CAPITOLO XIV.

Il ratto.

L'uomo mascherato si era ritirato, come vedemmo, nelle stanze di Angiolina. Nessuna parola avea proferito la sua bocca; i suoi occhi scintillavano sempre più infernalmente.

Angiolina aveva paura e tremava. La maschera intanto aveva cessato da quello stato di fremito convulso da cui la vedemmo assalita. Costante nel tenersi celata nel volto e nello stare avviluppata nel suo bornous, si era dato a far mute carezze verso la giovane; la giovane lo respinse con dignità fino a che potè, ma accintasi la maschera a pretendere reciprocità di carezze,

—Signore, le disse decisa, la mia triste, la mia tristissima posizione non mi consente di rifiutare visite di persone incognite; ma non ho mai conversato con persone il cui volto sia pertinacemente coperto da quella eterna visiera che cuopre il vostro. Orsù levatevela e ch'io vegga i vostri lineamenti.

—Giammai, urlò l'immascherato, giammai il mio volto si scoprirà nel luogo ove noi siamo; ne avvamperei di vergogna.

—Signore, non è il luogo che fa vergogna, sono le azioni che si commettono, sono le azioni, sì; e se voi non vi vergognate di commettere queste azioni, io ritengo superfluo che vi nascondiate.

—L'uomo sconosciuto può tutto fare, perchè come uomo ha passioni e dee e può soddisfarle, ma l'uomo qui dee essere puramente uomo; il suo nome e la sua reputazione debbon premergli quanto i piaceri.

—Scusa inutile allorchè questi piaceri sono illeciti: voi vorreste commettere un'azione colpevole, poichè ve ne vergognate, e al di fuori serbare quel pudore di che non vi sentite capace al di dentro.

—Meno ciarle, gridò l'immascherato, qui non venni, ragazza, nè a discutere di morale nè a contendere; voi dovete tacere.

—Giammai, giammai! se qui mi ha gettato la barbarie di un padre, io non ho perduto…. tutto.

—Tutto, sì, tutto…. anche la volontà; essa non è più vostra, essa….

—Scostatavi, gli gridò la fanciulla, scostatevi, non vi appressate a me con quella visiera.

—Capricci da bambina, riprese l'incognito, da bambina! me l'hanno detto che voi eravate bambina; non hanno avuto torto. Ma…. la mia pazienza si stanca.

—E la mia è stancata; fuori la maschera, o che io mi ritiro e vi lascio qui solo.

—Insolente! mi burleresti tu? ma io ho mezzo di farmi obbedire.—

E frugossi nelle tasche dell'abito, come per trarne un'arme.

—Alle minacce rispondo con le minacce: non sono nuova nel tristo cammino come voi pensate; guardate.—

E in così dire si trasse dal seno un lucidissimo stile brunito.
L'incognito a tal vista indietreggiò.

—Ah! bella bambina, siete anco armata? soggiunse, quindi, come deridendola: e credete voi ch'io abbia paura di quel ferro nelle vostre piccole mani? riponetelo, imparate ad esser più gentile; questo è un tratto da novizia.

—Novizia? ah lo fossi! lo volesse il mio destino! Ma no, sappiatelo, uomo ostinato, sappiatelo, io non son novizia; ho passato la lunga trafila de' guai e dell'abiezione, tardi ho conosciuto l'abisso in cui son precipitata, tardi l'onor mio…. Ma, nello stato passivo in cui sono piombata, posso anche volere e voglio; questa volta me ne dà la spinta la vostra maschera.

—Io perdo la pazienza; ripetè l'immascherato fremendo.

—Ed io l'ho perduta.—E così dicendo, avventatasi all'uomo, gli strappò la maschera dal volto e la gettò sul pavimento.

—Sciagurata!—urlò l'incognito.

—Che vedo mai! gridò Angiolina, signor Basilio!

—Mi conoscete voi? Oh rabbia! a bassa voce mormorò l'incognito scoperto: che dirà il mondo?

