TERENZIO MAMIANI A' SUOI ELETTORI.
Le Camere sono dal presente Ministero state prorogate, o, a dir più giusto, disciolte; dappoichè invece loro vien convocata un'Assemblea generale, a cui si commette il pieno riordinamento delle pubbliche cose.[31] A me corre pertanto l'obbligazione, o concittadini elettori, di dichiararvi, almeno in compendio, come abbia io sostenuto il nobile ufficio che mi affidaste, eseguito il geloso vostro mandato, raccolte e interpretate le vostre opinioni, difese in ogni frangente le prerogative e i diritti che vi appartengono Ma innanzi ogni cosa, perchè a voi sia fattibile il giudicare equamente dei consigli e delle opere mie, pregovi di ricordare, che queste provincie romane vivono in condizione civile e politica affatto speciale e straordinaria, e si differenziano perciò da tutte le altre del mondo. A noi popoli dello Stato Ecclesiastico, il conseguire od il conservare quegli istituti liberali di cui l'Europa e le Americhe godono oggimai con saldo possesso, è impresa non pure assai malagevole e travagliosa, ma non mai compita e non mai sicura dell'avvenire. Ciò accade principalmente perchè altrove, presupposta la generalità e maturità di certe opinioni, le libertà pubbliche sono conquistate e fermate per sempre, mediante la mutazione d'alcuni fatti, e abbattendo l'armi prezzolate e l'altre materiali difese che il dispotismo si tiene intorno. Ma contro di noi, sta tutto intero un sistema antichissimo di dottrine e d'interessi, il quale si vuol far parere da molti una seconda religione, ed un tessuto mirabile non di pensieri e credenze assai controverse, ma di dogmi assoluti e intangibili. E, per esempio, è dogma assoluto ed irrepugnabile per cotestoro, che la sovranità temporale dei Papi abbia origine miracolosa, e proceda dai più alti e profondi decreti della Provvidenza, la qual vuole con essa difendere e tutelare la Chiesa, e accrescerle autorità e splendore. Perciò, in quel mentre che in qualunque contrada civile cessa ai dì nostri di venir confessato e creduto il diritto divino dei principi, la potestà temporale dei Papi ne rimane necessariamente e perpetuamente investita. Perciò pure, ogni libertà e franchigia costituzionale che godano o sien per godere i popoli dello Stato Romano, non muove da alcun diritto naturale in essi riconosciuto, ma è dono e largimento spontaneo e revocabile del principe, il quale in sostanza permane mai sempre arbitro supremo e signore assoluto del tutto. Un altro dogma da cotestoro professato si è, che alla sovranità temporale dei Papi conviene una ragione di stato ed una politica diversissima da quella di ogni altro monarca. Nel vero, i Papi, ricordevoli delle prove guerresche riuscite loro quasi sempre infelicemente, non muovono l'armi al dì d'oggi contro a nessuno, non si stringono in leghe, non entrano a parte di alcuna impresa generosa o di terra o di mare, e serban sè stessi in una perpetua neutralità ed immobilità; laonde avviene che gli Stati della Chiesa si separano affatto dalla sorte degli altri regni e non appartengono propriamente ad alcuna nazione, ma tutte le genti invece si debbono accordare a rispettarli e a difenderli; e dove non succeda l'accordo, essi vanno in fascio senza rimedio; e dove succeda, rimangono alla discrezione di chi li ajuta. E però, conviensi porre gran cura che vicino a loro non sorga alcun potentato così poderoso ed armigero da tenerli in sospetto e timore continuo di dipendenza; considerato che alle loro popolazioni tocca di rimanere perpetuamente inermi ed imbelli, e le provincie sono aperte ed apparecchiate ad ogni invasione. Forse l'Italia spartita in più regni e incapace di farsi nazione giova all'indipendenza degli Stati Ecclesiastici; come lor giova assaissimo che i principi più formidabili sieno disposti a proteggerli, in contraccambio del gran sostegno che l'autorità regia e assoluta riceve ora dal papato. Del rimanente, sentenzian costoro, il dominio temporale dei Papi à da natura e per debito d'informarsi tutto quanto della potestà spirituale, ed intendere in ogni cosa a favorire e servire la Chiesa, ed essere il suo braccio e il suo scudo. Perlochè quei fatti e quelle opinioni che la Chiesa censura e altrove non può colla forza impedire, ben li dee impedire con la forza nel proprio Stato; e similmente, quei precetti spirituali che altrove legano e stringono le sole coscienze, la Chiesa nel proprio Stato fa ubbidire e osservare con tutti i mezzi prepotenti di cui il principe si vale e dispone. Laonde v'à certe libertà sostanziali e che dell'altre son fondamento, come, exempligrazia, quella dello stampare e del divulgare, e quella del non soffrire costringimento nella scelta nè nella professione del culto, ambedue le quali in Roma non possono entrare; ed anzi vi sono dannate ed abbominate, e l'encicliche pontificie ne scrivono ogni maggior male e chiamanle detestande. Del pari, di quelle altre franchigie civili e politiche, e di quelle istituzioni popolaresche che dovunque ora vanno sorgendo e convalidandosi, una porzione molto scarsa e in rigido modo temperata ed attenuata può accettarsi da Roma; alla quale veramente, per la libertà pienissima della Chiesa, occorre una libertà pienissima di comando. In fine, per questa ragione medesima della lega e contemperanza dello spirituale col temporale, ogni moto politico il quale intendesse a mutare le forme ministrative e a sottoporre il principato a leggi e ordini ristrettivi, à negli Stati della Chiesa nome e valore di sacrilegio, e sacrileghi ne sono tutti gli autori, e sul capo loro balenano minacciose le folgori del Vaticano.
Tale è il sistema e tali gli adagi e le massime che sino a jer l'altro (può dirsi) ànno governato la sovranità temporale dei Papi; la quale, segnatamente negli ultimi tempi, quanto più scorgeva sè stessa debole e minima a rispetto dei gran potentati, e sentivasi combattuta e scossa nell'interno suo seno da incessanti macchinazioni e congiure, tanto più si opponeva con ira profonda allo spirito di libertà, ed all'apparenza perfino delle liberali istituzioni.
