NOTE:

[1]. A credere vere queste parole c’induce il lutto che noi stesso vedemmo in Firenze alla malattia e morte d’una giovane figlia del granduca Leopoldo II. Stavamo a colloquio una sera con esso, quando ci chiese di poter correre un istante a vedere quella morente; e ritornato, ce ne parlava con tutto l’affetto, ch’è troppo naturale in un padre, ma che i grandi non osano palesare.

[2]. Pietro Giordani al 16 dicembre 1824 scriveva: — A dir bene di questo Governo non si finirebbe mai. Dirò solo una cosa recentissima. Un amico mio aveva letto ai Georgofili una dissertazione affatto economica. Piacque molto, e volle subito leggerla un ministro di Stato. La lodò molto; ma perchè lo scrittore aveva detto essere poco discrete e poco prudenti le brame di molti che vorrebbero diminuite le imposte, il ministro lo fece avvertire che anzi dicesse (poichè la dissertazione si stampa) le tali e tali ragioni (e suggeriva le vere e buone) per cui le imposte si devono sempre restringere quanto si può. Questo ministro non è un plebeo, non un giacobino, un carbonaro, un liberale; è don Neri Corsini. I Georgofili sono una società reale: eppure nello stesso giorno spontaneamente nominò socj l’esule Poerio, l’esule Colletta, l’esule Giordani».

[3]. A Londra verso il 1770 si erano stabilite varie compagnie dei Muns, dei Tityre-tus, dei Mohocks, che si dilettavano a fare del male pel male stesso; coglievano donne e le voltavano colla testa in giù; rompeano il naso agli uomini; li faceano sudare, cioè metteano il primo che capitasse in un circolo, e quello a cui esso volgesse il sedere glielo punzecchiava colla spada, e ognuno ripeteva il giuoco, poi lo davano da strigliare ai valletti, e lo faceano ballare pungendone i polpacci: e malgrado ordini ripetuti, durò fino al fine del regno di Giorgio I.

A Milano verso il 1820 erasi pure introdotta una Compagnia della Teppa che andava facendo simili tiri. E quando il Gualterio dà questa e la Compagnia Pantenna come sintomi ed effetti del liberalismo, vien da piangere al vedere come le belle cause sieno insozzate dai loro adulatori.

[4]. Gioberti asserisce che alla Gazzetta Piemontese «era interdetto lodare gli uomini celebrati dalla pubblica opinione»; Gesuita moderno, tom. V, p. 22. Il Gualterio dice che Fossombroni pagò trenta scudi un articolo contro Niccolini. In Lombardia, oltre i sistematici attacchi della Gazzetta e della Biblioteca Italiana, si sono poi trovate le commissioni date per denigrare taluno (il Cantù) su giornali forestieri, e perfino le bozze di tali articoli spedite alla Allgemeine Zeitung, e le aggiunte postevi dagli affidati della Polizia.

[5]. Il più smottato panegirista di Carlalberto (Gualterio) asserisce che metà del ministero di esso era «venduto allo straniero, non che aggregato alla Cattolica»; ed esso il sapeva e non sapea congedarli! Di qui «quella che chiamossi oscitanza, ed era accorta prudenza», pag. 620. Il medesimo asserisce che l’Austria avea comprato tutte le persone che lo circondavano, e che per mezzo di queste lo trasse in tanti errori, e in quella abituale ascetica debolezza. Così per isgravare il principe, si taccia tutta una nazione, che pure è tanto lodevole per dignitosa morale. Costui anche sa «per documenti certi che ebbe in mano» ma che non produce, che fino dal 1832 Carlalberto bramava l’amnistia degli esuli del 1821, e che la concesse «spontaneamente con gioja sincera nel 1842»!

[6]. Secondo il conto pubblicato dal conte Revel al 4 marzo 1848,

le rendite del Piemonte eranofr.84,282,216
L’uscita»80,966,372
Il debito»95,714,392

cioè poco più dell’entrata di un anno.

[7]. Questo avvenne alle edizioni di questa nostra storia, contro le quali protestiamo, non dall’aspetto mercantile, ma dal morale.

[8]. «Per selvaggia incuria del Governo», dice La Farina.

[9]. Bianchini, nella Storia delle finanze del regno di Napoli, dice che il viaggio di Francesco I in Ispagna per condurvi Maria Cristina costò allo Stato 692,705 ducati, che sono tre milioni e mezzo.

[10]. Del marchese Giovanni D’Andrea (1776-1841) elogio ben più splendido che non i gonfj panegirici fanno gli stati discussi, pubblicatisi nel 1848, ov’è divisato come nel decennale suo ministero restaurasse le finanze, scassinate dal ministero Medici, spegnesse il debito fluttuante ed altri, imprendesse opere pubbliche, attivasse i fondi dell’ammortizzamento; «pagò con esattezza i pesi dello Stato, tolse talune imposizioni, procurò i fondi per varie opere pubbliche, non contrasse alcun nuovo debito, ritrovò il corso delle iscrizioni del debito pubblico consolidato al 68, lo lasciò al 106; lasciò ducati 2,200,000 di deposito nella tesoreria». Vuolsi ricordare come, essendo magistrato allorchè si attuò il codice Napoleone, egli rinunziò all’impiego per non dover applicare la legge del divorzio, da cui la coscienza sua repugnava. Dopo il 1830 fu insieme ministro delle finanze e delle cose ecclesiastiche, e potè compiere il concordato del 10 settembre 1859, e mantenere in armonia le due potestà.

[11]. Nel 1853, i ducentundici battelli che faceano la pesca del corallo sulle coste di Bona e della Cala, quasi tutti erano napoletani, e raccolsero trentacinquemila chilogrammi di corallo, che vendesi a sessanta lire il chilogramma.

[12]. La sola Inghilterra nel 1840 consumò un milione di quintali di solfo: nel 1833 se ne erano tratti dalla sola Sicilia quintali 676,413, del valore di ducati 1,952,067.

[13]. La prima informazione delle condizioni della Lombardia venne data da noi nel libro Milano e suo territorio, pubblicato in occasione del Congresso scientifico del 1845. Una commissione municipale s’incaricava di ottenere di qua, di là risposta ai differenti quesiti che noi le presentavamo; e su ben pochi punti le venne negata. Fu quel libro la fonte a cui attinsero poi i liberali di partito; e vi si riferivano tanto più sicuramente in quanto che, dicevano, era ufficiale. Talmente ignoravano la distinzione del Municipio dal Governo quegli stessi che si ergeano maestri e riformatori del governare. Ci dispiace dover soggiungere che ufficialmente venne aperta un’indagine contro l’autore: ma tale stitichezza dell’elemento deleterico di quel Governo non rende meno vera la possibilità di avere e di pubblicare notizie positive, se da queste non fossero stati allora e adesso aborrenti lo spirito di fazione e il sentimentalismo.

[14]. Memorabili sono le inondazioni del Po nell’ottobre 1839, in conseguenza di dirottissime pioggie. Ai 17 ottobre presso Torino l’acqua sorgeva metri 5,80 sopra il pelo ordinario, e metri 6,96 presso Lagoscuro alli 8 novembre. Ne furono allagate moltissime parti del Piemonte, ove franò la grossa terra di Solagni nel Tortonese; e più il Mantovano, il Polesine, il Modenese; ed essendosi rotto, forse ad arte, un argine sulla destra a tre miglia sotto Revere, furono allagate da quattrocento miglia quadrate di terreno fra il Po e il Panáro. Nuove piene nel settembre del 1842 ingrossarono ancora più i fiumi, e il Modenese e le Legazioni n’ebbero danni incalcolabili. Nel 1844 l’Arno guastò tutta la valle e Firenze stessa.

[15]. Il De Bruck, dappoi ministro in Austria, indi suicida. La società del Lloyd fu autorizzata nel 1836; col capitale di mille cinquecento azioni da mille fiorini nel 1837 fece ottantasette corse con cinque piroscafi; e in quell’anno tragittò ottomila passeggeri, ed ebbe l’introito di censessantatremila trecenquattordici fiorini, ma la spesa di ducentrentaduemila. Nel 1846 aveva venti piroscafi, fece settecenquattro viaggi con cendiciotto mila passeggeri; trasportò denaro e preziosità per venticinque milioni e mezzo, ducenventisettemila lettere, centrentacinque mila settecentrentatre botti, ducentrentasettemila centinaja di Vienna di merci; facendo l’introito di fiorini un milione e quattrocenventimila quattrocencinquanta, di cui trecentrentaseimila erano guadagno netto. La crescente importanza dell’Oriente, i viaggi della valigia dell’Indie, lo sperato taglio dell’istmo di Suez sono felicissime opportunità per quella compagnia, la quale per altro ebbe a soffrire sia dalla rivoluzione, sia dalla guerra di Crimea. Nel 1854 avea cresciuto il suo fondo a tredici milioni di fiorini, e colla spesa di trecensessantamila fiorini avea l’entrata di seicentrentaquattromila. È divisa in tre sezioni: l’una per le assicurazioni; l’una pel servizio de’ battelli a vapore, e ha costituito fucine, arsenali, tiene uffiziali, marinaj, studia le nuove linee d’aprire: la sezione artistico-letteraria sarebbe come la mente di quel corpo, attenta a ricevere le notizie che comunica subito alla borsa, e diffonde per via di giornali; inoltre ha stamperia e calcografia, gabinetto di lettura, e giornali.

[16]. È la più bella pagina d’un’arguta Storia degli ultimi trent’anni, quella ove sono descritte le conseguenze dell’obbligo di denunziare i colpevoli di Stato, e dello spionaggio. «Il pensiero (traduciam compendiando) che alla lunga viene a prevalere sotto tale giurisprudenza, è la paura; paura di commettere una viltà, paura di parere d’averla commessa, paura d’esporsi a guaj per non commetterla. La paura più forte la vince; e da tale proporzione dipende spesso l’onore o l’ignominia d’una vita intera. Il prudente non vede altro scampo che evitare una via, da cui non si esce che coll’infamia e colla condanna; ma il farlo è fatica di tutti i momenti, e d’una incessante vigilanza. S’imbatte per via in uno di cui non bene conosce le opinioni politiche? deve mostrare di non conoscerlo. Un amico gli si accosta per chiedergli un consiglio? il prudente deve pregarlo di astenersene, di dirigersi a tutt’altri; attesochè quell’amico potrebbe voler consultarlo sul come rispondere a un emissario dei nemici del Governo. Se suo figlio si mostra pensoso e abbattuto, si guarderà dal chiedergliene il motivo; chè potrebb’essere scontentezza politica. Ogni colloquio gli pesa, giacchè può di tratto volgersi a cose di governo. Uomini sì fatti non sono rari, e sono i più onesti fra i vili: ma se un di questi fosse arrestato o interrogato alla Polizia, e s’avvedesse che tante cautele non gli bastarono, non s’ha a temere ch’egli rinunzierebbe all’onore, anzichè alla propria salvezza? Se tale è la prudenza delle persone allevate sotto allo spionaggio austriaco, come meravigliarsi dell’universale diffidenza? Basta che un uomo di genio amabile, insinuante, compagnevole, frequenti molti crocchj, per essere battezzato spia. Zelanti officiosi corrono a tutte le case, aperte all’amabile persona, e susurrano le voci che corrono sul conto di lui. E con che facilità non si credono questi ragguagli! Il padrone di casa, quasi illuminato da subito lampo, — Di fatto (esclama) che vien egli a fare in casa mia? perchè vi si mostra tanto amabile? Da me non ha nulla a sperare. E quando mi arrivò una sventura, quando le sorde persecuzioni della Polizia mi avevano condannato alla solitudine, perchè egli pure non s’allontanò da me? non temeva egli dunque per se stesso? Alla larga da quest’uomo pericoloso». Se un altro si apparta, e stringesi a vivere in angusto circolo, dicono che ha fatto la spia lungo tempo, e che scoperto, cela la propria vergogna. Chi si palesa amico dell’Austria, è naturalmente cansato dagl’Italiani; ma chi biasima il Governo, cade in sospetto di agente provocatore e di tendere insidie. Colui è ricco: sarebbesi impinguato con servigi resi alla Polizia? Colui è povero: resisterà alle tentazioni della miseria? Nessuno insomma è sicuro di simili sospetti; nè si dà Lombardo che possa vantarsi di non temer nulla... e di cui la fiducia nei più intimi amici non abbia vacillato più d’una volta.

