CAPITOLO XXI.

Un astro novello.

Pochi giorni dopo Giovanni aveva mantenuta la parola data al cognato.—Il molle ozio non è per me, più volte avevagli detto, o mio Alfredo; ed ozio imbelle io chiamo la vita che meno. Io sperai che le gioie purissime dell'affetto di sposo e di padre mi staccassero dal cuore quella smania immensa che mi divora, ma no: essa vi è fissa come uno stile acuto e mi lacera senza uccidermi. Io sento il bisogno di ripiombarmi nei maneggi che ponno darmi una fatica; io non l'ho, cioè non l'ho come la vorrei.

—Ma, Giovanni, tu lo sai se io divida il tuo fuoco, il tuo desio; se al primo volger di una luce fra tante tenebre, or son pochi anni, mi ricacciai in Europa, rividi gli amici; se tentammo: ci parve avere ottenuto alcun che; ma ahimè! nobili ed entusiasti giovani caddero sul patibolo o morirono nelle prigioni o nell'esiglio, ed io miracolosamente salvato feci ritorno in America. Quanto a me, Dio mi ha fatto ritrovare la mia Esmeralda, son marito, son padre; ciò versa un balsamo di calma nel fervido mio cuore. Non me ne starò per altro, se un'aura benefica disperde e dissipa le tenebre del nostro orizzonte.

—Ed io voglio pugnare per un suolo non mio, se pel mio nol posso; almeno snuderò un acciaro per la medesima causa: ovunque vedo oppressi, io ritrovo fratelli.—

Giovanni lasciava la Barbada; gli subentrava Alfredo nel governo dell'isola. L'indomito cospiratore adduceva seco il suo primogenito, ancora imberbe, nei cimenti della gloria. America suonò di eterne laudi al guerriero intrepido e generoso, cui l'Europa, memore di essergli madre, decretava una spada di onore. Carico di allori, esso dopo alcuni anni rientrava nel seno della famiglia.

—Ebbene? dopo gli affettuosi abbracci che si dettero, or ti riposerai, dissegli Alfredo.

—Chi sa? aveva risposto laconico il cospiratore.—

Ma lasciamo nella vaga isola i nostri più cari personaggi e riconduciamo in Europa i lettori e precisamente in Livorno; mutata così nel fabbricato, dirò quasi anche nel costume del ceto più alto, ma la stessa nei bisogni e nella ignoranza del popolo, il quale fa come dicesi del mondo, cioè peggiorando invecchia.

«Ma questi salti, dirà qualche leggitore o leggitrice, sono un poco grossi.» Al che io rispondo: faccio la parte del narratore, e lasciatemi la facoltà di narrare a mio modo; d'altronde un romanzo non è un libro di annali, ed anzi dovete consolarvi se mi studio ad esser meno lungo e se più presto vi levo l'incomodo di starmi ad udire; ed essendo poi il libro più breve, costerà meno, ed ecco contentati anco gli avari: gli avari! e voi sapete che questa è una pianta umana che non cessa di vegetare molto propiziamente in tutte le parti del globo.

D'altronde che avrei a dirvi d'interessante, quando la vita dei nostri personaggi in questi anni andò là là secondo il solito, secondo il comune andamento delle cose umane? E meglio al certo, quando sarà suo tempo, mostrarveli di nuovo sulla scena turbinosa del mondo.

«Or via dunque affrettatevi.»

Calma, calma, lettori carissimi, chè saprete tuttociò che è giusto sappiate; ma se io ho saltato a piè pari circa un decimo di secolo, non voglio peraltro abbozzare il mio racconto, poichè alla fine dei conti ho interesse anch'io che il libro vada meglio che può al suo termine. Non crediate già per paura delle critiche: perchè sappiate che ho sempre creduto doversi dire di loro ciò che dice il volgo della nebbia, cioè che lasciano il tempo che trovano; ma perchè mi è grato sodisfare alla mia coscienza col fare il libro tal quale mi son proposto di farlo. Ma andiamo avanti, chè la disgressione è terminata. Siamo al settembre del 1847.

