LIBRO QUINTO
ETÁ QUINTA: DELLA SIGNORIA DEGLI IMPERATORI E RE
(anni 774-1073).
1. Carlomagno re [774-814].—Carlomagno sí che fu vero legislatore, vero e grande rinnovatore ed ordinator di popoli e d'imperio, vero e buono intenditore delle condizioni di suo tempo, dei desidèri, delle necessitá de' suoi popoli. E cosí è, che gli ordinamenti di lui durarono gli uni alcuni, altri poi molti secoli, fino al nostro. Durar sempre non è dato a niuna istituzione umana, è distintivo di quelle divine, anzi di quella sola dalla ragione di Dio destinata a raccoglier nel grembo suo tutte le schiatte e tutti i secoli umani; quella che alcuni effimeri scrittori o politici vanno di dieci in dieci anni predicendo finita, ma che ha giá raccolti diciotto secoli e mezzo, e raccoglierá, Dio guarante, gli avvenire. Degli ordinamenti umani, all'incontro, i migliori sono fatti insufficienti dai tempi progrediti: e quindi la storia debbe sapere insieme ed ammirarli finché furono propizi a' tempi loro, e notar ciò che li fece caduchi, e segnare i tempi quando diventarono inetti. Ciò tenteremo far qui accennando l'operato di Carlomagno, e piú tardi via via.—I Carolingi s'erano innalzati, il dicemmo, come capi del palazzo, maggiordomi, pfalz-graf di que' re franchi oziosi che avean divise le conquiste di Clodoveo in vari regni, e lasciato dividere ogni regno da parecchi grandi duchi. Quindi, la prima opera di Carlomagno fu sempre tôr di mezzo i duchi che rimanevano potenti, dividere i loro territori in parecchi gau o pagi o comitati sotto altrettanti conti dipendenti direttamente dal re, ma giudice sommo ciascuno nel proprio comitato, e capitano dell'eribanno o raccolta degli arimanni viventi in esso. Era ritorno all'antica costituzione germanica, ordinaria; vivente Carlomagno, vi si trovano poche eccezioni; e queste alle frontiere dove il conte d'un sol comitato non sarebbe stato potente abbastanza contro agli stranieri; e dove perciò furono riuniti parecchi comitati sotto un conte de' limiti (mark-graf, marchio, marchese), che talor ebbe pure (forse nell'uso piú che legalmente) il titolo di «duca».—Ma i maggiori di Carlomagno s'erano innalzati in que' palazzi regi, principalmente come capi dei gasindi o fedeli del re, a' quali si davan quelle terre regie che furon dette «benefici» o «feudi»; e queste terre erano ora tanto piú numerose nelle mani di Carlomagno, che egli ebbe tutte quelle e de' regni franchi e del longobardo e dei duchi qua e lá aboliti. E seconda opera di Carlomagno fu dunque, distribuire questi benefici o feudi da per tutto a' suoi gasindi o fedeli, che con nome esclusivo chiamaronsi ora «bassi», «vassi», «vassalli»; e che, sia dimorando in corte, sia trovando a ciò piú profitto, divisero poi quelle terre in simil modo ad uomini loro, detti quindi «vassalli vassallorum» o «valvassori»; i quali poi suddivisero ancora le terre a' «valvassini» via via minori, senza che sia possibile determinare a quanti gradi scendesse tale sminuzzamento.—Chiaro è poi, che tutto ciò era, giá fin dal tempo di Carlomagno, una gran dispersione della somma potenza; e Carlomagno, come ogni gran dominatore, sentí certo la necessitá di riunirla, centralizzarla. Quindi una terza, una quarta ed una quinta delle opere di Carlomagno: far visitar di continuo i vari Stati da alcuni suoi grandi detti «missi dominici», superiori e quasi ispettori dei conti e de' vassalli: corrervi egli stesso di sua persona frequente e rapidissimamente, accompagnato d'una schiera eletta di conti e guerrieri palatini, che sono i paladini de' romanzi: e soprattutto, in questi suoi viaggi fermarsi egli due volte all'anno alle due pasque di Natale e di Resurrezione, piú sovente al cuor di sua potenza, in Aquisgrana o in altri luoghi del Basso Reno, talora in Italia o agli altri estremi; ed ivi adunare le assemblee nazionali dei grandi, e di quanti minori vi volessero venire a portar domande, doglienze o consigli; men numerosa al consueto, e de' soli grandi l'assemblea di Natale; piú numerosa per il concorso universale quella di primavera, detta «campo» or «di marzo» or «di maggio». Ed anche ciò fu rinnovazione degli antichissimi ordini germanici giá accennati da Tacito.—Finalmente una sesta ed importante opera politica fu proseguita sempre da Carlomagno: favorire, ingrandire que' papi, que' vescovi, tutti quegli ecclesiastici che aveano aiutata sua casa, consacrati re suo padre e lui, e datagli or l'Italia; e per ciò porre sotto la propria tutela immediata (mundiburgium) i benefici posseduti da essi, e darne loro dei nuovi; e in tutto, porre a contrappeso o correttivo della potenza secolare de' conti e dei vassalli la potenza temporale della Chiesa, tanto piú grande, che traeva seco tutte le popolazioni antiche romane, galliche od italiche.—Questi furono i sommi capi della politica di Carlomagno; questi gli strumenti di sua grandezza; e questi gli elementi delle dissoluzioni feodali posteriori.—S'intende, che in Italia, paese di conquista, le miserie incominciaron subito; le miserie de' conquistati sono parte fondamentale e perenne della grandezza del conquistatore.
2. Continua.—Quando all'anno 774 Carlomagno giovane di trentadue anni ebbe spogliati i re longobardi, egli regnava su tutta Francia, tra' Pirenei, il Reno e le Alpi; su Baviera, Svevia e Turingia; e sull'intiero regno longobardo, meno il ducato di Benevento titubante nell'obbedienza. Sul papa, su Roma e sulle cittá date alla Chiesa romana, dominava come patrizio e donatore. Erano in Italia, sole fuori d'ogni giurisdizione di lui, Venezia, Napoli e le altre cittá meridionali, Sicilia, Sardegna e Corsica, di nome imperiali-greche, di fatto e secondo le occasioni (Venezia principalmente) indipendenti. Non distrusse dapprima il regno longobardo, non ne tolse i duchi, non vi mutò nulla se non il re, che fu egli. E lasciando solamente un presidio, una schiera di franchi in Pavia, se ne fu del medesimo anno ad una delle sue numerose imprese di Sassonia. E allora, fosse o no per restaurare Adelchi, congiurarono parecchi duchi longobardi; e, dicesi, tutti e tre, quelli di Benevento, di Spoleto e del Friuli, che erano stati i maggiori del regno.—Avvisatone Carlomagno, accorse dal Reno all'Alpi, discese una seconda volta in Italia [principio del 776], si volse contra il duca del Friuli piú scopertosi o piú pericoloso, lo vinse e fece morire, e prese parecchie cittá di lui. E allora dicesi distruggesse i ducati, ordinasse i conti; ma trovansi pur tra breve nomati duchi o marchesi non solamente del Friuli, di Spoleto e di Benevento, ma altri ancora; ondeché resta dubbio se l'ordinamento de' comitati fosse o cosí subitano come è qui detto, o cosí costante poi in Italia come nell'interno di Francia. Ad ogni modo, del medesimo anno ei ripartí.—E quattro anni rimase fuor d'Italia, facendo tre imprese contro a' sassoni, ed una in Ispagna. Alla quale, fra l'altre, andarono (come mille e piú anni appresso sotto Napoleone) parecchie schiere longobarde; ed onde tornando poi, toccò Carlo la famosa e sola sua rotta di Roncisvalle, e quella in cui cadde Rutlando, l'Orlando de' romanzi, stavo per dire l'Orlando nostro, fattoci popolare da' nostri poeti.—Ridiscese per la terza volta in Italia [a. 780]; e, lasciando in Francia suo figliuolo primogenito Carlo, condusse seco i due minori, Pipino che fece dal papa incoronare a re d'Italia, e Ludovico a re d'Aquitania. Erano fanciulli di quattro e due anni; ondeché, ciò non mutò nulla, ma accenna il principio del disegno di dividere i regni, e forse giá di far loro centro un imperatore. Né si fermò guari in Italia. N'uscí del 781.—Fece poi quattro altre imprese successive contro a' sassoni; i quali, martellati cosí, parvero pacificarsi, e si fecero battezzar molti, e fra gli altri Vitikindo lor duca, il gran propugnatore di loro indipendenza.—E allora, ornato di nuova gloria, di quella che piú rifulge nel corso de' secoli cristiani, che meglio ne segna i progressi, e che, rarissima ne' tempi da noi qui corsi, è forse troppo poco cercata negli stessi nostri, in che sarebbe tanto piú facile; ornato, dico, della gloria di propagatore della cristianitá, Carlo veramente magno ridiscese al centro di questa, a Italia per la quarta volta [a. 786]. E qui fece un'impresa contro al duca di Benevento non assoggettato per anco, e l'assoggettò; ma lasciògli intiero il ducato, e la soggezione non fu durevole né mai compiuta. I duchi longobardi di Benevento sempre rimaservi duchi, e presero anzi nome di principi; e vi fecero dinastie piú o meno indipendenti, secondo le occasioni per tre secoli all'incirca. Carlo poi, risalita Italia, e lasciato a Pavia Pipino il re fanciullo, tornò a Francia.—Quindi mosse a Baviera contra Tassilone duca, genero di Desiderio, mentre il faceva assalir pel Tirolo da un esercito longobardo. E avutolo nelle mani, lo spogliò e fece monaco; e divise pur quel ducato in contadi. Ebbersi a respinger poi una invasione di unni-ávari da Baviera e dal Friuli; ed un approdo di Adelchi e di greci alle coste di Napoli e Calabria; e si allargò il regno fino all'Istria. E per dieci anni poi Carlomagno rimase fuor d'Italia a far imprese contro agli slavi e agli unni, diventati vicini suoi, dappoiché era signor di tutta Germania, a reprimere ribellioni di sassoni, ed eresie interne, e ad abbellir Aquisgrana. In Italia l'esercito longobardo l'aiutò piú volte contro agli unni, e l'«esercito romano» talor contro ai greci. Morí dopo un lungo pontificato Adriano I [795], quegli che avea giá chiamato Carlo, ed era poi stato sempre amico e quasi luogotenente di lui in Italia; benché pur sempre si dolesse a lui (come s'esprime nelle sue lettere) delle «giustizie non restituite», e vuol dir senza dubbio di quelle cittá, quali che fossero, che Carlo gli avea promesse e non date. Successegli Leone III, e pontificò dapprima tranquillamente. Poi, nel 799 (principio di quelle guerre civili che turbarono per secoli Roma mal ordinata tra repubblica, principato del papa, e supremazia imperiale straniera), una mano di potenti romani assalí, prese il papa; il quale, liberato dal duca di Spoleto e da un altro messo regio, rifuggí prima a Spoleto e tra breve a Francia. E giá poco prima [797] l'altra signoria che sussisteva ancora di nome in Roma, quella dell'imperatore orientale, aveva sofferto un nuovo crollo, uno scandalo non mai veduto. Irene imperatrice, mal cacciata dal marito Costantino, mal cacciò lui, e fecesi imperatrice regnante. Gli eventi precipitavano, le occasioni s'accumulavano ad una nuova grandezza di Carlo. E Carlo, giá il vedemmo, non soleva lasciarle passare.