[17]. L’amnistia fu data il marzo, e i carcerati allo Spielberg nè tampoco la conobbero fino al novembre. Allora non ottennero se non di poter andare in America. Giunta la coronazione, e ripetutasi l’amnistia, chiesero di rimpatriare, e non n’ebbero licenza. Solo nel 1840 il padre di Federico Confalonieri, trovandosi in fin di morte, chiese di veder il figlio; e pare che allora soltanto il buon Ferdinando sapesse com’erano perfidiate le sue intenzioni, poichè senz’altra domanda fu permesso a tutti il ritorno.

[18]. Nella raccolta di Lettere di fisica sperimentale di Serafino Serrati, Firenze 1787, è descritta una barca che correa sull’Arno mossa a vapore, e c’è anche la figura. Il primo battello a vapore costruito da una società napoletana il 1818, navigò da Napoli a Marsiglia; ma presto fu abbandonato. Un altro se ne pose nel 1820 sul laghetto di Pusiano in Lombardia, per mero sperimento, o piuttosto per velo alle intelligenze de’ Carbonari, coi quali terminò. Nel 1824 una società, preseduta dal principe Butéra siciliano, ne comprò uno in Inghilterra, che navigò le coste d’Italia.

[19]. Nel Gesuita moderno, tom. III. pag. 484.

[20]. Per ciò, essendo addetto all’ambasceria francese in Toscana, dovette venir a duello con Gabriele Pepe.

[21]. Un Boccheciampe, condannato solo a cinque anni per «aver fatto parte della banda, ma non essersi trovato nei due conflitti», fu tenuto come traditore. Ce n’era bisogno? Chi vuol saperne di più intorno a queste mosse veda Andreini, Cronaca epistolare dal 1843 al 45. Chi racconta a lungo le mene delle società segrete senza disapprovarle, non viene con ciò a giustificare le procedure di cui incolpa i Governi?

[22]. Il papa nel 1845 comprò quei beni per 3,750,000 scudi (lire 20,250,000) in obbligazioni di debito pubblico al cinque per cento; poi li vendette per 3,880,000 a una società Rospigliosi, Fedi, De Dominicis, che li rivendette a privati in ritaglio.

[23]. Un Mazziniano scriveva, a proposito delle scritture dei moderati, ch’egli intitola soffiafreddo: «Bene o male, il sentimento della dignità nazionale e l’odio dello straniero crescevano; e noi dovevamo confessare che, in quindici anni, non eravamo riusciti che a propagare nella gioventù studiosa la passione politica, ma nel vero popolo mai». Archivio triennale, tom. 1. pag. 491.

[24]. Ricordi ai giovani.

[25]. Tal quistione fu introdotta dal Cantù: riprodotta poi a Venezia, fu causa di fatti significativi. Gli Editori.

[26]. Del neoguelfismo in Italia le prime manifestazioni sono a rintracciare (chi il crederebbe?) in Ugo Foscolo. Durante il regno d’Italia, malgrado mille ostacoli, potè pubblicare un articolo in lode di Gregorio VII, e sta fra le opere sue. Nel 1815 preparava un discorso a Pio VII per mostrare «la necessità che il pontefice rimanga in Italia difeso dagl’Italiani». Nel discorso II sulla servitù dell’Italia dice: «Noi Italiani vogliamo e dobbiamo volere, volerlo fin all’ultimo sangue, che il papa sovrano, supremo tutore della religione d’Europa, principe elettivo e italiano, non solo sussista e regni, ma regni sempre in Italia, e difeso dagl’Italiani». E nel III si lagna che si fossero «obliate la sovrumana fortezza e la sapienza politica di quel grande pontefice (Gregorio VII) che vedeva consistere la temporale dignità della Chiesa nell’indipendenza delle nostre città, e quindi nella loro confederazione la più fidata difesa de’ suoi pastori».

[27]. Una lega de’ principi italiani era stata proposta dall’Austria fin dal 1821, e si dicea che tale fosse lo scopo d’un congresso dell’imperatore col granduca di Toscana. La Corte romana sentì quanto varrebbe sulle sorti italiche, e rifiutò aderirvi.

[28]. Ivi lo trovammo noi quando finiva il Primato, e ci lesse quell’ultimo capitolo, ove parla degl’illustri viventi; e ci chiese i nomi de’ migliori, ch’esso ignorava: eppure ne fece una tale mescolanza, da vergognarsi della compagnia. Egli stesso poi stampò che le lodi da lui sparpagliate erano sulla fede d’amici, alle cui relazioni aveva dovuto attenersi.

È naturale che dappoi tutto il merito fosse dato a lui, e niuno a coloro di cui egli professavasi seguace. Tra gli scrittori efficaci sull’opinione italiana, il Gualterio (Ultimi rivolgimenti italiani) nè tampoco nomina Manzoni.

[29]. Asserisce unica e quasi necessaria alle scienze, alle lettere, alle gentili arti la censura preventiva, e ne magnifica retoricamente i pregj, sol chiedendo non sia esercitato da un uomo solo, ma da un corpo.

[30]. Storia d’Italia; e passi inediti, addotti dal Ricotti nella Vita e scritti del conte Cesare Balbo.

[31]. Dedica seconda delle Speranze.

[32]. «Ridotta ai principi la decisione del passare o no a un Governo deliberativo, sarebbe egli utile passarvi? Parliamo schietto: anche presa dai principi, può esser decisione piena di pericoli, feconda di disunioni, distraente dall’impresa d’indipendenza, nociva dunque». Cap. X. p. 121.

[33]. «Confondeasi il gesuitismo colla Compagnia di Gesù, e credeasi che, cacciati i padri da una città o da uno Stato, la peste gesuitica fosse rimossa, e i popoli fatti sicuri. Or i padri Gesuiti non sono che la milizia più attiva ed astuta del gesuitismo, il quale, con altro nome preesisteva ad Ignazio di Lojola». La Farina, Conclusione del lib. III.

[34]. Nell’Introduzione alla filosofia, pag. 32 scriveva: «Dichiaro espressamente ch’io non intendo di far allusione a nessuna persona in particolare, parendomi che il costume di ferire i vivi non sia da uomo civile nè da uomo onesto nè da cristiano».

[35]. Storia del Piemonte.

[36]. E altre volte diceva: «Quando ad un libro si dà l’impronta di satira e di caricatura, l’effetto è vulgare e non durevole. Per esser efficace bisogna saper produrre il bello e il giusto, e non secondare i vulgari. Miro con rispetto le oneste confutazioni, ma anche le oneste mi pajono di poco o niun frutto. Aspettando l’azione del tempo si guadagna lo stesso, e non si perde inutilmente la pace. Di qui a qualche anno Gioberti medesimo arrossirà d’avere ceduto all’impulso de’ falsi amici, di avere pubblicato come pretesi documenti cose che non sono; d’aver macchiato la bella fama ch’ei godeva».

Quelle sopra il Gioberti sono forse le uniche parole acerbe che si lasciasse sfuggire la colomba dello Spielberg. E diceva anche: «Gioberti è uomo d’impeto, ma sincero. Un giorno s’accorgerà del suo torto. Preghiamo per lui e per gli animi così disposti all’ira. Con questa passione si possono fare quadri orribili d’ogni istituto e d’ogni umana società. L’eloquenza arrabbiata non è mai giusta, ed è sempre stimata dai soli intelletti che poco riflettono».

[37]. Quantunque ad essi ostilissimo, dice: «L’Austria non ignorava che, fra i discendenti dagli uomini della Lega Lombarda, il neoguelfismo è una specie di virtù cittadina e di passione generosa; poichè trovandosi i Lombardi faccia a faccia col prepotente e col rappresentante del ghibellinismo, si recherebbero a viltà il cedere all’oppressione presente senza la sola protesta che loro sia consentita, quella cioè di resistere intellettualmente, associandosi ai principj che guidarono l’antica loro indipendenza contro Germania. Ciò spiega, parmi, onorevolmente come i più forti ingegni del Lombardo-Veneto inclinino più o meno apertamente alle idee guelfe», pag. 108. Onore al militare leale, che cerca nobili spiegazioni perfino a idee che disapprova. Non è lo stile dei liberalastri; nè egli il conserva quando opinioni, vere o no, ma discusse e ponderate, attribuisce «a monomania di scrittore e cecità di partito», pag. 133. Perchè però non si dica che l’idea repubblicana nacque dopo le barricate, si avverta ch’egli stesso gl’intitolava fin d’allora neo-guelfo repubblicani, pag. 394, e dice che «si gettano il monarcato sotto le calcagna». Del resto, tutti sanno quali Lombardi direttamente trattassero tale quistione; onde il concetto dell’anticipato repubblicanismo lombardo egli non potea dedurlo che da un’opera sola, attesa la sua diffusione, cioè la nostra Storia Universale.

[38]. Leone XII avea stabilito riedificarla, assegnando dalla Camera apostolica cinquantamila scudi annui; trentamila ne diedero i cardinali dimoranti in Roma; gl’impiegati lasciarono parte del loro soldo; i re stranieri contribuirono, sebbene non cattolici; onde dai sudditi pontifizj s’ebbero cencinquantanovemila scudi, seicendiciottomila dall’erario, cenventissettemila dal resto del mondo in quindici anni.

[39]. Secondo i conti pubblicati da monsignor Morichini nel 1848, lo Stato Pontifizio nel 1814 incassò meno di tre milioni di scudi, e nel 45 più di dieci; nel 15 spese due milioni trecentomila scudi, e nel 45 dieci milioni seicentomila; fino al 27 si fece sempre avanzo, eccetto il 21; dappoi continuò lo spareggio.

[40]. La società detta Ferdinandea a Bologna, di cui fu imputato il Castagnoli nel 1841, diceasi diretta a porre le Legazioni sotto l’Austria.

[41]. Di fatti si vantarono per novità, e noi gli avevamo prodotti in tutte le varie ristampe che femmo della Storia universale del Cantù. (Gli Editori).

[42]. Vedi la nostra Storia universale, ediz. 3ª tom. XX, p. 66. Fummo tacciati allora d’avere lodato Gregorio XVI, nè abbastanza esaltato Pio IX. Chiamiamo ad appello quella sentenza dopo trent’anni.

[43]. Più tardi il poeta Montanelli si lodò d’aver egli incoato queste stampe clandestine, e per mezzo di esse l’agitazione dell’Italia e del mondo.

[44]. Brofferio; e lo stesso dice Ranalli, Le Storie ital., lib. IV.

[45]. Ne’ riti della massoneria è conosciuta la cerimonia del brindisi. A invito del Venerabile si caricano i cannoni e dispongonsi sulla tavola; poi egli dice: «Facciamo un brindisi a persona a noi preziosa; faremo un fuoco, buon fuoco, fuoco il più vivo e sfavillante di tutti i fuochi. Fratelli, la destra alla spada — Alto la spada — Evviva la spada — La spada alla sinistra — La destra alle armi — Alto le armi — Al viso — Fuoco — Ancora fuoco — Basso l’arma — Avanti l’arma — Seguiamoci coll’arma — Giù l’arma»; e l’arma è il bicchiero, e la manovra un bevere. Venivano a mente nei pasti d’allora.

