APPENDICE II. DELL’ANNO E DE’ CALENDARJ
(Vol. I, pag. 81).
I Romani non contavano i giorni del mese progressivamente come noi, ma v’avevano tre punti distinti: le Calende, primo giorno di ciascun mese; le None, al quinto nei mesi di gennajo, febbrajo, aprile, giugno, agosto, settembre, novembre, dicembre, e al settimo negli altri; gli Idi, al tredicesimo dei prenominati mesi, al quintodecimo degli altri. I giorni intermedj si denominavano dalla distanza loro da questi punti: metodo certamente incomodo.
Chi voglia tradurre i giorni del mese romano nei nostri, deve alla cifra reale di ciascun mese aggiungere 2, poi da questo numero sottrarre la differenza tra la data che si vuol convertire, ed essa cifra aumentata. — Chiedasi a che giorno corrisponde il septimo kalendas maii: aprile ha 30 giorni; se n’aggiungano 2, e si avrà 32; si sottragga il 7, e resterà 25 d’aprile, giorno corrispondente al domandato. Se chiedasi come si chiami in latino il 25 aprile, si sottragga questo da 32, e resterà 7 avanti le calende di maggio. — Pel sexto kalendas martii: ai 28 giorni di febbrajo s’aggiungano 2, e dai 30 che risultano si levi 6, e resterà 24. Se l’anno fosse bisestile, si avrebbe pel bis sexto il 25.
Dalle calende trasse nome il Calendario, tavola su cui i pontefici notavano le feste. Il sovrantendere ai calendarj fu sempre spettanza de’ sacerdoti, in grazia delle feste da celebrarsi a tempi prefissi. Non servivano che per ciascun anno, e vi s’indicavano i giorni fasti e nefasti, ne’ quali cioè era lecito o no rendere giustizia; i comitiales e atri di sinistro augurio; le nundinæ o mercati; e negli ultimi tempi, quelli in cui fare omaggio ai membri della famiglia imperiale.
Alcuni calendarj, più o meno compiti, furono trovati, scolpiti su pietra o su metallo. Tale è il Calendarium Prænestinum scoperto nel 1770, compilato da Verrio Flacco, ma che si estende solo ai quattro primi mesi e al dicembre. Il Foggini ne riunì i frantumi, e da diversi altri calendarj cercò formarne uno dell’intero anno nelle Fastorum anni romani a Verrio Flacco ordinatorum reliquiæ. Roma 1779. Vedansi pure Waassen, Animadversiones ad Fastos romanos sacros. Utrecht 1795; Ideler, Handbuch der matematischen und technischen Cronologie. Berlino 1826.
Gli altri calendarj sono il marmo rotto de’ Maffei conservato a Roma, che contiene tutti i dodici mesi; quello de’ Capranica per agosto e settembre; quel di Amiterno, frammenti dei mesi da marzo a dicembre; l’Anziatino, frammenti de’ sei ultimi mesi; l’Esquilino, frammenti di maggio e giugno; il Farnesiano con parte di febbrajo e marzo; il Pinciano, frammenti di luglio, agosto, settembre; il Venosino, con maggio e giugno compiti; il Vaticano, con pochi giorni di marzo e aprile; l’Allifano, con pochi di luglio e agosto. Ultimamente si scopersero a Cuma alcune parti di uno dell’età di Augusto.
