CAPITOLO XIII.
Angiolina.
Angiolina è la figlia del popolo, Rosina quella della nobiltà. Ambedue belle, ambedue sensibili, ma quale immensa differenza fra loro! eppure dovevano trovarsi, unirsi ed amarsi. Vedi bizzarria del destino!
Alla età di sette anni, Angiolina coi piè nudi, colle vesti lacere, coperta di luridume, coi capelli sparsi sugli omeri, senza asilo, senza pane, appena sapendo comprendere che fosse sua vita, era stata cacciata sulla pubblica via, abbandonata a sè stessa, una fanciulla a quell'età! Sì: e questo barbaro padre era quel medesimo brigante sopranomato Topo, di cui sentimmo la misera fine in uno de' precedenti capitoli. Parrà impossibile che, se i leoni, le tigri amano i figli sino al punto di non sembrar più feroci, quando vanno lambendoli dolcemente, quando per difenderli non curano le mortali ferite del cacciatore, l'uomo, dotato di tanta intelligenza, possa aver cuore di lasciare una figlia di sette anni seminuda, senza pane sulla pubblica via. Ahimè! è così, e le grandi città dal lezzo del delitto vedono uscire simili mostri. Topo peraltro, cui gli stessi compagni di ladroneccio avevano fatto un rimprovero per tanta barbarie, si era loro spiegato e scusato dicendo:—Non la riconosco per figlia.
—Ma dunque? avevano risposto gli amici.
—Eh! cari miei, vi basti che non vo' riconoscerla; la buon'anima di mia moglie ve lo potrebbe dir lei il perchè. Era sì buona donna la mia beona che de' ganzi se ne ricordava a punti di luna, ne aveva tanti! va compatita, non sapea l'aritmetica.
—E tu tolleravi?…
—Ah ah! ridendo aveva risposto Topo con un poetico frizzo «quando il conto torna»…. il resto della rima voi lo sapete; io ho avuto sempre gusto a lavorar poco, mangiar bene e ber meglio; e siccome non si trovan sempre oriuoli e pezzuole da rubare, baccalari e aringhe da buscare, così una bella e buona moglie è ottima bottega.
—Come? è così?
—È così sicuro, camberati, ma veh! dicevo alla buon'anima, non mi far figliuoli, che se no, te gli affogo come i gattini della vecchia micia; non vo' sgnauli per casa. E la buona donna la intese, cioè per un pezzo; quando un bel giorno torno a casa, che c'è, che non c'è, mi aveva figliato.
—E tu? avevan detto i beoni scherzando durante quel dialogo bizzarro e turpe qual si addiceva al vergognoso personaggio.
—Ed io (aveva risposto) voleva buttar giù nel fosso la mamma e la figliuola; ma per fortuna, siccome ero un po' briaco, presi la bimba e mi affacciai alla finestra, e già le faceva fare il volo fra i navicelli, quando la mamma, levatasi da letto e venutami dietro, m'infilzò un coltello nel lombo; io cascai, essa riprese la bimba.
—Fortuna che non moristi!
—Ci mancò poco; quella buon'anima sapeva tirar di coltello più che d'ago: e mi trovai l'arme fissa nelle lonze, quando mi destai, perchè, a dirla, nel momento in cui caddi, mi parve d'avere un sonno, oh che sonno! bisognò chiuder gli occhi: quando mi alzai mi trassi il coltello dalle costole; ero tutto sangue, nei calzoni, nella camicia, nelle scarpe; parevo un migliaccio.
—Dovevi esser bello, Topo!
—Son cose strane, o camberati; ma già toccò a me: dunque mi rizzai e, siccome era di notte, mi gettai dalla finestra nel fosso per lavarmi tutto per bene; e siccome nel navicello di Cacco vi era un bel paio di pantaloni di pilord, una giacchetta di satiné e una camicia colla trina, insomma vi era a poppa tutto il bisogno per rivestirsi da festa, mi messi i panni del camberata e me ne andai dal cerusico a farmi medicare: lo cognoscete il signor cerusico dello spedale?
—Sì che lo cognosciamo.
