APPENDICE I. DEI PARLARI D’ITALIA

(Vol. I, pag. 83).

Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt.

Virgilio.

§ 1º Proposizione.

Senza toccare le origini del parlare, che è il problema capitale nello studio dell’uomo, avvertiremo solo come nel linguaggio trovasi una convenzione tacita per designare le cose stesse colle stesse parole, esprimere gli stessi giudizj colle stesse forme grammaticali; onde bisogna supporvi condizioni fisiologiche, val a dire un organo per produrre i suoni elementari, vocali o consonanti; un organo di udito per raccoglierli dalla bocca altrui e dalla propria; e condizioni soprorganiche, cioè un’attività volontaria per mettere in moto gli organi fonici, e ripetere con intenzione i suoni semplici o complessi che ciascuna lingua ammette; inoltre un’intelligenza capace di idee generali e di una coordinazione per istituire delle radicali, per recarle ad associazioni o derivazioni, per istabilire regole di sintassi.

V’è dunque alcuna cosa nell’uomo che lo fa, non solo superiore, ma essenzialmente diverso dal bruto; nè, speriamo, si dirà inopportuno il cominciare da tale protesta.

Dalla quale raccogliendoci allo scopo del presente lavoro, diremo come tre opinioni diverse corrono sull’origine dell’italiano. L’una che, per l’irruzione de’ Barbari, la lingua latina sia stata mutata e lessicamente e grammaticalmente, fino ad originarne una nuova, questo vulgare nostro; è il sistema di Castelvetro, Muratori, Raynouard, Max Müller[1]. L’altra, che sia il latino, svolto sotto gl’influssi degli idiomi indigeni nei paesi ove quello fu portato dalla conquista; sistema del Fauriel. La terza, che questo nostro vulgare sia il latino anticamente parlato, non cangiato di essenza e di natura, ma soltanto modificato dal tempo e dagli accidenti.

Noi intendiamo provare che l’italiano non è se non l’alterazione naturale della lingua che usava il Lazio antico: sicchè la legge di continuità, dal Leibniz stabilita nella fisica, e quella dell’evoluzione, oggi in moda, avveraronsi anche nell’idioma nostro; non sovvertimenti improvvisi, ma successivi svolgimenti, conformi ai metodi con cui lo spirito umano crea, usa, trasforma la parola, e perciò somiglianti a quelli d’altri linguaggi. Tale è la nostra opinione, e cercheremo dimostrarla storicamente, seguendo l’alterazione passo passo dall’età arcaica e traverso al medioevo, sin quando, verso il 1200, anche nelle scritture si adoperò la nuova forma che si costituiva, insieme coll’antica che si sfaceva. E al modo che l’Ausonia, l’Enotria, l’Esperia si chiamò Italia senza per questo mutarsi, così la lingua latina cangiò il nome in italiana. Venuta a mano degli scrittori, i più insigni tra questi, per un sapiente caso, furono toscani, e adoperarono francamente la propria favella, mentre a questa cercarono accostarsi coloro che parlavano altri dialetti; onde ebbero assicurato al toscano il vanto di lingua nazionale tipica.

Meramente scolastico non crederà questo studio chi sappia che la storia della parola è storia dello spirito umano e talora segna le epoche. Questo solo noi vogliamo, senza ardire di inoltrarci in quella nuova filologia[2], che studia il linguaggio nelle sue relazioni collo spirito umano, negli elementi costitutivi delle favelle, nell’interna loro struttura; nell’attenzione ai dialetti, nell’indagine paleontologica, che tanto innanzi portò la prova della evoluzione delle lingue, e insieme tanto profittò all’etnografia, all’archeologia, alla conoscenza delle religioni. Noi ci limitiamo ad uffizio di storici.

§ 2º Lingue de’ prischi Italioti.

Allorchè, sul terminare del medioevo, si rintegrò lo studio dell’antichità, poteasi rivolgere l’attenzione alle prische lingue, mentre tanta ne costava il purgare la latina? Ma dopochè la filologia fu ajutata da ricca messe di nuovi documenti, parve vergogna il porre all’indiano o all’egizio maggior cura che non ai parlari italiani antichi, e i dotti vi applicarono quell’assiduità che merita tutto ciò che avvicina alla cuna d’una lingua com’è la latina, studiata da tutt’Europa perchè ha monumenti in ogni paese, dal lembo dei deserti africani sino ai perpetui geli polari.

Però l’interpretare iscrizioni in favelle che non si conoscono e con caratteri per lo meno incerti, richiede circospezione insieme ed ardimento, quali non sempre accoppiarono i moltissimi che, ai dì nostri, assunsero questo tema[3]. Le conchiusioni, a cui arrivano questi e gli altri laboriosi cercatori, differentissime, eppur dimostrate tutte con altrettanta certezza, attestano che non fu raggiunto ancora un vero assoluto, e neppure scientifico. È pur doloroso che, mentre s’avanzò tanto la cognizione e dei caratteri e delle lingue egiziana e babilonese e persepolitana, restiamo così indietro quanto alla etrusca, fino a non accertare a qual gruppo essa appartenga.

Guglielmo Corssen (Ueber die Sprache der Etrusker, Lipsia 1874) espone i lavori dei precedenti investigatori, cominciando dal favoleggiatore Annio di Viterbo, fino al Risi (Dei tentativi fatti per spiegare le antiche lingue italiane e specialmente la etrusca, Milano 1863); e riprovando lo Janelli, il Tarquini, lo Stickel... che l’etrusco reputano semitico, e peggio quei che lo danno per armeno, o finnico, o celto, o slavo; loda i nostri che, fino al Conestabile e al Fabretti, adoprarono la comparazione per attestarlo affine al latino, come egli pure lo crede. Valendosi dei tanti monumenti scoperti ed esaminati ultimamente, e argomentando sull’epigrafia, l’archeologia, la onomatologia, la fonologia, lo crede idioma flessivo, di stipite indo-europeo, di famiglia italica, poco differente dall’osco, dall’umbro, dal latino, ma più duro, con inasprimento, e molte consonanti, con caratteri affini agli altri idiomi italici. Alla sua opinione contrasta l’autorità di Dionigi di Alicarnasso, che, al tempo d’Augusto e mentre vivea Varrone, cercando in Roma le antichità italiche, asseriva che gli Etruschi nel vivere come nel parlare erano dissimili dalle altre genti. In fatti egli troppo asserisce senza provare le deduzioni ardite, e noi, dolendoci che non ce ne restino se non iscrizioni di tombe e qualche specchio, eserciteremo l’ars nesciendi.

Aufrecht, professore di Edimburgo, che col Kirchhoff esponendo le Tavole Eugubine, vi riconobbe il linguaggio degli Umbri, testè alla Società filologica di Londra indicò il suo parere sull’indole della lingua etrusca: ed enumerava il poco che se ne conosce. Ciò sono i primi sei numerali e loro composti: avils età; ril anni; clan figlio; hinðial spettro; fleres statua; il suffisso al è affine al latino ali; i suffissi asa, esa, isa, usa indicano i cognomi di donne: p. es. pumpuasa, lecnesa, moglie di Pomponio, di Licinio: e conchiude che l’etrusco differisce da tutti gli altri linguaggi europei. In precisa opposizione al Corssen è anche W. Deecke (Corssen und die Sprache der Etrusker, Stuttgard 1875); ribatte tutte le prove di questo, e crede col Mommsen gli Etruschi un popolo estraneo agli altri d’Italia[4].

Nella lingua sanscrita, che è la classica e sacerdotale degli antichi Indiani, AVI significa vivere, e RIS tagliare, da cui il greco ῥαίω, ῥέσσω, il latino rodo e rado, il tedesco reissen, il russo riezu; RI esprime anche movere, trascorrere, da cui il greco ῥέω, il latino ruo, il francese rue, l’inglese ride. Il RIL etrusco potrebbe derivare dall’uno o dall’altro, considerando l’anno come uno scorrimento di tempo, o come una divisione.

Altre parole etrusche di non ben sicuro significato sono antar aquila, usil il sole, tutas il verbo tutari, lar signore, nepos lussurioso, clan figliuolo, see figlia. I filologi dalla somiglianza di queste voci con altre d’idiomi viventi si fanno forti per aggregare l’etrusca alle lingue indo-europee, anzichè alle semitiche.

Della lingua umbra il monumento principale sono le Tavole Eugubine di bronzo, scoperte il 1444; cinque scritte con caratteri etruschi; le due più grandi (che sono il maggiore monumento di liturgia pagana) con lettere latine, come pure undici linee d’una terza, che alcuni non credono appartenere alla serie delle altre; tutte poi di ortografia, scrittura e linguaggio differenti fra loro in modo, da farle credere di età diversa; ma non si sa di quale: nè veruna ragione fa piede alla congettura di Lepsius, che quelle scritte con caratteri latini sieno posteriori a quelle d’alfabeto etrusco, e queste appartengano al sesto, quelle al quarto secolo di Roma. Perfino il chiamare umbra la lingua in cui sono scritte è convenzione, non fondata su d’altro che sul paese dove furono trovate; anzi la bizzarria delle forme potrebbe trarre a vedervi un esempio delle scritture arcane, usitate fra i sacerdoti nell’antichità.

Bizzarrissime interpretazioni se ne diedero, seguendo il capriccio, anzichè canoni di filologia comparata; Gori, Lami, Bardetti pretesero leggervi i lamenti de’ Pelasgi per le sciagure sofferte, e tutti vi fanno le più arbitrarie rimutazioni. Per esempio, in una d’esse Tavole si legge:

CVESTRE TIE VSAIESVESVVVEBISTITISTE TEIES.

Dividono

cuestre tie usaies vesv vvebis titiste teies,

per interpretare

cuestor tie οσας vesum vuebis τιθεστε deies

cioè

Questor dicit: quascumque vobis visum est,
constituite dies.

Opinione nuova mise fuori, poco fa, Guglielmo Bentham nell’Accademia reale irlandese; l’antico etrusco essere identico colla lingua iberno-celtica e coll’irlandese, quale oggi si parla in quelle isole; e conforme a ciò diede la versione della quinta e settima delle Tavole Eugubine, prescelte come di materia più importante. Secondo lui, vi è esposta la scoperta delle isole Britanniche, fatta dagli antichi Etruschi, e l’uso dell’ago calamitato nella navigazione. La sesta comincia con invitare a scompartirsi o prendere a fitto le terre occidentali, ove sono tre isole di suolo ubertoso, con bovi e montoni assai, e damme negre, oltre miniere e belle acque. La settima finisce col rammentare che le isole scoperte possono dare incremento al commercio, protette dal mare contro i nemici, e che offrirebbero asilo qualvolta il loro paese restasse invaso da questi. L’iscrizione fu fatta trecento anni dopo il gran fragore sotterraneo! Dopo il Baldo, il Van Scrieck, il Dempster, il Maffei, l’Abati Olivieri, il Passeri, il Gori, il Borgnet, il Lami, venne il Lanzi interpretando qualche passo: Otfried Müller confermò che non erano in etrusco ma in umbro: Lepsius, celebre egittologo, e Lassen eminente indianista, Grotefend persianista, vi applicarono la nuova linguistica comparativa. Dalla sesta leviamo un brano d’una specie di litania, la quale mostra un parallelismo ed il ritorno di certi vocaboli, qual costumava fra gli Ebrei:

Tejo dei Grabove.

Dei Grabovi ocreper fisiv tota per iiovina erer nomneper erar nomneper fossei pacersei ocrefisei.

Di Grabovie tio esu bue peracrei pihaclu, ocreper fisiu totaper iiovina erer nomneper erar nomneper.

Di Grabovie orer ose persei ocrem fisiem pir ortom est toteme iovinem arsmor dersecor subator sent pusei neip hereitu.

Di Grabovie persei tuer prescler vasetom est pesetom est peretom est prosetom est daetom est tuer perscler viresto avirseto vas est.

Di Grabovie persei mersei esu bue perderei pihaclu pihafei.

Di Grabovie pihatu ocrer fisier totar iiovinar nome nerf arsmo veiro pequo castruo fri pihatu futu fons pacer pase tua ocre fisi tote iiovine erer nomne erar nomne.

Di Grabovie salvom seritu ocrem fisier totar iiovinar nome nerf arsmo veiro pequo castruo frif salva seritu futu fons paver pace tua ocre fisi tote iiovine erer nomne erar nomne.

Di Grabovie tiom esu bue peracri pihiaclu ocreper fisiu tota per iiovine erer nomneper erar nomneper... ecc.

Esibiamo la seguente interpretazione come delle meno improbabili:

Jovi Grabovi subvoco.

Jovem Grabovem invoco in sacrificio pro tota jovina (gente), eorum nomine, earum nomine, uti tu volens sis, propitius sis sacrificio.

Jupiter Grabovi, macte esto eximio bove piaculo sacrificio pro tota jovina, eorum nomine, earum nomine.

Jupiter Grabovi, hujus rei ergo quoniam ad sacrificium ignis ortus est toti jovinæ, armi desecti subactique sint tamquam sacrificio uno.

Jupiter Grabovi, prout pesclos mactare factum est, positum est, dictum est, mactare pesclos fas jusque esto.

Jupiter Grabovi, disecto eximio bove, piaculo piatus esto.

Jupiter Grabovi, piamine sacrificiorum totius jovinæ nominibus, agrûm, virûm, pecus, oppido expiato, fiasque volens propitius pace tua sacrificio totius jovinæ gentis, eorum nomine, earum nomine.

Jupiter Grabovi, salvo satu sacrificiorum totius jovinæ nominibus arvûm, virûm, pecudum, oppido satum sospita, fiasque volens propitius sacrificio totius jovinæ gentis, eorum nomine, earum nomine.

Jupiter Grabovi, macte esto eximio bove piaculo sacrificio, pro tota jovina gente, eorum nomine, earum nomine.

Si scosta in varie parti e nella lettura del testo e nella versione il Grotefend, il cui lungo e pazientissimo studio fu ben lungi dal condurre a risultamenti decisivi: e che così legge e interpreta un brano:

Teio subocav suboco Dei Grabovi, Fisovi Sansi, Tefra Jovi! ocriper Fisiu, tota per Iiovina, erer nomneper, erar nomneper: fos sei, pacer sei ocre Fisei, tote Iiovine, erer nomne, erar nomne. Arsie! tio subocav suboco. Dei Grabove. Asier fritte tio subocav suboco, Dei Grabove! ecc.

Te bonas preces precor, Jovem Grabovem! Fisovem Sansium! Tefram Joviam! pro monte Fisio, pro lota Iguvina, pro illius nomine, pro hujus nomine, uti sis volens propitius monti Fisio, toti Iguvinæ, illius nomini, hujus nomini. Benevole! te bonas preces precor, Jovem Grabovem! Benevoli Fidicia, te bonas precor, Jovem Grabovem!

Meglio Aufrecht e Kirchhoff, con sapienza e tatto ravvicinando i passi simili, tennero i veri modi di tentare quella interpretazione, invano conturbata da Huschke, e spinta innanzi dai più recenti filologi.

Sono gli atti della fratrecate dei frater atijediur, cioè fratelli attidiani, della città di Attidio, forse il moderno Attigio, che dirigono preci a varj Dei, alcuni simili, altri differenti dai romani; se ne prescrivono i riti, e pajono appartenere al VI o VII secolo di Roma. Hanno qualche relazione cogli atti de’ Fratelli Arvali, che furono quasi completati da recenti scavi; riferendosi entrambi a un culto di divinità campestri dell’Italia antica, sopravvissuto alla invasione di Roma.

Chi si sgomenta de’ libri, può vedere la serie delle ricerche e delle scoperte in un articolo della Revue des Deux Mondes, 1 novembre 1875. L’opera più recente che conosciamo è Bréal, Les Tables Eugubines, texte, traduction et commentaire, avec une grammaire et une introduction historique, Parigi 1875.

La lingua più diffusa nell’Italia meridionale era l’osca, che parlavasi da popolo estesissimo e suddiviso, e fin nel Bruzio e nella Messapia ove nacque Ennio, il quale, secondo A. Gellio (XVII. 17), tria corda habere se se dicebat, quod loqui græce, osce et latine sciret. Dalle iscrizioni vi appajono elementi del latino estranei al greco, sotto forme che nel latino perdettero e sillabe e terminazioni, e con flessioni inusitate a quello. Il p si sostituisce spesso al q, come pid per quid, e forse opici per equi; l’ei all’i; l’ou all’u; aggiungesi il d a molte voci cadenti in o. Gli Oschi dicevano akera, anter, phaisnum, tesaur, famel, solum, quel che i Latini dissero acerra, inter, fanum, thesaurus, famulus, solus..... Questa favella, se crediamo a Klenze, non ebbe fondamentale differenza dalla latina, talchè se avessimo libri scritti in essa, potremmo, se non tutte le parole, intenderne però il senso. A Roma si poneano iscrizioni in quella lingua; Plinio dice che scriveasi sulle case arse verse, cioè arsionem averte; e si continuò a rappresentare burlette in osco, delle quali il popolo si spassava grandemente. Strabone ancora al tempo di Tiberio scriveva, nel V della Geografia: — Benchè sia perita la gente degli Oschi, la loro favella resta fra i Romani, talchè si recano sulla scena certi canti e commedie in una gara che si celebra per antica consuetudine». E forse l’osco era il parlare fondamentale dell’Italia, cioè del vulgo; e sempre visse fra questo anche quando le persone colte e gli scrittori adopravano il latino, per poi prevalere allorchè le sventure scemarono la coltura e allontanarono la Corte: talchè sarebbe esso il vero padre del nostro vulgare.

Marsi, Sabini, Marrucini, Piceni parlavano il sabellico, che forse era identico col volsco, ma differiva dal sannita, il quale era osco, giacchè Tito Livio (X. 20) dice che, per esplorare l’esercito sannita, furono mandati uomini, gnari oscæ linguæ. Varrone invece farebbe solo affini le due favelle, dicendo che sabina usque radices in oscam linguam egit (De lingua lat., VI. 3). Anche i Volsci dovevano differirne in qualche cosa, poichè Titinio poeta, contemporaneo del prisco Catone, in un passo riferito da Festo alla voce Oscum, scrive che i popoli abitanti intorno a Capua, Terracina e Velletri obsce et volsce fabulantur, nam latine nesciunt. I Bruzj parlavano osco e greco, onde dicevansi bilingues Brutiates (Festo). Citano la voce hirpus, lupo, come comune ai Falisci ed ai Sanniti (Dionigi d’Alicarnasso, i. 21). Servio attribuisce ai Sabini la parola hernæ, rupi, e Varrone la voce multa (multæ vocabulum non latinum sed sabinum est; idque ad meam memoriam mansit in lingua Samnitium, qui sunt a Sabinis nati; lib. XIX); e informa che, invece di farena, diceano hasena (Velio Longo grammatico), e tebas i colli; dall’embratur de’ Sabini deriva l’imperator de’ Romani. Infine, secondo Livio, i Cumani chiesero ut publico loquerentur, et præconibus latine vendendi jus esset (XL. 42): il che prova che fin a quell’ora aveano usato lingua propria. I Marsi adottavano i caratteri romani e la lingua latina: i Sabini conservarono sempre l’osca.

Del dialetto volsco quest’iscrizione fu trovata a Velletri, sul cui significato fu molto discusso fra Lanzi, Orioli, Guarini, Janelli ed altri:

Deve Declune statom sepis atahus

Pis velestrom fak esaristrom se

Bim asif vesclis vinu arpalitu sepis —

— toticum covehriu

sepu ferom pihom estu ec se cosrties ma —

— ca tafanies

medix sistiatiens.

Più facile a dicifrarsi parve questa osca, da Avella portata nel seminario di Nola, e illustrata dal Passeri, Simbole Goriane, tom. I:

Ekkuma... tribalac... liimit.... herekleis —

Ecce tribus limites herculis

— fissnu mefa ist entrar

fanum demensa est intra

einuss pu amf derl viam pusstis pui —

fines post circum per viam posticam per

ipisi pustin slaci senateis inim ink tri —

ipsius ibi loci senatus unum jugum tria

— barakinf

brachia

aufret puccahf sekss puranter teremss irik

aufert pauca sex puriter termini hircus

ecc.

Sul pendaglio d’una bella statua di bronzo, dissepolta presso Todi nel 1835, si trovarono parole, le quali (a lasciar via le fantasie e le arguzie) furono diversissimamente interpretate dai dotti. Il bibliotecario Cicconi, ricorrendo al greco, tradusse: Io lungamente tempestato in mare, offersi; il Campanari spiegò dapprima Ahala legato in onor di Marte offriva, dappoi: Ahala figlio di Trottedio il Marte Fonione dedicò; il padre Secchi divinò: Aveial Quirinus Vibii f. nomine Vibius; il Lanzi coll’ebraico intese: Acco da Todi e Tito effigiarono il simulacro della Vittoria; il Vermiglioli: Aeia L. Trutinus punu mi vere, cioè Aeia figlia di Trutino pongo sono vero; il De Minicis, Trutino Fono figlio di Aeia fece. Tanto vacilla ancora la paleografia italiota.

Nella guerra Sociale, ultima riazione degl’Italiani contro il predominio di Roma, i popoli collegati assunsero per pubblico decreto il linguaggio natìo, e l’adoprarono nelle monete (Lanzi, Disc. proem. alla Galleria). Tardi poi visse l’etrusco: e che differisse molto dal latino lo prova quel passo di A. Gellio, ove si narra che, avendo uno detto apluda e floces, voci antiquate, gli astanti, quasi nescio quid tusce aut gallice dixisset, riserunt (XI. 7). Quintiliano (Inst. orat., I. 9), trattando delle parole non di lingua, scrive: Taceo de Tuscis, Sabinis et Prænestinis quoque; nam ut eo sermone utentem Vectium Lucilius insectatur, quemadmodum Pollio deprehendit in Livio patavinitatem. Chi potrà ora determinare quelle differenze di dialetti? Tanto più che gli antichi non avevano raggiunto il sentimento della natura delle lingue, e dell’illustrazione che da esse deriva all’indole dei popoli, sicchè vi scorgessero un interesse filosofico; laonde, non si fermando sui caratteri essenziali di somiglianza, faceano dell’idioma di ciascuna città indipendente una lingua a parte, designata col nome degli abitanti.

Ariodante Fabretti, davanti al Glossarium italicum, in quo omnia vocabula continentur ex umbricis, sabinis, oscis, volscis, etruscis, ceterisque monumentis quæ supersunt collecta (Torino 1857) dice: «In una materia così difficile sarebbe strano desiderare un lexicon alla foggia delle lingue conosciute, antiche o moderne; conciossiachè accanto alle voci di sicura spiegazione avvene molte che resistono alla critica, e non permettono che congetture. Non tutte le voci sono chiarissime nel significato al pari delle umbre: karne carne, vinu vino, purka porca, sif sues, vitlu vitulo, est est, fetu facito, seritu servato, peturpursus quadrupedibus, alfir albis, rofa rufa, salvom salvum, karu coram, prufe probe, nomneper pro nomine, pupluper o popluper pro populo ecc.; — delle osche: aasas aras, dolud dolo, ligud lege, genetaí genitrici, kvaísstur quæstor, regaturei rectori, aíkdafed ædificavit, deicum dicere, fefacust fecerit, herest volet, prúfatted probavit, set sit, alttram alteram, pús qui, amiricatud immercato, malud malo, anter inter, contrud contra, inim enim, nep neque ecc.; — e delle etrusche: etera altera, clan natus, phuius filius, avils ætatis, turce donum, tece posuit, ecc. Un gran numero di vocaboli, ripetuti o modificati, varrà, se non altro, a fermare certe leggi eufoniche che governano gli antichi idiomi italici; ed alcuni nomi, che è bene conoscere, dovranno entrare quando che sia nei dizionarj della latina favella, come quelli delle tuscaniche divinità Tina Juppiter, Thalna Diana, Turan Venus, Menrva Minerva, Sethlans Vulcanus; o passati di Grecia in Etruria, come Aplu Apollo Turms Ἑρμῆς, Thethis Thetis, oltre una folla di greci eroi, quali Hercle Hercules, Achle Achilles, Achmemrun Agamemnon, Clutumita Clytemnestra, Menle Menelaus, Neptlane Neoptolemus, Pentasila Penthesilea, Urusthe Orestes ecc.

«Un’opinione male accreditata e la pubblicazione di certi alfabeti antichi d’Italia guasti ed errati, fanno dire a molti che nulla s’intenda delle vecchie epigrafi degli Osci, degli Umbri e degli Etruschi; eppure ad ogni passo si offrono chiare intere locuzioni. Nelle Tavole Eugubine per esempio: PVSEI. SVBRA. SCREHTO. EST uti supra scriptum est; VITLV . TORV . TRIF . FETV vitulos tauros tres facito; SALVA . SERITV . FVTV FOS (o FONS) . PACER PASE TVA . OCRE FISI TOTE IOVINE . ERER NOMNE . ERAR NOMNE salva servato, esto volens, propitius pace tua, colli Fisio civitati Iguvinæ, ejus (colli) nomine, ejus (civitatis) nomine; — e nella tavola osca di Banzia SVAE PIS CONTRVD EXEIC FEFACVST si quis contra hoc fecerit: PIS CEVS BANTINS FVST qui civis Bantinus fuerit. Nella epigrafia etrusca un gran numero di leggende funerarie, più preziose se bilingui come questa

— P . VOLVMNIVƧ A . F . VIOLENS CAFATIA NATVS,

ci dà una serie di nomi di famiglie, che verosimilmente passarono dall’Etruria in Roma, od hanno colle romane un riscontro storico e filologico; anzi taluni di questi nomi rivelano altrettanti vocaboli dalla lingua parlata dagli abitatori della media Italia, come i gentilizj cantini, capras, crace, crespe, plaute, pumpu, senate, spurie, sacria, salvis, vitli, ecc. Anche qualche etimologia, professata ab antico, viene raddirizzata col soccorso delle etrusche inscrizioni; per esempio la voce

od

(usil), che in due specchi metallici indica il Sole od Apollo, ivi rappresentato co’ suoi attributi, ci riconduce alla famiglia degli Auseli (Aurelii) a sole dictam (Paul., pag. 23, ediz. Müller) ed alla radice sanscrita svar, forma primitiva di sur (splendere), respingendo il detto di Cicerone (De natura Deorum, II. 68): Cum sol dictus sit, vel quia solus ex omnibus sideribus est tantus, vel quia cum est exortus, obscuratis omnibus, solus apparet.

«La fratellanza dei vetusti dialetti sparsi in Italia, riconosciuta dai segni alfabetici, si dimostra meglio coi ripetuti raffronti delle voci umbre ed osche ed etrusche in tra loro e coll’idioma latino; così l’osco deded, e con etruschi caratteri tetet, era tez nell’Etruria e forse dede nell’Umbria, dedet e dede (dedit) nelle bocche del popolo romano. Con gl’idiotismi ed arcaismi che occorrono spesso nella latina epigrafia, si avranno argomenti per discorrere fondatamente intorno alla origine della lingua italiana, più remota di quel che generalmente non credesi: moltissime forme popolari verranno innanzi, raccolte dai monumenti de’ più bei tempi di Roma repubblicana e dai modesti funebri ricordi dei primi martiri della Chiesa».

§ 3º Origini del latino.

Le primitive lingue italiche traggono interesse quasi unicamente dalla loro connessione colla latina, la quale, per quanta sia l’importanza del greco e degli idiomi asiatici, resta la più meritevole dell’attenzione di chiunque fida negli insegnamenti della storia, come quella (dice Du Méril) che meglio parve opportuna alla tradizione delle idee altrui, e ad iniziare alla scienza del passato; sicchè costituisce quasi un ponte fra l’antico mondo e il nuovo. Lo studio filosofico del latino, risalendo alle sue fonti e accompagnandone gli svolgimenti, dovrebbe dunque essere introduzione allo studio dei suoi monumenti letterarj.

I dubbj sulla origine di esso sono cresciuti da certe metafore incoerenti di lingua madre o lingua figlia. Non volendo qui fare che da storici, ricorderemo come il carmelitano Ogerio[5] voleva dedurre il latino dall’ebraico: frà Paolino di San Bartolomeo[6] e Klaproth[7] dal sanscrito, e in generale dalle lingue orientali; nel che concordano Calmberg[8], Madvig[9], Prasch[10], Jäkel[11]. Vi fu persino chi lo tirò dallo slavo[12]; nè era a credere vi facesse fallo la scuola un tempo di moda dei Celtisti; onde il Funcke pronunciò l’avola della latina lingua essere sconosciuta, madre la celtica, maestra la greca[13]. Oltre i già citati Donaldson e Edelstand Du Méril, abbiamo molte monografie di Tedeschi, fra le quali vogliamo distinguere i saggi di Hertz intorno ai grammatici latini[14].

L’artificio dei ciurmadori consiste nell’offrire un solo aspetto; gli scolari ignoranti e i leggicchianti si lasciano convincere, perchè non sanno che le medesime ragioni appoggiano anche assunti diametralmente opposti. Fatto è che il latino appartiene alla grande famiglia delle lingue indo-europee. Perocchè dalle falde dell’Ecla fino alle rive del Gange, una folla di popoli, disgregati gli uni dagli altri per secoli, quai civili, quai barbari, quali oscuri, quali famosi, parlarono e parlano ancora lingue estremamente diverse a prima vista, ma d’incontestabile parentela, giacchè non solo hanno comune un certo numero di radicali, ma la grammatica di ciascuna ha profonde analogie colle grammatiche di tutte le altre, anzi tutte ne formano propriamente una sola. Al sanscrito, che di essa grande famiglia sta in capo, seguono come derivati l’antico e moderno persiano, il greco, il latino con tutti gli idiomi da questo rampollati, italiano, francese, spagnuolo, ecc.; infine gli idiomi germanici, gli slavi, e sino i celtici[15].

Che il latino sia figlio del greco sostennero gli antichi, massime dacchè, coll’imitare gli autori greci, si venne a ravvicinarlo[16]. Ma il vocabolario ha le origini stesse che le tradizioni e la vita d’un popolo, e la lingua non può essergli imposta da una potenza estrania alla sua vita. Molte voci latine derivano dal sanscrito senza passare pel greco; e fin nomi che più tenacemente si conservano perchè più aderenti alla famiglia: onde soror da svasar che in greco è ἀδελφὴ, frater da bhràtar: vidua da vidhavà, che in greco è χήρη: puer da putra: juvenis da juvan: vir da vira, che i Greci dicono παῖς, νεανίας, ἀνήρ.

Nella costruzione grammaticale, al latino vennero dal sanscrito senza intermedio del greco la terminazione in bus del dativo plurale, e in i del genitivo singolare, e quelle in bilis, bundus, brum, viepiù notevoli perchè il b occorreva rarissimo nel latino prisco. Il latino procedendo s’avvicinò al greco, anzichè se ne scostasse: Tirone[17] dice che veteres Romani græcas literas nesciverunt, et rudes græca lingua fuerunt; Festo aggiunge, che nel quinto e sesto secolo storpiavano i nomi ellenici, necdum adsueti græcæ linguæ.

Effettivamente nel latino possono discernersi due elementi; uno originale, uno affine al greco, benchè abbastanza distinto da quello. Massimamente s’accosta al dialetto eolico, con affettazione di accento; onde Dionigi d’Alicarnasso disse che «i Romani parlano lingua nè affatto barbara, nè del tutto greca, la cui maggior parte è dall’eolico»[18]. Asserì alcuno che nel latino derivino dal greco le parole di economia domestica e rurale, non quelle attenenti a guerra e a governo. Sarebbero delle prime bos, vitulus, ovis, aries, e arvigna, agnus, rus, caper, porcus, pullus, canis, ager, silva, aro, sero, vinum, lac, mel, sal, oleum, lana, malum, ficus, glans; oltre forma travolto da μορφή, repo da ἕρπο, specto da σκοπέω: mentre non hanno a fare col greco tela, arma, currus, lorica, scutum, hasta, pilum, ensis, gladius, sagitta, jaculum, clypeus, cassis, balteus, ocrea; nè i termini forensi jus, lis, forum, mutuum, vas, testis; nè rex, populus, plebs[19]; ἄριστος diceano i Greci l’uom migliore, da Ἄρες dio della guerra: optimus lo dicono i Latini, da opes ricchezza. Chi peraltro da ciò volesse, come il Niebuhr, arguire che una popolazione aborigena pacifica vi rimanesse soggiogata da una bellicosa, ricordi che in tutte le lingue indo-europee trovasi somiglianza de’ termini riferentisi alle pacifiche occupazioni, mentre sono più speciali di ciascun popolo quelli di caccia e guerra.

Inoltre l’asserzione del Müller è troppo assoluta, giacchè vitulus (ἴταλος) non si trova che nel dialetto siciliano, ove molte parole italiche introdussero gli Enotri; e vacca, mulus, juvencus, verres non hanno a fare col greco; agnus e aries sono troppo stiracchiati da ἀρνός e da κριός: asinus ed equus poco tengono a ὄνος e ἵππος; e πῶλος nel senso ristretto di pullus è poco antico: mentre invece equus somiglia al sanscrito AÇVA, pecus a PAÇV, ovis ad AVI, canis a ÇVAN, anser a HANSA; e con parole tutt’altro che greche si esprimevano i prodotti dell’agricoltura, ador, avena, cicer, faba, far, fœnum, hordeum, seges, triticum. Nei pochi frammenti rimasti di Epicarmo e Sofrone siciliani s’incontrano altre voci ignote al greco e affini al latino, γέλα gelu, κάρκαρον carcer, κάτινον catinus, πατάνα patina[20].

Ma derivate da ceppo comune, le lingue italiche, col lungo errar de’ popoli, col lasso del tempo, colle mescolanze, si alterarono in modo, che differente parlarono gli Umbri, gli Osci, i Volsci, i Sabini[21]. Noi crediamo che le varie lingue dell’Italia meridionale fossero tutte dialetti d’una sola, ciascuna ritenendo però alcune parole e forme proprie, e tutte contribuirono alcun che alla formazione o trasformazione del latino. Grotefend[22] forse esagerò l’influenza che ebbero in ciò i prischi idiomi italici, massime l’osco; ma, per quanto questo restasse comune, un’altra lingua, che, almeno nella pronunzia, ne differiva assai, dovette contribuire a formare il latino, se in questo vediamo al P degli Oschi e de’ Greci surrogato sì spesso il Q fino in nomi proprj, come ἵππος equus, da ἔπω sequor, da ἦπαρ jecur, da λείπο linquo, da κόπυς coquus, da Ταρπίνιος Tarquinius, ecc. Schwegler[23] persiste nel considerare la lingua latina come mista di due dialetti italici, affini tra loro. Ma i linguisti più sperimentati, qualora una lingua sia presentata come una transizione fra due altre, la riguardano come uno sviluppo organico, anzichè una reale mescolanza. Certo non vi si riscontra l’elemento sabino.

Il latino conservava dalle lingue precedenti alcune flessioni, che riescono anomale nell’organismo suo: così memini, odi, cæpi, novi, di forma pelasgica: il sum e possum di forma ariana: i verbi deponenti e comuni, che forse, negli antichi parlari, precedettero il verbo attivo, non essendo naturale che si inventasse una forma passiva ad esprimere quel che già dava l’attiva. Così perdette l’aoristo, il duale, salvo nei nomi duo, ambo, uterque; perdette il caso locativo, salvo humi, belli, domi, militiæ. Della radice es si perdette la vocale, restando sum, sumus, sunt, invece di esum, esumus, esunt, e la conservò in eram, essem, esse: e sopprimendola affatto in fui, fuisse.

Noi più volentieri consideriamo il latino, non come una miscela di varie lingue italiote[24], contratte, accorciate, addolcite al modo che fanno sempre le più moderne, ma come germogliato, al pari del greco, da altri polloni del tronco indo-europeo; sviluppato diversamente, come succede nelle individualità. La costituzione romana, personeggiata fin nella origine in una banda di fuorusciti di varj paesi, che si cercano mogli in un’altra gente, poi ammettono alla cittadinanza i Sabini, gli Albani, indi i Latini tutti, poi tutti gli Italiani, infine la classe eletta di tutto il mondo, rinnovava di continuo gli elementi civili, ma insieme doveva portare alterazioni nella favella (Μυρίa ὅσα οὔτε ὀμόγλοσσα, οὓτε ομοδίαιτα. Dionigi, i. 7).

Secondo Mommsen, sette alfabeti appajono nelle prische iscrizioni: il greco delle colonie, l’etrusco, il pelasgico, un antico che sta di mezzo fra l’etrusco e il pelasgico, l’umbro, il sabellico, il latino.

Sembra che il primo modo di scrivere de’ Latini fosse quello che intitolano bustrofedon, pel quale, giunti al termine d’una linea da sinistra a dritta, si ripiglia la seguente da dritta a sinistra, a modo del bifolco nello arare. Da ciò chiamavasi versus la linea, e arare, exarare, sulcare lo scrivere.

L’alfabeto latino era mal determinato da principio: si scambiavano le vocali: alcune lettere avevano espressione diversa; altre più d’un valore, come vedremo più avanti: a molte parole finite per vocale si soggiungeva n, d, t (men, allod, marit, per me, alto, mari): le consonanti non si raddoppiavano, bensì talvolta le vocali per esprimere le lunghe, come juus, feelix: le brevi erano spesso fognate nella consonante che le precede, come krus, cante, per carus, canite; e più spesso l’i, come ares, evenat, per aries, eveniat; e le m, n, s, onde Popeju, cosul, cesor, per Pompejus, consul, censor: i dittonghi ei per i, ai per æ sono frequentissimi, come Junoneis, sei, altai. Vuolsi che solo a mezzo il sesto secolo introducessero il g, non avessero il p nè il q, e invece della r usassero la s o il d; tardi certamente furono adoprate le k, y, x, z pei nomi forestieri; invece del b si trova in principio di parola dv e nel mezzo p, come dvellum per bellum, optinvit: la m finale si sopprime spesso, massime quando seguita da nome cominciante per vocale, forse perchè si pronunziava nasalmente come l’on e l’en nel francese e nei dialetti lombardi.

Nelle iscrizioni antiche la L somiglia alla greca, qual faceasi ne’ prischi monumenti cioè V; e che poi si mutò in Λ. Gli Eolj usavano un’aspirazione che indicavano col digamma F: questo non appare mai nell’alfabeto attico: eppure come cifra ha il sesto posto e la significazione di sei (ϛ), poi passò nell’alfabeto latino come f. Segno d’aspirazione era anche la H, ma scompare nei monumenti posteriori; solo rimase come lettera nel latino. Il Q, ignoto ai Greci, deriva dal

coph fenicio, che come cifra numerica era pure usato nella scrittura attica.

Tacito e Quintiliano si accordano nel dire che l’imperatore Claudio aggiunse tre lettere all’alfabeto latino, delle quali sono conosciute il digamma eolico e l’antisigma. Il primo era un F capovolto ed equivaleva a V, per esempio

L’antisigma faceva le veci dello Ψ greco (psi), e scrivevasi ƆC. La terza lettera alcuni pretendono fosse il dittongo AI, che trovasi nella maggior parte delle iscrizioni del tempo d’esso Claudio, come Antoniai, Divai, ma siam certi che era usato molto prima. Altri da un passo di Velio Longo hanno voluto inferire male a proposito, che cotesta lettera servisse solo a raddolcire il suono troppo aspro della R. Secondo altri, dev’essere stata la X; ma da Isidoro (De origin.) impariamo che questa fu usata fin sotto Augusto. Il φ dei Greci, come osserva Quintiliano, ha un suono diverso dal ph dei Latini; dal che alcuni congetturarono che Claudio inventasse una lettera corrispondente al φ greco. Ancora privato, Claudio pubblicò un libro sulla necessità di queste lettere; salito al trono, le impose per legge; ma appena morto lui se ne tralasciò l’uso, sebbene ai tempi di Svetonio e di Tacito comparissero ancora sulle tavole di rame dove si scolpivano i decreti del Senato per pubblicarli (Svetonio, in Claud., IV; Tacito, Ann., XI. 14).