Ora, i popoli sempre facili a sperar bene e il passato dimenticare, credettero (voi vel ricordale, o concittadini) che tutto ciò dovesse mutarsi all'assunzione di Pio IX. E certo egli accadeva così, dove avesser potuto bastare all'impresa la bontà specchiata, le intenzioni purissime, la infinita soavità e mitezza di quella bell'anima; e d'altra parte, fosse stato presente agli spiriti più caldi e animosi, come non si spianta in un giorno solo quello che i secoli ànno radicato, e come l'impeto e la violenza non ajutano a consumare le cose le quali si reggono nella fede.
Ma lasciando ciò stare, certissimo è, che i nuovi e risoluti pensieri dei nostri popoli doveano presto venire in lite con quel sistema di cui ho discorso, e i cui settatori nè per le mutazioni sopravvenute in tutta Europa, nè per le riforme di già compite, nè per lo Statuto medesimo promulgato, erano tanto o quanto disposti a modificare le lor viete dottrine, e sopprimere una sola di loro ambigue giurisdizioni. Voi ben sapete che il primo patente conflitto scoppiò al pubblicarsi dell'allocuzione pontificale del 29 di Aprile, in cui venia riprovata e interdetta la guerra vivissima che le truppe nostre e il fiore de' nostri giovani, mescolati con Subalpini e Toscani, combattevano di là dal Po contro gli stranieri, a fine di riscattare l'Italia e in essere di nazione rivendicarla. I Romani, che tra le file de' Volontarii annoveravano chi il figliuolo, chi il padre, ognuno un parente o un amico, fieramente se ne sdegnarono. La città turbata e sconvolta diè di piglio alle armi, s'impossessò del Castello, mise guardie a tutte le porte, ad ogni crocicchio; proruppe in minacce di morte contro ai prelati che s'imputavano di avere mal consigliato il Pontefice, e sulle piazze e per tutto parlavasi aperto di dare al governo altra forma e altro capo.
Allora fu, come vi è noto, che la Santità Sua si degnò di chiamarmi, e dopo seguito un lungo colloquio in presenza dei cardinali Altieri e Antonelli, mi diè quella il carico di comporre un Ministero tutto di laici, e dal quale fossero per concessione nuova trattati eziandio gli affari esterni secolari. Io, quantunque conoscessi assai nettamente che il conflitto era per rinnovarsi infinite altre volte, e nessuna vittoria formale essersi guadagnata sulle pretensioni e le massime del sistema sopradescritto; pure, volendo la fortuna che il nome mio avesse in quei giorni arbitrio di racquetare la città e ricomporre l'ordine pubblico, e considerando la gran ruina che cagionava l'abbandonarsi affatto da noi Romani la guerra dell'Indipendenza, accettai la datami commissione; e mercè della cortesia ed annegazione degli onorevoli miei colleghi, venne il dì dopo costituito il nuovo governo, e la città e le provincie quasi per incantesimo ricondotte all'usuale tranquillità. Fu in sulle prime nostra gran cura, non potendo mettere in atto se non la minima parte delle riforme ed innovazioni che i tempi chiedevano, di significare almeno e dichiarare in faccia all'Italia ed al mondo cattolico, qual modo noi credevamo più razionale insieme e più pratico per conciliare le differenze, mettere in buon accordo lo spirito dell'autorità assoluta e quello della libertà, convertire tutte le forze dello Stato al fine massimo e santo dell'Indipendenza nazionale, e cavare dalle condizioni speciali di Roma e della civiltà sua un principio eterno ed universale d'inconcussa moralità e di vero sociale perfezionamento: conciossiachè io scorgeva assai manifesto, che alle tante ed inopinate rivolture d'Europa mancava la fede profonda nel bene e nella giustizia, il concetto chiaro degli uffici e delle virtù cittadine, e il sentimento vivo, operoso ed assiduo del dovere.
Le quali tutte cose noi pronunziammo in uno scritto che, il 9 giugno del 1848, aprendosi per la prima volta i Consigli deliberanti, leggemmo pubblicamente dalla tribuna, e fu domandato il programma del Ministero. In esso proposesi quella sola ed unica forma di concordia e armonia sincera e durevole fra la libertà e il papato, la qual consisteva principalmente a distinguere e separare al possibile nella persona medesima il regno spirituale dal temporale; e che il primo si esercitasse dal Pontefice immediatamente con ogni pienezza di autorità, l'altro fosse delegato in massima parte e lasciato all'arbitrio delle due Camere, e dell'opinione più generale e più savia. Il perchè, «se il governo rappresentativo (diceva il Programma) non esistesse in niun luogo, inventar dovrebbesi per queste Romane Provincie.» Dalla quale separazione leale e profonda sarebbersi in ultimo originati quei due gran beni che il mondo moderno desidera e spera di effettuare; cioè a dire, che la religione s'adusi a vivere in mezzo alla libertà, e che questa si purghi, s'infiammi e nobiliti nella religione. In tal guisa poteva da Roma procedere un influsso nuovo e universale di civiltà, e noi Italiani ripigliare qualche insigne porzione della preminenza antica. Essendochè «non sempre (affermava quel nostro scritto) la grandezza dei popoli è da misurare dall'ampiezza del territorio e dalla potenza delle armi. Imperocchè ogni vera e salda grandezza scaturisce dall'intelletto e dall'animo. Epperò, in questa nè molto ampia nè formidabile provincia italiana, noi tuttavolta siamo chiamati a grandissime cose.(A)[32]
