IL MUNICIPIO DI PESARO AL SUO DEPUTATO APPRESSO IL PONTEFICE.

ALLOCUZIONE.

I.

Noi crediamo debito nostro e utilità e profitto di questi popoli Metaurensi l'aprire a Voi pubblicamente, o illustre signore, i nostri pensieri circa que' negozj gravissimi, a trattare i quali siete chiamato in Roma dal glorioso Pontefice. E del manifestarvi la mente che abbiamo e i desiderj e le speranze che vi accompagnano, ci sembra tanto maggiore la opportunità e la convenienza, quanto che noi non siamo per via diretta e per suffragio proprio e immediato i committenti vostri; tuttochè a noi sia gran cagione di stimarvi altamente e di confidarci nel vostro zelo e sapere la scelta che à fatto di voi il sovrano. Questi, nell'ultimo suo Motuproprio delli 15 ottobre, col quale à recato gioja sì viva nell'animo de' suoi popoli e in cui definisce gl'incarichi e le pertinenze dei deputati, rassegna fra esse l'ufficio di determinare le regole che la Consulta di Stato debbe tenere in trattare, deliberare e sindacare gli affari. Noi, dunque, v'invitiamo per prima cosa a compiere quell'ufficio in maniera, che la manifestazione della mente dei deputati e qualunque altro esercizio di lor facoltà e prerogative sia franco e spontaneo quanto bisogna, ed abbia per testimonio e per giudice quotidiano e debitamente istruito la pubblica opinione.

E voi potete ciò facendo chiarire altresì ed estendere alcune disposizioni di esso Motuproprio, le quali noi desidereremmo e più larghe e meglio determinate, affinchè le pubbliche guarentigie che vi si attengono, riescano da nessun lato apparenti e vacillanti, ma reali, ferme ed irrevocabili in ogni parte.

II.

Il Santo Padre, nella circolare delli 19 aprile mandata dal cardinal Gizzi a tutti i governi delle provincie, raccomandava più specialmente alle cure e meditazioni dei fedeli deputati l'ordinamento nuovo de' Municipj. E di vero, con gran senno il principe nella riformazione dello Stato prende le mosse da quella che ragguarda i Comuni; imperocchè, come puossi dare assetto, figura e vita all'intero corpo, qualora non sieno per innanzi ben composte e figurate le membra? Noi vi preghiamo, pertanto, se pure di ciò è mestieri pregarvi, che vi occupiate con tutto l'animo nella costituzione nuova dei Municipj; e intendiamo che ciò si faccia da voi con mente affatto imparziale e con estesi e generali concetti, badando sempre alle condizioni ed all'esigenze comuni, e non alle minute particolarità e pretensioni di tal luogo o di tale altro: imperocchè noi non vogliamo che il bene della città e provincia nostra sia per privilegio e per eccezione, e meno vogliamo che torni a scapito di qualunque altra parte dell'intero corpo della patria; ma sì domandiamo che ogni riforma ed innovazione nostra particolare avvenga per effetto di leggi comuni, e si accordi perfettamente con l'universale prosperità. Verso tre punti principali debbe addirizzarsi la perspicacia vostra nella materia dei Municipj.

Il primo si è, che a rispetto dello Stato risiede nel Municipio una libertà naturale di azione circa il formare e usare di tutti i suoi beni, appunto come nell'individuo a rispetto della città. Di quindi procede che le franchigie non gli son date dalla legge, ma sì dalla legge sonogli assegnate le giuste limitazioni di quelle; e però, in generale, la legge non dee (come sotto i governi dispotici) venire numerando le speciali e singolari facoltà del Comune, e prescrivergli quello che può, ma quello che non può e non dee.

Da cotal massima procede il secondo punto, che la legge cioè sappia e voglia costituire il Comune con quanta maggior larghezza si può; e intendiamo dire, che la spontanea vita di esso si svolga e cresca e si eserciti sciolta dalle restrizioni e pragmatiche che or sotto nome di tutela, or sotto quello di sopraveggenza e di buon governo, impacciano dannosamente e oltre ad ogni necessità il corso naturale dei pensamenti e delle azioni commutative. E qui ci piace di ricordarvi, che la prima e fondamental cagione della prosperità sociale, durevole e non artefatta, si è la spontaneità, siccome quella che s'ingenera immediatamente dalla nobile natura umana, la essenza di cui è libera e incoercibile: di tal guisa, l'avviamento dell'uomo al vero ed al bene non dee venir procurato dalle prescrizioni della legge troppo speciali e forzose, ma dall'impulso generale dei metodi educativi, dall'incremento e diffusion del sapere, e da tutte quelle cagioni che per semplice virtù ed efficienza morale persuadono e ottengono i miglioramenti e perfezionamenti civili.

Per la ragione medesima, noi non vi raccomandiamo di estendere e moltiplicare le pertinenze dei magistrati municipali; stantechè ogni cosa per natural diritto è di pertinenza loro, quante volte essi operino a nome e per facoltà del popolo committente, e non invadano alcun ufficio che le leggi decretarono dover competere allo Stato e a' suoi reggitori. Molte volte accade, per lo contrario, che al governo generale dello Stato divenga profittevole sopramodo il chiamare i Comuni a partecipare ad alcune funzioni politiche; come, per via d'esempio, al ministero della polizia, ovvero a quello della giustizia con la istituzione dei pacieri e dei giudicj conciliativi, e ad altri incarichi d'ugual peso.

La terza considerazione che accade di fare intorno ai Municipj, si è di conoscere e misurare sin dove debba la volontà di quelli piegarsi e cedere alla volontà universale legislatrice, la quale reputa di comandare a nome del maggior bene comune. Conciossiachè non àvvi bene comune sì grande (toltone fuori le estreme necessità chiare e visibili a tutti), che compensi il gran danno di violentar troppo l'arbitrio individuale, e troppo restringere l'adoperamento e l'uso spontaneo delle facoltà e dei beni proprj. Scoprire il giusto temperamento tra l'arbitrio eccessivo dei Municipj e l'eccessivo ingerimento della potenza legislatrice, imperante a nome del bene comune, non è agevole impresa, ed è impossibile, noi crediamo, a determinarsi in universale. Il buon senso e la pratica ammaestrano in ciò, come in altre ardue questioni, più sicuramente e assai meglio che le ambiziose teoriche; e però ci contenteremo di ridurvi in pensiero più d'un esempio che la pratica moderna europea ne reca innanzi. Noi giudichiamo, pertanto, che l'autorità legislativa in Francia degeneri parecchie volte in violenza, a rispetto delle libertà individuali e comunitative; e per opposto, giudichiamo che in Germania ella rimanga troppo timida in faccia de' privilegi o personali o municipali. In Inghilterra scorgiamo (massime in questi ultimi anni) una giusta e quasi perfetta proporzione fra tali due estremi: e tanto più i concetti nostri in questa materia si accostano all'Inghilterra e divertono dalle consuetudini della Francia, quanto il comprimere di soverchio in Italia la individuale forza e spontaneità, si è togliere a lei la più gagliarda cagione e la più intrinseca di tutte quelle meraviglie e grandezze che la storia ricorda e l'universo tuttora ammira.

Per ciò, poi, che s'appartiene alla forma costitutiva del Municipio medesimo, desideriamo, o signore, che vi sia in mente la massima professata nel Motuproprio di Sua Santità intorno alla fondazione del Municipio Romano; e questa è che i titoli e i requisiti così di elettore come di eligibile e così di magistrato come di consigliere, scaturiscano tutti dal censo e dalla capacità; e che il censo a ciò domandato sia tenue quanto si possa il più; e sia indizio della capacità ogni professione il cui possedimento ed uso ricerca una sufficiente coltura d'ingegno. Noi non vorremmo, inoltre, che il censo venisse dalle rendite misurato, ma dalle imposte bensì e dalle patenti, e da ogni maniera di dazj, inscrizioni e registrature; imperocchè questi dati compariscono tutti ne' libri pubblici, laddove le rendite ad essere bene conosciute domandano certa indagine che à dell'inquisitorio, e però è sempre odiosa: che se il censo non bene risponde all'entrate per difetti e disproporzioni gravissime del catasto, ei bisogna emendarlo; e ad ogni modo, cotesto sconcio è assai minore dell'altro accennato. Nè qui varrebbe citar l'esempio dell'Inghilterra, fondato sopra costumi troppo diversi dai nostrali. In genere, noi opiniamo che le disposizioni costitutive delle magistrature e de' Consigli municipali esser debbano liberalissime ed assai popolari; perchè, parlando secondo ragione, all'uso d'ogni qualunque diritto non istà dallato altro limite certo e non valicabile, salvo che la poca o nessuna sufficienza d'esercitarli; e perchè questa nelle faccende comunitative riesce molto men rara che nelle politiche, così molto minori e più rare debbono essere le esclusioni. Non ignoriamo quello che da parecchi pubblicisti si obbietta contro le assemblee popolari e i larghi ordinamenti elettivi: a noi non esce di mente che la saggezza e la dottrina sempre sono di pochi; essere la moltitudine passionata e tumultuosa; dimostrarsi dai matematici, con certi lor modi speciosi, che la probabilità dell'ottima deliberazione è in ragione inversa del numero dei deliberanti. Con tutto ciò, noi pensiamo che l'equità e il diritto debbon passare innanzi ad ogni altra considerazione, e che dove sta l'equità e il diritto debbe l'azione del tempo condurre altresì la maggiore utilità pubblica: oltre a ciò, noi pensiamo, le moltitudini essere più savie degli individui in quel che s'attiene immediate agl'istinti e ai placiti del senso comune; essere insofferenti e nimicissime sopra tutto dell'ingiustizia, ed estimatrici egregie sì del valor morale degli atti e sì della bontà o malvagità degli animi; lo spirito gretto e calcolatore del secolo farsi tanto meno scorgere, quanto maggiormente si sale inverso il patriziato o scendesi inverso il popol minuto; infine, nelle moltitudini scemano l'ignoranza e le fallaci preoccupazioni col crescere della civiltà, e questa colà cresce e propagasi più prestamente dov'è maggiore la vita pubblica e la partecipazione di tutti ai comuni negozj. Oltrechè, il mondo va ora per cotal via; nè si può fare il bene davvero se non per essa, posciachè il secolo si può correggere, ma non mutare. Di tali cose parliamo un po' più disteso, perchè è nostra mente, o signore, che a voi piaccia, in qualunque caso d'istituzioni elettive, attenervi sempre ai sistemi e alle pratiche meno strette e più popolari.

