto», ch’egli chiamava «turbine in guerra e zefiro in pace», gli sospese il titolo di storiografo e gli assegnamenti. Eppur egli «per secondare le generose intenzioni della illuminala superiore sapienza», scrisse la Proposta, e col Giordani e col mantovano Acerbi piantò la Biblioteca italiana, giornale governativo; mentre mancatigli i re, cantava gli Archinti, i Trivulzj, altri mecenati e un Aureggi che lo teneva a villeggiare. Giovane avea cominciato un poemetto La Feroniade, tutto diamanti mitologici per celebrare l’asciugamento delle paludi Pontine. Lo indirigeva al principe Braschi: ma nol compì, e sotto il regno d’Italia dedicollo ad Amalia viceregina; spodestata questa, pensò intitolarlo a Pio VII; infine si risolse per la marchesa Trivulzio, e così il pubblicò, e saranno forse i più bei versi di fattura mitologica, e probabilmente gli ultimi.
I tempi, strascinando a cambiare fra tanti cambiamenti, non lasciano se non da esaminare se l’uomo fosse di buona fede: ma a chi si pente, non rimane che ritirarsi in silenzio; conosciuto falso il sistema sostenuto, non può farsi apostolo del contrario; salvo in verità evidenti come le religiose. Il Monti metteva ingenuità nelle sue affezioni, forte sentendo comechè illuso, colorando con entusiasmo le immagini che gli attraversassero la fantasia; ma al termine di ciascuna composizione chiudea le partite: aveva empito le orecchie con torrenti d’armonia; domani verrebbero altre impressioni, e su quelle ordirebbe un altro componimento, cangerebbe la sonata sul suo istromento senza brigarsi di quella di jeri mentre ancora rimbomba nelle orecchie degli ammiratori. Difetto della scuola, la quale attendeva alla forma non all’essenza, a presentare una sola faccia; insegnava a cantare, non qual cosa si dovesse cantare; vagheggiava unicamente il bello, non la connessione dell’arte colla vita, del poeta coll’uomo e col cittadino. Allevato a lodare, il Monti lodò sempre, o bestemmiò per lodare; tutto occupato della forma, col fare largo e sicuro, colla sprezzatura maestrevole, colle reminiscenze così assimilate da parere spontaneità, conquistò il titolo di principe de’ poeti. Ma la primazia non fu indisputata; e durante la repubblica bestemmiavasi il cantore di Bassville da tutti quelli che aspiravano alla gloria col porsi ostili a un glorioso: Berardi celebre improvvisatore avventogli uno sconcio sonetto; con un sonetto infame, il Monti marchiò tutti i suoi avversarj, poi colle splendide contumelie della Mascheroniana. Le ostilità prolungaronsi durante il regno d’Italia; e massimamente il Gianni alleatosi col giornalista Urbano Lampredi, col Latanzio, col Leoni, attossicarono le lodi e le dignità conferite all’illustre: ma neppur l’ira li elevò a quella critica generosa, davanti alla quale affiocavasi la fama del Monti; ed esso ripagò ad usura nel Poligrafo, pur troppo col suo nome togliendo vergogna a’ manigoldi della letteratura, i quali ne appresero gli scherni, non quello spirito che fa parer meno acerbo il morso d’un’ape che d’una vespa. Eppure il Monti era onestissimo uomo, subitaneo all’ira ma pronto alla riconciliazione, volenteroso di giovare, capace di calde amicizie, prodigo di lodi anche a mediocri, che vivran solo perchè da lui mentovati, non disprezzatore de’ principianti, nè astioso a’ preveduti suoi successori.
Pari inconsistenza nelle opinioni letterarie. Egli ingrandito col celebrare gli avvenimenti giornalieri; egli che avea ridotto lirico il poema e fin la tragedia, redimendola dall’aridità alfieriana; egli che erasi agevolate le invenzioni con tante ombre e fantasmi, e ricalcato un poema intero sopra il falso Ossian, vecchio uscì a rimpiangere la mitologia bersagliata.
Fra i letterati interamente retori, e quelli per cui la letteratura era un’azione e un sacramento, stava Ugo Foscolo (1776-1827). Jonio, ma italiano di origine, di educazione, di studj, prese viva parte alle commozioni rivoluzionarie, poi allo sfavillante regno italico, fin dall’origine diviso tra generosi impeti e materiali istinti, tra elevatezza di parole e bassezza di fatti, tra forme rigorosamente classiche e pensieri nuovi. Dal Werter di Göthe prese il concetto del suo Jacopo Ortis: ma mentre l’autor tedesco conserva rigorosa semplicità di passione, cioè un amore di fantasia più che di cuore, nudrito d’orgoglio e d’egoismo, Foscolo vi mescolò l’elemento politico, dividendo il suicida fra l’amore per Teresa e il disgusto della mal donata libertà italiana. Così svanisce l’interesse che uom prende a un carattere che spiega tutto l’accordo delle qualità molteplici, eppure conserva l’individualità propria; mentre la passione non è nobilitata dallo sforzo del resistervi. Il mondo non solo, ma egli pure identificò se stesso col suo eroe; e la vita di lui vi si prestò, nella quale ostentando eccellenza morale nell’atto di abbandonarsi a passioni procellose insieme ed effimere, piaceasi di affrontare lo scandalo e vantare le proprie debolezze; come que’ sensuali esaltati che godono filosofando, tradiscono moralizzando, mendicano bassamente con frasi pompose. Col titolo di soldato e coll’affettarsi spadaccino, tentava soverchiare chi se ne sgomentasse, pronto a recedere davanti alla risolutezza: caro alle donne, che facilmente sono attratte da ciò ch’è alto, affascinate da ciò che soffre, rinterzava intrighi sui quali non stendeva un velo prudente, anche prima che indiscrezioni postume li traessero al pieno giorno: bisognoso di catastrofi e di fuggir la noja mediante l’azione, la cercò col far della letteratura un campo di assalti e difese, della polemica una professione di dottrine. Fra gente dedita alla più comoda eresia, la noncuranza di principj, esso vuol averne; e poichè il cristianesimo era affatto fuor d’uso, egli si ricovera nello stoicismo, che quanto facilmente coincidesse colla pratica epicurea l’abbiamo potuto vedere nel tramonto dell’impero romano. Sentendo molto, poco ragionando, ha concetti sempre dedotti da altri, senza precisione e avvolti in nebbia; per paura del senso comune avventasi nel paradosso, mirando a un bersaglio, ma sempre travalicandolo; pure vede nella letteratura meglio che un trastullo, e la necessità di darle un fondamento più largo e più solido, sebbene non l’abbia egli fatto, e di non separare il letterato dal cittadino; coi Sepolcri e colla prolusione costringeva a pensare, lo che non faceano i letterati di moda; sicchè gli scritti suoi sono tanta parte della storia contemporanea. In quell’anima sua «che domandava sempre d’agitare e d’agitarsi perchè sentiva che nel moto sta la vita, nella tranquillità la morte», fece specchio di tutti gli avvenimenti, e poichè non erano comuni, partecipò della loro grandezza. Dalle passioni e dalla moda tratto a sollecitare i favori de’ ministri, rifuggiva dal prostituirvi la dignità delle lettere: e qualche cenno, qualche illusione, fin la parsimonia della lode vogliono essergli contate a merito, perchè allora glien’era fatta colpa dalle sale dei grandi, dispensatori de’ pranzi e della gloria; dalla gioventù che scoteva colla potente parola, ottenne culto; la ciurma dei retori lo temette; i principi reazionarj ne perseguitarono la memoria: sicchè amici e nemici cooperarono a ringrandirlo, e la elevatezza di alcuni suoi concetti trasse sciaguratamente a imitarne cert’altri che più s’opporrebbero all’effettuazione di quelli.
«Anzichè un italiano moderno (dice Byron) egli è un greco antico»: e in fatto nell’Ortis, non che discolpare, santifica il suicidio; dalla mitologia vi deduce pensieri e affetti; all’amica legge l’odicina di Saffo; si volge per consolarsi all’astro di Venere; pagano nelle immagini e nei sentimenti, rinnega fino le speranze postume nel Carme ove alle tombe chiedeva rispetto e ispirazione. Ma all’Italia offriva uno sciolto, che non era quel del Parini nè di verun predecessore; grandeggiante di cose, variato di suoni, con oscurità affettata, e apparenza di voli lirici ottenuta col sopprimere le idee intermedie e col surrogare alla prova le immagini, l’amor delle quali e l’osservazione materiale aveva egli sviluppati nella vita avventurosa. Il proposito d’uscir dal comune imprime al suo verso una selvaggia grandezza; ma la prosa gliene riesce contorta, anelante, impropria, cadendo nella gonfiezza per cercare l’eloquenza, sebbene di conoscere il pregio della naturalezza siasi mostrato capace nella traduzione del Viaggio sentimentale di Yorik. Lamberti, Lampredi, il ministro Paradisi lo bersagliavano, scuola meramente retorica, ed egli ripicchiava, — Odio il verso che suona e che non crea»: non dissimulava il disprezzo pel Bardo della selva nera; e lanciò al Monti un epigramma invidioso più che arguto; Monti ne rispose uno nè da poeta nè da uom civile[219], e minacciava di «sperdere fin la polve de’ suoi Sepolcri»; il Governo «s’era fatto incettatore universale delle gazzette, per notare sommariamente d’infamia gli uomini che non ardiva opprimere sotto la scure», e Foscolo avventò l’Ypercalipsis contro quella consorteria, donde trapela un orgoglio che par dignità e non salva da bassezze, che, non domanda i favori del Governo ma invidia quei che gli ottenevano. Avendo arrischiata qualche allusione alle stragi napoleoniche, dovette uscire dal regno: ma più che de’ Governi si lamenta de’ nostri «sciagurati concittadini, che gli uni sospettano, gli altri si fanno merito a provocare sospetti; nè la prudenza giova quando v’è chi, o per rimorso o per mestiere, interpreta le parole e i cenni e il silenzio»[220]. Ricoverato in Toscana, e meglio accetto quanto men grata v’era l’amministrazione francese, vi godeva pace e nuovi amori, quando udì che crollava il colosso; e non parendogli conveniente che i casi italiani si risolvessero senza di lui, tornò esibendo la sua spada, e procurò imporre coll’urlo suo agli urli plebei nella sordida giornata del 20 aprile. I nuovi padroni esibirono di assoldar lui come militare o la sua penna come giornalista; ed egli, esitato alquanto, preferì andar ramingo in Isvizzera, e la calunnia ve lo inseguì fin a dirlo spia tra i profughi, e incaricato dall’Austria d’indurre i Cantoni a estradire gli uffiziali rifuggiti. Ond’egli potè applicare a sè quello che già nel 1798 scriveva in difesa del Monti: «Coloro che hanno perduto l’onore, tentano d’illudere la propria coscienza e la pubblica opinione dipingendo tutti gli altri uomini infami. Quindi oppresso l’uom probo, sprezzato l’uomo d’ingegno, si noma coraggio la petulanza, verità la calunnia, amore del giusto la libidine della vendetta, nobile emulazione l’invidia profonda dell’altrui gloria. Taluno, cercando invano delitto nell’uomo sul quale pure vorrebbe trovarne, apre un’inquisizione sulla di lui vita passata, trasforma l’errore in misfatto, e lo cita a scontare un delitto di cui non è reo perchè niuna legge il vietava. Lo sciocco plaude al calunniatore, il potente n’approfitta per opprimere il buono, il vile aggrava il perseguitato per palpare il potente. Vecchia italiana consuetudine di mietere e ricoltivare a sole splendido le calunnie politiche che certi vostri uomini di Stato, offerentisi ad ogni straniero, vanno seminando di notte; e a chi poi se ne lagna e gli accusa e gl’interroga, lo consolano o lo confondono con l’abominare i calunniatori, e col dire Nol so... Forse col restringervi ad arrossire del livore, dei vituperj scambievoli, de’ sospetti inconsiderati, del malignare le generose intenzioni, del presupporre impossibile ogni virtù, del cooperare delirando fra i traditori, i quali col tizzone della calunnia rinfiammano nelle città vostre le sêtte che sole smembrarono le vostre forze, per lasciarle a beneplacito di qualunque straniero, ed oggi pure vi trascinano a straziarvi l’onore, onde siate, non che incatenati, ma prosternati, perchè essendovi schiavi infami sarete più utili... adempierò all’assunto mio principale; ed è il persuadervi che non vi resta partito, o Italiani di qualunque setta voi siate, se non quest’uno, di rispettarvi da voi, affinchè s’altri v’opprime, non vi disprezzi»[221].
Caratterizzando gl’Italiani, soggiungeva che «mentre quasi tutti aspiriamo all’indipendenza, cospiriamo pur tutti alla schiavitù... Questa setta è contenta dell’onore di bramare a viso aperto l’indipendenza, e lascia ad altri il pensiero e i pericoli d’affrettarla, e, per giunta, si lusinga d’impetrarla quando che sia dalla commiserazione delle altre nazioni... Voi siete accanniti in battaglia, accorti a discernere l’arti della tirannide, concordi a dolervene, e inerti ogni sempre, e odiosamente diffidenti a sottrarvene: e presumete di non vivere servi?»
Queste voci di petto quando non se n’udíano che di testa, spieghino ai retori la costui grandezza, e l’influenza che ebbe sulla generazione seguente, e il rincrescimento che si prova di non poterne altrettanto ammirare il carattere. Fermatosi in Inghilterra, adoperò la penna per vivere e per domandare, com’era costretto da un improvvido lusso e da costosi vizj, i quali lo trassero a curvarsi alla fortuna in guisa, che di gran lunga appajono a lui superiori le donne che amò, e che lo ammansarono e nutrirono. Scrisse a difesa della Grecia sua; dell’Italia compassionò più che non ammirasse le libertà infelicemente tentate; e dopo i moti del 1821, i profughi giudicava o fanatici senza ardire, o metafisici senza scienza, e deliranti dietro a cose impossibili; «diffidenti calunniatori, avventati contro chiunque per carità della loro e dell’altrui quiete, si prova a persuaderli di non assordare i paesi forestieri con vanti, querele, minacce, le quali alla miseria dell’esiglio aggiungono il ridicolo». E schivava costoro «i quali, e come oziosi e come Italiani, sono indiavolati anche qui dalla discordia calunniatrice, loro fatale divinità avita, paterna e materna, che li segue e li seguirà perpetuamente in tutti i paesi e che temo rimarrà eterna eredità a tutti i nostri nipoti». E a coloro che imputano gli stranieri dell’infamarci con calunnie, delle quali in realtà siamo noi gli artefici, intonava: «Quando il tempo e la violenza dei fatti vi desta, voi vi guardate d’attorno colla sonnolenza dell’ubriachezza, ad esecrare Francesi e Tedeschi, e missionarj di sante alleanze, e ambasciadori che hanno versato sospetti e scandali a disunire e infamare l’Italia ed ogni Italiano. Pur da che vi soggiogano senza spandere sangue, hanno merito di prudenti. Ma se voi non voleste ascoltare, nè credere, nè ridire sospetti e scandali; e se aveste fede gli uni negli altri; e se non vi accusaste fra voi d’essere nati, allattati ed allevati figliuoli di patria lacerata da dissensioni; e se non vi doleste che ciascheduno di voi sta apparecchiato a prostituirla per oro o per rame alle libidini di tutti gli adulteri; e se non nominaste oggi l’uno, domani l’altro, a fare Tersiti de’ vostri Achilli, credo che la prudenza de’ vostri oppressori tornerebbe in ridicola furberia, e l’avrebbero oggimai pagata del loro sangue; sareste servi, ma non infami nè stolti. Se non che voi sciagurati non lasciate nè lascierete mai che neppure i fatti, i quali fanno ravvedere anche gli stolti, assennino voi, che pur siete scaltrissimi ed animosi».
Cerniamo queste parole dalle lettere sue, raccolte a pericolo della sua reputazione morale, ma a grande acquisto della letteratura, giacchè saranno la più letta, forse la sola letta delle prose di lui dopo il Jacopo Ortis; e dove, ritraendo in sè le malattie del secolo, pare sottrarsi anche al definitivo giudizio della posterità, incerta se fu un angelo o un demonio, un franco pensatore o un servile mascherato.
Terzo a rappresentare quella fase della letteratura viene Pietro Giordani di Piacenza (1774-1848), che animato «da furiosa passione e da violenta necessità di vivere studiando», ostinandosi sui classici nostri e sui latini, faticosamente raggiunse uno stile lindo ma non vivo, una frase naturale ma scarsa di concetti. Innamorato dell’arte, l’applica accuratissimamente a tenui argomenti, ove le idee accessorie soverchiano le principali; qualche grandioso soggetto gli balenò, come la storia della lingua nostra, ma ricascava a descrizioncelle, ad elogi, ad articolucci di circostanza, ove appena fra la retorica dà qualche baleno dell’erudizione portentosa e del sicuro giudicare per cui faceasi ammirare nella conversazione. In questa appariva abbondante di parole, arguto di concetti, a volta fin eloquente, largo di consigli, riboccante di benevolenza: eppure nelle epistole, invece di abbandonarsi al sentimento, le stillava a segno, che tre o quattro se ne trovano rigirantisi attorno a un pensiero stesso, o affinchè vi ricorra una stessa frase; il pensiero e la frase di quel giorno. Egli avrebbe voluto che tutte fossero distrutte[222]; invece se ne pubblicò un’improvvida congerie, dove preziose sono le poche, le quali trattano dell’arte, cercando sempre condurre i giovani «a studiare ne’ sommi autori con qual sottile artifizio si lavori e si pulisca lo specchio de’ pensieri», ad ottenere la semplicità, la facilità, la chiarezza, la collocazione naturale. E certo merito suo è l’avere, dall’infranciosamento o dalla pedanteria, rialzata la prosa italiana verso quel ch’essa dovrebbe essere veramente per esprimere con sembianza propria le idee e i sentimenti moderni, e d’avere proclamata l’italianità. «Finchè scrivemmo italiano, le altre nazioni traducevano i nostri libri; finchè dipingemmo italiano, venivano di là dai monti e dal mare a imparar a casa nostra la pittura. Chi ci legge ora? chi ci studia? chi ci prezza? E questo è pure dappoichè non siamo per nulla Italiani. Mi si dica che colpa è delle guerre? che insolenza di vincitore? Quale spada ci minaccia, quale editto ci sforza a tanta servitù?»
Secondo il diapason in uso, egli adora il Canova e Michele Colombo, Gino Capponi e il Dodici; gli è divino Napoleone come il Cicognara, come il Leopardi e molte signore; e del pari secondo lo stile corrente affetta disprezzare tutto e tutti[223]; ne’ giudizj seconda la passione più che il vero[224]; non rifugge dallo scrivere contro animo per ordine del governatore austriaco[225].
Fra i molti che gli dirigeano espressioni di venerazione e domande di consigli, fu Giacomo Leopardi di Recanati (1798-1837). Il conte Monaldo suo padre, autore di scritture contro i progressi del secolo e la falsa carità, avea copiosa biblioteca, di cui profittò Giacomo a segno, che a quindici anni sapeva già tanto di greco e latino da comporre un inno, che gli eruditi credettero antico; come fu creduta del Trecento una da lui finta relazione di santi padri. Struggendosi del desiderio di fama, scrisse al Giordani; e questo ne indovinò il valore, e scarco delle invidie troppo solite nei già celebri, lo confortò, lo ammirò, lo diede a conoscere ai famosi d’allora. Sventuratamente il Giordani poteva invaghirlo della forma, non istillargli idee; e tutto fu in persuadergli lo studio de’ classici, mai in elevarlo a pensieri nazionali e religiosi, e al bisogno dell’originalità.
