CAPITOLO XVI. La pazzia del genio secondo i pensatori antichi.

Contro coloro che apprezzano una dottrina in ragione della sua antichità, e per questo, appunto, sdegnano la dottrina della psicosi del genio come infetta da troppo audace modernità, o come frutto dello scetticismo scapigliato della età nostra, mi gioverà dimostrare, coll'aiuto del dotto ellenista Bersano[93], quanto quelle conclusioni fossero accette persino all'antichità classica presso coloro, dunque, che noi siamo avvezzi a venerare, fin anche quando sbagliano; e come furono, anzi, accolte concordemente dalle due scuole opposte di Grecia: dalla positivista di Aristotele, come dalla spiritualistica di Platone, ai quali nessuno ebbe il coraggio di voler appioppare che inventassero o favorissero tali dottrine per invidia dei grandi loro contemporanei o dei loro... antenati, come da mediocrissimi o ignorantissimi critici si pretese susurrare oggidì.

Cicerone in una notevole pagina[94] si fa l'eco delle discussioni che negli ultimi tempi della Repubblica romana commossero le anime timorate dei sacerdoti e degli àuguri, come ora dei sullodati critici. In questa pagina, che tocca la questione del presentimento del futuro, egli, prendendo il suo coraggio a due mani, combatte Aristotele, che rappresenterebbe l'indirizzo seguito dalla mia scuola, in nome del pregiudizio, del senso comune, della religione.

Aristotele[95], infatti, aveva notato — e l'osservazione è ora stupendamente riconfermata dagli studi sull'ipnotismo e sul mediumismo — che la facoltà di presagire il futuro è spesso dovuta, più che ad una speciale forza dello spirito, ad una speciale debolezza del corpo. Al che Cicerone[96] oppone energicamente: non avere noi il diritto di attribuire ai frenetici, piuttosto che ai cardiaci o ad altri ammalati qualsiansi, questa che è divina prerogativa di uomini, non fisicamente deboli e degenerati, ma di animo eletto e puro: all'affermazione di Aristotele, fondata sull'esperienza, egli oppone — proprio come i miei critici — la pura e semplice sua convinzione che rifiuta di prendere in esame i fatti; anche qui appare la poca consistenza di Cicerone nel campo del pensiero speculativo; tra l'acutezza di osservazione, che ha fatto di Aristotele uno dei più grandi pensatori umani, e la leggerezza di Cicerone, quanto immenso è il divario! (Bersano).

Nè questo è l'unico punto di contatto tra il pensiero di Aristotele e quello della mia scuola.

Già Aristotele aveva cercato, nell'esame della costituzione psico-fisica degli eroi e dei poeti nazionali della Grecia, le ombre che, anche nella sua mente, accompagnano la grande luce del genio. Il passo è nei Problemata, sect. XXX.

In questo passo è pure notata l'importanza dei fenomeni epilettici nel genio. Bersano, anzi, vi trova la conferma di un'opinione che già io avevo timidamente avanzata, secondo cui fin dai vecchi pensatori l'epilessia era posta in relazione col genio artistico e religioso, avvertendo però che in questo passo di Aristotele è usata la parola melanchonia e melanchonicoi, per indicare tutta quella serie di fenomeni patologici che, fatta ragione delle diverse spiegazioni della medicina antica e moderna, ora sono compresi sotto il nome di nevrastenia e nevrastenici.

V'ha di più: nel primo problema della sezione XXX Aristotele stabilisce nettamente, senza più discutere, da tutta una serie di fatti esaminati, che: "gli uomini superiori nel campo filosofico ed in quello politico, in quello poetico e nell'artistico sono tutti per temperamento melanchonicoi", ed alcuni in grado tale da andar soggetti a quelle malattie che — continua Aristotele — provengono dalla atra biles, e che noi invece ora diremmo nervose. Aristotele ricorda così Lisandro, epilettico ed eroe, e l'eroe nazionale degli Elleni, Eracle, da essi circonfuso di così alta idealità religiosa ed umana; da lui appunto pensa Aristotele che "gli Elleni siano partiti per chiamare malattia sacra l'epilessia"[97]; il che fa intravvedere — scrive ancora Bersano — che nella coscienza stessa, se non del popolo, almeno di qualche pensatore greco, l'epilessia era posta in relazione con alcuni dei più elevati fenomeni dello spirito, specialmente col genio artistico e religioso, e col coraggio degli eroi, per cui fu detta anche male eroico.

