NOTE:
[1]. Il decreto 17 giugno 1791 dell’Assemblea Costituente contesta che le persone della stessa professione possano avere interessi comuni.
[2]. Napoleone Buonaparte, allora tenente d’artiglieria, scriveva contro costui: — O Lameth, o Robespierre, o Pétion, o Volney, o Mirabeau, o Barnave, o Bailly, o Lafayette, ecco l’uomo che osa sedersi al vostro lato. Grondante del sangue dei fratelli, lordo d’ogni specie di delitti, presentasi sotto l’abito di generale, iniqua ricompensa de’ suoi delitti; osa dirsi rappresentante della nazione egli che la vendette, e voi lo soffrite! osa alzar gli occhi e tender le orecchie a’ vostri discorsi, e voi lo soffrite! Non è la voce del popolo, ma sol quella di dodici nobili ch’egli ebbe. Ajaccio, Bastia, la più parte de’ contorni han fatto della sua effigie quel che avrebbero voluto fare della sua persona».
[3]. Cum omnibus regni incolis enixissime gratulamur de egregia comparata sardo nomini regnoque nunquam interemtura gloria. Breve 31 agosto 1793.
[4]. Quelle intenzioni ci sono rivelate dall’elogio del Semonville, recitato alla Camera dei pari il 7 febbrajo 1840. Era con essi Montholon, che avea fatto le prime armi in Corsica sotto Buonaparte, e dovea poi raccorne l’ultime parole a Sant’Elena.
[5]. Allocuzione 17 giugno 1793.
[6]. Il contado Venesino era appartenuto a Raimondo VII di Tolosa, il quale, sospettato d’eresia e scomunicato da Gregorio IX, per sottrarsi a Luigi XVIII di Francia rassegnò le terre di là del Rodano al papa, che tenne quel contado. I re di Francia più volte l’aveano reclamato invano: or ecco il popolo stesso vuole staccarsi dal papa per darsi alla rivoluzione. Subito si trovarono divisi fra patrioti e papisti: Carpentras, gelosa d’Avignone, non volea unirsi a lei per non esserle sottoposta, e pretendeva esser capo di dipartimento, e cominciossi ad assassinare d’ambe le parti; gli Avignonesi v’entrano armati, e si canta il Tedeum; Carpentras respinge gli assalitori, per tutto si uccide, si beve il sangue, si mangia la carne de’ nemici. Si manda a domandar la fusione: allora l’Assemblea e tutti i circoli di Parigi prendono parte per gli uni o per gli altri. In queste fusioni un Governo non insano sa sopire l’avidità del momento per addomandarsi se un popolo abbia diritto di disporre di sè e di cangiare la propria amministrazione, e a che porterebbe un tal diritto applicato a tutti. Menou agitò tal quistione davanti all’Assemblea, e conchiuse che i Venesini e gli Avignonesi n’aveano il diritto secondo il sistema antico quando la Francia non era una; cessava dacchè, messisi in rivoluzione, volontariamente eransi legati a un patto sociale con tutti. S’apersero dunque i registri; e quelle quarantacinque leghe quadrate di paese, così opportunamente situate fra il Rodano e i dipartimenti della Drôme e delle Basse Alpi, furono aggregate alla repubblica. Ma Liancourt mostrava che è impossibile accertar il voto della pluralità durante la guerra civile; Mably, che a spogliar il papa non v’avea nè generosità nè giustizia; Jessé, che abbastanza litigi religiosi agitavano la Francia; Malouet, che la Francia accettando Avignone sgomentava tutt’Europa: e per quanto Robespierre, Goupil, Pétion sostenessero il contrario, l’Assemblea dichiarò che «Avignone e il contado non formavano parte integrante della Francia». Avignone era stata venduta al papa per ottantamila fiorini: acquisto regolare dunque, ma pretendeasi infirmarlo perchè Giovanna aveva ereditato la contea di Provenza come inalienabile, e di tenerla tale avea giurato ella stessa; perchè era in età minore; e perchè è «da supporre avesse operato per comprare dal papa l’assoluzione». Intanto però la guerra civile menava sterminio in quei paesi; i faziosi scannavano chi repugnasse, e insistevano presso la repubblica perchè li ricevesse nella gran famiglia; talchè finalmente l’Assemblea li accettò, benedetta da quei ch’erano stanchi di tante stragi. Ma non cessarono per questo, e i bravi briganti dell’armata di Valchiusa, com’erano intitolati nei proclami, esercitarono ogni peggior misfatto: avendo un commissario voluto rapire i pegni del Monte di pietà e i voti alla Madonna, il popolo lo trucidò; e lo spaventevole mulattiere Jourdan, il quale una volta tagliò tutte le dita d’un nemico, e se le pose in bocca un dopo l’altro a guisa di sigaro, lo vendicò con centinaja di vittime, che invece di sepolcro furono buttati a riempiere una ghiacciaja.
Questo da Luigi Blanc e dal Michelet è dato tra i fatti che mostravano «la potente attrazione, il sorprendente effetto del poter morale esercitato dalla rivoluzione francese», una gloriosa conquista non della forza, ma dello spirito nuovo. Blanc sopra tutto dice che «bisogna confessare che la dominazione di Roma non presentava nulla che di ben tollerabile»; e domandandosi perchè dunque gli Avignonesi avessero voluto essere alla Francia, esclama: — Oh prestigio del diritto vittorioso! o potenza per sempre santa della giustizia sopra gli uomini».
[7]. Secondo una dissertazione di Depoisier, inserita nell’Investigateur del 1855, le relazioni sopra quella campagna sono molto inesatte. Tutti i documenti d’allora attestano la meraviglia de’ Francesi per l’inattesa ritirata, e Lebrun, ministro degli affari esteri, scriveva a Montesquiou: La retraite subite des troupes du roi de Sardaigne, et ce qu’il peut avoir concerté avec les Suisses, donnent lieu à tant de réflexions, qu’on ne peut trop multiplier les précautions.
Prese parte a quella spedizione il famoso conte Giuseppe De Maistre, e scrisse un’Adresse de quelques parents des militaires savoisiens à la Convention Nationale, ove, dopo detto che le truppe dans une honorable impatience attendaient le moment de signaler leur valeur, soggiunge: Mais il était écrit que leur bonne volonté devait être inutile: il fallut s’éloigner sans combattre. Tirons le rideau sur des événements inexplicables, et surtout gardons-nous d’insulter l’honneur. Le courage malheureux et trompé doit exciter dans tous les cœurs bienfaits une compassion respectueuse, fort éloignée du langage adopté par tant d’hommes inconsidérés.
Con De Maistre militava pure il marchese Enrico Costa de Beauregard, che scrisse un ragguaglio di quella spedizione, poi i Mémoires historiques sur la Maison de Savoie (Torino 1816), e altre opere, fra cui merita attenzione il Saggio sull’eloquenza militare. Nella spedizione del 94 perdette suo figlio Eugenio, e De Maistre ne scrisse quel bellissimo Discours à madame la marquise de C... sur la vie et la mort de son fils lieutenant au corps des grenadiers royaux.
Sull’Investigateur di Parigi (1856 giugno: luglio...) comparvero alcune memorie sulla situazione della Savoja e sull’occupazione di Montesquiou. Allora il paese contava 402,724 abitanti, e ventimila migravano; le imposte salivano a due milioni e mezzo di lire tornesi; il sale a due soldi la libbra. Costa de Beauregard, Mém. historiques precitate, vol. III.
[8]. Come Mazzini a Carlo Alberto, così l’ex-marchese Gorani scriveva consigli a Vittorio Amedeo. Dipingeagli la sua posizione, e come quattro occasioni avesse avuto Casa di Savoja d’ingrandirsi: sotto il Conte Verde impadronendosi della Francia, sotto Carlo III profittando della Riforma, sotto Carlo Emanuele valendosi dei disastri di Maria Teresa, e adesso. «Perchè si vedono nel Canavese e fin alle porte di Torino tante sodaglie? perchè ricusò i progetti di canali navigli e d’irrigazione? perchè non accettò l’offerta de’ Ginevrini di render navigabile l’Arve, e così utilizzare le selve della Tarantasia? perchè invece volle favorire quegli otto o dieci signori che non voleano veder deprezziate le loro foreste del Sciablese? perchè abbandonar l’isola di Sardegna a vicerè e preti che ne scemarono la fertilità e la popolazione? E tutto ciò potea farsi colla metà del denaro sprecato in ricompense a indegni, in costruzioni inutili, in una Corte trista, in un compassionevole esercito, in inutili ambasciadori». E qui s’avventa contro il servidorame grande e piccolo, gli esuberanti uffiziali, le fastose ambascerie, le grandi cariche, e peggio gli ecclesiastici, dei quali non rifina di sparlare. «Con ciò, con tanti biglietti di banco senza ipoteca ruinò le provincie, mentre, se le avesse prosperate, sarebbero l’asilo di tutti i malcontenti d’Europa, e il Milanese si getterebbe nelle sue braccia». Lo sconsiglia dal romper colla Francia, potenza tanto maggiore e con eserciti invincibili; «ritiri dunque le truppe dai confini, congedi le austriache, si dichiari neutro negli affari di Francia, altrimenti non avrà che accelerato la sua ruina».
Pensate quel che costui diceva al papa in un altro indirizzo!
[9]. Kellermann il 1º luglio 1795 si lagna con Devins perchè i soldati austriaci infierissero contro i prigionieri e i vinti, sin a tagliarli a pezzi. Devins risponde che ciò è contro i suoi ordini; mais vous savez que nous avons des corps francs et d’autres troupes, en partie sujets turcs, et en partie des confins de la Turquie: vous savez que, par leur éducation, ces peuples sont beaucoup plus cruels que toutes les autres troupes de l’Europe. Pinelli, Storia militare del Piemonte, documento IV. Kellermann fu poi chiamato a Parigi a giustificarsi dell’umanità usata verso i Lionesi, e gli sottentrò Dumas.
Il libro Victoires et conquêtes des armées françaises esagera stranamente la forza degli eserciti nemici ai Francesi; e per esempio nel 1795 dà all’esercito austro-sardo centomila Piemontesi, quarantacinquemila Tedeschi e cinque in seimila Napoletani, mentre in tutto giungeano appena ai cinquantamila. Così esagerate vi sono sempre le perdite dei nostri.
[10]. «Lo spettacolo dell’armata (quand’entrò in Milano) facea stupore a chi ha conosciuto quelle di Federico. Accampavano i Francesi senza tende, marciavano senza compassata forma; erano vestiti di colori diversi e stracciati; alcuni non aveano armi; pochissima artiglieria; cavalli smunti e cattivi; stavano in sentinella sedendo; anzichè d’un esercito, avean l’aspetto d’una popolazione arditamente uscita dal suo paese per invadere le vicine contrade. La tattica, la disciplina, l’arte cedevano costantemente all’audacia e all’impegno nazionale d’un popolo che combatte per se medesimo, contro automi costretti a battersi per timore del castigo». Pietro Verri mss.
[11]. Il maggior elogio di Ercole III di Modena sta nella Memoria che Giambattista Venturi scrisse intorno alla vita del marchese Gherardo Rangone, che fu ministro di quel duca (Modena 1818). Annovera tutti i miglioramenti che esso introdusse nel ducato.
[12]. Vent’anni appresso, nella calma della sfortuna, Napoleone descriveva la punizione di Pavia, e come n’avesse concesso ai soldati il sacco per ventiquatt’ore; dopo tre ore le grida della popolazione gliel fecero sospendere, attesochè aveva soli mille cinquecento soldati: se n’avesse avuto ventimila, avrebbe lasciato intero il castigo. Mémoires de Sainte-Hélène, tom. IV. p. 280.
[13]. Il Gianni era fuggito da Roma dopo l’assassinio di Bassville col Salfi, che su questo fatto compose un poemetto. A Firenze il Gianni improvvisava colla Fantastici; e l’Alfieri ammirandolo diceva però che quello non era improvvisare, ma un comporre in fretta, alludendo al suo lento declamare.
[14]. Notificazione del comitato centrale di polizia, 14 brumale, anno V.
[15]. Vedasi Mémoires et correspondance du roi Joseph. Parigi 1853. Al 10 dicembre Buonaparte scriveva a questo: — La pace con Parma è fatta. Torna al più presto; metti sesto ai nostri affari domestici, principalmente alla nostra casa (in Corsica), che per tutte le evenienze desidero sia capace e degna d’esser abitata: bisogna rimetterla nello stato di prima, attaccandovi l’appartamento d’Ignazio».
[16]. Correspondance de Bonaparte, tom. II. p. 518.
[17]. Il pittore Gros ricusò le offerte de’ Perugini, pur promettendo levare sol due o tre quadri.
[18]. Era console allora Antonio Onofrio, sul cui mausoleo nella pieve fu poi scritto Patri patriæ.
[19]. Raccolta cronologica dei documenti veneti, tom. II. part. II.
[20]. Forfait, nell’Extrait d’un Mémoire sur la marine de Venise, espose le forze di questa al suo cadere; ma più attendibile ci pare il quadro esibito dal Tonello nelle Lezioni intorno alla marina, Venezia 1829, e ch’è siffatto:
| Vascelli da 70 cannoni | Nº | 10 |
| Vascelli da 66 | » | 11 |
| Vascelli da 55 | » | 1 |
| Fregate da 42 a 44 | » | 13 |
| Fregate da 32 | » | 2 |
| Galere | » | 23 |
| Bombarde | » | 1 |
| Cutter | » | 2 |
| Barche cannoniere, armate di un cannone da 4, e quattro da 6 | » | 16 |
| Brich da 16 a 18 cannoni | » | 3 |
| Golette da 16 | » | 1 |
| Galeotte da 30 a 40 remi | » | 7 |
| Sciabecchi | » | 7 |
| Feluche | » | 5 |
| Barche obusiere armate con due obici da 40 o da 50, e quattro cannoni da 6 | » | 31 |
| Galleggianti sulle botti, armati con due cannoni da 30 | » | 10 |
| Passi, armati d’un cannone da 20 o quattro da 6 | » | 40 |
| Batteria galleggiante di sette cannoni da 50 sul perno, detta Idra | » | 1 |
Baraguay-d’Hilliers, il 16 maggio 1797, scriveva a Buonaparte: — Ho visitato l’arsenale, e l’ho esaminato minutamente; è uno de’ più belli del Mediterraneo, e c’è dentro ogni cosa a proposito per armare in due mesi e colla spesa di due milioni un’armata da sette ad otto vascelli da settantaquattro, sei fregate da trenta a quaranta, e cinque cutter. C’è un’immensa artiglieria sì di ferro che di bronzo, fonderie, legnami, una corderìa superba, cantieri sommamente belli. I fondachi sono zeppi di legnami, di canapa, di ferro, di catrame, di sartiame e di tele. Ci sono circa due mila fucili, seimila pistole d’arcione, e pezzi per montarne altri assai, e tutti i lavorieri sono nel massimo buon ordine».
Nell’arsenale aveasi una preziosa raccolta d’armi vecchie; e parchi di ben 5293 bocche da fuoco, delle quali 1518 di bronzo; inoltre ne’ forti di Venezia, di terraferma, di Levante e sulle navi, non contando le piazze dell’Istria, della Dalmazia, dell’Albania, v’erano pezzi 4468, di cui 1925 di bronzo. Vedasi da ciò quale depredamento fecero gli avvicendati conquistatori.
Dopo tanto rubare che fecero i Francesi, dopo aver mantenuto diciotto mesi l’esercito, collo sperpero che si suole, l’erario veneto potè sussidiare tutte le città di terraferma più devastate dai Giacobini, e diede per provvedere l’esercito francese a
| Verona | ducati | 2,070,026 |
| Brescia | » | 200,010 |
| Padova | » | 800,781 |
| Vicenza | » | 52,332 |
| Crema | » | 21,000 |
| Feltre | » | 7,000 |
| Treviso, Belluno, Ceneda, Cadore, Pordenone | » | 91,026 |
| Cividal del Friuli | » | 4,000 |
| Oderzo | » | 5,000 |
| Asolo | » | 10,000 |
| Conegliano | » | 39,000 |
| Bassano | » | 70,976 |
Quadro economico delle rendite straordinarie, percepite dal veneto aristocratico Governo dal 1º giugno 1796 fin al cadere dell’aristocrazia. Italia 1799.
Sei erano le grandi confraternite di Venezia, dotate di amplissimi privilegi, e che dai ricchi erano lasciate amministratrici de’ legati che istituivano pei poveri. L’annuale loro guardian grande avea dignità pari ai procuratori di San Marco. La più insigne era quella di San Rocco, che disponeva dell’annua rendita di sessantamila ducati in beneficenze, massime pei carcerati e gli appestati. In tempo di guerra mantenea molti soldati ai servigi della repubblica; per questa si fece garante di un prestito di sei milioni di ducati; avea ottocentomila ducati a censo nella zecca; e negli ultimi disastri diede diciottomila oncie d’argento, un dono di cinquantamila ducati, e garantì la repubblica per un prestito di ducati ducentomila. Tutto perdette nella rivoluzione.
[21]. Mémoires de Sainte-Hélène.
[22]. Mutinelli ebbe la pazienza di notare che, negli otto giorni che i quaranta elettori stettero in conclave per eleggere l’ultimo doge, si spese in pane, vino, olio, aceto lire 129,421; in pesce 24,410; in carni, polli, selvaggina 23,360; in salami, salciciotti, prosciutti 3980; in confetti e candele di cera 47,660; in vini, caffè, zuccaro 63,845; in frutti, fiori, condimenti 6314; in masserizie da cucina, legna, carbone 31,851; per guasto di mobili noleggiati 41,624; per spese minute 108,910; stuzzicadenti 25: tabacco 4931; carte da giuoco 200; altri giuochi 606; berrette di notte 506; calze e borse di seta nera per la coda 64; tabacchiere 3067; pettini 2150; essenze 182.
[23]. Avea promesso salvar Venezia se gli pagassero ducentomila ducati; Buonaparte sventò il negozio, e Venezia perì. Ma l’ambasciadore Querini aveva già emesso obbligazioni per quei seicento mila franchi, e caduta Venezia, non potè pagarle, onde fu messo prigione a Milano, ma riuscì a fuggire.
[24]. Leggendo la Correspondance inédite di Napoleone col Direttorio, ogni onest’uomo freme al vedere que’ disegni prestabiliti d’iniquità, che appena sarebbero compatibili nel calore della guerra; e gl’Italiani sempre vilipesi come la peggior canaglia: Venise va en décadence depuis la découverte du cap de Bonne Espérance et la naissance de Trieste et d’Ancône; elle peut difficilement survivre aux coups que nous venons de lui porter; population inepte, lâche, et nullement faite pour la liberté. Sans terre, sans eau, il parait naturel qu’elle soit laissée à ceux à qui nous donnons le continent. Nous prendrons les vaisseaux, nous dépouillerons l’arsenal, nous enlèverons tous les canons, nous détruirons la banque, et nous garderons Corfou et Ancône. 26 maggio 1797.
[25]. Il maresciallo Marmont nel vol. I, p. 36 delle sue Memorie (Parigi 1857), racconta che i Veneziani mandarono Dandolo ed altri al Direttorio per lamentarsi del turpe mercato di Buonaparte, e che questo, prevedendo come un tal passo sarebbe stato la sua ruina, spedì Duroc dietro alla deputazione, e se la fece condurre a Milano. J’étais (soggiunse) dans le cabinet du général en chef quand celui-ci les y reçut: on peut deviner la violence de sa harangue. Ils l’ecoutèrent avec calme et dignité, et quand il eut fini, Dandolo répondit. Dandolo, ordinairement dénué de courage, en trouva ce jour-là dans la grandeur de sa cause. Il parlait facilement: en ce moment il eut de l’éloquence. Il s’étendit sur le bien de l’indépendance et de la liberté, sur les intérêts de son pays et le sort misérable qui lui était réservé; sur les devoirs d’un bon citoyen envers sa patrie. La force de ses raisonnements, sa conviction, sa profonde émotion agirent sur l’esprit et sur le cœur de Buonaparte au point de faire couler les larmes de ses yeux. Il ne répliqua pas un mot, renvoya les députés avec douceur et bonté, et, depuis, a conservé pour Dandolo une bienveillance, une prédilection qui jamais ne s’est démentie: il a toujours cherché l’occasion de le grandir et de lui faire du bien: et cependant Dandolo était un homme médiocre: mais cet homme avait fait vibrer les cordes de son âme par l’élévation des sentiments, et l’impression ressentie ne s’effaça jamais. Celui qui pouvait éprouver de pareilles émotions, et garder de semblables souvenirs, n’était pas assurément tel que tant de gens ont voulu le représenter.
Questo Dandolo non appartiene all’antica nobiltà: era un chimico, che salì poi ad alti posti ed ebbe il titolo di conte come senatore del regno.
[26]. Credesi da molti fosse un prezioso documento di storia italiana; ma realmente era un almanacco della nobiltà che stampavasi ogni anno. Fra le mille prove del disprezzo in che si presero allora le cose patrie, racconterò che i dogi portavano un anello come distintivo di lor dignità, e il giorno dell’Ascensione lo buttavano in mare, ma legato a una cordicella con cui si ritirava. Quello del doge Manin aveva sul diritto l’impronta stessa dello zecchino, e sul rovescio lo stemma della casa. Al momento della caduta della repubblica l’aveva il cavaliere del doge, cioè il capo degli scudieri, e andò a venderlo a un orefice per censessanta lire venete. Trovossi chi lo ricomprò, e finì nel tesoro imperiale di Vienna. Il doge Manin lasciò centomila ducati da adoprarsi a mantenere pazzi e figliuoli abbandonati, pei quali dura col suo nome uno de’ meglio ordinati istituti.
De’ capi d’arte tolti a Venezia è il catalogo nel Mutinelli, Ultimi cinquant’anni, pag. 226. Dei preziosissimi ornati del famoso breviario Grimani la più parte andò perduta: il bassorilievo rappresentante le suovetaurilia è rimasto nel museo del Louvre. Nelle altre città si fece altrettanto; ma qui noi vogliamo notare soltanto gli undici preziosi manoscritti, tolti dalla biblioteca di San Daniele nel Friuli. Da Verona Buonaparte tolse la raccolta d’ittioliti del conte Gazzola.
[27]. Berthier scriveva al Direttorio: Je n’ai pu réussir, COMME VOUS M’EN AVIEZ CHARGÉ par votre lettre, à enlever à Venise la fabrique des marguerites.
[28]. Or ora il conte Ermanno Lanzi di Zacinto stampò la storia della dominazione veneta nelle isole Jonie, περὶ τῆς πολιτικῆς καταστάσεως τῆς Επτανῆσου ἐπὶ Ἐνετῶν. Atene 1856.
[29]. A Campoformio fu messa la statua della Pace, di Comolli, che poi fu trasferita sulla piazza Contarena di Udine.
[30]. Lettera del 5 messidoro anno IV.
Quando si pretendeva da tutti gl’impiegati il giuramento d’odiare i tiranni, esso astronomo scrisse al cittadino Baldironi commissario del Direttorio esecutivo della repubblica Cisalpina presso il dipartimento dell’Olona: — Barnaba Oriani stima e rispetta tutti i Governi ben ordinati, nè sa comprendere come, per osservare le stelle ed i pianeti, sia necessario di giurare odio eterno a questo o a quel Governo. Egli è stato in età di ventitre anni impiegato nella specola di Brera da un Governo monarchico, e si acquistò qualche nome in questa professione coi mezzi che gli vennero dal medesimo Governo accordati per vent’anni continui. Sarebbe dunque il più ingrato degli uomini se ora giurasse odio a chi non gli ha fatto che del bene. Pertanto egli dichiara che, non potendo giurar odio al Governo dei re, si sottomette alla legge che lo priva del suo impiego alla specola di Milano, e malgrado questo castigo, non cesserà mai di fare i più fervidi voti per la prosperità della sua patria».
Scarpa pure fu dimesso per lo stesso titolo: ma quando Buonaparte andò a visitare l’Università, chiese di lui, e udito il motivo della sua rimozione, — E che? le scienze son esse d’alcun partito? A qualunque appartengano, i grand’uomini devono essere onorati»
Dell’Oriani stesso si ha una lettera al Pioltini ministro di polizia, del 22 piovoso anno VII, ove, a nome suo, del Parini, del Reggio, del Brambilla, si lagna delle prepotenze che ai professori di Brera usava un uffiziale della guardia nazionale per obbligarli a montar la guardia, e a pagar doppia tassa come così detti preti.