Ma tutto ciò non fu che un voto, e una professione accademica di principj: nel fatto, il Ministero che da me prese il nome, sostenne dai partigiani del vecchio sistema tal guerra e così contumace e furiosa, da rendere vano ogni accordo e impossibile ogni transazione. E perchè v'abbiate, o concittadini, un saggio della tenacità e ignoranza con cui le intenzioni nostre e i disegni e le opere si combattevano e denigravano, vi basti di sapere quello che dissero e fecero contro una delle più pure e sante e insieme delle più civili e lodevoli istituzioni da noi proposte, io vo' parlare del Ministero della pubblica beneficenza. Qual cosa, in nome di Dio, era più conveniente a un Pontefice, che dare al mondo l'esempio di reputare la pubblica beneficenza e l'educazione del popol minuto una materia sì degna e pia e sì grave e sollecitosa, da doversi raccogliere in un ministero speciale e a quella sola materia applicato? Massimamente che, nella nostra proposta di legge, gli ordinamenti, i metodi e le pertinenze date a quel ministero mostravano con quanta saviezza (sia lecito dirlo) erano scansati i due scogli in cui rompe il presente secolo; di accettare, cioè, come praticabili e vere mille funeste utopie; o, per lo contrario, di non degnare neppur di uno sguardo quelle quistioni che versano peculiarmente sulla condizione e la sorte delle classi più disagiate, quasi bastasse per attutire e sopprimere i fatti il non tenerne conto e il non ragionarne. Ma gli avversarj nostri ci accusavano al Principe di favorire e promuovere il socialismo, e che era mio pensiero ripetere in Roma le prove sfortunatamente fatte dal Blanc in Parigi.(B)
Con tutto ciò, io non mancava, o concittadini, nè alcuno de' miei colleghi, di sostenere la lotta animosamente, e di proporre in Parlamento profittevoli leggi, seguendo una ragione di stato schietta, generosa e manifestamente amica d'ogni legale progresso. Avanzarsi all'acquisto di più larghe franchigie, svolgendo e applicando le già conseguite, e avvezzando i popoli all'osservanza scrupolosa della legge e del dritto. Iniziare la vita politica vera, sì con l'esercizio intero e comune delle libertà municipali, e sì faticando all'educazione delle povere plebi, e attraendole col benefizio e con l'istruzione inverso i nuovi istituti. Comprimere le sètte, fomentar la concordia, in nulla cosa operare come fazione, ma sempre e in tutto come tutela comune e imparziale. La diplomazia, franca, leale e severissima osservatrice dei patti; come fu mostrato nella capitolazione di Vicenza e Treviso, contro il volere di molti, e il fatto e le suggestioni d'altra Provincia italiana. Primo d'ogni mezzo governativo, la moralità e l'esempio. Suprema cura, l'Indipendenza nazionale e ajutare l'armi di Carlo Alberto senza gelosia e secondi fini, con fede e disinteresse di buoni italiani.(C) A queste mire salutevoli ed alte io volgea la mente e l'azione, allorquando sopraggiunse il gran disastro di Custoza. Il quale richiedendo partiti forti e ricisi, furono dal Ministero risolute alcune proposte di legge da recarsi ai Consigli, vigorose, efficaci ed ai casi proporzionale. Ma dal Principe non vennero consentite. Perlochè apparendo chiaro a me ed ai miei colleghi di non potere più oltre servire lo Stato senza diservire l'Italia, uscimmo dal Governo, e commettemmo quel dì medesimo ad alcuni amici e fautori di recare invece nostra quelle proposte dinanzi alle Camere. Così ebbe fine il Ministero dei 2 di maggio, al quale insino all'ultimo durò ostinato e fedele il favor popolare. Tornato io ai semplici uffici di deputato, credo che non vi siano cadute della memoria parecchie provvisioni da me suggerite e discusse nel Parlamento, e da esso accettate, con sempre un fine medesimo, il quale era di por mano dal lato nostro a tutti i mezzi operabili e a tutti gli spedienti arditi ed insoliti per ristorare la fortuna delle armi italiane Io fo conto che tra voi, cittadini, non sia nessuna di quell'anime fredde e accidiose cui parve allora cosa ridevole che, per virtù d'una mia proposta, le Camere e il Ministero invitassero le moltitudini a crescere e raddensare le file de' nostri soldati, e a combattere tutti alla disperata e per ogni dove contro gli Austriaci. Ma che io non proponessi e le Camere non approvassero alcun concetto vano e fantastico, ben lo provarono i Bolognesi, che soli, inermi e disordinati, cacciarono pur nondimeno dalle porte loro molte migliaja di Tedeschi agguerriti, e per fresca vittoria orgogliosi e feroci. Dal qual fatto è lecito di trarre misura di quello che l'ardore de' nostri popoli avrebbe adempiuto se ajutavali prontamente e gagliardamente il Governo.
Ma i nostri avversarj avevano fermo in cuore di non dare alcun esito alle deliberazioni del Parlamento; il quale, perchè non mai desisteva dal suo proposito e sempre ragionava d'Italia, d'indipendenza e di guerra santa, venne alfine prorogato. Io non mi spiccherò punto dal mio subbietto per raccontarvi come tornato, o compaesani, in mezzo di voi, e fatto pensiero di ripigliare gli antichi studj, mi giungesse invito di recarmi in Torino per assistere di persona a un congresso promovitore della Confederazione Italiana; e come ciò parendomi cosa di gran momento e promettitrice di sommo bene alla patria nostra, io reputassi di dovermi subito metter in via, e sostenere nuovo disagio e fatica.