Dopo Eracle, esamina Aristotele altri due eroi mitici, Aiace e Bellerofonte. Del primo ricorda solo che diventò affatto forsennato, e passa oltre; la figura di Aiace, pazzo, giganteggiante nella tragedia sofoclea, dovendo essere impressa nell'animo di tutti i Greci. Pel temperamento di Bellerofonte egli trova un dato prezioso in Omero: l'amore morboso per la solitudine. Infatti Omero canta che, caduto Bellerofonte in odio agli Dei tutti, errava, solo, per la pianura di Aleia, struggendosi nell'anima sua e sfuggendo le orme degli uomini[98]. — Questi sono i tre esempi tipici che egli cita, soggiungendo che ad essi si potrebbero aggiungere quelli di molti altri eroi.

Dagli eroi nazionali passa ai filosofi. Qui ricorda, tra i più vicini a lui, Empedocle, Platone, Socrate ed altri molti illustri, senza indugiarsi su questi, il cui temperamento doveva essere ben noto ai suoi contemporanei.

La stessa osservazione egli estende ai poeti, dei quali la maggior parte — egli dice — fu soggetta alle malattie che da tale disposizione fisica provengono; mentre gli altri hanno evidentemente un temperamento proclive a tali malattie, tanto da permettergli l'affermazione che tutti, per così dire, i poeti hanno un temperamento morboso.

Questi i fatti che Aristotele afferma, con quella sicurezza che ora si direbbe scientifica; il problema che egli si posa, riguarda anzi non questo fatto, ma le sue cause; perciò egli ricorda i varî effetti che il vino ha sul temperamento degli uomini, rendendoli dapprima ciarlieri, poi coraggiosi, energici; indi violenti, furiosi, infine pazzi. Molti di questi effetti coincidono con altrettante forme di melanchonia; però, mentre il vino muta il carattere solo per breve tempo, invece ad ognuna di queste situazioni che apparivano temporaneamente come effetti del vino, corrispondono altrettanti temperamenti, che ci presentano questi caratteri, stabilmente, per tutta la vita.

Egli nota, nella loro melanchonia, la tendenza alla libidine; ne distingue poi due gradi principali, a seconda che le forme patologiche sono determinate dalla bile nera fredda o calda; quindi da una parte la paralisi cerebrale, l'intorpidimento intellettuale, gli scoraggiamenti, le paure; dall'altra le gioie dell'arte, le estasi, ecc. Agli esempi già addotti prima egli aggiunge l'esempio di un tal poeta siracusano, Maraco, che era migliore poeta quando era fuori di sè, e il caso assai più significativo delle Sibille e delle Baccanti.

Osserva pure che alcuni dei meno spiccati fenomeni di nevrastenia geniale sono, in qualche modo, comuni a tutti; così la gioia ed il dolore, in cui spesso noi cadiamo senza ragione plausibile; del resto, anche per lui, dei temperamenti melanchonicoi infinita è la gradazione, come infinita è la varietà dei fenomeni che presentano, spesso opposti, ed irriducibili ad unità[99].

Nè differente dall'aristotelica è l'opinione di Platone sul genio[100].

Quattro forme della pazzia data dagli Dei enumera Platone nel Fedro; egli corre col pensiero alle sacerdotesse di Delfo e alle profetesse di Dodona, alle Sibille e a tutti quelli che, non già con l'abilità umana, ma per diretta ispirazione della divinità, hanno veduto nel futuro e recato tanti beni alle famiglie ed agli Stati dell'Ellade, ed osserva che nessuno di questi beni fu apportato se non da chi era in istato di follìa.

