APPENDICE V. NOMI E GENTI ROMANE

Ogni Romano libero aveva tre nomi, prænomen, nomen, cognomen; alcuni v’aggiungeano l’agnomen. A tale attribuzione s’innesta una delle quistioni più controverse fra gli archeologi e i giurisperiti, che cosa s’intendesse per gens e gentilis. Cicerone, nelle Topica, VI, volendo dare un esempio della definizione, adduce questa: «Gentìli sono coloro che hanno lo stesso nome; non basta: che sono d’origine ingenua; non basta: de’ cui ascendenti nessuno fu in servitù; manca ancora qualcosa: che non furono diminuiti del capo; tanto forse basta, nè altro vedo v’abbia aggiunto Scevola pontefice». Il luogo degli Istituti di Cajo, ove la quistione era trattata, manca: sicchè molti sistemi si formarono sopra tal punto.

Credono alcuni che ciascuna gente si dividesse in stirpi, e le varie stirpi in famiglie, con un nome comune per tutta la gente, un agnome per ciascuna stirpe, un cognome per ciascuna famiglia: agnati sarebbero i membri della stessa famiglia o stirpe; gentili gli altri. Secondo alcuni, gli agnati si fermerebbero al decimo grado; più in là sarebbero gentili. Altri fermano gli agnati ai collaterali, provenienti da avo o da padre comune, e dalla loro discendenza; e gentili chiamano i collaterali, provenienti da bisavoli, trisavoli, o altri ascendenti più remoti. Distinzioni arbitrarie, e tanto più il supporre che la gente si componga di famiglie, fra cui il nome comune indica comune origine, sebbene lontana a segno, che fra i membri non si potrebbero provare legami civili d’agnazione.

Il Niebuhr farebbe la gente un’aggregazione politica di famiglie patrizie, senza legami di sangue o di podestà patria, bensì consociati sopra una divisione territoriale della città, per esempio un quartiere, con nome e riti comuni, e partecipazione complessiva alle funzioni politiche della città. Non sarebbe stata propria che de’ nobili: pure il Niebuhr è costretto riconoscere che i clienti e i liberti facevano parte della gente; e vi erano genti plebee, come la Popilia, la Elia ed altre, fra cui non compajono cotesti legami politici.

Certo i Romani all’espressione di gente affissero l’idea d’una derivazione comune: ma tale derivazione poteva essere o naturale o civile. Nella convivenza civile o naturale de’ Romani voglionsi distinguere, 1º la famiglia, a cui corrisponde l’agnazione; 2º la gente, a cui corrisponde la gentilità; 3º la cognazione.

La famiglia ha luogo per tutti i cittadini, patrizj siano o plebei, di razza ingenua o liberti: fondasi sopra una base affatto civile, qual è la podestà paterna o maritale, che tutti congiunge sotto un capo comune, qual è il capostipite se fosse ancora vivo.

La gente non abbraccia tutti, ma quei soli che stettero sempre liberi, e i cui ascendenti non furono mai in servitù nè in clientela, e perciò tessono la propria genealogia di generazione in generazione; mentre quelli, un cui ascendente fu cliente o schiavo, devono la loro generazione civile alla stirpe di cui assunsero il nome e i riti. Adunque i membri delle famiglie sempre ingenue sono fra loro agnati e gentili: inoltre sono gentili de’ membri di tutte le famiglie di clienti annesse alla loro gente, o di quelle prodotte dalla famiglia loro mediante l’emancipazione. Questi ultimi hanno dei gentili, ma essi non sono gentili di nessuno: portano il nome e partecipano ai riti della gente cui si attaccano o da cui emanano; possono essere deposti nel sepolcro di quella gente; ma non hanno la qualità di gentili, nè i diritti di eredità e di tutela annessi a tale qualità. In siffatta ipotesi regge la definizione di Cicerone, mentre cade in quella del Niebuhr.

La cognazione, al pari che la famiglia, ha luogo indistintamente per tutti i cittadini, esprimendo il legame fra persone unite per sangue naturalmente, o che la legge reputa tali. Perciò ogni membro della famiglia è pur membro della cognazione; membro anche della gentilità, se trattasi di famiglia perpetuamente ingenua. Laonde tutti gli agnati sono anche cognati fra loro; e nel caso di famiglie sempre ingenue, tutti gli agnati sono anche gentili e cognati fra loro; oltre che son gentili di tutti i membri delle famiglie derivate dalla loro gente.

Ciò condusse alcuni nella falsa credenza che la famiglia e la gente fossero una cosa sola; siccome fece il Vico, al quale rimase sconosciuto il carattere speciale e civile di tale istituzione (De constantia philologiæ, tom. III. p. 198, 279: De uno universi juris principio et fine, tom. III. p. 58-107, ediz. dei classici). Erra egli egualmente nel supporre che la gentilità non si perde da chi esce dalla famiglia per adozione: il che ripugna e col senso del diritto civile romano, e colla definizione suddetta di Cicerone. Perocchè ogni membro escluso dalla famiglia cessa d’essere agnato; cessa pure d’essere gentile se trattasi di famiglia gentilizia; ma non cessa di essere cognato di quelli cui è legato per sangue, atteso che l’agnazione e la gentilità sono legami civili, mentre la cognazione è legame naturale.

Adunque la gente, nelle varie agnazioni ond’è composta o che ne dipendono, comprende: 1º la famiglia o agnazione, d’origine perfettamente ingenua; 2º in posizione subordinata, le famiglie o agnazioni plebee dei clienti, le quali fra loro nella famiglia rispettiva sono agnati e cognati, ma tutti hanno per gentili i membri della gente superiore di cui portano il nome; 3º al di sotto ancora le famiglie o agnazioni ingenue adesso, ma che provengono da un’emancipazione operata dalla gente. Se di molta oscurità è involto il legame della clientela, non è meraviglia, giacchè su questo privilegio patrizio pochi documenti rimangono, e cessò presto, mentre durarono sempre la schiavitù e l’emancipazione.

