APPENDICE VII. FAVOLE INTORNO A VIRGILIO

La tradizione, che trasfigurò san Giorgio in un cavaliere, il filosofo Abelardo nel libertino Pietro Bagliardo, Carlo Magno in un capo di venturieri, Silvestro II papa in un mago, e pose in cielo Seneca, Plinio, Trajano, fece una trasformazione ancor più degna d’essere studiata; quella di Virgilio in un necromante.

Al suo tempo, diversissima fama correva de’ costumi di lui, chiamato verginale da chi per castità, da chi per troppo amore alle ragazze, e non alle ragazze soltanto. Ma già allora veniva onorato sovranamente; Properzio prenunziava in lui qualcosa maggiore d’Omero: Nescio quid majus nascitur Iliade; commentatori e biografi di poco posteriori dicono che il popolo si alzava al comparir suo in teatro, come all’imperatore; la vita sobria e ritirata, cui la gracile salute lo induceva, aggiungevagli il prestigio dell’ascetismo e del mistero. Narrossi ben presto che sua madre aveva sognato partorire un lauro: ch’e’ nacque senza vagiti; che il platano piantatosi, secondo il costume del suo paese, al nascer di lui, trascese tutti gli altri in grossezza. Gli s’attribuiva una scienza portentosa, e la facoltà di scoprire i difetti nascosti e le qualità arcane degli animali. Appena morto gli furono poste statue, e alcuni imperatori, come Alessandro Severo, ne teneano fin nel sacrario domestico: al tempo di Plinio celebravasi il natalizio di lui: al suo sepolcro venivano a raccomandarsi le gravide e i poeti: coll’aprire a caso il suo poema si chiedeva risposta a quesiti, detti sortes virgilianæ, tali perfino da decider uno ad accettare o no l’impero (pag. 242, vol. III). Proba Falconia con emistichj di lui tessè un poema sul nuovo Testamento; e i Cristiani vollero leggere una predizione della venuta del Messia nella famosa Egloga IV.

E davvero fa stupore rincontrare nella limpida facilità de’ Bucolici quell’egloga, tanto misteriosa, che gli sforzi per raccoglierne il concetto generale uscirono vani fin ora. Festeggia essa la nascita vicina d’un bambino, che è figlio del cielo, che rinnovellerà il mondo, che redimerà i peccati:

Ultima Cumæi venit jam carminis ætas:

Magnus ab integro sæclorum nascitur ordo.

Jam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna;

Jam nova progenies cœlo demittitur alto.

... Incipient magni procedere menses.

Te duce, si qua manent sceleris vestigia nostri,

Inrita perpetua solvent formidine terras.

Ille deûm vitam accipiet...

Cara deûm soboles, magnum Jovis incrementum.

Presagi tanto superbi a chi potevano mai convenire?

S’accordano i critici nel fare quest’egloga scritta il 714 di Roma, e vorrebbero attribuire questi vanti a un figlio di quel Pollione, cui è diretto il canto, come ad autore della pace in quell’anno conciliala a Brindisi fra Antonio ed Ottaviano: ma, prima, è ignoto che quell’anno alcun figlio nascesse al console; poi, come mai accumulare sul capo d’un neonato tanti augurj, quel Virgilio che tanta sobrietà di lodi usò fin con Augusto e colla famiglia di questo?

Pertanto altri (contro l’asserzione di Servio) supposero alludesse a Marcello, gravida del quale, Ottavia, sorella d’Augusto, andava allora sposa ad Antonio: ma per quanto questo pegno di pace potesse parere meritevole di canti, bisogna considerare ch’e’ non era germe del triumviro, bensì dell’antecedente marito d’Ottavia, sicchè nulla aveva a fare collo sperato pacificatore del mondo. Altri pensarono che Virgilio alludesse alle nozze allora conchiuse fra Ottaviano e Scribonia: ma come potersi pronosticare l’impero del mondo al figlio di quell’Ottaviano che allor allora avea spartito le provincie coi due colleghi, e lasciava sperare rintegrata la repubblica, anzichè stabilire una monarchia?

