ESORTAZIONE AI ROMANI.

I fratelli vostri di Bologna eroicamente combattono, e voi non movete a soccorrerli? Dunque sosterrete ch'ei, soprafatti alfine dal numero, scemati per le morti, le ferite e gli stenti, e sopratutto scorati dal non vedere prossimi ajuti, soccombano all'armi e al furore de' barbari, e sia l'antica, la dotta Bologna sforzata e manomessa dal ferro e dal fuoco? imperocchè il dado è tratto; o la vittoria, o lo sterminio; questa e non altra è la scelta.

Romani! a voi che sortiste il nome più grande e glorioso del mondo, a voi darà il cuore di assistere a ciò riposati ed inerti come a curioso spettacolo? Sorgete tutti, per Dio! armatevi a popolo, accorrete alle insegne, moltiplicate le file; e scoppi e avvampi di nuovo ne' petti vostri quel divino entusiasmo che di là dalle pontificie frontiere vi sospingeva, or fa pochi mesi.

Siamo prudenti almeno e solleciti di noi stessi, se non giusti nè pietosi inverso i fratelli. Alla Causa Italiana, ben lo scorgete, tramischiasi al presente la nostra particolare; e dentro Bologna si disputa ora la integrità e salvezza degli stati della Chiesa, la tutela delle leggi, la guardia della libertà, la vita degli ordini nuovi, la dignità, la pienezza, la inviolabilità del Pontificato. Quindi il Principe stesso vi comanda e prega di pigliar l'arme per la santa difesa, nè scende oggi lenta e dubiosa sulle vostre spade la benedizione di Pio. Sorgete, marciate. Dietro il romano vessillo seguiranno a frotte i popoli delle provincie, e lo Stato si cambierà rapidissimo in un campo di valorosi; e a voi combattenti nell'antiguardo toccherà la gloria invidiata e bella nei secoli, di avere per ogni parte d'Italia risuscitato l'incendio sacro ed inestinguibile della nazionale sollevazione.

Sì, Cittadini, alle arti compassate della strategia e alla sola guerra de' battaglioni, ecco succede e s'alterna la guerra disperata dei popoli, e quella lotta incessante ed universale d'ogni città, d'ogni villa, d'ogni casolare, che à salvata a' dì nostri la Grecia e la Spagna, e salvò l'Elvezia e l'Olanda. Romani, all'armi. Tutta l'Europa vi guarda!

(Dall'Epoca, 12 agosto.)

AI SIGNORI DIRETTORI DELL'EPOCA.

Ricordevole della calda affezione e della stima particolare e costante onde vi piace di onorarmi, io vi chiedo di far luogo nel pregiatissimo vostro foglio alla infrascritta dichiarazione, a dettar la quale sono mosso dalla stretta necessità di difendere l'onor mio; e chiedo insieme a voi ed a' vostri lettori infinite scuse dell'intrattenervi per alcun poco della mia inutile persona in giorni così gravosi e minaccevoli per l'Italia.

Molti o ingannati o maligni vanno spargendo da più tempo, che nell'intimo del cuor mio sta l'intenzione deliberata di rovesciare i presenti ordini dello Stato, e giungere alla fondazione d'un Governo provvisorio; a tale occulto ed ultimo fine rivolgere io le cure e i maneggi, ed alla preparazione sua essermi giovato per ogni guisa del Ministero che da me pigliò il nome. A voci così bugiarde e ingiuriose io non poneva, secondo mia costumanza, nessuna mente. Ma ora mi vien riferito da gente proba e autorevole, ch'esse suonano eziandio all'orecchio d'un personaggio, inverso del quale debbemi stringere, oltre a molti altri nodi, quello soave e perpetuo della gratitudine.

Impertanto, a me corre obbligo di formalmente dichiarare, siccome fo, che a quelle voci manca ogni sostegno di verità, e mai non sono state le mie intenzioni quali si fingono dai tristi o si credono dai corrivi, e che tutto è falso e calunnioso ciò che intorno al proposito si va divulgando.