[31]. Il 1º giugno 1797, cioè nel maggior parossismo repubblicano, Buonaparte, discorrendo con Melzi e col conte Miot de Melito, diceva: «Credete ch’io trionfi in Italia per la grandezza degli avvocati del Direttorio, dei Carnot, dei Barras? Credete sia per fondar una repubblica? che idea! una repubblica di trenta milioni d’uomini, coi costumi nostri e i nostri vizj! Possibil mai? È una chimera de’ Francesi, ma che passerà come tante altre. Essi han duopo di gloria, di soddisfare la vanità, ma della libertà non s’intendono un’acca. La nazione ha bisogno d’un capo: capo illustre per la gloria, non delle teoriche di governo, delle frasi, dei discorsi di ideologhi. Diansi loro dei balocchi, e basta: si spasseranno e lasceransi guidare, purchè si dissimuli la meta a cui sono incamminati». Mém. du comte Miot de Melito, tom. I. p. 163.
[32]. Di que’ Governi esponemmo i disordini nella Storia della città e diocesi di Como, lib. IX.
[33]. Quelle pazzie venivano così riferite dal cittadino Poggi alla Società di pubblica istruzione di Milano: — Il popolo tutto ondeggiava nelle dolcezze, ai puri repubblicani serbate, se il truce oligarca si tragga, che in segreto angolo appiattato mordeva forse la polvere, vedova rimasta del mal seminato oro fatale; quando improvvisa fama annunzia clamorosa, che nel quartiere di Prè, creduto per influsso molesto il men democratico, si è innalzato il primo albero di libertà per mano del popolo esultante. Fu questa una voce creatrice: in un istante comparvero alberi su d’ogni piazza, entro poche ore parve Genova un bosco, e, meraviglia ai presenti ed ai lontani popoli, più di cento ne sursero lo stesso giorno! I sermoni dettati dall’eloquenza repubblicana si udivano per le vie tutte e appiè degli alberi, e varj d’abito e di colore i ministri del culto peroravano collo zelo maggiore la causa del popolo; ben diversi da quegli impostori, che non bramando esser utili, anzi cercando di nuocere alla pubblica cosa, protestano di non volersi immischiare in oggetti politici.
«I pranzi repubblicani, tanto opportuni per nodrire il piacere dell’eguaglianza, e per stringere i nodi della fraternità, erano pubblici, e senza numero moltiplicati: i suoni di numerose bande, gl’inni ed i balli patriotici e marziali, che allumarono in Francia il fuoco della libertà, e scossero i debellatori dei re, condivano le mense di non mai gustate dolcezze: i saporosi brindisi alla morte de’ tiranni, alla salute della patria, alla libertà dell’Italia, alla memoria del liberatore de’ popoli Buonaparte, si rispondevano all’unissono da mille canti.
«L’ora s’accostava intanto, in cui il popolo ligure dovea dar prova dell’odio profondo che nodrir denno i figli di Bruto contro ogni ombra di tirannia: quindi abbattutosi egli nelle due statue colossali dei tiranni Doria, animato dal genio siracusano, a cui l’immortale Timoleone fu padre, le diroccò, le stritolò, le teste e le braccia ne appese all’albero della salute, e alcuni pezzi del busto ne destinò a formar patere e vasi per la Dea Cloacina.
«Sul declinare del giorno il popolo sovrano richiese l’esecrabile libro d’oro: si tentò d’ingannarne l’ordine assoluto colla esibizione di altri libri: era già pronta la pubblica vendetta, se i veri originali in cinque volumi non venivano immediatamente consegnati. Un decreto del nuovo Governo consolò il popolo, e que’ libri, che come in Roma i sibillini, si tenevano in venerazione, furono con universale esecrazione lacerati ed arsi solennemente all’Acquaverde in presenza di venti e più mila cittadini. Ma chi descriverà colle tinte della natura la brillante energia, i vivi trasporti e la nobile fierezza, onde fu accompagnata la gloriosa impresa? Le ceneri furono consegnate ai venti, che le recarono sul mar Tirreno, onde confonderle con quelle del libro d’oro pochi dì prima abbrugiato sulle adriatiche Lagune, che sull’ale di altri venti si trasportavano alla cumea voragine d’Acheronte.
«Popolo lombardo che belle lezioni repubblicane!
«Nuovi canti, nuovi balli, nuove grida di tripudio chiusero quest’illustre giornata, che viverà eterna nella memoria de’ liberi nipoti».
[34]. Moniteur, anno VI, nº 167.
[35]. Per le incertezze che accompagnano ogni minaccia di guerra, il debito pubblico di Roma era ingrossato sotto Pio VI, che fece cavare da Castel Sant’Angelo scudi cinquecento mila del fondo di riserva, che diceasi tesoro di Sisto V; fece prestiti, levò per venti milioni sui beni ecclesiastici, impose tasse; chiese la volontaria consegna degli ori e argenti, che salirono, per parte de’ privati, a scudi 560,438; del monte di Pietà a 962,102; della casa di Loreto a 179,517. Per l’armistizio di Bologna si dovette dare ai Francesi quindici milioni in denaro, e quasi sei in merci e animali, onde si fecero pegni e debiti e si vendettero molte proprietà: undici milioni si ebbero da gioje del tesoro pontifizio: sicchè in quattro mesi lo Stato papale pagò trentadue milioni di franchi: e al 1797 avea il debito di settantadue milioni di scudi, non compresi i debiti delle comunità, mentre era ridotto a soli 1,700,000 abitanti. Dal solo tesoro di Sisto V (che allora fu vuotato) si mandarono alla zecca 3155 libbre d’oro: i cardinali dovettero dare le mazze d’argento dorato, da cui si faceano precedere nelle funzioni, e dove il lavoro superava la materia. La succeduta repubblica mandò tutto a sconquasso.
Oltre i libri levati alla Biblioteca Vaticana e i quadri e le statue, si tolse un ricchissimo medagliere di numismi antichi e moderni, spesso donati dai regnanti, o comprati da diversi papi, fra’ quali il medagliere Albani con 323 medaglioni d’imperatori di gran modulo, quel dei Carpegna con 175 medaglioni; quel di Clemente XIV colla serie degl’imperatori e delle famiglie romane in numero di 1261 in argento, e 1989 di altri popoli e città in argento e bronzo; altre 737 da Giulio Cesare a Probo; e la serie dei papi: 200 stupendi cammei, insignemente legati in oro, una croce pettorale gemmata, un prezioso vaso d’oro, 105 cammei della regina Cristina illustrati da Sante Bartoli; un ricchissimo forziere regalato da Maria Teresa colle sue medaglie in oro.
Inoltre da Roma si portarono via moltissimi reliquiarj preziosi, e principalmente da Santa Croce di Gerusalemme; e da Santa Maria Maggiore la lunga cassa d’argento, in cui Filippo IV avea fatto chiuder gran parte del presepio; dalla basilica lateranense due grandi busti d’argento giojellati.
Fu pure tolto un famoso ostensorio, che la casa Doria Pamfili possedeva e imprestava per le quarant’ore alla chiesa di Sant’Agnese in piazza Navona, e che si valutava da 174,000 scudi.
Poi nel 1807 fu dall’imperatore comprato il famoso museo Borghesi con 255 preziosi monumenti, contro voglia del proprietario e con protesta del Governo.
Al fine del III vol. della Correspondance de Napoleon I, che si pubblica ora da Napoleone III è il catalogo de’ capidarte spediti da Roma a Parigi da Buonaparte e da Berthier.
[36]. Tavanti, Fasti di Pio VI.
[37]. Lettera del Milizia, 2 marzo 1798, in De Potter, Vie de Ricci. A Tavoleto nell’Urbinate altre sollevazioni, dove accorso il generale Sahuguet, pose il fuoco al paese, bruciandovi vecchi, donne, fanciulli; e innocenti ben più che malfattori.
[38]. I tribuni fatti da Berthier erano i poeti Monti, Gagliuffi, Solari genovese e il medico Corona. L’editto 5 ottobre del senato di Bologna dice «d’ordine del comandante di piazza a cui siamo in dovere di obbedire».
[39]. Correspondance de Napoléon I, t. IV. p. 14.
[40]. Secondo la corrispondenza di Nelson, le sole gioje che la regina confidò a Emma Leona, passavano il valore di sessanta milioni di franchi.
* Si è molto detto ed esagerato sulle frodi usate da Ferdinando IV al Banco pubblico, ma vuolsi correggere coll’opera del barone Savarese Sulle carte dei Banchi di Napoli, emesse dal 1796 al 1799, e ritirate nel 1800. I Banchi, riordinati da Carlo III, rilasciavano fedi di credito, dinotanti la somma depositata, ed esigibili a vista; comodo impiego, pel quale eransi accumulati quindici milioni di ducati. Il Governo pensò profittare di questa fiducia con pagare le sue spese mediante fedi di banchi senza deposito precedente: niuno se n’accorgeva, sicchè non alteravasi il valore. Ove se ne fossero accorti, bastava a pagarli il patrimonio de’ banchi stessi in terre e capitali fruttiferi. Prima si andò con misura, ma imminendo la guerra, si attinse largamente a questa fonte; e allora il valore delle fedi scadde, stentaronsi i pagamenti, e più quando la Cassa di guerra si dotò con cedole siffatte di nuova emissione; e l’aggio fu sino di cinque sesti del valor nominale. I debitori pretendeano, come avanti, pagar in carta, e i creditori ricusavano, ma il Governo ordinò ai tribunali di tenerle buone. Ciò scompigliò non poco gli averi, e sopraggiunta la repubblica, si trovò ch’eransi emessi venti milioni di ducati senza deposito; talchè le carte scaddero al decimo del valor nominale. Ristabilito il Governo regio, e dirigendo le finanze l’abilissimo Giuseppe Zurlo, il Governo confessò il torto suo, giacchè ritirò i ventiquattro milioni di cedole, che costarono cinque milioni di ducati di beni dello Stato, e la rendita iscritta d’annui quattrocento mila ducati. L’operazione piacque al re, che volle premiarne lo Zurlo con sessanta mila ducati, ma esso ricusò dicendo non voler trarre un utile privato da una pubblica sventura.
[41]. Perchè non si vantino d’originalità i nostri contemporanei, ecco il proclama che allora divulgò:
«Championnet generale in capo dell’armata di Napoli a tutti gli abitanti del fu regno napolitano.
«Siete liberi finalmente; la vostra libertà è il solo prezzo che la Francia vuol ritrarre dalla sua conquista, e la clausola del trattato di pace, che l’armata della Repubblica giura solennemente con voi fin dentro le mura della vostra capitale, e sopra il trono rovesciato dell’ultimo re vostro.
«Guaj a chiunque rifiuterà di segnare con noi questo onorevole patto, in cui tutto il frutto della vittoria è pel vinto, e che altro non lascia al vincitore, che la sola gloria d’avere consolidata la vostra felicità! sarà egli trattato come un pubblico nemico, contro del quale noi restiamo armati. — Se si trovano dunque fra voi persone di cuore così ingrato da rigettare la libertà, che abbiamo loro conquistata a prezzo del sangue nostro; se si trovano uomini così insensati da richiamare un re decaduto dal diritto di comandarli mercè la violazione del giuramento che aveva di difenderli, fuggano eglino sotto le bandiere disonorate dello spergiuro, la guerra contro di loro è a morte ed esterminati saranno.
«Repubblicani, la causa per la quale avete così generosamente sofferto è finalmente decisa: ciò che non aveano potuto terminare le brillanti vittorie dell’armata d’Italia, ciò che aveano sì lungo tempo ritardato gl’interessi pubblici dell’Europa intiera, ciò che aveano sospeso le speranze d’una pace generale, ciò che avevano impedito fino a questo giorno la religione dei trattati, ed il timore d’una nuova guerra: l’acciecamento dell’ultimo re l’ha felicemente operato. — Accusi egli dunque solamente il proprio orgoglio insensato e l’audacia della sua oppressione, della felicità dei vostri destini e delle sue disgrazie: ma sia egli giustamente punito colla perdita di una corona che ha disonorata, e col rammarico di avervi egli medesimo resi liberi, e aver attaccato contro la fede dei giuramenti una nazione alleata, e d’aver voluto rapire la libertà ad un popolo vicino.
«Il sentimento d’una felicità tanto inaspettata non sia in voi per niun modo avvelenato da alcun timore. L’armata che comando resta fra voi per difendervi: perderà essa financo l’ultimo de’ suoi soldati, e spargerà fino l’ultima goccia del suo sangue pria di soffrire che l’ultimo vostro tiranno conservi nè tampoco la speranza di rinnovare le proscrizioni delle vostre famiglie, e di riaprire le prigioni oscure nelle quali vi ha fatto gemere per lungo tempo.
«Napoletani, se l’armata francese prende oggi il titolo di armata di Napoli, e ciò che in sequela dell’impegno solenne che essa prende di morire per la vostra causa, e di non fare altro uso delle sue armi che quello di conservare la vostra indipendenza, e sostenere i vostri diritti, che essa ha conquistati per voi. — Si rassicuri dunque il popolo su la libertà del suo culto, cessi il cittadino d’inquietarsi sui diritti della sua proprietà: un grande interesse ha stimolato i tiranni a grandissimi sforzi che hanno fatto per calunniare agli occhi delle nazioni i sentimenti e la lealtà della nazione francese; ma pochi giorni sono necessarj ad un popolo tanto generoso per disingannare gli uomini creduli delle odiose presunzioni di cui si serve la tirannia per condurli ad eccessi deplorabili. — L’organizzazione della rapina, e dell’assassinio dall’ultimo re vostro immaginata, e da’ suoi agenti perversi eseguita, quale un mezzo di difesa, ha prodotto disastrose e serie conseguenze funestissime; ma rimediando alla cagione del male facile cosa sarà arrestare gli effetti e di riparare a queste conseguenze.
«Che le autorità repubblicane, che saranno create, ristabiliscano l’ordine e la tranquillità su le basi d’un’amministrazione paterna, dissipino gli spaventi dell’ignoranza, e calmino il furore del fanatismo con un zelo eguale a quello ch’è stato impiegato dalla perfidia per inasprirli ed irritarli, ben presto la severità della disciplina, che si ristabilisce con tanta facilità nelle truppe d’un popolo libero non tarderà di mettere un termine ai disordini provocati dall’odio, e che il diritto di rappresaglia ha permesso di reprimere.
«Fatto in Napoli il cinque piovoso anno VII (24 gennajo v. st.).
Championnet».
[42]. L’avvocato Brofferio, nella Storia del Piemonte, part. I. c. 5, addurrebbe un fatto, ch’egli attesta avere diligentemente verificato. I cittadini d’Alba erano stati dei primi a chiarirsi pei Francesi; ma dopo la pace di Cherasco si avvidero che Buonaparte amava tutt’altro che la repubblica, onde mandarono al Direttorio una protesta contro il generale. Dovendo poi pagare una contribuzione di ottantamila lire, spedirono a Buonaparte a Milano per chiedere una proroga. L’inviato fu Parussa, uno de’ primi patrioti, e che aveva firmato la protesta suddetta. Buonaparte gli mostrò questa protesta e congedollo; ma nell’uscire fu preso e subito fucilato nel cortile della villa di Milano.
Per esortare i Piemontesi ad unirsi colla repubblica Cisalpina, Leopoldo Cicognara che ne era commissario a Torino, scrisse un opuscolo Agli amici della libertà italiana, Torino 1798. I Francesi vi fecer fare dal cavaliere Gaspare Gregori piemontese la Risposta agli amici della libertà italiana.
[43]. Pettegolezzi chiariti nei Mémoires tirés des papiers d’un homme d’Êtat, tom. VII.
* La nota del Moniteur conchiudeva: On regarde cette innovation comme une victoire de la grande nation: ma a Ginguené fu scritto che il Governo francese era rappresentato da ambasciadori, non da ambasciatrici.
Fra le altre insistenze con cui Ginguené molestava incessantemente il Governo piemontese, era che fosse punito di morte chiunque si trovasse con uno stilo o coltello, per qualsivoglia uso. Gli si domandava se un codice, dove fosse scritta tal legge, s’addirebbe alla filantropia tanto predicata dall’ambasciadore.
Barante, nell’Histoire du Directoire, stampata al tempo stesso di questa nostra, e che noi conoscemmo solo adesso, parla a lungo delle vicende d’Italia nel triennio; ma non ci parve una novità, nè in modo da cambiare i giudizj da noi portati. Sulla lettera del Pignatelli al Priocca (pag. 86) non mette alcun dubbio. Si estende su questo incidente del Ginguené; honnête homme, mais la philosophie et la révolution lui avaient inspiré des opinions absolues et orgueilleuses. Les chimères systématiques et l’emphase sentimentale étaient devenues dans son esprit une croyance sincère et intolérante,... il attribuait (aux princes d’Italie) des complots, et révait les poignards et les poisons, tandis qu’il parlait avec admiration de la loyauté du Directoire, qui l’avait chargé d’exciter contre le roi les révoltes de ses sujets.
Segue a dire che aveva preparato un discorso accademico e panegirico; ma vista la semplicità della Corte, ne proferì uno meno enfatico, ma sconveniente, lodando la lealtà del Direttorio, a fronte della perfidia degli altri Governi, ecc. Carlo Emanuele, invece di rispondergli, gli domandò se avea fatto buon viaggio, se stava bene di salute; gli parlò della propria infermità, dei dispiaceri, delle consolazioni che gli dava la santa sua moglie Clotilde, ecc. ecc.
[44]. Il Bossi finì prefetto in Francia nel 1823; compose l’Oromasia, poema italiano sui fatti della rivoluzione, ma freddo. Il dottore Botta divenne poi storico famoso.
[45]. «Suwaroff detestava di cuore i Francesi. Era magro, ossoso: la brillante divisa ondeggiava s’un corpo scarnato, e traverso le innumerevoli croci sul suo petto vedevasi una camicia di tela grossa come i soldati. Capelli bianchi, rasi davanti secondo l’ordinanza militare: piccoli occhi, scintillanti di passione e di indomita energia. Il giorno che arrivai al campo, il feldmaresciallo mi tenne a pranzo. Due cosacchi posero sulla tavola, coperta d’una grossolana tovaglia e senza mantili, un enorme piatto di salcraut e uno di aringhe, e qui consistette tutto il desinare. Dopo si portò il punc, e Suwaroff dava un bicchiere a ogni soldato che entrasse, e che dopo trangugiatolo non mancava mai di dire: «Su, papà, ancora un altro». Adorato dai soldati e dai bassi uffiziali, benchè non potessero fidarsi delle sue promesse: sua passione era la gloria. Niente scrupoloso di mentire o ingannare, detestando di tutto cuore gli Alleati, l’unica cosa di cui tenesse conto era battere Napoleone: il resto, dice non valere una pipa di tabacco. Prode, freddo di sangue ma vendicativo, univa le qualità più disparate. Ostentava pietà, ma abbandonavasi a tutta la foga della passione. Passava per rozzo e ignorante, mentre aveva un’istruzione estesissima, un cervello da pensatore, una conoscenza perfetta della storia: non poteva soffrire quei che scrivono lungo, e diceva: «Quand’uno non vale nè pel pensiero nè per l’azione, attacca grand’importanza all’inutile scribacchiare». Guaj all’ajutante di campo che non sapesse esser conciso ne’ rapporti! li stracciava a bocconi, e gettandoli via diceva stizzoso: «Rifate, e corto». Quando il segretario della guerra gli dirigeva un rapporto, dicea sempre: «Questi asini non saprebbero scrivere senza far sempre marciare un esercito di cento mila lettere?» D’attività prodigiosa, non lasciava far nulla agli uffiziali: non dormiva si può dire mai; nè mai riposava: spesso correva in manica di camicia, e sprezzava mille cose, che son bisogni per gli altri. Il suo difetto come capitano era l’impazienza, che sperdeva spesso i piani meglio concepiti, e lo privava del frutto de’ suoi vantaggi». Memorie d’un legittimista dal 1770 al 1830, sopra il giornale manoscritto, le lettere e le note lasciate dal marchese Enrico Gastone di B*** (ted. 1861), per Giulio de Wickede. Quel marchese scrive che, dopo la battaglia di Cassano, Suwaroff gli disse solo «Contento», e quest’unica parola lo eccitò in modo, che si sarebbe fatto uccidere per lui.
[46]. Di questo Mammone, così orribilmente dipinto dal Coco, non fa il minimo cenno Lomonaco, la cui relazione a Carnot è vera opera d’un frenetico, eppure è la fonte a cui principalmente attinsero i narratori di quelle tragedie, e principalmente Carlo Didier nella Caroline en Sicile. Molte falsità emendò il barone Leon d’Hervey Saint-Denys nella Histoire de la révolution dans les Deux Siciles depuis 1793: ma resta ancora il dovere a qualche storico onesto di vagliare la verità dalla sistematica menzogna delle gazzette e dei settarj. Il tempo nostro v’è meno adatto che nessun altro.
[47]. Il fatto è asserito comunemente, ma di tal lettera non c’è vestigio; la negano il Sacchinelli (Vita del Ruffo) e il barone d’Hervey, e che più monta, non la adducono gl’Inglesi, interessatissimi a discolpare Nelson.
Nelson scriveva al cardinale Ruffo. «Milord Nelson informa V. E. che egli disapprova affatto cotali capitolazioni, e che egli è risolutissimo di non restare neutrale, colla forza rispettabile che ha l’onore di comandare.... Milord spera che il cardinale Ruffo sarà del suo avviso e che allo spuntar del giorno di domani esso potrà agire d’accordo con S. E. I loro intenti non possono esser che gli stessi, cioè di ridurre il nemico comune, e di sottomettere alla clemenza di S. M. Siciliana i suoi sudditi ribelli».
Il Cacciatore nell’Esame della storia del Colletta (Napoli 1850), difende il Ruffo, e ne reca una lettera con cui il comandante del Castelnovo significava che «sebbene egli (Ruffo) e i rappresentanti degli Alleati tenessero per sacro e inviolabile il trattato, nulladimeno il contrammiraglio Nelson non voleva riconoscerlo; e siccome era in libertà delle guarnigioni di avvalersi dell’articolo 5º della capitolazione, come avevano fatto i repubblicani della collina di San Martino che erano tutti partiti per terra, così gli faceva questa partecipazione, affinchè, sulla considerazione che in mare comandavano gl’Inglesi, le guarnigioni potessero prendere quella risoluzione che meglio loro piacesse e che sicuri li rendesse»; lib. I, pag 145. Vedasi pure Memorie storiche sulla vita del cardinale Fabrizio Ruffo, scritte dall’abate Domenico Sacchinelli (Napoli 1836): e marchese Filippo Malaspina Occupazione de’ Francesi nel regno di Napoli dell’anno 1799; invasione del regno nel 1806, e l’impresa intrapresa dal cardinale F. Ruffo, ecc. Parigi 1846. Il Malaspina fu ajutante di campo del Ruffo, che per sospetto lo fe gettar in carcere. Il Sacchinelli, segretario del Ruffo, reca documenti irrefragabili.
[48]. La vita del Coco, inserita nella Biographie Universelle, racconta che egli viveva in intimità colla San Felice: un Bacher per rivalità minacciò di denunziarlo: ma la San Felice denunziò più prontamente il Bacher come reazionario, e fu mandato al patibolo. Cambiato vento, essa pure fu condannata. Il Coco divenne giornalista nella repubblica Cisalpina, poi nel regno d’Italia; fu impiegato sotto Murat, ma aspirava a esser capo dell’istruzione o ministro, e non ottenendolo, trescò contro i Napoleonidi. Di ciò gli fece merito Ferdinando IV, che lo conservò direttore del tesoro. Trovavasi così a una Corte che egli avea violentemente denigrata: e una volta il principe reale avendogli espresso il desiderio di leggere la sua Storia della rivoluzione di Napoli, egli ne prese tale sgomento, che divenne pazzo, e sopravvisse in tale infelicità fino al 1823.
[49]. Il Colletta dice furono parecchie centinaja: il parabolano Coco li porta a quattro mila: il marchese Gualterio a quaranta mila!! La lista che ne dà il Lomonaco è di cendiciannove, oltre la San Felice. Il Sacchetti riduce i giustiziati a novantanove.