Non trovandosi fanciullo cui s’appropriassero tali augurj, si credette che il poeta indicasse l’intera generazione migliore, che la benevola sua immaginazione gli dava fiducia di vedere. Chi così la pensa voglia spiegarci di grazia queste frasi:

Tu modo nascenti puero...

Casta fave Lucina...

Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem;

e la culla sotto cui sorgono l’ellera e l’acanto; e l’aggirarsi del giovane fra gli eroi e gli Dei, prima di frenare i venti e pacificare il mondo.

De Vignoles immaginò che il poeta celebrasse l’êra alessandrina, ordinata nel 724 di Roma dal senato romano: e se rifletteremo ch’essa non fu introdotta se non il 29 agosto 729, ci potrà benissimo rispondere che a quest’anno va riferita l’egloga. Ma che ragion v’era di tanto magnificare un’êra arbitraria e speciale d’un popolo vinto? che novità aspettarne? che progenie dovea scendere dal cielo?

Cadendo tutte le altre supposizioni, alcuni eruditi ritornarono all’antica, che vedeva in quel fanciullo il Cristo. Non già che Virgilio fosse profeta; ma la tradizione d’un vicino redentore era molto diffusa in quei tempi per l’Oriente; potea Virgilio averla udita, e trovatala bel soggetto di canto, ove dipingere estesa a tutto il mondo quella felicità, ch’egli inclinava a vedere ne’ suoi pastori. Virgilio tutte o quasi tutte le altre egloghe dedusse da poeti alessandrini a noi conosciuti: chi ardirebbe negare che questa pure avesse tratta da alcuno a noi ignoto, il quale dagli Ebrei, allora numerosi in Alessandria, avesse avuto conoscenza dell’aspettato Messia, e de’ colori con cui Isaia e gli altri profeti dipingeano la nuova età? E veramente chi ben guardi, trova in quest’egloga de’ pensieri e de’ colori che tengono forte dell’orientale, anzi del profetico; e il poeta stesso dice d’esporre i vaticinj della Sibilla Cumana.

E noi accettiamo volentieri Virgilio come il più insigne interprete degli insegnamenti delle Sibille, quali che coteste si siano (vedi l’Appendice IV). Il libro vi dell’Eneide palesa credenze elevate, quali in niuna parte riscontransi del paganesimo; una filosofia che sente di cristiano; quasi che il Verbo divino siasi già accostato alla terra tanto da balenare a qualche intelletto privilegiato. Ebbene, tutti que’ dogmi pone Virgilio in bocca alla Sibilla.

In essa egloga poi egli dipinge con colori pastorali e mitologici un’età dell’oro, ma sul fine cangia di tono; sicchè Schmidt, nella Redenzione del genere umano, vi pose rimpetto le due profezie di David e d’Isaia sulla venuta del Salvatore, come prova che avessero un’origine comune. Isaia esclama: «Un fanciullo ci è nato, che porterà sulle spalle il segno della dominazione. Sarà detto l’Ammirabile, Dio forte, Principe della pace; il suo impero si estenderà ognora più, e la pace sua non avrà fine. Sederà sul trono di Davide. La giustizia sarà cingolo sulle reni, e la fede sua bandoliera. Il lupo dimorerà coll’agnello, il leopardo coricherassi col capriolo, il leone e la pecora stabbieranno insieme, e un fanciullo li guiderà... Il deserto s’allegrerà; la solitudine, nella gioja, fiorirà come il giglio, germoglierà d’ogni parte in un’effusione di letizia e di lode; nelle caverne, dove stanno i dragoni, crescerà la verzura delle canne e de’ giunchi, ecc.».

E David: — Tu vinci in bellezza i figli degli uomini, e grazia ammirabile è diffusa sulle tue labbra; lo perchè Iddio ti ha benedetto in eterno. Tu onnipotente, cingi la spada sopra il tuo fianco, t’armi e trionfi, e stabilisci il tuo regno mediante la dolcezza, la verità, la giustizia... Giudichi i popoli secondo la giustizia, e i poveri con equità. Le montagne ricevano la pace pel popolo, e le colline la giustizia. Egli salverà i figli dei poveri, e umilierà il calunniatore. Discenderà come pioggia sul vello, e come acqua dal colmo de’ tetti. La giustizia apparirà al suo tempo con un’abbondanza di pace, che durerà quanto la terra, e regnerà dall’uno all’altro mare».

