CAPITOLO XV.
La camera del signor Basilio.
Giovanni, staccatosi da Montenero, pensò di visitare le catacombe. Travestito da ortolano del convento e seguito dal negro, che volle accompagnarlo nella pericolosa impresa, si affacciò da prima all'ingresso dalla parte del mare; ma questo, ahimè! era stato ad arte reso inaccessibile all'oggetto di racchiudere colà dentro per sempre i congiurati, ignorandosi dalla giustizia la seconda uscita del sotterraneo. Si era fatto ammassare una grande quantità di rena, di macerie e di calce all'imboccatura che bagnavano i flutti. Giovanni adunque e il negro ritornarono indietro, divisando di penetrare nell'interno dalla parte della campagna. Sebbene, come già vedemmo, quel sentiero fosse malagevole, pure lo seguirono e si trovarono in brev'ora in quella cantina a volta ove erano precipitati la sera del 17 febbraio, al rintocco della mezzanotte: colà giunti, fra le tavole scomposte, fra i rottami e le schegge dell'assito, Giovanni si diè premura di raccogliere le ammassate carte, delle quali gran parte abbruciò al lume della torcia che rischiarava quell'antro. Dipoi, salito arrampicandosi su pel muro superiore, potè col premere altra molla riporre il tavolato al suo posto, e dalla stanza, di cui aveva fatto tornare a sesto il pavimento, passò in quella contigua, nel muro della quale v'era un armario da lui solo conosciuto e che s'internava nella parete senza dare al di fuori idea che vi fosse tale ripostiglio. Aperto l'armario, ne trasse due eccellenti pistole e due passaporti, uno inglese ed uno francese. Nel primo era qualificato come cavaliere Hautbuisson membro della Legion d'Onore e dell'ordine di San Luigi, ed in questo aspetto era stato invitato alla festa di madama Guglielmi, in quel ballo la sera antecedente alla catastrofe; col secondo egli appariva sir Edmond Rokeby capitano in riposo e ricco viaggiatore sul continente. Giovanni divisò di servirsi di questo nome per rientrare in Livorno, ed avendo raso la barba e i mostacci, apparve uno dei più bei giovani d'Inghilterra. Ed infatti la sua bianca e rubiconda carnagione, i suoi capelli biondi, i suoi occhi cerulei molto si confacevano al personaggio ch'ei voleva rappresentare. Nell'armario segreto egli avea molti abiti adatti a vari travestimenti. Abbigliato ch'ei fu nella nuova maniera, si avviò con passo franco verso Livorno come se di poco ne fosse uscito, ed Iago, che lo precedè, s'incaricò del trasporto di un baule di biancheria ad una delle prime locande. Per qualche giorno le più brillanti conversazioni della città si stimarono liete di possedere l'amabile e dotto capitano di marina inglese, ed egli appunto si era dato a frequentare tali società onde meglio nascondere il vero esser suo ed apprendere, nel sentirne parlare, la sorte dell'adorata Rosina.
Ed infatti spesso ne udì tener proposito; ma ahimè! le più strane congetture si facevano intorno alla di lei sparizione. Si diceva che ella fosse perita affogata in uno dei canali della città; si diceva fuggita con qualcheduno dei settari; insomma si diceva una quantità di bugie le quali lacerarono il cuore del povero Giovanni, mentre affettava una stoica indifferenza, onde meglio conservare l'impassibile aspetto d'inglese. Facendola da forastiero, volle anche visitar Pisa, come ognun s'imagina, per attinger novelle della infelice Esmeralda, anch'essa misteriosamente sparita.