[50]. Fra i detenuti era il famoso naturalista Dolomieu, che, partitosi dalla spedizione d’Egitto, fu spinto sulle coste napoletane il giugno 1799, e toltogli il portafoglio, fu gettato in un fondo di torre senza libri e penne; dove, fattosi inchiostro col fumo della lampada, sui margini di qualche volume sottratto alla vigilanza scrisse la Filosofia mineralogica. Fu liberato il 15 marzo 1801.
[51]. Motuproprio del 10 febbrajo 1800. In una circolare del 20 aprile successivo l’arcivescovo Martini di Firenze invitava i pievani della sua diocesi a dar una nota dei Giacobini, assicurandoli del massimo segreto; chiesti da qualche altra autorità d’informazioni simili, se ne disimpegnino come possono, giacchè il Governo non terrebbe conto se non della nota che trasmetterebbero mediante l’arcivescovo; e così concorrano «ad estirpare una cancrena che tanto male ha prodotto, ed è capace di produrre sino all’esterminio delle nazioni».
[52]. Lettera all’abate di Caluso, 27 luglio 1799.
* Il furore dell’Alfieri contro i Francesi appare, non solo dal Misogallo, ma dalla Vita e dalle lettere. Basti per tutte una del 5 agosto 1800 al famoso Lagrange. — La Grangia, sei tu francese o italiano? Se francese, non contaminerò la mia voce parlandoti, ma se italiano pur sei adempirò l’indispensabile sacro dovere d’indipendente e verace scrittore italiano col dirti; che non può nè deve un tuo pari menare i suoi giorni in Francia tra codesti schiavi malnati, e sotto una sì infame e stolta tirannide. Aggiungo che molto meno tu dei (e fosse pur anco a costo di una onorevole anzi gloriosa mendicità) ricevere tu il tuo pane dagli oppressori, assassini della desolata tua terra natale».
[53]. Lavergne, nella Vie de Souwaroff, racconta che Paolo di Russia interpellò uffizialmente l’Austria se volesse ripristinare il re di Sardegna e la repubblica di Venezia; in tal caso Suwaroff resterebbe, e sarebbegli mandato un altro esercito: l’Austria non volle promettere. Vedi anche Lettres et opuscules inédits di J. De Maistre. Parigi 1851, tom. I. p. 178.
Il conte di Cobentzel, nel novembre 1799, rispondeva al conte Panin ministro russo: — Come potrebbe esigersi in cessione delle tre Legazioni, che nel trattato di Tolentino furono annesse alla repubblica Cisalpina da noi conquistata? È un giusto compenso delle spese di guerra. Io non dubito che la mia Corte non renda il Piemonte al re di Sardegna; ma Alessandria e Tortona, che furono già coll’armi staccate dal Milanese, devono per l’armi ancora tornare alla dominazione austriaca». Vedi anche l’Histoire des cabinets de l’Europe pendant le Consulat et l’Empire, par Armand Lefèvre, 1840.
[54]. La rivoluzione aveva divorato tre bilioni di proprietà del clero, cinque bilioni di proprietà degli emigrati; gli argenti e le campane e le gioje delle chiese, i beni della Corona; imposte infinite, tasse e prestiti forzosi, creato assegnati per 33,430 milioni: dall’89 al 98 aveva speso novantasei bilioni, oltre cinquanta bilioni a cui era fallita nel 97, e quando Napoleone, reduce d’Egitto, volea mandar un messaggiere in Italia, non trovò nell’erario millecinquecento franchi da ciò.
[55]. Esiste il conto originale delle spese sostenute nel 1436 per condurre una grossa bombarda ed altre artiglierie per l’assedio di Chivasso, traverso al gran Sanbernardo. Cibrario, Memorie di Savoja, 350.
[56]. Il generale Soult assicura che, alla battaglia della Moglia fra gli Appennini, i suoi soldati privi di pane e di munizioni, si buttavano sui cadaveri degli Ungheri e li mangiavano. Mémoires, tom. III. p. 51.
[57]. Ho sempre creduto della massima inutilità alla storia le descrizioni di battaglie. I lettori ordinarj non capiscono; i militari non imparano, e ricorrono alle opere speciali. D’altra parte una battaglia succeduta sotto gli occhi nostri, nel maggior profluvio delle gazzette, dei bullettini, delle memorie, è narrata diversissimamente dai diversi: e senza citare il Botta, chi l’abbia letta in Thiers, che pur vanta aver avuto alla mano i più preziosi documenti, stupisce di trovarla affatto differente in due generali che vi presero parte, Marmont e Soult. Qui come altrove noi crediamo bene cercar le cause, abbreviare le particolarità, e affrettarsi alle conseguenze.
Il sepolcro di Dessaix all’ospizio del gran Sanbernardo è opera di Moitte, morto il 1810; e lo rappresenta in atto di cader morto dal cavallo, sostenuto dal colonnello Lebrun. Bourienne confessava che le circostanze della morte di esso e il discorso messogli in bocca, gli erano stati dettati da Napoleone; e che in realtà nessun lo vide o lo udì in quella confusione. Era romanzesco pure il bullettino quando gli faceva dire: — Andate a riferire al primo console che muojo col dispiacere di non aver fatto quanto basti per vivere nella posterità».
[58]. Ercole Rinaldo, ultimo duca di Modena, moriva a Treviso il 14 ottobre 1803.
[59]. Proclama del 1º gennaio 1801.
[60]. Almanach catholique pour 1801.
[61]. Mentre il conclave eravi adunato, morì il patriarca Giovanelli, sant’uomo, ed ebbe insigni esequie. Alla chiesa di San Giorgio, nel cui convento s’eran accolti i cardinali, il nuovo papa regalò magnifici candellieri, che poi il Governo d’Italia portò via per ornare la cappella reale di Milano.
[62]. Motu proprio, 11 marzo 1801.
[63]. Tal era a Milano Petiel, dove la commissione componeasi di Melzi, Aldini, Sommariva, Paradisi, Ruga, Arauco, Birago, Visconti, Bargnani: nella consulta de’ quaranta entravano Moscati, Luosi, Testi, Opizzoni, Serbelloni, Maniscalchi.
[64]. Furono Diego Guicciardi segretario di Stato, Spanocchi grangiudice, Felici ministro dell’interno, Bovara del culto, Prina delle finanze, Veneri del tesoro, Pino della guerra, Maniscalchi degli affari esteri.
* Capo della commissione legislativa era l’avvocato Sommariva, che meglio degli altri profittò dei mezzi di guadagno offerti dal disordine. Nel rimettere il potere in mano del vicepresidente, al 16 piovoso anno I della repubblica italiana, diceva: «Non dissimuleremo che la moltiplicità degli obblighi contratti, e i pesi straordinarj ci determinarono a provvedimenti spiacevoli ma necessarj. Per sostenere l’economia pubblica abbiamo dovuto colpire la privata; ferire i cittadini nel vivo, e riaprire piaghe vicine a rimarginarsi. Ma de’ mali passati ci consola l’idea che i nostri successori, animati da fervido zelo, e secondati da circostanze migliori, potranno coronare i voti di un popolo che, stanco di tante vicende, ha diritto di finalmente godere la felicità a cui aspirava».
[65]. Il bilancio del 1803 stava su novanta milioni di lire milanesi (sessantotto milioni di franchi); di cui cinquantadue al ministero della guerra: cioè venticinque e mezzo per l’esercito francese, ventidue e mezzo pel nazionale, quattro per le fortificazioni.
Il conte Sclopis, in un bel libro pubblicato dopo il nostro, diè fuori due preziosi rapporti del vice presidente Melzi a Napoleone sopra lo stato della Repubblica. Il Melzi si diffonde sulla propria incapacità. «Sì, cittadino presidente; senza la vostra grand’ombra che ci protegge, non saremmo che caos e sventura. L’Europa n’è convinta: ogni passo nostro n’è novella prova... Troppo grandi ragioni e troppo ben giustificate dall’esperienza vollero che il capo del nostro Governo fosse a Parigi, anzichè a Milano. Guaj a noi se fosse altrimenti!
«Più avanziamo, la strada non sembra allargarsi che per offrirci nuove difficoltà. I Giacobini e i ladri sono collegati; e le loro speranze, nudrite da intriganti lor pari, che son a Parigi, van sino al generale sovvertimento: e poichè sembra che ogni nostra forza è in voi, non vi risparmiamo punto... La nazione è contenta, poichè essa gode il riposo ch’era il suo primo bisogno. La confidenza nel Governo è ristabilita perchè si spera: ma tante speranze io non le trovo nè in me nè attorno a me. La mancanza d’uomini è grande più che non l’avrei pensato».
E dipingendo i varj ministeri e i varj corpi dello Stato, sovente ritorna sull’apatia pubblica a fronte de’ Giacobini, come sempre chiama gli antichi repubblicani. «I legislatori che mostrarono sempre buone intenzioni, son troppo pochi: tutto il resto ostentò una leggerezza, una trascuranza che troppo contribuì ad avvilire quel corpo nell’opinione generale. Più volte mi sentii afflitto, umiliato udendo che legislatori, in assenza di stranieri che ci spiano, nelle assemblee, al ridotto, ne’ palchetti sfogavansi a coprir di ridicolo e d’odio le stesse leggi ch’essi aveano fatte il giorno prima. E ciò non per vedute determinate, ma ben peggio, per mancanza totale di sentimento e interesse per la cosa, non dissimulando nè la loro diffidenza sul destino della repubblica, nè la persuasione che i nostri sagrifizj non andrebbero a profitto di essa, fino a guardar il Governo come trastullo o complice... Per evitare il grande sconcio della discussione pubblica si stabilì nella Costituzione la discussione privata fra gli oratori e i consiglieri, e non se n’ebbe che meglio... Voi conoscete tutte le persone che le circostanze fecero entrare nel consiglio legislativo. Certo v’è del merito, e cognizione, e zelo, ma anche troppi interessi e vedute personali, mancanza assoluta delle abitudini richieste dalle loro funzioni: non contegno, non segreto, non sentimento di far parte del Governo; tendenza evidente a separarsene per far più liberamente gli interessi de’ dipartimenti, e compiere intenti affatto personali.... Il maggiore imbarazzo de’ ministri non consiste tanto nella farragine degli affari, quanto nella mala volontà de’ loro dipendenti. L’antico Governo (della Cisalpina) aveva creato un’immensa falange d’impiegati, diffusi in tutti gli uffizj, che divennero una fazione numerosa quanto pericolosa pel nuovo Governo di cui erano i nemici naturali...
«Uno de’ maggiori impacci ch’io incontrai fu di trovare impiegati capaci di buon lavoro. Stiamo abbastanza bene quanto alla ragioneria; malissimo nel resto. Gli antichi secretarj sono morti, o via: i nuovi sono mediocri e mal educati, lavorano poco e non bene. Se trattasi di cosa che dovrebb’essere scritta in modo distinto per la forza della logica o per l’accuratezza dello stile, non si sa come fare. Quei che sanno scrivere non han la minima idea d’affari: quei che lavorano negli affari non sanno scrivere.
«I dipartimenti ci offrono uno stato morale affliggente. Quei dell’antica Lombardia recansi in pazienza, per effetto dell’abitudine, la dipendenza dalla centrale; gli altri vi ripugnano più o meno, e s’ingegnano sottrarvisi in ogni modo, tendendo ad assoluto federalismo. L’idea che bisogna accentrar tutto per esser forti non entra nelle teste, giacchè nessuno attacca importanza a questa. La forza nazionale, ch’è in contrasto con tutte le idee e le abitudini ricevute... L’esercito essendo il grande oggetto della spesa annuale, è la causa che allontana i più; e può dirsi che per l’esercito italiano non v’è altri voti che quei dell’esercito. Tutto il resto gli è contrario, più o meno apertamente; prova dell’assenza completa di spirito nazionale, e il massimo ostacolo a crearlo. Nobili, clero, campagne, popoletto delle città, salvo poche eccezioni, non sono per la repubblica, se anche non le son contro. Il resto, che si chiamano patrioti di molte gradazioni e fazioni, non è per essa, giacchè ognuno la vorrebbe per sè, e ognuno in maniera diversa... Fra gli elementi discordi, la fazione del Governo anteriore, cioè quello dei ladri, ha il miglior giuoco; diffonde le idee più opportune a screditare il sistema, e seminare l’inquietudine e lo sgomento...
«È un nascer morti il cominciare con un deficit nelle finanze: e noi siamo in quel caso...
«S’è più volte notato che la mia condotta fu più conciliante che imperiosa, più dolce che forte. Confesso che la mia maggior fatica fu diretta a non dover ricorrere alla forza, perchè non ne avevo il sentimento. Bisogna aver il piede assicurato per batter forte; ed io non sono in questo caso. Quando avrò i mezzi di chetare i clamori de’ sofferenti, di alleviare i pubblici carichi, di sostenere spese straordinarie, allora solo il Governo potrà prender un altro tono...
«Io non trovo altri spedienti d’assicurare radicalmente la tranquillità, conquistare la volontà generale in favor del sistema, e sottrarne così la repubblica ai mali onde l’Italia è minacciata, che migliorare dal fondo la sorte de’ suoi abitanti». E suggerisce la diminuzione d’imposte, e la attenzione di quel genio paterno, che è la prima come l’ultima speranza della patria.
[66]. Nelle Memorie del conte Miot, che fu poi ministro del re Giuseppe a Napoli e in Ispagna, esso Giuseppe si lagnava della nessuna libertà che il fratello gli lasciava già da quando era console. «È vero ch’egli mi ha offerto il posto di presidente della repubblica italiana, posto tanto da me desiderato: ma voleva mettermivi in catene, e ridurmi alla parte che ora vi fa il Melzi: ond’io, che conosco a fondo mio fratello, e che so quanto il suo giogo sia pesante, e che preferii sempre un’oscura esistenza a quella di fantoccio politico, dovetti ricusare. Io esigevo che il Piemonte fosse riunito alla repubblica italiana, che mi si lasciasse ripristinare le principali fortezze, che si ritirassero dal territorio italiano le truppe francesi. Ottenendo tali condizioni, sarei stato vero padrone. Dipendevo dalla Francia pel gabinetto, per le relazioni politiche, ma non materialmente. Mio fratello, d’ambizione smisurata, non volle consentire a tali patti, e si fece nominare presidente».
Quanto poi si trattò di mutare quella repubblica in regno, non avendo potuto farne accettar la corona a Giuseppe, Napoleone voleva darla al figlio di suo fratello Luigi, fanciulletto sul cui conto la cronaca aveva a che dire; Luigi governerebbe fin alla maggior età di esso. Ma Luigi ricusò risoluto: «Finchè vivo, non consentirò nè all’adozione di mio figlio prima dell’età assegnata dal senatoconsulto, nè ad altra disposizione, che a scapito mio collocandolo sul trono d’Italia, resusciterebbe le voci sparse sul conto suo. Se volete, andrò in Italia, ma a patto di condur meco mia moglie e i figli». L’imperatore montò sulle furie a segno, che afferrò Luigi alla vita, e con violenza lo spinse fuori del suo appartamento. Mém. du comte Miot, tom. II. p. 257.
[67]. Entusiasmo s’intende de’ soliti ciurmadori e ciurmati, e di quella plebaglia che vuol feste e dimostrazioni. La consulta di Stato dirigeva al ministro Marescalchi una memoria sullo stato dell’opinione pubblica, dove diceva: «In genere i dipartimenti, e viepiù la città di Milano verso il nuovo ordine di cose non mostra che apatia profonda: colla differenza che i dipartimenti potrebbero essere scossi e riscaldati al minimo vantaggio che loro si proponesse, mentre Milano, i cui abitanti sono dabbene ma alquanto inerti, e hanno prevenzioni cattive più che altrove, è sempre difficile a muovere ed eccitare». Rapporto del 15 aprile 1805. Esso Marescalchi scriveva a Napoleone, che erasi fermato a Stupinigi: «Ne’ tre giorni dacchè son a Milano, non perdetti un istante per far conoscere V. M. e le sue intenzioni. Devo confessarle che v’è molti ostacoli. Trovo le porte dei gran signori chiuse; gli spiriti preoccupati da prevenzioni funeste e ridicole... Sol la presenza di V. M. può operar il miracolo di convincerli e acquistarli. Spero riuscire a far organizzare una guardia d’onore. Se l’ottengo, chiedo a V. M. di presentarle a Stupinigi una deputazione de’ principali proprietarj per pregarlo a voler accettarla, ecc. ecc.»
Così questi codardi cortigiani mentono l’opinione pubblica. E M. Thiers dice che il regno d’Italia fu sempre l’objet de toutes les prédilections de Napoleon (Histoire du consulat, t. V. p. 372.)
[68]. Le spese annuali erano di nove milioni e mezzo, cioè quasi il doppio di quel che costava la repubblica aristocratica; e le entrate non toccavano i cinque milioni. Vedi Annali della repubblica Ligure dal 1797 al 1805. Genova 1853.
[69]. Dispaccio 11 agosto 1805 da Boulogne.
[70]. Mazzarosa, Storia di Lucca.
[71]. Girolamo Lucchesini (1752-1825), scolaro dello Spallanzani che l’ammirava come un nuovo Pico, stette buon tempo a Milano poi a Vienna; ma poichè Kaunitz nol lasciava penetrare nelle grazie di Maria Teresa, passò in Prussia, dove Federico II lo apprezzò e lo prese a segretario particolare. Anche il re successore l’adoprò in cose di Stato, e Mirabeau, nel codardo libro sulla Corte di Prussia, ne dice ogni male. Fu spedito in Italia per guadagnar i principi contro l’Austria. Benchè ostilissimo alla rivoluzione francese, risedette a Roma ed altrove, ebbe parte a tutti i trattati d’allora, benchè non fosse robusto negoziatore, ma piuttosto insinuante. Alla Prussia spiaceva si sacrificasse Venezia, accrescendo così forze all’Austria, e mandò Lucchesini a dissuaderne Buonaparte, nelle cui grazie s’introdusse colle adulazioni, e gli mostrò come la Prussia il seconderebbe nell’umiliare l’Austria: ma Buonaparte era già d’accordo coll’Austria. Lucchesini ebbe mano nello sfasciamento dell impero germanico; poi come a Jena fu sconficcata la Prussia, ricoverossi in patria, e fu maggiordomo e devotissimo suddito di Elisa. Cesare suo fratello (1756-1832) scrisse la storia letteraria di Lucca ed altre cose molte.
[72]. Napoleone avea stabilito che ai veterani di Francia, invece di soldo, si dessero terreni sul Reno e in Piemonte, e cinque campi avea destinati fare con sei milioni di beni nazionali presso a Fenestrelle ed Alessandria; istituzione che non ebbe poi effetto.
[73]. Trattato di Pietroburgo 11 aprile 1805.
[74]. Vuolsi menzionare anche Francesco Apostoli, che di buon’ora viaggiò in Germania, poi fissossi a Vienna, donde accorse a Venezia a propagar le idee demagogiche; sbandito ricoverò nella Cisalpina; tornati i Tedeschi, fu deportato a Cataro, e que’ patimenti descrisse nelle Lettere Sirmiesi; liberatone, fu a Parigi, piccolo ambasciadore della piccola repubblica di San Marino; poi venne nel regno d’Italia, vi fu fatto censore, e negletto e povero morì nel 1816.
[75]. È divulgato il titolo di Semiramide di Lucca, che Talleyrand dava ad Elisa. Pure ella era tutt’altro che un’intelligenza vulgare, e fece molto nel piccolo ducato di Lucca, moltissimo nel regno d’Etruria, e avrebbe fatto di più se non fosse stata l’onnipotenza di Napoleone, col quale teneva un carteggio vivissimo. Il 9 marzo 1806 gli scriveva: «L’abitudine del lavoro è divenuta per me quasi una passione: mi tien luogo d’ogni altra idea, e quando entro nel mio gabinetto, vi resto con tanto piacere, quanto alla festa più brillante». Essendosi fatte passar delle truppe sul suo territorio nell’estate del 1808, essa ne rivolse vivi richiami al fratello. «Se V. M. riunì i miei principati al grande impero, renderò senza rincrescimento la mia sovranità a quello da cui l’ebbi. Ma se ella mi lascia al mio posto, io non soffrirò che la sorella del più gran monarca sia trattata con disprezzo, e il suo territorio come un paese conquistato. Lo dico francamente a V. M. Io ero felice nella mia vita privata; ma d’essere un sottoprefetto di Lucca non può nè dee convenirmi».
Vedi Sclopis, La domination française en Italie, Paris 1861.
Abbiamo dall’archivio dell’Impero a Parigi una relazione fatta da Menou a Napoleone sull’ordine giudiziario in Toscana. Espone i miglioramenti che vi aveva introdotti Pietro Leopoldo, pur rispettando molto di quel che era precedentemente. È notevole questo passo: «Farà meraviglia che i delitti commessi nel regno di quel principe, e singolarmente negli ultimi tre anni, siano men della metà di quelli processati in egual tempo sotto la regina d’Etruria, BENCHÈ riformando la legge del predecessore, essa abbia aggravato i supplizj, ristabilito la pena capitale, e moltiplicato i casi d’applicarla. Pure quest’enorme differenza bisogna ricondurla alle cause principali, cioè 1º alla maggiore agiatezza diffusa nelle classi della popolazione al tempo di Leopoldo; 2º alla sua polizia, divenuta così attiva e penetrante ch’era quasi insopportabile; e tutto quel che le pene aveano perduto in intensità, era stato convertito in una sorveglianza minuta e quasi personale».
[76]. Il Puccini era riuscito a trafugare da Firenze in Sicilia la Venere de’ Medici: ma Napoleone la voleva, e avendo indarno insistito con modi da Verre, riuscì per frode a ottenerla dal ministro Acton.
[77]. Adda con Sondrio, Adige con Verona, Adriatico con Venezia, Agogna con Novara, alto Adige con Trento, alto Po con Cremona, Bacchiglione con Vicenza, basso Po con Ferrara, Brenta con Padova, Crostolo con Reggio, Lario con Como, Mella con Brescia, Metauro con Ancona, Mincio con Mantova, Musone con Macerata, Olona con Milano, Panaro con Modena, Passeriano con Udine, Piave con Belluno, Reno con Bologna, Rubicone con Forlì, Serio con Bergamo, Tagliamento con Treviso, Tronto con Fermo.
Fra le celie del Botta, le denigrazioni del Colletta, le ammirazioni del Pecchio e le critiche del Coraccini (pseudonimo del francese La Folie) è difficile che paja giusto lo storico del regno d’Italia; nè dalla critica de’ nostri tempi può sperarsi tanta lealtà che ai fatti opponga de’ fatti, anzichè delle parole.
[78]. Augusta di Baviera, della quale, col nome di Amalia, i Milanesi conservarono cara memoria, e che noi stessi, a Monaco, udimmo poi ricordare con desiderio gli anni qui passati, era tenuta per la più bella principessa di Germania. Alla pace di Presburgo, Napoleone la destinò sposa al Beauharnais, ma essa era invaghita e promessa al principe Carlo di Baden. Il padre le scriveva dunque il 25 dicembre 1805: «Se v’avesse lampo di speranza che mai poteste sposare Carlo, io non vi pregherei a ginocchio di rinunziarvi. Nè insisterei, mia cara e amata Augusta, perchè voi deste la mano al futuro re d’Italia, se questa corona non dovesse esser garantita da tutte le potenze alla conchiusione della pace... Pensate che voi farete la felicità non solo di vostro padre, ma de’ fratelli e della Baviera, che ardentemente desidera quest’unione.... M’è grave l’amareggiar il cuor vostro, ma io conto sulla vostra amicizia, sull’attaccamento che sempre mostraste a vostro padre; nè voi vorrete avvelenarne gli ultimi giorni. Pensate, cara Augusta, che un rifiuto renderebbe tanto nemico l’imperatore, quanto ora è amico della casa nostra. Risparmiateci il dolore d’una spiegazione, che potrebbe diroccare la mia trista salute. Rispondetemi per iscritto, o per mezzo di vostro fratello. Credete, cara amica, che mi costa infinitamente lo scrivervi così, ma le circostanze più che imperiose, e il mio dovere di badar agl’interessi del paese confidatomi dalla Provvidenza mi vi costringono...»