È evidente che il fondo è il medesimo come in Virgilio, sol differendo nelle diverse idee di grandezza fra i due popoli, e nella maggiore incertezza che avvolge i Gentili. Fra i quali è notevole come si fossero allora diffuse le profezie a segno da sgomentare i potenti: Augusto bruciò duemila libri di vaticinj, gli altri riveduti ed appurati chiuse sotto al piedistallo dell’Apollo Palatino: vivo Augusto, erasi annunziato a Roma che la natura partoriva un re al popolo romano (Regem populo romano naturam partorire. Svetonio in Aug., 94): la credenza antica e costante in tutto l’Oriente d’un liberatore del genere umano erasi rinfrescata, e che la Giudea diverrebbe signora del mondo (Percrebuerat toto Oriente vetus et constans opinio... esse in fatis, ut eo tempore Judæa profecti rerum potirentur. Svetonio, in Vesp., 4. — Eo ipso tempore fore ut valesceret Oriens, profectique Judæa rerum potirentur. Tacito, Hist., V, 13): indovini predissero a Nerone che stavano per perire il regno di Gerusalemme e l’impero d’Oriente (Svetonio, in Ner., 40): poco dopo, l’oracolo del Carmelo con promesse di gloria eccitava gli Ebrei all’ultima ribellione: e Gioseffo ebreo al generale Vespasiano per adulazione applicava gli oracoli relativi al liberatore dell’uman genere. Plutarco poi riferisce che, verso l’età di Tiberio, veleggiando una nave presso l’isola di Paxò, mentre tutti erano svegli e a tavola, i naviganti da una delle isole udirono una voce che chiamò il piloto Tamo, in modo sì chiaro che tutti stupirono; alla prima e seconda volta e’ non rispose, alla terza sì, e allora la voce soggiunse: — Arrivato all’altura di Palode, annunzia che il gran Pan è morto». E così fece, e allora parve udire esclamazioni di meraviglia, e chiassosi lamenti di molte persone: e i testimonj del fatto lo raccontarono a Roma, e Tiberio il seppe e lo tenne per certo (De oracul. defect., 44).

In somma tutto era effusione o ispirata o mentitrice di spirito fatidico, e Virgilio ne accolse e poetizzò qualche parte in sublimi versi. Vi accoppiò l’altra tradizione di un grand’anno revolventesi, nel quale alta fede riponevano gli Etruschi, e il credevano i Romani, come può vedersi nel Sogno di Scipione. E l’uomo è così fatto, che suppone ad una grande innovazione di fenomeni celesti dover accompagnarsi un mutamento o un’alterazione di queste basse venture umane.

Tale interpretazione cristiana fu accolta dai Padri della Chiesa; e Costantino, nell’arringa che recitò davanti ai vescovi radunati a Cesarea, ripetè quell’egloga tradotta in greco, siccome un argomento della divina missione di Cristo, provata fin da testimonianze pagane.

È notevole che Virgilio proclama così sublimemente la gran legge del progresso; allorchè poetizza le ispirazioni profetiche, gli oracoli; ma gli mancano questi? ricade nella persuasione degli antichi, che il mondo vada continuamente in peggio, e che gli sforzi degli uomini non valgano contro quella corrente che seco trae il naviglio umano:

Sic omnia fatis

In pejus ruere ac retro sublapsa referri.

Non aliter, quam qui adverso vix flumine lembum

Remigiis subigit, si brachia forte remisit,

Atque illum in præceps prono rapit alveus amni.

Nelle Georgiche, lib. I.