3. Carlomagno imperatore [799-814].—Fin dal tempo di Pipino, e piú in questi di Carlo, tra quelle lettere de' papi che rimangono documento preziosissimo di tutta questa storia sotto il nome di Codice caroliniano, trovansi cenni da lasciar credere via via concepito e maturato tra' Carolingi e i papi il gran disegno della restaurazione dell'imperio occidentale. Ora, aiutato, o, direm meglio, sofferto dalla Providenza, scoppiò. Carlo ricevette con gran pompa e gran rispetti il papa rifuggito; e con pompa e rispetti ed accompagnamento di vescovi e conti franchi il rimandò restaurato a Roma. Quindi egli Carlomagno (continuando intanto pe' suoi capitani le guerre di Germania e d'Ungheria) partivasi d'Aquisgrana, faceva un giro per sue province francesi, abboccavasi a Tours con Alcuino, il maggiore scolastico e filosofo di quell'etá, che pare essere stato consultato in tutto ciò; tornava ad Aquisgrana, scendevane in Italia, fermavasi a Ravenna, giungeva a Roma al fine di novembre. Ed ivi teneva primamente un'assemblea di grandi, e vi giudicava (come patrizio e capo della repubblica senza dubbio) i nemici del papa, a cui richiesta li graziava; ed assisteva alla giustificazione del papa stesso, fatta, come fu dichiarato, secondo il costume de' maggiori, con semplice giuramento di lui.—Quindi, al gran dí del Natale 799, assistendo Carlomagno coi due figli suoi Carlo il primogenito e Pipino re d'Italia alla messa, il papa, finita questa, rivolgevasi al re, gli metteva in capo una corona, e gridava, gridando il popolo tre volte con lui: «A Carlo piissimo augusto, coronato da Dio, grande e pacifico imperatore, vita e vittoria»; poi, secondo alcuni, ungeva Carlomagno, e Carlo il giovane designatogli successore.—Cosí consumavasi il piú grande evento che sia stato per mille e piú anni nella storia europea; quello che la dominò primamente tutta di fatto, poi di nome fino a' nostri dí; quello che, felicissimo come parve senza dubbio a que' dí, fece poi, pur senza dubbio, l'infelicitá di molti popoli, ma principalmente degli italiani. Certo, i romani e tutti gli italiani, soggetti al papa, si rallegrarono allora d'avere spogliato ogni resto di dipendenza dall'imperator greco lontano, di non aver piú se non quella che giá aveano da Carlo, giá patrizio, or imperatore. La diminuzione dei gradi di dipendenze è sempre guadagno reale. Ma forse che i romani e gl'italiani, sempre sognatori del rinnovamento del primato antico, sperarono, credettero riaverlo sotto quel nome d'«imperator romano». E forse alcuni altri sudditi di Carlomagno qua e lá fecero fin d'allora quell'altro sogno, che veggiam fatto retrospettivamente a' nostri dí stessi da alcuni poeti politici: il sogno, dico, di una cristianitá riunita intorno a due centri, due capi, l'imperatore e il papa; il sogno della perfetta feodalitá, risalente dall'ultimo valvassino ai valvassori, ai vassalli diretti, ai re, all'imperatore. Ma i fatti, i secoli dimostrarono poi, che tutto questo era un edifizio durevole sí, ma poco piú che nel nome e ne' vizi suoi, non in nessuna delle supposte sue virtú. I due centri, le due somme potenze, mal determinate ne' limiti vicendevoli, incominciarono fin d'allora ad urtarsi, e s'urtarono e combatterono per secoli. Gl'imperatori risuscitarono a poco a poco l'antica pretesa imperiale di approvare l'elezione del papa; e i papi, che dal dí del Natale 799 incoronarono gl'imperatori, n'ebbero naturalmente la pretesa di approvare gl'imperatori; e cosí imperatori e papi dipendettero l'un dall'altro continuamente, e dipendettero senza riconoscere bene né l'un né l'altro la dipendenza. I re poi, che non debbono, che non possono, per esser re veri, aver superiore, l'ebbero negl'imperatori; le sovranitá non furono piú sovrane, le nazionalitá non compiute. La feodalitá sí, se si voglia cosí dire, si perfezionò, si compiè; ma questa fu sventura; sventura la perfezione d'un ordine, in cui non entravano se non i signori, i governanti, fuor di cui erano i governati, i piú, il grosso del popolo. E tutto ciò, da per tutto dove s'estesero la potenza, le pretese imperiali. Ma in Italia, sedia sempiterna e reale del papa, sedia nominale e troppo a lungo de' nuovi imperatori, gli urti furono immediati e infinitamente piú sentiti; fu sentita e segnata di sventure e sventure ogni elezione d'imperatore, ogni elezione di papi; e ne sorsero cattivi e stranieri imperatori, cattivi e simoniaci e corrotti papi per oltre a due secoli; e poi papi grandi e grandissimi sí, ma allora le contese della Chiesa e dell'Imperio, le parti guelfa e ghibellina, la debolezza d'Italia, Italia aperta a nuovi stranieri, Italia divisa, anche dopo caduto ogni nome d'imperio, tra nazionali e stranieri.—La storia di quest'etá non fa che svolgere i primi de' fatti qui accennati; tutta la rimanente, i successivi. E chi tema nel nostro compendio la preoccupazione della indipendenza, ricorra ad altri. La preoccupazione della indipendenza fu pur anima di tutte le storie nazionali scritte da Erodoto o piuttosto da Mosé in qua. Della sola storia d'Italia si fece sovente un'apologia od anche un panegirico della dipendenza; sappiamo, almeno in ciò, porci al par degli altri. Usciam dalla servilitá fino a questo punto almeno di pronunciare e lasciar pronunciare la parola d'«indipendenza», nella storia.
4. Continua.—Il novello imperatore romano rimase in Roma il tempo d'inverno che soleva in qualsifosse cittá, da Natale a Pasqua; e non tornovvi mai piú. Aggravato dall'etá o dalla dignitá, dimorò poi quasi sempre in Aquisgrana sua capitale vera, la nuova Roma o futura Roma, come trovasi allor nominata. Fece molte leggi dette «capitolari», meravigliose per quell'entrar ne' particolari senza perdere i disegni, che è proprio di tutti i grandi. Guerreggiò pe' suoi figli e capitani co' sassoni, che soggiogò finalmente del tutto; con gli slavi, che tenne di lá dell'Elba; con gli unni-ávari, che spinse di lá della Theiss; co' musulmani fino in sull'Ebro e sul Mediterraneo, dove costoro pirateggiavano; co' normanni o danesi e scandinavi, che pirateggiavano sulle coste oceaniche. In Italia, Pipino re guerreggiò contra il duca di Benevento, ma senza frutto; contra greci e veneziani, con questo gran frutto per gli ultimi, che tra guerre e paci coll'imperatore occidentale, essi scossero piú che mai lor dipendenza dall'orientale.—Nell'806, Carlomagno fece una prima partizione de' suoi regni tra' figliuoli, Carlo destinato imperatore e re de' franchi, Ludovico re d'Aquitania, e Pipino re d'Italia. Ma era destinato altrimenti. Morí Pipino a Milano nell'810, lasciando un solo figliuol maschio, Bernardo. Carlomagno fece una nuova partizione nell'811. Ma nel medesimo anno morí senza figliuoli Carlo il giovane, il primo e come pare il piú belligero de' suoi figliuoli. Non rimaneva piú al vecchio imperatore se non un figliuolo, Ludovico, ch'ei prevedeva probabilmente poco degno di lui.—E perciò forse s'affrettò a far pace con tutti; coll'imperator greco, da cui fu definitamente riconosciuto l'imperio occidentale nell'812; col principe di Benevento, che si riconobbe tributario; e fin co' califfi spagnuoli di Cordova. Poi mandò re in Italia il giovane Bernardo. Poi nell'agosto 813, in gran placito ad Aquisgrana, riconobbe a successore in tutti gli altri regni e nell'imperio Ludovico; e dicono che (negletto giá il papa) gli facesse prendere da sé sull'altare la corona imperiale. E languente fin d'allora, languí quindi pochi altri mesi; e addí 28 gennaio 814 spirò. I posteri unanimi a dargli nome di «magno», mille anni di storia empiuti delle cose bene e mal create da lui, le voci del popolo e la poesia che lo cantano, fanno di lui tali lodi vere, che inviterebbono a tacere anche uno storico retore o panegirista.
5. I Carolingi [814-888].—Sotto ai Carolingi, principi gli uni miseramente pii, gli altri sfacciatamente scellerati, tutti mediocri, tutti contendenti per li numerosi ed instabili regni in che si divise e ridivise l'imperio, e quasi tutti per la dignitá d'imperatore che li dominava ed infermava, seguono settantaquattro anni i piú poveri che sieno stati mai di fatti veramente nazionali. I papi che incoronavano gl'imperatori, i re che entravano in quelle contese di famiglia, furono i soli che operassero. La nazione italiana v'era (e lo vedremo poi), ma non faceva nulla: serviva, soffriva, generava e moriva. Quindi molti abbreviatori, ed anche scrittori distesi di nostre storie, fuggon su tali complicazioni ingrate. A noi pare accennarle, perché sono il carattere principale dell'etá; e perché la noia stessa dello scriverle e del leggerle ci fará meglio entrare nella miseria di coloro che le soffrirono.—Ludovico dunque, detto dagli uni «il pio», dagli altri meglio «il bonario», incominciò a imperiar solo [814] su tutto l'imperio, tranne Italia che era di Bernardo re. Nell'817 egli spartí i regni a' suoi tre figli: Baviera a Lotario suo primogenito che associò all'imperio, Aquitania a Pipino, Francia (tutta o parte) a Ludovico, rimanendo Italia a Bernardo. Ma questi pretende egli all'imperio, s'apparecchia con gl'italiani, vede non esserne sostenuto (come era naturale, poiché non era causa nazionale), s'arrende, va a Francia, v'è giudicato in placito ed accecato, e tra l'incrudelito supplizio muore. Piangene il Bonario, e manda a succedergli Lotario, re cosí d'Italia e Baviera. Nell'822, l'imperatore fa penitenza pubblica della morte di Bernardo, in dieta ad Attigny. Nell'829, natogli un nuovo figliuolo, Carlo, gli fa un regno di pezzi stracciati da quelli degli altri. Costoro ribellansi nell'830, fan guerra al Bonario, lo prendono; poi, tra lor discordie, il lasciano restaurare. Nell'833, l'imperatore muove contra Pipino, lo spoglia d'Aquitania che dá a Carlo. Nuova sollevazione dei tre re; gli eserciti sono in presenza, il Bonario è abbandonato dal suo; e quindi tratto a far nuova e vergognosa penitenza a Compiègne, e poi dato in mano a Lotario imperatore aggiunto e re d'Italia. Nell'834 è restaurato, e tocca a Lotario a domandargli perdono. Nell'835 è annullato quanto era stato fatto contro a lui; nell'837 ei dá quasi tutta Francia a Carlo, suo figlio ultimo e diletto. Nell'839 (morto giá Pipino d'Aquitania) egli spartisce un'ultima volta gli Stati; e ne rimangono, imperatore e re d'Italia con parte di Francia Lotario, re di Francia con molta Germania Carlo, re solamente di Baviera Ludovico. Questi se ne lagna e ribella, ma è vinto; e Ludovico muore nell'840.—In Italia, suddita insieme di Ludovico imperatore primario e di Lotario imperatore aggiunto e re, noteremo che i papi incoronarono l'uno e l'altro, ed a vicenda domandarono sempre o quasi sempre ad essi le conferme di loro elezioni; che essi i papi, e i vescovi, e gli abati si frammischiarono in quelle guerre di famiglia e v'accrebbero loro autoritá; che contesero tra sé papi e vescovi di Ravenna, papi e romani in Roma, e le due parti greca e franca in Venezia. E guerreggiassi tra' principi di Benevento e le cittá greche, Napoli, Amalfi ed altre. I saracini infestarono mare e marine. Bonifazio, conte di Lucca e forse marchese di Toscana, fu con un naviglio ad infestarli essi in Africa. Ma, intorno all'828, Eufemio, un greco di Sicilia, innamorato d'una fanciulla (monaca dicono alcuni), e minacciato di perderla, fugge ai saracini, li invita, li trae, li aiuta a Sicilia ed essi in pochi anni se ne fan signori; e quindi infestano peggio che mai le marine italiane; e Gregorio IV, papa, rifá Ostia per guardare contro essi le bocche del Tevere. Né, oltre a tali fatti, è altro piú importante a notare, che un capitolare dell'829; il quale ordina studi centrali di varie province (quasi giá universitá) in Pavia, Ivrea, Torino, Cremona, Firenze, Fermo, Verona, Vicenza e Cividal del Friuli.