Notevole progresso dell’alfabeto latino è l’aver indicato le lettere non con denominazione speciale, ma col puro suono di ciascuna; e mentre il greco dice alpha, beta, gamma, delta, l’ebraico alef, bet, ghimel, dalet, lo slavo as, buki, viedi, glacol, dobra, il romano disse a, be, ce, de. Peccato che abbia posto senza ragione la vocale or prima or dopo dell’articolazione, dicendo ef, el, er, invece di fe, le, re; e dispostele a capriccio, anzichè secondo gli organi o la natura loro propria.

La forza delle armi e la espansione del cristianesimo resero quest’alfabeto quasi universale in Europa, adattandolo ciascun popolo all’opportunità dei nuovi idiomi; in esso fu conservato il poco che ci rimane de’ parlari celtici; Ulfila, con alcuni cambiamenti, lo adattò al gotico, donde venne il tedesco d’oggi; anche molti popoli slavi il piegarono ai suoni di lor favella, mentre altri si valsero del greco.

Del resto è noto che scriveasi colle lettere da noi chiamate majuscole, e tardi come tachigrafia s’introdusse il corsivo. Però dalle iscrizioni graffite sulle mura di Pompej appare un altro alfabeto, usitato dai Latini, che chiameremmo lineare, con lettere quasi affatto fenicie, eccetto il g che è tutto latino; e formate di lineette disunite, quasi a modo dei caratteri cuneiformi. Probabilmente era consueto nei paesi de’ Vestini, de’ Rutuli, de’ Marsi, de’ Marrucini, anteriormente al latino.

Vedi Garrucci, Iscrizioni graffite sui muri di Pompej. Bruxelles 1853.

Massmann, Libellus aurarius, sive tabulæ ceratæ romanæ in fodina auraria apud Abrudbangam oppidulum transylvanum nuper repertæ. Lipsia 1840. Parla molto del corsivo latino.

§ 4º Latino primitivo.

«Le parole de’ prischi Latini sentivano d’aglio e cipolla», scrive Varrone. Dov’eransi accolti uomini di ogni paese, si poteva ripromettersi unità ed armonia nella lingua? Schiusa a tutte le importazioni, sottomessa a tutte le influenze successive, cambiava continuo fra tanto movimento. Al tempo di Polibio non erano più intelligibili i trattati conclusi coi Cartaginesi dopo la cacciata dei re: Τηλικαύτη γὰρ ἡ διαφορὰ γέγονε τῆς διαλέκτου, καὶ παρὰ Ῥωμαίοις, τῆς νῦν πρὸς τῆν ἀρχαῖαν, ὥστε τοὺς συνετωτάτους ἔνια μόλις ἐξ ἐπιστάσεως διευκρινεῖν (iii. 22).

Il radunare tutti i frammenti che ci rimangono della lingua latina, per accompagnarla via via sinchè si trasforma in questa nostra italiana, sarebbe necessario prodromo alla conoscenza de’ classici; noi nol faremo che quanto è mestieri al tema assunto.

Regnante Tarquinio Superbo, Sesto e Publio Papirio raccolsero le Leggi Regie romane; ma del codice Papiriano restano solo alcuni frammenti. Ulpiano tramandò questa legge di Romolo: Sei pater filium ter venunduit, filius a patre liber esto; e Festo quest’altra, anteriore a Servio Tullio: Sei parentem puer verberit, ast oloe (ille) plorasit, puer direis parentum sacer estod; sei nurus, sacra direis parentum estod.

In Varrone abbiamo un frammento del carme dei Salj, così disposto dal Grotefend[25]:

Cozoiauloidos eso: omina enimvero

Ad patuila’ ose’ misse Jani cusiones.

Duonus Cerus eset, dunque Janus vevet

... Melius eum regum.

Che s’interpreta: Choroiauloidos (re dei canti) ero: omina enimvero ad patulas aures misere Jani curiones. Bonus Cerus (nome mistico di Giano) erit, donec Janus vivet. Melior eorum regum. Si sa che il carme Saliare è forse il monumento più antico; Varrone lo dice prima verba poetica latina (lib. VI), e nomina Elio valentissimo latinista, che cercò interpretarlo, pure molte cose lasciando oscure (lib. VII).

La scoperta del canto degli Arvali nel 1778, quando non avesse altra importanza, attestò quanta mutazione la lingua subì dal tempo di Romolo, a cui forse risale, fin al tempo delle XII Tavole. I frammenti di queste ci vennero trasmessi modificati. Quintiliano[26] dubita se i Salj intendano essi stessi il loro proprio canto; sed illa mutari vetat religio, et consecratis utendum est; scrupolo che non cadeva sulle leggi, i cui vocaboli erano perciò svecchiati.

Oltre l’iscrizione posta a Duilio nel 494 di Roma, dopo la prima vittoria navale sopra i Cartaginesi, che vedesi in Campidoglio sotto alla colonna rostrata, nel 1780 scopertesi le tombe degli Scipioni, se ne trassero epitafj, che sono documenti, non trascritti come i predetti, ma autentici e originali. Il più antico è di Cornelio Barbato, console nel 456 di Roma, 298 av. Cristo, e dice:

Cornelius Lucius Scipio Barbatus

Gnaivod (GNAEO) patre prognatus fortis vir sapiensque

Quoius (CUJUS) forma virtutei parisuma fuit

Consol censor aidilis quei fuit apud vos

Taurasia Cisauna Samnio cepit

Subigit omne Loucana opsidesque abdoucit.

Ove si noti l’o scambiato coll’u[27], che confondevansi nella pronunzia; l’ei per i alla greca, la m finale taciuta; e il subigit e abducit, non distinguendo il presente dal passato.

Benchè posteriore di qualche anno al 500, sa più d’arcaico l’epitafio di suo figlio Lucio Scipione:

Honc oino ploirume cosentiont R...

Duonoro optumo fuise viro

Luciom Scipione filios Barbati

Consol censor aidilis hec fuet a...

Hec cepit Corsica Aleriaque urbe

Dedet tempestatebus aide mereto...

che s’interpreta: hunc unum plurimi consentiunt Romæ bonorum optimum fuisse virum, Lucium Scipionem filium Barbati, consul, censor, ædilis hic fuit apud vos, hic cepit Corsicam, Aleriam urbem, dedit tempestatibus ædem merito.

Nelle iscrizioni di quel tempo molte cadenze somigliano alle odierne più che alle latine: per esempio Optenui laudem; Pomponio Virio posuit; dono dedro, ecc. Invitiamo a vedere nella deca XXXIX, cap. 8 e 9 di Tito Livio, come da questo elegante scrittore fosse ringiovanito il senatoconsulto contro i Baccanali, dato circa il 568 di Roma. In quell’intervallo non era avvenuta irruzione di stranieri; eppure il cangiamento è ancor più notevole che non dall’età di Augusto all’età di Dante.

Del VI secolo di Roma o di poco posteriore sembra una remissione del Senato a quei di Tivoli che leggesi s’un bronzo trovato in quest’ultima città nel secolo XVI presso all’antico tempio di Ercole, e deposto nella biblioteca Barberini, donde sparve senza che più se ne abbia traccia. Portava:

L. Cornelius Cn. f. pr(ætor) sen(atum) cons(uluit) a. d. III. nonas maias sub æde Kastorus; scr(ibendo) ad(fuerunt) A. Manlius A. f. Sex. Iulius, L. Postumius S(p)f. quod Teiburtes v(erba) fecistis, quibusque de rebus vos purgavistis, ea senatus animum advortit ita utei æquom fuit: nosque ea ita audiveramus uti vos deixsistis vobeis nontiata esse: ea nos animum nostrum non indoucebamus ita facta esse propter ea quod scibamus ea vos merito nostro facere non potuisse; neque vos dignos esse, quei ea faceretis, neque id vobeis neque rei poplicæ vostræ oitile esse facere: et postquam vostra verba senatus audivit tanto magis animum nostrum indoucimus ita utei ante arbitrabamur de eieis rebus af vobeis peccatum non esse. Quonque de eieis rebus senatuei purgati estis, credimus vosque animum vostrum indoucere oportet, item vos populo Romano purgatos fore.

§ 5º Seconda età del latino.

La seconda età della lingua latina contasi dal tempo che la conquista della Magna Grecia e le spedizioni nella Grecia propria introducevano straniera coltura. Continua la bella serie degli epitafj degli Scipioni:

L. Corneli L. E. P. N. (figlio di Scipione Asiatico)

Scipio quaist

tr. mil. annos

gnatus XXXIII

mortuos pater

regem Antioco

subegit.

Tacendo altre, chiameremo l’attenzione sulla seguente, per formole tanto vicine all’italiano (miei, optenui).

Cn. Cornelius Cn. F. Scipio Hispanus (pretore verso il 612 di Roma) pr. aid. cur. q. tr. mil. II. xvir. sl. iudik. xvir. sacr. fac.

Virtutes generis mieis moribus accumulavi.

Progenie mi genui facta patris petiei

Maiorum optenui laudem ut sibei me esse creatum

Lætentur stirpem nobilitavit honor.

Del 645 è questa formola di dedica, scavata a Capua (ap. Orelli, 2487):

N. Pumidius Q. F. M. Rœcius Q. F.

M. Cottius M. F. N. Arrius. M. F. ecc.

heisce magistreis Venerus Ioviæ

murum aedificandum coiraverunt

ped. CCLXX et loidos fecerunt

Ser. Sulpicio M. Aurelio coss.

Ma già la lingua riceveva regola e affinamento mediante la greca letteratura, e qui trovano luogo i frammenti di Nevio, di Pacuvio, di Cajo Lucilio, di Ennio, il quale fece per se stesso il seguente epitafio:

Adspicite, o ceiveis, senis Ennii imagini’ formam,

Heic vostrûm panxit maxuma facta patrum.

Nemo me lacrumeis decoret, nec funera fletu

Facsit. Quur? volito vivo’ per ora virûm[28].

Il latino, ch’era rauco e incolto nel carme Saliare, in Ennio risuona breve e marziale: malgrado il fare arcaico, questi poeti erano studiati nel secolo d’oro della lingua, come da noi i Trecentisti, sebbene Orazio non avesse per essi che disprezzo iracondo. Noi (qui non accogliendoli che come documenti storici) vi scorgiamo come allora si vacillasse nell’uso di certe lettere:

E per a (defetiscor, edor), per i (Menerva, magester, amecus), per o (hemo, peposci);

I per a (bacchinal, beneficere), per e (luciscit, quatinus, consiptum), per o (quicum, abs quivis);

EI per i lungo (inveisa, ameiserunt);

O per au (coda, plostrum, clostrum), per e (advorsum, voster), per i (agnotus, olli), per u (folmen, fonus), principalmente quando segue al v (volgus, vivont, servom);

U per e (dicundum, legundum), per i (existumo, dissupo, optumus), per o (adulescens, fruns, epistula).

AI per æ, AU per o, Œ per i o per u (triviai, caudex, poplœ);

B per v, e viceversa (ferbeo, amavile, vibus);

C per g, qu, x (macistratus, cotidie, facit per faxit);

S per r e x (esit, arbos, nugas);

D per l e r (dacrume, medidies);

F per l’aspirazione h (fostis, fircus);

M per s, e viceversa (prorsum, domus), ecc.

Talvolta si sopprime qualche vocale nel mezzo[29] o in fine di parola[30]: ed anche intere sillabe[31], mentre in altre occasioni si appicciano lettere e sillabe[32].

Molte voci offendono, che poi furono abbandonate dai classici[33].

Altre portavano significato differente da quel ch’ebbero poi; arrhabo per arra o caparra; caudex per un imbecille, come noi diciamo ceppo; flagitium per flagitatio; heres per proprietario; hostis per straniero; labor per malattia; nugæ per nenia; usus per opus...; o vi diedero terminazione diversa.

Adoprarono al singolare parecchi nomi, usati poscia unicamente in plurale (mœne per mœnia); formarono diminutivi, che poi disparvero (digitulus, diecula); declinarono sul terzo modello varj nomi, relegati poi al primo (angustitas, concorditas, differitas, impigritas, indulgitas, opulentitas, pestilitas, tristitas); e così dissero autumnitas, amicities, avarities, luxuries, duritudo, ineptitudo, miseritudo, mœstitudo. Mettevano nomi in generi diversi, come gladium, nasum, collus: servivano ai due generi agnus, lupus, porcus: ærarium, ætas, grando, guttur, murmur, frons, stirps, lux, crux, calx, silex furono concordati col mascolino; finis, præsepe, metus col femminino; col neutro sexus: deliquio, emenda erano neutri con questa terminazione inusata; così dicevasi similitas e similitudo, vicissitas e vicissitudo, dulcitas e dulcedo, claritas e claritudo, inania e inanitas, cupedia e cupiditas, largitas e largitio; ed anche artua e raptio per artus e raptus. Si declinavano come della seconda genum, cornum, gelum ecc.; nella prima il genitivo termina spesso in ai o as alla greca; nella seconda finisce in semplice i il genitivo dei nomi in ius e ium, aggiungesi un e al vocativo dei nomi in r (puere); il genitivo plurale spesso contraesi in ûm; gli accusativi e dativi della terza si terminano in im o em, i od e; si fa il nominativo plurale in is, il genitivo in um o ium. La quarta scambiasi sovente colla seconda declinazione; se ne fa il genitivo uis (domuis, exercituis), e levasi l’i del dativo (anu). Nella quinta il genitivo non si discerne dal nominativo, e si toglie l’i dal dativo (facie per faciei).

Si abusava di termini greci[34] e di composizione di parole che parvero mostruose ai contemporanei di Augusto[35].

Non indico i nomi scherzevolmente formati per onomatopeja da Plauto ed altri, bilsbare, pubulicottabi, buttubata, taxlas.

Più libera andava la formazione degli aggettivi, declinati spesso differentemente[36]; talora anche intesi diversamente da quel che usò dappoi[37].

Alter, solus, nullus e loro conformi non cadevano al genitivo in ius e al dativo in i: celer in neutro faceva celerum; dicevasi gnarures per gnari, gracila per gracilis, hilarus per hilaris, utibilis per utilis, munificior per munificentior, spurcificus per spurcus, tentus per extentus. Così ipsus per ipse, ipsipsus per ille ipse, qui e quips per quis, ips per is, cujatis per cujus, em e im per eum, emem per eundem; hic, hæc, isthæc per hi, hæ, hæc; hisce per his, quojus per cujus, vopte per vos ipsi, me per mihi, sum, sam, sas, sos per suum, suam, suas, suos; ibus per iis ecc.

Molti verbi, consueti in quelle prische scritture, furono repudiati dall’uso, ritenuto arbitro supremo del parlare tanto da Orazio come da Quintiliano[38].

Alcuni vennero usurpati in altro senso, o sotto forme e cadenze che poi deposero quando la conjugazione restò fissata; come corporare far morire, decollare privare, grassare andare e adulare, innubere mutarsi da luogo a luogo, latrocinari militare. Usavano attivamente alcuni che in appresso si ritennero solo al deponente[39], e di rimpatto usavansi come deponenti adjutor, bellor, certor, consecror, copulor, emungor, punior, sacrificor, spolior. Diversamente dai moderni terminavano accepto per accipio, augifico per augeo, blatio per blatero, congrueo per congruo, viveo, diceo, duo per do, creduo, perduo, moriri, scalpurire per scalpere. Diceano poi estur per editur; facitur per fit; osus sum per odi; potestur, posetur e poteratur; donunt per dant; nequinunt, soliunt per nequeunt, solent; ferinunt, prodinunt, scibam, capsi per cepi; descendidi, exposivi, loquitatus, morsi per momordi; parsi, sapivi, soluerim per peperci, sapui, solitus sum. Il futuro della terza e quarta conjugazione usciva talora in ebo e ibo, onde Plauto disse scibo: così gl’imperativi duce, face, dice; e siem, volam, edim per sim, velim, edam; faxo e faxim per faciam, axim per egerim, passum per pansum, sustollere per auferre, ecc. Al passivo infinito aggiungevano talvolta er, come il dicier che neppure spiacque a Persio; dixe per dixisse che è in Varrone. Un’iscrizione presso il Lanzi porta FERONIA STATETIO DEDE.

Nè minor divario correva negli avverbj[40] e nelle preposizioni; dove am per circum, apor per apud, ar e ab per ad, af per a, se per sine, endo per in; e più nelle frasi che se ne formavano[41].

De’ quali modi si dilettarono anche taluni d’età migliore, specialmente Catullo e Sallustio, affettanti l’arcaismo, che è un’altra delle forme della decadenza.

§ 6º L’età dell’oro e dell’argento.

Fomentato dal patriotismo e dalla libertà, invigoritosi nelle lotte esteriori ed interne, fatto robustamente conciso dall’orgoglio nazionale, arricchito dalle spoglie altrui, perfezionato da tanti scrittori, il latino negli ultimi tempi della repubblica aveva acquistato nobiltà di forme, pienezza di senso, eleganza degna del popolo re; e dalle conquiste fu portato sin all’estremità dell’Europa e dell’Oriente.

Eppure Cicerone collocava il miglior parlare ai tempi di Scipione e Lelio, lamentandosi che in Roma fossero accorsi tanti che parlavano scorretto; e piacevasi sulla bocca di Lelia sua suocera udire quella vecchia loquela incorrotta, che gli rammentava Plauto e Nevio: appunto come noi in qualche vecchia fiorentina o in qualche montanaro pistojese crediamo udire Giovan Villani o il Firenzuola.

Via via si andò declinando sotto gl’imperatori. La lingua accettò dall’adulazione parole inaudite alla prisca semplicità; e se non bastarono i titoli di cœlestis e divinus, fin cœlestissimus si volle dire, e sacre si chiamarono le occupazioni del principe, e majestas la sua persona, innanzi alla quale l’uomo cercò quasi annichilarsi, non parlando più di sè ma della sua parvitas, mediocritas, sedulitas. I quali nomi astratti, sostituiti all’aggettivo concreto, sono un carattere di decadenza che vediamo ognor più dilatarsi nelle scritture odierne, ad imitazione dei Francesi dicendo il pauperismo, le notabilità, le capacità, il commercio, il brigantaggio, ecc.

A ribocco furono allora introdotti i modi greci[42]; s’accomunarono alla prosa traslati affatto poetici: e prœmia per spolia, limen belli, claudæ naves, moriens libertas, exedere rempublicam, laudare annis leggiamo in Tacito.

Mentre poi da una parte s’affettava l’arcaismo, dall’altra si foggiavano voci nuove, o vi si attribuiva senso diverso, terminazione variata, alterata costruzione[43]. Mutarono o estesero il proprio senso ægritudo per malattia, advocatio per dilazione, fiscus, famosus per celebre, ingenium applicato a cose inanimi, avus per atavus, gener per marito della vedova del figlio[44], subaudire per sottintendere, decollare per decapitare, imputare per chiedere ci si tenga conto d’alcuna cosa come d’un favore, studere assoluto.

Variaronsi le terminazioni[45]; costruzioni alterate piacquero[46]. Dalle provincie, massime dalla Spagna, venivano alla metropoli elementi ed esempj di guasto; Seneca stesso, gran corruttore, lagnavasi fosse disimparato il parlare latino[47], altrove[48] dice che molte voci erano cadute in disuso, come asilo, che Plinio già chiamava tavano[49]; e deride coloro che prediligevano solo parole viete, mentre altri non soffrivano se non le più divulgate, guastando e vituperando così la favella col seguir l’uso particolare[50]. A. Gellio[51] si duole che ai giorni suoi le parole latine, dal senso ingenuo, fossero passate ad altro o simile o diverso; per abuso od ignoranza di chi le adoperava senza averne appreso il significato. Quintiliano[52] distingue le parole in latine e peregrine, così chiamando quelle che ex omnibus prope dixerim gentibus vennero; e cita rheda e petoritum derivati dai Galli, mappa dai Cartaginesi, gurdos dagli Spagnuoli.

§ 7º La lingua scritta e la lingua parlata: la lingua rustica.

Tutto ciò si riferisce alla lingua degli scrittori. Ma v’è paese dove si scriva appunto la lingua che si parla? Che i Romani usualmente adoprassero la sintassi artifiziosa che troviamo in Livio o in Cicerone, ci vieta di crederlo, primo, il conoscere come i Greci, maestri dei Latini, scrivessero semplicemente e disponessero le parti del discorso alla schietta, anche coloro che facevano studio speciale dello scrivere, cioè i retori. Cresciuti in repubblichette, sublimi nella loro piccolezza, piene di attività, governate a popolo, a questo voleano piacere coll’arte del bello, del cui sentimento ebbe dono specialissimo la Grecia.

I Romani invece ebbero assai di buon’ora l’orgoglio del dominio, s’intitolarono rerum dominos, gentemque togatam, e come i Greci l’originalità e il limpido gusto, così essi ebbero propria la maestà, della quale ai Greci mancava sin la parola. Lo scrivere per essi era uno squisito piacere, procurato all’intelligenza delle persone colte, cioè dei signori, o di quella porzione di cittadini che poteano esercitare la pienezza de’ diritti civili. I bei parlatori aveano forbito la lingua col delectus verborum, cioè mediante l’eufonia e l’analogia, rimovendo le parole troppo usuali od aspre, per attenersi alle dolci, tornite, numerose.

Facile era cadere nella gonfiezza; nè di questa si tennero mondi i sommi autori. È proverbiale l’esse videatur di Cicerone; il quale, ne’ libri retorici, si dilata sul modo di formare i periodi, sulle varie cadenze col giambo o col trocheo; e racconta con che meraviglia il popolo accoglieva certi periodi, fino a prorompere in applausi.

Per poco che uno abbia familiarità coi classici, gli si fa evidente la differenza che corre fra gli oratori e in generale i prosatori d’arte, e quelli semplici, come Cesare negli aurei commentarj, o Cicerone stesso nelle epistole, e più in quelle che a lui dirigevano gli amici e familiari suoi.

Lo scrivere tramandatoci dai classici era dunque ben discosto da quello che appellavano quotidianum sermonem, quo cum amicis, conjugibus, liberis, servisque loquimur. Talora quella favella senza grammatica traforavasi nelle scritture: onde Cecilio ebbe ad avvertire cento generi di solecismi, ad evitarsi da chi volesse scrivere corretto[53]; di Curione si disse che favellava latino non pessimamente, condotto dalla sola domestica usanza, e benchè affatto di lettere digiuno[54]; Tullio vuole l’oratore parli latinamente, il che apprenderà colle lettere e colle scuole elementari[55]; A. Gellio avverte che, quei che chiamansi barbarismi, non dai Barbari vengono, ma da locuzioni del vulgo: quod nunc autem barbare quemque loqui dicimus, id vitium sermonis non barbarum esse, sed rusticum; et cum eo vitio loquentes, rustica loqui dictitabant[56]; e sant’Agostino cita alcuni modi vulgari e poco latini[57].

I grammatici con Fortunaziano insegnavano che longioribus verbis decora et lætior fit oratio; onde si accettarono i composti come inaurare, aggregare, apparere, extinguere, obserare, exprimere, non i loro semplici, i quali però dovettero restare nella lingua del popolo. Anellus e scutella abbiamo in Cicerone, adjutare in Pacuvio, minacias, agnellus e bucca in Plauto, in Lucrezio bene sæpe, come bene impudentem in Cicerone[58]; bellus e russus in Catullo, e russata era una delle fazioni del circo; caballus in Orazio; casa in Apulejo; bellissimum in Terenzio; adjutus in Macrobio; campsare per cansare è in Ennio; cooperculum in Plinio il vecchio; nel glossario d’Isidoro campsat, flectit; santra, apocope d’Alessandra, è in Marziale; in Nonio e nel codice Teodosiano birotta e birotium il biroccio. Cesare già diceva postridie hujus diei (de B. G., I, 23) come noi diciamo oggidì. Festo asserisce che subulo tusce tibicen dicitur, ch’è il nostro zufolo. Pinna chiamavasi la crista cassidi imponi solita, che noi diciamo penna o pennacchio. Tata in varj dialetti odierni chiamasi il babbo; e Valerio Flacco scrive, Attam pro reverentia cuilibet seni dicimus; quasi eum avi nomine appellemus et atavus, quia tata est avi, idest pater. Servio, nei commenti alla Georgica, c’informa che, invece di fimus, plebeamente dicevasi letamen; e A. Gellio[59] che il pumilio dal volgo imperito chiamavasi nano: due voci ora vive in Italia.

Così si ha testa per capo in Ausonio; ruvido in Plinio[60], fracidus in Catone de re rustica; cribellare in Palladio; minare per menare in Apulejo; jornus e tonus per giorno e tuono in Seneca; in altri retornare, putilla, puta, strata, per redire, puella, via; in Plinio molli fermentati panis; in Vitruvio remi strophis religati: il quale stropa per vinco rimane in qualche dialetto (struppolo in napoletano): in molti vadere per ire[61], basium per osculum, belare per balare: campania per campagna l’abbiamo nel nome della Campania felix.

Svetonio narra che Augusto diceva, pro stulto, baceolum, come noi bacello; e tolse la dignità consolare ad uno che, invece di ipsi, avea scritto ixi (essi). così dicevasi granarium, jubilare, pausa, bassus, morsicare, auca (oca), planuria quel che nobilmente chiamavasi horreum, quiritare, mordere, anser, planicies; e sanguisuga per hirudo, majale per verres, rasores per novaculæ, cloppus (clopin fr., zoppo it.) per claudus, parentes per affines, pisinni per filii (piccini). Molto potrebbe spigolarsi negli scrittori d’agraria e d’agrimensura raccolti dal Goes, come botones per mucchi di terra (butte fr.), brancam lupi, campicellus, monticellus, flumicellus, montaniosus, fontana, quadrum e ben altri modi, ignoti allo scrivere letterario. È probabile si dicesse nascere, sequere, irascere, piuttosto che nasci, sequi, irasci; parescere anzichè videri; e così volere e potere per velle e posse: e già ne’ vecchi latini troviamo potesse.

Isidoro (19, 1) nomina barca, quæ cuncta navis commercia ad litus portat: san Girolamo dice che solent militantes habere linteas, quas camisias vocant: e Isidoro: Camisias vocamus quod in his dormimus in camis, e spiega che camus è lectus brevis et circa terram: e altrove dice che «cortinæ sunt aulea, idest vela de pellibus»; e che «mantum hispani vocant quod manus tegat tantum, est enim brevis amictus». Sulpicio Severo dice che vestem respuit grossiorem.

Certi, che ora ne pajono idiotismi italiani, non sarebbe difficile riscontrarli nell’età migliore:

Orazio. Præter plorare.

Virgilio. Dispeream nisi me perdidit iste putus[62].

Lucrezio. Tota nocte pluit. Ad levare sitim fontes fluviique vocabant.

Giustino. Facere amicitiam, literas, fœdus, classes.

Quintiliano. Sic descernet hæc discendi magister, quomodo palæstricus ille cursorem faciet, aut pugilem aut luctatorem... Omnes tres de bonis contendunt.

Plauto. Quid hic vos duæ agitis? — Et nescio quid vos velitati estis inter vos duos. Foris cœnaverat tuus gnatus (Mostell., II. 2. 53). Tribus tantis reddit quam obseveris: rende tre tanti di quel che semini.

Marciano Capella. Il triangolo scaleno omnes tres lineas inter se inæquales habet.

Seneca. Bella res est mori sua morte.

Festo. Ne mutum quidem facere (ad mutire et mussare) che è il nostro far molto.

Catone (De re rust., CLXII) insegna una preghiera da dirsi agli Dei ed a Marte in particolare, «uti tu fruges, frumenta, vina, virgultaque grandire, beneque evenire sinas»; che è il nostro ingrandire e venir bene.

Ovidio. Quantum ad Pirithoum.

In quantum quæque secuta est.

E nei Fasti:

Hei mihi! credibili fortior illa fuit.

Signatur tenui, media inter cornua, nigro;

Una fuit labes: cetera lactis erat.

(cioè più del credibile; segnata di nero in mezzo alle corna; il resto era latte).

Festo scrive res minimi pretii, cum dicimus non hettæ te facio: e noi, Non ti stimo un ette[63].

Non si doveano unire due infiniti, eppure abbiamo in Livio (IV. 47) jussit sibi dare bibere; che è il nostro dar bere, dar mangiare.

Tutto ciò ne fa argomentare che, fra i patrizj latini prevalendo elementi etruschi e greci, di questi si nutrisse la loro lingua, mentre gli oschi e sabini dominavano nella rustica, adoperata dai plebei, la quale noi crediamo sia la stessa che oggi parliamo, colle modificazioni portate da trenta secoli e da tante vicende.

Oltre i comici, che al vulgo mettono in bocca modi affatto insueti agli scrittori colti, troviamo direttamente indicata la lingua plebea e rustica, che doveva essere più analitica, alle desinenze supplendo colle preposizioni, cogli ausiliarj alle inflessioni de’ verbi; e determinava meglio le relazioni mediante gli articoli.

Plauto discerne la lingua nobilis dalla plebeja: la prima dicevasi anche urbana o classica, cioè propria delle prime classi; l’altra rustica o vernacola dal nome de’ servi domestici (vernæ), e anche da Vegezio pedestris, da Sidonio usualis, quotidiana da Quintiliano, il quale muove lamento che «interi teatri e il pieno circo s’odano spesso gridare voci anzi barbare che romane», e avverte che in buona lingua non dee dirsi due, tre, cinque, quattordice[64], e geme che ormai il parlare sia mutato del tutto[65].

Cicerone scriveva a Peto (lib. IX, ep. 21): Veruntamen quid tibi ego in epistolis videor? Nonne plebejo sermone agere tecum?.. Epistolas vero QUOTIDIANIS verbis tenere solemus. Marziale ricorda certe parole da contado, risibili a delicato lettore,

Non tam rustica, dilicate lector,

Rides nomina?

A Virgilio fu apposto d’usare voci da villa, e nominatamente il cujum pecus e il tegmen[66]. Che v’avesse maestri del ben parlare latino l’accerta Cicerone, aggiungendo che non è tanto gloria il sapere il latino, quanto vergogna l’ignorarlo[67]; ed esortando, giacchè s’ha il linguaggio di Roma corretto e sicuro, a seguir questo, ed evitare non solo la rustica asprezza, ma anche l’insolito forestierume[68], Ovidio raccomanda ai fanciulli romani d’imparare linguas duas, cioè il latino e il greco, e di scrivere agli amanti in lingua pura e usitata[69]. Che se la passionata imitazione del greco diede al latino una consistenza che lo preservava almeno dalle profonde e repentine alterazioni, al popolo non importarono questi raffinamenti, e perseverò nell’abitudine di ciò che aveano detto il nonno e la nonna[70].

Abbiamo uno strano libro, sul quale forse non fu ancora detta l’ultima parola, il Satiricon di Petronio. Leggendolo, sentesi un parlare disforme dal consueto; composizioni insolite di parole, come: pietaticultrix, gracilipes, choraula, præfiscini, fulcipedia e gallinæ altiles, e periscelides tortæ, e domefacta per domita; frequenti diminutivi: taurulus, alicula, amasiunculus, manuciolum, palliolus, tunicula, vernaculæ meliusculæ; frasi insolite: non sum de gloriosis; Capuæ exierat; invado pectus amplexibus; defunctorio ictu; e parole che per avventura trovansi anche altrove, ma qui colpiscono per essere in tanto numero: come lautitia, tristimonium, barbatoria; ingurgitare; vicinia, gingillum, catillum, candelabrum, camella, bisaccium, capistrum; plane matus sum: vinum mihi in cerebrum abiit.

Altre sue frasi di schiavi s’accostano alle nostre moderne: — «Non potei trovare una boccata di pane. — Quello era vivere! — Come un di noi — Mi sono mangiato i panni». (Non hodie buccam panis invenire potui. — Illud erat vivere! — Tamquam unus de nobis — Jam comedi pannos meos).

Catone, che scriveva pei campagnuoli, dice, Arundinem prende.

Nell’Asino d’oro, un soldato domanda a un giardiniere quorsum vacuum duceret asinum? Quegli non comprende, onde l’interrogante replica: Ubi ducis asinum istum? e l’altro capisce e risponde. Ciò significa che la voce quorsum non avea corso tra il popolo. Avea corso invece quella di boricco per cavallo di vettura, non usata negli scritti; onde san Girolamo (in Eccles., X) Mannibus, quos vulgo buricos appellant. Il popolo, ne’ migliori tempi, dicea scopare, stopa, basium, bellus, caballus, bigletum, bramosus, brodium, dove gli aristocratici usavano verrere, linum, osculum, pulcher, equus, schedula, cupidus, jusculum.

Maggior colpo mi fa Varrone, dove attesta che i Latini usarono il solo ablativo, e la inflessione fu introdotta soltanto per utile e necessità[71]. Non stiamo ad appuntargli che un sì importante elemento non può intromettersi per proposito; ma consideriamo che le parole nostre italiane sono, la più parte, l’ablativo delle latine. A. Gellio menziona un libro di T. Lavinio de sordibus verbis, il quale sarebbe prezioso al caso nostro[72], ma è perduto; ed egli stesso dice che arboretum ignobilius est verbum, arbusta celebratius; e mette fra i verba obsoleta et maculantia ex sordidiore vulgi usu, botulus, voce che è in Marziale, e da cui il nostro budello[73]: e così dice che sermonari rusticius videtur sed rectius: sermocinare crebrius est sed corruptius[74]: taxare pressius crebriusque est quam tangere[75], donde il nostro tastare[76].

I legionarj nelle colonie e ne’ campi esteri adottarono parole germaniche, e in Vegezio abbiamo, Castellum parvulum, quem burgum vocant. Poichè la lingua scritta era diversa dalla parlata e doveasi impararla, tanto valea studiare quella o la greca[77]. Onde usavasi indistintamente il greco; fin i primi cristiani se ne valsero, e Giustino e Taziano, che pur pubblicavano le loro apologie a Roma: e Tertulliano fu il primo cristiano che scrivesse in latino, benchè il facesse anche in greco: lo stesso Giuseppe Ebreo, onde presentare la sua storia all’imperatore romano, la fece tradurre dall’ebraico in greco: greche sono spesso le iscrizioni anche mortuarie, e con caratteri greci.

§ 8º Della pronunzia.

Occorre dimostrazione per far convinti che la pronunzia volgare fosse diversa da quella delle persone colte? È essa un accidente sfuggevole, per modo che non si conosce se non per congetture; ma abbiamo qualche notizia certa di alterazioni fonetiche. In essa elidevano spesso la m, la c, la s finali. Oltre l’uso dei poeti antichi che, per esempio, finiscono l’esametro con Ælius sextus, ovvero optimus longe, questo detrimento è attestato da Vittorino (De orthogr.): Scribere quidem omnibus literis oportet, enuntiando autem quasdam literas elidere. Quintiliano (IX. 4) dice che la m appena pronunziavasi: Atqui eadem illa litera, quoties ultima est, et vocalem verbi sequentis ita contingit, ut in eam transire possit, etiam si scribitur, tamen parum exprimitur, ut MULTUM ILLE et QUANTUM ERAT, adeo ut pene cujusdam novæ literæ sonum reddat. Neque enim eximitur, sed obscuratur, et tantum aliqua inter duas vocales velut nota est, ne ipsæ coeant. Cassiodoro[78] cita un passo di Cornuto, ove dice che il pronunziare la m avanti a vocale durum ac barbarum sonat; par enim atque idem est vitium, ita cum vocali sicut cum consonanti m literam exprimere. Era questa una fina distinzione che al volgo dovea sfuggire. E però la m è taciuta in molte epigrafi[79], come per esempio ante ora positu est. La m finale dovea dare alla sillaba un suono nasale, simile all’on, en francese, conservatosi in alcuni dialetti italiani, dove pure non toglie l’elisione colla vocale susseguente. Infatti il cum diede origine a confondere, constantia, conquero; e in italiano originò e il come e il con.

Anche mutavano l’u in o (servom, voltis); pronunziavano o invece di e o di au (vostris, olla per aulla), e il v pel b (vellum per bellum); col che da culpa, mundus, fides, tres, aurum, scribere, sic, per hoc, escono colpa, mondo, fede, tre, oro, scrivere, sì, però. Onde Festo[80] scrive: Orata genus piscis appellatur a colore auri, quod rustici ORUM dicebant, ut auricolas ORICOLAS.

È dell’indole dell’italiano l’omettere la nasale avanti la sibilante, sicchè da mensis, impensa femmo mese, spesa. Ora questo usava già fra gli antichi, e Cicerone pronunziava foresia, hortesia, megalesia, e nelle lapide ricorrono albanesis, alliesis, ariminesis, africesis, ateniesis, castresis, miseniesis, narbonesis, ostiesis, picenesis; come anche clemes, pares, potes per clemens, parens, potens.

Sembra poi che gli Umbri trascurassero regolarmente le finali, massime le nasali, poichè nelle loro iscrizioni troviamo vinu, vutu, nome, tota jovina per vinum, vultum, nomen, totam jovinam (civitatem iguvinam); e anche dagli Osci abbiamo scritto via pompaiiana teremnattens per viam pompejanam terminaverunt. Negli Umbri ancora riscontriamo fuia, habia, habe, portaja, mugatu per fuat, habeat, habet, portet, mugiatur, e fasia per faciat, che ricorre nel volsco.

La terminazione culo dagli Osci e dagli Umbri contraevasi in clo, e lo facevano pure i Romani, sicchè ne nascevano apicla, oricla, circlus, cornicia, oclus, panucla, pediclus, masclus,... che facilmente convertivansi ne’ nostri pecchia, orecchia, cerchio, occhio, cornacchia, pannocchia, pidocchio, maschio.

È presumibile che nella parlata de’ Latini già usassero certi scambj di lettere che troviamo tuttodì nelle nostre, e massime nella toscana. In planus, plenus, glacies e simili, la l fu cambiata in i, come tuttodì fa il volgo dicendo i — padre — voi fare — ai campo — moito — aito. Già Catullo beffava un Arrio, che aspirava le vocali, dicendo hinsidias, hionios, e fu chi quell’Arrio suppose toscano, per indurre che già allora adopravasi in quel paese l’aspirazione, che ora ne è quasi caratteristica. Certamente l’aspirazione del c doveva essere abbastanza usata, se alterò alcune voci greche, come camus in amus, chortos in hortus, cheimon in hiems. Il c confondeasi col t, dicendo indifferentemente condicio, nuncius, servicium, e conditio, nuntius, servitium, come oggi si dice schiantare, schietto, maschio, al par di stiantare, stietto, mastio, e nel volgo andache, ho dacho.

Il v talvolta è soppresso, come in facea, fuggìa, e tra i volgari in arò, arei, laoro, faorire; e forse già diceasi caulis e cavolis, come oggi caolo e cavolo, manualis e manovalis.