A due fatti poi si accenna più specialmente da' miei detrattori ed accusatori, siccome a prove e testimonianze delle affermazioni loro; e nemmanco di tali due fatti moverei qui o altrove alcuna parola, quando non fossero raccontati nelle anticamere del Quirinale, ed ancora in più secreti ed alti colloquj. Il primo si è d'avere io questi giorni passati concluso un discorso alla Camera con questa frase per appunto: proporrò ad un estremo male un qualche estremo rimedio. Sopra che, affine di dissipare ogni sinistra interpretazione, bastimi di asserire con pienissima lealtà e fermezza, che i rimedj estremi a' quali pensavo non erano nè un Governo provvisorio nè altra cosa somigliante.

Convertonsi da taluni in secondo capo di accusa le parole che io dissi, e i partiti che io proposi nell'adunanza privata la qual si tenne in Monte Citorio la sera del primo agosto.

Ora, come in quell'adunanza si annoverarono non meno di trenta deputati, e ch'ogni varietà d'opinione e di sentimenti ebbevi rappresentanti ed interpreti, ciò ch'io vi discorsi e proposi mai non si potrebbe nè nascondere nè alterare; quindi alla comune testimonianza di que' deputati mi rimetto compiutamente. Di Governo provvisorio nessuno fece motto, nessuno fiatò; e quelle proposizioni che io metteva innanzi molto risolute e gagliarde come i casi portavano, tanto erano legali e accettabili, che vennero il dì poi con leggier differenza approvate e accettate da entrambi i Consigli deliberanti.

Scrissi, è già oltre a un anno, al Segretario di Stato Cardinal Gizzi e promisigli sull'onor mio, tornando nello Stato Romano, di astenermi da qualchessia modo violento di mutazione, e che avrei con sincerità ed esattezza obbedito alle leggi correnti. Quel che promisi ho attenuto e non cesserò di attenere, sì per debito di onestà e sì per utile della patria comune, a cui nuovi sommovimenti e scompigli farebbero danno e ruina.

Se in Roma si tenne proposito di Governo provvisorio, e nacque rischio fondato di vederlo costituito, fu certo ne' primi di maggio del vertente anno; e non si ignora, credo, da alcuno chi fosse colui il quale contribuì con maggior efficacia e prontezza a rimovere ed a cessar quel pericolo.

Terenzio Mamiani.

Di Roma, li 22 di agosto del 1848.

L'Autore venuto in Piemonte a partecipare agli atti della Società per la Confederazione Italiana, ebbe carico di dettare le due seguenti scritture.

RAPPORTO IN NOME DEI COMMISSARJ DEPUTATI A SCEGLIERE
E COMPILARE LE MASSIME DI UN PATTO FEDERATIVO.

Signori.

Allorquando molti Italiani convennero da diversi Stati della Penisola al presente Congresso per tenere l'invito che lor ne fu fatto, e dare un qualche principio alla grande opera della Confederazione; venne per prima cosa al giudizio ed esame dei congregati sottoposto un disegno di Patto federativo; e pochi giorni di poi, un disegno di legge per l'elezione di un'Assemblea, la quale assumer dovesse il mandato speciale ed unico di compilare e sanzionare quel Patto.

Il Congresso posesi tostamente ad esaminare con zelo e diligenza il primo dei due disegni, rendendo grazie particolari e publiche agli autori di esso. Ma la intrinseca malagevolezza della materia aggiunta alla sua novità, e, d'altro lato, il desiderio che molti sentivano di produrre cosa piana, semplice e non impossibile a venire accettata e presto condotta in atto, fecero che le discussioni, mosse non pure da diversi pareri, ma da contrarie tendenze, procedessero lente, sconnesse e oltremodo implicate. Perlocchè, considerandosi da una parte la lunghezza di quel disegno e il breve durare del Congresso, e considerandosi dall'altra che mal si poteva sperare che fossero dai governi e da qualunque Assemblea costitutrice del Patto accolte quelle distinzioni e dichiarazioni così particolareggiate e minute, accadde che la vostra adunanza, dopo aver controversi e ammendati il proemio e i due primi articoli, impose ad una Commissione a ciò deputata di scegliere in tutto il disegno quei capi entro ai quali raccoglievasi la sostanza di un Patto confederativo e la somma delle guarentigie costituzionali; e questo, affine che non mancando tempo al Congresso di discutere e pronunziare, ei valesse a produrre un'opera nell'essere suo compiuta e applicabile.