Comunque sia, questo presentimento d’un avvenire diverso, d’una rinnovazione del secolo, attirarono il rispetto, anzi il culto popolare a un poeta sì poco popolare qual fu Virgilio. Nel medio evo l’ingegno, perchè raro, otteneva maggior venerazione, e credeasi capace d’ogni virtù; sicchè Ovidio, Orazio, Livio furon tenuti pergrandi sapienti; e, il che allora vulgarmente vi equivaleva, per maghi Aristotele e Ruggero Bacone. Perocchè qual scienza più utile che l’arcana, potente a signoreggiar con parole e con atti la natura e gli spiriti? E già per gli antichi carmen esprimeva i versi non meno che il fascino; lo che fu ritenuto nella lingua francese (charmer).

Virgilio studiò la natura, come il mostrano le sue Georgiche: nei Bucolici accenna spesso a superstizioni dominanti al suo tempo:

De cœlo tactas memini prædicere quercus...

Aspice; corripuit tremulis altaria flammis

Sponte sua, dum ferre moror, cinis ipse. Bonum sit!

Nescio quid certe est, et Hylax in limine latrat...

Quod nisi me quacumque novas incidere lites

Ante sinistra cava momiisset ab ilice cornix;

il VI libro dell’Eneide, chi volgarmente lo consideri, è uno spettacolo di necromanzia ed uno sfoggio di scienza arcana. Virgilio non aveva ordinato morendo di bruciare il suo poema? ora tutti gl’incantatori si davano premura di non lasciar sopravvivere i libri che attestassero i loro patti col demonio, o v’addottrinassero altri.

Virgilio aveva predetto la venuta di Cristo; laonde nelle feste spettacolose si facea figurare l’immagine di lui insieme colle Sibille. In quell’inclinazione ad acquistare al cielo gli spiriti più elevati, alcuno suppose che san Paolo intraprendesse un viaggio a bella posta per andar a convertire Virgilio, ma lo trovò già morto; avrebbe desiderato tanto acquistare i libri magici di esso, ma non riuscì. A Mantova era tenuto a vicenda per mago e per santo; e fin nel secolo XV vi si cantava un inno nella messa di san Paolo, supponendo che l’apostolo delle genti, nel giungere a Napoli, volgesse uno sguardo verso Posilipo, ove riposavano le gloriose ceneri di Marone, dolendosi di non esser giunto in tempo per conoscerlo e convertirlo:

Ad Maronis mausoleum

Ductus, fudit super eum

Piæ rorem lacrimæ:

Quem te, inquit, reddidissem,

Si te vivum invenissem,

Poetarum maxime!

Ma poichè non potevasi ammettere in paradiso chi fosse mancato di fede ne’ piè passi o ne’ passuri, si volle almeno a Virgilio attribuire la massima potenza che uom possa avere in terra, e ch’ei se ne servisse soltanto a vantaggio altrui. Pertanto egli fu supposto fondatore di città ed autore de’ benefizj che Italia tiene dalla natura. I Napoletani narravano mille storie intorno alla grotta di Posilipo, ove additano la scuola di Virgilio, e dove suppongono si ritirasse a far sortilegi ed insegnare le arti segrete a pochi adepti, che con quelle principalmente riuscivano a prosperare le campagne. Con quelle il poeta, in una notte sola, aprì nel masso la famosa grotta; costruì i bagni di Pozzuoli, e su ciascuna vasca il nome dell’infermità che guariva; fece una statua che soffiava in modo, che le ceneri del Vesuvio (per verità non ancora ignivomo) restavano respinte dalle campagne napoletane; fece un cavallo di metallo, che guariva ogni cavallo malato; e una mosca pur di metallo, mercè della quale nessuna mosca più v’ebbe in Napoli. Fu sin detto ch’egli fondasse la città di Napoli, il cui greco nome di Partenope sarebbe traduzione di Virgilio: e soggiungevano che Augusto l’avesse donata a quel poeta con tutta la Calabria. Altre volte egli fa del male, ma contro Augusto, presentato in tal caso come un tiranno o uno stupido, e che lo avea spogliato dell’aver suo; e contro il soldano di Babilonia, aggiunta fatta al tempo delle crociate, quando pure vien fatto educare a Toledo, invece di Atene come diceano i precedenti. Fin al principio del secolo XVII mostravasi a Firenze lo specchio di cui si serviva per le operazioni di necromanzia, e un altro nel tesoro di San Dionigi a Parigi: l’immagine di lui portavasi al collo come un talismano contro gl’incanti: il suo sepolcro credevasi recar felicità al paese: e qualvolta fosse toccato, ne seguiva tremuoto.

