APPENDICE III. INCERTEZZA DELLA STORIA PRIMITIVA DI ROMA E FONTI DI ESSA

(Vol. I, pag. 157).

Tardissimo si scrisse delle origini di Roma, e primi lo fecero Greci, i quali, stipendiati come precettori nelle case patrizie, inventavano o alteravano i fatti per dare lustro all’una o all’altra di queste, senza badare più che tanto alla verità, e spesso indulgendo al patriotismo col dare risalto alla civiltà greca. I due più celebri furono Dionigi d’Alicarnasso e Polibio: ma essi mostrano non riporre veruna fiducia negli autori che li precedettero nell’illustrare le antichità romane.

Dionigi d’Alicarnasso, vivo all’età d’Augusto, abbracciò i tempi dall’origine di Roma fino all’anno in cui cominciò Polibio la sua storia. I primi undici libri giungono al 433 avanti Cristo: il resto è perduto, salvo alquanti frammenti, alcuni de’ quali pubblicati non ha molto dal Maj. Per quanto siasi detto a suo appoggio, è facile comprendere che sì egli, sì Tito Livio, non fanno che accumulare favole, mal palliate dalla retorica di quello e dalla grandiloquenza di questo. Livio confessa tratto tratto di non sapere il certo; riferisce sovente con forme dubitative: dopo le quali è strano come egli scenda a particolarità, dicevoli solo a chi avesse direttamente udito o visto. Mancando poi del sentimento dell’antichità e della pieghevolezza di spirito che s’adatta ai varj tempi e ai varj popoli, non ci presenta che ideali di vizj e di virtù.

Plutarco, greco e vissuto ancor più tardi, nelle vite di Romolo, Numa, Coriolano, Catone, Publicola, Camillo, mostra aver conosciuto documenti ignoti a Livio e a Dionigi, onde qualche importanza acquista nel darcene informazione. Ma oltre le vite, egli stese Paralleli della storia greca e romana, ove riferisce molte tradizioni greche, corrispondenti alle romane. Filonome, figlia di Nictimo, concepì dal dio Marte due gemelli, che furono gittati nel fiume Erimanto: l’acqua li trasportò nel cavo d’una pianta, ove una lupa gli allattò: poi tolti ad allevare da un pastore, divennero re d’Arcadia. — I Tegeati e i Feneati in guerra fra loro, convengono di terminarla rimettendosi al duello di tre gemelli contro tre altri, figli di Demostrato e di Ressimaco. Critolao, ch’era il secondo di questi ultimi, vedendo i fratelli caduti, finge fuggire, poi si rivolge a combattere i tre avversarj che a spazio disuguale lo inseguivano, e ne trionfa. Tornato, uccide una sorella; e accusato dalla madre, è assolto dal popolo. — Brenno re dei Galli assedia Efeso, e Demonica gli promette tradirgli una porta, patto che le dia in ricompensa tutte le ricchezze del tempio. Avutala, il Gallo fa gettare su costei tante preziosità, che la soffoca.

Sì evidente rispondenza coi fatti di Romolo, degli Orazj, di Tarpea potrebbe essere accidentale? Attento poi sempre com’era al concetto morale e all’arte, Plutarco svisava anche i fatti o non li chiariva; onde un moderno, il quale all’arguzia sentitissima univa una profonda cognizione degli antichi, disse che Plutarco «farebbe guadagnare a Pompeo la battaglia di Fàrsalo se ciò potesse rendere alquanto più rotonda la sua frase» (Courier, Lettera a Thomassin, 25 agosto 1809).

Ogni anno, presso i Romani, il magistrato supremo conficcava un chiodo in un tempio, chi dice per segnare gli anni, chi per un fine religioso. In occorrenza di peste si eleggeva un dittatore apposta per piantarlo; dictator clavi figendi causa. Quest’uso darebbe a pensare che non sapeasi o non soleasi scrivere, e quindi era impossibile che ci venisse tramandata la storia dei primi tempi colle particolarità che alcuni storici spacciano. I quali medesimi, dopo averci regalato come indubitabili alcuni minutissimi ragguagli, mostrano poi peritanza e oscurità in avvenimenti di capitale rilievo. Lo stesso Livio, del quale il Niebuhr disse che non conosce il dubbio, mostra più volte esitare sui cominciamenti della romana storia; ignora gli anni di avvenimenti insigni, quali, per esempio, la battaglia al lago Regillo e la creazione del primo dittatore, e chi fosse; ripete ogni tratto che non facile est aut rem rei, aut auctorem auctori præferre (VIII. 40); che certam derogat vetustas fidem (VII. 6); che basta in rebus tam antiquis, si quæ similia veri sint, pro veris accipiantur (v. 21); e conta come favole parecchi di quei fatti, e come aptiora scenæ, gaudentis miraculis, e che non val la pena di affermarle nè confutarle (v. 21). Cicerone ride delle storielle de’ primi tempi, dove «appena i nomi dei re sono conosciuti» (De Rep., II. 18): il resto di quella storia est nostris hominibus adhuc aut ignorata, aut relicta (De Leg., I. 2).

Eppure si sa che Porcio Catone pel primo, poi Cintio Alimento, Valerio d’Anzio, Licinio Macro, Elio, Gellio, Calpurnio ed altri aveano scritto sulle origini romane; ma tutti lontani sei secoli da queste, come anche Fabio Pittore, da Livio chiamato longe antiquissimus, e da Polibio dichiarato leggero e poco cauto. Qual fondamento dunque fare sopra esso Polibio e sopra Dionigi, che della costoro autorità si appoggiarono? E quando, come spessissimo accade, l’uno contraddice all’altro e a Tito Livio, a quale dare fede? Poi qualche grammatico ci conservò brandelli e testi sconnessi d’autori perduti, che vengono ancora a insinuare nuovi dubbj e differenze nuove, in modo che si potrebbe dire disperata la conoscenza della storia primitiva di Roma.