A voi debbo unicamente e insino alla fine dar conto esatto del vostro mandato. E però vi dico, che giacendo io infermo in Genova di non leggier malattia, pervennemi notizia, che in una grave e sconcia sommossa accaduta in Roma il dì 16 di novembre, s'erano al Santo Padre proposti dal popolo alcuni nomi per un Ministero nuovo, e che il mio era in capo di lista. Colpito dalla singolarità del caso più che da altro pensiero, mossi affrettatamente da Genova, e per via fummi recapitata la lettera in cui, per dispaccio dell'Eminentissimo Segretario di Stato, io veniva dal Papa chiamato a reggere il ministero delle corrispondenze esteriori. Similmente, m'istruivano le gazzette, che i desiderj del popolo non erano andati più oltre di quel Programma che io leggeva già in Parlamento; e solo, facevasi domanda calorosa e formale di vederlo eseguito con lealtà e per l'appunto. D'altra parte, osservando io che nella lista proposta dal popolo il Principe avea cancellato alcun nome e supplito con altri in essa non designati, e che similmente in luogo dell'Abbate Rosmini non accettante avea posto il Decano di Rota Monsignor Muzzarelli, mi recavo a credere che Sua Beatitudine volesse con tali mutazioni mostrare, non avere in ultimo nella formazione del Ministero preso consiglio da altri che da sè stesso. Ma giunto in Roma (il che fu otto dì incirca dopo i tristi casi del 15 e 16), mi avvidi subitamente, che niuna cosa era concordata e accettata, quantunque molte apparenze il contrario annunziassero; e però, non volendo io tornare con eziandio peggior condizioni al conflitto e travaglio del primo mio ministero, mi risolveva del tutto a non consentire all'offerta; quando il 25 a mattina, Roma fu piena della subitanea e soppiatta partenza del Papa. Allora, considerando il pericolo grave in che rimanea lo Stato di non avere chi lo reggesse, e di nuocere notabilmente al successo della Causa Italiana; e considerando più ancora, che il Papa, in luogo d'ogni ordinamento e d'ogni disposizione acconcia al bisogno, erasi ristretto, partendo, a raccomandare al Ministro Galletti e a tutti gli altri Ministri l'ordine e la quiete della città, secondo che vedesi scritto nella lettera autografa al signor Marchese Sacchetti; a me parve quasi atto di pusillanimità il persistere nel rifiuto, e quel dì medesimo entrai al governo.
Non però ch'io non presentissi la guerra che d'ambo i lati avrei sostenuta, e il difetto pressochè intero di autorità e di forza per superarla; il che mi piacque più d'una volta di esprimere e dichiarare dalla tribuna, e giunsi perfino ad assomigliare quella trista vita ministeriale ad un'agonia:[33] ondechè, lasciando a ciascuno l'arbitrio di giudicarne a suo modo, a me la coscienza testimonia e confessa, che quell'entrare al governo fu dal mio lato un penoso atto di annegazione. Gli ultimi nodi di amore e fiducia tra il popolo e il principe erano spezzati; niun dubitava che a Gaeta i partigiani del vecchio sistema avrebber tenute ambo le chiavi del cuore di Pio IX, e sbanditone a poco a poco i pensieri più miti e più al secolo confacenti. La fuga di Lui dava principio ad un gagliardo e vasto macchinamento di repulse, di proteste, di monitorj, da quei partigiani apparecchiato, e intorno al quale travaglierebbersi con tanta maggior passione, quanto le umiliazioni in Roma sofferte erano state più numerose e pungenti. Scomparso il Pontefice, lo Stato, speravano essi, traboccherebbe nell'anarchia: quindi la stanchezza e lo sdegno dei popoli; quindi un piano e naturale ritorno all'antica dominazione, senza bisogno d'armi straniere; a peggio andare, quelle armi chiamate e sollecitate verrebbero. D'altra parte, accanto a questi errori e perfidie della corte di Gaeta, crescevano in Roma le smoderanze dei democratici; a molti dei quali la sommossa del dì 16, ch'elli chiamavano rivoluzione, pareva non aver recato frutto nessuno; e, secondo l'usato, accusavano il Ministero di timidezza e d'ignavia: attesochè, a giudicio loro, il sol fatto da farsi era proclamar la repubblica; il rimanente valea come nulla. Le altre Provincie Italiane non si attentavano ancora di giudicare; ma la diplomazia europea s'inveleniva contro di noi ogni giorno più. E per vero, un Pontefice stato non molto tempo innanzi il Dio degli Italiani; chiamato da essi tutti Salvatore e Liberatore; creduto un vivente miracolo della Provvidenza, e levato al cielo con lodi tanto superlative, che mai sulle bocche degli uomini non suonarono le maggiori, doveva a forza destare in Europa gran compassione della mutata fortuna, correndo voce per tutto, ch'Egli era costretto a riparare e salvare in terra non sua non pure la maestà del pontificato, ma la persona propria e la vita. S'aggiungeva a questo l'interesse per ciascun potentato di non dispiacere alle sue provincie cattoliche; poi la voglia d'ingerirsi nei fatti nostri, e tirarli ognuno al suo pro. Forse a tali ragioni accompagnavasi un'altra migliore e di più rilievo. Chi regge gli Stati sente più al vivo il bisogno di fondarli in cosa ferma e inconcussa; e tanto esso desidera di conservare e di ristaurare, quanto il popolo, impaziente e voltabile, di demolire e mutare. Meraviglia non è, pertanto, se negli uomini d'alto affare, sgomentati dall'accumularsi rapidissimo di tante rovine, è subito nata una grande sollecitudine per le potestà e prerogative temporali del Pontefice; giudicando che solo dalla religione possa oggimai rampollare alcun principio di autorità, e alcuna virtù permanente, capace di architettare più tardi e ricostruire sul sodo l'ordine intero sociale. E perchè poi non si avvedono come la religione stessa, immobile nella sostanza e nelle forme mutabile, dee con le nuove condizioni civili o innovarsi o scadere, tutta la prudenza loro a rispetto di ciò consiste a voler serbare intatto e inviolato (se fia possibile) ogni muro e ogni pietra della fabbrica antica, e mostrarsene zelatori poco opportuni e poco creduti.