Apprestatasi la commissione ad adempiere all'ufficio imposto, subito le fu bisogno di usare la facoltà conferitale dal Congresso di mutare cioè in parte il dettato degli articoli che doveva scegliere nel disegno; conciossiachè conveniva esprimere la sentenza loro in modo assai più generale; e similmente doveasi dar loro altr'ordine e altra collegazione.

Con tali rispetti la Commissione à delineate le basi di un Patto confederativo, e ne à definiti i principii e le massime direttrici.

Sembra alla Commissione, o signori, che in tali pochi capi racchiudasi veramente ciò tutto che è sostanziale in un Patto confederativo. E per fermo, se l'essenza di qualunque governo consiste nella mente e nel braccio, o vogliamo dire in una potenza che fa la legge e in una che l'eseguisce; voi trovate nei capi IV, VI e VII[26] la sostanza di ciò che informa ed incardina un potere legislativo indipendente e sovrano, e di ciò che compone le sue principali e massime pertinenze, trattandosi di una Confederazione.

Nei capi I e V, poi, scorgete la sostanza di tutto quello che crea ed ordina il potere esecutivo e ministrativo.

Quanto al capo X, sotto cui si registrano tutte le massime di gius pubblico degne di venir confessate dalla Confederazione italiana, noi volentieri abbiamo seguito pur qui la mente ordinatrice del proposto disegno, la quale non solamente stimò di fare rassegna delle massime pertinenti alle relazioni e corrispondenze fra Stato e Stato, ma di quelle eziandio che fondano da per tutto e preservano la libertà civile e politica, e perciò da ogni liberale costituzione venir debbono professate. In tal guisa lasciandosi a ciascuno Stato ogni arbitrio di foggiare e adattare a sè stesso la propria costituzione, ponsi impedimento perpetuo ch'ei non conculchi giammai nè dimezzi o neghi o dimentichi alcun sacro e imprescrittibile diritto dell'uomo.

La Commissione ha procacciato di segnare e dinumerare cotali diritti e cotali massime di gius pubblico, secondo il concetto più compito e migliore che far si possa oggidì delle condizioni morali e politiche d'un popolo libero ed eminentemente civile; come nei pronunziati che mirano specialmente alle relazioni e corrispondenze fra i varii popoli della Confederazione, ha studiato di raccogliere il più importante e il più pratico di ciò che risguarda i due subbietti predominanti di tutta quella dottrina, che sono Unione e Reciprocazione. Da ultimo, i commessarii vostri ànno aggiunto ai nove capi prescelti e coordinati una disposizione transitoria proposta da un vostro collega[27] e approvata da voi nella tornata delli 22 del corrente mese, e la quale à per fine di subito rendere profittevole alla Causa nazionale e alla guerra santa che sosteniamo il primo adunarsi dei Deputati della gran famiglia italiana.

S'appartiene ora al Congresso di giudicare se questo schema, a così chiamarlo, di Patto confederativo sia degno del suo suffragio. Ma ciò che il Congresso, discutendo la proposta di una legge elettorale, à già risoluto, si è: 1º Che egli desidera che tale schema (esaminato e riveduto innanzi da lui) diventi un limite e una disposizione non alterabile, e sia materia di un mandato imperativo che i Governi consegneranno a coloro a' quali verrà l'ufficio di terminare e sancire il Patto confederativo: 2º Che il particolare disegno di una legge elettorale per la Costituente italiana si conformi e si acconci con esattezza ai principii e alle massime significate nello schema di esso Patto. E intorno a tutto ciò la Commissione si ristringe a far voti perchè la proposta di legge elettorale, tenuta da voi tuttora in consulta e in esamina, non si dilunghi in nulla da tali due vostre risoluzioni, e riesca altresì la più semplice, la più spedita e la più accettabile che mai si possa.