—Dirà che siete quell'ipocrita che in realtà voi siete, quell'ipocrita che….

—M'insulti?…

—Sì, v'insulto e lo deggio; voi siete la causa delle mie sciagure.

—Io?… proruppe turbato il signor Basilio, fole, baie….

—No: verità, verità, verità. Voi appariste al mio nascere come infausto pianeta; mio padre mi odiò per voi e, morta la madre, mi respinse per voi. Il mistero non lo so; ma legami passano fra voi e lui, di qual tempra voi lo sapete.—

Il signor Basilio pareva colpito da fulmine, e la sua mente riandava cose orribili.

—Ah! voi siete…

—La figlia di Marianna dello scalo di porta Trinità, la figlia di Topo.—

Il signor Basilio di rosso acceso nel volto diventò pallido come un lenzuolo funebre, il cuore gli dava pulsazioni febrili.

Riflettè un momento: ei ben sapeva chi gli stava davanti, qual creatura aveva per sempre lanciata in un abisso di miseria, e quella creatura era di aspetto angelico! Involontariamente si ritrasse. Desisteva adunque dall'ulteriore conversazione con lei, con lei che…. ma no: il demonio, più furente assalse quell'anima nera; nessuna idea lo trattenne; veramente ossesso, spumante di rabbia, si fe' d'un lancio a raccorre la visiera, se la ripose con mani convulse al viso, aveva pur troppo bisogno di tornare a nascondere quell'empia sua faccia; e ciò fatto, decise di usare violenza verso l'infelice Angiolina, su cui slanciatosi come una tigre sulla preda, dappoi che le tolse lo stile, l'empio si apprestava…., ma non fu a tempo.

Dalle cortine del letto parato di damasco celeste uscì improvvisa la figura di una donna velata di bianco; il volto di lei era quello di un cadavere, le mani scarne, levatesi al cielo, parea supplicassero; una voce sepolcrale le uscì dal labbro.

—Empio che fai?… ed osi sfidare quel Dio che punisce?—

Il signor Basilio ed Angiolina videro l'apparizione.

—Sciagurato! proseguì lo spettro gettandosi su di quel mostro, verso cui lanciò più crude parole, le quali rimasero soffocate da un orribile scoppio di folgore.

La fanciulla cadde in ginocchio, e l'empio coi capelli irti sulla fronte, inseguito dalla celeste maledizione, precipitoso fuggì dalla camera e dall'abitazione infame.

Una sacra imagine che pendeva dappresso il letto della giovane apparve così raggiante che l'Angiolina ne stupì; un interno sentimento di riconoscenza, un amore fin a quell'ora non provato per la Divinità, toccò il cuore della fanciulla e la costrinse ad inginocchiarsi verso l'imagine della sua divina benefattrice. Ma la misteriosa apparizione fu ella realtà?

Chi può dirlo? Nessuno fuorchè i due che la videro; arcane sono le vie della provvidenza.

Da quella sera in poi Angiolina non fu più quella di prima; noi già lo abbiamo avvertito. E il mutamento della sua vita e dei suoi sentimenti cominciò da quella sera tremenda.

L'anniversario dell'apparizione del signor Basilio e dello spettro in casa di Vascello cadeva appunto in quella sera nella quale ella era stata scherno delle convittrici di quell'albergo e dei loro amanti. Costoro, invece di soccorrerla, avevanla gettata in una bara coperta di fiori e fatta soggetto della sacrilega mascherata che noi descrivemmo.

Quei figli di Satanno, non rispettando nè religione nè pietà, avevano, onde spingere più a lungo la burla, parata di nero la stanza, ove deposero priva di sensi l'infelice fanciulla, la quale al destarsi dopo qualche ora di deliquio credè di esser vittima di un orribile sogno; ma poi, non comprendendo peraltro in qual maniera trovavasi colaggiù, suo primo pensiero era stato quello di raccomandarsi alla provvidenza per un qualche aiuto, inquantochè nell'anno del suo pentimento, di quando in quando furtivamente uscendo, era stata alla chiesa, aveva appreso le sante verità della religione ed ansiosamente bramava la favorevole circostanza di fuggir per sempre da quella abominevole abitazione.

