CAPITOLO XII.
Sul mare.
Due mesi dopo la perigliosa risoluzione della Rosina, una nave veliera e di bandiera inglese solcava l'oceano. Marinari e soldati l'occupavano; imperocchè fosse armata da guerra ed appartenesse ad una squadra di crociera. La nave per bizzarra combinazione chiamavasi Rosina. Era una fregata che, per la struttura della sua chiglia, la leggerezza delle sue vele, la squisitezza del suo armamento, incantava a vederla. Essa procedeva maestosa sulle onde come un padrone pettoruto sul suo podere. Nessun passeggero si trovava posto in quel legno, imperocchè mercantile non fosse; eppure su quella fregata Rosina si trovava Rosina nostra insieme con colui dal quale ella ormai più esser non poteva disgiunta.
Rosina e Giovanni si erano ritrovati e ritrovati per non più lasciarsi; ritrovati per amarsi, per dirselo, per soccorrersi. Sono eglino sposi? Lo sapremo, ma fino a che venga il tempo di saperlo non giudichiamo male dell'eroina del nostro romanzo; la sua purezza le dee servire di scudo contro qualunque sinistro pensare. Chi può dire a qual punto non possano elleno far giungere impreviste circostanze? D'altronde il mio racconto non è finito, ed io non voglio precipitarlo. Se il modo di narrare così bizzarro, così a salti, che tiene del misterioso, non piace al lettore, chiuda il libro, che è padrone; se poi vuol continuare, noi ne saremo contenti, perchè alla fin fine terminerà, e saremo sodisfatti maggiormente, io d'avere scritto, egli d'aver letto.
La nave solca l'oceano. È una sera dolcissima; un lieve venticello increspa le onde e tiene la fregata come in panna. L'equipaggio (meno coloro che erano di guardia, militari e marinai) è al riposo. Nella camera del capitano si mirava una lampada sospesa al soffitto di legno di abete, ondeggiante in una custodia di cristallo, la quale rischiarava la stanza che eleganti mobili guarnivano. Presso un letto incavato nel vano dell'intavolato delle pareti stava collocato un canapè ricoperto di velluto, sul quale una leggiadra damina vestita di amaranto, i cui piedini parevano appena toccare il tappeto del pavimento, i cui capelli negligentemente annodati cadevanle sulle spalle alabastrine, il cui volto era di una espressione angelica, stavasene assisa mollemente. Sebbene una specie di mestizia si vedesse su quel volto, d'altronde un fino conoscitore del cuore di una donna avrebbe scorto sui tratti di quel bel viso che se esso non era quello di una persona tranquilla, era almeno quello di persona che dopo lungo volger di procellosi affetti aveva ricovrato la calma.
Dirimpetto alla damina, sopra di un carro di cannone, il quale con una parte del fusto di lucido bronzo faceva un bizzarro contrasto coll'assetto gentile di quella stanza, sedeva un giovane la cui faccia esprimeva l'uomo che in mezzo al contento ha un qualche segreto affanno che lo divora. Ben si scorgea sui lineamenti di quel volto caratteristico che un'anima bollente si celava in quel frate. Chi è mai costui che vestito alla marinaresca tiene alla cintura due pistole ed un pugnale? Costui è il capitano della fregata o, se non vi basta, è il già chiamato Caprone, il cospiratore Giovanni.
I lettori crederanno che la donzella testè accennata sia Rosina, ma io debbo trarle d'inganno, rispondendo essere invece Angiolina.
Angiolina! sento dirmi, chi è costei? come entra adesso nel romanzo? costei, replico io, è la figlia del popolo, bella, interessante, sventurata; poteva io negarle il posto in queste pagine? Vi ricorderete che io poco fa vi narrava come Rosina, tratta misteriosamente dall'incognito della carrozza in quella casa anco più misteriosa, aveva veduto una specie di processione passare presso il suo letto, accompagnante una fanciulla estinta in un feretro. Or bene quella fanciulla è precisamente Angiolina, la quale stassi nel salotto del capitano in molta intrinsichezza con lui. Ma guardate di non far giudizi temerari; il cuore di Giovanni appartiene a Rosina, nè fia che il perda. Angiolina è però l'amica di ambedue ed insieme con essi viaggiava verso il nuovo continente. Vi ho detto esser Angiolina la figlia del popolo, esser bella e quasi quasi una morta risuscitata. Tali notizie hanno certo provocato la vostra curiosità, ed io sono a sodisfarla; tanto più che mi occorre svelarvi chi fosse l'incognito della carrozza e qualche altra cosa di più.
