CARTEGGIO TRA METTERNICH E PALMERSTON.
23 febbrajo 1848.
Jeri e jer l'altro la Lega ha riferito e tradotto un carteggio ufficiale e di molta importanza tra il visconte Palmerston e il principe di Metternich intorno ai casi d'Italia. Nel primo dispaccio, dato alli due d'agosto dell'anno scorso, il gran Cancelliere di Vienna comincia, secondo suo stile, a chiamare sconvolgimenti vertiginosi le quiete e ordinate riforme che i Principi nostri han praticato nell'Italia media. Per l'Austria ogni moto è sconvolgimento, perchè simbolo del suo governo è il serpente a sonagli in torpore, e perchè ella si fa gloria di traslatare la Cina in Europa: quindi a Vienna, come a Pechino, ogni mutazione vien riputata sedizione. Dice poi Metternich, che di tali scombujamenti le conseguenze si lasciano indovinare anche troppo. Io non so degli altri, ma se le indovina egli davvero quel gran Tiresia dei diplomatici, e vedele tutte e ben chiare, il buon tempo è finito per lui, e nemmeno può confortarsi col motto di Tiberio che molti pongono sulla sua bocca, dopo me il finimondo. Insomma, avea gran ragione quel Greco di dire a Creso: «Scusami, ma s'io non ti veggio innanzi morire, io non ti posso chiamar felice.» Principe di Metternich, le glorie e i trionfi di Lubiana e di Verona son mezzo affogati, e aspettatevi di vederli ridotti al niente. Oh bel morire, sono già ventisei o ventisette anni, accosto al tappeto verde, in su quel seggiolone a bracciuoli ove con maestà e grazia vi sdrajavate, e l'Europa intera pendeva dal vostro labbro. Ma torniamo al dispaccio. Metternich vuol tastare e sapere come la pensi l'Inghilterra intorno al possesso e all'indipendenza reciproca degli Stati Italiani, e se basti ad essi per piena ed intera malleveria il Trattato di Vienna. Ogni frase ha senso lato e generalissimo, e conoscesi aperto, che il fine di quello scritto è soltanto di scoprir terreno, ed esigere una dichiarazione ex officio. In tal dispaccio stanno pure le famose parole: Italia è una espressione geografica. Metternich pronunzia il vero. Il Congresso di Vienna tolse alla povera Italia qualunque altra significazione, fuor quella d'essere un pezzo di terra europea configurato d'un certo modo, e al quale i geografi impongono per abitudine un nome solo. A ciò non si risponde con le parole, ma sibbene coi fatti; e finchè questi non parleranno, taci, popolo Italiano, taci, ed infrattanto
Fa dolce l'ira tua nel tuo secreto.
La seconda lettera del gran Cancelliere va ripetendo, quanto al costrutto, il medesimo che nella prima; salvo che aggiugnevi una pittura nerissima, ed oso dire grottesca dei moti d'Italia: e badisi che al dispaccio è apposta una data anteriore di molti mesi ai fatti di Sicilia e alle promulgate Costituzioni. Che vogliono gli agitatori d'Italia e que' settarj malvagi che la sommovono da sì lunghi anni? Metternich solo ha scoperto il secreto ed avvolto al dito il bandolo della matassa: ei vogliono fare d'Italia una gran repubblica federata, con un governo centrale de' più stretti e gagliardi. Scuotetevi dunque, o Monarchi, alla voce del vostro amico, e provvedete al pericolo che vi sovrasta. Così parla ed esorta il gran Cancelliere; e sono trent'anni che la cosa stessa ripete; e veramente, chordà obberrat eàdem, nè altro sa figurare il brav'uomo che sétte e pugnali, comitati e congreghe, rivoluzioni e repubbliche. Ciò prova che nelle fissazioni mentali v'ha moltissimi gradi, e non tutti menano alla pazzia: senza di che, il decano degli Statisti d'Europa soggiacerebbe da lungo tempo alle docce fredde e agli altri calmanti.