Un benefico nume accoglieva tanti sinceri desiderii, ed appressavasi il momento di vederli sodisfatti.

Rosina ed Angiolina dovevano vicendevolmente salvarsi.

Rosina, nella mattina dopo la trista notte in cui venne per fatale errore trasportata nell'empia casa di Vascello, aveva ripreso l'uso dei sensi e completamente schiarita la ragione. Con decise parole impose alla donna che l'assisteva di aiutarla a vestirsi: s'accorse della mancanza degli orecchini, del vezzo e della borsa dei denari, sicchè comprese pur troppo con quale specie di persone avesse a farla, ma usò tutta la simulazione di cui è capace il sesso feminile. Stimando inutile di domandare schiarimenti a persone di quella sorta, lasciò che Iddio le facesse conoscere per qual causa era stata da un incognito trasferita in vettura, dopo lo slanciarsi dal verone e per qual trista fatalità fosse stata rinchiusa in quella casa di pessimo aspetto.

Instruita dai libri, dotata di energica tempra, ella non si sgomentò, fidando in un avvenire più lieto, e risolse di profittare di qualsivoglia piccola circostanza per fuggire di là e direttamente muovere verso Montenero a gettarsi nelle braccia del buon Gonsalvo e chiedere a lui assistenza. La sua prudenza, calmata alquanto l'agitazione dei sensi, la consigliò a non dare ombra di sospetto intorno la casa e non lasciar trapelare la più piccola idea delle sue determinazioni. Era giovane, ma era dotta, avea letto nei romanzi bizzarre avventure di eroine e non le aveva credute; allora però ci credeva.

Il suo stato tosto la persuase darsi nella vita tali e tante
circostanze che lette in un libro crederebbersi invenzioni poetiche.
Avvezza a comandare, seppe imporre alla Vascello ed all'assistente
Catraia, che fra loro più volte si eran detto:

—È una principessa.

—Vedremo l'esito; verrà l'incognito che la condusse.

Ahimè! l'incognito pur troppo non ci pensava; il buon padre Gonsalvo, credendo di aver messa in luogo sicuro la giovane, giunto al convento e ritrovati colà Iago e Giovanni, aveva avuto da pensare ad essi e per maggior sventura era stato colpito per cagion dei disagi di quel tristo giorno del 27 febbraio da repentina febbre che, cagionandogli spossatezza e delirio, lo aveva inchiodato per alquanti giorni nel letto. Non sì tosto potè far uso della ragione e delle forze, volò a Livorno per riprendere la Rosina, cui già preparava un asilo nel convento ove aveva condotto Esmeralda. Ma ahimè! due dolori doveva provare in un tempo quel venerabile ecclesiastico, cioè apprendere la improvvisa sparizione di Esmeralda dal convento e, giunto a Livorno, conoscere che la Rosina era stata da lui sventuratamente addotta in luogo infame e, quel che è peggio, non più trovarsi in quel luogo.

Ma non era il solo che muovesse sulle tracce della fanciulla, che bramasse averla a qualunque costo nelle mani: vi era un altro personaggio che la voleva e che la voleva con fini ben diversi; e questi, non v'ha dubbio, era il signor Basilio. Costui, dopo la fuga della giovane dal balcone, vantandosi compromesso nella custodia affidatale, aveva, come vedemmo, messa sottosopra tutta la città. Del mistero della sua sparizione era al buio, come sentimmo in addietro, e molto più del luogo ove l'aveva tradotta lo sbaglio del padre Gonsalvo. Oh! se il signor Basilio l'avesse solamente imaginato! Noi conosciamo che la Vascello non gli era ignota; e, come ognun pensa, sarebbe volato colà, ma, come dico, non ne sapeva nulla. Ciò peraltro nei primi otto giorni della sparizione, ma dopo…. non affrettiamo lo svolgimento.