[46]. Un Lombardo (Cantù), campatosi dagli sgherri, arrivava a Torino nel maggior fragore del movimento preparativo; ed uno degl’infervorati gli chiedeva — E voi, non avete voi scritto nulla sulla crisi attuale?» Cesare Balbo gli rispose: — Che? non scrive egli la storia universale?»

Pellico la prendea coi guastamestieri, non credea una gran cosa i festeggiamenti popolari e gli schiamazzi, e le magnanime azioni degli eroi, consistenti nello scrivere ingiurie sui muri e spargere calunnie, mentre credeva fosse necessaria la virtù, ben inteso fra le virtù contando il valore in caso di guerra. Lettere, 266, 267.

[47]. Per devozione alle libertà, alieni dalle società segrete che la legano ad un’obbedienza irragionata, noi fummo in situazione di conoscerle in patria e fuori, nelle prigioni e ne’ trionfi, e di poterne parlare con autorità. Ben ci meravigliammo di non avere, in tante scritture, veduto accennarsi le mene con cui la Russia cercavasi amici nelle persone di denaro, d’intelligenza, di cariche. Venezia principalmente deve ricordarsene.

[48]. Liberalisirend. Credenziale di Metternich a Radetzky pel conte di Fiquelmont, 22 agosto 1847.

[49]. Dubitavasi che le dimostrazioni fossero provocate dall’Austria per aver occasione d’intervenire. Palmerston ad Abercromby ambasciadore a Torino, il 23 marzo 1847 scriveva: I have to request that you will report how for your information lead you to give credit to certain reports which prevail that those manifestation have been in some places secretly encouraged by Austrian agents, in order that they may furnish a pretext for active interference in the internal affairs of some of the independent States of Italy. I successivi dispacci tornano spesso a questo senso. Vedasi la raccolta più interessante intorno agli avvenimenti di quegli anni, cioè: Correspondence respecting the affairs of Italy, presented to the House of lords by comand of her majesty, 1851.

[50]. Dispaccio 18 settembre 1847 del ministro Guizot all’ambasciadore Bourgoing a Torino.

[51]. Dispaccio 11 settembre 1847 del ministro Palmerston. Guizot, al 17 settembre, scriveva, la Francia rispetterebbe e farebbe rispettare l’indipendenza degli Stati, e in conseguenza il diritto di regolare essi da sè i proprj affari interni; al buon esito delle riforme importare si facciano d’accordo fra principi e popoli, regolari, progressive; il papa mostrare un profondo sentimento de’ suoi diritti come sovrano, laonde otterrebbe l’appoggio e il rispetto di tutti i Governi europei; e gli esempj di esso e la condotta intelligente de’ suoi sudditi eserciterebbero salutare influenza sui principi e i popoli della restante Italia.

Nelle istruzioni che Palmerston dava a lord Minto il 18 settembre 1847, era che portasse assicurazioni d’amicizia in ogni incontro; spiacergli le minaccie dell’Austria d’occupare una parte degli Stati sardi, caso che il re desse concessioni ad essa spiacevoli, e lo considerava come una violazione de’ diritti internazionali; applaudisce all’esibizione fatta dal re al papa di difenderlo; a Roma secondi le buone intenzioni del pontefice, e prenda per base il memorandum del 1832.

Ma pare che coteste minaccie dell’Austria fossero un sogno, e il conte Solaro della Margherita, allora ministro della Sardegna, le smentisce affatto, nè aver ricevuta alcuna nota relativa all’interna amministrazione del paese (dispaccio 3 settembre). Lo stesso Metternich al 23 settembre scriveva: — Non è da parte dell’Austria che l’indipendenza del re di Sardegna potrebb’essere minacciata. Ben lungi da ciò, contando questo sovrano fra suoi alleati, il Governo imperiale, qualora richiesto, non tarderebbe a porsi accanto alla Gran Bretagna per difenderlo contro ogni esterna aggressione. Unito alla Corte di Roma con vincoli, la cui doppia origine non può che crescerne la solidità, l’imperatore d’Austria crederebbe derogare alla dignità e alla religione sua difendendosi dal sospetto di voler intaccare l’indipendenza d’un sovrano, che alla potenza temporale congiunge l’augusto carattere di capo della Chiesa cattolica, della quale l’imperatore è naturale difensore. Nulla è chiaro e positivo come l’attitudine dell’Austria rimpetto al santo padre; essa non può che fare voti per la prosperità degli Stati della Chiesa, e pel buon esito delle riforme amministrative che sono reclamate dal loro meglio, e che, dalla pace generale in poi, fu spesso la prima a consigliare; mentre in eventi particolari le proprie armi adoprò ad assicurare l’autorità sovrana del papa».

[52]. Come avea scritto a Carlalberto appena re, Mazzini volle scrivere a Pio IX, e usava questi termini: — Per opera del tempo, affrettata dai vostri predecessori e dall’alta gerarchia della Chiesa, le credenze sono morte, il cattolicismo si è perduto nel despotismo, il protestantismo si perde nell’anarchia: guardatevi attorno, troverete superstiziosi o ipocriti, non credenti; l’intelletto cammina nel vuoto; i tristi adorano il calcolo, i beni materiali; i buoni invocano e sperano; e nessuno crede».

[53]. Apertesi le Camere di Francia nel gennajo del 1848, Montalembert si lagnò che nel discorso del trono non fosse fatta menzione del movimento d’Italia e del papa; questo essersi mirabilmente posto in una via, nella quale avea bisogno d’appoggio; mentre esso e i principi che cominciavano a imitarlo, trovavansi dolorosamente isolati fra un partito di vecchi abusi, e le violenze degli esaltati; qualificarsi già di retrograda la politica di Pio IX all’istante che, protestando contro l’occupazione di Ferrara, compiva i suoi sforzi per la dignità e indipendenza d’Italia; essere tempo che gli uomini del progresso in Italia si separassero da quei del disordine, e il Governo cessasse d’essere nella strada; l’indipendenza temporale del papa essere condizione indispensabile per la regolare esistenza e la sicurezza della Chiesa cattolica nel mondo intero; indipendente dover essere il papa non solo dal giogo straniero, ma dal giogo delle fazioni e delle sommosse; doversi al popolo romano infondere coraggio contro l’Austria, ma insieme contro coloro che vorrebbero speculare su questo movimento italiano e disonorarlo, contro le denunzie de’ proscritti di jeri, che vogliono divenire proscrittori domani; coraggio per mostrare al mondo cosa sia una rivoluzione pura, onesta, insomma cristiana.

Meritano essere letti i discorsi fatti in quell’incontro da Saint-Aulaire, Dupin, Hugo, Cousin, più liberali di quelli pronunziati nell’assemblea repubblicana. Guizot ministro rispondendo, mostrò che il trono era d’accordo nel favorire le libertà italiane, il miglior fondamento delle quali era il papa.

[54]. Vedi il n. 34 dell’Italia, giornale di Pisa, scritto o ispirato dal Montanelli. «Da lungo tempo erano a Livorno manifesti gl’indizj d’una setta, la quale rinchiusa in una solitudine astiosa e codarda, non seppe intendere la grandezza del presente movimento italiano, la semplicità delle origini, la maestà del progresso, la sicurezza del fine; non comunicare colla nuova vita che si dilatava d’intorno a lei, nè accogliere nel suo cuore il battito di migliaja di cuori, in un punto rinati alle speranze ed all’amore.

«L’inaspettato amicarsi della ragione colla fede, dei principi coi popoli, degli Stati cogli Stati italiani; questo improvviso risorgere d’un popolo oppresso, per lo spontaneo ma necessario ricomporsi delle opinioni, degli interessi, delle forze nel principio dell’unità nazionale; questo magnifico disegno della Provvidenza che si svolge sotto i nostri occhi, l’abisso che divide i primi dagli ultimi mesi del 1846, e l’aura divina che vola su quell’abisso, Pio IX e la lega doganale furono un nulla per lei.

«Non sapendo che le vie della Provvidenza sono assai più di quelle dell’uomo, si ostinò a non riconoscere il nostro risorgimento in un fatto che, sebbene ne avesse i caratteri evidenti, per l’autore, il modo e l’effetto era così diverso da ciò ch’ella aveva fantasticato, predetto, promesso come il solo vero, il solo possibile risorgimento nostro. Indurita dal pregiudizio, credè che l’Italia non sarebbe giunta alla meta per la via segnata da Pio IX, corsa da Leopoldo II, e fatta sicura da Carlalberto; e si dolse con puntiglio superbo che vi giungesse per una via qualunque diversa da quella mostrata da lei, e nella quale ella non fosse duce, mettendo il suo credito e la sua influenza sopra la considerazione del bene comune».

[55]. Rubieri, nello Spettatore di Firenze, rivendicò la reputazione di Giovanni da Procida, sopra documenti non nuovi, ma di cui l’Amari non volle trarre tutte le conseguenze. La quistione dura ancora.

[56]. Il Gualterio asserisce che l’umiliazione del re nell’affare de’ solfi vi fu gratissima. Noi ci trovammo nel regno in quel tempo, e ci apparve tutt’altro.

[57]. La Farina dice che il Comitato napoletano era d’accordo sulla forma che sarebbe gridata in Sicilia: ma quando si fece, trattenne la gioventù dal sollevarsi, lasciò spedire le truppe ecc., e riprova i regnicoli d’essersi perduti in suppliche e applausi, e ne incolpa «coloro che di quei moti aveano assunto la direzione, alcuno de’ quali col tempo chiarironsi traditori, altri inettissimi e che per perfidia o per fiacchezza rovinarono Napoli, Sicilia e Italia tutta»; vol. III, p. 170. Così anche le belle intelligenze possono dalla passione essere tratte alle vulgarità.

[58]. Lo attesta l’ammiraglio Napier in lettera a Palmerston del 31 gennajo, nella citata Correspondance.

[59]. Era la quinta costituzione che si proclamava in mezzo secolo per quel paese: nel 1799 quella della Repubblica Partenopea; nel 1808 quella del re Giuseppe; nel 1815 quella di Murat; nel 1820 quella di Ferdinando.

[60]. Al 21 febbrajo, la Réforme, unico giornale repubblicano, stampava: «Uomini del popolo, guardatevi domani da ogni temerario abbandono, non presentate al potere l’occasione cercata d’una vittoria sanguinosa».

[61]. Ne’ carteggi diplomatici compajono una lettera del console britannico a Milano, che assicura non essere quivi società segrete; e una del Pareto ministro del Piemonte, che assicura esservi potentissime le società secrete.

[62]. Il conte Giacomo Melerio. Ils chantent, ils payeront, diceva Mazarino a’ suoi tempi.

[63]. Nel libro Palmerston et l’Autriche il conte di Fiquelmont descrive quel Congresso colla sicurezza di chi era presente. Egli attribuisce ogni colpa a Cesare Cantù, invocando le vendette su lui, come quello da cui originò il movimento rivoluzionario in quella città, tranquilla fin allora. Fiquelmont stampò quel libro nel 1853; quando il Governo militare poteva facilmente adempiere quel voto di vendetta. Richiamato ai fatti, il Fiquelmont ebbe la lealtà di riconoscere (ma solo in lettera diretta all’offeso) che avea detto il falso, e che il Cantù non era stato (espressione di lui) se non «la sfera che avea segnato l’ora della rivoluzione, siccome a Milano l’arcivescovo». Intanto la parte primaria ch’e’ gli assegna, dà il diritto al Cantù di attestare, che al Congresso di Venezia non ci furono intelligenze settarie di veruna sorta; che nulla v’avea di preparato in quegli applausi o in que’ silenzj; che l’unico accordo preso fu con Manin e Tommaseo per domandare, non la libertà della stampa, ma l’esecuzione delle leggi intorno a questa, violate dall’arbitrio di censori, che nuociono ai Governi più che i leali avversarj.