Lord Palmerston fece da prima una sola risposta alle due lettere di Metternich, e poi mandò una seconda con data degli 11 di settembre, cioè in quel torno di tempo in che l'Austria avea sorpresa Ferrara; laonde v'è inserita questa frase osservabilissima: — L'integrità degli Stati Romani dee venir reputata siccome un elemento essenziale dell'indipendenza politica della Penisola italiana. E non può accadere alcuna invasione di quel territorio senza che ciò non meni gravissime e importantissime conseguenze. — Parole son queste molto significative; e la punta loro è sì acuta e pungente, che i soliti fiori segretarieschi la cuoprono a mala pena.
In generale, Lord Palmerston ristringesi a dire, che l'Austria richiamandosi, come fa, al trattato di Vienna per la conservazione delle province lombarde, ha buon dritto e ragione; e che non solo debbono venire adempite le determinazioni e le clausole di quel trattato, ma il debbono essere tutte; il che vuol dire, a Cracovia come in Italia. D'altra parte, prosiegue Palmerston, considerando che nel congresso di Vienna i Sovrani d'Italia furono riconosciuti liberi e indipendenti nel modo più formale ed esplicito che mai si possa, ne discende che non debbono essi venir turbati in qualunque esercizio di loro sovranità a rispetto del governo interiore; e però, qualunque atto di cotal genere non può fornire all'Austria buona ragione d'invadere con le armi veruno degli Stati italiani.
Questo parlare, nello stile sempre officioso e cortesemente dissimulato delle cancellerie, ha del risoluto e del vigoroso; e però Metternich, che squadernava e citava il trattato di Vienna, è stato benissimo redarguito; e i due dispacci di Palmerston sono, per nostro avviso, un molto leggiadro e continuo ritorcere d'argomenti, ove non manca neppure la grazia dell'ironia, e ricorda quel grave e maliziosetto sorriso de' gran signori, nel quale, eccetto la sincerità, si trova ogni cosa. Lord Palmerston affermando il diritto che l'Austria possiede di proteggere i possedimenti suoi sul Po e sul Mincio, fa pur notare che niuno l'offende e il minaccia, e non si vede chiaro a che proposito sia ricordato con tanta solennità e premura: laddove, per lo contrario, il pericolo che non si rispetti l'indipendenza degli Stati d'Italia è visibile e soprastante.
Quanto poi al disegno dei caposchiera italiani di giungere a fondare o una repubblica sola o molte confederate, confessa il Palmerston, con vera e sentita modestia, che benchè dappertutto abbia consoli, e gente non poca che attende a ben informarlo, egli non ha avuto neppur sentore di tanta e sì grave macchinazione. Ma ciò invece che quel ministro ha da lunghissimo tempo saputo di certa scienza, e per mille vie e per mille organi, si è che l'Italia veniva retta e governata miserissimamente, e bisognavanle riforme pronte e larghissime, soprattutto in Roma ed in Napoli. Laonde, conclude il Palmerston, gli è da sperare che il ministero di Vienna, al quale più che a qualunque altro dee stare a cuore la salda pacificazione d'Italia, vorrà dar mano ai Principi della Penisola per condurre le riforme a termine fortunato, e caldeggerà ogni determinazione loro intesa a quel fine. Qui ognun vede che il velo della socratica ironia divien troppo sottile, e si squarcia. Oh come! il Principe stesso di Metternich dee con le sue proprie mani ajutare gli altri a scavargli la fossa? Questo nol chiediamo neanche noi Italiani, perchè le virtù eroiche non possono domandarsi a veruno. Noi nel servaggio abbiamo bensì perduto parecchie doti, ma non la discrezione e l'urbanità. Il Metternich invecchia assai, e gli sta bene, dopo enormi fatiche, un po' di riposo. E perchè ai molto attempati ogni divertimento si cangia in tedio, la gentilezza italiana preparagli uno spettacolo tanto vivo e patetico, che impossibile è non lo svaghi per qualche poco, e non gli riempia gli occhi e gli orecchi di straordinario e ricreativo diletto. Possa egli vivere tanto da vedere finito il dramma e calato il sipario.
(Dalla Lega Italiana.)