CAPITOLO XVII. La psicosi del genio nell'opinione dei popoli primitivi e selvaggi.

Del rispetto che gli Ebrei antichi avevano per i pazzi, tanto da confonderli con i santi, abbiamo una prova in quel passo della Bibbia, in cui Davide si finge pazzo, per sottrarsi alle insidie e alle uccisioni, ed il De Achis dice: "Non ho io abbastanza pazzi qui, che mi viene costui?" (I, Samuel, XXI, 15, 16). — Questo cenno è indizio della loro abbondanza e, sopratutto, della loro inviolabilità, dovuta certamente al pregiudizio comune ancora agli Arabi, ecc.; — del che prova sicura è l'usarsi che si fa alcune volte nella Bibbia della parola navì (profeta) in senso di pazzo e viceversa, come in sanscrito nigrata. Per es., Saul, che già prima dell'incoronazione aveva profetato improvvisamente e con tanto stupore dei circostanti, che ne nacque il proverbio: "Anche Saul è fra i profeti", divenuto re un dì, lo spirito divino malvagio (ruack eloim navà) pesò sopra lui... e profetava (qui impazziva) — vait navà — nella casa, e con una lancia cercò trafiggere Davide (I, Samuel, XIX, 9, 10, 23; Ricard Mead, Medic. Sacra, III). In Geremia, 29, 20 si legge: "Dio ti ha costituito sacerdote sopra i pazzi ed i profeti (vaneggianti e profetanti) per metterli in prigione". — E quando il figlio del profeta fu mandato segretamente a Jehu da Eliseò per cingerlo re, i compagni di questo, vedendolo uscire dalla casa, dissero: "Jehu, va ogni cosa bene? Perchè è venuto questo pazzo?" (mesugan). — E Jehu: "Voi conoscete l'uomo e il suo senno". — Ma essi dissero: "No, dichiarane schiettamente ciò che disse". — Ed egli: "Ei m'ha detto così e così"; così disse Dio: "Io ti ho unto re" (Re, II, cap. XI, v. 11, 12). — Ed essi, infatti, lo unsero re, il che prova che quel mesugan, pazzo, avesse tutt'altro che un triste senso ai loro orecchi. — Parrebbe che qualche volta venissero considerati i pazzi come profeti, per lo stesso errore per cui i profeti venivano da quell'empia plebe presi per insensati.

Il Kimchi commenta questo passo così: "Chiamavano i profeti per pazzi, perchè talvolta nell'atto del profetare si comportavano a guisa di pazzi — ed anzi uscian di senno —, come è detto di Saul quando profetizzò: "Si spogliò dei suoi abiti", e restavano insensibili ad ogni moto corporeo. — Altri li chiamavano così per dispregio".

Nel XVIII del primo dei Re vediamo 400 profeti delle selve e 450 profeti di Baal gridare come pazzi e tagliarsi le carni. — Nel primo di Samuele (XIX) pure vediamo torme di falsi profeti scorrere nudi pei campi, e, altrove, li vediamo fare atti sconci in pubblico, tagliarsi le mani, mangiare sterco, adire ai postriboli, vantandosene, ecc.


Ed altrettanto, accade oggidì fra gli Arabi e i Berberi, ecc.

Nell'opera colossale dell'Exploration scientifique de l'Algérie, Relat. di El Ajach, leggesi: "Le genti di Tripoli sono rinomate per la loro sincerità e per il gran numero di Medjdub" (p. 100); più oltre parlando d'uno di essi: "Egli era il migliore dei Medjdub, il suo djedjeb (convulsione), era energico" (pag. 130).

"Medjdubim — aggiunge il chiarissimo Berbrugger — si dicono li individui che, sotto l'influsso di speciali circostanze, cadono in uno stato, che rammenta esattamente quello dei convulsionari di S. Medardo. — Sono numerosi in Algeria, e si conoscono meglio sotto il nome di aicaovi od ammarim". — È pur credenza in Algeri che chi s'occupa di chimica, o magia (notate), senza il sacro permesso (idjaz), cada in pazzia (p. 78). Il Moula Ahmed nel suo viaggio tradotto nell'Explorat citata: "parla di Sid-Abdsallah il Medjdub, che portava la più felice influenza fra li hammis suoi concittadini, ladri e viziosi. — Restava 3 o 5 dì come un pezzo di legno, nè mangiava, nè beveva, nè pregava; poteva stare 40 dì senza dormire e finiva con una convulsione fortissima" (p. 278). — E parla più sotto di Sid-Abd-El-Kader, che vagava qui e là dimentico di sè e dei suoi, indifferenza che probabilmente dipende dal suo stato di santità.