Per soddisfare al presente, o signori, a quell'altro incarico dato alla Commissione, di determinare cioè e descrivere le vie pratiche le quali à da calcare la Società nazionale per la Confederazione italiana, affine che il programma da lei proposto venga sollecitamente ad effetto; sembra alla Commissione non altra cosa dover fare, se non ricordare al Congresso ciò che nel seno della sua Sezione politica fu discusso e deliberato.

Ei vi si ricorda pertanto, o signori, che pochi di sono, alcuno dei vostri colleghi[28] raccomandò al Congresso di non patire che sia disciolto innanzi di aver fermato alcuna cosa di più effettivo e pratico che un nudo programma. E perchè è forza temere che esso pure il programma della Società venga o dimenticato o respinto o al tutto travisato da alcuni nostri Governi d'Italia, dato ancora che non gli manchi l'assentimento e la lode della nazione, fa gran mestieri, diceva quel vostro collega, di porre in consulta la infrascritta proposizione: — Comunicato e raccomandato nei debiti modi ai Governi il nostro programma, fatto lor sentire e conoscere la necessità di adempire il voto comune intorno alla convocazione di una Dieta di governi e di popoli e all'effettuazione di un Patto confederativo, trascorso non picciol tempo senza vedere incominciamento buono dell'uno e dell'altro; qual cosa resta da procurare e da tentare alla Società nazionale per giungere senza tumulto e rivoluzione all'intento suo? —

Udita cotal proposta, fu da molti con alacrità disputata, e parecchi spedienti e trovati vennero suggeriti pel conseguimento del fine. Pareva ad alcuno che imitar si dovesse la radunanza di Haidelberga, la quale in assai pochi giorni si trasformò in un'Assemblea costituente, riconosciuta e obbedita per tutta Germania. Alcun altro escogitava la convocazione di un consesso nato e formato dal suffragio universale, tacendo però il modo di poter radunare le moltitudini e raccoglierne ordinatamente il voto, contro il divieto dei Governi. Alcuno voleva si facesse richiamo ai Circoli tutti politici per l'Italia disseminati, e dal grembo loro uscissero i deputati alla dieta. In fine, l'autore della soprascritta proposizione, avuta facoltà di parlare, e incominciato dal ribattere ed eliminare ciascuno dei partiti sopra accennati, definì e descrisse due modi, i quali insieme congiunti e coordinati egli reputava molto efficaci, ed anzi, a dir vero, i soli da potersi rinvenire ed usare secondo le vie legali e pacifiche. Il modo primo, disse egli, essere la forza crescente dell'universale opinione; il secondo, un richiamo gagliardamente fatto ai Parlamenti italiani, e un'azione speciale ed assidua sopra essi esercitata. Doversi moltiplicare la forza dell'opinione con lo spandere rapidamente e in guisa ben regolata la Società nostra in ogni provincia, in ogni città, e, se puossi, in ogni borgata, e col darle ajuto continuo di stampe e pubblicazioni periodiche sotto forma di gazzette, di lettere, di catechismi e simili scritti popolari, atti e convenienti a diffondere e radicare in tutte le menti un solo concetto e in tutti gli animi un sol desiderio. Doversi moltiplicare altresì quella forza coll'apporre a memoriali diretti così ai Governi come ai Parlamenti migliaja e migliaja di soscrizioni e più di una volta rinnovellate. La quale opera non bastando, e proseguendo tuttora la resistenza al desiderio comune e al diritto che lo sostiene, doversi allora por mano al secondo modo, e sperimentare ogni via ed ogni arte perchè in un parlamento almeno della Penisola il programma della Società nazionale trovi pluralità di suffragi. Non sorgere appo noi fra i Governi e i popoli altra autorità intermedia legale e dalle moltitudini riconosciuta, salvo che i Parlamenti, i quali tutti o parte di loro od uno almeno impossessandosi del gran fatto, e proponendo e vincendo il partito che si richieda ai Governi italiani l'attuazione di una Dieta e d'un Patto secondo le massime della Società, divenire certissimo che al Programma di lei accrescerebbesi oltre misura il credito e l'efficacia, e sarebbe consegnato a mani siffatte che possono, tentata prima ogni via legale e conciliativa, condurlo all'atto da per sè medesime, e senza grave e pericolosa perturbazione. Diffatto, potere quel solo Parlamento o più d'uno con lui risolvere e decretare, che certo numero di Deputati da lui prescelti s'adunino in tale o tale città, per quivi deliberare intorno al Patto confederativo. E del resto, parere impossibile che una determinazione così ardita e notabile, e un esempio così generoso come quello sarebbe, non traesse dietro di sè, prima gli altri Parlamenti, poscia i Governi più illuminati, in ultimo tutta la Nazione. Tale fu il parere allora significato da quel vostro oratore, al quale aderì pienamente il maggior numero degli astanti.