Il misterioso incognito della vettura altri non era se non se il buon padre Gonsalvo, il quale, reduce da Pisa, dopo avere, come sappiamo, inviato il negro alle catacombe, aveva divisato passare la notte come in sentinella dirimpetto all'abitazione de' suoi protetti e sorvegliare ai loro andamenti; ma, pensando come il cacciarsi ritto come un palo laggiù avrebbe destato dei sospetti, pensò provvedersi di una vettura, sempre utile in qualsivoglia emergente; ed infatti acconciatosi col vettore Nardellino*, gli aveva ingiunto di piantarsi là nella via grande col suo legno, di non muoversi senza suo cenno, ed egli stesso il buon frate si era appiattato in fondo alla carrozza, ansioso di veder terminare quella notte senza alcuno di quegli avvenimenti sinistri che ahi! pur troppo il cuore predicevagli. Di fondo al mobile suo nascondiglio aveva veduto uscire dalla casa Guglielmi il signor Basilio fino dalle prime ore della sera e di poi ritornarvi, aveva veduto i soldati ed il commissario introdursi in quella casa ed uscirne avanti la mezzanotte recando agli arresti il giovane Alfredo; del che il buon monaco aveva provato indicibile cordoglio, persuadendosi sempre più che quel biasciapaternostri del signor Basilio, Giuda novello, era il tarlo micidiale che rodeva la famiglia Guglielmi. In mezzo al suo dolore peraltro pensò come Alfredo, non anche compromesso, minor danno avria risentito da quell'arresto che dal girne alle catacombe, e si proponeva il dimani di adoprarsi a pro del giovane con ogni mezzo migliore. Tutte le sue premure si volsero allora a Rosina. Il monaco era vecchio e furbo, nè stentò a credere come, rimaste le due donne in casa in balía di quel mostro, certamente avrebbero corso il maggior dei perigli: pensò allora di non frammettere indugio nell'introdursi egli stesso in casa della vedova, starvi ostinatamente fino a che vi avesse dimorato colui, sperando che il dimani gli permettesse far qualche cosa di più. Stava già per eseguire tal divisamento quando, veduta aprire pian piano la finestra del salotto della casa dei suoi protetti, vide qualche cosa di bianco agitarsi per l'aere e cadere al basso. Gli occhi del frate si velarono per il dolore. Temette il suicidio di Rosina, ma scôrto essersi ella prodigiosamente salvata dalla rischiosa caduta, e vedutala fuggire, pensò volesse irne alle catacombe; onde, fatta muovere sulle tracce di lei la vettura, in un attimo raggiuntala, la tolse seco e posesi a far correre la vettura stessa per la città sepolta nelle tenebre, senza decidersi a nulla, purchè potesse evitare le ricerche e per aver modo durante quel tragitto di pensare al luogo ove condur la fanciulla, onde poi rimanere libero di sventare le trame dell'impostore Basilio. Pensò che non senza grave motivo la fanciulla sarebbesi esposta al periglioso passo: e tanto bastò per fargli respingere la prima idea che gli era venuta in mente, quella cioè di ricondurre la Rosina alla casa materna. Mentre mulinava cento pensieri nella sua testa, si ricordò come nella piazza dell'erbe abitasse una donna sua penitente, la quale avrebbe potuto assumere la custodia della giovane senza obbligarlo a palesare il segreto. Certo di riuscire, fece trottare la vettura in quel luogo verso la casipola della donna. Giunto alla porta di quella, fatto bussare, scese infatti una persona che raccolse e seco trasse la giovane. Ciò eseguito, il buon Gonsalvo si sentì come sgravato d'un gran pensiero, applaudendosi d'aver fatto bene; ma sventuratamente questa volta il religioso avea sbagliato. La donna che aveva ricevuto la Rosina non era l'erbaiola, ma tutt'altra. Costei aveva segretamente aperta quella casa ad equivoche conversazioni. L'avvicinarsi di notte di una vettura la quale contenesse una fanciulla, o rapita o consenziente, per riceverla in quelle mura non le era cosa nuova; cosicchè, senza far motto, prese la misera Rosina svenuta, la quale credette ricevere dalle mani di un amante, non avendo nel buio e nella fretta osservato all'abito ed alla fisionomia del frate. Collocata in letto la giovane, le apprestò dei soccorsi, siccome noi vedemmo, onde rinvenisse, attendendo poi che il conduttore di lei tornasse a trovarla dando a lei buona mancia per il favore ricevuto. Nè faccia specie il silenzio di quella megera e della giovane sua compagna se non risposero alle dimande della Rosina; questo era il loro costume colle persone arrivate di fresco, fino a che non sapessero con chi avevano a trattare; non faccia meraviglia se esse stavano in orazione, perchè quelle anime turpi non rispettavano neppur la Divinità e, per avvolgere agli occhi delle infelici che capitavano in quelle nefande mura una benda che celasse la turpitudine della casa, erano solite far pratiche esterne di religione, e così appunto facevano mentre Rosina stavasi languente in quel letto. Povera Rosina! Oh come avrebbe palpitato di orrore se avesse saputo in qual nefando luogo si ritrovava! Nè avrebbe, crediamo, esitato un momento a cacciarsi dal balcone con certezza di perdere la vita, anzichè restare un istante di più in quell'orribile albergo.