Era un altro vezzo di quella scuola il dir ogni male del loro paese e del loro tempo: Foscolo lo bestemmia continuo; fino il buon Cesari chiamò miterino il secolo; e il Monti che gliene fece severo ripicchio, disse tanto male del suo tempo quanto niun mai; il Giordani si proponea di far un libro onde mostrare «per che gradi si siano le lettere italiane condotte a questa barbara confusione, che ha sommesse tutte le buone parti dell’arte di scrivere»: all’inesperto Leopardi parlava sempre di mondaccio, di tempacci, di armento umano, dove un buono e bravo è un’eccezione casuale e mostruosa, dove «non resta che sopportare tacendo, e andare dal doloroso silenzio breve all’insensibile riposo eterno».
Il Leopardi, predisposto all’ipocondria da una corporatura disgraziata e da tale salute che diceva non fare movimento, non passar istante senza dolore, sorbiva così la scontentezza di sè, degli altri, d’un mondo che non conoscea, ma credeva tutto ribaldo. Impetrato dal padre di vedere Roma, vi era consultato da grandi eruditi, i quali sapeano applicare vitali faville ai materiali ch’egli non facea se non raccorre; cercava qualche impiego, e mai non l’ebbe; venne a Milano a lavorare pel librajo Stella; e intanto diede fuori poesie, che ringiovanivano le forme di Dante e Petrarca, piene d’immagini, eppure nutrite di sentimento. Il Monti, il Perticari, il Maj, stimolati dal Giordani, gli sorrideano: ma deh! avesse trovato chi gli mostrasse la sublime destinazione dell’uomo; gli eccelsi fini della letteratura, la santificazione per mezzo del dolore, quell’affetto delle alte cose ch’è principio della poesia! Pagano d’idee come quel Foscolo «che pur faticando sull’orma del pensiero moderno, s’ostinò nelle forme greche» (Mazzini), il Leopardi soffriva in sè e desolavasi, mentre Ugo bestemmiava e godeva: questo sapeva la Bibbia non men che Omero; inorgoglivasi della grossa voce, delle membra torose, vanto dei tempi napoleonici; mentre nella pace meditabonda che succedette, il Leopardi, logoro dagli studj e tossicoloso, stillava la quintessenza delle angosce senza rassegnazione, mandando talvolta fin all’anima un gemito, simile ai gridi idrencefalici. Per stile fermo, spontaneità di prosa pensatissima, verso pieno di cose, Italia lo colloca fra i migliori antichi, mentre era degno di sedere fra i primi scrittori moderni; ma il Gioberti, suo grande ammiratore, riflette argutamente com’egli fosse antico soltanto a metà, perchè al genio antico toglieva la fede per surrogarvi la miscredenza moderna. In fatto, abbandonavasi alla desolante filosofia che ci avvilisce sotto pretesto d’analizzarci, e che esprime il rantolo d’una società agonizzante, non i potenti aneliti della risorgente (dei risorgimenti egli si beffava); e col pensiero scettico avvelenando un cuore che riboccava di affetto, Leopardi si sgomenta «alla vista impura dell’infausta verità», nella vita trova «arcano tutto fuorchè il nostro dolore», piange sull’infinita vanità del lutto, e dispera. A Leonardo Trissino scrive che «la facoltà dell’immaginare e del ritrovare è spenta in Italia... è secca ogni vena di affetto e di vera eloquenza»: nella Ginestra, che danno per la miglior sua poesia, insulta quelli che credono al progresso: e nel guardare la «mortal prole infelice», non sa se ridere o compatire, giacchè natura «non ha al seme dell’uomo più stima o cura che alla formica», conchiudendo che la ginestra è «più saggia dell’uomo, perchè non si crede immortale».
Così uno de’ più nobili ingegni che Italia abbia partorito, passò rapidamente gemendo sui mali, proverbiando le follie e i vizj degli uomini, senza conoscere le virtù nè credere alle generosità; in lotta coi sofferimenti proprj e colla pubblica trascuranza, e negligendo «le frivole speranze d’una pretesa felicità futura e sconosciuta»[226].
In coda a questi veniva la solita turba, devota a quell’antica maniera stereotipa, composta d’un poco di immaginazione e un poco di forme, con idee vaghe, espressioni esagerate, i fronzoli d’un genere verboso e sterile, da cui fummo impediti d’avere fin ad oggi una prosa nazionale; vagheggiavano gli stili mollicichi, prodighi di epiteti generici e di classiche intarsiature, e privi di fisionomia come donne imbellettate: pure discosti oh quanto dalla maestà e dalla squisitezza del Monti! A Luigi Lamberti, al Paradisi, al Cerretti, agli altri imperialisti mancarono l’elevazione di anima, la nobiltà e costanza di pensiero, senza cui non si merita nome di poeta. Abbondarono applausi al Biondi, al Betti, al Cassi che tradusse Lucano più prolissamente dell’originale; al Mordani, al Perticari, ad altri inzuccherati, che per darsi aria austera, rimbrottavano il secolo con grosse ingiurie in classico stile, abbastanza indeterminate per non irritare nè correggere. Paolo Costa ravennate (1771-1836), che non si lasciò abbagliare dalla luccicante libertà[227], cercò trarre le regole dell’elocuzione non dai precettori ma dall’indole dell’intelletto e del cuore umano. Salvator Betti (1768-1830), buono perchè provveduto di scienza, rivendicò molti vanti patrj nell’Italia Dotta. Il Biagioli da Vezzano, buttatosi nella rivoluzione, nel 1799 si accasò a Parigi, e vi aprì un corso di letteratura, a cui attirava gente col dare due concerti musicali il mese; devoto alla scuola retorica, prendeva entusiasmo per tutto, e fece non commenti, ma giaculatorie sopra Dante e Petrarca. Anche Giovanni Ferri da San Costante di Fano prese parte alla rivoluzione di Francia, poi vedendola eccedere rifuggì in Inghilterra; reduce, è mandato a Roma a impiantare le scuole; al 1814 si ritira, e scrive Ritratti e Caratteri e Lo Spettatore italiano, ove profitta della cognizione dell’inglese per darci novelle, cui la forma stentata scema l’allettamento. Anche molti traduttori, per l’importanza che in Italia si attribuisce allo stile, acquistaron nome a paro cogli originali; eppure non un solo ve n’ha forse che abbia tolto la speranza di fare meglio.
Ippolito Pindemonti veronese (1753-1828), anima pura e inattivamente gemebonda in estri «melanconici e cari», declama ora contro il viaggiare, or contro la caccia, or contro i rivoluzionarj; esalta la campagna, gli amici, le pie ricordanze de’ morti; a Foscolo fece rimprovero di non saper «trarre poetiche faville» da oggetti men lontani che Troja; lottò con Omero nel tradurre la difficile Odissea; e palpitò di libertà nella tragedia dell’Arminio, nobile carattere d’un difensore della patria indipendenza. Cesare Arici (1782-1836), secretario all’ateneo di Brescia, ottenne fama estesa per molte liriche mediocri, per una povera epopea sulla caduta di Gerusalemme, per migliori didascaliche sulla pastorizia e sulla coltivazione degli ulivi. E la didascalica, che un pensiero prosastico orna poeticamente, apriva bell’arringo alle immagini, la ginnastica più consueta di quella poesia; la quale fermava l’attenzione sulla frase, e colla forbitezza delle parole, col cumulo delle metafore, col vezzo della perifrasi, la sottigliezza de’ concetti, la peregrinità delle figure, la lambiccatura de’ sentimenti, il rimbombo de’ suoni palliava la vulgarità del fondo. Vi ottennero lode molti, nessuno raggiunse l’efficace parsimonia di Mascheroni e di Foscolo, alla descrizione della natura mescolando sempre i pensieri dell’uomo.
Mentre nei più l’allettativo delle fantasie sceveravasi dalla convinzione delle anime, altri aveano esteso lo sguardo e veduto un intero mondo di là dal serraglio accademico, e leggiadrie e sublimità di poesia, ed elevatezza di sentimenti, e profondità di ragione, convincendosi che la ricerca del bello non vuol essere limitata ad un tempo, ad un paese, ad una forma. La Spagna si presentava coll’immensa ricchezza drammatica, e colla cristiana e incondita originalità de’ comici e de’ romanzieri: l’Inghilterra col sentimento profondo e la penetrazione della natura umana nel gigantesco Shakspeare e ne’ moralisti: la Germania con una folla di cantori ironici o passionati, religiosi o scettici, tutti vibranti all’unissono delle idee umane, alla cui testa Schiller, Göthe, Tieck, Schlegel, emancipavano l’arte affinchè rappresentasse l’uomo, i tempi, la natura, cercavano il ritorno estetico verso l’antica bellezza, meglio valutata e sotto forme nuove e potenti, non isgomentandosi della trivialità purchè naturale; dappertutto poi una poesia popolare, qual frutto spontaneo di ciascun paese, di ciascuna età, che ha la verità non della storia, ma della passione, che evoca le potenze della vita, dolore, piacere, onore, virtù, voluttà; e in tutta la società moderna un movimento lirico coll’ardore della libertà, col disgusto del presente, coll’inquietudine intima e la speranza tormentosa, col tumulto delle idee nuove e il presentimento delle loro metamorfosi.
Con ciò alla critica negativa, che stitica i difetti dei grandi, o le bellezze ne misura a tipi prestabiliti, sottentrava l’iniziatrice, laboriosamente profonda nell’esercizio del pensiero, paziente nella pratica, colla potenza idealista che discerne il fondo della forma, che coglie l’unità dello spirito sotto la varietà della lettera, che indovina bellezze originali, che getta la congettura sul mare del possibile, e da quel che fecero i genj più diversi impara ove potrebbe arrivare un genio nuovo, mediante l’intima cognizione d’ogni bello; che infine colle dottrine eccita sentimenti ed azioni.
La civiltà nostra non deriva soltanto dalla greca e romana, ma anche dalla germanica; gloriose e più dirette antecedenze abbiamo nell’età romantica, cioè nel medioevo, e il viver nostro è conformato al sentimento e alle dottrine cristiane. Perchè dunque rifarci sempre ad Ilio e a Tebe, e tessellare frasi di classici, e invocare un Olimpo di cui deridiamo le divinità, aborriamo i costumi?
Più che i Tedeschi, maestri di tali novità, qui si divulgavano i libri francesi della baronessa di Staël, che obbligata da Napoleone ad esulare da Parigi, avea concepito ammirazione per gli autori tedeschi; e dai loro critici, principalmente dallo Schlegel, aveva dedotto il sottilizzare la critica non tanto ad appuntare gli errori, come a presentire le bellezze, non tanto a censurare un autore di ciò che fece, come a scorgere cosa e come avrebbe dovuto fare; e considerando l’arte per la più alta manifestazione dello spirito, non fermarsi alle diverse forme delle varie letterature, ma penetrare la ragione della vita e della durata[228]. La Corinna di lei, il Genio del cristianesimo di Châteaubriand, l’entusiasmo de’ tanti che visitavano la riaperta Italia (p. 308), venivano a modificare i criterj poetici antichi: Stendhal, la Morgan ed altri ripudiavano il senso comune per affettare spirito e novità: lord Byron, elegante inglese, che volontario esule e volontaria vittima, atti e sentimenti epicurei traeva in pompa per l’Europa, e principalmente in Italia, e dopo cominciato coll’elegia, finì con satira amarissima, faceva stupire di tanta realtà unita a tanta fantasia ne’ suoi poemi, dove, anatomizzando ironicamente la società, dipingendo le attrattive del vizio e l’eroismo degli scellerati, sostituendo l’eccezione alla regola, esistenze tempestose, situazioni violente, paesi diversi dai poetici, uomini audacemente ribellati al dovere, staccavasi ricisamente dall’arcadico concetto che s’avea della poesia, per cogliere la natura sul vero, insegnando a non permettere nessuno degli spedienti dell’arte, ad erudirsi ed ispirarsi in quanto fu fatto, per far poi diversamente.
Ed esso e i suddetti e i loro imitatori erano epicurei; eppure quell’ampia concezione dell’arte, il rispetto del passato, il sentimento dell’infinito che imparavansi alle loro scuole, disponevano i cuori alla fede. E già tra noi menti più serie aveano tolto a considerare i misteri della vita, e capito ch’essa non trae spiegazione se non da un primitivo mistero e da un postumo snodamento; e rinnegarono i miserabili trionfi dell’empietà, che dichiarate ipotesi l’ordine provvidenziale e l’immoralità, vi avea sostituito altre ipotesi, la fatalità e il nulla, e non lasciava all’uomo se non l’orgoglio d’un bugiardo sapere, le irrequietudini d’un’ambizione impotente. Che se la vita è un’espiazione e un preparamento, non le converranno la bacchica esultanza d’Anacreonte e la sibaritica spensieratezza di Flacco, ma una melanconia rassegnata, un ravvisare dappertutto l’ordinamento provvidenziale, un valutare le azioni dal loro fine o particolare o complessivo.
L’ampliarsi della democrazia facea fissare gli occhi sul popolo; esaminarne senza superbia i costumi; senza disprezzo gli errori; ascoltarne le leggende e le canzoni; nè tutto riferire ad un tempo, ad un luogo, ma le consuetudini e le opinioni considerare siccome un’efflorescenza di date circostanze, gli errori siccome viste false o imperfette della verità, sicchè al fondo la umana specie progredisce sempre verso un perfezionamento, che non si raggiungerà mai in questa bassa gleba.
Da tutto ciò nuovi criterj del bello: sgradite non meno le contorsioni dell’Alfieri, che la rosea prodigalità del Monti, e quello sfumare ogni tinta risentita, soffogare le fantasie sotto al convenzionale, la franchezza sotto pallide circonlocuzioni e lambiccature cortigianesche ed accademiche; rivendicavasi la semplicità adottata dai primi nostri scrittori; affrontavasi la parola propria, la maniera più schietta, raccolta di mezzo ai parlanti; voleasi interrogare i sentimenti e il linguaggio del popolo; scegliere sì la natura ma non cangiarla, portandole quell’amore rispettoso che nasce da profonda intelligenza delle cose; proporsi conformità fra le opere e la vita; tornar la poesia quale era in Dante, fantasia subordinata alla ragione geometrica. Che se la letteratura degli accademici erasi guardata come incentivo o sfogo di passione, un modo d’accattar piaceri e denaro con opere concepite a freddo, computate con pedantesche convenienze, e quindi astiosa, superba, gaudente; ora studiavasi surrogarne una d’ispirazione e meditazione, che prendesse per iscopo il buono, per soggetto il vero, per mezzo il bello. La storia non sarebbe più raccozzo di aneddoti, o galleria dove campeggiano solo gli eroi, i re, i fortunati, negligendo o celiando sull’umanità preda de’ forti o balocco degli scaltri; ma dovea contemplarsi come attuazione contingente di provvidenziali concetti, guardando il genere umano come un uomo solo che errando procede, e gli atti e i concetti dei personaggi conguagliando col loro tempo e colle idee correnti. Romanzi e novelle, anzichè frastornare con avvenimenti implicati, descrizioni sceniche, sfarzo della vita esteriore, esaminassero l’uomo interno e l’andare delle passioni in ciò che hanno di comune in tutti i tempi e luoghi, e di speciale a persone, a paesi, a età. L’eloquenza valersi della spettacolosa efficacia del momento per condurre a conoscere il vero, volere il giusto, accettare il sagrifizio. Divenuto riflessione attiva dell’uomo sopra se stesso, il dramma cambiavasi essenzialmente, e doveva empirsi d’azione, ritemprarsi a passioni meno strofinate, usar fatti, costumi, caratteri, linguaggio consoni colla storia; a tal uopo svincolarsi dalle unità precettorie, sconosciute ai Greci, consacrate dai Francesi per amor d’ordine, dall’Alfieri per amor del difficile. Ciò che più cale, il teatro non doveva traviare i giudizj e ubriacare le passioni, ma consolidare il buon senso e dirigere gli affetti, rappresentare la società e l’individuo quali sono, misti di bene e male, e divenire istruttiva intuizione di quella vita che non riceve spiegazione se non dalla morte.
Il pedante faccia in letteratura come il fazioso in politica, che giudica dietro a parole, non soffre opinioni contrarie, sentenzia non dando i motivi, arbitrario e intollerante: per noi le regole saranno una storia di ciò che fecero i migliori, non un ceppo per chi s’arrischia al nuovo; vera poesia non sarà se non quella che abbia alito e ispirazione propria, e l’ideale suo non tolga a prestanza, ma lo deduca da costumi, cognizioni, istituzioni, convenienze nazionali: s’immedesimi con tutti gli affetti, con tutte le solenni contingenze della vita; metta sott’occhio l’esistenza reale, ed ecciti l’esistenza più sublime del sentimento: sia mezzo di fede, di consolazione, di benevolenza.
Insomma verità del fondo, infinita varietà delle forme, bontà di scopo pretendeansi dal genere che fu detto romantico in opposizione a quello che s’intitolava classico; e che è caratterizzato interiormente da senso più profondo del presente in relazione al passato e col presentimento dell’avvenire; esteriormente da maggior lirica in ogni concepimento.
Io dico quel che pensavano i migliori: ma da una parte v’aveva i trascendenti e i vulgari, zavorra di qualunque innovamento, che voleano mostrarsi liberi col saltabellare da pazzi: dall’altra libri, articoli, improperj erano lanciati da quei tanti che esultano per ogni occasione di sfogare le passioni malevole all’ombra di un partito: la polemica, secondo è consueta, approfondiva l’abisso complesso delle cose, rinfacciavansi ai Romantici i fantasmi, le stregherie, l’anteporre alle decorose bellezze di Virgilio le rabbuffate di Shakspeare; e i nomi di classico e romantico fecero dimenticare quelli di buono e cattivo, come più tardi i nomi accidentali di repubblica e costituzione eclissarono il fondamentale d’Italia libera.
Osteggiava la novità La Biblioteca Italiana giornale milanese, che, prodigo d’encomj alle mediocrità striscianti, non lasciava impunito verun lampo d’ingegno, ardimento di scrittura, integrità di carattere, elevazione di sentimento, originalità di concetto, speranza di giovane. Ai pochi rassegnanti a vendere la penna, il Gironi, direttore, diceva: — Eccovi questo libro da incensare, e questo da scompisciare»; ed essi vi metteano l’impegno della viltà; oltre quelli che per proprio zelo s’incaricavano di denunziare opinioni e pensieri che poi sarebbero essi chiamati a processare. Vi fu chi disse: — Mostrerò il Biava come un Ilota ubriaco, finchè gli sia tolta la cattedra»; vi fu chi disse a proposito dell’Ugoni: — Aprirò quei sacchi per far vedere che contengono carbone»; vi fu chi, per impedire che l’imperatore gli mandasse un anello destinatogli, tolse a provare che la storia di Milano di Carlo Rosmini «era pericolosa alla religione, alla politica, al principato». Da quest’afa di sentina tolsero esempj e scusa que’ diffamatori, la cui bassezza si ajuta di perfidia, e che sono operosissimi dove la libertà della parola e la franchezza de’ pensanti non la condannino al giusto vilipendio.