Vogliate del pari, che sciolto si mantenga d'ogni legame non necessario il deliberare e l'operare del Municipio; e dappoichè al governo è ragionevolmente serbata la facoltà d'interporre l'autorità sua tuttavolta che il Municipio o travia dalle forme preordinate di sua istituzione, o rompe alcuna legge od alcun decreto dello Stato, in qualunque altro caso non fa mestieri e non giova l'assentimento de' superiori, siccome atto giustamente presunto e che mai non difetta. Molto meno, poi, fa d'uopo la presenza e assistenza de' supremi ufficiali alle discussioni ed alli scrutinj comunitativi; molto meno il richieder licenza per le ordinarie e straordinarie convocazioni de' Consigli: e il simigliante si dica per altre suggezioni ed impacci.

Dopo le cose fino a qui ragionate, ci occorre di aggiungere poche parole intorno ai Consigli provinciali. Imperocchè gli è manifesto che molte delle franchigie e delle costituzioni qui avanti domandate pei Municipj, convengono più che bene ai Consigli delle provincie. Del pari divien manifesto, che noi vivamente desideriamo che il modo con cui verranno chiamati i rappresentanti dei Municipj al consesso provinciale sia il più largo possibile, ed ogni Circondario almeno abbiavi il suo deputato: la qual cosa diviene oggi tanto più necessaria, quanto, a tenore dell'ultimo Motuproprio, i Consigli provinciali s'ingeriscono direttamente nella elezione dei deputati alla Consulta di Stato. E però, nel determinare l'ordinamento finale di essa Consulta (secondo l'arbitrio che ve ne lascia il sovrano), voi considererete per bene tutte le intrinseche attinenze che legar debbono i Municipj ai Consigli provinciali, e questi alla generale deputazione.

Possono ancora con vantaggio e con equità i Consigli provinciali venire investiti del diritto di esamina e di revisione per tutte quelle risoluzioni comunitative le quali inchiudessero gravi e straordinarie spese, o decretassero istituzioni nuove di gran momento o l'abolizione di antiche; il qual diritto dovrebbesi per innanzi determinare con quanta maggiore esattezza e lucentezza è desiderabile e conseguibile in tali materie. Nella vita sociale umana appajono quotidianamente due atti contrarj e insieme correlativi, nel giusto combinamento dei quali giace la precipua cagione d'ogni prosperità: il primo atto è innovare, il secondo è conservare; e comechè ambedue facciano d'uopo ugualmente al bene comune, ciò nondimeno la varietà degli umori e delle condizioni produce che le tali persone sieno inclinate all'innovare e le tali altre al conservare. Similmente occorre al bene comune, che nelle faccende pubbliche gli uomini esercitino con opportunità e con giusta misura così l'ardore dell'animo, come la riflessione; e così l'impeto e l'energia del volere, come la lentezza e maturità del giudicio. Ma egli avviene del pari, che la differenza dell'indole, delle professioni e d'altri accidenti, facciano l'una specie o classe di uomini più riflessiva e fredda di quello che operosa e infiammata; ed un'altra, tutto il contrario. Ei si conviene, per conseguenza di tutto ciò, stabilire che in ogni ordinamento sociale e politico deesi far luogo agli innovatori e conservatori, agli ardenti ed ai giudiziosi, per via di speciali e separate congregazioni. Ma perchè poi l'umana repubblica è vita e operosità, e suo destino è procedere innanzi nel nuovo, però nell'autorità conservatrice non mai (per quello che noi ne sentiamo) debbe dimorare una illimitata potestà e un divieto assoluto e definitivo, ma bensì una facoltà di rivedere, sospendere e ritardare; di guisa che la riflessione spassionata e la cognizione piena e corretta possano entrare in tutte le menti, e che le ragionevoli rimostranze delle minorità (come suolsi chiamarle) non sieno dalla prepotenza del numero soffocate. In questi termini, e non altrimenti, noi vorremmo attribuire ai Consigli provinciali un diritto di tutela e di moderanza; chè di là da quei termini potrebbero essi Consigli addivenire tanto più soverchianti e oppressivi, quanto la lor condizione ed origine non li scioglie abbastanza dalle passioni, dagli errori e dagli interessi personali e locali.

III.

Ma le franchigie comunitative picciol frutto recherebbero, qualora non fosse al cittadino guarentita pienamente e durevolmente la libertà e sicurezza delle azioni private. A voi dunque apparterrà, o signore, ajutare il principe nella difficile revisione dei codici, senza la quale verrebbero quasi meno tutti gli altri miglioramenti e progressi.

Ne' paesi dove à potuto aver luogo il libero svolgimento della ragion pratica del diritto, e in Francia singolarmente, sempre, nelle relazioni personali e nell'uso e trasmissione delle proprietà, si è veduto crescere e dilatare quello spirito di equità e di uguaglianza e quelle massime di gius naturale, che fin dal tempo dei Cesari penetrava e animava tutte le parti della legislazione romana, e che piegò il fiero diritto Quiritario alle esigenze ineluttabili della giustizia e ai principj assoluti del vero e del bene. In tal materia, pertanto, men paurosa ai Governi, la saggezza vostra si eserciterà innanzi tratto nello scegliere ciò che di più equo e insieme di più luminoso e semplice è stato deposto nei codici meditati dalla sapienza moderna.

Quei filosofi i quali pensano che la legislazione giuridica delle nazioni sia l'opera e il frutto lentissimo dei secoli e delle consuetudini, e vogliono però che a quell'opera ed a quel frutto s'abbia una riverenza e un rispetto molto prossimo al culto e all'adorazione, non troverebbero modo alcuno di applicare le lor dottrine all'Italia, dove le guerre, le invasioni e le rivolture ànno interrotto e disfatto più d'una volta il tacito lavoro del tempo e delle costumanze, e ànno quindi spogliata la legge del carattere sacro e solenne che suole imprimerle l'antichità, e pel quale serbasi ella più che mai veneranda e inviolabile. Noi, dunque, cadremmo in troppo grave e sciocco abbaglio, se a fine di mantenere o di ristaurare pochi avanzi sconnessi ed informi delle antiche legislazioni, rischiassimo di smarrire i veri e sostanziali vantaggi che mena seco la facoltà preziosa in che siamo di poter costruire con disegno nuovo, razionale e abilmente coordinato, la legislazione nostra universale e giuridica. Noi vi animiamo quindi a imitare anche in ciò la magnanimità del principe, il quale si fa, dove occorre, non pure riformatore, ma creatore. Oltrechè, la tradizione più antica e comune di tutti i popoli italici, quella è del diritto romano, e antica è l'arte appo noi di commentarlo e correggerlo secondo l'ordine di ragione. Così il nuovo per noi sarà forse antichissimo, se non nella lettera, nello spirito certamente.

Ma gli svolgimenti, le correzioni e le applicazioni del diritto sono infinite, e non vuolsi credere che la scienza moderna le abbia presso di qualunque culta nazione esaurite. Gran materia da meditare vedrete raccolta sotto due rubriche quasi nuove ed importantissime, e sono il diritto amministrativo e il diritto economico. Noi vi raccomandiamo in risguardo del primo, di ben discoprire e determinare tutte le relazioni che il legano con la patria legislazione, e con gli ordini nostri sociali e politici. Distinguendo ciò accuratamente, e cogliendo la ragione intrinseca di tutte le pratiche, l'amministrazione cesserà di comparire arbitraria, incoerente e volubile, e accosterassi viemeglio ai principj dell'equità, e all'esatto e continuo criterio del comune interesse.