Come dunque l’agnazione è fondata sopra un legame comune di podestà patria o maritale, così la gentilità fondasi sopra un legame di patronato, comunque antico; e l’una e l’altra portano comunanza di nome e di riti, mentre la cognazione si deduce soltanto dai vincoli del sangue; quelle sono legame civile e religioso, questa è di mero diritto naturale.

La gentilità in conseguenza rimane ristretta a quelle poche famiglie che in nessun tempo trovaronsi sotto patronato nè in servitù. In origine non furono tali che i patrizj; ma poi s’introdussero nella città stirpi plebee, le quali non erano state sottomesse alla clientela dei patrizj, come soleano i primitivi plebei; poi, come dicemmo, la clientela andò in dileguo, mentre rimasero la schiavitù e l’emancipazione. Le famiglie plebee poterono dunque costituire genti, col diritto di gentilità, non relativo a clienti che mai non ebbero, ma ai membri delle famiglie derivate da loro per l’affrancazione. E di fatto Cicerone, nella definizione a cui ci appoggiamo, non mette per condizione della gentilità il patriziato.

Da tutto ciò s’inferisce che il titolo e i diritti di gentile spettavano soltanto ai membri della famiglia patrizia del patrono, o della famiglia che essa affrancava, riguardo a quelli della famiglia de’ clienti o de’ liberti. Gentile indicava chi apparteneva ad una stirpe primitiva, con genealogia, propria e sempre ingenua. Il diritto di gentilità sparve di buon’ora: Cicerone già lo diceva raro; Gajo lo dà come disusato (III. 17). E la ragione è chiara, poichè la clientela rimase tolta dall’uguagliamento de’ plebei co’ patrizj: quanto alle emancipazioni, moltiplicandosi all’infinito la successione delle razze, le affrancate ne affrancavano altre; che generavano altre famiglie, considerantisi di maggiore ingenuità quant’era più lontano il tempo del loro affrancamento; per modo che dovettero smarrirsi le traccie della gentilità; si moltiplicavano ed appuravano le famiglie secondarie, mentre nelle successive perdeansi le famiglie primitive. Il diritto di gentilità sopravvisse solo in alcune famiglie poderose, che mettevano onore e interesse nella loro genealogia. Ma mentre i giureconsulti e gli eruditi discordavano intorno a siffatta istituzione, il popolo ne conservò il vero senso nelle voci di gentile, gentilizio, gentiluomo, e ne’ corrispondenti che negl’idiomi diversi esprimono una persona di buona estrazione, di puro sangue.


Tornando alle particolarità dei nomi, il prenome indicava l’individuo, come i nostri di battesimo; e davasi al bambino nove giorni dopo la nascita. I prenomi arrivavano appena alla trentina; alcuni erano prediletti in certe famiglie, e aveano da principio qualche significato. Noi gli esibiamo colle etimologie, comecchè spesso forzate, de’ grammatici:

Agrippa da ægre partus, nato con difficoltà.

Appius, variazione di actius, indicava qualche azione particolare: era proprio d’un ramo di casa Claudia, che si estinse colla repubblica: dappoi diventò nome di famiglia.

Aulus da alere, consacrato agli Dei alimentatori.

Cœso da cœdere, tratto dal seno materno con un taglio.

Cajus o Gajus da gaudium, gioja de’ genitori.

Cnæus da nævus, neo, macchia sulla pelle.

Decimus, Sextus, Quintus ecc.; numero progressivo de’ figliuoli del padre stesso.

Faustus, felice, caro agli Dei.

Hostus da hostis, nato in terra straniera; quod esset in hostico procreatus, dice Macrobio.

Lucius da lux, nato all’aprirsi del giorno.

Mamercus, nome osco del dio Marte: era usitato in casa Emilia.

Manius da mane mattina, o da manus, che anticamente significava buono.

Marcus, nato in marzo.

Numerius. Uccisi tutti i Fabj a Crèmera, ne sopravanzò un solo, che sposò la figlia d’un cittadino di Benevento detto Numerio Otacilio, il quale volle che il primogenito si chiamasse Numerio; donde questo prenome venne in quella famiglia.

Opiter, ob patrem, nato dopo la morte del padre, ma vivo l’avo che gliene fa le veci.

Posthumus, nato dopo sepolto il padre.

Proculus, nato nell’assenza del genitore, o nella vecchiaja; quasi procul progressa ætate.

Publius, divenuto orfano prima d’aver nome, pupilli facti priusquam prænomina haberent. Fors’anche si riferiva alla forza del corpo o ad augurio, da pubes.

Servius, nato da madre schiava.

Spurius, di padre incerto.

Tiberius, nato presso al Tevere.

Titus deriva da un Sabino di questo nome.

Tullus da tollere, indicante l’intenzione che il padre aveva di accettare e allevare il neonato.

Volero da volo: volentibus nasci liberis parentibus indebatur, dice un grammatico ch’io non intendo. Era proprio della gente plebea Publilia.

Vibius?

Vopiscus, usato in casa Giulia; e dicono indicasse un gemello venuto a maturità, mentre l’altro uscì abortito.

Sotto gl’imperatori, parecchi nomi che indicavano famiglie e rami, diventarono personali, come Cossus, Drusus, Paulus, e principalmente Flavius dopo che imperarono i Flavj.

Le donne avevano il prenome? Qualche esempio sembra provare il sì; ma generalmente s’indicarono col nome di famiglia del padre o del marito, distinguendole una dall’altra cogli epiteti di major, minor, tertia, e per vezzo primilla, secundilla, tertilla ecc.

Il nome dicemmo come indicasse la gente, cioè la casa. Primieramente esprimeva l’origine d’essa casa, o il luogo donde veniva; perciò finivasi per lo più in ius. Alcuno traevasi da antichi prenomi, come Marcius da Marco, Postumius da Postumo; o da qualche animale, Porcius, Asinius; o da funzioni sostenute, o da altra accidentale particolarità.

