SULLA TOSCANA.
(Dall'Italico, semestre II. — Roma 23 settembre 1847.)
Da lettere di Firenze raccogliesi, che la nuova legge colà pubblicata circa all'ordinamento della Guardia Civica, non tragge seco l'adesione e il suffragio di tutti, ed anzi qualche porzione di popolo ha fatto perciò dimostrazioni sconvenevoli e tumultuose. Noi desideriamo che quelle lettere sian cadute in amplificazioni: ad ogni modo, teniamo per fermo che qualora si apponessero in tutto al vero, la stampa periodica della Toscana, anzi dell'Italia intera, non mancherà al debito suo, e rivocherà gli avventati e gli sconsigliati dalla via funesta dei tumulti e delle sommosse.
Certo, noi non daremo per questo cominciamento di male in escandescenza e in furore, e non ingiurieremo nessuno col titolo di fazioso, di ribaldo, di demagogo. La storia e il raziocinio c'insegnan del pari quanto sia facile entrare in possesso d'alcuni diritti, e quanto difficile saperli saviamente serbare ed usare. Compatiamo in generale all'inesperienza de' giovani e all'ardore impaziente delle moltitudini, e ci sentiamo dispostissimi a ravvisare ne' lor moti disordinati più presto un eccesso di zelo, che un effetto di male intenzioni, e ne' lor capi e guidatori un subito accendimento di fantasia e una baldanzosa presunzione di sè, di quello che mire personali e ambiziose, e voglia vera e deliberata di perturbare e sconvolgere.
Con tali considerazioni, noi pigliamo speranza che la voce dei buoni e degli assennati levandosi viva e concorde per biasimare codesti eccessi, vedremo di corto i giovani ravvedersi e le moltitudini rinsavire. A gente così ingegnosa, avvisata e penetrativa come i Toscani sono, gli è impossibile che non apparisca chiarissimo il danno grande ed inestimabile, che recherebbe alla causa italiana questo rompere in clamori e in violenze ad ogni atto ministrativo che non gradisca (poniamo pur con ragione) a molti ed eziandio all'universale. Per gran ventura, àvvi oggi in Toscana rimedj regolari e pacifici ai cattivi provvedimenti. Tanto manca che il buon Principe voglia o possa al presente imporre a popoli suoi triste leggi ed improvvide, che ha messo a tutela della giustizia e dei diritti, e a lume e scorta sicura e comune del progresso civile, la libera e quotidiana esaminazione e discussione della cosa pubblica. Or vuole essa la plebe, vogliono essi i giovani inconsiderati preoccupare e sforzare il giudicio della stampa periodica, rompere l'equo e difficile sindacato degli atti ministrativi, la lenta e laboriosa maturazione delle riforme e dei nuovi istituti? Per tutto dov'è conceduto il venir componendo una mente ed un senso pubblico, e dov'è lecito all'opinione migliore e più generale il manifestarsi ed il prevalere non subito nè senza fatica, ma pure in modo efficace e perfettamente legale; il ricorrere a' mezzi violenti e il far mostra d'ammutinarsi, e dirò anche il solo turbar di frequente la quiete comune con atti sconci e rumori e grida minaccevoli ed ingiurose, fa pensare al mondo che il popolo il quale opera di tal guisa, mentre offende la propria sua dignità, disconosce la forza suprema della ragione e del vero; rinnega altresì coloro che tuttogiorno nelle stampe fannosi organo delle giuste querele e dei comuni desiderj; abusa da selvaggio e da barbaro de' naturali diritti; e merita di ricadere nell'ignobile stato di servitù e di codardia ove la smoderatezza e i vizj e le colpe de' padri suoi il cacciarono. E se questo in generale è vero, torna verissimo per noi Italiani, a cui tanta maggior prudenza e moderazione abbisogna, quanto le condizioni nostre sono state le più infelici del mondo, e