CAPITOLO XXII
La corvetta.
La corvetta francese la Vengeance, di cui abbiamo sentito parlare nel dialogo fra madama Concetta e il damerino, aveva nel giorno dopo la soirée salpato improvvisamente per Genova. Facilmente se ne indovinerà la causa, dicendo che su quel naviglio si trovavano Giovanni ex-governatore pensionato della Barbada, Alfredo e le rispettive mogli e famiglie.
L'antico cospiratore Giovanni non aveva potuto resistere alla tentazione di ritornare a pescare, come suol dirsi, nel torbo: le grandi mutazioni suscitatesi nella vecchia Europa al comparire di colui che il signor Basilio e molti chiamavano astro novello avevano scosso Giovanni. La Guglielmi, il buon Gonsalvo, Iago erano scesi nel sepolcro. Chi mai poteva trattenere quello spirito bollente? Egli aveva figli adulti, credeva più che mai possibile conseguire il da lui vagheggiato momento. Ventisette anni di lunga aspettativa non ne avevano calmato il desiderio nè dileguate le fallaci speranze. Credeva (il buon uomo!) nella virtù del popolo. Aveva deciso partire. Prima di porre il piede sul naviglio che solcar doveva l'Atlantico ebbe luogo fra lui e la moglie un breve dialogo di tale importanza che non possiamo tralasciare di trascriverlo.
—Le familiari dolcezze, i miei pianti, le mie preghiere, le carezze dei nostri figli, quelle di Esmeralda, di Angiolina te dunque non tratterranno giammai? gli aveva detto Rosina.
—No.
—E non pago di slanciarti a sangue freddo nel pericolo, corri a precipitarvi te e la innocente famiglia? noi periremo tutti.
—Rosina! questi funesti augurii non fare per pietà…. Ah! se tu sapessi…. io ho un voto da sciogliere; nulla al mondo saprebbe arrestarmi: prima d'ogni affetto vi è quello della patria.
—Lo so. Ma che mai speri tu? non vedi come gli anni ci ammaestrano sulla fallacia delle tue giovanili speranze? omai i tuoi capelli, già biondi, incanutiscono, la tua fronte s'increspa delle rughe della età matura; credi tu che questa vedrà coronati i tuoi desiderii?
—Sì, lo credo e fermamente lo credo: oggi una spada dal cielo benedetta si snudò sulla Dora; io mi beerò a quel lampo e per la prima volta abbraccerò mio fratello.
—Chi mai? proruppe Rosina: sarebbe forse giunta l'ora in cui mi svelerai il tuo segreto?
—Rosina, ascoltami: tu ne sei degna, il momento arrivò; giurami però custodire il grande arcano.
—Lo giuro per la vita dei nostri cari figli e pel nostro amore.
—Ebbene, proseguì Giovanni tergendosi una lacrima, sappilo: io non sono che figlio per adozione dei coniugi Artini; il loro vero figlio morì nelle fasce.
—Gran Dio!!!
—Ecco le carte che padre Gonsalvo mi consegnò pochi istanti pria di morire; leggi e dimmi se io posso trattenermi.—
Così dicendo porse alla moglie un piccolo portafogli di marocchino nero con fermagli d'argento, sul quale una placca dello stesso metallo che portava incisa un'arme o stemma di principesca famiglia colla fascia blasonica indicante rampollo bastardo.
—Cielo! esclamò Rosina coprendosi la faccia con ambe le mani, tu illegittima prole?
—Io sono il figlio naturale di….—Ma non proseguì, e solo abbracciò la moglie prossima a svenire e la coprì di baci.
—Dio eterno! tu sì grande? disse Rosina con un misto di gioia ed affanno leggendo le carte ricevute.
—Grande? riprese Giovanni? non lo sarò che compiuto il mio voto; ora sdegno ogni altra grandezza.—
I coniugi si presero per mano e s'avviarono alla corvetta pronta a lasciare le Antille.