[64]. Il generale Hess, capo dello statomaggiore, il 18 gennajo 1848 da Vienna scriveva al colonnello Wratislaw a Milano: — Se l’imbecillità del governatore e del vicerè e la nullità del loro spirito non fossero da tempo conosciute, ora apparvero in tale evidenza, che bisogna tosto rimoverli, e sostituire un governatore che, d’accordo col feldmaresciallo, ristabilisca l’ordine vigorosamente, e i noti rei di tali scandali mandi ad essere processati a Palmanova. Io non sarò tranquillo finchè non siansi raccolti attorno a Milano venticinquemila uomini, e venticinque mila nelle guernigioni alle spalle, giacchè solo il timore delle bajonette può imporre a costoro». E il 31 al maresciallo Radetzky: — Sedici fortini attorno a Milano, ciascuno con cinquecento uomini, e moltissime feritoje dirette al duomo, deciderebbero in ultimo appello la quistione italiana fra l’Austria e il Piemonte; e questo tornerebbe all’antica, come che simulata, umiltà. Quali le cose sono, credo che la tranquillità non si ripristini senza forti salassi e sciabolate tedesche».

[65]. «Qual è la paura dell’Austria? forse che Carlalberto o qualche altro principe italiano impugni il ferro e faccia l’impresa di Lombardia? oibò! ella sa quant’altri e meglio d’altri che tal tentativo non è oggi possibile, e che i concetti di questo genere non possono entrare nè capire nella mente di un principe così savio come il re di Sardegna». Gioberti, Gesuita moderno, 1847, vol. III, p. 577.

Il Balbo, nelle Speranze, rimoveva affatto l’idea d’un attacco. Il Durando, nella Nazionalità italiana, posava tutte le combinazioni sue strategiche sovra il supposto della guerra difensiva. Il Risorgimento, organo ministeriale, al 18 marzo scriveva: — Chi primo bandirà la guerra in Italia, avrà gettato le sorti del mondo, avrà sconosciuto i santi incrollabili principj che ci assicurano piena, infallibile, vicina vittoria... Sorda è l’Austria alle minaccie come alle blandizie, non si scuote, avvisa il suo tempo e il suo vantaggio con impassibil consiglio. Or di tutti i desiderj suoi il più ardente, il più sicuro si è quello di vedersi da noi assalita. Questo solo potrebbe ravvivarla, ecc.». Nel Mondo illustrato, pag. 723, è scritto dal grande panegirista di Gioberti: — Chi grida Morte all’Austria, Viva il re d’Italia, è nemico di Pio IX, e quindi scismatico; è nemico di Carlalberto, e quindi ribelle; è nemico della civiltà italiana, e quindi barbaro traditore».

[66]. Balbo assicurava l’ambasciadore inglese Abercromby sapere di buona fonte che «se il Governo indugiasse a soccorrere i Lombardi, sovrasterebbe al Piemonte una rivoluzione repubblicana; onde, riconoscendo impossibile reprimere l’entusiasmo delle popolazioni sarde, avea soddisfatto alle domande dei deputati di Milano: Pareto diceagli, per poco che s’indugiasse, Genova sarebbesi sollevata, e scissa dagli Stati regj: a Vienna pure scriveasi dovere temere che le numerose società politiche di Lombardia e la prossimità della Svizzera non facessero proclamare un Governo repubblicano, disastroso alla causa italiana e a Casa di Savoja. Correspondance, ecc. Lettera di Abercromby a Palmerston del 23 e 24 marzo: — Il pericolo della monarchia di Sardegna divenne così imminente agli occhi de’ ministri, che furono costretti ad accondiscendere alle domande di ajuto presentate dai capi dell’insurrezione milanese, e appigliarsi a una linea di politica che non avrebbero adottata spontaneamente». «Supposto un principe il più schivo del nome e delle cose di guerra, il più freddo per la causa della nazionalità italiana, certo è, che suo malgrado, ei sarebbe stato trascinato dal torrente dell’opinione pubblica a recare soccorso ai Lombardi, salvo che amasse meglio vedere ribellati i sudditi e Genova repubblicana». Cibrario, Ricordi d’una missione a Carlalberto.

[67]. Il generale Franzini, dopo la sconfitta, diceva in Parlamento d’avere prima della guerra rappresentato in iscritto al re «la poca attitudine sua e degli altri generali, avendo brevissima esperienza, con gradi poco elevati. Il re mi disse che l’Italia doveva far da sè, e che non accettava la proposta d’un maresciallo francese, ch’io proponeva come valente a raddoppiare il valore della sua armata». E più tardi Massimo d’Azeglio diceva ai suoi elettori: «In Italia nulla era preparato negli animi, nei costumi, nelle abitudini militari».

[68]. Questo sentimento è da un pezzo in cuore degli Italiani, e la scuola liberale lo professò apertamente dacchè Ciro Menotti, spirando sul patibolo di Modena, ci gridò: — Italiani, non fidatevi a promesse di forestieri». Ma la frase crediamo siasi formolata primamente nell’opuscolo di Giacomo Durando sulla Nazionalità italiana. Poi il cardinale Ferretti, visitando la guardia civica di Roma, contento di quella tenuta esclamò: «L’Italia farà da sè».

[69]. Presidente Casati: membri Vitaliano Borromeo, Giuseppe Darmi, Pompeo Litta storico, Strigelli, Beretta, Giulini, e Guerrieri per Mantova, Anelli per Lodi, Rezzonico per Como, Turoni per Pavia, Carbonera per Sondrio, Grasselli per Cremona, Moroni per Bergamo.

[70]. «Non vedo gran differenza tra le due forme di Governo. Che cos’è un principe costituzionale se non un capo ereditario di repubblica? e un presidente di repubblica, che un principe elettivo?» Gioberti, Lettera del 26 febbr. 1848.

Molti giornali del Piemonte asserivano essere forte e temuto in Lombardia un partito che voleva sminuzzare l’Italia in centinaja di repubblichette come nel medioevo. Per cercare, noi non ne trovammo orma; e gli scrittori non meno che gli atti uffiziali parlavano sempre di repubblica italiana, più o meno estesa. A tacere Venezia, di cui tanto generosi furono i proclami, il popolo di Padova nell’inaugurare il suo Governo provvisorio diceva al 26 marzo: — Il popolo che oggi vi ha costituito, ha un unico voto, l’unione italiana. Bando ai municipalismi. La repubblica delle città d’Italia, qualunque sia per essere la sua estensione, deve intitolarsi italiana. Stringetevi con Venezia e colle altre città italiane che si sono dichiarate o stanno per dichiararsi libere, onde operare con quelle di fraterno consenso. Viva la repubblica italiana!».

[71]. «Il grande ingegno... ama il popolo, ma non i suoi favori; aspira al suo bene, non alle lodi; e sta ritirato dalla turba per poterla beneficare». Gioberti, Introduz. alla storia della filosofia, pag. 219. E a pag. 183: «Il Governo rappresentativo è ottimo in se stesso, attissimo a felicitare una nazione, e si assesta mirabilmente a tutti i progressi civili, purchè non si fondi sulla base assurda e funesta della sovranità popolare».

[72]. La più bella esposizione e apologia di quell’intrigo è nei cenni di Antonio Casati su Milano e i principi di Savoja. Raccontata la venuta di Gioberti a Milano, e come dall’albergo del Marino si trasferisse a quello della Bella Venezia «che, per la piazza che vi sta davanti, era atto alle ovazioni popolari», dice che «la folla giunse e si accalcò sotto le finestre della locanda: ma questa volta era folla di costituzionali plaudenti all’apostolo della fusione; e quell’occupazione loro della piazza San Fedele, fin allora tenuta in dominio esclusivo (?) dai repubblicani, preconizzava il trionfo del partito moderato».

[73]. «Il partito liberale (a Torino) e il ministro dell’interno che vi appartiene, temono che il suffragio universale non metta sotto l’influenza de’ sacerdoti e del partito aristocratico»: preziosa confessione, che troviamo nella lettera 16 maggio dell’incaricato lombardo al Governo provvisorio. E al 26 maggio scriveva, che il ritorno del ministro Ricci da Lombardia coll’annunzio della fusione «ha contribuito a far rinascere quella simpatia in Torino, che era da più di un mese morta, e quasi sepolta per sempre».

[74]. Hujus falsissimæ conjurationis prætextu inimici homines eo spectabant, ut populi contemptum, invidiam, furorem contra quosdam lectissimos quoque viros, virtute, religione præstantes, et ecclesiastica etiam dignitate insignes nefarie commoverent atque excitarent. Allocuzione 20 aprile 1848.

[75]. Pillersdorf, allora ministro dell’Austria, nel ragguaglio che dappoi pubblicò sopra la rivoluzione viennese, espone: «Mentre Inghilterra e Francia facevano ragione delle nostre pratiche di conciliazione, un ambasciatore della Corte romana (monsignor Morichini) al ministero fece senza riguardi la proposta di rinunzia a tutte le provincie italiane, dicendolo unico mezzo per l’Austria d’evitare pericoli maggiori...; i trattati antichi non avere nissun valore».

[76]. Il Comitato generale ai rappresentanti del Governo britannico, il 3 febbrajo. — «La nazione siciliana, che il despotismo si lusingava avere cancellato dal novero delle nazioni, ha rivendicato col suo sangue il suo diritto»; Atto di convocazione del Parlamento, 24 febbrajo 1848.

[77]. Dispaccio 24 aprile.

[78]. Dico almeno in pubblico, giacchè Abercromby scriveva al Ministero inglese, aver lettera autografa del re, del 7 luglio, ove mostrasi disposto accettare come base di pace il territorio fino all’Adige; pace che, attesa la forza relativa della Sardegna e dell’Austria, non potrebbe dalle Camere e dalla Nazione esser considerata che onorevole e gloriosa. Correspondance, part. III, pag. 62.

La Gazzetta di Vienna 1º luglio 1848 riferiva come, per amore della pace, fosse stato proposto un armistizio, durante il quale si tratterebbe sopra la base dell’indipendenza della Lombardia, salvo alcuni accomodamenti finanziarj e commerciali; il Governo provvisorio aveva ricusato trattare, perchè la questione non era lombarda ma italiana; in conseguenza non restar all’Austria che appellarsi al giudizio del mondo, e raddoppiare di sforzi per sottomettere il paese insorto. Infatti Wessemberg, il 5 giugno, da Innspruck avea scritto al Casati tali proposizioni e Hümelauer le avea portate a Palmerston, che credette non vi s’acconcerebbero gli animi, sopreccitati in Lombardia.

[79]. A mezzo aprile 1848, il Governo provvisorio di Venezia insisteva presso Carlalberto e il generale Durando perchè mandassero truppe a soccorso del Veneto: «Dell’onore del nome piemontese e pontifizio, dell’onore del nome italiano si tratta. Ogni indugio potrebbe far perdere il merito de’ sacrifizj, la lode della vittoria. Noi, che da secoli siamo dissuefatti dalle armi, legati il braccio e il pensiero, noi non ci vergogniamo di tendere la mano a fratelli più agguerriti di noi, a fratelli che ci obbligarono la sacra lor fede; di tendere la mano dopo aver fatto ogni possibile per armarci, munirci, ordinarci, rinnovare a un tratto noi stessi».

[80]. Un lodatore esclama: Que dire d’un chef d’armée, se trompant si longtemps sur sa position, continuant à si mal évaluer les forces qui sont dévant lui, alors que dépuis trois jours l’ennemi a combattu de tous côtés à Rivoli, à Sona, à Salionze, à Staffalo, qu’il est en ce moment à si peu de distance, et qu’on vient de lui faire tant de prisonniers?

[81]. Dottore Maestri, avvocato Restelli, generale Fanti.