Dal non avere gli Etruschi usato il nome, volle arguirsi non conoscessero la divisione per genti; ma conviene ricordare che neppure i Romani lo adoprarono nei primi tempi.

Ogni casato distinguevasi in più rami, chiamati stirpes che si dividevano in familiæ, a cadauna delle quali si affiggeva un nome particolare, che era il cognome. Per lo più deducevasi da circostanze speciali del capostipite, buone o cattive qualità, difetti corporei, imprese e simili. Non termina in ius, ma in us, in or, ecc.

L’agnome s’aggiungea talvolta ai tre precedenti per indicare la stirpe, o per memoria di qualche splendido fatto, o per esprimere che uno era entrato nella famiglia per adozione. In quest’ultimo caso, un figlio di famiglia rinunziava ai suoi diritti di nascita, e diveniva membro della famiglia in cui entrava; e conservando il prenome suo, assumeva il nome del casato e della famiglia del padre adottivo; se conservasse l’antico suo casato, mutavane la desinenza in ius o anus, e lo collocava come agnome dopo il nuovo nome e cognome. Publio, figlio di Paolo Emilio vincitore di Perseo, quando fu adottato da Publio Cornelio Scipione Africano, s’intitolò Publius Cornelius Scipio Africanus Æmilianus, al che poi aggiunse il soprannome di Numantinus.

Taluni, in luogo dell’agnome, portavano il nome della tribù o curia a cui appartenevano, ponendolo all’ablativo: per tal modo gli ablativi Curio, Capito ecc. divennero nomi di famiglia.


Le genti o casati romani, ricordati dalla storia prima degl’imperatori, sono da censettanta, di cui un terzo patrizj, gli altri plebei. Fra i primi, tredici o quattordici pretendeano derivare da Troja o da Alba, e avere costituito il senato de’ prischi re, onde chiamavansi majorum gentium. Secondo Dionigi d’Alicarnasso, appena un cinquanta famiglie patrizie sopravvivevano al finire della repubblica; e Tacito (Ann., XI. 21) asserisce che nessuna ne avanzava al tempo di Claudio. Ne poniamo qui la serie, anche perchè giova conoscerle per interpretare le epigrafi:

1. Gens Æmilia asseriva discendere da Emilio figlio d’Ascanio. Spesso adottava il prenome Mamercus, che indicò poscia un dei rami, mentre l’altro fu detto Lepidus. Dai Mamerci si formò il ramo Paulus, diviso esso pure in Pauli e Lepidi. V’apparteneano anche gli Scauri; dei quali l’ultimo Mamerco Scauro, poeta e oratore, fu ucciso sotto Tiberio per lesa maestà, adulterio e sortilegio. Dei Lepidi molti compajono ancora sotto i primi imperatori; Marco Lepido, nipote d’Augusto, cognato e complice di Caligola, congiura con Agrippina e Giulia, ed è ucciso.

2. Gens Antonia voleva derivare da Ercole.

3. Gens Clelia, da un compagno d’Enea, ed ebbe fra’ suoi la celebre Clelia.

4. Gens Fabia, da un fratello d’Ercole. Trecentosei perirono a Crèmera, rimanendo solo Fabio Vibulano. Questo cognome voleano derivare da Vibo, città dei Bruzj fondata da Ercole: fu mutato in Ambustus per una saetta che colpì uno di quella casa. Il ramo più celebre degli Ambusti era il Maximus, da cui fu Fabio Massimo che salvò Roma da Annibale, e che venne chiamato Verrucosus in grazia di un porro che aveva sul labbro, Avicula per la naturale sua bontà, Cunctator pel temporeggiare con cui ripristinò le cose. Questa casa finì nel primo secolo dopo Cristo.

5. Gens Gegania, da Gia compagno di Enea.

6. Gens Julia, da Julo figlio d’Ascanio. Da Cajo Giulio Julo, console nel 265 di Roma, veniva il ramo dei Libo, che uscente il v secolo prese il nome di Cesare, o perchè uno de’ suoi membri fosse venuto in luce pel taglio cesareo, o perchè avesse ucciso un elefante, che tal nome porta in lingua punica.

7. Gens Junia, da un Giunio compagno d’Enea. Era di questi Giunio Bruto, espulsore dei re. Coi due figli ch’e’ mandò al supplizio finì quella casa, essendo plebei i Giunj che dappoi s’incontrano.

8. Gens Nautia, da Naute compagno d’Enea, nella cui famiglia era il privilegio del sacerdozio di Pallade. I membri di questa casa presero il soprannome Rutilus, e spesso il prenome Spurio; e l’ultimo nominato fu il console del 467.

9. Gens Quintia. Tre rami s’illustrarono, il Capitolinus, il Cincinnatus, il Flaminius. Nel VI secolo ai Capitolini e ai Barbati succedono i Crispini, detti dai capelli crespi. Anche i Cincinnati sono detti dai ricci, suddivisi poi in due rami, di cui il cadetto si chiamò Pennus: nel 403 cessano di comparire nella storia, sopravvivendo oscuri; Caligola vietò loro i capelli ricci. I Flaminj ebbero tal nome dall’essere flamini di Giove: dopo il vincitore di Filippo, console nel 631, più non si parla di questo casato.

10. Gens Sergia, da Sergeste compagno d’Enea: suoi rami principali i Fidena e i Silo. L’ultimo de’ Fidena conosciuti era tribuno militare nel 375. I Silo, così detti dal fondatore di questa casa che avea il naso ritorto, diedero il famoso Catilina.

11. Gens Servilia: principali rami i Prisci e i Cepiones. Alcuni dei quali portarono il soprannome di Ahala o Axilla, da un difetto nelle spalle; e scompajono dopo il V secolo. Da’ Cepioni usciva la madre di Marco Bruto, che adottato dallo zio, prese i nomi di Servilio Cepione Bruto: con lui finirono i Servilj. Più avanti accenneremo l’altra famiglia plebea.