A rispetto poi di quello che noi domandiamo diritto economico, a voi fa d'uopo indagare con diligenza e con perspicacia la varietà e implicazione tragrande recata in tutti i negozj privati e publici dallo incremento straordinario che in quest'ultimo mezzo secolo ànno acquistato le ricchezze, le industrie e i commerci delle nazioni: certo è che in verun paese, eziandio de' più dotti e operosi, sonosi ancora definite a dovere le attinenze nuove, i raddrizzamenti e le ampliazioni che lo stato presente economico vien recando di giorno in giorno alle prescrizioni dei codici e a tutta insieme la legislazione civile. Il codice commerciale avrà molta parte de' vostri pensieri; e come quello ch'è più popolare degli altri, procaccerete che vada lodato singolarmente di brevità, di semplicità e di chiarezza.

Il codice penale è fra gl'istituti umani il più necessario, perchè ripara ai difetti e alla insufficienza così delle leggi e degli ordini educativi, come di qualunque altra virtù governante e provida che impedir vuole il delitto, piuttostochè rintracciarlo e punirlo. In tal subbietto vi è noto, o signore, che a noi Italiani non fa bisogno uscire di nostra patria, affine di rinvenire gli esempj e i documenti migliori. A confessione dei dotti d'Europa, il codice penale napolitano, considerato nel suo beninsieme e nella ragion generale, risponde meno imperfettamente di tutti gli altri all'idea filosofica del diritto punitivo. Se non che, le prigioni e le discipline nuove penitenziali che or si vanno statuendo, e il concetto nobilissimo e santo, professato ognor più dai legislatori moderni, d'imprimere in ogni forma di pena il carattere espiatorio insieme e rigeneratore, ricerca di necessità, che sì cotesto carattere e sì quegli ordini nuovi penitenziali vengano intimamente legati e proporzionati al sistema intero del diritto punitivo; il che in niun paese ancora d'Europa s'è proposto ed effettuato secondo che i savj desiderano.

Ma lasciando ciò stare, noi reputiamo che a voi sia manifesto per sè medesimo, che vive nel nostro animo la speranza fermissima di ottenere dalla magnanimità del principe tutte quelle discipline e quegl'istituti giuridici, intorno al pregio e dalla proficuità de' quali più non si muove dubbio dagli statisti di vaglia; come, per via d'esempio, l'aprire un tribunale di ultimo appello, o, come il domandano, di cassazione; introdurre nei giudicj di reità i pubblici dibattimenti; abolire i tribunali speciali sotto qualunque nome e colore; stringere la competenza delle corti marziali alla sola milizia, e in materia sola di militare disciplina.

Quanto poi al condurre i giudizj coll'intervento dei giurati, come che noi vi riconosciamo una delle migliori e quotidiane malleverie dell'umana giustizia e della libertà individuale e politica, ciò nondimeno sentiamo che à luogo per esso più specialmente la legge della opportunità; e l'ordine de' giurati non dice bene veramente se non laddove ogni funzione della vita sociale e politica è partecipata dal popolo, e ogni cosa s'adempie sotto il magistero della libertà e della pubblicità.

Ma poco o nessun valore avrebbero i codici, poco o nessuno tutte le leggi difenditrici della libertà personale e d'ogni uso legittimo del proprio avere, quando non si volessero tramutare e rifare affatto gli ordinamenti di polizia, il cui nome suona ormai così malgradito e così pauroso, che si penerà molto a ritornarlo in pregio e osservanza. E ciò verrà conseguito con questi principali spedienti: che, cioè, la polizia cessi da quindi innanzi di farsi istrumento violentissimo e odioso della ragion di Stato; ch'ella venga unicamente in soccorso de' magistrati per vie legali e palesi; scelga mezzi concordi al tutto con la moralità e dignità umana, ed usili in modo strettamente subordinato ai ministeri che serve ed ajuta; non abbia tribunali proprj, non officio e giurisdizione per sè e da sè, e le venga determinato dai codici la specie e la guisa d'ogni portamento e d'ogni atto. Bello e vivo esempio di tutto ciò porge l'Inghilterra, e da lei in tale materia piglieremo utilissimi ammaestramenti.

IV.

Finito l'esame dei diritti individuali, a voi toccherà trattare e discutere le leggi e le istituzioni che determinano e prescrivono il debito dei cittadini inverso lo Stato, e gli uffici eminenti di questo circa la comune prosperità. L'oggetto primo che si affaccia al pensiero sono le imposte, cioè il contribuire che fa ognuno secondo sue forze ad empiere e ristorare il pubblico erario.

Intorno alle imposte e alle altre sorgenti della ricchezza del Tesoro, sono sei cose da meditare, e ciascuna di gran momento. La prima, che i dazj e le tasse d'ogni maniera non eccedano le giuste esigenze e necessità dello Stato; perché, quantunque non torni vero (come piacque a moltissimi economisti di dire) che le imposte sieno danaro infruttifero, o sottratto almeno alla più fruttifera industria e solerzia privata, pur nondimanco è da pensare che, per diritto naturale, l'uomo pretende di adoperare e fruire ad arbitrio suo la propria pecunia, e ne cede allo Stato quella sola porzione che divien necessaria alla generale comodezza e tutela. Seconda condizione d'un buon assetto d'imposte, si è ch'elle sieno equamente spartite, mantenendo la miglior proporzione possibile con l'avere dei contributori. Perciò voi escluderete, o signore, tutte le tasse personali, e parecchie di quelle denominate indirette, e che sono di qualità da gravare il povero con isproporzionata misura, e senza altronde fornirgli proporzionato compenso. Importa similmente all'equa distribuzione dei dazj il riordinamento e raddrizzamento del catasto; cosa da lunghissimo tempo desiderata. Terza condizione si è, che il Tesoro non s'impingui giammai di denari ritratti per vie non buone e alla pubblica moralità perniciose; siccome avviene pel giuoco funesto del lotto, per l'enormità veramente importabile delle tasse giudiciarie, per le leggi di confiscazione, e in gran parte altresì per l'imposizione delle multe, essendo che il ricco di quelle non sente disagio e il povero rimane oppresso. Illecite sono similmente di lor natura le tasse e gabelle che rompono o scemano notabilmente lo spaccio, il trasporto e la permutazione dei libri, e di tutt'altro che giovi l'incremento dello scibile e la comunicazione del sapere; illecite le tasse che inceppano e difficultano la manifestazione e pubblicazione del pensiere. Quarta condizione si è, che le imposte non cadano mai sui primi elementi generatori della ricchezza e del commercio, e sugli strumenti primi dell'arti più necessarie e proficue: i quali sconci avvengono (a citar qualche esempio) laddove, per le tariffe smodate e per effetto di appalti esclusivi, incarar si fanno gli utensili contadineschi, e dove con imposizioni e diritti eccedenti si scema nei porti la frequenza delle navi e dei carichi. Quinta condizione si è, che le materie le quali servono in diretto modo al sostentamento del popolo, vengano tassate o nulla o pochissimo. Chè quantunque gli economisti sembrino voler provare, il prezzo dei salarj proporzionarsi altresì col buon mercato o il caro del vitto, ciò non ostante gli è da notare che non tutti vivono di salarj, nè le braccia sempre riescono più numerose della ricerca ed uso che se ne fa. Oltrechè, nel caso qui divisato, scemando i salarj, scemano le spese di lavorazione: quindi viene il miglior mercato delle manifatture, quindi l'operajo provede con poca moneta a molti bisogni. Ad ogni modo, noi dobbiamo continuamente avere in proposito di sminuire per via diretta e immediata le privazioni e gli stenti della plebe: questo ci comanda la carità e la saggezza civile: nè dobbiamo badare se altri accidenti e viluppi d'interessi e di negozj possono menomare e combattere il buon effetto da noi voluto. A voi dunque, o signore, starà in animo di considerare per bene tali specie di dazj, e quelli segnatamente sul sale e sul macinato, che molto affliggono il popolo nostro minuto. I compensi, poi, alle rendite diminuite sono da trovarsi tassando invece le robe di moda e ciò che serve al fasto ed al lusso, e decretando, laddove occorra, l'imposta progressiva o scalata (come i vecchi nostri dicevano); la quale, al nostro sentire, è nelle gravi emergenze più che legittima e ragionevole, ma solo domanda opportunità e senno per essere effettuata discretamente e con buon successo. Altro compenso daranno le male spese abolite e le superflue risecate; ed altro l'aumentato consumo, che sempre tien dietro allo sbassare delle tasse. Rinfranco altresì dell'Erario saranno i molti capitali immobili ed infruttiferi che possiede lo Stato, fatti (come dicono) circolanti e fruttiferi mediante le pratiche nuove economiche, e l'arte d'ampliare e fermare il credito pubblico. Sesta ed ultima cosa da ponderare nella materia dei dazj, a noi sembra che sia la lor riscossione medesima, la quale conviene che si operi senz'ombra di vessazione, con metodi semplici e speditivi, e con ogni possibile risparmio di spese. Gravi ed inveterati abusi avrete su tal proposito da censurare e abolire; dappoichè sembra, a giudicare dalle partite di alcune statistiche, che più del quinto di ciò che si manda al Tesoro vada sperperato e perduto in ispese di riscossione. In tal subbietto entra pure la considerazione dell'appaltare i dazj e le rendite, sul che c'è assaissimo da riformare e correggere; e v'è altrettanto, e ancor più, in quelle regole e usanze ministrative che da lunghissimo tempo non sanno impedire la frode e il peculato. Noi vi raccomandiamo, da ultimo, di fare accorto il governo di quanto sia pernicioso l'abito da esso contratto di rinnovare e moltiplicare i prestiti, e quanto riesca illusorio il bene che stima di ricavare dalle casse d'estinzione.