Oltre gli scrittori, questa cercasi dedurre, 1º dai grandi annali, Annales maximi o publici, Annales pontificum; 2º dagli atti pubblici; 3º dagli atti de’ magistrati, che forse sono tutt’uno coi Libri lintei, contenenti l’elenco de’ magistrati superiori; 4º dalle cronache delle famiglie censorie e dagli elogi funebri, Laudationes funebres, già da Cicerone indicati come fonte di menzogne. V’è chi crede che i re abbiano lasciato delle memorie, Commentarii regum, tra legali e storiche, concernenti la loro amministrazione.

La presa di Roma per opera de’ Galli mandò a male tutto quello ch’era anteriore; gli annali de’ pontefici vi perirono in gran parte; il resto custodivasi arcano; il senato non cominciò a registrare i suoi atti che sotto Giulio Cesare. Ma sebbene si perdessero in quell’incendio i documenti primitivi, quai ch’essi fossero, sopravvissero nelle memorie alcuni canti nazionali (non già una regolare epopea), dove un fondo di verità era stato, come suole, abbellito dall’immaginazione, e che prima di Catone solevansi cantare nei banchetti (Varrone ap. Nonio, ad assa voce). Cicerone nelle Tusculane, IV. 2 dice: Morem apud majores hunc epularum fuisse, ut deinceps qui accubarent, canerent ad tibiam clarorum virorum laudes atque virtutes.

Aggiungi alcune feste nazionali, come sarebbero le Palilie, che si celebravano all’anniversario della fondazione di Roma il 21 aprile. Dionigi dubita se fossero anteriori a questa, al che propenderebbe anche Plutarco, e siasi scelto quel giorno come fausto, per inaugurare la nuova città; o veramente se sieno nate colla città stessa, alla cui inaugurazione si credette bene invocare anche le divinità pastorali. Altre feste ancora rammentavano fatti della Roma antica: ma potrebbe darsi o che vi fossero applicate le leggende tradizionali, o che queste ne alterassero il senso primitivo.

I pontefici solevano riferire s’una tavola gli avvenimenti più importanti di ciascun anno, i nomi de’ magistrati, i trionfi, gli eclissi, il caro de’ viveri, i prodigi, le calamità pubbliche; e cominciando dal 350 di Roma, offrivano, se non altro, una serie cronologica. Pare non siano periti affatto nell’incendio suddetto, poichè li troviamo citati a proposito di fatti anteriori; ma ristretti in iscrizioni, ognuno vede come poco potessero servire a quella che è storia d’uomini.

Anche documenti pubblici scolpiti su tavole sopravanzarono, in caratteri e in lingua antiquata: che se Livio od altri non vi posero mente, le consultò Polibio a gran vantaggio. Nello splendore di Roma repubblicana, l’uomo, assorto nella vita attiva, non curavasi di rovistare negli archivj, dissotterrare lapide, dicifrare tavole; e la storia d’allora sente la pienezza della pubblica vita più che l’indagine dell’erudito, l’entusiasmo più che la ponderazione scientifica. Mutati i tempi, gli imperatori animarono le ricerche: Vespasiano fece trarre in luce tremila tavole di rame, che diceansi campate dall’incendio de’ Galli, e che contenevano trattati, senatoconsulti, plebisciti, privilegi, risalenti fin quasi all’origine di Roma (Svetonio, in Vespasiano, cap. VIII). A queste avranno potuto ricorrere Tacito e Plinio, e trovarvi, per esempio, il trattato vergognoso de’ Romani con Porsena, e tant’altri fatti che avrebbero al certo mutato aspetto alla primitiva romana storia, se essi o qualche par loro l’avessero scritta.

Questo basti a dar ragione delle numerose contraddizioni fra gli uni e gli altri scrittori, fino a non saper certo nè il fondatore della città, nè il tempo, nè quali i primi abitatori, nè come nascessero i comizj per tribù, nè se Porsena pigliasse la città, nè se i Galli la distruggessero. Serva pure a tôrne lo scandalo a coloro che, nel vedere i moderni riconvenire d’ignoranza o di mala intelligenza gli antichi, adducono che questi, essendo più vicini ai fatti, sono meglio attendibili. Assai tardi il dubbio si insinuò, se pure non si dia per tale il ridersi del rasojo di Nevio e delle oche del Campidoglio, baje già per gli antichi. Il medioevo credea; e avvezzo a riposare sull’autorità nelle materie sacre, anche nelle profane non sottigliava; tanto più che l’erudizione difettava di mezzi, quand’anche avesse posseduto la critica. Al risorgimento delle lettere, la venerazione per tutto ciò che era antico s’insinuò negli animi per modo, da influire non soltanto sulla letteratura, ma sulla legislazione e sulla vita. Adunque la storia romana fu accettata siccome di fede, e trattata con quella sommessione di spirito e di giudizio alla lettera scritta, che dominava tutto l’insegnamento. Dubitare di quel che aveano detto un Livio, un Dionigi, un Plutarco, sarebbe parso colpa di lesa antichità: tutt’al più s’applicavano di ridurre in accordo le loro contraddizioni, calcolare qual di due autorità avesse maggior peso. Ben si meritarono egregiamente i critici del Cinquecento col faticarsi a raccorre dalla superstite letteratura tutti i brani che rischiarassero le antichità romane; e vanno lodatissimi da chiunque non faccia colpa ad uno scrittore s’egli non sorpassa le idee e la erudizione del suo secolo. Fra gl’Italiani meritano special lode Paolo Manuzio, il Sigonio, De antiquo jure Italiæ, De antiquo jure provinciarum, De judiciis, e il Gravina più tardi. Machiavelli accettava come oracolo che che trovava in Tito Livio, non pensando a discuterne, ma volendo soltanto farsene un testo di discorsi o di opportuna allusione.