12. Gens Valeria, stratta da Voluso, venuto a Roma con Tazio. Publio Valerio Voluso fu console il primo anno della repubblica, ed ebbe il titolo di Poplicola. Suo fratello, dittatore nel 260, chiamossi Massimo per aver riconciliato il senato col popolo. Da questi due fratelli discesero due linee. Quella del maggiore si suddivise in due collaterali, i Poplicola e i Potitus, detti poi Flaccus nel V secolo. La linea del Massimo prese anche il nome di Corvius o Corvinus, in memoria del combattimento con un Gallo, sostenuto dal più famoso di loro casa. Il pronipote suo v’aggiunse il nome di Messala per aver preso Messina. Discendea da loro Messala Corvino, protettore di Tibullo. Altri rami di questa casa erano i Levinus, i Falto ecc., oltre i plebei.

13. Gens Vettia, oriunda sabina. Un Vettio fu interrè fra Romolo e Numa. Judex chiamavasi una sua linea.

14. Gens Vitellia è delle antichissime; volea provenire da Fauno re degli Aborigeni, e dalla dea Vitellia: ma restò oscura fino all’imperatore Vitellio.


Da queste quattordici case, sangue purissimo di semidei, veniamo alle minores gentes:

1. Gens Æbutia. Dal ramo Elva uscirono varj consoli nel III e IV secolo.

2. Gens Æteria o Ateria, in cui erano i Fontinales.

3. Gens Aquilia, da aquilus nero. Erano di essi quello cui Mitradate VII fece colar oro in gola, e il giureconsulto che fu pretore con Cicerone.

4. Gens Atilia, col soprannome di Longus.

5. Gens Cassia. Suoi rami i Longini e i Viscellini: soli i primi s’illustrarono.

6. Gens Claudia. Atto Clauso Regillense, ricco sabino, mutatosi a Roma dopo la cacciata dei re, prese il nome di Appio Claudio, donde la gente più arrogante. Suo nipote fu decemviro: un altro costruì la via Appia, ed ebbe il soprannome di Cieco. Un suo figlio diede il soprannome di Pulcher alla sua linea, estintasi nella guerra civile. Il Clodio famoso si fece adottare da un plebeo per divenire tribuno, mentre, fino a Nerone, nessun plebeo era stato adottato dai Claudj. Da un altro Claudio, soprannominato Nero che in sabino significa prode, discesero gl’imperatori Tiberio, Claudio, Caligola, con cui finì la gente Claudia patrizia, stata cinque volte alla dittatura, ventotto al consolato, sette alla censura, e che avea menato sei trionfi e due ovazioni.

7. Gens Cominia: due rami, Aruncus e Laurentinus.

8. Gens Cornelia, la più numerosa e illustre pei più grand’uomini. De’ molti suoi rami quattro sono certamente patrizj:

I Lentuli, detti da uno che aveva la pelle chiazzata di lentigini, o che introdusse la coltivazione delle lenti. Il primo console loro trovasi nel 451, l’ultimo nel 736. Publio Cornelio Lentulo console nel 683, fu cognominato Sura, polpaccio della gamba, perchè avendogli Silla chiesto conto del denaro amministrato come questore, egli rispose che la sua gamba ne renderebbe ragione, alludendo a un trastullo fanciullesco, ove era percosso su quella parte chi mancava di sveltezza.

I Maluginenses. Un ramo ebbe nome di Cossus cioè rugoso, poi di Arvina grasso.

I Rufini, nominati dal colore de’ capelli, illustrati principalmente da Silla dittatore, il cui bisavo avea avuto tale soprannome perchè l’oracolo sibillino l’avea incaricato di celebrare i giuochi ad onore di Apollo.

Gli Scipiones, più famosi, provengono da uno che al padre cieco serviva di bastone (σχηπιον). Nel IV secolo si divisero in quattro linee, Hispallus, Nasica, Africanus, Asiaticus. Gli Ispalli furono i meno illustri, detti da Hispanus, un di loro che portò primo la notizia della conquista di Spagna fatta da suo fratello. I Nasica durarono a lungo, e sotto Nerone uno d’essi era sposo di Poppea. Gli Africani e gli Asiatici venivano dai due fratelli vincitori d’Annibale e di Antioco: il primo adottò il figlio di Paolo Emilio, che non ebbe discendenza; degli Asiatici trovasi un console nel 671. Dice Cicerone che, fino a Silla, il cadavere di nessun Cornelio era stato bruciato, costumandosi di sepellirli. Sotto i primi imperatori troviamo ancora un Publio Silla, genero di Claudio, esule a Marsiglia, ucciso da Nerone; Publio Cornelio Scipione, marito della prima Poppea; molti Lentuli consoli; un Gneo Dolabella, scannato per ordine di Vitellio; Gneo Cinna, graziato da Augusto; un Maluginese flamine diale. Altri erano plebei.

9. Gens Curtia, oriunda del paese dei Sabini.

10. Gens Fossia. Uno de’ suoi soprannomi era Flaccinator, quasi infiacchitore.

11. Gens Furia o Fusia da Medullia ne’ Latini venne a Roma sotto Romolo. Due rami s’illustrarono, il Medullinus e il Camillus: dopo il 429 non appajono nella storia fino al 780, quando un Furio Camillo proconsole d’Africa è nominato da Tacito. Un altro ramo dei Furj chiamavasi Pacilus. Ebbero sette dittatori, venti consoli, ventitre tribuni militari, quattro censori, sette trionfanti.

12. Gens Genucia. È notevole il ramo Augurinus.

13. Gens Herminia. Un suo ramo diceasi Esquilina.

14. Gens Horatia. Uno fu console l’anno della cacciata de’ re, e chiamossi Pulvillus dal nome dei letti che faceansi a onore degli Dei. Ne uscirono Orazio Coclite e i tre vincitori de’ Curiazj.