La principessa lottò, poi gli scriveva: «Mi obbligano a romper la fede data al principe Carlo. Io vi acconsento per quanto mi costi, se ne dipende il riposo d’un padre amato e la felicità d’un popolo. Ma non posso dar la mia mano al principe Eugenio se la pace non è fatta, e s’egli non è riconosciuto re d’Italia. Io rimetto la mia sorte nelle vostre mani: per quanto crudele deva essere, mi sarà addolcita dal sapere che mi sono sagrificata per mio padre, per la mia famiglia e la mia patria. In ginocchio vostra figlia domanda la vostra benedizione: essa m’ajuterà a soffrir con rassegnazione il tristo mio destino». V. Mémoires du prince Eugène, Parigi 1858, tom. II. p. 16.
Lo strano è che Eugenio non sapea nulla di quest’affare; e Napoleone, dopo tutto conchiuso, al 31 dicembre gli scriveva: «Son arrivato a Monaco. Ho combinato il vostro matrimonio colla principessa Augusta: fu già pubblicato. Essa è molto bella, ve ne mando il ritratto, ma la è molto migliore». E al 3 gennajo seguente: «Dodici ore al più dopo ricevuto la presente, partite in tutta diligenza per Monaco». Nella risposta di Eugenio non v’è motto del matrimonio. Arrivato che fu a Monaco, Napoleone cominciò a beffarlo de’ suoi mustacchi, e ch’erano troppo marziali per conquistar una fanciulla, e glieli fece tagliare. Vedi Darnay, Notices historiques sur le prince Eugène.
[79]. «Napoleone aveva in disegno di rigenerare la patria italiana, riunire gli Italiani in una sola nazione indipendente.... Era il trofeo immortale ch’egli alzava alla sua gloria... Tutto era disposto per creare la gran patria italiana... L’imperatore aspettava impaziente un secondo figlio per menarlo a Roma, coronarlo re d’Italia, e proclamare l’indipendenza della bella penisola sotto la reggenza del principe Eugenio». Memorie dettate a Montholon. — Ma nell’esiglio Napoleone pensava, o i suoi gli faceano dire tutt’altro da quel che sul trono.
* Quando Napoleone III conquistava la Lombardia nel 1859, io ebbi a dirgli d’essermi sempre mostrato avverso al suo gran zio perchè esso non avea voluto dare all’Italia l’unità, e almeno l’indipendenza che stava in sua mano. Egli mi rispose che tale fu sempre il suo pensiero, ma le circostanze glielo impedirono: e seguì coll’altre ragioni che del resto aveva già esposte ne’ suoi scritti. Io non potetti che augurargli d’essere esecutore delle volontà del grande zio.
[80]. Si occupò la villa de’ Durini, i quali mai non assentirono nè vollero riceverne il prezzo, che perciò fu deposto in una cassa pubblica, donde il ritirarono sotto la succeduta dominazione.
[81]. Scrive a Eugenio: J’ordonne que le Corps législatif termine ses séances. Mon intention, pendant que je résiderai en Italie, est de ne plus le réunir. J’avais trop bonne opinion des Italiens; je vois qu’il y a encore beaucoup de brouillons et de mauvais sujets... Ce n’est pas l’autorité du Corps législatif que je voulais; c’est son opinion... Si vous tenez à mon estime, à mon amitié, vous ne devez sous aucun prétexte, la lune menaçât-elle tomber sur Milan, rien faire de ce qu’est hors de votre autorité... Vous êtes le premier qui m’ayez fait avoir tort avec trente au quarante polissons, cioè il Corpo legislativo. E il 15 luglio 1805: Si la loi sur l’enregistrement ne passe pas, je la prendrai de ma propre autoritè, et, tant que je serai roi, le Corps législatif ne sera point réuni... Faites leur bien entendre que je puis me passer d’eux, et que je leur apprendrai comment je puis m’en passer puisqu’ils se comportent ainsi envers moi.
Anche dal suo segretario Duroc gli facea rispondere forti rimproveri, svillaneggiando l’opposizione italiana; e conchiudendo: Par exemple, si vous demandez à sa majesté ses ordres et son avis pour changer le plafond de votre chambre, vous devez les attendre: et si, Milan étant en feu, vous lui demandez pour l’éteindre, il faudrait laisser brûler Milan, et attendre ses ordres. 31 luglio 1805.
Eugenio, l’11 luglio 1805, scriveva a Napoleone: Les Italiens sont réellement comme des enfans. On peut les comparer à des gens qui dorment, et qui ne veulent pas se réveiller pour être heureux. E Napoleone rispondeva il 27: Vous avez tort de penser que les Italiens sont comme des enfans: il y a là-dedans de la malveillance. Ne leur laissez pas oublier que je suis le maître de faire ce que je veux. Cela est nécessaire pour toutes les peuples, et surtout pour les Italiens, qui n’obéissent qu’à la voix du maître. Ils ne vous estimeront qu’autant qu’il vous craindront, et ils ne vous craindront qu’autant qu’ils s’apercevront que vous connaissez leur caractère double et faux. D’ailleurs votre système est simple: l’empereur le veut. Tom. i, dei Mém. et correspondance du prince Eugène, publiés par M. Du Casse. Paris 1858.
[82]. E ancora, tutto era guasto dall’adulazione de’ nostri gaudenti, a segno che Napoleone scriveva al vicerè: «Gl’indirizzi che vi fanno gl’Italiani non sono decenti: e’ non pesano le parole come si deve. Il rimedio è di non stamparli mai. Questa sia la vostra regola». Lettera del 4 febbraio 1806 nella Correspondance du prince Eugène.
[83]. Rapporto ministeriale 11 dicembre 1806, che accompagnava il progetto del codice di procedura. Nello studio delle scienze civili merita di non esser dimenticata la Collezione dei travagli del codice penale pel regno d’Italia. Brescia 1807, 6 vol. in-8º.
[84]. E la Cena e il Teseo furono poi, dalla sopravvenuta dominazione austriaca, trasportati a Vienna, dove ora s’ammirano. La statua di Napoleone, riposta ne’ magazzini di Brera per sottrarla all’indignazione popolare, fu ora collocata in pubblico.
[85]. La scuola del genio militare era stata, dal valente matematico Leonardo Salimbeni di Spalatro, istituita a Modena, mettendovi maestri il Cassiani, il Venturi, il Ruffini modenesi, e chiamandovi da Verona il Cagnoli, il Maffei, il Bidasio, il Tramontini.
[86]. È notevole il numero di valent’uomini che somministrò allora il piccolo ducato di Modena: Veneri ministro del tesoro, Luosi della giustizia, Fontanelli della guerra, Testi degli affari esteri, Vaccari segretario di Stato, Paradisi presidente del senato, dell’Istituto e del consiglio di Stato, Lamberti Giacomo senatore e diplomatico e fratello del letterato Luigi; Venturi matematico, e ministro presso la Confederazione elvetica, Dall’Olio commissario della contabilità nazionale, i professori Ruffini, Jacobi, Fattori; Bolognini ingegnere in capo del dipartimento del Cróstolo, Soli architetto, Filippo Re agronomo. Su di che vedasi la Bibliografia del conte Luigi Valdrighi, pel prof. Bosellini, Modena 1863. Il Valdrighi, pure modenese, fu procurator generale della corte di cassazione. Il generale Zucchi fu di questi paesi come Pellegrino Rossi.
[87]. Scriveva al Cesarotti: — Il Governo mi ha comandato, e m’è forza obbedire. Batto un sentiero ove il voto della nazione non va molto d’accordo colla politica, e temo di rovinare. Sant’Apollo m’ajuti, e voi pregatami senno e prudenza». Eppure finiva quella Visione così:
Vate non vile
Scrissi allor la veduta meraviglia;
E fido al fianco mi reggea lo stile
Il patrio amor che solo mi consiglia.
[88]. Lo sforzo dello Sgricci (-1822) fu poi emulato dal romagnuolo Luigi Cicconi (-1855) che a Parigi sostenne gara col Pradier, il quale tentò simile esperimento in francese. Non va dimenticato il Menchi, che nella montagna pistoiese andava improvvisando, e di cui si ripeterono a lungo il Napoleone a Mosca e l’Alessandro a Parigi: ultimo forse di quei cantastorie popolari, che un tempo abbondavano principalmente in Toscana e in Romagna. Anche Valerio di Pos, nelle alpi di Canale d’Agordo, poetò fin agli ottant’anni, e talora bene, e una sua biografia è anteposta dal dottore Paolo Zanini alle Poesie di Valerio da Pos contadino delle alpi Canalesi. Venezia 1822. Spontanea improvvisatrice era pure riuscita la sua compatriota Angela Veronese, che dal Cesarotti educata, divenne celebre col nome di Aglaja Anassilide.
[89]. Il divinizzare Napoleone fu un luogo comune de’ nostri retori. Pietro Giordani, nel panegirico, dove si vanta di «altamente sentire la dignità del secolo», abbonda d’espressioni simili a queste: — Il mondo è venuto in potestà di tale, non oso dir uomo... Dirò pure salva la riverenza alla tua maestà, o divo Napoleone, quest’unica delle umane cose io veggo esserti impossibile, non essere eccellentemente buono... Invitando gl’Italiani a considerare e adorare la grandezza de’ suoi benefizj... Augusto principe, in cui la nostra nazione adora il più caro benefizio che riconosca dall’imperatore in Italia. Sorgeranno statue al divo Napoleone... avrà in ogni cittade un tempio, in ogni casa un altare... Quale altro che uno Iddio, o virtù somiglievole agli Dii, poteva fare sì stupenda consonanza?... La virtù di questo divino spirito non ci lascia sembrar temeraria qualunque speranza». È vero ch’egli chiamava divino anche il Leopardi, e divina amica la contessa Cicognara, e mio adorato signore un direttore della polizia, galantuomo del resto. Quel panegirico parve non abbastanza lusinghiero, e non gli furono regalati che mille franchi.
Esso Giordani nel 1825 scriveva al Leopardi: — Vanità detestabile celebrar ciò che l’armento umano mai non potrebbe esecrar abbastanza, voglio dire i suoi distruttori. Io non voglio dire che, se non vi fossero poeti lodanti le conquiste, non vi sarebbero conquistatori; poichè vedo che senza poeti vi sono assassini e corsari. Dirò che tutti gli ammazzatori o rubatori si hanno a detestare e maledire da tutti... M’inviteresti ad amare chi m’uccide il padre o il fratello? e mi chiami ad ammirare chi uccide un popolo? Taci, o vilissimo, taciamo tutti, se pur non osiamo gridare quel che si dee. Ci potranno trovare scuse al silenzio: ma dov’è il Nerone, dove il Tigellino che v’abbia cacciati tra ’l morire e l’adulare?» Egregiamente! ma allora da undici anni le conquiste erano finite.
[90]. La lettera di scusa che diresse al vicerè, egli anima sì forte, oggi per certo nessuno la scriverebbe: tant’è lontana l’abjettezza d’allora.
[91]. Sciolti di Timone Cimbro a Cicognara, invettiva contro i mali dell’Italia nel 1802. Leopoldo Cicognara fu destituito da consigliere di Stato. Al tempo della coronazione, Napoleone gli stese la mano, dicendogli: — La nostra pace è fatta»; ma soggiunse parole aspre contro la moglie di lui, coltissima donna, e troppo memore di Venezia sua perchè volesse adularne il distruttore. Essa teneva un circolo frequentatissimo: bastarono quelle parole perchè fosse deserta da tutti, eccettuati Ippolito Pindemonte e Carlo Rosmini, due forze pacate. Il Cicognara ebbe poi alti posti, ma nella sua autobiografia dice essere stato l’unico italiano che «ottenesse a forza la demissione dagli onori, dalle cariche, dagli emolumenti, nel convincimento che nulla poteva farsi in tale stato di cose per la vera e reale felicità dell’Italia».
[92]. Napoleone a Eugenio il 15 settembre 1808: Je n’ai jamais supposé que le chemin de Pordenone à Osopo dût coûter 1,500,000 fr.: si cela est, j’y renonce: que le canal de Palmanova dût coûter 3 millions, on m’avait assuré qu’il coûterait 500,000 fr.; s’il doit coûter 3 millions j’y renonce. Je n’ai jamais pu penser non plus que la digue de Mantoue coûtât un million. Causez avec les officiers du génie sur ces trois objets, et faites-moi connaître leur opinion. Mon intention est que les 300,000 fr. que j’ai accordés cette année, soient employés à la digue de Mantoue. Nella seduta del 25 febbrajo 1813, Montalivet ministro dell interno presentava al corpo legislativo francese la situazione dell’impero, dalla quale caviamo ciò che concerne l’Italia. La strada da Parigi a Torino per la Morienna e il Moncenisio, e quella dalla Spagna all’Italia pel Monginevra, erano aperte con immensi sforzi, e col costo di ventidue milioni e mezzo, e il progetto totale sommava a trenta milioni. La strada da Lione a Genova pel Lantaret dovea costare tre milioni e mezzo, e già n’erano spesi un milione e ottocento mila. La strada da Cesane a Fenestrelle pel colle di Sestriera, compimento della precedente, ottocento mila. Con sei milioni e mezzo erasi stabilita la comunicazione fra Nizza e Ventimiglia, e fra Savona e Genova; con due milioni e seicento mila quella da Savona ad Alessandria per l’Appennino: più di tre milioni per quelle da Porto Maurizio a Ceva, da Genova ad Alessandria pel col dei Giovi, da Genova a Piacenza, dalla Spezia a Parma. Tre milioni e mezzo pel ponte sul Po a Torino; un milione e cento mila pel ponte sulla Dora a Rondissone; cinquecensessanta mila per quel sulla Sesia a Vercelli; trecento mila per quel della Scrivia. Per la navigazione del Tevere, e per abbellimenti a Roma, sei milioni; poi ducento mila lire annue erano assegnate per sanar le Paludi Pontine, ma il nessun esito venne attribuito all’aver lasciato quell’immenso tratto nelle mani di trenta livellarj, anzichè spartirlo in piccoli appezzamenti. Nessun vantaggio pure si trasse dalle spese fatte per introdurre la coltura del cotone e dell’indigo e la fabbrica dello zucchero. Le fortificazioni d’Alessandria costarono venticinque milioni.
[93]. Durante la repubblica s’erano soppresse le cattedre di belle lettere, e di lingue orientali e greca, come anche di storia e numismatica; sicchè Foscolo, Mezzofanti e ventiquattro altri si trovarono sul lastrico.
[94]. Il 16 settembre 1805 scriveva ad Eugenio: Il ne faut pas vous épouventer des cris des Italiens. Ils ne sont jamais contents: mais faites-leur faire cette seule réflexion, Comment faisaient les Autrichiens, comment faisaient ils?.... Arrangez vous de manière à pouvoir toujours être le maître de la couronne de fer, et à l’enlever sans qu’on s’en aperçoive.
E il 14 aprile 1806: Quant à l’établissement de l’hérédité, je n’ai point l’habitude de chercher mon opinion politique dans le conseil des autres, et mes peuples d’Italie me connaissent assez pour ne devoir point oublier que j’en sais plus dans mon petit doigt, qu’ils n’en savent dans toutes leurs têtes réunies. A Paris, où il y a plus de lumières qu’en Italie, lorsqu’on se tait et qu’on rend hommage a l’opinion d’un homme qui a prouvé qu’il voyait plus loins et mieux que les autres, je suis étonné qu’on n’ait pas en Italie la même condescendance.
Il 21 aprile, del qual giorno esistono ben cinque lettere ad Eugenio: Il ne doit pas être question de rembourser à Venise les deux millions de contributions, qui lui ont été imposés. Ne dirait-on pas, à entendre les Vénitiens, qu’ils se sont donnés à moi par pure volonté?... Mon intention n’est pas d’appeler aucun Italien, ni aucun Vénitien aux duchés qui doivent être la récompense exclusive de mes soldats. J’ai traité Venise comme pays conquis, sans doute. L’ai-je obtenu autrement que par la victoire? Il ne faut donc point éloigner trop cette idée; mais le droit de victoire terminé, je la traiterai en bon souverain, s’ils sont bons sujets. Je vous défend de laisser jamais espérer qu’aucun Italien Vénitien puisse être nommé à aucun des duchés.
Il 7 agosto 1806: Je vous envoie un exemplaire du catéchisme qui vient d’être adopté pour toute la France. S’il pouvait sans inconvénient l’être pour le royaume d’Italie, ce serait un grand bien: mais ce sont des matières très-délicates, sur lesquelles il faut être très-circonspect. Consultez le ministre des cultes. Le mieux serait que quelque évêque le publiât dans son diocèse comme catéchisme diocésain: mais il faut mettre à cela beaucoup de prudence et de secret.
Infatti quel catechismo fu tradotto, e nella sez. VII si legge:
D. Quali sono i doveri de’ cristiani verso i principi che li governano, e in particolare i nostri verso Napoleone I imperatore e re?
R. I cristiani devono ai principi, e noi in particolare dobbiamo a Napoleone I, nostro imperatore e re, l’amore, il rispetto, l’obbedienza, la fedeltà, il servizio militare, i tributi per la conservazione dell’impero e del suo trono. Inoltre gli dobbiamo fervide preghiere per la salute sua, e la prosperità spirituale e temporale dello Stato.
D. Perchè siamo tenuti a questi doveri verso il nostro imperatore e re?
R. Primo, perchè Dio, che crea gl’imperi e li distribuisce a volontà, colmando l’imperatore di doni in pace e in guerra, lo stabilì nostro sovrano, lo rese ministro della sua potenza, e sua immagine in terra. Onorare e servire il nostro imperatore e re è dunque onorare e servire Dio stesso. Secondo, perchè Nostro Signore Gesù Cristo colla dottrina e coll’esempio c’insegnò quel che dobbiamo al nostro sovrano: nacque obbedendo all’editto di Cesare Augusto: pagò l’imposta: e come ordinò di render a Dio quel ch’è di Dio, così ordinò di render a Cesare quel ch’è di Cesare.
D. Non vi sono doveri particolari che ci attacchino più fortemente a Napoleone I, nostro imperatore e re?....
D. I doveri che ci legano all’imperatore, ci legheranno anche ai successori suoi legittimi nell’ordine stabilito dalla costituzione dell’impero?
[95]. Nei Saggi di Critica del Foscolo, p. 209, vol. II, è detto che nel regno d’Italia i nobili novelli creati da Buonaparte non sarebbero mai stati ammessi alle feste o ai circoli degli antichi patrizj milanesi. In ciò il Foscolo non vede che assurda e boriosa ostentazione: dappoi parve nobile disdegno della servitù straniera.
[96]. La creazione dei dodici grandi feudi nel regno, e tanto peggio le aggiunte che poi fece di altri ne’ paesi novamente annessi e nel regno di Napoli, è uno degli errori di Napoleone, che, figlio della rivoluzione, retrocedeva sino ai tempi feudali e barbari, quando un capo di invasori spartiva i territorj conquistati fra i suoi generali, e gl’investiva colla spada, e creava ai confini del regno le grandi marche, come un tempo era stata la Marca trevisana. Per indietreggiare fin a questa distinzione di terre e ai possessi feudali, Napoleone non dava la minima ragione, salvo la conquista; e ciò ch’è deplorabile ancora più che gli abusi della forza, non trovo che il minimo lamento ne movessero gli Italiani. Eppure il loro amor proprio doveva sentirsi oltraggiato da questa istituzione, tutta a favor dell’impero, di questo vassallaggio del patrio suolo alla conquista forestiera; ma v’è tempi ove quei che potrebbero e dovrebbero alzar la voce contro gli abusi, o almeno protestare col silenzio, s’affrettano ad applaudirli, purchè possano profittarne.
[97]. Jacopo Morelli, celebre bibliotecario della Marciana, patì immensamente delle sottrazioni fatte a questa biblioteca ch’egli guardava come propria cosa. Pranzando un giorno col vicerè, venne richiesto se, fra tante ricchezze, egli saprebbe indicare i dodici volumi che soli volesse salvare perdendo gli altri. Impaurito che si abusasse della sua decisione disse: — In questo momento di piacere m’è impossibile affaticar la mente su domanda così scabrosa». E il vicerè: — Bene, bene; non si devono mai svelare tutte le attrattive della propria amante». Il Morelli fu soprattutto cercatore d’opuscoli, ne lasciò ventimila a quella biblioteca, e volea scriver un trattato Dell’utilità che si può trarre dagli opuscoli.
[98]. Lettera 14 aprile 1806 nella Correspondance du prince Eugène.
[99]. Nel febbrajo 1806 Napoleone scriveva al vicerè: Partez du principe que j’ai besoin de beaucoup d’argent. On voudrait dans ce pays l’impossible: payer peu de contributions, avoir peu de troupes, et se trouver une grande nation: tout cela est chimère. Quant aux impositions, la seule réponse à faire est celle ci: Paye t-on plus qu’en France? Anche il conte di Cavour ripetea sempre: «Bisogna pagare, e pagare, e pagare». I suoi successori calcano le sue orme.
[100]. Nei Mémoires tirés des papiers d’un homme d’État, che sono una delle pubblicazioni più curiose dei nostri giorni, si legge: Prina souple instrument des exigences de Napoléon, torturait son génie pour trouver les moyens de pressurer un pays, auquel on avait solennellement promis tant de prospérité, et il acquérait la faveur de son insatiable maître au prix de la haine générale. Les projets de ce ministre, qui fut pour l’Italie ce que le trop célèbre abbé Terray avait été jadis pour la France, n’était soumis à aucun genre de contrôle: Napoléon voulait, il fallait obéir. Cependant toutes les ressources de son habilité tortionnaire se trouvaient épuisées avant qu’on renonçât à y recourir pour de nouvelles exactions: les améliorations imaginaires pompeusement combinées afin de couvrir tant d’oppression réelle, et publiées dans les gazettes comme une preuve des soins paternels du monarque français, étaient pour la plupart ou suspendues ou abandonnées, d’autant plus que, de leur côté, les généraux français employaient tous les moyens en leur pouvoir d’épuiser le pays pour accroître leur propre fortune.
L’Italia francese (escluso il regno d’Italia) produceva alla Francia quaranta milioni; di cui diciotto pagavano l’amministrazione, polizia e strade; ventidue per piazze forti, e per mantenere cenventimila uomini a tutela del paese (1807). Vedi Thiers, Histoire du Consolat et de l’Empire, vol. VIII.
[101]. L’adulazione postuma, che venne di moda verso il regno d’Italia, fa esaltare ancora i rendiconti del Prina e le illazioni del Pecchio, che si appoggia unicamente su quelli, colla fede d’un gazzettiere ufficiale. Senza cercare altre autorità, adduciamo quella sola del vicerè, che scriveva a Napoleone il 26 dicembre 1810: «V. M. mi fece l’onore di ripetermi più volte che diminuirebbe i carichi del suo regno a misura che s’assoderebbe; e nel lavoro dell’anno passato mi fece l’onore di dirmi che non avrebbe esatto dal suo regno che cenventi milioni. Di fatto non è possibile imporgli maggiore aggravio. L’interruzione totale del commercio, il deperimento delle manifatture di seta e di cotone, l’annichilamento del prodotto delle dogane sia pel divieto d’introdurre merci forestiere, sia pel tenue dazio delle francesi; infine la distrazione di due milioni del prodotto delle dogane per incoraggiare le manifatture di seta, ordinata da V. M.; tutto ciò impedisce di ripromettersi un’entrata più considerevole».
[102]. Nelle Memorie del principe Eugenio, tom. II, p. 12, riferendosi l’ammutinamento di Crespino, si dice: Cette révolte était d’autant moins motivées, que jamais ce pays n’avait appartenu à l’Autriche. Strana ragione davvero, sol conveniente a coloro che dicono, tutto il liberalismo degli Italiani consistere nel ribramare i Tedeschi quando sono sotto ai Francesi e viceversa.
E a pag. 179 è la lettera 21 marzo 1806 di Napoleone: J’ai reçu la réclamation de la commune de Crespino: je n’entends pas raillerie; mes drapeaux ont été insultés, mes ennemis accueillis; il faut du sang pour expier le crime de cette révolte. Si cette Commune veut se laver de l’opprobre dont elle s’est couverte, il faut qu’elle livre les trois principaux coupables pour être traduits devant une commission militaire, et être fusillés avec un écriteau portant ces mots Traditori al liberatore d’Italia ed alla patria italiana. Alors je pardonnerai à la Commune, et je révoquerai mon décret.