[82]. Nella Cronistoria dell’Indipendenza Italiana il Cantù ha descritta a minuto quella trista giornata. (Gli Editori).

[83]. Dispaccio 15 agosto di Abercromby a Reiset.

[84]. Il Governo provvisorio di Venezia, dando annunzio di sè a quel della Repubblica francese, scriveva: Le temps des interventions est passé; et ce ne serait pas un secours dangereux qui nous viendrait d’un pays, où Lamartine est ministre. Bisogna vedere come i giornali piemontesi s’avventarono contro questa invocazione degli stranieri!

[85]. Articolo 1º: «Un’assemblea costituente è convocata per tutti gli Stati italiani, la quale avrà per unico mandato di compilare un patto federale, che, rispettando l’esistenza de’ singoli Stati, e lasciando inalterata la loro forma di governo, valga ad assicurare le libertà, l’unione e l’indipendenza assoluta d’Italia, ed a promuovere il ben essere della nazione».

[86]. Crederei del Rossi l’articolo della Gazzetta di Roma 20 aprile, che fra altre cose diceva: «Il più grave pericolo per gl’Italiani non è mai venuto dallo straniero. Le armi nostre lo hanno sempre disfatto quando sono state concordi: e la nostra civiltà ha sempre trionfato della sua quando si è potuta sviluppare liberamente. Il più grave pericolo degl’Italiani è sempre stato nell’abuso de’ più grandi doni che Iddio abbia loro fatti, di questa varietà di caratteri, di questa ricchezza d’intelligenza, di questo rigoglio di volontà, di quest’abbondanza di vita: fa mestieri pertanto, se non vogliamo ricadere negli errori e nelle sventure de’ nostri maggiori, guardarci da questo pericolo e da questo abuso, subordinando ad un principio solo tutte le nostre volontà...».

Egli allora scriveva ad una signora come i fatti di Milano l’avessero commosso al pianto, ma non osava sperare fossero principio d’un risorgimento durativo e glorioso, anzichè causa di una caduta più irreparabile. Nè tanto lo spaventava la forza dell’Austria, ridotta a tale che potrebbe essere cacciata quando l’Italia veramente e solennemente il volesse. «Non sono io di quelli stolti, che della possanza e del valore austriaco parlano e scrivono leggermente. So che la vittoria non può ottenersi che con molto sangue; ma so pure che ove gl’italiani tutti siano pronti a spargerlo, come già molti fanno, da valorosi assennati ad un tempo, mostreranno all’universo che è impossibile incatenare un gran popolo che voglia assolutamente essere libero e donno di sè.

«Ma saranno essi ad un tempo valorosi ed assennati? Valorosi, ne sono certo; assennati, dubito.

«Tre moti diversi agitano l’Italia; giusto l’uno, santo l’altro, pazzo il terzo, e che porrà tutto in rovina se nol si reprime. L’Italia non vuol più Governi assoluti, paterni o no; chè anche i più paterni sono stupidi ed iniqui se assoluti. Questo primo moto, se l’Italia fa senno, è omai compiuto; le costituzioni hanno ricondotto nella penisola la libertà politica; l’Italia, schiava jeri, è oggi libera quanto l’Inghilterra, e la vince in eguaglianza civile. Che vuole di più?

«Ma tal articolo della costituzione ci spiace, tale o tal mutamento ci sembra opportuno. Miserie! Chi impedirà, dopo maturo studio, sufficiente sperienza e regolari discussioni, di variare in alcun che gli statuti, e di meglio adattarli alle condizioni morali e politiche? E che? ancora siete nuovi nell’arringo, avete appena allacciata la corazza e brandite le armi, e già prima di farne la prova volete sputar sentenze da censori, e dare al mondo insegnamenti di tattica costituzionale? E che? il sangue italiano scorre gloriosamente sull’Adige e sulla Piave, i vostri fratelli minacciati dal ferro austriaco implorano soccorso; e voi, invece di correr all’armi, di chiedere, di gridare soltanto armi, vi state disputando, chiaccherando, scribacchiando di statuti e di leggi, e ponete la somma delle cose nel sapere se avrete qualche elettore di più o di meno, una o due Camere, categorie più o meno larghe!

«Che direste del padrone d’una casa che, vedendola sul punto d’essere preda alle fiamme, si stesse arzigogolando coll’architetto sul modo di correggerne la scala e di addobbarne le stanze? Chiunque preoccupa oggi le menti con sì fatte questioni, o è cieco, o è segreto nemico dell’indipendenza italiana, o è un fanatico che tenta tutto sovvertire e porre a soqquadro l’Italia, come i settarj suoi confratelli hanno messo a soqquadro la Francia.

«Il Governo rappresentativo può senza fatica stabilirsi e lodevolmente procedere, a poco a poco perfezionarsi, e, se sia duopo, allargarsi per tutto in Italia; chè di ciò m’assicurano l’ingegno italiano, la crescente civiltà di questi popoli, e più ancora la loro politica condizione. Servi erano tutti in Italia, piccoli e grandi, poveri e ricchi; e quindi tutti gli ordini dello Stato devono portare l’istesso amore alla libertà. Qui non v’ha antiche gare, vecchi odj, acerbe reminiscenze, desiderj di vendetta fra un ordine e l’altro. I privilegi de’ signori erano tal fumo, che non può lasciare, dissipandosi, nè profondi rancori, nè pericolosi desiderj. Fruisca l’Italia di questo singolare benefizio, e non guasti, per stolta impazienza e vane ambizioni, un’opera ad essa più agevole, che non è stata a qualsivoglia altra nazione.

«Solo lo Stato Pontifizio, per le sue peculiari condizioni, sembra opporre ostacoli di qualche rilievo al sincero stabilimento del Governo costituzionale. Giova sperare che, quel che non si è fatto da prima, si farà poi. Il cuore del principe è ottimo, l’animo de’ sudditi moderato; volesse Iddio non vi fosse a Roma altra difficoltà a vincere in questi difficilissimi tempi!

«Il secondo moto italiano è quel che vuolsi chiamare nazionale; quest’impeto santo della risorgente Italia, che la spinge a scuotere qualsiasi giogo straniero, a spezzarlo coll’armi. Questi due moti non sono da confondere uno coll’altro: il primo poteva separarsi dal secondo, come il secondo dal primo. Anzi, se i grandi avvenimenti delle civili società dovessero essere governati dall’umano giudizio, agevol cosa sarebbe il dimostrare che in via meno breve ma forse più sicura sarebbe entrata l’Italia, ove, prima di por mano alle armi contro l’Austria, avesse avuto agio sufficiente a svolgere e rassodare in ciascuno Stato italiano i nuovi ordinamenti politici. Il sentimento nazionale sarebbesi fatto per la nuova vita politica più veemente ancora, e al tutto universale; le armi sarebbero state pronte, la milizia educata a servirsene. Ma che giova fermarsi in queste supposizioni? L’opportunità politica s’è offerta inaspettata, e più bella che desiderare non osavasi; Italia l’ha afferrata con animo fervido e mano gagliarda; il fervore ha supplito agli apparecchiamenti. La prima vittoria può essere meno facile, ma più gloriosa; la seconda meno pronta, ma più durevole; chè più cari e più sacri sono i conquisti che costarono lunghe fatiche e molto sangue. Inviolabile e santo è ad animi ben nati il suolo che ricopre le ossa de’ valorosi; e l’Italia vorrà essa soffrire che piede straniero le insulti e le calpesti? Ma se l’amore della patria è fiamma divina, non vuolsi però scambiarla co’ sogni di fantasie sregolate, e, peggio ancora, co’ precipitosi giudizj di menti leggiere...

«L’impero austriaco, sconvolto ed infiacchito, non è spento; un nuovo esercito ha potuto scendere dall’Alpi e manomettere il suolo veneto. Chi ne assicura che un forte Governo non sia per sorgere a Vienna dalle rovine di quel vecchio e putrido?

«Riassumo. L’Austria nemica, gagliarda ancora ed ostinata, Russia non amica, Germania ed Inghilterra neutrali, ma per cagioni diverse attente e sospettose. E Francia? Voi avete sorriso, come tutti hanno dovuto sorridere, udendo il Lamartine provare lungamente, minutamente, che gli Italiani non vogliono a nessun patto i soccorsi francesi, e che neppure le armi francesi si addensino alla frontiera italiana? — Che vuolsi! diceva l’illustre poeta: in Polonia non possiamo andare; in Italia non ci desiderano». E come gongolava di gioja del poter provare che gli Italiani nè punto nè poco pensano a chiamare le armi di Francia!

«Giova pertanto attentamente considerare in quali condizioni si trovi l’Italia, volendo fare da sè, siccome essa desidera e si è proposto. Desiderio e proponimento che i buoni diranno santi, nobilissimi, generosi, se all’altezza del pensiero rispondono i fatti, i sacrifizj, il senno. Ove ciò non fosse, il desiderio sarebbe giudicato vanagloria, il proponimento presunzione e follia...».

[87]. Vedi il foglio del Governo 2 ottobre 1848, e la dichiarazione del Rossi nella Gazzetta di Roma 4 novembre, ove tende a mostrare che gli ostacoli venivano dal Piemonte, il quale voleva acquistare magnifiche accessioni coll’armi e col denaro degli alleati.

[88]. Lettera al Gioberti 30 ottobre.

[89]. L’Epoca al 16 novembre. — Nel Contemporaneo al 17 novembre: «Jeri cadde sotto i colpi della pubblica indignazione il ministro Rossi, che per continue provocazioni con parole inserite nella Gazzetta, e con fatti mal pensati in politica aveva talmente esacerbati gli animi del popolo romano, che ognuno ambiva a cooperare alla sua caduta... S’illuminavano i balconi, le finestre, le loggie, e uscendo dai quartieri le truppe fraternizzavano col popolo; e i carabinieri, ch’erano stati più degli altri presi in sospetto per la comparsa di più centinaja di loro nella capitale, giravano con bandiere tricolori in mezzo al popolo, giurando fedeltà». — E nell’Alba di Firenze: «Nella fucilata che ha avuto luogo per tre ore circa, è morto monsignor Palma e alcuni Svizzeri... L’esterno del palazzo del papa è crivellato dalle fucilate... Di Rossi non si parla più. Jeri sera il popolo andò per il corso con torcie e bandiere cantando Benedetta quella mano che il tiranno pugnalò».

[90]. Decreto di convocazione, 29 dicembre.

[91]. Discorso dell’Armellini.

[92]. Appena avvenuta la fuga di Pio IX, Mamiani mandava una circolare ai diplomatici, scagionando il Ministero di quei mali, e soggiungeva: «Di tutto quello che di più duro e violento è succeduto negli ultimi tempi in Roma e nelle provincie, è stato cagione perpetua il problema difficilissimo di convenientemente accordare il temporale dominio collo spirituale, desiderando i popoli tutti, con unanimi voti, che fra i due poteri intervenga una divisione profonda e compiuta, salva rimanendo l’unità d’ambidue nella stessa augusta persona, laddove dall’altro lato si è voluto e sperato ostinatamente di tenerli, come per addietro, strettamente congiunti e confusi. Alla soluzione quieta e durevole di tanto problema occorreva un mutuo spirito di tolleranza, di conciliazione e di longanimità, e soprattutto occorreva la lenta azione del tempo e la forza degli abiti nuovi, e di nuovi interessi. Ma le passioni di ambidue gli estremi partiti, e quella fiera impazienza, che spinge in ogni parte d’Europa e del mondo le presenti generazioni a rompere tutto ciò che non vagliano a piegare, condussero in Roma la resistenza e il conflitto, e le subite e forse immature trasformazioni; e poi aggiuntò asprezza e impetuosità al conflitto il sentimento nazionale soddisfatto, e il credersi in questi ultimi tempi che venisse a contesa colla politica nuova italiana la vecchia politica della romana curia, la quale ha pensato troppe volte di scampare sè sola nel naufragio delle nazioni».