Molte volte al semplice o latino è sostituito nell’italiano l’uo, come vuole, duolo, suolo, e probabilmente già faceasi dal volgo, che anche da noi usa ancora pote, vole, dolo.

Inclina anche oggi il volgo a trarre tutti i verbi alla prima conjugazione; e fa vedano, leggano, sentano all’indicativo, e al congiuntivo vedino, legghino, sentino.

Molto si studiò recentemente sopra gli accenti, e se non si saprebbe alla prima indicare come da dixerunt, fecerunt derivassero gli sdruccioli dissero e fecero, non sarebbe difficile provare che vecchiamente si usava disserono, fecerono: da cui disseno, feceno per sincope. Quella desinenza no è caratteristica del plurale, talmente che il popolo talvolta l’applicò anche ad altre voci che ai verbi, come ad eglino ed elleno. Del resto il popolo dice andàvamo, volèvamo dove i colti fanno piana la voce, cioè mantiene l’accento sulla radicale, come fanno costantemente i Tedeschi[81].

Molte voci contraevansi, come populus, circulus, soldum, lardum, sartor, posti, del che è qualche vestigio pur nello scritto; e Quintiliano (I. 6) dice che Augusto pronunziava calda invece di calida. Meus dovette dirsi mius, del che è restato il vocativo mi: e in Ennio abbiamo debil homo.

E che veramente il modo di pronunziare s’accostasse più che lo scritto a questo che usiam noi, ce ne sono argomento i tanti errori delle iscrizioni. Un vaso trovato a Pompei porta scritto, Presta mi sincerum (vinum). Le bizzarre iscrizioni, ivi graffite da mani plebee e soldatesche, oltre le scorrezioni ortografiche, hanno anche errori grammaticali e modi plebei. Per esempio: Saturninus cum discentes rogat. Cosmus nequitiæ est magnissimæ — O felice me[82].

Crescono tali errori nelle epigrafi de’ primi tempi cristiani, errori che ravvicinano le parole alle nostre italiane. Nei recenti scavi a Ostia: Loc. Aphrodisiaes cum deus permicerit. — Cœlius hic dormit et Decria quando Deus boluerit. Dal cimitero di Sant’Elena in Roma fu scavata questa del terzo o quarto secolo:

Tersu decimu calendas febraras

decessit in pace quintus annoro

octo mensorum dece in pace.

In un’altra sta:

Gaudentius in pace qui vixit annis XX

et VIII mesis cinque dies biginti

apet depossone X kal. octobres.

Il Muratori[83] adduce epitafj del cimitero di Santa Cecilia in Roma, d’età certo antica, che dicono:

Qui jacet Antoni

Dio te guardi

et Jacoba sua uxor.

Madoña Joaña

uxor de Cecho

della Sidia

e in San Biagio sotto al Campidoglio:

Ite della dicta echiesa.

In più d’un sigillo antico è scolpito vivat in Dio o in Diu[84].

In altre iscrizioni l’apostrofe sta spesso in luogo della m, onde clarissimu’, multo’, annoro’: Zulia per Julia è citato da Celso Cittadini[85], in una lapide presso il Bosio; Olympios bixit annos tres, meses undeci, dies dodeci in pace; in altre bresciane si ha Asinone, Caballaccio, Marione, Musone, Paulacius.

In alcune incontri perfino l’i efelcustico, che sembra singolarità del nostro vulgare, leggendosi in una iscrizione delle Grotte vaticane AB ISPECIOSA. In una pittura delle Catacombe è figurata un’agape, e vi si legge Irene da calda — Agape miscemi[86]. E in un’altra iscrizione: Bellica fedelissima virgo impace.

Quello che Quintiliano dice che «ciò che mal si scrive, di necessità mal si pronunzia», può anche voltarsi a dire che mal si scrive ciò che mal si pronunzia: e l’essere le iscrizioni per lo più di cristiani, cioè di gente ineducata e affettuosa, appoggia sempre meglio il mio assunto, che il parlare nostro odierno sia il vulgare medesimo di Roma antica.

Questo accadeva nelle vicinanze di Roma; ora che doveva essere nelle provincie, discoste dal luogo dove meglio si parlava e proferiva, e dove sopravviveano i prischi dialetti? Racconta Erasmo che, essendo venuti ambasciatori d’ogni gente d’Europa per congratularsi con Massimiliano d’Austria fatto imperatore, recitarono un’orazione, tutti in latino, ma pronunziandola ciascuno a modo del suo paese, sicchè fu creduto si fosse ognuno espresso nella lingua materna[87]. Argomentatene come dovesse alterarsi il romano idioma su bocche sì diverse, e come soffrirne l’ortografia, attesochè, quando più la coltura scemava, gli scrivani s’attenevano mentosto al letterario che all’uso della pronunzia.

§ 9º La traduzione della Bibbia.

Se dunque si avesse a scrivere un libro, non più per la classe eletta e letterata, ma pel popolo, sarebbe dovuto riuscire pieno di que’ modi, che noi asseriamo correnti fra il vulgo, e inusati alla raffinata letteratura. Or questo libro c’è, non fatto dopo già sfasciato il latino, ma ai tempi di Tacito e di Svetonio, quando appena l’età dell’oro cedeva a quella d’argento, quando Barbari non erano intervenuti ancora a mescolare elementi eterogenei. Alludiamo alla versione della Bibbia, che risale al primo secolo; e fu poi riformata da san Girolamo, il quale pure viveva prima dell’invasione dei Barbari[88]. Ora, in essa abbondano gl’idiotismi, che sono sentenziati per errori e barbarismi, sebbene molti abbiano riscontro nei classici. Quell’in sæculum sæculi ripetuto, è in Plauto: Perpetuo vivunt ab sæculo ad sæculum: (Miles glor., IV. 2). «Viderunt Ægyptii mulierem quod esset pulchra nimis» (Genesi, XII. 14) risponde al plautino Legiones educunt suas nimis pulchris armis præditas (Amphitr., I, 1). Il Servitutem qua servivi tibi (Gen., XXX. 26) all’Amanti hero servitutem servit (Aulul., IV. 4): l’Ignoro vos (Deut. XXXIII. 9) al Ne te ignores (Captiv., II. 3): il Feci omnia verba hæc (III Reg., XVIII. 36) al Feci ego isthæc dicta quæ vos dicitis (Casina, V. 4). Bonum est confidere in Domino quam confidere in homine, dice il Salmo CXII. 8; e Plauto: Tacita bona est semper quam loquens (Rudens, IV. 4). Il Miscui vinum de’ Proverbj, (IX. 5) è sostenuto dal Commisce mustum della Persa, I. 3; il Tibi dico surge di san Marco, V. 41, dall’Heus tu, tibi dico, mulier del Pœnul., V. 5; il Dispersit superbos mente cordis sui di san Luca, I. 51, dal Pavor territat mentem animi dell’Epidic., IV. 1[89]. Anzi io credo che i siffatti fossero forme popolari, già vive al tempo di Nerone, e sopravvissute ne’ vulgari odierni, come tant’altri di cui diamo un saggio:

Mensuram bonam... et supereffluentem dabunt in sinum vestrum. Luca, VII. 38.

Repone in unam partem molestissima tibi cogitamenta. IV Esdra, XIV. 14.

Et nemo mittit vinum novum in utres veteres. Luca, V. 37.

Populus suspensus erat audiens illum, XIX. 48.

Quærebant mittere in illum manus, XX. 19.

Sed meno misit super eum manus. Giov., VII. 44.

Quasi absconditus vultus ejus et despectus, unde nec reputavimus eum. Isaia, LIII. 3.

Non est dicere, quid est hoc, aut quid est istud. Eccl., XXXIV. 26.

In electis meis mitte radices. Eccl., 24.

In tempore redditionis postulabit tempus, XXXIX. 6.

Habebat Judam semper charum in animo, et erat viro inclinatus, II Macab., XIV. 24.

Ipsi diligunt vinacia uvarum. Osea, III. 1.

Sed rex, accepto gustu audaciæ Judaeorum, IV Macab., XIII. 18.

Etiam rogo et te, germane compar, adjuva illas. Paolo ad Philip., IV. 3.

Moyses grandis factus. Paolo ad Hebr., XI. 24.

Cum dixerint omne malum adversum vos. Matteo, V. 11.

Et omnes male habentes curavit, VIII. 16.

Mulier, quae sanguinis fluxum PATIEBATUR. IX. 20.

Corripe eum inter te et ipsum solum. XVIII. 15.

Apud te facio pascha. XXVI. 18.

Par turturum. Luca, II. 24.

Spero os ad os loqui. II Giov., 12.

Oblatus est... et non aperuit os suum. Isaia, LIII. 7.

Voi ci vedete i nostri modi «dar la buona misura, metter radice, mettere da una banda, essere inclinato ad uno, prenderci gusto, compare, diventar grande, dire tutti i mali, aver male, patir un male, tra sè e lui, far pasqua, bocca a bocca, non aprir bocca, stare sospeso, mettere le mani addosso, non crederlo lui, ecc.». Notiamo per ultimo questo di san Luca, VII. 40: Simon, habeo tibi aliquid dicere. E in illa hora, come diciamo in allora.

Mentre i precettori sentenziano la versione della Bibbia di corruzione e barbarie, il buon critico in quei salmi sente l’idioma del Lazio prendere un vigore inusato, e, per secondare la sublimità de’ concetti e l’idea dell’infinito, ripigliare la nobile altezza che dovette avere nei sacerdotali suoi primordj, un’armonia diversa da quella che i prosatori cercavano nel periodeggiare e i poeti nell’imitazione dei metri greci, e che pure è tanta, da farla ai maestri di canto preferire persino all’italiano.

Questo rifarsi della favella plebea, questo ritorno verso l’Oriente dond’era l’origine sua, avrebbe potuto ringiovanire il latino, infondendogli l’ispirato vigore delle belle lingue aramee e la semplice costruzione del greco; ma troppo violenti casi sconvolsero quell’andar di cose; e quando l’Impero cadeva a fasci, era egli a promettersi un ristoramento della letteratura?

§ 10º La lingua latina si sfascia. Età del ferro.

Nell’età che intitolarono del ferro, la crescente adulazione trovò qualificazioni enfatiche a lusingare i fortissimi e felicissimi ed incliti e provvidentissimi e vittoriosissimi monarchi, e quella serie di illustri e magnifici conti, patrizj, maestri ed altri. Gl’imperatori, man mano che scadevano di grandezza e potenza, si puntellavano con titoli ampollosi, parlando in nome della loro serenitas, tranquillitas, lenitudo, clementia, pietas, mansuetudo, magnificentia, sublimitas, perfino æternitas come fece Costanzo. Al greco si ricorse non solo dagli scienziati, ma anche negli uffizj civili e domestici, massime dopo trasferita la capitale a Costantinopoli[90]. Partita allora la gente meglio stante colla Corte, ringhiera e senato a Roma ammutoliti, nè corpo di scrittori o impero di tradizioni conserva l’aristocratica castigatezza; sicchè il latino, come uno stromento complicato in mani inesperte, dovette alterarsi viepiù quanto più sintetico, e perchè non procede per mezzi semplici secondo il rigoroso bisogno delle idee, ma con tanti casi e conjugazioni e artificiosa inversione di sintassi.

Sottentra allora il pieno arbitrio dell’uso, cui stromenti sono il tempo e il popolo, operanti nel senso medesimo. Il popolo vuole speditezza, e purchè il pensiero sia espresso, non sta a curarsi d’esattamente articolare la parola o di valersi di tutti gli elementi, lusso grammaticale. Alla finezza di declinazioni e conjugazioni sostituì la generalità delle proposizioni e degli ausiliarj, specificò gli oggetti coll’articolo, mozzò le desinenze. Pei quali modi la lingua latina non imbarbariva come suol dirsi, ma tornava verso i principj suoi, riducendosi in una più semplice, poco o nulla distante dalla nostra odierna; la lingua scritta accolse in maggior copia voci e forme della parlata, modificate secondo i paesi: donde quel lamento di san Girolamo, che la latinità ogni giorno mutasse e di paese e di tempo[91].

Ajutarono siffatta evoluzione gli scrittori ecclesiastici, che più non dirigendosi a corrompere ricchi e ingraziante letterati, ma recando al vulgo le parole della vita e della speranza, non assunsero la lingua eletta, ma la comune, la vernacola. Essi mostrano sprezzare l’eleganza e persino la correzione; sant’Agostino dice che Dio intende anche l’idiota, il quale proferisca inter hominibus; san Girolamo professa voler abusare del parlar comune per facilità di chi legge[92]. Gregorio Magno era uno degli uomini più colti del suo tempo, amava le belle arti, come provano e gli edifizj che procurò e l’innovamento della musica; a’ suoi giorni ancora nel Foro Trajano si tenevano circoli per leggere Omero e Virgilio, come oggi a Napoli e a Roma si legge l’Ariosto. Eppure Gregorio sentenziava di affettazione il voler ridestare le tradizioni della grammatica classica; e guidato dal senso pratico, vide che quei che diceansi barbarismi non erano che trasformazione, e non esitava a dichiarare che non evitava il barbarismo e il solecismo. Or quando esso ed altri santi Padri professavano non volersi attenere alla grammatica, nessuno li supporrà così bizzarri da far errori di proposito; bensì scrivevano come si parlava dal popolo pel quale scrivevano, e farsi capire da questo premeva a loro ben più che l’evitare gli appunti dei grammatici.

A torto però si attribuisce ai soli scrittori ecclesiastici[93] il peggioramento del latino. Anche gli scrittori profani rifuggivano al rancidume, adoprando fortivile, interibi e postibi, obaudire per obedire, penitudo, pigrare e repigrare, prolubium, rancescere, repedere per reddere, rhetoricare, sublimare, usio per usus. Quali abbandonavansi a incondite novità di parole, di composti[94], di desinenze, di significato: crebbero gli astratti[95]; formaronsi nuovi aggettivi[96], nuovi verbi[97].

Di desinenze cambiate offrono esempio i nomi adoptatio, ædifex, agrarium per ager; albedo, altarium, alternamentum, baptismum, cautela, colludium, concinnatio, ecc.[98] e i verbi effigiare, exhereditare, honorificare, magnificare, obviare, significare, resplenduit, ecc.

Diez (Grammatik der romanischen Sprache. Bonn 1836) fa ricche e metodiche comparazioni di tutti gli idiomi romanzi, donde appajono le trasformazioni del latino, sia successive in uno stesso paese, sia contemporanee in paesi diversi. Poi dagli scrittori della bassa latinità Gellio, Palladio, Tertulliano, Petronio, Celio Aureliano, Arnobio, Giulio Firmico Materno, Lampridio e gli altri della Storia Augusta, Ausonio, Ammiano Marcellino, Vegezio, Sulpicio Severo, i santi Gerolamo e Agostino, Marciano Capella, Macrobio, Sidonio, trae una quantità di voci, inusate dai classici, e passate nelle sei lingue romanze.

Trascegliamone qualcuna, attinente all’italiano:

Contro i solecismi non aveasi più per salvaguardia la schiettezza della favella corrente, onde dicevasi: pacem alicui tribuere; vilissime natum esse; bona opera facere; peccata remittere; homo pleraque haud indulgens, per in plerisque; vita interficere; contemplatione alicujus; affectionem habere per habere in animo; profugere villam per e villa; in pendenti esse; insuper habere; erat in sermone per rumor erat; urinam facere; trahere sanguinem per genus ducere. Nè si schivavano inusati reggimenti de’ verbi; benedicere, fungi, frui, erudire coll’accusativo; incumbere, queri, renunciare, contrahere, petere col dativo; amare in aliquo, privare a re, ambire ad aliquid.

Come avviene quando la lingua e la letteratura si staccano dal supremo canone del senso comune, si sbizzarrì a segno, che un tal Virgilio Marone a Tolosa insegnava a’ suoi discepoli dodici latinità «per circondare l’eloquenza di un nuovo lustro, e non comunicare ai profani le alte dottrine che devono essere privilegio di pochi». L’una chiamavasi usitata ch’era la lingua comune; poi l’assena o abbreviata, la semedìa tra il parlar volgare e il dotto; la numerìa che alterava il numero dei nomi; la lumbrosa che allungava il discorso, adoprando quattro vocaboli invece di uno; la syncolla che invece ne abbreviava quattro in una; seguivano la metrofia, la belsabia, la bresina, la militena, la spela, la polema; tutte producendo alterazioni, di cui non conosciamo la ragione. E, per un esempio, invece di ignis, il fuoco era chiamato ardor, calax, quoquevihabis, spiridon, rusin, fragon, fumaton, ustrax, vitius, saluseus, ænon; e con questo gergo scriveansi opere di sistematica barbarie.

Un tal fatto, nuovo nella storia della letteratura latina, raccogliamo dai Classicorum auctorum fragmenta, pubblicati dal Maj, e vaglia questo esempio: Bis senos exploro vechros, qui ausonicam lacerant palatham. Ex his gemella astant facinora, quæ verbalem sauciant vipereo tactu struem. Alterum barbarico auctu loquelarem inficit tramitem, ac gemello stabilitat modello, quaternaque nectit specimina: inclytos literaturæ addit assiduæ apices: statutum toxico rapit scripturæ dampno; literales urbanæ movet characteres facundiæ; stabilem picturæ venenoso obice trasmutat tenorem. Alius clarifero ortus est vechrus solo, quo hispericum reguloso ortu violatur eologium, sensibiles partimi num corrodit domescas. Cetera notentur piacula, qua italicum lecti faminis sauciant obrizum, quod ex his propriferum loquelosi in hac assertione affigis facinus[100].

Un singolare documento ci rimane nei comandi, onde i tribuni dirigevano l’esercizio militare: Silentio mandata implete — Non vos turbatis — Ordinem servate — Bandum sequite — Nemo dimittat bandum — Inimicos seque[101]. Quel bandum per vexillum, quel sequite e seque e turbatis, imperativi insoliti, corrispondono alle contorsioni, che in ogni parlare si fanno pel comando delle milizie.

Dell’anno 38 di Giustiniano conservasi un istromento sopra papiro, fatto in Ravenna e già pieno di modi all’italiana, come domo quæ est ad sancta Agata; intra civitate Ravenna; valentes solido uno; tina clusa, buticella, orciolo, scotella, bracile, bandilos[102]. Ammiano Marcellino dice che i Romani del suo tempo giacevansi in carruccis solito altioribus[103]; e carroccia per carrozza dice oggi il vulgo lombardo. La Storia Miscella riferisce, al 583, che, mentre Commentiolo generale guerreggiava gli Unni, un mulo gittò il carico, ed i soldati gridarono al lontano mulattiere nella favella natia, Torna, torna, fratre; onde gli altri lo credettero un ordine di tornare indietro, e fuggirono[104]. Ajmonio racconta che Giustiniano ebbe prigioniero il re di certi barbari, e fattoselo sedere a lato, gli comandò di restituire le provincie conquistate, e poichè quegli rispose Non dabo, l’imperatore replicò, Daras; forma nostrale del verbo dare al futuro[105]. Il Maj pubblicò una glossa del grammatico Placido, che dice: Mu adhuc consuetudine est; e tuttora usiamo mo. Il De Rossi nel Bullettino Archeologico reca un epitafio anteriore a Costantino, ove è detto Spiritum Maximi refrigeri Januarius, forma ottativa per refrigeret, quale l’usiamo oggi[106].

Nell’Historia Augusta si trova vos ipse: ad fratre suo: ad bellum Parthis inferre: in Cassiodoro abbiamo pretiare per estimare; in Sidonio cassare, cervicositas, papa, serietas.

Dopo altri, il Muratori[107] adduce iscrizioni del 260, e fino del 155 dopo Cristo, cioè del tempo degli Antonini, che potrebbero credersi di età barbara, eppure contengono atti ufficiali. Un istromento ravennate del 540 è poco men rustico che uno dell’800. Per non esser troppo lunghi noi torremo solo dal lib. VI, p. 546 delle Miscellanee del Baluzio una formola del 422, che può stare con qualsivoglia de’ secoli barbari: Ob hoc igitur ego ille, et conjux mea illa, commanens orbe Arvernis in pago illo, in villa illa. Dum non est incognitum, qualiter cartolas nostras, per hostilitatem Francorum, in ipsa villa illa, manso nostro, ubi visi sum manere, ibidem perdimus; et petimus, vel cognitum faciemus, ut qui per ipsas stromentas et tempora habere noscuntur possessio nostra, per hanc occasionem nostrorum pater inter epistolas illas de mansos in ipsa villa illa, de qua ipso atraximus in integrum, ut et vindedit ista omnia superiu conscripta, vel quod memorare minime possimus judicibus brevis nostras spondiis incolcacionibus, vel alias stromentas tam nostris, quam et qui nobis commendatas fuerunt, hoc inter ipsas villas suprascriptas, vel de ipsas turbas ibidem perdimus. Et petimus, ut hanc contestaciuncula, seu planetaria, per hanc cartolas in nostro nomine collegere vel adfirmare deberemus. Quo ita et fecimus ista, principium Honorio et Theodosio consulibus eorum ab hostio sancto illo castro Claremunte per triduum habendi, et custodivimus, seu in mercato publico, in quo ordo curiæ duxerunt, aut regalis, vel manuensis vester, aut personarum ipsius castri, ut cum hanc contestaciuncula seu plancturia, juxta legum consuetudinem, in præsentia vestra relata fuerit, nostris subscriptionibus signaculis subroborare faciatis; ut quocumque perdiciones nostras de supra scripta per vestra adfirmatione justa auctoritas remedia consequatur, ut nostra firmitas legum auctoritas revocent in propinquietas[108]. Il Marini adduce una carta del 564, dove leggesi uno orciolo aureo, uno butte, una cuppa, uno runcilione[109].

A questa età ritroviamo dichiaratamente il nome di lingua italiana; poichè verso il 560, Venanzio Fortunato, poeta trevisano, cantava:

Ast ego sensus inops, italæ quota portio linguæ.

Importerebbe di colmare la lacuna che resta fra il lessico del Forcellini e quello del Ducange. L’uno dà il latino classico, l’altro il latino barbaro: ma realmente nei tempi di decadenza, nel IV, V e VI secolo, si usarono molte voci, che il Ducange non appoggia che ad autorità del IX e X secolo. Il vocabolario dunque di que’ secoli toglierebbe ogni soluzione di continuità. Un buon avviamento vi diede Quicherat (Addenda lexicis latinis investigavit, collegit. Parigi 1862) aggiugnendo al Forcellini circa 7000 articoli, tolti da autori della decadenza.

§ 11º Differenze del latino dall’italiano.

In quel parlare comune, se non ce ne restasse così poco, io penso troveremmo già l’italiano nelle sue maniere e lessiche e grammaticali.

Quanto al fondo, una lingua è l’altra, giacchè quasi tutte le parole nostre son latine. Ma troppo difficile sarebbe l’indovinare perchè, di due parole viventi nel latino, l’una fosse preferita; così:

Possiamo credere avvenisse così di altre voci che ora usiamo diverse affatto, ma che forse avevano un sinonimo, non mai usato dagli scrittori che possediamo, ma passato nella lingua, come enim, nunquam, etiam, igitur, ergo, ideo.

Abbiamo mora e remora, forse v’era demora, donde il nostro dimora. Potea esservi sucursus, come cursus e recursus. Fatigare ci lascia presumere vi fosse fatica, come litigare, fustigare, navigare, da lis, fustis, navis. Talvolta il nome si formò da un aggettivo, come annales e diarii sottintendendo libri; come ficatum jecur il fegato che mangiavasi coi fichi.

Dedotta una parola dal latino, se ne derivarono altre; come da obblio obbliare, da pettine pettinare, da prezzo prezzare e i suoi figliuoli; da scimia scimiottare. Talvolta la derivazione è diversa da quel che parrebbe: e p. es. posare e riposare derivano il primo da ponere, il secondo da pausare.

In alcune voci variò l’accento, come in ardere, movere, ridere, rilucere, mordere, mungere, nuocere, rispondere, ora abbreviate e più di rado allungate, come in sapere, cadere, e principalmente in nomi, quali filiolus, linteolus, cristallinus.

Il nostro avverbio in mente viene spontaneo da forme latine, avendo in Ovidio celeri mente e insistam forti mente, in Quintiliano bona mente factum, in Claudiano devota mente, e già in Virgilio Manet alta mente repostum[110].

Nella negazione punto, mica, fiore, negotta ci rimase solo la cosa a cui si paragonava; onde Plauto (Pseudolus, I. 4) neque guttam boni consilii: e Festo dice: rem nullius pretii dicimus non hecte te facio. E già nel basso latino troviamo quel vezzo nostro di unire due negative; Petronio ha nemini nihil boni facere; poi nelle formole del Mabillon: nec per meum nullum ingenium nunquam perdedit; e nel Berquigny (Diplomata, t. I. 1086) nullus non praesumat de his speciebus nihil abstraere. Il modo era greco: οὐκ ἐποίησε τοῦτο ὀυδᾶμον ὀυδείς.

Talvolta una parola cambiò senso: ammazzare non significò più uccidere colla mazza; necare fu ristretto all’annegare; tropus del basso latino ci diede troppo; via dovea dirsi per volta, rimastoci in tuttavia, e un via uno.

Quanto alla forma, alla grammatica, le principali differenze consistono,

1. nell’indicare la relazione con preposizioni, anzichè col variare le desinenze; ossia surrogare le pre-posizioni alle post-posizioni degli idiomi agglomeranti;

2. nel premettere ai nomi l’articolo determinato o indeterminato;

3. nel formare coll’ausiliario molti tempi del verbo attivo e tutti quelli del passivo: smettendo cioè il verbo che esprime la passione in atto (legor), per prendere quello dell’azione in effetto (ho letto)[111].

Lasciam via alcune varietà particolari, come i comparativi, come il neutro[112], come il verbo deponente, che non falsarono l’analogia ma l’estesero, e che del resto sono sporadiche, e derivanti esse pure, per vie indicate dai filologi, da un tipo anteriore e comune[113].

Gli usi grammaticali che accenniamo si riscontrano anche in altri idiomi del ceppo indo-europeo; fra gli altri nel persiano e nel tedesco; il che autorizza a credere esistessero già nella lingua parlata a Roma[114]. Ce lo conferma il vedere come talvolta scivolassero anche nello scritto.

E prima le declinazioni sembra che, col tempo, si riducessero tutte alla II, col plurale in i quale passò nell’italiano; nel quale del resto sopravvive qualche traccia di declinazioni in io e me, egli e lui, che e cui; sicchè non può dirsi un sistema innovato di grammatica[115].

Già anticamente, per esprimere le relazioni, ricorrevasi, oltre le cadenze, spesso alle preposizioni, quando per ragioni di chiarezza, quando di varietà. Quintiliano (I. 4) dice: Noster sermo articulos non desiderat; e Gellio (N. Atticæ, II. 25) che il volgare differisce dal latino perchè manca di declinazioni e della varietà di desinenze; e Nonnio reca molti esempj di preposizioni adoprate per la maggior chiarezza. Ad Augusto, Svetonio appone di scrivere meno colla retta ortografia, che secondo la pronunzia, tralasciando lettere e fin sillabe, errore comune (cap. 88); e facendo prima cura l’esprimersi chiaramente, soggiungeva le preposizioni ai verbi, e iterava le congiunzioni, alla chiarezza sagrificando la grazia (cap. 86). Di fatto nel famoso suo testamento troviamo impendere in aliquam rem, invece di alicui rei; includere in carmen invece di carmine o carmini. Nè questo vezzo è raro ne’ classici:

Plauto. Filius de summo loco — Hunc ad carnificem dabo.

Terenzio. Ne partis expers esset de nostris bonis — Si res de amore secundae essent — Alere canes ad venandum.

Lucrezio. Portante de genere hoc.

Cicerone. Homo de schola — Declamator de ludo — Audiebam de parente nostro. E così

Efugere de manibus (Rosc. Am., 52).

Cæsar de transverso rogat ut veniam ad se (15. Att. 4).

Se gladio percussum ab uno de illis. (Milon. 24).

Ecco altri usi del de al modo nostro:

Ut jugulent homines surgunt de nocte latrones. Orazio, Epist.

Una pars orationis de die dabitur mihi. Plauto, Asin., III. 1.13.

Fac ut considerate naviges de mense decembre. Cic. ad Quint., 2, 5.

Vos convivia lauta de die facitis. Catullo, 47, 5.

De principio studuit animus occurrere magnitudini criminis. Cicero, Sull., 24.

E altrove:

Atticus pecuniam numeravit de suo. Cic. ad Planc.

Succus de quinquefolio. Plin., 26. 4. 11.

Orazio. Cætera de genere hoc — De medio potare die — Rapto de fratre dolentis.

Virgilio. Solido de marmore templa instituam, festosque dies de nomine Phœbi — Quercus de cœlo tactas.

Fedro. De credere (in un titolo).

Ovidio. Arbiter de lite jocosa — De duro est ultima ferro — Nec de plebe deus — De cespite virgo se levat.

Plinio. Genera de ulmo.

Svetonio. Partes de cœna[116].

Negli Agrimensori si ha «caput de aquila, rostrum de ave, monticelli de terra».

In Cicerone abbiamo: Ad omnes introitus, armatos opponit — Ad meridiem spectans — Quid ad dextram, quid ad sinistram sit — Esse sapientem ad normam alicujus.

Varrone. Turdi eodem revolant ad aequinoctium vernum — Quod apparet ad auricolas.

Cesare. Magnam hæc res contemptionem ad omnes attulit.

Livio. Patrum superbiam ad plebem criminari — Incautos ad satietatem trucidabitis — Restituit ad parentes (II. 13). — Restituti ad Romanos (XXIV. 47).

Parimenti nei classici troviamo il pronome usato al modo italiano, e l’inde per l’onde o il ne nostro:

Plauto. Cadus erat vini; inde impievi cirneam.

Cicerone. Romani sales salsiores quam illi Atticorum.

Virgilio. Ille ego qui quondam ecc.

Ovidio. Stant calyces, minor inde faba, olus alter habebat[117].

E nel Vangelo: «Exiit Petrus et ille alius discipulus — Currebant duo simul, et ille alius præcurrit».

Da ciò era ovvio il passaggio all’articolo determinante[118]: ma neppur dell’indeterminato scarseggiano esempj.

Cicerone. Cum uno forti viro loquor — Sicut unus paterfamilias — Ita nobilissima Græciæ civitas sui civis unius acutissimi monumentum ignorasset — Tamquam mihi cum M. Crasso contentio esset, non cum uno gladiatore nequissimo.

Orazio. Qui variare cupit rem prodigaliter unam.

Cesare. Inter aures unum cornu existit.

Curzio. Alexander unum animal est temerarium, vecors.

Seneca. Historici, cum unam aliquam rem nolunt spondere, adjiciunt, ecc.

Plauto. Qui est is homo? unus ne amator? — Est huic unus servus violentissimus — Unum vidi mortuum efferri foras.

Plinio. Tabulam aptatam picturæ anus una custodiebat.

Plinio il giovane. Tanta gratia, tanta auctoritas in una vilissima tunica. Vedi pure Cornelio Nipote in Hannib., XIII; e Tacito, Ann., II. 30. Uni libello.

Terenzio. Inter mulieres quæ ibi aderant, forte unam adspicio adolescentulam — Ad unum aliquem confugiebant.

Del qual ultimo verso vienmi a grand’uopo un commento, appostovi da Donato mentr’era ancor viva la latina lingua: Ex consuetudine dicit UNAM, ut dicimus UNUS est adolescens. Unam ergo τῷ ἰδιοτισμῷ dixit, vel unam pro quandam.

Si sa che in Omero non si trova l’articolo, onde Aristarco asserisce ἐλλείτει γὰρ ὁ ποιητὴς τοῖς ἄρθοις ἀεί. Quando lo s’incontra, ha un valore diverso. Così τῆ δεκατῆ non vuol dire il decimo giorno, ma quel giorno, che era il decimo.

In ciò forse l’imitarono gli scrittori latini, tralasciando gli articoli, ma ricompajono abbondanti nella Bibbia, come i segnacasi: Et ecce una mulier fragmen molæ desuper jaciens, illisit Abimelech. Giudici, IX. 53.

Petrus sedebat foris in atrio, et accessit ad eum una ancilla. Matteo, XXVI. 69.

Per diem solemnem consueverat præses populo dimittere unum vinctum, quem voluissent, XXVII. 15.

Et videns fici arborem unam, venit ad eam. XXI. 19.

Interrogabo vos et ego unum sermonem. Ivi. 24.

Interrogabo vos et ego unum verbum. Marco, XI. 29.

Unus autem quidam de circumstantibus. XII. 47.

Nella flessione dei verbi, delle sei forme organiche amo, amabam, amavi, amaveram, amavero, amabo, le sole tre prime ritenemmo: le altre si circoscrivono cogli ausiliarj. Ma già il verbo si trova conjugato al modo nostro. Invece del futuro usano il passato futuro, duravero, respiravero, il quale sincopato in duraro, respiraro, equivale all’odierno, o piuttosto potè formarsi coll’habeo: dicere habeo usavano, e il vulgo a dir ho, donde dirò; siccome i nostri dicono fu nato per nacque, ebbe trovato per trovò, fece offensione per offese, ecc. Parimente si ha in provenzale dir vos ai, in ispagnuolo hacere lo he; e nel greco moderno θελω pel futuro, εκω pel passato[119]. Di fatto quando anticamente si diceva io abbo, io aggio, usavasi pure io amarabbo, io amaraggio; ora che si declina ho, hai, ha, si dice amer-ò, amer-ai, amer-à. La stessa coincidenza appare nel francese e nel provenzale, nello spagnuolo, nel portoghese: anzi nel provenzale antico si ha pregarai vos, o pregar vos ai.

Già nella legge longobarda di Luitprando, tit. 108, § 1, si ha: veni et occide dominum tuum, et ego tibi facere habeo bonitatem quam volueris — Feri eum adhuc, nam si feriveris ego te ferire habeo. Il Grutero porta un’iscrizione del VII secolo, che legge: Quod estis fui, et quod sum essere habetis (Nº 1062). D’origine simile sarebbe il condizionale. Or ecco esempj degli ausiliarj avere e stare:

Cicerone. Satis hoc tempore dictum habeo — Clodii animum perfecte habeo cognitum, judicatum — Bellum nescio quod habet susceptum consulatus cum tribunatu — Domitas habere libidines — Si habes jam statutum quid tibi agendum putes — Aut nondum eum satis habes cognitum? Nimium sæpe exspertum habemus — Haec fere dicere habui de natura Deorum — Bellum habere indictum Diis — Habeo absolutum epos.

Cesare. Idque se prope jam effectum habere — Quorum habetis cognitam voluntatem in rempublicam — Præmisit equitatum omnem quem in omni provincia coactum habebat — Vectigalia parvo prætio redempta habere.

Terenzio. Quo pacto me habueris praepositum amori tuo — Quae nos nostramque adolescentiam habent despicatam.

Virgilio. Quem semper honoratum habebo.

Plinio. Cognitum habeo insulas.

Lucrezio dice che alcuni filosofi errarono, «amplexi quod habent perverse prima viai». A Gellio riferisce l’editto antico d’un pretore su quelli qui flumina retanda publice redempta habent.

La legge Tres tutores porta: «Cum destinatum haberet mutare testamentum. Tale è il frequentissimo compertum habere: e habere conductas. In Plauto trovo anche avere per essere, come da noi usa: «Quo nunc capessis tu te hinc advorsa via cum tanta pompa? — Huc. — Quid huc? quid isthic habet? (che ci ha?) — Amor, Voluptas, Venus, ecc.».

E Tertulliano più alla moderna: «Etiam filius Dei mori habuit — Si inimicos jubemur diligere, quem habemus odisse?» che noi diremmo ebbe a morire, abbiamo a odiare.

A Pompei vedesi scritto: Abiat Venere pompejana irada qui hoc læserit.

Nè mancano esempj di essere come ausiliario. Così Ovidio: «Quassus ab imposito corpore lectus erat» per quatiebatur: e in altri, casus esto, vinctus erit, si furtum conceptum erit, si mortuus erit.

Lucrezio. Manus et pes atque oculi partes animantis totius extant.

Orazio. Hoc miseræ plebi stabat commune sepulcrum: e in Virgilio Dum Troja staret: nondum Ilium steterat: ubi transmissæ steterant trans æquora classe; e in altri stabat acuta silex; stant belli causæ; deserta stat domus. Del quale stare ci sopravanzò stato, verbale di essere. Anzi anche l’andare come ausiliario mostrasi in Virgilio (ite solutæ) e in Orazio (dimissus abibis).

Colla lingua dunque a terminazione variata, consueta negli scritti, viveva quella a terminazione fissa che parlavasi, e che crebbe col volgere de’ secoli, tanto che nell’italiano noi ci troviamo aver conservato le parole che escono in vocale (acqua, stella, porta...), mentre a quelle in consonante appiccicammo una vocale, o ne prendemmo l’ablativo (fronte, arbore, libro...)

Il Galvani[120] mostrò che ne’ primitivi itali c’era si e su, nominativo del sui, sibi, se, e che di là viene il nostro si in si dice, si vuole. In una iscrizione presso il Muratori[121] leggesi: ultimum illui spiritum, come chi dicesse l’ultimo di lui spirito.

L’aggiungere spesso le preposizioni intro e foris tiene del modo nostro: — Ingressus intro (Matteo, XXVI. 58); egressus foras (ivi, 75). Hypocritæ, quia mundatis quod deforis est calicis; (XXIII. 25). Aforis quidem paretis hominibus justi (ivi, 28, dove riconosci il nostro parere, sembrare). Exeuntes foras de domo (X. 14), pleonasmo affatto italiano. Et cum intrasset in domum, prævenit eum Jesus (XVII. 24).

Oltre i vicecasi e i vicetempi, altra differenza grammaticale dell’italiano è il risolvere col che (siccome coll’ὄτι il greco) le proposizioni dipendenti, che il latino mette all’infinito coll’accusativo. Il basso latino, o, come noi crediamo, il parlar popolare v’adoprava il quia e quod, e non ne mancano i classici[122]. La Bibbia ne offre molti esempj. — Ut cognovit quod accubuisset in domo Pharisæi (Luca, VII. 37). Prædicate dicentes quia appropinquavit regnum cœlorum (Matteo, X. 7). Spesso lo usa un autore che scriveva prima dell’invasione dei Barbari, ch’era maestro di retorica, e che pecca di affettazione piuttosto che di negligenza, sant’Agostino. Apriamo a caso le sue Confessioni, e al libro vii. c. 9, narrando come i libri platonici lo avviassero al cristianesimo, dice che in quelli «legi quod in principio erat verbum... quia hominis anima non est ipsa lumen... quia in hoc mundo erat... quia in sua propria venit.... Item ibi legi quia Deus verbum non ex carne, sed ex Deo natus est. Sed quia verbum caro factum est non ibi legi... quia semetipsum exinanivit... quia Dominus Jesus in gloria est Dei patris non habent illi libri. Quod enim ante omnia tempora unigenitus filius tuus coæternus tibi, et quia de plenitudine ejus accipiunt animæ... est ibi». E così prosegue mettendo quia e quod ove i classici avrebbero messo l’infinito, e ove noi mettiamo il che[123].