Dopo la battaglia della Piave, Napoleone scriveva a Eugenio, il 10 maggio 1809: On dit que l’évêque d’Udine s’est mal comporté: si cela est, il faut le faire fusiller. Il est temps enfin de faire un exemple de ces prêtres, et tout est permis au premier moment de la rentrée. Que cela soit fait 24 heures après la réception de ma lettre, c’est un exemple utile. S’il est quelqu’autre individu qui se soit mal comporté, faites-les arrêter. Si Trieste vient à être en votre pouvoir, imposez-lui 50 millions de contributions, et faites arrêter quarante des principaux habitants, pour vous assurer du payement. Faites mettre le séquestre sur tous les navires jusqu’à ce que cette contribution soit acquittée. Vous suivrez cela à la lettre; j’ai pardonné trop souvent à cette ville.
[103]. Questo proclama è dato come una scoperta, una rarità in una storia recente, bassamente adulatrice dell’antico Piemonte (Del Gualterio). Esso leggesi fin nel Botta: in pieno dominio austriaco io lo stampai nella Storia della diocesi di Como; nè l’Austria se ne ascondeva, dicendo che tali promesse erano condizionate al ribellarsi de’ paesi: e questi nol fecero.
[104]. Il vicerè annunziò aver perduto duemila combattenti e due generali feriti; gli Austriaci d’averne uccisi ottomila, preso quattromila seicensessantasei prigioni, dodici cannoni, mentre essi perdettero tremila seicento uomini. Il Coraccini parla di dodicimila Italiani periti. Fu stampata allora una Histoire de la campagne de S. A. I. Eugène Napoléon, in tono così iperbolico, che si dubitò fosse ironia; e la Corte fece comprare tutti gli esemplari, e ricattare i già venduti.
[105]. Marzio Mastrilli marchese del Gallo, palermitano, era ambasciatore a Vienna quando nel 1797 si temè che Buonaparte marciasse contro di essa, e fu spedito a trattare privatamente con quello. Firmò i preliminari di Leoben, e più conciliativo di Cobentzel, meglio valse a condur la pace. Ebbe poi gran parte in tutte le vicende seguenti fino al 1821, quando adoprò a dissuadere Ferdinando dal tradimento di Lubiana.
[106]. È un vastissimo piano di 103 chilometri sopra 50, irrigato da fiumi, cinto da monti e feracissimo; da Alfonso d’Aragona, verso il 1450, fu concesso in enfiteusi, ed è goduto da pastori, che pagano allo Stato un canone, fruttante circa sei milioni; e non può esser chiuso da mura nè siepi, dovendo restar aperto al pascolo vago.
[107]. Pasquale Borelli m’assicurò che, come segretario della prefettura di polizia, aveva dovuto compilare il processo contro un tal Abussi che, per incarico della polizia, avea scritto finte lettere, sopra le quali furono condannati alla forca il marchese Palmieri, il figlio del duca Filomarino ed altri. Capo della commissione straordinaria era lo storico Colletta.
[108]. Vedi la preziosa Correspondance du roi Joseph, Parigi 1853, e specialmente al vol. II, pag. 422-433; e le lettere di Napoleone del 6 marzo, 22 aprile, 31 maggio, 9 agosto, 2 settembre 1806, citate da Thiers, Histoire du Consolat, lib. XXV.
[109]. Correspondance, tom. II, pag. 131, 810.
[110]. Correspondance, tom. II. p. 121.
[111]. Pag. 127, 230, 417, 418.
[112]. È pubblicata nel bullettino delle leggi delle Due Sicilie del 1808, pag. 146. Confermando i provvedimenti già presi, rendeva costituzionali il ministero, il consiglio di Stato, e introduceva un Parlamento di cento membri, divisi in cinque sedili, del clero, de’ nobili, de’ possidenti, de’ dotti, dei negozianti; gli altri a vita; possidenti e negozianti eleggibili ad ogni sessione; il Parlamento non propone, ma tratta le materie sottopostegli dagli oratori del Governo; secrete le tornate; punita la pubblicazione dei dibattimenti e dei voti.
[113]. Nella costituzione siciliana del 1812 leggiamo: «Le angarie e parangarie, introdotte soltanto dalla prerogativa signorile, restano abolite senza indennizzo. Quindi cesseranno le corrispondenze di gallina, di testatico, di fumo, di vetture, le obbligazioni di trasportare in preferenza i generi del barone, di venderne con prelazione i prodotti, e tutte le opere personali e prestazioni servili, provenienti dalla condizione di vassallo a signore. Sono egualmente aboliti senza indennizzo i diritti privativi e proibitivi per non molire (macinare) i cittadini in altri trappeti e molini fuori che in quello dello stesso, di non condursi altrove che ne’ di lui alberghi, fondachi ed osterie: i diritti di zagato per non vendere comestibili e potabili in altro luogo che nella taverna baronale e simili, qualora fossero stabiliti dalla semplice prerogativa signorile e forza baronale».
Da qui appaja quante antiche servitù esistessero ancora. David Winspeare annoverava che nel Napoletano sussistessero 1395 diritti su cose e persone, quando vi giunsero i Napoleonidi.
[114]. Tra il resto, imponeva ai vescovi un giuramento di fedeltà al re, sino ad obbligarsi di denunziare chi sapessero far trame contro di esso. È il giuramento che si usa ancora.
[115]. «Intanto innumerevoli spie son qui mantenute, e tutta Roma, tutto lo Stato Pontifizio sono in preda alle loro calunnie; il palazzo apostolico n’è assediato, come fosse un castello munito». Nota del Consalvi a Talleyrand, 1805.
[116]. Lettera da Monaco, 7 gennajo 1806.
[117]. Nella vita del cardinale Fesch, scritta dall’abate Lyonnet, viene raccontato che un Marseria côrso, emissario del ministro inglese Pitt, venne ad esortar Napoleone primo console a riconciliarsi con Inghilterra, e insieme dare a questa la pace interna col far abbracciare il protestantismo alla Francia. Napoleone avrebbegli risposto che, quanto alle cose del mondo, fidava nella propria spada; delle cose del cielo toccava a Roma sola il decidere: che del resto una religione non può crearsi se non montando al Calvario, e ch’egli non avea di tali voglie.
[118]. Napoleone scriveva al vicerè: J’ai lu votre lettre au pape. Elle m’a paru fort bien; mais je doute qu’elle produise quelque chose, car ces gens-là sont ineptes au delà de ce qu’on peut imaginer. Toute réflexion faite, je n’écrirai pas au pape. Je ne veux pas me jeter dans les tracasseries avec ces nigauds. Le plus court c’est de s’en passer.
[119]. Di Venezia fu nominato patriarca nel 1811 Stefano Bonsignori, già vescovo di Faenza, ma fu considerato come intruso; e quando nel 1814 cessò di essere amministratore capitolare, vennero sottoposti a penitenza quanti da lui aveano avuto il presbiterato; a otto giorni di esercizj spirituali quelli da lui promossi agli ordini maggiori, a tre giorni quelli ai minori.
[120]. Lettera di Talleyrand al legato Caprara, 28 aprile 1806.
[121]. Il Borghese, benchè cognato dell’imperatore, negava cederla, perchè fedecommessagli; alfine acconsentì, comprendendovi pure i Monumenti Gabinj: e malgrado la protesta del Governo romano, furono spediti a Parigi ducencinquantacinque capi d’arte; pagati quattordici milioni inscritti sul gran libro, o piuttosto ciuquecentomila lire di rendita, a quanto si disse. Caduto Napoleone, il principe li reclamò; ma Luigi XVIII non volle rescinder il contratto, e rimasero in Francia.
Dicono che Paolina Borghese posasse avanti il Canova; e avendo una sua damigella esclamato, — Come! gli steste davanti così nuda?» essa rispose: — Oh, ma la stanza era calda». I nostri padri la vedeano talora comparire ad un ballo con un gran manicotto di famosissimo pelo, ed ivi gettarlo a terra per posarvi i piedi. Delle satire de’ Romani contro di lei alcune sono sanguinose come quella: Dos ficta, facies picta, v.... refricta, e in occasione dei restauri alle ville Borghesi: Paulus struxit, Paulina destruxit.
[122]. Napoleone ad Eugenio il 16 agosto 1807: Le pape est résolu de m’envoyer le cardinal Litta. Nous verrons ce que ces gens-là veulent faire. Le cardinal Litta est un des plus mauvais hommes du sacre Collège. Il passera par Milan. Il faut que le vieux Litta le tance fortement comme chef de la famille, lui disant qu’ils sont des....; qu’ils veulent perdre leur temporel: que ce n’est pas le pape qu’on accusera, mais que le blâmes des hommes sensés en tombera sur les cardinaux qui le conseillent si mal.
E al 17: Après les renseignements que j’ai pris sur le cardinal Litta, je me suis résolus à ne pas l’accepter. Si jamais il avait quittè Rome, mon intention est que vous lui donniez l’ordre de se rendre dans les terres de son frère, sans qu’ils puisse retourner à Rome, ni se rendre en France. Faites-lui écrire par son frère qu’il ferait mieux de rester tranquille, et de ne pas se mettre avec la tourbe des gens qui seulement me contrarient: que mon intention, s’ils ne se tiennent pas tranquilles, est d’envoyer dix-milles hommes à Rome, d’en exiler à soixante lieues tous le cardinaux turbulents, dont lui, Antonelli et Pietri sont du nombre.
[123]. Istruzioni segrete di Champagny a M. Alquier, 23 gennajo 1808. Fino Léfèbvre, Histoire des cabinets de l’Europe, cap. 27, che nel tono consueto de’ Francesi giustifica sempre il forte, qui esclama: — Fa pena a vedere il padrone della Francia, uomo di tanta forza e tanto genio, adoprare la bella sua intelligenza a ingannare e abbattere un vecchio, le cui resistenze provenivano da convinzioni ardenti e da scrupoli di coscienza, al postutto rispettabili».
[124]. Il cardinale Pacca professa che sarebbe stato «lecito di permettere al popolo di liberarsi da quegl’ingiusti aggressori. Tutte le leggi naturali, divine ed umane danno il diritto agli oppressi ingiustamente di respingere la forza colla forza, e di scuotere un giogo che senz’alcuna ragione fu loro imposto»; Memorie storiche, parte I, cap. 4. E adduce il passo di Wattel: Qu’un avide et injuste conquérant subjugue une nation, qu’il a forcée à accepter des conditions dures, honteuses, insupportables, la nécessité la contraint à se soumettre: mais ce repos apparent n’est pas une paix; c’est une oppression que l’on souffre tandis qu’on manque de moyens pour s’en délivrer, et contre laquelle des gens de cœur se soulèvent à la première occasion favorable. Egli reca il viglietto di M. Alquier al papa quando le truppe occuparono Roma. Cet événement n’a rien d’allarmant; je prend sur moi de le garantir. Si les troupes de sa majesté devaient rester pendant quelques jours à Rome, cette mesure ne serait que passagère: elle n’offrirait aucune apparence de danger ni pour le présent, ni pour l’avenir.
[125]. «Ciò permise la Provvidenza per confermare sempre più la divina lezione data ai papi, ed ai ministri della Chiesa, spesso ripetuta dalla sacra Scrittura, di non riporre la loro fiducia ne’ principi della terra». Pacca, Memorie storiche, introduzione alla parte II.
[126]. Thiers, raccontato l’affare dei cardinali che non comparvero al matrimonio, e come Napoleone ordinò fossero sporporati, dispersi per le provincie, sequestrate le rendite loro e fin i beni patrimoniali, soggiunge: «Non poteasi rispondere con più violenza a un’opposizione più imprudente e condannabile. Fra i tredici cardinali trovavasi Opizzoni arcivescovo di Bologna. Lo fece chiamare dal vicerè d’Italia, e minacciare dei più severi castighi se non si dimetteva immediatamente di tutte le dignità ecclesiastiche. Quest’ingrato, colpito di terrore, diede la dimissione richiesta versando torrenti di lagrime, e subito lasciò Parigi pel ritiro fra d’esiglio e di prigionia assegnatogli». Histoire du Consolat et de l’Empire, lib. XXXVIII. (Su ciò vedasi la lettera di Napoleone ad Eugenio 3 aprile 1810, ove qualifica d’infame conduite quella dell’Opizzoni).
Thiers istesso poco prima, giudicando il blocco, scrive: «Per quanto violenti fossero i mezzi a cui Napoleone era costretto, l’importanza dello scopo era sì grande, ch’è forza scusar ciò che e’ fece per raggiungerlo; anzi il principal suo torto fu di non essere stato abbastanza perseverante».
[127]. Gl’indirizzi furono messi all’indice de’ libri proibiti, con decreto 30 settembre 1817, avvertendo che erano parte finti, parte alterati; e tutti, appena i tempi lo permisero, furono riprovati da quelli di cui portavano i nomi, con lettere ossequiose, spontaneamente dirette al papa. Vuolsi che i più fossero scritti da un Ferloni, prete cremonese, autore d’un libro «Dell’autorità della Chiesa secondo la vera idea che ne ha data l’antichità, libro da cui si dimostra l’abuso che se n’è fatto e la necessità di circoscriverlo», e che aveva messo la penna e il talento a servigio del Governo, il quale scarsamente lo compensò. Spiridione Beroli, vescovo d’Urbino, professò altamente che la Chiesa universale non può separarsi dal papa. Napoleone contro del papa era sostenuto dall’ex-vescovo Gregoire, il quale poi tramò la caduta dell’imperatore, e di questo scriveva che «l’unione delle parole machiavellismo, despotismo, tirannia, non presentano che gl’informi elementi della scienza infernale, di cui egli perfezionò la teoria e la pratica».
[128]. Il manoscritto di Sant’Elena dice che «per le differenze con Roma stavano arrestati cinquecento preti». Altre memorie dettate da Napoleone negano l’autenticità di quello, e li riducono a cinquantatre, e soggiungono: Ils l’ont été légitimement (Note sul libro dei Quattro Concordati).
Il ragguaglio più importante di questi avvenimenti sta nelle Memorie storiche del ministero, dei due viaggi in Francia, e della prigionia nel forte di San Carlo a Fenestrelle, del cardinale Bartolomeo Pacca; Roma 1828. Egli si dice «indotto a raccontarle perchè gli onest’uomini esposti a dure e difficili circostanze, apprendano che gli esiglj, i sequestri dei beni, le prigionie ed altri mali, che tanto ci spaventano quando ci sono minacciati, allorchè s’incontrano nell’adempimento de’ proprj doveri perdono gran parte della loro amarezza, e sono da altre consolazioni e dolcezze largamente compensati». Riflette giustamente che Napoleone all’isola di Sant’Elena continuava lamenti perchè non potea scrivere o ricevere lettere se non vedute dai ministri inglesi; e Montholon a nome di lui esclamava: — Questo non si tollererebbe nemmanco ad Algeri». Eppure Napoleone stesso n’aveva dato l’esempio coi cardinali deportati e fin col papa.
* Napoleone, nel gennajo 1811, nelle lettere ad Eugenio molto si occupa delle cose del papa e dei preti. Il 5: «Jeri in Consiglio di Stato domandai al conte Portalis se conosceva un libello del papa, tendente a provocare la disobbedienza e il disprezzo dell’autorità. Esitato alquanto, rispose di sì, ed io lo cacciai dal Consiglio, gli tolsi tutti gl’impieghi, e l’ho relegato a quaranta leghe da Parigi. Ve lo scrivo perchè vediate la mia intenzione assoluta di far cessare questa lotta scandalosa del pretume contro la mia autorità».
Il 6: «A Venezia c’è de’ movimenti: vi si fanno delle scene religiose inutili. Date ordini e esempj che mettano freno a queste turbolenze».
[129]. Del novembre 1809 si ha lettera di Murat all’imperatore, che lo informa della situazione di Roma: «Non devo dissimularvi ch’essa soffre. L’assenza del Governo produsse molti infelici: mi accertano che la sua popolazione scemò di 40,000».
[130]. Rapporto di A. De Pastoret sulla situazione degli Stati romani nel giugno 1809.
[131]. Per la storia nostra militare vedansi Vacani, Gl’Italiani in Ispagna; Laugier, Guerre degli Italiani; Zanoli, Della milizia cisalpina; e le biografie del Fontanelli, del Pino, di altri. Fra i prodi distinguono Bernardo Rossi, proletario bergamasco, che combattendo in Italia e in Germania, salì grado grado, e divenne capitano e cavaliere in Ispagna, ebbe gran parte all’assedio di Tarragona e alla presa del forte Olivo, dove la divisione italiana si segnalò con Palombini, Bertoletti, Banco, Severoli, Mazzuchelli, Vacani, Bianchetti, Santandrea, Ceroni, Peyri, poi in Russia e nelle ultime fazioni in Italia. Giovanni Ettore Martinengo Coleoni, versato nell’architettura militare, servì la Prussia, poi la rivoluzione francese nelle armi e nella diplomazia; presentò a Melzi una memoria sul rendere indipendente l’Italia; poi corteggiò Napoleone e fu capitano della guardia d’onore, senatore, ciambellano.
I coscritti dei quattordici dipartimenti franco-italiani salirono a censessantaquattromila; altrettanti in circa quelli dei ventiquattro dipartimenti italiani: trentamila furono dati dal regno di Napoli: onde sarebbero trecensessantamila i soldati che la Penisola nostra diede alla grand’armata dal 96 al 14.
[132]. Eugenio scriveva a Napoleone il 20 ottobre 1810: Sire, j’ai l’honnenr d’adresser à V. M. deux tableaux; l’un indiquant le nombre des conscrits réfractaires de ces quatre dernières années, se montant à 22,227 hommes; l’autre indiquant les déserteurs, dans le même temps, et porté à 17,750: total 39,977 hommes. Ce résultat est affligeant. L’on emploie tous les moyens pour l’empêcher ou y remédier.... On arrête journellement de ces déserteurs. La totalité se monte à plusieurs milliers par an. On est peiné d’être obligè de porter une condamnation aux fers envers une quarantaine de mille individus.
[133]. Zanoli, op. cit., tom. II, p. 205. Egli computa che, per numero medio, durante il regno d’Italia perissero 7337 uomini all’anno, cioè in tutto 124,729, sopra la popolazione media d’un dieci milioni e mezzo; e vi si spendessero 723 milioni, oltre le esazioni forzose e i 30 milioni annui tributati alla Francia. I dipartimenti aggregati alla Francia diedero 164,000 coscritti. Secondo lui, le truppe che mossero dal regno d’Italia furono 27,397, cavalli 9040, e tutto il corpo franco-italiano 52,000 uomini. Egli calcola i soldati del regno d’Italia periti in quella guerra 26,597, tutti i 9040 cavalli, 58 cannoni, 391 cassoni di munizione, 702 carriaggi di trasporti: ma altri elevano molto di più queste cifre. La gazzetta di Pietroburgo stampò il prospetto di uffiziali prigionieri 6000, soldati prigionieri 130,000, cadaveri bruciati da Mosca a Wilna 308,000, cannoni avuti in mano 900, fucili 100,000, carri, cassoni, vetture 25,000. È probabile v’abbia esagerazione,
Napoleone diceva a Metternich che, nella guerra di Russia, perirono 200,000 uomini, però (soggiungeva) molti erano tedeschi.
[134]. Realmente i battaglioni nostri non contavano meglio di venti uomini d’ogni grado. Mémoires du prince Eugène, IX. 104. Le relazioni d’allora, e massime quelle del Vaudencourt, come pure il Du Casse nelle Memorie del principe Eugenio, sprezzano assai le truppe italiane, fino a dire che unico loro incoraggiamento era la speranza di arricchirsi, come nella Spagna. Del generale Lechi fanno unico vanto la bella presenza, e gli attribuiscono i disastri del 1813. Pino è qualificato come negligente e pusillanime a segno, che il vicerè, per risparmiargli l’affronto di torgli il comando, lo indusse a domandare un congedo a titolo di salute.
Nelle istruzioni che mandava al vicerè nel novembre 1813, Napoleone scriveva: «Il vicerè può avere grande confidenza in Zucchi. Io ne fui contentissimo. Non bisogna dar credito a Pino, bensì elevare Palombini e Zucchi, e sostenere Fontanelli. Il nemico cerca guadagnare i generali stranieri che noi abbiamo innanzi. I tre che indico bisogna avanzarli, e annichilar Pino».
[135]. La fortezza di Mantova era comandata da Julien di Tolosa, generale di brigata al servizio italiano, che credesi autore del libretto Dernière campagne de l’armée franco-italienne en Italie.
[136]. Che i bullettini mentiscano è convenuto. Ma Napoleone, in lettera privata a Eugenio, da Dresda il 30 agosto scriveva: «Ho battuto il grand’esercito degli alleati, ch’era di ducento mila uomini, di cui ottantamila russi: gli ho preso trentamila uomini, trenta bandiere, cinquanta bocche di cannone, e ottocento cassoni di munizioni e vetture di bagagli. Fuggì spaventato in Boemia, e lo fo inseguire vivamente».
E il 17 novembre: «Figlio mio, voi avete ancora un bell’esercito, e se vi unite cento cannoni, il nemico è incapace di forzarvi. Non si tratta che di guadagnare tempo. Io qui (a Parigi) ho seicentomila uomini in movimento: ne riunirò seicentomila in Italia. Vo a provvedere acciocchè i vostri quadri siano completi di novecento uomini ogni battaglione».
Informato il giorno stesso delle strettezze dell’esercito italiano, scriveva ad Eugenio: «Non bisogna abbandonar l’Adige senza una gran battaglia. Le grandi battaglie si guadagnano coll’artiglieria». Ciò parrebbe smentire l’ordine dato a Eugenio d’abbandonare l’Italia e recarsi sull’Alpi, l’avere disobbedito al quale viene gravemente imputato al vicerè. È però vero che al 24 gennajo Napoleone gli ordinava, caso che i Napoletani si dichiarassero nemici, di portarsi alle Alpi con tutto l’esercito. Il 18 febbrajo informava Eugenio d’aver distrutto l’armata di Slesia composta di Russi e Prussiani, cominciato jeri a battere Schwarzenberg: in quattro giorni fatto trenta o quarantamila prigionieri, una ventina di generali, cinque a seicento uffiziali, cencinquanta a ducento cannoni, e immensi bagagli, senza quasi perder uomo.
[137]. Una brigata di giovani componea sibilloni, che furono poi stampati nel 1815.
[138]. Eugenio scriveva alla moglie il 26 novembre 1813 che ad Aldini aveva l’imperatore detto: «Finalmente farò la pace: devo rinunziare al sistema continentale, cederò anche all’Austria il Veneto; ma in ricambio l’Italia avrà il Piemonte, e la Francia resterà ne’ suoi confini naturali. Il regno d’Italia sarà dichiarato indipendente».
[139]. La difesa di Genova e della Riviera furono affidate al barone Maurizio Fresia di Saluzzo, che combattè tutte le guerre del secolo, fu anche governatore di Venezia, e morì il 1827.
[140]. Beauharnais, il 29 novembre 1813, scriveva a Ortensia in lettera evidentemente destinata ad esser mostrata: Ma bonne sœur... Un parlementaire autrichien a demandé avec instance à me parler... Il était chargé de la part du roi de Bavière de me faire les plus belles propositions pour moi et pour ma famille, et assurait d’avance que les souverains coalisés approuvaient que je m’entendisse avec le roi pour m’assurer la couronne d’Italie. Il y avait aussi un grand assaisonnement de protestations d’estime... Tout cela était bien séduisant pour tout autre que pour moi. J’ai répondu à toutes ces propositions comme je le devais, et le jeune envoyé est parti rempli d’admiration pour mon caractère, ma constante fermeté et mon désintéressement: j’ai cru devoire rendre compte de tout à l’empereur, en omettant toutefois les compliments qui ne s’adressaient qu’à moi... Ce qui pour moi est la plus belle des récompenses, c’est de voir que, si ceux que je sers ne peuvent me refuser leur confiance et leur estime, ma conduite a pu gagner celle des ennemis. Adieu, ma bonne sœur, je ne saurais assez te dire combien je suis heureux des sentiments de ma femme en cette circonstance. Elle a tout-à-fait suspendu ses relations directes avec sa famille depuis la déclaration de la Bavière contre la France, et elle s’est réellement conduite divinement pour l’empereur.