L'altra parte più che importante delle dottrine economiche a rispetto del Tesoro, consiste ad aprir nello Stato fonti larghe e più sempre copiose di produzione e ricchezza; chè quanto maggiormente abbonderanno amendue, tanto se ne avvantaggerà il Tesoro senza giunta di aggravio per li privati. A tale oggetto, pertanto, rivolgerete le vostre cure e le forze dell'intelletto. Voi ben sapete che primo mezzo e prima efficienza per arricchire lo Stato è la rimozione d'ogni maniera d'ostacoli. E qui cade, in ordine alle proprietà, la questione del loro spedito e facile affrancamento e trapasso, e in ordine alle industrie e commerci la questione delle tariffe. Per compiere lo affrancamento dei beni, a noi non pare audace nè intempestivo di dichiararvi, che è in nostro desiderio l'abolizione ed inibizione dei fedecommessi e dei maggioraschi, così temporarj come perpetui, e così universali come parziali; perchè qui non dubitiamo di offendere la individuale libertà, essendo ch'ella dee trovar sempre un limite saldo e non valicabile nella naturale giustizia, e nelle leggi eterne dell'amore e della parentevole imparzialità e uguaglianza. L'affrancamento dei beni vuol essere unito alla malleveria delle ipoteche, la quale crescendo il credito e la sicurezza, conduce eziandio la frequenza dei contratti e spegne le usure. Il sistema, adunque, delle ipoteche debbe al possibile conciliare tali due opposti della massima guarentigia, e del massimo e agevole permutamento dei beni. Ognun vede che ciò rende difficile assai la disposizione generale e le riforme parziali a introdurre in esso sistema.

In risguardo delle tariffe, a noi è avviso che l'opinione dei così detti protettoristi, considerata che sia in massima e nella università dei casi, mostrasi falsa e divien perniciosa. Ma non pertanto vogliamo escludere affatto qualche uso transitorio ed accidentale che possa farsi delle tariffe. Solo intendiamo che in ogni questione in cui si disputi e si controverta la libertà di commercio, siavi caldamente raccomandato di seguir sempre le dottrine e la pratica de' padri nostri, e perciò favorire gli slegamenti e le franchigie d'ogni ragione: dalle quali essendosi discostate nei tempi più bassi le nostre grandi città marittime, e segnatamente Venezia, il commercio e l'industria italiana n'ebbe danno gravissimo e inemendabile. La seconda scaturigine della ricchezza comune, anzi la maggiore e che tutte le altre comprende, sì è il vivo eccitamento delle facoltà umane e della umana operosità. Il governo provvidamente l'ajuta ed accresce non col solo toglier da mezzo gli ostacoli e fare scorrere in ogni cosa gli spiriti potenti di libertà, ma promovendo le associazioni e consorterie, scavando canali, moltiplicando le strade e ogni altro mezzo di accostamento e comunicazione, soccorrendo e mallevando il credito pubblico, proteggendo con l'armi e l'autorità in ogni parte del mondo la propria bandiera. Noi non siamo di quelli che pensano il governo dover tutto fare e tutto provvedere, ma nemmanco siamo di quelli che il vogliono spettatore inerte dei traffichi e delle industrie private: bensì giudichiamo che l'ingerimento e l'ufficio d'un saggio governo nell'universale ricchezza debba mostrarsi ed operare assai più discosto e per indiretto che prossimamente e direttamente, e preparar debba le remote e profonde cagioni piuttosto che gli ultimi effetti; nè mai turbi quel naturale equilibrio d'interessi e di profitti che il libero moto delle faccende umane produce; ed anzi procacci e studi che gli effetti medesimi delle sue provvidenze pajano al tutto spontanei e indipendenti da lui, e perciò moltiplichino e durino. Un mezzo, però, immediato ed efficacissimo di aumentar le ricchezze è in potestà e in arbitrio d'ogni governo, e consiste nell'iniziare e diffondere la istruzion popolare, e quella segnatamente che à maggiore attinenza con le arti e il commercio; e tale istruzione entra debitamente nel novero delle cagioni efficienti e primarie che noi veniam registrando della ricchezza e industria comune. Scendendo voi col pensiero ad applicare siffatti principj alla nostra patria, scoprirete, o signore, se male o bene si apponga al vero quello che noi crediamo con gran fermezza; dovere, cioè, l'Italia moderna imitare e gareggiar con l'antica eziandio in questo di cavare e dedurre ogni sua ricchezza primamente dalle arti agrarie, e secondamente da quelle industrie che meglio all'agricoltura si legano, in ultimo luogo dalla navigazione. Egli occorre persuadersi (e vi preghiamo ad averlo molto in memoria) che ai popoli meramente coltivatori fallisce di grado in grado la facoltà di competere con le nazioni manifattrici, e sostener con esse la utilità dei baratti e dei cambj. Per fermo, nell'arti agrarie i miglioramenti e i trovati non vestono quella varietà e moltiplicità infinita e maravigliosa di che son capaci le altre industrie: oltre a ciò, l'agricoltura soddisfacendo alle primitive e comuni esigenze del vivere, le quali di lor natura sono semplici ed immutabili, cede pure da questo lato ai lavorii ed agli opificj d'ogni maniera, da cui si promovono e soddisfano mille desiderj novissimi e svariatissimi, e per cui si producono all'infinito gli agi, i ricreamenti e le morbidezze. Ciò scorgendo i nostri progenitori, all'arte agronomica, in cui furono solenni maestri, congiunsero la industria dei lanificj e dei setificj, siccome quella che riceve dalla coltivazione i suoi materiali, e con lei si annoda e collega.

A noi non vien fatto di conchiudere questi cenni brevissimi intorno alle imposte ed alla ricchezza pubblica, senza mover parola speciale delle strade ferrate, caldo e antico desiderio di queste popolazioni. Insistete, o signore, per la effettuazione la più pronta ed estesa di quei veicoli meravigliosi; mostrate che se dovunque apportano utilità, in Italia l'apporterebbero centuplicata, raccostando paesi e genti che sembran disgiunte e spartite da mari e deserti. Mostrate che quelle strade non tanto sono da riguardare siccome effetto, ma eziandio, e molto di più, come cagione iniziale di prosperità pubblica e di rapido incivilimento. Mostrate, in fine, che lo spendio il qual sosterrebbe il governo per ciò, sarebbegli in grandissima parte risarcito e ricompensato dal certo e sollecito aumento d'ogni maniera di rendite, pel fatto della ricchezza generale accresciuta.

V.

Forza è confessare che la scienza e la pratica insieme conoscono molto meglio le guise di produr la ricchezza, di quello che il mezzo e l'arte di equamente distribuirla. Noi vi preghiamo, o signore, con viva istanza, di condurre spesso le vostre cogitazioni sullo stato degli indigenti; e, in generale, su tutto ciò che tiene riferimento col buono o mal essere della plebe, che è la parte maggiore e più sfortunata dell'umana famiglia. V'à paesi in cui i lavori pubblici, la polizia, la marineria, la casa del principe ànno sembrato oggetti di gran pondo e sì vasti e implicati, da domandare la istituzione di uno special ministero. Ma in niun luogo peranche (a quello che noi sappiamo) è caduto in animo di commettere ad un supremo ufficiale lo studio e il carico peculiare della tutela ed educazione del popol minuto. A noi sarebbe caro oltremodo che questa gloria d'innovazione e giustizia toccasse all'immortale nostro pontefice.[7] Ma come ciò sia, noi desideriamo forte che del tutelare ed educare le classi inferiori stia in voi continuo il pensiero e la cura, imperocchè questo è domandato con pari istanza dalla civile carità e dalla salute d'Italia. Nessuna gran cosa si opera al mondo senza l'animo e le braccia del popolo, e dal popolo solo riceverà l'Italia la sua redenzione ferma e finale. Ei si conviene pertanto, rimirando tal subbietto eziandio dal lato degli interessi politici, che le moltitudini veggano apertamente e si persuadano, la nuova forma dello Stato e le nuove miglioranze tornare a certo e grande utile loro. Pur troppo, non ci è nascosto che alla povertà e indigenza delle infime classi le leggi e gl'istituti civili insino a qui praticati non valgono a recar rimedio sollecito, sostanziale e durevole; e d'altra parte, sappiamo che nelle teoriche nuove dei socialisti è poco più altro di bene dal coraggio e dal buon desiderio in fuori: ciò non ostante, debbesi avere per fermo e per dimostrato, che la beneficenza pubblica esercitata con zelo prudente e sagace arreca mille conforti ed alleviamenti alle sventure del popolo, e non v'è termine fisso ed irremovibile a questo parziale e gradual scemamento dei mali dell'infima plebe. Ciò che spetta peculiarmente alle leggi e al governo in tale materia, è il porre in concordia e il condurre a certa unità d'azione e di mezzi tutte le disparate e disgregate opere e istituzioni di carità e beneficenza; i quali istituti ed atti bene coordinati e connessi moltiplicano e variano senza fine l'efficacia loro, e disgregati invece e sconnessi perdono non rade volte quasichè per intero il frutto prezioso dello zelo eroico che gli à promossi e adempiuti.