—Quando mi visitò, «Oh che hai fatto, Topo? mi disse, è un affaraccio.» È una graffiatura, gli risposi, son cascato sopra l'uncino della stanga (capite, i fatti miei non li volli dire a quel cerusico). E dopo che m'ebbe medicato, «Bada di non ber vino, mi disse.» Diavolo! risposi, poco no certo, e me ne andai all'osteria dei Tre Mori a bere un par di fiaschi di verdèa, che è vino da donne. Grazie a Dio, la mattina non mi ricordavo più di niente e andai a portare le balle di baccalà a Ilsmit.
—E la moglie?
—La furia m'era passata, ma alla bimba ci pensava sempre; tant'è, le voleva far fare il tuffo.
—E poi?
—E poi tornai a casa: avevo dell'ideacce; sgnauli non ne volevo; ma lì nella mia camera c'era un signorone col soprabito nero, con una bella catena da oriuolo al collo, che solamente a veder quella grazia di Dio mi venne l'acquolina in bocca; e lo sapete chi era quel signore?
—Chi era?
—Il signor Basilio, quello che sta in via del Teatro vecchio da' Lavatoi; quello che ci aiuta nelle nostre speculazioni mercantili e compra la roba buscata.
—Bau!
—Sentite, costui mi fece mille smorfie. «Topo, Topino, mi diceva, hai a voler bene a questa creatura; vi somigliate come due gocciole d'acqua.» E non minchiono, gli risposi, e' mi pare che assomigli a V.S. «Sarà, disse il signor Basilio, ma la bimba l'hai a tener per te.»
—Per mene? Che mi caschi la testa! e dove l'ho i quaini? «A questo ci penso io»; e senza far altri discorsi, mi pianta lì sul tavolino la borsa zeppa di francesconi. Maramau! dissi allora fra me, ho capito, ho inteso; e presi la bimba fra le braccia. Oh che bella creatura! mi messi a di'; è proprio un gioiello; tienne di conto, moglie mia, sarà la nostra fortuna. Quel signore se ne andò, e ogni mese mi portava la solita borsa di francesconi. Ma una cosa mi scordava di dirvi, cari amici; quel signore prima di levarsi di torno mi fece un par d'occhiacci e mi disse: «Senti, Topo, con me guadagnerai dimolto, ma bada, potresti perder tutto.» In che maniera? ripresi io meravigliato. «Se mai t'azzardassi di parlare o riconoscermi in pubblico, bada bene; non ci siamo visti.» Ho capito, gli risposi, basta che vengano i quaini, quando vi vedo, farò conto di vedè Pitena*. «Benissimo: così mi piace, non voglio ringraziamenti del bene che faccio, non deve saperlo nessuno.» Che birbone! esclamai quando se ne fu ito, e pare un Agnus Dei. E allora aveva venti anni, figuratevi quando sarà vecchio; da quel giorno in poi siamo sempre stati amici.
* Frase sconcia per denotare persona di nessun conto.
—Ma, dissero i camerati, e perchè mettesti poi fuori la bambina?
—Gua', dopochè morì la moglie, lui non volle pensare a niente, anzi era un anno che la mi' donna campava la bimba del suo, e sapete? colle limosine.
—Colle limosine?
—Sì: era diventata vecchia, vecchia in gioventù, e non aveva più di ventisette anni. Gran brutta cosa che sono i peccati!
—Ma il signor Basilio?…
—Quel furbone, l'ultima volta che lo vidi, mi dette una doppia di Spagna e mi disse: «Topo, questa faccenda non la vo' più; questa carità la tua moglie non se la merita, è troppo peccatrice.» Come? dissi io ridendo, e ve ne avvedete ora? Ma lui mi fece zittare, non voleva repliche; solamente gli dissi: E la bimba? «Della bimba fanne ciò che vuoi.» Io allora andai a casa e bastonai la moglie e la bimba: e sapete, la mi' moglie in pochi mesi andò al campetto*; e così mi vendicai della coltellata che m'avea data sette anni prima. La bimba con una pedata la messi fuor dell'uscio; in sostanza son ritornato giovinotto, e non mi par vero.—
* Morì.