* Padrone di vetture a quell'epoca.
Dal dialogo che andiamo a riferire, il quale ebbe luogo in un momento in cui la sventurata Rosina era immersa in profondo letargo, apprenderanno i lettori di che tempra fossero le anime nere delle due donne che circondavano il letto della sventurata. Una di esse, cioè la padrona di casa, che era quella la quale aveva ricevuta nelle braccia Rosina, si dicea per sopranome Vascello; l'altra era una fanciulla bellissima immersa nel vizio, sopranominata Catraia.
Catraia. Mamma Vascello, ecco una buona triglia per la tua rete.
Vascello. Bellina davvero! le metteremo il sopranome di triglia, essendo d'un biondo assai chiaro il colore de' suoi capelli.
Cat. E chi sarà il pesce cane che se la papperà quella creaturina? Ma tu l'hai sborniato il delfino che l'ha portata nella tonnara?
Vas. Non m'è riuscito: peraltro al lume del lampione di pescheria e' mi è parso un bel tôcco di calafato*; tornerà, e lo vedremo meglio.
* Un bell'uomo.
Cat. Lugagni* ne hai avuti?
* Danari.
Vas. Noe, ma questa mercanzia la piglio gratis; e se colui che l'ha condotta non torna, mi venga il canchero, se non mi rifaccio a mio modo. Ma guarda un po' che tôcco d'orecchini si rimpasta alle orecchie; diventi una balena se non valgono cento scudi!
Cat. Mamma Vascello, non sarebbe bene levarle quel peso?
Vas. Dannata di Catraia! sei un gran diavolo; e quando torna il suo ganzo, che gli dirò?
Cat. Corna* allo stoino**. Le ha fatto forse l'inventario? Se brontola, gli metteremo giudizio; e quando avrà visto il salotto da basso, gli passerà la voglia di cantare.
* Espressione ingiuriosa volgarissima. ** Damerino.
Dicendo queste parole la Catraia in punta di piedi si fa presso a Rosina immersa nel sopore e le stacca dall'orecchio sinistro l'orecchino di brillanti; Vascello fa altrettanto dalla parte destra.
Cat. Quanto dev'esser ricca! (si mette l'orecchino in tasca).
Ros. (sempre immersa nel sopore). Giovanni….
Cat. e Vas. Oremus…. (quindi avvedendosi che Rosina dorme).
Vas. (a Catraia). Si chiama Gianni il suo ganzo, è un bel nomino; ma orsù dammi l'orecchino, che lo riponga con quest'altro.
Cat. Che orecchino? Sei briaca? E non l'hai tu tutti e due?
Vas. Animo, qua l'orecchino: non facciamo celie, o ti spacco la testa con questo caldano (in atto di avventarle uno scaldino).
Cat. Zitta, sta buona: se desti la bimba, sarà peggio per te. Se fai chiasso, verranno i birri.
Vas. I birri qua non ci vengono.
Cat. Li chiamerò io: dimani faremo i conti; non ne vo' più. Io lavoro, e tu ti mangi i miei guadagni; io lavoro, e tu t'intaschi i quattrini che ti danno i miei avventori.
Vas. Spilorcia! e hai il coraggio di rinfacciarmi? Chi ti raccolse di sulla paglia? chi ti pulì dal fastidio se non io? Tu fai una vita da signora, io ti do da mangiare, da bere, da fumare, ti pago il mercante, la modista; e tu ti lamenti! qua, meno smorfie, dammi l'orecchino e finiscila.
