DI ROMA COSTITUZIONALE.

23 febbrajo 1848.

Da qualche giorno i fogli italiani discutono del potere o non potere il Pontefice costituire un governo rappresentativo. A noi, tutte le ragioni che vorrebbero provare il no, sembrano tanto invalide e frivole, che non concepiam bene come qualche ingegno elettissimo abbia speso non poche parole per confutarle. Noi nel Papa, come custode santo de' dommi, vediamo bene certi confini di facoltà, e ch'egli possa le tali cose e le tali altre non possa; ma come principe temporale e governatore di popoli, non conosciamo divario nessuno da lui agli altri. Per fermo, noi vorremmo che gli avversarj, quali che sieno, si compiacessero di dichiarare sopra qual passo del Vangelo, o sopra qual massima universale e perpetua di Santa Chiesa, è fondato il governo assoluto e arbitrario delle province romane. Però, se nulla v'ha in ciò di dogmatico e nulla d'inconcusso e d'irrevocabile, il Papa rimane libero e sciolto al pari d'ogni altro monarca, non potendo le cose spirituali e temporali cambiar natura per l'adagiarsi che fanno in una sola persona, e come il poter temporale non dee trasformare e alterare l'indole e la sostanza del potere spirituale, così questo non dee travolgere l'autorità principesca, e volerla serbare arbitraria contro la ragion delle genti e le esigenze estreme del secolo. E quando pur si volesse, che la potestà temporale cedendo infinitamente di dignità all'altra spirituale, fosse in debito d'imitarla, e di porsela innanzi agli occhi come modello; ei ne seguirebbe una forma d'impero oppostissima all'arbitraria, e prossima quanto mai al governo che domandasi rappresentativo. Tutti conoscono risiedere la facoltà legislativa ecclesiastica ne' concilj, congiunti nel debito modo all'augusto lor capo: e similmente, a chi non è noto la facoltà pontificia essere, per primo e proprio istituto, esecutrice fedele delle sentenze conciliari; ed anche nelle materie di disciplina, solersi sempre governare a norma dei canoni, e delle antiche e più venerabili consuetudini? Il regno, adunque, temporale dei Papi, per accostarsi come può al divino modello del reggimento ecclesiastico, debbe porre da banda gli arbitrj ed i motupropri, e vestire le forme costituzionali. Chè se queste son necessarie alla prosperità e grandezza di qualunque mai popolo, noi reputiamo che il sono molto di più alla salute e prosperità delle province romane. Per fermo, che è il governo assoluto, salvo che una perpetua dittatura e tutela, la qual presume di fare e maneggiare da sè sola ogni cosa, e reggere i popoli come minori e pupilli? Ma per ciò adempiere, appena è sufficiente ad un Principe lo spendere tutto il tempo che ha, e tutte le cure, fatiche, ingegno, accorgimento ed ostinazione di cui è capace. Ora, come si può adunar tanto carico sulle spalle al Pontefice, il quale e trema e suda continuo sotto il peso del gran manto, e al cui ministero sono affidati i religiosi negozj di tutto l'orbe cattolico?

Ma più: la dittatura perpetua agli occhi della ragione è contradittoria; perchè ogni specie di dittatura vale come rimedio, non come regola permanente; sospende le pubbliche libertà, ma non può annullarle; compie la educazione dei popoli affine di farli uscir di pupillo, non per serbarveli senza termine. Adoperata eziandio da uomini sommi e santissimi, spegne a poco a poco dintorno a sè l'amore alla causa pubblica, e l'abito delle virtù cittadine; e agli affetti forti, generosi e magnanimi, fa succeder gl'inetti e i volgari. E che? l'impero temporale dei Papi che far dovrebbesi specchio lucente e norma sicura e inerrante di tutti gli altri, verrà condannato alla indeclinabile necessità di non poter esser buono, e d'infiacchire e abbassare l'umana natura?