permangono tuttora le più pericolose e difficili. A voi Toscani è bellissima gloria l'essere entrati primi o quasichè primi nell'aringo dell'italiana rigenerazione: ma di quindi, a voi procede un obbligo vie maggiore di porgere agli altri fratelli esempio salutare d'un'ordinata, prudente e incolpabile risurrezione. Non udite voi l'Italia, la nostra madre comune, la gran Donna di provincie, ancor tutta bagnata di lacrime e coi solchi delle catene nelle braccia e ne' piedi; non l'udite voi, ripeto, raccomandarvi affettuosamente la vita sua, la sua salvezza, lo scampo estremo di tutti i suoi figli? Fra questi, Ella dice, v'ha chi infinitamente più di voi tollerava e soffriva, chi ha dato prove molto maggiori e malagevoli ad imitare di carità cittadina, costanza magnanima, vigore indomabile, amore santo e animoso di libertà. Eppure, vedete ch'ei sanno temperare i lor desiderj, e tenersi stretti e quieti nelle vie della legge e dell'ordine. Perchè, dunque, sarete voi più insofferenti ed immoderati? Deh, a che riuscirebbe, o figliuoli, la vostra sconsigliatezza, salvo che a sbarbicare del tutto le riforme bene iniziate, e la speranza che acquistan del meglio i fratelli vostri subalpini, dal cui coraggio e dalla cui disciplina io aspetto, quando che sia, d'essere fatta signora di me medesima? E non son del mio sangue, e non sono viscere mie quegl'infelici, che pur mentre io parlo, cadono laggiù trafitti dal piombo e dal ferro su ciascuna riva dello Stretto? I vostri savj e ammisurati portamenti, la vostra ragionevole discrezione e longanimità, il lieto spettacolo del vostro riposato e concorde vivere civile, può far cessare quelle morti e quel sangue, chiudere quelle larghe ferite, cambiar la mente e il consiglio di chi tiene in mano le sorti della Sicilia e del Regno. Il contrario (ahi misera!) procederà del sicuro dal disordine, dai tumulti e dalle violenze. In qualunque atto, o figliuoli, e in qualunque deliberazione, pensate ai profondi sospiri, pensate alle lagrime occulte e amarissime di tanti vostri fratelli men di voi fortunati, non però meno cari e men diletti al cuor mio.
(Dal medesimo-Roma, 7 ottobre 1847.)
Ci giungono di Toscana notizie certe ed esatte, dalle quali siam confermati nella speranza che avemmo, che le molte lettere mandate di là in cui parlavasi di fatti tumultuosi avvenuti per la pubblicazione del Regolamento intorno alla Guardia Civica, eran cadute in amplificazioni, ed entrate in paura non ragionevole di scompiglio e sommosse. La saviezza della plebe (ci scrivono di colà) e la discrezione e arrendevolezza de' giovani non è minore in Etruria che nello Stato Romano, e l'antichissima urbanità e la universale e pressochè ingenita educazione delle moltitudini toscane non lascian temere ch'elle trascorrano di leggieri in atti violenti, e in riprovevoli e licenziose dimostrazioni dei proprj desiderj.
A noi vengono carissime queste notizie, e con piacere ci affrettiamo di farle assapere al pubblico. L'ufficio di ammonir con modestia, e correggere con amore le moltitudini, è forse il più ingrato di quanti competono al giornalista; il qual conosce assai bene non essere quello il modo di andare a versi nè del popolo nè de' giovani, cui piace naturalmente il sentirsi sempre lodati ed accarezzati. Ma la stampa politica, a riguardarla nell'alto suo ministero, e sceverandola da ogni basso fine di lucro e di ambizione personale e smodata, tien luogo oggidì in gran parte di quella solenne censura che fu il magistrato più austero e imparziale dell'antichità, e che mai non si sgomentava di dispiacere ai sommi ed agl'infimi, ai governati ed ai governanti.