I nostri personaggi tragittarono felicemente l'Atlantico ed il Mediterraneo, giungendo alla rada di Livorno. Alfredo e Giovanni discesero a terra nel giorno che precedè la sera del festino dell'ex-cuoca signora Concetta; travisati in abiti marinareschi si erano recati a terra e, percorrendo le bettole ed osterie più triviali, raccolsero a larga mano quelle notizie che più desideravano.
In fondo alla via San Giovanni, ridotta in tutt'altro aspetto da quello che era ventisei anni prima, nell'osteria delle Stelle, alla bettola della Coroncina, al giardino degli antichi acquedotti, insomma in tutti quei luoghi in cui più frequentemente solevano radunarsi i caporioni della plebe, i nostri personaggi sentirono presso a poco gli appresso discorsi.
—Oh! dev'esser pure la bella cuccagna, compare!
—Affè de mio, lo credo! è tanto tempo che si lavora e non si mangia; deve venire il tempo in cui si deve mangiare senza lavorare.
—E come fare?
—Caspita! e non l'hai sentito il signor Bruto? per la barba di Maometto! costui la sa più lunga di quanti sapienti sono al mondo tanto di legge che di medicina, che di grammatica.
—Ebbene?
—Diceva che, quando nacque il primo uomo, cioè dopochè il primo uomo fu fatto, e fu il nostro primo padre Adamo, non ci eran quaini; e questi quaini* son venuti dopo. Era meglio che non fossero venuti mai; questi quaini son di tutti, e pelciòe** non ci hanno a essere più nè poveri nè più ricchi, e si ha da campare proprio in cuccagna, e tutti si ha da sta' senza fa' niente.
* Danari, in vernacolo livornese. ** Per ciò.
—Oh questa è bella! e la roba chi la fa? e il grano chi lo raccoglie? e il vino chi lo leva dal tino?
—Ah! bel mi' omo, il Bruto ci ha pensato; tutti quelli che devono travagliare ci hanno da essere, ma la roba dev'esser tutta spartita.
—Dunque tutti lavoreranno?
—Sicuro; ma lavorare così per ispasso, non perchè uno lavori e l'altro intaschi: ci saranno cioè i vinai, i facchini, gli operai, ci s'intende; ma di tutto il guadagno si ha a fare un cacciucco*, e ognuno deve avere la sua parte.
* Miscuglio.
—Eh! mi piace, ma che riesca! qui vuol essere il busillis, dice il latino: per esempio a mo' di di', que' signori che vanno nelle belle carrozze…. chi ha fatto fortuna vorrà poi piegare il collo al lavoro?
—Oh! questo è quello appunto che vuol far seguire questo signor Bruto; vedi, per esempio, quando arriva il punto, tutti gli amici della conia*, cioè no' altri, dovremo star pronti e lasciarci regola', e quando ci diranno piglia su, e no' altri allora su come i cani da presa.
* Buon umore.
—Su? e contro chi?
—Contro i ricchi. Intanto ha detto quel galantuomo di Bruto che a far nascer l'occasione ci pensa lui con quelli che hanno istudiato; insomma le cose le avremo di riffa*.
* Prepotentemente.
—Ma seguiranno delle guerre da diavoli.
—Gua' e' seguiranno sicuro; ma almeno quelli che camperanno staranno bene.
—Ci credo poco.
—Senti, diceva quell'omone; è venuto, non mi ricordo di dove, il perdono per quelli che erano, m'intendi?… capi matti qua e là per il mondo. E questo perdono si dice che sarà per tutti: dunque presto verranno quaggiù quelle barbe che erano ite via a busca'* per il mondo; quando saranno venuti, dice Bruto che tutti vorranno delle franchigie.
* Far fortuna.
—E che sono le franchigie?
—Non lo so neppur io, ma non m'importa: queste franchigie verranno concesse perchè sulle prime saranno poche; ma poi dopo la prima dell'altre, e dell'altre, e se alla fine quelli che comandano non vorranno dar più: su piglia, to': to', piglia su; e il tempo di comandare per noi sarà venuto.
—Ci ho gusto; ma dimmi: di queste franchigie ne abbiamo avuto altre volte?
—No; ma presto verranno.