Senza più dilatarci in esempj, a sovrabbondanza abbiamo veduto come la lingua latina potesse tralasciare qualche sillaba finale; facoltà conservata dalla italiana, ove tronchiamo tante voci, e diciamo ardor, furo, fero, ecc. Ascoltate un contadino toscano, e vi dice a cà, mi pa, u’ o a ì? (dove ho a ire?). Di tali mozzamenti maggior uso fanno ancora i vulghi d’altre contrade. E già il facevano i loro padri all’età romana; e con ciò invece di da mihi illum panem, compendiavano da mi il pane; e Cicerone potè udire questa frase senza meravigliare o frantendere, nè sognarsi che derivasse da imitamento di Barbari.

Le somiglianze o differenze grammaticali, di cui va tenuto maggior conto che delle lessiche, ci autorizzano ad asserire che, delle principali mutazioni nella nuova lingua, nessuna fu portata da imitazione esterna, bensì da evoluzione interna e naturale.

Perocchè, lo ripetiamo, la natura non procede di salto, e ciò ch’è oggi, nasce da quel di jeri. Potreste immaginare un giorno, nel quale gli abitanti d’Italia abbiano cessato di parlare la latina per adottare la lingua del vincitore, o formarsene un gergo, barbarico affatto, e dal quale uscisse poi questa bellissima e organica favella nostra? Non ne aveano essi già tutte le parole dal latino, e tutte le forme dal greco?

Le diversità grammaticali indicano che l’italiano deriva dal latino parlato, anzichè dallo scritto. Questo svolgeasi in ampj periodi e trasposizioni; l’italiano no: quello ha flessioni variate, finali consonanti, mentre l’italiano termina in vocali, e ciò viepiù dove meno Barbari intervennero: segno che persisteva una lingua popolare, in cui era stato introdotto il lessico del latino colto, ma non la grammatica.

§ 12º Andamento consimile nelle evoluzioni di varie lingue.

Che se guardiamo ad altre favelle della famiglia indo-europea, le vedremo tutte tramutarsi da un’antica in una moderna per andamento somigliante, attesa l’identità d’inclinazione e di principj; e passare dal prisco sintetico al moderno analitico.

D’una favella possono alterarsi o l’interna struttura delle parole, o le forme grammaticali. Le parole antiquandosi tendono a surrogare alle consonanti gagliarde e dure le deboli e dolci, alle vocali sonore le sorde dapprima, poi le mute; i suoni pieni s’estinguono a poco a poco e si perdono, le finali dispajono, le parole si contraggono; in conseguenza le lingue divengono meno melodiose; parole che lusingavano l’orecchio, non offrono più che un senso mnemonico e quasi una cifra.

Le forme grammaticali, che possiamo chiamare l’anima delle lingue, di cui le parole sarebbero il corpo, col tempo si confondono fra loro, o si trascurano; s’impiegano fuor di proposito, o si smettono: onde viene un linguaggio mutilato, che, per vivere, conviene adotti organamento nuovo.

E qui rivelasi l’azione rigeneratrice; diremmo oggi, la lotta del vivere. Perita l’antica sintesi grammaticale, smesse le inflessioni, mal distinti i casi de’ nomi, i tempi de’ verbi, i rapporti che prima erano espressi dai segni grammaticali aboliti si dinotano con parole separate, per evitare la confusione; con preposizioni si supplisce alle desinenze che distinguevano i casi con ausiliarj a quelle che indicavano i tempi de’ verbi; i generi si dinotano cogli articoli, le persone coi pronomi. Di tal passo dal sanscrito nacquero il pali e i diversi dialetti pracriti; dallo zendo il persiano, dal greco classico il moderno, il tedesco odierno dall’antico, l’inglese dall’anglosassone, l’olandese dal frisone ch’è affine al sassone, il danese e svedese da quello scandinavo ch’è conservato in Islanda. Così pure dal latino derivarono le lingue neolatine, e specialmente la nostra.

È della natura umana, che una parola che ricorre frequente, la si scorci per parlare più spiccio; si sostituisca un segno semplice a uno complicato: si confondano le gradazioni, si trascurino le distinzioni delicate; e questo svolgimento delle lingue non è sospeso se non quando scrittori classici fanno legge e prefiggono un canone. Il popolo tende a contrarre, a fognare, giacchè parla per parlare, non per parlar bene; e purchè una parola renda il suo pensiero, poco gli cale l’articolarla con esattezza o trascurarne alcun elemento. I’ so per io sono; gnor sì per signor sì; vello per vedilo, Cecco, Bista, Cola, Gino, dugenvenzei sono contrazioni usitatissime; la lingua de’ trecconi è una perpetua contrazione; e così la più parte de’ dialetti. L’uso vulgare confonde le desinenze che distinguono i casi e le persone; darà il genere mascolino ad un sostantivo femminile, o il contrario; dirà voi eri, voi andavi, un poca d’acqua, una libbra e mezzo; porrà l’indicativo pel soggiuntivo, il passato definito per l’indefinito, e ciò non per solecismo ignorante, come chi parli una lingua non sua, ma con regola istintiva, tal che resta comune a tutto un paese, a tutta una classe. Come dunque lo scomporsi, così il ricomporsi delle lingue tiene all’indole dello spirito umano, essendo naturale il rendere con preposizioni od ausiliarj, vale a dire con una sorta di perifrasi, ciò che le modulazioni grammaticali del nome e dei verbi esprimono o male o non più. Se paragoni le lingue primitive colle loro derivate, trovi dappertutto l’accorciamento delle parole. Inoltre ciascun idioma derivato è assai meno ricco di forme grammaticali che i primitivi; il numero duale, che esisteva nel sanscrito, sparve nel pali e nel pracrito; le declinazioni, sì ben distinte nel sanscrito, si confondono nel pali, ch’è suo figlio diretto, nel quale molte voci dell’ottava seguono la prima; di rado si adopera il passivo; la conjugazione offre appena i tempi indispensabili, e uno solo risponde all’imperfetto, al perfetto o all’aoristo del sanscrito.

Come l’alterazione e lo sfasciamento della lingua si manifestano per effetti quasi simili in tutti gli idiomi della famiglia indo-europea, in quasi tutti vi si oppone lo stesso rimedio. Dove i casi divennero troppo scarsi ai bisogni del pensiero, o troppo raffinati per l’uso comune, l’eguale terminazione si adottò per casi differenti, rimovendo la confusione coll’anteporre preposizioni al sostantivo. Ai modi e tempi semplici dei verbi ne furono surrogati di composti cogli ausiliarj essere, avere, volere, fare, venire, divenire. Nel bengali, derivato dal sanscrito, se ne formano quattro modi; potenziale, ottativo, inceptivo, frequentativo, e molti tempi. Nell’indostani, dialetto più alterato che il bengali per straniere influenze, si adoperano essere e dimorare come ausiliarj, il passivo formasi con raddoppiare il verbo essere, e n’è ausiliario il verbo andare. All’antica declinazione zenda, che è conforme alla sanscrita, nel persiano moderno in molti casi si supplì colle preposizioni der, be, ez; sono composti il passato e il futuro, e la voce passiva formasi col verbo essere. Il greco vulgare perdette il passato perfetto; il piuccheperfetto forma mediante il verbo avere, e il futuro mediante il volere, come in inglese; avanti al soggiuntivo pone il να, come in francese il que.

Anche le germaniche sostituirono preposizioni alla terminazione dei differenti casi; tutte si valsero degli ausiliarj dovere, diventare o volere pel futuro, il quale uso degli ausiliarj fu già conosciuto, sebbene non sempre usato da Ulfila, che nel quarto secolo tradusse in gotico la Bibbia. Altrettanto nei dialetti slavi moderni. Nell’antica lingua slavona già si trova il preterito, composto con iesmi (io sono), e due altri tempi formati con ausiliarj. Fra le celtiche, l’irlandese, che conserva i monumenti più vetusti, presenta pure forme grammaticali, mancanti a tutti gli altri dialetti, e vestigia di declinazioni, e specialmente il dativo plurale in aibh, analogo al sanscrito bhyas, e al latino abus. I dialetti bretoni e cornovalesi, più discosti dal tipo primitivo che non il gallese, hanno l’ausiliario io fo; mi a gura in cornovalese, me a gra in bretone. Il gallese esprime il passivo con terminazioni speciali; il bretone non le possiede più, e si vale del verbo essere come le lingue neolatine: il cornico sta di mezzo, conservando le forme passive del gallese, e adoperando il verbo essere come il bretone.

Anche noi nel verbo perdemmo molti tempi, e il gerundio, il supino: nei conservati si soppresse generalmente la consonante finale; gli altri si formarono cogli ausiliarj. Del passivo ci restò solo il participio passato, che serve a formare, coll’avere, i tempi dell’attivo, e coll’essere quei del passivo, contenendo però in sè la sola determinazione, mentre tutte le relazioni del soggetto, numero, persona, tempo, modo spettano all’ausiliare. Perduto è affatto il deponente. Il comparativo sparve quasi in italiano, ma già i Latini vi sostituivano il magis, come magis pius, conservato in altre lingue romanze (mas dulce spagnuolo): e talvolta il plus, come plus lubens, in Plauto, plus formosus in Nemesiano.

L’analogia degli accidenti alfabetici s’incontra dappertutto. Come lavo fa lotus, così causa fa cosa; amavit fa amò. I dittonghi si contraggono, e come seibi in sibi, jous in jus, così audio in odo. Alcune lettere si ommettono, altre si aggiungono per eufonia, o mutansi secondo l’affinità di organi; talune si traspongono sì, che da metuo viene timeo; da magro gramo; da peramare bramare, da metipsum medesimo, fa verecundia vergogna, da dum interim dommentre, poi mentre. La h non fu più aspirata, sicchè divenne superflua; la j cambiossi in g; la x in s; crebbe l’uso della z.

Ognuno vede come facilmente, coi processi indicati, si venisse a fare ciò da ecce hoc, colà da ecce illuc; così da æque sic, ac si, che ne’ dialetti è ancora acsì e ixì; come e como da quo modo; da hanc horam e illam horam ancora e allora; da ad ipsum tempus adesso; da tunc dunque; da ab ante avanti; da post dopo; da retro dietro; da per hoc quid (allungamento invece di nam) l’imperciocchè; il quale da ille qualis, come nel neogreco ὁ ὁποῖος: da ecc’ille quello; da ecc’iste cotesto, cotestui, questo; da veh vai e guai, come in guasto mutossi vasto, in guado vado. Le tre forme di affermazione sì, oil, oc sono dal latino sic est; illud est; hoc est[124].

Da per tutto ci salterà all’occhio questo studio, o dirò meglio istinto del raddolcimento, manifestato col troncare, aggiungere, trasporre: nè di più si richiede per ridurre italiane la più parte delle voci latine.

Non sono abbastanza spiegate certe ragioni eufoniche, per cui una lingua predilige un tale accento, una tale cadenza, una tale combinazione di vocali e consonanti. Quando la favella si trasforma per costituirsi in linguaggio, le parole assumono alterazioni successive piccolissime, finchè incontrano una tale combinazione di suoni che resta prevalente, e determina l’indole eufonica d’essa lingua. Così l’italiano finisce le parole o piane o sdrucciole in vocali, il francese in consonanti coll’accento sempre sull’ultima sillaba e colle nasali; lo spagnuolo ha vocali chiare ma strette, mentre il portoghese le ha cupe: nell’inglese sibilano i suoni fra i denti; nel tedesco si conserva l’accento su ciascun componente delle parole e si pronunzia per tono di voce, anzichè per accento prosodico: nelle lingue semitiche abbondano suoni gutturali e fortemente aspirati. Introducendo in quelle lingue parole forestiere, queste s’acconciano al tipo eufonico.

L’alterazione prodotta dall’uso è viepiù sensibile, quanto più la lingua alterata avanza di età, e più risente delle abitudini popolari, cioè è più parlata e meno scritta. Il vecchio latino appare aspro nel rozzo numero saturnino; e tale si conservò in gran parte nello scritto: ma favellando si temperava per sentimento di eufonìa, sin a ledere la grammatica. Quest’alterazione, già operata dal vulgo ne’ bei tempi romani, e talora accettata dagli scrittori[125], io penso tenesse ai prischi idiomi italici, e vorrei dedurne che la nostra lingua non originò dalla conquista germanica. Il latino volgare avea forme più povere e parole differenti dalle classiche. Da una letteratura esotica, tutta artistica, non nata col popolo nè svolta con esso, venne la lingua scritta, senza impedire che, in bocca al popolo, seguisse la legge universale del movimento, a segno che quando quella potè prodursi in iscritto, si trovò ben differente, modificata senza scrupoli filologici.

Ne segnammo le vestigia nelle iscrizioni, massime dei primi Cristiani, fatte da persone vulgari, cioè che scriveano secondo uso, non secondo grammatica; e più la coltura diminuiva, più gli scriventi s’avvicinavano alla pronunzia, piuttostochè all’uso letterario. I Padri greci continuarono a scrivere meglio de’ latini, perchè la loro lingua essendo più naturale cioè conforme alla parlata, non richiedeva molta coltura; mentre la latina, così artefatta, corrompevasi col diminuire degli studj ad essa necessarj. Oltrecchè l’uditorio de’ Greci era di persone civili, mentre quel de’ Latini componeasi spesso di schiavi o liberti o stranieri importati.

I popoli germanici importando molte voci, indirettamente ajutarono la decomposizione del latino, mentre le tradizioni e le abitudini letterarie da cui erane protetta la purezza, si corrompeano, e il negletto linguaggio delle classi incolte, di quei Casci, di cui dice Cicerone che la lingua non istudiavasi, prevaleva nell’uso all’accurato della classe forbita. Una lingua non perisce se non colla società che la parla: e qui appunto periva la società colta, e con essa il parlare accurato, e riviveva il popolare. Onde alla lingua latina si surrogarono gli idiomi neolatini in virtù di leggi intrinseche e generali, e non per particolari avvenimenti.

La filologia comparata provò che non fu sempre la lingua più organica, in conseguenza la più bella, che venne ricevuta per nazionale. L’alto tedesco è incontestabilmente inferiore al basso tedesco, eppur divenne lingua letteraria dacchè Lutero lo adoprò a tradurre la Bibbia.

§ 13º Influenza de’ Barbari. Periodo di scomposizione.

Le cause di alteramento della lingua letteraria latina crebbero dacchè irruppero i Barbari, e scossero prima, poi annichilarono l’impero romano. È notevole che gli elementi lessicali germanici, divenuti parte dei parlari latini (contano da 300 voci comuni a tutti), s’incontrano egualmente in tutti questi nelle diverse regioni romane. Ciò è indizio che tale immissione è ben più antica dell’ultima invasione, e risale a un tempo quando il latino aveva ancora tanta vitalità, da non poterne venir modificato secondo le varie contrade. E forse si identificava coll’estendersi del latino fuori delle regioni natìe per mezzo delle colonie e degli accampamenti.

Ormai nessuno più crede che i Barbari fossero fiumi di popoli, che affogassero gli indigeni, e portassero non solo devastazione e micidio, ma sovvertimento generale. Fossero anche stati numerosissimi, sarebbe insolito il fenomeno d’un popolo conquistatore, che al conquistato impone la propria lingua. Nelle due Americhe le colonie antiche conservano la favella materna, mentre la conservano anche i prischi abitanti. Che se talvolta quella prevalse, ne fu causa la sua maggior coltura; come nelle colonie eoliche e doriche della Sicilia e della Magna Grecia. Pei Barbari in Italia il caso era l’opposto: una gente rozza sovrapponevasi ad una colta; e se a questa imponeva le leggi sue, doveva ricorrere ad essa fin per iscriverle.

Dov’è però a notare che l’esclusivo patriotismo degli antichi idolatrava la patria favella, repudiando ogni altra. Fra le servitù che Roma imponeva ai vinti, era l’obbligo di parlar latino[126]; Claudio imperatore tolse la cittadinanza ad uno di Lisia, il quale non seppe rispondergli in latino[127]; davanti al Senato contendevasi se avventurare o no un tal vocabolo di greca etimologia, e Tiberio imperatore voleva ricorrere ad una circonlocuzione, piuttosto che dire monopolio.

Da ciò alle antiche favelle l’unità, il carattere specifico, non alterato nelle derivazioni e ne’ composti, mentre le moderne sono formate dei frantumi di varie, sicchè in un solo periodo potresti incontrar voci delle origini più disparate[128]: oltrecchè più popolare essendo la letteratura, meno squisita riesce la forma. Così avvenne del latino, introdotto in paesi, la cui gente aveva gli organi abituati ad altri suoni, e lo spirito ad altra sintassi. Se, come pretende Fauriel, la lingua latina fosse stata decomposta dalle indigene di ciascun paese, dovrebb’essere riuscita differentissima, mentre da per tutto appare simile a quella de’ paesi dell’antico Lazio.

La località fu però uno de’ fattori de’ nuovi linguaggi: e per es. nell’Italia dove il latino parlavasi, le parole conservarono l’estensione; nella Gallia si raccorciarono. Ma che a generare le lingue, dette romanze perchè uscite dal romano, principal parte contribuissero i Barbari, è tutt’altro che provato. I Goti dominarono lungo tempo la Spagna, eppure a stento riscontri alcun vocabolo gotico in quell’idioma, che dall’invasione araba confinato tra le montagne delle Asturie, colla vittoria e colla croce ne discese, e s’impossessò di alcuni termini arabi, di alcuni francesi, ma in fondo rimase latino. Venezia non fu invasa da alcun Barbaro, Verona da tutti, e i loro dialetti si somigliano ben più che non il veronese col contiguo bresciano, o questo col bergamasco, o il bergamasco col milanese, separati appena da qualche fiume. E appunto un corso di acque o la cresta d’un monte frapponevasi a due linguaggi diversissimi, quant’è il toscano dal bolognese. Qui che hanno a fare i Barbari? Se l’articolo ci fosse dato dal tedesco, qualche traccia propria ne resterebbe, mentre non ve n’ha alcuno, anche de’ varj dialetti, che non si derivi e spieghi col e pel latino[129].

La lingua è tradizione, che si fa dalle madri, onde ben dicesi materna; nè gli stranieri ci hanno a vedere. Il cambiamento è neologismo, non barbarismo. Fosse anche durato l’impero, la trasformazione sarebbe avvenuta. Spagna, Portogallo, Francia hanno lingua simile all’italiana e come questa derivata dal latino, ma dal latino popolare non dallo scritto. Ora è certo che i dialetti conservaronsi fra i varj popoli, malgrado il latino; e che colà mai non fu parlato il latino proprio. Raynouard sostenne si fosse formata una lingua comune romanza, da cui derivarono le altre. Ma ciò supporrebbe che già fosse comunemente parlato il latino, val a dire che si fosse cambiata la grammatica originale di que’ paesi nel breve tempo della dominazione romana. Provasi che ciò non fu. E ripugnerebbe pure che il latino, mescolandosi colle lingue originarie differenti, producesse una lingua simile in tutte.

§ 14º Periodo di formazione dell’italiano nell’età barbara.

In somma la lingua parlata scostavasi più sempre dalla scritta, fino a riuscirne due diverse; anche i Barbari conservavano la favella nazionale, ma per ispiegarsi coi vinti adottavano un gergo fra il tedesco e il latino, bilingui anch’essi. Che se in altri paesi il vinto ingegnavasi di usare la lingua del vincitore come segno di emancipazione, l’Italiano preferiva l’antica come ricordo di gloria; e il vincitore stesso che non avea letteratura, valeasi di quella del vinto. Nè solo i preti e i notaj erano latini, ma in latino furono scritti e l’Editto di Teodorico, e le sue lettere, e le leggi de’ Longobardi, sebbene sia dimostrato che queste non doveano servire se non pei conquistatori. In esse sovente alle parole latine s’aggiunge il sinonimo vulgare[130]: prova evidente dell’esistenza di questo, e che trapela anche dalle poche carte di quell’età. Nel feudalismo, i signori trovandosi diffusi nei castelli, in contatto cogli indigeni anzichè coi loro nazionali, smetteano più sempre il tedesco, e diventava comune anche a loro il vulgar nostro nel parlare, il latino nello scrivere.

Quando gli studj erano così scarsi, difficile dovea riuscire lo scrivere questa lingua, mentre già in un’altra si pensava e parlava; ciascuno v’inseriva gli idiotismi del proprio paese; e, come in idioma non famigliare, vacillavasi per l’ortografia, pei reggimenti, pei costrutti[131]. Laonde ne’ rozzi scrittori di carte e di cronache è a cercare l’origine dell’italiana, o dirò meglio l’inconscio mutarsi dell’antica nella nostra favella, prima che fosse adottata per libri.

Il Codice Longobardo abbonda di modi traenti agli odierni: Rotari, leg. 218. Vadat sibi ubi voluerit: riempitivo tutt’italiano, se ne vada.

299. Si quis vitem alienam de una fossa scapellaverit. Quest’ultima voce dicesi ancora in Piemonte, come masca per strega: Striga, quod est masca. Ivi, 197.

302. Capistrum de capite caballi.

303. Pistorium per pastoje, come alla 296 sogas per soghe; alla 306 pirum aut melum; alla 345 caballicare per cavalcare; alla 382 cassinam per casa campestre; alla 387 genuculum per ginocchio.

Nelle leggi di Liutprando, alla VI, 68 occorre scemus; alla III, 4, Faciat scire per judicem; alla IV, 3, In manus de parentibus suis, et in præsentia de parentibus suis; alla V, 3, matrina aut filiastra.

Il Canciani trasse dall’archivio di Udine una Legge Romana; e sia, come a lui sembra, dei tempi carolingi, o sia piuttosto un’irrazionale accozzaglia, noi, guardandola solo filologicamente, vi troviamo: Con mandatis principumIpsa uxor da marito suoProsequat cujus essere debeatSi hoc scusare potest (lombardismo frequentissimo) — Ancilla quam in conjugio prese — Ante per suam tema (timore). — De aliorum facultates male favellant — Si illa judiciaria per sua cupiditate prendere presumserit — Per fortia violaveritDe furtivo cavallo — Cujus causa minare voluerit — Ad unum de illos judices — Per sua culpa — Ad unum dare voluerit plusquam ad alium — Quod minus precium presisset, quam ipsa res valebat.

Nelle formole sulle Leggi Longobarde, dal Canciani stesso riportate al vol. V, pag. 85 delle Leges Barbarorum, incontrasi:

Petre, te appellat Martinus, quod tu comprasti decem modios de frumento.

Tu tenes sibi unum suum bovem.

Plus valebat quando tibi deditNon est verum.

Tu minasti Mariam ad aliam partem.

Volo tollere eam ad uxorem.

Invenisti unum suum caballum, et minasti ad clausuram.

De torto.

Tene tuum bovem, et da michi debitum.

Ora disponiamo, secondo la loro età, alcuni testi.

Anno 715. Il prete Aufrit interrogato, risponde: Quando veniebat Angelo de Sancto Vito, faciebat ibidem officio; et quod inveniebat a Christianis, totum sibi tollebat... e termina l’interrogatorio: Sed postea quam ego presbiter factus sum, semper ego ibidem missa faciebam. Nam in isto anno Deodatus episcopus de Sena... presbiterum suum posuit uno infantulo de annos duodecim etc.... (Antiq. ital., VI. pag. 375). Orso prete disse: Vecinus sum cum istas diocias... Nam episcopus Senenses numquam habuit nulla dominatione... Iste Adeodatus episcopus fecit ibi presbitero uno infantulo, habente annos non plus duodecim, qui nec vespero sapit, nec madodinos facere, nec missa cantare. Nam consobrino ejus coetaneo ecce mecum habeo: videte si possit cognoscere presbiterum esse. Ib., p. 378.

715. Idio omnipotens. Ib., III. 1007.

Fortia patemus, et non presumemus favellare. Carta senese appresso Brunetti, I. 439.

720. Medietate de casa mea infra civitatem, cum gronda sua libera. Ant. it., III. 1003.

Garibaldus Tosabarba riceve a fitto un campo di santa Maria di Cremona, nei documenti del Troya, n. 441.

723. Post nostrum decessum, quem ivi ipsi monaci de ea consacrationem eligere ipsum aveat ordinatum. Brunetti, I. 275.

730. Et Gagiolo illo prope ipsa curte, ora præsepe. Ib., 518.

De uno latere corre via publica. Ant. it., III. 1005; bell’idiotismo toscano, ancora vivo; e così al 760, De suptu curre fossatum, et ab alio latere curre vigna. Brunetti, I. 570; e al 746: Cui de uno latum decorre via publica. Doc. lucch., II. 23.

736. Si eum Taso aut filiis ejus menare volueris, exeas. Brunetti, i. 491.

743. In via publica, et per ipsam viam ascendente in suso. E ivi stesso gambero, molino, capanna. Ant. ital., I. 517.

746. Da capo pedes sexaginta... di una parte terra... di alia parte... da capo vinea et da pede... di presente solutum. Carta di Chiusi ap. Brunetti, i, 522.

754. Mezzolombardo chiamasi un diacono cremonese nel codice del Troya, n. 683.

762. Fratellum presbiterum scribere rogavi: e nella soscrizione: Fratellus presbiter. Doc. lucch., LVI.

763. In una carta pisana: Et si ego non adimpliro ita, in ipsorum sacerdotis sia dominio hæc adimplendo. Ant. ital., III. 1009.

765. In una lucchese: Gustare eorum dava: Sua voluntate dava. Ib., 745.

766. Ita decrevimus ut per ipsum monasterium sancti Bartholomei fiant ordinata et disposita. Brunetti, i. 289.

767. Excepto silva qui fue de ipsa corte... Excepto forte Fosculi, qui fue barbano (barba, zio) ejus. Ant. ital., V. 748.

770. Hoc decerno, ut cum ipsis rebus quas vobis concido, vel pos meo decessu reliquero, siatis in monasterio, ut per singulos annos persolvere debeatis pro anima mea in ecclesia Sancti Salvatoris... per quam abueritis, reddatis in ipsa ecclesia vel ad ejus rectores in aureo soledo uno, aut pro auro, aut per circa, vel pro oleo, aut per quem volueritis in ipso Dei templo, pro anima mea reddere debeatis. Brunetti, i. 287.

Frasi italiane da un pessimo latino traspajono negli insegnamenti d’un chimico dello stesso secolo, ove si legge: Cuse ipsas pelles, laxa dissicare, batte lamina; et post illa battuta, per martellum adequatur, tam de latum quam de longum; scaldato illo in foco, batte, et tene illud cum tanalea ferrea; sed tornatur de intro in foras; dextende eum, ibi scalda, pone ad battere, sufficienter; modicum laxa stare, et lixa illud, ecc. — Imple carbonibus et decoque, ut superius diximus, josu (giuso) ligna et sus carbones. — Et si una longa fuerit vel curta, per martellum adequatur (Ant. italicæ, II. 380). Chi negherà che costui parlava italiano?

Nel musaico che da papa Leone III ponevasi in Laterano il 798, cioè nella città più colta del mondo e dal ristauratore degli studj, è scritto: Beate Petrus, dona vita Leoni pp. e victoria Carulo regi dona; dove già vedete abbandonate le desinenze, e raccorcia la congiunzione. Allora il popolo alle preci rispondeva Ora pro nos. Tu lo adjuva. Nel testamento di Andrea arcivescovo di Milano nel 903 si legge: Xenodochium istum sit rectum et gubernatum per Warimbertus humilis diaconus, de ordine sancte mediolanensi ecclesie nepote meo et filius b. m. Ariberti de befana, diebus vite sue. E quattro anni più tardi un altro: Pro me, et parentorum meorum, seu domni Landulphi archiepiscopi seniori meo, animas salutem. E altrove: Foris portæ qui Ticinensis vocatur — Ego Radaperto presbitero edificatus est hanc civorio sub tempore domno nostro...

Strafalcioni così madornali, e fra persone addottrinate come erano prelati roganti e notaj rogati, convincono che il latino non parlavasi più nemmeno fra la classe elevata; giacchè chi detta in lingua propria accorda nomi e verbi senza dar in fallo, mentre in bizzarre sconcordanze inciampa chi presume adoperarne una differente. Di qui pure la durezza delle costruzioni, l’ineleganza degli idiotismi, la mancanza di spontaneità, la varietà degli stessi solecismi, attesochè non provenivano da un comune modo di favellare, ma dal capriccioso faticarsi di ciascuno per latinizzare il proprio linguaggio.

Ne è novella prova il vedere che spesso il notaro o lo storico credesi obbligato a spiegare in vulgare il nome latino. Così san Gregorio Magno circa il 594: Ferramenta, quæ usitato nomine nos vangas vocamus.

In un sermone del beato Ramperto dell’838 a Brescia, raccontasi d’una bambina che correva nelle braccia del padre gridando vulgari voce, Atta Atta, che è il tatta di cui già dicemmo.

Nella vita di san Colombano, scritta il decimo secolo (Acta SS. sec. VII, pag. 17): Ferusculam, quam vulgo homines squirium vocant (écureuil, ghiro).

Nel monaco di Bobbio (Ant. ital., II. 350): Legumen pis, quod rustici herbiliam vocant; e ancora il pisello dal vulgo lombardo chiamasi erbii, erbei, erbion.

Il monaco di Sangallo dice che i levrieri in lingua gallica si chiamano veltri.

Elgando nella storia di re Roberto: Exuens se vestimento purpureo, quod rustice dicimus campum.

Raterio di Verona: Cum calcariis, quos sparones rustice dicimus.

Nella vita di sant’Ermelando, scritta nel 700: Aderat tunc quispiam, qui dicerit nannetensem episcopum habuisse piscem, quem vulgo nampredam vocant (lampreda).

Incmaro (tom. II. p. 158), Bellatorum acies, quas vulgari nomine scaras (schiere) vocamus. — Tanta dedit militibus, quos soldarios vocari mos obtinuit.

Lo stesso nella vita di san Remigio dice che questo diede a re Clodoveo plenum vas, quod vulgaris consuetudo flasconem appellat, de vino quod benedixit.

In un decreto della contessa Matilde: Casa salariata, a petra et a calcina seu arena constructa (Ant. ital., I. 489).

Nel 941: Subtus vites que topia vocatur. Rer. ital. script., I. 953.

Gran conto si fa dei numerali nello stimare le somiglianze fra le lingue. Or eccone qualche esempio:

715. Habeo annos plus cento. Ant. ital., VI. 379.

730. Soldos trentas, III. 1004.

767. Casa quod in cambio evenne locus qui vocatur cinquantula, 145.

777. Persolvere debeamus uno porco, uno berbice, valente uno tremisse. I. 723.

804. Debeamus uno soledo argento. III. 1019.

816. In una carta pisana: Quarta petia cum vitis in dullio, avent in longo pertigas quatordice in traverso, de uno capo pedis dece. Secunda petia cum vitis in long, perticas nove in traverso, de uno capo duas pedis, cinque de alio capo.

914. In una lucchese: Numero tre.

Meglio che una lunga serie di voci è valutato dai filologi il trovare le alterazioni di nomi, inusitate alla latina, e proprie della favella odierna. Recammo qui sopra più d’un esempio dell’i efelcustico preposto alla s impura. I Documenti Lucchesi ci danno all’anno 726 iscripsi per scripsi; al 749 istabilis presbiter; al 772 iscriptor, ed hec meam offensionem firmam et instabile valeat permanire. Poi abbiamo:

747. In loco qui dicitur Castellone. Doc. lucch., II. 24.

754. De suprascripto casale Palatiolo. Brunetti, I, 550. Trattasi di san Pietro in Palagiolo a Lucca.

Locus qui vocatur Palagiolo... abeat in simul casa Magnacioli; e al 977 terra quæ esse videtur Orticello. Doc. lucch., II. 154.

775. Reddere uno porcello annotino. Ib.

781. A Pavia per silvam de Mallo, et inde in collinam. Ant. ital., V. 86.

828. In fondo Veterana Casale, qui vocatur Granariolo. Doc. Lucc., II. 142.

975. A Pisa, de omnis nostris casis et casinis. Doc. lucch., III. 41.

1092. Res quæ rejacent juxta ponticelli Rodani. II. 186.

1196. Guiglia Balzana quæ est in Gotticella. 90. Nell’inventario dei beni del vescovado di Lucca all’VIII secolo: Reddit de una orticello den. VI. Urso de una crotta et de uno orticello den. XII... In Elsa, casa dominicata, kanava, et granario, fenile, curte, et orto, ecc.

Ripigliando il nostro andare cronologico, troviamo:

770. Hic Luca propter chrisma nos mittebant (è l’idiotismo nostro mandare per una cosa) ad tollendum ab episcopo, et cavallicaturam cum ipsis presbiteris faciebamus. Rogito in Collina. Brunetti, I. 612.

771. Uno capo tene in vinea de filio qm. Lopardi. Ib., 73.

777. Et si nos parati non averemus; et nos redderemus ipso capital in integro, licentia aveatis tu, aut tuos heredes supradicta terra avire, et dominare. Ant. ital., III. 1014. Di quest’anno riferisce il Muratori un istrumento, ove molti testimonj son firmati con nomi all’italiana. (Ib. II. diss. XXXII).

780. Calsato e vestito trovo presso il Barsocchini, ove pure donna per domina al 778, desti per dedisti all’839, nera all’873, sunnominato al 962. Carlo Magno, l’anno che calò in Italia, faceva all’abate di Nonantola una donazione ove si legge: Hanc vera paginam Ortuino notario a scrivere tolli (tolsi a scrivere), et roboriada con testibus complevi. Ant. ital., V. 649. In Agnello da Ravenna, scrittore del IX secolo, che adopera banda per schiera, siclum per secchio, ecc., è raccontato che, mentre esso Carlo pranzava colà da Grazioso arcivescovo, questi gli diceva Pappa, domine mi rex; e poichè l’imperatore non capiva questa parola, gli spiegò che pappare vuol dir mangiare. In altri documenti presso il Muratori leggiamo colonna, rio torto, allegro, piccioni, conquisto.

785. Respondebat joannes cum fratello advocato suo... Et per singulos annos gustare eorum dava in ipsa casa. Doc. lucch., IV. 118.

786. Sicut promise diligentibus sivi... tunc siamus compenituri... hanc cartulam iscrivere rogavi. Doc. lucch., IV. 121.

796. I scio Ascansuli pater istorum esse (i’ so). Ant. ital., III. 1015.

805. Via currente de medio die et sera.... alia terra aratoria campiva... apparuit quod pars ecclesie pegiorata non recepisset. Lupo, I. 637.

806. Una petiola de terra mea vidata posita inter fines da mane Deusdedit de Bonate, et da monte viam, da medio die et sera fines nostre basilice. Ib. 641.

808. Per singulos annos reddere debeamus vobis una turta, duo focacie bone, un pullo et animale, valente dinari septe. Doc. lucch., II. 209.

815. Mihi dedit ad lavorandum quondam Ghisprando negotiante. Ant. ital., I. 568.

819. Licentia abeatis vos nobis pignorare bovi, cavalli, serbi, sive alia pignora nostra, quali a nobis jungere potueritis. Doc. lucch., II. 257.

827. Et insuper admonuit, ut ipsa causa diligenter inquireret, et ea secondo leggi vel justitia liberare fecisset. I. 481.

831. Minuti noi Lombardi diciamo i ricolti minori; e un documento lucchese dà: Et quarta parte de lavoro minuto, lino, fasiolo seu vecia.

836. Nel capitolare di Sicardo principe di Benevento (ap. Peregrini, Hist. princ. long., pag. 75) si trova Neque per exercito aut cursas, neque per scammeras — De aliis personis vel rebus habeat sicut proprium suum menandum et gubernandum — Si quispiam militem ligare aut battere presumpserit — Et si quispiam homo super furtum inventus fuerit, et non dedierit manum ad prendendum se — Non abeat licentiam a partibus foris civitatem cavallum aut bovem comparare.

847. Ipsa terra casata, et due pecie de terra curtiva... quod pertinet de ipso visitando valleringasco. Lupo, i. 728.

866. Tibi trado et vendo cum cesis et fossis. Doc. lucch., II. 476. In Lombardia diconsi sces le siepi, come dicesi topia il pergolato, che trovammo qui sopra.

877. In presentia bonorum hominum presi vestitura de res illas.... sic vestitura preserunt. Cod. Dipl. lomb.

898. Quarta pecia ubi dicitur Pradello... quinta pecia ubi dicitur Runculo... prima pecia est in loco ubi dicitur Busariola. Lupo, i. 1077.

902. Potere approvare. Doc. lucch., II. 476. E al 928 Sotto monte; al 983, montanino; al 984, ingordo, detto a proposito di misura: ad legittima galletta et non ingorda, che in lombardo dicono agordo.

960. Nell’archivio di Montecassino è una carta del 960 contenente una sentenza di Arigiso, che giudica in favore di quel monastero per una lite di confini. La deposizione de’ testimonj è in pretto vulgare. Il giudice propone ad essi che testificando dicant: Sao che chelle terre per chelle fini che contiene, per trent’anni le possete parte Sancti Benedicti (Gattola, Accessiones). In un’altra dei primi anni del 900: Sono pront di obedire et facere lo che me comanda lo dicto iudice Opizone.

988. Et ille quarta dicitur Longovia.... et ille quinta dicitur Fossa.... in loco et finibus ubi dicitur Campo Calderale. Doc. Lucch. Questo ille è l’articolo: onde in un livello di beni di casa Rinuccini nel 1003 s’indicano varie pezze di terra, illa una in loco Ponano, illa alia in loco Versinne, illa terza pezza in loco Ordinnano. — Ricordi storici del Rinuccini, p. 83. Monsignor Fontanini, Dell’eloquenza italiana, lib. II, diede una vita di san Pietro Orseolo del decimo secolo, dove si legge: Abba, rogo, frusta me; e poi: Credule mihi (credilo a me).

Molti nomi di luoghi trovansi affatto italiani, oltre i già addotti:

715. Ecclesia sancti Antonii De Castello. Ant. ital., V. 377.

767. Fundum centu colonna, qui vocatur Runco. Ant. ital., III. 890.

— In una carta bresciana; Donna Anselberga, abatissa monasterii sancti Salvatori, in loco qui noncupatur Rio Torto, uno capo tenente in ipsa chesa, et de alio capo Ioannes etc. Ib., II. 219.

772. Monasterio Sancti Petri in loco qui dicitur Monsverde. Brunetti, i. 282.

774. Silva nostra cum corte, quorum vocabulum est Montelongo. Ant. ital., I. 1003.

776. A tramuntanu Riu rosso, II. 199.

781. Deinde in locum qui dicitur La Verna, III. 86.

783. Monasteriolum in loco La Ferraria. Diss. XXXII.

799. S. Cassiani finibus Castellonovo. Doc. lucch., II. 163.

807. Vendo tibi una casa mea massaricia, quem habeo in loco Pulinio, ubi resede Ouriprandulo massario meo. Ib., 208.

819. Una petia de terra quod est saliceto, quæ est ubi dicitur a rio Tiola....et alio lato tenet in padule. Ib., 259.

822. Et ponimus in ista sorte petiole ille de vinee qui dicitur da Baraccio in integrum, et medietate de vinea nostra, ad Pastino. Ib., IV. part. II. app. p. 32.