A tali vergogne animosi giovani opposero il Conciliatore, con cui Pellico, De Breme, Berchet, Borsieri, Ermes Visconti, Giambattista De Cristoforis cercavano introdurre anche qui la critica iniziatrice, che ispirandosi al sentimento e alla verità, le teoriche di gusto traduce in consigli di dignità e coraggio. Queste novità portavano franchezza d’esame, onde non è meraviglia se la rivoluzione letteraria parve rivoluzione politica, e il ribellarsi alle regole fu denunziato per ribellione alla legge; il giornale fu proibito, e i redattori o in carcere o in esiglio, ma la controversia continuò con armi buone o con cattive. Milano pareva il vivajo de’ novatori, mentre nel resto d’Italia i Classicisti, intitolavano romantico tutto ciò che fosse brutto, disordinato, pazzo, e asserendo che i novatori proscrivessero lo studio e l’imitazione degli ottimi. Il Pagani Cesa[229] definiva i Romantici persone intese a sovversioni e letterarie e politiche; folla d’avventurieri fortunati, di briganti politici, di gente d’arme, di giovinastri, non pratici che del disordine in cui sono nati. L’Anelli da Desenzano (-1820), in certe Cronache di Pindo grossolanamente lepide, denticchiava quella scuola, senza giungere al vivo. Gugliuffi (-1834) diceva ch’essi emicant fortasse aliquando, sed more nocturni fulguris; egli che sosteneva le scienze farebbero grandi progressi qualora adoperassero la lingua latina[230].
Più s’accannì Mario Pieri corcirese, che vagò assai per Italia, bene accolto dappertutto e come forestiero e come letterato; in gioventù godette la domestichezza del Cesarotti e del Pindemonti, e per loro mezzo conobbe nel Veneto il Lorenzi, il Mazza, il Barbieri, poeta allora e futuro oratore, l’abate Tália autore di una estetica, il padre Ilario Casarotti arguto autore di poesie bibliche e di molti opuscoli polemici, Francesco Negri traduttore di Alcifrone, l’abate Zamboni e Benedetto del Bene educatissimi ingegni, il Morelli, il Filiasi, lo Zendrini, il Cesari, e quelle coltissime adunatrici della migliore società che furono Isabella Albrizzi e Giustina Michiel in Venezia, Silvia Curioni Verza ed Elisabetta Mosconi in Verona, e così il fiore delle persone di Vicenza, Belluno, Padova e Treviso dove fu professore. Altri a Milano incontrava alla conversazione del ministro Paradisi, altri ne’ ripetuti viaggi, poi nella lunga dimora a Firenze, dove, oltre i suoi connazionali Mustoxidi e Foscolo, usò famigliaramente col Capponi, col Niccolini, col Pananti, coll’eruditissimo Zanoni, col Becchi succedutogli segretario della Crusca, col Rosini filologo di amenissima conversazione, quanto era nojosa quella del Micali, col Del Furia bibliotecario, rinomato per l’abbaruffata sua contro l’argutissimo Gian Paolo Courier[231], coll’incisore Morghen, col pittore Benvenuti, col matematico Ferroni, col numismatico Sestini, col dottor Cioni, col Benci, col Puccini direttore della galleria, e colle amabilmente dotte Teresa Fabbroni, Rosellini, Lenzoni. Qual piacere non darebbe a’ curiosi, quale istruzione agli studiosi il vedersi ricondotti a conversare con questi, che solo in parte vivranno ne’ libri! E il Pieri, oltre prose e versi, dettò la propria vita senza elevazione nè larghi aspetti, bensì osservazione triviale, lineamenti vacillanti, passioni piccole, idolatria di se stesso.
Questi e tutta la consorteria del Monti poneano in canzone i Romantici, quasi gente che insorgesse pel solo piacere d’insorgere; e sarebbero tutt’altro che condannabili se avessero avuto la mira d’opporsi al forestierume, e non dimenticato che, isolandoci, noi resteremmo sempre nel falso e nel meschino. Intanto l’averlo avvertito bastava per rendere ridicolo e vergognoso quell’inneggiare Venere ed Imeneo[232], e imprecare Atropo e il Fato, applaudire ai Giovi e alle Cintie, pregare salute da Igia, senno da Minerva, giustizia da Temi: il verso di mera sensualità, gli eterni ricalchi d’Orazio o del Petrarca, insomma le forme convenzionali perivano, più l’idea non volendo incarnarsi in esse, nè il sentimento contenersi entro ai vincoli antichi, o la lingua limitarsi alle parole autenticate: l’ambiziosa fraseologia abbandonavasi ai vecchi incorreggibili o ai novizj rassegnati a non maturare più: e se il Monti chiedea, com’è mai possibile senza mitologia lodare un principe, celebrare un imeneo? gli si rispondeva: — È egli necessario belare le nozze e i natalizj de’ re e dei mecenati?»
Vero è che anche nella scuola romantica affluirono astrazioni sentimentali e mistiche, la moralità si angustiò in picciolezze di sacristia, all’eleganza sparuta surrogaronsi fantasie dissennate; avemmo novelle con spettri, e leggende con magie[233] e gnomi e silfidi e ondine, ingredienti non meno convenzionali che le ninfe e le stelle e le cetre e le tede e l’altre fracide espressioni di concetti indeterminati; riponendo l’innovazione nella forma delle idee anzichè nelle idee, nella verità storica anzichè nella verità morale, si credette fare libero il dramma collo scapestrarlo; si pindareggiarono i medesimi affetti sebbene con parole nuove. Ma nelle campali battaglie non si contano le migliaja di gregarj, e chi decide sono i capitani: e di eccellenti ne ebbe la scuola nuova.
Tommaso Grossi (1791-1853), anima affettuosa, mente ordinata, vivrà come il primo o de’ primi che le idee romantiche qui applicasse non colla polemica ma colle due novelle della Fuggitiva in vernacolo, e dell’Ildegonda in ottave italiane di ariostesco impasto, con semplicità colta e affettuose particolarità. Un’altra novella tesseva intorno alla prima crociata, quando il disprezzo che i suoi amici gli istillarono pel Tasso lo indusse a trattare come quadro di genere un soggetto che Torquato avea trattato alla grande. Sgraziato pensamento, che affogò nelle generalità il bell’insieme della sua favola domestica, convertì il flauto e la mandóla in tromba di battaglia, e l’ispirazione affettuosa in istudj d’erudizione, dove riuscì non meno infedele che il Tasso, benchè in maniera differente. Gl’invidiosi, che avrebbero perseguitato il Tasso, del Tasso si valsero per opprimere il Grossi come sacrilego, istituirono assurdi confronti, e ne derivò una capiglia villanissima, la quale in fondo riduceasi a dispetto ch’egli avesse trovato tremila soscrittori, cioè un guadagno insolito ai nostri letterati. Non si taccia che altrettanti difensori ebbe; ma egli stomacato lasciò la carriera letteraria per mettersi notaro. Cessata allora la paura di vederlo fare qualche altra cosa grande, cessò la malevolenza; lo ascrissero fra i grandi poeti; accettarono con indulgente simpatia altre produzioni sue di studio non di lena, ma rialzate da qualche pagina tutta affetto; e i censori poterono consolarsi che non diede a metà i frutti, aspettabili dal suo limpido e coltissimo ingegno.
Altrettanta pacatezza d’armonia e maggiore intelligenza critica ebbe Giovanni Torti 1773-1851, che togliendo ad esame i Sepolcri di Foscolo e la debole risposta del Pindemonti, si pose a fianco loro; poi versificò la nuova poetica mostrando come, da qualunque siasi tempo si desuma un tema, vogliasi dargli la verità di colorito e di affetto. Avea cominciato del medesimo passo Giovanni Berchet; poi invelenito dall’esiglio, contro i tiranni avventò romanze, che per forme e per modi erano nuove all’Italia, e tutti i giovani le appresero, e molto valsero sui sentimenti non solo, ma e sui fatti successivi.
In mezzo a questi e ad alcuni minori lombardi giganteggiava Alessandro Manzoni. I primi suoi componimenti furono di dipinture, d’affezioni e d’ire profane, sopra un sentiero dove il Monti avea raggiunta tal perfezione, che, chi si accontentasse alla poesia di impasto classico, al verso armonioso, alle grazie mitologiche non potea che rassegnarsi a rimanergli inferiore. Il genio, che ha bisogno di vie intentate, domandava, — Non c’è un’altra poesia oltre quella delle forme? non c’è diamanti, oltre quelli già faccettati da’ gioiellieri precedenti? non ha l’arte un uffizio più sublime che quello di dilettare?»
Tali pensieri furono eccitati o svolti nel Manzoni da amici di Francia, ai quali l’opposizione al Governo napoleonico serviva di libertà; quando poi, dalle coloro idee volteriane ricoveratosi con piena sincerità alle credenze e alle pratiche cattoliche, sentì il dovere di coordinare ogni atto della vita e del pensiero all’acquisto della verità, all’attuazione del bene, al consolidamento della religione, potè dare saggi d’una poesia sobria, che subordina la frase al concetto, che gli abbellimenti deduce soltanto dall’essenza del soggetto, che sovrattutto si nutre di pensieri elevati e santi, e si crede un magistero, un apostolato. La semplice originalità degli Inni, quella sublimità di concetti espressa colla parola più ingenua, li fece passare inosservatissimi: il Carmagnola e l’Adelchi soffersero i vilipendi de’ giornali e l’indifferenza del pubblico, che solo al comparire del Cinque maggio, ode inferiore alle altre, parve accorgersi di possedere un sommo.
Lontano dalla felicissima agevolezza del Monti, egli stenta ciascuna strofa, incontentabilissimo; ma l’uno ha la fluidità de’ Cinquecentisti, l’altro la concisione tanto necessaria nella lirica, e quel contesto virile che non s’occupa de’ fioretti; l’uno dipinge più che non pensi, l’altro pensa più che non dipinga; nell’uno predominando il dono della fantasia, nell’altro la facoltà del riflettere, che è la coscienza dell’ispirazione; onde quello guarda le idee sotto un aspetto solo, questo vuol presentarle nella loro interezza di vero e di falso, l’uno lascia meravigliati, l’altro soddisfatti, e più soddisfatti i forti, che vedendo quelle maniere sì vive e profonde, avvertono meno al ben detto, che al ben pensato. Monti, il più insigne fra gl’improvvisatori, cerca il bello dovunque creda trovarlo, da Omero come da Ossian, ma senza connessione col buono e col vero; le ipotiposi, le apostrofi, le circonlocuzioni, le intervenzioni d’ombre o di numi ripete continuo, perchè non costa fatica l’aleggiare colla fantasia mettendo da banda il giudizio; la sonorità del verso e l’onda della frase surroga al sentimento e al concetto, le reminiscenze classiche all’emozione personale; crede che la poesia non abbia mestieri d’essere giusta, purchè ardente e passionata, donde l’enfasi e l’alta persuasione di sè, e la continua esagerazione, e il secondare l’impressione istantanea, e perciò frequente mutarsi. Manzoni vuol richiamare ogni asserto al cimento del giudizio, escludendo il declamatorio, deponendo nel lettore il germe di idee che sviluppano l’intelligenza e la volontà: onde l’uno è puramente poeta, e in ciò stanno la sua vocazione, la sua gloria, la sua scusa; l’altro è considerato piuttosto come argomentatore da quelli, che non avvertono quanto movimento lirico esondi nella Pentecoste o nella Morte d’Ermengarda, e come la squisita verità gli detti di quegli accenti che risvegliano un’eco in tutti i cuori. Adunque del Monti è carattere il trascendere, sia che lodi, sia che imprechi; del Manzoni la mansuetudine, fin quando intima allo straniero di «strappare le tende da una terra che patria non gli è», e che Iddio non gli disse: «Va, raccogli ove arato non hai; spiega l’ugne, l’Italia ti do». Il Monti si erige signore dell’opinione, consigliero di re e di nazioni; l’altro dubita sempre di se stesso: quello non ha proposito più elevato che d’insegnare e praticare l’arte, laonde i fortunati che se ne divisero il mantello, fecero di belle cose; i seguaci di Manzoni cercarono piuttosto le buone: quelli l’ideale, questi il reale. Ambidue tentarono il teatro; e Monti cogli artifizj antichi riscosse applausi; all’altro venne meno l’abilità, che è tanto diversa dal raziocinio. Anche Manzoni sostenne polemiche; ma invece della critica provocatrice, più simile a schermaglia di partito che a discussione di sistema, offerse esempio di quella che, calma nella certezza dell’esito, richiede cuor retto, criterio sicuro e buona coscienza. Nè egli lottò per propria difesa o per un angusto patriotismo, ma tutte le volte ebbe l’arte di elevare il punto di vista, e trasformare sin la disputa letteraria in lezione morale.
La servilità alla legge rigorosa quanto capricciosa delle unità di tempo e luogo, i soliloquj, i confidenti, i lunghi racconti, la dignità inalterabile che ripudia le famigliarità così allettanti nel dramma greco, le espressioni altrettanto forbite nel principe come nel servo, erano difetti della tragedia alla francese; che se i grandi li redimevano con bellezze insigni, è natura de’ pedissequi l’esagerare i difetti; donde una nojosa eleganza, perifrasi per aborrimento al nome proprio, esilità di idee mal rimpolpata con fronzoli retorici, e frasi raggiranti entro un circolo di sensazioni fittizie e prevedute, in dialoghi tanto poetici, da non ritrarre la natura, tanto vaghi da non rappresentare un tempo e un luogo determinato; fatte insomma unicamente in riguardo de’ lettori o degli spettatori. A ciò richiedevasi studio anzi che genio, chi non vi si rassegnò risalse ai Greci, inimitabili per la naturalezza come inimitabile per la fatica era l’Alfieri: ma in generale la tragedia perseverò ad essere un’alternativa di parole non di azione, declamatoria non veritiera.
Ugo Foscolo accostò più di tutti il grande Astigiano per dignità e altezza di sentenze; ma la realtà della storia nè della passione non raggiunse mai, benchè nella Riciarda esprimesse il concetto italico e il gemito sulle nostre divisioni. L’Arminio d’Ippolito Pindemonti elevasi per sentimento e stile: eppure le incolte tragedie di Giovanni suo fratello sovrastano per abilità scenica; per la quale ebbe applausi anche il duca di Ventignano. Belle speranze destò Silvio Pellico colla Francesca da Rimini, per quanto debole. G. B. Niccolini di Firenze, erede dell’ira ghibellina di Dante, entrò sull’orme dei Greci fino a ritentare i loro soggetti; dappoi ne assunse di moderni, quali la Rosmunda, l’Antonio Foscarini[234], il Giovanni da Procida, o allusivi a moderni, come il Nabucco e l’Arnaldo. Era un frutto della inclinazione morale introdottasi nella letteratura; e ne ottenne ovazioni da quella pubblica opinione, che egli mostrò sempre disprezzare; ma quando la vide ubriacarsi nel 48, quell’austero giudice apparve abbagliato dai vorticosi movimenti.
Per riuscire nella tragedia storica non basta la sceneggiatura e il vestire secondo le nazioni e le età fantocci di nome eroico, non basta conoscere qualche accidente, ma vuolsi abbracciare intera l’età ove si collocano gli attori; nè ciò si ottiene che con pazientissimo studio. Così fece Manzoni. I moralisti rigorosi riprovarono sempre il teatro, giacchè lo spettacolo delle passioni lottanti o lo svolgimento di una, incitano quelle dello spettatore; se non ne ispirano di criminose, vi predispongono; se non danno amore ed odio, vi aprono il cuore. Ma poichè il teatro sempre più invade la società, alcuni studiarono se fosse possibile ridurlo tale che non ecciti gli scrupoli d’un padre, d’un marito; che accheti e diriga, anzichè sopreccitare e spingere le passioni. Tale scopo si prefisse Manzoni come nel romanzo così nei drammi; presentando nel Carmagnola l’uomo perseguitato ma non da feroci invidie, sdegnato ma non con violenza, e consolando colle domestiche affezioni l’ora fatale; nell’Adelchi lo spettacolo d’un popolo dominatore vinto da un altro che alla sua volta si fa dominatore d’un vulgo innominato; prepotenze contro prepotenze, fra cui trovano luogo l’affanno di patimenti personali e la generosa proclamazione della giustizia, e dove la lotta umana finisce nella conciliazione religiosa, quando nell’anima sottentra il sentimento d’una felicità superna e inalterabile, rassicurata che sia contro la distruzione della sua terrestre individualità. Il secolo, avvezzo agli stimolanti e bisognoso di cacciare la noja, domanda emozioni, e trova più poetica la procella che non i murazzi da cui è frenata: ed è questa la sola parte dove il nostro o non fu inteso o non seguìto.
Genere coevo delle lingue nuove, il romanzo aveva anche fra noi trasformato le imprese di Carlo Magno e de’ suoi paladini o della Tavola rotonda, e di Amadigi e di Guerrino Meschino e de’ Reali di Francia, ben tosto dimentico per la carnevalesca esultanza dei poemi romanzeschi: altri nel Seicento, sempre ad imitazione di Francia, confezionarono romanzi scipiti: nel secolo passato furono tradotti i tanti francesi e imitati con isguajato abbandono, e nè tampoco scintillarono di quella luce momentanea che sembra privilegio d’un genere, il cui principale intento è piacere, e perciò accarezzare passioni e abitudini che passano presto, e con esse il libro. Ma il Don Chisciotte, il Robinson, il Gil Blas, la Pamela, il Tom Jones, il Paolo e Virginia, la Nuova Eloisa attestano che possono farsi opere durevoli ed efficaci sulla società anche in questo genere, atto a tutte le passioni del cuore, ai capricci dello spirito, alle ispirazioni serie e beffarde.
Tale fu ripigliato il romanzo nell’età nostra; e del Werter di Göthe, che ebbe la trista gloria di spingere molti al suicidio, l’imitazione fatta da Foscolo acquistò voga quasi opera originale, e piacque il sentimento di nazione e di libertà ch’egli intarsiò al concetto tedesco[235]. Sulle traccie del Barthélemy, Luigi Lamberti descrisse i viaggi d’Elena, Ambrogio e Levati i viaggi del Petrarca, aridi e pesanti. Altri sentirono l’effetto della Corinna, del Pienato, dell’Atala; ma viepiù i romanzi poetici di Byron avvezzarono agli affetti smisurati, alle situazioni eccezionali, ai caratteri sforzati, alle evidenti descrizioni, in opposizione colle stereotipie e colle languidezze degli antichi. A quelli e ad altri inglesi e al D’Arlincourt francese s’ispirò Davide Bertolotti, i cui romanzetti erano, verso il 1820, la più ambita fra le letture leggiere. Intanto d’Inghilterra ci arrivavano i romanzi di Walter Scott, dove si descrive una data età o un fatto o un carattere storico, appagando così due passioni del nostro tempo, l’indagine erudita e l’attività romanzesca. Non analizza egli il cuore, non si eleva ardito sull’immaginativa, ma nell’inesauribile sua fecondità dipinge sensibilmente, dialoga con estrema verità, interessa artifiziosamente, e schivando le caricature troppo consuete in questo genere, procede naturale, limpidissimo, ma alla ventura, verso uno scioglimento che non premeditò.
Di là il Manzoni derivò evidentemente il suo romanzo, ma applicandovi quell’arte cristiana, che medita sull’uomo interno e segue gli andirivieni d’una passione dal nascere suo fino quando trionfa o soccombe. Walter Scott fece cinquanta romanzi, egli uno; l’Inglese tutto colori esterni, il nostro vita intima; quello per dipingere e divertire, questo per far pensare e sentire. Già nelle tragedie Manzoni avea mostrato come della storia non facesse un’occasione o un’allusione, pigliandone a prestanza un nome o un fatto per gittarlo in un componimento di fantasia. Ora quella indagine scrupolosa che ridesta i tempi e i loro sentimenti spinse egli fino alle minime particolarità, esattissimo anche quando non è vero. La potenza sua satirica, che gli dettò il primo componimento, e che poi fu virtuosamente temperata dalla mansuetudine, trapela grandissima dal romanzo; e singolarmente nella dipintura de’ caratteri, ciascuno de’ quali vive innanzi a noi come un’antica conoscenza, e diviene un tipo; perocchè, quivi come nelle poesie, ci offre sempre un’immagine netta e reale che più non si dimentica. Prima che l’ammirazione diventasse culto, noi divisammo lungamente dei meriti dei Promessi Sposi[236], e di quel fare così dabbene fino nell’ironia, così civile nella satira, così semplice nella sublimità, per cui divenne il libro della nazione.