Pure non mancò qualche arguto, che avvisasse le contraddizioni e gli assurdi. Il nostro Lorenzo Valla, in una disputa sopra Tito Livio, pose a nudo le magagne della prima storia di Roma. Fin dal 1677 Lancelotto Secondo, ingegno bizzarro, scrisse gli spiritosi Farfalloni degli antichi storici, ove mette in rilievo le costoro incoerenze e ciancie, ma con intento di celia e negazione. Con maggiore franchezza lo svizzero Glareano mostrava gli svarj di Livio: ma restò oppresso dalla universale indignazione del dotto vulgo. Con erudizione ponderata Giuseppe Scaligero e Giusto Lipsio tolsero ad esame quegli storici. Con violenza Perizonio professore di Leida (Animadversiones, 1685) oppose testi a testi, e pel primo avvisò che, nel racconto di Livio, una parte vada attribuita ad antichi canti nazionali: ebbe la sorte di chi di buon tratto precede i suoi tempi, restando ignorato e incompreso; eppure dalla minuzia de’ particolari seppe sorgere a generali ed estese osservazioni, che annunziavano una nuova êra dell’arte critica.

La quale, associandosi al progresso delle altre scienze, usciva di tutela, e non guardava più con cieca riverenza i libri siccome unico campo degli eruditi, ma voleva che a questi l’uomo si accostasse col giudizio e col sentimento proprio e coll’esperienza delle cose del mondo. Pietro Bayle, che nel suo Dizionario critico recava il dubbio e lo scherno anche su punti molto più sacri che non la ninfa Egeria e il bastone incombustibile di Romolo, poco si prevalse del lavoro di Perizonio, già da dodici anni pubblicato, e che pure egli chiamava l’errata degli storici e de’ critici; ma suppose che, come nei monasteri si dava per esercizio agli studenti di comporre vite, martirj e miracoli di santi, che poi da taluni furono scambiati per leggende vere, così la storia dei primi re fosse dedotta da esercitazioni retoriche.

Luigi di Beaufort (Sur l’incertitude des cinq premiers siècles de l’histoire romaine, 1738) non più da scorridore, ma di proposito e con giusta arte di guerra la storia primitiva romana tutta relega tra le finzioni poetiche. Il suo libro, pel tono stesso frizzante, venne accolto con applauso, per quanto egli ecceda nell’abbattere, e vacilli le poche volte che tenta ricostruire: gli uomini d’ingegno lo lessero, l’applaudirono, pure seguitarono a contare i sette re, e gli storici a descrivere i primi tempi di Roma con intrepida sicurezza. Lo stesso Montesquieu, il quale spiega tant’ala allorchè Roma assume politica fisionomia, e l’elemento italico lotta e si fonde collo straniero, vagella nella cognizione di Roma primitiva e delle sue antichità; e i sette re sono per lui, come pel Machiavelli, personaggi delle corti e de’ gabinetti moderni.

In mezzo però a tutte quelle fatiche di demolizione, un Italiano, solo, sconosciuto, aveva assunto quest’impresa con idea più vasta, mostrando che la storia romana, quale fin allora intendevasi, era più incredibile che non la favolosa di Grecia; perocchè questa non si comprende che cosa voglia dire, quella ripugna all’andamento della natura umana. Non contentandosi però di abbattere come i critici puramente negativi, aveva adoperato quei rottami a rifare un edifizio grandioso.

Parliamo di Giambattista Vico napoletano, il quale nelle due Scienze nuove e nelle opere latine investigò nella romana la storia ideale dell’umanità, interpretò que’ racconti come simboli, e mostrando che l’umanità si costruisce da se stessa, ne seguitò i passi e i faticosi acquisti. Gli uomini che s’incontrano nella storia infinitamente superiori all’umanità, non sono, al dire di lui, che una creazione di essa umanità, la quale accumulò sopra un solo la lenta opera dei secoli e le imprese dei molti che essi riassumevano. Romolo, Numa, Servio, le XII Tavole sono meri enti di fantasia, idoli storici, epiloghi d’un ciclo poetico: Romolo e i padri d’illustri parentele (gentes) fondarono la città sopra la religione degli auspizj, e sopra l’asilo aperto ai vinti e ai deboli che alla loro tutela rifuggivano: di qui vennero, come in tutte le città eroiche, due Comuni; patrizj che comandano, plebei che obbediscono.

I patrizj avevano impero familiare e impero civile o pubblico: il primo estendeasi sopra i figliuoli e le famiglie, donde i nomi di patritii, patria, res patrum; e sopra i possedimenti, che godevano immuni da tributo. Tutti insieme tenevano l’impero pubblico, governando i comuni interessi nelle adunanze che erano i comizj curiati, dove interveniva il popolo de’ Quiriti (detti così da quir asta), cioè i soli nobili; ed il senato, composto dei capi delle parentele e presieduti da un re.

Essi patrizj, come facevano i nostri baroni del medioevo, abitavano su alture fortificate: la plebe tenevasi al basso (onde humili loco natus), per nulla partecipando alla cittadinanza, vivendo col lavorare a giornate le terre de’ nobili, cui era obbligata servire in guerra senza soldo, e rendere tutte le derrate, se non volesse essere chiusa nelle carceri private di essi. Leggi scritte non v’erano, ma il popolo, cioè i nobili raccolti, provvedevano secondo i casi alla pubblica sicurezza: quindi i nomi lex ed exempla.

Tale fu il governo sotto i re, i quali non sono altrimenti ad intendere per effettive persone, ma per caratteri eroici e poetici, sui quali s’accumularono diversissimi casi e ordinamenti; attribuendo, per esempio, a Romolo tutte le leggi intorno agli istituti civili, a Numa quelle concernenti le cose sacre, a Tullo le militari, a Tarquinio le divise della maestà, a Servio le costituzioni sul censo e quelle che avviarono la libertà popolare.

Regnante il qual Servio, erasi operato un insigne mutamento. I plebei, oppressi sempre peggio dai nobili, sentirono quanta abbiano forza il numero e la concordia, pretesero una legge agraria, e ottennero il dominio bonitario, o vogliam dire il naturale possesso dei campi pubblici, che conservarono a maniera di feudi rustici, pagando un annuo censo ai nobili, presso cui rimaneva il dominio quiritario, cioè patronale, ed obbligandosi ad assisterli nel ricuperarne il possesso qualora lo perdessero (juris auctores fieri).

