CAPITOLO XVI.

Per viaggio.

Due mesi erano trascorsi dagli accennati avvenimenti, e sul naviglio da guerra, siccome dicemmo, veleggiavano verso l'ospitale America Giovanni, Rosina e Angiolina ancora. Sì, dopo che l'amica avevala salvata dal disonore, dalla morte, esse erano divenute ognor più inseparabili.

Secondo quanto accennammo sul principio del capitolo duodecimo, nella sala del naviglio s'intratteneva la vezzosa Angiolina, la cui mestizia si appalesava sempre più viva dal principio del viaggio. Troppe erano le dolorose sue reminiscenze; e sebbene purificata dopo i suoi involontari trascorsi, da cui se il suo bel corpo fu macchiato, ne rimase l'anima intatta, pure ella non si persuadeva, a malgrado delle tante assicurazioni degli amici suoi, di esser degna di entrare nel consorzio delle persone dabbene.

—Ah! Invano tentate di consolarmi su tal proposito, prendeva a dire appunto, seduta sul canapè di rimpetto a Giovanni assiso sul cannone. Invano credete, signore, che abbia a cancellarsi la macchia che mi rese immonda; sia pure che la vita di aberrazione e di licenza da me passata fosse l'effetto di forza superiore, ch'io calcassi nel colmo della più buia ignoranza del bene e del male le empie vie della turpitudine; ditemi, non è forse più turpe il nascer mio? Pur troppo io passo per figlia legittima di un uomo infame per delitti di furto e di sangue, morto avvelenato in una prigione; e sono figlia adulterina d'un uomo forse anco più infame, del signor Basilio.

—Zitta là, aveva ripreso Rosina, che da una delle contigue stanze era passata in quella ove stava Giovanni e l'amica, zitta un po': chi mai è responsabile della nascita? siam forse arbitri di scegliere pria di venire al mondo? Se così fosse, tutti vorrebbero esser figli di persone elevate, ricche e felici. Tali idee, non cesserò mai dal ripeterlo, ti fanno torto; tu devi considerarti come l'oro, che nasce ingombro di terra e di altri metalli impuri, ma che si purifica al fuoco; tu sei purificata nel crogiuolo della sventura. Il tuo spontaneo fuggire l'abisso in cui ti avvolse dal nascere il più tristo dei destini, e il sortirne senza aiuto, colle forze tue proprie, forze di misera ed abbandonata fanciulla, bastano a renderti grande, magnanima, degna d'invidia.—

Giovanni assentì col capo, e le due amiche si dettero un lungo abbraccio e molti baci.

—Ma orsù, per distrarsi prese a dimandare Rosina, dimmi un po', come facesti a scoprire il mio nascondiglio?

—Oh! s'altro non vuoi, tel dico subito. La mattina nella quale mi avvidi della tua sparizione, io mi feci a sospettare qualche tradimento, e la confusione in cui era la Vascello mi confermò nell'idea. Tutto quel giorno peraltro stetti cheta, poichè il mistero per il quale tu eri entrata colà mi era ignoto. Fortunatamente giunse in quei dì il buon padre Gonsalvo, e non cadde dubbio in me dolente delle tue sventure che questa fosse opera di colui…. (e qui si terse una lacrima) di colui che attese che la figlia gli vibrasse un pugnale nel petto per chiamarsi padre adultero, di colui che godo sia sfuggito alla morte, che gli avrebbe cacciata l'anima all'inferno e che mai non riconoscerò per padre (pregando peraltro ogni giorno per lui). Chi altri mai poteva aver comandato quel ratto? tu vedi che non ci voleva molta scaltrezza dopo l'orribile scena che ebbi a patire per causa di esso. Secondo che ti narrai quando eravamo dalla Vascello, io non ignorava come il signor Basilio avesse aderenti nei frequentatori di quel luogo. Tacqui covando il pensiero di salvarti dall'uomo terribile, e poco stante, fuggita dall'abitazione infame, mi ricovrai dalla donna dell'osteria dei Tre Mori. Voi sapete come Concetta fu mia compagna d'infanzia. Perciò colà venni in chiaro di tutto; il ganzo di Concetta fu uno dei rapitori, il quale non resse alle dimande della bella, che poi ne fece a me il racconto.