Voi porrete altresì gran diligenza e premura a studiare il concetto generoso e caritativo del principe di voler fondare case di educazione, e pubblici lavorii e officine pel popolo inferiore; ma pigliamo arbitrio di avvertirvi, che l'alto proposito è oltre modo più malagevole ad effettuarsi, di quello che abbia paruto a taluni chiamati ad ajutarlo col loro consiglio: e ciò diciamo tenendo l'occhio sul rapporto testè pubblicato da essi, e indiritto all'eminentissimo segretario di Stato cardinale Ferretti.

VI.

A tutto il fin qui discorso intorno alla comune prosperità, convien dare il primo e incrollabile fondamento, il primo mezzo e la prima efficienza; e ciò consiste nell'istruzione. Principio d'ogni cosa sono le idee, e queste non iscaturiscono belle, luminose e operabili, se non dalla scienza. La istruzione, quindi, la più sostanziosa e moltiplice debbe farsi oggetto perpetuo del vostro zelo di deputato. Nè perchè il Motuproprio di Sua Santità, col quale assegna a voi ed ai vostri colleghi le pertinenze e gli ufficj, tace al tutto su questo particolare gravissimo degli studj, voi intenderete giammai che il principe voglia sottrarli alla vostra investigazione, che sarebbe un togliervi il primo e più efficace strumento d'ogni riforma e d'ogni progresso. Ed anzi, gli è tanto più naturale e credibile che la mente savissima del Pontefice voglia udire intorno di ciò le opinioni de' suoi consultori, in quanto egli sa e conosce che i popoli pontificj sono rimasti da tempo lunghissimo esclusi dalla pratica del governare; e a rispetto della teorica, è stata loro quasi abbarrata ogni via per inoltrarsi nella cognizione non meno della filosofia civile che di ogni altra scienza. Noi vi preghiamo, adunque, d'insistere su tal proposito con animo franco e deliberato, e di condurre le vostre cure e domande a qualche effetto notabile.

V'à in parecchi l'errore di credere che, per ristorare gli studj e il sapere, possa venir sufficiente l'aprire di molte cattedre nuove, e chiamarvi buoni maestri e scrittori. Ma la impresa è in fatto assai più avviluppata e difficile, e ricerca un vasto e completivo sistema di scuole, di accademie, di discipline, in virtù del quale compongasi di mano in mano intorno alle menti de' giovani una specie (a così domandarla) d'atmosfera e d'ambiente, per entro il quale vivendo esse, l'erudizione e la scienza le penetrino da ogni lato, e a poco a poco le nudriscano e invigoriscano, come piante gentili e tenere che da tutti i pori e in tutto l'abito loro esteriore bevono l'aria e la luce. Però voi curerete, o signore, così l'educazione elementarissima ed iniziale, come la più alta e peregrina; e voi farete che il commercio dei libri, le adunanze de' letterati, le biblioteche, i laboratorj, i circoli, le disputazioni, i viaggi e tutti gli altri mezzi privati e pubblici onde s'accresce e agevola il cambio delle cognizioni, sia per ogni guisa promosso e per ogni guisa ajutato. Intorno poi alle accademie, ci piace di farvi avvisato che noi non siamo di quelli che le deridono, ma sì invece riconosciamo nel numero loro tragrande in ogni parte d'Italia una prova patente della vecchia e oltremodo sparsa e diffusa civiltà nostra; onde, quanto è bene di ristorarle, e correggendole e tramutandole condurre l'opera loro ad utili fini, altrettanto ci par biasimevole il lasciarle cadere in disuso, e sorridere con compiacimento e con beffa alla loro ruina.

A voi è notissimo che le scuole iniziali o primarie fruttano assai poco di bene, ed anzi torna impossibile vederle propagarsi e fiorire, semprechè manchino le scuole magistrali, o, come le domandano oggi, normali; e similmente i robusti e virili studj delle università rimangono in gran parte infecondi, qualora gli studj mezzani e preparatori de' licei e de' collegi non sieno condotti a sufficiente perfezione, e non bene si proporzionino col più alto insegnamento.

A rispetto poi delle università, tre cose principali desideriamo, o signore, che vi dimorino innanzi agli occhi. La prima, che se pur si vogliono nel picciolo Stato nostro parecchie università, elle vengano almeno disposte e coordinate fra loro in guisa da recare ciascuna un incremento speciale al comune sapere; il che produrrà da ultimo una profittevole varietà e copia di cognizioni, e il trapassare frequente degli studianti da una città ad un'altra, con mutuo cambio di scienza e di ospitale cortesia. Le circostanze poi e le tradizioni de' luoghi occasionano e determinano la peculiar condizione di studj a quelli più confacente: e, per via di esempio, ella è naturalissima cosa che in Roma riescano più che altrove estesi e compiti gli studj teologici, e vi splendano le cattedre di archeologia e di lingue orientali. Ma in quel cambio, bene sta che in Bologna risorgano a grande lume gli studj del diritto, e ricordino con la loro bontà e perfezione che ivi lessero un giorno Irnerio, Bartolo e Accursio. Il secondo punto di osservazione a noi si mostra esser questo, che la forza cioè e l'anima del pubblico insegnamento risiede sopra tutto nei metodi e nelle discipline; e i metodi desideriamo sciolti d'ogni pedanteria, e con larga e sintetica speculazione trovati; le discipline desideriamo vigorose, giuste, imparziali, immutabili, e che adusino i giovani a molta fatica, al meditare profondo, e alla ginnastica varia ed assidua di tutte le facoltà mentali.

L'ultima cosa che vogliamo vi stia presente allo spirito, si è la libertà dell'insegnamento; la quale facciam voto che si conceda ai popoli nostri così estesa ed intera, quanto può conciliarsi col debito che ànno i governi d'universale tutela, e d'invigilare per tutto e sempre la moralità pubblica e la santità della religione. L'Inghilterra trascende forse in questa materia dal lato della libertà, la Francia dal lato della soggezione; in Germania e nel Belgio si scorgono migliori temperamenti e degni d'imitazione: ma leggendo e cercando nelle antichissime istituzioni delle università italiane, forse si troverà che i moderni poche cose migliori ànno intorno a ciò pensato e messo ad effetto.

Di sì gran momento sono gli studj e sì necessarj alle condizioni attuali d'Italia, che noi non vogliamo tacervi un nostro concetto, il quale ci sembra molto capace di accalorarvi davvantaggio a favore di quelli. Egli è difficile agli Italiani, ricordevoli di loro grandezze non ancor superate da alcuno, egli è difficile, diciamo, il ricuperare tanto animo, quanto fa mestieri a rigenerar sè medesimi, tuttavolta che non istia loro in mente la speranza generosa e il pensiere magnanimo di non solo raggiungere le altre nazioni nel corso della civiltà, ma in qualche parte almeno di oltrepassarle e di primeggiare: e ciò proviene eziandio da questo, che la civiltà conseguíta in fatto dagli altri popoli si vede e si misura quanta è, e molti difetti vi si discoprono; ma la speranza del primeggiare inchiude una grandezza invisibile e immensurabile, e perciò risponde assai bene a quella eccellenza ideale e a quell'infinito di perfezione che solo riempie ed infiamma l'ambizione immensa dello spirito umano. Ora, noi vediamo molto remoti quei tempi in cui l'Italia ridiverrà formidabile ai popoli con gli eserciti e con le armate, ovvero li supererà nei commerci e nelle ricchezze; ma il primato delle scienze e dell'arti nessuno può toglierci se noi fermamente il vorremo, dacchè la natura ci à nell'ingegno e nell'intuizione arcana del bello sovra ogni altra gente privilegiati: e d'altra parte, qual più invidiabile predominio e quale più glorioso e civile di quello che sorge e si cardina nella potenza dell'intelletto?

VII.