Indi, passando all'arte: "Viene terzo l'invasamento o la follìa che parte dalle Muse, che, occupata l'anima tenera e intatta, scotendola e concitandola, e con canzoni e con ogni altro genere di poesia, infinite gesta degli antichi, adornando, educa i posteri. Ma chi senza la follìa delle Muse giungesse mai alle porte della poesia, persuaso di poter per arte diventare un sufficiente poeta, male opinerebbe; la poesia del saggio, a fronte di quella dell'invasato, svanisce"[101].

In tutta l'opera sua Platone considera sempre l'artista come un incosciente, invasato dalle Muse, che nulla sa della bontà e della verità di quanto dice. Nelle Leggi (719 a. C.) afferma essere opinione da tutti accolta, che il poeta, quando siede sul tripode delle Muse, è fuori di senno e paragonabile ad una fonte che lasci sgorgare lo zampillo d'acqua, che continuamente esce; ed anche sostiene (801 a. C.) che non tutti i poeti sono atti a discernere il buono dal cattivo. Giudizi severissimi sulla grande arte greca si trovano continuamente nella Repubblica e nelle Leggi, tali che hanno riscontro solo nella critica che all'arte moderna fece L. Tolstoi.

I poeti, come tutti quelli che sono fuori di senno, secondo lui, debbono essere sottoposti a tutela; quindi ai legislatori il còmpito di fissare la materia che l'artista deve trattare ed i cànoni d'arte che nessuno, per quanto valente, possa violare; chè, anzi, quanto maggiore è la bellezza artistica della loro creazione, altrettanto grande è la responsabilità morale degli autori ed il pericolo che essi giungano, glorificando le umane passioni, ad insinuarle, a suggestionarle, col mezzo dell'arte, nell'animo degli uomini.

Alludendo appunto a questo passo di Platone, Cicerone nella De divin. ricorda[102] che tanto Platone quanto Democrito hanno dichiarato nessun grande poeta poter esser tale senza pazzia; "chiamiamola pure con Platone pazzia — egli poi commenta —, a patto però che una tale pazzia sia lodabile quanto è lodata da Platone nel Fedro".

Il passo di Platone, a cui Cicerone si riferisce qui, è il noto luogo dello Ione, in cui stabilisce "che fa opera vana il poeta che si accosti alle Muse, senza essere invasato e fuori di senno".

A questo passo dello Ione si ricongiungono altri passi di Luciano e di Seneca. Secondo Luciano[103], è necessaria una buona dose di pazzia a chi osa picchiare alle porte delle Muse. Così pure Seneca[104], riferendosi a Platone, osserva che inutilmente le persone ragionevoli, ammodo, picchieranno alle porte del Parnaso (Frustra poëticas fores compos sui pepulit).

Quanto al Fedro, Cicerone pure nota come Platone vi svolga la teoria per cui il genio artistico è una esaltazione dello spirito, una vera e propria forma di pazzia data dagli Dei a benefizio degli uomini. Nel Simposio (che in base a criteri stilistici e logici si crede anteriore al Fedro) Platone aveva collocato i poeti in luogo onorevolissimo accanto ai legislatori, Omero ed Esiodo accanto a Licurgo e Solone; nel Fedro invece li colloca tra i ginnasti e gli indovini, tra quanti sono da natura forniti di attitudini speciali agli altri negate; e col Fedro e con la Repubblica incomincia un nuovo modo di considerare i poeti, e, conseguentemente, un nuovo modo di valutarne la funzione sociale. Convinto che solo ai filosofi spetti per natura la direzione degli spiriti, egli, nella Repubblica, loro affida una rigorosa sorveglianza sulla materia cantata dai poeti; ed è ben rigida la tutela che egli impone a questi, quasi a uomini fuor di senno, capaci ad un tempo dei massimi beni e dei massimi mali verso la società[105]. E mentre, negli ultimi anni di sua vita, si riconciliò con Atene e cogli Ateniesi, con i poeti non si riconciliò mai.

Importantissima è in proposito l'idea che si fa Platone della divinazione o mantea, che definisce la traduzione spontanea, per mezzo della parola, delle immagini incoscientemente percepite dalla parte più grossolana della psiche, con che precede Sergi, Renda e sopratutto Myers, che interpreta i fatti medianici con la coscienza subliminale.