Noi ricorderemo certamente che fino da ventisei anni prima, in quella famosa osteria dei Tre Mori, disparsa adesso dal numero delle bettole, nella serata dell'improvvisa comparsa del Caprone stavano insieme due giovani, uno dei quali noto per il nome di Bruto, l'altro per quello di Catone, e che altri individui di animo cogitabondo e di fama dubbia si assidevano al medesimo desco. Or bene di quei personaggi non erano morti che il Topo e il Cacanastri, come già vedemmo, ed il Narciso, a cui il chólera troncò la vita piena d'imbrogli e di lenocinii. Gli altri restavano e vivevano sani e gagliardi sebbene invecchiati; in specie il vecchio oste e sua moglie, i quali dal ricettare robe rubate erano divenuti negozianti, possedevano un bello stabile nella piazza del luogo pio ed avevano maritato Concetta al giovane marinaro, il quale aveva avuto anch'esso non poca fortuna e, fatto uomo adulto, era divenuto proprietario di vari bastimenti che carichi di merci ed in specie di grano veleggiavano per il Mediterraneo.

Vero è però che i nostri personaggi non avevano sempre goduta la prosperità: infatti più volte erano stati qualche mese in prigione per sospetto di furti, avevano avuto delle bastonate per altre turpitudini; ma ciò non impediva che marciassero adesso in vesti assai ricche, con catena d'oro agli orologi, avessero carrozza e servitori, ed anzi servitori in livrea, e già già aspirassero alla nobiltà. Ciò non faccia meraviglia: sulle mani callose e nere continuamente tenendo dei soprafini guanti di seta e di pelle canarina, non si vedevano i calli di esse; il parrucchiere acconciando ai signori capitano di marina e negoziante le fedine ed i baffi, dando pomate odorose ai capelli e pettinando elegantemente la signora Concetta e le sue figlie (nulla importa se nate prima del matrimonio), ne era avvenuto che sparisse da quei personaggi ogni puzza di catrame e di unto. E poi chi in quella florida e commerciante città bada all'origine degli abitanti suoi? se marcia in carrozza il rivenditore di stoccofissi e di carbone? se i bettolieri hanno palazzi, ville e fattorie ove più loro piaccia? Se antichi ed onesti commercianti hanno battuta la capata, peggio per loro, il mondo bada al presente. Il danaro fa tutto, sono i denari che fanno l'uomo, dice il proverbio: Chi ha è, chi non ha non è, e quel che è più chi ha danari è ancora sapiente; vedi mo' che razza di prodigi fa l'oro coniato!!! Dunque, come io vi diceva, la signora Concetta, ora madama Concetta, ed il suo signor consorte (a cui i commessi della casa di commercio da lui stabilita a Malta si levano tanto di cappello) danno feste di ballo splendidissime, hanno lacchè gallonati, nessuno si vergogna a praticarli, sono ammessi nelle migliori società. Ed in questo la popolazione di Livorno ha progredito come le nuove case; ciò che prima era una soffitta lurida e cimiciosa è divenuto un palagio a cinque piani con colonnati, con finestre gotiche ed altro e che si vede da dieci miglia lontano; ed i cenciosi di un dì oggi camminano cogli staffieri accanto. In tanto progresso Bruto e Catone non sono stati indietro; entrambi, per opinioni sporcate le carceri nei decorsi anni, ne sortirono alla pulita, si fecero avventori e clienti, e, per bacco! non sono più quei discolacci di anni ed anni indietro; sanno fare le cose con destrezza; tengono in mano le fila di una gran tela e, quel che è più, si sono accaparrati il genio e la volontà della moltitudine, della quale a suo tempo sapranno giovarsi, e lo vedremo. Ad essi la prosperità si para davanti come una umilissima serva che spazza ben bene la camera al suo padrone. Costoro se la ridono di quella dabbenaggine della moltitudine che gl'incensa e dalla quale, sotto lo specioso titolo di libertà, si propongono di levare le penne maestre, e già si beano di quell'alto loco ove la loro ambizione è per guidarli.

In mezzo ai voli della cupida fantasia, essi hanno qualche volta rammentato con dileggio quel buon baggiano del cospiratore Giovanni, che faceva per gli altri e non per sè, e sghignazzando gli hanno accordato titoli i più bizzarri che ei non seppe mai.