Bisogna leggere il Drummond-Hay, per vedere fino a qual grado sia portato il rispetto per i pazzi nel Marocco e nelle tribù nomadi vicine. — "I Berberi dicono che mentre il corpo dei pazzi erra qui, Dio ritiene in alto la loro ragione prigioniera, e non la scioglie che quando pronunciare devono qualche parola; queste quindi si raccolgono come rivelazioni"[117]. — Egli stesso ed un console inglese furono in pericolo d'essere uccisi da uno di questi santi di nuovo conio, i quali, nudi, e spesso armati, mettono ad atto il più strano capriccio che loro cada in mente, e guai a chi ne l'impedisca.

Nei Kosa-Cafri il dottore vien nominato dopo una malattia mentale, durante la quale crede vedere le forze dell'acqua, della terra, del cielo, dei cavalli e si agita: i fatti sono esposti al capo, che, secondo l'importanza, ne approva o no la nomina[118].

Secondo Pananti (Viaggi in Barberia) i viaggiatori delle carovane adorano, consultano i pazzi, o santoni, cui tutto è permesso; uno di essi, con una corda, strangolava tutti quelli che venivano al tempio; un altro, in pubblico bagno, violò una donna maritata; e le compagne, con grida di gioia, se ne congratularono col marito.


Gli Ottomani[119] estendono ai pazzi la venerazione che hanno per i Dervisch, e credono siano meglio di tutti in rapporto con la divinità; e fino i ministri li ricevono con rispetto nelle proprie case. — Son detti Eulya, Ullah Deli (divini figli di Dio o, meglio, pazzi di Dio). E le varie sètte dei Dervisch presentano fenomeni molto analoghi a quelli della manìa. Ogni convento — continua il Beck[120] — ha una sorta di preghiera e di danza, o, meglio, di convulsione particolare. Alcuni fanno con il corpo movimenti laterali, o dall'avanti all'indietro, e vanno accelerandoli a mano a mano che progrediscono nella preghiera; movimenti detti Mucabeli (innalzamento della divina gloria). — Ovres Tenhhid (lode dell'unità di Dio). — I Kufaïs si distinguono fra tutti gli altri ordini per esagerazione di santità. I Kufaïs si tolgono il sonno o dormono con l'acqua ai piedi, digiunano settimane. Cominciano il canto di Allah, avanzandosi col piè sinistro, e col destro facendo moti rotatori, mentre si tengono l'uno all'altro per l'antibraccio; poi vanno avanzandosi sempre più, alzando la voce ed accelerando la danza e gettando le braccia sulle spalle dell'altro, finchè spossati, sudanti, con occhio moribondo, e bianchi di fisonomia, cadono nella sacra convulsione (haletk); in questa religiosa manìa costoro subiscono le prove del ferro rovente, e, quando il fuoco vien meno, si tagliano con le sciabole e con i coltelli le carni.


In sanscrito devoto, pellegrino sacro — nigrata — equivale a pazzo. Nelle sètte religiose dell'India è esaltata l'intelligenza, la prudenza, la forza, la generosità e la devozione dei pazzi; parecchie sètte è dubbio assai se, meglio che produttrici di pazzi, ne siano state prodotte.

Ma per conoscere a qual grado giungesse un tempo la venerazione dei pazzi e insieme come nulla siasi cangiato su questo rapporto anche nell'India moderna, basti l'osservare esservi ancora due milioni di mendicanti religiose e, senza i Buddisti, quarantatrè sètte che mostrano particolare zelo al loro Dio or bevendo urina, or camminando sulle punte delle pietre, ora restando immobili varî anni innanzi ai dardi del sole, ora rappresentandosi corporalmente nella fantasia l'immagine del Dio e offrendogli pure in fantasia preci, fiori e vivande[121]. Gli Yogi son riguardati i più perfetti in santità — grazie alla yoga, o congiunzione con Dio, che s'ottiene fissando lo sguardo sulla punta del naso o sull'ombilico, dominando i sensi in modo da non avvertire sensazioni esterne, ossia cadendo in trance ipnotica.