La Commissione vostra facendovene ora esatta e particolareggiata menzione, siccome n'ebbe l'incarico, si piace d'aggiungere ch'ella pure si accosta con piena fiducia al parere del vostro collega. E però vi propone, dando subito un qualche cominciamento all'impresa, d'inviare il nostro programma così a ciascun Governo, come a ciascun Parlamento italiano, accompagnandolo con parole validate da tutte le vostre sottoscrizioni, e proprie ed acconce a far bene intendere quale sia il concetto, quale il desiderio che vi conduce; e come la necessità estrema dei tempi vi astringe a pregare ed insiememente esortare con istanze caldissime perchè l'opera loro s'affretti, e non vogliano tanta parte della salute d'Italia o negligere o trattare con tepidezza, o permettere che i demagoghi tumultuando la guastino e la snaturino, e sia cagione di discordia e di sangue ciò che dovrebb'essere di fratellanza e di pace. A cotesto primo atto della Società e del Congresso, la Commissione spera e desidera che conseguiti altra maggiore dimostrazione del nostro voto comune. Egli occorre, come notammo qui sopra, che ogni città, e, se è cosa fattibile, ogni borgata e villaggio possieda fra breve una Giunta della vasta e sempre crescente Associazione nazionale, e che per opera di tali Giunte vengasi prestamente ad apporre infinite sottoscrizioni al nostro programma; il quale così fregiato e rinvigorato della spontanea ed universale adesione dei popoli, tornerà ai Governi ed ai Parlamenti con acquisto immenso di morale forza ed autorità.

In risguardo poi dell'azione speciale e incessante che esercitar conviensi sui Parlamenti per condurne alcuno a favoreggiare il programma e disporsi ad effettuarlo; in ogni Giunta della Società nazionale se ne terrà particolare consiglio, e si vorrà profittare d'ogni circostanza, spiare qualunque occasione, usare d'ogni mezzo legale e d'ogni arte onesta e non vile, che la prudenza, l'ingegno, lo zelo, l'attività e la perseveranza forniscono e insegnano; ed a tutte queste parziali e locali industrie e provvedimenti darà poi direzione e collegazione continua quella gerarchia che di necessità costituir fa bisogno in seno di una società vastissima e numerosissima.

Se poi (il che tolga Dio) ai partiti che vi sono proposti, o signori, non seguisse verun effetto notabile, rimarrebbe allora a ciascheduno di noi il dovere di ristringersi colla propria coscienza, e deliberare e risolvere qual sia l'officio del buon cittadino, quando ogni via legale si chiude, ogni espettazione è frustrata, ogni longanimità è senza frutto.