Innumerevoli poemi, racconti, romanzi, storie narrano questi prodigi di Virgilio; ma nessuno ha baje più strane che I fatti meravigliosi di Virgilio, figliuolo d’un cavaliere delle Ardenne, nella Margherita poetica di Alberto di Eyb (Norimberga 1472). Un rozzissimo Bonamente Aliprandi, vissuto al fine del XIV secolo, stese una Cronaca mantovana in terzine, ove le favole più assurde sono accumulate sopra Marone; e ci perdoni questo genio dell’ordine e dell’armonia se alcun che ne produciamo.

La madre di Virgilio fu avvertita in sogno che dovrebbe partorire un gran poeta:

La donna fece l’animo jocondo;

E quando venne lei al partorire,

Nacque il figlio maschio tutto e tondo.

Seguono le tirannidi esercitate sopra Mantova da un tal Arrio centurione; per cui Virgilio mutatosi a Roma, ottiene il favore d’Augusto e la restituzione de’ beni suoi, e si mette tutto al poetare:

Ciascuno gli facea grande onore;

Filosofo, e poeta di grandezza,

Di retorica si era lo maggiore.

L’avvenimento di Cristo profetoe,

Nella Bucolica sua di valore...

In mezzo a Roma fece un gran fuoco che ardeva continuo, a ristoro de’ poveri, e con un arciero che ver quello tendeva una freccia: un imperatore sperando che questa indicasse qualche tesoro, fece scoccare quella freccia, ed essa colpì il fuoco e lo spense per sempre. Nel palazzo imperiale inalzò tante statue quante erano le provincie dell’impero, con campanelli al collo; e qualunque volta una provincia si ammutinasse, la statua corrispondente scotevasi e sonava, talchè gl’imperatori sapevano ove dirigere l’esercito. Fabbricò uno specchio alto ben cento piedi, sicchè illuminandolo rischiarava tutta la città, oltre che indicava i ladri, i nemici, le guerre. Combinò pure una gola di rame, nella quale chi fosse sospettato di colpa metteva la mano per purgarsi; e se era innocente, la ritirava senza pericolo; se mentiva, non potea ripigliarla finchè non avesse palesato la verità.

Ma l’uomo è soggetto a peccare, massime per amore, e Virgilio vi cascò; il quale da una nipote d’Augusto si lasciò gabbare in modo, che essa, consigliata da un cavaliero suo vago, il persuase a salir da lei entro un paniere che gli calò dalla finestra: ma come fu a mezz’aria, ivi lo tenne sospeso, talchè la mattina tutti si preser la baja di lui. Il poeta se ne vendicò in terribile modo, facendo che in tutta Roma non si potesse più aver fuoco o lume, se non dalle parti posteriori della sua tiranna: beffarda beffata.

La donna in quattro piè posta si giace,

. . . . . . . . . . . . . . . .

Per foco va a chi bisogno face.

L’uno all’altro dar foco non potìa,

Perchè e l’uno e l’altro s’ammorzava;

Per sè ogni casa tor ne convenìa.

Molti giorni passati già si stava

Anzi che Roma di foco fornesse;

Lo cavalier gran dolore portava.

Ma Virgilio che a lui non incresse

Per vendicarsi allegrezza facìa,

Contento era che ciascun sapesse

Che quello incanto lui fatto l’avìa,

Per voler la sua beffa vendicare,

Non curando di quel che si dicìa.

Di foco fornita senza mancare

Che fece Roma tutta a compimento,

La donna a casa fu fatta tornare.

Dolse ad Augusto dell’oltraggio; e istigato dal cavaliere, fece cacciar prigione Virgilio. Ma tener rinchiuso un necromante sarebbe stato difficile; e

Virgilio d’andarsene pensava.