La venerazione per molti pazzi si intravvede, del resto, dalle opere stesse dell'antichissima medicina indiana, compendiate dal T. A. Wise nel suo Commentary on the Indu System of Medicine, nel quale sono registrate sedici forme di frenopatìe, fra le quali fan capolino la nostra lipemanìa, la nostra manìa ambiziosa, la manìa omicida, la paralisi progressiva degli alienati e chiarissima si distingue la demonomanìa, con la tendenza a mordere, con le anomalìe di moto, con l'antipatia per le cose sacre, o con l'inclinazione a parlare una lingua antiquata e sacra, e ad occuparsi esclusivamente di riti, fenomeni comuni ai nostri demonomani.

Quello però che più desidero si noti è l'importanza, l'ammirazione che si tributava ad alcune forme di pazzia, nel tempo stesso che il medico sembra pur riconoscerle come malattie. — Le otto specie di demonomanìa portano i nomi degli otto principali numi delle Indie; per esempio:

Deva-grâha. — La persona posseduta da questi buoni genî è contenta, ama la nettezza e s'inghirlanda di fiori sacri; s'abbandona raramente al sonno, ed è inclinata a parlare sancrito, forte, occhi fissi e vivaci; amata e consultata dai Bramini, si conforma strettamente ai loro precetti, segue le cerimonie ed attende ai costumi ed ai riti degli antichi;

Asura-gräha. — L'ossesso degli Asura (tristi genî nemici ai Deva) parla male dei Deva, critica la condotta dei Bramini; ghiotto, pericoloso spesso ad altrui;

Gantharva-grâha. — È gaio, ama abitare nelle isole; canta e parla poco, ma bene; ama e s'adorna di fiori; è adoperato come corista nei templi;

Yakscia-gräha (Yakscia, genî dei giardini e tesori sacri). — I colpiti hanno profonda intelligenza, ecc.

Ed ora veniamo ai popoli selvaggi o quasi selvaggi:

I Batacki, quando un uomo è posseduto dal cattivo genio, lo rispettano profondamente e lo riguardano come un oracolo.

"Mi si mostra — dice un viaggiatore — con rispetto una ragazza, detta figlia del demonio, perchè il padre è pazzo. Essa è sempre visitata dai cattivi genî, e quindi tutte le sue volontà sono eseguite"[122].

Dei Nias il Modigliani[123] nota che si scelgono a maghi o medici (Ere) quelli colpiti da qualche speciale deformità, quantunque essi delle deformità siano massimi disprezzatori; sopratutto scelgono quelli che i genî (Bela) fanno diventare ad un tratto pazzi, dimostrando in questo modo di sceglierli a loro intermediari; allora li fanno fuggire dal villaggio per raggiungere le loro dimore sugli alberi; e quando i compaesani ve li scorgono appollaiati, ne li strappano giù, li consegnano al capo-mago, che li istruisce per quattordici giorni, durante i quali debbono banchettare tutto il villaggio e i maestri, ma, a loro volta, per tutta la vita ne sono lautamente mantenuti, sicchè molti fingono la pazzia per conseguire il fruttuoso onore.

In China l'unico cenno di pazzia venerata è in quella sola sètta chinese, che trascendeva allo spirito fanatico di religione. — I seguaci di Tao[124] "credono agli ossessi, e si affaticano a raccogliere dalla bocca dei pazzi il futuro, credendo che l'ossesso, a parole, dichiari il pensiero del dèmone". Io credo fermamente, sebbene troppo manchino i documenti, che in China dominò da molto tempo una civiltà, la quale infrena con tremendo vigore alcune passioni, e ne annulla quasi alcune altre.

Ma, venendo ai tempi recenti, attuali, tutti sanno come la China parecchi anni fa fosse travagliata da una poderosa insurrezione, che contava 400 mila guerrieri ed occupava 30.000 miglia quadrate di terreno. Questa insurrezione vestiva colore nazionale indipendente, e, ciò che è ben istrano, religioso, inaugurando nuovi riti, analoghi ai cristiani. Io dissi strano, perchè, meno la sètta di Tao, niuna opinione religiosa ebbe mai tanta forza in China da produrvi proseliti e fanatici, e quindi matti.