15. Gens Hortensia. Il celebre oratore Quinto Ortensio era del ramo Ortalus.

16. Gens Hostilia. Diversi portano il soprannome di Mancinus, altri di Cato.

17. Gens Lætoria, forse tutt’uno colla Plætoria plebea.

18. Gens Lartia. Lars indicava i capi degli Etruschi.

19. Gens Lucretia. I più famosi sono il Tricipitinus e il Vespillo, detto da Claudio Lucrezio edile, che fece gettar nel Tevere il cadavere di Tiberio Gracco; e vespillo vuol dire becchino.

20. Gens Mælia. Suo soprannome fu Capitolinus.

21. Gens Manlia: principali rami, Vulso, Capitolinus e Torquatus. Un Vulso fu console nel 280; poi prese nome dal Manlio salvatore del Campidoglio. Un nipote di questo fu nominato Imperiosus per l’arroganza onde comandò a’ cittadini di prendere le armi. Suo figlio maggiore lo conservò; il minore prese quello di Torquatus da un monile (torques) ch’e’ tolse a un Gallo vinto in duello, e che i suoi portarono per distintivo finchè Caligola il vietò.

22. Gens Menenia. Costumava i soprannomi d’Agrippa e di Lanatus.

23. Gens Minucia. Il ramo che arrivò ai primi onori, massime nel III secolo, chiamavasi Augurinus, da qualche augure: un altro diceasi Rufus.

24. Gens Numicia, col soprannome di Priscus.

25. Gens Octavia. Della famiglia patrizia trovansi i rami Rufus e Balbus.

26. Gens Papiria. I suoi rami patrizj Mugillanus, Cursor, Crassus, Masso scompaiono dopo il secolo VI.

27. Gens Pinaria. I Pinarj e i Potizj volevansi far discendere da due Arcadi, venuti con Evandro in Italia. Godevano per eredità il sacerdozio d’Ercole, il quale dicevano gli avesse iniziati ai misteri del suo culto. I due rami erano uguali, finchè una negligenza de’ Pinarj diede la prevalenza ai Potizj. Ma avendo questi consentito che alcuni schiavi appartenenti alla repubblica adempissero certe funzioni del loro sacerdozio, gli Dei ne presero tal collera, che in un anno estinsero tutti e dodici i rami di quella famiglia; e Appio Claudio, che vi avea consentito, rimase cieco.

28. Gens Postumia: avea il privilegio di far sotterrare i suoi morti in città. Il ramo principale chiamasi Tubertus. Una delle sue suddivisioni, Albus o Albinus, unì l’epiteto glorioso di Regillensis quando Albo Postumio vinse i Latini al lago Regillo. Sussistettero i Postumj quanto la repubblica.

29. Gens Quintilia. Nel 301 Sesto Quintilio fu console: suo figlio chiamossi Varus, perchè era sbilenco: e tal nome passò ai successivi.

30. Gens Sempronia. I patrizj portavano anche il nome di Atratinus: ma i più celebri furono plebei.

31. Gens Sestia, soprannominati Capitolini.

32. Gens Sicinia, soprannominati Tusci e Sabini.

33. Gens Sulpitia, generata da Giove e Pasifae. Il ramo anziano nomavasi Camerinus da Cameria, già noto ai primi tempi della repubblica, e ancora sotto Nerone; il ramo Galba s’estinse coll’imperatore di questo nome.

34. Gens Tarquilia, col soprannome di Flaccus.

35. Gens Titinia.

36. Gens Veturia, spesso ricorre nei fasti consolari del iii secolo; un suo ramo chiamavasi Geminus Cicurinus, uno Crassus Cicurinus, uno Calvinus, una Philo.

37. Gens Virginia, illustre nel III e IV secolo, portava il soprannome di Tricostus, cui alcuni aggiunsero Cœlimontanus, altri Rutilius.

38. Gens Volumnia. Vi si nota il soprannome d’Amintinus e di Gallus.


Ora enumeriamo le case plebee, salite ad onori, massime in tempo della repubblica:

1. Gens Acilia. Durante la repubblica questo casato ricorre quattro volte fra’ consoli, e dodici ne’ tre primi secoli di Cristo. Altri rami v’erano, come i Balbi.

2. Gens Ælia, per antichità è lodata da Orazio, (Od. III. 1). I rami dei Pœtus e dei Tubero ricorrono spesso dopo il 317. Avvi pure i Ligur, i Gallus, i Lamia, de’ quali ultimi era Sejano. A un Lamia l’imperatore Domiziano tolse la moglie e la vita.

3. Gens Afrania.

4. Gens Albia.

5. Gens Alfinia.

6. Gens Anicia.

7. Gens Annia, coi rami Luscus, Bassus, Rufus, Capra.

8. Gens Antistia, ebbe parecchi tribuni del popolo; al consolato giunse solo il 748; un ramo erano i Labeo o Veteres, di cui fu Antistio insigne giureconsulto.

9. Gens Antonia, fu tra le plebee consolari sotto la repubblica. La rovina del famoso Marc’Antonio triumviro involse pure i suoi figliuoli; ma delle figlie una fu ava di Nerone, l’altra bisava: e i Gordiani, imperanti nel III secolo, pretendevano discender pure da Antonio.

10. Gens Apuleja. Due rami, Pansa e Saturninus.

11. Gens Arruntia. Lucio Arrunzio, console il 759, è lodato per innocenza di vita e ben adoprata eloquenza: accusato, dovette svenarsi.

12. Gens Asinia, affatto nuova. Asinio Urio fu generale degli Alleati contro Roma. Suo nipote è il celebre Asinio Pollione, console nel 714. Asinio Gallo, figlio di questo, sposa Vipsania repudiata da Tiberio, ed è obbligato a morir di fame.

13. Gens Atia. N’usciva la madre d’Augusto, onde Virgilio la fa venire da un compagno d’Enea (V, 368): non salì oltre la pretura.