6. Continua [840-888].—Seguono contese di re, miserie di popoli, peggio che mai.—Lotario rimasto imperatore primario (perciocché oltre la confusione di tutti que' gradi di sovranitá non sovrane che dicemmo, essendo pur questa degli imperatori in primo ed in secondo, ei ci è forza distinguere), Lotario, dico, va in Francia e Germania contro a' fratelli Carlo il calvo e Ludovico, e ne tocca una gran rotta a Fontenay. Si ripacificano i tre [843] a Verdun, e Lotario n'ha oltre Italia tutta Francia occidentale. Nell'844 egli fa dal papa incoronar re di Italia Ludovico II suo figliuolo, e nell'849 l'associa all'imperio; e morendo poi nell'855, lascia gli altri Stati agli altri due suoi figliuoli, Lotario e Carlo. Durante questo regno, nuove guerre dei duchi di Benevento e di Spoleto, e delle cittá greche e de' saracini, e nuovi turbamenti in Roma. I saracini vengono fino a questa, e depredano a San Pietro e San Paolo, ambe allora fuor delle mura; re Ludovico accorre, allontana la guerra; si cingono di mura le due basiliche; e il quartier di San Pietro ne prende da papa Leone IV il nome di «cittá leonina».—Ludovico II succede dunque alla dignitá d'imperatore primario, ma alla sola potenza reale di re d'Italia con Provenza. E cosí attese all'Italia, fu re piú italiano che gli altri; meno male quando un re straniero ha nazionali il piú degli Stati. Risedette in Pavia, l'antica capitale. Guerreggiò nel Friuli contra gli slavoni invadenti; e, durante quasi tutto il regnar suo, guerreggiò contro a' saracini, alle cittá greche e al duca di Benevento. Prese Capua, Bari; fu fatto e rimase alcuni giorni prigione del duca; alcuni normanni infestarono quelle marine. Morí nell'875 senza figliuoli maschi.—Accorrono alla successione dell'imperio e del regno d'Italia Carlo il calvo re di Francia, Carlo e Carlomanno figliuoli di Ludovico re di Germania. Ma Carlo il calvo se ne libera per allora; ed è incoronato imperatore a Roma da papa Giovanni VIII, e poi re a Pavia. Ripassa in Francia, ritorna in Italia contro Carlomanno tornatovi; n'è cacciato, e fuggendo pel Moncenisio, muore lí nell'877. E continuano le depredazioni de' saracini, le guerre complicate al mezzodí.—Carlomanno regna allora in Italia e l'anno 879 s'associa Carlo il grosso suo fratello giá re di Svevia, e muore nell'880; e continuano i saracini, le guerre di mezzodí, e i turbamenti di Roma.—Rimasto solo re d'Italia Carlo il grosso, prende l'imperio vacante da tre anni, ed è incoronato dal papa. Nell'882 ei succede all'altro suo fratello Luigi, e cosí riunisce, oltre Italia, tutta Germania. E nell'884 succede a Carlomanno cugino suo re di Francia; ond'egli riunisce, terzo dopo Carlomagno e Ludovico il bonario, tutto l'imperio. Sarebbe potuto credersi, che n'uscisse una restaurazione di questo; n'uscí la rovina ultima. La quale attribuita da quasi tutti all'incapacitá di Carlo il grosso, debbe forse attribuirsi anche piú alla tendenza naturale che aveano le diverse nazioni europee a ricostituire le loro nazionalitá, or riunite or divise ma sempre offese contro la natura delle schiatte e de' limiti, da tutti i Carolingi. Niuna causa piú di questa operò a far finir cosí presto e cosí male quella dinastia giá cosí grandemente iniziata e dilatata in tutta la cristianitá. E noi viventi vedemmo una simile causa produrre un simile effetto, anche piú presto. Le nazionalitá poterono sí estinguersi nell'antiche barbarie, e talora nelle stesse antiche civiltá, perché queste erano poco meno che barbare. Ma la civiltá cristiana, nelle stesse sue etá dette «barbare» od «oscure», e tanto piú nelle progredite, fu sempre ed è tale, che non somministra mezzi alle distruzioni delle nazionalitá, non lascia possibili (almeno nel proprio seno) quelle estreme barbarie che sono a ciò necessarie.—Le nazionalitá cristiane si comprimono, ma non si distruggono; e le compresse si vendicano, sempre occupando e scemando le forze a' compressori; e talora poi abbattendoli. I successori degeneri pagano allora i peccati di lor grand'avi: cosí Carlo il grosso quelli di Carlomagno. Ito Carlo a Francia nell'885, poi a Germania, gli è rapita Francia da Odone conte di Parigi, e Germania da Arnolfo duca di Carintia e bastardo di Carlomanno, nell'887; ed egli muore poi, naturalmente, o strozzato, in gennaio 888. Allora levasi ultima Italia; e di febbraio è incoronato re in Milano Berengario duca o marchese del Friuli, figlio di Gisela figlia di Ludovico il bonario. Cosí trovansi ridivise, ricostituite Francia, Germania e Italia; la prima per sempre fino a' nostri dí; le due altre a rimescolarsi e impedirsi e nuocersi finora a vicenda. Qual secolo, qual confusione, quale storia, ci si conceda ripeter qui, come giá al tempo degli strazi dell'antico e vero imperio romano!
7. Berengario I, Guido, Lamberto, Arnolfo, Ludovico, Rodolfo [888-924].—Eppure, per noi, tutto ciò diventa anche peggiore e piú brutto. Questa era senza dubbio una grande occasione d'indipendenza, come all'altre, cosí alla nazione italiana. Se non che questa era men nazione che l'altre; non solamente, come l'altre contemporanee e feodali, non avea popolo formato né potente, ma nemmeno feodalitá nazionale. Que' conti, marchesi o duchi (a cui fu aureo questo secolo, ferreo per ogni altro) erano almeno in Francia francesi, in Germania tedeschi; ma erano in Italia francesi o tedeschi di nascita o d'aderenze; ondeché l'Italia non italiana incominciò allora a dividersi in quelle parti francese e tedesca, che duraron d'allora in poi e dureranno fin tanto che l'indipendenza compiuta non c'insegni a usar le nazioni straniere come alleate straniere e non come capiparti nazionali. Se qualunque di questi principi stranieri avesse saputo staccarsi dall'aderenze straniere e farsi italiano, egli e i suoi nipoti avrebbero probabilmente regnato a lungo sull'Italia; o rimarrebbero almeno benedetti nella memoria degli italiani. Ma, perché a costoro, come a tanti poi, parve piú facile accettare un aiuto bell'e fatto da fuori, che non farsene uno addentro col buon governo e colla virtú, perciò non poser radice nella nazione, perciò ebbero a moltiplicare, a mutar ricorsi, e cosí s'avvilirono nell'opinione e nella realtá; e l'avvilimento li fece crudeli, scempi, perduti di vizi essi e lor donne, corrotti insomma e disprezzati in quella stessa corrottissima etá. Alcuni de' papi del secolo scorso aveano, è vero, dato esempio di questi ricorsi stranieri; ma quelli n'avean dato uno, e questi ne dieder molti; quelli l'avean dato contro altri stranieri greci o longobardi, e questi li diedero contro nazionali e compagni di potenza; quelli poi avean pur dati molti esempi di appoggiarsi alla nazione, alle cittá, data a molte cittá l'indipendenza, e questi non la diedero; ondeché dee far meraviglia, che si accumulino gl'impropèri a que' papi, e si risparmino a questi principi italiani, i quali anzi talor si lodano o compatiscono quasi vittime, di quella dipendenza di che furono strumenti od autori. Non compatiamo mai i potenti, che mal usarono la potenza. E sopratutto poi, giustizia eguale per tutti.—I tre duchi potentissimi fin da' longobardi, Friuli, Spoleto e Benevento, eran rimasti tali sotto a' Carolingi. Ma staccato l'ultimo oramai dal regno ed occupato contro alle cittá greche, Napoli, Amalfi, ecc., restavan dunque principali nel regno longobardo o d'Italia, i duchi del Friuli e di Spoleto. Duca del Friuli era quel Berengario affine de' Carolingi che prese la corona d'Italia fin dal febbraio 888, ma che dicesi l'avvilisse subito riconoscendola feodalmente da Arnolfo re di Germania. E duca di Spoleto era Guido; pur affine, dicesi (ma si disputa come), de' Carolingi. Questi tentò prima la corona di Francia e andovvi; ma respintone, tornò tra noi con aiuti francesi. S'impadroni dell'occidente, e mosse contro a Berengario forte all'oriente. Combatterono a Brescia [888], ricombatterono sulla Trebbia [889]; e vinto allora Berengario, si ridusse intorno a Verona, mentre Guido si fece incoronar re in Pavia, e quindi imperatore in Roma [891], e s'aggiunse all'imperio suo figliuolo Lamberto [892].—Ma Arnolfo il re tedesco, signore del re italiano Berengario, mandava in aiuto a costui suo figliuolo Sventebaldo [893]; e scendeva egli poi con Berengario ito a sollecitarlo. Prendeva Bergamo; uccideva, prendeva o mutava conti e marchesi; e facevasi incoronar esso re d'Italia; a ragione, io direi, poiché era signor del re; era vero re, poiché sommo. Poi prendeva Ivrea, e moveva a Borgogna contro Rodolfo alleato di Guido; ma respinto di lá, e respinto o noiato d'Italia, tornava a Germania, mentre moriva Guido imperatore.—E cosí rimaneva Italia con un imperatore, Lamberto succeduto al padre; e tre re competitori, il medesimo Lamberto, Arnolfo e Berengario [894]. Quindi ridiscende Arnolfo, e spoglia questa volta intieramente Berengario del regno e de' contadi [895]; ed egli muove a Roma, la prende e si fa incoronare da Formoso papa. E qui, se non prima, incominciano a peggiorar que' papi barcheggianti in mezzo a tutte queste brutte vicende d'Italia, e alle bruttissime di Roma, e tra i potenti e scellerati cittadini od anche cittadine di essa. E cosí, da questo fine del secolo nono a tutto il decimo e mezzo l'undecimo, succedettersi poi, con poche eccezioni, i peggiori papi che sieno stati mai, e come papi e come principi; finché non li vedremo corretti e ravviati da parecchi santi e da uno grandissimo. Ma ciò notato a compiutezza di veritá storica, noi non ci crediamo obbligati a fermarci, come desidererebbono alcuni, in queste turpitudini, piú che non abbiam fatto in quelle degli imperatori romani, o sarem per fare in quelle de' principotti italiani. Non sarebbe gran male quando per «reverenza delle somme chiavi» s'usasse un po' di mantello figliale. Ma insomma i papi son uomini; e se ne furono de' corrotti in secoli corrotti, de' deboli in secoli deboli, niuna serie di principi cristiani ha pur, come la loro, tanti nomi di rigeneratori della civiltá cristiana; niuna di principi italiani, dell'italiana. E noi ciò gridammo, e n'avemmo nome di «papalini», quando giá pareva ingiuria; e ciò ripetemmo quando, mutati gli auspíci nel 1846, gridavasi papalina Italia intiera; e ciò ripetiamo rimutati ora auspici, grida ed opinioni popolari. La storia non muta a seconda delle popolaritá: tenta guidarle, ed alla peggio, le sfida.