Ora doppiamente è curioso il conoscere come quella rivoluzione fosse dovuta ad un concetto delirante di tale che, certo, fu pazzo, e che, come accade specialmente fra popoli incolti, propagava la sua propria forma d'alienazione, quasi per contagio, ad una sètta intera.

Hang-Sion-Tsiuen nacque nel 1813 da povero colono; allo scuole, malgrado il vivacissimo ingegno, spesso fallì nell'esame. A 16 anni, tanta era la povertà paterna, dovette abbandonare gli studi e ritornare ai campi ed ai bufali; se non che la carità dei suoi compaesani qui gli venne in aiuto, ed eletto a precettore del suo villaggio, potè riprendere il corso interrotto degli studi. Si presentò due volte, nel 1833 e nel 1837, a Canton e a Pekino, agli esami di baccelliere; ma anche là, per due volte, venne respinto, e n'ebbe sì forte dolore, che per poco impazziva; s'ammalò gravemente e subì strane allucinazioni. Ma qui, prima di procedere oltre, conviene notare il fatto seguente: Stando egli a Pekino per la bisogna degli esami, si ebbe per le mani alcuni libri cattolici di devozione, scritti in chinese: uno fra gli altri che aveva a titolo: Buone parole per l'esortazione del secolo, cui egli allora trascorse leggermente, come preoccupato ch'egli era, ma seco recò nel ritorno. Ora, fra le allucinazioni di quei tristi giorni, egli n'ebbe una curiosa a sapersi: si credeva, cioè, trascinato in superbo palanquin da un certo numero di uomini, che suonavano musicali strumenti, ed il conducevano lontano, lontano, in mezzo ad un'assemblea di venerandi vegliardi.

Uno fra questi, vestito di tonaca nera, maestoso d'aspetto, gli venne incontro e gli strinse la mano; poi, piangendo sull'ingratitudine degli uomini, che da lui creati, offrivano doni ed olocausti al demonio, gli consegna una spada, con cui gli ordina di esterminare gli adoratori del diavolo.

Sotto l'influenza di quest'allucinazione egli corse dal padre, dicendogli come il vecchio di lassù gli ordinava di esterminare i falsi credenti, e come tutti gli uomini a lui dovevano inchinarsi e portargli i loro tesori. Il povero padre lo credè matto, e pensò che ne fossero causa i maligni spiriti, che molestassero le ceneri degli avi e quindi influissero sul suo cervello, come è credenza del volgo chinese e più del nostro.

Questo delirio continuò quaranta giorni, durante i quali sembravagli vedere un uomo di mezza età, che l'accompagnava nelle sue corse contro i maligni genî, e s'agitava furioso, menando la spada per l'aria e gridando: "Uccidete! Uccidete!", finchè, stanco di gridare e di agitarsi, ricadeva sul suo letto e si assopiva; altre volte invece diceva d'essere l'imperatore celeste della China, e tutto ringalluzzavasi quando i visitatori acclamavanlo, per celia, con questo titolo.

Molti lo venivano a vedere, e gli appiccicarono, invece, il sopranome di pazzo, che gli restò per molto tempo. Il delirio poi cessò;, egli tornava alle sue umili funzioni di precettore, ed ai tentativi, per la terza volta falliti, di ottenere la laurea.

Un giorno ei si mise a percorrere quel tale libricciuolo cattolico: Buone parole, ecc., già avuto a Pekino, e, rileggendolo, gli parve di trovarvi la chiave delle sue allucinazioni. L'uomo vecchio a tonaca nera era Dio; l'uomo di mezza età era Gesù Cristo, ecc. Egli allora si riconfermò nelle sue idee, così che fecesi battezzare da un compagno, rovesciò la statua di Confucio, e, trovato qualche vicino che gli credette, fondò una sètta che si chiamò degli "adoratori di Dio".

Egli poi, pieno del nuovo entusiasmo, si recò dal missionario Roberts e studiò con lui due mesi, onde ottenerne la comunione ed il battesimo regolare cristiano; ma anche il missionario, come il dispensatore delle lauree, nol trovò abbastanza degno di ricevere il battesimo.

Allora ritornò ai suoi adoratori; ma fu perseguitato dall'autorità e dovette fuggire e restar nascosto sette anni; la persecuzione, come accade, aumentò i proseliti.