La rigenerazione nostra vive una vita ancor tenerella e infantile, e può ammalare così di languore come di febbre. Noi, secondo le nostre forze, combatteremo sempre ambedue quelle infermità, quante volte non pure discoprirannosi apertamente, ma daranno indizio e sospetto di sè. Sui fatti possiamo ingannarci; le intenzioni sentiamo di avere diritte e generose.
(Dal medesimo-Roma, 14 ottobre 1847.)
(Precede una lettera sottoscritta da molti Toscani di eletto nome, nella quale si fa alcuna rimostranza sul penultimo Articolo.)
Appena da nuove lettere di Toscana fu dissipata la grave apprensione in che molti vivevano intorno alla quiete ed all'ordine di quella provincia, io mi affrettai con vivissima compiacenza di ciò pubblicare in questo giornale medesimo. con data dei 7 di ottobre. Il foglio che giungemi di Firenze e leggesi qui stampato, riconfermando la buona novella, riconferma me nella gioja e consolazione ricevutane. V'ha molti casi nei quali la parola eccitata dalle notizie correnti, perde opportunità ed efficacia qualora s'aspetti che il tempo o cancelli appieno o raddrizzi ed emendi il racconto dei fatti. In cotali casi, chi non vuol mancare al debito di scrittore e di cittadino, e d'altra parte non vuol censurare senza buon fondamento, parla e ragiona per via di supposti, dichiarando di avere ferma speranza che le cose narrate o non s'appongano al vero o di molto l'amplifichino; e ciò appunto faceva io nell'articolo del 23 di settembre: l'impeto dell'affetto e la vivezza dei tropi debbesi unicamente recare all'indole dello scrittore e all'importanza suprema della materia. Come si propalasse la voce di disordini gravi accaduti e il sospetto di cose molto peggiori, io non so; ma che ciò si scrivesse in più luoghi e da persone assennate e di credito, è certo e noto ad ognuno. Nè il raziocinio valeva a mostrare e provare quegli avvenimenti come impossibili; conciossiachè, mancando a noi Italiani da troppo gran tempo la vita politica, ci vien meno similmente il criterio e l'abilità di presumere con molta certezza quello che siamo per operare. Ed anzi, considerandosi bene la inesperienza comune, l'ardore delle fantasie, i tempi difficilissimi, è più forse da maravigliare della universale prudenza e saviezza, che del loro contrario. Ma d'altra parte, io confesserò volentieri che nessun prodigio di senno civile è insperabile dai Toscani, privilegiati fra tutti i popoli italici per altezza d'ingegno, e gentilezza d'animo e di costumi. Del che mi sembra fare testimonianza molto notabile questo foglio medesimo che tanti egregi Toscani sonosi degnati mandarmi. Perchè non poteasi con parole più mansuete e cortesi, e con più squisita urbanità dimostrarmi l'errore in cui venni indotto, e il quale son quasi tentato di amare e di carezzare, dappoichè mi ha procacciata una manifestazione di benevolenza e di stima superiore oltre modo e, a meglio dire, senza proporzione veruna coi pregi della povera mia persona. Voglia ciascuno di que' degnissimi soscriventi riconoscere in queste mie parole un atto sincero di scusa, di ringraziamento e di ossequio a lui particolarmente indiretto, e il quale io adempio con la solennità che posso maggiore, per segno durevole di osservanza e di gratitudine.[6]
PAROLE DETTE IN PERUGIA
NELLE STANZE DE' FILEDONI li 18 di ottobre del 1847.
Fratelli e Compatrioti.
Quante solenni memorie, quanti affetti gagliardi, che immagini varie di grandezze e ruine, di trionfi e cadute mi si adunavano intorno al cuore, mentre io saliva (or son pochi giorni) questi famosi Apennini, e scorgeva torreggiar di lontano la città vostra, antica e quasi naturale regina dell'Umbria!