—Corpo di una fregata da cinquanta! ci ho gusto davvero; allora si potrà rubare senza paura d'andare in prigione.
—Sicuro, perchè a rubare il nostro non è peccato ed è una prepotenza a gastigarci; di fatti quelle robe che hanno i signori non son nostre? dunque sono loro che ce l'hanno rubate, e noi ce le ripigliamo, e si fa patta*.
* Pari.
—Viva la faccia di Bruto, che ci vuol tanto bene!
—Mi era scordato di dirti una cosa: poi tutti no' altri si deve procurare degli amici della conia e dirlo chi a' parenti, chi a' figliuoli; sicchè tutti a Livorno quanta vi è gente che s'industria sia proprio al chiaro dei fatti nostri.
—Non dubitare che quanto a me farò come le trombe della comunità.
—Ih! adagio: queste cose si hanno a di' alle persone di conoscenza e per bene; perchè se trovassimo delle spie, addio mi mengoi*, la faccenda anderebbe a traverso.
* I miei quattrini.
—Ho capito; ma dimmi fra le franchigie non si potrebbe domandare: abbasso le spie?
—Le spie? quelle le butteremo abbasso noi quando sarà tempo, e averemo a far tanta salsiccia di quella ciccia di porco.
—Bravissimo!—
I due interlocutori si separarono dopo aver bevuto un intero fiasco di vino di Frontignano.
Giovanni ed Alfredo di ritorno alla corvetta erano mesti e malinconici. I colloqui che avevano sentito lor laceravano l'anima e toglievano un gran velo dalla loro mente. Quando furono soli, Giovanni, tratto un sospiro, sclamò:
—O Alfredo! sarebbe mai possibile che del più santo dei nomi volessero farsi schermo e tradire migliaia d'uomini, Alfredo….? questa plebe sarebbe mai indegna di esser salvata? ma no; sebbene questo giorno noi abbiamo udito dire bestemmie intorno al più santo dei desiderii, io preferisco star nell'errore anzichè conoscere una terribile verità.
—Giovanni, riprese Alfredo mestamente, gli scaltri hanno sempre abusato dei semplici; oggi non vi ha dubbio le masse sono ingannate più che nol fosser mai, ma che perciò? ti arresteresti forse dall'oprare ora che tutte le circostanze favoriscono la nostra impresa? dopochè invano vi abbiamo tenuto dietro tanti e tanti anni, dopochè abbiamo sfidato i rischi più tremendi? dimmi, ti par egli che sia stata vita la nostra? Oh! no…. abbiamo bevuto aure di un altro cielo, brezza di un altro mare, noi abbiamo vegetato in suolo straniero, vissuto…. E ora che incominceremmo a vivere, d'ora innanzi che….
—Ma e se, lungi dall'ottenere quel trionfo del bene, noi dovessimo poi vederlo precipitato in un più terribile abisso, dimmi: che resterebbe a noi se non un rimorso avvelenativo ed infernale?
—Giovanni, e di che temi? ti scoraggia sentir qua e là quei discorsi che testè udimmo? dubiti forse che il popolo si arretri?
—Questo non temo; temo di peggio…. l'anarchia!
—Ah! ah! se un momento…. e poi nelle grandi commozioni qualche cosa bisogna condonare: dopo il disordine vien l'ordine, così è sempre andato il mondo. Ma che? pretenderesti che così di un salto il popolo acquistasse saggezza?
—Non sono esigente, ma laggiù nella patria non mia, soldato non per il mio paese, portando nel cuore un tarlo divoratore, non ho cessato di pensare (o amici o fratelli) al bene degli uomini. Quest'idea fissa mi ha portato ad odiare i prepotenti, ed in mezzo agli onori li ho sprezzati nel fondo dell'anima, li ho anche ambiti, dirò, per farmene sgabello al mio scopo; ma, abbandonando le utopie di qualunque setta, ho voluto agir solo per mio impulso, non per obbligo; e così farò: ma se non m'inganno, è venuto il tempo di molte novità e di grandi scoperte…. Giovanni vestito da marinaro seguirà a spiare le idee del popolo qui e altrove.