Posta, dunque, tal natura di casi e tale singolarità di opinioni, agevolmente se ne cavava ciò che il Governo dovea volere e tentare. Alla crescente discrepanza degli estremi partiti conveniva procacciare un termine molto sollecito, affine ch'ella non trascorresse tant'oltre da giungere tardo qualunque rimedio. All'incertezze e agli arrischiamenti di quel viver politico, ed alle speranze perverse che fondavano gli avversarj sugl'intestini sconvolgimenti, doveasi opporre una gran cura dell'ordine e quiete pubblica, e l'unione e consenso massimo tra tutti i magistrati e rettori. Alle accuse maligne e alle nemiche intenzioni della diplomazia facea mestieri rispondere con la ragione patente del dritto, e con l'osservanza continua e gelosa della legalità, e serbando scrupoloso rispetto e favore alle cose singolarmente di religione e di culto. Infine, ogni altra diligenza e fatica era d'uopo voltare alle armi, ed apparecchiar gli ajuti alla guerra non evitabile e già soprastante. Tutto ciò per appunto facemmo, od almeno iniziammo e tentammo io e gli ottimi miei colleghi; e tanto parve opportuno e assennato questo operare all'universale, che le Camere, il Municipio ed ogni ordine di cittadini con noi s'accostò e si strinse; nè mai s'è veduto concordia tale in congiunture tanto strane e pericolose; e nulla valse a spezzarla finchè stettero quelle massime, e il Governo lor tenne fede.(D)
Ben vi è nota, o concittadini, la prima protesta di Pio IX, data in Gaeta il 27 di Novembre e giunta in Roma il 3 del seguente mese. Da lei era invalidata qualunque cosa pigliava radice dai fatti tumultuosi del 16 di Novembre; e a dare poi un capo al Governo, rimasto tronco e spartito, chiamavansi a reggerlo sette persone, di cui sole quattro stanziavano in Roma, e di queste una sola non si occultò. Io ed i miei colleghi, appena fummo sicuri che il Santo Padre infirmava ed aboliva l'autorità nostra, subito rassegnammo per lettera gli uffici ministeriali al Pontefice, e da questo lato ogni difficoltà era rimossa. Ma durava l'altra infinitamente maggiore della Commissione nuova governativa, la quale non adunatasi mai, e mantenendosi inoperante e invisibile, avea più forma di sogno che di realtà; tenea nascosto il mandato e gli altri carichi ricevuti, nè in verun modo eseguivali; non parlava, non iscriveva, e interrogata e pregata non rispondeva. Così la città, così le provincie senza governo alcuno si rimanevano. Il che non potendo stare, massime in tempi straordinarj e scomposti, le Camere affrettaronsi a provvedere in buon accordo col Ministero; e questo continuò in via temporanea a reggere la cosa pubblica; quelle decretarono che una deputazione di ottimi cittadini scelti ne' due Consigli fosse mandata al Pontefice, e l'istruisse della condizione vera della città. — La protesta di lui non avere fatto ricredere alcuno, e invece avere inaspriti gli animi e dato ansa agli esagerati: volesse tentare le vie di conciliazione, restituirsi alla sua metropoli, o scegliere alcuna città dello Stato ben accomodata all'uopo. Ciò non volendo, creasse almeno una Giunta di Governo effettiva e non apparente, e le cui facoltà bastassero a farle tenere il luogo del Principe, giusta i diritti e gli usi costituzionali. Non potersi ai due Consigli addirizzare rimprovero alcuno fondato e legittimo. Se le forme costituzionali valevano, le Camere dovere accettare que' Ministri che presentavansi loro con lettera di nomina sottoscritta dal Cardinale Segretario di Stato; ma se il Pontefice avea ceduto alla forza ed all'apprensione del peggio, questa medesima apprensione occupare l'animo dei due Consigli, e scusare gli atti di adesione con cui si evitavano mali ed esorbitanze molto maggiori. L'Europa intera e la più parte de' suoi Monarchi non essere stati esenti da simili coazioni, ed anzi da assai più fiere e più sanguinose.
Ai deputati delle Camere, il Municipio romano volle aggiungere i suoi, l'un de' quali fu il senatore stesso Tommaso Corsini. Ma e questo e gli altri tutti ebbero impedito l'accesso al principe, non per qualche accidente o per arbitrio di subalterni, ma per comando espresso di Pio IX, significato da lettera del Cardinale Antonelli, nuovo segretario di stato. Fu nel parlamento allora vinto il partito, che si elegessero commissarj i quali, congiunti col Ministero, pensassero a proporre alcuna provvisione e risoluzione proporzionata alla gravità e straordinarietà degli avvenimenti. Io posso affermarvi, o concittadini, che da noi ministri e dagli eletti del Parlamento fu, non ostante la cortezza del tempo, ricercato ogni modo di accomodamento, e fatto fare appresso il Pontefice gli ultimi uffici e l'ultime supplicazioni. Alfine, convenimmo nella determinazione di proporre ai Consigli la creazione di una temporanea Giunta di Stato, le cui ragioni, la cui necessità e le cui pertinenze io non mi confido di farvi conoscere con brevità e chiarezza maggiore di quella che appare nel testo medesimo del decreto da noi promosso nelle Camere, e il quale io trascrivo qui tutto intero, perchè confèssovi di averlo per un dettato non indegno della prudenza civile degli Italiani.
«Governo Pontificio — Considerando che gli Stati Romani si reggono a governo rappresentativo, e godono dei diritti e delle guarentigie di uno Statuto costituzionale.
Che lo Statuto ha per fondamento la distinzione e insieme la connessione di tre poteri, e che ove uno di essi faccia difetto, il reggimento costituzionale è manco e non può adempire i suoi fini.
Che nella notte del 24 Novembre scorso, il Pontefice si è allontanato da Roma, e non à lasciato alcuno a tenere le sue veci.
Che il foglio dato in Gaeta il 27 Novembre, in cui si nomina una Commissione governativa, manca delle debite forme costituzionali, le quali servono anche a guarentire l'inviolabilità del Principe.
Che la Commissione governativa nel sopradetto foglio nominata, non à palesata la sua accettazione, e in niun modo e per niuna parte à esercitate le sue funzioni, e neppure si è costituita di fatto.
Che i due Consigli deliberanti, d'accordo col Ministero e col Municipio, ànno procacciato di riparare a tanta perturbazione col mandare messaggi al Principe, chiedendogli istantemente di tornare a reggere la cosa pubblica.