—Ad ogni modo, nell'896, s'ammala Arnolfo il nuovo imperatore, e torna a Germania; risorgono Lamberto e Berengario; e corretti una volta fan pace tra sé, e ne riman divisa Italia, l'occidentale a Lamberto, l'orientale a Berengario. Ma muoion Lamberto a caccia a Marengo [898], e Arnolfo in Germania [899], e resta finalmente solo re Berengario.—Ma per poco; sorge a nuovo competitore Ludovico re di Borgogna, risuscita la parte di Lamberto. Scendono gli ungheri (non piú gli unni-ávari antichi, ma i magiari fattisi lor signori e chiamati sempre da noi col nome di lor soggetti), vincono Berengario e saccheggiano Lombardia. Quindi cresce Ludovico, batte anch'egli Berengario e si fa incoronar re [900], e poi imperatore a Roma; e Berengario fugge a Germania [901]. Ma Ludovico torna a Francia, e Berengario a Italia, e la tien tutta di nuovo alcuni anni [902-904]. Poi torna Ludovico appoggiato principalmente da Adalberto, uno di que' marchesi o duchi di Toscana che eran venuti grandeggiando al paro o giá sopra i maggiori del regno; e signoreggia in tutta Italia e a Verona stessa, la capitale di Berengario. Ma Berengario rientra in questa a tradimento, spaventa i borgognoni, fa prigione Ludovico e il rimanda con gli occhi cavati in Borgogna, ove serbò il titolo d'imperatore, ma onde non tornò piú [905].—Allora per la terza volta Berengario tien tutta Italia, e se ne mostra meno indegno. Respinge o piuttosto termina con doni una seconda invasione di ungheri; e contra essi poi fa o lascia fortificare le cittá, le castella, i monasteri di Lombardia; fatto notevole, che alcuni dicono origine, noi diremo solamente aiuto alle libertá cittadine future. Ei regna del resto tranquillo, quasi glorioso; e, tranne una terza ma breve invasione di ungheri, l'Italia settentrionale respira sotto lui un diciassette anni. Non la meridionale, stracciata al solito tra principi beneventani, cittá greche poco men che libere, greci che venivano di tempo in tempo, e saracini che stanziavano e grandeggiavano. Una mano di costoro scesi e stabilitisi a Frassineto presso a Nizza, trafilò tra alpe ed alpe fino a Susa, e poi fin nel Vallese. E contro a' meridionali fu da papa Giovanni X chiamato Berengario, che venuto a Roma ne fu incoronato imperatore [916]; a' saracini non pare facesse altro che paura.—Ma il regno italico settentrionale fu alla fine riperduto da alcuni di quegli scellerati marchesi, a cui non giovava aver tranquillitá ne' re. Chiamano Rodolfo re della Borgogna trasiurana, cognato di Bonifazio di Toscana principale tra essi; lo traggono a Italia e l'incoronano re a Pavia [922]. Berengario chiama ungheri; fa battaglia a Firenzuola, è sconfitto [923]; ne chiama altri che prendono e saccheggian Pavia ed altre cittá, e passan fino in Francia ad assalir Rodolfo; e muore egli intanto, assassinato da uno de' suoi in Verona [924]. Di costui, che fin da principio fece vassalla la corona d'Italia, che dal principio al fine per trentasei anni di regno interrotto fu il piú gran chiamatore e soffritore d'ogni sorta stranieri, fecero alcuni moderni un eroe d'indipendenza italiana! Povera storia, povera politica, povera indipendenza italiana! come s'interpretano!
8. Tre re francesi [924-950].—Or qui peggio che mai si sporca la storia nostra. Non bastavano conti, marchesi, duchi scellerati, non vescovi e papi tanto peggiori di quanto è piú santo l'ufficio loro; sorsero donne, pessime di tutti, corruttrici di tutto, quando lasciano il dolce e pio ufficio loro di consolare colla virtú domestica dalle pubbliche corruzioni, e si fan furie virili. Allora, avvilito l'amore, avvilita la famiglia, s'avvilisce il piú gran motore che sia a far risorgere una patria.—Mariuccia o Marozia, Ermengarda, nomi fatti infami dalle storie contemporanee, passano nella nostra a malgrado nostro. Marozia figlia di Teodora, una nobile romana giá potente tra le parti di quella cittá e le elezioni dei papi, aiutava e succedeva a siffatta potenza della madre, ed era or moglie di Alberico conte di Tusculo prepotente in Roma. Ermengarda, sorella di Guido marchese di Toscana e di Ugo conte o marchese di Provenza, era or moglie di Adalberto marchese d'Ivrea; ed era prepotente appresso a Rodolfo tornato, e rimasto solo re d'Italia dopo la morte di Berengario [924]. Ma costei stringe pratiche per suo fratello Ugo; il quale, fuggito giá Rodolfo a sua Borgogna, scende a Pisa, si fa incoronare a Milano, occupa tutto il regno [926], e vi si fa aggiunger suo figliuolo Lotario [931]. Poi l'empie di provenzali, incrudelisce contro agl'italiani congiuranti contro a lui, e sposa la Marozia, vedova giá del conte di Tusculo, e poi di Guido di Toscana suo secondo marito, e cosí cognata di questo terzo [932]. Il quale trovandosi in Roma, e facendosi servir l'acqua alle mani dal suo figliastro, un secondo Alberico, questi il fa di cattiva grazia, e re Ugo gli dá uno schiaffo, e il giovane esce, solleva il popolo, fuga in castel Sant'Angelo il re, che ne scampa a Lombardia, ed ei si fa patrizio e consolo cioè tiranno in Roma, e tien prigione sua madre Marozia, e poco meno suo fratello, che era (vergogna a dirlo) papa Giovanni XI. Ugo ridiscende contra lui e l'assedia, ma è respinto e risale a Lombardia. Allora gl'italiani richiamano Rodolfo l'altro re francese, ma s'accomodano i due; e ne resta anzi disposata Adelaide la figliuola di re Rodolfo a re Lotario figliuolo di re Ugo [933]. Gl'italiani, cioè al solito i grandi, chiamano un altro competitore, Arnoldo detto «il cattivo», di Baviera; ma Ugo il batte, e non se ne parla piú [934]. Quindi Ugo torna a campo a Roma; e non potendo sforzarla, si pacifica col figliastro Alberico, e gli dá a sposa sua figlia; poi andandosene, saccheggia Toscana [936], e fa poi (vedovo o no di Marozia?) una gita in Borgogna, a sposar Berta vedova di Rodolfo [937]. Scendono intanto gli ungheri, e saccheggiano mezza Italia fino in Campania. Finalmente, nel 940, volendo Ugo spogliar conti e marchesi e fra gli altri Berengario d'Ivrea, questi avvisatone, fugge a Ottone sassone re di Germania; il quale qui s'introduce nella storia nostra con una bella risposta fatta a re Ugo che offriva gran danaro per riavere il rifuggito: «poter far senza i danari altrui, ma non ricusar protezione a chi gliela domandava». Quindi a temerne Ugo. Torna a Roma per rientrarvi, ma non gli riesce; paga gli ungheri ridiscesi, perché se ne vadano; muove contra i saracini di Frassineto, ma fa accordo con essi e dá loro a tener i passi contra il temuto Berengario. Finalmente [945] questi, disceso per Trento, trova disposti tutti gli animi, aperte tutte le porte, giunge a Milano, e, lasciando regnar di nome Ugo e Lotario, governa egli. Ugo fugge quindi a sua Provenza [946] e tra breve vi muore [947]. E cosí regnano i giovanetti Lotario e Adelaide; e Berengario governa tre anni, tranne un'invasione di ungheri, indisturbati. Ma nel 950 muor Lotario II frenetico, e, gridasi, di veleno.
9. Berengario II [951-964].—Il trono restò vacante presso a un mese; poi furono regolarmente eletti re in assemblea nazionale Berengario II e suo figliuolo Adalberto. E quindi nasce un sospetto favorevole, che re e nazione fossero finalmente piú uniti, e che Berengario non fosse cosí cattivo come i predecessori, né come ce lo rappresentano gli storici dediti a' nemici di lui. Ma il séguito de' fatti sembra togliere anche questa consolazione. Ad ogni modo, egli e sua moglie Villa (detta pessima donna, essa pure, da un contemporaneo) si rivolsero contra Adelaide bella, santa, giovane, vedova e regina, per farla sposare ad Adalberto. Fugge ella in una selva, poi nel castello di Canossa (scena destinata a drammi anche maggiori), ed indi implora aiuto da Ottone re di Germania. Scende questi nel medesimo anno, non incontra resistenza, si fa proclamare re in Pavia, libera Adelaide, la sposa, e in breve la conduce seco a Germania, richiamatovi dal mal contento di un suo figlio per queste seconde nozze [952]. Quindi Berengario avrebbe avuto gran gioco, se fosse stato uom di cuore e unito colla nazione. Ma, mancassegli l'uno o l'altra, ei rinnova l'esempio di Berengario I, va a Germania due volte, ed alla seconda egli e Adalberto fanno omaggio della corona d'Italia a quella di Germania. Cosí tornano bruttamente confermati nel regno; e regnano poi, volgendosi contro a' vescovi e marchesi lor contrari, ma principalmente contro a quell'Alberto Azzo conte o marchese di Canossa (stipite di casa d'Este), che avea ricoverata Adelaide. Tuttociò finché Ottone fu occupato in Germania. Ma nel 956 scende Liutulfo figliuolo di lui, libera il signor di Canossa dell'assedio ond'era stretto dai due re, prende l'un dopo l'altro; ma li rilascia liberi e di nuovo re. E pare che fosse per allora approvata siffatta clemenza da Ottone stesso. Ma continuando Berengario a tiranneggiar vescovi, conti e marchesi, o forse a volerne un'obbedienza che essi non volevano, e a far correrie nel territorio di Roma, ed a ritener l'Esarcato e la Pentapoli, usurpate giá da re Ugo ai papi, s'unirono ora papa e grandi a chiamare un'altra volta Ottone, e questi scese l'anno 961 per il Tirolo. Adalberto l'aspettava alle Chiuse d'Adige con un esercito, dicesi, di sessantamila italiani. Ma questi, di mala voglia contro Berengario, domandavano ad Adalberto di farsi lasciare il trono; e ciò parrebbe accennare il figlio miglior del padre. Berengario ricusa, l'esercito si scioglie, Ottone viene a Pavia e a Milano; e qui, in dieta, deposti Berengario e Adalberto, ei riceve di nuovo la corona regia d'Italia in Sant'Ambrogio. L'anno appresso riceve l'imperiale in Roma [962], e fa nominare re Ottone II figliuol suo. Chiudonsi Berengario II in San Leo, Adalberto in un'isola del lago di Garda, Guido fratello di lui in una del lago di Como, e Villa in una del lago d'Orta. Ottone assale gli uni dopo gli altri; ed intanto si rivolge contra Giovanni XII, il papa che l'avea testé incoronato, ma uno de' pessimi fra que' cattivi, che si rivolgeva di nuovo ad Adalberto; e fattolo deporre in concilio, fa eleggere Leone VIII. Finalmente, presi Berengario e Villa [964], li tien prigioni dapprima in Lombardia, poi in Germania. Nuovo Adelchi, Adalberto fugge a Costantinopoli, poi, dicesi, alla corte di Borgogna, dov'egli e il figliuolo di lui ebber parecchi comitati in su' limiti d'Italia. Ad ogni modo, la corona d'Italia prostituita da que' principi, che non so s'io dica italiani né d'animo né di sangue, passò cosí ai tedeschi.