Dal riferito dialogo giudicherassi il perfido carattere di Topo. Pur troppo questo carattere non è una romanzesca finzione; la povera Angiolina in quella sera stessa sarebbe morta di freddo o di fame, e meglio per lei se la sua disgrazia non avesse fatto passare Vascello di là dallo scalo di Porta Trinità, ove a poca distanza dal fosso giaceva quasi esanime la infelice creatura. Nessuno l'aveva assistita durante la giornata, perchè, conoscendola i vicini appartenere a Topo, credevano fosse laggiù per trastullarsi fanciullescamente fino a che la venisse a prendere il padre. Ahimè! la misera era stata cacciata fuor di casa a pugni e a calci, dopo che il cadavere della madre era stato trasportato al camposanto. Vascello passò vicino a lei. Vascello allora viveva facendo da serva ambulante; e siccome nella stanzuccia ove abitava aveva paura nella notte, era molto tempo che cercava una bambinella che le tenesse compagnia. Ma nessun padre nè madre, benchè poveri, aveva acconsentito a dare a donna di tal mestiere tenera prole. Vascello, veduta la fanciullina, che giudicò abbandonata, contò di poterla far sua, e perciò:
—Chi sei? le disse.
—Non ho babbo nè mamma, rispose singhiozzando Angiolina; mamma è morta, e babbo mi ha mandato via.
—E chi è il tuo babbo?
—Si chiama Topo.
Vascello sorrise; conosceva per fama costui e si persuase di aver fatta omai sua la fanciullina.
—Vuoi venire con me? le disse.
—Magari! replicò la piccina alzandosi a stento, ho tanta fame e tanto freddo!
—Vieni con me, poverina, soggiunse Vascello; ti rivestirò, ti darò da mangiare e dei bocconi buoni, sai? E così dicendo le faceva delle carezze.
La bambina teneva le mani giunte per ringraziarla. Oh infelice! ella sorrideva al futuro suo danno. Sventuratamente la fame e il freddo la consigliarono ad accettare; la infantile di lei innocenza non le permetteva scorgere il periglio tremendo. Vascello, presa la bambina, la trasse nella sua spelonca.
Noi tireremo un velo sugli avvenimenti che toccarono ad Angiolina da quel fatale momento. Il nostro cuore si strazierebbe se non fosse concesso alla penna di fermarsi.
Durante il periodo di dieci anni ella aveva veduto due o tre volte Topo, al quale credeva dover la vita. Ma ahimè! in quali circostanze! Una volta, quando, dopo di aver ferito un suo compagno, si era per più giorni trattenuto nel segreto delle stanze della turpe donna. Altra volta quando vi era venuto di notte a recar degli oggetti furtivi o di contrabbando. Topo fin dal primo giorno in cui Vascello si era presa la bambina per farsene una servetta lo aveva saputo; il suo perfido cuore aveva gioito per doppia ragione: l'una, perchè, una volta che la fanciulletta era stata raccolta, cessava in lui il pericolo che la autorità, sapendolo padre, almeno putativo, l'obbligassero a riprenderla o a passarle gli alimenti, e l'altra (e ci convien dirlo con orrore) perchè, vedendo come dalla tenera età si sviluppassero in Angiolina forme leggiadrissime, sperava di trarne partito. Ah! ah! diceva fra sè, tal madre, tal figlia; avrò un nuovo podere per la mia tasca. E proprio in lui l'infamia era il teatro della sua vita. Allorchè seppe come l'Angiolina era giunta all'età di piacere altrui, non esitò l'infame ad affacciare le pretensioni di paternità su colei che aveva respinto di casa bambina, all'oggetto che la Vascello gli sborsasse una somma per la cessione di quella misera creatura.
Fra Topo e la Vascello aveva avuto luogo una di quelle scene esecrande degna di loro. Si separarono peraltro buoni amici: all'uno rendevasi necessaria l'altra per ricettare i suoi ladroneggi; all'altra era necessario l'uno per non perdere sul più bello il frutto che sperava ritrarre dall'Angiolina.