Dovunque le cose trovansi a simile condizione, il re si mostra tutore dei diritti popolari incontro ai nobili; e tale uffizio sostennero Servio e Tarquinio Superbo: del che forse scontenti, i nobili cacciarono quest’ultimo, operando quella rivoluzione che a torto viene considerata come popolare e liberale. Allora i nobili tornarono ad insolentire, ritoglievano i campi, aggravavano il censo alla plebe, che avea già cominciato a tenere i comizj delle sue tribù. Per ovviare la tempesta, il senato comandò che il censo dei campi non si pagasse più al privato dominatore o feudatario, ma al tesoro pubblico, il quale si assumeva le spese per la guerra.

La plebe però non avendo azione civile, mancava di mezzi onde garantirsi dalle usurpazioni de’ magnati; e per questo si ritirò sul monte Sacro, finchè ottenne prima i tribuni per difendere la sua libertà naturale e il dominio bonitario de’ campi, poi una legge scritta e patente, obbligatoria ai patrizj non meno che ai plebei. Fu quella delle XII Tavole, per cui la cognizione delle leggi, uscendo di mano de’ nobili e sacerdoti, cessò d’essere un arcano. Fu essa ordinata, non secondo le greche ma secondo le consuetudini latine e romane, siccome appare evidente se si spogli dalle aggiunte fattevi come a carattere poetico.

Questa legge garantiva a’ plebei il dominio quiritario, ma interdiceva loro le nozze legittime, il connubio, vero fonte della cittadinanza e del diritto privato: laonde ridotti a maritaggi naturali, non potevano trasmettere l’eredità dei loro campi, che perciò tornavano ai nobili ogniqualvolta i vassalli morissero. Chiesero dunque fosse comunicato il connubio, e l’ottennero per la legge Canuleja, con cui entrarono a parte della cittadinanza romana.

Allora aspirarono anche al dominio pubblico, a partecipare alle magistrature da cui rimanevano esclusi come gente priva della religione degli auspizj, ed a formare le leggi. Ne’ comizj tributi, che potremmo assomigliare ai convocati comunali, la plebe statuiva intorno ai proprj occorrenti, e due volte ottenne che la sua volontà (plebiscita) venisse rispettata dai nobili: nel 305 di Roma, quando si ritirò sull’Aventino, e per la legge Orazia ottenne che nessun magistrato potesse crearsi senza suo consenso; e nel 367, quando si negava di comunicarle il consolato. Dappoi pretese che anche le sue leggi diventassero obbligatorie per tutti, talchè venivano ad esistere contemporaneamente due podestà legislatrici. Fu dunque eletto dittatore Filone Publilio, il quale ordinò che i plebisciti fossero obbligatorj per tutti i Quiriti; il senato, per la cui autorità soltanto le deliberazioni popolari acquistavano vigore, non facesse più che promuovere e consigliare ciò che farebbe il popolo radunato ne’ comizj; e alla plebe venisse comunicato eziandio l’uffizio di censore.

Si trovarono dunque pareggiati i plebei co’ nobili: ma a questi rimaneva la facoltà d’imprigionare i plebei debitori, finchè l’abuso fattone provocò la legge Petilia del 419, che tolse il carcere privato ai feudatarj. Al senato pertanto non rimaneva più che l’eminente dominio dei fondi della repubblica, cui mantenne talvolta anche coll’armi, come nella sedizione dei Gracchi. Però il senato non componevasi più di soli patrizj; e Fabio Massimo dittatore avea tolta di mezzo la distinzione fra nobiltà e plebe, ordinando il popolo in tre classi, di senatori, cavalieri e plebei, a misura non dell’origine ma delle ricchezze. Con ciò rimaneva dischiusa alla plebe la strada per tutti gli ordini civili; e il popolo, distinto in quelle tre classi, conveniva ai nuovi comizj centuriati ove si formavano le leggi consolari, mentre le tribunizie si ordinavano ne’ comizj tributi, e nei curiati le leggi sacre e le arrogazioni. Il corso naturale delle nazioni recò poi questa città, prima aristocratica, indi popolare, a cadere sotto la podestà d’un solo.

Sin qui quel profeta della storia congetturale: e sebbene fuori d’Italia non uscisse grido della sua sapienza, e in Italia ne lasciasse dimenticare i libri la neghittosa prontezza degl’ingegni, ingordi solo di facili letture; e sebbene le posteriori scoperte in fatto di storia e di filologia abbiano sminuito il merito di lui, gli rimarrà sempre la gloria di chi viene primo in una scoperta; e se altri gli porranno avanti il passo, non ne cancelleranno però le orme.

Nè in Italia era rimasto infruttuoso il seme gettato dal Vico. Emanuele Duni, quantunque nomini appena questo forte pensatore, pubblicò in Roma nel 1763 Origine e progressi del cittadino e del governo civile di Roma, ove sotto alle tradizioni indaga i fatti veri e la storia del diritto. Fonte d’ogni privata e pubblica ragione è in lui, come nel Vico, la religione degli auspizj; in virtù della quale, cittadini non erano che i patrizj, signori della legge, ad esclusione del vulgo innominato, che non aveva nè padri certi nè auspizj. Come questo arrivasse alla questura, al consolato, al pontificato, acquistasse il diritto di suffragio ne’ comizj centuriati (istituiti, dic’egli, da Tullo, per comodo della milizia, per lo spartimento del censo, e per bandirvi i decreti del re e del senato, le nuove leggi, i magistrati eletti) viene discusso nel primo libro del Duni, il quale nei nomi di classi e centurie non vede che istituzioni militari.

Svolge dappoi il procedimento del governo civile sotto i re. Due soli ordini sussistevano allora; il popolo, cioè i patrizj, e la plebe: celeri, flessumeni, trossuli, cavalieri non erano che gradi della milizia, occupati dalla gioventù patrizia. Questa forma perseverò sin quando le tribù plebee si ritirarono sul monte Sacro, donde non scesero che ottenuta la tutela de’ tribuni. Allora anche i plebei s’adunarono ne’ comizj tributi, ove condannarono talvolta anche i patrizj, come nel caso di Coriolano. Per la forza espansiva dei diritti, ottennero di convocare i comizj indipendentemente dal senato, poi una legge agraria, poi la limitazione della podestà consolare colla pubblicazione della legge decemvirale. Gli abusi dei Decemviri fruttarono che nessun magistrato potesse crearsi senza consenso della plebe, ed i patrizj dovessero osservare i plebisciti.