10. I tre Ottoni [964-1002].—Nella storia come nella realitá non è peggior dolore, che d'aver a lodar il governo degli stranieri sopra quello degl'italiani. Ma prima di tutto la veritá. Dalla quale sola sempre risultano i buoni insegnamenti, e qui questo: che all'ultimo risultato un governo straniero, quantunque buono, è piú fatale alla nazione che non uno nazionale, quantunque pessimo; perché questo passa, e lascia la nazione a' suoi destini migliori; ma quello, quant'è men cattivo, tanto piú fa comportabili e suggella col tempo i ferri stranieri. Dal grande e buono Ottone in qua, e salvo un'eccezione cosí breve che quasi resta tacciata di ribellione, la corona imperiale romana rimase ottocentoquarant'anni a' tedeschi, la regia lombarda non n'è uscita tuttavia; e tutta la nazione fino a nostri dí, fu or piú or meno, ma sempre dipendente. Le cittá che siam per vedere talor liberate, talor liberarsi, non furono mai pienamente libere, nemmen di nome, nemmeno nelle loro pretese: sempre riconobbero la supremazia dell'imperatore straniero, e la riconobbero molti papi, e i piú dei principi; e i pochi che non riconobbero la dipendenza, patirono la preponderanza, che in realtá diventa lo stesso. Senza queste avvertenze non si capirebbe la storia nostra ulteriore, diversa da tutte le altre contemporanee e piú liete. La spiegazione di ciò che ebbe o non ebbe d'indipendenza una nazione, è la principale spiegazione o ragione o filosofia della storia di lei; e perché quella non si volle far mai, perciò non abbiamo niuna satisfacente storia d'Italia, perciò mi è dovere insistervi in questo sommario.—Prigione Berengario, fugato Adalberto, e aggiunta dopo trentotto anni di vacanza la corona imperiale alle due regie di Germania e d'Italia, Ottone I, o il grande, potente in quella, conquistatore ed estensore della cristianitá in Danimarca, fu in Italia tutt'altro imperatore e re che non i regoli stranieri od italiani precedenti. Restituí l'imperio-regno, e a ciò usò tre modi principalmente. 1^o Quello di Carlomagno: scemare i grandi ducati e marchesati ricresciuti, e ridividerli in comitati anche minori degli antichi, comitati d'ogni cittá, od anche comitati «rurali» di semplici castella. E quindi ebbero lor castigo que' principi italiani, che non volendo patire niun pari diventato superiore, avevano iniziata la lunga storia dell'invidie italiane. 2^o Ai conti o marchesi delle cittá grandi, che sarebbon rimasti troppo grandi ancora, non lasciò, per lo piú, se non il comitato esterno o contado; e tolse loro (non egli primo ma piú frequentemente) la cittá e il distretto vicino intorno alle mura, e sottopose l'una e l'altro ai vescovi, alla chiesa vescovile, onde quel distretto fu detto poi «Weichbild» o «de' corpi santi». E perché sotto al vescovo, ed al «vogt» od «avvocato» o «visconte» di lui, poterono poi nelle cittá i «valvassori» o «capitani» o «cattani» principali di ciascuna, e sotto a questi non solamente tutti i militi ed arimanni nipoti de' conquistatori vari, ma (secondo la natura sempre democratica della potenza ecclesiastica) anche i nipoti de' conquistati risaliti dalle condizioni piú o men servili a piú o men compiuta libertá, tutti gli «uomini» in somma o «vicini» della cittá; perciò Ottone fu da non pochi detto fondatore delle libertá, de' governi municipali, dei «comuni» italiani. Ma il vero è, che questo non fu se non un passo a tal libertá; e che, forse il nome, certo l'essenza del comune (la quale fu d'aver governo indipendente dal vescovo come dal conte) non vennero se non un cento anni appresso. 3^o Finalmente, Ottone e tutti i suoi successori usarono un modo tutto contrario a quello de' Carolingi, fondatori ed ampliatori della potenza papale; la scemarono facendo piú che mai valere in effetto quella che prima era poco piú che pretesa d'imperio, d'approvare e perciò dirigere l'elezione dei papi; e cosí facendoli e disfacendoli, a lor pro, a lor talento, simoniacamente. E cosí è, che continuarono ad eleggersi papi cattivi, e d'uno in altro peggiori.—Nel 964 stesso, morto Giovanni XII in Roma, onde egli avea cacciato Leone VIII, i romani eleggon Benedetto e cosí rimangon due papi. Viene Ottone, assedia Roma, v'entra; e deposto Benedetto, vi restaura Leone VIII; e dimorato il resto dell'anno in Lombardia, torna a Germania. Ma morto Leone, e succeduto Giovanni XIII, e turbandosi Roma di nuovo, e sollevandosi alcuni signori per il re esule Adalberto, ridiscende Ottone [966], viene a Roma, punisce severamente o crudelmente i turbatori, e fa incoronare imperatore suo figliuolo Ottone II [967]. Quindi passa a mezzodí, dove continuavan quelle guerre, che ci stancammo di menzionare ad ogni regno, tra' principi longobardi di Benevento e di Salerno, e Napoli, Amalfi e le altre cittá greche o mezzo libere, e i greci che pur venivano di tempo in tempo a far sentire il resto di lor signoria, e i saracini che or predavano ora stanziavano tra tutto ciò. Or venner gli Ottoni di soprappiú a tentar d'ivi estendere il regno-imperio. E perciò, oltre al guerreggiarvi, Ottone I volle maritar suo figliuolo Ottone II a Teofania, figlia dell'imperator greco. Liutprando vescovo (lo storico di questa etá) va invano ambasciatore a Costantinopoli [968]. Continuasi a guerreggiar quattro anni; poi conchiudesi la pace tra i due imperatori [971], e si fan le nozze desiderate [972]. Ma tornato a Germania, muore vecchio e glorioso Ottone il grande [973]. La grandezza di lui fu certamente una delle maggiori calamitá d'Italia.
11. Continua.—Succede Ottone II giá imperatore, e re di Germania e d'Italia; non iscende per parecchi anni, e intanto continuano le guerre tra' principi beneventani, cittá, greci e saracini. Ma scende nel 980, e l'anno appresso viene a Roma; e spinto da Teofania muove a mezzodí, si frammette di nuovo a quelle guerre, vi prende parecchie cittá, fa gran battaglia contra greci e saracini; e vincitor prima, vinto poi, rifugge sconosciuto a una galea greca; è conosciuto, e ne scampa arditamente a nuoto [982]. Quindi egli risale a Lombardia; ed indi e di tutto l'imperio stava facendo grandi apparecchi, a finire una volta quella lunga guerra, quando morí, giovane di grandi speranze, degno del padre [983].—Succedegli Ottone III fanciullo di quattro anni, giá eletto in dieta a Verona re di Germania e d'Italia, e probabilmente imperatore. Governano per lui prima Teofania madre di lui, fino al 991, e, morta essa poi, Adelaide di lui ava, ambe con nome ed autoritá d'imperatrici. Intanto si succedono papi, antipapi, e guerre civili cosí moltiplici da non poterne nemmen fissare la cronologia; e in mezzo a tutto ciò s'innalza Crescenzio, uno de' capitani di Roma, a tirannia. Né molto diversamente a Milano, a Cremona sollevansi popoli contro a lor vescovi; princípi di cose maggiori. Finalmente, nel 996, giovanetto giá di diciassette anni, scende Ottone III a Italia; e morto intanto papa Giovanni XVI, s'avanza a Roma, fa eleggere suo cugino Gregorio V, da cui è poi incoronato imperatore. Poi risale a Lombardia e vi si fa incoronar re in Milano, e rientra in Germania. Ma risorge Crescenzio, fuga Gregorio V e fa un antipapa. Ottone III ridiscende [997], compone gli affari di Cremona, visita da privato Venezia, a cui tutti gli Ottoni concedettero privilegi, ma in cui pur non regnavano; poi viene a Roma, vi restaura Gregorio V, ed assediato e preso Crescenzio in castel Sant'Angelo, fa troncare il capo a lui e dodici de' suoi partigiani. L'anno appresso [998] muor Gregorio, e gli succede, per opera dell'imperatore, eppur papa buono finalmente, Gerberto, un francese giá precettore di esso Ottone, e cosí gran letterato rispetto all'etá, che ne fu detto negromante. Prese nome di Silvestro II; se avesse vivuto, forse avrebbe avuta egli la gloria di preparar la restaurazione del pontificato, che vedremo toccar mezzo secolo appresso ad alcuni tedeschi. Ma non pontificò che quattro anni. L'anno 1000 (quell'anno aspettato con grande ansietá dalla ignorante cristianitá, che credeva dovesse essere del finimondo), Ottone III va a Germania e ne torna; l'anno 1001, ei muove guerra a Tivoli ribellata a Roma, e perdonando a quella si guasta con questa; ma si ripacifica. E quindi, mentre, come il padre, apparecchia forse un'impresa a mezzodí, ei muore [gennaio 1002]. Tutti questi Ottoni proseguirono evidentemente, e quantunque lentamente pur felicemente, i due disegni di pacificare e riunire l'Italia; e perciò dimorarono molto in essa, e furono in tutto i migliori, i piú italianizzati tra gl'imperatori e re stranieri. Se l'idea che fu poi de' ghibellini, di far grande l'Italia sotto agli imperatori germanici, fosse stata l'idea della Providenza, ella sarebbesi compiuta sotto gli Ottoni piú facilmente che sott'altri mai. Ma il primo era vecchio quando imperiò, e i due ultimi morirono di ventotto e ventidue anni. Qui, sia lecito dire, è il dito di Dio.