Tornate invano le sue lunghe indagini su ciò, soprafatto da intenso affanno, alla perfine si era ricondotto a Livorno, ove non si ristette dal tener pratiche con alcuni dei dispersi congiurati; avvedendosi peraltro come lo spirito di quella gioventù si fosse cambiato per l'abbattimento in cui erano caduti alla notizia del come lor cose peggiorassero in tutta la penisola, Giovanni pure decise di attendere tempo ed occasion migliore e, trasandando la pubblica cosa, sue cure tutte volse agli affari privati, riservandosi di ascriversi alla milizia in qualche stato straniero quando che tutte le più minute ricerche intorno alle donne del suo cuore fossero pienamente esaurite. Un altro pensiero stava pur fitto nella mente di Giovanni, ed era quello di nobilmente vendicarsi del satanico Basilio, le cui iniquità erangli state narrate da padre Gonsalvo. E guai all'ipocrita se Giovanni fosse stato uomo di ricorrere a tradimento! per l'ipocrita sarebbe stata finita. Ma no: il nostro eroe, che sappiamo essere un singolare entusiasta, abborriva da ogni opera che agli occhi suoi fosse paruta infame. Desiderava la morte di Basilio, ma avrebbe desiderato dargliela in un duello all'ultimo sangue. Ah povero Giovanni! piuttosto sarebbe possibile all'acqua di un fiume il muoversi verso la sorgente, di quello che il signor Basilio avesse voluto cimentarsi con la spada o colla pistola alla mano; fermo peraltro nel suo pensiero di provocare il codardo impostore, Giovanni, che teneva vita d'uomo dedito al lusso, in uno dei migliori alberghi della città, contornato da amici novelli, fece un giorno dopo lauto pranzo cadere il discorso sulle mode e sopra i migliori mercanti. Non mancò di esser nominato fra questi il signor Basilio, e pregò gli amici di condurlo alla bottega di costui onde provvedere elegante vestiario per una prossima festa da ballo. In breve l'ufficiale e gli amici furono in bottega del mercante, ed il signor Basilio, facendo il collo più torto del solito, non mancò di complimenti e cortesie, mostrò le stoffe da cima a fondo e si augurò gran guadagno. Il sangue bolliva nelle vene a Giovanni, ripensando alle infamie di costui, e fu mille volte tentato di fracassargli il cranio con una pistola. Volendolo peraltro in qualunque modo provocare, domandógli il prezzo d'un abito. Quantunque il bottegaio gli richiedesse il giusto (e qui conviene avvertire che sebbene il signor Basilio comprasse roba rubata a mezzo prezzo, la vendeva a prezzo corrente),
—Voi siete un infame ladro, gli disse Giovanni affettando accento forastiero, un infame ladro, aggiunse guardandolo con occhio di disprezzo.
—Sarà come piace a vostra Eccellenza.—
Ah cane! disse fra sè Giovanni, manco all'ingiurie ti scuoti? or vedremo. E guardandolo con più fiero cipiglio, alzata la mano destra, lanciò sulla guancia del mercante un potentissimo schiaffo.
Il signor Basilio, che sentì crollarsi i denti dalla parte percossa, rispose con un sorriso e con un gentilissimo inchino. E quindi volgendosi agli amici del finto Inglese prese a dire:
—Ah! ah! Milord è in collera: voglio placarlo; il mio facchino porterà al suo albergo le stoffe più belle ed al miglior prezzo.
—Non voglio niente da voi, urlò Giovanni irato per la fallita impresa: mi sono divertito. Tenete per il vostro incomodo, brutto e vile scimmiotto!—
E gli lanciò sul banco un pugno di monete, quindi si allontanò.
Bizzarri questi inglesi! disse fra sè Basilio curvandosi fino a terra per fare un profondissimo inchino; hanno sempre le mani avanti: fortuna che io per sì piccole cose non mi scaldo. E raccogliendo il denaro, se lo pose in tasca.
La sera mentre trovossi nella solita bottega del tabaccaio, gli disse il padrone di quella:
—Di grazia, signor Basilio, ma è vero che V. S. ha quest'oggi buscato il titolo di ladro e più uno schiaffo da un milord inglese?
—Verissimo, Sua Eccellenza si è degnata di applicare una delle sue mani alla mia guancia.
—Delicata quell'applicazione! riprese il tabaccaio, io per me non mi curerei di simili onorificenze.
—E che fareste? sentiamo.
—Ricorrerei.
—Per queste bagattelle uh!
—Eh! chiamate bagattelle il titolo di ladro e uno schiaffo?
—Parlando sul serio, vi dirò che l'uomo deve essere umile; e poi non lo dice la santa Scrittura che se vien dato uno schiaffo, bisogna voltarsi dall'altra parte per averne un secondo? Non lo sapete che gli umili vanno alla celeste beatitudine?