[93]. «Odio e fama grave procacciavano gli assassinj politici, dacchè la vendetta dalle sêtte nudrita in animi selvatici prorompeva traditrice con impeto tale, che i sicarj erano tiranni di alcuna città. Dirò d’Ancona, ove uccidevano di pien meriggio nelle piazze, negli atrj privati, nei pubblici ridotti, al cospetto delle milizie che lasciavano misfare: dirò che vi erano uffiziali di Polizia, i quali, sgherri, giudici e carnefici ad un tempo, davano morte ai cittadini, cui per ufficio dovevano sicurare dalle offese. Felice chi potesse coll’oro comperare la vita, o camparla colla fuga, tanto gli animi erano dal terrore signoreggiati, tanto caduta nell’abjezione ogni autorità, tanto profligata la tirannide. La libertà diserta dalle terre contaminate dall’assassinio, la civiltà rinega, e Dio castiga oggi con dura servitù le scellerate costumanze! Gl’impuniti delitti d’Ancona giunsero a tale, che i consoli stranieri ne fecero doglianza al Governo, e ne mandarono fuori la fama orribile. Alcuni deputati anconitani, il Baldi, il Pollini, il Berretta domandavano risolute opere di repressione, ed il Baldi si offeriva andare commissario per compierle. Ma essi avevano reso il partito contrario alla proclamazione della repubblica, ed erano in voce di moderati; il perchè non ebbero tanto d’autorità che il Mazzini volesse fare a fidanza con loro. Invece mandò commissarj il Dall’Ongaro ed un Bernabei di Sinigaglia, i quali, vili cortigiani degli scatenati carnefici e della bordaglia principe, accrebbero la fama odiosa del Governo». Farini, Lo Stato romano, vol. III.

[94]. Pro Deo et populo era stata la divisa anche di Giuseppe II.

[95]. «Quel che i giornali toscani fossero in quei mesi di giugno e di luglio, vietami il pudore di riferire». Ranalli, lib. XII.

[96]. Lettera 6 ottobre.

[97]. Ajutò a crederlo l’essersi nel giorno medesimo mosse a tumulto Parigi, Vienna, Berlino, Cracovia. Così all’insurrezione di Milano erano state contemporanee quelle di Berlino, di Monaco, d’altri paesi di Germania, e fino di Stoccolma.

[98]. Correspondence, 9 marzo 1849.

* La Camera legislativa francese voleva intervento rispettoso e Touqueville ministro degli affari esteri diceva: «Per correggere gli abusi nello Stato Pontifizio cos’abbiam noi a fare se non supplicare il S. Padre stesso di seguitar a camminare nella via dov’era entrato da solo per generosa e gloriosa iniziativa; a ricordarsi de’ proprj esempj, e del felice esito de’ suoi primi atti?» 8 agosto.

[99]. «Eppure nessuno volle prestar fede alle dolorose rivelazioni, perchè gli uomini da cui erano fatte non ispiravano confidenza (!). Ove ciò non fosse stato, chi avrebbe persistito nel proposito della guerra con un esercito che a nessun patto la voleva?» Brofferio, Storia del Piemonte, part. III, c. 3.

[100]. Dispaccio al marchese Ricci, 11 dicembre 1848.

[101]. Nell’Opinione del novembre 1848, si legge: «Signor ministro dell’interno, sapete voi che un vivajo di spie Radetzkiane e Pachtiane formicola per Torino, e a Genova e dappertutto?... perchè non ne fate impiccar alcuna a mo’ di esempio? (qui seguono indicazioni affatto vaghe, e conchiude) E noi non faremo fucilare nessuna spia? proh dolor!» Nelle Camere, il 17 novembre, si prendeva a ribattere tali asserzioni, assicurando che i Lazzaroni sanfedisti di Lombardia erano rimasti tutti di là dal Ticino.

[102]. Dispaccio di Schwarzenberg, 12 febbrajo 1849.

[103]. Dispaccio 14 marzo di Palmerston a Ponsonby.

[104]. Gioberti, negli Scritti varj intorno alla quistione italiana, stampati nel 1847, pag. 47.

Nella tornata del 21 febbrajo 1849, egli, accusato di questa intervenzione, diceva non essere intervenzione l’entrare in uno Stato qualunque con uomini armati, quando si è chiesti dal principe e dal popolo. Ecco scagionata l’Austria.

[105]. Alla vigilia della riscossa, fondava il Saggiatore con trenta pagine di prefazione, e tra un profluvio di parole diceva: «Una mano di forsennati testè sconvolgeva la Toscana, e faceva sì che questo giardino d’Italia, già meta gradita de’ più lontani peregrinatori, divenisse intollerabile a proprj figli... Ministri subdoli, spergiuri e traditori, portati al seggio da un tumulto, fecero forza al Parlamento col terrore, lo costrinsero a votare contro coscienza una legge distruttiva dei patti giurati; aggirarono, carrucolarono, strascinarono l’ottimo principe nel precipizio, necessitandolo infine a fuggire... E chi è questo principe? il medesimo che timoneggiò sempre i suoi popoli con benigni e mitissimi reggimenti, che spontaneo li privilegiava di libere istituzioni ecc.... Tutti gli statisti convengono che l’intervento a rigore di lettera sia lecito quando viene comandato dalla suprema legge della necessità e della propria salvezza, ecc.».

I triumviri di Toscana ristamparono questo passo, anteponendovi parole ove diceano che «Dio volle umiliare questo non degno suo sacerdote colla perdita della ragione».

[106]. Normanby scriveva a Palmerston l’11 marzo: «Il signor Mercier fu spedito da Parigi a Torino per mostrare nella più stringente maniera al re di Sardegna il suicidale effetto della sua condotta nel provocare in questo momento la rinnovazione delle ostilità, e assicurarlo non s’aspetti verun sostegno dalla Francia se con ciò provocasse un’invasione de’ suoi dominj per l’esercito vincitore».

Palmerston, al 19 marzo, ricevuta la denunzia dell’armistizio, incaricava di esprimere quanto gli dispiacesse la strada in cui metteasi il Gabinetto di Torino; sperava ancora non si comincierebbero le ostilità; in ogni caso si procurasse cessarle ove fossero cominciate.

Mercier presentavasi a Novara al re, in nome del Governo francese, per dissuaderlo dal cominciare le ostilità (Edwards a Palmerston, 24 marzo). Abercromby faceva altrettanto (dispaccio 21 marzo), dopo che al 14 aveva scritto dolergli senza fine che il re, malgrado i ripetuti consigli delle Potenze mediatrici, esponesse la pace universale e il proprio paese con un attacco non provocato contro un vicino.

[107]. Lettera a Colloredo 18 marzo 1848, e dispaccio di Edwards a Palmerston 23 marzo.

Io non credo possa trovarsi romanzo che pareggi la commozione del leggere adesso gli scritti e i giornali che uscirono dal 18 al 30 marzo 1849. Vero è che, a differenza dei romanzi, bisogna conoscere prima la catastrofe.

[108]. Di pagine che straziano il cuore per la continua immagine d’occulte mene, di trame liberticide, di corruzione diffusa, tali da far vergognare d’essere italiani, può raccogliersi lo stillato in queste poche righe: «Udito il disastro di Novara, che tutti giudicarono tradimento, udite le condizioni dell’armistizio che a tutti parvero disonorevoli, Genova alzò il capo fieramente, e non volle sottoporsi nè al croato che invadeva, nè al Ministero che pareva essere di così buona intelligenza coll’invasore, ma difendere la città, come essi dicevano, dagli Austriaci di Vienna e da quelli di Torino... Per poco che il Governo avesse voluto essere umano, nulla era più facile che ridurre Genova a obbedienza senza lacrime e senza sangue. I soldati di Lamarmora, volendo emulare gli esempj di Novara, s’abbandonarono a deplorabili eccessi contro le proprietà e le persone... Partivano gl’infelici in traccia di men crudeli spiaggie sulle rive dell’Ellesponto sotto la protezione della mezza luna. Più infelici ancora quelli che rimasero... Nè le ire si spensero colle tolte sostanze, coll’oltraggiata onestà, col versato sangue». Brofferio, Storia del Piemonte, tom. III, p. 116-120.

[109]. Un uffiziale polacco amico del generale Chrzanowsky, e un uffiziale piemontese, nelle Considerazioni sugli avvenimenti militari del marzo 1849, gettarono tutte le colpe sul Ministero. Chiodo, Cadorna, Tecchio cessati ministri vi risposero, mostrando con documenti che il generale fu istruito a tempo dell’armistizio disdetto, e aveva assentito.

[110]. Le prompt accomplissement de la régénération de l’Italie a pu être empêché par de grandes fautes commises à Turin, scriveva lord Minto a Massimo D’Azeglio. La France ne permettra jamais que la Sardaigne fût, malgré ses fautes, réduite à un état voisin de l’anéantissement, diceva Drouyn de Lhuys al Gallina. Ma l’avrebbero professato prima dell’esito? Tocqueville, nuovo ministro in Francia, diceva: Après une guerre qu’a justifié et accru la juste renomée de bravoure dont jouit dans le monde l’armés piémontaise, mais qui c’est terminée par de très-grands revers, il était peut-être difficile d’espérer des meilleures conditions.

«Arrossisco pel mio paese de’ tanti inni di guerra cantati al tempo addietro; nè certo io mi resi mai complice di siffatte ciarlatanerie». D’Azeglio, Dispaccio 19 maggio 1819 al conte Gallina.

[111]. Si l’Autriche veut une paix solide et durable, il faut qu’elle se montre généreuse; il faut qu’elle aide le roi à surmonter les immenses difficultés qui l’entourent. Il ministro De Launay al generale Dabormida, 13 aprile.

[112]. Giornale militare, al 3 settembre 1848.

[113]. Il console Goodwin a lord Napier, 1848.

[114]. Le imprese degli Svizzeri nelle Due Sicilie furono raccontate dal R. De Steiger nella Revue contemporaine, gennaio e marzo 1861, da soldato senza passione e in tono ben altro da quello consueto. Loda assai la moderazione del Filangieri e dei vincitori.

[115]. 19 gennajo 1849 il ministro Gioberti richiamava il proprio ministro a Napoli per «l’indegna calunnia spacciata in Francia dal principe di Cariati, colla quale ci attribuiva l’offerta di togliere al papa le Legazioni». Spero che il sospetto di tanta infamia non anniderà per un solo istante nell’animo del pontefice.

[116]. Il principe Butéra al viceammiraglio Parker, 17 marzo 1849.

[117]. Vedansi il rapporto di Ferdinando Tadini e Leopoldo Galeotti sul Ministero democratico e il triumvirato, stampato nel 1850, e i Ricordi di L. G. De Cambray Digny sulla Commissione governativa del 1849, stampato nel 1853.

[118]. Pochi uccisi nel breve assalto; fucilati dopo non meno di sessanta, fra cui un rumoroso prete Maggini.

[119]. La Farina. E vedansi i dispacci di Moore nella citata Correspondence. Ranalli divisa a lungo que’ micidj e soggiunge: «Non è improbabile che secretamente vi dessero mano i settarj della tirannide, mascherandosi da repubblicani, e co’ più licenziosi della democrazia accontandosi, per interesse d’infamare la repubblica». Lib. XXIII. Insinuazione gratuita, che ricorre di spesso. Vedi anche Fatti atroci dello spirito demagogico negli Stati romani; racconto estratto dai processi originali, Firenze 1853.

[120]. L’orbe cattolico a Pio IX p. m. esulante da Roma, 1848-49. Napoli 1850.

[121]. Vedasi Drouyn de Lhuys ministro, al sig. La Cour ambasciadore a Vienna il 17 aprile.

[122]. Freeborn a lord Palmerston.