—Povera Angiolina! quante premure! Iddio te ne rimeriterà. Ti farà felice,

—Ah!… esclamò con un sospiro la fanciulla. Dunque, tornando al nostro discorso, io conosceva il luogo del tuo supplizio; ma come liberarti? io, inerme, povera, fuggiasca, che altro asilo non aveva per me che una misera osteria di cattiva fama, altro sostentamento che quello della carità dei padroni dell'osteria stessa? senza amici a cui fidarmi, io quasi disperava, e calcolava che ogni istante nelle mani di quell'uomo essere doveva insoffribile per te. Stolta! e non sapeva che alle buone azioni ci aiuta sempre un Dio? sì, venne il soccorso. Una sera capitò nell'osteria il tuo Giovanni; la sua figura vantaggiosa, il suo bell'aspetto mi fece subito tale impressione che non me ne scorderò mai.—

E qui bisogna pur dirlo, vi era nell'espressione della voce dell'Angiolina tale una dolcezza inesprimibile, tal mestizia nei suoi sguardi che le davano un celeste incanto.

—Veduto il tuo Giovanni e saputo dalla Concetta esser egli appunto quell'amante di cui mi avevi favellato. Ah! dissi, ecco il soccorso di Dio! e colle mani giunte, col cuore immerso nel giubilo ringraziai il Dator d'ogni bene. A Giovanni io spiegai il tutto. Lui solo può dirlo di qual gioia si sentisse compreso nel saperti ritrovata, ma ahimè! nelle mani però dell'empio tuo persecutore. Poche ore bastarono per porre in pronto il mezzo di salvarti, se pure ne fossimo stati in tempo. Il cielo secondò le nostre brame, una scala di corda e due rampini servirono per far giungere alla finestra l'Arciero, uno dei più famosi ladri della città. Ah! non ti stupire dei mezzi che adoprammo per salvarti. Costui, giunto alla finestra, reciso il cristallo con un brillante che aveva in dito, aperse la finestra della camera, disceso, spalancò l'uscio di strada, e noi ci introducemmo nell'abitazione seguendo l'amante di Concetta, fummo nel sotterraneo del pozzo. Il tuo Giovanni aveva vestito l'uniforme per maggior sicurezza nel caso che fossero accorsi dei curiosi; ei sapeva qual divisa rispettata vestisse, divisa che allora portava indebitamente, ma che adesso veste in ragione del suo ufficio. Il di più dell'avventura notturna non posso dirtelo; tu sai ch'io colpissi, che versai il sangue d'un uomo infame, ma che, ahimè! si vanta mio genitore.—

Il racconto terminò con lacrime di tenerezza. Le due amiche salirono sul ponte a passeggiare per respirare le placidissime aure marine. Il nostro Giovanni si rimase nella camera solo. Colla donna del cuor suo era egli felice? ah! pur troppo due cose lo tormentavano nell'anima: l'amore fervente di patria e le nessune nuove della sventurata sorella. Rosina peraltro, tutta in preda alla gioia di esser per sempre sfuggita all'empio signor Basilio, sapeva salvi la madre ed il fratello, e sperava di veder ricomposti gli sbilanciati interessi della madre stessa, mercè le assidue cure del padre Gonsalvo. E nei primi momenti di un appagato amore ella non aveva altre afflizioni che l'afflizione dell'uomo adorato. Ma egli era allora suo sposo? quali erano state le vicende sue nei due mesi dell'avvenuto ratto e liberazione? Noi potremo saperlo leggendo le seguenti lettere dirette alla madre ed al fratello.

LETTERA I.

Mia cara madre, Malta, li 27 marzo 1821.