14. Gens Atilia, da cui Marco Atilio Regolo.

45. Gens Aufidia.

16. Gens Aulia.

17. Gens Aurelia, detta Ausalia, che in sabino significa sole, perchè a Cajo Aurelio Cotta, quando si stanziò a Roma, fu dato un posto dove far al Sole i sacrifizj costumati nella sua famiglia. Suo nipote fu console nel 502: i discendenti si divisero in tre rami, Cotta, Orestes, Scaurus. Aurelj eran pure i Simmachi, illustri nel IV e V secolo dopo Cristo; ma non sappiamo se di questo casato.

18. Gens Autronia.

19. Gens Bæbia.

20. Gens Cæcilia plebea, benchè pretendesse venire da un compagno d’Enea. Il ramo Metellus dopo il 470 diede molti grandi, fra cui il Macedonico, il Dalmatico, il Numidico, il Cretico, oltre il Celere e il Pio. In ducencinquant’anni, diciannove di questa casa ottennero quattro volte il pontificato massimo, due la dittatura, dodici il comando della cavalleria, venti il consolato, sette la censura; i Creticus trionfarono nove volte, Pomponio Attico v’entrò per adozione. Tutte le donne chiamavansi Caja, in memoria di Caja Cecilia Tanaquilla.

21. Gens Cædicia.

22. Gens Calpurnia plebea, ma voleva attaccarsi a Calpo preteso figlio di Numa, e ostentava orgoglio aristocratico. Arrivò al consolato nel 574, e d’allora portava il nome di Piso, cui un ramo aggiungeva Cæsonius. Lucio Calpurnio Pisone, console nel 621, fu cognominato Frugi per la sua morigeratezza; il qual titolo passò a’ suoi discendenti, poi a tutti i rami dei Pisoni. Lucio Pisone, uom d’antichi costumi, sarebbe stato ucciso dall’imperatore Tiberio se non moriva a tempo. Un altro, console nell’810, fu ucciso in Africa per ordine di Vespasiano. Cajo Pisone cospirò contro Nerone.

23. Gens Canidia.

24. Gens Caninia. Entrante l’VIII secolo, trovansi i due rami Gallus e Rebilus.

25. Gens Carvilia.

26. Gens Cassia, il cui ramo principale chiamavasi Longinus. Il più famoso è l’uccisore di Cesare: Cassio Longino, console nel 783, sposò Drosilla figlia di Germanico: Lucio Cassio, insigne giureconsulto e di gravità antica, conservava l’effigie del suo antenato col titolo Duci Partium: Cassio Cherea assassinò Caligola: Cassio Ovidio si rivoltò contro Marc’Aurelio.

27. Gens Claudia. Il ramo più celebre plebeo dei Marcelli produsse insigni uomini, e si estinse in Marcello nipote e genero d’Augusto.

28. Gens Cælia. Molti Celj hanno il soprannome di Rufus o di Caldus.

29. Gens Cornelia. Parecchi rami plebei; il più noto è quello dei Cinna. Era di questa casa il poeta Gallo primo prefetto dell’Egitto, poi Tacito e Nepote storici, Celso medico; altri Cornelj erano i Dolabella, i Balbo, i Merula, i Mammula, i Blesio.

30. Gens Cornificia.

31. Gens Coruncania. Un d’essi fu il primo pontefice plebeo.

32. Gens Curia.

33. Gens Decia. Il ramo detto Mus giunse al consolato nel 414. Famosi quei che si sacrificarono superstiziosamente per la patria.

34. Gens Domitia, una delle plebee più illustri, venuta all’impero con Nerone. Due rami più conosciuti, Calvinus ed Ahenobarbus, così detto da uno, cui Castore e Polluce comparvero annunziando una vittoria de’ Romani, e carezzandogli la barba, che divenne rossa di rame. Ebbero sette consoli, un censore, un trionfante, e passavano per orgogliosi e violenti. Gneo Domizio Enobarbo, console nel 785, sposò Agrippina di Germanico, da cui ebbe Nerone, nel quale finirono gli Enobarbi ed i Cesari. L’ultimo Calvino nominato nella storia fu console nel 714.

35. Gens Duilia.

36. Gens Fabricia.

37. Gens Fannia.

38. Gens Flavia. Dal ramo Fimbria uscirono uomini illustri; dal Sabinus, l’imperatore Vespasiano; poi nel secolo IV ricomparve questo nome in Valentiniano, Valente e Teodosio. Dopo il qual secolo divenne comunissimo per adulazione, e quasi tutti i consoli lo assunsero, poi per imitazione alcuni re barbari.

39. Gens Fusia.

40. Gens Fulvia, molto illustre. Vi troviamo i rami Maximus, Centimalus, Pœtinus, Nobilior, Flaccus. Fulvia, sposa di Marcantonio, nasceva da un liberto.

41. Gens Fundania.

42. Gens Furnia.

43. Gens Gabinia.

44. Gens Genucia.

45. Gens Gettia.

46. Gens Herennia, coi soprannomi di Balbus e Gallus.

47. Gens Hirtia.

48. Gens Hostilia.

49. Gens Junia. Tutti i Giunj che troviam nella storia dopo Giunio Bruto, sono plebei. Per due secoli non n’è parola, poi occorre un console nel 429; indi scontriamo altri coi soprannomi di Bubulcus, Pennus, Silanus; abbiamo pure i Norbanus, Rusticus, Otho. I più conosciuti sono Marco e Decimo Bruto, uccisori di Cesare. Cinnia, moglie di Cassio uccisor di Cesare, sorella di Bruto e nipote di Catone, fu l’ultima di sua stirpe. A’ funerali di essa apparvero le immagini di venti nobili famiglie; quelle di Bruto e Cassio spiccavano viepiù perchè non v’erano (Tacito, Ann., III. 76). I Silani furono scopo alle persecuzioni degli imperatori.