Mi scordava di dire che il signor Bruto è il favorito bracciere di madama Concetta; ed è una gioia il vedere la damina, un dì bettoliera, oggi in un superbo legno a quattro ruote ed a due bei cavalli inglesi, con servi e cocchiere in serpa e cacciatore dietro, due o tre pellicce o cappotte, due o tre canini pomeri seco sdraiati sui cuscini di raso del phaeton, dare le occhiatine al ganzo che galoppa al fianco del legno su cavallo arabo riccamente bardato.

Il gabinetto di studi di Bruto era affollato di ogni genere di clienti, ed i commessi avevano un bel fare a tenerli indietro tutti; e poi tutti volevano vedere l'oracolo del giorno, gran cosa è il tempo! tutte queste che son cose da fare maraviglia, non lo sono tanto quanto la meraviglia, delle maraviglie, cioè, non s'indovina alle cento, il signor Basilio….

«Ebbene su….»

Sì, lettori carissimi, il signor Basilio, quell'uomo tutto collo torto, era diventato un gran liberale, eh! un liberalone, e di quei più grossi, amati leggitori! Non più stavasi romito giù nella solita via: ma, affittata quella casetta dopo averla comperata, aveva acquistato una vaga palazzetta proprio fuori del Casone, nel luogo il più di chiasso e di brio, ove, circondato da scelta società, dava serate di musica e di ballo; insomma era un vecchio alla moda: ma che vecchio? pareva un giovanetto sui venticinque anni, con capelli nerissimi, baffi neri.

«Anche i baffi?»

Anche i baffi, e di più aveva cessato di essere avaro, eh! Dio guardi! il denaro, dalle sue mani usciva a pugni: aveva proprio la palma traforata, e non figuratevi già che largheggiasse a paoli e testoni, erano francesconi, erano doppie d'oro di buona zecca. Ora sento che mi domanderete: «Ma come spender tanto? è vero ch'era ricco, sappiamo come gli ha fatti, e si saranno moltiplicati e decuplati, un uomo come lui, ma….» Eh! che volete? rispondo, avrà trovato una qualche cava d'oro bello e coniato; o che? credete che di queste cave non ve ne siano? ve ne sono, eh! ve ne sono delle inesauribili.

Ma se lo aveste sentito sputare di politica nel salone del bigliardo della sua villa! nella platea del teatro Rossini! al casino di San Marco! eh! avreste strabiliato; e, quel che è meglio, i suoi sproloqui, per dir come dice il volgo, non li faceva mica nelle brigate degli amici o in qualche ritirata conversazione. Eh! il signor Basilio non aveva paura di nessuno: per lui nel caffè, al teatro, al casino, al veglione, alla bisca, era tutt'uno; parlava alto, sputava sentenze a bizzeffe, censurava leggi e moveva guerre, e che so io?

—Oh che coraggio! dicevano taluni nel sentirlo toccare certi argomenti pericolosi; eppure tutti il salutano, va nelle migliori società!

—Il cielo lo ha sempre protetto, diceva il vecchio tabaccaio che noi già conoscemmo nei precedenti capitoli; e se egli ora parla in tono diverso, è segno che sa di poter parlare. I tempi sono cangiati, ed egli, che conosce come adesso possa mostrarsi, si mostra: quando era tempo di starsene zitto, pareva un pesce. Il galantuomo fa così.—

Il mio lettore ed io conosciamo perfettamente il galantomismo del signor Basilio; e siccome ci dispiace staccarci così presto da lui, vogliamo passare a seguirlo nella sala da giuoco della signora Concetta, ove è raccolto il fiore e la crema della società livornese: e perchè qualcheduno potrebbe dubitare che nel dir crema e fiore io esagerassi, lo prego di ascoltar meco ciò che il vecchio oste dei Tre Mori, uno dei signori della società, dice ad un giovane francese che venne come forestiero invitato alla festa, il quale passa in rivista alcune delle signore ed alcuni dei signori che dalla sala da giuoco vanno in quella del ballo, del buffet e della musica.

—Ebbene, signore, chi è quella damina coll'abito di raso celeste guarnito di fiori bianchi, col ventaglio color fuoco?