Non prima d'ora ho potuto scrivervi, durante il mio viaggio; il medico mi aveva proibito d'occuparmi. Sì, madre mia, io sono stata sull'orlo del sepolcro: un Dio mi ha conservata all'affetto vostro e di colui che mi ha salvata ed al quale col più sacro titolo appartengo. Il venerando padre Gonsalvo, il mio tenero Giovanni so avervi scritto la istoria delle mie sventure fino alla notte in cui venni esanime e puro scheletro involata a morte certa, poichè il barbaro mio rapitore era già sul procinto di seppellirmi: inorridisco al solo pensarvi. Iddio mi usò misericordia di avermi tolti i sensi in quell'estremo momento: almeno io non vidi l'ultima volta colui che ha rovinata e dispersa completamente la nostra famiglia, ne ha involate le sostanze, disonorato il nome. Ma il tempo della giustizia divina verrà e verrà tremenda: colui non è morto, Iddio non senza ragione serba quella vita abominevole; chi sa qual morte gli prepara la vendetta dell'Onnipossente? Nel momento della mia liberazione io nol vidi, come anche non vidi le creature che mi liberarono, cioè Giovanni ed Angiolina. (Di costei, mia tenera amica, so avervi scritto a lungo il buon padre Gonsalvo.) Quando ripresi i sensi mi avvidi di essere in una stanza mobile; infatti io mi trovava in un naviglio: come mi vi conducessero, eccovelo.

Giovanni aveva condotti nella camera del signor Basilio uomini arrischiati e pronti ad ogni suo cenno: a costoro affidò l'Angiolina svenuta, e quanto a me volle egli stesso darsi cura di questo, com'egli lo chiamò, carissimo peso. Ei temea sempre di perdermi nuovamente. In breve fummo condotte in una barchetta che ci attendeva nel fosso vicino e di là fummo trasportati da quell'agile schifo oltre il Calambrone. Come ei facesse ad oltrepassare la dogana senza che fosse veduto quel che stava in fondo al battello, nol so; ma mi do a credere che quei remiganti, espertissimi contrabbandieri, non nuovi a passare alla insaputa delle guardie doganali, manco pensassero a quella difficoltà; forse le guardie furono innocenti, forse comprate, ma ciò non interessa al mio racconto. Quando mi destai dal mio lungo sopore, io, come vi diceva, era in una comodissima camera di un naviglio, la bandiera del quale così è temuta che, sebbene a poche miglia di distanza dal signor Basilio, non sarebbero bastati cento suoi pari a levarmi di colà. E poi il degno signor galantuomo aveva altro da pensare in quel momento. Noi anzi per molti giorni il tenemmo siccome morto; e se nol fu, convien dire che il demonio avesse prodigiosamente salvato quel suo favorito. Al primo ritornare in vita io non riconobbi nè Giovanni nè Angiolina, che continuamente al mio fianco stettero ad assistermi, nè da me furono riconosciuti se non dopo qualche giorno e quando mille cure vi vollero per farmi riprendere le forze smarrite a causa degli orribili patimenti da me sofferti in quel pozzo del signor Basilio. Come fui in grado di poter resistere alla consolazione, Giovanni mi si palesò qual era: ciò basta; di più non posso dirvi, sebbene siate mia madre; è un segreto che egli confidò a me sola e che niuno oltre di me può conoscere. Vi basti che esso è degno di me, di voi, di Alfredo, di tutta la famiglia. Io credo che il mio Giovanni sia uno di quegli esseri straordinari che appariscono a quando a quando nel mondo per far prendere al secolo in cui nacquero tutta l'impronta delle loro passioni: giovane ancora, egli non è conosciuto, ma tempo verrà che si farà conoscere ed il mondo lungamente parlerà di lui, quando solo uno di quegli alti meriti che lo adornano egli si avesse. Io gli debbo l'onore e la vita, che senza di lui avrei perduta nelle mani del signor Basilio. Datosi egli a conoscere, senza quel misterioso linguaggio che è solito usare quando in specie lavora ad un gran piano che va maturando, egli mi si appalesò, ed io non resistetti ai di lui desiderii di farmi sua sposa; quando pur l'amore non mi avesse consigliato di fare tal passo, mi vi spingevano la mia ragione, la mia critica situazione. Che aveva a fare io isolata al mondo? Che avrebbe detto il mondo se avessi dimorato sciolta dai vincoli del sacro legame coll'uomo cui sono debitrice della vita? Sì, mia cara madre, padre Gonsalvo ci dette la benedizione nuziale poco prima che il naviglio mettesse alla vela. Il giorno di tale avvenimento fu giorno festivo per tutto l'equipaggio; il legno fu tutto bandiere, ed in mezzo agli evviva di quella buona gente fui salutata sposa, La mia debolezza era estrema; appena potei uscire dal letto della mia lunga infermità per trasportarmi all'altare, ma di più non poteva indugiarsi. Ah! madre mia, io fui felice, felice però quanto poteva esserlo una figlia che non vide la madre assistere ai suoi sponsali, che vede l'uomo che ama non lieto ma cogitabondo. Ahimè! sempre più mi persuado non esservi in terra completa felicità.