Cat. Animo via, non vi corrucciate, eccolo qua (leva l'orecchino di tasca e guardandolo esclama). Caspita! non mi par compagno, la piccina gli aveva accompagnati.—
Vascello trasse dalla tasca l'altro orecchino, come per confrontarlo, ma la furba Catraia, dato uno slancio, addentò il braccio di Vascello su cui impresse un terribile morso; il dolore fece sì che le cadesse il gioiello, il quale la donzella destramente raccolse involandosi e, recatasi alla propria camera, li ripose ambedue in un cassetto, che serrò, ponendosi la chiave in tasca.
Vascello era per correrle dietro, ma se ne astenne, pensando che, attesa la sua pinguedine, invano avrebbe potuto raggiungere quella specie di folletto. D'altronde stimò opportuno non lasciare la camera di Rosina e borbottò fra sè: Maledetta Catraia, ti colga il fulmine; ma te la farò scontare: da qui avanti se Bruto o Catone vuol vederla questa briccona, mi rifarò: civetta monella! ti sequestrerò le mance degli ospiti a nolo che ti porta Narciso; è un gran diavolo.
La Catraia ritornata, aveva un riso beffardo da disgradarne Lucifero.
Cat. Orsù non farmi la conia, o Vascello.
Vas. Ti leverò di torno.
Cat. Pagami e poi me ne anderò; o che credi di essere sola al mondo? Pel diavolo! le tue pari non mancano (susurrò un cognome).
Vascello, al sentire nominare la rivale nella trista professione, si morse le labbra e si tacque: il perdere la Catraia sarebbe stato un danno; onde rasserenandosi fintamente,
—Almeno, le disse, fammi bere alla tua salute di quel cognac che ti regalò l'altra sera quel marinaro inghilese.
Cat. Mamma Vascello, quella non è roba per voi; diventereste cionca, siete vecchia.—
Vascello, che aveva già le gote tinte di rosso artificiale, sentì infiammarsele per rabbia.
—E anco mi minchioni? disse.
Cat. No…. vo a prenderlo, non sono avara, (per discendere).
Vas. Ferma, ferma, lo berremo dimani.—
Ma la Catraia fu nell'altra stanza in un salto e tornò con la bottiglia del rhum.
Vascello ne guardò il turacciolo se fosse smosso, e veduto che era intatto e che poteva trincare senza sospetto di veleno o di qualche altro brutto scherzo, si mise a tracannare il liquore come se fosse stato acqua della cisterna: vero è però che chi l'avesse guardata negli occhi avrebbe veduto che eran pregni di lacrime, lacrime peraltro di tutt'altra specie che di pianto; infatti il rhum dell'Inglese era a trentasei gradi.
Fatto che ebbe una buona trincata, porse la boccia alla Catraia, la quale a sua posta, accostatasela alla bocca, ne tirò giù di un fiato il rimanente, ed esclamò:
—Viva l'Inghilterra! E con pazza gioia scagliata la boccia nel muro, la fece in tritoli; poi guardando Rosina che non dava segni di vita:
Ma che sia morta? (ed accostatasi al letto dell'inferma, sollevò le coltri). Ci è anche il vezzo, esclamò; e scioltolo dal collo dell'infelice, se lo pose in tasca colla velocità propria di un gatto nell'afferrare un salsicciuolo. Avrà anche la borsa dei quattrini, disse poi; una volta che si tocca questo luogo, bisogna abbandonare ogni cosa che venga di fuori.—
Ciò dicendo si accostò a una sedia ove stavano le vesti della Rosina.
—Oh! questa volta puoi stringere il vento, esclamò Vascello ridendo.
—Brava mamma, soggiunse Catraia, me l'hai fatta, non sono più a tempo: ma pazienza! si ha da campar tutti.—
Rosina, scossasi dal suo letargo, pronunziò quelle parole: Ove son'io? da noi riferite nel precedente capitolo, a cui poco dopo le donne che or conosciamo risposero salmeggiando il latino che non intendevano, e non andò guari che entrò nella stanza il funebre corteggio da noi accennato e di cui tanto si spaventò la misera fanciulla. Ma come mai, mi direte, un sacerdote cogli abiti di funzione a quell'ora, in quel luogo infame?
Eh! miei cari, sappiate che quell'uomo, sotto le vesti più venerande, altro non era che quel Catone, giovane scapigliato, che voi vedeste nel primo capitolo di quest'istoria nell'osteria dei Tre Mori.