Nei patti che proposero a Napoleone gli Alleati da Chatillon, v’era che l’Italia restasse indipendente, data ad Eugenio colle isole Jonie.
Su questi atti di Beauharnais sparsero luce le sue Memorie, stampate nel 1858, per quanto parziali.
[141]. La reggenza del Governo provvisorio.
Le armate delle alte Potenze coalizzate entrano nel territorio italiano; vogliono l’ordine e la felicità della nazione. Italiani, voi avete sviluppato il nobile carattere vostro; ed il generale sentimento dell’amore per la patria ha escluso la possibilità di opposti partiti. L’interesse privato è intieramente dimenticato da ciascuno di voi; il riposo, la tranquillità, la brama d’un saggio Governo indipendente stanno fissi nel cuore di tutti; nè vi è Italiano, il quale non senta il bisogno d’un nuovo ordine di cose.
Le alte Potenze coalizzate non ad altro fine hanno impugnate le armi se non per il bene de’ popoli, nè giammai si è combattuto con principj più virtuosi...
Secondate, o Italiani, queste benefiche sovrane intenzioni; accogliete come veri liberatori i militari che hanno esposti se stessi per il vostro bene, accoglieteli coll’affettuosa ospitalità a loro dovuta. Il trasporto della pubblica esultanza sia vivace, ma tranquillo e dignitoso...
La reggenza conscia delle intenzioni dei nostri liberatori, è persuasa che la dovuta riconoscente accoglienza della capitale sarà di nobile esempio a tutto il regno. Milano, 27 aprile 1814.
Verri presidente--Giulini Giorgio — Borromeo Giberto — Mellerio Giacomo — General Pino — Mazzetta Giovanni — Strigelli segretario.
La reggenza del Governo provvisorio.
La rappresentanza nazionale ha esternato il suo voto per l’indipendenza del regno d’Italia, e per una costituzione, le cui basi liberali saggiamente contrabbilancino i rispettivi poteri.
I desiderj del popolo italiano non potevano non esser conformi al principio, che l’indipendenza è il primo bene e la principale sorgente della felicità di uno Stato. La deputazione, al cui patrio zelo la reggenza ha confidato il sacro deposito dei voti della nazione, gli avrà già manifestati alle alte Potenze alleate.
Spagna, Francia, Olanda attestano nei trasporti della loro riconoscenza che la magnanimità delle alte Potenze alleate ha sostituito, con nuovo genere di trionfo, alla sanguinosa gloria delle conquiste quella ben più reale e durevole di ristabilire la felicità de’ popoli col mezzo d’istituzioni sagge e liberali. Italiani, vorreste voi obliare questi numerosi esempj di generosità a segno di temere che per voi soli le alte Potenze alleate ricusino di essere magnanime, di far risorgere la vostra nazionale indipendenza?
Le negoziazioni che saranno già intraprese, sono dirette da concittadini che, circondati dalla pubblica confidenza, hanno e lumi e zelo pari all’eminente oggetto della loro delegazione. Il loro unanime interesse è identico col vostro, che è pur quello della reggenza.
Mentre le alte Potenze stanno compiendo la grande opera, rimanetevi dunque in quel dignitoso contegno di calma che si conviene ad un popolo, il quale attende i suoi destini da nazioni che l’Europa tutta venera ed ammira come suoi liberatori. Milano, 4 maggio 1814.
Verri presidente, ecc. ecc.
[142]. Erano Marcantonio Fe, Federico Confalonieri, Alberto Litta, Giangiacomo Trivulzio, Giacomo Ciani, Somaglia, Sommi, Ballabio: segretario Giacomo Beccaria. Le loro domande portavano: I. Indipendenza assoluta del paese, il quale abbia la maggior estensione possibile; II. Costituzione liberale, fondata sulla divisione del potere esecutivo, legislativo, giudiziario, e sull’intiera indipendenza di quest’ultimo; una rappresentanza nazionale faccia le leggi, regoli le imposte; sieno assicurate la libertà individuale, la libertà di commercio, la libertà della stampa; i pubblici impiegati sieno sottoposti a sindacato; III. Tale Costituzione sia fatta dai collegi elettorali, eretti in assemblea costituente; IV. Si preferisca un Governo monarchico ereditario. Quanto alle maggiori guarentigie, non si era creduto «conveniente di legar le mani alle Potenze alleate».
[143]. Vedi l’allocuzione 21 marzo 1813.
[144]. Al congresso di Vienna erano rappresentanti del pontefice il cardinale Consalvi; del re di Sardegna il marchese di Sanmarzano e il conte Rossi; di Gioachino il duca di Campochiaro e il principe di Cariati; di Ferdinando di Sicilia il conte Ruffo, il duca Serra Capriola, il cavaliere Medici; della Toscana Neri Corsini; di Modena il principe Albani; di Luigia di Parma lo spagnuolo Labrador; di Genova il marchese Brignole Sale; del principe di Piombino il giureconsulto Verra; di Lucca il conte Mansi.
[145]. Furono il generale Teodoro Lechi, il tenente colonnello Gasparinetti, l’ispettor generale Demester, Ragani caposquadra, Lattuada, Brunetti, Cavedoni, Pagani, Gerosa, Caprotti, Marchal, Varesi, tutti uffiziali; i professori Rasori, Gioja ed altri. Dopo tre anni di processi furono condannati a morte, commutata in carcere temporario.
[146]. Carolina coi figli abitò Trieste, poi morì a Firenze il 1839. Luciano che era accorso da Roma ad offrire i proprj servigi al reduce fratello, al cadere di questo tornò a Roma, e nel suo principato di Canino scoprì le necropoli e i vasi che innovarono la storia delle belle arti etrusche, e raccolse un insigne museo, che poi vendette al britannico: morì nel 1840, e suo figlio Carlo meritò nome fra i naturalisti, poi fra i rivoluzionarj (-1857), e Luigi fra i chimici. Re Giuseppe, dopo i disastri di Waterloo ricoverò a Nuova York, poi a Firenze col nome di conte di Survilliers, e vi morì nel 1844. Ivi pure morì re Luigi il 25 luglio 1846; e suo figlio Luigi, dopo vicende da romanzo, rinnovò l’impero francese. Girolamo, già re di Westfalia, morì capo dell’Ospizio degli Invalidi a Parigi; suo figlio rimane famoso col nome di principe Napoleone. Madama Letizia, madre di cinque regnanti, visse in Roma fino al 2 febbrajo 1836. Felice Baciocchi, principe di Lucca, morì a Bologna il 1841. Beauharnais ebbe rendita di sei milioni, e dal re di Baviera il principato di Eichstädt, ove fece moltissimi miglioramenti: visse fin al 1824, e di Amalia sua moglie restò cara ricordanza fra gli Italiani, che sempre ben accolse anche a Monaco. Una loro figlia sposò il principe reale di Svezia, e si assise su quel trono (-1876); l’altra il duca di Braganza; un figlio sposò la regina di Portogallo; l’altro la primogenita dell’imperatore Nicolò di Russia.
[147]. Gli alleati aveano imposto a Ferdinando di dare al principe Eugenio un distretto di cinquantamila abitanti! che fu cambiato in cinque milioni di lire. Anche a carico del papa si mantenne il ricco appanaggio d’Eugenio nelle Marche, mascherandolo col titolo d’enfiteusi, redimibile per 3,170,000 scudi. Ferdinando regalò splendidamente i cooperatori della sua restaurazione: al generale Bianchi il titolo di duca di Casa Lanza con novemila ducati annui; a Metternich il titolo di duca di Portella con sessantamila; altrettanti a Talleyrand col ducato di Dino; seimila ducati annui al cavaliere Medici; altrettanti al plenipotenziario Alvaro Ruffo; duemila all’altro plenipotenziario Serra Capriola; le quali rendite furono capitalizzate con 1,010,722 ducati. Vedi il rapporto del ministero delle finanze al Parlamento in ottobre e dicembre 1820.
[148]. Secondo un articolo addizionale e separato del 20 maggio 1815, nel caso che il ducato di Parma ricada all’Austria, la città e fortezza di Piacenza con un circondario determinato spetta al re di Sardegna. Il 28 novembre 1844 a Firenze fra i duchi di Lucca e Modena, il granduca di Toscana, il re di Sardegna e l’imperatore d’Austria fu conchiuso cambio di varie porzioni di Stati, per meglio arrotondarsi quando avvenisse il passaggio del ducato di Lucca alla Toscana, e di Parma e Piacenza all’infante di Spagna. La Toscana conserverà i vicariati di Barga e Pietrasanta, e al futuro duca di Parma cederà Pontremoli, Bagnone e le terre annesse di Lunigiana. Il duca di Parma cederà a quello di Modena il ducato di Guastalla e la lingua di terra parmigiana sulla destra dell’Enza. L’imperatore riconosce la cessione del ducato di Guastalla; e il diritto di riversibilità che gli competea su quello, e sul territorio oltr’Enza, lo trasferisce sul distretto di Pontremoli e sulla restante Lunigiana, ceduti al duca di Parma. Se mai il ducato di Parma ricada all’Austria, l’imperatore cederà al re di Sardegna la suddetta porzione di Lunigiana e i distretti ora estensi di Treschietto, Villafranca, Castevoli, Mulazzo; e ciò invece della convenuta città e fortezza di Piacenza.
[149]. I Genovesi mostrarono i danni che verrebbero «dall’aggregamento di genti così tra loro avverse e discordanti, come furono sempre la ligure e le subalpine» (Lettere di Pareto a lord Castlereagh, 11 maggio 1814); e invocavano piuttosto «un sovrano, parente delle auguste famiglie che governano l’Europa, purchè indipendente, troppo recenti ed altamente fitti negli animi essendo i mali che tiene congiunti la dominazione straniera» (Nota del Serra al congresso di Vienna). La discussione fattasi allora al Parlamento inglese, dove l’opposizione stava pei diritti, il Governo pei fatti e per le convenienze, e delle più importanti sulla politica e sul gius delle genti. Può vedersene un estratto in Sclopis, Delle relazioni politiche tra la dinastia di Savoja e il Governo britannico, Torino 1853, che reca pure una Memoria del conte d’Agliè a Castlereagh per mostrargli quanto importi render forte il Piemonte unendovi tutta l’alta Italia. Su questi fatti son a vedere Correspondence, despatches and other papers of Viscount Castlereagh, Londra 1853.
Il cardinale Pacca, in un opuscolo sui Grandi meriti verso la Chiesa cattolica del clero di Colonia, Modena 1840, moveva lamento che nel congresso di Vienna «non si restituì a varie repubbliche cattoliche quella libertà e indipendenza che avevano perduta per la sfrenata ambizione di Napoleone, mentre la si restituì alla repubblica di Ginevra, irreconciliabile al nome cattolico, e le si volle anche accrescere il territorio, staccando alcune terre e paesi dal paterno Governo de’ principi di Savoja, per sottometterli a Ginevra che si gloriava di esser chiamata la Roma protestante».
[150]. La Farina, nel Proemio, pag. 79, dice che «fuvvi chi propose una confederazione italiana a somiglianza dell’alemanna; ma l’Austria che ben sentiva ogni confederazione italiana non poter essere che a sè nemica, si oppose, ecc.». Il Farini tutto all’opposto (Storia d’Italia, lib. VII) insiste sulla smania dell’Austria a volere una lega italica, e sul pericolo che ne sarebbe venuto alla libertà; e ingloria i re sardi d’esservisi opposti, e così salvato l’Italia.
[151]. Adunanza del 20 marzo 1815. Al conte di Brusasco, ambasciadore di Vittorio Emanuele, che si lagnava de’ mali fatti all’Italia dal congresso di Vienna, Capodistria diceva: — Verissimo, ma le circostanze non permetteano di meglio. Era necessario dar la pace all’Europa, darla subito; il riposo era il primo bisogno; e l’esperienza passata e presente mi fanno tenere di sommo momento la forza delle circostanze, che tutto trascina. Quali sono le cause che condussero Buonaparte alla perdizione? non certamente i disegni politici de’ suoi nemici. La medesima forza delle circostanze ha generato il sistema europeo che esiste oggi: non il genio nè la volontà dell’uomo. Il riposo era il bisogno universale, e non potea conseguirsi che per mezzo dell’unione. Se mi domandate quanto durerà l’odierno sistema europeo, vi risponderò, durerà finchè la forza delle circostanze lo rende necessario. Ma sin d’ora si può affermare, che allorquando il riposo non sarà o non parrà il primo de’ bisogni, quando saranno distrutte tutte le parti che erano legate a quel colosso che si rovesciò da sè, e quando nuove leghe, nuove relazioni, opinioni nuove, nuovi interessi avranno dato un indirizzo differente agli spiriti umani, allora il sistema presente cadrà, ogni cosa prenderà un assetto stabile e durevole, perchè sarà secondo natura e secondo giustizia. Intanto a me son noti come all’imperatore i portamenti dell’Austria in Italia: ma non ci pare devano dispiacervi troppo, perchè, se occasioni imprevedibili portassero la guerra in Italia, esse potrebbero riuscirvi di grande vantaggio; e l’idea dell’indipendenza italiana, accortamente svegliata, potrebbe procacciarvi molti partigiani, e fare gran male all’Austria».
[152]. I commissarj pontifizj lasciarono a Parigi moltissime pergamene di monasteri antichi; alcuni quadri e sculture, regalati in riconoscenza, o ceduti per istanze, fra cui il colosso del Tevere, la Pallade di Velletri, la Melpomene. I deputati dell’Università di Eidelberga reclamarono i codici palatini, che Gregorio XV avea comprati nel 1622 da Massimiliano di Baviera; e le furono resi in fatto trentanove codici greci e latini già trasportati a Parigi, e ottocenquarantasette tedeschi ancora esistenti a Roma, col famoso Gladiatore, il vaso, l’educazione di Bacco. Il museo Borghese restò a Parigi, come formalmente comprato, e benchè una parte ne reclamasse il re di Piemonte, perchè era stato pagato co’ suoi beni. Gl’Inglesi diedero duecentomila lire pel trasporto dei capi d’arte. Il Martirio di santo Stefano di Giulio Romano, che la città di Genova avea regalato alla Francia nel 1807, ed era stato restaurato da Girodet, fu chiesto dal re di Piemonte e messo a Torino.
[153]. Anche il famigerato principe di Canosa rimproverava ai principi, per idee diverse, questo accentramento, quest’abolizione dell’individuo; e nella Esperienza ai re della terra scriveva: — Principi miei, che cosa fate? Il mondo va tutto in precipizio, il fuoco arde sotto i vostri troni, la cancrena corrompe la società; e voi vi battete le mani sull’anca, applicate qualche cerottello inconcludente su piaghe sterminate, e non adottate provvedimenti vigorosi e validi?... Voi per zelo male inteso della sovranità avete levato ai Comuni tutti i loro privilegi, tutti i loro diritti, tutte le loro franchigie e libertà, e avete concentrato nel potere ogni moto e ogni spirito di vita. Con questo avete reso gli uomini stranieri nella propria terra, abitatori e non più cittadini delle loro città; e dall’abolizione dello spirito patrio è sorto lo spirito nazionale. Distrutti gl’interessi privati di tutti i municipj, avete formato di tutte le volontà una massa sola; ed ora vi trovate insufficienti a reprimere il moto di quella mole terribile e smisurata. Divide et impera. Voi vi siete dimenticati di questa massima scolpita nel fondamento dei troni: avete preteso reggere il mondo con una redine sola, e questa vi si è spezzata nelle mani. Divide et impera. Dividete popolo da popolo, provincia da provincia, città da città, lasciando ad ognuna i suoi interessi, i suoi statuti, i privilegi suoi, i suoi dritti e le sue franchigie. Fate che i cittadini si persuadano d’essere qualche cosa in casa loro; permettete che il popolo si diverta coi trastulli innocenti de’ maneggi, delle ambizioni e delle gare municipali; fate risorgere lo spirito patrio colla emancipazione dei Comuni; e il fantasma dello spirito nazionale non sarà più il demonio imbriacatore di tutte le menti...»
[154]. Eppure Napoleone nel 1814 a re Giuseppe scriveva: J’ai toujours reconnu que la police fait un mal affreux: elle alarme sans éclairer.
[155]. Quando la Rivoluzione credeva togliere tanti poteri al re, Mirabeau, nella sua corrispondenza secreta, mostrava a Luigi XVI che anzi li consolidava: — È dunque nulla il non esservi più nè Parlamento, nè paesi di stato, nè corpo di clero, di privilegiati, di nobili?... Molti regni di Governo assoluto non avrebbero fatto altrettanto quanto questo sol anno per l’autorità reale».
[156]. Il suddetto Canosa esclamava: — Un’altra causa principale dello sconquassamento del mondo è la troppa diffusione delle lettere, e quel pizzicare di letteratura che è entrato anche nelle ossa de’ pescivendoli e degli stallieri. Al mondo ci vogliono i dottori e i letterati, ma ci vogliono anche i calzolari, i sartori, i fabbri, gli agricoltori e gli artieri di tutte le sorti; ci vuole una gran massa di gente buona e tranquilla, la quale si contenti di vivere sulla fede altrui, e lasci che il mondo sia guidato coi lumi degli altri, senza pretendere di guidarlo coi lumi proprj. Per tutta questa gente la letteratura è dannosa, perchè solletica quegl’intelletti che la natura ha destinati ad esercitarsi dentro una sfera ristretta, promove dubbj che la mediocrità delle sue cognizioni non è poi sufficiente a risolvere, accostuma ai diletti dello spirito, i quali rendono insopportabile il lavoro monotono e nojoso del corpo, risveglia desiderj sproporzionati alla umiltà della condizione, e con rendere il popolo scontento della sua sorte, lo dispone a tentativi di conseguire una sorte diversa. Perciò, invece di favorire smisuratamente l’istruzione e la civiltà, dovete con prudenza imporle qualche confine, e considerare che, se si trovasse un maestro, il quale con una sola lezione potesse rendere tutti gli uomini dotti come Aristotele, e civili come il maggiordomo del re di Francia, questo maestro bisognerebbe ammazzarlo subito per non vedere distrutta la società. Lasciate i libri e gli studj alle classi distinte, e a qualche ingegno straordinario, che si fa strada a traverso l’oscurità del suo grado; ma procurate che il calzolaro si contenti della lesina, e il rustico del badile, senza andarsi a guastar il cuore e la mente alla scuola dell’alfabeto».
[157]. Fra gli illustri ospiti è a contare la duchessa di Devonshire figlia del conte Spenser, che più volte avea scorsa l’Italia e il resto d’Europa col proposito di riconciliar le due Chiese. Qui fece stampare la quinta Satira di Orazio con grandissimo lusso di caratteri e d’incisioni, e in molte edizioni sempre di pochissimi esemplari per migliorare or il sesto or la traduzione; l’ultima, eseguita nel 1818 dal successore di Bodoni, riuscì un capolavoro con incisioni di Ripenhausen e Caracciolo, riproducendo i luoghi e valendosi delle antichità pompejane. Fece anche stampare l’Eneide del Caro (Roma, De Romanis, 1819) in censessantaquattro esemplari mandati a soli principi, con ventidue incisioni nel primo volume e trentotto nel secondo, oltre i ritratti della duchessa, di Virgilio, del Caro; ed è peccato non abbia potuto far altrettanto della Divina Commedia, come divisava. Grande amica della Stael e della Récamier, accogliendo attorno a sè la più splendida società, potè anche far servigi a Roma, sia col chiedere al Governo inglese i gessi dei marmi d’Elgin, sia qualche mitigazione pe’ Cattolici d’Irlanda.
[158]. I fautori del libero scambio asseriscono che nel regno d’Italia erasi posta una tassa sull’esportazione dei grani, onde si coltivarono a preferenza altri generi, e da ciò o venne o peggiorò la carestia del 1817: soggiungono che in questa i grani costavano carissimo nella Sicilia dov’erano le tratte, mentre in Toscana si continuò la libertà, e non mancava fromento indigeno, e Livorno guadagnava all’affluirne di straniero. Son fatti tutt’altro che accertati.
[159]. La baronessa di Stael fin nel 1805 diceva: Il y aura des révolutions en France jusqu’à ce que chaque Français ait obtenu une place du gouvernement.
[160]. Se è vero quel che riferisce lo Zobi, vol. V, p. 57, don Neri Corsini soleva ripetere confidenzialmente agli amici: — I venti vescovi del granducato, se non sono continuamente sorvegliati dal Governo, da un momento all’altro, secondo il piacere di Roma, possono rivoltare il paese. E la sorveglianza conviene che sia continua, circospetta e preventiva, onde evitare scandali e clamori, i quali irritano i devoti che credono e non ragionano, e non sono pochi».
Pejretti, primo presidente in Piemonte, a Barbaroux ambasciadore a Roma scriveva: — Tutto quanto è oggetto di speranza in Roma, dev’esserlo a noi di timore, e dobbiamo astenerci dall’accordarlo».
[161]. Artaud, Vita di Leone XII. — Contra hæc repugnabant acerrime recens impietas et ipsa meticulosa sæculi deciminoni politica. Nodari, Vita Pii VII.
[162]. Savojardi furono il purista Vaugelas, Claudio di Seyssel istorico di Luigi XII, Ducis, Michaud, ecc.
[163]. Vedi la sua Correspondance inédite.
[164]. Un trasunto dei processi del 1821, che io possiedo e che porta la storia di ventotto società segrete, toccando di quella de’ Sanfedisti o Concistoriali dice: — Di questa parlano continuo i Carbonari pontifizj, e pretendono sia diretta a espellere gli Austriaci, e ristabilire la preponderanza della Corte di Roma. Però di queste intenzioni non seppero mai esibire più accertate notizie; e siccome si trattava di svelare le mosse d’una società segreta che avrebbe mirato principalmente a combattere il moderno liberalismo, pare che essi cercassero piuttosto deviare l’attenzione del Governo dalle loro combriccole, dirigendola sulle traccie d’una setta, la quale, quand’anche esistesse, non potea meritare seria considerazione. Non favoreggiata dallo spirito del tempo, essa non potea fare giammai progressi pericolosi: e non ci è mai avvenuto d’avvertirne l’esistenza fra noi».
[165]. Il principe di Castelnuovo, che grandemente si adoprò per ritrarre il re da questo partito, quando morì lasciò un grosso legato a chi potesse ottenere dal re il ripristino della costituzione siciliana.
[166]. Il Colletta, dopo raccontato a disteso gli errori e delitti del Governo napoletano, conchiude che «i governanti erano benigni, la finanza ricca; felice il presente, felicissimo si mostrava l’avvenire; Napoli era tra’ regni d’Europa meglio governati, e che più larga parte serbasse delle idee nuove». Lib. VIII. n. 51.
* Ecco il saviissimo decreto de’ 10 giugno dell’anno 1817, sulla fondiaria.
.... Essendo nostra intenzione di tener come costante il valore imponibile delle proprietà fondiarie, e così incoraggiare l’agricoltura dando a’ proprietarj la nostra sovrana garentìa, che pel miglioramento de’ loro fondi per lungo corso di anni non ne sarà annullato il valore imponibile, decretiamo:
Art. 1. La contribuzione fondiaria ha per base la rendita netta de’ fondi. Questa rendita, che consiste nel prezzo del prodotto depurato dalle spese di cultura, di conservazione e di mantenimento, può essere rappresentata dagli affitti fatti in un decennio, o dall’interesse del prezzo de’ fondi, quando la compra ne sia stata fatta, durante lo stesso tempo.
Art. 2. Ogni terra colta o incolta, ogni suolo urbano con edifizj o senza, è soggetto a contribuzione per l’intera sua estensione. Un errore in più o in meno di valutazione, che non oltrepassi il ventesimo, non darà luogo ad aumento, o riduzione di contribuzione, salvo il riportare ne’ catasti la estensione vera.
Le terre addette a delizia debbono essere valutate come i migliori terreni coltivati del Comune.
Le case di abitazione entrano in tassa, al pari delle terre, per la loro rendita netta calcolata in ragione degli affitti del decennio, colla deduzione del quarto per la riparazione e pel progressivo deperimento.
Gli edifizj o parti di edifizj appartenenti allo Stato, ed addetti per disposizione del Governo ad un uso pubblico non produttivo di rendita alcuna, sono esenti dalla contribuzione fondiaria, e rimanere debbono registrati ne’ catasti per semplice numeraria.
La rendita dei molini e degli edifizj addetti a manifatture debbe essere valutata similmente sugli affitti del decennio, colla deduzione del terzo.