Questa misera creatura, perduta senza pur saper di esserlo, ignara delle cose tutte di religione, ignorava (fa ribrezzo a dirlo) non solo i più conosciuti santi dogmi di essa, ma ignorava l'esistenza stessa di un Dio! All'età di quindici anni credeva che al piacere fossero consacrate tutte le azioni dei viventi, e fosse l'unico bene, e non esservi delitto nel cercare, nel volere per forza questo piacere. I sensi essere tutto, tutto doversi alle passioni, colla morte cessare ogni bene; e della vita futura e dell'anima non ne aveva giammai sentito parlare. Venutale la malizia, l'esecranda sua maestra avevale date il mi-rallegro, dicendole essere giunto il tempo della felicità per lei; che dunque ne profittasse e senza indugio e senza riguardo e senza tema, perchè il tempo passa e presto, e questo essere il nemico dell'uman genere. Angiolina, nel vigor della sua gioventù, con questa educazione, come ognun pensa, si slanciò nella carriera voluttuosa, di cui tanti esempi aveva avuto sotto gli occhi. Assuefatta dirò dall'infanzia (perchè la condotta della moglie di Topo non poteva gran che differire da quella della Vascello) a stare con turpi persone, ella non conosceva altro frasario che quello del libertinaggio; e non avendo giammai praticato altro che rei, credeva tutte le persone dovessero esser simili alle sue conoscenze. Priva d'ogni idea di rispetto alle proprietà, ella aveva (così consigliandola la sua institutrice) posto le mani sulla roba altrui quando la maestra glielo aveva comandato; e così, sua mercè, le cassette della Vascello erano ripieni di orologi, di fazzoletti, di tabacchiere, di gioielli degli avventori della medesima. Una volta, e fu quella la prima luce per lei, una volta, côlta in fallo dagli agenti della polizia per un fazzoletto rubato, fu condotta in prigione; ella aveva undici anni! Colà trovò gente non dissimile da quella con cui era solita conversare; ma quando poi (dopo un esame del giudice, nel quale non capì nulla) venne tradotta nel cortile del tribunale e ivi frustata, sentì il pudore, o almeno l'ombra del pudore, e da quel dì in poi, per le minacce o le lusinghe della Vascello, non volle più rubare, dicendo che non voleva essere esposta a mostrare le nude sue membra al boia.
In mezzo alle orgie nefande, Angiolina peraltro sentiva un interno senso di ribrezzo che non capiva ed a cui non dava retta, e continuava quella vita, soffocando negl'incessanti piaceri la smania che le dava il rimorso senza che ella sapesse che cosa fosse il rimorso.
Ma si avvicinava il giorno di sua redenzione. Ella da un anno stava nella casa di Vascello più come serva che come convittrice, e ciò perchè da un anno, schivando qualunque contatto di persone di sesso diverso, schivando le stesse sue amiche di pensione, sentiva un improvviso odio per quei piaceri che poc'anzi le eran sembrati tanto lusinghieri. Ah! sì, infelice! era Iddio che volea toglierla all'ulteriore sua perdizione. Nel convitto essa divenne odiosa alla Vascello, odiosa perchè il suo improvviso ritegno le aveva tolto il lucro; ma per altro, siccome costei di una serva aveva duopo,—Ebbene, le aveva detto, fino a che non cangerai costume farai la guattera.—E la povera fanciulla si era adattata ai bassi e dolorosi servigi. Le compagne di una volta l'odiavano perchè ricusava di stare con loro in quelle orribili confabulazioni e preferiva la cucina presso il fuoco ai salotti coi canapè e coi sofà a molla coperti di moire o raso amaranto e celeste. La chiamavano la pinzochera e la sbeffavano di giorno in giorno. E per ultimo abbiamo veduto qual sacrilega burla si permettessero sulla di lei persona i frequentatori del luogo nefando.
Angiolina da un anno vestiva modestamente; stava ritirata perchè pativa, e solo si assideva a mensa con le compagne quando non poteva schivarne l'impuro contatto. Per lei non più grazie, non più bellezza, non più piaceri; spesso lacrime e lacrime cocenti le cadevano sul volto; ella sentiva un'afflizione invincibile e non sapeva il perchè; quell'aura stessa della casa di Vascello erale divenuta a un tratto irrespirabile, sentiva il bisogno di uscirne e di uscirne per sempre. Ma dove andare? Una volta che capitato era colà Topo, si azzardò a parlargliene, ma egli bruscamente, dandole una ceffata, le aveva detto:—Non ho casa…. sto all'osteria,—e se n'era andato. Ma qual causa aveva operato un tanto cangiamento nella fanciulla?
Ve lo dirò.
Una sera (era il carnevale precedente a quello in cui ha principio la nostra storia) una sera pioveva orribilmente ed era la mezzanotte; il Narciso bussò alla porta e gli fu aperto.
—L'Angiolina dov'è? disse colui
—Nella sua camera, rispose la Vascello.