Noi siamo a Malta; il mio avventuriero (che così soglio per vezzo chiamare il mio sposo) trova oro ed amici in tutte le parti del mondo. Al vedere come è ossequiato, come è compiaciuto, come ricercato da tutte le persone, voi lo credereste un gran principe: io però non me ne meraviglio; le più scelte dame di qui si compiacciono chiamarmi sorella, mi scelgono per compagna e per intima amica. Ah! son pur lieta in questa isola amena, e spero farvi un progetto al quale m'auguro vedervi sorridere. Ma…. qui chiudo la lettera: pochissimo vi ho scritto come figlia, troppo come convalescente; se lo sapesse il medico! mi sgriderebbe, ma gli farò il piccolo torto di non dirgli nulla.

Vi bacio la mano.

La vostra obbed. ed amorosa

ROSINA

LETTERA II.

Cara mamma, Malta, li 30 marzo 1821.

Attendeva vostre lettere per continuare la mia corrispondenza.

Sono lietissima di sentire che voi avete approvato il mio matrimonio e che le speranze di riacquistare le facoltà vostre a Livorno sono vive mercè le premure dell'ottimo padre Gonsalvo. Ma di più avrei goduto se avessi saputo che la nostra buona fama fosse ristabilita. Quanto a voi è sperabile, ma quanto a me ho il dolore di essere sempre calunniata senza poter giustificarmi nella mia buona patria. Ciò lo apprendo da un articolo della gazzetta in data di Livorno; quella lettura mi fece molto piangere e mi fruttò una lunga sgridata per parte di Giovanni, il quale con serietà mi disse:

—Non sono i giornali che coi loro comprati articoli danno o tolgono la fama agli uomini; sono le loro azioni, è il mondo che ne giudica, gli eventi che li coronano di alloro.—E qui prese un'espressione di profeta. Pure voglio trascrivervi l'articolo tal quale, nel dubbio che voi non lo abbiate letto.