—E poi?
—E poi io qui morrò sul terreno dei padri miei quando fia duopo e anche in breve; o per sempre dicendo un addio ad una colpevole Gerosolima, io mi addentrerò nelle foreste siccome fece il Battista.—
I due amici terminarono questo colloquio che avevan tenuto lunghesso la via finchè fu scevra di gente; quindi, ripigliando in silenzio la via del molo, si ricondussero al battello che doveva riportarli a bordo.
Da Genova i nostri entusiasti toccarono il Piemonte. Giovanni condusse la moglie, i figli e gli altri parenti alla capanna dove aveva passato gli anni infantili; indi, essendo scoppiata la guerra lombarda, padre e figli vestirono la divisa di volontario milite, lasciando le donne a Torino a pregare e raccorre oblazioni per la guerra sospirata. Se non ci proponessimo far tema di altro nostro romanzo le gesta di quella grande campagna, daremmo qui ragguaglio delle prodezze dei nostri amici; ma avvegnachè troppo angusto loco lor toccherebbe in questo racconto, esso ripiglia il filo nel marzo del 1849.
La medesima corvetta la Vengeance, coi nostri medesimi personaggi, che in nulla eran mutati, tranne l'aver tutti gli uomini decorazioni militari e Giovanni una mano di meno, perchè di due una gli era rimasta sul campo di battaglia, aveva di nuovo dato fondo nel molo di Livorno. La corvetta era bella e comoda, e per i passeggeri di qualità aveva splendidi appartamenti. Mentre i figli di Rosina e di Esmeralda trovavansi sul ponte a prender parte agli esercizi militari che avevano luogo nell'assenza di Giovanni e di Alfredo discesi travestiti come due anni prima in città, le due donne unite ad Angiolina ed alla figlia di Giovanni stavansi sedute in un elegante salotto. Sui volti delle donne era impressa quella profonda malinconia che aveva in proposito fatto dire al damerino francese, due anni avanti, alla signora Concetta che esse erano inabissate nella tristezza; ma più di tutte Angiolina, che sappiamo essere di abituale mestizia. La fanciulla figlia di Rosina, intenta a ricamare un fazzoletto di tela batista, non prendeva parte al colloquio segreto che aveva luogo fra le donne.
—I nostri mariti sono sempre più acciecati dal loro tenebroso proposito, prese a dire per la prima Rosina.
—Ah! pur troppo! rispose sospirando Esmeralda; quando un'idea si è fitta nel capo di un uomo, è difficile rimuoverla.
—Ahimè! soggiunse Rosina, invano ho sperato che i pubblici uffizi in altra parte di mondo sostenuti dal mio Giovanni, potessero fargli dimenticare quella bollente idea della sua prima gioventù; ahimè! e quando mi credeva che l'età, l'avvenire dei cresciuti figli dovesse dar l'ultimo crollo a quella sua ostinazione, le novità prodigiose che hanno avuto luogo in Italia da circa tre anni a questa parte hanno converso in fiamma quelle faville che io credeva spente e che covavano sotto la cenere.
—Eh! tu, mia cara, avevi sperato nella conversione del tuo sposo, io poi non ho mai sperato in quella del mio; vi sono certi caratteri che io chiamerò ferrei, in cui il tempo stesso non produce alterazione veruna. Ma finalmente non vi è ragione di allarmarsi; essi sono venuti quaggiù: non come facenti parte di qualche segreta società. Tu sai, ed in questo la divina provvidenza ci ha esaudite, tu sai che i nostri sposi sonosi da alcun tempo sciolti da quei pericolosi vincoli, e questo accennerebbe ad un principio di conversione; ma ritornando al primo filo del mio discorso, dirò che nulla abbiamo a temere: i nostri sposi seguiranno la corrente, e parmi, a ciò che sento e leggo sui giornali, che quella prosperità nazionale cui essi diressero sempre i voti del loro cuore vada, come suol dirsi, da sè: se mai i nostri uomini intendono di dar la spinta onde si acceleri, su ciò non vi è periglio; lasciamoli fare, ottenuto il loro intento, quelle anime focose si acquieteranno.