Da Dante in giù la lingua nostra, se molto cambiò quanto a immaginazione e gusto, rimase identica quanto al fondo; sicchè, eccettuato il gergo pedantesco d’alcuni Quattrocentisti, i libri s’intendono correntemente, a differenza del tedesco prima di Lessing, e del francese di cui nel 1650 Pellisson diceva: Nos auteurs les plus élégans et les plus polis deviennent barbares en peu d’années. Eppure si continuò a disputare qual nome attribuirle, quali regole seguire nella scelta e disposizione delle parole, a quale canone appigliarsi ne’ dubbj. Alla lingua parlata? all’uso degli scrittori? e de’ soli scrittori del Trecento, o anche de’ Cinquecentisti, o fin de’ moderni? La scelta competerà a ciascuno, o bisognerà attenersi a quella fatta dal dizionario? O dovrà la lingua essere progressiva, ed arricchirsi di quanto le offrono l’immaginazione di ciascun scrittore, i dialetti di ciascun paese e l’importazione forestiera? Quest’ultima opinione era prevalsa nel secolo passato, scrivendosi come si parlava, senza riflettere che in Italia soli i Toscani e alquanti Romani parlano una lingua scrivibile, e che la mancanza di un centro politico o scientifico toglie di riportarci effettivamente all’uso di questo: laonde ciascuno si sarebbe valso o delle voci somministrategli dal proprio dialetto ridotte a desinenza toscana, o dalle scritture, le quali, destituite di norme fisse, e dipendendo dall’abilità o dal capriccio individuale, mancavano d’uniformità e durevolezza.
Per vero, qualora si tratti d’esprimere generalità di falli o di sentimenti, la lingua letteraria può bastare, giacchè tutti i paesi convengono in un gran numero, anzi nel massimo numero delle parole. Ma occorrano materie famigliari o tecniche, e quella precisione di termini che è imposta dal bisogno d’idee precise; vogliasi non solo ripetere sentimenti e idee comuni, ma darvi carattere e individualità, come è proprio degli intelletti originali; allora rampollano le difficoltà e il bisogno di regole indefettibili. La vanitosa rozzezza in cui era caduta la lingua nel Seicento, fu corretta nel secolo seguente, ma per cadere in una leziosa ricerca di ornati posticci, di vocaboli mozzi e peregrini emistichj, eleganzuccie, attortigliate rinzeppature e ridondanze, bagliore di frasi, cadenze sonore, periodo oratorio uniforme e nojoso; ammanierandosi insomma da accademia e da collegio, come avveniva della poesia, e pretendendo al vacillante pensiero dare per rinfianco vanità di forme.
Alcuni professavansi devoti alla lingua pura, ma per tale considerando la sola scritta dai classici; e in tale senso lavorarono il Corticelli, il Vannetti, il Bandiera. Quale scandalo non eccitò a Milano un Branda col preconizzare il dialetto toscano! Di rimpallo la lingua dei libri era proclamata dai liberali, sprezzatovi delle stitichezze grammaticali e del vanume retorico: ma poichè i libri che correano erano francesi di idee e di forme, queste irrompevano a pieno sbocco, e deturparono anche i migliori, come il Verri, il Beccaria, il Filangeri, il Denina. L’imbarbarimento della lingua non venne dunque dalla conquista francese, bensì da accidia innazionale; volle anzi ridurla a teoriche l’abate Cesarotti (t. XII, p. 250), pretendendo l’italiano abbia ringalluzzarsi continuamente colle ricchezze forestiere; alla quale dottrina consentaneo, s’imbratta di francesismi anche dove affatto inutili. Lo combattè il Napione[237]: ma allora l’invasione francese infistoliva questi morbi; e i giornali e gli atti e i trattati collo stomachevole francesume esprimono l’invalsa gracilità del pensiero.
Di sotto a questa rimbalzava il sentimento nazionale; e dacchè fu stabilita la repubblica italiana, con Governo e magistrati nostrali, per protesta contro il predominio francese, e perchè, avendo cose da dire, bisognava pensare al come dirle, si favorì lo studio della lingua. Fu allora ordinata un’edizione dei classici italiani, concepita largamente, meschinamente eseguita; con irrazionale e imitatrice scelta degli autori e dei testi, e inezia di prefazioni e note. Pure l’impresa buttò in giro molti autori, peregrini dalle biblioteche; e se non altro, all’uscire di ciascun volume, ne’ circoli e sulle gazzette biascicavansi i nomi dimenticati del Firenzuola, del Cennino, del Serdonati, del Varchi.
Allora fu proposto dall’Accademia italiana di «determinare lo stato presente della lingua italiana e specialmente toscana, indicare le cause che portare la possono a decadenza, e i mezzi per impedirla». Toccò il premio al padre Antonio Cesari veronese (1828), che vi combattè ad oltranza il Cesarotti, sebbene con fragili armi. Il Cesari, innamorato de’ Trecentisti nostri, molti ne ristampò con migliorate lezioni, e sempre intese a correggere la gonfiezza, l’affettazione, il barbarismo, l’improprietà: ma come avviene nelle riazioni, de’ classici ne portò il culto all’idolatria, considerando oro schietto tutto quello che apparteneva al Trecento, imitabile anche il Cinquecento in quanto a quello si attenne; e, quasi si trattasse di testi rivelati, non si credette in diritto di cernire fra le scritture, nè dubitò che una parte fosse antiquata; l’aveano detto essi, dunque era buono; quanto alla possibilità di secondare con voci e frasi loro il progresso delle scienze moderne, egli accettava la sfida di tradurre l’Enciclopedia in italiano pretto.
Con tali persuasioni tolse a ristampare il Vocabolario della Crusca, aggiungendo un’infinità di termini e frasi ripescate ne’ classici. Il gran numero di quelli che poi seguitarono quello spigolamento convince che non richiede se non pazienza; ma il Cesari e i suoi collaboratori vi buttarono col vaglio rancidumi, storpiamenti, errori che gli accademici della Crusca aveano saviamente tralasciati, e non all’intento che il Vocabolario giovasse agli scriventi attuali, ma per impinguarlo, o al più perchè spiegasse gli autori antichi.
L’opera si prestava facilmente al riso, come chi si veste colle giubbe dei nonni; e il Monti nel Poligrafo spassò il glorioso italo regno alle spalle del buon prete. Eppure il Cesari in fatto di lingua potea menare a scuola il Monti; e assai scritture lasciò di cara limpidezza, avvicinantisi alla semplicità de’ Trecentisti, sebbene nessuna vada netta da arcaismi e dal vezzo retorico d’incastrare una frase per mostrare che la si sapeva[238]. Come i campi di biada dalle gramigne, così vuolsi tenere mondata la lingua, mediante l’intervenzione emendatrice dello scrittore; e all’arcaismo come correttivo dell’imbarbarimento moderno ricorsero alcuni: ma questo purismo astratto dava in fallo esagerando; e gli sbagli proprj del Cesari o de’ suoi, dal bel mondo che ama generalizzare furono imputati alla Crusca.
Nell’universale sovvertimento anche quest’accademia era stata scossa e riformata[239], ed assegnato da Napoleone un annuo premio di lire diecimila all’opera che essa dichiarerebbe più italianamente scritta. Carlo Botta, che come piemontese mancava dell’uso pratico, avea descritto la fondazione dell’indipendenza americana con voci antiquate, alcune delle quali frantese egli stesso, altre fu duopo dichiarare al fine del volume. Se prima condizione d’un libro è l’essere intelligibile, non potea la Crusca approvare questo musaico: ma ecco il bel mondo farle colpa di quello che era giusta illazione dei dogmi sul progresso della lingua, da lei professati non solo coll’aggregarsi i migliori scrittori della nazione, ma coll’attribuire autorità di testo a sempre nuovi, ogni qualvolta ristampò il Vocabolario.
Chi diviserà le vicende letterarie di quel tempo, avrà ad estendersi sulle contese nate in proposito. Perocchè il premio fu diviso tra il Micali per l’Italia avanti i Romani, il Niccolini per la Polissena, il Rosini per le Nozze di Giove e Latona. I letterati del regno d’Italia alzarono le grida contro il municipalismo di premiare soli toscani, tacendo che nessun’opera lombarda si era presentata al concorso; e cominciarono di qui le ire, che, quietato il turbine di guerra, vennero a sfogarsi nella Proposta di aggiunte e correzioni al Vocabolario della Crusca, intrapresa a Milano dal Monti. In questo convenivano tutti gli elementi di felice riuscita; era cresciuto in paese ove il buon italiano corre per le vie; avea fatto tesoro delle migliori maniere de’ classici; deliziavasi di Virgilio; cuculiando il Cesari come arcaico, pareva dar ragione a chi la lingua scritta vuole avvicinare alla parlata; laonde, affidatosi allo scrivere naturale, spiegò nella prosa quella ricchezza ed eleganza che nella poesia, con capresterie tutte vive rese ameno un trattato pedantesco, e Italia potè rallegrarsi d’avere un altro insigne prosatore, merito assai più raro che quello di buon poeta. Ma egli confondeva un’accademia, spesso fallibile, con la lingua stessa; gli scrittori coi parlanti; affollava arguzie in luogo d’argomenti; e soffiando nelle invidie municipali, resuscitava antiche e irresolubili quistioni. Gli errori che apponeva alla Crusca, erano in gran parte stati avvertiti dall’Ottonielli, dal Tassoni, da altri anche membri dell’Accademia; molti risultavano da miglior lezione de’ classici e dal buon senso; non pochi riduceansi a quelle fisicherie, che trova in qualunque libro chi si proponga unicamente di censurarlo. Quanto alla teoria, se una può dedursene dal balzellante raziocinio e dalle incoerenti applicazioni, esso preconizzava la lingua cortigiana, scelta, letteraria, o comunque la denominino; che insomma non conosce nè tempo nè luogo determinato, ma è il meglio di quello che scrissero i buoni autori in tutta Italia.
La Proposta divenne arringo di elucubrazioni su tal proposito, molti aspirando alla gloria d’associare il loro nome a quello del poeta più lodato in Italia, molti a combatterlo. Giulio Perticari, genero di lui, con una gravezza che parve maestà, e un accozzamento d’autorità che simulava erudizione, rinfiancò le teorie del Napione, ripetè il paradosso del Renouard che il nostro derivi dall’idioma della Linguadoca ed entrambi da un idioma comune uscito dal corrompersi del latino; per disgradare la Toscana sostenne che l’italiano siasi parlato in Sicilia prima che colà, e all’uopo ne’ cumulati esempj alterava il provenzale e l’antico siculo, per mostrarli conformi al buon toscano; e ne conchiuse che nel Trecento scriveasi bene dappertutto, e perciò il buon vulgare s’ha a dedurre dagli scrittori d’ogni paese.
Ma questi scrittori si valsero forse dei dialetti natìi? o non cercarono imitare il toscano? ed egli stesso non li considera migliori quanto più s’avvicinano ai Toscani che scriveano come parlavano?
Quei che leggono solo per disannojarsi, e danno ragione all’ultimo che parla o parla meglio, decretarono alla Proposta gli onori del trionfo; trionfo che si riduceva a dichiarare spesso fallace, spesso ignorante la Crusca. Ma alle teorie, ed ancor più alle applicazioni di quella si opposero Niccolini, Rosini, Capponi, Biamonti, Urbano Lampredi, Michele Colombo, il Montani, il Tommaseo; e ne originò una guerra, dibattuta con vivacità, con passione, con pazienza, con ingiurie, insomma con tutto fuorchè con quella filosofia che eleva le quistioni ad un’altezza, nella cui prospettiva si smarriscono le particolarità.
Quando il problema fu bene avviluppato, si disse risolto: ma non che terminare, si era invelenita la quistione della lingua; e l’esempio del Monti valse di scusa ad acrimonie inurbane e a quelle personalità da piazza, che fanno ridere la plebaglia e velarsi il buon senso. Sul modello del Monti ripigliò Giovanni Gherardini milanese il più vasto e paziente esame che mai si facesse della Crusca; poi con aggiunte, voluminose quanto il Vocabolario stesso, convinse che questo pozzo dei testi è inesauribile. Il quale Vocabolario, quando appunto era bersaglio a tante beffe, più volte si ristampò con variamenti, correzioni, aggiunte; accompagnato da altri speciali d’alcun’arte, o domestici, o di sinonimi; dove rimarranno memorabili, dopo i tentativi del Grassi e del Romani, il Dizionario dei sinonimi del Tommaseo, perchè contiene molto di più che mera grammatica, e il Prontuario del Carena, perchè francamente si rivolse alla lingua parlata a Firenze. Il Nannucci e il Galvani si affissero alle derivazioni provenzali.
Altri intanto stillava alcune parti della grammatica; e il Puoti, il Parenti, il Fornaciari, il Bolza, il Betti, il Mastrofini, l’epigrafista Muzzi, lo Zaccari, l’Ambrosoli, il Franscini, il Bellisomi davano teoriche o schieravano esempj: ma fa meraviglia l’incertezza delle loro regole, le quali del resto non varrebbero che per una sintassi pallida e astratta: nessuno ancora ci esibì una grammatica compiuta, nè tampoco generalmente accettata sia per concetto filosofico, sia per pratica applicazione. Alcuni rivolsero alle etimologie un’erudizione più estesa, non più concludente, talchè vengono considerate nulla meglio che esercizio e trastullo[240]. Intanto si rimane ancora indecisi quali siano coloro che scrivono bene. L’Accademia della Crusca sceglie i suoi membri in un modo che sembra fatto espresso per isgarrare ogni criterio; scrittori stenti, retorici, arcaici collegando ad altri limpidi, vivaci, toscani; badando all’impiego, alla dignità, all’opinione; onorando della sua fraternità quegli appunto che l’osteggiano. D’altra parte i premj suoi toccarono ad opere o di nessun merito letterario come il Micali, o per simpatie come il Botta. Questo vacillamento la impedisce di acquistare autorità presso la nazione; e i molti che trovano comoda la critica negativa e l’imitazione, la sobbissano d’epigrammi, a segno che pare destituito di spirito chi non la piglia in beffe.
E la beffa (sciagurato manigoldo di tutte le quistioni grandi e piccole nel nostro paese) cade su quello dove essa più ha ragione, o dove per avventura ha solo il torto di non aver tirate tutte le conseguenze. Perocchè essa credette non poter autorizzare che parole toscane, ma delle quali trovasse esempj in autori buoni. Ora chi li dichiara buoni se non ella stessa? e questi adoprarono forse ciascuno l’idioma della propria provincia? o da chi dedussero quel buono? Dal capriccio no: dunque o da altri autori, il che non farebbe che allontanare la quistione; o dai parlanti, e in tal caso perchè non ricorrere a questi direttamente?
Tali dubbj affacciavano coloro che questo studio assumevano conformemente alla filosofia e alla storia, comprendendo che la lingua è un organismo vivente, e perciò assume forme diverse secondo le età, cresce e decade, si combina con altre, può essere rigenerata mediante parole e forme nuove, portate dallo svolgersi della vita sociale, dai progressi delle scienze, delle arti, dell’industria, dai nuovi bisogni delle generazioni. Non può dunque servire di canone che una lingua viva; e nella nostra, come in tutte le altre, il legislatore deve essere il popolo che parla meglio, e che qui è il fiorentino. L’Accademia della Crusca, la prima che formasse un vocabolario di lingua vivente, lo fazionò al modo onde soleansi i dizionarj delle morte, cioè ripescando le voci dai libri, e rinfiancandole d’esempj. Ma perchè ricorrere ad un’autorità morta, invece della vivente? tanto più che, non scegliendoli se non da Toscani e da pochi che toscanamente dettarono, veniva a confessare un’autorità superiore e anteriore a quella degli scriventi; l’autorità che questi traggono dalla nascita e dalla favella.
Ciò non volle intendersi. Perchè in altre parti d’Italia sorsero scrittori insigni, si pretese dovesse la lingua essere cernita da tutte le provincie: quasi un uomo privato nè un’Accademia potesse sapere quali voci diconsi per tutta Italia, e confrontarle per iscegliere la migliore. Adunque si sentenziò arroganza de’ Fiorentini il volere il privilegio della buona favella; si confusero il parlare collo scrivere, lo stile colla lingua; e i popolari furono tacciati di pedanti da quelli che voleano si stesse ai libri, ai morti! Così da quistione rampolla quistione, nè risolversi potranno finchè, ricreata la Nazione, possa anche il popolo star giudice dove ora solo le accademie e i giornalisti.
Intanto si vaga alla ventura, e quel che sconforta un principiante, è il vedere gli autori stessi cambiar modo. Il Botta comincia arcaico, e finisce con isguajati neologismi: il Monti detta le Prolusioni come un maestruccio, poi arriva alla vivezza della Proposta: il Tommaseo cambia tre o quattro volte, e pure venerando l’uso, per amore della forza e della concisione urta nell’epigrammatico. Abbiamo scrittori che tirano il discorso a fare sfoggio d’una frase, d’una parola; altri che rendono la lingua stessa materiale e meccanica[241]: pochi scrivono toscano come parlano, quali il Thouar, il Lambruschini, il Giusti, il Fanfani, il Tabarrini; ma i più pajono dimentichi del bel loro idioma per iscrivere come potrebbe fare qualunque studioso lombardo: di rimpatto qualche Lombardo ingegnandosi di scrivere toscano, inciampa in improprietà di cui ridono i bimbi. A quella naturalezza della base e semplicità dello stile che rendono necessaria la chiarezza e precisione del concetto e l’ordinata disposizione, aspirano molti; ma nei più riesce incolta o vulgare o superficiale, somigliante a sbozzo, non a quell’ultimo termine di perfezione che è il nascondere l’arte.
Parve a questo dirigersi il Manzoni, che, dopo le prime scritture pedestri e infranciosate, assunse il tono di bonarietà anche ad esprimere cose meditatissime; e (malgrado la parola talvolta troppo guardinga di sè) alcuni v’incontrarono il tipo della vera prosa. Ma altri gridarono allo scandalo, quasi avesse imbrattato il suo libro di modi lombardi, che autorizzando gl’idiotismi d’altri dialetti, introdurrebbero la confusione babelica. Non era vero, nè egli avrebbe voluto retrospingere la quistione fino a togliere l’unità della lingua; esibiva anzi di provare che tutti i pretesi lombardismi trovavansi in autori toscani: ma poi affinandosi nella ricerca, e in questo quanto in ogni altro punto abbisognando d’un’autorità competente e infallibile, venne a stabilire che, come negli altri paesi, così nel nostro si recidano le dubbiezze e le pedanterie coll’adottare per comune il dialetto che a confessione di tutti, è il migliore; che, come vivo, è compiuto, indefettibile, e seconda il progredimento delle idee. Sopra tali convinzioni ebbe pazienza di «lavare in Arno i suoi cenci», i cenci che erano tanto piaciuti; e vestire ai concetti suoi una lingua colla quale non erano nati, una ch’egli stesso dovea conglomerare di reminiscenze e di consigli, come altri già solea colle frasi racimolate dai libri; e mentre il Lombardo non vi riscontrava più la primitiva ingenuità, il Toscano lo riconosceva ancora per forestiero.