843. In locum quo nominatur Casa alta, leggesi in un mattone trovato in San Faustino di Brescia.

879. Intra hanc civitatem Mediolani, non longe a foro publico quod vocatur Assemblatorio. Ant. It., III. 774.

883. In loco qui vocatur Fontane comitatu brixiensi. II. 205.

891. Concedimus in præfato monasterio, pro mercede animæ nostræ vadam unum in Pado ad piscandum, ubi nominatur Caputlacti, habentem terminum superiorem in Cocuzo Gepidasco. Ant. ital., III. 44.

896. Domum novam quæ vocatur Masons. I. 454.

898. In loco qui dicitur Venero Sassi, V. 604.

940. Costantino Porfirogenito dà a Benevento e a Venezia il nome di città nova. De admin. imp., c. 27 e 28.

944. Decimus de Villa quæ vocatur Casale grande. Ant. ital., V. 204.

948. Totum et integrum fundum qui vocatur Due Rovere. II. 475.

957. Dagiperto vescovo di Cremona permuta alcuni beni, fra cui Roca una, idest monticello. Odorici, Cod. dipl.

964. Una cappella in comitaua brixiensi, locus ubi dicitur Casal alto. Dionisii, Vet. Ver. agri topog., diss. XXIII.

967. Valle quæ dicitur Torre. Ant. ital., V. 466.

970. In un placito si rammenta che Ottone fece in Ravenna fabbricare un palazzo, penes muros qui dicitur Muro Novo.

972. In fundo qui dicitur Bagnolo. Ant. ital., III. 494.

— In un placito del marchese Oberto d’Este, nelle Antichità estensi, par. I. Piscina quæ dicitur Pelosa de manca et alia parte ascendentem per fossatum qui dicitur Romdeso.

991. In un catalogo dei possessi del vescovo di Lucca: Alio capo tenet in terra Bonafedi... uno capo in terra del Cavatorta, alio capo in terra Signorecti... campo in via Mezana... alio lato in terra qui fuit qd. Ughi da S. Miniato: in loco casale quod est boscho; alio capo in terra del Wamesi... uno capo in terra del Manciorini.

E in un altro catalogo contemporaneo: Terras et vineas cum bosco; In Col di carro dimidiam masiam... Anselmuccio casam unam. Nella già citata vita di san Colombano, un monte presso Bobbio è denominato in lingua rustica Groppo alto.

994. Sancta Maria da li Pluppi. Ant. ital., II. 1035.

1005. In loco prope ecclesia Sanctæ Juliæ, ubi dicitur Fondo maggiore, III. 1069.

1023. Nella Permutatio de Monte Cretactio nelle Regesta Permana: Ipsam meam curtem de Moteriano... et in ipso colle de la curte... da capo terra de singulis hominibus; da pede litoris maris. Ivi stesso in carta del 1010: habet finem da capo, rigo qui dicitur fluvio; da pede cum littore maris.

1026. Quædam bona in civitate Placentiæ, ubi dicitur Campagna. Ant. Ital., V. 679.

1029. Prope loco qui dicitur a le Grotte. Annali camaldolesi.

1034. Monasterium sanctæ Dei Genitricis Mariæ, quod dicitur Maggiore. Testamento dell’arcivescovo Ariberto, ap. Puricelli, Mon. basilicæ Ambrosianæ, p. 370.

1041. Integram terram nostram al Pojo dictam nel orto de predicto monaste. Ricordi storici del Rinuccini.

1047. Carta di vendita in loco et finibus Selva longa, cum via andandi et regrediendi. Ant. ital., II. 1033.

1052. Fine al capo del monte. Ant. estensi, part. I. c. 24.

1058. Scilicet a mane flumen quod dicitur Gallicus, a meridie strada quae dicitur Claudia, a sera via quæ ducit per Albereto et in josum (in giù) per zesen usque ad limitem quæ dicitur de Ploppe. Ant. ital., III. 242.

1068. Juxta flumen quod dicitur Gambacanis. II. 680.

1075. In loco qui dicitur Barche. I. 581.

1078. In loco et finibus Colignole campo de l’Arno. v. 680.

1084. De rebus illis quæ videntur esse ine la plebe di Radicata. II. 269. (Avverti l’in nella del vulgo odierno e de’ trecentisti).

In una carta côrsa del 900: In loco ubi dicitur lo Cavo tutto lo suo circulo, quomo est terminato et circumdato da ogni parte de nostro proprio allodio... sicut sunt terminate de pied in Ficatella in Busso, et mette alle saline, et mette allo livelli, et mette in via publica.

In un’altra pur côrsa del 936: Uxor de domino Gulielmo, la quale habitabat ad locum ubi dicitur a Cocovello di lo plebajo di Ampogiano. E vi è sottoscritto: Actum ad S. Luciam de la Bachereda: e in una terza del 951 Rosanello del Querceto, Raynuccius de Monte d’Olmo, Johanello Sambuchello.

In una del 981: Terminata per terminis da piede, lo ponte della Leccia, et da capite lo castellazzo, ex latere la strada et lo molino et lo Gargalo de casa Luna... Item damus vobis lo piano dello cerchio.

E in una del 1039: — Concedo allo dicto monasterio... Harnosa col poccio arenoso; et lo podio delle mortelle, quomodo sunt terminata da via pubblica, et mette alla Bertolaccia et descende per senone usque in Petra rossa, et mette in Gargalo cacciapanio, et drietro Sancti Marcelli, et mette in mare.

Il Trucchi adduce istromenti, ove son nominati Rio freddo (1092) e Casanova; Rocca dei Cori (1052); il potere delle querce (900); Fonte buona (800); una tenuta a Cintoja (724).

In simil modo le persone son nominate per mestieri o per soprannomi all’italiana.

761. In una carta lucchese (Mem., doc. 54): Alpergula de Lamari; Gunderadula qui est in casa Baronacci cum due filie sue; Teodulo de Monacciatico, consulo de Serbano... Uno filio ed una filia nomine Visilinda, Ratpertula de Tramonte, Gaudoperto pristinario (voce di derivazione latina, non più intesa in Toscana, e viva in Lombardia); Liutperto vestorario, Mauripertolo caballario, Martinulo clerico, Gudaldo cuocho, Barulo porcario, Ratcansulo vaccario, ecc.

822. In un placito di Limonta: Johannes qui vocatur Peluso; Johannes Russo. E in una carta milanese dell’anno stesso: Ursulo qui Mazuco vocatur; Bonellus qui dicitur Magnano.

905. Berengario donò a un monastero i beni di Johannem, qui alio nomine Bracacurta vocitatur.

921. Rosanello dal Querceto. Ant. ital., II. 1064.

999. In un decreto di Ottone III imperatore: Arderici de Magnamiculo (Magnamiglio). VI. 317.

1061. Arardo qui vocatur Alegneto; Johannes qui vocatur de la Valle. V. 640.

1079. Aldeprandus qui Bello sum vocatus. I. 322.

Il Petroni nella Storia di Bari (Napoli 1858) trova nel 1075 i cognomi Mangiaviti, Manimarzo, Scolmaotre, Vinivendule, Rapinoce, Novepani, Garofolo, Maniapecuro, Navicella, Azuccabello.

Crescono tali cognomi dopo il 1100. Nel 1126 troviamo Hildeprandus Papatacula (Ant. ital., III. 1142). Nel 1136 Per quem filii Grimaldelli tenent; nel 1140, Cagainos era console di Milano; nel 1141, Albericus Grataculum (IV. 714); nel 1153 Benteveniat giudice; nel 1155, il Guerzo; nel 1168, Ugo Boxardo de Novaria; nel 1170, Boso, Tosabò; nel 1177, Maladobatus de Placentia; nel 1181, Musso Circamondo è in carta lodigiana: al colloquio di Piacenza del 1183 è firmato Grimerius Co de porco (Ant. ital., IV. 291). Nei testimonj al giuramento fra Lodigiani, Cremonesi, Milanesi, Bresciani, Bergamaschi del 1167 (ap. Vignati, pag. 126) compajono Albertone Buca de torculo, Otto Malalberghi, Lanfrancus de Pescarolo, Albertus de la Ecclesia, Salamus de Galiardis, Tetavaca, Conradus Grataculum, Basacaponus, Odeprandus Verza, Zanebonus Caga in pozo, Guidotus Polentonus, Squarzaparte, Bertrame Scacabarozo, Albertus Pocaterra, Jacobus de la pusterla. Altrove abbiamo, nel 1183, un Brosamonega; nel 1184, Nicola Bragadelana; nel 1198, Dexedatus de Solbiate; nel 1199, Interfuerunt testes ser Guifredus Grassus, ser Martalliatus de Melegnano (Giulini, ad annos). A Genova nel 1228, Mezzabura, Molinaro, Pedeorso, Scurlazuca, Zoppo; nel 1229, Parpajone; nel 1232, Strejaporco; nel 1251, Banchiere, Belmosto, Bencivegna, Cavaronco, Falamonica, Ligaporco, Manjavaca, Menabò, Pizzamiglio (Liber juris).

Abbastanza ci apparve come le preposizioni e gli articoli alla moderna abbondassero: pure scegliamo altri esempj fra gl’innumerevoli:

528. Rivulus qui ipsas determinat terras, et pergit, ipsus finis... per ipsam vallem et rivulum vadit.

552. Calices argenteos II... ille medianus valet solidos XXX, et ille quartus valet solidos XIII.

629. Illi Senones... persolvant de illos navigios... Ut illi negociatores de Longobardia.

721. Dono... præter illas vineas, quomodo ille rivulus currit... totum illum clausum.

753. Dicebant ut ille teloneus de illo mercado ad illos necuciantes. Presso Raynouard, De la langue rom., I. 40, e nel Muratori, Antiq. It., diss. XII: Una ex ipse regitur per Emulo, et illa alia per Aripertulo.... Ipsa prænominata ecclesia....

760. Manifestum est mihi... quia stetet inter me et venerabili Peredeo ut cambium de casas massaricias inter nos facere debuerimus. Doc. lucch., V. 26.

847. Vel da omnes homines vobis defendere non potuerimus. II. 389.

853. Sicut consuetudo fuit da ipsa casa. 424.

898. Has predictas casa et cassina seo rebus superius dictis... quod est inter totas per mensura ad justa pertica mensuratas mediorum quinque in integrum ab te eas in comutationem recepi. 630.

910. Homini illo qui ipsis casi et predicta ecclesia da nobis in beneficio abuerit. III. 57.

961. Nel testamento di Raimondo I, conte di Rovergue: Dono ad illo cœnobio de Conquas illa medietate de illo alode de Auriniaco et de illas ecclesias... Illo alode de Canavolas, et illo alode de Cruclo, et illo alode de Pociolos, et illo alode de Garriguas, et illo alode de Vinago, et illo alode de Longlassa, et illos mensos de Bonaldo, Poncioni abbati remaneat.

In un livello del 1033: Manifestum sum ego Theuderico filio b. m. Ildebrandi, secundum convenenza nostra, et quia dare atque abendum et cassina ibidem levandum, et per hominem tuum ibi resedendum... idest terre pezze tres, quæ sunt posite illa una in loco Poccano, et illa alia in loco Versinne ubi dicitur Salingo, et illa terza pezza in loco ordinanna ecc. (Ricordi storici di Filippo di Cino Rinuccini. Firenze 1840).

Qui ille fa appunto le veci di il, lo, le, l’una, l’altra. L’ipse fu adottato dai Sardi, dicendo so invece di lo[132].

Del verbo sostantivo, declinato all’italiana, ecco altri casi: Doc. lucch. al 732, Semper nobiscum sia; al 786, Eravamu; al 992, Una petia de terra quod è sterpeto; e al 999, Retta fu per Gualperto massario.

Che che ne sia delle diffamate carte d’Arborea, nell’archivio di Pisa ne esiste una del tempo del vescovo Gerardo, che morì nel 1080, dove, tra molt’altre vestigia d’italiano, si trovano parole con suffissi; p. es. et ego donolislu, ed io donoglielo; de levarelis teloneum, di levargli teloneo; de facerlis justitia, di fargli giustizia; ego faciudelis carta, io fecigli carta, et fecila pro honore de omnes amicos meos, fecila per onore di tutti gli amici miei.

In fronte al volume V dei Documenti lucchesi fu dal Barsocchini messo un piccolo dizionario delle voci e modi italiani che vi si riscontrano[133], e da carte precedenti o vicine al Mille scegliamo i seguenti modi e vocaboli: abitatori in plurale; acquaticcio per luogo dove l’acqua ristagna; al pari, altercagione, assalto, avere co’ suoi declinati avea, avendo, avente (per es. nel 997 Cum duo libelli, quos abeba fatti); exungia pel grasso d’animali, sugna; baroccio, bifolco, bigoncia misura di vino; briga e brigare; buonafede, mura a pietre et calcina et a rena construite; caldararo, canapajo, canova, cantone, capanna murata, castagneto, cerreto, commare; ille in cui nos ecc. Ildebrando dalla petra da dosso, duomo, fenile, filiastro, guardare e riguardare, imboccare, inante, involare, in ultimo, ivi, lamento, legname, luccio pesce; mandrile, miccio e merlo animali; molino, moaetario, torre muzia; necessario per latrina; uno pario pulli, homo parmisiano, pogio, porcile; potere co’ suoi declinati possa, possiamo, se puoti; riposterio, roncare, ruscello, scaldare, segatura, setacciare, socero e socera, staccare, torto per ingiustizia, trasmontana; e così i diminutivi Anselmuccio, casalino, carboncello, collina, fiumicello, fontanella, monticello, ponticello, stanza con stanziola e stanzetta; e i numeri sette, nove, diece, undici, tredici, quattordeci, quindici, venti, dugento, cinquecento.

§ 15º Periodo d’organamento.

Siccome Romani erano chiamati dal conquistatore tutti i vinti, così romana o romanza fu detta la loro favella non solo in Italia, ma dovunque a colonie latine si sovrapposero i Barbari[134]. Riprotestiamo d’esser lungi da quelli che credono una lingua romanza fosse parlata in tutta l’Europa latina; fatto da nessun documento provato, e dall’analogia smentito. Se latino non parlavano le provincie neppure ai tempi più robusti dell’Impero, allorchè da Roma vi andavano e leggi e magistrati, quanto meno dopochè furono inondate da popoli di vulgari differenti e incolti?

Papa Gregorio V nel suo epitafio del 998 è lodato perchè

Usus francisca, vulgari et voce latina,
Instituit populos eloquio triplici.

Ambrogio vescovo di Patti in Sicilia nel 1081 fa stendere una carta di memoria nel linguaggio officiale, che è tradotta in vulgare pel popolo.

Verso il 1090 Augerio vescovo di Catania concede ai catecumeni che non sanno di greco e latino di rispondere in vulgare all’amministrazione del battesimo.

Troppo m’è dubbia l’iscrizione che il Baruffaldi reca, nella prefazione ai poeti ferraresi, del mile cento trempta cinque nato: ma qualcuna se n’ha di quell’età a Pisa. Quella del Duomo del 1068 porta:

Anno, quo siculas est stolus factus ad horas; e fare stuolo è modo affatto italiano. Alessandro da Morena (Pisa illustrata, p. 303) dà come esistente sulla verrucola in un bastione verso ponente quest’altra:

A di dodici gugno MCIII.

Sebastiano Ciampi trasse queste due dal Camposanto:

Biduinus maister fecit hanc tumbam ad domn Giratium.

Hore vai. p. via. pregando dell’anima mia si come tu se ego fuit sicut ego fu tu dei essere.

Biduino lavorava nel 1180.

Il latino fin al VII secolo si accorge ch’era parlato; dappoi non è che affettazione dello scrivente, è lingua morta; nei libri scritti del XII secolo perdette ogni sapore antico, e parole, costrutti, frasi sono alterati in modo, da far accorgere che lo scrittore traduce il suo pensiero da una differente favella. Quel che sapevano di latino poteva farli schivare le flessioni popolari e le parole nuove, ma non i costrutti e la collocazione di parole speciali a ciascun dialetto, in cui pensavano e parlavano.

Questa lingua vulgare in Italia teneva molta conformità col latino letterale; talchè Gonzone, italiano del 960, dice che nel parlar latino gli era talvolta d’impaccio l’abitudine della lingua vulgare, tanto a quella somigliante[135]. Talvolta ancora lo storico pone detti vulgari in bocca de’ suoi personaggi[136], o lasciasi per abitudine cascar dalla penna idiotismi e frasi, quali usavano nel parlare casalingo, e che ritraggono non meno dell’ignoranza dello scrittore, che del paese ond’egli è. Tutte prove che già era distinto il linguaggio nuovo dall’antico.

Il domandare però quando la latina lingua nell’italiana si trasformasse, equivale al domandare in che giorno un fanciullo diventò giovane, e di giovane adulto. Ai pochi scienziati tornava comoda e gradita una lingua comune, per cui mezzo partecipare i loro pensieri anche a quelli d’altra nazione; onde coltivarono il latino, negligendo i vulgari. I signori avranno trattato gli affari in dialetti tedeschi; ma quando aveasi a ridurli in iscritto, ricorreano a cherici nostrali, che si servivano di quel gergo da loro chiamato latino; gli istrumenti stendevansi da notaj colle formole antiche; in latino erano dettate leggi e convenzioni; nè verun grande interesse spingeva ad educare la lingua vulgare. Le prediche possiam credere fossero capite dalla gente comune, come sono oggi quelle che, per mezza Italia, si recitano in lingua diversa dai dialetti: qualche volta però il predicatore esponeva in latino, poi egli stesso o un altro spiegava in vulgare. Nel 1189 consacrandosi Santa Maria delle Carceri, Goffredo patriarca d’Aquileja predicò literaliter et sapienter, Gherardo vescovo di Padova spiegò al popolo maternaliter[137]. Nel 1267 assolvendosi il Comune di Milano da censura incorsa per aver aggravezzato beni d’ecclesiastici, vien letto l’atto in presenza di molti congregati, primo literaliter, et secundo vulgariter, diligenter per seriem de verbo ad verbum[138].

E già poco dopo il Mille riscontriamo scritture, che non per qualche solo accidente, ma in intero sono a dire italiane. Il Federici, nella Storia dei duchi e ipati di Gaeta, produce un ritmo del 1070, molto per verità confuso, ma dove appariscono forme italiane. Incomincia:

Eo, Sinjuri, seo fabello lo bostro audire compello

De questa bita interpello, ed dell’altra bene spello

Poiche un altu meo castello ad altri biarenu bello

Et me becendo flagello: et arde la caude se be libera

Et altri mustra bia del libera...

Al 12 dicembre 1095 il conte Ruggero concede al monastero di San Filippo di Fragalà alcuni feudi, con atto steso in greco, e pubblicato dallo Spata: vi va unita una traduzione o piuttosto riassunto in vulgare, fatto certamente per uso de’ vassalli, e probabilmente contemporaneo. Dice: «Conti Rogeri di Sicilia et di Calabria, ayutaturi di li christiani. Impero hi scelliysti lu divinu amuri di la pichulitati di li tenniriti di li ungi et di exiri a la vita monastica et viviri silenziusamenti et quietamenti et praticando secundu lu dictu di lu apostulu di nocti et di jornu petendu et pregandu lu signuri deu pir lu sthabilimentu pachificu pir tuctu lu populu christianu adunca ricolligasti bene plachenti a deu....».

Nella base del campanile di Reclus presso Forogiulio nel Friuli sta scolpito:

MCIII XP. DM. fo començat lo tor de Reclus lo primo di de gugno pieri et toni so fradi di Yia.

Cioè: «1103 Christi Domini, fu cominciato il campanile di Reclus, il primo giorno di giugno. Pietro e Antonio suo fratello di Uja». Si impugnò questa data: ma il Piloni nelle Storie bellunesi riferisce, sotto al 1196, uno scritto latino, nel quale si trovano questi versi, allusivi ad un avvenimento di quell’anno:

De Casteldart havì li nostri bona part;

I lo zettò tutto intro lo flume d’Art:

E sex cavaler de Tarvis li plui fer

Con se duse fe i nostri presoner[139].

L’iscrizione sull’angolo esteriore della stanza del tesoro di San Marco presso alla mirabile porta della Carta a Venezia, male dal Gamba riferita al X secolo, e dal Cicogna al xiii, parrebbe della fine del XIV, e dice:

L’om po far e

die in pensar

e vega quelo

che li po inchontrar.

Più certa è questa sepolcrale:

MCCXIX de sier Michiel Amadi franca per lu e per i so heredi[140].

In S. Fridiano di Lucca è una tomba marmorea con quest’iscrizione:

Discendenti di ser Aldobrandino

E del suo fratello Paganino

Giaceno in questo lavello

Per lor fatto sì bello

Ditti figliuoli Guidiccioni

Preghiamo Dio che lor perdoni.

Questo è per li maschi fatto

Per le femine l’altro.

In MCCXC

Ajutili la Vergine santa.

Il Molini copiò dalla biblioteca dell’Arsenale di Parigi una cronaca di Pisa che finisce al 1175, e dove si leggono frasi come questa: Plus de trecente milia inter milites et pedites et arcatores et balestreros per andare et prendere et subjugare Damasco et tota terra paganorum, per stare mai sempre in terram jerusalem et tota terra Christianorum. E altrove: Tunc fuit ibi sconficto per fame et mortui più di CC milia (Documenti di storia italiana).

In una carta del 1122 presso l’Ughelli (Italia sacra, archiep. Rosianen., tom. IX) i confini sono determinati così:

Incipiendo da li Finaudi et recte, vadit per Serram sancti, et la Serra ad hirto (ad herto) esce per dicta Serra Groinico; e li fonti aqua trondente inverso torilliana; e esce per dicto fonte a lo vallone de Ursara; e lo vallone Apendino cala a lo forno, et per dicta fiumana ad hirto ferit a lo vallone de li Caniteli, et predicto vallone ad hirto esce supra la Serra de li Palumbe a la Crista cussa; et deinde vadit a lo vado drieto da Thomente, et dieta ecclesia sancto Andrea abe ortare unum, et non aliud. Et dieta Serra Apendino cala a lo vallone de Donna Leo; et lo vallone Apendino ferit a l’aria de li Meracieri et ferit a la Gumara de li Lathoni ecc.

Nel 1144 i consoli di Bergamo concedono agli uomini di Ardesio di tagliar legna per le cave del ferro, salva cacia seu venatione episcopi; ma che non debent tra se conversare ut damnum episcopus patiatur. Ap. Lupo.

Nè tanta parte d’italiano basta. Il Muratori trasse dagli archivj côrsi scritture di data corrotta (e già le accennammo), ma che la conformità di nomi metterebbe al 900, e sono in vero italiano. Che un notaro ricopiandole le vulgarizzasse, sarebbe pratica insolita: oltre che il notaro il quale le trascrisse nel 1354, dice averle tratte dall’autografo de parola in parola come si contiene qui appresso; nè il Muratori trova altra ragione onde diffidare di loro antichità, se non l’essere in italiano; circolo vizioso. Ecco una donazione fatta a Silverio abate dell’isola di Montecristo da Ottone conte in Corsica.

Ad honorem Dei et beatæ Mariæ et beato Stefano et beato Benedetto, anno dominicæ naptivitatis quadragentesimo settimo (?) regnando messer Berlinghiero re et giudice. Sia manifesto a tutte persone che leggeranno et che odiranno questa carta. Quando venne messer Otto, et messer Domenico, et messer Guidone de’ conti dell’isola di Corsica, et questi vennono in presentia di messer l’abate Silverio abate di sancto Mamiliano dell’insula di Monte Cristo. Et questi sopradecti signori li dedono sua possessione, ch’elli avevano in Venaco in l’isola di Corsica, che sono case, casamenti, terre, vigne, boschi e selve agresti et domestiche, le quali sono terminate, et per termini sopra lo piano chiamato lo Felice, e mette atto fiume di Rissonica, et mette in Tavignano, et mette allo Poio nello Palazzo, mette allo Vado delle Carcere, et mette allo Polo delle Tavole, et mette allo Tuisano, et mette allo Vado delle Rondini, con due carte dello Gualdo delle Lentigini. Et questa possessione diamo per noi e nostri heredi in perpetuum ecc. E finisce:

Actum in Marrana, innanzi la chiesa di Sancta Maria, in presentia di me notario insoprascripto et di messer Sinibaldo legato. Testes prete Grisogano, prete Antonio, et messer Bonaparte, et messer Manfredo di Somma, ed altri più che vi erano.

Un’altra donazione e una querimonia vanno del medesimo fare; e men incredibile pare la loro antichità, perchè i modi stessi incontrammo più o meno anche altrove.

Le Carte d’Arborea, pubblicate dal Martini nel 1846 e seguenti, farebbero molto al nostro proposito: ma i gravissimi dubbj elevati sulla loro autenticità mi trattengono dal valermene.

Nel Bullettino archeologico sardo del 1855, il signor Pellito ragiona d’una canzone di ducencinquantasei versi in lode di Costantino II, che fu giudice d’Arborea prima del 1131, composta da Lanfranco di Bolasco genovese, e ne dà questo saggio, che lasciamo in tutto a sua fede:

Lo non poder di mente in me trovato

De labore disgrato

Che for onne valere e anco volere

Meglio cherlo l’uom disapprestato.

Ma dopo il 1073, e prima del 1130 fu giudice d’Arborea un Torbetano, del quale nei Monumenta historiæ patriæ si pubblicò una concessione a Nibatta moglie sua, di disporre di due case, dette Nurage Nigella e Massone de Capras. È dettata in lingua sarda, ed espresse le condizioni, viensi alle imprecazioni contro chi ardisca pugnare, adisbertinare istu arminatu: Siat illi sterminata in istu seculum de magione sua: siat cecum et surdum e grancatu (aggranchito) et de magione sua totu istramatu (sterminato): et siat dannata co Core et Habiron et Anna et Caipha et Pilatu de Ponza ciest in iscrinio ferreo, u (ove) bellu (belva) mandicat fera acreste (fiera agreste) et animas eorum sepulta sunt in infernu[141]. Vi tiene dietro un’altra di vendita, stilata al modo stesso: A Gostantine dorrubu fidele meu abeat benedizione de Deus et de omnis sanctus, et sanctus dei amen: et qui de aixtruminare boluberite, e dixerit quia non sit, instruminet Deus magione isoro in istu secolo, et deleatur nomene sus de libro bite, e abiat porzone cun Erode e cun Juda traditore et cun diabulu in infernus.

Nel 1165 Barisone re d’Arborea faceva una donazione a sua figlia, che comincia: Ego judice Barusone d’Arborea faço custa carta ad Susanna filia mia et a fios catos ad faguer pro bene quod illis faço cum voluntate bona de donna Algabursa mugere mia... Et quod abet dicere qua bene et fu kést iscrita in icusta carta (chi dirà che è bene ciò ch’è scritto in questa carta) abat benedictionem de Deus. Seguono le imprecazioni, poi: Custu privilegiu exempladu davas autenticu fudi bulladu cum bulla de plumbu, cum corda de seda niella sugale bulla est tunda etc.[142].

Nel 1170 Alberto arcivescovo di Torres esimeva la badia di Montecassino da certi pesi:

«Ego Albertu monachu arckiepiscopo de Torres, kigla fhato custa carta pro ca mi pregait su abbate de Monte Cassinu domno Raynaldu pro indulgere li sus censu, ki davan sos priore de Nurr ki ac sancto Gavinu pro sancto Jorgi de Baraggie, et pro sancta Maria de Eenor una libra de argentu, et viginti solidos de dinares, kandonke benniat su missu desso papa (qualunque volte veniva lo messo dello papa), et levarende dessu ki aviat sanctu Benedictu in Sardinia. Et ego Pusco Toraive Namana in Sardinia petuli boluntate assu domna mea a judice Barisune de Laccon.... Et ego cum boluntate de Deus, et dessu domnu meo judice Barisune de Laccon, e dessa mujere domna Pretiosa de Orrobu regina, e dessu fuiu domna Gostantine rege, et cum boluntate desso episcopos soprascriptos, e desso arkaiprete, e dessos calonicos in Tulgoli custo censu a sancto Benedictu, ki siat nulla arkiepiscopo pus me, neque nulla homine Kindali fathat hertu baytee kinde apat pro de usque in sempiternum, etc.»

Nel 1153 Gumario Torritano, giudice in Sardegna, privilegiava così lo stesso monastero di Montecassino:

«Ego judice Gumari de Laccon ki laco custa carta cum boluntate de Deu, et de fuius meus Barisune rege, et de sa mujere Pretiosa de Orrobu regina, de sancta Maria de Tergu, cum boluntate Deum et pro remissione dessos peccatos meos, et de parentes meos, et pro servitu bonu hispi in Monte Cassinu cando andai ad Sanctu Sepulcro, ad ultra mare, kaime feliciter, abbate Raynaldu, ki fuit abbate de Monte Cassinu, et cardinale de Roma, et pro sanctitate revidi in cussa sancta congregatione et procamiglole scrum si anima mia, et de parentes mios in suo ufficio, et in ipsas orationes cantu sait facter in cussu locu, et in tuto sos atteros locos in sero kencitimos l’abbate et totu sos monachos».

Verso il 1182 il predetto Barisone concedeva questo privilegio alla chiesa e al monastero di San Nicola di Urgen.

«Ego judice Barisune, podestando totu logu d’Arborea, simul cum mugera mia domna Algaburga regina de Logu, et arkiepiscopu Comita de Laccon... fago quista carta a sanctu Nigola de Urgen, ch’est post in Ficusmara, de chi fabricarat judice Gostantina au meu, et judice Comita patre meus. Et non apat ausu, non judice cataer depus me, non arkiepiscopu, et non piscopu, et non priore de Monte Casinu, non monachu, non combersu, nec nulla homine mortale, a levar ende dessa causa de Sanctu Nigola, non de spirituale, ninque de temporale, nin dintro de domu, nin de foras domu keria voluntate des abbades et de sos monachos cantesset in sanctu Nigola, et in custa domo de sanctu Nigola, cum omnia cantu, et ad aver dare como innanti, et ivi, et ateras cortes suas siat libera...»

È un’altra delle stranianze del libro di Dante De vulgari eloquio quell’imputare i Sardi di non avere dialetto proprio (egli che pur tutti i dialetti riprova), ma di scimmiare il latino: soli sine proprio vulgari esse videntur, grammaticam tamquam, simiæ homines imitantes; nam domus nova, dominus meus loquuntur[143]. Noto è infatti quanta parte di latino conservi quel dialetto, nel quale si fecero interi poemi bilingui[144]. Or bene, la Sardegna non fu invasa da Settentrionali, che potessero introdurvi le forme di loro favella, siano lessiche o grammaticali.

Fin del 1133 il De Gregorio (Considerazioni sulla storia di Sicilia, I, c. V.) reca una pergamena dell’archivio vescovile di Patti, ove, in una controversia, il re ordina si legga una carta di memoria del 1080, vulgariter exposita.

Nel Codice Cassinese della Divina Commedia, con diligentissima scienza pubblicato da quei Benedettini nel 1865, fu prodotta una poesia, che vorrebbesi provare del secolo XI. Eccone alcuni versi:

Questa bita regnare

deduceve de portare

morte non guita gustare

cumqua de questa sia pare

ma tanto questu mundu a gaudebele

Ke lunuellaltro (l’uno e l’altro) face mescredebele.

Ergo ponete la mente

La scriptura como sente

Calasse mosse d’oriente

unu magnu vir prudente

et un altru d’occidente

fori junti nalbescente

addemandaru se presente,

ambo addemandaru de nubelle

l’unu ell altru dicu se nubelle....

Nel 1186, Bonanno di Pisa fondeva le porte di bronzo del duomo di Monreale in Sicilia, e ne’ quarantadue scompartimenti istoriati poneva iscrizioni, delle quali alcune sono quasi, altre affatto italiane: Eva serve a Ada. — Caim uccise frate suo Abel. — Iosep, Maria, puer fuge in Egitto. — Battisterio. — La Querrentina. — Iudi tradì Cristo.

Contemporaneo si fa un marmo di Firenze, che il Crescimbeni distribuì in versi, ov’è raccontata l’avventura d’un Ubaldini al tempo di Barbarossa: ma all’autenticità di quello gravissimi dubbj oppone la critica.

In quell’anno era già nato san Francesco d’Assisi, del quale è affatto italiano il Cantico del sole. Ma potrebbe essersi rimodernato da Bartolomeo di Pisa, che lo trascrisse in un libro del 1383, censessant’anni dopo morto il santo.

Del quale anche altri versi sono riferiti da san Bernardino da Siena, ma probabilmente ringiovaniti; anzi il dotto Affò, nella Dissertazione sui cantici vulgari di san Francesco, nega sieno del serafico, o veramente ch’esso dettolli in prosa, ed altri li rimò. Pure in italiano doveva egli predicare, atteso che ne’ Fioretti leggesi che in Montefeltro prese per testo il proverbio vulgare «Tanto è il ben che aspetto, Ch’ogni pena mi è diletto».

E quest’usanza era d’altri. Farinata, per difendere a viso aperto Firenze contro quei che consigliavano a torla via, cominciava da due proverbj: «Siccome asino sape, così sminuzza rape. Si va la capra zoppa se il lupo non la intoppa». Il consiglio d’uccidere il Bondelmonte fu espresso con altro proverbio: «Cosa fatta capo ha». Frà Salimbeni al 1235 cita un proverbio de’ Toscani: «D’omo alevadizo e di piuolo apicadizo non po l’hom gaudere»; e spesso dà canzoni e satire correnti: come al 1241 quando era podestà di Reggio Lambertesco de’ Lamberteschi, quidam fecerunt rithmos de eo dicentes: «Venuto è ’l lione De terra fiorentina Per tenire rasone In la città reggina». E altrove: «Tu no cura de me, e no curarò de te — Or ritorna frate Elìa che pres’ha la mala via»: e dice che frà Cornetta, uno dei molti predicatori di pace, faceva cantare al popolo preghiere vulgari, come queste: «Laudato et benedetto et glorificato sia lo Patre, sia lo Fijo, sia lo Spirito Sancto, alleluja, alleluja».

Nel 1233, 3 dicembre, Federico II scriveva a papa Gregorio IX che mandasse missionarj per convertire gli Arabi di Lucera, avvertendo che capivano l’italiano. Quia vero placet sanctitati vestre aliquos fratrum ordinis predicatorum transmittere ad conversionem Saracenorum, qui Capitanata Luceriam incolunt, et intelligunt italicum idioma, gratum est nobis ut iidem predicatores veniant, et incipiant nomen domini predicare[145].

Basta guardare i discorsi rimastici di quei tempi per convincersi che chi li faceva, se anche usasse il latino, parlava però l’italiano; e l’italiano quei che gli udivano. Il famoso Odofredo, terminando di leggere il Digesto all’Università di Bologna, così congedava gli scolari: Dico vobis quod in anno sequenti intendo docere ordinarie bene et legaliter sicut unquam feci. Non credo legere extraordinarie, quia scholares non sunt boni pagatores: quia volunt scire sed non volunt solvere, juxta illud, SCIRE VOLUNT OMNES, MERCEDEM SOLVERE NEMO. Non habeo vobis plura dicere: eatis cum benedictione domini. Di sant’Antonio di Padova è scritto che italico idiomate adeo polite potuit quæ voluit pronuntiare, ac extra Italiam nunquam posuisset pedem (Wadingi Annales): e le sue prediche ci sono conservate in latino, ma di evidentissima origine italiana. E tale parlava certamente quell’Andrea da Firenze che, secondo Benvenuto da Imola, diceva in pulpito: O domini et dominæ, sit vobis raccomandata Monna Tessa cognata mea, quæ vadit Romam: nam in veritate, si fuit per tempus ullum satis vaga et placibilis, nun est bene emendata: ideo vadit ad indulgentiam.

D’altre siffatte bizzarrie potremmo ricreare la noja di questo discorso; ma tornando al serio, nomineremo Gaufrido Malaterra, storico ben noto de’ re Normanni di Sicilia e buono scrittore latino, il quale però, ad istanza del principe, scriveva canzoni plano sermone et facili ad intelligendum, quo omnibus facilius quicquid diceretur patesceret. E ne adduce alcune, fra cui questa allorchè a re Ruggero nacque Simone, appena morto il primogenito:

Patre orbo gravi morbo sic sublato filio

Unde doleret quod careret hæreditatis gaudio,

Ditat prole quasi flore superna prævisio.

Qui voi avete notato e la misura e il ritmo moderno, cioè la sostituzione della poesia ritmica alla metrica.

Poco divago dal tema se tolgo a provare che qui pure la poesia originaria de’ prischi Itali era ritmica, quale appare ne’ versi Saturnini, nel Carme Arvale e in altri carmi deprecatorj, medici, magici, che recitavansi assa voce, vale a dire senza accompagnamento musicale, ma marcando col piede l’accento; e le canzoni convivali ricordate da Catone; e forse i versi Fescennini, e certo que’ versi popolari che Svetonio, inesorabile raccoglitore di aneddoti, ci conservò, e giù fino ai notissimi di Adriano morente, indocili alle conosciute misure.

L’imitazione greca introdusse i metri dattilici, ma come armonia fittizia, arbitraria, non connaturata alla lingua, e preoccupandosi delle convenienze accidentali del metro, e di pretese analogie coi modelli greci, anzichè della vera pronunzia: segno che il tono cadea spesso sulle brevi, e gran numero di sillabe rimanevano comuni, cioè incerte. Tutt’artifiziale essendo tale melopea, la quantità diveniva facilmente corruttibile, e per quanto i poeti cercassero aumentare l’armonia de’ loro versi col sottomettere a un ordine sistematico i piedi liberi, cioè determinare la successione de’ dattili e degli spondei, o prefiggere il posto delle cesure e fin la lunghezza delle parole, l’armonia fra’ Romani non acquistò tampoco la forza d’un’abitudine. Quando poi la pronunzia restò unica signora della lingua, essa ricondusse le convenzionali differenze a una qual si fosse uniformità, dedotta dall’accento; e i poeti dapprima variarono ad arbitrio le regole prosodiche, poi confessarono ignorarle, e sul tipo dell’antico esametro congegnarono versi, che non teneano punto alla melopea antica. Aggiungete che, al deperire della squisitezza classica, rivalsero le forme indigene; e qui pure assai operarono i Cristiani, dove l’ispirazione essendo personale, e predominante il sentimento, non subordinavansi le emozioni ad una misura materiale, bensì questa appropriavasi ai pensieri, e l’espressione melodica sostituivasi alla plastica regolarità. Lo vediamo negli inni della Chiesa, ove negligevasi la quantità per cercare soltanto il numero delle sillabe e far agevolezza alla musica. E anche degli altri versi si variò la misura, sempre con riguardo al numero, non alla lunghezza o brevità delle sillabe.

Questa digressione valga di riprova al nostro assunto, giacchè qui vedrebbesi riprodotto lo stesso andamento che nella lingua. Abbiamo canzoni popolari che si usarono in varj tempi, dal canto delle sentinelle sugli spalti di Modena minacciati dagli Ungari[146], fin alle invettive contro Federico II. Erano latini almeno di desinenza; il che prova quanto fosse vulgarmente conosciuta la lingua latina, ridotta però alla sintassi popolare, che forse costituiva la sola differenza dall’italiano, insieme colla trascuranza delle terminazioni, che, dapprima soltanto propria della plebe e de’ parlanti, allora s’accomunò anche agli scriventi.

§ 16º Prime scritture italiane.