—Che salga subito; voglio vederla.—E continuando (mentre questo discorso lo aveva fatto sul pianerottolo della porta d'ingresso), Venga, venga, mascherina, aveva detto ad alcuno che stava per le scale; salga, salga.—
Dopo tali parole una persona mascherata si era introdotta in casa della Vascello.
Completa visiera coprivale il viso, l'abbigliamento era un bornous stretto al collo con vasto cappuccio che l'immascherato teneva in capo; discoperti vedevansi l'estremità dei pantaloni di finissimo panno ed un paio di attillati stivali. Esso doveva essere un personaggio di qualità. Fu fatto passare e sedere in un salotto elegantissimo, ove appesi al muro stavano quadri rappresentanti imagini che solo si confacevano a quel luogo di lascivia.
—È un buon merlo, disse Narciso all'orecchio di Vascello.
—Hai avuta mancia?
—Tre zecchini.
—Capperi!
—L'ho adocchiato nel sortire del veglione e mi preme, m'intendete…
—Ho capito.
La persona immascherata pareva ossessa; non aveva membro che le stesse fermo, dalla visiera le partivano lampi dagli occhi, un'impazienza diabolica lo agitava.
La povera Angiolina, sentendosi destare a quell'ora dopo i proponimenti fatti, si mise a piangere; eppure, e pur troppo per sua disgrazia, doveva obbedire.
—Angiolina, Angiolina! urlò con voce diabolica Vascello; Angiolina, perd…. sali su; vi è un signore che vuol parlarti.—
La fanciulla, assuefatta a tremare alla voce della padrona, cintasi alla meglio una gonnella e gettatasi sulle spalle una sciarpa che le lasciava seminude, entrò nella stanza. Nella negligenza dell'abbigliamento spiccavano più perfette quelle angeliche forme. L'uomo immascherato la fissò con visibil piacere.
Angiolina mirò, con ribrezzo impossibile a descriversi, colui che sapeva averla ricercata; ad un cenno della padrona, essa fu accanto all'uomo immascherato, che pose una mano ardente come fuoco in una delle sue come gelo.
—Signore, non volete levarvi la visiera? dissegli Vascello.
—È certo un Inglese, riprese Narciso, non lo interrogate; è avaro della parola, o forse non intende la lingua nostra, ma noi intendiamo i suoi zecchini, due per voi e uno per me.
—Will you drink? disse la Vascello in cattivo inglese.
La maschera non rispose, ma rizzatisi si accostò ad un caminetto, ove ardevano buone legna e seco trasse la infelice Angiolina.
—Beautifiul girl, Milord, sexteen years old, she is a country lass.
La maschera non rispose, però strinse la mano violentemente ad
Angiolina, che mostrò visibil pena.
—Sarà un Francese, disse a Vascello Narciso.
—Eh bien, Monsieur, cette fille là est tout à fait angelique, par ma foi, elle est proprement un enfant.—
La maschera serbò il silenzio e volse bruscamente le spalle alla molesta interrogatrice, fissando in Angiolina quelle pupille infernali che brillavano di sotto la visiera come due carbonchi.
Vo' provare se è Spagnuolo questo diavolo, disse fra sè la Vascello, o se è sordo: parliamogli spagnuolo.
—Par nuestra Señora de la ciudad, esta muchacha es toda corazon.—
La maschera, infastidita, senza fiatare, prese di tasca la borsa zeppa d'oro, la gettò sul pavimento a Vascello, che l'afferrò colla lestezza del folgore, e, facendo cenno di volere andare coll'Angiolina in luogo ove non fosser testimoni, si mosse.
Vascello, lasciato Narciso, si fece ad accompagnare la coppia e prestamente ritornò nella sala.
—Ah! ah! o Inglese, o Spagnolo, o Turco, o il diavolo in persona, è una buona bestia. In questa borsa vi sono altri zecchini.
—Zitta un po': il diavolo non convien nominarlo, proruppe Narciso scherzando, è dopo mezzanotte, e più che si nomina e più s'avvicina.
—Ah! ah, prese a dire Vascello, tirando giù un'orribile bestemmia: esso sta qui dalla mattina alla sera, e non l'ho visto mai.
—Avrà paura delle vostre bellezze.
