LIBRO QUARTO

ETÁ QUARTA: DEI BARBARI

(anni 476-774).

1. Il nesso tra le due storie nostre.—Giunti al limite tra le due storie nostre, fermiamoci un momento: non sará forse perduto a far intendere ciò che le memorie della prima poterono e possono anche operare nella seconda.—L'Italia è la sola tra le nazioni d'Europa, che abbia una grande storia antica, una grande moderna; Grecia non ha finora se non la prima; l'altre non hanno in proprio se non la seconda, non hanno della prima se non guari quella parte della nostra, che resta loro dall'essere state province dell'imperio romano. Alcuni affettano trattar di quell'imperio quasi comune culla, di quella civiltá quasi comune merito, de' romani quasi comuni padri a tutte le nazioni occidentali d'Europa. Ma sono fatti storici evidentissimi, che l'imperio fu primamente e lungamente de' romani e degli altri italici; che la civiltá fu primamente, lungamente, esclusivamente tutta italica; e che, se alquanto del sangue de' signori italici si mescolò con quello de' sudditi occidentali, mescolatisi poi l'uno e l'altro col sangue germanico, quel sangue signorile non si mescolò in Italia se non una volta sola col sangue nuovo germanico. Dunque, non sembra dubbio: noi siam di razza, di sangue piú puro; noi siamo piú anticamente potenti e signori, piú nobili, nobilissimi.—Ma ciò conceduto, incombevano nell'etá seguenti, incombono ora tanto piú, alla nostra nobil nazione tutti i doveri, tutte le convenienze che sono universalmente imposte alle nobili famiglie. Dunque tra le altre: 1° Non esagerare la propria nobiltá; e cosí non dir per esempio quel nonsenso, che la nostra schiatta sia piú antica dell'altre; perciocché tutte le schiatte sono egualmente antiche, vengon tutte dal padre Noè e dal padre Adamo; lasciar anzi lo stesso vanto della puritá del sangue; perciocché, oltre alla difficoltá del provarla risalendo all'origini piú antiche che noi vedemmo cosí moltiplici, non è deciso poi se sien migliori, e piú atti a tutto, i sangui puri o i misti.—2° Di puro o non puro sangue, padri o non padri nostri, coloro che abitarono anticamente le nostre terre, che bevetter le nostre arie, furono giá il popolo piú forte in guerra, piú sodo in politica, piú civile e piú colto in tutto, fra tutti quelli dell'antichitá; e ciò basta a provare la falsitá di quello scoraggiamento datoci da molti stranieri, accettato da alcuni nostri, che il nostro molle clima, la nostra bella terra ci faccia naturalmente men forti che gli occidentali o settentrionali. La bella, la molle Italia, fu giá la forte, la virile Italia. Ma dovere nostro secondo era ed è, non esagerare, non difendere in tutto questa virtú degli avi. Sacro è senza dubbio difendere, colla veritá, la memoria d'un padre; ma men sacra, ed anche men possibile, si fa questa difesa per l'avo, meno ancora per il bisavo, e poi per l'atavo e gli avi piú lontani via via; e perché piú numerosi, e perché viventi in que' tempi piú e piú barbari, quando la potenza e l'illustrazione non si acquistavano guari in modi legittimi e virtuosi. Non v'è mezzo: o bisogna sacrificar la difesa delle conquiste e dell'imperio dei nostri maggiori, o bisogna sacrificar la difesa de' migliori e piú certi principi della presente civiltá: tutti quelli principalmente, su cui si fondano i diritti, i doveri dell'indipendenza. Se noi giustifichiamo l'imperio dei nostri avi sugli iberi, sui galli e sui germani, noi giustifichiam l'imperio de' francesi, degli spagnuoli e de' tedeschi su noi; né credo che il voglia niun italiano presente. Ma pur troppo il vollero molti italiani del medio evo; e vedremo l'inopportuna memoria dell'imperio romano, e le pretese di rinnovarlo sviar le nostre generazioni, guastar quasi tutta la nostra storia moderna.—E quindi apparisce un terzo nostro dovere, che è di emular sí, ma non pretendere a pareggiare i grandi maggiori; di emularli secondo i tempi mutati e le proprie possibilitá. Tutte le imitazioni servili, troppo simili, nascono da incapacitá, riescono a mediocritá nell'opera, anche piú che nello scritto. Uno che voglia operare, non dico come l'antico autore di sua famiglia, ma come l'avo di due o tre generazioni, è stolto e si fa risibile a guisa del famoso cavaliero. Cosí qualunque nazione. Noi fummo giá la prima in potenza tra le antiche, la prima in coltura tra le moderne; ma noi siamo (non voglio dire a qual grado) decaduti dall'uno e l'altro primato; e bisogna saperlo vedere. Perciocché tutti quei doveri, comuni a chiunque pretende a nobiltá, sono tanto piú stretti a chiunque si trovi in nobiltá decaduta. Nella quale, i vanti d'antichitá, i vanti della virtú degli avi, i vanti di pareggiarli, si fanno poi non solamente piú risibili ma fatali. La superbia può essere tollerabile quando si cerca ne' propri meriti, ma non quando si fruga tra gli avi. Per non essere degeneri bisogna saper essere decaduti. Per fare tutto quello che si può, bisogna non pretendere a quello che non si può. Di tutti i sogni che distraggono dalla realitá, i sogni del passato sono i pessimi, perché i piú impossibili ad effettuare; il futuro anche piú improbabile può succedere, ma il passato non succede mai piú. Uno dei grandi vantaggi delle nuove nazioni, come de' nuovi uomini, è quello di non poter impazzire del proprio passato, di esser tutto al presente e all'avvenire; e tal fu appunto Roma antica, tale è la nazione anglo-americana presente. Del resto, io mi vergogno di dimorar cosí a lungo su queste debolezze; ma elle furono quelle di tutti quanti i secoli che ci restano a percorrere; e sono d'oggi, dicevo io e pur troppo non m'ingannavo, quando scrivevo per la prima volta questa pagina; e guastano, in somma, i giudizi sulle nostre due storie antica e moderna, e sulla presente e la futura ancora. Epperciò parvemi ufficio di storico il segnalarle.—Ma se, tutto ciò lasciando, noi ci sapremo mai innalzare all'intelligenza dell'ufficio, del destino peculiare di nostra nazione in mezzo a quello universale del genere umano (quella intelligenza che è sommo e pratico fine di qualunque storia nazionale lunga o breve), noi non troveremo nulla di meglio né di piú a dire su Roma e l'imperio romano antico, che ciò che ne fu detto dai tre maggiori filosofi storici che sieno stati mai, sant'Agostino, Dante e Bossuet; cioè, che evidentemente l'ufficio, la missione providenziale di Roma antica, fu quella di riunire, di apparecchiare tutto il mondo antico occidentale a prima sede della cristianitá. E questo modo di vedere si fará a noi tanto piú manifesto nelle due etá seguenti, in che vedremo accorrere le genti barbariche, e sorgere le nazioni moderne a prender lor luoghi nella cristianitá. E vedremo poi nella etá ulteriore, dei comuni, sorgere un nuovo ufficio o destino nostro non meno evidente, non meno bello; quello di ravviare e riunire la cristianitá in una nuova civiltá e in una nuova coltura; e soffrir noi certamente e molto in questa grand'opera, ma compierla meno a pro nostro che d'altrui; e poter quindi rallegrarci ancora dei nostri stessi dolori, riusciti cosí utili nell'ordine universale. E non sará guari se non nell'ultima delle etá nostre, in quella che chiameremo delle preponderanze straniere, che noi troveremo dolori senza compensi, patria storia senza patrio ufficio, senza consolazione, senza gloria. Fino allora, in un modo o in un altro, noi avevamo operato o primi o per lo meno importantissimi sui destini della cristianitá; d'allora in poi non operammo né primi né importanti, facemmo poco piú che durare, sopravivere, poltrire, vegetare, non solamente decaduti ma degeneri.—Ma le nazioni cristiane non possono restar sempre degeneri, senza ufficio, senza opera. E giá si può forse prevedere l'ufficio futuro di nostra nazione, collocata in mezzo al Mediterraneo, centro e via degli interessi materiali, collocata intorno alla sedia pontificale, centro e capo degli interessi spirituali della cristianitá: l'ufficio di procacciare, agevolare, mantenere, perfezionar l'unione, ogni sorta d'unione, delle nazioni cristiane. Sarebbe ufficio simile nello scopo, ma dissimile nel mezzo, per vero dire, ai due altri nostri antichi: noi nol possiamo piú adempiere primeggiando, ma nol potremo adempiere se non pareggiando le nazioni sorelle. E noi siamo lungi da tal situazione; ma alcuni piú o men notevoli passi si son pur fatti ad essa, uno ultimo e grande da quando attendevamo primamente allo studio delle etá nostre passate. Continuiamovi, ostinati dunque tanto piú. Il passato ha piú interesse quanto piú si vien rischiarando l'avvenire. La storia non serve bene a sollazzo: vi serve meglio qualunque novella alquanto elegante. Né la storia dee servire a ruminazioni, rincrescimenti, piagnistei, vanti, o, peggio, ire; non può, non dee servire se non come raccolta di sperimenti passati, ad uso di coloro che operano il presente, mirando all'avvenire della patria.