La plebe, che fin allora non avea fatto che garantirsi dall’oppressione, da quel punto comincia a cercare diritti. Il Governo mantenevasi sempre aristocratico puro, mancando alla plebe la ragione privata e pubblica e il gius dei suffragi: onde, vedendo come senza di ciò non potesse conseguire alcuno de’ vantaggi sperati, pretese e ottenne il connubio, e così i plebei furono cittadini di ragione privata; poi parteciparono alle magistrature, e in conseguenza acquistarono i diritti di ragion pubblica, e l’aristocrazia mutossi in democrazia. Acciocchè le due podestà non cozzassero, il dittatore ordinò che i plebisciti obbligassero del pari tutti i cittadini, e che la censura fosse comunicata anche alla plebe. Sono dunque pareggiati plebei e patrizj; questi pérdono il diritto del carcere privato, quelli conoscono l’ordine de’ giudizj. Se non che i patrizj ricchi non vogliono accomunarsi coi meno facoltosi, e ne sorgono tre ordini, di patrizj, cavalieri, plebe. Coi Gracchi poi la plebe comincia a voler soperchiare la nobiltà.

La parte più prestante del lavoro del Duni è quella ove tratta dello stato delle famiglie; e fu fatto conoscere in Germania da Eisendecher, Ueber die Entstehung, Entwickelung und Ausbildung des Bürgerrechts in altem Rom, 1829. Il Duni anticipa forse il fatto della democrazia, giacchè la città ben più tardi stava spartita in plebe e in nobili; mal confonde il senato colle curie: pure dimostra come si sapesse fra noi tener fisso gli occhi nello splendore romano senza rimanerne abbagliati. E ve li tennero Mario Pagano ne’ Saggi, e Melchiorre Delfico nei Pensieri sull’incertezza e inutilità della storia, e nelle Antichità di Adria Picena, senza però dipartirsi dalle orme del Vico, se non in quanto v’innestavano alcuni concetti degli Enciclopedisti; e colle idee di quello interrogò la civiltà antichissima degl’Italiani Vincenzo Coco nel Platone in Italia.

Qualch’altro potremmo menzionare fra i nostri. L’Algarotti, nel Saggio sopra la durata de’ regni dei re di Roma, avvertì come fosse incredibile che sette re elettivi, i quali tutti, eccetto Romolo, vennero al trono in età già piena, e quattro morirono violentemente, durassero ducenquarantaquattro anni, cioè trentacinque anni di regno medio. In Venezia, quando ancora non si eleggevano soli vecchi, e il doge era vero capo dell’esercito e dello Stato, dall’894 al 1311 sedettero quaranta dogi, cioè dodici anni e mezzo caduno. Dal 1587 al 1764 in Polonia furono sette re elettivi; durata lunghissima, eppure molto minore di quella dei romani. I sette precedenti erano regnati cenquarantun anno, dal 1445 al 1587. I regni ereditarj danno per lunghezza media venti o ventidue anni. — Federico Cavriani ripudia anch’esso l’esistenza di Romolo, e crede che i Sabini abbiano soggiogato la banda di fuorusciti assisa sul Palatino, imponendole e re e dio e nome.

Ma anche l’uffizio di distruggere è inconcludente qualora non facciasi con ordine e per sistema.

Nella generazione precedente alla nostra, la Germania si afforzava di studj robusti, e colla filologia accoppiando la critica indipendente e profonda, sentivasi chiamata mediatrice fra le età più lontane e le nostre. Dopo Lessing e Voss più non si vollero tollerare quelle parole indefinite, quelle idee vaghe, comprese soltanto per metà; le osservazioni superficiali cedettero alle positive; si volle ne’ classici interpretare quel che essi accennavano appena supponendolo conosciuto, e penetrare nella vita intima, nelle idee religiose, nelle forme più minute del governo, come si farebbe con gente divisa soltanto per ispazio non per tempo: le grandi esperienze dei moderni soccorrevano a rialzare il velo che copriva l’enigma antico.

Più ardita mano portò nei santuarj della romana Vesta il danese Giacomo Niebuhr. Studiosissimo dell’antichità, adoprato in impieghi dalla Prussia, ch’ebbe sempre l’arte di non mostrarsi gelosa de’ gagliardi pensatori, arrestò l’attenzione sopra la storia romana; e sceveratosi affatto dalle opere moderne per aspirare pieno l’alito degli antichi, indipendente nelle opinioni, indefesso nelle indagini, immaginoso nelle ristaurazioni, rifabbricò l’antica città con tentamento sempre ardito, se non sempre fortunato. Pubblicava egli la prima parte della sua Römische Geschichte nel 1812; e dopo che la guerra delle nazioni cessò di tenere occupata la sua penna e il suo tempo nell’incitare l’amor dell’indipendenza, venne spedito in Italia perchè trattasse colla santa Sede, o forse per allontanarlo da un paese, a’ cui principi cominciava a fare ombra quell’ardore patriotico, di cui tanto aveano prima fatto profitto. Qui ricevette l’ispirazione che nessun libro può dare, quella dei luoghi, ed ebbe la fortuna di scoprire nell’archivio capitolare di Verona, o, dirò meglio, pubblicare gli Istituti di Gajo, al tempo stesso che uscivano in luce Lido De magistratibus reipublicæ romanæ, i libri della Repubblica di Cicerone, i frammenti di Frontone. Nuova messe si offriva dunque alle sue indagini; ed egli rifuse il proprio lavoro, portandolo da due a tre volumi (Roma 1824), cambiando anzi affatto il modo di vedere intorno ai prischi abitanti della città eterna. In una terza edizione poi lo riformò di nuovo in molte parti, e principalmente quanto all’origine dei Luceri, che più non tenne come Etruschi.