Pure quell’opera e quelle discussioni valsero potentemente a revocare dal ridondante, dal sentimentale, dal declamatorio, dall’eccesso del colorito e dell’immagine, al semplice, al vero, al popolare; convincendo che la forza non sta nella figura ambiziosa, bensì ne’ pensieri solidi enunciati in termini proprj, precisi, evidenti[242].
Tale fu l’opera del Manzoni. Quel pudore poetico, quella costante dignità quasi di profeta, derivatagli da un’ispirazione che ascolta se stessa, da studj silenziosi ed intimi, da vita modesta, da abnegazioni spontanee, dall’armonia soave e feconda della famiglia; quello scrupoleggiare ogni parola come chi è persuaso che sonerà oracolo per l’avvenire, e si sente responsale de’ sinistri giudizj o delle false azioni che potessero derivarne, fecero che il gran poeta fosse ancor più venerato che onorato. La sua luce divenne il nostro calore, e con tali esempj la causa era vinta; i campioni di essa crebbero fra la contraddizione uffiziale, e però men traviati, invigorendosi nella lotta, consolando altre anime coll’espansione della propria, ed esprimendo i bisogni e le speranze della generazione crescente. Così restituita alla verità, alla sincerità, al buon senso, una dignità insolita acquistava la letteratura, considerata come sacerdozio e missione; la poesia ritorceasi verso le origini, quando Dante la facea maestra di civiltà e rappresentante dei sentimenti ch’egli reputava migliori; e mentre sotto l’impero, unicamente stimandosi la forza e lo spadaccino, erano derisi il credente, il pensatore, l’ideologo; i nuovi scrittori elevarono i cuori; il secolo, già vergognoso di credere, prese vergogna del non credere quando il faceano storici, filosofi, poeti insigni.
Allorchè in una parte alcuno riuscì sommo, chi sentasi la potenza del creare più non ritenesse una via dove non potrebbe che rimanere secondo; i mediocri invece s’affollano dietro a quel primo, quasi per involgere nella sua gloria la loro pochezza. Così avvenne de’ Romantici. Alcuni cercarono applauso di novatori col riprodurre metri e formole del maestro, e colle credenze vaghe di un cristianesimo rincivilito surrogarono alla mitologia personificazioni parassite, l’ipocondria al dolore, la fantasticaggine alla meditazione, allo studio del cuore passioni di cervello; della tragedia fecero un’accozzaglia di scene, ove pagane passioni nutricano accadimenti nuovi; tesserono idillj che sentono di giardino non di campagna; e le amplificazioni e le arcadicherie, gittate per la finestra, accolsero con altra livrea dalla porta. Quella ingenua e fresca ispirazione della natura, primo fiore della poesia, e che sia riflesso delle cose attuali, non di un’altr’epoca, così di rado si presenta, da mostrare come pochi si accorsero che l’essenza della verità non riscontrasi negli oggetti isolati, ma nella loro connessione.
I sobrj colori che ritraggono la vera società non la fittizia, quell’alito di pacata religione, quel sommettersi alla volontà divina, quell’amore della regola che rende facile la vita e ne disacerba le amarezze, sgradirono a molti, che li credono pregiudicevoli a quel che più ci manca, la gagliardia del volere. Eppure un libro di pacata rassegnazione a martirj atroci, e di quella calma solenne che non lasciasi sommuovere nè dalla persecuzione dei forti, nè tampoco dall’ingratitudine de’ fratelli, servì la causa de’ popoli ben meglio che non le liriche iracondie e i luoghi comuni d’un patriotismo stizzoso e arrogante. Per ciò Pellico fu vilipeso in patria, mentre Europa lo ammirava; e piuttosto con Foscolo adoperatasi l’inesorabile necessità, e con Alfieri il tirannicidio alla romana, il quale non migliorò mai gli ordini, mai non assicurò una libertà; ovvero coi retori affocavansi gli entusiasmi che forzano la simpatia, le esorbitanze nel dir bene o male degli uomini e del paese.
Nel genere più coltivato, il romanzo, chi, non dico raggiungesse, ma imitasse il Manzoni non vediamo, giacchè i più ne conobbero la forma non l’essenza, ed anzichè nella dipintura del pensiero, del sentimento, della morale, aggiraronsi in viluppi di venture e pateticume di sentimento, e lungagne di dialoghi e distraenti particolarità; non facendo sentire le grandi gioje e i grandi patimenti dell’umanità, ma solo a volta qualche emozione i lirici ruggiti del Jacopo Ortis; non volendo il vero costante ma l’accidentale, non i dogmi perenni ma opinioni personali. Le ricche diversità della curiosa intelligenza di Massimo d’Azeglio toccarono fibre generose, a cui rispondono i cuori italiani. Grossi pizzicò le patetiche in quadretti di finezza fiamminga, sicchè nessun altro offrirà alle antologie tanti pezzi scelti; ma fallendo alle convenienze di tempo e di luogo, mettendo al XIV secolo un duello giudiziario quale usava nell’VIII, ad un buffone grossolano la soave cantilena della rondinella, sparpagliando l’azione, invece di concentrarla; assolto di tutto perchè nella prosa come nel verso potè far piangere. Giulio Carcano lo emula per armonie patetiche.
Un romanzo diffuso quant’altri[243], e lodato di fedeltà storica forse in grazia d’altri studj dell’autore, fu composto in prigione, senza verun sussidio di libri, e l’autore, come altri, prendeva nomi storici per velo e allegoria; modo infelice di far conoscere un tempo, se questo ne fosse stato lo scopo, o se fosse lodevole il togliere dalla storia caratteri e situazioni che ivi eternamente vivi, mentre copiati riduconsi a inanimi fotografie. Questi accoppiatori del vero col falso, ogni merito riponendo nella decorazione e nel vestiario, cercarono il color locale di paesi che non aveano veduti, d’un medioevo che non aveano studiato sopra gli scrittori primitivi, e che atteggiavano senza la fede ond’era animato; cristiani di soggetto e liberi di testura, posero per fondo lo stoicismo o la fatalità, non quel cozzo tra il bene e il male, non quel conflitto de’ principj aspiranti al predominio, non quella energia che pure s’innesta colla tenerezza, quel peccato che si redime colla bontà o colla penitenza. Altri sull’orme del Grossi avviarono una scuola plastica priva di coscienza, facendone esercizio di lingua, dov’è sacrificato il pensiero al proposito di sfoggiare una frase, d’intarsiare una parola: nel che riuscì poi sommo e non inimitabile il gesuita Bresciani, i cui scritti sono anche atti di politica e di morale. I più non vedono nel romanzo se non la facilità di raccontare un’avventura, dipingere una passione, senza l’inceppamento di canoni precettorj; cercano l’emozione fuori della verità, piuttosto la gajezza comica e l’arguta osservazione; di rado mostrano l’intenzione d’esser veri, e non domandare a facili esagerazioni effetti ambiziosi insieme e vulgari.
Non mancarono tentativi di sceneggiare l’orrido e lo schifoso, di presentare l’uomo in faccia alla sua miseria e al suo nulla, e indebolirlo sviluppandogli una falsa sensibilità, e dove arte, storia, lingua, ragione, natura erano oltraggiate quasi per scommessa: ma fortunatamente i nostri romanzi eccitano lo sbadiglio anzichè il fremito dei romanzi traboccanti in Francia, reati sociali diretti a sovrapporre l’immaginazione alla coscienza, il capriccio alla regola, l’interesse al dovere. Pure non ne appare colà un così ribaldo o dappoco, che non venga qui subito tradotto, e buttato a deplorabile pascolo dei giovani e delle donne, par disarmarli contro le lotte della vita, ed aizzarli contro le inevitabili necessità di quella.
De’ nostri i più tendono a morale pratica, ad insinuare certe virtù, certi affetti, specialmente l’amor di patria; ma difettano di fantasia. Invece di moderare le passioni volle aizzarle, invece di cogliere qualche fiore della vita, volle acuirne tutte le spine Domenico Guerrazzi, su ogni bruciatura versando corrosivo; loda sempre la passione, per quanto brutale, accrescendo il lievito dei peccati capitali; storia e personaggi travisò, affinchè fossero la «protesta d’anima disonestamente straziata, scritta come si combatte, quando lo spirito fremente non volgea tra sè che fieri proponimenti»; cogli indeclinabili apoftegmi contro i papi, i principi, i Governi, la razza umana, attacca ai giovani il parossismo della disperazione. Non basta alle sue vendette uccidere un nemico, ma bisogna tagliargli le mani e porle al posto de’ piedi e viceversa; non basta che l’ingiustizia mandi al patibolo una vecchia matrona, ma bisogna che nell’ultimo movimento le si svolgano dalla veste le vizze mamme. E inebriò la gioventù, alla quale altri credea fosse piuttosto da insinuare la ragionevolezza, la spassionata indagine del vero, l’obbligo di formarsi sopra ciascun oggetto idee chiare e giudizj retti[244].
Mentre si ripete che la poesia è morta, forse mai tanto si verseggiò quanto ai dì nostri, anche non tenendo conto di quei petulanti, che infestano il pubblico coi primi fiori, colle speranze, cogli esperimenti, insomma cogli imparaticci loro. Chi si rassegna ad essere secondo o terzo, senza il bisogno di tendere a nuova meta o per nuova via, potrà mai, per compre lodi e per ricambiati incensi, togliersi da quella mediocrità che è intollerabile, per antica sentenza, e agli uomini e agli Dei?
Nella lirica tentarono novità di forme e di cose il Tommaseo e il Biava: ma a quello parve riservata la gloria della prosa, l’altro perì sotto la noncuranza di un’età ch’e’ non voleva accarezzare. Eppure quell’età lodò e ristampò gl’inni del Borghi, dell’Arici, del Muzzarelli, e i fiori del Montani, e altre fatture che non voglio qualificare. Pellico si direbbe che verseggiava perchè ignaro della potenza e dell’arte della prosa, e languisce fra bei lampi d’un’anima più buona che forte, e che persiste a proclamare «Il vincitore è Abele». Giulio Uberti nelle Stagioni imitò felicemente il Parini. Montanelli accoppiò soavità di forme a vigoria di concetti. Mamiani avvolge pensamenti filosofici in veste classica. Revere fece rivivere qualche forme antiche, mentre Dall’Ongaro canterellava la ballata moderna. Del novarese improvvisatore Regaldi qualche poesia forbita è degna di vivere.
Ogni città poi vanta qualche poeta, e Carrer, Betteloni, Cabianca, Occioni, Aleardi... sono gloriati ad una estremità d’Italia, mentre gl’ignora l’altra che esalta Poerio e Baldacchini[245]; e la connivenza de’ giornalisti impone per un mese o due al pubblico d’ammirare certuni, che appena meriterebbero il compatimento. Tanto più ciò s’avvera colle donne, alla cui valutazione s’innesta sempre qualche bricciolo di simpatia: ma la Ferrucci mostrò nella canzone petrarchesca forza virile; i sermoni della Vordoni veronese cedono appena a quei del Gozzi, la satira temperando colla grazia femminile; la Diodata Saluzzo unì la severità della vecchia scuola agli impeti della nuova; la Guacci, la Mancini, la Terracina, la Ricciardi, la Torisi, e la Milli nelle Sicilie, la Palli, la Rosellini in Toscana, la Bon Brenzon a Verona, cantatrice de’ Cieli e di Dante, e Beatrice, la Fuà, la Poggiolini a Milano, e poc’altre non hanno bisogno dell’indulgente patronato maschile.
Le romanze di Giovanni Berchet, se non altro appresero ai giovani che la poesia non vuol cetre ma trombe. Anche un’ode di Gabriele Rossetti per la rivoluzione napoletana del 1820 diventò popolare; il che non può dirsi delle tante che accompagnarono le posteriori. Eppure merita s’indaghi perchè sieno vissute sul cembalo signorile e sulla ghitarra popolare le canzonette, povere in grazie di stile, monotone di forme del Vittorelli bassanese, e che vecchissimo continuò fin al 1835 ad essere poeta di Clori e d’Irene. Alcuni al desiderio di rendersi popolari sagrificarono sin la forma, come il Berti, il Pezzi, il Buffa, il Bertoldi; altri credettero arrivarvi coll’usare il dialetto, lo che ne restringeva più sempre la diffusione.
V’è un paese di lingua e cielo e postura italiano, benchè da un pezzo annesso a un altro germanico; vogliamo dire il Tirolo di qua dal Brenner. Ne’ suoi studiosi durò sempre l’amor dell’Italia, e della lingua di essa mostraronsi zelanti nel secolo passato il Vannetti, il Pederzani, il Tartarotti, nel nostro lo Zajotti e il Bresciani; e un’eletta di begl’ingegni vi mantiene le tradizioni studiose, come l’educatore Tecini autore delle Serate d’inverno, gli storici Rosmini, Garzetti, Canestrini, Gar, Perini, Sizzo, e specialmente il Giovanelli, lo Stoffella, il Moschini, il Frapporti che scrissero di storia patria e disputarono sulle retiche antichità; Andrea Maffei, elegantissimo traduttore, Gazzoletti, Giovanni Prati. Gli ammiratori di questo potranno citare la divulgazione che ottenne tra la gioventù; l’esser divenuto capo scuola; l’accannimento stesso degli avversarj, i quali gli appongono di sagrificar le forme al colorito, alla frase armoniosa la profondità e giustezza del pensiero: forse gl’imparziali lo reputano ingegno troppo bello per dirne male, troppo prodigatosi per poterne dir bene[246].
Che la negazione e la critica aduggino la poesia, è ben certo; pure la sublime ispirazione e il dubbio dissolvente hanno suscitato fra altri popoli qualche cosa di grande, o almeno d’interessante. Da noi corre una lirica di dolci armonie ma scarsa efficacia di immagini belle ma appena adombrate, d’un sentimentalismo morboso, d’una devozione claustrale, d’una teatrica generosità; ove bestemmiano o piagnucolano; palesano di comporre per arte, non per un pensiero ch’è tormento o passione; e perciò non aver fede in qualcosa di grande, non saper sorgere a quella verità che, anche non vedendola, tutti credono che esista; a quell’altezza ove gli interessi della patria si sposano con quelli dell’umanità.
Di poemi epici, che attestano non si credette irrugginita la forma virgiliana, alcuni furono lodatissimi nell’aspettazione o al primo comparire; alcuni veramente splendono di qualche bella parte, smarrita in un tutto a cui non sanno acconciarsi l’impazienza e la positività del secolo. Quanti ne improvvisò Bernardo Bellini! Angelo Maria Ricci se non altro tentò argomenti nuovi col Carlo Magno o col San Benedetto, pei quali assalito villanamente dalla Biblioteca italiana, nella ristampa «cambiò (dic’egli) tutto quello che anche a torto dispiacque all’acerbo censore»: condiscendenza che mostra un fiacco bisogno di assenso, non la coscienza del genio. Di lunga mano erasi preconizzato il Colombo di Lorenzo Costa: eccellente dipintore della natura esterna, non penetra nell’intima ragion delle cose, non afferra quell’unica idea che poteva dare verità poetica e storica al suo eroe e all’impresa di lui, quel sentimento religioso cui pareva preludiare la lunga sua invocazione alla Trinità. Il Giannoni nell’Esule verseggiò i dolori di quei tanti che dai disastri italiani furono spinti raminghi o imprigionati; uno de’ quali il Rossetti, stillò nel polimetro il Veggente in solitudine tutta l’ira contro i pontefici e la fede, mentre egli stesso nell’Arpa evangelica, e Bertolotti e Mezzanotte cantavano la Redenzione e i riti cristiani.
Come il quadro di genere al quadro storico, alle epopee stan le novelle, e alla Nella del Barzoni, all’Ildegonda del Grossi, alla Pia dell’improvvisatore Sestini, all’Algiso del Cantù non poche seguirono, lodate e dimentiche.
Non mancò chi solleticasse al riso; alcuni per seminare qualche fiore fra tante spine, altri per beffare il dolore, impacciare l’operosità, satireggiare la virtù o la bontà, fomentare l’egoismo, impicciolire qualcosa di grande. Il Poeta di teatro del Pananti diletta per la nativa festività toscana, sebbene s’arrabatti nella vita artifiziale de’ teatranti. Fra i troppi che ad oscenità si valsero dei dialetti municipali, il Porta, usò il milanese con inesauribile giocondità, allo stile ricco, variato, colorito unendo fina osservazione; e sebbene nè coraggio nè nobiltà si richieda per far ridere delle gofferie del vulgo o della sua sofferenza minacciosa, e per ripetere accuse plateali contro all’aristocrazia, ai preti, alla beneficenza, e sebbene cantasse un brindisi a Napoleone, un altro al suo vincitore, mostra voler dirigere la poesia a scopo sociale; disapprova gl’incensieri rivolti a un nordico conquistatore scismatico, cui sant’Ambrogio avrebbe escluso di chiesa; ritrae le prepotenze de’ soldati francesi: poi si lagnò quando, in premio d’aver fatto ridere, veniva supposto autore d’una memorabile satira, di cui confessossi autore il Grossi.
Quanto il veneziano è più colto e diffuso, tanto fu più letto il Buratti, che in settantaseimila versi con dissoluta audacia rivelava i vizj, e gareggiò del primato con Antonio Lamberti, vissuto come lui fin al 1832, e del quale le più ghiotte poesie rimangono inedite a vantaggio della morale. Il Guadagnoli d’Arezzo, disposto a far ridere anche di se stesso, e diletticando più che straziando, coll’amena garrulità toscana si rese divulgatissimo. Di quella scuola vengono Norberto Rosa e il Fusinato, che ha prontezza a cogliere le impressioni, fantasia a colorirle, facilità ad esprimerle: ma non affinarono la forma quanto vuolsi ad eternar le opere; entrambi poi seppero elevarsi all’inno della gloria ed alla patriotica elegia.
Raccorre in un complesso breve e sfavillante le interminabili mormorazioni della società, le distillate interpretazioni, le ripetizioni insulse, è uffizio della satira. In questa facilmente si dà nella personalità, come avvenne al D’Elci, al Lattanzi, allo Zanoja; e il libello muore colla persona contro cui era diretto. Giuseppe Giusti toscano (1809-50), più arcigno, più profondo, più sociale, ridendo per non piangere, rimeggiò melanconie ed ire «sbrigliando il suo vernacolo senza tanto rispetto al tabernacolo». Quanto studiasse quelle sue sì facili composizioni, lo sa chi il conobbe; eppure professava di scrivere in giacchetta o in falda, «pigliando arditamente in mano il dizionario che gli sonava in bocca», ed esorta a mostrare la propria figura nella giubba propria, anzichè svisare i pensieri nel prisma dell’arte, nè affogar le idee nel calamajo. Nella città cinguettiera non altro impara che a riarmare di dardi il verso amaro; ma sant’uffizio assume finchè s’irrita contro il secolo che «malinconicamente sbadiglia in elegia gli affanni che non sente»; che «del pari ostenta bestemmie e miserere»; che predica le virtù cristiane ma non la tolleranza; e gli scrittori che scrivacchian affetti che non sentono; e i giornalisti che usano una lingua mescolata di frasi aeree; e il furore per le cantatrici; e i giovani che a ventun anno hanno le grinze nel cuore, anime leggere sfiorite in primavera, martiri in guanti gialli che atteggiano al malumore il labbro che pippa eternamente, e per inedia frignano elegiaco vagito, annebbiando il cipiglio fra l’inno e lo sbadiglio. Del secolo vano e banchiere, che conta il sembrare più dell’essere, pajongli carattere la voltafaccia, la meschinità, l’imbroglio, la viltà, l’avidità, la grettezza, la trappoleria, appartenenti a una mitologia che a conto del Governo educa e doma i figli di famiglia. Ma per lui son ridicoli del pari e i poeti che si mascherano di salmista tuffando la penna nell’acqua benedetta, e gli umanitarj che vogliono valersi delle moderne scoperte per fondere le razze, sicchè il mondo (dic’egli) sarà di mulatti vestiti d’arlecchino; beffa chi colla storia pesca nel passato e nel futuro; beffa i congressi scientifici e la frenologia e gli studj geologici; beffa l’amor pacifico del pari che il convulsionario; chi si racchiude in sè come la chiocciola, del pari che il ferito nelle battaglie rivoluzionarie, e che del patibolo si fa bottega; beffa il re travicello e i Croati in Sant’Ambrogio; beffa il frate maestro che ci facea muggi, grulli ed innocenti come tanti pecori, e l’educatore moderno che vuol tutto appoggiare al calcolo e ridurre al positivo, e crescer teste ritondate colle seste; beffa gli eroi che ponzano il poi; beffa chi canta l’Italia, i lumi, il popolo, il progresso.