2. I regni nuovi romano-tedeschi.—I barbari invasori dell'imperio furono quasi tutti di quella nazione, che chiamò e chiama se stessa dei «Deutsch», che i romani chiamarono primamente «teutoni» e poi «germani», e noi chiamiamo «tedeschi». Poche eccezioni trovansi a tal fatto, piú poche tra le genti stanziate; e noi noteremo quelle che venner tra noi. In generale i nuovi regni furono tutti romano-tedeschi; in essi fu un elemento romano ed uno tedesco. E noi accennammo finora il primo via via; or accenneremo il secondo.—La nazione tedesca era tuttavia al secolo quinto in quella condizione di genti divise, che fu la primitiva di tutte le nazioni, e in che vedemmo durar la nostra fino alla conquista romana. Piú o men nomadi ancora, regnate le une (da capi nominati lá «kan», «king», «konung», «koenig»), le altre no, divisa ciascuna in aristocrazia e democrazia, le loro costituzioni sono ritratte meravigliosamente in quel detto di Tacito: che delle cose minori deliberavano i «principi»; delle maggiori, prima i principi, poi tutti, cioè l'assemblea universale della gente. E questa è l'origine indubitata di quelle assemblee, di que' parlamenti moderni, che tra varie vicende si serbarono, mutarono, si spensero, risuscitarono quasi da per tutto oramai; ma con questa grande differenza, che non era allora inventata la rappresentanza, cioè quel modo di riunirsi pochi deputati eletti da molti elettori, il quale non sorse se non dai comuni: ognuno assisteva allora per conto proprio; e chi non veniva, non era rappresentato. Queste assemblee teneansi tra' banchetti (mahl), e cosí dissersi in lor lingua «malli»; e in latino barbaro poi, or generalmente «concilia», or «placita» dalle deliberazioni ivi piaciute a tutti, or «campi di maggio» o «di marzo» dall'epoca delle annue convocazioni.—Fin dalle selve o steppe nazionali, e tanto piú quando furono stanziate le genti ne' nostri colti, il loro territorio divisesi in gau o shire (latino «comitatus», italiano «contado»); e a capo della tribú che l'occupava fu un magistrato, capitano in guerra, giudice in pace, chiamato «graf» o «sheriff» (comes, conte). Nei giudizi il graf era assistito or da alcuni notevoli della tribú chiamati «schoeffe» (latino ed italiano «scabini»); ora, per la verificazione del fatto principalmente, da certi guaranti (or detti «giurati») che si chiamavano «rachimburgi». Le pene, poche corporali, eran quasi tutte multe imposte al condannato, in profitto, parte del conte e del re, parte dell'offeso o degli eredi dell'offeso, e chiamavansi «widergeld», «widrigild» o «compensazioni». Il gau dividevasi in parecchi mark (italiano «marche», latino «vici»), e questi erano abitati poi per lo piú dalle «fare» o tribú, il capo (faro, baro, barone) in mezzo nel suo castello (hof, curtis, corte), e gli altri sparsamente all'intorno.—Del resto, l'ordine civile subordinato al militare; il graf, per lo piú capo di mille, aveva talora sotto sé parecchi di tali capi detti «tungini»; il migliaio diviso in centinaia (hundreda), ciascuna delle quali aveva a capo lo schulteis (latino «schuldacius», «scultetus», «centenarius»); il centinaio diviso in decurie, ciascuna delle quali aveva a capo lo zehnter (latino «decanus»). Ma se queste migliaia, centinaia e decurie fossero di «fare» o tribú, di famiglie o case, ovvero solamente di militi (heereman, latino «arimanni», «exercitales», «milites»), io nol saprei dir qui, né so che il sappia con certezza nessuno. Ancora, in parecchie delle genti, tra cui i longobardi, la decuria non era di dieci, ma di dodici; ondeché il centinaio era di centoquarantaquattro, e il migliaio di millesettecentoventotto. Ad ogni modo e all'ingrosso, per quanto si può dire in tanta varietá e mutabilitá di genti e d'usanze, questo fu quello che si può chiamare l'ordinamento costituzionale consueto delle genti tedesche all'epoca della loro invasione.

3. Continua.—Ma oltre questo, era, se sia lecito cosí dire, pur consueto un ordinamento eccezionale. Oltre alla gente era lá la compagnia (geleite); vale a dire che tra la gente o tra varie genti, od anche d'intiere genti raccozzavasi talora una compagnia venturiera, la quale se era piccola chiamavasi «schaar» (scara, schiera); e se era grande, prendeva nome di «heer» (exercitus), e il capo di essa chiamavasi «heerzog» (dux, duca). Di tali duci venturieri furono certo molti condottieri d'invasione, e fra gli altri Ricimero. Naturalmente poi, quando stanziava l'invasione, l'heerzog, o duca, prendeva nome di «koenig», o re; e allora essa stessa la compagnia, apparisce nella storia quasi nuova gente o confederazione di genti; né altre furono probabilmente quelle che vedemmo via via quasi sorte a un tratto de' marcomanni, degli alemanni, de' burgundi, de' franchi ed altre che siamo per vedere.—Del resto, Tacito ci dá ammirabilmente anche questa costituzione straordinaria delle compagnie, dicendoci: che in esse combattevano i duci per la propria gloria, i compagni (gesinde, gasindii, commensales, leudes, fideles, ed anche poi bassi, vassi, vassalli) per il duca; il quale li nudriva, tra la guerra, colla guerra, e li ricompensava dopo la vittoria con doni d'un collare, d'un'arma o d'un cavallo. E cosí durò finché dimorarono nelle lor deserte selve e lande. Ma quando ebbero predati tesori, distribuiron ricchezze; e quando province e popoli, distribuirono terre e schiavi.

4. Continua.—E quindi, dalle due costituzioni della gente e della compagnia, alcuni usi di conquista, che pur si ritrovano piú o meno in tutti i nuovi regni romano-tedeschi.—Molte, forse le piú delle genti, le giapetiche principalmente, le tedesche sopra tutte, furono, giá l'accennammo, divise in tre parti. E quindi molte delle migrazioni fecersi da uno o due de' terzi; e ciò spiega come si ritrovino sovente i nomi delle genti migrate sul suolo primiero. E ciò spiega un altro fatto, anche piú importante qui: come, perché i piú degli invasori pretendessero, pigliassero un terzo, talor due delle terre invase. Era naturale, pareva loro giusto e moderato. Avevano abbandonato uno, due terzi delle terre avite; pigliavano la medesima quota delle conquistate.—Questo terzo poi, o due terzi delle terre conquistate chiamavasi la «parte de' barbari» (pars barbarorum), e ridividevasi in parecchie altre: una grandissima al re, una grande ancora ai conti, tungini, centenari e decani, tutti ufficiali pubblici posti a tempo ed al piacer del re; e finalmente la parte di ciascun milite, che traevasi a sorte, ed era quindi detta «sorte dei barbari» o «parte comune» (sors barbarorum o barbarica, allod, allodium), od anche «terra franca», «salica», «borgognona» ecc., dal nome degli invasori. Ma in ciò furono usati due modi molto diversi. 1° In alcuni de' nuovi regni la parte barbarica, l'allodio era dato in terra a ciascuno de' barbari, co' servi (coloni, liti, aldii) che giá erano sul suolo romano. 2° Talora, benché piú di rado, la parte barbarica non era data in natura al barbaro: era riscossa, fosse terzo o due terzi, da lui sull'abitatore romano, che rimaneva proprietario unico sí, ma proprietario «aggravato» (che cosí appunto si disse) di questo gravissimo carico, oltre forse i tributi. Nell'un caso e nell'altro, ogni barbaro cosí accoppiato ad ogni romano chiamavasi «ospite» (hospes, ostes) di lui; e l'abitazione sua «hospitium», «alberg», «albergum». Era questo modo secondo piú spedito, piú facile, piú utile al barbaro, che non s'aveva ad impacciare di amministrazione né coltivazione: e fu cosí usato da' barbari piú barbari, meno inciviliti; ma gravò molto piú sugli abitatori antichi, ridotti essi stessi cosí a condizione poco men che di coloni.—Ma oltre a tutto questo spartimento generale, spartivasi poi la parte particolare del re. Il quale non solamente ne manteneva alla corte i suoi commensali o fedeli o gasindi, a modo degli antichi capi di compagnia, ma, perché non poteva egli stesso amministrare le terre vicine o lontane, le dava a governare a questi suoi gasindi, qua e lá, in tutto il regno; e questi amministratori regi furono detti «gast-halter», «gastaldii», e i beni regi cosí dati furono chiamati «beni donati» o «beni de' fedeli», «fee-od», «feuda», «feudi», od anche «beneficia» per equipararli a quelli guarentiti alla Chiesa. Perciocché questi, sia che fosser lasciati tutti gli antichi posseduti dagli ecclesiastici sotto l'imperio romano, sia che diminuiti nella conquista, sia che poscia accresciuti, tutti sempre furon lasciati indipendenti da ogni altra supremazia, sotto la protezione, la tutela immediata e sola (mund, mundium, mundiburgium) del re. E cosí quindi i feodali. Questo era l'ordinamento de' barbari, i quali soli governavano, soli militavano. E talora questo ordinamento era solo legale, serviva a' barbari signori ed ai romani civilmente servi; ma talor all'incontro, allato o piuttosto sotto all'ordinamento barbarico, serbossi il romano, inferiore e dominato sí, ma pur riconosciuto e legale.—E di tutte queste varietá siam per vedere esempi nella misera Italia; tanto piú misera, che variarono in essa i modi di servitú, mentre furono piú costanti e perciò alla lunga piú tollerabili negli altri regni contemporanei. La miseria speciale d'Italia in tutte le etá seguenti fu il non fermarsi in niuna servitú, il rimutar padroni continuamente. Degli altri popoli giá provinciali, ultimamente consudditi nostri nell'imperio, niuno ebbe a soffrire tante conquiste come noi; per gli altri, queste furon finite alla fine del secolo quinto: e cosí de' popoli romani e tedeschi insieme poteron sorger miste e farsi uniformi colá quelle popolazioni spagnuole, francesi ed inglesi, che resistettero quindi piú facilmente alle conquiste piú moderne. In Italia, all'incontro, vedrem succedersi barbari d'Odoacre, goti, longobardi, franchi antichi, francesi nuovi e tedeschi antichi e nuovi; e gli invasori antichi incalzati da' nuovi non ebbero quasi mai tempo a fondersi nella nazione. E quindi, ciò che si suol dire dell'altre nazioni moderne europee, che il lor sangue servile di provinciali romani fu rinnovato dal sangue libero tedesco, non è vero per l'Italia. Il vantato puro sangue italiano, non servile, per vero dire, come di provinciali, ma servilissimo, come di piú imbelli e piú avviliti sotto la piú vicina tirannia imperiale, non si rinnovò di niun sangue libero e militare per gran tempo. I guerrieri settentrionali non si confusero co' servi italiani se non piú tardi; quando furono essi pure, a vicenda, invasi e conservi.

