DI NUOVO, SULLA GUERRA ITALIANA.

17 aprile 1848.

I combattimenti di Goito e di Monzambano recano alle nostre truppe onor singolare. Il varco del Mincio, qualora gli approcci e le rive del fiume sieno difese e munite secondo l'arte, non solo è aspra cosa e difficile, ma compiuta con tanta prestezza come i Piemontesi ànno fatto, porge prova bellissima di bravura e di abilità; perchè si computa generalmente dai buoni maestri di tattica, che sia mestieri di spendervi il triplo di tempo; e tanto ne spesero nelle guerre ultime d'Italia i Francesi. In Goito s'erano gli Austriaci asserragliati in più strade, e da ogni casa sparavano addosso agli assalitori. Or, chi è pratico del guerreggiare, conosce troppo bene quali rischj e fatiche s'incontrino a smovere e scovare eziandio poca milizia da un luogo in cui ogni muro le serve di parapetto, e l'è il bersagliare e l'offendere così agevole, come difficile l'essere offesa.

Ei pare che tutta la schiera cacciata da Goito retroceda verso Mantova; e quella, invece, che contrastava il passo tra Monzambano e Valeggio, si ricoveri sotto Verona. Ma non più padroni della sinistra del Mincio, e rotta la congiunzione loro tra Mantova, Peschiera e Verona, forse gli Austriaci in cambio di tenere e difendere animosamente quest'ultima, s'apparecchiano di far sicura ritirata lungo il Tirolo, e salvar gente, artiglierie e bagagli. Se il Tirolo fosse tutto in fiamme, come al creder mio poteva essere, accorrendovi i Piemontesi, la ritirata de' nemici o verrebbe affatto impedita, o non accadrebbe loro senza molto sangue e senza perdite dolorose. Ma quando, poi, i Tedeschi indugiassero e dai nostri si trascurasse di proseguir la vittoria e di occupare le Alpi con buon nervo di truppe, certo, commetterebbesi errore assai grave e pregiudicioso. Marciano a quella volta alquanti volontarj comandati dal generale Alemandi; ma perchè marciano soli, e nessuna porzione dell'esercito li accompagna? a quella fazione non bisognano nè cavalli nè artiglierie, ma squadre di volteggiatori e di bersaglieri, che da molti giorni potevano essere in via. A ogni modo, raccomandiamo con somma istanza ciò che le presenti congiunture d'Italia ricercano sopra ogni cosa; vogliamo dire, prestezza, ardimento e buon accordo. Sono nel Veneto i volontarj Romani, Sardi, Napoletani, Veneziani, Lombardi. A chi obbediscono essi? ad uno o a più capi? Nessuno ancora l'à significato, nessuno lo sa. Alle operazioni loro è guida un disegno e un consiglio prestabilito e comune? Speriamo che sì, ma se ne ànno indizj e avvisi contrarj. Napoli manda truppe, delle quali certo non si scarseggia; e trattiene invece la flotta sua, che sarebbe ai Veneziani compiuto ristoro e salvezza.

Ricordiamoci che mai Dio non à mandato all'Italia tempi più fortunati. Ogni giorno che spunta, reca opportunità di gran fatti, e serra nei suoi brevi confini l'efficacia di tutto un secolo. Ora, i trattati son rotti, la diplomazia è dispersa e muta; impaurano i gran potentati per li guai che ànno in casa; l'Inghilterra medesima vive in qualche apprensione delle sue cose; Lamagna non è concorde, e travaglia e suda a ben ricomporsi. In tali condizioni e pressure, l'Europa attende di ricevere nella sua stemperata materia quelle nuove forme che il senno e l'arbitrio delle nazioni stanno per imprimerle, giusta la naturale configurazione dei territorj, e l'indole ingenita e sostanziale dei popoli. Affrettiamoci pure noi, di stender l'armi e le insegne su tutte le nostre frontiere, e sieno per sempre ricuperate.

(Dall'Epoca.)