Ma un sì vasto e laborioso edificio di leggi e di studj, a costruire il quale vorrete intendere con ogni ardore, avrebbe fondamento di creta e di sabbia, quante volte non l'afforzassero da ogni banda i due sostegni più saldi del franco e sicuro vivere, che sono la libertà di stampa e l'armi cittadine. E poichè piacque all'anima generosa del nostro pontefice di voler munire a sufficienza dell'una e delle altre la incominciata rigenerazione di nostra patria, noi vi preghiamo e sollecitiamo ad usare ogni accorgimento e ogni modo a fine che il buon desiderio del principe non sia impedito e frodato, e possiate voi e i colleghi vostri compire e perfezionare tali due istituzioni; di cui la prima è la mente e la seconda è il braccio del popolo; e con l'una si cerca la piena e spontanea cognizione del vero, con l'altra si vieta a chiunque di contrastarne e turbarne la possibile effettuazione.

Voi vi adopererete, pertanto, ad ottenere che in ogni materia d'interesse civile e politico, e la qual non s'attenga nè al dogma nè a negozj di religione, sia la censura a grado a grado abolita, e solo rimanga il reprimente delle leggi come si pratica appresso i popoli più civili. Chè quando anche, in sulle prime, l'esercizio di tal preziosa facoltà e franchigia non procedesse mai sempre ammodato e prudente (riuscendo molto più arduo il bene usare d'un diritto che il possederlo), ciò non può turbare nè sgomentare salvo che i pusillanimi e gl'inesperti affatto della vita politica: poichè la stampa emancipata e sciolta da ogni censura, emenda col tempo e frena necessariamente sè stessa; avverandosi ogni dì questo, ch'ella tanto scapita nel credito e nell'autorità, quanto falsa il vero e trasmoda; e, per lo contrario, tanto à maggiore e durevole imperio sugli animi e sulle intelligenze, quanto si fa temperata, circospetta e severa. Rimane che noi vi avvertiamo di cosa sopramodo importante; e ciò è ch'eziandio la stampa non censurata diviene timida e serva con l'apparenza di liberissima, ognorachè gli scrittori possano venire tradotti innanzi a giudici male preoccupati e soverchio dipendenti e suggetti al governo. A voi tocca quindi badare con gran diligenza alla specie di tribunale e alla forma di giudicio cui si vorranno sottoporre i giornalisti e gli scrittori d'ogni ragione.

Quanto è poi alle armi, voi primamente dovete levar di mezzo tutti quegli impacci e rompere quelle dimore per cui la istituzione sì bene augurata della Civica procede (sia luogo al vero) lenta, incerta, e in varia e disforme maniera. Voi mostrerete al glorioso Pio, come i municipj nostri sieno tutti apparecchiati a largheggiar nelle spese, con sacrificio ed annegazione, per l'armamento spedito e compiuto de' cittadini; come desiderino caldamente buon numero d'ufficiali istruttori, de' quali se lo Stato patisce difetto, vorrebbero pure che si chiamassero ed invitassero da alcun'altra provincia italiana, e dal Piemonte segnatamente, che n'è in copia fornito: e ciò condurrebbe eziandio questi popoli a stringere nuova colleganza e amicizia coi subalpini fratelli nostri. Voi mostrerete come da tutti i savj delle provincie pontificie s'aspetti bramosamente che gli ordini disciplinari della Guardia cittadina sieno presto compiuti, propalati e condotti all'atto, ed escludasi da essi persino l'ombra e il sospetto della parzialità e del privilegio, vegliando il governo con assiduità e rigore per la esecuzione esatta e durevole delle leggi. Imperocchè, rimossa o rallentata di un poco tal vigilazione e perseveranza, la istituzione della Civica o non gitterà affatto radici, o potrannosi sbarbare e recidere più che facilmente; essendochè in Francia stessa, dove i popoli sono per natura bellicosissimi e così adatti e proclivi alle armi e arrendevoli alla disciplina, mal si sarebbe introdotta e corroborata la milizia cittadina, qualora non l'avesse il governo, con lodevolissima ostinazione e severità, conservata viva, e fatta sempre istruire ed esercitare. In fine, voi mostrerete come potendosi rinnovellare la paura e il rischio dell'invasione, sia per noi tutti bisogno grande di prepararci alle più salde difese con quiete e subordinazione, ma con prontezza altresì e con energia. Per ciò è necessario che dalla Civica stanziale, o (come in Francia la dicono) sedentaria, si cavi la Guardia mobile; la quale, sì per effetto della cerna che la compone, sì per la speciale disciplina che le si appropria, è sola capace di ajutare e spalleggiare utilmente la truppa assoldata. Ma nessuna forma di Guardia civica, nessun ordinamento di bande, nessun artificio di tattica può reggere e prevalere contro un nemico assai poderoso, quando non vi sia esercito, o vi sia troppo scarso e troppo male assettato: e chi non sente tal verità, cade in errore grave e funesto, e di cui troppo tardi dovremmo pentirci. Le cure, adunque, del governo e della Consulta sieno pur volte eziandio inverso le truppe di linea: ne crescano quanto si può il numero; le forniscano di buoni ufficiali, e di numerose e valide artiglierie; le addestrino ed esercitino ad ogni fazione, ad ogni fatica; le scaldino e confermino tuttavia ne' nobili sentimenti di nazionalità e di onore.

VIII.

Deputato delle città Metaurensi! nell'opere e ne' consigli vostri sta ora collocata gran parte di nostra salute, anzi gran parte della salute d'Italia; perchè, a similitudine de' tempi antichi, l'Italia torna maravigliata a girar lo sguardo inverso di Roma; e l'esempio che di là muove e risplende, i volenti attrae e i non volenti trascina. Per ciò, la preghiera ultima che vi addirizziamo, si è di considerare in ogni proposta e in ogni deliberazione non che il bene de' popoli pontificj, ma le relazioni e i legami altresì che aver possono quelle col bene e il risorgimento della patria comune. In questo tempo medesimo che vi parliamo, ci giunge nuova che la lega doganale proposta fra Roma, Firenze e Torino, viene dai principi contraenti accettata e decretata. Noi in tal fatto riconosciamo con giubilo il cominciamento e la caparra d'una Confederazione italica, da cui tutti trarremo, ajutandoci Dio, la forza e la dignità di nazione; trarremo l'alterezza, il coraggio, gli spiriti bellicosi, il gagliardo operare, l'audace intraprendere de' popoli grandi. A voi spetta, con la bontà e opportunità de' consigli, di preparare a tale evento fortunato e desideratissimo tutte le vie e tutte le agevolezze. Con questa intenzione noi vorremmo (per pure indicarvi alcuna particolarità) che ai principi della lega fosse proposta e raccomandata la conformità perfetta della moneta e quella dei pesi e delle misure. Vorremmo che fosser pregati a sbassare di comune accordo la tassa sulle lettere, e a istituire in comune pubbliche mostre annuali di arti e manifatture, cangiando di luogo come per li congressi scientifici si costuma, e premiando i più meritevoli con medaglie e scritte a nome della lega. Vorremmo parimenti, che a nome di lei una bandiera s'inalberasse su tutte le navi pertinenti ai tre Stati e a quelli che accederanno, e la quale correndo su i mari e spiegandosi dentro i porti annunciasse al mondo questo fatto novissimo e quasi insperato: che, cioè, la nazione italiana esiste, e che è in via di raccogliere e ricongiungere pacificamente tutte le membra intorno al sacrosanto suo capo, che è Roma.

Il 25 di novembre del 1847.

PROGRAMMA DEL GIORNALE LA LEGA ITALIANA CHE PUBBLICAVASI IN GENOVA.

Dal titolo che apponiamo a questo Giornale subito vien conosciuto che il fine peculiare a cui si studia di giungere, e per cui distinguesi da molti altri, egli è di promuovere con mezzi legittimi, e per quanto l'opera d'inchiostro il può fare, una Lega Italiana, che da parziale ed economica quale al presente la vogliono, divenga generale e politica, e le si possa attribuire il nome di santa con molto maggior ragione ed effetto, che a quella tentata (or fa trecent'anni) contro alla prepotenza di Carlo V. Per fermo, l'impresa forse migliore e più elementata di bontà e di religione che valgono gli uomini ad attuare in ordine alla politica, a noi par quella di ajutare gagliardamente un popolo a costituirsi e durare in essere di nazione. Conciossiachè, come in ciascuna città e provincia la comodezza del viver comune si origina principalmente dalla varietà delle industrie, delle attitudini e degli uffici tra i cittadini, così il bene e l'avanzamento dell'uman genere, più che dall'altre cose, risulta dalla varietà dell'indole e dei costumi che tra le nazioni interviene. Ondechè, ogni popolo giunto a potere e saper vivere di vita propria e spontanea, e però ad assumere le forme ingenite e qualitative di mente e di cuore che sortì da natura, accresce a tutta la stirpe umana nuove specie di facoltà operose e fruttifere, e nuove sembianze e virtù di civile perfezionamento. Perciò, chiunque partecipa e suda a produrre e dar compitezza a un fermo e perpetuo stato di nazione, visibilmente obbedisce un decreto de' più solenni e più manifesti di Provvidenza; e per contrario, chi gli si oppone, reo diventa, per così dire, di umanità lesa e tradita, e si affatica di sformare e di rompere l'organo più efficace e maraviglioso dell'universal bene, e che stava in modi specialissimi prepensato e preordinato nell'idea eterna della vita sociale del mondo. Da questo procede, che promovendo noi e ajutando (per quanto i privati il possono) la Lega Italiana, noi effettualmente ajutiamo un'opera santa; essendo che nelle presenti condizioni di nostra patria, niuna cosa può meglio d'una confederazione giovare al fatto finale e massimo della nazionalità. Egli s'intende, nè sembra mestieri il significarlo, che noi desideriamo a un tempo medesimo di crescere e di solidare l'unione degli animi e delle azioni, stantechè ella sia il cemento primo e vero della lega politica, come questa a rincontro non pure dilata, riconferma e riaccresce l'unione, ma la conduce a presto e abbondevolmente fruttificare; e sì dall'una e sì dall'altra dee, come da radici validissime e profondissime, rampollare e fiorire la compiuta e vera italianità, già disposta e iniziata dalla natura, sancita dalla gloria del nome romano, consacrata dalla unicità di religione e di culto, maturata dal tempo e dalle stesse sventure, assentita e predestinata dai cieli, a cui piace di suscitare per la quinta fiata i figliuoli[8] di questa terra veneranda e famosa a compire alcun gran prodigio di civiltà, in profitto e splendore di tutta l'umana repubblica.