5. I barbari d'Odoacre [476-489].—I distruggitori dell'imperio occidentale furono una compagnia raccogliticcia di eruli, rugi, sciri, turcilingi e forse altri. Gli eruli, probabilmente piú numerosi (posciaché si trovano in varie storie aver dato nome alla compagnia), furono probabilmente tedeschi; cosí i rugi, parte de' quali stanziati sul Baltico, diedero nome all'isola di Rugen. Degli sciri non saprei. I turcilingi paion dal nome turchi venuti con Attila. Odovacar o Odoacre, figlio d'Edika giá duce de' rugi, stato poi de' protettori o guardie imperiali, li raccolse; parte forse in Italia ove militavan ancor essi, parte certamente in Pannonia, ove vagabondavano tra le disperse orde d'Attila. Sollevaronsi o vennero, chiedendo, a modo di tutti gli altri barbari, il terzo delle terre d'Italia. Presa Pavia, gridarono re loro (rex gentium) Odoacre addí 23 agosto 476; e tra breve, prese Ravenna e Roma, ucciso Oreste patrizio, chiuso a languire e morire nell'antica villa di Lucullo presso a Napoli Augustolo, l'imperator fanciullo, Odoacre padroneggiò, regnò su tutta Italia. Mandato dire all'imperator orientale che «bastava oramai un imperatore al mondo», ebbe da quello e da Nipote (un altro imperator occidentale superstite in Dalmazia) quel titolo di «patrizio», che era grande ma indeterminata dignitá del basso imperio, e che fu tenuto anche da altri re barbari. Ucciso Nipote da due suoi conti, Odoacre mosse a vendicarlo; ma riuní Dalmazia al suo regno e patriziato. Il quale, oltre la penisola, comprendeva le due Rezie e Sicilia, restando Sardegna e Corsica ai vandali d'Africa. Del resto, Odoacre non prese la porpora, mandò gli ornamenti imperiali a Costantinopoli, serbò in Roma il consolo solito nomarsi in Occidente, e il senato; nelle cittá i governi municipali, le curie; tutto il governo romano allato al barbarico: l'ordinamento del suo Stato fu di quelli misti testé detti. Né, oltre alle prime occasioni della conquista, ed al pigliar il terzo delle terre, sembra ch'egli incrudelisse, predasse o tiranneggiasse. Gli si trova data questa lode, semplice, ma molto insueta ad un distruttor d'imperio ed invasor di popoli: «fu uomo di buona volontá». Bisogna dire che paresse una benedizione quell'invasione stanziata dopo tante momentanee, piú crudeli e piú sovvertitrici; a quella che par talora la tirannia, ai popoli stanchi ed avviliti dalle momentanee e ripetute rivoluzioni.—Ma tutto ciò non durò che dieci anni. Nel 487, egli mosse una guerra in Pannonia contro ai rugi compatrioti suoi colá rimasti; e, vintili, non serbò lor paese, ma li trasse esso in Italia; evidentemente, ad accrescervi le forze, le genti dominatrici. E Federico, il re spogliato e scampato, rifuggí in Mesia a Teoderico re degli ostrogoti.

6. Teoderico e gli ostrogoti [489-526].—I goti tutti insieme furono una gran gente, salita giá dall'Asia alla Scandinavia, e quindi ridiscesa sulle sponde settentrionali dell'Eusino. Molto si disputa a qual famiglia di genti appartenessero, se a quelle de' geti, o degli sciti, o de' germani. A me pare provato (se non altro, dal trovarsi cosí tedeschi tanti lor nomi di persone e d'uffici, e la lor traduzione della Bibbia fatta da Ulfila nel quarto secolo) che essi furono probabilmente teutoni; forse de' kimri o cimbri, certo d'una di quelle due schiatte da cui sorsero la nazione e la lingua tedesche.—Ad ogni modo, gli ostrogoti o goti orientali erano una parte di questa nazione, rimasta giá sulle bocche del Danubio, quando i lor fratelli visigoti o goti occidentali n'erano partiti, poco men che un secolo addietro, a correr l'Europa, a capitare e fondare un regno sul Rodano e in tutta la penisola spagnuola. Erano stati congiunti coll'imperio di Attila; rovinato il quale, n'eran rimasti la frazione principale. Correvano, dominavano dalla Pannonia fin presso alle mura di Costantinopoli; ed ora avean per duca o re Teoderico degli Amali, giá statico ed educato nella corte greca, poi a vicenda capitano ed avversario di essa: un misto di barbaro e incivilito, un ambizioso, un grand'uomo. E fosse spinto dal proprio pensiero, o dal re rugo a lui rifuggito per vendicarsi, o dall'imperator greco per liberarsene, ad ogni modo nel 488 ebbe da questo (pretendente dominio sull'imperio occidentale invaso) la concessione d'Italia. Cosí per la prima volta il nome, la memoria, il vanto, il diritto preteso dell'imperio romano furono funesti all'Italia, furono causa di nuova e di prontissima mutazione.—S'incamminò con tutta sua gente, guerrieri, vecchi, fanciulli, donne, armenti, carri e masserizie; guerreggiò per via, e s'ingrossò d'altre genti, passò l'Alpi carniche, giunse all'Isonzo, dove l'aspettava alla riscossa Odoacre, ingrossato anch'egli di genti e re alleati. Combatterono lí, addí 27 marzo 489 una prima volta, poi una seconda sotto Verona, e fu vinto Odoacre nelle due. Fuggí a Roma, fu ricevuto a porte chiuse: evidentemente gl'italiani parteggiavano e s'illudevano giá per l'imperio, in nome di cui veniva Teoderico. Il quale poi, non per l'imperio ma per sé prendeva Milano, Pavia, tutta l'Italia superiore; vinceva all'Adda per la terza volta Odoacre, e chiudevalo in Ravenna. Tre anni l'assediò, preselo nel 493, ucciselo pochi dí appresso, in convito, alla barbara: tutta l'Italia fu sua.—Noi vedemmo giá un'antichissima guerra d'indipendenza combattersi dagli itali ed etruschi per due generazioni contra i pelasgi, e finir con buttar questi al mare; e vedemmo una seconda guerra d'indipendenza intraprendersi da' romani a capo dei popoli italici contro a' galli, e durare da trecentosessanta anni poi, e finir colla soggezione de' galli cisalpini e transalpini. Or qui, con questo accostarsi degli italiani all'imperio contro ad Odoacre, noi veggiamo incominciata la terza guerra d'indipendenza italiana, la guerra contro a' popoli tedeschi, che dura da milletrecentocinquantasette anni, e non è finita.

7. Continua.—Teoderico poi ordinò, governò, estese il regno cosí, ch'ei si può dire il piú civile insieme e il piú grande dei re romano-barbari. Come quel d'Odoacre il governo di lui fu misto, duplice, de' goti e de' romani. Serbati alcuni, cacciati i piú de' barbari precedenti, lor terzo di terre passò ai barbari nuovi; i romani non par che ne patissero altrimenti: sembra anzi in tutto migliorata lor condizione, accresciuta lor ingerenza. Goto il re, per vero dire, goto l'esercito, gote l'oltrepotenze, e quindi senza dubbio le prepotenze; ma romano il principal ministro del regno, Cassiodoro, romani molti altri minori; ed in ciascuna delle grandi cittá (aboliti allora o prima i duumviri) un graf goto a governare e giudicare i goti, un comes romano pe' romani. Del resto, leggi e grandi raccomandazioni di esser buoni co' romani, di vestire, radersi, vivere alla romana: i monumenti antichi di tutta Italia, que' di Roma principalmente, visitati dal re, fatti serbare, restaurare; altri nuovi (a Ravenna principalmente) edificati; papi e vescovi rispettati; rispettata dal re e da' suoi barbari, tutti ariani, la religione nazionale italiana, che fu dall'origine e sempre la cattolica.—Di fuori Teoderico, che non era un barbaro venturiero come Odoacre, ma della schiatta regia, anzi Ansa, cioè eroica e mitologica degli Amali, e portava la porpora, ed avea dato o fatto dare a parecchi sudditti suoi il titolo di patrizio, portato allora da parecchi re barbari, s'apparentò, trattò, guerreggiò con molti di questi, men da pari che superiore. S'apparentò coi re de' borgognoni in Gallia, de' turingi in Germania, de' vandali in Africa, de' goti in Ispagna, e con quel Clodoveo uno de' re franchi, il quale allora appunto veniva sollevandosi sopra gli altri, e cosí fondando quella monarchia tanto minore allora, tanto piú durevole poi, che non quella di Teoderico.—Signor giá della penisola, della Sicilia, delle due Rezie e del Norico, incominciò nel 504 nuove guerre e conquiste. E prima, contro ai gepidi e bulgari in Pannonia, la quale conquistò fino al Sirmio; poi contra Clodoveo, che estendendosi avea sconfitto e morto a Poitiers [506] il re de' visigoti, ed occupate tutte lor province di Gallia, tranne Provenza e Rossiglione. Teoderico salvò queste sí ad Amalarico re fanciullo figliuolo dell'ucciso, ma gli mandò a tutore Teuda uno de' suoi conti; e pare che il facesse governare in nome suo, e prendesse egli titolo di re dei visigoti. Morto poi Clodoveo, continuò a guerreggiar co' franchi e co' borgognoni; ed insomma, o in nome proprio o del pupillo, vedesi Teoderico signoreggiare, intorno al 520, Illirio occidentale, gran parte di Pannonia, Norico, Rezie, Gallia meridionale e Spagna. La Theiss, il Danubio, il Rodano, la Garona erano limiti all'incirca del magnifico regno.

8. Continua.—Il quale tuttavia incominciò, lui vivente, a minacciar rovina; ed al medesimo modo che quel d'Odoacre, per impulso venuto dall'imperio, per le inopportune memorie, per gli stolti affetti degli italiani a quel nome, a quel resto d'imperio, tutt'altro oramai che italiano. Giustino, l'imperator di Costantinopoli, seguendo l'uso di quella corte troppo e mal teologhessa, si pose a perseguitar gli ariani. Teoderico ariano, ma tollerantissimo fin allora, perseguitò ora a rappresaglia i cattolici. Quindi ire, sospetti reciproci, tra goti ed italiani. Primo Albino un grande romano, poi Boezio anche piú grande, poi Simmaco suocero di lui, poi Giovanni papa, furono accusati «d'avere sperata la libertá di Roma», di carteggiare coll'imperatore, e via via. Boezio e il papa morirono in carcere, Simmaco decollato. Finalmente, in agosto del 526, Teoderico fulminò un decreto per dar le chiese de' cattolici agli ariani; ma morí prima del dí fissato all'eseguimento, tra' rimorsi e i prodigi, disse il volgo, tra le esecrazioni di esso certamente; e troppo tardi raccomandando a' grandi goti e romani, raccolti intorno al letto suo, quella concordia, che è cosí difficile sempre tra conquistatori e conquistati, ch'egli giovane e forte avea saputa mantenere, ma che invecchiato avea lasciato allentarsi giá, e stava ora per isciogliersi del tutto in mano di una donna, un fanciullo ed un letterato.