Costoro divagavano in teorie teologiche, ma tutti erano d'accordo nella necessità di distruggere le immagini e nel battesimo, il quale consisteva in una spruzzatura d'acqua sul capo del neofita, che poi beveva un thè e giurava di non adorare più idoli.

Durante la fiera persecuzione del Governo chinese, molti di questi sèttari ebbero allucinazioni, estasi o convulsioni. Un povero uomo, detto Hang, andava più degli altri soggetto a questi accessi, durante i quali s'intratteneva in colloqui col Dio padre. Un altro, che fu poi generale, Siau, riceveva invece rivelazioni dal Dio figlio, che gli apprendeva a guarire tutti i mali ed a scoprire, a colpo d'occhio, i malfattori.

Pare che a queste allucinazioni dei suoi seguaci il capo Hang-Sion-Tsiuen prestasse pienissima fede; però, quando quelle poco gli convenivano, egli trovava che le erano ispirate dai dèmoni e le annullava.

Con quell'ingegno, che spesso è compagno, spesso effetto di certe manìe, in ispecie ambiziose, il nostro Hang-Sion-Tsiuen seppe approfittare delle persecuzioni; e, parte valendosi della tattica nuova appresa dagli Europei, parte della poca destrezza dell'armata imperiale e dell'odio nazionale dei Chinesi contro i Tartari, si fece sempre più potente, e nel 1850 realizzò la sua allucinazione e s'intitolò e fu imperatore Tin-Ouang (re Celeste), e re divennero i suoi due matti accoliti.

Spiegò egli, dopo, molta abilità tattica e politica, rendendo gli esami eguali per tutti, modificando antiche leggi assurde, obbligando tutti a giurare ed osservare i dieci comandamenti Mosaici, ma non sì però che non si intravvedesse qualche lampo di manìa in mezzo alla molta astuzia ed abilità; per esempio, in un impeto furioso feriva la moglie, che già gli era carissima, e fece morire i suoi diletti accoliti e profeti; volle introdurre massime di comunismo, doppiamente assurde in una terra così devota alla proprietà come la China; diffuse, con strana insistenza, mistiche utopie, esagerate fino all'omicidio.


Nel 1863[125] 1000 individui furono presi a Madagascar dal Riamaningure (tensione), che obbligava a danzare continuamente: i soldati si staccavano dalle file, i capi, che volevano frenarli, finivano per imitarli. Provavano crampi dolorosi al capo, allo stomaco, poi convulsioni, in cui vedevano l'ombra della regina morta, minacciavano il re e correvano come indemoniati, saltando e gridando. Il male si propagava per imitazione. Durò quindici giorni; nessuno tentò punirli, tanto coloro erano considerati come sacri.


Nell'Oceania, a Tahiti, chiamavano Eu-toa una specie di profeta, cioè posseduto dallo spirito divino. — Il capo dell'isola diceva che egli era un uomo cattivo (taato-eno). — Diceva Omar (l'interprete) che questi profeti sono una specie di pazzi, di cui alcuni negli accessi non sanno più niente, e dopo non si ricordano di quello che fecero[126].

"Nell'arcipelago Vidi vi hanno parecchi casi di follìa, ma chi vi diviene folle (probabilmente furioso) vi è strangolato"[127]. — Nell'isola Lefonga vi aveva una donna che perdette la ragione, in seguito alla morte di un figlio offerto in sacrificio. Finau, il capo, ordinò al prigione inglese Marina di ammazzarla[128].

Nel 1862 tra i selvaggi della Nuova Zelanda si andò formando una nuova religione. Il fondatore ne era un certo Horopapera, già stato pazzo molti anni; il che gli giovò invece, perchè i Maori venerano i pazzi e li credono ispirati.

Essendo naufragato un bastimento inglese, fece il possibile per impedire il massacro ed il saccheggio; non riuscitovi, divenne di rabbia delirante e allucinato. Si credè in relazione coll'arcangelo Gabriele, che gli insegnava una nuova religione di pace. Onde, fervendo le guerre fra le tribù, egli predicava la tregua, la pace; fu favorito sulle prime dagli Inglesi, ma, poco dopo, egli fece bruciare la Bibbia, cacciare i missionari, tollerando solo gli Ebrei, dai quali pretendeva discendessero i Maori; sicchè i sacerdoti furono chiamati Jeu. Pretendeva far miracoli, slegandosi dalle corde in cui l'allacciavano; ma, volendo guarire il figliuolo, lo ammazzò, e, conducendo i suoi sotto un forte inglese, li fece mitragliare tutti.