Le fabbriche rustiche, costrutte nell’interno delle terre per servire ai soli usi dell’agricoltura o della pastorizia, debbono essere valutate in ragione del suolo, assimilato pel valore imponibile alle migliori terre del Comune.
[167]. Tanto asserì il conte Orlof nelle Memorie del regno di Napoli. Ma il Canosa nei Piffari di montagna (Dublino 1820) lo smentisce risolutamente. Crede egli che, quando si sciolsero le maestranze durante l’occupazione inglese, si levasse tumulto principalmente fra’ calderaj, che protestarono della loro devozione alla regina, e le si profersero: onde furono accarezzati dai fuorusciti napoletani. Quando questi rimpatriarono, si addissero alle società segrete avverse a Murat, e ad un’antica setta dei Trinitarj posero il nome di Calderari. V’apparteneva gente di basso stato, e forse in realtà era un avanzo delle bande del 1799.
[168]. Saccheggiandosi il palazzo di Palermo dov’è la specola, l’astronomo Nicolò Cacciatore si oppose alla ciurma che voleva manomettere l’osservatorio; onde «fu trascinato per la città quasi ignudo, rinchiuso in fondo d’oscura e fredda prigione in compagnia d’una ventina d’uomini della massima depravazione. Per miracolo ne uscì il giorno seguente». Autobiografia.
[169]. Queste in Sicilia diedero un terzo di nobili, un quarto di preti: a Napoli invece il Parlamento riuscì di sei nobili, diciannove preti, tredici possidenti, dodici magistrati, altrettanti legisti, otto militari, sei medici; quattro impiegati attivi e due in ritiro, due negozianti e un cardinale.
[170]. Molti furono i perseguitati dalla setta: Giampietro, direttore della Polizia, fu tratto di mezzo a nove figliuoli e trucidato; lo che spaventò moltissimi che s’ascosero, mentre correvano liste di proscrizione.
[171]. A’ Court, inviato d’Inghilterra, non avea parole bastanti per disapprovarli: — Neppur un’ombra di biasimo s’avventurarono a gittare sul Governo esistente; non altro promisero al popolo che la riduzione del prezzo del sale. Mai non erasi avuto Governo più paterno e liberale: maggiore severità e meno confidenza sarebbero riusciti ad altro... Spirito di setta, e l’inudita diserzione di un esercito ben pagato, ben vestito e di nulla mancante, causarono la ruina d’un Governo veramente popolare. Temo non si riesca a scene di carnificina e confusione universale. La costituzione è la parola d’ordine, ma in fatto è il trionfo del giacobinismo, la guerra dei poveri contro la proprietà».
[172]. Nota del ministero degli affari esterni delle Due Sicilie alle Corti d’Europa, 1º dicembre 1820.
[173]. Vedi le sue Memorie scritte dal Galvani.
[174]. Metternich scriveva al duca di Modena, invitandolo al Congresso, e divisandogli il fatto e da farsi. «Ogni rivoluzione passa per periodi distinti. Il carattere della rivolta è stampato chiaramente ne’ suoi primi eccessi, ma presto si cancella, e agli occhi vulgari prende l’aspetto di riforma. La debolezza dei principi e de’ Governi, le paure degli onest’uomini, i clamori dei faziosi, l’ipocrisia e furberia loro, tutto insomma vi contribuisce. Coloro che vogliono combattere il flagello bisogna che badino bene di non ingannarsi sulla differenza di tali periodi, e accomodare a ciascuno mezzi differenti, se non vogliono fallire. Se avessimo avuto ventimila uomini disponibili sul Po, si correva su Napoli: avremmo spenta la rivoluzione, e il mondo avrebbe applaudito, come fa sempre ad ogni buon successo. Non avendoli, dovemmo attendere a combattere la rivoluzione nel suo secondo periodo. Il re avea giurato la costituzione, un Parlamento dovea servire di guida all’opinione che si diceva nazionale (Notino la parola i rivoluzionarj del 1859): i liberali e radicali di tutta Europa non poteano a meno d’unirsi in fascio per cantare in verso e in prosa gl’ineffabili benefizj delle restaurate libertà napoletane.... Gl’indugj non ci spaventarono; anzi. Il Governo rivoluzionario di Napoli ebbe a combattere un male che non perdona, la penuria di denaro. Chi quattro mesi fa avesse creduto che le operazioni dell’esercito austriaco opprimessero la libertà nascente, col ricco corteo de’ benefici frutti, avrà avuto il tempo di persuadersi che questa così detta libertà è morta in brevissimo per l’opere sue proprie. Le stesse cose cattive, contrarie alle nostre intenzioni, che succedeano a Napoli, si volgeranno a pro della giustizia e della ragione. Il liberalismo vi è stato fulminato dal radicalismo: i Carbonari e il Parlamento rovinarono i Muratiani; i mezzi termini furono ridotti al giusto loro valore da una fazione che, per ora, è forte perchè vuole o tutto o niente. Fondandoci dunque sull’essere il napoletano un affare europeo, e dovere comune la repressione della rivolta, abbiamo terminato il primo atto di questo grave dramma».
[175]. Memorandum di don Neri Corsini, 20 gennajo 1821.
[176]. Capodistria, ambasciadore di Russia, avendo domandato a Metternich se l’Austria approverebbe un sistema che si avvicinasse al rappresentativo, quegli aveva risposto che si farebbe piuttosto la guerra. Capodistria soggiunse: — Ma se lo stesso re stabilisse un tale sistema?» E Metternich: — L’imperatore farebbe guerra al re di Napoli». Lo racconta Sanmarzano ambasciadore del Piemonte in dispaccio alla sua Corte.
[177]. In lettera del 5 gennajo 1821 egli diceva: — Dopo tutte le dichiarazioni e ritrattazioni del re di Napoli, se io fossi al posto di Metternich non vorrei mescolare la mia causa col tessuto di duplicità e menzogne ond’è composta la vita di S. M.».
E su tante migliaja di spade
Una stilla di sangue non v’è.
Rossetti.
[179]. Nei cinque anni d’occupazione in Sicilia perirono da seimila Austriaci per clima, per vino, per vizj. Secondo il Bianchini (Finanze del regno, III, 794), dal 1801 al 27 il Regno avea speso in truppe forestiere cencinquantasette milioni di ducati. Per le gravi spese nel 1826 si ritenne un decimo sopra tutti i soldi e le uscite. Frimont era comandante generale dell’esercito austriaco in Italia; e morto il 28 dicembre 1831, ebbe a successore il maresciallo Radetzky.
[180]. Carlo Emanuele IV, abdicato nel 1802, erasi fatto gesuita con voti semplici, continuando a vivere come prima in sempre maggiore pietà, fino al 6 ottobre 1819. Eragli succeduto il fratello Vittorio Emanuele.
[181]. Santarosa, Histoire de la révolution piémontaise 1821.
[182]. Così uno de’ più smaccati adulatori del Governo piemontese, Gualterio, tom. I. p. 509. Vedi meglio Santarosa in generale, e Brofferio con minute particolarità, parte I. c. 7.
[183]. Ruffini dice dell’Università di Genova: — La lettera era tutto, nulla lo spirito. Erasi proposto di formare delle macchine, non degli uomini. L’Università parea destinata a estirpare dalla generazione presente ogni indipendenza di spirito, ogni dignità, ogni rispetto di se stesso; e quando passo in rassegna tanti nobili caratteri che sfuggirono a questo di Procuste orrido letto, non so trattenermi dal pensare con orgoglio quanto devono essere forti gli elementi morali della natura italiana tanto calunniata, per uscir puri e vigorosi da un’atmosfera così deleterica». Memorie d’un proscritto.
[184]. Il Gualterio dice che quei che chiedevano la costituzione erano assoldati dal conte di Binder ministro d’Austria (I. 570); e dipinge come minacciata la vita, non solo del re, ma della sua famiglia «che in quei frangenti non furono tutelate fuorchè da Carlalberto» (i. 564). È calunnia al mite popolo piemontese, e ad una rivoluzione quasi incruenta. Il realismo di quei rivoluzionarj scoppia fin con entusiasmo in queste parole del Santarosa: — O notte fatale!... la patria coi re non cadeva, ma questa patria era per noi nel re, anzi in Vittorio Emanuele incarnata; gloria, successi, trionfi e tutto per noi compendiavasi in quel nome, in quella persona».
[185]. Luigi Giuseppe Arborio Gattinara di Breme, da famiglia vercellese ricca di prelati e diplomatici, si pose alla diplomazia, fu consigliere di Stato del regno d’Italia e commissario generale delle sussistenze dell’esercito, poi ministro dell’interno e presidente del senato (1754-1828). Luigi, suo secondogenito, scolaro dell’abate Caluso, cappellano del vicerè e governatore dei paggi nel regno, pizzicava di letterato, e scrisse Sull’ingiustizia d’alcuni giudizj letterarj in Italia, ed altre cosuccie (1781-1820).
[186]. Fu ministro dell’interno il conte Ferdinando Del Pozzo, valente giureconsulto, che già in uno scritto pseudonimo avea dimostrato che le ragioni acquisite sotto il Governo francese non potevano abrogarsi; poi profugo, stampò nel 1833 Della felicità che gl’Italiani possono e devono dal Governo austriaco procacciarsi, dove a Carlalberto, divenuto re, dava esortazione d’imitar l’Austria in molte cose, fra cui nel dotare di centomila lire il teatro dell’Opera a Milano.
[187]. Il marchese La Maisonfort, ministro di Francia a Firenze, s’adoprò a scusare Carlalberto, e tenerlo raccomandato a Pasquier ministro degli affari esteri: Les torts qu’on reproche au prince de Carignan, sont presque tous dans ses liaisons en précédence de la révolution. Il ne les nie pas, mais il assure que l’on exagère... Chef d’une espèce d’opposition qui, selon lui, était purement militaire, le prince eut le malheur de se brouiller ouvertement avec le duc de Génevois. Le jeune prince était donc dans une situation, dont ses entourages abusaient quand la révolution a éclaté. Trop jeune pour s’apercevoir que cette rébellion était sans base, il la jugea trop puissante pour ne pas croire de son devoir de se jeter à travers, afin d’obtenir la confiance et le pouvoir, qui seuls pouvaient l’étouffer (Correspondance du 19 juin 1821). E più basso: Arrivé à Novare, où il reçut l’ordre d’abdiquer tout pouvoir et de se rendre en Toscane, quel fut, m’a-t-il dit, son étonnement et son désespoir de ne pouvoir être reçu à Modène, où le roi Charles Félix jeta à la figure du comte Costa, son écuyer, la lettre de soumission qu’ il lui portait! E al 22 dicembre: On continue de calomnier et décarter le prince de Carignan de Turin. On irait bien plus loin si la France n’avait semblé le couvrir de cette égide, qu’ elle offrira toujours à la légitimité. Il m’a promis patience et conduite irréprochable.
Quando noi scrivevamo la Storia Universale, Cesare Saluzzo, granmastro d’artiglieria ed ajo de’ figli del re, ci promise documenti importanti sulla rivoluzione del 21: ma quando li reclamammo, non seppe darci che questi carteggi, i quali a noi parvero tutt’altro che nobilitare il re, anzi dire peggio che molte declamazioni de’ suoi avversarj. Pure furono più tardi pubblicati da suoi apologisti. Rimane una relazione di que’ fatti, stesa dal principe stesso a suo disgravio.
[188]. A Venezia Pellico, Solera, Romagnosi, Rossi di Cervia che vi morì: a Milano Castiglia, Arrivabene, Pallavicini, Confalonieri, Adryane, Trechi, Mompiani, Visconti... Vedasi un mio discorso, su Il Conciliatore, episodio del liberalismo in Lombardia.
[189]. Finita la rivoluzione piemontese, egli scriveva ad Ugo Foscolo: — Siam condotti a tale, da chiamare felici gli esuli, e molto più felici quelli che, se divideranno il danno generale che la perversità di quest’epoca ha serbato a tutti gli sforzi cauti e generosi, sono ben lontani dal dividere la vergogna di quelli che non seppero volere il bene se non imbecillemente e fanciullescamente». Avvertito d’in alto a fuggire, il Confalonieri non volle: côlto in casa, trovò arrugginiti i congegni della bottola per cui s’era preparata una fuga. Singolare venerazione professarono per lui quei che gli furono compagni di sventura. Uscito dallo Spielberg nel 1837 per l’amnistia, morì il 1847, e i suoi funerali a Milano furono un dei preludj della nuova rivoluzione.
[190]. Maroncelli, Frignani, Adryane, Parravicini, Arrivabene ed altri pubblicarono la storia de’ loro patimenti. La Semplice verità opposta alle menzogne di E. Misley nel suo libello «L’Italie sous la domination autrichienne», opera scritta dal tirolese Zajotti, che fu poi nostro processante di Stato nel 1833, asserisce che gli arrestati non furono ottomila, ma settantaquattro. Il Giordani (lettera 25 giugno 1825) chiama Zajotti «il solo vero ingegno italiano che siasi venduto all’Austria».
[191]. Laderchi, come romagnuolo, fu consegnato al papa, che gli destinò per carcere la fortezza di Ferrara. Vi era legato il cardinale Tommaso Arezzo, che fe dichiarare fortezza tutta la città. Laderchi, potè finire i suoi studj, poi esercitare la professione d’avvocato; finchè liberato, divenne uno de’ migliori giureconsulti, fedele all’ordine e al giusto anche quando la rivoluzione del 59 riducea le vittime dell’Austria in vittime di nuovi sacrificatori.
[192]. Fra questi Ansaldi, il medico Ratazzi, Dossena, Bianco, Radice, Ferrero, Marochetti, Avezzana, Ravina, che la più parte ricomparvero dopo venzett’anni d’esiglio con miglior esito.
[193]. Vedi i Documenti del Governo di Modena, stampati nel 1860, p. 34.
[194]. Dichiarazione a nome delle Corti d’Austria, Prussia e Russia alla chiusa del congresso di Lubiana; Circolare accompagnatoria ai ministri delle tre Corti. — In Capefigue (Diplomates européens. Milano 1844, pp. 41 e 42) appare che la Francia non acconsentì all’occupazione del Piemonte se non per brevissimo tempo, car la France ne pourrait souffrir les Autrichiens sur les Alpes. Tous ces actes de cabinet, toutes les proclamations qui suivent la tenue d’un congrès, étaient spécialement l’œuvre de M. de Metternich. Le chancelier d’Autriche possède... un goût pur.... etc. Châteaubriand, nel Congresso di Verona, dà lode al cardinale Spina, capo della legazione pontifizia, dell’essersi opposto all’invasione austriaca nella bassa Italia.
[195]. È una rarità la medaglia allora coniata, di 0,041 di diametro, portante il ritratto di Carlalberto e la leggenda «Presa del Trocadero 31 agosto 1833». I reggimenti della guardia reale gli offersero le spalline di granatiere.
[196]. Le Memorie storiche intorno alla vita di Francesco IV di Modena (Modena 1848-55) di Cesare Galvani (morto nel 1860) sono piuttosto un panegirico; ma per la cordialità con cui son dettate, e per la ricchezza di fatti devono consultarsi anche da chi non voglia ricredersi intorno a quello che apparve come il duca d’Alba dell’età nostra.
[197]. Tornate delle Camere al 1 e 6 dicembre 1830.
[198]. Risposta dell’ambasciatore Lützow al signor Seymour, 12 settembre 1832.
[199]. Vedasi il Galvani suddetto.
[200]. Nel bilancio del 1830 stampato, sono stanziate lire seicentomila per interessi del debito pubblico.
[201]. Presidente Vicini; ministri Armaroli, Mamiani, Sturani, Bianchetti, Armandi, Sarti, Orioli.
[202]. Gualterio, Docum. 87.
[203]. Il Galvani racconta che il duca partendo levò dalle casse un milione per pagare i soldati, oltre le gioje; e che Zucchi levò centomila lire: centoseimila i membri del Governo provvisorio. Levarono appena quello che occorreva per mantenersi.
[204]. Notificazione del segretario di Stato, 23 febbrajo.
[205]. Vedi il Moniteur dell’agosto 1831, e massime il discorso del signor Cabet.
[206]. Dalle relazioni ministeriali consta che, al fine di settembre del 1831, la Francia dava sussidj a 2867 Spagnuoli, 962 Portoghesi, 1524 Italiani.
[207]. Con atto insolito fra’ principi italiani d’allora, ridusse l’arciduchessa a una lista civile, e potè rifiorire l’erario, levando le corruzioni dell’amministrazione e gli scialacqui.
[208]. Chi disse averlo ucciso il duca perchè non ne potesse rivelare all’Austria le trame, dimenticò che questi avealo lasciato a lungo nelle carceri di Mantova.
[209]. Sue lettere al marchese D’Azeglio, nella Rivista contemporanea 1854. Egli morì improvviso a Pesaro nel 1838.
[210]. «L’amministrazione della giustizia era abominevole», lo assicura il Brofferio, Storia del Piemonte, tom. II. p. 87.
[211]. Da Carlo Emanuele I di Savoja nacque Tommaso Francesco (-1656), che sposò Maria di Borbone, erede del contado di Soissons, e generò Emanuele Filiberto Amedeo sordomuto (1709), capostipite dei principi di Carignano. Da Eugenio Maurizio suo cadetto e da Olimpia Mancini nipote del cardinale Mazarino, ceppi d’una nuova casa di Soissons, nacque il celebre principe Eugenio. Dal primogenito Vittorio Amedeo (-1741) discendono Luigi Vittorio Amedeo (-1778); Vittorio Amedeo (-1780); Carlo (-1800); Carlalberto (1798-1849); Vittorio Emanuele nato 1821.
[212]. Fa raccapriccio il leggere que’ supplizj nel Brofferio. Il ministro L’Escarène scriveva al Galateri: J’ai rendu comte à sa majesté de la manière dont votre excellence a fait exécuter la sentence proférée par le conseil de guerre. Dans les moindres choses V. E. prouve son zèle pour le bon service du roi... Le roi m’a entendu avec intérêt, et m’a plusieurs fois interrompu pour exprimer toute l’estime et toute la confiance que V. E. mérite, et que sa majesté lui accorde.
Carlalberto, in un manoscritto citato dal Cibrario, nel 1839 scriveva a proposito de’ suoi nemici: Je n’ai persécuté personne; je n’ai pas adressé un seul reproche. Il Gualterio (tom. I, p. 71). sostiene che capo de’ Carbonari era Luigi Filippo, e ch’egli denunziò i cospiratori italiani all’Appony ambasciatore austriaco a Parigi!
[213]. Tra cui Vincenzo Gioberti, Anfossi medico, Durando avvocato, Giuseppe Garibaldi, divenuti poi famosi nel 1848. Furono per alquanto imprigionati Cambiaso, Balbi-Piovera, Durazzo, De Mari, Pareto, Spinola e altri patrizj genovesi.
[214]. È quasi comune il credere che il duca di Modena tentasse spossessare Carlalberto; ma il Galvani, nel vol. III, sventa questo concetto, adducendo anche lettere del re che al duca professava gratitudine e consenso. Nel 1832, avendogli il duca chiesto fucili e cannoni, Carlalberto gli scriveva: Je prie V. A. R. de croire que toutes les fois qu’elle me mettra à même de lui prouver mon profond attachement et la vénération que m’inspirent son beau caractère et ses principes, elle me fera resentir un vrai bonheur.
E nel 1834: La grande crise ne peut être que plus ou moins retardée, mais elle arrivera indubitablement. Elle sera terrible, car un des deux partis doit y succomber entièrement. V. A. R. pourra alors rendre de grands services à l’Italie. Quant à moi, elle peut être assurée que je suis résolu à y périr si nous ne pouvons triompher; mais que jamais je ne pactiserai en la moindre des choses avec la révolution.
E altrove: Quant à nous deux, j’en ai l’intime conviction, nous marcherons toujours invariablement avec fermeté et assurance dans la même et constante voie... Il est impossible de vous porter un attachement plus vif que le mien, de vous être plus entièrement dévoué, et de partager plus complètement sur tous les points votre manière de penser.
E ancora nel 1834: Je suis bien touché, mon cher cousin, de ce que vous me dites, que l’empereur vous a dit d’obligeant et de flatteur à mon égard. Son approbation et son estime forment le but de tous mes souhaits.
E nel marzo 1835: J’ai bien partagé l’affliction que V. A. R. a ressenti de la cruelle perte que nous venons de faire de S. M. l’empereur d’Autriche, car je lui étais profondément attaché et dévoué, et je lui portais une très-vive reconnaissance pour toutes les bontés qu’il avait eu pour moi. Il ne pouvait, dans les tems malheureux où nous sommes, nous arriver un plus grand malheur.
E il 25 novembre 1835: Les libéraux de tous les pays sont furieux contre moi, n’étant pas accoutumés à être ainsi pris de front.
In altre moltissime lettere l’informa di tutte le mene della Giovane Italia, d’attentati contro la vita di lui ecc., com’è a vedere nel tom. III, c. 3 del Galvani.
[215]. Essa è sorella del re di Napoli. Perdute le speranze, sposò il siciliano Lucchesi Pali dei principi di Campofranco, visse assai a Venezia, e vide sua figlia duchessa di Parma.
[216]. Memorandum del 31 maggio 1831. L’imperatore d’Austria «non cessò d’inculcare nel modo più incalzante al sovrano pontefice, non solamente di dar piena esecuzione alle disposizioni legislative già pubblicate, ma ancora di dare loro un carattere di stabilità, che le mettesse fuori d’ogni rischio di futuri cambiamenti, eppure non impedisse utili miglioramenti». Nota del principe Metternich a sir F. Lamb, 28 luglio 1832.
[217]. «Il gabinetto austriaco fu costretto cedere su questo punto così alla legittima resistenza del papa, come alle unanimi proteste degli altri Governi d’Italia, che in simili concessioni vedeano un imminente pericolo alla tranquillità dei loro Stati, alle cui istituzioni il principio dell’elezione popolare è affatto estraneo». Nota suddetta.
[218]. Tale opinione sentii ripetere generalmente, e massime nel mostrarmi il cimitero di Santo Spirito, ove allora furono accumulati quarantamila morti. Ciò che è notevole, nella rivoluzione del 1848 un valente economista siciliano scrisse che «si era dato il cholera alla Sicilia perchè l’avea Napoli»; e nella Memoria sporta dai signori Bonaccorsi e Lumía al congresso di Bruxelles del 1849, è detto che on s’écria, non sans quelque raison, que le Gouvernement de Naples avait à dessein introduit la maladie. Storici passionati accolsero quest’idea per farne oltraggio a Napoli e al re.
Quest’è Vincenzo Monti cavaliero
Gran traduttor dei traduttor d’Omero.
Quest’è il rosso di pel Foscolo detto,
Sì falso che falsò fino se stesso
Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto:
Guarda la borsa se ti vien appresso.
Nicola era il nome di battesimo di Foscolo.
[220]. Epistolario, tom. III. p. 15.
[221]. — Che non ha ella corrotto in Italia sì fatta peste della calunnia, e più che altrove in Milano? città accannita di sêtte, le quali intendendo sempre a guadagni di vili preminenze e di lucro, hanno per arte imparato ad esagerare le colpe e dissimulare le doti degli avversarj. O monarchi, se ambite avere più servi che cittadini, lasciate patente l’arena de’ reciproci vituperj». E a chi (solita celia) lo disapprovava del difendersi, — Dovremo dunque sentirci onesti e vederci infami, o per sinistra modestia tacere? e mentre altri s’apparecchia ad affliggere l’ignominia anche ai nostri sepolcri, ci aspetteremo che la posterità ci giustifichi?»
[222]. — La prego, e le raccomando strettamente di fare quello che fan tutti quelli che mi amano ed ai quali scrivo di cuore, di bruciare subito senza eccezione ogni mia lettera. S’ella non vuole promettermi e mantenermi religiosamente questa cosa, ella non avrà da me se non lettere vanissime, brevissime, freddissime... La mia fantasia è in questo, che, per quanto io posso, non duri una linea di mia mano». Al Grillenzoni, 19 gennajo 1821.
[223]. — Sei malignosamente spiritosa offrendoti di volere parlare male di tutti e di tutto per intenderla bene con me. Sappi dunque che io starò ad ascoltarti molto volentieri; ma io disprezzo tanto gli uomini e le cose e le opinioni, che non mi curo di biasimarle». 28 febbrajo 1818.