Particolare è il calendario rustico Farnese, sculto sopra le quattro faccie d’un cubo, ciascuna delle quali divisa in tre colonne d’un mese ognuna. In capo v’ha il segno dello zodiaco; seguono il nome del mese, il numero de’ giorni, la posizione delle none, la durata del giorno, il nome del dio a cui è sacro, e le operazioni agricole. Per maggio e giugno dice:
| ♊ | ♋ |
| MENSIS | MENSIS |
| MAIVS | IVNIVS |
| DIES XXXI | DIES XXX |
| NON. SEPTIM. | NON. QVINT. |
| DIES HOR. XXIIII S. | DIES HOR. XV |
| NOX HOR. VIIII S. | NOX HOR. VIIII. |
| SOL. TAVRO. | SOLIS INSTITIVM |
| TVTELA APOLLIN. | VIII KAL. IVL. |
| SEGET RVNCANT. | SOL GEMINIS. |
| OVES TONDENT. | TVTELA |
| LANA LAVATVR. | MERCURI. |
| IVVENCI DOMANT. | FŒNISICIVM. |
| VICEA PABVL. | VINEÆ |
| SECATUR. | OCCANTVR. |
| SEGETES | SACRVM |
| LVSTRANTVR. | HERCVLI. |
| SACRVM MERCVR. | SACRVM |
| ET FLORÆ. FORTIS. | FORTVNÆ. |
Altri calendarj s’aveano, somiglianti ai nostri ciarlataneschi e profetici. Uno ne fece nel VI secolo Lido, venerabile magistrato, pei signori e dotti di Costantinopoli, edito poco fa da Hase. Insegna esso che, se tuona quando il sole sta per entrare nel Capricorno, vi saranno dense nebbie, le quali, se durino fino al levar della canicola, porteranno malattie, estrema penuria, massime in Macedonia, Tracia, Illiria, nell’India alta, nella Gedrosia, paesi sottoposti all’influenza del capricorno. Se la luna eclissa ne’ gemelli, le cose politiche saranno turbate, e muteranno di mano. Un tremuoto fra una neomenia e il quinto giorno del mese lunare annunzia la morte di molti; se è fra il nono e il diciannovesimo, un disastro pel capo del governo; se fra il ventesimoquinto e il trentesimo, tempeste, guerra, caduta d’un gran personaggio.
Il calendario Viennese, pubblicato dal Lambeccio, tiene già la divisione della settimana cristiana, ed è di circa la metà del IV secolo. L’uso di scolpire calendarj in pietra durò fra’ Cristiani; e nel demolire il castello di Coëdic in Bretagna se ne trovò uno, spiegato nelle Memorie dell’Accademia delle iscrizioni dal Lancelot, che lo crede del 468.
Se mai sforzo d’erudizione recondita fu fatto per sostenere un errore, è certo quello con cui il danese Niebuhr tolse a provare che il primitivo anno degli Italiani, adottato alle origini da Roma, constava di trecentoquattro giorni in dieci mesi. Quest’anno era lunare, e rimettevasi in accordo coll’anno solare mediante l’intercalazione trieterica in periodi di ventidue anni, adattandovi, dieci volte per ciascuno, un mese supplementare, alternativamente di ventidue e di ventitre giorni, e trascurando l’ultimo triennio. Come cinque anni facevano un lustro, cinque di tali periodi facevano un secolo di centodieci anni. L’anno è istituito per comodo della vita e pel periodico ritorno di certe feste; onde sempre fu messo in accordo più o meno esatto con una rivoluzione della terra attorno al sole, e con un periodo delle fasi lunari.
Pertanto già gli antichi trovavano assurdo il supporre un anno siffatto, senza correlazione nè col sole nè colla luna. Plutarco dubitò se mai fosse adoperato, e Giuseppe Scaligero lo tratta di favola, supponendolo fin da principio di dodici mesi. Il Niebuhr attribuisce questa repugnanza all’abitudine; ed oltre le precise indicazioni di Censorino e di Macrobio, troverebbe prove della sua applicazione in tempo più recente. Inoltre, atteso i rapporti ciclici di quest’anno col lunare intercalato che dicemmo, e col suo periodo secolare, si vede che da una parte potea servire di correzione perpetua, dall’altra era preferibile per l’uso scientifico.
La chiave di questo sistema gli è data da Censorino, De die natali, XVIII, dicendo che il lustro era l’antico anno grande di Roma, e il ciclo in cui il cominciamento dell’anno civile coincideva con quello dell’anno solare. Cinque anni solari egizj, da 365 giorni, ne contengono 1825; sei anni di Roma da 304, fanno 1824: onde in cinque anni la cronologia romana perdeva un giorno a fronte dell’egizia civile, che non aveva anni bisestili, e che in capo a 1461 anno tornava al suo punto di partenza colla perdita di un anno, siccome chi fa il giro del globo perde un giorno tra via. La cronologia romana, a confronto coll’anno giuliano, perdeva circa un giorno e un quarto: deviazione sì forte, che, se altre divisioni del tempo, nel sistema medesimo dell’anno di dieci mesi, non avessero somministrato un’intercalazione sistematica facile e di evidente concordanza, bisognerebbe credere assolutamente inverosimile l’uso ciclico di anno siffatto.