—Ma chi sa se tutto anderà bene? Vedi, mia cara Esmeralda, tempi addietro noi abbiamo temuto per i nostri mariti, ora ci sarebbe da temere per essi e per i nostri figli; ah! questo è proprio un mondo di lacrime.
—Lacrime! (quest'ultima parola scosse Angiolina da una specie di profonda apatìa nella quale era caduta) lacrime! pronunziò, ah! mie care, il cuore mi dice che queste saranno in breve finite per voi.
—Per noi sole? ripresero insieme le donne. E per te?
—Ah! per me è forse venuto il tempo del loro apogeo.
—Che dici mai?
—O mie care, da lungo tempo questa mia sensibilità che dalla nascita mi consuma si è resa così intensa che, ruminando la fralezza del nostro impasto, mi fa quasi essere spirito nudo quaggiù; spirito veggente, mi sembra che il futuro perda la sua nebbia innanzi allo sguardo acuto che vi caccia l'imaginazione; sì, mie care, soggiunse con un sorriso d'indefinibile dolcezza malinconica, sì, io sono una veggente, io sento una certezza di non ingannarmi. Adagio adagio, il fuoco animatore di noi miseri mortali divora il suo involucro e si avvia per l'eternità; ai miei occhi il mondo sparisce a grandi tratti, e mi par di essere qualche cosa di più che mortale.—
Nelle parole della languente Angiolina vi era tanto sentimento, tanta nobiltà, tanta sicurezza che le due amiche, sebbene avvezze a vederla da gran tempo versare in un genere di vita contemplativa, ne furono scosse ed abbrividirono, pur non osando dimandare che continuasse nel suo dire e pur desiderando che lo facesse. Angiolina, dopo lunga pausa, tratto un cocente sospiro dal seno, continuò con tono da estatica:
—Il leone furente vuol rompere i suoi lacci e li rompe; eccolo rugge per le campagne, scuote la rabbuffata criniera; tutto par che pieghi davanti all'ira sua, ma dall'alto scende un genio terribile che lo rincalza nel suo serraglio. Che è ciò? Egli aveva preso una storta via, non quella che doveva renderlo alla libertà delle foreste. È perchè due maligni genii se li erano cacciati ai fianchi fino dal momento in cui per bugiarda pietà gli avevano aperto la gabbia ferrata. Essi non volevano farne il dominatore dei boschi, volevano farne un cacciatore che arrecasse copiosa preda alle loro dimore. Genii malefici e mentitori! Genii malefici e mentitori, che si morderanno le labbra per la fallita impresa, che si copriranno di vermi della invidia nel precipitare nell'abisso della universale maledizione; intantochè inutilmente saranno corsi rivi di sangue. Le sciagure saranno piombate sull'umanità come le nevi sui gioghi dell'alpi.
Una spaventosa bufera avrà atterrato i semi delle generazioni, nè i virgulti nè le vecchie piante avranno potuto resisterle. O genti traviate, pentitevi! già si avvicina la terribile procella dell'ira di Dio.
Essi erano nel peccato e speravano nella salvezza; stolti ed iniqui! guida forse il peccato alla grazia?—
Angiolina ristette un poco in silenzio, quando con passione e completamente inspirata esclamò:
—Le classi!… le classi!… Oh quanto più sublime sarebbe l'uomo nella civiltà se non obliasse ciò che fu l'uomo in natura! L'eguaglianza è impossibile! la fratellanza può solo felicitare l'umanità; mutuo soccorso, mutua affezione, ma i figli di Sem comanderanno ai figli di Caino; è la conseguenza del primo anatema; d'altronde il peccato fu commesso qui in questo mondo e qui deve espiarsi. Di là, di là…. lo spirito è spirito; i colpevoli sono rigenerati dal sangue del giusto; la gioia è l'eternità, l'eternità è la gioia, l'uguaglianza è in cielo.