Inoculato così l’umor negro, lo cuculiava poi d’essere diventato «legge di galateo», e sghignava questi Geremia che si sdrajano nel dolore. Poi quando cadde Sejano e sorsero i Bruti cinguettando, e i Gracchi pullularono d’ozio nell’ozio nati, egli fischiò i tresconi alla festa de’ pagliacci, mercanti e birri in barba liberale; e libero e feroce infliggeva ancora protesta e bollo: pure, col «circoscriversi nel cerchio ristretto del no» professò non avrebbe «la caponeria d’ostinarsi a sonare a morto in un tempo che tutti sonavano a battesimo». Sulle prime «non vide il vacuo di facile jattanza, e prese gioja al subito gridare di tutti a festa», s’infervorò alle nuove sorti d’Italia; e al vedere il popolo svolgere la sua meravigliosa epopea a petto de’ miseri accozzatori di strofe, sentì «l’inno della vita nuova accogliersi nel petto animoso de’ giovani, accorrenti nei campi lombardi a dare il sangue per questa terra diletta; e — Toccò a noi (esclamava) il misero ufficio di sterpare la via; tocca a voi quello di piantarvi i lauri e le querce, all’ombra delle quali proseguiranno le generazioni che sorgono». Ma presto gli sottentrò lo scoraggiamento, non volendo farsi sgabello all’adulato popolo, nè bere nell’orgia ove schiamazza la frenetica licenza; e alla cara Italia domandava gli perdonasse le amare dubbiezze e il labbro attonito nelle fraterne gare. È notevole come le sue satire sieno più ripetute, più applicate quando tempi nuovi successero a quelli, a cui vitupero e’ le avea composte.
Chi possiede quest’infelice abilità della satira, invece di fomentare gl’istinti malevoli e codardi, far caricature bugiarde, cospirare coi violenti nell’esporre qualche nobile idea o qualche bel nome alle risate degli sciocchi, e usurpare l’uffizio del delatore disponendo colla celia alla spudorata calunnia o alla cupa denunzia, potrebbe esercitarsi nell’ispirare benevolenza ed azione, al livido spregio surrogare la riflessione riformatrice, battendo le ambizioni materiali, la faccendiera insolenza, gli sbagli della vanità, la grettezza positiva, le anguste convenzioni sociali, l’inerzia camuffata d’eroismo e la paura coperta di ditirambiche vanterie, la credulità surrogata alla fede, l’elegante fatuità eretta giudice della pensosa sapienza, la leggerezza cittadina fatta negatrice di virtù che la mortificherebbero, denunziatrice di atti che non è capace di comprendere, e la legge, or imposta a chi vale e vuole, d’inchinarsi sotto alla sferza di chi nè sa nè fa, e alla petulanza di chi decide di tutto, eppur non crede a nulla.
Poco fu compresa la radicale riforma della tragedia, nella quale si avventurarono Tedaldi-Fores, De Cristoforis e molti altri, e meglio Carlo Marenco da Ceva, che si propose innestare i due generi classico e storico: ma restò lontano come dallo stile del Niccolini, così dalla sapienza storica di Manzoni, deducendo la sua quasi unicamente dal Sismondi, e all’intima intelligenza cercando supplire colle particolarità esteriori. Ciò vuolsi inteso pure dei molti drammi in prosa, più vicini alla commedia, come quei del Battaglia, del Sonzogno, del Sabbatini, del Revere, ove talvolta con felicità vediam posti in azione personaggi o momenti capitali della storia nostra: ma più spesso non si fa che chiedere alla storia un nome siccome tipo d’un carattere o d’una passione; o procurasi coll’intrigo eccitare nella frivola e logora folla emozioni fittizie, incessantemente rinnovandole.
E in questi, e più nella commedia, anzichè le festive ispirazioni della critica morale e urbana che si propone abusi veri da correggere, attuali ridicolaggini da colpire, troppo comune si sente l’imitazione; colpa del recitarsi quasi sole composizioni francesi, e dell’accontentarci alla pittura triviale della vita, senza i grandiosi prospetti di chi guarda da ben alto. Dalla lepida vivacità del Goldoni quanto non distano i compassati dialoghi del Nota! Dallo spiritoso Avelloni, dall’ingegnoso Gherardo de Rossi, dal Giraudi, dal barone di Cosenza, dal Brofferio, dal Bon, dal Fambri, dal Gherardi del Testa, dal Ferrari, dal Servadio, dal Gualtieri, dal Giacometti, dal Fortis... si potrebbe cernire un repertorio da reggere a petto de’ forestieri, se l’accattar da questi non ci avesse svogliato dei nostri, se non si scrivessero o nel francese italianizzato che parlano le botteghe, o in quel gergo freddo e povero che si chiama lingua letteraria. Io non so che alcun dramma nostro sia passato nella lingua e ancor meno sulla scena di stranieri.
Entrata la febbre politica, anche il teatro ne venne invaso, adulterando perciò la storia, e all’azione supplendo colla declamazione, e aprendolo all’ira, alla beffa, alla denigrazione: ma stiamo tuttora osservando se, coi misfatti d’Aristofane, ci si presenti qualcuna delle immortali sue bellezze[247].
L’avvocatura non avea mai taciuto in Italia, e principalmente rinomata era l’eloquenza de’ Veneziani. Il regno d’Italia, indi i paesi dove sopravvisse o rivisse la pubblicità de’ giudizj, continuarono ad offrire esempj di quello stile prodigo che designa per avvocatesco, e che trovò poi a sfoggiare nei Parlamenti, ancora contaminati dalla retorica.
L’eloquenza evangelica, usata nelle missioni e nelle istruzioni improvvisate, non si scrive; e la fama del Quadrupani, del Devecchi, del Valdani, del Branca appartiene alla pietà più che all’arte: la scritta eccitò ad ora ad ora applausi e rinomanze, che poi il tempo e la lettura cancellarono, Giuseppe Barbieri da Bassano, che più di tutti ebbe encomiasti e detrattori, cominciò con tono filosofico, non opposto ma scevro di teologia; si mise poi ai dogmi, ma l’unzione gli mancò sempre: quand’è eloquente, l’è in maniera ingegnosa, non mai ingenuamente e di slancio; sempre l’arte lascia sentire anzichè la santità; e la frase lambita, ridondante, il periodo pretensivo non possono che nuocere all’effetto di quella parola santa, che vuol essere ornata sol di se stessa.
Della letteratura nostra molti scrissero le vicende; e trasandando le compilazioni del Maffei, del Cardella, del Salfi, del Levati, vuote d’ogni concetto, pinze di nomi e date, e rassegnantisi ad oracoli altrui ed ai pregiudizj, Antonio Lombardi modenese continuò quella del Tiraboschi per tempi la cui vicinanza risparmiava la fatica d’indagini; eppure, invece di pronunziare in testa propria come chi lesse, si adagia fino alle peggiori autorità, quelle de’ giornali e delle necrologie. Giambattista Spotorno non compì la storia letteraria della Liguria, e mostrò scienza ed ira nell’asserire a Genova sua la cuna di Colombo. Pezzana illustrò la parmense, laboriosamente supplendo all’Affò; Vermiglioli la perugina, Fantuzzi la bolognese, Cesare Lucchesini la lucchese, Vallauri la piemontese, Boccanegra, Sorio, Barbieri la napoletana, Carbone la sicula, Marini e Audifredi la romana, Nannucci quella de’ primi secoli. Camillo Ugoni continuò i Secoli della letteratura del Corniani con maggior franchezza di stile e di sentenze. Emiliani Giudici si propose di «dedurre le vicende della letteratura dai grandi avvenimenti della mente umana»; pur rimase dispettoso alle novità e ai maggiori moderni; sebbene venisse dopo tanti emendatori dell’opinione vulgare, dopo sì copiosa eruzione di documenti, scrive di Manfredi, di Corradino, del Vespro siciliano, di Federico II, di Bonifazio VIII colle favole del secolo passato; accampa orribilità di vizj politici, non temperate da virtù private, onde suona ragionevole quel suo desiderare che la stirpe umana venga sterminata. Diede anche una storia de’ Comuni: ma arrivato a Enrico VII, la cui fine egli considera come la maggior disgrazia d’Italia perchè diroccava le speranze de’ Ghibellini, fu costretto accorciare il resto, levando le annotazioni e intere parti, «affrettandosi come pellegrino traverso un orrido deserto».
E come dagli stranieri si accettarono le storie de’ fatti nostri che vennero più divulgate, dal Laugier e dal Daru quella di Venezia, dall’Hurter, dall’Hock, dal Ranke, dal Rohrbacher, dall’Henrion, dall’Artaud quelle dei papi, dal Roscoe quella de’ Medici, dal Leo la generale d’Italia, perfino dal duca di Dino, dal Ballaydier, dal Monier, dal Brunner, dal Goureau, dal D’Arlincourt quelle delle ultime vicende, così fu applaudita la storia letteraria del Ginguené (1748-1815) (tom. VII, pag. 358), il quale non avea veduto il nostro paese oltre Milano, e la tesseva accademicamente senza idee ferme nè proporzione, talchè compito il terzo volume, vide la necessità di restringersi, e presto la morte gli troncò il lavoro.
L’erudizione troverebbe natural campo in Italia, dove è parte del patriotismo, e dove ad ogni mutare di passo urtiamo in monumenti e cimelj. Quella di gergo ciarlatanesco che accumula testi anche su punti già consentiti, ed appoggiasi all’autorità invece di indagare la verità, resta abbandonata a qualche prete e a qualche segretario. Quando il Monti volle sfoggiarne intorno ai cavalli di Arsinoe, buscò le beffe: e si dubita sia uno scherzo lo studio di Foscolo intorno alla chioma di Berenice: nessuno ignorando quanto dai lessici e repertorj sia facile accatastare erudizione. Il Forlanetto di Padova mostrossi molto addentro nel latino con particolari illustrazioni e colle aggiunte al Vocabolario del Forcellini; opera compita col Dizionario epigrafico di Michele Ferrucci, e con quel delle lingue anteromane del Fabretti. Il Marchi côrso diede l’etimologia de’ termini scientifici, abbandonando ai curiosi quella dei termini vulgari, che il Borelli pretese ridurre a teoria nel Dizionario del Tramater, abusando della cognizione di qualche lingua parziale e non distinguendo la maternità dalla fraternità. Il Morcelli, prevosto di Chiari, salutato principe nell’epigrafia latina, ne porse anche le teorie (De stilo inscriptionum), colle quali non pochi sputarono a formarne, e forse meglio di tutti lo Schiassi. A Torino ebbero bel nome Costanzo Gazzera, il Boucheron latinista di prima forza, il Vallauri, il De Vesme che potè dare un’edizione più compita del Codice Teodosiano. Tutti han compreso che l’erudizione non deve essere fiaccola piantata alla poppa, la quale non illumini se non gli spazj già trascorsi.
Nessuno fu fortunato di trovamenti più che Angelo Maj bergamasco (1782-1854). Già nella biblioteca Ambrosiana avea da palimsesti raccolto brani di sei orazioni di Cicerone e otto di Simmaco, la corrispondenza tra Frontone e Marcaurelio, molti scrittori greci e scoliasti, la versione di Ulfila delle epistole di san Paolo in mesogotico, e alcune parti della Repubblica di Cicerone; altre ne trovò dopo chiamato bibliotecario della Vaticana, e opere greche e latine, e frammenti legali e cronache, e libri sibillini, onde formò lo Spicilegium romanum, la Nova bibliotheca Patrum, ed altri numerosi volumi d’aneddoti. Fatto cardinale e segretario della Propaganda, pubblicò il Diritto canonico caldaico di Ebendiesu, il siro di Abulfaragio, l’armeno d’un anonimo.
Moltiplicaronsi traduzioni dal greco, come l’Erodoto dal Mustoxidi, italiano d’adozione, in maniera arcaica; e gli altri che formano la Collana del Sonzogno. Più vantate sono le poetiche, l’Iliade dal Monti, l’Odissea dal Pindemonti, ed entrambe dal Mancini; i Tragici dal Bellotti, il Pindaro dal Borghi e dal Mezzanotte, l’Aristofane dal Cappellina, il Callimaco dallo Strocchi, l’Apollonio Rodio dal Rota; ai quali vanno aggiunti l’Orazio da Gargallo e Colonnetti, il Virgilio da moltissimi, facilmente superiori al Caro in fedeltà, non in impasto e candore. Da noi lo studio delle forme è ancora sì riputato, che alcuni salsero in fama con null’altro che col ben tradurre.
Lo studio filosofico sulle lingue chiarì che non sono risultanza del caso, ma prodotto normale e necessario dell’intelligenza e dell’organismo umano; le variazioni da popolo a popolo, i cambiamenti d’età in età hanno cause intime, che coll’attenzione possono ridursi a leggi generali. È questo il proposito della filologia comparata, sorta può dirsi colla grammatica tedesca di Jacobo Grimm nel 1819, e che gl’idiomi aggruppa sotto varj capi, e ne coglie le somiglianze e le differenze. In tal genere, a tacere le compilazioni, quali l’Atlante etnografico del Balbi e le promesse del Biondelli, a vasti intenti si elevarono Janelli nelle Lingue criptiche e nell’Ermeneutica jeroglyphica, il Vegezzi, il Marzolo ne’ Monumenti storici rivelati dall’analisi della parola: ma ci resta troppo ad imparare dagli stranieri. Da Samuele Luzzato professore a Padova, che nel Giudaismo illustrato (1838) portò gran luce sulle dottrine e le credenze ebraiche, nacque Filosseno (1829-54), che indagò l’elemento sanscrito nelle lingue assira ed egizia, studiando le iscrizioni di Persepoli e Korsabad, e illustrò varj punti della letteratura giudaica; ma morì giovanissimo. Ne ereditò i meriti l’Ascoli, il quale nella piccola Gorizia maturò studj linguistici, ove poi divenne maestro, e quasi fondatore della nuova filologia che studia il linguaggio nelle sue relazioni col pensiero e le lingue nell’interna loro struttura e nelle analogie e dissomiglianze loro. Le ardite interpretazioni bibliche proposte dal romano Lanci, caddero con esso. Su quelle esposte dal Tiboni nel Misticismo biblico pendono i giudizj, che da noi sogliono venire tardi, e per lo più di riporto[248]. Il milanese Ottavio Castiglioni (1785-1849) s’approfondò sulle medaglie cufiche e sul gotico antico. I Lazzaristi faticano intorno agli autori armeni, letteratura che da Venezia fu rivelata all’Europa. Rosellini ebbe gare col Chiarini professore a Varsavia intorno ai punti vocali del testo ebraico, ch’egli crede antichi ed autentici. La festa delle lingue che si fa ogni epifania alla Propaganda di Roma, cresce sempre il numero di quelle, in cui si porge sperimento agli attoniti e non competenti spettatori.
Portentoso poliglotto fu il Mezzanotte, ed ancora più il bolognese Mezzofanti (1774-1849), che la meravigliosa facilità a imparare le lingue sviluppò versando negli ospedali pieni di soldati d’ogni nazione nel 1799, poi cogliendo ogni occasione di parlare con missionarj stranieri e d’avere dizionarj, e così acquistò moltissime lingue, e i loro dialetti. Però in lui la potenza di generalizzare fu piuttosto d’istinto che di ragione, nè indagò per qual meccanismo arrivasse a tanta cognizione, nè studiò quel ch’egli potea meglio d’ogni altro, la parentela fra gl’idiomi, e ingenuamente diceva: — Il Signore mi concesse grazia di capire; è Domenedio che mi ha data tanta memoria».
Più proprio del nostro paese fu l’illustrare le antichità, che qui abbondano e che sempre nuove si scoprono, seguitando le traccie di Ennio Quirino Visconti (t. XII, p. 525). Sulla storia romana si moltiplicarono indagini parziali, massime dacchè il Niebuhr aperse orizzonti così arditi alla congettura. Contro di lui l’Orioli sostenne la genuinità dei re di Roma, e pretese trovare nella loro successione un ordine speciale cognatico. Bartolomeo Borghesi da Savignano, assiso nella piccola repubblica di San Marino, acquistò fama di primo archeologo, principalmente nell’illustrare i fasti consolari. Labus descrisse i musei di Mantova e di Brescia sua patria, singolarmente perito nel supplire le lapidi mutilate e in un metodo di asseverare le parentele fra gli antichi.
Luigi Canina di Casal Monferrato (-1856), che diede la storia dell’architettura greca e romana, delle basiliche primitive, della via Appia, tolse a «dimostrare la Campagna romana nello stato antico, cominciando dal tempo in cui si ebbero memorie storiche dei popoli primitivi, sino a tanto che la sede imperiale venne trasferita in Oriente», e conservossi devotissimo agli antichi, a costo d’essere tacciato di credulità. M. Nicolai molto si occupò dell’Agro romano, non solo chiarendone la geografia antica, ma cercandone i miglioramenti, e soprattutto discorrendo delle paludi Pontine[249]. Gaetano Pinali, oltre le fabbriche del Sanmicheli, illustrò le molte anticaglie di Verona, Aldini le epigrafi comasche, Kandler le triestine. Il romano Guatani proseguì i Monumenti del Winckelmann, e pubblicò i sabini; come quelli della Sardegna ebbero luce da La Marmora, da Martini, da Spano. Ogni paese ebbe qualche studioso che dalle ruine dedusse più ampia cognizione del passato.
Sulle antichità ecclesiastiche è a dolere sia rimasta in tronco l’opera del padre Marchi intorno alle catacombe, animata da ben più eccelso sentimento e da scienza più profonda che non la divulgata di Raoul Rochette: superato anch’egli dal De Rossi.