9. Caduta de' goti [526-566].—Succedette Atalarico, fanciullo di sette anni, figlio d'Amalasunta, figlia di Teoderico, la quale fu reggente. Eran nel regno le quattro parti che sempre sono in un regno di stranieri: i nazionali amici e i nemici degli stranieri, gli stranieri amici e i nemici de' nazionali. Amalasunta e Teodato un suo cugino, eran de' goti romanizzati, inciviliti, letterati. Amalasunta educava il re alla romana. I goti puri se ne turbarono, e le tolsero il giovane; il quale allevato quindi alla barbara, oziando, gozzovigliando e corrompendosi, si consunse e morí di diciotto anni [534].—Cacciata Amalasunta in un'isoletta del lago di Bolsena, dove ella tra breve fu tolta di mezzo, regnò Teodato. Pare che fra questi pericoli Amalasunta avesse giá trattato, ed or certo Teodato trattò coll'imperatore greco per averne aiuti o rifugio. Imperatore era allora Giustiniano, il gran raccoglitor di leggi e codici romani, il gran riconquistatore di molta parte d'Occidente. Triboniano ed altri giureconsulti l'avean aiutato alla prima gloria; Belisario ed altri capitani l'aiutarono alla seconda; ma restò a lui la gloria personale, e sempre grande a un principe, d'aver saputo scegliersi aiuti, senza invidia. Belisario avea giá vinti i persiani, e ritolte ai vandali Africa, Sardegna, Corsica. Erano tra l'imperatore e i re goti piccole contese di limiti; ed erano allettamento a quello le dissensioni di questi. Belisario scese in Sicilia e la conquistò, passò Napoli e la prese, senza che si movesse Teodato. Contro al quale insospettiti o sdegnati finalmente i goti di Roma, escivano della cittá, e facean lor re Vitige, non principe, semplice guerriero, ma buono. E Teodato, fuggendo, era scannato per via [536].

10. Continua.—Vitige disapparecchiato lasciò Roma, e Belisario v'entrò [dicembre 536]. Ma non forte abbastanza per ispingere i goti, vi si chiuse e fortificò con cinque o sei mila uomini, e tra breve Vitige venne ad assediarlo, dicesi, con centocinquantamila. Fu famosa fazione: durò un anno [marzo 537-marzo 538]. Ma Belisario aiutato dai romani, e ricevuti rinforzi, sconfisse piú volte i goti, e finalmente li respinse ed inseguí. Prese Ancona, Milano, Fiesole; corse mezza Italia, corsa intanto da un nembo di borgognoni e franchi, predoni terzi sopravvenuti tra i contendenti. Finalmente Belisario assediò Ravenna, giá capitale de' goti, ora lor rifugio; e presela con Vitige e il nerbo de' goti ch'ei trasse poi seco prigioni a Costantinopoli [fine 539].—Rimanevano quindi i greci mal capitanati da parecchi duchi, i quali dividevansi le cittá, le governavano militarmente, sovranamente, serbando sí i governi municipali ma ponendovisi essi a capo, successori insieme de' grafioni goti e dei conti romani, e taglieggiandovi probabilmente ognun per due. Allora a rivolgersi gl'italiani, a desiderar di nuovo i goti; e questi a raccogliersi, a rinnovar la guerra. Rimanevano loro Verona, Pavia, e forse tutta l'Italia occidentale allor detta Liguria.—Gridan re, prima Ildibaldo un nobile e forte guerriero, in breve ucciso per vendetta privata; poi si dividono tra Eurarico e Baduilla, ed ucciso quello, resta solo questo, chiamato poi Totila o «il vittorioso». Quindi incomincia un'ultima guerra di riscossa, che è la piú nobil parte della storia de' goti in Italia. Sorge Totila [541] da Verona con cinquemila uomini, batte e disperde i duchi greci a Faenza, s'allarga prendendo cittá in Emilia, in Toscana; poi gira intorno a Roma e Napoli, corre tutto il mezzodí; torna su Napoli, la piglia [543] e non la saccheggia. Chiaro è: i goti rinnovati dalla sventura, erano ridiventati non solo forti, ma piú miti e migliori in tutto che i greci. Allora, perduta oramai, fuor di Roma e Ravenna, quasi tutta Italia, la corte donnaiola di Costantinopoli rimandava il conquistator Belisario; ma tra' molti intrighi, e con poco esercito, pochi danari, poco favore. Scese a Ravenna: ma rinchiusovisi, seguí una guerra sminuzzata; finché Totila vittorioso pose finalmente assedio a Roma, e la prese in faccia a Belisario accorso ad aiuto [dicembre 546]; e allora, inasprita oramai la guerra contro alle popolazioni italiane, saccheggiò, disertò la cittá, n'atterrò le mura e lasciolla. Fu rioccupata da Belisario, riassalita da Totila; combattevvisi intorno tre dí, e fu vinto Totila; ma con poco frutto: ché dopo poco di guerra spicciolata fu in breve, per nuovi intrighi di corte, richiamato Belisario, il quale avea cosí guastata la gloria di sua prima impresa d'Italia. Allora (tra una nuova invasione di franchi ed una prima e breve di longobardi) Totila riprese Roma e restaurolla, passò in Sicilia e presela pur quasi tutta.—Finalmente, dopo parecchi altri capitani greci tutti cattivi, venne uno che pareva dover essere il pessimo: Narsete, un eunuco del gineceo imperiale, vecchio di presso a ottant'anni, e che nella prima guerra di Belisario era stato sotto lui uno dei duchi piú indisciplinati. E tuttavia, costui vinse e finí la lunga guerra. Forte in corte, e cosí ben proveduto di danari e di uomini (fra cui un duemila longobardi), venne [552] per l'Illirio e la Venezia a Ravenna: e quindi uscito in breve, marciò contro a Totila che s'avanzava da mezzodí. Incontraronsi presso a Gubbio; e fu una gran rotta di goti: Totila che avea combattuto de' primi e degli ultimi, da re, morí ferito nella fuga.—Fu in Pavia gridato a degno successore di lui Teia, uno de' capitani principali. Il quale in pochi mesi raccogliendo le forze restanti a' suoi nazionali, scese giú per la penisola contro a Narsete, che dopo aver ripresa Roma (quinto eccidio di essa in quella guerra), assediava ora il castello di Cuma, ov'eran serbate le insegne regie e il tesoro de' goti. Combattessi una seconda gran battaglia alle falde del Vesuvio; e vi pugnò Teia come Totila nella prima: piú felice di lui, morendo sul campo, e, dicesi, dopo aver cambiati parecchi scudi, carichi, l'un dopo l'altro, di aste nemiche. Allora si arresero tutti i goti lá restanti [553]; e chi li dice poi cacciati fuor d'Italia, chi sparsi in essa. Certo, molti rimaneano ancora. Forse essi furono che chiamarono una grande invasione d'alemanni; i quali sotto Leutari e Buccellino corsero e predarono la penisola uno o due anni, finché furono vinti essi pure da Narsete. Vedonsi, ad ogni modo, continuare sollevazioni e piccole guerre di barbari qua e lá, e non conquistata tutta la penisola se non al fine de' dodici anni che durò la signoria greca. E cosí, con difesa perdurante fino all'ultimo, veggonsi finire a poco a poco que' goti, il cui nome non ritrovasi piú nelle storie; le cui reliquie durano forse qua e lá tra le terre e i monti d'Italia. Nobile e forte schiatta, per vero dire, e piú che niun'altra barbara mansueta ai vinti, in Italia come in Ispagna! Ondeché non merita il mal nome che le restò nella storia nostra, mal fatta e rifatta per lo piú co' pregiudizi romani, imperiali. Se non era de' quali, chi sa? sarebber rimasti e durati questi goti tra noi, come lor fratelli in Ispagna e i franchi in Francia; e misti noi con essi, non avremmo mutate tante signorie, né avuta a soffrire la divisione d'Italia; di che siamo per vedere i princípi.

11. I greci.—Veggiamo intanto qual profitto avesser tratto que' nostri maggiori, al rifarsi imperiali, al ridiventare, come dicevasi allora, romani, in realtá provinciali greci. E prima, poiché non furono finiti di cacciare tutti i barbari se non uno o due anni prima che venissero i longobardi, vedesi che la misera Italia non respirò se non d'altrettanto. Poi, gl'italiani, che, come pare accennato da certi negoziati tra Vitige e Belisario, e come, del resto, è naturale immaginare, aveano sperato riavere un imperator occidentale, ebbero a governator sommo Narsete eunuco, maestro de' militi, patrizio e gran ciamberlano, e sotto a lui, un prefetto del pretorio. Non trovo se i due sedessero in Roma o Ravenna: è probabile in questa. Di rettori od altri governatori di province, non è cenno. Probabilmente, i duchi continuarono ad esser tutto in ciascuna delle cittá, con territori piú o meno fatti a caso dalla guerra. Sotto essi i giudici, governatori civili, capi de' corpi municipali, ma non eletti da essi, anzi dati, talor forse dai duchi, certo sovente da' vescovi, e perciò chiamati «dativi». I membri di questi corpi non eran piú detti «decurioni», ma indeterminatamente «principali» od anche «consoli», nome vecchio, significazione nuova, non piú di capi, ma di consiglieri municipali. Roma stessa, ridotta a par dell'altre, ebbe un duca. Che diventò il terzo barbarico delle terre? Non è probabile fosse restituito ai possessori antichi italiani. Dovette essere incamerato, od anzi distribuito o preso dai duchi ed altri greci. Non n'è cenno nella prammatica del 554, che Giustiniano gran promulgator di leggi fece a riordinar Italia, e che non riordinò nulla. Del resto, da ciò e da tutta la storia vedesi, che fu un governo da stranieri lontani, peggior sempre che quello di stranieri stanziati. E il pessimo e piú vergognoso (ma non insueto a tali stranieri) fu che non seppero nemmen difender la conquista da stranieri nuovi.—Morto Giustiniano nel 565, succedutogli Giustino molto dammeno, questi richiamò Narsete; dicesi, perché non mandava danari in corte; onde sarebbe a dire la corte lontana peggiore che il governatore vicino, e richiamato questo per non aver saputo farsi abbastanza cattivo: né sarebbe insueto ciò nemmeno. Dicesi poi, fosse richiamato con quelle parole vituperose della nuova imperatrice: «che tornasse l'eunuco a far filar lane nel gineceo»; ed adiratone egli, perciò chiamasse i longobardi. I quali vennero ad ogni modo tre anni appresso.