Padre Gonsalvo, appena riposto piede in Livorno, accostatosi con orrore alla dimora di Vascello, salite le orribili scale, si appalesò qual conduttore della fanciulla, e ne fece reclamo non simulando lo sbaglio; ma Vascello, sebbene empia e dissoluta, non aveva mentito nel dirgli che non vi era più, assicurandolo che durante il di lei soggiorno era stata trattata come si conveniva ad educata e ricca giovane e col più gran rispetto. A quel breve racconto le gote del frate erano infiammate dal dolore, dalla collera, e bagnate di mal rattenuto pianto.

—Guai a voi se mentite! aveva detto a Vascello. I fulmini di un Dio vendicatore e che il suo ministro invoca su voi vi giungeranno, e quelli dell'umana giustizia non mancheranno, vel giuro, per il carattere di sacerdote.—

Il buon padre nel parlare dell'umana giustizia aveva fatto per ispaurire la donna; egli ormai non confidava che in quella del cielo, poichè aveva veduto affisso un bando in cui la povera Rosina era stata messa a taglia, cioè premiato sarebbe colui che rimettessela come contumace nelle mani del tribunal criminale.

Umana giustizia! aveva esclamato fra sè il buon frate, umana giustizia! fallace come tutto ciò ch'è terreno.

Nel dolore della perdita di Esmeralda e di Rosina, il buon padre appena potea sentir la gioia di veder in salvo Alfredo. Quel degno uomo si rimproverava di esser causa della sventura delle due giovani che col miglior animo del mondo aveva creduto porre in salvo.

La Vascello, perchè il frate prestasse maggior fede alla sua asserzione, aveva voluto che da capo a fondo girasse la casa.

—Sì, molto reverendo Bonsignore: sono un'indegna peccatrice e, quel che è peggio, non sono per convertirmi.

—Dio ne faccia arrivare il momento! disse il padre con apostolica gravità.

—Sia pure, diceva come compunta la Vascello. Ma comunque la cosa sia di me, fra tutti i miei peccati non vi è quello di burlare un padre santo di Montenero.—

Noi sappiamo fin dal principio di questo racconto, ed è istorica verità, come il volgo livornese veneri i monaci di quell'abbazia. Il frate, veduta la casa, si rassegnò, pur non mancando di prendere qualche lume sulla sparizione della fanciulla; ma la Vascello protestava continuamente non avere la più piccola idea del come fosse avvenuto quel caso. Padre Gonsalvo si ritirò coll'amarezza nel cuore, recossi alla casa Guglielmi, sperando che la fanciulla si fosse colà diretta e dicendo fra sè:

Rosina avrà preferito tornare nelle perigliose mura della casa materna, anzichè trattenersi nell'orribile dimora della Vascello. Commosso e dolente accedeva alla casa della vedova, ed ahimè! scena terribile gli si appresentava agli occhi. I ministri del tribunale eseguivano un sequestro sui mobili e su tutti gli oggetti di valore che potessero esser soggetto di oppignoramento. Il satanico signor Basilio era l'autore segreto di cotesta esecuzione, avendo ceduto fittiziamente il suo credito verso la signora; nè contento di ciò, avendo insinuato il sospetto che quella donna potesse favorire persone nemiche al governo, avea fatto sì che le fosse lanciato contro un ordine di tornare in Francia dentro tre giorni. L'infame collotorto aveva però avuto il coraggio di scrivere un biglietto a madama, nel quale ipocritamente dolendosi delle disgrazie a cui la detta signora era soggetta, le faceva una lunga predica sul modo di educare i figli e terminava con offrirle la sua debole servitù.