In un passo di Cicerone, riferito da Clemente[106], noi troviamo ricordato, insieme con Platone, Democrito, in modo da farci supporre che le idee di questi fossero non meno esplicite delle Platoniche. In esso, però, si dice solo che belle sono le cose che il poeta scrive, quando è trascinato dall'entusiasmo e da un soffio divino.

L'affermazione di Cicerone sarebbe però avvalorata da un passo notevole dell'Arte poetica di Orazio (v. 295-306), quando ricorda che siccome Democrito aveva insegnato che il genio artistico è sempre accompagnato dalla pazzia, e che chi è dotato di temperamento affatto equilibrato e sano di mente non sarà mai poeta, così molti poeti del tempo suo cercavano, col lasciarsi crescere le unghie e la barba, con la ostentata ricerca della solitudine e con mille altri strani atteggiamenti, di acquistarsi la fama di strambi, per essere così più facilmente creduti grandi artisti[107].

Orazio, che pure altra volta aveva chiamato l'estro poetico amabilis insania, sapendo di essere grande poeta, non fa molto buon viso all'idea di Democrito, e ironeggiando soggiunge: "Oh! lo stolto che io sono, che ogni anno, alla primavera, mi purgo la bile! Nessun altro poeta canterebbe cose più belle di me! Ma non vale la pena — continua — di comperare la bacca di alloro a prezzo della propria salute mentale". Orazio pensa con rimpianto ironico ai bei canti che avrebbe dettato se fosse stato meno equilibrato di mente, e si consola osservando che al postutto, se non potrà essere grande poeta, sarà critico d'arte, e farà come la cote, che, inetta a tagliare, ne rende capace il ferro (Epist., 2, 3).

Qualunque sia la fonte da cui Orazio attinse quest'opinione di Democrito sulla relazione tra l'ideazione geniale e la follìa, ad ogni modo questa affermazione di Orazio, combinata con quella di Cicerone, ha un grande valore. Democrito sta all'incirca all'epicureismo nella stessa relazione in cui Eraclito sta rispetto allo stoicismo; è generalmente classificato tra i pensatori presocratici; sarebbe, infatti, vissuto tra il 460 e il 370, all'incirca, prima di Cristo. Probabilmente il Fedro fu scritto quando Democrito ancora era vivo, forse negli ultimi anni della sua vita, verso il 379 avanti Cristo, secondo almeno l'opinione del Lutoslawski[108], fra tutte la più accettabile: A. Bersano[109] ammette tra i due pensatori anche una relazione più diretta, oltre a quella indiretta creata dalle opinioni popolari e dallo spirito del tempo.


Ebrei. — Un'opinione analoga sul genio dominava negli antichi Ebrei. Nel Minnaghoth del Talmud si legge: "Dice il rabbino — a proposito di Aleazaro —: è un genio, venite a vederlo; esso è genio anche perchè i suoi antenati lo erano pur essi. E i rabbini vennero a vederlo; e trovarono... un alienato"[110].


Campanella. — Tommaso Campanella, nella Città del Sole, fa che i cittadini di questa, progrediti straordinariamente, come sarebbe da noi nell'anno 2000, siano molestati eccessivamente dal morbo sacro, "malattia questa che è indizio di non ordinario ingegno ed andaronvi soggetti uomini i più celebri: Ercole, Sisto, Socrate (?), Callimaco, Maometto".


G. B. Belli, l'arguto calzolaio e letterato fiorentino, già console della Crusca e dichiaratore della Divina Commedia, nei Capricci del bottaio scriveva: "Sappi, Giusto, che ogni uomo n'ha un ramo... Io ti vo dire ancora più là: che tu troverai pochi uomini al mondo che abbiano lasciato fama, che se tu consideri bene la vita loro, non abbiano qualche volta portato il ramo loro scoperto; ma perchè egli è riuscito loro ben fatto, ne sono stati lodati"[111].


E Valerio Da Pos, il contadino-poeta agordino, ancora più chiaramente scriveva:

"Ben posso dir che sotto la berretta

Mi sento un brulichìo di tratto in tratto,

Per cui convien che a poetar mi metta.

Allora corro al calamaio e ratto

Scrivo così come la penna getta;

Ma non so dir s'io sia poeta o matto"[112].