Certamente allorchè egli rintegra a suo senno una iscrizione, di cui non rimasero che pochi frammenti, e vuole indurne un fatto nuovo; quando trova che Cicerone o Livio errarono nel capire la costituzione del loro proprio paese, e suggerisce il come dovevano intenderla; quando vi pianta le asserzioni più nuove colla formola tutti sanno, o nessuno ignora; quando v’incontrate in modi sul fare di questi: Erodoto in un momento di cattiva ispirazione giudica che...; — Questo avrebbe dovuto dire la tradizione: — Gajo fallò nello scrivere a tal modo, e doveva scrivere al tal altro; — Son io che fo fare a Camillo questa preghiera nel tempio; ma è certo che ciò è secondo lo spirito della tradizione; — Nessuno storico parla di siffatto assegnamento, ma era indispensabile...; voi domandate a voi stessi se forse non sia meglio che un paradosso da sofista questo spingere le avventate ipotesi, e con frammenti sconnessi distruggere ciò che altri ha posto in sodo. Quando poi abbracciate il complesso, non sapete indurvi a credere ad una costituzione, non solo contraddittoria all’indole dell’antichità, ma, per confessione dell’autore, contraria ad ogni analogia nella storia.

Pure la sconfinata sua erudizione, la felicità con cui ripristina od emenda passi di cento autori, la franchezza onde passeggia sul suo campo, e raffronta le antiche colle istituzioni moderne più minute e complicate, la convinzione infine che egli reca nelle sue ricerche, sin talora a pregarvi di credergli sebbene nol provi, soltanto perchè egli n’è intimamente persuaso, v’inducono a rispettarlo anche là dove da lui dissentite, anche là dove vi pare si contraddica, anche là dove (ciò che troppo spesso gli avviene) s’avvolge in un linguaggio oscuro e sibillino. Egli scriveva a Lerminier: — Quel che m’importa soprattutto di vedere riconosciuto, si è che la mia cura è di comunicare ai lettori la persuasione di cui sono penetrato io stesso. Il libro dee da se medesimo convincere chi se ne occupa di buona fede. Non v’ha parola che non sia posta colla possibile esattezza onde esprimere una maniera di vedere o una convinzione mia. Sarebbe il sommo dell’ingiustizia l’attribuirmi la smania de’ paradossi».

Singolarmente meritano riguardo le sue riflessioni sull’Italia primitiva, sulle famiglie patrizie e le curie, sul Comune e le tribù plebee, sulle centurie e la costituzione di Servio Tullio, e sui nexi. Suppone che le favole de’ primi tempi nascessero dalle nenie onde si celebravano i morti, e dai canti che dicemmo usarsi nei banchetti; talchè le prime avventure di Roma sarebbero o canti isolati o epopee. La storia di Romolo costituisce da sè un poema; brevi canzoni separate si riferiscono a Numa; un altro poema comprende Tullo Ostilio, gli Orazj, la ruina d’Alba; la storia d’Anco Marzio non dà sentore di poesia, ma con Tarquinio Prisco comincia un altro poema, che finisce alla battaglia affatto omerica del lago Regillo, poema più grandioso di quanto Roma abbia mai più immaginato, e che non è ristretto all’omerica unità, ma piuttosto corrisponde alla varietà dei Niebelunghi, cioè del gran poema della primitiva Germania, scoperto anch’esso a’ nostri giorni.

Conobbe egli il Vico? Egli concorda con questo nel considerare poetica la natura della storia romana, paragonarla alle più antiche, e rischiararla con le moderne. Entrambi videro la città fin dall’origine ripartita in due classi, patroni e clienti; ma in questi il Vico scorge subito l’origine della plebe romana, mentre il Niebuhr non la fa nascere se non quando Anco aggrega i vinti alla polizia di Roma. In Servio notano entrambi un progresso de’ plebei verso l’equità civile: ma il Vico trova concesso loro soltanto il diritto naturale o il bonitario possesso dei campi, pagando un annuo censo, e obbligandosi a servire nell’esercito; mentre il Niebuhr, oltre la conferma del dominio quiritario, fa concesso a loro il suffragio ne’ pubblici affari, quindi un censo pubblico, e soldo dato ai guerrieri. Il Vico poi mette principalissimo fondamento del suo sistema storico la religione degli auspizj, mentre il Niebuhr non ne tocca tampoco; e questa è forse la ragione che più vaglia per quelli che asseriscono non avere il Danese conosciuto il nostro pensatore, del quale mai non fa cenno.

Guglielmo Schlegel, negli Jahrbücher von Heidelberg, 1816, Nº 53, entrò quasi a piè pari nell’opinione del Niebuhr, sebbene in alcune particolarità lo confuti, e massime neghi che i poemi cantati ai conviti potessero essere epici, supponendoli soltanto canzoni brevi e sconnesse, quali convenivano ai Latini, diseredati del genio epico della Grecia. Staccossi invece affatto dal Niebuhr Nicolò Wachsmuth nella Aeltere Geschichte des römischen Staats, pure combattendo Tito Livio e le scolastiche opinioni.

Carlo Peter continuò la storia del Niebuhr dal punto ove questo l’avea lasciata in tronco. Fiedler sostiene che molti documenti scamparono dall’incendio gallico; ed anche altre città ne conservarono, quantunque i più antichi storici non se ne valessero. Più ameno il francese Michelet, nella Histoire romaine profittò di tutti i precedenti, come il mostrano le copiose note di cui la arricchì; mentre nel testo espone i risultamenti della critica, volendo fare una storia, non una dissertazione. Seguace, non ligio del Niebuhr sul principio, ha sopra questo (oltre il metodo e l’esposizione) l’avvantaggio di considerare intera la vita di quel popolo, non le origini soltanto. Distingue egli nella civiltà romana tre età: l’italiana fino a Catone; la greca, cominciata cogli Scipioni, e che produce il secolo d’Augusto in letteratura, e di Marco Aurelio in filosofia; l’orientale, che vince i vincitori dell’Oriente. Quanto alla storia politica, nella prima epoca la città si forma col pareggiamento e la mistione dei due popoli, patrizio e plebeo, fino al 350; nella seconda si forma l’impero colla conquista e l’ammissione degli stranieri; poi dopo la guerra Sociale, la città è aperta a tutti i popoli.