—Empio fariseo! aveva esclamato il padre Gonsalvo, nel leggere quel biglietto aperto su d'un tavolino, e sentendo dalla signora il racconto di tutte le sventure dalla sera del 17 febbraio in poi. Empio fariseo! e la misera Rosina doveva esser tua sposa? Ah! meglio mille volte che ella vada raminga pel mondo. Iddio l'assisterà; la mia benedizione e le mie preghiere l'accompagneranno ovunque.—

Quel buon religioso vedendo per il momento non poter far nulla in vantaggio della figlia assente, pensò giovare alla madre presente, ed avvegnachè copiose somme esistessero nella cassa del cenobio per erogarsi in pie azioni, pensò che certamente fosse opera meritoria far parte di alcune di esse a quella signora, la quale per la nequizia umana trovavasi allora in estrema penuria e nella più critica situazione. La difficoltà era di trovare il modo onde madama le accettasse senza offendersene. Gonsalvo riuscì con tale ammirabile delicatezza che la signora non potè ricusare.

—Madama, conviene rassegnarsi ai voleri di Dio ed obbedire alle leggi; partite adunque al più presto: intanto vado a porre a vostra disposizione un 3000 franchi, che non saprei come meglio impiegare; questa non è una limosina, non è un dono, è un puro imprestito fiduciario, che voi salderete a tutto vostro comodo.

—E non vedete l'abisso in cui mi ha piombato la fortuna da otto giorni a questa parte? Come sperare di rimettervi….

—Non è tempo adesso di occuparsi di restituzione, gli eventi stanno in mano di Dio: non disperiamo, ma adoriamo. Esso è il padre delle misericordie: partite; qui resterò io e mi occuperò nelle indagini intorno all'autore del furto che soffriste non ha molto e dell'indole di questa esecuzione: spero rinvenir qualche cosa e che possiate essere reintegrata nei vostri beni. Quel fariseo….

—E che sospettereste?

—I sospetti non sono peccaminosi allorquando si aggirano su un briccone d'ipocrita; questi non sono cattivi giudizi del prossimo; di tutto sospetto, e, se non altro, lo credo conscio o forse complice del furto.

—Che dite mai? allora, se fosse vero, qual mondo sarebbe mai questo?

—Valle di lagrime, madama, e basta; luogo di calamità e di miseria: noi siamo qua per patire, e appunto per il soffrire dei buoni Dio permette la esistenza ed il trionfo dei malvagi.

—E della mia povera figlia?

—Calmatevi, si troverà; io non me ne stancherò: meglio profuga che in prigione.

—Questo è vero, disse madama con mesta consolazione. Ahimè! saperla imputata sotto la censura di un grave delitto!

—Eh! madama, non è la incolpazione, è il delitto che aggrava la fama dell'uomo; l'innocenza non si macchia, e viene il dì in cui si scopre e brilla di eterna luce.—

Consolata dal buon padre e sovvenuta dalla cassa del convento, la Guglielmi partì in breve per raggiungere il figlio a Genova. Il frate era divenuto proprio il padre di quella scomposta famiglia, ma la sua forza morale non poteva soccombere a verun peso. La sera stessa, riconducendosi mesto e solo al convento, aveva salmeggiato per tutta la via e svelato il tutto a Giovanni; permise quindi a questi che con uno di quei tanti travestimenti di cui quell'ardente giovane era capace osasse tornare in città per vedere se più felici potessero essere le sue ricerche. Giovanni con immensa gioia accettò il consiglio; in ogni modo ei sarebbe andato anco senza di quello. Vide un lampo di speranza per rannodare i suoi aderenti, e gli parve di sentirsi certo di trovare la misera Rosina. Sarà egli felice nei suoi desiderii? Ne dubito, ma torniamo a Rosina.