12. I longobardi prima della conquista.—Qui incomincia la seconda e piú lunga parte di questa etá dei barbari. I longobardi furono antichissimamente d'una gente scandinava detta vinnuli o vendeli; un terzo della quale passato il Baltico, e preso quando che fosse il nuovo nome dalle lunghe barbe o dalle lunghe aste, posarono primamente nell'isola di Rugen, poi sull'Elba. Tacito li dice «nobilitati da lor pochezza», a malgrado la quale sempre rimasero indipendenti; e Velleio Patercolo «gente piú feroce che non la germanica ferocitá». E pochezza con ferocitá furono i due distintivi serbati da essi poi. In Germania appartennero all'antica confederazione degli svevi, e probabilmente a quella piú nuova de' sassoni, di cui pur furono gli angli, padri degl'inglesi, bella parentela. Soggiacquero agli unni, occuparono in Pannonia il Rugiland o terra de' rugi, vuotata giá da Odoacre; e rivaleggiarono lá co' gepidi; e li vinsero in due grandi battaglie; dove Alboino figliuolo del re longobardo nella prima, re nella seconda, uccise di mano sua i due re gepidi, Torrismondo e Cunimondo. Cumulazione poi di barbarie, poco men che incredibile ora, ma attestata da tutte le tradizioni, il feroce uccisore sposò Rosmunda figlia e nipote dei due uccisi; e del teschio del suocero fecesi un bicchiere a banchettare. I gepidi eran distrutti; il loro nome non trovasi piú; i rimasugli si perdettero certo nelle due genti de' longobardi e degli unni-ávari lor alleati. E, fosse stato patto dell'alleanza, o che le due discese giá notate di alcuni longobardi in Italia li avessero invogliati del bel paese, o fossero essi tratti, come poc'anzi altri barbari, dalla debolezza de' greci, od invitati veramente da Narsete; il fatto sta, che i longobardi lasciarono, appena compiuta, lor conquista di Pannonia a quegli alleati, i quali le diedero poi il nome proprio di Unn-Avaria od Ungheria; e che essi ingrossati di varie frazioni di genti, gepidi, bulgari, sarmati, svevi e principalmente sassoni, scesero in Italia l'anno 568. Né inganni siffatta moltiplicitá di nomi sul numero degli invasori. I longobardi furono certamente i piú numerosi tra essi di gran lunga; eppure furono pochi. Trovansi divisi in quelle migliaia, centinaia e decanie (ma decanie di dodici) che dicemmo; e tutta la gente composta probabilmente di tre dozzine di queste migliaia, cioè in tutto di poco piú che sessantaduemila guerrieri. Ad ogni modo, la loro pochezza si manifesta da ciò, che non poterono, né nell'invasione né poi mai, né occupare tutta Italia contro a' greci, né difenderla contro a' franchi. E cosí continuò il danno vecchio, che ogni potenza sorgente da noi lasci nel proprio edificio l'addentellato alla potenza ulteriore; e sorse il danno, nuovissimo allora, il dividersi la penisola per non riunirsi forse mai piú.

13. Alboino e Clefi [568-584].—Scese Alboino, come i piú, per l'Alpi carniche; occupò prima Foro Giulio, or Cividal del Friuli, e subito vi pose un duca con iscelte «fare» d'uomini e razze di cavalli. E questo titolo di «duca» è dato poi nella storia a trentasei capi di schiere (probabilmente migliaia) di militi longobardi lasciati via via nelle cittá conquistate, ed indi signoreggianti su territori varissimi, or larghi or ristretti. Tedescamente eran detti «heerzog» o «graf»? Io crederei il secondo, posciaché i veri duchi od heerzog di que' tempi (come il duca di Baviera soggetto ai franchi) trovansi principi piú grandi; e crederei che il titolo di «graf», tradotto sotto i goti con «conte», si traducesse ora con «duca», per assimilazione ai greci. Né monta che sotto ai duchi si trovin conti; questi furono probabilmente non piú che schulteis o centenari. A ogni modo i duchi furono lasciati quasi indipendenti fin da principio; e fu modo barbaro oltre al solito, e per li conquistati piú che mai abbandonati a lor mercé, e per li conquistatori cosí scematine, e per la conquista cosí impoverita, fatta a caso, non mai compiuta. Occuparono molte ma non tutte le cittá della Venezia e della Liguria. La quale tuttavia oltrepassarono, varcando l'Alpi, entrando nelle terre franche, e cosí incominciando la guerra bisecolare che finí con lor perdizione. Del resto, ne furon respinti fin d'allora; e lasciaron di colá partirsi per tornar a Germania i sassoni lor compagni. In Italia poi, i greci non si mostrarono mai alla campagna. Vedesi fin di qua ciò che durò sempre poi; i greci dammeno che i longobardi, questi dammeno che i franchi. In Pavia sola si trovano aver i greci resistito. Tre anni durò l'assedio; dopo i quali Alboino la prese, e la fece capitale del regno. E perché i greci respinti s'andaron raccogliendo intorno a Ravenna, e gl'italiani intorno a Roma principalmente, tre capitali si può dír che avesse quindi l'Italia per due secoli: Pavia de' longobardi, Ravenna de' greci, e Roma (non osata assalir dai primi, abbandonata dai secondi, protetta dai suoi pontefici che ne grandeggiarono) degl'italiani.—Banchettando poi un dí Alboino co' suoi barbari, facevasi venir la regina e l'invitava «a ber col padre» nel bicchier del teschio; ed ella quindi si vendicava abbandonandosi ad uno di que' bravi, e spingendolo ad uccidere l'odiato sposo. Uccisolo, fuggirono insieme a Ravenna, dove in breve s'ucciser tra essi. I longobardi gridaron lor re Clefi, duca di Bergamo, che regnò diciotto mesi, continuando le conquiste, predando ed uccidendo i principali italiani; e fu ucciso poi da un suo gasindio [574]. Tutto ciò in sei anni; Velleio Patercolo avea ragione, e l'ha Manzoni: fu conquista barbara fra le barbare.

14. I trentasei duchi.—Nuova barbarie, i trentasei duchi non s'elesser re. Vollero restare indipendenti, sciolti; e principalmente non aver a spogliarsi della consueta «parte regia». I duchi settentrionali guerreggiarono di nuovo stoltamente, e invasero Provenza. I medii e meridionali estesero lor conquiste a tutto ciò che rimase poi regno longobardo. Il quale saprebbesi qual fosse, se avessimo il nome de' trentasei ducati, che furono probabilmente dodici in ciascuna delle tre grandi divisioni, Austria ad oriente, Neustria ad occidente d'Adda e Trebbia, Tuscia a mezzodí. Ma restano certi solamente undici nell'Austria, Foro Iulio, Treviso, Ceneda, Vicenza, Verona, Trento, Bergamo, Brescia, Parma, Piacenza e Regio; incerto il dodicesimo, Brescello o forse Mantova presa fin d'allora. In Neustria certi soltanto sei, Milano, Pavia, San Giulio nel lago d'Orta, Ivrea, Torino, Asti; incerti gli altri sei, Vercelli, Lumello, Acqui, Alba, Auriate, Bredulo. Nella Tuscia certi nove, Lucca, Chiusi, Firenze, Populonia, Perugia, Fermo, Rimini, Spoleto e Benevento; incerti gli altri tre, Siena o Soana, Camerino ed Imola. Vedesi che tenevan quasi tutta la Venezia, salvo Padova con quelle sue lagune ove veniva sorgendo la cittá di lei figliuola; tutta l'antica Insubria e Liguria, salvo Genova e sue riviere; e tutta Toscana e il mezzodí d'Italia, salvo Ravenna e alcune altre cittá alla marina orientale, e Napoli e poche altre alla occidentale, e Roma in mezzo isolata e compressa tra i due potenti duchi di Spoleto e Benevento. Del resto, hassi da Paolo Diacono loro storico nazionale che «spogliarono le chiese ed estinsero i popoli»; e piú espressamente che «allora molti dei nobili furono per cupidigia uccisi; e gli altri divisi fra gli ospiti, affinché pagassero ai longobardi la terza parte de' lor frutti (frugum)» (lib. II, 32). Chiaro è: i longobardi, che sempre piú si conferman barbarissimi fra' barbari, usarono allora il modo piú barbaro di trarre il terzo non in terre separate, ma in frutti pagabili da' conquistati, ridotti cosí a servitú territoriale e poco men che personale. E quindi l'ire degl'italiani contro a questi barbari, piú acerbe che contro a nessuni de' precedenti; quindi fin d'allora un primo ricorso di un papa (Pelagio II) e d'uno stesso imperatore greco (Maurizio) a' franchi nemici de' longobardi, affinché scendessero. E scese Childeberto re d'Austrasia; esempio poscia ad altri principi franchi troppo maggiori, cagione allora che nel pericolo i duchi s'eleggessero finalmente un re.

15. La restaurazione del regno [584].—Innalzarono, restaurarono Autari figliuol di Clefi, fanciullo quando moriva il padre, or adulto. «Diedergli la metá delle loro sostanze per gli usi regali, da nodrirsi esso il re e coloro che aderivano a lui» (Paolo Diacono), cioè i suoi gasindi o dipendenti immediati. Essi i duchi serbarono dunque l'altra metá, e cosí rimaser probabilmente piú ricchi, piú potenti che non i soliti graf degli altri regni barbarici. Cessò poi, a quel che pare, la spogliazione disordinata de' miseri italiani; mansuefecesi la conquista. Come alcuni re visigoti, Autari e alcuni altri re longobardi presero poi il nome romano di Flavio; perché questo, piú che qualunque altro, non si scorge; forse perché ricordava Tito e Vespasiano signori rimasti popolarmente famosi per bontá. E trovasi poi un passo unico, il quale indicherebbe un addolcimento materiale negli ordini della conquista, se non che ei si legge diversamente ne' codici: «Populi tamen aggravati pro longobardis hospitia partiuntur», ovvero «per longobardos hospites partiuntur», oltre altre lezioni ancora. Né ci possiam metter qui tra le interminate dispute che se ne fanno. Dirò, in una parola, che io pendo alla prima lezione, e cosí all'interpretazione la quale concorda con tutto l'addolcimento della conquista narrata da Paolo: cioè che i longobardi oramai stanziati si risolvessero al modo piú mite di prendere il terzo, non piú in frutti, ma in terre; e che cosí rimanessero molti italiani territorialmente liberi. Ad ogni modo, civilmente e politicamente essi rimaser certo servi molto piú che non sotto a' goti. Di magistrati propri essi ebber tutto al piú alcuni giudici, dati forse anche qui dai vescovi, e sofferti da' longobardi che non volean per certo imparar le leggi romane; ma non piú conti propri pari a' grafioni, come sotto ai goti, e men che mai ministri romani, come Cassiodoro, ed altri anche in Francia e Spagna.