Dappoichè la fortuna, o, meglio, la Provvidenza pone in arbitrio d'ogni buon cittadino l'adoperarsi con utilità copiosa e attuale al cominciato risorgimento d'Italia, vogliono la prudenza e il dovere, che, messe in disparte le speranze troppo ambiziose e troppo fantastiche di cui ricreavasi e consolavasi la nostra mente nell'inerzia del servaggio, ora si badi con maggior diligenza alla realtà delle cose, e lasciato il nudo possibile, addirizziamo l'intelletto al certo od al molto probabile. L'Italia è da secoli divisa e rotta in più Stati, ed ha fra essi poca o veruna comunanza di vita politica: per la qual cosa, non potendosi toglier di mezzo le divisioni, e volendo pure che l'Italia sia una quanto è fattibile mai, rimane che noi ci acconciamo a quella forma di unità che sola può coesistere con la pluralità degli Stati: cioè ad una confederazione la più stretta, la più omogenea, e la meglio ordinata che dar si possa. A questa, dunque, intenderemo con tutto l'animo e tutto l'ingegno; e talora con l'autorità della storia, tal'altra col ragionamento, più spesso con le induzioni chiare ed aperte che gli avvenimenti quotidiani suggeriranno per sè medesimi, sforzeremoci di conseguire che il concetto di una Lega Italiana politica divenga nella mente de' popoli segno e simbolo di nazione, e desiderio intenso ed inestinguibile; e in quella dei principi, un'alta necessità di fatto, pericolosa a combattere, profittevole ad accettare.

Duole ed affligge il pensiero che di tal lega debbano per al presente rimanere esclusi i nostri fratelli Lombardi, che sono pur quelli da cui tragghiamo un esempio di lega antichissimo e non superabile di valore e di gloria, e il quale con la pienezza e felicità del successo ne persuade l'utilità d'un nuovo nazionale confederamento. Ma, per l'amore e la fede che l'altre Provincie italiane portano ad essi, ed essi a tutte quelle, e per la speranza che abbiamo comune del compiuto affrancamento d'Italia, riuscirà caro ai Lombardi che pur senza loro noi ci stringiamo e ci colleghiamo, affine principalmente di poterli con men ritardo e maggior sicurezza raccorre e abbracciare al banchetto sacro della conquistata nazionalità.

Di un altro subbietto importante prenderà cura e farà studio particolare ed assiduo il nostro foglio periodico, e questo è l'ammendamento, l'educazione ed il bene stare del popol minuto. Imperocchè, come la lega politica delle Provincie italiane discuopresi, al giudicio nostro, qual mezzo appositissimo, ed anzi di tutti il migliore ed il massimo, che nelle condizioni odierne ci può menare all'indipendenza e al vero essere di nazione; del pari, nell'educazione morale e intellettuale del popol minuto a noi si lascia conoscere il mezzo più attivo e lo strumento più addatto ed usabile per conseguire essa lega, e le altre maggiori felicità e grandezze italiane. E per fermo, nessuna cosa di gran momento viene attuata nel mondo senza l'animo e le braccia del popolo, e unicamente da lui riceverà la nostra carissima patria redenzione certa e finale. E se ciò è vero per ogni dove, in Italia è assai davvantaggio: perchè di là dalle Alpi e dal mare si legge e si trova che la maggior parte degl'istituti e delle glorie nazionali più ragguardevoli riconoscono l'origine loro dai principi, dalla cavalleria e dagli ordini privilegiati; ma in Italia, per lo contrario, autore od iniziatore primo di tutte le nostre glorie fu il popolo. Quindi dovremmo per semplice utilità e cautela politica voltare le cure e i pensieri alla parte sua più valida e più numerosa, che è pure la men fortunata, dove lo spirito del Vangelo e l'umanità dei nostri tempi ad obbligo stretto e incessante non ce lo ascrivessero.

Abbiamo definito in breve quello che di speciale e di proprio intende fare la nostra effemeride. Seguita che diciamo alquante parole intorno alla sua ragion generale.

Nel giorno in cui la saggezza del principe concede ai popoli una franca discussione ed esaminazione degli atti pubblici, il regno della violenza e del cieco arbitrio ha suo termine; ed ogni potere materiale ed irrazionale viene dispossessato e surrogato dalla forza spiritualissima dell'opinione. In quel giorno fortunato, ogni buon cittadino, giusta i limiti di sue facoltà, sente la necessità e il debito insieme di promuovere e addirizzare le credenze, le cogitazioni, i pareri ed i sentimenti della moltitudine, e accostarli a quella sapienza attiva che è l'apice della perfezione civile. A tale ufficio d'illuminare e addirizzare le menti a rispetto della politica e d'ogni condizione assai rilevante del viver comune, noi pure intendiamo di dar l'opera nostra con quante forze ci ha fornito natura; e d'un ufficio siffatto scorgiamo assai chiaramente la somma importanza e solennità, le malagevolezze e i pericoli. Noi sentiam bene, ch'esso è una specie di magistrato, da cui si assume nel nostro secolo gran parte di quella dignità e santità di carattere la qual risiedeva nel tribunale censorio delle antiche repubbliche. Noi, quindi, procacceremo con ogni industria, che se non l'altezza degli studi e la pellegrinità del sapere, la purezza almeno delle intenzioni e lo zelo dell'operare rispondano più che mediocremente al concetto di ciò che debb'essere lo scrittore entrato ad illuminare e condurre i pensamenti e le credenze del popolo. Per lungo disuso, è pressochè venuto meno all'Italia il senso pratico delle faccende politiche, e i figli suoi si ridestano quasi parvoli e adolescenti in mezzo a nazioni adulte e mature: e d'altra parte, il comune nostro decoro, le stupende rammemoranze di età gloriosissime, il viluppo strano de' casi che corrono, la necessità del premunirsi e difendersi richieggono da tutti noi una vigorosa e precoce virilità. Noi con questa considerazione pigliamo speranza che i leggitori del nostro foglio non vorranno di leggieri accusarci nè di presunzione nè d'ignoranza; chè presumere ci bisogna per la salute comune, e saper bene non possiamo ciò che l'esperienza, l'uso e le occasioni sole ne insegnano.

In due modi suole un giornale politico informare e dirigere la mente ed il senso pubblico: prima col farsi o annunziatore pronto e fedele, o raccontatore veridico e giudizioso degli avvenimenti quotidiani; poi, col discutere sottilmente quel che rilevano, indagarne le cagioni riposte, predirne gli effetti remoti, e far tutto ciò col lume e i principii d'un'alta filosofia civile. Noi, dunque, ambedue queste cose ci studieremo di adempiere secondo nostro potere, e con l'aiuto efficace de' nostri amici e rispondenti. Noi cureremo sempre di attinger le nuove alle fonti sincere, e col nostro privato carteggio suppliremo spesso al silenzio e all'insufficienza delle gazzette. Nè le notizie si stringeranno nel cerchio della politica, ma sì farem luogo a quelle altre molte e diverse che importa all'universale di possedere, ed hanno lor parte notabile nella vita comune.