[123]. Nelle istruzioni a Oudinot leggessi: «Tutte le informazioni ci fanno credere che sarete lietamente ricevuto a Civitavecchia, dagli uni come liberatore, dagli altri come mediatore contro i pericoli della riazione. Se però contro ogni verosimiglianza si pretendesse impedirvene l’entrata, voi non dovreste arrestarvi per la resistenza oppostavi in nome d’un Governo che nessuno ha riconosciuto in Europa, e che a Roma si mantiene contro il voto dell’immensa maggioranza della popolazione».

[124]. Seduta del 2 giugno 1849.

[125]. Vedi Giornale di Roma, 16 luglio 1849; e il discorso del cardinale Tosti.

[126]. Più tardi Bastide stampò La République française et l’Italie en 1848, récits et documents (Bruxelles 1858), dove mostra come il re e il Ministero di Piemonte avessero soprattutto paura della Francia perchè produrrebbe un movimento repubblicano, pericoloso alla Casa di Savoja; come Pareto non meno che Brignole ripetessero che Italia voleva far da sè; come di rimpatto gli Ungheresi e Kossuth specialmente riguardassero la lotta come fosse tra l’Austria e Carlalberto, e perciò convenisse sostenere quella.

[127]. Nei carteggi diplomatici dell’agosto appare evidente questo pensiero, che basta a giustificare il Governo veneto. Beaumont, ambasciadore francese a Londra, scriveva in tal senso a Palmerston, e conchiudeva: «Certo la Francia non può dispensarsi dal portar prontamente soccorsi a Venezia, salvo il caso d’una mediazione pacifica conforme alla politica sua: ma per questa è duopo che cessi subito ogni ostilità». 29 agosto 1848.

Nell’indirizzo di Manin ai ministri d’Inghilterra e Francia, del 4 aprile 1849, è detto: Si d’autres Etats italiens ont jadis rejété le secours de la France, Venise était, en revanche, accusée, du contraire: les journaux du temps en font foi... La durée de la résistance est elle-même un titre, puisqu’elle démontre que ce n’est pas une ivresse turbulente, mais une volonté réfléchie. Tout en recommandant à V. E. l’Italie toute entière, dont les intérêts sont solidaires, et dont la pacification, c’est-à-dire l’affranchissement est devenu la condition indispensable de la paix de l’Europe, nous devons vous supplier de prendre dès l’abord en considération notre Etat, qui, faute de moyens économiques, ne saurait se prolonger sans donner gain de cause à nos ennemis. Ses délais sont calculés... Venise affranchie ne saurait donner de l’ombrage; Venise autrichienne serait une honte et un embarras.

Palmerston rispondea il 20 aprile, che Venezia appartiene all’Austria pel trattato di Vienna, e che «il componimento proposto dai Governi inglese e francese a quello d’Austria nell’11 agosto 1848 come base della negoziazione, non alterava in ciò il trattato di Vienna: nessun cangiamento può essere fatto nella condizione politica di Venezia se non col consenso e l’opera del Governo imperiale; e questo ha già annunziato la sua intenzione a tal riguardo».

Simile, ma più ipocrito era quello di Drouyn de Lhuys: Si la liberté italienne eût été partout défendue ainsi, elle n’aurait pas succombé, ou de moins, en recourant à temps, après une honorable résistance, à la négociation, elle eût obtenu des conditions, qui lui eussent assuré une partie des bénéfices de la victoire. Il en a été autrement. Des fautes irréparables ont été commises, et les Vénitiens qui n’ont pas à se le reprocher, doivent aujourd’hui, par la force des choses, en supporter les conséquences.

[128]. È singolarmente memorabile la canzone del Mameli:

Fra le lagune adriache

Giace una gran mendica....

Date a Venezia un obolo ecc.

[129]. Agostino Stefani muratore si offre al colonnello Cosenz d’andare a mettere fuoco al ponte ove il nemico s’accalcava. I difensori lo vedono, lo credono una spia, e a furore lo ammazzano.

[130]. «Il ministro dalle prime ci disse tenessimo un franco linguaggio: l’Austria del passato non è quella d’oggi; gli uomini che al presente dirigono, sono di liberali principj, e comprendono avere gl’Italiani avute poche garantigie, e queste pure talvolta non rispettate ecc.» Relazione di Foscolo a Calucci.

[131]. Ne fu poi graziata alla venuta dell’imperatore nel 1857. Manin morì a Parigi nel 1857, e mentre l’aveano vilipeso governante, insultato o negletto esule, il divinizzarono come precursore delle idee che dappoi trionfarono.

[132]. Chiudendo la Storia Universale nel dicembre 1847, noi dicevamo: «Ognun vede che la rivoluzione odierna è ben diversa dalle precedenti; non si parla d’assassinj, ma si canta l’affratellamento; non si bestemmiano i preti, ma si va sui loro passi alla conquista di sempre nuovi vantaggi; non si sbalzano i regnanti, ma si chiedono da loro quelle concessioni, a cui gl’invita un grande esempio. Come finirà? Possano i nostri evitare almeno il ridicolo, se non potranno evitare un’altra volta la commiserazione! Ma se Dio li prospera, abbiano a mente che non dalla guerra viene la libertà, bensì dalla pace, e che facile è la rivoluzione, mentre è difficile il far da essa uscire una società che si difenda, si ordini, si governi da sè».

[133]. Ho studiato questo modo principalmente in uno che, come negli atti così nel libro, affettò lealtà. Or vi ritrovi sempre «i faccendieri pontifizj o imperiali», e «gente venduta e perversa» e quei che servono al potere, e simili frasi; mentre gli ambasciadori della repubblica, i capi de’ movimenti, i periti nei processi o nelle battaglie o nelle sollevazioni sono «anime d’oro, spiriti incontaminati, fedeli dalla cuna alla tomba alla moralità e alla patria». Se Carlalberto rinnova la guerra, sono i nemici occulti di esso che ve lo accelerano: se i sommovitori fanno tumulto e sangue, è «grave disdoro della pubblica autorità, che nulla fece per prevenire lo scandalo e reprimerlo»: se sono arrestati o repressi colla forza, ecco «imitati gli esempj dell’Austria, rinnovate le commissioni di Romagna e i supplizj di Napoli»: i principi e il papa fingono di cedere alla violenza», hanno «pretesti ridicoli», simulazione sono i loro atti migliori. In lui frequentissime ricorrono frasi somiglianti a queste: «Nome tanto in quel dì gradito, quanto aborrito dappoi. — Personaggio fino allora incontaminato. — Ministro della più nobile reputazione, che poi tradì — Correnti, segretario che poco potè giovare alla pubblica causa, e molto nocque alla propria reputazione, perdendo il favor popolare e gli amici».

[134]. Dal libro del Bava appare che s’ignoravano interamente la natura del suolo lombardo, e fino i monti e i fiumi suoi da quell’esercito «che da un quarto di secolo si preparava a cacciarne un altro» istruttissimo d’ogni siepe, d’ogni ridosso. Nel carteggio dell’incaricato di Lombardia a Torino al 5 giugno 1848 leggiamo: «Si desidera che la Commissione che sarà spedita (per combinare la fusione), sia composta di persone al fatto del nostro ordinamento amministrativo e finanziario, essendochè nessuno dei ministri è al fatto di queste cose».

[135]. Lo asserì il Corriere italiano di Vienna al 17 aprile 1855.

[136]. Schwarzenberg scriveva al conte Colloredo 17 giugno 1849: «I principi che primi avevano accordato ai loro paesi garanzie costituzionali, furono le prime vittime delle vicende della popolarità. In compendio la storia d’Italia negli ultimi due anni provò un’altra volta che, per far godere a un popolo i frutti della libertà non basta dotarli di istituzioni liberali, ma bisognerebbe anzitutto possedere l’arte d’ispirargli quel profondo rispetto delle leggi e dell’autorità, e quello spirito pubblico che costituiscono la potenza dell’Inghilterra, e che ne fanno l’oggetto dell’invidia e dell’ammirazione dell’altre nazioni».

[137]. «Uno dei capi del comitato rivoluzionario mantovano, le cui tendenze erano di far scoppiare una sommossa popolare, onde conseguire la violenta separazione del regno lombardo-veneto dall’Austria e la di lui repubblicanazione». Così la sentenza 7 novembre. Prima ch’io imparassi a conoscerlo ebbe egli la bontà e la pazienza di togliere in minuto esame la mia Storia Universale, appuntandovi ciò che di men esatto vi fosse, principalmente nella parte ecclesiastica e nella riverenza al dogma e all’autorità pontificale. Alla memoria sua ho tributato il miglior omaggio, cioè la verità.

[138]. Di tutto ciò, e delle vicende del Canton Ticino parliamo a disteso nella 2ª edizione della Storia della città e diocesi di Como; Firenze 1856.

Il Canton Ticino, quinto in estensione fra i cantoni Svizzeri, e formante una 14ª parte dell’intera Confederazione elvetica, ha la maggior lunghezza di miglia 70 da Chiasso al confine di Uri poco oltre l’ospizio del Sangotardo, e la superficie di circa 780 miglia geografiche quadrate. È in otto distretti; e il Governo, colla vicenda di sei anni, siede a Lugano, Bellinzona, Locarno. Cenquindicimila sono gli abitanti, occupantisi del traffico, e gran parte n’esce come muratori, capomastri, architetti. La costituzione fu riformata nel 1830 in senso liberale. Scarsissime finanze, l’entrata valutandosi di un milione e mezzo di franchi.

Spettano ai Grigioni la valle Bregaglia che sbocca a Chiavenna, la doppia valle Mesolcina e Calanca che riesce presso Bellinzona, e la valle di Poschiavo che finisce a Tirano in Valtellina. Dipendono nell’ecclesiastico dal vescovo di Como, e sono composte di comunità, che ponno riguardarsi altrettante repubbliche, debolmente legate ad altre del Cantone. Hanno circa dodicimila abitanti italiani.

[139]. Secondo lo Zobi, gli ecclesiastici nel 1858 erano 17,505: e di lire 2,909,650 la rendita affetta alla causa pia ecclesiastica; mentre la totale del granducato era di 49 milioni.

[140]. Lo Stato era diviso nelle prefetture di Firenze, Lucca, Pisa, Siena, Arezzo, Grosseto, e i governi di Livorno e dell’isola d’Elba. Il conto del 1858 batte sui 38 milioni di lire. La forza armata consiste in 17,000 uomini. La marina ha 184 legni a vele quadrate, 779 a vele latine, 959 bastimenti. Nel bilancio di previsione pel 1849 si calcolava un disavanzo di 9,761,290 lire. L’occupazione straniera può essere costata 30 milioni. Il debito nazionale nel 1847 non eccedeva i 42 milioni e mezzo. Nel 49 creavasi un prestito di 30 milioni al 5%, da redimere in trent’anni mediante il canone del tabacco. Un altro si contrasse col banchiere Bastogi di 12 milioni, dandogli in garanzia la miniera di ferro dell’Elba. Un terzo, detto consolidato, si fece nel 1852, vendendo 3 milioni di rendita consolidata al 65%.

Al fine del 1856 i debiti fruttiferi e infruttiferi giungeano a 124,873,256 lire, portanti sul bilancio l’annua passività di lire 6,117,185. Inoltre le comunità si caricarono di debiti che arrivano a 40 milioni. Ultimamente la spesa del tesoro fu preveduta in 39 milioni, e la rendita in 38, col disavanzo di 934,140 lire.

Firenze verso il 1550 aveva 22,000 maschi, 29,880 femmine, fanciulli e vecchi 9120; prima della morte nera nel 1438 contava 100,000 abitanti, che furono ridotti a 60,000; ancor meno rimasero dopo le peste dell’anguinaja nel 1450; nel 1490 erano 70,500; nel 1530 già 85,500: adesso 112,500. Ora ha 103,000 abitanti: in tutto lo Stato la popolazione nel 1820 era di 1,172,342, salita nel 1831 a 1,365,705, si trovò nel 1851 a 1,761,140 col maggiore incremento negli ultimi cinque anni che fu del 2,50 per cento all’anno.