16. Autari ed Agilulfo [584-615].—Con tutto quest'ordinamento, scioltissimo, come si vede, e giá simile a quello che fu poi detto «feodale», segue una storia povera di vera grandezza, ricca sí di quelle avventure cavalleresche, che ad alcuni paiono essere state rimedio, a noi poco piú che ornamento della feodalitá.—Autari allontanò i franchi scesi tre volte, trattando prima, poi sconfiggendoli; co' greci fece tregue e guerre, e corsa l'Italia fino a Reggio di Calabria, spinse il cavallo in mare gridando:—Fin qui il regno.—Poi, volendo aver a moglie Teodelinda la bella e saggia figliuola del duca di Baviera, andò colá travestito da ambasciador di se stesso a dimandarla e vederla. E poco mancò che si scoprisse, ricevendo secondo l'usanza un nappo di mano della promessa sposa; e si scoprí poi a' limiti, lanciando l'asta contro un albero e dicendo:—Cosí ferisce Autari.—Quindi Childeberto il re d'Austrasia, da cui dipendeva Baviera e a cui era stata impromessa la fanciulla, invase quel paese; ed ella si fuggí a Italia, e Autari la sposò, e Childeberto mandò qui un grand'esercito di franchi d'accordo co' greci; e Autari indugiando e trattando si liberò degli uni e degli altri. Ma morí poco appresso [590].—Allora, i longobardi diedero alla giovane lo scegliere a se stessa un nuovo sposo, ad essi il re; ed ella si scelse Agilulfo duca di Torino. Regnarono insieme e gloriosi venticinque anni. Ariani Agilulfo e i longobardi, cattolica Teodelinda, ella a poco a poco convertí lo sposo e gran parte della nazione; e fu un nuovo e massimo addolcimento della conquista; avendo noi veduto al tempo de' goti, ed essendo sempre pessima di quante differenze separan conquistatori e conquistati, peggiore che non quella stessa delle lingue, la differenza delle religioni. Ed a ciò poi Teodelinda strinse pratiche col papa.—Il quale era san Gregorio I, detto «il magno», quantunque due altri poi ne sieno stati non guari minori per noi italiani. Nobile, ricco, potente in Roma da giovane, scrittore ecclesiastico copioso e sapiente rispetto all'etá, assunto al pontificato nel 590, e d'allora in poi zelante per la propagazione della fede a cui mandò sant'Agostino l'apostolo e incivilitor d'Inghilterra, fu quanto a noi, in Roma e nelle province greche e nelle stesse longobarde, gran protettore degl'italiani peggio che mai abbandonati; e per ciò negoziator co' duchi e col re e la regina, e cosí grande avanzator della potenza papale, non indipendente per anco, ma giá differente dall'imperiale. Fu, in tutto, secondo de' grandi papi politici.—Agilulfo e Teodelinda poi furono fondatori di chiese e monasteri; fra cui principale San Giovanni di Monza, dove mostrasi tuttavia, fra parecchie corone di essi, quella «di ferro», che dicesi d'uno dei chiodi della Passione di Nostro Signore; ed è quella su cui, cingendola, pronunziò Napoleone quelle vane parole:—Guai a chi la tocca.—Del resto Agilulfo ebbe a reprimere parecchie ribellioni di duchi, talor alleati co' greci; guerreggiò con questi, impose loro tributo, e soffrí una correria degli ávari nel Friuli. Morí nel 615, ed ebbe a successore Adaloaldo figliuolo suo e di Teodelinda, giá associato da fanciullo al regno.

17. Successioni dei re per un secolo [615-712].—Segue un secolo di re longobardi, poco men che simili a que' franchi contemporanei, i quali furono detti lá re «fa nulla» o poltrenti. Niuna impresa guerriera di conto, niun ordine nuovo; perciocché lo scriversi che si fece in quel secolo delle leggi antiche longobarde, come delle franche, borgognone, bavare e visigotiche fu certo cosa buona, ma non ordine nuovo. Del resto, continuano non poche storie e novelle cavalleresche, che sarebbero utili a pittori e poeti, ma che non abbiamo spazio qui di servir ad essi come pur vorremmo.—Adaloaldo fanciullo regnò prima sotto la tutela di sua madre Teodelinda; ma fatto adulto impazzí, ammaliato, dissero, da un ambasciador greco, e fu poi cacciato del regno, e spento di veleno. Tuttociò sembra accennare in quel re un ozio, un insolito tollerar i greci, non sofferto dai longobardi [625].—Succedette Arioaldo, duca di Torino e marito di Gundeberga, figlia essa pure degli amati Agilulfo e Teodelinda; ed essa, caduta in sospetto al marito, fu chiusa in una torre, giustificata poi e liberata per un combattimento singolare. Arioaldo morí nel 636.—Lasciata a Gundeberga, come giá a sua madre, la scelta di uno sposo re, ella scelse Rotari duca di Brescia, il quale egli pure la rinchiuse per abbandonarsi a sue libidini, e la lasciò liberare in simil modo. Meno ozioso tuttavia che gli altri, Rotari conquistò contro a' greci Genova e le due riviere liguri, e Oderzo nella Venezia, ed egli fu che fece scrivere il primo de' codici longobardi. Morí nel 652.—Succedettergli prima il figliuolo di lui Rodoaldo; ma per pochi mesi, ignobilmente morto per aver rapito una donna.—E poi Ariperto figlio d'un fratello di Teodelinda, dalla cui famiglia, dalla cui memoria i longobardi non si sapevano staccare. Né di lui si sa altro, se non che fu gran fondatore di chiese, e che morendo nel 661 o 662 lasciò, con esempio unico ne' longobardi, diviso il regno tra due figliuoli suoi.—Cosí regnò Bertarido in Milano, e Godeberto in Pavia. Ma in breve sorser discordie, e venne Grimoaldo duca di Benevento, che uccise il secondo e fugò il primo ad Ungheria, e regnò egli [662].—Respinse poi di Benevento Costante il solo imperador greco che mai venisse in Italia, ma che non vi fu buono a nulla se non a spogliarla; tanto i signori stranieri, civili o barbari, si rassomigliano. Né Grimoaldo fu buono a proseguire la fortuna; diede sí una gran rotta a' franchi discesi fin presso ad Asti; poi volendo domare un duca del Friuli ribellato, e scansare, dice Paolo, guerra civile, chiamò rimedio peggior del danno, gli ávari, ed ebbe poi a volgersi contr'essi per cacciarli. E tra queste ed altre minori imprese, sprecata la vita operosa ma inutile al regno, morí nel 671.—Lasciò il regno a Garibaldo figliuol suo, avuto da una sorella di Bertarido. Il quale venuto di Francia, dove esulava, cacciò il nipote dopo tre mesi di regno, e regnò egli per la seconda volta, diciassette anni; pio, mansueto, gran fondator di monasteri, del resto ozioso [688].—Successegli suo figliuolo Cuniberto, che giá avea regnato dieci anni con lui; e gli fu occupato il palazzo e il regno da Alachi duca di Trento, giá ribelle perdonato da lui. Ma tiranneggiando costui, risorse Cuniberto; combatterono, ed ucciso Alachi, regnò Cuniberto con nome di prode fin al 700. E di lui, e Teodote una bella romana, si novella.—Successegli Liutberto, suo figliuolo fanciullo, cacciato in breve da Ragimberto, duca di Torino e figliuolo di re Godeberto. Morto in breve Ragimberto, Ariberto II suo figliuolo vinse ed uccise Liutberto, e cosí regnò, pio, limosiniero anche esso; finché sceso contro di lui ed aiutato dai bavari Ansprando tutor giá di Liutberto, combatterono i due presso a Pavia; e vincitor prima, vinto poi Ariberto, affondò, fuggendo, in Ticino. Fu l'ultimo che regnasse per parentela e in memoria di Teodelinda [712].—E salito cosí al trono Ansprando e vivutovi tre mesi soli, lasciò il regno a Liutprando figliuol suo.

18. Liutprando. Le prime cittá, i primi papi indipendenti [712-744].—Liutprando fu, dice Paolo, «uomo pio, sagace, amator di pace, potente in guerra, clemente, casto, limosiniere, buon parlatore, legislatore, e benché illiterato, da eguagliarsi ai filosofi». Noi diremo che fu il men dappoco o il piú approssimantesi a grandezza fra' re longobardi, dopo Agilulfo e Teodelinda. Ma, molto piú che i fatti propri, son notevoli i tempi di Liutprando. Perciocché non fu notato abbastanza, ma allor furono incontrastabilmente, e le prime cittá indipendenti (non meno indipendenti che i comuni di quattro secoli dopo), e le prime e troppo di rado imitate confederazioni di esse, e i primi papi temporalmente indipendenti e signoreggianti; ma allor pure, novitá che rovinò quasi tutte l'altre, il primo ricorso di essi i papi ai franchi. E quindi io non saprei dire qual periodo di storia italiana meriti piú d'essere trattato distesamente, espressamente; quale perciò mi peni piú d'aver a restringere, troppo inadeguatamente. Gli imperatori greci, che poco duolci non aver luogo di nominare, s'erano succeduti peggiorando, s'erano lasciati spogliar da' persiani dapprima e da' maomettani poi (religione e potenza nuova sorta, come ognun sa, nel settimo secolo), di mezzo il loro territorio asiatico e di tutto l'africano. In Italia essi e gli esarchi avean giá piú volte conteso co' papi. E cosí tra tali contese s'eran venute sollevando Roma, Ravenna e parecchie altre cittá; s'eran piú volte nominati lor duchi, senza aspettarli di Costantinopoli (cosí Venezia tra il 713 e 716); e giá aveano se non mutati i magistrati propri, almeno aggiuntivi i maestri di militi, e schiere (scholae) di militi propri, che è piú importante; e giá dal secolo precedente o dal principio di questo ottavo, il nome nuovo di Pentapoli preso da cinque cittá, che si credono Ancona, Umana, Pesaro, Fano e Rimini, sembra accennare una prima confederazione di esse; e giá i papi eran venuti crescendo tra tutto questo.—Finalmente, tutto ciò scoppiò a ribellioni aperte, a mutazioni grandi nel 726. Era imperatore Leone isauro, un barbaro, non solamente caduto, a modo solito di quella corte, nell'eresie, ma inventor esso di una nuova, contro alle imagini, detta perciò «iconoclastía». Per questa minacciò, perseguitò il papa. Il quale si trovò essere un gran papa, gran principe, Gregorio II [715-731]; il quale troppo trascurato dagli storici, non resterá tale per certo, quando Italia indipendente cerchi e glorifichi tutti i periodi, tutti gli eroi di sue indipendenze. Egli forte pontefice, resistette cattolicamente all'imperator eretico; egli gran vescovo, gran cittadino, raccolse apertamente intorno a sé i romani di Roma; egli grande italiano raccolse pur gli altri italiani antichi, li difese, ne fu difeso dalla tirannia dell'eretico imperatore; egli, come tutti coloro che sollevan popoli non a propria ambizione ma a difesa comune e giusta, non rinnegò il nome, il diritto del signore legittimo o legale, ma gli rinnegò l'obbedienza in ciò che era pur diritto proprio e del popolo suo; egli limitò la rivoluzione a giusta resistenza, egli l'adattò alle tendenze, alle condizioni del tempo suo; ed egli non inventò forse ma si serví delle giá inventate confederazioni, le accrebbe, le condusse, le fece efficaci, vittoriose. Primo de' papi s'alleò co' longobardi contro a' greci, primo fu di fatto principe indipendente; e fece tutto ciò in cinque anni dal 726 al 731.—E ciò fu continuato dal successore ed omonimo di lui, Gregorio III, dal 731 al 743. Se non che, piú sovente che non il predecessore, guastatosi co' longobardi, e pressato tra questi e i greci, e men che il predecessore confidando forse nelle cittá, nella nazione italiana, egli primo fece quella chiamata dei franchi, che fu rinnovata poi da' successori. E queste chiamate sono condannate universalmente ora nella storia, nell'opinione italiana. Né senza ragione, se si guardi ai tristi e lunghi effetti che ne vennero. Tuttavia io non saprei se non sia lecito, se non debito forse a un uomo posto a capo d'una nazione, difendere l'indipendenza propria e di quella nazione, difenderne l'acquisto recente e dubbio ancora, chiamando contro agli stranieri prementi altri stranieri che paiano meno pericolosi. Perciocché io non so fino a qual punto sia lecito ai reggitori sagrificare i pericoli certi de' popoli presenti agli incerti de' popoli futuri, né fino a qual punto sia da apporsi a tali reggitori il futuro mal preveduto. Ad ogni modo, se resta colpa apponibile a que' nostri antichi, ella non può apporsi certo da que' moderni, grandi o popolani, governanti o governati, i quali caddero nella medesima, fecero simili chiamate, e si lagnarono che non fossero esaudite. Quanto al risultato poi, un'opinione la quale vituperasse in ogni caso queste chiamate di stranieri contra stranieri, sarebbe certo opinione molto imprudente, molto impolitica, molto improvida per li casi futuri.—La chiamata di Gregorio III fu fatta a Carlo Martello, il maggiore di que' maggiordomi o pfalz-graf, o capi di gasindi, che eran venuti crescendo presso ai re franchi «fa nulla»; a Carlo Martello, che colle vittorie sui propri emuli, su' grandi ribelli del regno, e principalmente sugli stranieri maomettani, vinti in gran battaglia a Poitiers l'anno 732, s'era acquistato nome e potenza di capo della nazione franca, e quasi della cristianitá. A tal uomo fu almeno men brutto ricorrere; e cosí bastò l'autorita di lui su' longobardi alleati suoi, a salvar il papa e le cittá italiane. E cosí, e l'uno e l'altre eran rimaste, od anzi cresciute nell'indipendenza, quando morirono Gregorio III, Leone iconoclasta e Carlo Martello nel 741, e Liutprando nel 744. Del quale, non aggiugneremo altro, se non che, or alleato, or nemico de' papi e delle cittá, e de' greci e de' propri duchi, egli prese una volta Ravenna, toltagli in breve da' veneziani sudditi greci fedeli quella volta; e prese parecchie altre cittá, fra cui Sutri che donò a San Pietro e San Paolo, cioè alla mensa di Roma, cioè al papa, primo esempio di tali donazioni. E resta dubbio se serbasse l'altre e cosí accrescesse definitamente il regno. Ad ogni modo, avendo egli, fin che le tenne, trattatele meno alla barbara, e non ispogliati questi nuovi sudditi suoi, diventa certo dopo lui ciò che era dubbio prima di lui: che questi romani possedetter terre, furono territorialmente liberi nel regno longobardo. Apparisce chiaro dalle numerose leggi lasciate da Liutprando.

