SULLA GUERRA ITALIANA.
14 aprile 1848.
Le operazioni della guerra a me pajono procedere più fortunate che preste e ben consigliate; e le spingono innanzi le popolazioni insorte, più assai che l'attività e l'ardire dei capitani. Dell'esercito di Carlo Alberto, l'ala destra à compiuto l'intento suo primo (difficilissimo per addietro, e divenuto oggidì poco faticoso) di snidare i Tedeschi da tutte le sponde del Po. Col marciare poi raccolta e diritta sopra Desenzano e Montechiaro, e col venir sempre di più spalleggiata da Bresciani, Bergamaschi, Cremonesi e altri popoli circostanti, à forzato gli Austriaci a passare il Chiese, e fermarsi sulla sponda sinistra del Mincio, e propriamente in quel largo triangolo che fanno insieme Peschiera, Mantova e Verona: elli abbandonano persino parecchi posti da lor tenuti a mezzo il cammino tra Vicenza e Verona; e giusta gli ultimi rapporti, sembra potersi credere, che l'armi piemontesi (e questa era fazione men facile) siensi spinte col loro antiguardo tra Mantova e Verona.
Ma d'altra parte, dell'ala sinistra non si à nuova nessuna, e non compajono bollettini. Di quegli ottomila fanti inviati verso Salò e Gavarno, e nelle cui mani credesi caduto il forte di Rocca d'Anfo, neppure una voce. Ad essi spettava di dilatare e soccorrere con vigoría il sommovimento tirolese, e chiudere e impedire i passi. Certo è che gli Austriaci mantengono ancora disgombra affatto o con pochi interrompimenti la via da Bolzano a Trento e da Roveredo a Verona. Ma come va tal cosa? come non si tenta ogni sforzo e non si opera ogni bravura per insignorirsi di Trento, vera chiave del Tirolo italiano; mentre insorgono le campagne, il Bresciano ed il Bergamasco si muovono ad ajutare l'impresa, e l'ajuta d'altro lato con forte rincalzo la sollevazione del Friuli e di tutta l'alta Venezia, e possono accorrere al fine stesso i corpi franchi della Svizzera italiana e della Valtellina?
Al presente, gli è ben avverato che il general Zucchi padroneggia Palma Nova ed Osopo, e che que' montanari e segnatamente gli Udinesi ed i Trevigiani sono pieni di ardore, e si armano e si disciplinano. Ora, gran fatto sarebbe che il Zucchi non se ne giovasse quanto bisogna per varcare al più presto l'Isonzo e piombare su Gorizia e Gradisca; Gorizia città aperta in fondo a una valle, e Gradisca picciolo luogo munito di picciol castello. Quella mossa sola basterebbe forse a far succedere la dedizione di Trieste, tanto forte dal lato del mare, quanto debole e sprovveduta dal lato di terra. Nè sembra da temersi che il generale Zucchi e la gente che à seco non vi si potessero reggere; conciossiachè tra breve essi cresceranno delle schiere del generale Durando; e buona porzione delle soldatesche e dei corpi franchi, raccolti qua e là nella bassa Venezia, potrannovisi condurre sollecitamente; e infine, non mancheranno col tempo le truppe ed i volontarj quivi recati dai legni Sardi e Napoletani. Ma, pur troppo, tutto questo ricerca nei capi massima speditezza ed ardire; e ricerca altresì un comune disegno, e una bene ordinata cooperazione. E però Dio provveda, perchè di comuni accordi e disegni vedo pochissime prove, e molte ne vedo contrarie. Certo è, poi, che l'Austria, quanto sentirà più difficile e più rischioso il resistere e mantenersi nelle interiori provincie lombarde, tanto radunerà ogni sua forza sulle sponde dell'Adriatico. L'Istria è tutta intera in sue mani, e Trieste s'acconcia all'antico giogo. Stando a quello che insegnano l'ultime nuove, ogni apparecchio che studia di fare il governo Viennese non è per soccorrere la sua causa in Tirolo, ma sì bene per fronteggiare gagliardamente i nemici sulla sinistra dell'Isonzo, e proteggere la Contea di Gorizia e le terre littorali. Mai non m'è rincresciuto così duramente com'oggi di non possedere autorità di parole nè arte infiammativa di stile; imperocchè io l'adopererei tuttaquanta a persuadere i giovani nostri crociati di accorrere sull'Isonzo e varcarlo coraggiosi, riconquistando a prezzo anche di molto sangue le antiche e naturali frontiere d'Italia. All'Alpi Giulie, griderei loro, all'Alpi Giulie, o militi! là su tutte le cime piantate il vessillo italiano; e non tollerate, per Dio, che attraverso alle nostre provincie, sulle nostre stesse marine, non diviso da monti e da fiumi, non impedito non trattenuto da fortezze e bastìe, possa dimorare il nemico eterno d'Italia, e con quiete e con agio ricominciare le offese e perpetuar le minacce.
(Dall'Epoca.)