La popolazione del 1853 era composta di

famiglieindividui per famiglia
Cattoliche323,2725 52
Eterodosse4424 53
Israelite14435 33
In tutto325,1575 12

Si contavano 31 accademie letterarie, 25 casse di risparmio, 114 uffizj postali da cui si ricavavano 1,211,475 lire: 939 bastimenti mercantili, di tonnellate 55,631. Un terzo del paese è maremme; il resto floridissimo. A Volterra son le cave d’alabastro e del sale per quasi tutta Toscana, e i lagoni del borace.

[141]. Nel novembre 1856 si restrinsero a Bologna e Ancona. Nel tempo dell’occupazione quel comando inviò a morte censessantasette persone.

[142]. Vedi Sulle barche a vapore e sul Tevere, dissertazione di Alessandro Cialdi, che s’è posto fra’ migliori idraulici co’ recenti Cenni sul moto ondoso del mare e sulle correnti di esso.

[143]. Secondo il bilancio di previsione del 1859, le spese sarebbero state di 150 milioni e mezzo; le rendite di 141 milioni. Dal 1848 al 58 si contrassero debiti per 571,152,133, portanti l’interesse di 25,837,339, sicchè nel 1858 il debito era di 720,600,000 lire, pel cui servizio si stabilirono 40 milioni e mezzo. Dappoi la previsione della guerra fe contrarre un altro debito.

Il Regno Sardo comprende l’isola di Sardegna e i dominj di Terraferma. La Sardegna ha la superficie di 23,920,34 chilometri quad.; la Terraferma 51,402,85: perciò tutto il regno chilom. quad. 75,323,19, pari a miglia geogr. quadr. 21,964; o a miglia geogr. ted. quadr. 1372. La maggiore larghezza della Sardegna è di miglia geogr. 77 4⁄5, e la maggior lunghezza di miglia 144 1⁄4, e il circuito di miglia geogr. 800: dei dominj in Terraferma la larghezza maggiore è miglia 148, la lunghezza 176. Secondo il censimento del 1838, la Sardegna contiene 524,633 abitanti, la Terraferma 4,125,735, in totale 4,650,368.

L’isola di Sardegna, già ripartita ne’ due capi di Cagliari e di Sassari, è ora divisa in tre intendenze generali o divisioni amministrative, Cagliari (30,000), Sassari (22,000) e Nuoro (4200); e suddivisa in 11 provincie, 85 mandamenti, e 367 Comuni. Ebbe già un Ministero speciale per gli affari di Sardegna, e legislazione e ordinamento particolare; finchè la Costituzione del 1848 agguagliò tutti i paesi e tutti i cittadini.

Gli Stati di Terraferma sono in undici divisioni amministrative, suddivisi in 39 provincie, 409 mandamenti, e 2709 Comuni.

L’esercito si recluta per coscrizione, a cui sono sottoposti tutti i giovani giunti che sieno al ventunesimo anno d’età, e che annualmente possono valutarsi a 18,000. Di questi, i primi 9000 tirati a sorte formano il contingente di prima categoria, il quale viene immediatamente incorporato nell’esercito, con l’obbligo di servire cinque anni attivamente, e sei in congedo illimitato; i rimanenti 9000 formano il contingente di seconda categoria, il quale nel primo anno viene istruito per cinquanta giorni in campo, e rimane di poi a disposizione del Governo sino al ventesimoquinto anno d’età. Di maniera che, oltre gli uomini in congedo illimitato deputati a riempire immediatamente i quadri in tempo di guerra, v’hanno cinque contingenti di seconda categoria per la formazione de’ quinti battaglioni di deposito.

Per le forze marittime si hanno:

Bastimenti a vela10con270cannoni
Vapori a ruote»7»38»1600cavalli
Fregate miste ad elice»4»200»2080»
Trasporti a vela e a vapore»5»»
26 508 3680

Lungo il mare tiene le fortezze di Sant’Albano, che assicura le alture di Nizza; Villafranca, che legasi colla precedente in linea difensiva; Ventimiglia, che copre la strada della Riviera ed assicura la sinistra della Roja; San Remo; Finale; Vado, antemurale di Savona; Savona, antico castello, che assicura il porto e difende il passo della Riviera; Genova, coi varj forti e doppio circuito, che domina il golfo; Spezia e Sarzanello, antico castello che copre il passo della Magra. Entro terra il forte di Bard chiude il passo per la valle d’Aosta; Fenestrelle per la valle del Chisone al Monginevra in Francia; Exilles per la valle d’Oulx al Monginevra; Lesseillon in valle di Morienna, domina il corso dell’Arc, e copre il passo del grande e del piccolo Moncenisio; Gavi, antico forte, difendeva il passo per la Bocchetta ligure; la cittadella d’Alessandria protegge le vie provenienti da Genova e dal ducato di Parma per Torino; Vinadio chiude il passo dell’Argentiera, e copre l’entrata nella valle di Stura. Vi sono poi nell’interno varie piazze di difesa e cittadelle, come Torino e Casale, oltre quelle dell’isola di Sardegna.

[144]. Fu poi concessa nel gennajo 1859.

[145]. L’amministrazione comunale è composta da un decurione, un sindaco e due magistrati, eletti da ciascun Comune. Per le cause civili vi sono 11 tribunali di prima istanza, 4 corti alte e la suprema a Napoli; per le criminali 15 corti alte.

Il reame divideasi in dominj di qua dal Faro e di là dal Faro, e in 22 provincie, aventi miglia geogr. quadr. 31,460.

Di qua sono: 1 Abruzzo Ulteriore; 2 Secondo Abruzzo Ulteriore; 3 Abruzzo Citeriore; 4 Molise; 5 Terra di Lavoro, dove Caserta, stupenda residenza reale, e Montecassino dal celebre convento, culla de’ Benedettini; 6 Napoli, colla più grande città d’Italia, in vista del Vesuvio, e per situazione non comparabile che a Costantinopoli; 7 Principato Ulteriore; 8 Principato Citeriore con Salerno; 9 Capitanata, con Foggia; 10 Terra di Bari, con porto sull’Adriatico attivissimo; 11 Terra d’Otranto, cl. Lecce, ove Brindisi ha perduto affatto la sua importanza; 12 Basilicata, la più povera provincia del regno; 13 Calabria Citeriore, cl. Cosenza; 14 Seconda Calabria Ulteriore; 15 Prima Calabria Ulteriore, con Reggio sullo stretto di Messina. Secondo il censimento del 1849, la città di Napoli avea 416,499 abitanti, di cui 204,010 maschi, non contando i forestieri, la guarnigione e i carcerati: nacquero 14,667 persone, morirono 14,535; vi furono 2757 matrimonj, e allo stabilimento dell’Annunciata si ricevettero 2227 projetti.

Di là dal Faro le provincie sono nominate dal capoluogo. 16. Palermo con 200 mila abitanti e crescente commercio; 17 Messina sullo stretto; 18 Catania a piè dell’Etna; 19 Siracusa con piccolo porto: 20 Caltanisetta; 21 Girgenti; 22 Trapani.

Secondo le statistiche del 1856, la popolazione di qua dal Faro era di 6,886,000 anime: il conto bilanciavasi su 32 milioni di ducati: il debito in 139 milioni di ducati. La flotta a vela e a vapore, di 12 legni, porta 746 cannoni: l’esercito ha 65 mila uomini di fanteria, 6736 di cavalleria; 6322 di artiglieria, 2880 del genio; oltre 51 mila uomini di riserva.

La tavola pubblicata dalla direzione centrale di statistica per la Sicilia dà che nell’isola

al fine del 52 eran anime2,208,392
al fine del 53 eran anime2,231,020
di cui i maschi1,101,248

[146]. Dall’Annuario togliamo questo specchio della popolazione italiana.

STATI Ultimo censimento Abitanti Presunti al 1º gennajo 1857 Superficie in chil. quadrati Abitanti ogni chilom.
1 genn.
Due Sicilie { Continente 1854 6,843,355 6,986,906 79,233 00 88 18
Isola 1854 2,231,020 2,294,373 25,393 50 90 35
Lombardo-Veneto { Lombardia 1855 3,009,505 3,037,765 21,585 45 141 66
Venezia 1855 2,493,968 2,526,606 23,831 59 105 80
Stati Sardi { Continente 1848 3,785,160 3,997,607 40,161 09 99 54
Sardegna 1848 547,112 568,098 24,096 06 23 58
Stati Romani 1849 3,019,359 3,127,027 41,434 63 75 17
Toscana 1856 1,779,338 1,794,658 22,082 76 81 27
Modena 1855 609,139 616,883 6,019 66 102 47
Tirolo italiano 1851 538,524 551,882 15,741 65 35 06
Trieste, Istria, Gorizia 1851 527,539 549,311 8,524 46 64 44
Parma 1854 508,784 514,083 6,201 13 82 90
Corsica 1852 236,251 243,982 8,746 91 27 89
Malta 1851 123,496 129,207 374 67 433 80
Ticino 1850 117,759 119,955 2,675 05 44 84
Grigioni italiani 1850 14,506 15,037 853 91 17 61
Monaco 1848 7,627 7,915 23 15 341 90
San Marino 1852 5,700 5,844 57 15 102 26
Totale regione italica 26,398,142 27,107,139 327,085 82 82 87
STATI Tedeschi Slavi Francesi Valacchi Albanesi Greci Catalani Arabi Ebrei Zingari Totale
Illiria italiana (Litor.) 12000 190000 ... 320 300 2500 ... ... 3200 100 208420
Lombar.-Veneto 40000 20000 ... ... ... 3100 ... ... 7530 60 70690
Regno Sardo 6430 ... 78000 ... ... 100 8000 ... 6820 100 99450
Ducato di Parma ... ... ... ... ... ... ... ... 680 ... 680
Ducato di Modena ... ... ... ... ... ... ... ... 2710 ... 2710
Toscana ... ... ... ... ... 2000 ... ... 7060 ... 9060
Stati Pontif. ... ... ... ... ... 150 ... ... 12790 80 13020
Due Sicilie ... ... ... ... 88410 18000 ... ... 2000 150 108560
Canton Ticino 350 ... ... ... ... ... ... ... ... ... 350
Malta ... ... ... ... ... ... ... 140000 ... ... 140000
Totale 58780 210000 78000 320 88710 25850 8000 140000 42790 490 652940

[147]. La tesi di Barruel sulla massoneria fu molto meglio e più scientificamente sviluppata da Edoardo Haus, Le Gnosticisme et la Franc-maçonnerie. Bruxelles 1876.

[148]. Cantù, Rosmini, Manzoni.

[149]. L’abate Antonio Scoppa messinese, passato in Francia, vi scrisse molti libri didascalici, e principalmente sostenne essere la lingua francese non meno atta alla poesia che l’italiana, purchè i poeti volessero adattarsi a certe regole che suggeriva per l’accento e pel ritmo. Prediligeva il mutuo insegnamento, e dopo la restaurazione dei Borboni fu chiamato a introdurlo a Napoli. Questo metodo, proclamato per alcun tempo fra i liberali, ben presto fu abbandonato come quello che, rendendo materiale l’educazione, la riduce sensualistica.

[150].

Seconda casa d’Anjou.

Luigi I, adottato da Giovanna I 1380 1384
Luigi II 1386 1417
Luigi III 1417 1434
Renato 1434 1442
Carlo del Maine, spogliato da Luigi XI re di Francia.

[151]. Fin qui la serie comune dei dogi varia da quella data dalla Cronaca Altinate e da Martin da Canale.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.