19. Ildebrando, Rachi, Astolfo, Desiderio, ultimi re longobardi [744-774].—Segue, sotto uomini tutti mutati, e, salvo i franchi, tutti minori, la caduta dei longobardi. Regnava da parecchi anni aggiunto a Liutprando il nipote di lui Ildebrando; or gli successe, ma per sette mesi soli, cacciato che fu da Rachi duca del Friuli.—Regnò questi serbando cinque anni una tregua di venti fatta giá da Liutprando col papa e le cittá; ma rottala nel 749, stava a campo contro a Perugia, quando accorse a rattenerlo papa Zaccaria, e il tenne e mutò cosí, che egli il re barbaro si fece monaco. Era, è vero, una smania di quei tempi, in che si videro un re anglo-sassone venire a Roma e morirvi vestito da pellegrino, e farsi monaci un duca d'Aquitania, un d'Austrasia ed un del Friuli.—Succedette a Rachi Astolfo fratello di lui, uno di quegli uomini che avventati alle cose facili, avviliti nelle difficili, paion mandati apposta da Dio quando vuol perdere i regni. Fin dal 751 o 752 riaprí la guerra, prese Ravenna, tutto l'Esarcato ed Istria, e in somma tutta l'Italia greca, tranne le lagune di Venezia, Roma, Napoli, ed altre cittá di quella marina, e Sicilia. Le quali sole rimasero d'allora in poi all'imperio greco, perdute per sempre quelle prime. E proseguendo Astolfo in tali conquiste, facili a farsi contro a nemici deboli, ma difficili a serbarsi contro a vicini forti, assalí Roma; e allora papa Stefano II ricorse per aiuti a Costantinopoli invano, a Francia efficacemente.—Ivi era succeduta intanto una grandissima novitá; ché, deposto e ridotto a monaco Childerico l'ultimo re merovingio, Pipino figliuolo di Carlo Martello s'era fatto gridar re in campo di marzo a Soissons, in quel medesimo anno 752. E forse il vano Astolfo sperava nelle difficoltá di quelle mutazioni. Ma invano; ché, andato Stefano II a Francia nel 753 e 754, vi consagrava i nuovi re Pipino e i suoi due figliuoli Carlo e Carlomanno, aggiungendo loro (con consenso o no dell'imperatore o de' romani, non consta) il titolo di patrizi romani. Quindi, rendendo servigio per servigio, scendea Pipino in persona per Moncenisio alle Chiuse di Susa, fatali a' longobardi; e rottovi Astolfo e assediatolo in Pavia, n'ottenea promessa di pace a Roma, e restituzione delle conquiste, e poi tornava a Francia.—Ma, non corso un anno, Astolfo ricominciò la guerra, e tornò a campo a Roma, e ricominciarono le doglienze, le lettere del papa a Pipino; il quale ricalcava sua via, ribatteva i longobardi alle Chiuse, riassediava Astolfo in Pavia; e ridottolo, prendeva il terzo del tesoro regio, gli imponeva un tributo annuo, e fattesi ora restituire in effetto le conquiste, ne faceva egli poi donazione a San Pietro, alla Chiesa romana ed ai papi, in perpetuo e per iscritto. Anastasio, scrittor di due secoli appresso, dice aver veduto esso tuttavia lo scritto; e compresevi Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Iesi, Forlimpopoli, Forlí, Castel Sussubio, Montefeltro, Acerraggio, Monte Lucaro, Serra, Castel San Mariano, Bobro, Urbino, Cagli, Luceolo, Gubbio, Comacchio e Narni; non Roma, come si vede, la quale reggevasi di nome sotto l'imperador tuttavia, di fatto da sé sotto al papa e sotto al re franco patrizio, ed affettando il nome ambiguo di «repubblica romana». E morí poco appresso Astolfo, perdute le conquiste, lasciato tributario, ma tuttavia intiero ne' limiti antichi, il regno longobardo [756].—Successe Desiderio, duca, come si crede, di Brescia, che il dovea perdere intiero. E dapprima ebbe a contrastarlo con Rachi, il re monaco; ma scartò questo in breve per intervenzione del papa, a cui promise di «compiere le restituzioni». Comprendevansi elle in tal promessa alcune cittá comprese giá nella donazione, ovvero altre? Non vengo a capo di discernerlo. Ad ogni modo, qualunque fosse tal restituzione, diventò occasione di nuove contese tra Desiderio e i papi, di nuove lettere papali a Pipino; il quale tuttavia, o invecchiato od occupato in altro, non ritornò piú.—Ma morto esso nel 768, e succedutigli dividendosi il regno que' due figliuoli suoi giá re e patrizi, Carlo e Carlomanno, il primo che è Carlomagno sposò e fecesi venir a Francia una figliuola di Desiderio; ma tenutala poco, o forse nulla, la ripudiò e rimandò al padre l'anno 771. Poi, morto Carlomanno, Carlomagno facevasi eleggere a succedergli nella parte ch'era stata di lui; e i figli spogliati colla madre vedova rifuggirono a Desiderio. E rifuggivvi in quel torno Unaldo, un antico duca d'Aquitania spogliato da que' Carolingi. E moriva papa Stefano III, che s'era tenuto bene co' longobardi; e saliva a pontificare Adriano I, un romano di gran conto e che pendeva a' franchi. Tutti i nembi s'accumulavano contro a quella reggia di Pavia, fatta refugio de' nemici di Carlomagno. S'aggiunse l'imprudenza, che sembra stoltezza, di Desiderio. Aprí egli la guerra, prese o corse le cittá papaline, fin presso a Roma; poi, dubitando o giá minacciato, indietreggiò a settentrione. Né Carlomagno si fece aspettare. Tornato appena d'una prima di quelle imprese di Sassonia ch'ei moltiplicò poi in quasi tutta sua vita, tenne l'anno 773 il campo di marzo in Ginevra. E quindi, diviso l'esercito in due, e mandata per il Gran San Bernardo l'una parte di che non si sa altro, egli stesso coll'esercito principale scese per la via giá solita del Moncenisio e della Novalesa; e venne alle solite Chiuse tra il monte Caprario e il Pircheriano, quello su cui torreggiò poi e torreggia il monastero di San Michele detto appunto della Chiusa, allo sbocco della Comba o valle di Susa ne' piani di Torino. Ivi erano, dietro le fortificazioni innalzate a sbarra, il vecchio Desiderio e il giovane e prode Adelchi figliuol suo, re egli pure associato al padre. Combattessi molte volte; Adelchi a cavallo colla mazza d'armi facea prodezze, macello di franchi. Dicesi Carlomagno trattasse giá d'accordi, od anche d'indietreggiare. Quando, fosse per cenno d'un giullare, o d'un diacono di Ravenna mandatovi apposta, o per tradimento d'alcuni infami longobardi, o meglio per perspicacia ed arte militare, che certo non mancò in Carlomagno; ad ogni modo ei metteva una schiera per le gole laterali e non guardate di Giaveno, intorno al Pircheriano, e cosí prendeva a spalle i longobardi, che se ne spaventarono, e fuggirono sbaragliati. Chiusersi i due re e i grandi in Pavia e Verona; e Carlomagno assediò la prima fin dal giugno 773; e prese la seconda al fine di quell'anno. Combattevasi tuttavia alla campagna; e dicesi si facesse un gran macello di longobardi su un campo, dettone poscia Mortara. E resistente ancora Pavia, Carlomagno s'avviava per la pasqua del 774 a Roma; dove intanto papa Adriano stava accettando dedizioni di cittá italiane, e di longobardi che correvano a farsi tosare a modo romano, e perfino d'un duca di Spoleto che gli si faceva vassallo. L'incontro fu qual di vittoriosi; feste, funzioni di chiesa, giuramenti di guarentigie ed amicizie eterne, e soprattutto conferma delle donazioni di Pipino, ed aggiunte fattevi probabilmente, benché non negli estesi limiti riferiti da alcuni. E quindi tornò Carlomagno dinanzi a Pavia, e la prese finalmente in maggio o giugno 774. Desiderio ed Ansa, re e regina spogliati, furono mandati a Francia, dove vissero in pie opere e forse monaci; Adelchi o Adelgiso rifuggí in Costantinopoli, presevi il nome greco di Teodoro, e tornato da venturiero in Italia fu famoso nelle fiabe del medio evo, e fatto illustre a' di nostri dal Manzoni.—E cosí cadde, con poca gloria, come avea signoreggiata, la nazione longobarda. La quale tenutasi, finché signoreggiò, piú che le altre barbare, diversa, divisa dagli italiani, si mescolò, si confuse con essi poi nella comune servitú. Distrutta l'esistenza politica indipendente, non distrutte né cacciate le schiatte di lei, molte leggi, molte usanze ne rimasero per parecchi secoli; molto sangue nelle vene, molte parole nella lingua e ne' dialetti di quasi tutta Italia fino ad oggi. E ne rimane il nome ad una grande, bella, buona, ricca provincia italiana, or suddita imperiale e reale austriaca.