Nel cortile una nave disegnoe;

Li prigionieri tutti dimandava,

D’andar seco tutti loro pregoe,

Dicendo se con lui volìa andare:

Alcun per beffa andar accettoe.

In quella nave sì li fece entrare;

A ognun per remo un baston dasìa,

Ed egli in poppa se mise a settare;

E a ciascun di loro si dicìa:

«Quando comanderò che navigati,

Ciascun di voi a navigar si dia,

E niente a farlo non ve ne indusiati.

Da le prigioni tutti ci usciremo,

Condurrovvi, e sarete liberati».

Quando gli parve, disse: — Date a remo».

Ciascun mostrava forte a navigare,

La nave si levò. Disse: — Anderemo».

Fuor del cortile si vedea andare,

In verso Puglia la nave tirava,

Per aria la detta si vedea tirare.

I prigionieri, che in prigione stava,

Che nella nave non vollero entrare,

Veduto il fatto, tutti lamentava.

Augusto si querelò co’ suoi baroni d’averlo indotto ad offendere un uomo, cui il cielo «accordoe Tutte le scienze che il mondo avìa», e promise, se tornasse in corte, usargli ogni onore.

Virgilio intanto, sceso dalla nave, s’indirizzò a Napoli, ma fallata la via,

Passati li vespri, si se trovava

Appo una casa, chiedendo albergare.

Non c’è vino; che importa? Virgilio ordina che ammaniscano una corbella d’uva ancor ghezza, e la mettano in un tinozzo con acqua. Non c’è prebenda; che importa? Virgilio manda uno spirito che proprio dinanzi ad Augusto toglie

Un gran taglier di carne allesse

Con molti polli, e si se portò in mano.

Augusto comprese che Virgilio solo poteva avergli giocato quel tiro; e a spese di lui si cenò a dovizia e si bevve a josa.

In Napoli fur le feste grandi quando si seppe che Virgilio vi stava s’un’osteria, e il pregarono

Che in Napoli memoria lasciasse

Del gran saper, che di lui fa parlare.

Egli adunque scrisse a un tal Melino «suo discepolo valente», che da Roma venisse a lui tosto; e come ci fu,

Tornare a Roma sì gli comandoe:

— A Roberto di’ che ’l mio libro ti dia».

Di non legger su in quello lo pregoe.

Melino tosto si se mise in via,

Dì e notte non cessò di camminare

Tanto che lui a Roma giugnia.

Andò a Roberto a dimandare

Lo libro del maestro, che ’l mandava:

Gliel diè Roberto senza dimorare.

Avuto il libro, indietro ritornava;

Di Roma uscito voglia gli venìa

Di legger lo libro lui sì bramava.

Come a legger lo libro si mettìa,

Di spiriti moltitudine granda

Contro di lui tutti se ne venìa:

— Che vuoi tu? che vuoi tu?» tutti dimanda.

Melino allor tutto si spaventoe

E de morir ebbe la tema granda.

Melino si prese ad argumentare,

E di presente a loro comandava

Che quella via debban salegare (selciare)

Da Roma a Napoli a compimenti,

Che sempre quella netta debba stare,

Gli spiriti sì furon ubbidienti.

Quella strada si fece salegare

Di sassi vivi senza mancamenti.

Melino a Napoli vien a arrivare:

Virgilio molto forte ’l riprendìa;

Dicea: — Rott’hai lo mio comandamento;

Pena ne porterai per fede mia».

Eccovi come le cronache fanno fabbricare la via Appia.

Virgilio, risoluto di dare più bella prova di necromanzia, fece compiere un’altra fabbrica meravigliosa:

Castel dell’Ovo quello si fe fare,

E nell’acqua quello si fabbricoe,

Che ancor si vede e per opera pare.

Ancora oltra di quello si incantoe,

Una mosca in un vetro incantava,

Che tutte l’altre mosche si caccioe.

Alcuna mosca in Napoli non entrava,

Questo al popol grandemente piacìa.

Ma un’altra fece che più si montava:

Una fontana d’incanto facìa,

La quale sempre olio si gittava,

E dal gittare mai non s’astenìa;

E quell’olio si continuava

A bastamento di quella cittade:

Grand’allegrezza il popolo menava.