L’erudizione ebbe a rinnovarsi totalmente mercè le grandiose scoperte di monumenti, siano artistici, siano scritti. Intorno ad Ercolano e Pompej proseguironsi dotte elucubrazioni, massime dall’accademia Ercolanense: ma l’attenzione de’ nostri e de’ forestieri si portò più arguta sulle mura ciclopiche, le necropoli, le città etrusche. Una società di corrispondenza archeologica, da Prussiani istituita a Roma, divenne centro di studj, e pubblicò anche una descrizione di Roma, con novità qualche volta paradossali, ma spesso correggendo errori canonizzati dai ciceroni e da quelli che su di essi farciscono le guide. Francesco Inghirami, ritiratosi nella badia fiesolana, vi allevò giovani nella tipografia e calcografia e nel disegno, e con questi sussidj compì l’opera de’ Monumenti etruschi in dieci volumi, e le Pitture de’ vasi fittili per servire allo studio della mitologia ed alla storia degli antichi popoli, oltre la descrizione del museo Chiusino e la storia della Toscana in sette epoche distribuita. Giambattista Vermiglioli (1799-1855), uomo tutto degli studj severi e principalmente degli archeologici, trovò ampio pascolo nelle antichità che continuamente rivela la sua Perugia, sempre e unicamente fedele al sistema greco-latino. Secondo questo, interpretò le iscrizioni perugine, e quella scoperta nel 1822, ch’è il maggior documento di essa lingua; come il più importante cimelio di quella civiltà è il sepolcro dei Volunnj, aperto a Perugia il 1840, pure illustrato dal Vermiglioli. Lasciò lezioni elementari d’archeologia, dissertazioni sulla topografia perugina nel secolo XV, sugli storici perugini, su altre materie storiche talvolta offuscate da vanità di patria. Il Coltellini contraddisse a lui ed al Lanzi quanto alla lingua etrusca, che il gesuita Garucci vorrebbe spiegare coll’ebraica, e che, malgrado tante fatiche, e gli studj del Corsen, rimane arcana.
Bisognerebbe che i nostri dessero col fatto la mentita a quell’asserto del Niebuhr, che da noi si dissotterrano medaglie, si dicifrano lapidi, ma è la dotta Germania che di tempo in tempo ne fa la rivista, e le anima colle idee. E per verità nessuno ancora è comparso a trarre una sintesi dai lavori dell’Avellino, del Fabretti, del Momssen, dei gesuiti Secchi e Marchi, di Pietro Visconti, del Garucci, del San Quintino, del Guarini, dello Zanoni, del De Rossi, del Minervini, del Conestabile, del Promis..., e a darci una storia de’ primitivi tempi italici, ove la congettura sia appoggiata da quanto l’erudizione offre di positivo. Giuseppe Micali (-1844) la tentò nella Storia degli Italiani avanti i Romani (1810), ma nella Storia degli antichi popoli italiani (1833), era mero divulgatore; cresciuta la messe, dopo molti anni dovette rifonderla: l’entusiamo patriotico non lasciogli ponderar bene le divergenti opinioni; e qui pure noi generalmente camminiamo sulle orme altrui, echeggiando le novità che ci vengono di fuori, e che spesso non consistono che in una più compita monografia, in una definizione più precisa, in una denominazione calzante.
L’Egitto, aperto dalla spedizione di Buonaparte agli scienziati europei, dopo la pace destò interminabili ricerche, sino a credersi d’avere alfine trovato il modo di leggere quelle enormi pagine di granito, esposte da quaranta secoli agli occhi di tutti, quasi ad insultare l’umano orgoglio, che non riuscì ancora ad accertare la lezione d’una sola. Belzoni (1778-1825), figlio d’un barbiere padovano, perlustrò quel paese aprendo alcune piramidi, e descrisse con verità, sebbene insufficiente di erudizione e di quella penetrativa che somiglia a divinazione. Mentre cercava la misteriosa Tomboctu, egli morì al Benin. Il piemontese Amedeo Peyron, inesauribile nell’erudizione classica, indovinò che il copto era la lingua antica degli Egizj, e che ad esso bisognava ricorrere per interpretare i geroglifici, il cui studio di molto egli fece progredire; e dicifrò i papiri del museo torinese, impreziosito dai monumenti vendutigli dal piemontese Drovetti. Quando il Governo francese mandava Champollion ad esplorare l’Egitto, la Toscana gli associò Ippolito Rosellini di Pisa, col naturalista Raddi e dieci disegnatori; il frutto di loro indagini si espose nei Monumenti dell’Egitto e della Nubia. Il Valeriani, il Segato ed altri divulgarono su tal conto le nozioni esposte dai Francesi. Salvolini di Faenza, allievo del Mezzofanti, nell’Analisi grammaticale de’ varj testi antichi egizj (Parigi 1836) tentò spiegazioni diverse dal Champollion.
Più in là sta l’India, terra di misteri, e che sotto una maestosissima lingua involge le origini e i primordj della civiltà di tutto l’Occidente. Ad essa ed a quei libri sacri e poetici si rivolsero alcuni nostri, come il Flecchia, il Maggi e principalmente il Gorresio, che, secondato dal Governo sardo, fece un’edizione e traduzione del Ramayana.
L’erudizione è lavoro preparatorio indispensabile, e lo sprezzarlo è come sprezzare la chimica e l’anatomia: ma deve condurre al frutto suo più elevato, la storia. Sì strepitosi eventi e tanto cumulo d’esperienza doveano elevar a considerare gli avvenimenti umani non più come una successione fortuita, ma come la manifestazione di leggi costanti, ove le perturbazioni, vale a dire gli accidenti e il capriccio, hanno parte tanto più piccola quanto più grossa è la moltitudine su cui operano; mentre nella genesi delle istituzioni sociali si procede da un avvenimento all’altro per forza d’evoluzione. Eppure in Italia ottengono lode di storia mere esercitazioni letterarie. Carlo Botta da San Giorgio nel Canavese (1766-1837), narrando l’indipendenza dell’America[250], della quale gli erano estranei e gli uomini e le cose, procedette senz’ira e partito; e diffidente ancora di sè, non trinciava a baldanza, nè giudicava per epifonemi, rispettando se stesso e i lettori[251]. Mescolatosi nella invasione francese e presto disgustatone, collocossi a Parigi, dove campò tanto da vedere suo figliuolo Emilio (-1870) raccomandarsi alla posterità per le antichità di Korsabad che scoperse sul presunto posto dell’antica Ninive. Carlo, per ispirazione borbonica avea scritto la storia d’Italia dal 1790 in poi. Già vecchio, in soli quattro anni dettò la continuazione del Guicciardini, per due secoli e mezzo pienissimi di eventi, ciascuno dei quali esigerebbe diuturne ricerche; ma egli, già sicuro della propria fama, lavorò di seconda mano, nè tampoco correggendo materiali falsità, nè accordando due autori qualora di uno non si contenta, «dilatandosi ove trova materiali già disposti»; eccellente dipintore delle esteriorità, dilungasi in marcie[252], battaglie, tremuoti, fami; e non istà a vagliare quando gli capitano avventure straordinarie, orribili, pittoresche; pago di recamare su altrui orditura frasi galanti, colle quali e colle aggiunte arbitrarie guasta le particolarità caratteristiche; e nella impreveduta composizione riesce sproporzionato. Tale compilazione scarsa e illaudabile pel contenuto, anche per la forma resta inferiore alla precedente. Avea cominciato cogli arcaismi ripescati nel vocabolario, finì col neologismo più sbadato, eppure non mondo di affettazione: la brevità del periodare solo dagl’inesperti può farlo giudicare un Tacito, mentre è appena uno Svetonio. Quanto alle cose, il medioevo ritrae come età pazza, scarmigliata, degna delle cronicacce di frati e di castellani ignoranti; un «misero tempo, in cui le promesse e le minaccie della vita futura regolavano la macchina sociale». Vi porta qualche barlume il gran triumvirato italiano, poi la luce si effonde mercè della insigne famiglia dei Medici. Come a questa grandezza venisse o compagna o seguace la servitù d’Italia, non ebbe egli a raccontare, nè mostrò comprendere; ma descrisse i patimenti indecorosi della nazione dal 1534 fino alla rivoluzione. L’unica grandezza superstite all’Italia non conosce; anzi i papi ne considera come la peste; sul sinodo Tridentino celia, come il Sarpi che copia a man salva; nei frati vede soltanto oziosi mascalzoni, o gabbamondo. Alla fine i principi, ispirati dai filosofi, dai Giansenisti, da quegli insigni che caldeggiarono la libertà del principato, avviavano a meravigliosi progressi l’Italia, quando sopraggiunse un’orda di Giacobini, guidati da un fortunato che, sbagliando sempre, sempre vinceva. E il lato orrido e lo schifoso unicamente ravvisa il Botta della rivoluzione; s’adira alla ghiotta prepotenza delle amministrazioni militari e ai pazzi imitatori delle pazzie francesi: eppure della descrizione di quegli effimeri delirj empie la sua opera, ben dieci libri consumando attorno a un anno solo; a qualche festa d’un giorno, alle mattìe d’un esaltato concedendo lunghissime pagine, mentre sorvola alla creazione d’un regno, meravigliosa fino ai nemici; non nomina o appena tanti letterati e scienziati che rabbellirono, e il prode esercito; se impreca alle prepotenze forestiere, anche nei nostrali non riconosce che vigliaccheria e ferocia; sol quando vengano a soccombere li largheggia di compassione, scuse, elogi. Vero è che diffuse sugli Italiani piuttosto beffa che infamia, come si piacquero altri dappoi; sentesi ch’egli ama la nazione, quantunque non mostri stimare che i Piemontesi; benchè il fosse non solo senza pericolo ma per condiscendenza, tiene del liberale quel parlare del Buonaparte con un’ira che somiglia disprezzo, e il continuo protestare contro la forza in quella Francia, dove ben presto una colluvie di storie, di canzoni, di pitture, di opuscoli popolari ed elementari dovea rinnovare quel fascino della gloria, che è il dissolvente della libertà.
Ma la libertà il Botta non intendevala alla moderna; professa di «non amare gl’imperj dimezzati»; si accanisce contro le costituzioni fino ad esclamare che in Italia «le nazionali assemblee sono pesti»; l’Europa chiama «feroce, miseranda»; non crede che «paese più matto di essa sia stato al mondo» (lib. XXXII); sprezza l’umanità, sprezza l’uomo, questo «verme in cui la formazione ha fallato..., razza gladiatoria ove chi non accoltella è stimato goffo»; nè crede a perfezionamento, a ragione o a compassione; «un anelito ferino l’umana razza conserva, e il diavolo la trae»; e «pazzo chi vuole seminare, tra gli uomini odierni, semi salutiferi».
Di ciò sarebbe a domandargli severo conto s’egli mostrasse quell’unità che rivela un autore serio, un intento ponderato. Ma il suo bestemmiare o deridere è vezzo di scuola; chè del resto il fondamento di soda politica, il criterio morale, la chiara intelligenza dei tempi gli mancano, del pensare dispensandosi mediante comodissime frasi, «il fato, la fortuna, ritirare verso i principj». Amplificazioni dove prevale l’accessorio e nelle particolarità si perde ogni senso degli universali, dove non sia nè amor del vero, nè studio di cercarlo, nè critica di distinguerlo, nè lealtà di esporlo, non costano sforzo all’autore nè fan profitto al lettore; e nessuno certamente vorrà imparare dal Botta le vicende patrie: ma poichè quel libro sarà raccomandato sempre per la pulizia del dettato e la varietà di modi e il dire italianamente tante cose inusate, e la serenità dell’esposizione, e la spiccata evidenza di ciascun fatto, quale appena si trova nel Boccaccio, converrebbe con sobrie note avvertire degli errori di fatto, e delle opinioni illiberali, acciocchè, ammirandolo come arte, non se ne assorbano falsità e sconsideratezze. È vero che bisognerebbe annotare quasi ogni periodo; ma è pur vero che tuttodì ai giovinetti si porgono autori latini, pieni d’inesattezze di fatto e d’errori di giudizio, che non potrebbero darsi i peggiori quando si trattasse non di educarli, ma di pervertirli[253].
Lusingati da quest’esempio, molti ingegni diedero frondi d’elocuzione ove chiedeansi frutti; niun peggio dell’Angeloni nell’Italia, e del Drago nella Storia della Grecia antica, ridicoli per frasi rugginenti. Della Grecia nuova scrisse con toscana semplicità Luigi Ciampolini. Lazzaro Papi da Lucca (1763-1834) si perigliò al gran dramma della rivoluzione francese, ma al modo che si narrerebbe quella di un popolo antico; inoltre fece lettere sulle Indie orientali, una traduzione del Paradiso perduto ed altre dal greco. Il duca di Lucca lo fece bibliotecario e precettore di suo figlio; e quando poco dopo morì, voleva erigergli una statua.
E per l’origine sua pisana, e per la lunga dimora, e più per l’affetto onde guardò le cose nostre vuol qui menzione Carlo Sismondi da Ginevra (1773-1842). Nel Quadro dell’agricoltura toscana (1801), ai vasti poderi e agli uniformi ricolti che avea visti in Inghilterra paragona quella suddivisa coltura, dove ogni arboscello è accurato dal padrone, e dappertutto trovasi luogo a un gelso, a un fico, a un olivo, mentre la vigna s’arrampica sulle nude pendici, e ad ogni svolta d’angolo una coltivazione diversa, e piccole cascine modello di pulitezza, dove un proprietario lo accoglieva ospitalmente, e dall’aja, ch’è il piano più vasto dell’esigua tenuta, gli mostrava il sorriso di quella natura, e i sudanti villani che talvolta sospendeano i lavori per ricrearsi al canto, e le forosette che riposavansi novellando sotto all’arancio e ai pergolati di gelsomino. Il Sismondi ammirava l’agiatezza così diffusa; quelle fatiche il cui eccesso non rapiva la bellezza nè prostrava le forze; quella diuturnità di possesso o di coltivazione, che faceva fratelli tutti i conterranei; quel culto cattolico, che ogni tratto raccoglie alle stesse pompose cerimonie il ricco col povero, l’ignorante col dotto, ed eccita l’immaginazione e moltiplica i riposi. A Pescia comprò un poderetto, coltivato da un mezzajuolo; e quest’associazione del capitale col lavoro, del possidente col colono, il Sismondi continuò tutta sua vita a invocarla per tutti, e ripetere che la terra è la cassa di risparmio ove il povero deposita a frutto ogni istante di libertà, e su cui fonda il riposo e la prosperità fra le vicende politiche. Solo lagnavasi che gl’incrementi economici degradassero la condizione del contadino, e il monopolio invadesse non solo la campagna di Roma in poche mani restringendo i latifondi, ma anche la Toscana col sostituire grandi bigattiere all’individuale operosità de’ villici.
A queste idee filantropiche si conforma l’amore dei Governi popolari. Con madama di Staël, che cercava impressioni pel suo romanzo Corinna, egli percorse la nostra penisola, rintracciando documenti e ispirazioni per la Storia delle repubbliche italiane. La pubblicò dal 1808 al 18 in sedici volumi; ed era una protesta contro gl’incensi che alle idee militari e assolute prodigava la letteratura. Scrivendo del paese ch’è centro all’unità cattolica, dell’età organata sopra la Chiesa, e dove la potenza prevalente erano i papi, e manifestazione lo splendore delle arti e del culto, fu pregiudicato dall’aridità calvinica e dal razionalismo: e noi, riconoscenti a un amico che confortò i primi nostri passi come avea ispirato le prime nostre concezioni storiche, dovemmo spesso contraddirne le asserzioni, più spesso i giudizj (tom. VII, pag. 355).
Anche per la Biografia universale del Michaud egli dettò articoli che concernono gl’Italiani; e nella Letteratura dell’Europa meridionale ragionò dell’italiana con franchezza non ispassionata e colle intenzioni romantiche. Volentieri egli tornava in Italia e nella sua Toscana: stabilitosi poi presso Ginevra, che piacevagli come «ultimo rifugio ove l’amor della città si confonde coll’amore della patria», passò vent’anni amato, riverito, ospitale ai forestieri, largo di conforti e di pietà alle vittime delle rivoluzioni italiane del 1821; esultò a quelle del 30 profetizzando l’avvenire d’Italia, poi compianse ai disinganni; e pure guardando la Francia come «il solo paese su cui possa farsi conto per mettere barriere al despotismo», deplorava il mancarvi stabilità. Sebbene considerato come gran liberale, e applaudisse i tentativi verso più larghe condizioni politiche, egli professava che «nelle rivoluzioni i ciechi poteri delle bajonette e della ghigliottina surrogansi a tutta la forza che l’ordine desumeva dianzi dal rispetto o dall’abitudine»; crede alla sovranità del popolo, ma s’eleva contro la tirannia della maggiorità, ch’e’ distingue dalla volontà nazionale. Quando poi vide Ginevra mettersi in fuoco per proteggere le tresche di Luigi Buonaparte, si oppose, e n’ebbe scherni e minaccie dal vulgo subornato. Poi venuta su una gente nuova, ci toccò di vedere il venerabile vecchio escluso dagli affari pubblici, che sono tanta parte della libertà cittadina, e vilipeso come aristocratico.
Il Sismondi aveva saltata a piè pari quistioni cardinali della storia nostra, la condizione de’ natii sotto i Barbari, e l’origine de’ Comuni. Questa era stata piuttosto tocca che discussa fra noi, i più col Pagnoncelli derivandoli dai Piomani: ma un discorso del Manzoni intorno ai Longobardi fece conoscere qui la distinzione che Agostino Thierry diffuse[254] in Francia, tra il popolo vinto e il vincitore, e così un nuovo modo di valutare la condizione degl’italioti nelle età barbare. Secondo il qual modo furono meditati quei tempi da Carlo Troya napoletano, autore d’una Storia del medioevo d’Italia così ampiamente divisata, che non era a lusingarsi di vederla inoltrata. Analizzò egli scrupolosamente ogni parola degli scarsissimi documenti dell’età lombarda, dispensandoli in un ordine cronologico che bastava a dissipare cento vecchi pregiudizj, invano rimpellati da articoli e opuscoli che improvvisavano la confutazione d’un lavoro di lunga fatica e di austera coscienza. Allora tal quistione e quelle che ne derivano furono agitate da molti, principalmente con idee venuteci dai Tedeschi[255], i quali, poniamo che esagerassero, convinceano che molto doveva attribuirsi all’influenza germanica.
A dare cognizione del medioevo contribuì la passione invalsa di pubblicare documenti. In alcuni paesi un villano sperpero e un turpe mercato n’era avvenuto allorchè furono aboliti i conventi; poi s’ammucchiarono in archivj, senza quelle cure che alcune corporazioni vi avevano applicate nel secolo precedente. Altrove se ne trasse profitto, e principalmente del ricchissimo archivio di Lucca si cominciarono a pubblicare gli atti, regnante Elisa e colle vedute d’allora, sicchè i primi volumi sono lontani dall’elevazione ora raggiunta dalla storia; nei posteriori il Borsacchini ed altri mostrarono intendere l’erudizione nuova, sia in fatto di governo, sia di filologia. Delle scritture riferentisi all’Italia nelle biblioteche parigine, fece un catalogo il Marsand con iscarsa intelligenza, e preziose lettere ne ricavò Giuseppe Molini. Eugenio Albéri, autore d’un’apologia di Caterina de’ Medici, stampò le Relazioni d’ambasciadori veneti, tesoro di cognizioni positive intorno ai varj Stati nostri e forestieri, continuata da Guglielmo Berchet e Barozzi. A Firenze l’Archivio storico del Vieusseux raccoglie opere, sconosciute la più parte, scelte con senno, bene edite, e con que’ sobrj e savj avvertimenti che ne agevolano l’uso a chi una volta avrà potenza di ridar vita alle aride ossa.