Ciò malgrado, divenne il Pietro Eremita di una insurrezione contro gli Inglesi. "Il Pakeca, lo straniero — gridava egli con mille gesti come un ossesso — è un mostro, un serpe che morde chi lo nutre; è tempo di distruggerlo..."; e poi ipnotizzava i neofiti, facendoli rapidamente girare intorno a sè stessi o intorno ad un palo, finchè cadevano sbalorditi e come pazzi; gridavano come cani, si sodomizzavano in pubblico, bevevano il sangue umano, prendevano dei crani inglesi e volevano farli parlare[129].

Lamberto Loria mi annunzia da Yrupara (Nuova Guinea) l'esistenza di epidemia isterica fra le donne, che la popolazione attribuisce agli spiriti dei morti vaganti sugli alberi, spiriti che essi pregano di discendere per guarire i malati.


Ora veniamo all'America, in cui l'autorità di Humboldt ha trascinato a negare la pazzia nei selvaggi, e a farne capo per le strane teorie sull'influenza della civiltà.

Schoolcraft in quel colossale zibaldone che egli intitola: Statistical and Historical Information of the Indian Tribes, dice: "Il rispetto (regard) pei pazzi è un tratto caratteristico delle tribù indiane del Nord, ed anche in quelle dell'Oregon, che passano per le più selvaggie. Nella tribù di quest'ultimo v'era una donna che manifestava tutti i sintomi della follìa, cantava in guisa bizzarra, regalava a tutti le coserelle che possedeva, e si tagliuzzava le carni, quando le si rifiutasse d'accettarle. Gli Indiani la trattavano con grande rispetto"[130].

V'erano nel Perù, oltre i sacerdoti, le vergini sacre, ecc., dei maghi o profeti d'un ordine secondario, che improvvisavano profezie (dette Hecheloc) in mezzo a convulsioni e contorsioni terribili, e questi erano venerati dal popolo e sprezzati dal ceto più colto[131].

I Patagoni[132] hanno delle maghe e medichesse che profetano in mezzo ad accessi convulsivi; possono essere eletti al sacerdozio anche uomini, ma devono vestire come le donne, e sempre devono aver mostrato, da giovani, particolari disposizioni. — Gli epilettici vi sono eletti di diritto, perchè possedono lo spirito divino.

Nei Caraja, nel Brasile, diventa medico chiunque sia nato o divenuto epilettico, nervoso, disposto dunque alla nevrosi dalla natura[133].

Nei Bilcula del Canadà Dio fa cadere i futuri medici in malattia, durante la quale cantano una formula scongiura, di cui debbono tenere il segreto, e allora diventano medici[134].


J. G. Kiernan dimostra[135] la relazione della pazzia col genio nei popoli nomadi della Mongolia.

I fenomeni presentati dai preti fetici, Shaman, sono talmente simili all'epilessia, per i loro furori e le loro visioni, che i due stati vennero lungamente confusi sotto il solo nome di malattia sacra. È sempre stato creduto che essi fossero dovuti a qualche influenza soprannaturale benigna o maligna, secondo che si procedeva poi a placarla o a scacciarla.

Nei Zulù, Begnana, Giapponesi[136], nei Walla-Walla, nei Sahaptin la professione di medico è ereditaria. I padri, però, scelgono alcuni figli, cui anche dopo morte si pretende dar consigli, e così nei Sciamani siberiani.

In certe tribù siberiane[137] la virtù medica, la forza sciamana, viene addosso d'un tratto come una malattia nervosa; essa si manifesta con debolezza e tensione dei membri, tremori e poi grida inarticolate, febbre e accessi convulsivi, epilettici, finchè i colpiti cadono insensibili; poi toccano e mandano giù ferri infuocati, aghi senza alcun danno; diventano deliranti, finchè all'improvviso prendono il tamburo magico e cominciano a sciamanare: dopo si calmano. Se trovano opposizione al loro profetare, diventano stupidi o pazzi furiosi.

In altri popoli della Siberia è una singolarità il nascere gemelli, e questi sono scelti a maghi.

Nei Diujeric del Sud-Australia diventano medici quelli che vedono da bambini il diavolo, il che provoca in essi sogni paurosi, come incubi.