—Buon pro vi faccia, signor Basilio! avete una gran pazienza; vi ammiro, ma non saprei imitarvi.—
Se fossi gonzo, disse fra sè l'ipocrita quando fu per la via, a pigliarla con i milord che nuotano nell'oro. Ricorrere? Ricorrere a chi? alla giustizia? coi pezzi grossi ci si perde sempre, ed io degnissimo signor Basilio me ne tornerei colle trombe nel sacco. Sì, sì!… vorrebbero dar ragione ad un Basilio e torto ad un milord! queste son cose che usavano ai tempi del re Pipino. D'altronde ho mezzi di risarcirmi nel segreto pacifico mio albergo coi più squisiti piaceri di quei pochi disturbi del mondo sociale. L'uomo regna a casa sua. Ed in così dire, guardando l'orologio, fece un moto di sorpresa; eran passati due minuti dopo l'ora del periodico ritiro. E' s'avviò a casa.
—Ah! di quei perni di galantuomo se ne trovan pochi al mondo, aveva esclamato il tabaccaio, quando se ne fu andato; e gli altri della bottega risposero io coro:
—È proprio vero; colui è un Giobbe novello, è un gran santo.—
Nella camera del signor Basilio, che abbiamo saputo esser chiusa a tutti, meno che alla vecchia serva una volta alla settimana, esisteva nel pavimento a fianco del letto una botola, la quale però non era di legno, ma bensì di mattoni, sicchè quando era chiusa non poteva scorgersi, tanto era simile al resto del mattonato, e così pesante che una persona la quale fosse stata sotto di quella invano avrebbe tentato di alzarla. Il signor Basilio peraltro aveva il modo di aprirla colla maggior facilità del mondo, mediante una buona molla che terminava in un bottone di ferro; e siccome questo bottone avrebbe potuto essere scôrto, esso vi teneva sopra una delle gambe del suo letto. Tal botola l'aveva fatta da sè, poichè il signor Basilio era, oltre che ladro, adultero, ecc., ecc., anche fabbricatore di false chiavi, e conosceva così bene la meccanica che ne avrebbe potuto tener scuola. Fino da qualche anno in una circostanza di pessima invernata non uscì mai; e siccome si serrava sempre in camera, ognuno ignorò cosa facesse: quanto ai mattoni ed alla calcina n'erano occorsi ben pochi ed aveva portato colà il tutto, celandolo sotto il pastrano ed involtando il gesso in un fazzoletto da naso. Il signor Basilio aveva scoperto che sotto il pavimento della sua camera era una stanza, forse in antico servita per qualche uso domestico, di cui era stato coll'andar dei secoli turato affatto l'ingresso, forse nel tempo in cui la strada era più bassa, e chi sa quante centinaia d'anni prima? Sceso in questa stanza sotterranea, aveva veduto che essa metteva in un corridoio lungo, umido e stretto, il quale in fondo gradatamente discendeva ed entrava in un canale asciutto, che nei secoli andati probabilmente esser poteva stato uno dei canali di sfogo a qualche fogna. Da questo canale si passava in un recinto affatto scavato nel terreno arenoso, in mezzo a cui stava un pozzo per la vetustà asciutto ed ingombro di materiali.
Il signor Basilio aveva scoperto con gioia questo laberinto sotterraneo incognito a tutti fuori che a lui e che si sprofondava moltissime braccia sotterra. Gli venne subito il pensiero di metterlo a profitto per le sue illecite speculazioni: onde, con indefessa fatica sgombrato il pozzo, in cui discendeva con una piccola scala a piuoli, si accinse a render quel recipiente atto a nascondere i suoi tesori, persuaso che in quel luogo non sarebbero stati nè scoperti nè derubati. Lo scaltro briccone dopo lunghissima fatica era giunto a fare dentro il pozzo degli scavi laterali a guisa di armari, entro cui ripose una quantità di oggetti di ogni genere che esso comprava dai ladri e dagli assassini di Livorno; talchè in quegli armari si vedevano vesti, collane, ori, coralli seterie e altre robe preziose, poichè robe di poco valore e di molto ingombro non ne acquistava giammai. In fondo al pozzo aveva lasciato nudo il terreno onde non avere impedimento di sorta nel calarvi la scala a piuoli che teneva celata nel corridoio. Quella cloaca ove regnava una perpetua notte abbondava d'indicibili ricchezze. E qui giova accennare che il signor Basilio nell'acquistare la roba dei ladri si valeva del giorno di sabbato, in cui aveva permesso a tutti i poveri di accedere alla sua abitazione per avere la settimanale limosina; e così agli occhi del mondo la carità era una delle più grandi sue virtù. E sotto la specie di accattoni, ladri di ogni sorta andavano a lui: ed egli ad uno per volta li faceva entrare nella sua camera e comprava gli oggetti, che poi calava nel rammentato pozzo.