[224]. — Foscolo, al quale rimane anche oggi chi, per pochi versi facendolo poeta, e per non buoni versi gran poeta, ammiri il famoso enigma de’ suoi Sepolcri». Opere, tom. I. p. 148.
[225]. — Quell’articolo (della Biblioteca italiana) sugli improvvisatori, l’ho fatto contro voglia più che mai altra cosa al mondo. Ma fu ordine espresso, ripetuto, inculcato dalla propria persona del governatore di farlo, e farlo così». 5 febbrajo 1817.
[226]. A De Sinner, lettera 24 maggio 1832.
Libertade è frutto
Che per virtù si coglie; è infausto dono
Se dalla man dello straniero è pôrto.
I depredati campi, i vuoti scrigni
Piange il popol deluso: ira di parte
I petti infiamma: ad una stessa mensa
Seggon nemici il padre e ’l figlio: insulta
Il fratello al fratel: ascende in alto
Il già mendico e vile, e della ruota
In fondo è posto chi n’avea la cima.
Carme al Roverella.
[228]. Quando la Staël fu a Milano, il Monti le portò la traduzione del suo Perseo; ed essa il contraccambiò con un volume di Necker suo padre. Il Monti passò dalla signora Cicognara, e vi depose il suo libro, dicendo lo prenderebbe un’altra volta. Ed ecco poco poi giungere la Staël che avea leggicchiato il Perseo in carrozza, ed essa pure glielo lasciò, per prenderlo un’altra volta; e dopo molti mesi la Cigognara li mostrava, un sovrapposto all’altro, qual segno della stima che si hanno fra loro i letterati.
[229]. Considerazioni sopra il teatro tragico italiano. Firenze 1825. Una recente storia della letteratura dell’Emiliani Giudici fa i Romantici complici del Governo austriaco, perchè accettavano dottrine predicate da grandi tedeschi.
Quelle ironie ed accuse sono riprodotte da Carlo Cattaneo nella prefazione alla raccolta degli scritti suoi, e in un giornale, dove, com’egli dice, «lasciò trapelare fra cosa e cosa qualche spiraglio d’altri pensieri». Eppure aveva scritto altrove: «Quando si devono abbattere gli steccati che serrano il nobile campo dell’arte, non monta con che povero mezzo lo si consegua. L’effetto della disputa si fu che ora siamo liberi signori del luogo e del tempo, e che ci sta solo a fronte il senso comune e il cuore umano». Tom. I. p. 48. Peggio fece il Settembrini.
[230]. De varia latinæ linguæ fortuna.
[231]. Il francese Courier, uno de’ più vivaci e tersi libercolisti, trovò nella Laurenziana un frammento inedito del Dafni e Cloe romanzo di Longo Sofista. Lo copiò; poi, acciocchè nessun altro potesse averne copia, vi versò sopra il calamajo. Naturalmente asserì ch’era mero caso, ma si trovò che l’inchiostro era differente da quello somministrato nella Laurenziana; e ne sorse un pro e contro, come d’un affare di Stato. E di fatto ci andava di mezzo l’onoratezza.
[232]. Per le nozze della figlia di Monti col conte Perticari, dodici poeti si erano accordati per comporre ciascuno un inno ad uno degli Dei Consenti, e nessuno mancò d’incenso a Napoleone.
[233]. Vedi la Narcisa di Tedaldi-Fores cremonese, 1818.
[234]. Le ingiurie che in questa lanciò contro Venezia, furono ribattute nell’Esame fattone da Giambattista Gaspari.
[235]. Cesarotti disse del Jacopo Ortis: — È fatto per attaccare un’atrabile sentimentale da terminare nel tragico. Io lo ammiro e lo compiango». Foscolo nel Gazzettino del Bel Mondo, pag. 17, scrive del suo romanzo: — E temo non sia luce tristissima, da funestare a’ giovanetti anzitempo le vie della vita, e disanimarli dall’avviarsi con allegra spensieretezza. I molti lettori ch’io non mi sperava, non mi sono compenso del pentimento ch’io pure non temeva; ed oggi n’ho, e n’avrò anche quando quel libro e questo saranno dimenticati».
[236]. La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti per commento ai «Promessi Sposi». Milano 1834; più volte ristampati, e con molte aggiunte nel 1854 e 1874.
[237]. Usi e pregi della lingua italiana. — Il difetto del buon vecchio si era una parzialità cieca contro tutte le novità buone o cattive, recate da Francesi, a segno tale che non vi avea in Torino memoria francese che a lui non sembrasse una bruttura, ed avrebbe infino anteposto il ponte di legno sopra cui per lo innanzi valicavasi il Po, al magnifico ponte di pietra che vi avea sostituito Napoleone». Mario Pieri.
[238]. Vedi persino la prefazione d’uno de’ libri meglio tradotti, l’Imitazione di Cristo.
[239]. I socj naturalmente erano tutti toscani, ma fra’ corrispondenti contava Monti, Morcelli, Cesari, Colombo, Pindemonti, Mengotti, Napione, Carlo Rosmini.
[240]. Tentativo di genere distintissimo fece il famoso giurista Nicola Nicolini (-1857) nel libro Dell’analisi e della sintesi, saggio di studj etimologici, Napoli 1842; dove vuol anche provare che la Divina Commedia è la forma sensibile della grande operazione analitico-sintetica, per la quale in una città corrotta può, nel ricorso delle nazioni, restaurarsi l’ordine civile.
[241]. Il primo e migliore di costoro è Carlo Cattaneo, in cui troviamo «il tubere della giovialità, l’eruzione critica, alleggerire il piombo delle astrazioni, il termometro della satira, gli spelati panni dell’arte bisantina, lingue cementatrici, spiegare tutto il ventaglio delle umane idee, l’ideologia sociale è il prisma che decompone in distinti e fulgidi colori l’incerta albedine dell’interiore psicologia....».
[242]. Venuti i tempi nuovi, l’uso universale de’ giornali che uccisero i libri, cioè le opere pensate; e i discorsi al Parlamento e ne’ tanti ritrovi, diedero alla prosa un andamento diverso dallo scolastico, accostandola al naturale, a costo di rendersi plebea.
[243]. La Margherita Pusterla di Cesare Cantù.
[244]. L’età nuova portò un’altra farragine di romanzi, che non frenati dalla censura, sempre inetta anche prima, nè dal pudore d’una società scarmigliata, si buttarono a servire gli istinti bassi e il bisogno di quotidiane soddisfazioni a un’ineducata curiosità. Nella poesia si tentò il nuovo coll’imitare fantasie sfrenate di stranieri, e insultare al buon senso e alle credenze più venerate.
[245]. Per la letteratura napoletana non potrebbero aversi indicazioni migliori che dai Pensées et souvenirs sur la littérature contemporaine du royaume de Naples, par Pierre C. Ulloa. Ginevra 1860. due vol. in-8º.
[246]. Vogliamo aggiungere il padre Ricci francescano, che rifece la teologia morale di Reiffensteul, e fu chiamato da Giuseppe II a insegnarla ad Innspruck, poi a Pavia, dove non piegossi alle esagerazioni del Tamburini. Giampietro d’Anterivo, che lasciò una relazione sui costumi de’ Turchi e sulla perdita della Grecia fatta dalla Repubblica di Venezia, sotto la quale egli era confessore delle truppe dal 1757 al 1771. Il teologo Knoll morto il 1863. Il padre Prucker di Castelnuovo, missionario fra i Montenegrini, mandò alla Propaganda un dizionario epiroto-italo con catechismo bilingue. Il padre Montebello stampò nel 1793 una storia della Valsugana con documenti. Il padre Bonelli pubblicò le opere di san Bonaventura, e Monumenta ecclesiæ tridentinæ, 4 vol., e Notizie storiche della chiesa di Trento. Il padre Tovazzi, studiosissimo delle cose patrie, campò molte carte dallo sperpero fatto degli archivj principeschi e religiosi nel 1802, lasciò assai cose inedite, fra cui un Diario minuto fino al 1806 in cui morì. Furono tutti francescani. Del canonico Santoni si hanno manoscritte notizie della città di Arco: del canonico Leopoldo Pilati le fonti del diritto canonico.
Del Vanetti è famoso in paese un sonetto, che mostra come sia antica ne’ Trentini la voglia di dirsi italiani. Comincia
Del Governo alemanno, o Marocchesi,
Fûr queste valli sol per accidente
Fatte suddite un dì: del rimanente
Italiani siam noi, non tirolesi.
[247]. In questa parte che richiede profonda conoscenza del cuor umano e viva rappresentazione de’ caratteri, sorsero di poi Paolo Ferrari, il Torelli, il Cossa, il Marenco, il Giacosa..., avventurandosi anche a qualche novità, e cercando i concetti e le parole più naturali. Fu un tentativo de’ più felici quel del teatro piemontese, ove il Toselli, il Bersezio ed alcun altro accoppiavano alla festività e all’intreccio l’esemplarità.
[248]. Già indicammo (Cap. CXXXIV, nota 42 e t. X, pag. 124) come la letteratura ebraica dell’Occidente nacque in Italia. Carlo Magno chiamò da Roma Rabbi Mosè di Calonimos lucchese, perchè insegnasse aritmetica a Magonza. Nel XII secolo correva il proverbio, — Da Bari uscirà la luce, e da Otranto la parola del Signore»: e le stamperie cremonesi non furono ancora eclissate.
[249]. Proemio alla storia dei luoghi una volta abitati dell’Agro romano. Roma 1817 e seguenti. L’opera fu proseguita dall’abate Coppi.
[250]. Argomento trattato contemporaneamente e con altre viste dal milanese Carlo Londonio.
[251]. Il Botta scriveva della prima sua opera: «La metà della prima edizione se n’andò al pepe; ed io stesso ve la mandai, chè dovendo partire pel Piemonte la mia povera e santissima moglie, io non aveva un soldo da farle fare questo viaggio. Allora dissi fra me medesimo: Che ho io a fare di questo monte di cartacei che m’ingombra la casa e che nissuno vuole? chè non la vend’io a qualche droghiere o ad un treccone? Così dissi, e mi presi la cartaccia e la vendei al droghiere, e ne cavai seicento franchi che diedi alla mia santa moglie». Lettera del 28 agosto 1816 nell’Epistolario del Giordani, tom. V. p. 364.
[252]. Si guardi la sua descrizione del passaggio del San Bernardo. S’extasier devant le passage des Alpes, et pour faire partager son enthousiasme aux autres, accumuler les mots, prodiguer ici les rochers et là les neiges, n’est à mes yeux qu’un jeu puéril, et même fastidieux pour le lecteur. Il n’y a de sérieux, d’intéressant, de propre à exciter une véritable admiration que l’exposé exact et complet des choses comme elles sont passées. Thiers, Avertissement au tome XII de l’Histoire du Consulat et de l’Empire. Eppure lo Zobi (tom. III. p. 171) qualifica il Botta «il più profondo fra i moderni storici».
[253]. Nella corrispondenza di Camillo Ugoni, stampata nel 1858 a Milano colla sua vita, troviamo una lettera di A. Pezzana del 1814 ove dice del Botta: — Se manterrassi in reputazione di forbito scrittore, certo non potrà mai avere quella di storico imparziale e fede degno». E una di Giuseppe Pecchio del 1833 che, dopo avere letto il Botta continuazione al Guicciardini, scrive: — Non so se sia effetto della storia o dello storico, questa lettura mi dava ogni giorno malumore e malinconia. Ma credo che la colpa sia dello storico, perchè nè la storia degli Ebrei, nè quella de’ Messenj o de’ Polacchi a’ nostri giorni, zeppe anch’esse d’ingiustizie, d’orrori, di sciagure, pure non mi contristarono mai l’animo tanto, come la storia del signor Botta: quella del Sismondi mi fa fremere, anche corrucciare, ma non oscura ed abbatte l’anima mia, anzi la riempie di fuoco. Mi disgusta all’estremo quell’insolente accanimento del Botta contro Daru in palese, ed in secreto contro Sismondi e Manzoni, che per talento, buon cuore e buone azioni valgono dieci volte più del Botta. Mi fa poi perdere un tempo infinito con quelle sue minute descrizioni di battaglie e d’assedj che non fanno alcun profitto. Non cita mai, o rarissime volte, un’autorità. È egli nuovo Mosè che scrive la storia per ispirazione di Dio? Non v’è mai una vista filosofica spaziosa, ma soltanto della morale e delle sentenze appiccicate ad ogni caso particolare. In politica poi dice e si disdice le cento volte, e fra le altre non vuole le repubbliche del medioevo, e poi, alla fine della storia, dopo avere scomunicate quelle repubbliche le tanto volte, finisce col dire che la repubblica di Firenze aveva sopravanzato Atene; ed è ingiusto anche nell’elogio, perchè è esagerato. Sono però contento che una tale storia esista, perchè vi regna molta imparzialità (Pezzana e noi diciamo l’opposto) e franchezza: in alcune parti è eloquentissima: in altre le descrizioni sono capolavoro: spira sempre l’amore del giusto, dell’onesto, dell’umano: la lingua poi è aurea, vigorosa, e se ne togli alcuni proverbj troppo plebei, direi quasi impareggiabile per la sua ricchezza e varietà».
[254]. Dico diffusa soltanto perchè già il duca di Lévis, nel libro De l’Angleterre au commencement du XIX siècle, 1814, cap. XVI, p. 401, scriveva: Partout ailleurs qu’en Angleterre, en dépit de la philosophie et même des révolutions, la distinction du noble et du roturier, c’est-à-dire du fils du vainqueur et du vaincu, subsiste dans l’opinion, si ce n’est dans la loi. E Guizot disse: Depuis plus que treize siècles la France contenait deux peuples: un peuple vainqueur et un peuple vaincu. Depuis plus que treize siècles, le peuple vaincu luttait pour secouer le joug du peuple vainqueur. Notre histoire est l’histoire de cette lutte. De nos jours, une bataille décisive a été livrée: elle s’appelle la révolution.
[255]. Una dissertazione di Fossati e De Vesme Sulle vicende della proprietà in Italia applicava a noi i concetti maturati dai forestieri. Vedi il nostro tom. VI, cap. LXXXI.
[256]. Nota al cap. IV delle Speranze d’Italia.
[257]. «Non vadano gli eruditi cercando in questi libri peregrine scritture, rivelazioni d’ignoti fatti, lucubrati veri; qui è un ingenuo racconto che io ho fatto ai miei fratelli, assiso al focolare domestico della patria, alla vigilia di un grande viaggio». Pare ignori l’opera del Carlini sulla pace di Costanza, e quella del Dall’Olmo sul convegno di Venezia.
[258]. È dovere il ricordare l’Illustrazione del Lombardo-Veneto, raccolta di storie municipali che s’intendeva ampliare a tutta Italia, e che si pubblicò a Milano sotto la direzione e colla cooperazione del Cantù. Noi ce ne siamo valsi nella presente edizione per estrarne alcune giunte. Gli Editori.
[259]. Del Colletta scrivea Giordani l’aprile del 1826: — Ha compito un libro doppio di mole e molti doppj di merito, dove descrive tutto il regno di Gioachino. Libro veramente stupendo, stupendissimo. Figurati che i due che sentisti sono appena un’ombra di questo: la ricchezza, la varietà, lo splendore della materia è indicibile; lo stile miglioratissimo. Ora corregge Giuseppe: correggerà il quinquennio. Bisognerà rifare di pianta il nono libro, che è veramente debole e sparuto, come il primo che fu scritto, ma che per la materia è tanto importante». Il Colletta confessava che «ancora due o forse tre anni sarebbero bisognati a rendere la sua opera un po’ meglio».
[260]. «Veramente Gaspare Garattoni fa un valentuomo e degno che di lui si faccia onorata memoria; perocchè, quanto ad erudizione, io tengo ch’ei non fosse secondo a niuno della sua età (l’età di Ennio Quirino Visconti e di Heyne): ma vuolsi cominciare da capo. Suo padre ecc...».
Altro cominciamento: «La pittura da cui viene un bel diletto al vivere civile, fu cara a Luca di Francesco Longhi, come ne fanno fede i molti dipinti di lui, che adornano la sua terra natale».
Di molti storici odierni diemmo notizia e giudizio nel corso di quest’opera, toccando de’ soggetti da loro trattati.
[261]. Ci si perdoni di citare gli Italiani Illustri, ritratti da C. Cantù. Tre vol. in 8º. Milano 1870.
[262]. «Quando osservavamo con insultante dispregio que’ secoli che ci trovarono servi e ci lasciarono uomini, non somigliavamo a persona che siasi dimenticata della famiglia e de’ primi suoi anni? Or ne troviamo la ricordanza; e senza ribramarlo, perchè il passato compì la sua destinazione, e l’avvenire deve crescere per esso non già con esso, non possiamo che ammirare secoli di tanta vita, ecc.» Epoca XII, p. 334.
[263]. Pur dianzi un giornale grave contrapponeva a giudizj da noi dati nella presente opera, i giudizj portati da Lamartine nel Cours familier de littérature; e un giornale leggero riproduceva questo parallelo, applaudendovi.
[264]. Non discompagniamone suo fratello Saverio, combattente anch’esso pel re di Sardegna, e avverso alla rivoluzione francese. Rinchiuso per un duello, scrisse il Viaggio attorno alla mia camera, opericciuola non indegna di Sterne; come il suo Lebbroso della val d’Aosta. A servizio della Russia fece la campagna del Caucaso.
[265]. Se traînent à la suite de la France... leur présent est le passé de la France.
[266]. Essai sur le principe et les limites de la philosophie de l’histoire. 1843.
[267]. Secondo lui, i sintomi d’una buona amministrazione sono: 1. Desiderio di conoscere lo stato della nazione; 2. Pubblicità dello stato della nazione; 3. Buone qualità degl’impiegati; 4. 5. 6. Semplicità, Rapidità, Poco costo nelle operazioni; 7. Esattezza nei pagamenti; 8. Solido impiego del denaro pubblico; 9. Rispetto pratico alle leggi; 10. Moderazione nei partiti; 11. Sicurezza e felicità pubblica; 12. Mancanza d’uomini oziosi e di terre incolte.
[268]. Nuovo prospetto, p. 194-218.
[269]. Teme che la Russia ci mandi per Odessa i grani, sicchè i paesi d’Italia si cambierebbero in deserti. Nuovo prospetto, tom. V. p. 127 e Filosofia della statistica, tom. II. p. 159.
[270]. «Il dazio sulle importazioni delle manifatture estere è ottimo finchè le fabbriche nazionali bambine devono lottare colle estere adulte». Filosofia della statistica, Arti e mestieri.
[271]. Teoria del divorzio, part. V.
[272]. Nuovo prospetto, part. I. c. 3.
[273]. Merito e ricompense, tom. I. p. 231.
[274]. Nuovo Galateo, p. 355.
[275]. Nuovo prospetto, part. I. c. 3.
[276]. Elementi di filosofia, lib. II. c. 1.
[277]. Assunto primo, § IX.
[278]. Introduzione alla genesi del diritto penale.
[279]. Nella logica del Genovesi; Veduta sull’incivilimento.
[280]. Sono fra queste eccezioni i teologi dell’Università torinese Marchini, Regis, Bardi, Ghiringhello ed altri, che vi cercano meglio che gloria letteraria. Il gesuita Patuzzi dell’ermeneutica fece un trattato e la applicò a molti punti; il padre Ungarelli ebbe a scolaro il padre Vercellone, che con gran franchezza pubblicò la Bibbia greca del manoscritto vaticano in cinque volumi (1857) e le varianti della vulgata.
[281]. Nel 1874 si pronunziò una divisione fra gli economisti italiani: gli uni volendo l’assoluta astensione dello Stato nelle ragioni economiche, gli altri ammettendone, anzi credendone necessaria una moderata ingerenza.
[282]. Pensieri sulla moneta cartacea.
[283]. Messedaglia, Levi, Mora, Zanini, Boccardo, Leone Carpi, Luzzato, ecc.
[284]. Una Società Geografica qui formatasi contribuì alle esplorazioni massime dell’Africa, oltre raccogliere i fasti patrj dei tempi andati. I viaggi de’ semaj e delle corvette militari diedero a conoscere la Cina e il Giappone.
[285]. Ora si sta eseguendo una nuova triangolazione di tutta la penisola, sotto la presidenza del padre Secchi.
[286]. Il Governo italiano gli commise nel 1811 il più gran telescopio che ancora si fosse veduto in Italia. Il fisico Gualtieri di Modena ne pretese il merito, e ne fabbricò uno più grande, cioè di undici piedi di fuoco e nove e mezzo d’apertura, che darà luce doppia di quello d’Herschel.
[287]. Bisogna aggiungere l’analisi spettrale, che ci portò a conoscere la natura del sole e delle altre stelle: e gli studj dello Schiaparelli sulle stelle cadenti.
[288]. L’asciugamento di questo fu compito nel 1876 per munificenza del principe Torlonia di Roma.
[289]. Grimelli (Storia della elettro-metallurgia italiana. Modena 1844) annovera quanto i nostri operarono in tale materia fino a quell’anno.
[290]. Vanno rammentati in proposito i fisici napoletani Miranda e Paci, e gli studj anatomici del Pacini sugli organi elettrici del gimnoto e del siluro elettrico.
[291]. Accenniamo fra le sue scoperte quella del piccolo verme entro le perle degli unio e degli anodonti, dalla cui molestia crede originata la preziosa concrezione.
[292]. È curioso a notare che erano preti anche i più di quelli che, nel secolo passato, ridestavano l’agricoltura in Toscana: il pievano Paoletti, il parroco Landeschi, il preposto Lastri, gli abati Lupi, Lami, Manetti, Giovan Gualberto Franceschi, l’arcidiacono Giuseppe Albizzi, il canonico Zucchini, il monaco Soldani, e a tacer altri, il canonico Ubaldo Montelatici che nel 1753 fondava l’accademia de’ Georgofili. Così canonico era il Guasco agronomo piemontese, abati il Genovesi e lo Scrofani e molti della Società patriotica a Milano.
[293]. L’uso dell’acqua come rimedio esterno è raccomandato anche dal Nessi medico comasco (1741-1820), che diede un buon corso d’ostetricia.
[294]. Al 20 gennajo 1774, Ferdinando III di Napoli mandava un rescritto, qualmente la Facoltà medica gli aveva esposto la repugnanza delle comunità religiose a ricevere figli, sorelle, nipoti di medici, mentre ammettono quelli di avvocati, dottori, negozianti. Per ciò espone il merito e la dignità di questa condizione.
[295]. Il bellunese Zanon pretende ora di saper dare solidità lapidea alle sostanze animali, mentre Gorini crede poterne mantenere la morbidezza e le altre qualità fisiche.
[296]. Alla confutazione che fino dal principio del secolo ne faceva il Moreschi, professore d’anatomia a Bologna, è messa quest’epigrafe tolta dal Menkenio, che proverebbe già da un pezzo conosciuta quella teoria: Quis nescit nostris temporibus extitisse plures, qui novam quamdam artem exploratoriam commenti, intimos mentis humanæ recessus perreptarunt, et iræ, avaritiæ, cupiditatis nunc semiuncium, nunc assem deprehendisse sibi visi sunt?
[297]. Erangli assegnati quindicimila scudi: il duca ne aggiunse tremila, e il titolo di commendatore, e fu sepolto in quella cappella medesima.
[298]. Nel Commercio di Firenze, 12 gennajo 1842.
[299]. Materiali per la storia dell’incisione in rame e in legno furono pubblicati dall’abate Zani di Borgosandonnimo (1801), autore anche dell’Enciclopedia delle belle arti (1819-24).
[300]. Vedi la nota 15 del Cap. CLVII.
[301]. Non saranno dimenticati Marchesi, Marini, Lablache, Pacchiarotti, Moriani, Gaillard..., e la Grassini, la Catalani, la Pasta, l’Alboni, la Frezzolini, la Galletti, la Stolz... Il Barili (-1824) buffo cantante, pareva inimitabile nelle Cantatrici villane; ma i continui trionfi gli furono amareggiati dalle disgraziate amministrazioni di teatri. Sua moglie sassone, rinomatissima, empì il mondo delle sue gare colla Festa-Mattei, siccome da poi quelle fra la Taglioni e la Cerrito poterono far all’Italia dimenticare le supreme quistioni sociali.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
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