Non sorgeano dunque le lingue nuove per arte e proposito, ma dietro all’eufonia e all’analogia, secondo la logica naturale e quell’istinto regolatore, che così meraviglioso si manifesta ne’ fanciulli. In conseguenza variava secondo i paesi, cioè formavansi dialetti. Alla parte poetica, anima di ciascun dialetto, si univa l’erudizione, cioè gli elementi trasmessi dal mondo antico; e così le lingue moderne, poetiche e popolari di natura, si rimpulizzirono sull’esempio delle precedenti.

Pargoleggiarono esse finchè scarse le comunicazioni e gli affari in cui adoperarle; ma quando anche il popolo, redento dalla servitù feudale, fu chiamato a discutere dei proprj interessi, dovettero acquistare estensione e raffinamento i dialetti, non volendo l’uomo nei consigli parlare altrimenti che nell’usuale conversazione, nè potendo ciascuno avere in pronto il notaro che esponesse i suoi pensamenti in latino. Così il vulgare sollevavasi dalle faccende casalinghe, in mezzo a cui erasi formato.

La separazione dei Comuni e dei Feudi avea portato prodigiosa varietà di loquele. Quando si fusero in piccoli Stati, poi i piccoli in grandi, un dialetto speciale fu adottato di preferenza, in prima nelle canzoni, poi nella prosa, accostandosi sempre più all’unità, non fra chi parla ma fra chi scrive, deponendo ciò che v’era di più speciale, e formandosi una tradizione letterale; e le nazioni acquistarono anche quel che n’è distintivo primario, la lingua.

Anche in questa si rivela la condizione politica; e mentre la Francia restringevasi in unità di dominio, e con essa veniva unità di linguaggio[147]; da noi, fra tanto sminuzzamento di Stati, altrettanto se n’ebbe dei parlari, e più di uno recò innanzi pretensioni di priorità o di coltura.

Dante asserisce che cose per rima vulgare in lingua d’oc, cioè in provenzale, e in lingua di non siensi dette se non 150 anni prima di lui, lo che rimonterebbe al 1150, e lo rincalza Benvenuto da Imola nel suo commento. Quanto al provenzale, egli è smentito da numerosi documenti[148]. L’italiano, tardi fu sentito il bisogno d’usarlo letterariamente, attesochè possedevamo il latino, formato e nazionale.

Che Folcalchiero de’ Folcalchieri, cavaliere senese, fosse contemporaneo alla pace di Costanza, lo inducono dal principio di quella sua canzone:

Tutto lo mondo vive sanza guerra,

Ed eo pace non posso aver neente.

O Deo, come faraggio?

O Deo, come sostenemi la terra?

E par ch’eo viva en noja de la gente.

Ogni omo m’è selvaggio:

Non pajono li fiori

Per me com’già soleano,

E gli augei per amori

Dolci versi facevano agli albori[149].

Di Lodovico della Vernaccia da Firenze, verso il 1200 versato in civili maneggi, il Crescimbeni reca un sonetto, che comincia:

Se ’l subjetto preclaro, o cittadini,

Dell’atto nostro ambizioso e onesto

Volete immaginar, chiosando il testo

Non vi parrà che noi siamo fantini?

S’alli nostri accidenti, ed intestini

Casi ripenserete, con modesto

Aspetto inchinerete il cor molesto;

Fien radicati al cor in duri spini.

Dalle poesie di Noffo, notaro d’Oltrarno, vivente nel 1240, scelgo una canzoncina:

Vedete s’è pietoso

Lo meo signore Amore,

A chi ’l vuol obbedire,

E s’egli è grazïoso

A ciascun gentil core

Oltre a l’uman desire.

Ch’io stava sì doglioso

Ch’ogni uom diceva, el muore,

Per lo meo lontan gire

De quella in cui io poso

Piacer tutto e valore

Dello mio fin gioire.

E stando in tal maniera,

Amor m’apparve scorto,

E ’n suo dolce parlare

Mi disse umilemente:

Prendi d’Amore spera (speranza)

Di ritornare a porto,

Nè per lontano stare

Non dismagar (iscoraggiarti) neente.

Guido delle Colonne da Messina, nella seconda metà di quel secolo, «poetava gravemente», come disse Dante nel Vulgare eloquio:

Ben passa rose e fiori

La vostra fresca ciera,

Lucente più che spera;

E la bocca aulitusa[150]

Più rende aulente odore

Che non fa una fera

Che ha nome la pantera,

Ch’in India nasce ed usa.

Benchè paja anteriore, Odo delle Colonne gli è coevo:

Va, canzonetta fina,

Al bono avventuroso,

Ferilo a la corina: (cuore)

Se il trovi disdegnoso,

Nol ferir di rapina,

Che sia troppo gravoso;

Ma feri lei che ’l tene,

Ancidela sen (senza) fallo;

Poi fa sì ch’a me vene

Lo viso di cristallo;

E sarò fuor di pene,

E avrò allegrezza e gallo[151].

Quell’Jacopo notaro da Lentino, che Dante mette a fascio con frà Guittone d’Arezzo, cantava di qua dal dolce stile:

Mia canzonetta fina,

Va, canta nuova cosa;

Moviti la mattina

Davanti alla più fina,

Fiore d’ogn’amorosa,

Bionda più ch’auro fino:

Lo vostro amor ch’è caro,

Donatelo al notaro

Ch’è nato da Lentino.

Di Rinaldo d’Aquino, messo dall’Alighieri fra’ buoni trovadori, s’ha otto canzoni, di cui ecco un saggio:

Guiderdone aspetto avire

Da voi, donna, a cui servire

No m’è noja.

Ancorchè mi siate altera,

Sempre spero avere intera

D’amor gioja....

Donna mia, ch’io non perisca

S’io vi prego, non v’incrisca

Mia preghiera.

La bellezza che in voi pare

Mi distringe, e lo sguardare

Della ciera.

A re Manfredi, che governò le Sicilie dal 1258 al 66, è diretto il Fior di retorica, dove frà Guidotto da Bologna, a vantaggio de’ laici che non sono alliterati, cioè non sanno di latino, raccolse alcuni precetti di Cicerone volgarizzandoli; avvegnachè mal agevolmente si possa ben fare, perchè la materia è molto sottile a me non ben saputo, e le sottili cose non si possono bene aprire in vulgare. V’avea già dunque persone che adopravano l’italiano a componimenti studiati, se per loro il frate bolognese preparò un trattato di retorica. E diceva loro: «Qualunque persona vuole sapere ben favellare piacevolmente, si pensi di avere prima senno, acciocchè conosca e senta quello che dice; poi prenda ferma volontà di operare giustizia e misura e ragione, acciocchè dalla sua parola non possa altro che ben seguitare; e questo libro legga sicuramente, e senta meco certi ammaestramenti che sono dati dalli savj in sul favellare; e da che gli ha letti e ben impressi, si usi spesse volte di dire; perchè il ben parlare si è tutto dato alla usanza, che ogni cosa si acquista per uso, et abbassa molto per disusare, e senza usare non può essere alcuno bono parlatore».

Già adducemmo canzoni popolari.

In tutta Europa vicino al Mille si ha esempj di Ludi e Rappresentazioni, ma sempre latini. Nessuno invece ne resta in Italia: forse perchè si fecero subito in italiano; i quali modificati poi col variar della lingua, giunsero fino a noi, creduti d’età più tarda. Tale forse la rappresentazione che, nel 1243, si fece in Prato della Valle a Padova; e quella che nel 1273 a Siena, per festeggiare l’assoluzione dalla scomunica.

§ 17º Della lingua romanza e della siciliana.

Non è del nostro assunto il librare il merito de’ poeti di Sicilia e del Reame: ma quanto alla lingua, non crediamo usassero quella del loro paese, bensì se ne proponessero una, comune alla gente colta; quella che Dante intitolò cortigiana.

Se fosse dimostrato che, prima d’altrove, in Sicilia siasi parlato italiano, n’avrebbe rinfianco il nostro asserto sulla scarsa efficienza dei Barbari. Ma altro è parlare, altro è scrivere, e immiseriscono la questione quelli che attribuiscono la formazione delle lingue ad alcuni, e foss’anche a tutti i letterati, mentre solo dal popolo esse riconoscono vita e sovranità. Forse che filosofi e poeti hanno l’intelligenza che inventa e la possanza che fa adottare le parole? Al più, sanno dall’uso arguire le leggi. Per ispiramento ghibellino e per adulazione a Federico II e sua Corte si asserì che in questa siasi primamente sostituita nel poetare la lingua italiana alla provenzale; e Dante imperiale dice: «Perchè il seggio regale era in Sicilia, accadde che tutto quello che i nostri precessori composero in vulgare si chiama siciliano: il che ritenemmo ancora noi, e i nostri non lo potranno mutare»[152]. Or bene, noi sfidiamo a trovare verun altro che mai intitolasse siciliano il parlar nostro. Solo il Petrarca, per condiscendenza d’erudito, scrive che il genere della lingua poetica apud Siculos, ut fama est, non multis ante seculis renatum, brevi per omnem Italiam ac longius manavit[153]. Ove del resto s’intende di poesia, non di lingua; e potrebbe darsi che Federico, udite in Germania le canzoni che i Minnesingeri ripetevano per le Corti, volesse averne alla sua in lingua italiana[154]. Era dunque la Corte siciliana un centro di poesia erotica, colta, alla foggia provenzale. Dante stesso, quando antepone i Siciliani, non vuole intendere del loro parlare; anzi i parlari riprova tutti, e quel della gente media di Sicilia non trova migliore degli altri; ma poichè colà sedevano que’ da lui vantatissimi Federico e Manfredi, e accoglievano il fior di tutta Italia, al contrario de’ sordidi e illiberali principi del restante paese, dice che gli scrittori riuscivano in nulla diversi da ciò ch’è lodevolissimo. Nè si creda (conchiude) che il siculo e il pugliese sia il più bel vulgare d’Italia, giacchè quei che bene scrissero se ne discostarono[155].

Non basta quest’ultima confessione a scassinare il suo edifizio?

Plauto, nel prologo dei Menecmi, professa non avere atticizzato, ma sicilizzato (atque ideo hoc argumentum græcissat, tamen non atticissat, verum at sicilissat).

Anche Cicerone (in Verrem) rinfaccia al suo competitore Cecilio d’avere imparato le lettere greche non in Atene ma al Lilibeo, le latine non a Roma ma in Sicilia. E forse la poca finezza del parlare nascea dall’usarsi in quell’isola insieme il greco e il latino e fors’anche il cartaginese pel commercio. Infatto Diodoro vanta d’aver imparato la lingua di Roma in grazia del commercio che i Romani faceano in Sicilia (Introduzione).

Certo però il siciliano odierno tiene molto dell’antichissimo latino, giacchè vi si dice argentu, locu, pani, che è il latino pretto, colla m e la s fognate all’arcaica; vi si dice jocu, jugu, judici dove il toscano fece giuoco, giogo, giudice: e amau, laudau per amò, lodò, e così via. E senza ricorrere al paradosso del Galiani, una riprova del nostro assunto si trova in monsignor Crispi, Sul dialetto parlato e scritto in Sicilia: e in Di Giovanni De div. Sicul. officiis, dove mostra le mutazioni di lingua, che prevalsero in Sicilia secondo i tempi.

Giulio Perticari, oltre adottare le teoriche del Cesarotti, del Muratori, del Napione nel rattizzare col Monti quistioni sopite, trapiantò fra noi il paradosso del francese Raynouard, supponendo che dalla corruzione della lingua latina uscisse una comune, che si parlava da tutte le nazioni neolatine, le quali poi separandosi formarono lingue proprie; opera di letterati più che del popolo[156]. Argomentò in conseguenza, che in ogni parte d’Italia si scrivesse con pari correzione o scorrezione. Per sostenerlo recò passi d’autori di vario paese: nè prese scrupolo di far qualche alterazione al loro dettato, sicchè paressero meno corretti i toscani, meno scorretti gli altri; donde conchiudere contro la superiorità, che ai Toscani concedono tutti, almen nella pratica. Senza tener conto delle mutazioni a lui imputabili, si noti che di quelle poesie non abbiam forse nessun esemplare contemporaneo e autentico; e nel trascriverle avrà molto operato o l’imperizia o il capriccio degli scrivani: fors’anche passarono tradizionalmente per le bocche, modificandosi secondo e i tempi e il paese; quello poi che o primo le ridusse in iscritto o le ricopiò, adattolle al gusto e alla pronunzia sua: e i Toscani poterono intoscanare le poesie d’altri paesi, come i Lombardi avranno guasto le toscane[157]. N’è conseguente la poca diversità che si nota fra i primi poeti; e che anch’essa deriva dalla differente coltura dei singoli, e dalla trascrizione, in cui si perde l’immagine del primitivo idioma.

Poi anche oggi potrebbero addursi deh quanti Toscani che scrivono men bene del Giordani e del Puoti (rimoviamo l’invidia col nominar solo i morti); ma domanderemmo se questi si proponessero scrivere il parmigiano e il napoletano, o se piuttosto cercassero il toscano, anzi il solo toscano senza fiato del dialetto natio: e vi riuscissero con arte maggiore di quei troppi che, avendolo dalla madre, ne sconoscono il merito e le finezze.

Pel proposito dunque del Perticari sarebbe importato provare che nel regno di Federico II si parlava qual veramente troviamo scritto da lui e da’ suoi. Prove dirette ci mancano; forse n’è alcuna in contrario.

Ciullo d’Àlcamo vorrebbero vivesse col Saladino, cioè fra il 1174 e il 1193, giacchè canta,

Se tanto aver donassimi

Quant’ha lo Saladino;

ma la menzione che fa degli agostari lo tirerebbe a più tarda età, essendo essi battuti da Federico II il 1222: se non che rifletterono che il loro nome è più antico, e fin de’ tempi longobardi, a fede del Muratori[158].

Di Ciullo è notissima una lunga cantilena a botta e risposta; della quale non conosciamo veruna lezione buona, nè manoscritti antichi che ce la possano sincerare. A me parve che il poeta in essa mettesse a dialogare l’amante in lingua toscana o cortigiana, coll’amica nel suo dialetto pugliese, mal riprodotto da lui o dal copista siciliano. Così (mutando qualche parola a idea, piuttosto che coll’appoggio di codici) leggeremmo:

Amante. Rosa fresca aulentissima

Cha pari in ver l’estate,

Le donne ti desiano,

Pulzelle e maritate.

Tragemi d’este focora

Se t’este a bolontate:

Per te non ajo abent o nocte o dia,

Pensando pur di voi, madonna mia.

Madonna. Se di mene trabàgliti,

Follia lo ti fa fare,

Lo mar potresti arrompere

Avanti e semenare,

L’abere d’esto secolo

Tutto quanto assembrare...

Averimi non poteria esto monno...

Cerca la terra ch’este granne assai

Chiù bella donna di me troverai.

Amante. Cercata ajo Calabria,

Toscana e Lombardia,

Puglia, Costantinopoli,

Genua, Pisa, Soria,

Lamagna, Babilonia

E tutta Barberia,

Donna non vi trovai tanto cortesi,

Perchè sovrana di mene te presi.

Madonna. Poi tanto trabagliastiti,

Facioti meo pregheri

Che tu vadi, eddomannini a mia mare e a mon peri,

Se dari mi ti degnano, menami a lo monsteri (al monastero),

E sposami davanti della genti

E poi farò li tuoi comannamenti.

Qui è sentita abbastanza la differenza fra i due parlari, e come nel secondo abbondino gl’idiotismi siculi.

Dante, inteso a menomare il vanto de’ Toscani, e supponendo che la lingua fiorisca per le Corti e per gli studj, non rifina di vantare il siciliano dialetto: ma ciò prova di già che era distinto dal toscano, mentre nol sono le poesie che sopra accennammo o recammo.

I Siciliani misero grande impegno, in questi ultimi tempi, a trovare vestigia antichissime di loro vernacolo. Le poesie addotte da Lionardo Vigo (Canti popolari siciliani, Catania 1857), quand’anche potesse provarsi che appartengono all’età di Guglielmo il Buono, poco gioverebbero all’assunto nostro, giacchè nulla è più facile a mutarsi dietro ai tempi che le canzoni in bocca al popolo. Sol proverebbero che un vulgare esisteva, e in fatto un rituale del bretone Augerio, che fu il primo vescovo di Catania, prescrive le formole pel battesimo degli adulti, soggiungendo che, si nescit literas, hæc vulgariter dicat. Si ha un atto di permuta di case fra Leone Bisinianos ed Effimio abate di Santo Nicola di Xurguri, scritto in greco, che a tergo della pergamena è tradotto in vulgare, che da buoni argomenti credesi contemporaneo[159]. E comincia: «Eu Leon Bisinianos cum la Madonna mia mugleri et Nicolao lu meu legitimo figlo, cum lu nomu di la santissima cruchi, cum li manu nostri propri scriviamo insembla cum lu meu figlo Nicolao cum tutta lu nostru bona voluntati et intentioni senza dolo alcuno lu presenti cambiu et permutationi chi fazo cum li nostri possessioni, li quali suno siti et positi a la citati vechia a Palermo a la rimini menzo di Ximbeni di la parti di fora di la porta de Xaltas chi confina cum lu muro, etc. etc... A li misi di ottubre a lo sexto jornu di lo dicto misi di la seconda indictioni in tu annu milli e sexantadui.

Questa data, impastata dell’êra romana e della bisantina, risponde al 1153; e l’essere nel testo indicato soltanto l’ottobre, e non il giorno come nel transunto, fa credere che questo sia contemporaneo[160].

Di un anonimo siciliano il Trucchi pubblicò un frammento cavato dal Libro reale della Vaticana, nº 3793, giudicato della prima metà del millecento, quando a Palermo fiorivano nel palazzo reale le manifatture di seta, dalle quali nel 528 dell’egira, 1133 di Cristo, fu lavorata l’insigne dalmatica di re Ruggero. In esso frammento si legge:

Levasi allo mattin la donna mia

Ch’è vie più chiara che all’alba del giorno:

E vestesi di seta caturìa (di Catura)

La qual fu lavorata in gran soggiorno

Alla nobile guisa di Soria

Che donne lavorarlo molto adorno.

Il su colore è fior di fina grana,

Ed è ornata nella guisa indiana.

Ed ha un’ammantadura oltremarina

Piena di molte perle prezïose...

Quand’ella appar con quella ammantadura

Allegra l’aire, e spande la verdura,

E fa le genti star più gaudïose.

Della Corte di Sicilia sopravvive qualche frammento di Federico II, di Enzo suo figlio.

Il Barbieri, nell’Origine della poesia rimata, cap. XI, riferisce il principio d’una canzone in siciliano del re Enzo:

Allegru cori, plenu

Di tanta beninanza

Suvvegnavi, s’eu penu

Per vostra innamuranza,

Chil non vi sia in placiri

Di lassarmi muriri talimenti

Chiu v’amo di buon cori e lialmenti.

Or dello stesso principe infelice n’abbiam una in italiano, che suona ben diversa:

Va, canzonetta mia,

E saluta messere,

Dilli lo mal ch’i’ aggio,

Chè lei che m’ha in balia

Sì distretto mi tiene

Ch’eo viver non poraggio.

Salutami Toscana

Quella ched è sovrana,

Ed in cui regna tutta cortesia.

E vanne in Puglia piana,

La magna capitana,

Là dove è lo mio core notte e dia.

Di Pier della Vigna, che «tenne ambe le chiavi del cuor di Federico», recheremo questo sonetto:

Perocchè amore no se po vedere

E no se tratta corporalemente,

Quanti no son de sì folle sapere

Che credono ch’amore sia neente!

Ma po’ ch’amore se faze sentere

Dentro dal cor signorezar la zente,

Molto mazore pregio de’ avere

Che se ’l vedesse visibilemente.

Per la virtute de la calamita

Come lo ferro attra’ e non se vede,

Ma si lo tira signorevolmente.

E questa cosa a credere me invita

Che amore sia, e dammi grande fede

Che tutto sia creduto tra la gente.

I seguenti versi di Ruggerone da Palermo s’accostano all’anno 1230:

Canzonetta giojosa,

Va allo fior di Soria,

A quella che lo mio core imprigiona:

Di’ alla più amorosa,

Che per sua cortesia

Si rimembri del suo servidore.

Altri di Rinieri da Palermo, sono citati dal Trissino.

Il suddetto Barbieri adduce un’altra canzone di Stefano protonotaro da Messina, vissuto attorno al 1250, che comincia:

Pir meu cori allegrari

Ki multi longiamenti

Senza alligranza e joi d’amuri è statu,

Mi ritorno in cantari,

Cà forsi levimenti

Da dimuranza turneria in usatu

Di lu troppu taciri.

E quandu l’omo a rasuni di diri,

Ben de’ cantari e mustrari allegranza;

Ca senza dimustranza

Joi siria sempre di pocu valuri,

Dunca ben de’ cantar onni amaduri.

Questa è in siciliano, ma quest’altra in italiano scrisse il medesimo:

Assai mi piacerìa

Se ciò fosse che Amore

Avesse in sè sentore

D’intendere e d’audire;

Ch’eo li rimembreria,

Come fa servidore

Perfetto a suo signore,

Meo lontano servire,

A fariali assavire

Lo mal di che non oso lamentare

A quella che ’l meo cor non può obliare:

Ma Amor non veo, e di lei son temente,

Per che ’l meo male adesso è più pungente.

Ci resta il processo per assassinio tentato sopra Federico II, ma le risposte sono stravolte dal notajo.

Nelle Effemeridi letterarie di Roma del 1772, tom. IX, p. 158, si riportano alcuni brani di un codice Chigiano, che pretendesi scritto in Sicilia e prima dei Vespri, e forse versione dal provenzale. Una cronaca anonima dal 1279 all’82, stampata dal Gregorio[161], e che in miglior lezione trovavasi manoscritta presso il principe di Sangiorgio Spinelli in Napoli, comincia: «Quistu esti lu rubellamentu di Sichilia, lu quali hordinau, effichi fare messer Iohanni di Prochyta contro lo re Carlo». S’anche non è contemporanea, certo è antica; e vi sentite tutti gl’idiotismi moderni di Sicilia: «Multu corrucciatu in visu (Procida esortava a) non lassari quista cussi fatta imprisa, cussi grandi... Lu papa lu conuxia, e ricippilu graziosamenti»[162].

Fu raccolta dalle labbra popolari una canzone, o frammento di poesia, dove, tra altro, si ode:

Senti la Francia ca sona a mortoria:

No, ca la Francia un veni cchiù’n Sicilia.

Viva Sicilia ca porta vittoria!

Viva Palermo! fici mirabilia.

Sunati tutti li campani a gloria,

Spinciti tutti l’armi terribilia,

Ca pr’in eternu ristirà a memoria

Ca li Francisi ristaru ’n Sicilia...

Nun v’azzardati a veniri ’n Sicilia

Ch’hannu juratu salarvi le coria (uccidervi).

E sempre ca virriti ’ntra Sicilia

La Francia sunirà sempri mortoria.

Oggi a cu’ dici scisciri ’n Sicilia

Si cci tagghia lu coddu pri so gloria:

E quannu si dirà qui fu Sicilia

Finirà di la Francia lu mimoria.

Il canto ha tutta l’aria d’essere contemporaneo dei famosi vespri, ma via via s’ammodernò: pure attesta che avevasi una poesia alla moderna, e che vi s’adoperava il dialetto corrente.

Il Giambullari, il quale, nel Gello, sostiene un’opinione conforme alla nostra, dice che Guglielmo Ragonesi affermava essere stato Beltrano Ragonesi di Gaeta il primo che innestò il siciliano col toscano: ma ch’egli attribuisce tal merito a Lucio Drusi. Perocchè «que’ nostri antichi terminavano la maggior parte delle parole con lettere consonanti, ed i Siciliani, per l’opposito, le finivano con le vocali; Lucio, considerando la nostra pronunzia e la siciliana, e vedendo che la durezza delle consonanti offendeva tanto l’orecchio, cominciò, per addolcire e mitigare quell’asprezza, non a pigliare le voci de’ forestieri, ma ad aggiugnere le vocali nella fine delle nostre. Il che, sebbene per allora non piacque molto se non a pochi, dopo la morte di esso Lucio, conoscendosi manifestamente la soavità e la dolcezza di tal pronunzia, cominciarono i Toscani a seguir la regola detta, e non solamente nelle composizioni rimate, ma nelle prose ancora e nel favellare ordinario dell’uno con l’altro. Di qui venne questa pronunzia».

Ripugna affatto alla natura delle cose che un uomo solo cangi il sistema d’una favella: può bene cambiar qualcosa di ortografia, come fecero il Trissino e Voltaire, ma non il parlare d’un popolo. E tanto più chi veda come i Toscani, neppure i più plebei e più isolati, non soffrano voci terminate in consonante, e anche alle forestiere appiccino una vocale.

Nel dialetto napoletano il Mazzocchi[163] dice che faceansi tutte le iscrizioni del XIV e XV secolo: oggi però o niuna o ben poche se ne trovano. In Napoli, sulla piazzetta di San Pietro Martire, sopra un sepolcreto dodici versi fanno corredo ad uno scheletro portante il falcone in una mano, il logoro nell’altra, e dicono:

Eo so lo morte, chachacio (che caccio)

sopera voi jente mondana

amalata e la sana,

dì e notte la perchaccio

no fugia nesuno ine tana

p. scampare de lo mio lactio

che tucto lo mundo abractio

e tucta la gente umana

perchè nessuno se conforta

ma prenda spavento

ch’eo per comandamento

de prendere a chi ven la sorte

siave castigamento

questa fegura de morte

e pensavie de fare forte

in via de salvamento.

Da sinistra un mercante versa un sacco di moneta sull’ara, e fa colla Morte il seguente dialogo:

Merc. Tuto te voglio dare se mi lasi scampare.

Morte. Se tu me potisse dare quanto se potè ademandare, no te scampara la morte se te ne vene la sorte.

Sugli orli corre questo scritto:

† mille laude factio a dio patre e a la santa

trinitate che due volte me aveno

scampato e tucti li altri foro annegate.

Francischino fu dr. Brignale feci fare

questa memoria ale m. CCCLXI de

lo mese de agusto XIIII indiccionis.

Ben anteriore sarebbe la cronaca di Giovanni Villani, ma fu raffazzonata da Leonardo Astrino di Brescia nel 1626, colla pretesa di quello alla prima composizione restituire. Dal Pelliccia[164] recasi un istrumento del 1208, ove si sente quel dialetto, ma sono avvertito che è falso. Teniamo però questo «Banno et commandamento per parte de monsignor lo re Lanzolao re di Sicilia etc. che Dio lo salva e mantenga etc. de lo vicemiralia de lo ditto riame per parte de la maiestà de lo ditto segnore re, che ben se guarde omne pescator che va pescanno che non pescano a li mari de s. Pietro ad Castello senza licenzia de li gabellotti ad pena de uno augustale per uno, et chi lo accusa ne avrà lo quarto».

Gio. Boccaccio ha una burlevole «pistola in lingua napoletana», che comincia: «Facciamote, caro fratiello, a saperi che, lo primo jorno de sto mese, Machiuti filiao, et appe uno biello figlio masculo, che Dio nee lo garde, e li dea bita a tiempo e a hiegli anni ecc.». Egli sul miserando caso della Lisabetta di Messina cita una canzone, usata dai Siciliani, i cui primi due versi

Qual esso fu lo mal cristiano

Che mi furò la grasta?

son di fatto del dialetto di Sicilia.

Giovan Villani fiorentino fa parlare molti nel dialetto ad essi natio, e da quei di Sorrento dire a Ruggero di Lorìa:

«Messere l’ammiraglio, come te piace, da parte del comune de Surienti; istipati queste palombole, et prindi quissi augustarj per un taglio de calze, e piazesse a Dio, com’hai preso lo filio, avessi lo patre».

Una cronaca della morte di Manfredi leggesi nel lavoro del De Renzi sopra Gio. da Procida, pag. 234: come un’altra cronaca a pag. 299.

Matteo Spinelli da Giovenazzo, dal 1247 al 68 vergò le cronache napoletane mescendovi il dialetto del suo paese (Rer ital. Scrip., tom. VII):

«Me venne proposito di notare, per una delle gravi cose successe in vita mia, lo fatto di quisto messer Rugiero de Sanseverino, come me lo contao Donatiello di Stasio da Matera servitore suo. Me disse che, quando fo la rotta da casa Sanseverino allo chiano de Canosa, Aimario de Sanseverino cercao de salvarse, et fugio inverso Biseglia per trovare qualche vasciello de mare, per uscirne da regno. Et se arricordao di questo Rugiero, che era piccierillo di nove anni; et se voltao a Donatiello che venia con isso, et le disse: A me abbastano questi dui compagni: Va, Donatiello, et fòrzati di salvare quello figliuolo. Et Donatiello se voltao a scapizzacollo, et arrivao a Venosa alle otto ore, et parlao allo castellano; et a quillo punto proprio pigliao lo figliuolo, et fino a quaranta augustali, et un poco di certa altra moneta, et uscio dalla porta fauza, senza che lo sapesse nullo de li compagni, et mutao subito li vestiti allo figliuolo et ad isso, con un cavallo de vettura, con nu sacco di ammandole sopra, pigliaro la via larga, allontanandose sempre da dove poteva essere conosciuto»[165].

Si accosti questo scrivere a quello di Ricordano Malespini fiorentino. Il quale dice aver cominciato il 1200 la storia sua; e forse vi corre sbaglio, ma ad ogni modo passò finora pel primo che scrivesse storie in toscano[166].

«Io Ricordano fui nobile cittadino di Firenze della casa de’ Malespini, e ab antico venimmo da Roma. E’ miei antecessori, rifatta che fu la città di Firenze, si puosono presso alle case degli Ormanni in parte, e in parte al dirimpetto delle case dette degli Ormanni; e dirimpetto alle nostre case era una piazzuola, la quale si chiamava la piazza de’ Malespini, e chi la chiamava piazza di Santa Cecilia. E io sopradetto Ricordano ebbi in parte le sopradette iscritture da un nobile cittadino romano, il cui nome fu Fiorello: ebbe le dette iscritture di suoi antecessori, scritte al tempo, in parte quando i Romani disfeciono Fiesole, e parte poi; perocché ’l detto Fiorello l’ebbe, che fu uno de’ detti Capocci, il quale si dilettò molto di scrivere cose passate, ed eziandio anche molto si dilettò di cose di strologia. E questo sopradetto vide co’ suoi proprj occhi la prima posta di Firenze, ed ebbe nome Marco Capocci di Roma».

§ 18º Del toscano.

Chi si ostinasse nella priorità del siciliano, dovrebbe dire che questo avesse un peccato d’origine, e che, nato nella Corte, colla Corte perisse, mentre il toscano si perfezionò col popolo. Ma non fa mestieri d’altri argomenti per farci credere che, all’organarsi dell’italiano, nè a Napoli nè in Sicilia si parlasse un dialetto che sia divenuto lingua comune; mentre ciò si prova del toscano, ove, dando alla parlata la terminazione e l’ortografia latina, si aveva una fortunata conformità col vocalismo popolare. Dopo i poeti citati potremmo addurre esempj di Noffo notaro d’Oltrarno, di Gallo pisano, di Buonagiunta Urbicani da Lucca, di Meo de’ Macconi da Siena, di Guittone d’Arezzo, di Chiaro Davanzati di Bondie Dietajuti, di Brunetto Latini, col quale tocchiamo a Dante.

Che se diffidiamo delle prove tratte da poesie, non ce ne mancano altre. Già n’è occorsa qualche iscrizione. Nel camposanto di Pisa leggesi questa:

✠ Die sce Marie de sectebre anno dni mllo ccxliii indict. i. manifesto annoi e al più delle PerSONE CHE NEL TEMPO DI BUONACOSO DE PALUDE LI PISANI ANDARO CUM GALEE CV E VE VAC. C. A PORTO VENERE STEDTERVI P DIE XV E GUASTARO TUCTO E AREBBERLO PreSO NON FUSSE LO CONTE PANDALO CHE NON VOLSE CHESA TRAITORE DE LA CORONA E POI N ANDANMO NEL PORTO DI GENOVA CUM CIII GALEE DI PISA E C VACCHECTE E AVAREMOLA COBADUTA NO FUSSE CHEL TEMPO NO STROPIO. DNS DODUS FECIT PUBLICARE HOC OPUS.

Una siffatta sta al Mulino del Palazzo in val di Merse senese:

MCCXLVI AL TEPO DE GUALCIERI DA CALCINAIA PODESTÀ — GUIDO STRICA — RANIERI DI LODI; ORLANDINO DE CASUCCIA FEICE.

La riferisce il Repetti[167]: mal però asserisce che questa lingua non fu «mai, almeno nelle cose pubbliche, usata innanzi la metà del secolo decimoterzo». Oltre i già detti, abbiamo scritture originali, quali d’ufficio, quali pagensi, che provano come fosse comune colà il parlare che fu adottato dagli scrittori; tanto da accontentare il Muratori che si querelava più volte di non aver potuto ritrovare nulla dell’italiano, che pure dovette adoperarsi per secoli nelle prediche e nei conti mercantili. In un bel documento senese, pubblicato nell’appendice nº 20 dell’Archivio storico del Vieusseux, portante le spese e le entrate di madonna Moscada dal 1234 al 43, il vulgar nostro vedesi bell’e formato:

«Queste sono dispese de la casa a minuto da chinc’indrieto.

»Anno Domini MCCXXXIIII del mese di dicembre... Si à dato madona Moscada e Matusala lo mulino di Paternostro ad afito alo priore di san Vilio per VII mogia meno VI staja di grano di chieduno ano, ed ene ricolta chiuso da san Cristofano del deto afito. E ano impromesso di recare a loro dispese overo grano overo farina, per ciaschedun mese, tredici staja e mezo di grano o di farina, qual noi piacese; a pena del dopio. La pena data, lo contrato tenere fermo. E Matusala impromise di fare, se la casa si discipasse, di farla a le sue dispese per la sua parte; e se bisciogno v’avesse macine, per la sua parte, di recavile ale sue dispese fino al mulino e di murare lo petorale alle mie dispese... E se lo steccato si disfacese per aqua o per altro fare del mulino, lo deto priore lo dee rifare de legname comunale a le sue dispese...

»Anno Domini MCCXXXVII da genajo indrieto, ala signoria de l’escita di Giacopino e per tutte le signorie que[168] sono iscrite di che in chesta carta, si è compito sere Lambertino; e da genaio indrieto, com’è scrito di sopra, si è chiamato pagato da Matusala per la quarta parte dele piscioni di val di Montone: et o riscrivo lo compimento qued eli che per queste razoni di soto ecc.».

E di questo tenore seguita per quarantacinque carte in-4º piccolo. Ivi pure furono stampate le Ricordanze di Guido di Filippo di Ghidone dell’Antella, quaderno domestico e d’affari, chominciate a scrivere in kalen di marzo anno MCCXXXXVIII; e sentite s’egli è italiano compito.

«Ne l’anno MCCLXXVIII andai a dimorare con la compagnia de li Schali e chon loro stetti dodici anni, tra in Firenze e fuori di Firenze. Per la detta compagnia tenni ragione in mano in Proenza. Per loro stetti nel reame di Francia, in Proenza, in Pisa, in Corte, Napoli et in Acri, et fui loro compagno».

Nell’arcivescovado di Firenze si conserva una donazione ai frati Umiliati, che mostra si stendeano già in italiano i protocolli.

«Anno MCCL etc., in palatio de Gàligariis... ad sonum campane ad consiglium vocati fuerunt consules judicum mercatorum... propositum fuit — se si debbano concedere a’ frati di San Donato a Torre, stante l’utilità che apportano alla città per l’esercizio dell’arte della lana, terre e case poste nel popolo di San Paolo e di Santa Lucia, e si concedono»[169].

Corrispondenze del 1290 e 91 della ditta Consiglio de’ Cerchi e Compagni in Firenze e Giacchetto Rinucci e Compagni in Inghilterra, convincono come frequente e regolare si tenesse il carteggio in italiano[170]:

«Diciesette dì di febbrajo avemmo due lettere che ne mandaste;... Recollene il primo corriere di Langnino: e del mese di marzo n’avemo avuto anche cinque piccole lettere che m’avete mandate per altre genti; e sedici dì di marzo avemo anche una lettera che la ci recò il corriere di pagamento di Langnino ecc...

»Noi avemo pagata per voi, per vostre lettere, a Cambino Bonizzi e a Paganello Bencivenni e alla moglie di Diotajuti Montieri quella quantitade della moneta che ne mandaste dicendo. In altre lettere v’avemo iscritto il parere nostro di quello che volemo che per ugnanno si faccia per noi in Inghilterra e in Iscozia sopra la coglietta, e ancora in lane di magioni. Nostro intendimento si è di volere che si faccia 200 sacca di lana coglietta tra in Inghilterra e in Iscozia, in quelle luogora che più utilitade credete che si ne possa fare.

»... Sopra ’l fatto delle saje di Luja non fae mestiere più di scrivere, ch’assai vi n’avemo scritto per altre lettere; ed è nostro intendimento che, quando avrete questa lettera, quelle che rimandare ci dovete per ugnanno ci avrete rimandate in Fiandra».

In alcuni capitoli del 18 giugno 1297 della Compagnia d’Or San Michele sta:

«Anche ordiniamo che, conciossiacosachè, per cagione del mercato del grano e per altre cose che si fanno nella detta piazza sotto la loggia, la tavola di messer santo Michele si impolveri e si guasti, li capitani siano tenuti di farla stare coperta acciò kessi (che si) conservi nella sua bellezza et non si guasti. Salvo kel sabbato dipo’ nona, disfacto il mercato, la debbiano fare discoprire et stare discoperta per tutto il dì de la domenica, et così si faccia per le feste solenne che mercato non si faccia. Che non si mostri, overo si scuopri la figura di detta nostra donna senza torchi accesi».

Nell’archivio di Siena è lettera, che nel 1253 scrivea Tuto Enrico Accattapane a Ruggero di Bagnole, capitano di quel popolo per Corrado re de’ Romani e di Sicilia:

«A voi, mesere Rugiero da Bagnole, per la grazia di Dio e di domino re Currado capitano del comune di Siena, Tuto Arrigo Acatapane vi sie va raccomandando. Contio vi sia, che io sono in Peroscia, e giosevi giovedì due die entrante ottobre, con una grande quantitae di cavaieri della valle di Spuleto e delle contrade di la giuso; e quandio gionsi in Peroscia sì vi trovai Aldobrandino Gonzolino, unde sappiate che io me ne volea venire coi detti cavaieri per chello che io voleva esere in Siena colloro innanzi voi per vedervi, e perchè voi intendeste i pati che sono da me e dalloro anzi ch’ellino vi scrivessero, i quali pali apaiono per carta a mano di notaio; unde io facio contio che i pati son cotali ch’eglino vi deano servire a vostra volontà di die di notte con buoni cavalli domi».

La città di Siena possiede una serie di statuti, dettati in lingua volgare nei secoli XIII e XIV; il più antico dei quali (Statuto di Montagutolo, nº 50 nel R. Archivio) va dal 1280 al 1297. Il principio è tale: «Questo ene il breve e li statuti e li ordinamenti del Comune e delli uoni (uomini) da Montagutolo dell’Ardinghesca, facto et ordinato et composto per li massari del decto Comune sotto gli anni del nostro Signore Mille CCLXXX del mese di Iennaio Indictione VIIII. Ad honore e buono stato del Comune di Siena e de’ Conti da Civitella et ad honore et riverentia Didio e de la beata Vergine Maria e di tucti Santi e le Sante di Dio et ad mantenimento e buono stato del Comune e delli uomini del decto Castello e de la sua corte e distrecto e di tutti coloro che avessero ragione col decto Castello e nel suo distrecto».