Fu pubblicato a Londra An inquiry into the credibility of the early roman history, 1855, vol. II, di Giorgio Lewis Conwall cancelliere dello Scacchiere della regina d’Inghilterra, ove si sostiene che quasi nulla sappiamo delle cose romane prima dell’invasione di Pirro. Invece Gerlach e Bachofen (die Geschichte der Römer, Basilea 1851) sostengono la verità de’ primi fatti romani.

Vedasi pure H. Taine, Essai sur Tite Live; saggio premiato dall’Accademia Francese nel 1856.


Stimiamo opportuno soggiungere una lista di autori che giova consultare.

Cluverius, Italia antiqua. Miniera di tutti quelli che parlarono delle origini italiche, e che agevolmente poterono darsi aria di eruditi mercè le copiosissime sue citazioni.

Grævius e Sallengre, Thesaurus antiquitatum romanarum.

Conradini, De priscis antiqui Latii populis.

Vulpi, Latium vetus.

Lachmann, Commentatio de fontibus Titi Livii in prima Historiarum decade.

Heeren, De fontibus et auctoritate Vitarum Plutarchi.

Krause, Vitæ et fragmenta veterum historicorum romanorum.

Petersen, De originibus historiæ romanæ.

Haeckermann, Vindiciæ antiquitatum romanarum.

Spangenberg, De veteris Latii religione domestica.

Daunou, Cours d’études historiques.

Hooke, Discours et réflexions critiques sur l’histoire et le gouvernement de l’ancienne Rome.

Levesque, Doutes, conjectures et discussions sur différents points de l’histoire romaine.

Histoire critique de la république romaine. Severo esame della millantata gloria latina, ma arbitrario e inferiore a’ suoi predecessori.

Nitsch, Beschreibung des häuslichen, wissenschaftlichen, gottesdienstlichen, politischen, und kriegerischen Zustandes der Römer, nach den verschiedenen Zeitaltern der Nation.

Fergusson, The history of the progress and termination of the roman republic.

Adam, Roman antiquities.

Ruperti, Handbuch der römischen Alterthümer.

Per la descrizione dei luoghi e la rappresentazione:

Nardini, Roma vetus.

Piranesi, Antichità di Roma.

Rossini, I sette colli di Roma antica e moderna.

Venuti, Descrizione topografica delle antichità di Roma, edita da Ennio Quirino Visconti, i lavori del quale sono una miniera d’altre notizie.

Valladier, Raccolta delle più insigni fabbriche di Roma antica e sue adjacenze, con illustrazioni di F. A. Visconti.

Desgodets, Les édifices antiques de Rome, con buoni disegni.

Platner, Bunsen, Gerard e altri Tedeschi, Beschreibung der Stadt Rom.

Vi è premesso un catalogo di tutte le descrizioni di Roma, cominciando dal Curiosum urbis Romæ. La parte topografica fu confutata da G. W. Becker nel Manuale delle antichità romane, Lipsia 1843. Vedansi pure Piale, Dissertazioni accademiche XXIV, sopra la topografia di Roma, 1832-34, e Riva, Dell’antico sito di Roma; Pietro Rosa, Topografia della città e campagna di Roma, 1857, nella proporzione di 1 a 200,000.

Illustrazione alle antichità e ai dintorni di Roma portarono Carlo Fea (Sul ristabilimento della via Appia, 1835), Antonio Nibby (Viaggio antiquario nei contorni di Roma, 1819. Analisi della carta dei contorni di Roma, 1837), il Poletti, Pier Ercole Visconti (La via Appia, 1832) e Luigi Canina. Quest’ultimo nel 1839 stampava a Roma il volume V della Storia e topografia della Campagna romana antica, ove nel discorso preliminare dà ampia informazione di quelli che espressamente o indirettamente trattarono dell’argomento stesso. Il suo concetto sulla credibilità de’ primi storici così esprime: — È vero che i fondamenti su cui si basano le narrazioni storiche de’ primi tempi d’Italia, sono poco stabili; ma allorchè non se ne trovano dei migliori per quanto profondamente si scavi, reputo essere più prudente attenersi a quei che ci prestano gli strati più sicuri, che di fabbricarne superficialmente degli artifiziali. Quindi sono di parere che sieno più nocivi che utili alla maggior cognizione delle cose antiche gli scritti di coloro che, nulla apprezzando l’autorità de’ prischi documenti, cercano di distruggere un edifizio basato sulle più profonde radici, senza saper edificare niente di buono».

Dello stesso si hanno L’antica città di Vejo, L’antica Etruria marittima. Descrizione dell’antico Tusculo, ed altre monografie.

Tusculo, Sostruzioni della via Appia; Esposizione topografica della prima parte dell’antica via Appia; ed altre monografie.

Possono anche vedersi Jacobini, Memorie sullo scavo della via Appia fatto nel 1851.

Viola, Tivoli nel decennio della deviazione del fiume Aniene, nel traforo del monte Catillo; 1848.

Borman, Altlatinische Chorographie und Stadtgeschichte. Halle 1852.

Kudscheit, Tab. geographica Italiæ antiquæ. Berlino 1851.

Ponzi, Mémoire sur la zone volcanique d’Italie, nel Bull. de la Société géologique de France; 1853.

Lateroully, Plan topographique de Rome antique et moderne. Parigi 1841.

Leveil, Plan de Rome au temps d’Auguste et de Tibère. Ivi, 1847.

Un riassunto di tutti in Ernest Desjardins, Essai sur la topographie du Latium. Ivi, 1854; e in Dyer nel Dictionary of greek and roman geography. Londra 1856.

Per la cronologia:

Fasti romani, editi dal Grevio e da Almeloveen.

Ghigi, Annales Romanorum, che vanno sino a Vitellio.

E tutti gli illustratori dei Fasti consolari.