Che i messaggi stessi non solo non furono ammessi nello Stato Napoletano, ma invano adoperarono pratiche per essere dal Principe accolti, e che altre pratiche più recenti, e altri uffici compiti appresso di Lui sono riusciti affatto frustranei.
Che dimorando Egli in terra non sua, ove si vieta l'ingresso per ordine superiore a qualsiasi deputazione a Lui indirizzata, e togliendosi così ai deputati un diritto espresso nello Statuto fondamentale, rimane incerto se egli sia in grado di godere della piena libertà e spontaneità delle sue azioni, e giovarsi d'imparziali e benevoli consigli.
Nè potendo qualunque Stato o città rimanere senza compiuto governo, e le proprietà e i diritti de' cittadini senza tutela:
Dovendosi per ogni guisa e con ogni spediente rimovere l'imminente pericolo dell'anarchia e di civili discordie, e mantenere l'ordine pubblico:
Dovendosi conservare intatto lo Statuto fondamentale, il principato e i suoi diritti costituzionali:
I due Consigli deliberanti, consci dei loro doveri, e obbedendo eziandio all'assoluta necessità di provvedere in guisa alcuna regolare all'urgenza estrema dei casi, con atto deliberato da ciascuno di essi in seno del proprio Consiglio,
Decretano
1. È costituita una provvisoria e suprema Giunta di Stato.
2. Ella è composta di tre persone scelte fuori del Consiglio dei deputati, nominata a maggioranza assoluta di schede dal Consiglio dei deputati stessi, approvata dall'Alto Consiglio.
3. La Giunta, a nome del Principe ed a maggioranza di suffragi, eserciterà tutti gli uffici pertinenti al Capo del potere esecutivo nei termini dello Statuto, e secondo le norme e i principj del diritto costituzionale.
4. La Giunta cesserà immediatamente le sue funzioni al ritorno del Pontefice, o qualora esso deputi con atto vestito della piena legalità persona a tener le sue veci, ed adempierne gli uffici, e questa assuma di fatto l'esercizio di dette funzioni.»
Ora, di codesto decreto, Pio IX à lasciato scrivere al suo segretario di stato Cardinale Antonelli, essere un'enormità, e la protesta delli 17 di Dicembre lo dichiara e lo pubblica un attentato sacrilego. D'altra parte, i liberali di larga cintola l'hanno chiamata un'occupazione temeraria, e un'usurpazione violenta dei diritti del popolo. Non farò risposta nessuna all'accusa della Protesta, ove scorgesi un abuso grave e patente della parola sacrilegio, e rinnovasi quella perpetua e funestissima confusione dello spirituale col temporale. A riscontro della seconda censura, dirò breve quel che bisogna. In tutto ciò che il Ministero, e con esso i Consigli deliberanti vennero ponendo in atto dalli 17 di Novembre al giorno che altri impresero di governare, che fu il 23 di Dicembre, ciascuno riconoscerà issofatto la pienezza del giure e la legalità perfettissima, qualora gli risovvenga che negli estremi frangenti sorge e prevale una legalità e un diritto superiore a tutti gli altri, e il qual domandiamo necessità sociale e politica. Non può il consorzio umano disgregarsi e disciogliersi mai, nè cessare un attimo solo di correre ai fini santissimi pei quali è costituito. Di quindi nasce che sempre nei popoli è necessario un governo capace di tutelare assai competentemente le proprietà e le persone, e indurre obbedienza alle fondamentali leggi divine ed umane. Ogni volta, pertanto, che i casi portano la cessazione in fatto d'un governo legale e che altro governo legale e attuale non gli succede, a qualunque magistrato quivi presente e il quale per ordine di gerarchia è primario, tocca il debito e viene il diritto d'instaurare l'autorità e reggere lo Stato finchè altrimenti non si provveda. Il suo mandato, più che dagli uomini, procede da Dio; e la potestà di lui, non che regolare e legittima, è sacra e divinamente provida. Ma questa sua direm naturale dittatura, come dalla necessità deriva, così prende da lei confine e misura esatta: il perchè le costituzioni, le leggi e i diritti attuali di ognuno per ogni parte son rispettati e osservati, o tanto solo s'immutano quanto lo impone la urgenza dei casi, vera, estrema e in guisa alcuna non simulata. Or chi chiama tutto ciò occupazione dei diritti del popolo, non considera che per usare dei suoi diritti, fa innanzi mestieri al popolo di esser salvato, salvandosi la società civile e politica; e chi vuole che in siffatte emergenze abbia voce ed imperio non altri che tutto il corpo dei cittadini, sembra dimenticare che non può tutto il corpo dei cittadini unirsi e deliberare ordinatamente, e secondo ragione e giustizia, se a ciò non à provveduto o una legge anteriore divenuta comune usanza, o un governo temporaneo di già formato e insediato; essendo che manca agli uomini la virtù istintiva dell'api di congregarsi e in comune operare quel che bisogna con puntualità e concordia maravigliosa e immutabile.
Insomma, così il Ministero come il Parlamento fu savio e operò legalmente; e ambedue iniziavano un metodo tale di difesa e di resistenza, e una tal forma di reggimento, che povero è del giudicio chi non ne scorge i larghissimi effetti, e il fine raggiunto con quiete e con sicurezza non isperata.