Rosina si era tenuta nella sua camera, erasi fatta dare del lavoro e stava intenta ad occupazioni donnesche; ed a tutt'altro pensando che il buon frate potesse averla condotta in quella casa o tratta in vettura, opinò di essere stata presa per altra persona e che un equivoco terribile la facesse dimorare in quelle sospette mura suo malgrado. Il vedersi così miracolosamente salvata, dopo essersi in un momento terribile precipitata dal balcone, attribuiva giustamente alla bontà della provvidenza, e da questa sperava il termine di sue angosce rassegnata e fidente. D'altronde, ci è permesso il dirlo, ella non aveva quell'idea che altre ne avrebbero avuta della casa di Vascello. Chi poteva aver dato ad una fanciulla sua pari la più piccola idea di tanta turpitudine? Nessuno. Era dunque come una bambina di due anni su di un precipizio nel quale volge gli occhi indifferente e sorride, ma da cui per istinto si allontana. Il ceffo peraltro di Vascello, il contegno di costei, quello di Catraia qualche cosa le dicevano ch'ella appieno non comprendeva, ma che tuttavia le facea desiderar di fuggire, siccome dicemmo. In ogni modo colui che in quel luogo avevala condotta doveva naturalmente venire a prenderla, ed ella sperava che colui (chiunque fosse), conosciuto l'inganno, avrebbe ceduto alle sue preghiere per esserle d'aiuto e di direzione. Questi presso a poco erano i pensieri, le congetture, i proponimenti di Rosina, che in fondo del cuore sentiva come il suo stato non era mai tanto terribile quanto se fosse stata nelle braccia del signor Basilio.

Vascello, nella speranza di lucro vistoso, teneva un contegno rispettoso ed obbediente verso la persona a lei incognita, ma che argomentava ricca. Non si presentava nella sua camera che quando era chiamata, e le aveva lasciata libera altra stanza ad uso di salotto. In quegli appartamenti non si offendeva la decenza.

Nessuna ricerca di mera curiosità per parte di Rosina, e veruna per parte della Vascello. Così passarono qualche giorni.

Alla fine del terzo, Rosina incominciò a divenire inquieta, ed approfittandosi del non sentire verun rumore di passi, si mise a guardare minutamente per la camera e, con sua somma sorpresa, vide che dietro ad un gran quadro di tela posto a livello del terreno era praticata un'apertura ad uso di bodola. Questa veduta la fece trasalire di spavento in modo che sulle prime fu quasi per cadere priva di sensi. Fattasi peraltro coraggio, s'inoltrò in essa e, discesi pochi gradini di legno, si trovò in una specie di pianerottolo che metteva nella già da noi accennata sala parata di nero. Angiolina non vi era più; perocchè dopo un giorno la Vascello, fatta una sgridata da maestra alle convittrici, aveva usato alla giovinetta moltissime e straordinarie attenzioni, in specie poi dacchè seppe che il presunto padre di lei era morto in carcere, e fu (cosa strana in una donna) capace di tenere per qualche tempo il segreto. Angiolina era tornata alla cucina ed alle solite basse funzioni di servizio. Ma la faccenda della stanza nera e della comunicazione con quella della sua camera fe' risolver Rosina a volere e pretendere una compagnia; onde, appena veduta la Vascello,

—Sappiate, le disse con tono imperioso, che se io vi palesassi chi sono, voi non sapreste che avvolgervi nella polvere; se taccio, ho le mie gravi ragioni, ed ho le mie ragioni anco per restar qui.

—Signora, comandate, le rispose con ossequio la donna.

—Sappiate, continuò che se colui (e qui diresse lo strale all'azzardo) se colui che qui mi addusse per i suoi fini sapesse che….

—Signora, comandate, ripetè interrompendola la Vascello, io son vostra umilissima serva (la donna si era riservata in petto la riflessione che le persone le quali ruban di notte donzelle di quella specie devono essere ricchissime).

—Ebbene, riprese la Rosina, io voglio una compagna perfino a che mi piacerà restar qui: intendetemi, la voglio buona; potete voi averne?—-E qui guardò maliziosamente Vascello.