Queste divisioni di tempo sono il più grande e il più piccolo fra i periodi etruschi, il secolo e la settimana di otto giorni. Il secolo era pure la misura dell’anno lunare, intercalato: la settimana si conservò presso i Romani, talmente che ogni nono giorno era mercato (nundinæ). Fra gli Etruschi questo nono dì era pure chiamato nonæ; e in armonia con siffatta divisione di tempo, un tal nome fu sempre appropriato al nono giorno avanti agli idi. Ma le nundinæ di Roma non stavano in veruna relazione coll’anno, ed erano semplicemente un giorno del mese; mentre fra gli Etruschi formavano vere divisioni di settimana, ogni nono dì essendo quel degli affari, e in cui i re davano udienza e rendevano giustizia (Macrobio, Saturn., I. 13). L’anno di dieci mesi e di trecentoquattro giorni si risolve appunto in trentotto ottave; onde conta altrettante none, ed è precisamente il numero de’ giorni chiamati fasti nel calendario giuliano. Così questo numero si conservò dai Romani; ma essendo insufficiente per gli affari del fôro, molti altri giorni furono aggiunti con nomi diversi.
Cominciando le settimane sempre al medesimo giorno del mese, anche i mesi intercalari doveano essere divisibili per otto. Ora, se nel secolo del periodo ciclico, composto di cendieci anni o ventidue lustri, s’intercalasse all’undecimo ed al vigesimosecondo lustro un mese di tre ottave, cioè di ventiquattro giorni, ne risultava al fine del periodo un’approssimazione alla verità e una correzione del cielo lunare inaspettatissima; giacchè, secondo il calcolo dello Scaligero, che non aspirava ad esattezza maggiore di quella del calendario giuliano, i cinque periodi di secolo facevano 40,177 giorni, intanto che la somma degli anni ciclici, giusta siffatta intercalazione, ne dava 40,176. Mentre dunque la cronologia giuliana suppone l’anno tropico di 365 giorni e 6 ore, l’antica lo fa di 365 giorni 5h 40’ 22”, cioè solo 8’ 23” meno del vero, non di 11h e 15’ come il giuliano. Le 15h 22’ 10” che mancavano al periodo etrusco di centodieci anni, e che in capo a centosettantadue anni producevano un giorno di perdita, dovettero essere supplite con ulteriori intercalazioni: ma le regole di calcolo non poteano spingersi fino ai minuti secondi, ed è molto verosimile che gli Etruschi abbiano determinato l’anno tropico a 365 giorni 5h 40’.
Dalla scientifica esattezza di quest’anno, che era una forma di cui erasi perduto il senso, consegue l’uso che se ne poteva fare accanto dell’anno civile già costituito. Nell’ultimo periodo, invece d’un mese intercalare di 25 giorni, bisognava armonizzare i due sistemi, intercalandone uno di 22. Purchè dal principio del secolo fino al suo termine si contasse esattamente, la correzione succedeva; e per evitare la confusione minacciata dal cominciare così vario dell’anno dei Fasti, si adottò la pratica di conficcare un chiodo nel tempio del Campidoglio. A mezzo il VI secolo erasi dimenticato il senso di questa solennità, tanto che eccitava solo il riso; e forse erasi abbandonata da che il consolato passava senza interregno ai successori eletti: perciò Cincio (ap. Livio, VII. 5) dicea d’avere trovato i medesimi segni nel tempio di Norcia a Vulsinia, aggiungendo che era l’indicazione degli anni nel tempo che raro si scriveva. Scopo di questa cerimonia era di segnare quanti lustri fossero trascorsi dopo cominciato il secolo. A tutto ciò Niebuhr confessa che manca l’appoggio di testi antichi; ma è forza scegliere fra due supposizioni: o i prischi Romani, ignoranti quanto sciocchi, usavano un calendario non fondato su veruna analogia colla natura nè colla scienza; o i Romani adottarono un calendario, frutto d’un popolo addottrinato. Ammettere con Macrobio, che quando i mesi non si acconciavano più colle stagioni, i Romani lasciassero trascorrere un certo tempo senza denominarlo, è un farli più barbari degli Irochesi.
Gli archeologi supposero che il calendario di dieci mesi fosse dapprima il solo usato, e presto venisse abbandonato del tutto. Ma Niebuhr riflette che quel calendario è in relazione coll’anno ciclico lunare, per modo che dovette essere formato simultaneamente; e d’altro lato è possibile che il più antico usato fra il popolo fosse collegato ad osservazioni sulle fasi della luna; e un calendario adattato alle stagioni dovette sempre essere indispensabile.