All'epoca della schiaffo datogli da Giovanni era qualche giorno che gli armari del pozzo erano chiusi dai loro sportelli, e ciò non senza ragione.
In fondo al pozzo sull'umidissimo terreno giaceva consunta dalla fame e dal freddo su poca paglia una creatura angelica a cui continue tenebre velavano gli occhi. Questa fanciulla era l'infelice Rosina.
Quattro dei più destri ladri usi a frequentare ogni sabbato la casa del signor Basilio vi avevano per larga mancia e nel più fitto di una notte invernale recata la sventurata giovinetta, che avevano rubata alla turpe magione di Vascello.
La fanciulla non aveva potuto gridare, poichè, immersa in un sonno letargico procuratole ad arte, era stata per mezzo dei ladri trasportata infra le tenebre dell'orribile pozzo; ed onde non potesse esser soccorsa dalla tenera Angiolina, la diabolica Catraia aveva anche a questa somministrata l'infernale pozione; talchè quando si destò trovossi priva dell'amabil compagna e padrona. Ma lasciamola nelle smanie per l'infausto avvenimento e passiamo a dare ai nostri lettori un'idea degli orribili tormenti che Rosina provava in fondo al suo carcere e che rileveremo dagli appresso monologhi.
«O madre mia! o mio fratello! voi non mi vedrete mai più; sono sepolta viva.
»Tenebre! eterne tenebre! Un poco di pane, quanto appena può starne in bocca, ogni due dì! acqua impura mi disseta.
»Povera Angiolina! È vero che eri sventurata più di me, si, più di me…. ma ora lo sono più di te. Ah! vacillo, mi sento morire!
»Un animale schifoso mi è passato sul viso; un rettile, un rettile! io sento il puzzo di muschio!… ah! mio Dio, toglimi alla vita, io te lo chiedo per pietà.
»Oh! Dio, eccolo…. eccolo…. veggo il lume: ecco il mio tiranno…. scende le scale, viene a tormentarmi…. Ma vieni, vieni pure…. Prima morta che tua…. sì…. ah! respiro…. non è lui; nessun lume viene a rischiarare questo abisso.
»Dove sono?… quante braccia sotterra?… sepolta viva! uomo empio… e tu ora alla faccia della terra sorriderai, ti beerai del mio martirio!… o illusi, fuggitelo, fuggitelo questo demonio incarnato!»
Con voci interrotte da' singulti la misera sfogava il suo intenso dolore; già da tre dì agonizzava nel fondo dell'orribile pozzo profondo trenta braccia sotterra: il barbaro signor Basilio ogni due giorni le portava due once di pane ed un boccale di acqua putrida.
—Questo è il tuo posto, superba, le aveva detto ogni volta che era sceso a portarle lo scarsissimo alimento. Questo è il tuo posto; tu non morrai, ma nè anco viverai: io mi vendico così; questo è il tuo luogo, il tuo nutrimento, questo il tuo letto nuziale, fino a che tu non ceda alla passione che mi divora per te.—
La misera invano colle più calde preghiere lo supplicava di darle la morte anzichè prolungarle la vita ormai insopportabile.
Quell'empio scherniva la moribonda.
—Fuggi fuggi adesso se ti riuscirà; nessuno, nessuno si curverà su te nell'ultimo tuo momento; i rettili immondi divoreranno il cadavere della superba.
—Demone in forma d'uomo! nel mezzo dei suoi strazi aveva urlato la giovine.
—Demone? aveva risposto con schernevole riso il traditore. Demone sarò qui sotterra, ma alla faccia del sole io sono l'ottimo signor Basilio, il ricco ed il benefico; e tu? sai chi sei tu? la condannata, la fuggitiva, l'amica di un congiurato. A me fama e vita, a te infamia e morte. Ma io voglio salvarti…. di' una parola, e ricchezze ed agi e fortuna ti darà Basilio se sarai la sua consorte.