Muratori[113], nel Trattato della perfetta poesia italiana, dopo aver parlato della poesia in generale, viene anche a dire della natura dei poeti, seguendo Aristotele: "Coloro che dalla Natura son destinati a divenir poeti, ed hanno da lei ricevuto inclinazione, e vera abilità a quest'Arte, ordinariamente sono di temperamento focoso, svegliato e collerico. La lor fantasia è velocissima, e con empito raggira le Immagini sue. Son pieni di spiriti sottili, mobili e rigogliosi. E perchè l'umor malinconico acceso dal collerico, secondo l'opinione di alcuni, suol facilmente condurre l'uomo al furor poetico, perciò negli eccellenti Poeti suole accoppiarsi l'uno e l'altro umore in gran copia, e formare in tal maniera il temperamento loro" (libro III, cap. II)[114].

E altrove: "È necessario che i Poeti sieno vivacissimi, che l'Anima loro sia rapita, quando uopo il richiede, dal furore e s'avvicini in certa guisa all'Estasi, ed all'astrazion naturale per non dire alla Manìa"[115].

Infine conchiude che: "dalla malinconia, madre delle Chimere, son renduti i Poeti, sospettosi, astratti; e alle volte non sono stati lungi dall'essere creduti pazzi e furiosi, come sappiamo che avvenne al Tasso nostro, e per relazione d'Aristotele anche a Marco Siracusano, e ad altri poeti".


Quadrio[116], nella sua Storia e ragione d'ogni poesia, lib. I, Bologna, 1739, ha vagliato sottilmente la questione della natura del genio per quanto riguarda i poeti, valendosi della fisiologia e dell'anatomia dell'età sua. Egli dimostra l'influenza dell'aria (i moderni la dicon clima) sulla creazione poetica: "Non è senza ragione che tra le cose, le quali aiutano l'attitudine alla Poesia, l'aria occupi il primo posto... Dimostracisi ogni giorno questa verità da diversi umori, e da differenti caratteri che han le persone di diversi paesi. Il Cielo crasso di Tebe faceva gli abitatori stupidi; quello di Abdera li faceva rozzi; quello di Theman prudenti; quello di Atene acuti. Bisogna, adunque, che il Cielo, sotto il quale si vive, sia in primo luogo d'ogni aura corrotta purgato e sgombro... ma conviene ancora che l'aria non sia nè troppo calda nè troppo fredda, ma piuttosto inchinevole al dolce, ed al temperato... finalmente è uopo, come bene insegnò Ippocrate, che l'aria, dove si abita, sia a frequenti mutazioni soggetta: perchè la perpetua egualità de' tempi, rendendo dal lungo uso rintuzzato per pigrezza il caldo, rende ottusi gl'ingegni: dove per lo contrario la predetta variazione dell'aria, per nevi, pioggie e venti, cagionata, agitando e scotendo sovente il sangue, contribuisce non poco a tener purgati e vivaci gli umori e gli spiriti. L'Italia e la Grecia, perchè furono nel quinto clima in così fatto ineguale temperamento locate, vediamo che ognora furono d'eccellenti uomini copiose, e specialmente d'insigni Poeti".

Sono le medesime conclusioni a cui giunsi io studiando di proposito, nell'Uomo di genio, la distribuzione geografica dei genî.

Studiando le condizioni interne che favoriscono la creazione poetica, soggiunge poi: "Coloro, nei quali il freddo ed il caldo sono come in equilibrio, esser non posson mai che spiriti mediocri. Espressamente nella Poesia chi vuol eccellente riuscire, deve contentarsi di passare tra gli uomini per testa calda: perchè niun grande spirito non fu mai, per osservazione di Seneca, che qualche mescolamento di bella pazzia non avesse nel capo".