«Nello scorso mese la nostra città di Livorno fu teatro di un avvenimento che farebbe anco più orrore, se non si sapesse essere opera di gente perduta e dedita a trame contro i buoni per sovvertimento della macchina sociale. Questo avvenimento è un assassinio commesso sopra uno dei più onesti mercanti di questa città, il signor Basilio Semplici. Costui, che, come ognun sa, vive ritiratissimo, dedito ai suoi affari e all'opere di vera e rara pietà religiosa, ha un quartiere situato in via del teatro degli Avvalorati. In questo quartiere è posta una stanza nella quale l'insigne capitalista ha con molta prudenza celati quei tesori, frutto dei suoi risparmi e lucri commerciali che, proprio convien dire, benedetti dal cielo, cotanto si sono prodigiosamente aumentati, poichè, a quanto dicesi pubblicamente, non vi ha uomo più denaroso di lui nella nostra città. L'avvenimento dell'assassinio non sarebbe tanto straordinario, se non vi fossero pur troppo dei particolari che meritano di esser pubblicati nel nostro giornale. Convien sapere che sino dalla sera del 17 febbraio decorso era misteriosamente scomparsa la fanciulla Rosina figlia di quella vedova Guglielmi adesso sfrattata dalla città per non pochi sospetti di liberalismo. La figlia di lei, la quale era fuggita per darsi impunemente in preda ad una tresca scandalosa con uno dei capi di quei settari dai quali è avvelenata la città nostra, stata era dal medesimo abbandonata in una casa di empietà, in quella cioè della famigerata Vascello (ecco cosa guadagnano le imprudenti giovani a calcare le vie del vizio). Di colà, priva di mezzi e nella vergogna, la giovane non aveva osato di ritornare nella famiglia materna, tanto più sapendo esistere contro di lei un ordine di cattura. Nel colmo della miseria pensò ricorrere al degno signor Basilio, il quale per carità aveva prestato delle rilevanti somme alla madre di lei (truffategli di poi). Il buon uomo, veduto il pericolo della fanciulla e la di lei perdizione, sperando ricondurla al buon sentiero ed al pentimento con farla rinchiudere in appresso in una pia casa di penitenza, si degnò di accordare alla sconsigliata giovane la sua protezione, e di notte tempo le permise di nascondersi nella sua abitazione, ove per alquanti giorni la tenne celata, colmandola di mille attenzioni e facendola servire da una cameriera per nome Angiolina, che ei credeva dabbene. Questo tempo fu impiegato dal caritatevole signor Basilio nel curare alla traviata fanciulla un collocamento in un reclusorio di monache che va fondandosi; nella qual cosa ebbe molto a penare, stante la pessima fama che già correva di quella giovane: pure, a forza di amicizie e di danaro, era quasi riuscito nel benevolo intento e ne rendeva grazie al cielo, quando quelle donne infernali tramarono a lui la ruina e la morte. Scoperto ai loro drudi il tesoro del negoziante, in una notte, mentre costui riposava lieto di esser al punto di compire l'incominciata opera di misericordia di cui non aveva ad alcuno svelato il segreto, le due donne apersero l'uscio ai ladri, i quali pugnalarono il signor Basilio, che per un vero miracolo scampò la vita. Pare che la paura atterrisse i masnadieri, i quali s'involarono senza commettere il furto. La mattina di quella notte terribile, la donna di servizio e la padrona del quartiere, meravigliate in vedere la porta della camera del signor Basilio aperta, il che non era mai accaduto, temerono di qualche sventura e s'innoltrarono in quella, che trovarono vuota. Penetrarono allora nell'andito sotterraneo, da esse veduto per la prima volta, e trovarono nel fondo quel galantuomo immerso nel suo sangue con uno stile nel petto e quasi privo di vita. E qui giova avvertire che il degno uomo, per meglio prodigare attenzioni alle ospiti traditrici nel tempo di loro dimora con lui, aveva loro ceduto la sua camera ed il suo letto, e si era ritirato in fondo ad un pozzo situato all'estremità di quel corridoio su poca ed umida paglia, passando la notte in continue preghiere e digiuni onde implorare che il cielo perdonasse alla sconsigliata giovane, che egli amava qual figlia, i suoi lunghi trascorsi. Siamo lieti di tessere nel nostro giornale i meritati elogi di questo moderno eroe della carità, che senza questo avvenimento avrebbe nella tenebre della modestia sepolto questo nuovo tratto di esemplare virtù. Gli assassini sono scomparsi o forse si nascondono ancora nella tenebrosità di cui non è scevra questa città nostra. Quanto alle due fanciulle, si sa essersi vendute ad un signore forestiere, ufficiale di marina, il quale è scomparso nella mattina susseguente al tragico avvenimento e partito per le Indie orientali. Quelle due sciagurate espieranno probabilmente colà il fio delle loro colpe, passando al servizio di qualche capo d'Indiani, che, come ognun sa, tengono le donne in concetto poco men che di bestie.