Che poi il calendario di dieci mesi rimanesse in uso anche dopo la cacciata dei re, parrebbe da applicazioni, di cui le generazioni successive non conobbero l’origine. Gli Etruschi avevano adottato di non concludere trattati di pace che sotto forma d’armistizio e per un tempo prefinito. Quasi tutti i trattati conchiusi dai Romani con Vejo, Tarquinia, Cere, Capena, Vulsinia sono qualificati per tregue, esprimendo per quanti anni durerebbero; ma agli Etruschi non si rinfaccia mai di averle violate, benchè le ostilità comincino quasi sempre prima che gli anni dell’armistizio sieno compiti. Per dirne uno, il trattato con Vejo nel 280 si stipula che durerà quarant’anni: ora nel 316 si parla della defezione di Fidene che si unisce a Vejo, il che suppone che questa repubblica fosse già in guerra con Roma; e i Romani, per quanto irritati della diserzione di Fidene, non accusano i Vejenti d’aver fallito il patto. Più decisivo è l’udire da Tito Livio, sotto il 347, che la tregua di vent’anni conchiusa nel 329 era spirata; mentre, secondo i Fasti, non sarebbero trascorsi che diciotto anni. Questi fatti non si possono spiegare se non applicando l’anno di dieci mesi, quaranta dei quali equivalgono a 33 1⁄3, e venti a 16 2⁄3; per modo che nel primo esempio la tregua era spirata col 314, nel secondo col 346.
Tali sono le ragioni del Niebuhr, raccolte con quella sottigliezza che eccita la meraviglia, ma non soddisfa la ragione. Siffatta cronologia, che a lui pare semplice e regolare, cadde in disordine, atteso l’ignoranza delle matematiche e dell’astronomia, di cui gli Etruschi avevano bensì comunicato ai Romani i risultamenti, ma non la scienza: e fu aumentato dalla mala fede de’ pontefici, che acquistato il diritto di fare intercalazioni ad arbitrio, favorivano o sfavorivano i consoli o i questori, prolungando o accorciando l’anno della loro magistratura. Dell’anno di dieci mesi trovasi però vestigio nel lutto prescritto alle vedove, nel tempo da pagare le doti e i legati, nel credito per vendita di frutti, e forse negli interessi del denaro.
Riguardo agli altri popoli italiani, i Latini e gli Ernici usavano calcoli del tempo loro proprj; e Censorino, il quale c’informa della cronologia de’ diversi popoli, avverte che ne’ calendarj di Alba, Lavinio, Tusculo, Ericia, Ferentino i mesi variavano dai 39 fino ai 16 giorni. Dell’anno de’ popoli Ausonj sappiamo soltanto che era differente dal civile di Roma, la quale perciò con essi, co’ Volsci e cogli Equi calcolava la durata delle tregue secondo gli anni ciclici.
Del resto fa meraviglia come i Romani, che tanto si occuparono del calendario, rimanessero sempre in somma incertezza di date e di epoche: colpa appunto del mescolarvisi tanto la politica, e valersene patrizj e sacerdoti per governare il popolo. Genti antichissime e fin barbare possedettero esattissimi calendarj; i Romani l’ebbero vacillante sino alla riforma di Giulio Cesare.
Quanto all’êra, la deducevano dalla fondazione della loro città, nel 753 o 754 a. C.: ma ne erano talmente incerti, che presero lo spediente di notare ciascun anno dal nome de’ consoli. Divennero perciò importantissimi ai cronologi i Fasti consolari, vale a dire la serie de’ consoli. Erano scolpiti in Campidoglio, e una parte ne fu dissepolta il 1547, e dal cardinale Alessandro Farnese donata al senato romano, che la fece riporre in una sala, da Michelangelo disposta in Campidoglio. Ma non erano compiuti; ed altri furono scoperti il 1503 a’ piedi delle Esquilie, altri nel 1816 presso al tempio di Castore, altri nel 1876.
Questi Marmi Capitolini contengono non solo i consoli annuali, cominciando dal 295 di Roma, ma le liste degli altri magistrati e de’ pontefici, e alcuni avvenimenti. Eccone un esempio:
AN. VRB. COND. CCXX. L. TARQVINIVS L. F. DAMARATI N. SVPERBVS REX POPVLI INIVSSV ET SINE PATRVM AVCTORITATE ISQVE VRBEM CAPITOLINO TEMPLO AVGVSTIOREM REDDIDIT FERIAS LATINAS INSTITVIT LIBROS SIBILLINOS REIPVBLICÆ COMPARATOS II VIRIS INSPICIENDOS SERVANDOSQVE DEDIT.