Ma più ancora: nel comando assoluto è gran pericolo di mal fare, e d'imbattersi in gravi e funestissimi errori; conciossiachè, quanto maggiore è l'arbitrio, tanto cresce la facoltà di abusarne; e quando un solo consiglio move ogni cosa, falso ed errato che sia, nessuna forza il corregge e radduce al bene. Ma, a qual monarchia fa più bisogno di non ingannarsi, a quale di non uscire dal buon sentiero, se non alla pontificia? Evvi cosa al mondo così deplorevole, disordine così tristo a vedersi, sconcezza tanto deforme, quanto che il Vicario di Cristo, la persona più veneranda fra gli uomini, e guardiana e rappresentatrice dell'essenza medesima della saggezza eterna, inciampi in isbagli gravissimi, e pongasi a rischio di governare e imperare in modo che tutto il mondo civile ne rida e si scandolezzi? Pur troppo, non son queste supposizioni assai temerarie; e l'Italia il sa, e ne piange tuttora. Invece, cambiata la dittatura in reggimento costituzionale, nessuna imputabilità può salire fino alla seggia di S. Pietro; e il Principe sacerdote può solo operare il bene e non mai il male: principio, come è noto ad ognuno, e massima direttiva di quel reggimento, e la quale sembra appunto pensata per dignità e decoro del regno pontificale.

Potremmo senza fine moltiplicar le ragioni; ma le più sono state messe in buona considerazione da egregi scrittori, e però ci asteniamo dal ricordarle. Solo qui aggiungiamo, che se all'immortale Pio IX sta veramente in cuore di tramandare intera la potestà regia a' suoi successori, debbesi affrettare di darle per fondamento la libertà, che è oggimai la sola e abbondevole scaturigine d'ogni potere e d'ogni forza.

Certo è, che se il conculcare i popoli con le alabarde svizzere e le bajonette tedesche domandasi pienezza di regno, Pio IX la rifiuta e l'abbomina, e piglierassi piuttosto la parte che il tutto; e se colmar le prigioni, sbandeggiare i migliori, erigere tribunali soldateschi e feroci, armare i centurioni, e tinger di sangue le città di Romagna, sono i soli mezzi rimasti per tramandare a' successori l'integrità del potere, a Pio IX fa ribrezzo e dolore pur di pensarlo; e niuno s'aspetti dalle sue mani innocenti un'eredità cotanto misera ed abborrita. Il sentir dire, poi, e obiettare che, molti secoli fa, giurarono i cardinali per sè e per gli ultimi lor successori di conservare cotal plenitudine di diritti, e che in niuna guisa si può derogare a quel giuramento antichissimo, ciò suona agli orecchi nostri quasi come bestemmia. Questo non giurarono del sicuro i cardinali in lor cuore e pensiero, e se il fecero, malissimo adoperarono, e il peggiore sarebbe mantenere quel sacramento. Eh via, lasciamo una volta i sofismi e i cavilli, che a ogni specie di prepotenza e di tirannia servito hanno di velo e di scusa; e non si meschii, soprattutto, alle faccende laicali la santità inviolabile della teologia. Il padre Boerio e il padre Perrone pensino ad altro: qui non fa duopo il lor magistero. Profani e materialissimi sono coloro che la spiritualità della Chiesa e le condizioni sue eterne e immutabili involgono, in qualsiasi maniera, con le contingenze, le varietà e i casi del potere temporale. La Chiesa di Roma ha esistito e con l'autorità principesca e senza, e ha provveduto a' suoi fini dallato a ogni forma sociale e politica, compresavi eziandio la repubblicana, essendo Roma più d'una volta nel medio evo stata repubblica e affatto signora di sè. A noi fa sdegno veramente il vedere, che uomini i quali pur jeri l'altro riconoscevano nel Pontefice ogni possibile latitudine di facoltà e di arbitrio, sieno disposti a provare la sua impotenza unicamente quando si tratta di largire ai popoli la libertà, e rivocare l'Italia alla grandezza e gloria perduta.[10]

(Dalla Lega Italiana.)