12. Arduino re, Arrigo, detto secondo, re e imperatore [1002-1024].—Alla morte dell'ultimo Ottone, scoppiò uno dei movimenti piú incontrastabilmente italiani che si trovino. Assalgono per via la scorta del feretro portato a Germania; e in men d'un mese, addí 15 febbraio, s'adunano a Pavia, e gridan lor re un italiano; uno di nuovo de' potenti marchesi, Arduino d'Ivrea, di quella famiglia degli Arduini di Torino, la quale, venuta al tempo de' re francesi, e cresciuta sotto essi e gli Ottoni, teneva ora tutti i comitati a manca del Po da Vercelli a Saluzzo. Ma i tedeschi eleggono Arrigo di Sassonia consanguineo degli Ottoni, che pretende alla corona d'Italia; era naturale, dopo le vili infeodazioni di essa fatte dai Berengari. E perché Arrigo fu bensí in Italia il primo re di questo nome, ma fu in Germania, e cosí è per lo piú nella storia chiamato il «secondo»; perciò noi lo chiameremo pur cosí, cercando chiarezza anziché precisione diplomatica o cancelleresca; e se ci resta vergogna il prender numeri e nomi altrui, ella è per certo delle minime che ci vengano dalla straniera signoria. Arduino si mostra dapprima pronto e prode; va incontro a un esercito tedesco che scende per Tirolo, e lo sconfigge; e regna, come pare, indisputato un anno e piú. Scende Arrigo al principio del 1004, e Arduino va pure ardito contro a lui; ma è allora abbandonato da' suoi conti e principalmente da' vescovi. Fu in quelli invidia solita italiana, e in questi vendetta delle angarie ed usurpazioni giá esercitate contro essi da Arduino marchese o da Arduino re? Difficile a risolvere questo punto di uno de' piú interessanti episodi di nostra storia. Certo, Arduino è accusato dagli annalisti poco men che unanimemente. Ma questi scrissero, spento lui, e furono tutti ecclesiastici, e la inimicizia tra vescovi, e conti o marchesi, non che consueta allora, era natural conseguenza di quelle concessioni delle cittá comitali a' vescovi, che dicemmo fatte e moltiplicate dagli Ottoni. Ad ogni modo, conti e vescovi italiani quasi tutti abbandonarono il re italiano per il tedesco; e conducono questo a Pavia, l'eleggono, l'incoronano, addí 14 maggio. Ma il popolo ha talor sentimento di nazionalitá piú che i grandi; peccato che quando è solo ei l'eserciti, per lo piú, male e inutilmente! La medesima sera nasce una baruffa tra' cittadini e soldati stranieri; si combatte, s'appicca il fuoco, e Pavia ne rimane incendiata. Esce Arrigo di essa e d'Italia, in gran fretta. E quindi qui una condizione nuova; un re lontano ed uno non guari riconosciuto; Milano per quello, e Pavia per questo (origine o almeno uno de' primi fatti della rivalitá tra le due); una confusione, una mancanza di re e governo, un armarsi, un guerreggiarsi le cittá, che fu nuovo e gran passo alle libertá loro future. Cosí va il mondo; quella che avrebbe potuto essere magnifica occasione d'indipendenza nazionale, non fu che di libertá cittadine; se ne contenti chi voglia. Trovansi guerre allora tra Pisa e Lucca; e Pisa saccheggiata una notte da' saracini, e liberata, secondo le tradizioni, da Cinzica Sismondi, una sua cittadina; un'altra guerra tra Fiesole e Firenze, e quella distrutta e i cittadini trasportatine in questa (èra principale della storia fiorentina); e papa Benedetto VIII cacciato di Roma raggiungere in Germania presso Arrigo lo stuolo dei vescovi colá rifuggiti; e Mele e Datto, due nobili cittadini di Bari, liberar del tutto lor cittá da' greci. Chiaro è, un ardor di libertá scoppiava dall'Alpi a Cariddi. Tutto ciò fino al 1013; quando ridisceso Arrigo, veniva a Pavia abbandonatagli da Arduino, e quindi a Roma dove fu incoronato imperatore [1014] con Cunegonda moglie sua. Ma, ciò fatto, o non volesse o non potesse altro, tornava a Germania. Quindi si trova Arduino risalito in forze ne' suoi comitati soliti, e prender Vercelli e forse Novara, ed allearsi con Oberto II d'Este ed altri potenti conti e marchesi, e porre un parente suo vescovo in Asti, ed opporvisi Arnulfo l'arcivescovo di Milano, il gran nemico di lui. E quindi a un tratto, senza che si veda bene il perché, Arduino piú che mai abbandonato, ovvero stanco o infermo, si fa monaco all'abazia di Fruttuaria, dove poi muore addí 29 ottobre 1015. Uno degli uomini piú variamente giudicati nella nostra storia, re legittimo, usurpatore, scomunicato, santo fondator di monasteri; ad ogni modo ultimo italiano che abbia osato por mano alla corona d'Italia.—Né, rimasto solo re Arrigo II, se ne mutano le condizioni nostre. Egli continua in Germania, e l'Italia resta abbandonata a sé. I saracini di Sicilia fanno una discesa contra Salerno; ed ivi dicesi combattessero per la prima volta in Italia alcuni normanni (di quelli giá stanziati nella provincia francese detta da essi Normandia) lá capitati tornando pellegrini da Terrasanta; e seguissero alcuni altri pellegrini a San Michele del monte Gargano in aiuto a Mele, il cittadino liberatore di Bari, ed a' principi longobardi: piccoli inizi di gran regno. I saracini di Sardegna (giacché questa e Corsica, passate giá dall'imperio orientale all'occidentale, erano state occupate da que' barbari) scesero a Luni, e furono cacciati da un naviglio raccolto dal papa [1016]. Poi genovesi e pisani scendono in Sardegna, e ne cacciano i saracini; e difesala contro nuove discese, vi si stabiliscono, e se la disputano a lungo [1017]. E vedesi quindi, anche piú che dagli altri fatti precedenti, come le cittá italiane, non libere ancora nel loro interno comunque retto da' loro conti o vescovi o capitani, avessero pure al di fuori una qualsifosse autonomia. Nel 1020, papa Benedetto e Mele vanno alla corte imperiale tedesca ad implorar aiuto contro a' greci; ma il lento imperatore non iscende se non al fine del 1021. Entra quindi con un grand'esercito in Benevento, fa riconoscer il suo imperio da que' duchi e dagli altri longobardi, e da Napoli ed altre cittá greche e libere; e distribuiti colá contadi e castelli, risale a Toscana, a Lombardia, a Germania [1022]; dov'egli muore nel 1024. Egli e la imperatrice sua Cunegonda furono poi amendue santificati. E, morti senza figliuoli, terminò la casa imperiale e reale di Sassonia.
13. La casa de' Franconi o Ghibellini. Corrado il salico [1024-1039].—Incomincia quindi la nuova casa detta de' Vibellini, o Ghibellini, dal castello di Weibelingen lor culla, e de' Franconi, dalla provincia dove eran cresciuti e fattisi duchi prima di salire al regno ed all'imperio. E perché le mutazioni di dinastie sogliono essere insieme effetti e cause di nuove condizioni nazionali, perciò da esse si dividono opportunamente le storie di parecchie altre nazioni, e perciò parecchi storici imitatori cosí dividon la nostra. Ma molto inopportunamente questi, a parer mio. Perciocché, quando i re son di due nazioni, le mutazioni di dinastie si fanno secondo le mutazioni della nazione dov'elle sono nazionali, e non di quella dove elle sono straniere; ondeché queste mutazioni di dinastie, patite e non fatte da noi, non sono se non segno nuovo di solita sofferenza e non di mutazioni nazionali nostre. Le quali poi in Italia venner da altro, e appunto in bel mezzo della presente dinastia.—Eletto dunque re in Germania Corrado duca di Franconia, egli rimaneva, secondo il diritto germanico, re d'Italia. Ma non secondo il diritto italico. I tedeschi eran venuti piú e piú a noia. Appena saputa la morte di Arrigo il santo, i pavesi avean a furia di popolo distrutto il palazzo regio di lor cittá. Quindi Maginfredo conte e marchese di Torino, Alrico vescovo d'Asti fratello di lui, i marchesi d'Este ed altri grandi offrono la corona a Roberto re di Francia, secondo de' Capezi, per lui o suo figlio; e rifiutati, a Guglielmo duca d'Aquitania pur per lui o suo figlio; e il duca viene a Italia, guarda, esamina, e va via. Tanto era caduta ancor da vent'anni la misera corona, non piú osata cingere da nessuno di que' marchesi italiani, portata fuori ad offrir qua e lá, e rifiutata da ciascuno per non mettersi in nostre divisioni, nostri odii, nostre invidiuzze, direi quasi nostri pettegolezzi. Intanto Ariberto, arcivescovo potentissimo di Milano, tronca i dubbi, e va a Germania a far omaggio a Corrado ed incoronarlo [1025]. Scende questi poco appresso [1026], e con grand'oste muove contro a Pavia; ma trovatala forte, va a farsi incoronar a Monza, e poi prende cittá e castella, e viene a Ravenna, dove nasce nuova baruffa tra tedeschi e cittadini, torna a Milano, passa l'inverno in Ivrea. L'anno appresso [1027] passa per Toscana e si fa incoronare imperatore in Roma da papa Giovanni XIX; ed ivi terza baruffa tra romani e tedeschi. Tutto inutile. Scende a Benevento e Capua, e vi si fa riconoscere all'intorno, risale a Roma, a Ravenna, a Verona, a Germania, lasciando tranquilli i pavesi, a patto che riedifichino il palazzo. Resta Ariberto con quella potenza di vicario imperiale, che incominciavano a dar gl'imperatori a' lor aderenti principali qua e lá. Era naturale; gl'imperatori non potendo far valer essi da lungi lor autoritá indeterminata, sconosciuta, la trasmettevano qual era, per valer ciò che potesse, a qualche grande che paresse poterlo da vicino. Nel 1032, egli Ariberto e Bonifazio, marchese di Toscana, guidano un esercito d'italiani in aiuto a Corrado che prese il regno di Borgogna finito allora in Rodolfo. Nel 1035, scoppia tra l'arcivescovo e i suoi valvassori di Milano una guerra grave, e molto notevole a far intendere le condizioni di quella societá feodale cosí diversa dalla nostra. Perciocché sembra ne sorgessero allora piú o meno delle simili in Italia, ed anche fuori, tra i vassalli grandi, o, come si diceano, «capitani seniori», o signori, e i valvassori piccoli o «iuniori». Era finito il secol d'oro di quelli, incominciava di questi; era un principio di quell'emancipazione delle classi inferiori dalle superiori che dura d'allora in poi. Combattessi in Milano, i piccoli valvassori n'usciron vinti: ma si fecer forti de' lor pari alla campagna; e tutti insieme alzarono una lega, un tumulto, che chiamossi «la Motta» (e voleva probabilmente dire «ammottinamento»), e andò allargandosi via via. Scende allora [fine 1036] Corrado a giudicar e compor questi nuovi turbamenti; e favorisce la Motta contra l'arcivescovo, i valvassori piccoli contro a' vassalli grandi. Era naturale, era séguito della politica imperiale, che vedemmo dividere i ducati in comitati; i comitati grandi in piccoli, od in giurisdizion del vescovo entro alla cittá e il «corpo santo», e comitato diventato rurale; o piuttosto è politica di tutti i grandissimi, che contro a' grandi innalzano i piccoli. E cosí Corrado tiene prima a bada Ariberto accorso in sua corte, e poscia in Pavia fa prender lui, e qua e lá altri vescovi. Ariberto ubbriaca, dicesi, i tedeschi che gli erano a guardia, e fugge a Milano. Vienvi a campo l'imperadore, e sfoga il dispetto contra terre e castella; e poi, rotto dall'arcivescovo e milanesi, si ritragge a Cremona, e poi a Parma, dove sorge la solita baruffa tra popolo e tedeschi. E fu durante l'assedio di Milano, addí 28 maggio, che Corrado fece la sua famosa costituzione de' feudi, in che appunto ei protegge i feudatari piccoli contro a' grandi, e li fa ereditari: quella costituzione che fu giá detta perfezione del bel sistema feodale, che noi diremo nuovo passo a libertá. E fu pur da questo assedio che incominciò Milano ad essere antitedesca; e perciò, per le solite emulazioni de' vicini italiani, diventò all'incontro tedesca Pavia; un rovesciamento di parti, onde vedrem sorgere maggiori pericoli e rovine, ma maggior potenza e gloria a Milano. Sciolto dall'assedio, l'arcivescovo vittorioso offrí la corona al conte di Sciampagna; e dicesi questi l'accettasse, ma appunto allora ei morí. Ad ogni modo, l'imperatore chiamato da papa Benedetto IX, che si trovava ne' medesimi frangenti co' suoi baroni, fu [1038] a Roma, dove ripose il papa in potenza, e poi a Capua e Benevento alle solite contese di colá; le quali poi lasciando, non men che quelle di Milano, ei risalí a Germania, e vi morí l'anno appresso [1039]. Intanto Ariberto, pressato da' vicini di parte imperiale e da' propri valvassori, seguiva la medesima arte che l'imperatore, quella solita di sollevar contro ai propri minori i minimi, i popolani cittadini o campagnuoli da lui dipendenti. E perché questi non erano come i militi a cavallo, ma povera gente a piè, dava ad essi a stendardo, a segno di raccolta in battaglia, quel carro grave, tirato da buoi, e portante una campana, che era stato usato giá da' monaci certamente (vedi Cronaca della Novalesa), e forse da' vescovi, a raccoglier le tasse di lor dipendenti; e che accresciuto quando che sia della croce, e d'un intiero altare a dirvi messa e dar benedizione a' combattenti, fu ora chiamato il «carroccio»; e fu usato poi da quasi tutte le cittá italiane, troppo di rado sacro nelle guerre d'indipendenza, troppo sovente sacrilego nelle civili di cittá a cittá, o di cittadini a concittadini, famoso ad ogni modo nelle nostre storie. Sarebbe bello a qualche principe italiano restaurar, rimodernandola, la nazionale e devota usanza. Ma, mentre in Germania si rinnovano quanti si possono di siffatti sussidi allo spirito di nazionalitá, in Italia si disprezzano come erudizioni del passato, o sogni dell'avvenire.