»Il signor Basilio, maravigliosamente restituito alla vita, agli amici, ai poveri, agli orfani, corre voce che voglia consacrare il resto dei suoi giorni alla quiete del chiostro, lasciando gli immensi suoi averi ai miserabili.»

Il bugiardo articolo, cara mamma, contiene altre frasi intorno alla mia persona, che io amo di non trascrivere; oggi mi sento le vampe al viso, sebbene innocente. Sapeva già che nulla vi è di più menzognero di certi giornali che passano per le mani di tutti, ma non credeva possibile tanta sfrontatezza nella stampa. Quantunque io pensi che nessuna sensata persona, se si eccettuano i partigiani della ipocrisia, potrà credere a simili menzogne, pure mi angustia il dubbio che un tale articolo possa nuocere agli interessi vostri e di mio fratello Alfredo, il quale occupa un grado rispettabile nell'armata. Non vorrei che aprisse una strada ai nemici suoi onde togliergli un meritato avanzamento; vero è che si può ribattere l'empio articolo con una minuta descrizione dei casi i quali percossero me, grazie al cielo, innocente, sebbene infelice. Voleva insistere presso il mio sposo affinchè, nel Malta-Mail, reputato giornale che qui si pubblica, si rispondesse alle sfrontate menzogne della Gazzetta Livornese, ma egli mi ha replicato con aria di nobile sicurezza:—Mia cara Rosina, tempo verrà che io darò replica alle parole coi fatti e non colle ciarle.—Non oso inquietare su tal proposito ulteriormente lo sposo mio. Intanto la provvidenza si è compiaciuta di temperare con un favore insperato il dolore prodottomi dalla iniqua e falsa narrazione del citato articolo, pubblicato certamente sotto l'influenza e coi denari del signor Basilio. Mio marito, il quale nel tempo passato prestò dei servigi alla Gran Bretagna, è stato ricevuto al soldo di quella formidabile potenza. Nel momento in cui vi scrivo gli viene consegnato il brevetto di luogotenente di fregata. E per quanto ci assicura il lord governatore di Malta, egli prenderà il comando di una corvetta chiamata per bizzarra combinazione The Rosina, la quale giunger dee da Alessandria in questo porto. Se potrà ottener quel comando, lo scriverò con altra mia diretta a voi o a mio fratello, a cui voglio far giungere i miei caratteri per avere il piacere di ricevere i suoi.

Di cuore mi dico

Vostra affez. figlia

ROSINA.

LETTERA III.

Al sig. comandante dei bersaglieri di Genova.

Caro Alfredo, fratello diletto,

A bordo della corvetta Rosina, il 28 aprile 1821.

Comincio la mia lettera con dirti prima di tutto avere in questa notte avuto un sogno molto lieto. Non increspare le ciglia sentendo come io mi rallegri di un sogno, caro fratello: spesse volte le notturne visioni sono state annunzio di future disgrazie; or perchè mai ci sarà vietato credere che alcune possano presagirci felicità avvenire? Mi sono sognata di essere in un bosco ove alcuni amici avevano a noi apprestata una lauta refezione; e, nota bene, era un bosco di palmizi della specie di quelli che insieme cogli arboscelli di aranci e di limoni danno un fresco refrigerante ed imbalsamano l'aria di soavi profumi nei climi meridionali. Già la mensa frugale, cui avevamo preso parte seduti sull'erba fiorita vicini ad una fontana di acqua zampillante e limpidissima, era al suo termine; quando sentimmo da vicino il preludio di un'arpa e quindi una dolce canzone patetica che ci ha scosso le fibre. Fra non molto vedemmo avanzarsi verso di noi una donna assai bella seco traentesi un grazioso fanciullino di sette in otto anni il quale aveva una piccola arpa al collo; e tosto abbiamo indovinato esser ella la cantatrice, ed il fanciullino l'amabile suonatore. La dolce fisionomia della donna e del fanciullo ed il loro meschino abbigliamento ci hanno commosso: e subito abbiamo pensato di far ristorare e la cantante ed il suonatore col resto del nostro pasto campereccio, mettendo inoltre mano alla borsa per trarne qualche moneta d'oro da darsi ai virtuosi di musica, il cui aspetto ci diceva chiaramente essere acceduti fino a noi coll'animo di ricreare la brigata e di ottenere dalla nostra liberalità alcun che onde andare avanti nella misera vita. Ci proponevamo di domandare alla signora (poichè, malgrado il di lei abito e lo squallor del suo volto, appariva essa fornita di modi eleganti e civili) la di lei istoria, che ci auguravamo interessante, quando tu, che eri alla refezione, ma ti trovavi distante per esplodere il tuo archibuso contro di una quaglia, ritornato in quel momento, hai gettato un grido e, abbandonato il fucile, ti sei precipitato al collo della signora gridando: Esmeralda! e dopo molte carezze ella ti disse con tenera voce: Alfredo, benedici tuo figlio.