A rispetto, poi, del pesar bene il valore dei fatti, scoprirne le cagioni e le conseguenze, cavarne le massime direttive, e raddurre il tutto agli assiomi della scienza di stato e alle teoriche della civile filosofia, i compilatori avranno mente di conciliare del continuo la pratica colla speculativa; e, per quanto sarà lor dato, eserciterannosi a scorrere con sicurezza e per vie larghe e spedite dalla esamina degli avvenimenti alla contemplazione de' principii; e viceversa, dal concetto delle teoriche astratte ed universali alle applicazioni certe, particolari e feconde. Noi ci farem debito altresì di narrare e scrutare i casi correnti con animo affatto imparziale, e con giudicio non infiammato e preoccupato da passioni di parte e da bollori di fantasia; e però saremo avversi ad ogni ingiustizia, ad ogni eccesso, ad ogni esagerazione così in risguardo de' governi come de' governati: essendo che non s'agogna da noi quel favor popolare il quale è acquistato e meglio diremmo comprato col piaggiare continuo il volgo e le sue passioni, e maneggiando tutto dì le arti tribunizie; ma desideriamo invece di conseguire quell'autorità e quella stima che cresce occulta e lentissima, che dai tristi è combattuta e dagli avventati è mal sofferta ed acconsentita, ma che alla perfine sovrasta alla malvagità degli uni e alle esorbitanze degli altri, e serve come di aroma prezioso a serbare intatto ed incorruttibile un nome di là dal sepolcro. Soprattutto ci asterremo (per parlare alla moderna) dalle personalità; nè mai la indignazione nostra si verserà sull'uomo, ma bensì sull'azione in astratto considerata, e a riscontro d'alcun documento morale o politico. La qual moderanza e giustizia a noi riuscirà non molto difficile, dacchè le azioni malvage e gli affetti bassi e torbidi sempre ci hanno svegliato più compassione che sdegno; e quanto le sorti universe del genere umano e l'attuazione de' sommi principii e la loro abbondevole fruttificazione ci sembrano cosa grande e degnissima d'ogni onorata fatica, altrettanto gli individui ci appajono leggier cosa, e non quasi mai meritevoli dell'odio del saggio. Per le ragioni medesime, e guardando sempre ad effettuare l'utile pubblico e giudicare imparzialmente uomini e cose, noi ci pregieremo di dare leale ajuto e libera lode al governo, ognora che gli piacerà di accrescere e di caldeggiare il sentimento nazionale, e proseguire animoso nelle riforme. Ma non dubiteremo del pari di contraddirgli legalmente qualora se ne dilungasse o in tutto od in parte: e quando (il che per lo certo non accadrà) l'opposizione nostra sincera e dignitosa diventasse impossibile; esauriti innanzi, fino ai termini ultimi delle leggi, tutti i rimedii, gli spedienti e i partiti che lo zelo di buon cittadino sa rinvenire, il periodico nostro cesserebbe di uscire in luce. Così noi speriamo di concordare la moderazione e il vigore, la legalità e il coraggio. E perchè di questa parola moderazione vien frequentissimo l'uso, ma la significazione sua scorre varia e indefinita per gl'intelletti; a noi giova di dichiarare, che domandiamo improvide e immoderate tutte quelle opinioni le quali, impazienti di rimanere in essere di concetto e di desiderio, discendendo dall'ideale al reale, oltrepassano e turbano ciò che nell'atto presente si fa praticabile, e però è duraturo e fecondo del meglio. Similmente, noi domandiamo improvide e immoderate quelle imprese e quei fatti che conducono a travalicare i termini della legalità; la quale benchè negli Stati della Lega sia peranche molto imperfetta, pur tuttavia non nasconde e non confonde siffattamente i suoi limiti, da lasciare incerto e pauroso l'uomo dabbene e il leal cittadino. In un popolo vissuto per qualche secolo sotto la forza e l'autorità dittatoria, sdegnoso sempre del servire, ma sempre ignaro de' proprii diritti e doveri, niun sentimento è più malagevole a insinuare e insieme più necessario del rispetto e quasi diremmo del culto sacro inverso la legge: al qual culto (abbia luogo la verità) appena cominciano ad avvezzarsi i suoi sacerdoti medesimi. E perciò, noi raccomanderemo continuo così al popolo come ai principi, così ai magistrati come alla plebe, la piena e ottemperante venerazione alla legge, che è il Dio dello Stato.

Egli non è possibile ad una nazione la qual, risorgendo, à consapevolezza e fede e ardimento d'incominciare un'epoca nuova, fidarsi unicamente nella virtù degli instinti, e moversi e operare secondo che danno i tempi ed i casi. Ma le occorre bensì di conoscere con sufficiente chiarezza ove s'inoltra e ove tende, e quello che più le conviene desiderare ed ambire; nè può negarsi, che tanto procederà men dubiosa nel suo cammino ancora intentato, quanto meglio i suoi savj le porranno distinto e ben divisato in sugli occhi il disegno intero dei grandi e varj edifizj di civiltà e di scienza che dee lunghesso la via costruire, e su vaste e incrollabili fondamenta innalzare. E noi pure porgerem mano a lineare e colorire (quanto cel concederà l'intelletto) quell'arduo disegno; e ciò adempiremo col ricercare dapprima le condizioni odierne d'Italia e alle passate paragonarle; poi coll'investigare quello che prossimamente debbono riuscire: nè tali due specie d'indagini imprenderemo senza aver risguardo continuo alla storia delle altre nazioni, all'essere e fortuna loro presente, alle attinenze che ha l'Italia con esse; e in più special modo, all'influsso ed ingerimento morale ch'ella sta forse per ripigliare su tutto quanto il mondo cristiano e civile col nuovo risvegliamento suo; ed infine, al concetto speculativo che i filosofi politici vannosi componendo di tutto insieme il progredimento sociale e la vita dell'umanità.

Di cotal vita è sì gran porzione oggigiorno l'economia pubblica, sì poderose diventano le nazioni per attività di traffichi e ampiezza di commerci; tanto gl'ingegni si assottigliano e si travagliano a raffinare le arti e moltiplicare le macchine; tante questioni nuove di scienza da ciò scaturiscono, massime intorno al sostentamento dell'infimo popolo e all'equa distribuzione delle ricchezze; che a noi non si fa lecito di pretermettere alcuna di queste materie, o di sol toccarle di passata e per incidente: e però noi deliberiamo di porle sovente ad oggetto particolare delle meditazioni e disamine nostre, e raccogliere con accuratezza minuta i fatti e le notizie ad esse attinenti.

Degli eserciti e delle marinerie italiane parleremo tanto più spesso e più volentieri, quanto il nostro giornale compare nella provincia meglio agguerrita della Penisola, e in una città che tien viva memoria dell'avere spiegato una bandiera famosa e temuta su tutti i mari.

Faremo eziandio occupazione nostra frequente gli studj e i metodi insegnativi; e delle lettere e delle arti geniali terremo discorso ognora che le faccende politiche ne lasceranno spazio e opportunità. Alle genti italiane, ricordevoli di loro grandezze non ancora eccedute da alcuno, è forse difficile il ricuperare tanto animo ed alacrità e si ferma perduranza in ogni proposito, quanto ne fa mestieri a rigenerare tutto l'essere proprio morale, qualora non sorga loro in mente la speranza generosa e il concetto magnanimo di non solo raggiungere le nazioni più progredite nel corso della civiltà, ma in qualche parte almeno di oltrepassarle e di primeggiare. E ciò proviene eziandio da questo, che la civiltà conseguíta in effetto dagli altri popoli si scorge e si misura quanta è, e molti e gravi errori vi si discuoprono: ma la speranza del primeggiare inchiude una grandezza invisibile e immensurabile, e perciò risponde assai bene a quella eccellenza ideale e a quell'infinito di perfezione, che solo riempie ed infiamma l'attività e l'ambizione innata e sublime dello spirito umano. Ora, per nostro giudicio, sono peranche molto remoti da noi que' tempi in cui l'Italia ridiverrà formidabile ad ogni popolo con gli eserciti e colle armate, ovvero li supererà nei commerci, nelle manifatture e nelle ricchezze. Ma il primato della sapienza civile, e l'imperio altresì delle lettere e delle arti geniali, nessuno può toglierci se noi fermamente il vorremo; dacchè la natura ci à nelle virtù della mente e nell'arcana intuizione del bello sopra ogni nazione privilegiati. In trattenerci, adunque, con grande amore a discorrere così degli studj pubblici come d'ogni incremento e progresso di qual sia parte dello scibile, noi farem opera singolarmente di buoni cittadini, e d'avveduti e prudenti statisti; e in ciò pure avremo animo di avviare gl'ingegni all'amore e al culto delle memorie patrie e delle dottrine italiane, e al saper rappiccare il filo delle tradizioni nostre letterarie ed estetiche, e ad imprimere in ogni fattura della mente i segni e le impronte dell'indole nazionale. Per ultima cosa, noi promettiamo a tutti coloro che volgerannosi al nostro giornale sì con gli occhi e sì col buon animo, che niuna fatica, niuno studio, niuna diligenza, niuna parte di zelo sarà da noi trascurata per sollevar quello all'altezza e alla dignità de' nuovi tempi e dell'Italiana rigenerazione: la quale, dopo tante sventure e tantissime lacrime, standoci alla perfine presente, e non ricercando per divenire compiuta e fruttifera se non l'operosità incessante e l'annegazione sincera e serena dei buoni, chi si fermasse tra via, ovvero nell'impresa magnanima tramischiasse affetti privati, proverebbe di essere stato per innanzi non più che un ipocrita di libertà, e tanto spregio e abbominio si mercherebbe, quanto, concedendolo Iddio, il nome d'Italiano verrà racquistando d'autorità, di venerazione e di gloria.

Genova, il 5 di gennajo del 1848.