—Ah giammai!
—Sarai la mia amica.
—No, demone d'inferno.
—Sarai la mia vittima.
—Ah!… il sono.
—Muori adunque!—
E l'orribile coperchio della botola, riserrandosi con fragore, lasciò l'infelice priva della presenza dell'infernale Basilio.
Costui periodicamente scendeva a tormentarla; ed ella ormai sentiva sempre più avvicinarsi l'ora estrema.
Ella morrà, diceva fra sè il signor Basilio udendo i di lei gemiti mentre stava sulla comoda sua poltrona nella camera. Ella morrà, ne sono certo; otto giorni di questa vita bastano ad uccidere un gigante: ella morrà; ebbene che m'importa? muoia pure. E vuotò un colmo bicchiere di vino del Reno che aveva sulla tavola.
Si avvicinava il termine della vita di Rosina; i rettili più schifosi, le tarantole, i sorci le passavano sul volto, sulle braccia, su tutte le membra; l'aria mofetica, pesante e diacciata, il lungo digiuno avevanla estenuata; ella già era fatta scheletro.
Il signor Basilio gioiva della sua preda e della sua vendetta. Il giorno che toccò lo schiaffo da Giovanni, schiaffo che tollerò con tanta rassegnazione, il che gli meritò gli elogi del tabaccaio, decise di tormentare più orribilmente Rosina e di sfogare su quel misero corpo tutta la sua sfrenata passione. Presa una lanterna ed armatosi di un pugnale, discese per la scala di legno a piuoli nel pozzo dopo la mezzanotte: incominciò le solite frasi, ma niuna risposta.
—È morta…. sclamò, è morta.
Ed infatti, toccata la giovinetta nel volto, sentì che era gelida come un cadavere. Curvatosi sulla misera, raccolse che non respirava. È morta, ripetè fra sè allontanando con un piede quel corpo bellissimo. Così muoiano i traditori e le superbe. Miratala poi nuovamente,—Ah! disse con sorriso beffardo, non fa bisogno di sepoltura; ma no… alle volte le combinazioni… Farò io da beccamorti. Non voglio che si scuoprano ossa quaggiù; le combinazioni son tante!—
E con una freddezza abominevole si mise a raccorre con una mano dei pezzi di masso staccati dalle umide pareti del pozzo per gettarli addosso al bel corpo di Rosina e così, diceva fra sè, seppellirla. Aveva in mano la prima pietra, quando una branca della scala si scosse. Il signor Basilio trasalì; che mai poteva averla fatta muovere? Per la prima volta quell'empio rabbrividì per la paura, non osando alzar il capo verso la imboccatura del pozzo che dava nel corridoio sotterraneo.
Il movimento della scala si ripetè.
Al signor Basilio caddero le pietre di mano. Postosi in ascolto, parvegli udire dei passi nel corridoio.
—Chi è là? sclamò, chi è là? Me misero! che mi sieno entrati in camera! eppure la casa è serrata! Ma no…. sarà un'illusione…. sarà il vento: questa è corrente d'aria.—
E così dicendo batteva i denti per il freddo e per la paura. Ma lo spavento di essere derubato la vinse su tutto; in un attimo salì la scala a piuoli e trovossi nel sotterraneo corridoio: ma qual vista!
Due figure venivano verso di lui aventi due fiaccole; una di esse era una donzella vestita di bianco, l'altra un uomo con uniforme da militare inglese.
Il signor Basilio si vide perduto; sentì vacillarsi la terra sotto i piedi.
—Infame! gli gridò la donzella, ricevi il premio delle tue scelleraggini!—E così dicendo gli piantò uno stile nel petto. Il signor Basilio cadde immerso nel suo sangue, ma nel cadere, ravvisata la fanciulla, ebbe forza di esclamare:
—Sciagurata! hai ucciso tuo padre.—
La fanciulla omicida svenne.
Di lì a pochi momenti l'ufficiale inglese entrò nella camera del signor Basilio, seco portando con immensa fatica, quasi corpi esanimi, Rosina e Angiolina.