In mezzo all'effusione dei trasporti della tua amante e del tenerello suonatore di arpa, mi sono svegliata. Ti confesso che mi è dispiaciuto di destarmi così presto. Ebbene, mi dirai tu, amata sorella, a che riaprire le più funeste piaghe del mio cuore? Pur troppo ho perduto il mio idolo, pur troppo a quest'ora Esmeralda non respira più le aure vitali! No, mio caro fratello, il mio sogno non dee dolerti; esso è un avviso del cielo. La misera tua amica, in preda all'aberrazione sua mentale, scomparsa dal convento di Santa Chiara, quando pur fosse caduta vittima della sua frenesia, non si riunirà ella forse con noi dopo questa misera vita nel prato delle celesti beatitudini? Sì, mio Alfredo: il mio sogno è lieto, possa stillare nel tuo cuore quella dolcezza che stillò nel mio e renderti paziente nelle avversità, più gagliardo nel nobil mestiere delle armi.

Passando dalla visione alla realtà, pregoti dire, alla nostra tenera madre che la corvetta La Rosina è giunta di Alessandria, ed è di su questa che io ti scrivo, mentre spieghiamo le vele per la Barbada, una delle Antille inglesi, vicina alla seconda patria del mio Giovanni. Esso è il comandante in capo del naviglio, ed anzi, giunti che saremo colà, egli, come praticissimo di quei luoghi, viene interinalmente nominato governatore dell'isola. Noi crediamo che, vicini alla Guadaluppa, ci sarà facile ricuperare i beni di Giovanni, tanto più ora che l'Inghilterra, di cui egli è milite, è in buona armonia colla Francia. Se però tal cosa non mi riesce, noi abbiamo tanto da star bene, anzi benissimo. Già so aver egli scritto a nostra madre che, appena stabilito alla Barbada, vuole ch'ella si riunisca a noi e desidera che tu pure, ottenuto il congedo, venga nel nuovo mondo, il quale è, come dice Giovanni, tanto meglio del vecchio. Vorrei per altro che il nuovo mondo gli facesse uscir di mente certe idee che vi ha impietrite, ma come sposa non me ne ristarò.

Una notizia ho saputa la quale in parte mi affligge, in parte mi consola. Si dice che il venerabile padre Gonsalvo abbia abbandonata l'abbazia di Montenero a malgrado della sua avanzata età, per entrare nella carriera dei missionari. Caro Alfredo, sarebbe mai questo un effetto delle opere del signor Basilio, cui certamente non poteva garbare la vicinanza di padre Gonsalvo? Io molto ne dubito; vero è che il venerando; abbate non ci ha scritto nulla. Ah! se la notizia fosse vera, addio interessi nostri a Livorno. Ebbene, se Iddio ci provvede da altra parte, non possiamo lamentarci: anzi se padre Gonsalvo è divenuto un missionario, potrò vederlo in America, mentre se ei restasse a Montenero, nol vedrei mai più. A Livorno ho detto addio per sempre. Ama la tua sorella.

ROSINA.