—Ah! ah! monsieur (il vecchio oste dei Tre Mori divenuto paladino aveva imparato a memoria qualche parola francese) cette dame, cioè la signora, è consorte del barone Pradky, un signore polacco che hanno fatto barone da poco in qua, e badate bene polacco proprio di Polonia, che ha centomila scudi di rendita e riceve tutte le balle del cotone, di seta, e che so io, le quali si vendono in Europa! Vedete, è quello appunto che ride colla figlia del signore Armary; e questo Armary è un sensale che, dopo aver fatto quattrini, ha aggiunto un ipsilon al suo casato.

—E quell'altra dama grassa e piuttosto bassa che tiene in capo una specie di turbante di velo ed è a sinistra di quel cavaliere da tre decorazioni?

—Ah! quella è la baronessa Muleynà; è una signora tartara (per quanto credo) che spende tesori ed è amica di un giovane maestro di musica, il quale, di spiantato che era, un giorno sarà cavaliere, se pure non l'hanno già fatto.

—Cavaliere del merito di qualche…?

—Sicuramente; e vi par poco merito l'aver saputo incantare un pezzo di donna di quella fatta? Per bacco! altro che scriver note ed assordare le orecchie dei galantuomini coi crescendo delle sinfonie a piena orchestra!—

Il giovane francese, dopo qualche tempo e dopo avere passeggiato alcun poco col signor De-Raudy (cognome novello del già oste dei Tre Mori), si fermò nella maggior sala tutta contornata di specchi che riflettevano le cento eleganti persone di ambo i sessi ivi adunate, e non fu avaro en passant di francesi sdolcinature a madama Concetta, la quale più non puzzava di brodo di dentice, ma, esalando mille preziosi profumi, stava ricevendo gli omaggi del forestiere e rispondendo nel di lui idioma, giacchè in vent'anni era riuscito passabilmente ad un povero maestro di lingua di cacciarle nella testa quell'idioma del bon ton, in quella guisa con cui un ammaestratore di pappagalli sa far dotto un perrocchetto di America. La signora Concetta, che nelle ricchezze e nella vita dell'alta società aveva sotto le vesti terribili stecche delle moderne fascette, mercè quel cilizio, invece di una donna di quarantacinque anni aveva l'aria d'una di trenta tutto al più; ma mentre in fatto di sapienza non aveva, per dire il vero, fatto grande profitto, aveva però superato molte e molte dame galantissime in quelle loro indispensabili smorfie; e credo che ben poche contesse, baronesse, marchesine avrebbero potuto starle a confronto in quelle scipite leziosaggini e svenevolezze nell'aria di spensierataggine e di astrazione, ne' gesti così sguaiati da muover la bile al buon senso, se pure il buon senso frequenta i luoghi ove si compiacciono trovarsi tali persone.

Comment vous amusez-vous?

—Oh! infinitamente, mia bella dama, riprese il Francese baciandole la mano coperta dal guanto e rispondendole in pretto italiano. Ma madama Concetta, che voleva fare spiccare la metamorfosi da cuoca in damina:

Parlons français, s'il vous plait. C'est la langue de la mode.

—Parla parla livornese le susurrò passandole vicino l'ex-oste dei Tre
Mori.—

Ma la Concetta s'assise mollemente sopra un sofà chermisi, sbadatamente sdraiandosi e battendosi il ventaglio sulla mano sinistra e trascurando l'avvertenza del padre.

On m'a dit que vous avez à la corvette bien de jolies dames; et pourquoi ne les amener avec vous? je serais été bien aise de les entretenir chez moi.

Ah ma belle dame! nous avons à la corvette quelques dames et des demoiselles, que à la verité ne sont pas sans grâces, mais, bon Dieu! quelle difference entre elles et vous!

Vous badinez; je ne suis pas charmante et je me persuade bien que ma soirée serait été bien plus passable si cettes dames eussent voulu l'honorer.

Cela était impossible.

Et pourquoi?

Il faut savoir que le deux plus âgés sont les femmes de deux officiers anglais, et tout a fait inabimées dans (comme on dit) leur spleen.

N'en parlons plus donc; j'haïs toute sorte de melancolie: mais pourquoi vous ne dansez pas?

Puis-je avoir l'honneur de vous guider a la galope?

Je ne puis me refuser, quoique assez fatiguée.

On joue la polka.