Di data legale abbiamo al 1265 la pace concordata in Tunisi fra l’ambasciatore pisano e quel re:

Terminus pacis.

«Et fermosi questa pace per anni XX. La quale pace sempre sta ferma in de lo soprascripto termine a di XIII de lo mese di sciavel anni LXII, et DC secondo lo corso de li Saracini, e sub annis Domini M CC LXV, indictione VII, tertio idus augusti secondo lo corso de li Pisani...

Lo testimoniamento et lo datale di questa pace.

»Et testimoniove dominus Parente per culoro che lui mandono in sua buona volontade et in sua buona memoria et in sua buona sanitade, che questa pace a lui piace, et cusì la ricevette et fermove. Et inteseno li testimoni da lo scheca grande et alto et cognosciuto secretario et faccia di domino Elmira Califfo Momini, et faccitore di tutti li suoi fatti, lo quale Dio mantegna et in questo mondo et in de l’altro. Et rimagna sopra li Saracini la sua benedicione. Baubidelle filio de lo Scheca, a cui Dio faccia misericordia. Buali Aren filio de lo Scheca alto, cui Dio faccia misericordia».

Tale mistura d’italiano e di latino rivela un notajo, o piuttosto un traduttore rozzo, che conserva alcune formole notarili quali usavansi negli istrumenti, e vi mescola il parlare che aveva consueto, vergato a guida della pronunzia. E appunto a tal modo venne formandosi l’italiano. Dapprincipio nel latino s’insinuarono alcune voci e frasi, insolite allo scrivere eletto, ma quali usavansi dal vulgo. Via via ch’erano adoperate, acquistavano una specie d’autenticità; e alle giù ammesse unendone altre ancora insolite, il numero ne aumentava, sin al punto che le italiane furono il maggior numero, e il minore le latine[171].

La mistura appare cresciuta nel testamento della contessa Beatrice di Capraja del 1278[172], il quale da Sebastiano Ciampi fu stampato con tutte le scorrezioni grammaticali e grafiche, ponendolo a confronto colla traduzione dei Trattati morali di Albertano Giudice, fatta l’anno stesso da Soffredo del Grazia, notaro pistoiese, e ch’esso Ciampi stampò colla medesima improba pazienza. Questi trattati terminano così:

«Or finisce lo libro del consolamento e del consiglio, lo quale Albertano giudice di Brescia de la contrada di sancta Agata compuose’ ne li anni d. MCCXLVI del mese de aprile, ed imagoregato in su questo vulgare ’ne li anni d. MCCLXXV del mese di sectembre.

«Chi scrisse questo vulgare

Dio li dia bene e capitare,

Chi scrisse ancora scriva

Sempre e ognora».

Una lingua, in cui stendeansi atti importanti pubblici e privati, in cui già si trovava opportuno tradurre le opere di quella che un tempo era stata nazionale, doveva essere adulta, e conosciuta ai lettori più che non quella da cui si traslatava. Già erasi compreso che l’intelligenza umana aveva acquistato un nuovo istromento, non inferiore in forza e bellezza a verun’altra forma della loquela; e mentre prima riservavasi agli usi giornalieri dell’esistenza materiale, si vide bastava a dipingere la natura con tutti i suoi particolari, enunciare il pensiero con tutte le sue finezze, prestare una voce potente a ciascuna passione.

Erra dunque il Bembo che trae tutto dai Provenzali, e asserisce che pochi scrittori di prosa si vedano in quel primo secolo, fuor dei Toscani (Sulla vulgar lingua). Erra G. B. Niccolini (Qual parte aver possa il popolo nella formazione di una lingua) scrivendo che «in prosa volgare si può dire che quasi niuno al tempo di Dante scrivesse, non essendo ancora in credito la lingua volgare, e scrivendo i dotti in latino e facendo commenti in latino». Erano già note allora, e furono meglio divisate poi molte anzi moltissime cronache in romanesco, in napoletano, in siciliano, e prose devote, e didattiche, e poesie, donde si chiarisce che Dante trovava una lingua già molto esercitata.

Bologna è di mezzo fra l’Italia settentrionale e la meridionale: vi sono professori e scolari d’ogni paese, il che doveva facilitar l’avvicinamento. Perciò Dante la esaltava; e di fatto s’avvicinava al tipo latino più che al provenzale, e vi si fissavano la fonologia e la morfologia. Pure il toscano avea meglio contemperato la tradizione latina col dialetto; delle due estremità evitato i difetti; avea chiarezza, trasparenza; era fra i dialetti italiani quel che l’italiano fra le lingue romanze; con minore mescolanza di parole tedesche, francesi, arabe.

Alcuni scrittori accettarono gli idiotismi, di che Dante li rimprovera; i migliori li abbandonavano, di che venne questo meraviglioso stromento del pensiero; il quale alla Toscana va debitore del suo splendore.

§ 19º Riassunto e paragoni.

Con questo noi abbiamo inteso combattere l’opinione, che si sorbisce nelle scuole, derivasse la lingua nostra da mistura colle tedesche. Queste ci diedero bensì alquante voci, come rubare, bicchiere, fiasco, sprone, sciabola, arnese, stivale, fallo... ma non un complesso, nè tanto meno un sistema grammaticale. Nella nostra rimasero ben pochi termini d’origine teutonica, e questi significano armi e generi nuovi di oppressione; i pochi che si applicano alle occorrenze della vita, hanno a fianco ancora vivo il sinonimo latino[173]; a ogni modo son meno assai che non le voci latine, le quali furono accettate dai Tedeschi. E alla storia dice qualche cosa il vedere che le parole de’ vincitori, adottate dai vinti, furono spesso tratte al peggior senso; land che pei Tedeschi è terra, per noi fu un terreno incolto; ross non espresse un cavallo, ma un cavallaccio; barone divenne sinonimo di paltoniere e birbo; grosso significò tutt’altro che grandezza; volk non indicò popolo ma popolaccio.

Troveremo nel parlar nostro voci e locuzioni assai, che non traggono origine dalle latine, o dirò più preciso, non dalle latine scritte; e queste sono spesso delle più necessarie; molte fiate la radice loro non si riscontra neppure fra i Settentrionali; e più frequentano nei paesi ove i Nordici men posero nido, come sarebbero Toscana, Sicilia, Venezia, Romagna. Ora, donde vennero elle se non dai prischi dialetti, ch’erano sopravvissuti alla dominazione romana? e non n’è altra prova la conformità mantenutasi tra dialetti di paesi ove pure si parlano due lingue differenti?[174]. Per mettere tutto ciò in sodo, bisognerebbe rimontare alle origini, quando della stirpe indo-europea, o come meglio dicono, ariana, un ramo si spinse verso i nostri paesi, nei quali viveano affratellati Celti, Greci, Latini. Si divisero poi, e il greco tenne le felici contrade dell’Arcipelago, estendendosi dall’Emo all’Asia Minore, e occupando anche la Sicilia e l’estremità meridionale d’Italia. Il celtico s’attendò nell’Europa centrale per le valli del Danubio e del Reno; e circuite le Alpi, popolò anche la Svizzera, la Francia, l’Italia settentrionale, la Spagna, mentre elevavasi fino all’Anglia e all’Islanda. Il ramo italico forse era durato in maggior comunanza col celtico, se vediamo nel parlar suo l’assenza di aspirate, e di certe modificazioni del verbo, come il futuro e il passivo. Men numeroso del celtico, men del greco dotato del sentimento estetico, s’allungò nella penisola nostra, sovrapponendosi ai Casci, agli Aborigeni, alle razze, non dirò indigene, ma preistoriche, e la cui esistenza ci è ora attestata dai ruderi lacustri, e dalle terramare. Queste genìe selvatiche non perirono, non cessarono di parlare; e la loro loquela modificò in parte quella de’ sopravvenuti, in parte conservossi, e si troverebbe in fondo ai dialetti, chi li cercasse con quell’artifizio di eliminazione, che ora si pratica con tanta e pazienza e sapienza dai glottologi.

Attenendoci alle modeste e storiche proporzioni del nostro tema, diremo come anche il provenzale, da cui altri volle dedurre il nostro idioma, era di fondo latino, ma per le terminazioni teneva maggiormente del tedesco che non l’italiano. Pure dee farne gran conto chi voglia tessere la storia della lingua e de’ dialetti italici. Nei trobadori, e massime in alcuni canti delle valli alpine, si riscontra un dire, che con poche mutazioni si riduce italiano[175]; ma, o fallo, o dovranno tirarsene tutt’altre illazioni che quelle che ne trasse il Perticari negli Scrittori del Trecento.

Nè si avranno a trascurare i dialetti, mantenutisi in paesi dove si piantarono colonie latine e legioni di difesa, come la Rezia e i Principati Danubiani[176]. De’ quali toccando, ha maternità simile all’italiana la lingua valacca, parlata da popoli che ancora s’intitolano Rumeni, come di rimpatto noi Italiani dai Tedeschi siamo chiamati Wälschen, nome affine a Walachen, e dai Polacchi Woloch, dai Boemi Wlach. Il fondo del valacco è di parole latine, miste a slave e aplo-elleniche, a tedesche, a turche, per necessità di comunicazione; ma le somiglianze lessiche col latino sono tante, da potersi dire identiche le due favelle[177]. La valacca poi conservò molte radici, delle quali a noi restano solo i derivati[178]; come albo, fur, ove, da cui noi serbammo albore, albume, furtiva, ovile; e così ningere, querere, cucurbitu, vulture, venare. Come usa in italiano e non in latino, il nome degli alberi si fa maschile, femminile quel de’ frutti, pruni e prune, peri e pere: come in italiano e non in latino abbondano i diminutivi, peggiorativi, vezzeggiativi: muiierone una donnona; omoiu un omaccione; domicelu signorino; canubin il canino; mariutia, negrutiu, orbetiu, fiiastro; d’onde io argomenterei esistessero già tali alterazioni nel linguaggio parlato dai Latini al tempo che fondarono queste colonie.

Forma i plurali, non con affiggere la s come altre lingue neolatine, ma col cambiare l’a in e, l’u in i; molti finiscono in uri, come da jugu juguri, da nodu noduri, da fumu fumuri, somiglianti a donora, pratora, campora, che diceano i nostri vecchi. Abbandonò il genere neutro; l’articolo derivò da ille, ma invece di prefiggerlo, il suffigge dicendo parinte-le il parente, domn’ul il donno, omu’l l’uomo; e pel femminile a, ovvero oa se termina in è. Vale a dire che il valacco adottò i suffissi degli Epiroti[179], valendosi dell’articolo italiano. I pronomi sono i nostri: eu, tu, elea; nei, voi, ei; così nostru, vostru, loru, acest, acelu, unu, tot, nimene, amendoi, quest; questu, quel, quelu; un, uno, tot, totu; e gli avverbj che, dapò, dapòque, o, altrmentrile, de qui, ma, giosu, sum, dinsuso, de aqui in ante, jeri, forte. Il superlativo e comparativo forma alla francese; maí bon, cel maí bon, che del resto non è insolito ai Latini (magis dives ecc.). I numerali ha identici ai nostri fin al cento, che dicesi sata come nel sanscrito. I verbi han quattro desinenze dell’infinito, sincopate come si fa nei dialetti dell’alta Italia, in à, è, e muta, ì; e sono preceduti sempre dall’a, come gl’inglesi dal to; per es. a cantà cantare. Perdettero il futuro semplice, supplendovi con voiire volere, ma conservarono il trapassato: eu avusem, io avea veduto. Pel passivo fanno eu me vedu, io sono visto; el se vede, egli è visto; affiggono i pronomi come noi: dami, dai, dali, per dammi, dagli, danne[180].

La conjugazione valacca è simile e spesso eguale all’italiana: semplice e diretto il periodo e la sintassi. I nomi equivalgono spesso all’ablativo latino, come pulvere, sore (sole), munte, margine, facie, vale (valle), morte, langore.

Frequentissimi i participj in utu, avutu, credutu, crescutu, conosciutu, implutu, battutu, alcuni de’ quali non si hanno in latino (batuto), altri assai differenti (cognitus, cretus) mentre in italiano son eguali.

Hanno bolta, usia (uscio e volta), stala, cucina, supa, sala, sappa, vechiu, rosiu (rosso), verde, fiastra, sora (suora), caldura, ochi, urechi, voja (voglia), ajutare, bere, chiamare, cercare, discarcare, inaltiare, manciare (mangiare), tocare, repansare, adunare, lasare, jocare... che sono molto piu simili all’italiano che al latino scritto.

È rara nel latino la terminazione in esco, mentre noi abbiamo conosco, patisco, nutrisco, ardisco, ecc., e così nel valacco nutrescu, nodescu, amutesco, impartiesco.

Anche nel moldavo oggi si dice porta, bove, vacca, leo, lupe, volp, urs, passere, niegro, verdie, alb, vin, aer, argint, aur (oro), fier (ferro), plumb, flore, uccis; e così domne, femaya, ferestra, yerba, sordisce, vulture, magine, ciudad, alterazioni ben facili di domine, fœmina, fenestra, herba, sorex, vultur, margo, civitas; e i verbi cresk, floresk, nesk, schio, per cresco, floresco, nascor, scio.

Sui dialetti ladini sarebbe superfluo e incompleto ogni studio dopo i Saggi ladini dell’Ascoli. Suo scopo non era tanto di comparare singoli idiomi, quanto di ricomporre nello spazio e nel tempo una delle grandi unità del mondo romano, e come essa si colleghi con altre contigue, e confluisca col veneto e col lombardo.

§ 20º Illazioni. Sistema della trasformazione.

Or queste colonie della Romania e della Rezia furono piantate avanti l’irruzione dei Barbari. Dunque la lingua ch’esse serbarono, era già in corso mentre l’Impero sussisteva; dunque arriviamo anche per questa via alla conclusione, che la lingua italiana non sia se non la latina, qual era parlata già ai tempi classici, e forse prima; non essendovi ragione perchè un popolo, il quale non cambiò di patria, smetta il parlar suo per adottare quello dei conquistatori; tanto più che questi erano pochi, viveano sceveri dai conquistati, ed erano meno colti di essi[181].

Altre prove ne troverà chi osservi come noi tuttodì usiamo termini che il latino classico repudiava come antiquati o corrotti, ma che doveano essersi conservati tra il popolo, giacchè li vediamo resuscitare quando si guasta o ammutolisce il linguaggio letterario. E poichè noi non nasciamo dai pochi letterati, ma dal grosso della popolazione latina, perciò le parole d’oggi tengono il significato de’ bassi Latini, anzi che quello degli aurei. Clostrum, coda, vulgus, magester, audibam, caldus, repostus, cordolium, bolga, mantellum; finis e frons al femminile, che passarono all’italiano, erano negli antichissimi, e furono abbandonate dai classici. Nel latino classico era comune il fortis, non forcia ch’è poi nel basso e in tutte le lingue romanze. Così è di giardino, di gatto. Blanch c’è nello spagnuolo, nel valacco, nel ladino, come in italiano. In valacco dicesi boje, in romancio bojer, in ispagnuolo boja quel che in latino carnifex. In valacco abbiamo inaltzà, bâte, per inalzare e battere; e così citu per zitto, come lo pronunziano i Lombardi. Mannaja sarebbe nome nuovo, ma nel romancio abbiamo manera, e in dialetti lombardi manerin. Tacio il capitaneus che è già in un papiro del 551 presso il Marini. Or donde vennero se non dal parlato?

Nel daco romano abbiamo nu erà niminea; nimenui nù së convine; nù zicë nimic, come in italiano diciamo «Non era nessuno; a nessuno non conviene; non dica nulla». Ne’ classici le due negative affermavano; ma il trovar l’opposto nel vulgare di due paesi così distinti ci fa credere che altrimenti usasse il vulgo[182].

Indicammo a pag. 77 di non poter determinare perchè, fra due sinonimi, i nostri preferissero l’uno, come grandis, fames, niger, senior, totus, piuttosto che magnus, esuries, ater, omnis[183]; e così piuttosto di sicut il quomodo[184]; de mane piuttosto di cras; subito piuttosto di cito; penso piuttosto che cogito; e supponiamo che già il popolo dicesse più volentieri plus che magis; hac hora (ora) che nunc; illa hora (allora) che tunc; ad minus (almeno) che saltem; per hoc (però) che ideo e nam; perfecta mente che perfecte.

Deperita la correzione che era mantenuta dagli scrittori, l’uso prevale colla sua mobilità; e le parole latine divengono italiane mediante que’ cambiamenti che i grammatici classificarono, intitolandoli protesi quando s’aggiunge una lettera o una sillaba al principio; aferesi quando la si toglie, come da rotundo tondo; apocope quando levasi la finale; sincope quando di mezzo alla parola si leva una lettera o una sillaba; onde da rubigine ruggine, da parabola parola, da civitas città, da Pado, viginti, bonitas, facere, mensura, pensare, Po, venti, bontà, fare, misura, pesare; epentesi quando s’introduce una lettera nuova, come pietra e fiera in petra, fera; antitesi quando si cangia una lettera, onde diurnus, de mane, hordeum, vestro, radium diventano giorno, domani, orzo, vostro, raggio; metatesi quando si muta ordine alle lettere, col che aer, luscinia, super divengono aria, usignuolo, sopra; antifrasi quando alla parola si dà un senso contrario, come da vir bonus, birbone. L’eufonia, cioè la dolcezza di pronunzia, è poi una principale ragione, la regola forse suprema di tutti i cambiamenti.

Alcune voci ne tornarono dal greco più direttamente; e p. e. ripigliammo palla, di cui i Latini aveano fatto pila, e le terminazioni in osus, ontius, entius, così comuni nei primi cristiani[185]. In molte la radice latina fu conservata soltanto nei composti: onde non avemmo struere, ma costruire; non ducere, ma condurre, addurre, produrre; non voco ma convoco, invoco; non clamo, ma declamare; non pingo, ma dipingo.

Il fondo però, o, come oggi dicesi, il tipo, rimase sempre latino, ed è noto che in varj dialetti d’Italia occorrono intere frasi prettamente latine; il friulano, per esempio, dice, Vos statis in tantis miseriis: oltre quel che riferimmo del sardo.

Certo non si venne di tratto al bel vulgare odierno. Una lingua che succede ad un’anteriore, difficilmente sa sciogliersi dall’imitarla, anche dopo che, formata ed ingrandita, viene assunta dagli scrittori. Così avvenne della nostra, ove nel Trecento si riscontra ancora la fisionomia materna nel non restringere l’au in o, non mutare la l in i avanti ad a b c f p, nè lo j in g, nè inserire la i avanti ad e[186]. Che se de’ primi scrittori, Dante compreso, volessimo raccorre le differenze da noi moderni, che mostrano cominciante esperienza, troveremmo che ancora usavano molte parole latine: dece, il libito fe licito, sperma, pretio, carpe, parco, cogitare, manduca, unqua...; e i plurali, campora, ramora, palcora, nomora...; altre scriveano perchè forse pronunziavano alla latina, come umeri, triumphi, justo, jurare. Vi scambiavano di lettere, resurressione, terso, penza, perzona, resprendente, stiaffo, stiena, dovunche, oblico, fragello, boce, forvici, paravole, brivilegio, fedita, adasio, Cicilia, savere, navicare, beano, granne, foi, mobole, rimore, sanza, neente, Deo, eo; o di generi, le sacramente, la fiore, la mare, l’oblìa, il nojo, il sedio, e in Dante il domando e il velo; e massime dell’articolo lo per il; od eccedevano in quelle desinenze provenzali d’anza, aggio. Talora sono lettere trasposte, come preta, grolia, impretare, grillanda, stormenti, gralimare, palora, frebbe, aire; o lettere fognate, come in memora, desidero, manera, molesta, lussura, sciutto, scoltato, rede, pitafio, dificio, subitano, brobbio, propiamente, gioane, stribuire, douto; o aggiunte superfluamente, come triemare, bointà, Europie, superbio, istando, auccidere, ausare, aoperare, appruovare, puose, bascio, resgione, tegnendo, vogliendo, cognosco, vuogli, o non ancora assimilate, come adsai, ciptadini, ecceptiamo; o sciolgonsi i dittonghi, come in audire, tesauro, aulente, claudo, pausare, gaudere; o mutasi una delle vocali in consonante, come blasmo, claro, galdio, laldare, aldire. Talora vi appajono sincopi strane: semmana, volno, venno, pensrà, sen (senza), avan’, soven’, ca, foss, fi, fol, nul; quando allungamenti, massime nelle desinenze (partiraggio, rifitoe, piue, sarabbo, farajo, saccio, pietanza e coraggio per pietà e cuore, e tue, mene, quici, mee). Le finali sono spesso viziate (interesso, crimo, leggisto, pianeto, nomo, giovano, comuno, le porti, febbra, adessa). Talvolta si tace la preposizione (dico voi, grazie voi sia, fa noi grazia) o si pone a sovrabbondanza (in ninferno).

I verbi vi sono conjugati a sproposito, trovando spegnare, allegrere, parire, finare, sentere, abbassirsi; schermare, favorare, giojare, pentere sono in Dante; e in lui e in altri dissono, vedia, sentette, dicette, abbo, ei (ebbi), ablavano, avemo e avamo, sentimo, sappie, vinsono, parlasseno, passarebbe, io vorrebbi avere, porìa, dea; e i participj feruto, falluto, pentuto. Essi participj sono spesso adoprati pel nome: il destinato, il pensato, il gloriato, l’imperiato, i falliti, la finita, per destino, pensiero, gloria, impero, falli, fine; del che ci sono rimasti il concordato, l’arbitrato, il giudicato e simili.

Alquante voci di quell’età abbiamo di poi affatto dismesse, come disianza, dolciore e dolzura, perdigione, bellore, increscenza, incominciaglia, usaggio, rancura, smagare, dottanza e dotta, vengiare, issa, grazire, amanza, gelore e gelura, sezzajo, primajo, tostano, prossimano, temorente, bontadioso, pensivo, allegranza, acceleranza, tristanza ecc. Smettemmo pure gli affissi in fratel-mo, moglie-ma, casa-ta, signor-so, e il suto dal verbo essere, che sarebbe giovato tanto ad evitare sgarbate consonanze (è stato portato).

Ne’ versi poi, oltre la generale deficienza d’armonia, occorrevano frequenti le cacofonie, le dieresi stentate, o le contrazioni malsonanti; la rima o era mal determinata, o con parole alterate, facendo consonare ora e ventura, destro e presto, lusinga e rimanga, pietate e matre, morte e raccolte, luna e persona, ottima e cima, majesta e gesta;

E men d’un mezzo di traverso non ci ha.

Che andate pensando sì voi sol tre?

(Dante)

Chi bestia, chi sgraziato, chi cattiv’è,

Chi sciocco, chi invidiato sempre vive?

(Meo Abbracciavacca).

Insomma qui pure si ripete l’andamento, che seguimmo riguardo alla lingua latina.

§ 21º Dei dialetti: loro antichità. Il libro del Vulgare Eloquio.

Già toccammo del dialetto napoletano, e del siciliano, nobilissimi fra gli italici, massime per la tanta parte che ritengono di greco. Ma quel che di essi dicemmo s’applica ben più ai tanti che si parlavano per Italia. Ove noi dobbiamo asserire quel che già per analogia si argomenta, che, ne’ varj paesi, la lingua latina parlata variava. Roma era quel che Firenze o Siena oggi, distinta per quell’urbanità, di cui, al dir di Cicerone, si avverte più la mancanza in provincia che la presenza in città. Del resto è a credere che tutto il Lazio usasse originariamente quella lingua, la quale fu detta latina appunto come la moderna si dice toscana, per quanto ne piglino scandalo i pedanti. E come noi discerniamo gli scrittori toscani da quelli d’altro paese (fiorentino mi sembri veramente quand’io t’odo; Dante), così avveniva allora, e Asinio Pollione tacciava Tito Livio di patavinità, conchiudendo: Quare, si fieri potest, et verba omnia et vox hujus alumnum urbis oleant; ut oratio romana plane videatur, non civitate donata[187].

Agli Urabro-Tusci mancava l’o, e ancora in que’ dialetti sentiamo spesso l’u al luogo dell’o; come in dopo, quattordici, Giorgio, posto: lo che avviene pure in Sicilia.

L’etrusco forse era lingua di conquistatori, onde il popolo non l’aveva adottata, e perciò perì, ma dicono abbondasse (e il Lanzi credè provarlo) di vezzeggiativi, diminutivi, donde venne ai dialetti moderni tal facoltà, scarsissima nel latino. Nel latino terminavansi spesso le voci in consonante; nell’etrusco preferivasi la vocale, siccome conservarono i moderni Toscani.

Giovanni Galvani volle, in molte contrazioni di voci osche, riconoscere la pronunzia de’ rustici odierni: come combner per convenire: Kapfa per Capua, siccome alcuni proferiscono afdace, aftunno; fi e fia per filius e filia; faka e facat per faciat. Embratùr per imperator segnerebbe ancora la pronunzia d’un abruzzese.

A Bologna, città potente dell’Etruria, dicesi ancora pzein, dla, vgnè, cminzò, cm’un (piccino, della, venne, cominciò, come uno), che son contrazioni usate nel poco d’etrusco che conosciamo: e v’era comune il mutare l’e in ei, come oggi in veina, lein, canteina, per vena, lino, cantina.

Festo il nome di famuli deriva dagli Oschi, fra cui servus FAMEL nominabatur; e famei in molti dialetti si dice anche oggi il mandriano. Lo stesso dice che aruscare significa undique pecunias colligere; e ruscà su dicesi ancora in Lombardia per raccogliere d’ogni dove. Lo stesso nota antios per excruciatus; e sarebbe la voce nostra ansioso. Bacar o baccar era un vaso da bere il vino, e sarebbe l’origine indigena del bicchiere o pechero. Servio vuole che Sabinorum lingua, saxa HERNA vocantur, ed ecco l’origine di caverna.

Certamente la Gallia Cisalpina, popolata prima, dominata poi da Cimri, da Celti, da Galli, doveva usare una lingua diversa da quella del Lazio, popolato dagli Aborigeni, o della Toscana dagli Etruschi, o de’ paesi meridionali, traenti la popolazione da Fenici e da Greci. La conquista vi introdusse la lingua latina, non però così che cancellasse la primitiva. Dovendo Bruto andar proconsole a Milano, Cicerone l’avverte che vi udrà verba parum trita Romæ. A Decimo Bruto, negli ultimi aneliti della repubblica, fu agevolata la fuga da Bologna verso Aquileja dal sapere il dialetto di quei paesi[188]. Pompeo Festo si duole che ormai non si conoscesse il latino in quel Lazio, da cui aveva dedotto il nome[189]. A. Gellio narra che un oratore avendo detto apluda e floces, voci antiquate, gli astanti, quasi nescio quid tusce aut gallice dixisset, riserunt[190]: il che significa che il tosco era ben disforme dal latino.

Viepiù dovevano le prische lingue sussistere fuori d’Italia, e basterebbe a provarlo il consulto d’Ulpiano, che consente di stendere i fedecommessi non solo in latino e greco, ma in lingua punica, gallica, o di qualsiasi altra gente[191]. Le legioni nostre che per le province accampavano, e quelle reclutate di stranieri che s’assidevano poi in Italia, dovevano trasportar qui voci e modi ignoti ai colti parlatori. Conosciamo storicamente quando i Marsi adottarono i caratteri e la favella latina: i Cumani chiesero ut publico latine loquerentur, et præconibus latine vendendi jus esset[192]. Titinio poeta, contemporaneo del prisco Catone, scrive che i popoli abitanti attorno a Capua, Terracina, Velletri, obsce et volsce fabulabantur, nam latine nesciunt[193]: e bilingues Brutiates diceansi i Bruzj perchè parlavano osco e greco. Nella guerra Sociale, ultima riazione delle italiane autocrazie contro il funesto accentramento romano, i popoli collegati, come protesta, assunsero per pubblico decreto il linguaggio natio, e l’adoprarono fin nelle monete.

In questi ultimi tempi s’è rivolta l’attenzione dei dotti napoletani sui dialetti italioti, e basti accennar gli studj di Guarini, Avellino, Minervini, Garrucci; pure siamo ancora lontani dal possederne una teorica nè una storia. Se noi dovessimo a ciò fermarci, dopo Jannelli[194] e Lepsius[195] e Fabretti e Mommsen, vorremmo portare studio speciale sull’osco, la lingua più diffusa nell’Italia meridionale, che parlavasi da popolo estesissimo e suddiviso, e sin nel Bruzio e nella Messapia ove nacque Ennio, il quale tria corda habere se se dicebat, quod loqui græce, osce et latine sciret[196].

È conforme alla natura dei vulghi, che, colla lingua a parole finite, adoprata negli scritti, resti la parlata a parole tronche. Ma oltre il toscano, che fu poi elevato a lingua nazionale, io penso che anche gli altri dialetti avessero già nei primissimi secoli preso il carattere proprio che tennero dappoi, e che traevano da fonti più lontane. Che se il Lombardo pronunzia l’eu, l’u e l’on e l’an nasali a modo francese, e contrae au e al in o, forse è dovuto alle immigrazioni de’ Galli, anteriori ai Romani; donde pure i tanti nomi di località, affatto gallici o celti, e l’udirsi dal vulgo lombardo voci proferite come le antiche galliche[197]. In altri dialetti si rinvengono modi non adottati dagli scrittori, e nello studiare i dialetti sariano a fare certi raffronti, fecondi di alte conseguenze. Quanta distanza di vie, di origini, di linguaggio, di civiltà fra il Milanese e le Calabrie! Ebbene, in queste si pronunzia onza, panza, vittura, fasuli, citto, Michè, stu e sta, na donna, vedè, sentì... per oncia, pancia, vettura, fagiuoli, zitto, Michele, questo e questa, una donna, vedere, sentire..... come appunto si pronuncia in Lombardia. Addurremmo anche forme lessiche ben più significanti, come mi vegl pa, io non voglio, rispondente affatto al piemontese mi voeuj pa e al milanese mi vuj no, e parallelo al tedesco Ich will nicht; se non che ci si può affacciare il dubbio che questi modi provengano dalle colonie valdesi, migrate colà dalle valli di Pinerolo[198]. In Sardegna si ode pè, crù, conchetto (piede, crudo, truogolo) come in Lombardia[199].

I deputati alla correzione del Boccaccio chiamano il Trecento «quel buon secolo, quando, come gli abiti e le monete, così usavano tutti li medesimi modi e parole». Intendono dei soli Fiorentini, ma è asserzione assurda. Che diremo di quella del Perticari, che «tutte ad un tempo le città d’Italia vennero a parlare nella stessa maniera l’idioma vulgare?» È fatto ripugnante a natura, quand’anche non restassero prove del contrario. Perocchè potrebbonsi ripescare parole, pronunziate ne’ varj paesi come si usa tuttodì, e scivolate nelle scritture latine e nelle prime italiane.

Nei patti fra Obizzo Malaspina e la Lega Lombarda del 1168 leggesi: Novum dicimus statutum a triginta annis infra, sive in zae. E in una carta dei 1153 ap. Giulini: Et hoc vidi per annos octo et plus a terremotu in za, et a decem annis in là. Noi diciamo tal quale anche oggi[200]. Nel Novellino abbiamo che fu condotto ad Ezelino un ollaro cioè pentolajo; e che egli avendo inteso uno laro, cioè un ladro, mandollo alla forca.

Già le carte venete del XII secolo mutano il g in z (verzene, Zorzi)[201]; le bolognesi ci offrono altare sanctæ Luziæ, Cazzavillanus, Cazzanimicus, Bonazunta, rivum Anzeli, Delai de la Bogna, Adam de Amizo, Mulus de Bataja, Arderici de Magnamigolo; Boso Tosabò è uno de’ cinque consoli di giustizia, che nel 1170 compilarono gli statuti di Milano.

Nel secolo XIII, mentre a Firenze cantavansi le Laudi in un vulgare così caro, in altre città d’Italia correvano canzoni che possono dar saggio della lingua parlata. Gli esempj addotti dal Perticari proverebbero soltanto per la scritta, e perciò non appoggiano la tesi di lui, avvegnachè tutti s’ingegnassero di scrivere il toscano. La seguente fa parte di una raccolta pei Battuti di Cremona:

Com fo trahit el nos Signor

E vel dirò cunt grant dolor.

Al temp de quei malvas zudè

Un grand consey-de-Crist se fe

Chel fos trahit et ingannath

E su la cros crucificath.

Inter lo corp de quey malvas

Denter gintrava (gli entrava) el setenas

Zosin fo Yuta Scariot

Che Crist trathiva dì e not.

Quel Yuta fais et renegath

Ay sovra princep fo andath

E si ye dis, quem volef da

Se vel tradis illy vosy ma?

Respos illora quey zudè,

Trenta diner tinì de accè

Stul po trady ed ingannà

Deraz de no apresentà...

E quant ey laf sflagelath

Mult tosto ey laf incoronath

De spini grossi et ponzent

Per che el so volt fo sanguanent, ecc.

Una laude di Monza fu da me pubblicata nella Margherita Pusterla: e di somiglianti ne ha per avventura ogni città di Lombardia. Pietro de Bescapè milanese, di cui si ha un bellissimo manoscritto del 1264, dà una rozza storia del Vecchio Testamento:

Como Deo a facto lo mondo

E como de terra fo lo homo formo,

Cum el descendè de cel in terra

In la Vergene regal polzella,

E cum el sostenè passion,

Per nostra grande salvation,

E cum verà el dì del ira

Là o sarà grande rovina

Al peccator darà grameza

Lo iusto avrà grande alegreza

Ben a rexon ke l’om intenda

De que traita sta legenda...

In mille duxento sexanta quatro

Questo libro si fo facto.

Et de iunio si era lo primier dì

Quando questo libro se finì;

Et era in secunda diction

In un venerdì abbassando lo sol.

Di Buonvexin da Riva, frate umiliato, vivente circa il 1290, si ha nella biblioteca Ambrosiana un trattato di buone creanze, ove, fra lo studio di italianizzare le parole, sentesi il fondo lombardo. Comincia:

Fra Bonvexin de Riva che sta in borgo Legniano

D’le cortesie de descho ne disette primano;

D’le cortesie cinquanta che s’de’ osservare a descho

Fra Bonvexin de Riva ven parla mo de frescho.

Esso frà Bonvicino ha un dialogo fra la Madonna e un villano, che comincia:

Chi loga se lumenta lo satanas rumor

D’la verzene Maria matre del Salvator;

e anch’oggi in villa dicono chi loga per qua (hoc loco) e lumentà per ricordare, rammentare.

In questo poeta già avvertimmo la formazione della conjugazione odierna mediante l’affissione del verbo ausiliare.

E che il dialetto milanese già si parlasse anteriormente, lo raccogliamo dal trovare, nel poeta Cumano che cantò la guerra decenne contro i Comaschi, nominati un Pagano prestinaro, un araldo Pandisegale: sull’arco che i Milanesi eressero dopo riedificata la patria nel 1174, son nominati Passaguado da Setara, Arnaldo de Mariola, Gerardo de Castagnianega, prevede per prete, che sono pronunzie ancora usate. A difesa del carroccio i Milanesi istituirono la compagnia de’ Gajardi, e n’era capo un di Monza, detto Mettefogo: parole del dialetto; come sono i cognomi usitati in quel tempo, Bragacurta, Bragadelana, Cavazocco, Brusamonega, e simili. Anche a Brescia trovo nel 1177 Martinus Petenalupi, Ogero de Cavalcacane; e nel 1192 Landolfo Scanamojer, Carnevale de Codeferro, ecc.

Agli incunabuli della stampa appartiene El vocabolista ecclesiastico ricolto et ordinato dal povero sacerdote de Christo frate Johanne Bernaldo savonese, stampato a Milano per Leonardo Pachel, 1489, nel quale son registrate parecchie voci nel dialetto milanese vive fin oggi, quantunque egli vi desse la terminazione italiana; come aguccia ago, amolato arrotato, assetarse sedersi, barba zio, brancata manciata, camola tignuola, copo tegola, dar fora pubblicare, despresio malizia, fiadare respirare, fidigo fegato, fronza fronda, gera ghiaja, gialdo giallo, la grassa l’adipe, impressa in fretta, ingualare eguagliare, lentigia lenticchia, lisca carice, lumisello gomitolo, meda mucchio, messedare mescolare, mezena lardone, mocare smoccolare, morone gelso, mufolento ammuffito, pagura paura, rampegar arrampicare, rognoni arnioni, rosegato roso, sbadagiare sbadigliare, scarcare sputare, scoder riscuotere, semeso sommesso, sesa siepe, spegazzato imbrattato, temporito precoce.

A Gabriele Rosa fu esibita una composizione in bergamasco, che nell’archivio notarile di Bergamo esisteva fra istrumenti privati in un volume di pergamena del 1253, sicchè vorrebbesi crederla dell’anno stesso. Sarebbe dunque anteriore a tutti questi saggi di dialetti; ma per ciò appunto si desidererebbero più concludenti prove d’autenticità, e meglio ancora un fac-simile.

Il Lasca, negli Inganni, atto III. 5, introdusse un Pider da Valsassina che parla il suo dialetto; e così si fa in altre commedie del Cinquecento, ma in modo sì sformato, da non riconoscersi più il lombardo. Anche Franco Sacchetti fa parlare molti in dialetto, massime in friulano e genovese; ma sempre piccol conto si può fare sopra chi riporta vulgari altrui. Perciò fallisce la prova fatta dal Salviati di tradurre in milanese una novella del Boccaccio[202]; e perfino la più diligente disquisizione in tal proposito pubblicata testè dal signor Biondelli.

Pel dialetto piemontese è a veder la traduzione degli statuti della società di S. Giorgio di Chieri, pubblicata dal Cibrario nel t. II, p. 287 della Storia di Chieri e assegnata al secolo XIV[203]. Del qual tempo sembra pure un uffizio ad uso de’ confratelli disciplini di Saluzzo, ove sono 32 laude in un cattivo italiano che tirerebbe al veneto. P. e.:

Or s’aprossimo lo tempo che lo rey del paradiso

Si dey nascer da una vergen como n era empromisso

Deo pure n’a tramisso lo so figlol glorioso

L’agnelo sanza peccao Ihu Xre pietoso, ecc.

Inoltre vi sono diciotto recomendaciones in vero piemontese.

Non mancò chi tolse a provare che il piemontese forse più ch’altri dialetti ritenne del latino, perocchè dice ses e sömo da es e sumus; is, ist pronomi; om, dom, magister, liber, papaver, cadaver, setember, otober, par, dispar, vas, sal, gius, ses, dominica, fumela, pansa, spuè, stranuè, (da spuere e sternuere, anzichè dal frequentativo), fenestra, ceresa, ecc.; modi comuni, del resto, ai parlari dell’Italia alpina.

Del principio del 1300 si ha una cronaca saluzzese di Gio. Andrea Saluzzo signor del Castellaro, in rozzo italiano misto a parole prette piemontesi, come gesia, eschalero (scala), quiglieri (cucchiaj), governore (governatore), servanta (serva), fruita (frutta), largour (larghezza), Menia (Domenica), chatar (comprare), rabelar (strascicare), penta (dipinta) ecc.