14. Arrigo III [1039-1056].—A Corrado successe incontrastato oramai di lá e di qua dalle Alpi il figlio di lui Arrigo III, il miglior forse della casa Ghibellina. Fece subito pace con Ariberto; e pare che una pure ne seguisse tra questo e i valvassori o mottesi. Ma rinnovatisi i turbamenti [1041], fu cacciato l'arcivescovo co' capitani o nobili principali; mentre rimasero riuniti in cittá i mottesi e il popolo sotto uno di essi o de' capitani, seguíto forse da altri. Il quale si chiamava Lanzone, e merita essere nominato qui, perché diede uno de' piú santi esempi rammentati da nostra storia; un esempio che dicesi imitato a' nostri dí in modo piú puro ancora, e da un uomo anche piú grande. Stretto Lanzone una volta dall'arcivescovo e dai capitani, fu a Germania, ed ebbe da Arrigo promessa d'un forte aiuto. Ma ripatriato persuase i cittadini, mottesi e grandi, a non aspettarlo, a far accordo tra sé, a depor l'armi civili prima che giungessero le straniere [1044]. E cosí in quella Milano, che fu (e il vedremo dimostrato nell'etá seguente) modello alle costituzioni libere delle cittá lombarde, trovasi questa cosí avanzata fin d'ora, che si potrebbe quasi dire compiuta; se non che, quanto piú studiammo questa materia, tanto piú ci parve non doversi dire veramente compiuta, se non quando, al fine del presente secolo, fu istituito il governo de' consoli. E quindi diremo questo se non piú che nuovo passo fatto a tale costituzione. Ma osserveremo intanto, che ei fu fatto far qui, e indubitabilmente pure in tutte le altre cittá, dalla riunione di tutte le classi o condizioni di cittadini, de' grandi o capitani, de' medii o valvassori o mottesi o semplici militi, e de' popolani grassi, come si dissero allora, e si direbbono ora borghesi, e de' popolani minori delle «gilde» od arti diverse. Perciocché questo appunto fu accennato dalla parola di «comune» o «comunio», la quale fin d'ora si vien trovando qua e lá; quest'unione o comunione o fratellanza delle classi, fu quella che fece la libertá, la forza, la grandezza, l'eroismo, la gloria delle cittá italiane, finché durò; fu quella che, cessando poi, lasciolle deboli, impotenti, abbandonate ad ogni preponderanza e prepotenza straniera. Se io avessi trovato, che la libertá comunale, gloria dell'etá seguente, fosse dovuta ad una delle classi cittadine esclusivamente, io avrei adempiuto al dovere ingrato di dire tal veritá. Ma la veritá, grazie a Dio, ricomincia qui finalmente ad esser bella a dire; ed è, del resto, veritá trita, montando a ciò, insomma, che la forza è sempre fatta dall'unione.—Morí Ariberto l'anno appresso [1045]; men lodevol prelato che non gran signore feodale, ei ci ritrae la condizione di quasi tutti quei vescovi, abati ed uomini di chiesa di quell'etá. Disputatane la successione, rimase eletto, benché ingrato al suo popolo, Arialdo d'Alzate notaio d'Arrigo III. Il quale (conseguenza dell'esser diventati veri feudi le sedi ecclesiastiche) piú che mai s'immischiava nelle loro elezioni; e in quella principalmente della Sedia romana, considerata oramai dagli imperatori quasi sommo di que' feudi, mentre quella Sedia pretendeva talora, esser l'imperio quasi feudo della Chiesa romana. A comporre tutto ciò scese dunque Arrigo III nel 1046. Passò a Milano, venne a Roma. Dove durava, od anzi era giunta al suo estremo, la corruzione sotto Benedetto IX, terzo di que' papi della casa dei conti di Tusculo, discendenti di Teodora, Marozia ed Alberico: nella quale, se il papato fosse ufficio soggetto alle semplici probabilitá umane, esso avrebbe potuto farsi cosí ereditario. Giovane od anzi adolescente, dissoluto e scellerato, Benedetto non fu sofferto da' romani, che gli contraposero per poco un Silvestro III, poi Gregorio VI, un pio e sant'uomo; dal quale fin d'allora trovasi innalzato nella curia romana quell'Ildebrando, che dominò non essa sola, ma tutta la sua etá quasi sempre d'allora in poi.—Ma, giunto ora Arrigo e convocato un concilio, Gregorio depose il pontificato, e con Ildebrando si ritrasse a Cluny in Francia; e deposti gli altri due, fu eletto Clemente II, un tedesco, a cui succedettero altri poi (giustizia a tutti) tutti buoni. Cosí finí lo scandalo dei papi Tusculani e degli altri corrottissimi, per l'intervenzione imperiale; ondeché non s'oserebbe dir qui il rimedio peggior che il male, se non fosse che quella intervenzione era stata causa essa stessa delle cattive elezioni e della corruzione; e non fu dunque qui se non caso buono di pessima usanza. Ad ogni modo, fattosi incoronar Arrigo, fece la solita punta a Capua e Benevento, e poi per Verona risalí a Germania [1047]. Morí nel medesimo anno Clemente II, dopo aver fatto contro alle elezioni simoniache uno di que' decreti pontificali, che incominciarono la riforma della Chiesa. E risalí poi Benedetto IX il Tusculano; ma fu tra breve ricacciato da Damaso, un secondo tedesco. Il quale pur morto, successe un terzo, Leone IX, eletto in Germania, che passando a Cluny, s'abboccò con Ildebrando, trasselo seco a Roma, dove per consiglio di lui si fece rieleggere canonicamente. E con tal consiglio pontificò poi gloriosamente, e incominciò e proseguí quelle due guerre ecclesiastiche contro alla simonia ed al concubinato, e quella temporale contro ai principi beneventani, che furono poi tre delle opere maggiori d'Ildebrando stesso. E in una di queste guerre [1053] rimase il papa alcun tempo prigione de' normanni. Morto [1054] il quale, andò Ildebrando a Germania, a combinare l'elezione del successore, che fu Vittore II, un quarto tedesco.—L'anno appresso [1055] scese Arrigo III contra Goffredo di Lorena, giá suo nemico colá, e che avendo testé sposata Beatrice vedova di Bonifazio marchese di Toscana, ed avendo un fratello cardinale, era diventato potente in Italia. Arrigo dunque fece prigione o statica Beatrice, sforzò Goffredo ad uscir a Francia, e il cardinale a chiudersi in Montecassino. E risalito egli stesso in Germania, vi morí l'anno appresso 1056.
15. Arrigo IV [1056-1073].—Un tedesco ed acatolico, ma robusto e sincero scrittore di storia italiana, giudica cosí Arrigo IV, e con lui gli altri imperatori e re di casa Ghibellina: «Proprio di quella casa fu il farsi lecito ogni mezzo di potenza. Tuttavia Corrado e i due Arrighi III e V ebbero forte volontá, coraggio e vasto ingegno; Arrigo IV, all'incontro, giunse d'una in altra stravaganza giovanile ad ogni sfrenatezza, all'ultima indifferenza tra mezzi buoni o cattivi. [1]. Succedette anch'egli senza contrasto colá e qua. Ma fanciullo di sei anni, la tutela di lui fu prima di Agnese sua madre, poi di Annone arcivescovo di Colonia, uno zelante anzi austero prelato, poi di Adelberto di Brema tutto diverso, i quali ei prese in ira a vicenda, e con essi forse ogni uom di chiesa. D'anni quindici [1065], fu dichiarato maggiorenne; d'anni diciassette disposato a Berta figliuola di Odone di Savoia e d'Adelaide di Torino; erede quello della potenza nuova de' conti di Savoia, questa dell'antica dei conti e marchesi di Torino; padre e madre amendue di que' principi alpigiani, che si vedono giá grandi fin d'allora in Italia, che veggiam ora riunire con felici auspizi tutta l'antica Liguria, tutta l'Italia occidentale. Ma il giovane corrottissimo disprezzò, e, se si creda a' contemporanei, vituperò infamemente la sposa fin dal 1069. Tentò ripudiarla, ma ne fu impedito, tra per la paura di Rodolfo duca di Svevia che aveva a moglie un'altra Savoiarda sorella della misera regina, e l'intervenzione di Pier Damiano, un altro zelante e santo prelato lá mandato dal papa, e per la dolce e sofferente virtú della giovinetta essa stessa. Ma si rivolse poi colá in Germania contro l'inviso cognato di Svevia, e contro a' sassoni ribellati per suo mal governo, e contra un duca di Baviera pur ribellato o temuto ribellarsi; e spogliò questo del ducato, e diedelo a Guelfo, congiunto in qualunque modo dello spogliato, italiano ad ogni modo e di casa d'Este; il quale fu cosí stipite di quegli Estensi tedeschi che tennero poi e tengono tanti troni settentrionali, di quegli Estensi o Guelfi che, cosí innalzati dalla casa Ghibellina, furono poi gli emuli di essa, e diedero il nome a tutti gli avversari di essa.—L'Italia intanto, mentre tutto ciò si travagliava in Germania, rimaneva, non tranquilla, ma abbandonata a sé, a' propri destini; e vi si avanzava in Roma, in Toscana, in Milano, che furono i tre fomiti delle crescenti libertá italiane; il primo delle ecclestiastiche, il secondo delle feudali, il terzo delle cittadine. Morto Vittore II nel 1057, fu eletto, e prese nome di Stefano IX, quel fratello che dicemmo di Goffredo di Lorena, il marito di Matilde, restituito allor duca di Toscana; e fu un altro buono di que' papi tedeschi, e piú potente che gli altri. Perciocché questi duchi toscani erano sempre venuti crescendo in tutto il presente secolo, e di parecchi di essi si narrano pompe, sfarzi, ricchezze meravigliose, e che parrebbero incredibili in quell'etá; se non fosse che, signori supremi essi di Pisa, ma mezzo libera questa, e operosa oltre ogni altra cittá contemporanea in traffichi e navigazioni, fu naturale che se ne accrescessero in qualunque modo le ricchezze di que' Bonifazi antenati di Beatrice e Matilde. E dicesi anzi che Stefano IX disegnasse far il fratello re d'Italia indipendente, e giá ne trattasse a Costantinopoli; ma morí pur troppo, egli il papa, l'anno appresso 1058.