Costui era un ateo, uno di quei giovani sconsigliati che, per aver letto nei frontespizi di molti libri, credono di saper tutto, di poter censurar tutto; ed era ateo perchè l'ateismo era di moda e si faceva consistere la sapienza nell'incredulità, mentre che l'incredulità è anzi indizio d'ignoranza. Egli si piccava di essere incredulo, irreligioso, gozzovigliatore, libertino, appunto perchè volea passare per elegante; ed appunto onde dar pascolo alle sue frenetiche tendenze, si era associato ai cospiratori nella speranza che un rovescio di ordine sociale potesse affrancarlo dai ceppi da cui gli parea d'essere stretto in forza delle leggi religiose e civili. Figlio di un onesto negoziante, disertava il banco per frequentare i bagordi, amava le sgualdrine più che le merci, il danaro dei settari anzichè il peculio paterno; e la vita di ozio che teneva si persuadeva esser quella degna del suo grado, credendo coprire le proprie nefandità colla divisa dell'amor patrio. Così pur troppo hanno sempre pensato i facinorosi sovvertitori dell'ordine pubblico da Catilina fino ai moderni Bruti e Catoni. Intanto il nostro personaggio non era andato alle catacombe, sebbene vi fosse, come sappiamo, invitato; il perchè è facile imaginarlo. Egli era un di coloro che ostentano gran coraggio ed hanno in cuore una gran paura. All'avvicinarsi dell'ora fatale, Catone, seguendo l'antico dettato «rumores fuge», se l'era battuta, sperando di trovare una scusa ai compagni di congiura, e per tempo introdottosi nella casa di Vascello, aveva incominciato a bere ed era già ubriaco in una delle stanze recondite di quella casa infame. Sedutosi a tavola insieme con altri degni di tal compagnia, con la Catraia, la Cleofe, la Pisellina ed alcune altre di quel convitto, era giunto a quello stato di ebrietà che, lungi dall'indebolire, rende diabolicamente energici e pronti al mal fare. Il perverso giovane, sul finire del pasto, aveva scommesso di levare la ganza ad un garzone di caffettiere per nome Roberto, e questi dal canto suo giurando rifarsi a spese di Catone, erano venuti alle mani, e già da qualche tempo aspramente percuotevansi fra le risate e lo schiamazzio di quelle perdute creature, le quali gl'incitavano a proseguire ed a tirarsi bicchieri, bottiglie ed altri utensili. Sporchi di vino e sangue, alla fine si erano alzati per invocare l'aiuto delle amanti e dei commensali; cosicchè era per divenir generale la pugna. Invano mamma Vascello era accorsa a sedare la lite, chè aveva dovuto ritirarsi al primo urlaccio e alla minaccia di romperle il capo a furia di bicchieri.
La scena avea luogo in una stanza a vôlta ad uso di cantina e profondissima, per modo che al di fuori appena poteva sentirsi quello strepito, e se pure intronava qualche orecchia, non era nuovo che simil frastuono si partisse da quel lupanare.
Siccome io vi diceva, la rissa di Roberto e di Catone incominciava a farsi seria quando questa cessò a causa dell'arrivo di un nostro personaggio. Entrò Narciso tutto attillato, profumato e lindo, sebbene il suo abito ed il suo cappello avessero per il lungo esercizio della spazzola perduta ogni ombra di pelo; costui aveva al solito le mani piene di anelli, un gran spillo falso appuntato al cravattone di raso, con una gran catena d'oro falso al collo ed orologio dell'istesso metallo, con guanti di pelle gialla alle mani; ei s'era fatto in mezzo ai combattenti cavallerescamente esclamando:
—Alto là, camerata, che diavol fate? qua, qua a sedere qua, presto bottiglie, sigari; abbasso le mani.—
E tutte le convittrici ad una voce:—Viva il damerino, viva il piacere! a tavola, a tavola!—
L'invito della donna era stato secondato dalle mani di Narciso, il quale, afferrato colla destra per il corpetto Catone, lo forzò a sedere alla tavola, facendo altrettanto di Roberto. Costoro non fecero resistenza, ma misersi a ridere di quel riso scipito che è proprio degli ubriachi. Composta la lite, Narciso esclamò:
—Ma diavolo! Volevate far come Topo, il quale ha ammazzato Cacanastri e andrà in galera?—
A tale notizia una delle giovani che sedevano a quella esecrabil mensa, ma che non aveva ganzo ed era stata sempre malinconica, gridò:
—Mio padre in galera? Gran Dio!—E cadde.
Le compagne la presero e la portarono sul letto della sua camera; arrivata che fu la sera, quei malandrini, volendo sollazzarsi con una sacrilega mascherata, col mezzo di alcuni abiti sacri derubati e colà in serbo idearono una funebre processione; e passando per la camera occupata da Rosina trasportarono entro un feretro in una stanza remota la sventurata Angiolina.