PROGETTO DI UNO SCHEMA D'ATTO FEDERALE, REDATTO DAL CONGRESSO NAZIONALE PER LA CONFEDERAZIONE ITALIANA, RADUNATASI IN TORINO IL 10 OTTOBRE 1848.[29]

Allo scopo di creare unità nella vita politica dell'Italia, di stabilire e difendere l'indipendenza, di conservare la pace interna, di tutelare ed ampliare le libertà politiche e le utili istituzioni civili, e di promuovere l'agricoltura, l'industria ed il commercio, il Regno dell'Alta Italia, il Gran Ducato di Toscana, lo Stato Pontificio, il Regno di Napoli, il Regno di Sicilia, si riuniscono a costituire la Confederazione Italiana.

I patti e le norme di tale unione hanno per base i principj e le massime che qui seguono:

§ I. La Confederazione ha un esercito, una flotta da guerra, un tesoro ed una rappresentanza diplomatica all'estero.

§ II. La bandiera federale è la tricolore italiana.

§ III. La Confederazione è rappresentata da un'autorità centrale, composta d'un Congresso legislativo e d'un Potere esecutivo permanente.

§ IV. Il Congresso legislativo è composto di due Camere; nell'una ogni Stato è ugualmente rappresentato; nell'altra la rappresentanza è proporzionale alla popolazione.

Le due Camere saranno elettive. L'elezione della prima apparterrà ai poteri costituiti di ciascuno Stato. Quella della seconda, ai popoli. A tal uopo l'Assemblea Costituente promulgherà una legge elettorale comune.

§ V. Il Potere esecutivo è composto di un Presidente responsale, con un Consiglio di Ministri similmente responsali. Il Presidente è nominato, a tempo, dal Congresso legislativo. I Ministri sono nominati dal Presidente.

§ VI. Appartiene al Congresso di proporre e deliberare sopra ogni materia d'interesse generale della Confederazione.

§ VII. S'appartiene pure al Congresso d'intervenire:

1. Nei casi di collisione fra uno Stato confederato e l'estero;

2. Nei casi di grave contesa fra Stato e Stato della Confederazione;

3. Nei casi di perturbamento nell'interno d'uno Stato, qualora ad impedire la guerra civile riescano insufficienti i poteri quivi costituiti;

4. Nei casi di violazione del Patto federale.

§ VIII. Non esisteranno dogane fra Stato e Stato. Il sistema comune doganale rispetto all'estero sarà fondato su principj di libero commercio, salvi gli opportuni temperamenti transitorj.

§ IX. Una legge provvederà all'istituzione d'un supremo tribunale federativo per giudicare:

1. Le controversie di diritto fra Stato e Stato;

2. Le controversie fra i singoli Stati e il Governo centrale federale.

§ X. La Confederazione riconosce come massime di gius-pubblico in tutti i suoi territorj:

1. Libertà di stampa;

2. Libertà individuale;

3. Massime guarentigie giudiciali: non giurisdizioni nè procedure eccezionali;

4. Libere istituzioni municipali;

5. Diritto di petizione individuale e collettivo;

6. Diritto di associazione;

7. Uguaglianza civile politica, non impedita da differenza di religione;

8. Libertà politica guarentita dalle forme rappresentative e dalle armi cittadine;

9. Responsalità ministeriale;

10. Svincolameto della proprietà fondiaria;

11. Promozione dell'educazione e beneficenza popolare;

12. Agevolamento della reciprocanza dei diritti politici;

13. Ammissibilità di ogni cittadino della Confederazione italiana a tutti gli uffici di qualunque Stato della medesima;

14. Promozione dell'uniformità in quelle istituzioni che importano relazione di diritto civile fra i cittadini de' varj Stati;

15. Abolizione della pena di morte in materia politica.

Disposizione transitoria.