I contrassegni del genio studiati secondo la fisionomia d'allora sono dal Quadrio esposti in questo passo: "Il color della faccia è in essi traente un pochetto al fosco: e tutto l'aspetto è anzi piuttosto severo, e truce, che mansueto, ed aperto. Hanno gli occhi proporzionati, e più tosto nella fronte entranti, che sporti in fuori. Che se questi dalle giuste loro misure declinano un pocolino, ciò è, non alla grandezza, ma alla picciolezza. Le linee, che lor rigano la fronte, e le mani, sono profonde: e le vene hanno essi ampie, e gonfie, e il polso veemente, e alquanto duro, il corpo per lo più magro ed asciutto, e il sonno nè molto abbondante, nè molto grave, ma scarso e leggiero. Il loro temperamento poi è pessimo, tanto che paiono più tosto pazzi che forti, ma nei loro sentimenti sono costanti e tenaci".

Sul momento della creazione artistica nota il Quadrio: "Talvolta i grandi e magnifici poeti si sentono dispostissimi a far loro versi, e loro componimenti, e maravigliosi oltre modo, e ragguardevoli gli compongono; e tal'altra volta siano in maniera mal atti, e mal pronti, che, non che cosa di molta stima, ma un picciolo epigramma, o un picciol sonetto non dice lor l'animo di comporre, che buono sia". Le quali considerazioni, osserva il Marpillero, coincidono con quelle del Leopardi che, per mezzo dell'introspezione, aveva osservato e sorpreso il momento in cui avveniva la creazione artistica: "Nello scrivere non ho mai seguito che una ispirazione o frenesìa, sopraggiungendo la quale, in due minuti io formava il disegno e la distribuzione di tutto il componimento. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da sè, più facilmente escirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal mio cervello".

Ma che cosa è l'entusiasmo, l'estro poetico? Il Quadrio così lo definisce: "L'estro poetico è una forte, ma regolata agitazione de' predetti spiriti, fattasi o per la troppo attuazione predetta della fantasia, o per lo predetto bollimento de' fluidi, per la qual forte agitazione producono eglino idee, cose nobili, e oltre l'uso maraviglioso, che rapiscono gli uditori con loro stessi fuora di loro.

"Molti celebri poeti leggiamo, che divennero pazzi, o manìaci, rimanendo le loro fibre cerebrali sforzate, e viziate dagli impeti dell'entusiasmo, o perchè troppo violenti, o perchè troppo durevoli". Tale entusiasmo presso gli antichi Goti era chiamato Skallwingl, cioè vertigine poetica, ed anche qui la voce popolare aveva colta l'analogia con l'epilessia, perchè le vertigini ne sono spesso l'equivalente, ed il furore poetico era così definito un accesso epilettico, e, soggiunge il Quadrio, questi accessi sono più acuti nei noviluni.

Tra le cause del furore poetico il Quadrio dà una causa importante alla passione che assume le forme della collera, della vendetta, della vergogna, e che col Malebranche egli ritiene connaturali alla ragione e non ad essa contrarie.

Ma un mezzo sicuro ed efficace per l'estro poetico è il vino: "Orazio, Properzio ed Ovidio anche essi non sanno finire di celebrare i vantaggi, che esso al poeta cagiona, e l'eloquenza che gl'infonde: ed Ateneo presume infino di mostrarlo al ben poetar necessario: valendosi a ciò provar degli esempi di Aristofane, di Alceo, di Anacreonte, e di altri, che dettarono i loro poemi, dopo essersi bene avvinati. Neppur Eschilo scrisse le sue Tragedie che dopo aver ben bevuto, come testifica Luciano".

Il Quadrio esamina poi se la natura, l'arte o il furore siano le cagioni della poesia, e distingue poeti di natura, come Omero, Ovidio, il Boiardo, l'Ariosto, che scrissero più portati dall'istinto che dallo studio; poeti d'arte, come Virgilio e Torquato Tasso, "che, quasi avendo contrario il vento della natura, con lo sforzo di studiate osservazioni navigano verso Parnasso"; e poeti di entusiasmo, come quelli del popolo ebreo, "che, rapiti come fuori di sè per qualche ragione o sopra natura, o secondo natura, cantano in versi cose oltre l'uso sublimi", dando così occasione a quel detto del rètore Aristide: che tutto il grande è senza arte. Fatte queste distinzioni sottili e che, invero, non sempre reggono alla prova dei fatti, egli si dichiara eclettico, comecchè per essere ottimo poeta occorrono la natura, l'arte ed il furore.