—-Eh bien, tant mieux! la polka est plus charmante; je viens de danser avec monsieur le baron Jolaky, le marquis Bell'Isle, lord….—

Per buona fortuna dei lettori la elegante damina ex-cuoca, avendo veduto dentro uno specchio la figura terribile di Bruto dare uno sguardo truce al francesino, non seguitò l'elenco lunghissimo dei signori che avevanla guidata al ballo, e lasciò di numerare le dame alle quali avrebbe potuto esso signor francese offrire il braccio per la danza, poichè altrimenti non basterebbe questo capitolo a numerarle; ed infatti quella scelta società di musica e ballo detta in termini di moda soirée dansante (che sarebbe ridicolezza se dovesse tradursi serata che balla) erano quasi tutte le famiglie forestiere ed indigene comprese quelle degli ex-salumai, ex-carbonai, ex-muratori, ex-sarti, ex-barcaiuoli, e direi quasi ex-ladri se taluno degli insignoriti avesse certamente cessato dall'aver le mani piuttosto lunghe.

Madama Concetta ed il signor francese si erano avviati verso la sala ove ballavasi la polka; e nel salotto che la precedeva beveva tranquillamente il thè il signor Bruto, cui facevano cerchio gli amatori delle novità di ogni genere, fra cui il signor Basilio, vecchio ganimede coi capelli neri e i baffi morati: ambedue parlavano di affari molto interessanti. Il signor Basilio affondava molto spesso il pollice e l'indice ora nella tabacchiera, dorata di Bruto, ora in quella del padre della padrona di casa ex-oste dei Tre Mori, che era tutta d'oro tempestata di brillanti e di perle, ed alcune volte nella propria, la quale era tutta di conchiglie, guarnita di oro e cesellata di squisito estranio lavoro. Presso Bruto mi scordava dirvi che stava sempre col suo solito sogghigno beffardo il suo compagno Catone.

—Caro Bruto, disse Basilio, le cose nostre vanno molto bene; ah! certamente la città nostra….

—Si danno casi…. certi casi in cui…. rispose colui.

—Che casi? che casi?… soggiunse Basilio, già voi mi foste sempre uno scettico indiavolato; non credete a niente.

—La storia degli uomini mi fa conoscere l'uomo.

—Affè ch'io perdo la pazienza, riprese Basilio; con quella freddezza che mostrate, avete un bel diritto alle comune ammirazione dei vostri concittadini! caro mio, le nazioni hanno fatto progressi da gigante; che giogo, che giogo? il giogo l'hanno a mettere ai bovi, e gli uomini, affè di Bacco! non son bovi. Ah! ah! il tempo è venuto; per me lo dico e lo sostengo: via via quelle brutte angherie dei tempi passati, viva il progresso, per Bacco!—

Catone pareva che prendesse tutta la sodisfazione a ghignare sotto i baffi con un pro' da far gola, pareva che non avesse mai riso a questo mondo e che si volesse sfogar tutto allora. Bruto aveva preso un'aria di noncuranza e di astrazione: per lo che il signor Basilio, che continuava a discorrere alto di faccende pubbliche, di speranze e di liberazioni, di franchigie, di popolo, ecc., fu costretto ad indirizzare il discorso al vecchio della barba bianca, il signor ex-oste dei Tre Mori, al quale a prima giunta disse:

—Eh! eh! quell'astro novello lassù….

Il vecchio si fece a guardare verso il cielo che scorgeva da una vicina finestra; e siccome il cielo era nubiloso ed oscuro, soggiunse:

—Ah! per me non ne vedo nè nuovi nè vecchi.

—Ma che dunque? non m'intendete?…

—Io no.

—L'astro rigeneratore…. che adesso è comparso a sicura guida nella via del progresso e della verità, non lo esaltate voi?

—Ah! ah! ora intendo…. riprese il vecchio che, sebbene rozzo oste, aveva capito che il signor Basilio aveva toccato qualchecosa di serio. Ah! ora intendo: cioè non intendo altro se non che voi siete un bravo merlo.—

Il signor Basilio si morse le labbra e mutò discorso; Bruto se le morse pur lui, per non dare in uno scroscio di risa,

—La polka, la polka! urlavano le coppie del salone da ballo.

—Evviva la polka e la mazurka!—