Ma, secondo che io notava più sopra, non potevano questi accorgimenti e queste arti di civile prudenza permaner molto saldi e operare con efficacia. Il Ministero, quantunque non partecipe delle sommosse e delle violenze, pareva da esse procedere; e il titolo di democratico che gli fu apposto, quanto poco chiaramente definiva quel che voleasi ch'egli fosse, tanto più faceva aspettare da lui cose straordinarie e ben consonanti coi desideri degli esaltati. Nè la immoderanza di questi poteva essere temperata dal Ministero con alcun'altra forza morale; poichè le opinioni appresso di noi non sono avvezze ancora a pigliare animo e farsi valere, sostenendo ciascuna con energia le pubbliche controversie, e ordinando intorno al proprio vessillo le schiere de' suoi seguaci. Così avveniva che accanto agli esaltati nessuno parlasse e contraddicesse; ed elli soli tenevano il campo con tanta maggiore sicurezza e maggiore arbitrio, in quanto lo Stato, così pel mutare continuo dei Ministeri e l'incertezza d'ogni cosa, come per l'odio alle leggi antiche e il difetto di nuove e migliori, avea rallentato più che mai tutti i nodi ministrativi e infiacchita oltremisura l'autorità. L'ignoranza de' negozj politici era piena ed universale; inveterato l'abito delle sètte e delle cospirazioni; poche le armi e indisciplinate; profondo e furioso l'odio contro la Casta prelatizia. Al che tutto si aggiungeva la ferma determinazione mia e de' miei colleghi di non trapassare in nulla i confini della stretta giustizia e delle pubbliche libertà, e di non accettare per uscire di quelli il pretesto specioso della salute del popolo. «Tolga Iddio (proferiva io dalla ringhiera del Parlamento il dì 21 di Decembre) che noi, i quali in tutta la vita nostra abbiam travagliato e sudato per vedere alfine spuntar sull'Italia il sole della libertà, noi che nell'esilio profondamente odiammo e abborrimmo le disposizioni violente e tiranniche di cui si giovavano le polizie de' nostri governi dispotici, veniamo ad imitare oggi que' miseri, que' colpevoli procedimenti. Per conseguente, senza lo scudo della legge, no, questo Ministero anche ne' suoi estremi momenti mai non vorrà supplir coll'arbitrio al diritto, mai non farà pensiero nè atto, per quali che siano salutari compensi, contrario agli eterni principj di libertà che ha scolpiti nel cuore.»
Il fatto sta, che in quei giorni medesimi in cui il Ministero, di buon concerto colle Camere, riparava alle più triste e pericolose occorrenze con senno e gagliardia insieme, una voce uscita da alcuni circoli popolari acclamò la Costituente Romana. Quella voce, ripetuta nelle Provincie dagli altri circoli, crebbe tanto di suono, che parve e fu giudicata un comando espresso ed universale del popolo. La Giunta suprema di Stato confermò quel comando, e il Ministero nuovo da lei creato ne fece proposta formale al Consiglio dei deputati; e perchè mostravansi questi renitenti e mal soddisfatti, l'uno e l'altro Consiglio fu in apparenza prorogato, in sostanza disciolto.
A voi non è ignoto, o concittadini, ch'io nel nuovo Ministero non volli aver parte, sì per mie private ragioni, e sì per gran dubbio che la Costituente Romana tentando forme nuove politiche, non crescesse oltre modo i pericoli dello Stato e la divisione degli animi, e maggiormente non implicasse le faccende italiane in quel mentre che il ricominciare la guerra sembrava imminente ed inevitabile. Oltre di che, io sempre avea proceduto in accordo col Parlamento, e la mia ragione di stato era similmente la sua; da lui gli applausi, da lui i suffragi, da lui conseguito aveva ogni mezzo e ogni autorità per ben governare: parvemi onesto, pertanto, di ritirarmi quando egli veniva annullato, e davasi cominciamento ad una politica nuova, con metodo e con principj molto diversi dagli anteriori.
Restami di accennarvi alcuni atti non volgari da me operati nel breve spazio di questo secondo mio Ministero, durato solo ventotto giorni. E quanto alle corrispondenze esteriori, le Gazzette ànnovi ultimamente riferito il disteso di una mia Nota Ufficiale, in cui mi studiava di fare intendere ai Diplomatici la vera e propria significazione degli avvenimenti di Roma, e il nessun frutto che nascerebbe dalla prepotenza e dall'armi de' forestieri.(E) Similmente, avete letto ne' fogli la protestazione mia e de' miei colleghi contro alla minacciata occupazione francese; e alla quale non pure il Parlamento fece gran plauso, ma da me invitato, levòssi a protestare ancor egli con dignità e fermezza italiana, oltre all'approvare le súbite risoluzioni e disposizioni affin d'impedire, a nostro potere, lo sbarco delle truppe di Francia, e la forza respingere con la forza.(F) Ma ciò che non avete raccolto dalle pubbliche stampe, si è l'altra Nota indiritta da me al Bastide, con la quale temperandosi convenientemente l'effetto della protestazione, mostravasi la buona disposizione di questi popoli inverso la nazione francese, il desiderio sincero di averla collegata, non che amica; e come all'interesse e alla dignità di Lei convenisse effettivamente di proteggere la libertà nostra, invece di opprimerla e di turbarla; e che però, non trovando la Francia ragione legittima e presentanea d'intervenire con l'armi nel nostro Stato, spettava alla forza e grandezza sua di vietare vigorosamente ad ogni altra nazione il poterlo fare sotto colore e pretesto di religione. Non furono, dunque, come vedete, da me negletti, da un lato, i diritti sacri del territorio italiano e l'oltraggio recato alla dignità nostra comune; dall'altro, quella prudenza e quell'accortezza che il debole nostro Stato richiede, e le quali procacciano di voltare a profitto proprio l'interesse medesimo altrui e l'altrui albagia. Quel linguaggio e quei blandimenti potean valere, e valsero in fatto, per tutto il tempo che noi non uscimmo dal diritto costituzionale, e dalle vere e strette esigenze della sociale necessità. Per vero, l'ordine d'imbarcare truppe a Tolone fu revocato; alle prime acerbe impressioni succedevano altre più miti e più ragionevoli, e qualche pratica potea condursi fra le due parti, fondata sopra termini di giustizia e moderazione.