20. Coltura.—Al principio dell'etá dei barbari, due scrittori rappresentano insieme la condizione delle popolazioni e delle lettere romane: Boezio [470-525] che vedemmo perseguitato, fatto morire da' goti, Cassiodoro [470-562] che fu ministro di tre o quattro de' lor re. Il primo scrisse parecchi ristretti di filosofia, rimasti famosi ne' secoli seguenti fino alla restaurazione degli originali, e in carcere poi il bel libro Delle consolazioni della filosofia; ondeché si può dir ultimo dei romani antichi e primo degli scolastici. Il secondo piú retore, piú intralciato, piú barbaro in tutto, non interessa quasi se non per li fatti che si trovano nelle lettere di lui, e nel ristretto della sua Storia dei goti compendiata da Iornandes.—Gregorio magno [542-604], scrittore ecclesiastico copiosissimo, si può giá dire scolastico intieramente. San Colombano [540-615] monaco d'Irlanda venuto di colá in Francia, poi in Longobardia sotto Agilulfo e Teodelinda, e fondator del monastero di Bobbio dove furon ritrovati a' nostri dí parecchi codici d'autori antichi, accenna l'ultimo precipizio delle lettere italiane, che ricevean cosí quasi una restaurazione dall'ultima Irlanda. Paolo Diacono [740 circa-790 circa] il solo scrittore di qualche conto che abbiamo di nazione longobarda, e scrittor unico della storia di essa, ci è prezioso perciò, ci è caro per l'amore ch'ei mostra, scrivendo sotto Carlomagno, a sua gente caduta; ma è, del resto, o pari o di poco superiore ai piú meschini cronachisti dell'etá seguente. Misero ritratto di tre secoli di letteratura! ma che si potrebbe argomentare dalla storia politica; allor sí veramente i barbari distrussero le poche lettere antiche, le molte cristiane che rimanevano.—Delle arti, l'architettura trova sempre qualche modo di fiorire sotto a principi potenti quantunque barbari; e cosí fiori sotto Teoderico, e poi sotto Teodelinda ed Agilulfo. Fu architettura romana, decadente via via piú, non dissimile, ma meno splendida della bizantina; ondeché si vede chiaro qui ciò che del resto ognun sa oramai, quanto sia falso il nome di «gotica», dato poi a quell'altra architettura molto posteriore, tutto diversa, anzi contraria, degli archi acuti e delle colonne sottili. Nella vera architettura gotico-longobarda, l'arco viene anzi abbassandosi, e le colonne ingrossando, e tutto lo stile diventando tozzo e goffo. Il quale poi ritrovandosi tra' sassoni in Inghilterra e in Francia e Germania fino appunto alla diffusione dello stile acuto e sottile, convien dire che tutto quel primo stile pesante chiamato «sassone» da alcuni, venisse dal romano-gotico-longobardo. E ciò si fa tanto piú probabile, che dalle leggi longobarde abbiamo un cenno di una quasi societá di maestri muratori settentrionali d'Italia (magistri comacini), i quali aggirandosi tra noi e probabilmente anche fuori, mantennero e diffusero l'architettura, lo stile italiano imbarbarito; e furono forse origini di quelle societá o confraternite o gilde di muratori od architetti, che si ritrovano quattro o cinque secoli appresso; e che si pretendono origine esse di quella societá o setta segreta de' franchi-muratori, modello poi o madre stolta e brutta di piú brutte e piú stolte figliuole. Del resto, que' maestri scolpivano probabilmente e dipingevano quel pochissimo che era da scolpire e dipingere ne' poveri edifizi edificati da essi. Onde anche quell'altro nome di «stile greco», dato alle pitture e sculture tozze e goffe di que' tempi, sarebbe forse da mutarsi tutt'insieme in quello di «stile italiano imbarbarito»; piú brevemente, «stile comacino».

21. Legislazioni.—Questa etá è poi molto piú notevole per un genere di libri o compilazioni, le quali sono sí elle pure parte della coltura, ma piú che coltura poi all'effetto, dico i codici di leggi. Strano fatto, che le leggi le quali servirono a tutta Europa nelle etá piú civili e piú colte fino a' nostri dí, e che anche oggi servono in gran parte all'Inghilterra, cioè alla nazione piú avanzata in civiltá e coltura, e che diedero origine a' codici nuovi nelle altre, sieno state compilate tutte lungo l'etá dei barbari, in Oriente od Occidente. Ma il vero è che non sono di tale etá se non le compilazioni; e che le leggi stesse, e i responsi de' giureconsulti che le accompagnano, sono frutti di lunghe etá precedenti, sono risultato complessivo ed ultimo delle due grandi civiltá europee fino allora disgiunte, e allora riunite, la romana e la germanica, la imperiale e quella delle genti. E quindi appunto fu naturale, che allora, nel riaccostarsi le due civiltá, volesse ciascuna serbare i propri risultati; naturale che li compilassero; e naturale poi, che tali compilazioni ritardassero le fusioni fino alla etá nostra piú unificante.—Le leggi, la giurisprudenza romana, furono raccolte, primamente (e prima dell'etá de' barbari, ma invadenti giá essi), da Teodosio II in un Codice che porta il nome di lui [438]; poi da Giustiniano in un nuovo e piú ampio Codice [529], in una compilazione di leggi e decisioni antiche detta Digesto o Pandette [533]; in un'aggiunta al Codice detta Novelle [534], e in un ristretto detto Istituzioni. E tutta questa legislazione giustinianea fu, senza che non ne resti dubbio oramai, recata in Italia; ovvero giá da Belisario e dalla prima conquista (essendo presumibile che il legislatore autore imponesse quanto prima l'opera sua in tutto l'imperio suo), ovvero nel 554, insieme colla prammatica che dicemmo; ovvero anche piú tardi nelle province rimaste greche. Ma, voluminoso tutto questo Corpus iuris, non s'adattava alla poca coltura delle etá seguenti, né al poco e impedito uso che ne aveano a fare i miseri italiani soggetti e poco men che schiavi di barbari germanici od imbarbariti greci; ondeché essi usarono vari ristretti fattine via via, e principalmente quello d'Alarico re de' goti di Spagna.—De' codici barbarici poi, lasciando quelli fatti fuor d'Italia, e venendo a' nostri goti, ci basterá accennare, che Teoderico e gli altri re loro fecero senza dubbio non poche leggi; ma non restano testi, se non di due editti di Teoderico e d'Atalarico, oltre poi molti cenni nelle lettere di Cassiodoro. E, cacciati i goti, non ne restò probabilmente traccia nelle giurisprudenze posteriori. I longobardi sí, compilarono, come accennammo, contemporaneamente con gli altri barbari lor leggi od usanze (dette con parola loro antica «anclab» od «anclap», che forse significava «connessione», «collegazione», e sarebbe cosí sinonimo di «lex»); e la prima compilazione fu di Rotari intorno all'anno 643, e seguirono le aggiunte di Grimoaldo, di Liutprando, di Rachi e d'Astolfo.—E lodinsi pure tutti questi principi codificatori: le pubblicazioni di codici sono sempre benefizi a' popoli che han bisogno di conoscere quanto piú facilmente le leggi buone o cattive onde son retti. Ma non diasi ad essi, nemmeno a Giustiniano, quella lode di legislatori veri, che Machiavello pone sopra tutte le umane. Perciocché i legislatori veri sono, non quelli che compilano leggi vecchie o ne aggiungon poche nuove conformi, ma quelli (come Mosé, Licurgo, Solone ed anche, bene o male, Augusto, Diocleziano, Costantino e pochissimi altri) i quali inventano, e con leggi in parte antiche e in parte nuove, ordinano, rinnovano uno Stato comunque invecchiato, conformemente alle condizioni delle civiltá e de' tempi nuovi. E siffatta somma lode fu meritata (non corsi due anni dacché io cosí ne parlava primamente) da quattro principi italiani; ma non rimane che ad uno, Carlo Alberto. E cosí Dio ispiri i tre altri a riacquistarsela, ad onore, od anzi forse a salvezza propria e di lor successori e lor popoli.—Del resto, sapientissima, elegantissima ne' particolari la legislazione romana, ma tutta imperiale, tutta assoluta nel principe, tutta ciecamente obbediente e quasi adorante ne' sudditi, pagana pe' tre quarti, cristiana qua e lá per aggiunta, ella contribuí certo molto ed a quelle stolte pretensioni di monarchia universale, ed a quelle di dispotismo civile ed ecclesiastico degli imperatori, onde sorsero poi tanti danni in tutti i secoli che siam per vedere; mentre le legislazioni barbariche contribuirono a quella dispersione della potenza regia in potenze via via minori e poco men che assolute, onde vedremo sorgere l'ordine feudale, uno de' peggiori disordini sociali che sieno stati mai. Miseri secoli in tutto, quelli che straziati continuamente tra i due assolutismi del concentramento e della dispersione, non trovavan riposo dalle violenze della guerra, se non nei disordini della pace; quelli, in cui questi disordini eran fonte perenne di quelle violenze, e quelle violenze, di disordini nuovi. Quando impareremo noi a tener conto de' tempi presenti, ad esserne grati alla divina Providenza, a non farne stolti, od anche empi piagnistei?