Delfino Muletti, nelle Memorie di Saluzzo, vol. iv, reca delle laude del 1400 nel dialetto saluzzese, e una iscrizione posta il 1403 sulla chiesa di San Sebastiano: ma questa può piuttosto dirsi in rozzissimo italiano che in dialetto; quelle orazioni sono l’anello fra il dialetto piemontese e il valdese, che si connette con quei della Linguadoca:

«Noe ce tornerema devotament al altissim De nostro Segnor Yhu Christ, da qual venen tuit gli bin e tute le grasie che nos n’a dait grasia en cast beneit di de fer questa disciplina ch’el nos dea grasia che noi la pussèm e voglièm fer a tuit gli temp de la nostra vita al sò los, onor e gloria, e a recordament de la soa santissima passion, e a esmendament di nostri peccai, asiò che quant noi passerema da questa misera vita, el nos condua tuit a la gloria de vita eterna».

Del dialetto nizzardo il primo esempio a stampa è il Compendion del Abaco per Francesco Pellos di Nizza, Torino 1492. Comincia:

«Jesus done a mi gratia et sia en so plaser che fassa principi he fin de aquest compendio de abaco de art de aritmetica he semblament dels exempels de jeometria contegnut en los presents sequents capitols, lo quals tracleray coma a mi sera possible, perchè les citadins de lo ciutat de Nisa son sotils et speculatieus en ogni causa, et specialment de las dichas arts».

Stranissimo è il dialetto genovese; e raccontasi vulgarmente d’un commissario, il quale non volle segnare il foglio di via ad un cittadino per Cogoleto, atteso che non sapeva trascrivere in lettere la bisbetica pronunzia di quel nome. Lo stesso caso dev’essere intervenuto ad un notajo nel 1110, che di molti testimonj non indica il nome, quorum nomina sunt difficilia scribere (Mon. Hist. patriæ, Chart. II. 186).

Di esso genovese dialetto Matteo Mollino conserva manoscritte alcune poesie d’autore ignoto, tra il 1270 e il 1320 (Spotorno, Storia letteraria della Liguria, tom. I. p. 283). Una, celebrando la vittoria riportata nel 1294 a Lajazzo, comincia:

L’alegranza de le nove

Chi noamente son vegnue

A dir parole me commove

Chi non son de ese taxue...

Quelli se levan lantor

Como leon descaenai

Tutti criando alor alor...

Ben fè mestè l’ermo in testa,

Si era spessa la tempesta;

L’aere pareia nuvelao...

Correa mille duxenti

Zunto ge novanta e quatro.

Or ne sea De lodao,

E la soa doze maire

Chi vitoria n’ha dao...

Ha pure un componimento giocoso intorno ai marroni:

Non trovo in montagna

Mei fruto da castagna;

La qua s’usa, zo se dixe,

Ben in pu de dexe guise;

Boza, maura, cota e crua ecc.

Nella Çittara zeneise di Gian Giacomo Cavalli è data come antica un’ode di Barnaba Cicala Cazero, che al tono direbbesi contemporanea de’ trovadori:

Quando un fresco, suave, doçe vento

A ra saxon ciù bella, a ra megiò

Treppà intre fœugge sento

E pà ch’o spire amò;

Me ven in mente quella

No donna za ma stella,

Quando ro ventixœu ghe sta a treppà

Dent’ri cavelli e ghe ri fa mescià.

Rambaldo di Vaqueiras, trovadore del secolo XII, ha una tenzone in forma di dialogo fra l’autore e una dama genovese, la quale gli risponde:

Jular, voi no se corteso

Che me charcheai de chò[204]

Che niente non farò

Anche fosse vos a peso[205],

Vostr’amia non sarò,

Certa ja ve schernirò;

Provensal mal agurano,

Tale noja ve darò,

Sozo, mozo, esclavado,

Nè jà voi non amarò

Ch’ec un bello mario,

Che voi no se, ben lo so[206].

Andè via, frar, en tempo megliorado.

Al Vocabolario genovese latino sono premessi saggi di scritture in quel dialetto, di varj secoli, volendosi mostrare che a principio era similissimo all’italiano, dappoi se ne scostò. I passi qui addotti nol confermerebbero; oltrecchè, se sono simili all’italiano, come provare che siano in dialetto?

Negli Atti della Società Ligure di storia patria (1859, vol. I, p. 129) si indicano come segni dell’esistenza del dialetto genovese le voci miexi nel 1019; pixone, montenello in altre del 1143 e 1148; poi Lunexana, Palavixino, e così frexia, Sardena, fregabrena, merdenpè, noxedo, labuxada nel secolo XII; e nel XIII toagia, toffania, tomao, ruxentarium. Nel vol. VI, pag. 708 d’essi Atti si portò una relazione all’uffizio del Banco di S. Giorgio del 1457, in pretto idioma genovese. «Segnoi, a noi è staeto molesto acceptar questo officio, non per recusar de portà li carrighi publici, li quae poessimo ben fa, ma considerando che anti che a queste compere fussen arrembe et tranferte, ecc.».

Nell’Archivio glottologico, vol. II, p. 162, si reca una quantità di rime genovesi della fine del secolo XIII e del principio del XIV[207].

Il signor Tozzetti Mazzoni (Origini della lingua italiana, Bologna 1831) vanta assai il bolognese dialetto, appoggiandosi a Dante, e soggiunge a pag. 1111: — Del nobile vulgare bolognese, uno de’ più antichi documenti che si conservano, è, a parer mio, la lettera diretta al marchese Maroello Malaspina, scritta nell’anno 1297». Eccola:

«Al nobelle e al savio e posente mis. lo marchexe Maroello Malaspina honorevolle podestà e capitano generale de guerra del chumuno e del povolo de bologna, Zame de mis. Aldrovandrino di Symipuzuli e Paolente Dipananisi, capitani del castello de Savignano, ve se mandano raccomandando. Conta cossa sia a vui mis. (siavi conto) che di domenega Zoane de mis. Landolfu de la capela de s. Apolito e Zoane dal lotino de la capela de santa Maria majore si ferno grande romore. in somo e dagandosse de la pugne l’uno al altro in suso lo volto, e per questa rissa sinfo (si ne fu) grande romore in lo borgo del castello di Savignano, e loro miseno a sagramento e confessorno che quisi era la verità per esso sagramento, e sovra goderno a loro de termene a fare soa defessa e nessuna nonanfatta, ecc.».

Anche altri esempj reca egli, massime a pag. 909; ma sono sempre di persone che s’ingegnano scrivere toscano. È però curioso un libretto di Ovidio Montalbani, Vocabolarista bolognese, nel quale con recondite historie e curiose erudizioni si dimostra il parlare più antico della madre degli studj come madre lingua d’Italia. Bologna 1660, in-12º, di pag. 272.

Uno de’ primi lavori della patria letteratura è il De Vulgari Eloquio di Dante. Potrebbesi parlare delle origini della lingua senza tornar più volte su questo gran rivelatore? Non per questo vogliam portarci all’idolatria, o a crederlo forte in etnografia e in filologia: e già repudiammo chi lo chiama creator della lingua. Tutto fatto egli vi trovò, perfino la versificazione: erano abbozzi, ma preparati a ricevere splendida coloritura; ed egli stampò l’impronta del suo genio sopra un idioma che fin allora non aveva se non quella d’una timida fatica. Egli stesso da principio fu ben lontano dal conoscerne la potenza; nella Vita Nuova ne parla con disprezzo, come di lingua soltanto adatta a cose leggiere; nel Convivio non mostra intenderne gran fatto, poi ne discorre espresso nella Vulgare Eloquenza. Ne componeva il primo libro fra il 1302 e il 1309; poi lo sospese: più tardi scrisse il secondo, e lasciò interrotta a mezzo la dimostrazione ch’era richiesta dalla proposta messa all’entrare del capo XIV. Trattato nel libro secondo delle stanze, forse nel terzo avrebbe dimostrato la struttura della canzone e della licenza, poi nel quarto avrebbe discorso delle rime, e specialmente delle ballate e dei sonetti, sempre come stile, non come lingua; forse anche dovea seguirne un quinto sui poemi più lunghi. Insomma è un’arte poetica, e della lingua poetica (giacchè in prosa poco usavasi il vulgare) è il ragionar suo, il che troppo pérdono d’occhio coloro che ne fanno fondamento a teoriche sopra il parlar comune. Ivi colpisce di «perpetuale infamia i malvagi uomini d’Italia, che commendano lo vulgare altrui e il proprio dispregiano..... abominevoli cattivi d’Italia ch’hanno a vile questo prezioso vulgare»; e riconosceva esser esso già distinto, perfetto e civile ridotto, qual si vedeva in Cin da Pistoja e nell’amico suo (Dante stesso); e lo erige sopra al latino, al francese, al portoghese, come dolce e sottile[208]. E questo vulgare non è già la lingua cortigiana di cui altrove egli si fa predicatore; bensì «quello il quale, senz’altra regola, imitando la balia; s’impara»[209]: ma lo scrittore lo rende perfetto con «eleggere i vocaboli adatti, gettando i rozzi e rabbuffati, e cogliendo i soavi, i gentili, gli efficaci»[210].

Alla qual opera accintosi, conosceva già allora quattordici dialetti in Italia: «Ad minus quatuordecim vulgaribus videtur Italia variari; quæ omnia vulgaria in se se variantur, ut puta in Tuscia Senenses et Aretini; in Lombardia Ferrarienses et Piacentini: nec non in eadem civitate aliqualem varietatem perpendimus. Quapropter si primas et secundarias et subsecundarias vulgares variationes calculare velimus, in hoc minimo mundi angulo non solum ad millenas loquelæ variationes venire contigerit, sed etiam magis ultra». E adduce alquante frasi di ciascun dialetto, tali però che poco ajutano le ricerche nostre, a mala pena riconoscendosi[211]. Ma qui ci basta l’attestarne non già che sussistevano, fatto troppo naturale, ma che sapeansi essere i tipi idiomatici de’ varj dialetti. E per quanto egli s’industriasse a svertare il toscano, esaltandone alcuni che certo non pretesero mai a primato e per fino lo squallido bolognese, il toscano prevalse, anche per merito di lui, che adoprollo a «descriver fondo a tutto l’universo», e divenne il letterario, come il dialetto attico in Grecia dopo Alessandro, come il turingio per la Germania.

Oltre i dialetti di fondo italiano, ce ne rimangono di altra filiazione; in Malta il punico antico; in Algheri di Sardegna il catalano; il teutonico nei Sette Comuni del Vicentino, ne’ Tredici Comuni de’ monti Lessini sul Veronese, a Bosco nel Canton Ticino, e in qualche lembo del Trentino; il romancio nella limitrofa Engadina, e in alcuna parte della Val Leventina e della Val di Blenio nel Canton Ticino; in qualche valle della Sicilia e della Calabria l’albanese o romaico.

Altre voci di dialetti serbano l’impronta delle dominazioni o comunicazioni forestiere, greche a Ravenna, tedesche e spagnuole in Lombardia, arabe e greche in Sicilia, levantine a Venezia, francesi in Piemonte, mentre ne’ paesi de’ Volsci, Sabini, Vejenti, Falisci, Sanniti si riconosce il vecchio latino. Tant’era lontano che tutte le città italiche parlassero il linguaggio stesso.

I dialetti serbansi più fedeli alla loro origine; onde sentiamo tutto di pronunziare e cantare: Lo santo padre si scoprì lo viso — I’ te voglio ben assai — Da li capelli a la fronte e a li occhi — chesto loco, quisto, chillo, ello. Essi conservano parole che non hanno analogia col greco nè col latino o col celtico; e fin elementi grammaticali estranei alle lingue indo-germaniche: segno (lo ripetiamo) che sopravvissero durante la dominazione romana, e rivalsero quando il latino officiale periva.

Gli studj sui dialetti richiedono tal profonda cognizione delle loro finezze, che difficilmente un uomo può attendere a più che a quello che ha dalle labbra materne. Onde trarne utilità filologica, più che i soliti dizionarj, crederei opportuno lo sceverare da ciascuno le parole che, più o meno alterate, derivano dal latino o dal greco; e soltanto sulle residue esercitare l’analisi: le loro corrispondenze o differenze ci avvicinerebbero, o m’inganno, alle favelle primitive degli Italiani. Qualche cosa di simile tentò il barone di Hormayr sui dialetti romanzi del Tirolo, e pretese nelle voci estranee riconoscere il linguaggio degli Etruschi, popolatori antichissimi di que’ paesi, a creder suo[212]. La ricerca fatta con esteso accordo potrebbe guidare a importanti conclusioni, e a provare che i dialetti non son altrimenti una corruzione dell’italiano, bensì linguaggi antichi, che per circostanze non si elevarono a lingua officiale e letteraria.

Ma è scienza affatto nuova quella che ora nello studio dei dialetti porta una veduta generale che tutte le particolarità lessiche, morfologiche, fonetiche riferisce ad un insieme; uno spirito geometrico che alle singole nazioni assegna un posto conveniente; così si cessa di parlarne come di bizzarrie vulgari, accorgendosi che ciascuna società particolare, arbitra di sè, foggiò un dialetto, e che le anomalie, anche in storia naturale, diedero ai giorni nostri le teorie che cambiarono faccia alla botanica.

§ 22º La lingua italiana è patrimonio esclusivo d’una provincia? Sue vicende.

Per quanto in lavori di tal genere s’abbia sempre ad aggiungere e resti sempre a spigolare, noi crediamo aver dimostrato che que’ primi scrittori, di qualunque parte nascessero, e comunque il lor paese natio parli trinciato, o squarti e scortichi le parole, o sdruccioli sulle desinenze, o le strascichi, o adoperi voci bazzesche e croje, quali le lombarde già parevano a Dante, o accumuli frasi sgraziate e villani costrutti, ingegnavansi, come oggi ancora si fa, d’accostarsi all’idioma toscano, non foss’altro perchè più vicino all’ortografia latina.

Il qual fatto generale, se non si fosse voluto disconoscere da coloro che vennero a ragionar poi sopra ciò che generalmente si praticava, avrebbe evitate assai sofisterie e discussioni, che empirono biblioteche intere per rendere avviluppato e controverso ciò che è lampante e consentito col fatto. Perocchè il linguaggio somiglia al diritto. Una logica naturale domina la sua prima formazione; poi qualche alto ingegno ajuta il popolo nel costituirlo; prende il cumulo informe degli elementi di esso, ne trae il meglio, e dà norme alla lingua e la fissa. In quell’alto ingegno il popolo non vede un tirannico comando, bensì la espressione autorevole del suo modo di essere, pensare, sentire, quantunque nobilitato.

Noi ci appoggiammo assai sulla analogia, e questa ci mostra che le varie contrade parlano variamente, sia per indole, sia per derivazione, donde i molteplici dialetti. Un dialetto viene adottato dagli scrittori come lingua comune; essi lo determinano, lo regolano, lo fissano, e in tal forma resta nel tesoro letterario della nazione. Ben altra è la natura dei quattro famosi dialetti greci, dove la varietà riducevasi a pochi accidenti, tantochè tutti poterono adoprarsi mescolatamente in Omero, e il dialetto comune prevalse negli ultimi tempi, e da quel solo, misto ad elementi slavi, derivò il greco moderno. Nell’antica Italia fu il dialetto del Lazio che ottenne la preferenza legale e letteraria: come in Inghilterra quel di Londra, in Francia quel di Parigi, in Ispagna e in Portogallo quel di Madrid e Lisbona, in Germania il sassone, in Polonia il varsaviano e via discorrete.

In Italia il dialetto che gli autori preferirono fin dall’origine fu il toscano, men contaminato di mescolanza forestiera, e più consono al latino. Di esso si valsero i grandi triumviri della nazionale letteratura; donde gli venne tal dignità e importanza, che ad esso cercarono accostarsi tutti quelli d’altri paesi. Abbiamo componimenti ne’ varj dialetti; ma quando il Bernieri celebrava Meo Patacca, Carlo Porta sbertava i Milanesi nel Giovannin Bongee, o Sgruttendio sbizzarriva le Mattinate, o il Meli cantava stupendamente l’Apuzza o la Cicaletta[213], essi sapeano di far lavori, ristretti al proprio paese, non destinati a tutta Italia. Abbiamo dizionarj che le voci e le frasi proprie di ciascun dialetto traducono in italiano; a chi venne mai in mente di farne uno pel toscano? La differenza sua dall’italiano non consisterebbe che in varietà di pronunzia, o in quelli ora vezzi ora sgarbi che mette il popolo nella lingua di cui si serve; incolta se vogliasi, scorretta di grammatica, insulsa di cose, ma pura, propria, calzante.

Le gare municipali, che furono il disastro ma insieme la vita della nostra Italia, tolsero che, in teorica, si volesse accettare la supreminenza del toscano; eppure in pratica era adottato da tutti. Ad ogni modo, se alcuno pretese che al toscano possano contribuire voci anche il milanese, il romagnuolo, il napolitano, non credo verun mai sostenesse da buon senno che la letteratura nazionale possa farsi in romagnuolo, in napolitano, in piemontese.

Lo straniero che chiede d’imparare la lingua nostra, intende sempre la toscana. Quando interroghiamo come si nomini un oggetto, intendiamo come si nomini in toscano. Io penso che ogni dialetto sia una lingua compiuta, ed abbia tutti i termini che le bisognano; nè il toscano manca d’alcuno; giacchè, forse, non è possibile il pensar a un oggetto senza avere la voce a cui fissarlo. V’ha oggetti che la Toscana non ha, non conosce; ma se v’ha paesi dove si trovano ghiacciaj e steppe, coll’acquisto di quella nozione acquistò anche la parola, l’ha fatta sua. Ciò s’avvera pei trovati nuovi, puta quelli dell’elettrografia o delle strade ferrate. Il toscano accetta i nomi de’ singoli oggetti da chi glieli recò, pur talvolta, nell’immensa potenza dell’uso popolare, riconosce in quegli oggetti o gli assimila ad alcun altro che dapprima v’aveva un nome, o cui può darsene uno derivato e intelligibile. Quindi il Kreuzer diventò crazia, il Semel e il Kifel semello e chifello: e allorchè gli dicono i wagons, i rails, il tender, gli slippers....... egli traduce i carrozzoni, i regoli, il magazzino, il bagagliajo, le traversine.....

Se da ciascun dialetto avesse a scernersi il meglio, secondo fantasticano taluni, verrebbe la necessità di conoscerli tutti, il che è impossibile, e porterebbe all’esitanza, ch’è lo stato peggiore nelle scritture come nelle azioni. D’altra parte scegliere il meglio indica avere un tipo al quale raffrontare; sicchè più breve e men fallibile sarà l’attenersi a questo tipo stesso. Se dai singoli dialetti potesse desumersi qualche parola, ne verrebbe che ciascuno scrittore adoprerebbe una lingua diversa, mentre supremo bisogno d’una nazione è l’unità della lingua, dietro alla quale vengono le altre unità.

Primo scopo del parlare e scrivere è il farsi intendere. Meglio a ciò si riesce quanto maggiore è la precisione. In matematica chiunque scrive 7+9 = 16: oppure (a+b)2=a2+2ab+b2, è certo di essere inteso da ognuno che sappia leggerli, di qual nazione egli si sia, perchè quella forma è unica, nè può essere surrogata da altra. La parlata non raggiungerà mai siffatta precisione, ma vi si accosterà, quanto più fissi e convenuti saranno i significati delle parole. E come un grande acquisto è l’avere un peso, un tipo, un titolo solo per le monete, un modulo unico per le misure e i pesi, così sarà prezioso l’aver nella nazione una lingua sola, cioè un solo uso al quale riferirsi.

Il napolitano ha grandemente meritato della favella nazionale, perocchè, oltre le origini greche, in codesto paese avea nido il parlare osco, prevalente tra i vicini e usato altrove nelle Atellane (vedi pag. 12); poi fu dei primi a usar l’italiano. Pure non credo pretenderebbe sostituirsi al toscano, e neppure in questo introdurre parole sue. Avesse pure voci, frasi e dizioni più logiche, più calzanti, più espressive che non le corrispondenti toscane; non le consacrò l’uso, quem penes arbitrium est, et jus, et norma loquendi. A Napoli si fece una ristampa del Vocabolario della Crusca, forse la più notevole per quantità d’aggiunte, e inserzione delle etimologie e sinonimie: ma non so che il Liberatore, il Borrelli, il Rocco, gli altri che vi collaboravano, abbiano messa a registro neppur una voce napolitana.

Distinguasi però la lingua toscana, ch’è una cosa positiva, da stile toscano, che è un non senso. Una è la lingua, differentissimi i modi d’usarla; e se quella può impararsi in Toscana o da Toscani, tutt’altro si richiede per riuscire grande scrittore, cioè gran pensatore. A tutte le armonie immaginabili bastano sette note, e con esse si resero sommi Jomelli, Rossini, Bellini, Verdi, senza sognare di voler mostrare originalità coll’inventarne di nuove.

Un insigne scrittore, che tanto tien conto della lingua da aver avuto il coraggio di rifare un proprio libro, graditissimo all’Italia, sol per uniformarlo all’uso toscano, ripose la sovranità di tal uso in ciò che si dice in Firenze. Sempre è l’amor della semplificazione, dell’unità, della vitalità progressiva, surrogato alla pedanteria di un dizionario, che non s’appoggia se non ad un’autorità secondaria, qual è quella degli scrittori. Perocchè gli scrittori son buoni (dico per lingua) in quanto fan testimonianza dell’uso. Nè a concedere ciò troveranno difficoltà quelli (e non sono molti) che sanno separare la quistione della lingua da quella dello stile.

Ma esso autore fece troppo scarsa la parte degli scrittori in fatto di lingua. Una lingua morta non può essere che imitazione, ricalco; tutto si circoscrive negli scrittori; non si può dire se non quel ch’essi dissero, a rischio d’esser barbari. Non così delle lingue vive. Se gli scriventi non hanno diritto di creare alcuna parola, molto contribuiscono, sia collo scegliere, sia col fissare, sia col derivare o comporre, siccome avviene a chi non parla soltanto, ma riflette alla parola. La quale poi è scritta in libri che la nazione adotta; e quei libri servono di testimonianza e di scuola, si citano, si imitano; e riducono, non immobile, chè non è nella natura di cose umane, ma più durevole lo stato d’una favella.

Il latino aveva l’autorità dell’uso al tempo dei precinti Cetegi come sotto i Costantini; eppure latino intendiamo quel ch’è scritto ne’ classici, anzi negli ottimi di questi.

Il latino stesso però, benchè si estendesse officialmente, ne’ varj paesi restava alterato dai linguaggi preesistenti, pur rimanendo sempre latino. Quando gli autori natii di Roma cessano, e ne sottentrano di provinciali e massime di spagnuoli, anche il parlare si altera. Chi scriveva dopo caduto l’Impero, ingegnavasi sempre e dappertutto imitare il latino classico: perciò lo scritto risentiva dell’individualità, essendo più o men rozzo secondo lo scrivente, perchè era studiato, non parlato. Ignoranti notari e legulei vi mescolano parole che non soleansi dai più corretti, ma che si usavano dal vulgo; gli ecclesiastici, volendo al vulgo farsi intendere, adoprano a tutto pasto i modi e le costruzioni di questo; e così il latino forbito degli scrittori s’accosta al parlato.

Come ne’ paesi artici l’aurora comincia ad albeggiare prima che siano scomparsi gli ultimi rossori del tramonto, così l’italiano sbocciò mentre era vivo tuttora il latino; crebbe via via che questo decresceva, e trovossi perfezionato prima che l’altro disparisse.

L’ingerenza di questo va estendendosi, finchè taluno, per iscrivere i proprj ricordi, le spese, le lettere, adopera affatto il parlar suo, cioè il vulgare: scritto, è vero, ancora con ortografia o alla vecchia o inesperta, ma pur vero italiano; lo usano i predicanti; i narratori di vite di santi o d’altri racconti per la plebe o per la gaudente società, e prima ancora in canti d’amore o di prodezze.

La vitalità di quel tempo trapela anche nell’adottarsi parole straniere e assimilarsele, acconciandole al proprio sistema, dicendo Parigi, Basilea, Brugia, Magonza, Loira, Aquisgrana; il che più non si fa quando la lingua cessa di essere indecisa; introducendole vi si lascia l’aria straniera.

In questo parlare plebeo, in questo vulgare «che seguita uso mentre il latino seguita grammatica», potrebbe egli stendersi una grande epopea, che abbracciasse tutto lo scibile, e cielo e terra? Dante tenzona fra il sì e il no, fra l’opinione de’ suoi amici e il sentimento proprio, fra la negativa espressa nella Vita Nuova e nel Convivio, e la potenza acquistata coll’uso: frate Ilario non credea possibile quegli altissimi intendimenti significare per parole di vulgo, nè giudicava conveniente che una tanta e sì degna scienza vestisse a quel modo plebeo[214]. E Dante gli risponde: «Avete ragione, ed io medesimo lo pensai; e allorchè da principio i semi di queste cose presero a germogliare, scelsi quel dire che n’era più degno; e presi a poetare così:

Ultima regna canam, fluido contermina mundo,

Spiritibus quæ late patent, quæ præmia solvunt

Pro meritis cuicumque suis.

Ma poi, pensando che la gente colta non bada ai poeti e li lascia a’ plebei, temprai la lira in modo conveniente all’orecchio dei moderni».

In Dante, che chiamava Virgilio la maggior nostra Musa, e faceva dire da Sordello lingua nostra la latina[215], è visibilissima ancora l’esitanza fra l’uso e la grammatica, ossia la lotta del latino coll’italiano.

Questo appare già staccato definitivamente nel Petrarca; ma perchè credeva che «le note dei sospir suoi in rima» fossero solo per donne e pel popolo, esso Petrarca riprometteasi la gloria da un poema latino, e latine stendea per lo più le lettere. Il Boccaccio, nel Decamerone, si valse stupendamente de’ modi vivi del popolo, ma latina credette dover tenere la costruzione; donde quel periodare aggrovigliato e ingombro, più lodato che imitabile; che non lieve guasto recò alla letteratura patria dandovi un’aria di ricercata, di attorta, di oratoria, di pretensiva, anzichè la ingenuità, la spigliatura, la concisione che aveva in que’ trecentisti, i quali scriveano come parlavano. Perocchè dall’eloquenza vengono alterate grandemente le lingue, cioè dallo studiar alle parole più che alle cose. E appunto in grazia del Boccaccio fra noi si radicò il concetto insulso, o la sciagurata pratica di due lingue; una dotta, azzimata, compassata, col periodo ritondeggiante, la cadenza studiata; lingua grammaticale o accademica, che titilla le orecchie, lascia gelato il sentimento e nebbiosa l’intelligenza; l’altra schietta, ingenua, perspicua, nè per questo trascurata, che anzi «le negligenze sue sono artificj».

Quantunque fosse compita la trasformazione del latino nell’italiano, pure la pedanteria nel Quattrocento introdusse un latino tutt’affatto italianizzato[216], e un italiano che poco differisce da quel fidenziano che altri maneggiò per celia, e che quelli farebbe creder libri del XIII o XIV secolo, allorchè appena svolgeasi l’italiano dalle fasce latine.

Prendendo la prima opera che mi cade sotto mano, nel vulgarizzamento del leggendario di Jacopo da Varagine, fatto dal Malermi e stampato a Venezia nel 1475, leggo che «Niccolò Jenson franzese, dapoi li instaurati quasi infiniti divini et preclari volumi, li quali per l’antiquità erano stati deperditi et quasi extincti, el divino, del quale fase mentione, volumo de le legende de’ sancti vulgarizzato, con mirabile ingegno et divina arte ha impresso et stampito». Direte che trattasi di uno stampatore ignorante? nol concedo; ma questo stile era comune, e Cesare Ciseriano, nel commento a Vitruvio, stampato il 1521, ha: «Infine alla sua etate (di Francesco Sforza) nulla symmetria di opera de ornamenti che Vitruvio ha descripto non era stata quasi mai dal tempo de’ Romani usque ad id tempus usata in Milano. Ma imperante Galeatio et successive Johanne Galeatio suo filio, et dapoi Lodovico, con più somma opera che poteno curaro havere architecti, che con queste vitruviane symmetrie facessero fabricare et ornare li mediolanensi edificj».

Ed erano già vissuti Dante e Boccaccio non solo, ma il Pulci e il Poliziano. Con buona licenza del Puoti e de’ suoi concittadini, io metto fra questi mal latineggianti anche il Sannazzaro; e senza citare il non t’irascere, il cominciava a tangere, il munger gli uberi, e gli opachi suberi, e l’inducere e producere; non mancano che le desinenze per far latina molta parte delle sue prose. Per esempio: «Napoli è nella più fruttifera e dilettevole parte d’Italia, al lito del mare posta, famosa e nobilissima città di armi e di lettere, felice forse quanto alcun’altra: sovra le vetuste ceneri della sirena Partenope edificata, prese et ancora ritiene il venerando nome della sepolta giovane».

Il buon italiano era però conservato da quei che scriveano naturalmente e come parlavano: poi a quello tornarono gli scrittori del Cinquecento, nuova fioritura della nostra favella. Pure la cognizione e la pratica del latino era tanto comune, che s’insinuava in tutti gli scritti; le lettere, persin le famigliari, portano l’intestazione e la chiusa latina, qualche periodo esce in latino, qualche frase latina vi s’incastra, come oggi facciamo col francese.

Al 14 febbrajo 1525 il cardinale Rorario scriveva al Sadoleto, due prelati tanto colti:

«Sua Santità extima non esser decente a un pontefice prender le arme fra christiani, et se li suoi predecessori lo havevano facto, già se vedea de quanti mali erano stati causa: onde havendo sua santità deliberato gerere se tamquam patrem omnibus communem et servare la neutralità, el re di Franza..... inviò un exercito per lo Stato della Chiesa ad temptandum regnum neapolitanum: donde S. S. fu costretta aut sumere arma, quibus nec poterat nec volebat uti, aut dare fidem regi neutralitatis ecc.».

Il famoso cardinale Aleandro, stando legato in Germania nel 1522, scrive: «Accedit ad id il fastidio dell’animo per le tante paure, che costoro mi dipingono contra omnes ecclesiasticos: et voleano mutarsi habito et nome; del nome si è fatto, saltem del cognome. Del resto vado modestamente ut sacerdos, non facendo però le grida quia agitur de alia re quam de lana caprina: nè mi piace miglior consiglio quam confiteri Christum qui et me confitebitur coram Patre».

Su questo tenore leggo moltissime lettere di quel tempo, e alla ventura prendo una dell’elegante scrittore cardinale Campegio, che al 22 agosto 1524 scriveva all’or lodato Sadoleto: «In Augusta el predicatore che era in S. Mauritio, già corrotto di questa heresia, rediit: et perseveranter, non obstante queste turbolentie, predica pro fide. Intendo la canonizatione di san Brunone essere stata publicata magno populi concursu et devotione».

Ed egli stesso il 25 giugno 1530 al Salviati: «Nunc intendo quam in hoc cedent. S’è etiam proposto di voler eodem tempore cum articulo fidei miscere li gravamini della natione cum sede apostolica, de’ laici contra ecclesiasticos et e contra, ed è stato risoluto che no: ita che la prima sarà la cosa della fede. Io conosco, etiam per quello che vidi a Bologna, che tutte queste cose son troppo peso sopra le mie spalle... Ingenia parva materias grandes non sufferunt, sed in ipso conatu postea succumbunt. Pur mi forzerò di non mancare del debito et omnia consulte agere. S’è ragionato di fare electione di alcuni per restringere le negociationi. Li nominati sono cardinalis Salzburgensis, episcopus Augustæ, de quo nunc aliquid sinistri audio, al qual pur gli ho dato il suo breve ed exhortatolo fingens me longius ire...».

Che più? trovo ora appunto alcune nuove lettere di uno scrittore dei più leggiadramente italiani, Lodovico Ariosto; e sempre cominciano col Magnifici et potentes domini mihi observandissimi: per entro gli cascano intervenientibus utrinque commissariis, e converso, inveteratus malorum, versa vice, et, quæ bene valeant, feliciter valeant, data paritate, Baldaxare, suspecto, ipso, damno, dicto, excellentia, advenire, subditi, prompto; e chiude, ex Castelnovo Carfagnanæ, XII aprilis: observantissimus S. A. comes et ducalis commissarius generalis[217]. Qual meraviglia se alcuno persuadeva all’Ariosto di scrivere in latino quel poema, che più di qualsiasi non toscano accolse e crebbe le ricchezze del parlar nazionale?

Giorgio Trissino, nella dedica della Sofonisba, prega Leon X a non «attribuirle a vizio l’essere scritta in lingua italiana». Anche il Bibbiena, nel prologo alla Calandria, dice che «non è latina, perocchè dovendosi recitare ad infiniti, che tutti dotti non sono, lo autore ha voluto farla volgare alfine che, da ognuno intesa, parimenti a ciascuno diletti».

Già pensavasi sottoporre a leggi convenzionali il fatto spontaneo della parola; ma i primi studj precettivi intorno alla lingua italiana la modellavano sulla latina; nelle grammatiche figuravano ancora verbi deponenti, casi, ordini de’ verbi secondo il reggimento, e così via. Il Vocabolario della Crusca, il primo di lingue moderne, fu ideato sui latini, perciò registrando solo le parole che si trovassero in autori e appoggiandole ad esempj, appunto come si farebbe d’una lingua morta; e perciò non sempre bastando alle infinite gradazioni ed evoluzioni del sentimento e della dottrina.

Molte scienze, oltre la teologica, si insegnavano ancora in latino; in latino si trattavano spesso le cause, sempre gli affari ecclesiastici. I tanti stranieri, che dalla devozione, dall’estetica curiosità, dalle scuole, dalla voluttà, dall’ambizione erano chiamati in Italia, si faceano intendere, non che dai preti e dai notari, ma fin dagli ostieri col latino; di qual natura latino è facile comprenderlo. I governi, la religione, la scienza continuavano anche fra gli stranieri ad usar quell’idioma, siccome più estesamente conosciuto, e già addestrato alle trattazioni; sicchè doveano averlo comune i nostri che in tanta quantità andavano fuori, in virtù della supremazia che la Corte di Roma mantenne all’Italia. E i grandissimi sforzi fattisi dal clero e dai letterati per conservare, non che il primato, ma quasi l’unicità del latino nelle scritture, mentre era non solo comune nel popolo, ma bellissimo nelle composizioni l’italiano, mi adombra e spiega l’opera degli aristocratici romani nel far prevalere la lingua letterata a quella ch’era popolare, e che, mantenutasi ne’ vulghi, ricomparve allorchè la favella colta degradò al mancare degli artificiali sostegni.

Solo al tempo della Riforma, come al resto, così si fece guerra al latino; i Riformati tradussero la Bibbia nelle loro parlate, volendo surrogare l’idea di nazionalità alla grande unità cattolica del medioevo; nelle lingue vulgari dibatterono le controversie religiose, poi anche le politiche e le scientifiche; e le adoperarono alle preci e ai sacramenti, sicchè il latino fu relegato nei santuarj cattolici. Molti nel Cinquecento l’adoprarono alla storia, alla poesia; ma non l’aveano raccolto dalle bocche coi solecismi e i neologismi d’una lingua parlata, bensì eransi rifatti ai classici, e il vanto loro consisteva nello esprimere interessi, fatti, sentimenti nuovi, senza dipartirsi dalle frasi di Virgilio, d’Orazio, di Livio, di Cicerone; e tanto vi s’industriarono, che la prosa, e più la poesia latina potè avere un’altra età dell’oro. Almeno v’è chi tale la giudica, quantunque io sia ben lontano dall’accettare quel giudizio; e tal lingua restava separata affatto dal popolo, e non appoggiata che alle reminiscenze. Il Bembo scriveva l’italiano coll’arte e colla fatica stessa del latino.

Dov’è a notare che sull’italiano operarono poco o punto due fatti, di somma efficacia sopra le altre lingue, la stampa e la riforma.

Nel 600 s’applicarono maggiori studj all’italiano, ben determinandone la natura, affinandone l’arte, scostandosi, è vero, dal naturale per renderlo artefatto e con immagini e metafore secondo il gusto del secolo; pure sceverandolo non solo da ogni influsso esotico, ma anche dal latino. È comune in que’ precettori la raccomandazione di usare, fra due sinonimi, quello che più si scosta dal latino. Il Buonmattei, Celso Cittadini, il Cinonio, lo Sforza Pallavicino (che definiva nascer l’eleganza da piccioli lumi, come da piccole stelle la via lattea), il Bartoli, il Corticelli, Udeno Nisieli diedero buoni avvertimenti; ma non credo giovassero gran fatto al bene scrivere, che in verità allora si scombussolò nelle smancerie secentistiche, dilatatesi dappertutto, eccetto che fra que’ Toscani che osavano scrivere come parlavano.

Nel secolo seguente prevalsero i Lombardi, deridendo il toscano, e contaminati d’una fanghiglia di francesume, la cui inondazione parve ricchezza al Cesarotti, che la eresse anzi in teorica, volendo l’italiano si rifiorisse continuamente con vocaboli e modi forastieri. Nel secolo nostro si tornò alla correzione; ma, ripigliando la primitiva funesta scissura, alcuni adottarono una lingua che intitolano illustre, accademica, cortigiana, letteraria[218]; altri, con opere più che con dispute, assicurarono bel posto alla schietta e limpida, che si arricchisce colla favella popolare e coi modi che provengono da passione. Pur sempre restiamo alla miseria di non avere peranco accertato qual delle due maniere sia la migliore, e da taluni son decantati come sommi maestri quelli che per altri non son che retori e pedanti; e stiamo incerti se ammirare il Bembo o il Caro, il Redi o il Bartoli, il Bresciani o il Manzoni.

A levar questo ingrato dissenso, a toglierci da questo bivio della lingua illustre o plebea, gioverà il porre in sodo e le origini e la costituzionale natura del parlar nostro. Perocchè, se vi ha sguajati che stampano libri professando di non conoscere la lingua, i savj sentono come vadano inseparabili il pensar bene e lo scriver bene; e come il senso comune giudichi ingegnose e incivilite le persone e le nazioni che meglio parlano e scrivono. Si procuri dunque una lingua nervosa, abbondante, chiara, facile, aggiustata, animata, uguale, non vaga, inesatta, esitante: una lingua che possa portare la divisa di Bajardo, Sans peur et sans reproche; con essa si espongano non baje ma cose, non frivolezze corruttrici ma scienza educatrice; sicchè infine si vada a imparar il bene scrivere dagli autori che insegnano il ben pensare; si adopri la lingua di tutti, ma per dir cose che non tutti sanno dire; e coll’eletta concisione di stile, colla precisione di senso e la delicatezza e la grazia, riducansi alla più semplice espressione gli svolgimenti d’un’idea originale.

Così venga, per l’accordo comune, a formarsi anche nella prosa una lingua scritta che si conformi alla parlata; lingua dotta e popolare, semplice e colta, istruttiva senza pedanterie, dilettevole senza trivialità, forbita dai dotti, compresa anche dagli indotti, aggradita dalla intera nazione. Del quale studio viepiù sentesi il dovere or che tutto vien mandato alla peggio da questo sproloquio di sofisti, micidiali non meno alla repubblica letteraria che alla civile. La divina pietà ne salvi una volta questa, per loro colpa, abjettita nazione!