50. Gens Juventia.

51. Gens Lælia. Famosi Cajo Lelio, amico di Scipione Africano Maggiore; e suo nipote, amico dell’altro Africano.

52. Gens Licinia, cioè dai capelli ritorti indietro. Il primo tribuno militare con autorità consolare fu Licinio Calvo. Suo nipote Licinio Calvo Stolone fu il primo console plebeo. Tre rami illustri, Crassus, Lucullus, Murena. I Crassi chiamaronsi Dives dopo Licinio Crasso, nominato pontefice massimo senza passare per gl’impieghi curuli; eccezione onorevole. Suo figlio adottò un fratello del sommo pontefice Muzio Scevola maestro di Cicerone; il quale, col nome di Licinio Crasso Muciano Dives, propagò il ramo primogenito de’ Crassus. Dal secondogenito venne il Crasso triumviro. Un suo discendente adottò il fratello di Calpurnio Pisone che aveva cospirato contro Nerone. Il giovane Pisone recò nella casa Licinia il nome di Frugi, cui i suoi figli aggiunsero quello di Scribonianus, in onore della loro madre. Il ramo Lucullus fu illustrato dal vincitore di Mitradate; il Murena dal trionfatore del re del Ponto. Sotto gl’imperatori, troviamo dei Crassi provenienti per donne da Pompeo, e che perciò avevano il soprannome di Magni, che Caligola proibì loro di portare. Un Crasso Frugi fu bandito da Trajano, e ucciso da Adriano nel 117 dopo Cristo.

53. Gens Livia, benchè plebea, ebbe prima d’Augusto otto consoli, due censori, tre trionfatori, un dittatore, un maestro della cavalleria. Il primo Livio menzionato era dei Dexter, uno de’ quali fu console nel 452: un altro nel 535 e 547, fu cognominato Salinator per aver imposto la tassa del sale. Più illustre è il ramo Drusus, nome derivato da Livio Emiliano che vinse Drauso capo gallo. Da lui vennero i famosi tribuni della plebe Marco Livio Druso padre e figlio. Livia, sorella di questo, fu madre di Catone d’Utica e di Servilia, che generò Marco Bruto. Il fratello di lei adottò un Livio Druso Claudiano, e s’uccise dopo caduta la repubblica a Filippi: sua figlia Livia Drusilla generò Tiberio.

54. Gens Lollia. Cicerone nomina molti Lollj, ma nessuno pervenne al consolato fin a Lollio Paolino nel 733, che fu ajo di Cajo Cesare nipote d’Augusto. Fu sconfitto dai Germani, e arricchì sua famiglia colle spoglie dell’Asia. Lollia Paolina sua figlia sposò Caligola, poi volle sposare Claudio, ed Agrippina la fece perire nel 49.

55. Gens Lucinia. I rami Balbus, Bassus, Longus, Capito ecc. ebbero tribuni della plebe.

56. Gens Lutatia. Il ramo Catulus, venuto al consolato nel 512, diede letterati e statisti insigni.

57. Gens Mænia.

58. Gens Mallia.

59. Gens Mamilia, oriunda di Tusculo, dal cui fondatore Telegono pretendea provenire, cioè da Ulisse. A Roma era plebea. Son noti i rami Vitulus, Turinus, Limetanus.

60. Gens Manilia.

61. Gens Marcia, coi rami Philippus, Figulus, Rex, Censorinus. Marcio Filippo, console nel 698, sposò Azia nipote di Giulio Cesare e vedova di Cajo Ottavio, divenendo così suocera d’Augusto.

62. Gens Maria, illustrata da Cajo Mario.

63. Gens Memmia. Virgilio la deriva da Mnesteo compagno d’Enea: un suo ramo era Regulus.

64. Gens Messinia.

65. Gens Mucia, soprannominata Scevola dall’assassino di Porsena. Da padre in figlio trasmetteansi lo studio della giurisprudenza.

66. Gens Mummia. Il più illustre ne è l’Acaico, distruttore di Corinto.

67. Gens Munatia.

68. Gens Nævia. I Balbi e Sardini ne sono i rami.

69. Gens Nonia.

70. Gens Norbana.

71. Gens Numitoria.

72. Gens Octavia, già patrizia. Un ramo divenne plebeo, non si sa come, finchè Cesare le rese il patriziato. Gli Ottavj plebei furono più illustri. Cajo Ottavio, d’antica famiglia di Velletri, fu il primo che ottenesse dignità; e da Azia nipote di Cesare generò Ottaviano, che si chiamò poi Augusto, e che non lasciò figliuoli.

73. Gens Ogulnia.

74. Gens Oppia.

75. Gens Papiria. Il ramo plebeo chiamavasi Carbo.

76. Gens Pedania o Pediania.

77. Gens Pætilia.

78. Gens Plætoria.

79. Gens Plancia.

80. Gens Plautia o Plotia. Ne conosciamo i rami Proculus, Silvanus, Hypsæus, Venno, Tucca, tra cui l’amico di Virgilio. Un Plauzio è ucciso orribilmente da Nerone, uno fu pontefice, un altro console nell’834.

81. Gens Pompeia. Una linea dei Rufus fu detta Bithynica per una vittoria sui Bitini: l’altra degli Straboni, celebre pel Magno Pompeo, pare essersi estinta co’ due suoi figli Gneo e Sesto nelle guerre civili; però qualche Pompeo appare sotto gl’imperatori.

82. Gens Pomponia pretendea discendere da Numa: vi troviamo i soprannomi di Matho, Græcinus, Secundus ecc. e n’uscì l’amico di Cicerone. Lucio Pomponio consolare, guerriero, poeta, è mentovato da Tacito.

83. Gens Pontia.

84. Gens Popilia.

85. Gens Poplicia.

86. Gens Porcia. Un Porcio Prisco tusculano fu capo d’un ramo, ed ebbe titolo di Cato per la sua prudenza, e di Censorinus per la sua severità nell’esercitare la censura. I due suoi figli, portanti egual nome, si distinsero col soprannome di Licinianus e Salonianus desunto dalla madre. Da quest’ultimo venne Catone Uticese.