Quanto ai negozj interiori, farò menzione sol di due cose come notabilmente utili e degne: delle altre tacerò volentieri. La prima è l'aver presentato al Parlamento un disegno compito della legge sui Municipj. La utilità e l'importanza di simil legge è grande in ogni paese, ed è massima nel nostro Stato; conciossiachè, dove le libertà politiche sono combattute e mal ferme, possono le municipali supplire a buona misura. A questa nuova costituzione dei Comuni confesso di aver posta una singolar cura; e lo studio e la diligenza furono pari così per determinare i principj e le massime direttive di essa legge, come per rivedere e secondo l'uopo mutare e modificare la compilazione fattane dal Consiglio di Stato. Giova sperare che nessun consesso deliberante chiamato a discutere e giudicare quella proposta di Legge, sia per attenuare e impedire lo spirito largo e fecondo di libertà che tutta la informa.(G)
Il secondo subbietto degno di venir ricordato è l'avermi la fortuna conceduto il bene e la contentezza di proporre io primo, dall'alto di una tribuna e fra le lodi e gli applausi di un congresso legislativo, la Costituente Italiana. Ed io chiamo ciò dono e grazia della fortuna; sì perchè nel primo mio ministero ogni fatica e diligenza dal conte Marchetti e da me quotidianamente usata per istringere una forte lega fra i principi nostri era rimasta infruttifera, e sì perchè dalla sola Confederazione Italiana aspetto conforto e rimedio ai mali della patria: da lei sola può fra' popoli della Penisola ingenerarsi concordia durevole, unione sincera e spontanea, fratellanza operosa, impeto e vigore di guerra, fondata fiducia in noi stessi e nell'armi nostre. Per lei debbono tutti gli altri minori interessi lasciarsi in disparte; e ciò che mena all'effettuazione sua debbe con ogni sollecitudine venir procurato; e colui è più benemerito dell'Italia, che più sa spianare le vie a quel fine: conciossiacchè, come prima bisogna essere, e poi procacciare di essere felicemente, così ai popoli fa bisogno avanti l'indipendenza e quindi la libertà e gli altri beni civili; e però quei mezzi debbon venire più ricercati ed usati, che meglio e più drittamente conducono a conseguire l'indipendenza e l'essere di nazione. Ma che diremo del Congresso Confederativo Italiano, il quale ad ambedue i fini dell'indipendenza e della prosperità civile parimente conduce; e non pure fa esistere la nazione e le porge animo e facoltà di combattere e riscattarsi, ma le presta quella forma e quell'assetto politico che può unicamente confarsi con l'indole sua, e rimove tutte le antiche e ostinate cagioni di lite e di divisione? Io sempre ò pensato che i due cardini del risorgimento italiano sono, da un lato, le franchigie municipali larghissime, e dall'altro, la massima unione confederativa; e però ad ambedue ò rivolto principalmente le cure e i pensieri. Voi già conosceste, o concittadini, dai pubblici fogli, qual natura di principj e quali modi discreti e conciliativi venissero per la mia bocca dal Ministero romano proposti affin di attuare il più speditamente che sia fattibile e in maniera accettevole a tutti i Governi la Costituente Italiana; onde alla cosa dovete por mente, non all'appellazione impropria ed amplificativa e di cui la voga popolare stringevaci a fare uso. Poche Note da me mandate al Ministero toscano e poche da esso a me, erano bastate per risolvere ogni difficoltà, e condurre i due Governi ad un solo e medesimo fine pratico. D'altra parte, le dubbiezze, gl'indugi e gli ostacoli d'ogni maniera, che il Piemonte sembrava porre alla santa idea, caddero tutti (or fa un mese) al pigliare che fece le redini dello stato il sommo cittadino Vincenzo Gioberti. Ora, voglia Dio che le ultime mutazioni sopravvenute in queste nostre Provincie, e il tenore della legge toscana testè promulgata in ordine a tal materia,[34] non tardino e non difficultino la tanto sospirata convocazione di un Congresso Confederativo.(H)
Questo è il racconto esatto e sincero, benchè semplice sopramodo e conciso, del civile adoperamento e profitto che parvemi bene di fare del vostro mandato, o concittadini elettori. Nè mi concedevano di star silenzioso il senno e la dignità d'un Collegio del cui suffragio due volte in pochi mesi sono stato onorato, e a cui mi legano durevolmente l'amore e la gratitudine. Dal qual racconto io non ispero che si possa e voglia ritrarre alcun giudizio migliore sull'opere mie, salvo che in nessun tempo mi sia mancata l'onestà e il buon desiderio, e che la custodia delle libertà pubbliche sia nelle mie mani riuscita la più vigilante e la più scrupolosa del mondo. Alli 2 di Maggio dell'anno scorso, nell'atto di assumere il ministero, la guardia civica, pigliandomi bene in parola, volle che io promettessi di governare secondo un programma da me dettato non molto tempo innanzi a nome di un Comitato per le elezioni, e in cui le speranze nostre migliori d'ogni libertà e d'ogni progresso erano assai minutamente registrate e descritte. Ora, chi farà confronto di quel programma colle azioni mie posteriori, troverà ch'elle nol rinnegano in niuna parte e in niuna cosa: il qual fatto non è agli uomini di Stato molto comune. Onesto, adunque, e osservantissimo delle libertà presumo di essere: per ogni altro rispetto io confesserò volentieri la mia insufficienza, grande per sè stessa, e grandissima in comparazione del secolo, il quale domanda ingegni ed animi così vasti e gagliardi, come son vaste, improvvise e terribili le rivoluzioni sue. Oltre di che, ben si può dire, e segnatamente in politica, che nulla ha fatto e nulla ha compiuto colui il quale non si è nè poco nè molto accostato al fine. E il fine, a rispetto di Roma, era concordare la libertà con l'autorità, e il Sacerdozio col Principato; per l'Italia, è l'Indipendenza e l'Unione; per tutto il mondo civile, la riedificazione dei principj e delle credenze. Tutte le imprese che non raggiungono quell'alte mête e neppure le approssimano, forza è giudicare o che mal conoscono quel che fanno, e per la poca utilità loro si confondono con le azioni volgari; o che solo possiedono il pregio incompiuto ed ormai comune di affrettare la distruzione di leggi e istituti già mezzo logori dal tempo e dai nuovi costumi.
Roma, li 15 di gennajo del 1849.