È scritto; Beati quelli che piangono; essi saranno consolati; e la consolazione è lassù oltre l'umana miseria. La lotta tra le creature è il retaggio delle prime colpe. Il fratello uccise il fratello per invidia; e sarà così fino alla consumazione dei secoli.
Caino!! Abele!! sono le due classi, il ricco ed il povero: l'uno armato di clava, l'altro soccombente. Caino invidioso del profumo che dall'olocausto d'Abele salì al trono dall'Eterno. E quel profumo è la pace del cuore che umana perfidia non può togliere a chi ama Iddio, geme, soffre, non si lamenta e spera.—
Angiolina, perdurante il suo soliloquio, aveva gli occhi fissi al cielo, immobili e vitrei come quelli del cieco: se non che pareva da quelli si partisse una fiamma che incontrandosi nei raggi del sole s'immedesimasse in loro e formasse un raggio di luce continuo che da quella pupilla salisse all'astro maggiore, col quale andava a congiungersi; le due donne e la tenera Ofelia parevano penetrarsi del magico influsso della presenza di quell'infelice e sublime donzella.
Lo straordinario eccitamento aveva, collo sviluppo immenso delle forze morali, sostenuto le forze fisiche della fanciulla; il suo volto, per abitudine pallidissimo, si era coperto di un rosso acceso; dalla di lei fronte gelata cadevano abbondanti gocce di sudore: alla fine ella cadde in una specie di deliquio, e le amorevoli amiche, toltala di peso dal pavimento, la collocarono nella sua cameretta.
Lo stato di morte apparente di Angiolina non si protrasse a lungo; cessato che fu quello, essa si rivolse amorosamente alle due amiche, le quali stavano come in atto di preghiera presso il suo letto.
—Mie care, prese a dire con modo tutto suo proprio incantevole ed oltre ogni dire dolcissimo, mie care, non andrà in lungo questo mio stato che tutti tribola fuorchè me, al quale peraltro la vostra pietà vi ha abituato da lungo tempo: abbiate dunque un poco di sofferenza.
—Ah! crudele Angiolina! è questo il modo di rimproverarci, se mai….
—Zitto zitto, fu sollecita a dire la fanciulla: non volete ch'io parli dei vostri sacrifizi per me? ebbene obbedirò, tacerò, ma sapete voi che dopo questo attacco di nervi che vengo a soffrire io ho fatto un sogno? ma no…. io non dormiva e perciò non poteva sognare; è stata una visione, visione beata che mi rivela un dolcissimo avvenire per voi.
—Dio buono! sclamò Esmeralda singhiozzando, siamo così abituate a ritenerti per una profetessa che tuttociò che dici ci scuote nel più intimo dell'animo e ci fa sperare o disperare; ma ti preghiamo di non parlare così misteriosamente come hai fatto nell'attacco di nervi che hai sofferto.
—Mie care, io allora non parlava a voi, parlava al mondo intero, alla mia patria. Verrà un dì che sarò compresa, quando queste ossa riposeranno nella pace del sepolcro: ma via, non vi contristate, chè io vi narrerò la visione.
—Cara zia, saltò a dire la fanciulla Ofelia, ch'era solita chiamar così per vezzo Angiolina, mamma ha bisogno di confortarsi; dicci dicci della tua visione.
—Ho veduto due giovani combattere sul campo della gloria e tornare ai focolari paterni coperti di onorate ferite per una causa che brillerà come fulgida gemma nella pagina della storia; ho veduto che questi giovani lacrimavano nell'asciugarsi la fronte cospersa di nobile sudore. Questi due giovani, o mie care, erano i vostri due figli.
—Tu presagisci la guerra, disse con emozione vivacissima Rosina.
—Non è d'ora ch'io vedo il mover d'armi e che odo il nitrito dei cavalli ed il calpestio dei fanti; guerra onorata e senza frutto, perchè….
—Perchè? esclamarono tutte le ascoltatrici.
—Perchè le nazioni prima di vincere devono essere purificate al crogiuolo dell'afflizione e scevre di colpa; guai a quei soldati che entrano in campo senza la benedizione del Dio degli eserciti! Ma, come io vi diceva, i vostri figli li ho veduti tornare gloriosi nelle vostre braccia materne.—
Le donne tacevano di un silenzio religioso.