Per le costumanze:

Boettiger, Sabina. Suppone di descrivere le occupazioni d’una elegante romana.

Becker, Gallus. Viaggio sul modello di quelli del giovane Anacarsi.

Mazois, Palais de Scaurus, ou description d’une maison romaine.

Ruines de Pompej.

Haudebourt, Le Laurentin, maison de campagne de Pline le Jeune.

Desobry, Rome au siècle d’Auguste.

Meierotto, Sitten und Lebensart der Römer in verschiedenen Zeiten der Republik.

Sul diritto:

Sigonius, De antiquo jure civium romanorum.

Beaufort, La république romaine, au plan général de l’ancien gouvernement de Rome.

Histoire critique du gouvernement romain.

Texier, Du gouvernement de la république romaine.

Savigny, Gesch. des römischen Rechts in Mittelalter. Quivi e nelle illustrazioni delle tavole d’Eraclea diede idee del diritto italico ben più precise che non il Sigonio, l’Eineccio e gli altri precedenti.

Cosman, Disputatio historiæ juridicæ de origine et fontibus legum XII Tabularum.

Grauert, De XII Tabularum fontibus atque argumento.

Bach, Historia jurisprudentiæ romanæ.

Giraud, Histoire du droit romain.

Walter, Gesch. der Römischen Rechts.

Mackeldey, Storia delle fonti del diritto romano (inglese).

Hugo, Elementi della storia del diritto romano (tedesco).

Ortolan, Histoire de la législation romaine.

Explication historique des Institutes de Justinien.

Haubold, Institutiones, con preziose aggiunte di C. E. Otto.

Laurent, Histoire du droit des gens et des relations internationales.

Pellat, Droit privé des Romains.

La Ferrière, Histoire du droit civil de Rome.

Zimmern, Gesch. der römischen Privatrechts.

Macé, Sur les lois agraires.

Mommsen, Die römische Tribus in administrativer Beziehung. Altona 1844.

Per la milizia, omettendo i più antichi:

Ghichard, Mémoires militaires sur les Grecs et sur les Romains.

Lange, Historia mutationum rei militaris Romanorum ab interitu reipublicæ usque ad Constantinum Magnum.

Loehr, Das Kriegswesen der Griechen und Römer.

Sonklar, Abhandlung über die Heeresverwaltung der alten Römer in Frieden und Krieg.

Per la religione:

Lacroix, Sur la religion des Romains, d’après les fastes d’Ovide.

Hartung, Die Religion der Römer nach den Quellen dargeslellt.

Ambrosch, Ueber die Religionsbücher der Römer.

Studien und Andeutungen im Gebiet des altrömischen Bodens und Cultus.

Klausen, Æneas und die Penaten.

Woeniger, Das Sacralsystem der Römer.

Su singoli punti occorrono dissertazioni negli atti delle Accademie, specialmente in quella delle Iscrizioni di Parigi, e in quelle di Gottinga e di Torino. In Germania non va anno, massime dopo il Niebuhr, che non si pubblichino molte monografie; e singolarmente lodate furono quelle del Savigny, Warnkönig, Schutz, Huscke, Gerlach, Drumann, Göting, Hullmann, ecc. Tra le francesi sono importanti

Dureau de la Malle, Économie politique des Romains.

Leclerc, Des journaux chez les Romains. Tende ad acquistare alcuna certezza ai racconti anche primevi.

Francesco Greuzer, nell’Abriss des römischen Antiquitaten, ad ogni capitolo offre una serie d’opere a consultarsi in proposito, poi una sequela di quesiti, indicando succintamente le risposte, e lasciando che fra le varie scelga il lettore. Per fermarci a quelli che ora ci occupano, ecco parte del primo capitolo: «Sulle origini, differenti opinioni degli antichi e de’ moderni, vedasi Schwarts, Osservazioni su Nieuport, Compend. antiq. rom., pag. 13. — Fabricius, Bibl. antiquar., pag. 215-16. — Ruhnken, Prælect. academ. in antiq. rom., I. 1. — Cicerone, De Rep., II. 7. Tradizione che fa Roma colonia d’Albalonga. Id., II. 2. Concedamus enim famæ hominum, e poi Ut jam a fabulis ad facta veniamus. Osservazioni su questo passo da paragonare colla storia romana di Levesque, pag. 434, e d’altri moderni. Erodoto sopra Turio in Enotria, anno 310 di Roma, non sa nulla di Roma, ma parla assai de’ potenti Tirreni che combatterono i Focei, i. 166 (confrontisi Niebuhr, Hist. rom., I. 84), e che diedero il loro nome a tutta l’Italia occidentale fino al 420 (Dionigi d’Alicarn., I. 23, 29). Spesso la nazione tirrena ha per capo un lucumone distinto per sapere (Livio, I. 2; V. 33. — Ateneo, IV. 153; XII. 517. — Maffei, Verona illustrata, I. — Lampredi, Del governo civile degli antichi Toscani, 1760. — Lanzi, Saggio di lingua etrusca, 1789. — Micali, L’Italia avanti il dominio dei Romani, 1810. — Inghirami, Monumenti etruschi, 1820). Roma fu fondata dagli Etruschi o dai Tirreni? Roma è colonia di Cere? (Niebuhr, i. 162. — Schlegel, Annali letterarj di Heidelberg, 1816, pag. 892). Cere, già Agilla, sulla sinistra del Tevere, ha comunicato ai Romani il nome di Quiriti, dall’antica parola Cairites, Ceriti (Schlegel, ib.). Trattasi di questi Ceriti ove è detto che i Cartaginesi e i Tirreni diedero battaglia navale ai Focei? (Niebuhr, i. 84). Il fondo della popolazione romana era etrusco (ceretico)? I patrizj sono una casta sacerdotale di questa nazione? (Niebuhr, Schlegel). Gli antichi Etruschi sono forse i soli sudditi di Romolo? Roma è d’origine greca o pelasga? (Bonstetten, Viaggi in Italia, I. 225. — Wachsmuth, pag. 100. — Raoul-Rochette, Sist. de l’établissement etc., II. 360), ecc.».