87. Gens Publilia. Quinto Filone di questa casa fu console quattro volte, 415-439, si segnalò nella guerra sannitica, e fu il primo pretore plebeo. Dopo di lui questa stirpe scompare.

88. Gens Roscia.

89. Gens Rubria.

90. Gens Rupilia o Rubellia. Rubellio Plauto, accusato d’aspirare all’impero, è ucciso da Nerone.

91. Gens Rutilia. Due rami Rufus e Lupus. Il più celebre fu Publio Rutilio Rufo, oratore, filosofo, storico, e console nel 649.

92. Gens Salia. Ne uscì Lucio Salvio, buon capitano, da cui nacque l’imperatore Otone, che non lasciò posterità.

93. Gens Scribonia. Curio e Libo erano i rami principali, e quest’ultimo discendeva da una figlia di Pompeo. Scribonia, maritata in un Crasso, fu uccisa col marito sotto Claudio.

94. Gens Sempronia. Oltre il ramo Atratinus patrizio, erano plebei i Blæsus, Longus, Tudytanus, e i Gracchi famosi. Un Gracco amante di Giulia fu esigliato da Augusto, ucciso da Tiberio.

95. Gens Servilia. Il Priscus certamente, e i Cœpio probabilmente erano patrizj; plebei i Casca, Rullus, Vatia, ecc. Un di questi ultimi ebbe il soprannome di Isauricus.

96. Gens Sextia.

97. Gens Silia. Cajo Silio fu vincitore di Sacrovir, e Sejano l’obbligò ad uccidersi. Silio suo figliuolo sposa Messalina, e Claudio imperatore lo condanna a morte nel 49 dopo Cristo. Silia, moglie d’un senatore, è esigliata come sospetta d’aver divulgato le secrete lascivie di Nerone.

98. Gens Solia.

99. Gens Statilia.

100. Gens Sulpicia. Fra’ plebei conosciamo i rami Olympius, Quirinus, Rufus.

101. Gens Terentia. S’illustrò il ramo Varro, donde il famoso erudito Marco Terenzio.

102. Gens Titinia.

103. Gens Titia.

104. Gens Trebonia, Tribonia.

105. Gens Tullia. Il ramo dei Cicero fu illustre. Non n’è più traccia dopo Marco, figlio dell’oratore, gran beone, e che essendo console nel 724 con Augusto, fece dal senato condannare la memoria d’Antonio.

106. Gens Valeria ebbe molti oratori. Messala Barbato, console nel 742, sposò Marcella nipote d’Augusto, e fu avo di Messalina. Valerio Messalino salì al consolato nell’826.

107. Gens Valgia.

108. Gens Vargunteja.

109. Gens Ventidia.

110. Gens Vibia.

111. Gens Villia.

112. Gens Vinicia.

113. Gens Vipsania fu illustrata da Marco Vipsanio Agrippa, amico d’Augusto. Vipsania, sua figlia, moglie repudiata di Tiberio, morì naturalmente: ma gli altri cinque figli, avuti da Giulia d’Augusto, perirono per opera di Livia.

114. Gens Vitellia, proveniente da un liberto calzolajo. Lucio Vitellio censore e tre volte console, fu adorator di Caligola, e adulatore di Messalina, della quale portava come reliquie una pantofola. L’imperatore e il fratello furono uccisi: sua figlia andò sposa a Vespasiano.

115. Gens Voconia. Suoi rami Saxa, Naso, Vituli.

116. Gens Volcatia.

117. Gens Volumnia. Flamma Violens fu console nel 447 e 458.

118. Gens Volusia antica, ma sotto la repubblica non era giunta che alla pretura, e sfuggì alla gelosia degli imperatori. Lucio Volusio, morto l’anno 20 dopo Cristo, fu il primo che fosse console; e acquistate grandi ricchezze, assicurò il credito di sua famiglia. Un altro Lucio Volusio morì nel 57 nonagenario, avendo traversato il regno di tanti Cesari senza nimicarsene alcuno, benchè ricco.

Sarebbe pure ad annoverare la gente Annia spagnuola, da cui i due Seneca, Marco filosofo, Lucio maestro di Nerone, Anneo Mella suo fratello e padre di Lucano. Marco Annio Novato, per adozione chiamato Giunio Gallione, ebbe a fare con san Paolo.

Nei tempi successivi è viepiù difficile seguir le traccie delle famiglie, prima per la scarsezza di documenti, poi per la confusione dei nomi, applicandosi questi pochi a troppe famiglie diverse; poi per le adozioni, che i membri dell’una trasferivano in un’altra. Aggiungasi la facilità con cui sotto gl’imperatori cangiavansi i cognomi: la quale è pure indizio del deperimento delle schiatte primitive, desiderato e sollecitato dagli imperatori, accelerato dalla scostumatezza, che disperdeva i patrimonj, conculcava la dignità, e impediva o sciupava la generazione.

Su questo proposito possono consultarsi

C. Sigonio, De nominibus Romanorum.

O. Panvinius, De antiquis Romanorum nominibus.

R. Streinnius, De gentibus et familiis Romanorum.

A. Augustinus, De familiis Romanorum.

F. Ursinius, Familiæ romanæ nobiliores. Sono nei vol. II e VII del Thesaurus antiquitatum romanarum di Grevio.

G. A. Ruperti, Tabulæ genealogicæ, seu stemmata nobilium gentium Romanorum. Gottinga 1794.

Ortolan, Explication historique des Instituts de l’empereur Justinien, Parigi 1854, al lib. III, tit. 2.

Drumann (Storia di Roma nel passaggio dalla repubblica alla monarchia, per ordine di genti, 1830-38) porge le particolarità delle famiglie romane notevoli al tempo di Cesare e d’Augusto.