Il Piemonte, che sentì il bisogno di mostrarsi italiano più che nol potessero le avite tradizioni, cercò sollecito nel suo passato; il Cibrario per ordine regio trasse dagli archivj nostrali e forestieri I sigilli della monarchia di Savoja, una storia di questa, una di Torino, una di Chieri, una dell’economia del medioevo, una delle finanze del regno: lavori che desidererebbero migliore forma. Gli atti dell’Accademia torinese ridondano di dissertazioni intorno a monumenti o a punti speciali della storia dell’alta Italia. Gli archivj di quel paese rimasero chiusi alle istanze del Muratori e agli studiosi fin quando Carlalberto non istituì una deputazione che gli indagò, pubblicandoli con intelletto e con amore. L’istituzione fu poi imitata in tutte le parti d’Italia. Nè vogliamo dimenticare i lavori del Muletti sulla città e i marchesi di Saluzzo, del Carruti su Amedeo II, del Sauli sulla colonia di Gálata, del Bottazzi e del Carnevale su Tortona, del Promis sulle monete ossidionali e quelle dei principi di Savoja e Piemonte, di Leone Menabrea sulle Alpi, di Novellis su Savigliano, di Vallauri sulla letteratura, di Sclopis sulla politica e la diplomazia, del La Margarita sui trattati pubblici della Casa di Savoja, del Manno e del Martini sulla Sardegna, dell’Adriani sui Fieschi di Lavagna e su altre famiglie. Fanno casa a parte quelli di Genova: Girolamo Serra ne racconta la storia civile fino al 1483, ove comincia il Casoni; cercatore coscienziato e lucido spositore, scevro di forestierume e di arcaismi, ma senza genio; e la costante ribrama della patria libertà, che avea tentato rialzare nel 1814, fa che giudichi gli avvenimenti con parzialità municipale. Dalla quale traggono anima i recenti lavori del Canale sull’intera storia, e del Celesia sull’episodio del 1747, e la storia popolare del Bargellini.
Dagli archivj di Roma, i più ricchi del mondo, principalmente gli stranieri poterono trarne o i registri interi di alcuni pontefici, o di che riformare alcuni parziali giudizj. Laonde, se la podestà prevalente nel medioevo trovò sempre detrattori, massime fra i pedissequi dei Francesi, da altri fu considerata da più alto punto, come dal Trova nel Veltro allegorico, da Cesare Balbo nella Vita di Dante poi nel Sommario della storia d’Italia, libro di circostanza e perciò molto diffuso. A chi lo tacciava di avere in esso blandito al papato perchè tale correva la moda dopo il 1843, rispondeva che «un Manzoni, un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, gli scritti di tutti i quali palesano almeno un lungo e indigeno studio delle cose patrie, hanno fatta italiana la moda nostra da vent’anni, cioè prima che fosse straniera»[256].
Il cassinese Tosti nella Vita di Bonifazio VIII e nella Storia del Concilio di Costanza e dello scisma greco applicò gl’intendimenti moderni. Quella della Lega Lombarda risente i tempi, invocando che Pio IX impugni la bandiera italiana, eccitando i fratelli a osare perchè «la storia degli uomini è compita, e beato chi scriverà la prima pagina della storia dell’umanità». Guelfo di fondo, caldo nell’esposizione, non evita sempre le pedanterie, nè cerca carte inedite[257]. In senso diverso Antonio Raineri napoletano, amico ed ultimo ospite del Leopardi, tessè la storia de’ primi nove secoli, nella cui introduzione annunzia che «l’uomo è un’anima incastrata in questo pianeta detto terra, la quale i veri filosofi considerano essa stessa come un grande animale, incastrato esso stesso fra le forze eterne... Come la terra è soggetta fatalmente alle leggi terrestri e universali. Ma fra la certezza dell’ordine materiale e intellettuale dell’universo, egli ha la libertà di operare in un modo piuttosto che nell’altro. E questa libertà non di sostanza ma di modo, non di azione ma di passione, non assoluta ma rispettiva, è bastante a salvare le ragioni della virtù».
E quanti non hanno almeno cominciato la storia d’Italia! e quanti non la interruppero perchè non trovaronvi un concetto unico, un’idea predominante! Il canonico Luigi Bossi di Milano (1758-1835), nella rivoluzione avuto incarico di spogliare archivj, formossi una ricca suppellettile di documenti e monumenti, ed una altrettanto ricca n’avea nella memoria. Di quella fece traffico, di questa abuso, giacchè fino lavori d’erudizione che impongono scrupolosa esattezza, tesseva a memoria, e mentre i vulgari stupivano a quello sterminato sapere, gli eruditi compassionavano. Certe vite beffarde di santi dovette sospendere; le molte storie che compilò perirono; ed anche la voluminosissima d’Italia, transunto di pochi libri, senza proporzioni, senza vedute, senza sincerità, senza stile.
Giuseppe Borghi, traduttore del Pindaro e autore di poesie encomiastiche e religiose, cominciò un discorso sulla storia d’Italia, amplificazione sempre in tono declamatorio e senza critica: e non trascese il ix secolo. È onorevole ricordare come gli apprestassero i fondi molti profughi, poi i generosi Siciliani. D’alta levatura è quella intrapresa per la parte antica da Atto Vannucci, per la moderna da G. La Farina, con viste politiche.
Sarebbe un non finir più il voler numerare le storie municipali; e fra quelle che ci passarono sott’occhio, a titolo di lode ricorderemo i Carraresi del Cittadella, la milanese di Carlo Rosmini per contraddizione alla filosofica del Verri; quella di Mantova del D’Arco, di Pavia del Robolini, di Valtellina del Romegialli; del Ciani sul Cadore, del Bianchi sul Friuli, la toscana dello Zobi, la bergamasca del Ronchetti, la lucchese del Mazzarosa, la comense di Maurizio Monti, del Rebuschini, dell’Arrigoni, di Cesare Cantù, la brianzuola del Redaelli e di Ignazio Cantù, la bresciana dell’Odorici, una di Lodi del Vignati, una di Todi del Leonj, due veneziane del Capelletti e del Romanin. L’affetto repubblicano appare nei lavori sul Canton Ticino e sulla Svizzera di Giuseppe Curti, di Stefano Franscini, lodevole uomo di Stato. Gaetano Milanesi pubblica documenti sulle arti in Siena, e annotando il Vasari avanza la storia, così importante e allettativa delle arti. Ed ogni città può dirsi abbia avuto uno storico; ma pochi che intendessero l’ufficio delle municipali, qual è di rivelare la vita del Comune, connessa colla nazione eppure avente glorie, dolori, turpitudini, interessi suoi proprj[258].
Di Chiese parziali s’occuparono l’Aporti per la cremonese, il Nardi per l’aquilejese, il Morcelli per l’africana, il Capelletti per le venete e in generale per le italiane, l’Emanuel per la nizzarda, il Semeria per quella di Torino oltre i secoli cristiani della Liguria; per quelle del Piceno il Lanzi, il Compagnoni, il Turchi, il Catalani, il Wogel, il Lancellotti.
La Storia del regno di Napoli del Vivenzio, il Progetto della Storia universale del Mazzarella, la Storia del regno sotto i Borboni del De Angelis, il Regno e la città di Napoli del Rosselli, il Dizionario storico del regno di Oliviero Poli e la Biografia degli uomini illustri del regno da una società di letterati, non vissero che il tempo d’essere lodati da giornalisti. Il duca di Ventignano nella Scienza della storia confutò leggermente la leggera del Delfico. Nella Storia della rivoluzione di Napoli Vincenzo Coco ha il calore di chi ne fu parte e il senno di chi profittò degli errori, non discredendo alla libertà, quantunque lodi i Napoleonidi d’aver rimesso il freno. Tornato il paese a’ suoi re, egli rimpatriò, ma dopo otto anni di mentecataggine morì il 1823. Nicola Palmieri, morto del cholera nel 36, oltre una debole storia lasciava un Saggio storico e politico sulla costituzione del regno di Sicilia fino al 1816. Più divulgossi quella del generale Colletta, che tolto dall’attività de’ tempi e sturbato dalla patria, si pose in età matura a imparare a scrivere da Gino Capponi, dal Niccolini, dal Giordani, il quale ne rivide sei volte il manoscritto, e alcuni brani rifece[259]: così acquistò, se non uno stile, una maniera, che da facili amici fu qualificata tacitiana. Anzichè chiarire le verità e accertare i fatti, cercò piacere col blandire contemporanee passioni.
La Sicilia ebbe una storia generale dal Ferrara, che attribuì molta attenzione alle antichità (1814); delle quali si occuparono pure Leante, Capodieci, Maggiore, Avolio, Politi, Judica, e più il duca di Serra di Falco. Napoli Signorelli ne fece la storia letteraria, poi il Narbone con troppe generalità, autorità cumulate e male discusse, divagazioni interminate, arrogando alla Sicilia glorie straniere, appoggiandosi al Ragusi, al Mongitore e simili, e sconoscendo i più moderni acquisti dell’archeologia e filologia. Domenico Scinà di Palermo (1765-1837) nel 1803 pubblicava un’introduzione alla fisica, dividendola in tre epoche, di Galileo, di Newton e l’odierna quando fisica e chimica formerebbero una scienza sola; divinazione notevole; nella Topografia di Palermo insegnò ad applicare tutte le scienze naturali allo studio speciale d’un paese; meglio ancora riuscì studiando Archimede, Maurolico, Empedocle, poi la storia letteraria della Sicilia nel XVIII secolo. Fautore del Governo costituzionale, avverso alla unione coll’Italia, onest’uomo ma superbo, intollerante e litigioso, nulla sperava, ripetendo, — Siamo birbi», e morì del cholera credendosi avvelenato.
Pompeo Litta milanese (1781-1852) nelle Famiglie celebri avviò un’opera di pazienza e spesa, la quale comechè inesatta per la cronologia e la genealogia, si distingue per giudizj non vulgari e passionati e per epifonemi. Opere fastosissime, come il Costume di tutti i tempi e di tutte le nazioni del Menin di Padova, e peggio il Costume antico e moderno che va col nome di Giulio Ferrari di Milano, sono compilazioni di nessun vantaggio alla storia. V’è qualcuno che scrisse cinquanta volumi storici senza meritare altro posto che nella bibliografia. Alcune biografie del Lomonaco piacquero per calore giovanile e per quelle passioni, alle quali poi indulgendo egli si uccise: alcune di Carlo Rosmini s’allargano all’importanza di storia. Gli Uomini illustri di Ravenna di Filippo Mordani tra frasi compassate e generiche non danno giusto concetto del lodato nè il fanno amare[260]. Sono più vivi il Fabretti ne’ Capitani dell’Umbria, il Ricotti ne’ Capitani di ventura, il Promis negli Architetti militari, e pochi altri che in tali lavori sanno far convergere que’ fatti minuti, privati e pubblici, che danno giusto criterio d’un uomo e della condizione d’un popolo[261].
Agli Annali musulmani del Rampoldi scema fede il non avere egli conosciuto le fonti e valersi delle traduzioni francesi, perfino nella trascrizione dei nomi; cita senza lealtà, e fin dicendo l’opposto; millanta Amari, dopo avere illustrato i Vespri siciliani, con amore e cognizione tessè la storia della Sicilia sotto la dominazione araba, grandemente esaltando quegli estranei signori.
Qualcuno abusò della pietà con leggende indiscrete; qualche altro si pasce di idee antiquate o servili o irose, sconnesse dal popolo e senza educare gli avvenire nella scienza del giusto e dell’utile, nella fratellanza operosa, in cui sta tutta l’italica speranza. Coloro che ebbero mano nelle vicende, coloro se non altro che patirono immediatamente, amano rivelarsi ai posteri, giustificare sè, accusare altrui: donde fra gli stranieri quell’infinità di memorie e di racconti contemporanei, che riaprono la feconda sorgente delle reminiscenze. Pochissimi da noi, fra’ quali levarono fama il fiorentino Laugier e il milanese Vacani descrivendo le battaglie napoleoniche. Appartengono alla polemica più che alla storia i racconti parziali delle vicende del 1821, del 30, del 48, e le tante della successiva trasformazione.
Adulterare di proposito la storia non è che di pochi sicofanti; ma l’impressione che sul lettore è prodotta dalla vista delle cose attuali e la forza delle opinioni correnti, false o vere, generose od abjette, trasfigurano i fatti all’occhio che più vantasi spassionato: e chi abbracci abbastanza cose per essere imparziale, nutra virtù sufficiente per dar merito ai nemici e torto agli amici, e proclamare le virtù che giovino in ogni luogo e tempo, infondendo benevolenza e tolleranza colla certezza di non ottenere per sè nè questa nè quella, raro sorge fra noi. Ecco perchè al giorno della prova ci trovammo tanto minori di noi, e vagammo nelle astrazioni per difetto d’esperienza, disposti a gittar via le buone armi per afferrare le cattive.
Sulla filosofia della storia entrò di moda, principalmente fra’ Tedeschi, d’inventare sistemi, deducendone l’andamento dalle leggi dell’intelletto umano, talvolta sino a negare la libertà morale. Allora fu resuscitata la gloria del nostro Vico: alcuni vi tentarono qualche novità, e singolarmente il napoletano Janelli, e bizzarramente Giuseppe Ferrari.
Dall’indipendenza individuale, vagheggiata nel secolo scorso, il nostro era passato a proclamare l’importanza della sociale convivenza, nè fuori di questa potere effettuarsi le condizioni del progresso, mentre in questa anche i supposti disordini appajono o beni o il minor male. Quindi venerazione al senso comune; e quindi migliore intelligenza nelle varie età, tutte connesse colle antecedenti e colle susseguenti; quindi a fatti che sembrano stranianze ed eccezioni, trovata ragione nei tempi e nelle concatenazioni; i legislatori e i filosofi non essere isolati, non onnipotenti formatori d’una civiltà, ma efflorescenza naturale d’un dato stadio di forme civili e sociali, che gradatamente promuovono il progresso dell’individuo nel progresso dell’intera società. Nei fatti particolari non s’ha dunque a voler rinvenire il bene immediato dell’individuo, ma spiegare le vie per cui il genere umano anche errando s’avvicina alla migliore attuazione del vero, del bello, del buono, librandosi tra la violenza logica dei radicali riformatori, e l’ottimismo indolente de’ fatalisti. La storia non fermasi ad alcuna parte distinta dello spazio e del tempo, ma all’intero andamento del genere umano con certe leggi, non intese eppure intravvedute, per cui le quistioni più particolari si annettono alle supreme, e a quelle che pajono metafisiche speculazioni.
Pertanto un Italiano, che da un pezzo guardava ai passi dell’umanità anche fuori di paese, si persuase che tutte le verità importanti alla vita si racchiudono nella storia, scienza generale e non isolata, e dapprima storicamente furono e possono essere enunciate; che nè un individuo nè una nazione si può conoscere appieno se non si studii in tutta la serie della sua vita; che la moralità de’ fatti privati e pubblici deriva dalla conoscenza delle circostanze, nè queste possono abbracciarsi se non nel complesso delle cose che precedettero e seguirono; mentre restringendosi a un punto solo, si distruggono la ragione storica e la ragione umana. Ebbe dunque l’ardimento o la temerità di riassumere in una storia universale quello che sui singoli punti di essa aveano discusso e pronunziato nostrali e forestieri, e darvi non solo esterna simmetria, ma intima unità, seguitando il genere umano che tutto insieme migliora di continuo, sotto la guida della Provvidenza: e quel progresso additò nelle idee, nelle dottrine, nei sentimenti, nell’acquisto di libertà e di dignità; perciò studiando in complesso le scienze, le religioni, le arti, le costumanze; procurando si apprezzasse il passato senza voglia di rifarlo, non si guardasse il medioevo come un grande abisso fra due mondi[262], negando conservasse e producesse germi di civiltà, ma non pretendendo trovarveli appieno svolti e maturati; insomma si riponesse l’uomo al posto dove i filosofisti aveano collocato delle astrazioni. In conseguenza notabili riuscirono i giudizj ch’ei portava sugli uomini, collocandoli in mezzo alle circostanze e alle idee del loro tempo, eppure in ogni età e luogo raffrontandoli alla morale indefettibile, e deducendone la ragione filosofica e il criterio morale. Anche artisti e letterati circondando di ciò che doveva ispirarli, non li valutava soltanto secondo la bellezza formale, ma stimando gli antecedenti passi dello spirito, le tendenze verso il futuro, il nuovo impulso che ciascuno aggiunse all’impulso continuo provvidenziale.
Chiedeano i grandi dottori: A quale scuola appartiene egli? è novatore o retrivo? perchè tanto rumore? come si elevò senza il nostro voto, senza incensare agli idoli che giorno per giorno noi gridiamo immortali e domani sotterriamo? porta un metodo o una dottrina? è una scoperta?
Era la perseveranza di cercare la verità, la buona fede in riconoscerla, la franchezza in esporla tutt’intera e complessiva, senza timore di nemici, e, ciò che più costa, senza connivenza ad amici. Considerata come evoluzione dello spirito universale nel tempo, e in particolare come progresso della coscienza della libertà, la storia diveniva opera di morale e politica più che di letteratura: e in fatto quelli che si proposero con dottrina e coerenza di mettere quell’opera nel fango o sul piedistallo, tolsero appunto di mira i suoi giudizj. Nuovi o no che fossero, giusti o meno, traevano vigore dall’essere per la prima volta applicati non a fatti e personaggi singoli e speciali, ma all’intera storia; la quale ordendosi sulla conoscenza della natura dell’uomo, sull’efficacia delle istituzioni e dei fatti nella condizione dei popoli, non destava minore interesse al tempo di Cesare e di Confucio, che a quello di Napoleone e di Saint-Simon.
A noi non pareva che, d’una scuola che ora udiamo compassionare come sfruttata e «immiseritasi nella religione e nella morale», riuscirebbe compiuto il quadro se non avessimo accennato a un’opera, la quale (non essendosi comprata l’impunità con forme elastiche ed espressioni mitigate a norma del giusto mezzo che si pretende) aperse campo a rumorosi dissensi, produsse critiche più voluminose di essa, ma i cui sentimenti e l’esempio non rimasero inefficaci neppure su quelli che la rinnegavano. Se non che l’autore, mentre conosceva come si abbia diritto di chiedere ad un libro la trasparenza d’ogni frase, la precisione d’ogni pensiero, la sicurezza d’ogni giudizio, affinchè, lucido e ardente, ispirato dalla passione, temperato dalla ragione, rechi lume all’intelletto, calore al sentimento, rinforzo alla volontà, sentiva quanto ad adempiere tali doveri lo rendessero impotente il suo ingegno, il suo isolamento, i suoi contemporanei.
Chi ci trovasse o ingrati agli antecessori o malevoli ai successori, voglia indicarci perchè, non dirò non li lodino, ma non se ne valgano gli stranieri; perchè quivi stesso si ricevano così scuratamente i lavori nazionali, mentre con deplorabile leggerezza si traduce ogni miseria che sgorghi di Francia[263]; perchè alcuni sfacciati od ignoranti osino asserire il falso, addurre testi bugiardi, documenti sfigurati, e ottengano assenso dai giornali e persino reputazione di eruditi; perchè sì rara s’incontri quella critica che ricostruisce il passato vagliando le sodezze del vero dalla pula dell’immaginazione e dell’arbitrio, dai miti e dalle frodi. Italia aspetta ancora lo storico, il quale la metta sulle vie che solo possono convenirsi all’avvenire, colle maschie melanconie; con quel coraggio tranquillo che sa dare torto anche alle persone ed ai partiti che venera; ed affrontando i pericoli della sincerità, maggiori in paese che non c’è avvezzo, e dove la tribuna è riservata ai sofisti, non guarda quali simpatie e quali rancori ecciterà, non teme applausi che gli varranno calunnie, nè dissensi che gli varranno la persecuzione dei forti o la denigrazione de’ gaudenti, de’ quali è legge l’esagerazione e vanto l’astrazione inapplicata.