L'Assemblea Costituente, innanzi di procedere alla discussione e compilazione del Patto, proclamerà solennemente l'esistenza della Confederazione italiana, e l'accettazione dei principj e delle norme qui sopra descritte. E oltre a ciò, proporrà e delibererà sui provvedimenti comuni richiesti dall'urgenza dei casi e dalla necessità della guerra italica.

Presidenti. Mamiani Terenzio. — Gioberti Vincenzo. Romeo Giovanni Andrea.

Vice-Presid. Perez Francesco. — Bonaparte Don Carlo. Leopardi Pietro.

Segretarj Gener. Freschi Francesco. — Borsani Giuseppe. Brignone Giovanni Edoardo.

AL RE CARLO ALBERTO il Congresso della Società Nazionale per la Confederazione Italiana.

Sire

La Provvidenza per nuove ed arcane vie affretta e matura la salvezza d'Italia. Un popolo forte e animoso combatte sul Danubio quel nemico medesimo che noi sul Po e sull'Adige abbiam combattuto. Ecco nelle mani di Jellacich rompesi quella spada che dovea solo ringuainarsi dopo avere le membra del guasto impero tornate alla soggezione degli oligarchi. Ma questi non meno abborriti in casa che fuori, affogan di nuovo nel proprio sangue, e Vienna è testimonia d'una seconda e più terribile vittoria del popolo. Oltre di che, per confusione profonda dei Barbari, e consolazione non pure nostra ma di tutte le genti e dell'umana giustizia, egli piacque lassù che cagione, principio e sostenimento del notabile fatto fosse una schiera di quegl'Italiani sfortunatissimi che l'Austria a colpi di verghe costrigne a guerreggiare la patria e puntellare la sua tirannide. Ma la voce dei lontani fratelli penetrò nel cuor loro, e sentirono e riconobbero che il servaggio Ungherese saria primo anello alle dure catene d'Italia.

In tal guisa, o Principe, la Provvidenza ripara con patenti prodigi gran parte dei danni che il peccato non vostro ma della sola fortuna rovesciò sopra alle armi italiane, e che il vostro petto magnanimo con fermo e sereno coraggio sostenne. Noi sappiamo, o Sire, che ferve nell'animo vostro un'impazienza eroica di prontamente giovarvi delle prospere congiunture, e voi solo (sia lode al vero) o pochi altri con voi non avete guari dubitato delle sorti d'Italia: sicchè, aspettando tuttora dal congresso di Brusselle patti e proferte di pace, mai non avete tolta la mano d'in sull'elsa della spada, e mai non vi esce della memoria l'impavido precessor vostro Emanuele Filiberto; il quale assalito e spinto fuor dello stato, e perduta ogni sua provincia, non disperò, ma riebbesi animoso, e vinse e ricuperòlle. A voi, pertanto, debbe accrescere se non valore ed intrepidezza, conforto almeno e compiacimento lo scorgere a chiari segni, come non solamente ne' popoli vostri ma in tutti gli altri della Penisola sorge ora la stessa impazienza di ripigliare le armi, e romper col ferro i nodi e i viluppi dell'astuta diplomazia. Il Congresso della Società Nazionale per la Confederazione Italiana, che parla a voi rispettosamente per la nostra bocca, ve ne rende ampia e sicura testimonianza; imperocchè, componendosi esso di cittadini qui accorsi e adunati da ogni provincia del Bel Paese, fanno credenza interissima del volere e sentire di quelle. Di giorno in giorno, anzi, a dir più vero, d'ora in ora aumenta e moltiplica il desiderio e la brama ansiosa d'un nuovo conflitto; e una profonda voce dell'anima fa a tutti pensare e conoscere, che l'oscitanza e gl'indugi tanto sono funesti alla Causa nostra, quanto giovano quella degli avversarj. Lode a Dio, o Principe, comincia ad avvampare nei petti italiani una generosa vergogna di aver preso sgomento grave d'un subitaneo disastro, quale arrecano per ordinario le guerre ostinate e non brevi. Eglino, già ricreduti delle troppo vive speranze riposte in altrui, tornano con magnanima risoluzione ad aver fede unicamente in sè stessi. Tal fede, o Sire, riuscirà cotanto più salda e incrollabile, quanto, non di mobil fortuna, ma sarà figliuola di costanza e virtù; e quanto sono moltiplicate le ingiurie e le ferocie dei Barbari; quanto lo sdegno trabocca ora più veemente e legittimo; quanto l'onore delle armi, la gloria del nome italiano, il sangue dei fratelli non vendicato, il frutto di amarissimi sacrifici non ancora raccolto, la necessità stessa dei mali presenti e la certezza ed enormità dei futuri, ci costringono oggimai a combattere con salutare e invincibile disperazione. Il Congresso della Società Nazionale offre e promette alla Maestà Vostra di concorrere alla santa impresa con tutti que' mezzi che le facoltà proprie non solo, ma l'ardore, l'efficacia, lo sforzo e l'ostinazione d'uno zelo operoso e incolpevole sono capaci di porre in atto. La stella che la Maestà Vostra aspettava tiene il mezzo del cielo: trenta secoli di civiltà le hanno preparato il cammino.