—Ho veduto due uomini, e non voglio nascondervelo, due uomini cari a noi tutte ritornare sul sentiero della ragione, dolersi e pentirsi, non sperare nell'agitazione del mondo, ma sperare nella pace, e da quella argomentarne ai posteri quella felicità che può dare la religione e la virtù cittadina, non per essi ma per i figli loro. Non per loro; perchè è scritto che i figli sconteranno i peccati dei padri, e l'ira del Dio delle vendette arriverà fino alla terza generazione.
—Ahimè! esclamavano le due madri percuotendosi la fronte, ahimè! dunque?…
—No, mie care, questa profezia di dolore non è particolare a voi; è per la nazione che non conosce i suoi delitti e pretende concorrere al premio, ed io le grido: Tre volte guai a te che pretendi il nome di Sionne e non sei che un'empia Babele!—
Angiolina sospirò; quindi, con ambo le mani fregandosi con violenza la fronte, ricomposta la chioma:
—Mi scordava di dirvi che voi tutte sarete felici quanto domestica fortuna permette esserlo…. e in quella domestica pace…. io vi prego…. non vi scordate di me.
—Gran Dio!…
—Preparatevi a lasciarmi; sebbene non sia, come disse il Salvatore, venuta anche l'ora mia, pure essa non è lontana: io ho anche una missione da compiere quaggiù, ed il momento si avvicina; missione di dolore, ma che? il divino Artefice non patì egli per noi…? felice chi può imitarlo!—
Angiolina discese nella camera e, lungi dal sembrare spossata, parve avere acquistato quella energia che possedeva ne' primi suoi anni giovanili; lasciato il tono misterioso e profetico, ella prese parte al doloroso donnesco colloquio che succedette alla concitata scena che abbiamo descritto: nel mezzo alle sue amiche Angiolina era dall'altezza degli spiriti celesti passata alla semplicità della donna nel seno della sua famiglia; si era diffusa in tante nuove tenerezze con Ofelia ed aveva anco baciato in fronte Antonio, Carlo e Selvaggio, quando eran ritornati sotto coverta dopo avere ultimati gli esercizi. Rosina ed Esmeralda si erano racconsolate. Elleno amavano assai starsene con l'Angiolina quando essa era in calma e come ritornata nella sfera donnesca, anzichè vederla nello stato di estasi in cui da qualche tempo cadeva. Il rimanente del giorno che era per terminare lo passarono in reciproche carezze: solo la sera, quando Angiolina fu per ritirarsi nella sua stanza, avendo pregato Antonio di prepararle un completo abito da marinaro ed Ofelia di tagliarle i capelli alla foggia degli uomini, Rosina ed Esmeralda non poterono trattenere una domanda che espressero insieme.
—Angiolina, e perchè mai?
—Zitte, mie care, rispose loro baciandole in fronte, zitte; non tutto…. non tutto può dirvi una veggente.
FINE DEL VOLUME TERZO
INDICE
CAP. XV.—La camera del signor Basilio. Pag. 5
» XVI.—Per viaggio » 23
» XVII.—Alla Barbada » 46
» XVIII.—Lazzeretto » 63
» XIX.—La capanna dello zio Neri » 87
» XX.—L'agonia di un empio » 107
» XXI.—Un astro novello » 128
» XXII.—La corvetta » 146
Le di lui mani stringevano una delle superbe colonne di granito.
Vol. IV, pag. 244.
I DEMAGOGHI O I MISTERI DI LIVORNO
Romanzo
DELL'AVVOCATO CESARE MONTEVERDE
AUTORE DEI ROMANZI
ASTORRE MANFREDI
e
IL DUCA DI ATENE
VOL. IV.
MILANO
PRESSO LUIGI CIOFFI EDITORE-LIBRAIO
Via di Chiaravalle, N. 11 rosso.
1862
Proprietà letteraria dell'editore, che intende far valere i propri diritti a norma di legge.
Milano—Ditta Wilmant.