—Vezzoso mercante, replicò la donna facendo risuonare gli zecchini della borsa, quanto sei amabile con le tue lepidezze! ma orsù dammi da bere.—
Narciso andò all'armario vicino, ne tolse un grosso fiasco di acquavite, che i due personaggi quasi vuotarono, ora ridendo, ora dicendo cose che la penna non può riferire.
—Eppure, saltò su la Vascello, l'uomo che è di là con l'Angiolina mi sorprende; a che tenersi fitta al viso la maschera? qui se la leva ognuno.
—Cara Vascello, a volte vi son certi personaggi che, avvezzi a mostrar la faccia in luoghi ben diversi da questo vostro grazioso albergo, qui non osano scoprirla.
—Sciocchi! o che? forse è vergogna passar due ore in buona compagnia?
—Oh! che volete? saranno pregiudizi del mondo. Ci ha chi vuole apparire una cosa mentre in cuore sarà un'altra, ed ecco la ragione per cui nel tempo del carnevale il vostro albergo dolcissimo è frequentato da maggior numero di avventori. Il bello sarebbe che costui non si fosse levata la visiera nemmeno a quattrocchi con l'Angiolina. La ragazza è tanto stupida da non averci pensato; ed io muoio dalla curiosità di sapere chi sia questo notturno galante. Tornando all'Angiolina, non so comprendere come da qualche tempo sia immersa nella più cupa malinconia.
—Sarà innamorata.
—Eh! non ci vorrebb'altro; non vo' amori. Ma sono stanca, vo' irmene a letto; buona notte, Narciso.
—Un altro bicchier d'acquavite, alla tua salute, amabile fregata; ma no, ho sbagliato, vi rendo il vostro titolo, Vascello a tre ponti.
—Sguaiato! sempre colle giullerie. Orsù bevi e vattene.—
Narciso si fece a bere un altro bicchiere d'acquavite e poi, prendendo pel mento la donna:
—Mamma Vascello, non senti tu che scroscio? uh!…—
In questo tempo si udì il cupo rimbombo di un folgore, che fece tremar l'invetriata e col lampo ceruleo abbarbagliò la vista.
—Misericordia! urlò Vascello. È inverno, pare impossibile: quale oragano!
—Non mi muovo di qui, disse Narciso: dormirò su questo sofà; a quest'ora affogherei per la via.—
Ed in fatti la piccola pioggia si era convertita in un gran temporale: tremavano il pavimento e le finestre, il vento mugghiava, l'acqua cadeva a torrenti, e la gragnuola parea volesse spezzare i tetti.
—Perd…!—
Un altro scoppio di folgore coprì la parola a Vascello, che mitigò lo spavento con una tirata d'acquavite.
—Penso alla piccina, disse Narciso.
—Mi fai paura, riprese Vascello; dal momento in cui è venuta quella maschera, il temporale è rinforzato: sarà il diavolo, continuò.
Un urlo prolungato cupo e straziante mugolò per tutte le stanze. I due intrepidi schernitori della Divinità e della tempesta si guardarono muti, sentendo irti i capelli per lo spavento.
Fu un silenzio per qualche momento.
Una voce infantile si sentì esclamare «Ahimè, ahimè! muoio!».
—Ammazzano Angiolina, replicò Narciso; quella maschera….—E si precipitò verso la stanza da cui partivano i singulti, impugnando una pistola.
—Qui non si distrugge la nostra mercanzia, gridò Vascello, e brandito uno stiletto, mosse ella pure verso la stanza di Angiolina.
Non affezione, ma interesse muoveva quei due a soccorrere la infelice.
Appena ebbero fatti due passi, l'uomo immascherato, sempre coperto nel volto, col cappuccio del bornous sulle spalle, lasciava vedere sul capo irti i capelli, bagnati di sudore. Nel bornous erano due grossi strappi. Sempre colla visiera calata, esso lanciava dagli occhi lampi più terribili di quelli della tempesta. Dalla bocca di lui usciva la più nera spuma, ed egli, fattosi largo spingendo quei due che erano accorsi come se fosse inseguito da una potenza terribile, aperto l'uscio, si precipitò per le scale.
Vascello e Narciso erano muti per lo stupore. Giunsero anelanti alla camera di Angiolina, che credevano ferita od estinta; ma invece la trovarono tranquillamente genuflessa innanzi ad una sacra imagine. Cosa le era successo? Chi mai era quella maschera?