Qui, per l'ordine del tempo, intramettiamo l'opuscolo che venne in luce il 49 in Roma, e fu nell'anno medesimo ristampato dai fratelli Pagano in Genova, con Appendice e Documenti, e con una prefazioncella di mano dell'Autore. In questa nuova pubblicazione v'à di giunta alcun documento e parecchie note.

DUE LETTERE DI TERENZIO MAMIANI,

L'UNA A' SUOI ELETTORI,

L'ALTRA ALLA SANTITÀ DI PIO IX.

Le nuove accuse e persecuzioni dalle quali viene infestato e oltraggiato l'Autore di queste lettere, lo persuadono a ristamparle, e a meglio chiarirne il concetto con qualche nota e documento. E ciò, non perchè gli atti di sua corta vita politica valgano l'attenzione e considerazione del secolo, pienissimo di cose grandi; ma solo perchè coloro a cui giungesse voce di lui, de' suoi scritti e dell'altre opere sue, non disconoscano le intenzioni rette ed i fini egregi a cui sempre à mirato con integrità di mente e di animo. Egli non si dorrà mai di vivere oscuro, come comporta la sua mediocrità e insufficienza; ma non vuol tollerare che altri procacci di ucciderne per tempo il nome con la calunnia. Nè debb'esser lecito a coloro i quali ingrassano oggi delle sventure della Nazione, il mentire con impudenza, solo perchè spogliano l'avversario d'ogni facoltà di rispondere, e gli appuntano alla gola le bajonette forestiere. Lecito non debb'esser loro di accusare gli onesti senza giusto richiamo d'alcuno, e senza trovare chi li sbugiardi solennemente, e li disusi dal vezzo che van pigliando di attribuire il titolo di agitatori insidiosi dell'ordine[30] a gente la quale ogni cosa à procurato e tentato appunto per ricomporre l'ordine, far cessare le differenze, scansare gli eccessi. Il che a nessuno è più manifesto che ad essi medesimi detrattori, i quali nelle ultime rivolture d'Italia e di Roma, caduti in odio all'universale e però venuti in paura estrema di raccogliere alfine il merito loro, mai non finivano di ringraziare e lodare di moderazione, giustizia, bontà, modestia e ogni bene l'Autore di queste lettere. Del rimanente, egli stima che non dovrà correre moltissimo tempo perchè si veda chiaro ed aperto da qual sorta di cittadini si commetta opera veramente perturbatrice e sovvertitrice dello Stato: se da quella, cioè, che trascina oggi Pio IX sulle fallaci orme del suo predecessore; ovvero da quella che a mani giunte il pregava di compiere la ben cominciata impresa, separando al possibile le due potestà, e non avversando negl'Italiani il legittimo desiderio di costituirsi in pieno e sicuro essere di Nazione.