Onofrio Panvinio li credette opera di Verrio Flacco, il quale, secondo Svetonio, fastos a se ordinatos et marmoreo parieti incisos publicarat. Mutilati com’erano, venivano scarsi all’uopo, onde molti si diedero a supplirli, ossia a compilare nuovi fasti, e l’edizione più recente è: Fasti consulares triumphalesque Romanorum, ad fidem optimorum auctorum recensuit et indicem adjecit J. G. Baiter, Zurigo 1837.
L’arbitrio lasciato ai sacerdoti di mettere in accordo il corso del sole e le lunazioni, e la mala pratica nel fare le intercalazioni, aveano prodotto nel calendario romano grave disordine, al quale volle riparare Cesare, 46 anni prima di Cristo. Sosigene, principale autore di tale riforma, fissò l’equinozio di primavera al 25 marzo: ma la differenza di 11 minuti e 12 secondi fra l’anno suo e il vero, ogni centoventinove anni facea precedere d’un giorno esso equinozio, sicchè al tempo del concilio di Nicea, cioè nel 325 dell’êra vulgare, cadeva al 23 marzo.
Già agli antichi Ebrei, che rozzamente regolavano l’anno secondo le lune, era stato cagione di darvi miglior ordine la celebrazione delle feste: imperocchè a Pasqua doveano essi mangiare l’agnello, e offrire le primizie dell’orzo; a Pentecoste, due pani fatti col frumento nuovo; le solennità de’ Tabernacoli doveano succedere dopo finita la vendemmia e raccolti gli ulivi: era dunque necessaria l’intercalazione acciocchè tornassero tali feste in tempi da poter consumare quei riti. Per egual modo il doversi celebrare la Pasqua nel plenilunio che succede all’equinozio di primavera, fece che i Cristiani ponessero mente all’accennata variazione, della quale i Padri, radunati nel concilio Niceno, non seppero trovare la ragione.
Nel 1257 la precessione era di 11 giorni: tre anni dopo, l’inglese Giovanni di Sacrobosco avvertiva la necessità d’una nuova riforma; alcuni la tentarono nel secolo XIV; se ne trattò pure in varj concilj, alfine la ordinò quel di Trento. Gregorio XIII occupò dieci anni a discutere le diverse formole a ciò presentategli, singolarmente dal perugino Ignazio Danti domenicano, autore del gnomone di San Petronio a Bologna, e dal gesuita Clavio di Bamberga. Intanto Luigi Lilio, medico calabrese di nessun nome, ideava il metodo più spediente a correggere l’errore; ma morto prima di darvi compimento, suo fratello Antonio terminò il lavoro e l’offerse al pontefice, che nel 1577 ne mandò copia a tutti i principi, alle repubbliche e alle accademie cattoliche. Avutone l’approvazione, Gregorio pubblicò il nuovo calendario l’anno 1582, sopprimendo dieci giorni fra il 5 ed il 15 di ottobre. In esso è fissato l’anno a 365 giorni 5h 49’; e che, ogni quattro anni, uno sia bisestile, eccetto il quarto secolare, come fu il 1800. Questa correzione s’approssima tanto al vero, che solo dopo 4238 anni i minuti residui sommeranno ad un intero giorno, di cui sarà preceduto l’equinozio. Chi allora vivrà, ci provveda.
Per rispetto all’abitudine, il calendario gregoriano lasciò sussistere la divisione del giuliano in mesi capricciosamente lunghi di 30 o di 31 giorno; e il cominciare l’anno circa otto giorni dopo il solstizio, in modo che il principio dei mesi non corrisponde coll’entrare del sole nei varj segni dello zodiaco. E semplicità e naturalezza e venustà si sarebbe potuto ottenere cominciando l’anno col giorno solstiziale, e facendo i mesi alternamente di 30 e di 31 giorno, eccetto l’ultimo di 29, e di 30 nei bisestili; o meglio ancora, facendo di 31 giorno i mesi tra l’equinozio primaverile e l’autunnale, di 30 gli altri, e scemo il dicembre; col che i principj dei mesi avrebbero combinato quasi appunto coll’ingresso del sole ne’ segni dello zodiaco.