Altre cose e di grandi novitade

Virgilio in quella terra facìa

Maravigliose e di grande beltade.

Preso dalla fama di tanti portenti, Augusto chiamò risolutamente a Roma Virgilio. Ma quando l’imperatore ritornava d’Asia vincitore, il poeta se gli fece incontro fin a Brindisi, e «dal gran caldo sì fu combattuto» che ammalò e morì.

Ottavian, che venia con sua schiera,

Come la morte di Virgilio udia,

Di gran dolor fe lamentanza fera.

Ai suoi baroni allora sì dicia:

— Di scïenza è morto lo più valente,

Non credo che nel mondo il simil sia».

I moralisti del medioevo da tutti questi fatti traevano buoni insegnamenti; ed anche la fine di Virgilio, secondo una tradizione diversa, doveva istruire quanto sia fallace la scienza umana. Perocchè avendo promesso (dice) ad Augusto di fare che gli alberi portassero tre volte l’anno, ed insieme fiori e frutti maturi e acerbi, e che i vascelli rimontassero i fiumi, e si guadagnasse denaro colla facilità con cui si perde, e le donne partorissero coll’agevolezza con cui concepiscono, ed altre meraviglie, pensò tornar giovane per aver tempo a compierle. A un fedelissimo servo insegnò dunque che il tagliasse a pezzi, poi lo salasse in un barile, mettendo la testa sotto, e il cuore in mezzo, e altre avvertenze da fare nel massimo secreto, finchè egli si ravviverebbe. L’imperatore, inquieto della lontananza di Virgilio, fece tanto e tanto, che obbligò il servo a menarlo nel castello difeso da incantesimi, ove il poeta giaceva a pezzi: il che vedendo, e credendolo assassinato, egli uccise il servo. L’opera restò interrotta, e Virgilio più non rivisse.

Traverso alla mitologia del medioevo arrivò la conoscenza di Virgilio, come degli altri antichi, a Dante, il quale non seppe scegliersi guida migliore per giungere, fra i pericoli del mondo, a vedere le pene dei reprobi e le speranze de’ purganti, e fin alla cognizione delle cose superne e della verace beatitudine. Conformavasi egli alle credenze popolari allorchè facea dirgli, per niun altro peccato aver perduto il cielo, che per non avere posseduto la fede; e fa che Stazio rimanga convertito alla verità pel lume appunto venutogli dai vaticinj dell’egloga citata, sicchè dice a Virgilio:

... Tu prima m’inviasti

Verso Parnaso a ber nelle sue grotte,

E poi appresso Dio m’alluminasti.

Facesti come quei che va di notte,

Che porta il lume dietro, e sè non giova,

Ma dopo sè fa le persone dotte,

Quando dicesti: Secol si rinnova,

Torna giustizia e primo tempo umano,

E progenie discende dal ciel nuova.

Per te poeta fui, per te cristiano.

Purg., XXII.

Una bella e rarissima incisione di Luca d’Olanda rappresenta il poeta entro una corba, spenzolante a mezz’aria; e una femmina alla finestra vicina pare che inviti i viandanti a berteggiarlo.

Ad Amsterdam nel 1552 fu stampata Ene schone historie von Virgilius, von zijn leven, doot, ende van zijn wonderlike werken di hj deede by nigromantien, ende by dat Behulpe des Dugrels.

Görres, nei Volksbücher, ragiona a lungo l’istoria popolare di Virgilio nel medioevo.

Vedansi pure Genthe, Virgil als Zauberer in der Volkssage.

Siebenhaar, De fabulis, quæ media ætate de Publio Virgilio Marone circumferebantur.

Edelstand du Méril, De Virgile l’enchanteur.

Franciscus Michel, Quæ vices, quæque mutationes et Virgilium ipsum et ejus carmina per mediam ætatem exceperint, explanare tentavit. Un capitolo di questa tesi per laurea è intitolato: De scriptoribus medii ævi, qui quædam de magica Virgilii scientia retulerunt.