—Sì, madamigella, ho una fanciulla affatto degna di farvi la cameriera; ah! sono la gran scapata a non averci pensato prima. Ma tant'è: Vostra Signoria è stata così taciturna; anzi se volesse…., se per distrarsi….—Ma gli occhi nobilmente severi di Rosina le impedirono di continuare.

—Mandatemi questa fanciulla; credo che ne abbiate, almeno mi sembra dal cicaleggio che ho inteso. La giovane sarà da me rimunerata e come merita, poichè dovrà tenermi compagnia di giorno e di notte.

—Come, vi piace, signora.—

Vascello non capiva come altri potesse comandare così imperiosamente in casa sua; ma questo è il privilegio della virtù sul vizio.

In pochi momenti la Vascello tornò con Angiolina, dicendo:

—Ecco, madamigella, la servetta che voi mi avete chiesto; spero che essa incontrerà nel vostro genio.—

Quindi si allontanò, lasciandole sole.

La figlia del popolo e la figlia della nobiltà si videro, si unirono e si amarono. In un sol giorno dal primo vedersi si eran palesate a vicenda le loro pene. Oh santa forza della simpatia in due anime benfatte! Piansero, si consolarono, sperarono insieme. A vicenda si giurarono soccorso, e quel giuro salì al cielo.

Povera creatura! tanto bella! tanto sventurata!

Rosina dovea ancora subire altre prove di crudo fato.

Il signor Basilio aveva avuto più fortuna del frate e di Giovanni, in quantochè giunse con sicurezza a sapere che Rosina era ricovrata presso la Vascello.

E come mai?

I lettori ricorderanno la collana dalla Catraia rubata a Rosina; or bene la Catraia, Volendo farne denaro, l'aveva data a Narciso dicendogli d'averla rubata ad una fanciulla misteriosamente comparsa nella casa della Vascello.

Narciso vendè, al solito, la roba rubata a quel galantuomo del signor
Basilio.

Il signor Basilio non lasciò trapelare la gioia di simile scoperta, pagò la collana della futura sua sposa un prezzo minore della metà del valore. Narciso si contentò, e la Catraia egualmente.

—Ah! ah! sclamò quando fu solo, aprendo uno scrigno, qua le gioie della madre e in questo canto quelle della figlia.—E così dicendo sorrise di un sorriso infernale.—Mia sposa! poi disse, e perchè no? Dovrò io consegnare questo bocconcino di fanciulla alla giustizia? Eh! non son sì gonzo: per essa è fuggita ed ella non l'ha ritrovata; io l'ho trovata ma per me. Ma sposarmi! E il consenso della madre e del fratello? Ah! ah! ne faremo a meno. Nella mia abitazione ho appunto bisogno di una vezzosa angioletta. Poi, proseguì il monologo, sarà mia amica….—

Sei ore dopo questa scena, otto uomini mascherati, furtivamente entrati nella casa della Vascello, rapivano dal letto la sventurata Rosina.

FINE DEL VOLUME SECONDO

INDICE

CAP. VIII.—Sorpresa Pag. 5
» IX.—Il nuovo Giuda » 37
» X.—Otto giorni dopo » 55
» XI.—Salvezza » 75
» XII.—Sul mare » 88
» XIII.—Angiolina » 107
» XIV.—Il ratto » 128

Gridò la vecchierella, altro che ingombro, è una donna affogata.

Vol. III, pag. 92.

I DEMAGOGHI O I MISTERI DI LIVORNO

Romanzo

DELL'AVVOCATO CESARE MONTEVERDE

AUTORE DEI ROMANZI
ASTORRE MANFREDI
e
IL DUCA DI ATENE

VOL. III.

MILANO
PRESSO LUIGI CIOFFI EDITORE-LIBRAIO
Via di Chiaravalle, N. 11 rosso.

1862

Proprietà letteraria dell'editore, che intende far valere i propri diritti a norma di legge.

Milano—Ditta Wilmant.