—Succedette Nicolò II, italiano, vescovo di Firenze, eletto dunque, come pare, per la medesima grande influenza toscana. Ed egli pure avanzò l'opera della riforma dei simoniaci e dei concubinari, e quella insieme delle libertá ecclesiastiche. Egli fu che in concilio diede a' paroci, o «preti cardinali», della cittá di Roma la elezione de' papi, i quali cosí non rimasero piú se non da acclamarsi o confermarsi dal rimanente clero o popolo romano e poi dagli imperatori. E trattando e guerreggiando intorno a Roma ed in Puglia, accrebbe la Sede; e die' la mano in Lombardia a' vescovi di Vercelli, di Piacenza ed altri zelanti o riformatori, ed ai popoli sollevatisi via via per la riforma, contro ai vescovi di Milano, di Pavia, d'Asti ed altri che vi resistevano, od erano di fatto o nell'opinione simoniaci. Tanto cresceva e poteva giá quest'opinione popolare, la quale se non si trova cosí chiaramente espressa nella storia de' secoli oscuri come degli splendidi, in quelli pure si manifesta a chi non isdegni cercarla. Il piú ardente poi di questi secolari aiutanti alla riforma fu Erlembaldo di Milano; il quale dicesi vi fosse acceso per una offesa fatta all'onor di sua donna da uno degli ecclesiastici corrotti. Venuto a Roma per aiuti, vi trovò morto giá papa Nicolò II [1061], e succedutogli Anselmo da Bagio uno degli zelanti milanesi, giá vescovo di Lucca, or papa Alessandro II. Il quale, tra per queste aderenze di Lombardia e Toscana, e il men breve pontificato, e la propria fortezza, e i conforti d'Ildebrando sempre piú grande nella curia romana, fu immediato e degnissimo predecessore, nel tempo di Gregorio VII, nel nome di Alessandro III, del piú grande e del piú italiano fra' papi. Eletto nella nuova e piú libera forma, e sia che trascurasse o no la conferma imperiale, non fu riconosciuto dalla parte tedesca, che gli oppose Cadaloo vescovo di Parma. Quindi a complicarsi in tutta Italia le parti dei due, e dell'imperio e delle cittá, e degli zelanti e de' nemici della riforma, e d'italiani e tedeschi, e duchi di Toscana e Normanni di Puglia, fino al 1066, che per opera di Annone di Colonia e d'Ildebrando fu deposto Cadaloo. Crebbe piú che mai la parte papalina poco appresso [1069] per le nozze di Matilde, la giovane e ricca figlia di Beatrice, con Goffredo Lorenese, figlio del marito di questa e successore di lui nel ducato di Toscana. Se non che, deforme e dappoco costui, non par che fossero felici e non furono feconde tali nozze; e Goffredo fu piú sovente a sua Lorena che non in Italia, dove rimase e poté poi molto Matilde. Finalmente, se non prima, certo al principio del 1073, papa Alessandro si rivolse a comporre le cose di Germania peggio che mai sconvolte. Venuti di lá lo zelante Annone con due altri arcivescovi tedeschi, ei li ricevette a Lucca, presso alle sue alleate, le due grandi contesse; e forte di tal aiuto, e di quello dell'opinione italiana, e del grande accrescimento preso da venticinque anni dalla potenza papale, rinnovò ed oltrepassò l'esempio de' papi giudici de' re Carolingi. Rimandando a Germania gli arcivescovi tedeschi, citò a render conto degli atti simoniaci e degli altri misfatti Arrigo imperatore eletto, re di Germania e d'Italia. Cosí s'aprí la gran contesa dell'Imperio e della Chiesa. E morendo poco dopo [1073] papa Alessandro II, lasciolla in retaggio a un successore degno, anzi maggiore, di lui.
[1] LEO, I, 406, ediz. tedesca.]
16. Coltura.—Nei tre secoli che corsero dal 774 a questo 1073, la coltura cristiana universale, imbarbarita sotto ai barbari, ebbe un primo risorgimento incontrastabile da Carlomagno al principio del secolo nono; si fermò senza progredire, ed anzi di nuovo retrocedette sotto gli ultimi Carolingi, e tra le contese dei re, regoli e marchesi lor successori, dalla metá del secolo nono a tutto il decimo: e ripigliò poi un tal qual moto progressivo nella prima metá, uno certo e giá rapido in questa seconda metá del secolo undecimo a cui siam giunti.—L'Italia ebbe poca parte al risorgimento di Carlomagno; tutto vi fu opera personale di lui e di quell'Alcuino sassone-inglese [726-804], ch'egli aveva chiamato e tenuto sovente in corte, e tanto che il vedemmo consigliere forse alla restaurazione dell'imperio. Tra i due, istituirono nel palazzo una vera academia; i membri della quale, non esclusi il vecchio e vittorioso imperatore che non sapeva scrivere, e i suoi figliuoli e forse alcuni di quelli che noi chiamiamo i «paladini», e non dovevano esser guari piú colti, tutti quanti preser nomi academici di Davide, Platone od altri; precursori, piú compatibili allora, di nostre ragazzate del Seicento e Settecento. Non saprei dire se l'Italia fornisse di questi academici primitivi. Il piú che si trovi preso da Carlomagno in Italia fu la musica corale, il canto fermo romano; di che istituí scuole in Francia, e in che, dicono, facessesi colá poco progresso. Né so s'io mi rida, o s'io abbia a dar vanto all'Italia di questo antichissimo primato della musica, il quale solo or ci resta. Direi, che se non fosse solo, sarebbe da gloriarcene certamente; ma che, finché è solo, piú mi accuora il difetto degli altri, che non mi rallegra la perseveranza di questo; e conchiuderei doverci pur esser cara, e poter anche esserci utile la nostra musica, se da semplice trastullo o da molle consolazione ch'ella è a' nostri mali, la sapesse alcuno sollevare a' virili e virtuosi incitamenti. La musica, certo rozzissima, de' greci antichi fu pur da essi tenuta per mezzo politico non dispregevole a conformare gli animi loro virili; perché non sarebbe pur tale la musica tanto progredita? Ad ogni modo, un gran progresso di essa fecesi in Italia, verso il principio del secolo undecimo, per opera di Guido d'Arezzo monaco; il quale inventò, non saprei ben dire, e credo si disputi, se la divisione delle sette note dell'ottava, o la scrittura di esse che serví d'allora in poi, o se solamente i loro nomi.—Del resto, poco o nulla produsse l'Italia nei secoli nono e decimo; e non è se non appunto tra tal mancanza, che restano degni di essere accennati Agnello, Anastasio bibliotecario ed Erchemperto, compilatori delle vite degli arcivescovi di Ravenna, de' papi, e de' principi beneventani; Liutprando, storico di que' brutti tempi de' marchesi italiani in cui operò; e i due anonimi salernitano e beneventano, continuatori di Erchemperto. I cronachisti, per poveri che sieno, hanno sugli altri cattivi scrittori questo vantaggio, di rimanere preziosi per li fatti serbati. Al principio del secolo undecimo poi, risplende anche in Italia, dove fu monaco in Bobbio, e poi papa buono fra molti cattivi, quel Gerberto francese, da cui alcuni contano il risorgimento delle colture, piú o meno progredite sempre d'allora in poi; e il quale dicono le prendesse dagli arabi di Spagna, a cui noi dovremmo dunque originariamente quel risorgimento. Ma mi pare grande illusione, gran pregiudizio questo dell'origine arabica della coltura di Gerberto; la quale in gran parte fu teologica cristiana, e quanto alla parte matematica ed astronomica ed astrologica, io non so se fosse cosí gran cosa da aver prodotto frutto di conto allora o poi. Uno scrittor modernissimo attribuisce bensí a Gerberto l'introduzione delle cifre decimali dette «arabiche», attribuita giá a Leonardo Fibonacci; ma appunto il medesimo scrittore (Chasles) nega che fosse invenzione degli arabi. Il fatto sta, che questo secondo e vero risorgimento, detto «del mille», non fu se non del fine di quel secolo undecimo; e fu tutto ecclesiastico, di ecclesiastici scrittori e d'ecclesiastica coltura; non fu se non come un episodio, una parte, una conseguenza del gran risorgimento ecclesiastico che vedemmo incominciare sotto i papi tedeschi, ed ingrandirsi giá sotto a parecchi italiani, spinti a ciò probabilissimamente da quel grande intelletto, e massime gran cuore, grand'animo d'Ildebrando, che lo doveva compiere poi. E il fatto sta, che la parte letteraria di tal risorgimento fu quasi tutta italiana. I nomi di san Pier Damiano [988-1072], Lanfranco [1005-1089], sant'Anselmo di Lucca, oltre parecchi altri, e sopra tutti sant'Anselmo d'Aosta [1033-1109], che fu per due secoli, fino a san Tomaso, il piú gran teologo e filosofo d'Italia e della cristianitá, pongono fuor di dubbio questo antichissimo primato della coltura italiana; e confermano, del resto, ciò che sará forse giá stato osservato dagli attenti leggitori; che le grandi opere di Gregorio VII non furono di lui solamente, ma di parecchi insieme, di tutto il secolo di lui; che Gregorio VII, come tutti gli altri variamente grandi, non fu grande solitario ma accompagnato; il piú grande fra uno stuolo di grandi; un grandissimo che non disdegna né invidia gli altri, ma se n'aiuta. Del rimanente, e tutti questi, ed altri non nominati, ed Ildebrando stesso, e tutto il risorgimento vennero senza dubbio dalle numerose riforme di monaci fattesi in questo secolo, da' monasteri. Ogni cosa ha il tempo suo, e non è cecitá piú nociva ad ogni retta intelligenza della storia, che non saper veder la grandezza antica delle cose impicciolite poi.—Finalmente, fu altra parte del medesimo risorgimento ecclesiastico, il risorgimento di quella che è sempre primogenita fra le arti del disegno, dell'architettura. Nei secoli stessi piú barbari, i papi edificarono per vero dire, ed ornarono chiese in Roma; ma barbaramente allora. All'incontro nel secolo decimo i veneziani incominciarono San Marco, e fu certamente grand'opera, principio di risorgimento. Tuttavia fu ancora architettura bizantina, greca, non nostra, e d'artisti probabilmente non nostri; come, del resto, quel poco che avemmo allora dell'altre due arti. Ma è monumento d'arte giá diversa, e che perciò può incominciare a chiamarsi «italiana», il duomo di Pisa, incominciato da Buschetto, italiano, nel 1016, finito nel 1092, edificato in gran parte di ruderi antichi, e in istile che non si può piú dir né romano decaduto, né longobardo, né greco, né arabo, ma quasi eclectico e giá originale. Perciocché questo fu fin da principio, nell'arti, come poi nelle lettere, il carattere dell'originalitá italiana; che ella risultò appunto dallo scegliere e prendere, onde che fosse, ciò che pareva bello ad ogni volta, senza esclusioni né impegni né quasi scuola, senza insomma quelle grettezze di nazionalitá che si vanno ora predicando. Queste non si vorrebber porre nemmen nella politica, dove son piú dannose; ma caccinsi almeno dalle lettere, o almen almeno dall'arti, che sono universali di natura loro.—Ad ogni modo e in due parole, furono notevolissimi due risorgimenti di coltura italiana nell'etá che or lasciamo; quelli della teologia e dell'architettura; ed amendue evidentemente ecclesiastici.