E per vero, io discerneva quivi da ciascun lato i vestigi ed i testimonj d'infinite umane generazioni, e di più forme e procedimenti di civiltà; e di quindi io raccoglieva come a dire un compendio e un ritratto della storia intera d'Italia, in quel modo appunto che ne' più profondi scoscendimenti o dell'Alpi o de' Pirenei avvisa e riconosce il geologo la storia tutta quanta del globo terraqueo e de' paurosi suoi cataclismi. Certo è che voi, Perugini, col solo indicare gli avanzi che qui tuttora grandeggiano dell'opere ciclopee, e con l'aprire que' sepolcreti non da molto scoperti e tornati alla memoria degli uomini, ove intorno alle ceneri de' Lucumoni dormono gli antichissimi vostri padri, voi potete, insieme con l'altre metropoli etrusche, darvi titolo e gloria di progenitori veri dell'occidentale incivilimento; imperocchè appo voi le arti, la religione, le leggi, le leghe, i commerci già si attuavano e si spandevano, quando la Grecia medesima rozza rimaneva e selvatica. E però, in fra le nazioni tutte moderne, a voi si compete una specie di nobiltà naturale e di legittimo patriziato, conciossiachè va ormai pel terzo migliajo d'anni da che siete usciti di stato barbaro e entrati a iniziare l'umano perfezionamento.
Ma le vostre valli e colline situate come si veggono fra il Trasimeno ed il Tevere, son tutte piene altresì di romane memorie; onde gli antichi libri raccontano che fino a quando stette e durò la Repubblica, stette e durò prosperevole il vostro Comune; e il ferro e il fuoco che per le mani scelleratissime dei Triumviri l'ardeva e lo smantellava, annunziò al mondo il prossimo disfacimento del maggiore degl'imperi. Ma l'Italia è sacra e non può perire, e di voi similmente fu decretato che alle ruine etrusche ed alle romane sorvivereste; e quando per lo crescente splendore del pontificato il nome d'Italia ridivenne temuto e onorando, e i vecchi municipj latini sentirono di aver riacquistata la balía di sè stessi, la città vostra, o Perugini, fu in quella nuova e maravigliosa costellazione di repubbliche un astro sereno e cospicuo: il perchè leggesi lungamente in tutte le storie patrie quanto la bravura di Fortebraccio, le armi e le astuzie de' Baglioni, l'autorità e la prepotenza di sommi gerarchi, faticassero e travagliassero ad assoggettarvi e a sbarbare dal vostro suolo la pianta divina della libertà. Ed essendo che la generosa vostra natura dovea farvi partecipi d'ogni ragione di gloria italiana, allato al valore di Niccolò Piccinini e d'altri gagliardissimi condottieri usciti del vostro sangue, nacque per gentil contrapposto quel miracolo d'arte Pietro Vannucci, la cui fama, avvegnachè grande e perpetua, sarebbe massima e sola, dov'egli non avesse nudrito del proprio senno e allevato nelle proprie sue scuole colui al quale voleranno secondi tutti i contemplatori del bello e gl'imitatori della natura.
Nell'età più bassa, voi pure, o Perugini, con tutta insieme la nazione italiana siete caduti, e il comune peccato espiaste delle guerre fratricide. I Genovesi nel sangue pisano e veneto, i Veneziani nel genovese e lombardo, voi tingeste le infelici armi vostre nel sangue fulignate e aretino: di quindi le miserie e le umiliazioni, di quindi la cresciuta ignoranza, e le pessime leggi, e la tirannia straniera e domestica.
Ma l'Italia (giova ridirlo) è terra sacra, e dai destini privilegiata; conciossiachè si racchiudono nel grembo suo infinite semenze di civiltà sempre nuova e ripullulante; e sembra che a ciò a punto il consiglio supremo di Dio lascila di tempo in tempo incolta ed inoperosa, perchè ristorata di forze quanto bisogna e purgata delle male erbe, faccia altra volta maravigliare il mondo universo de' peregrini frutti di sociale sapienza, che in modo affatto insperato produce e matura, e de' quali nudrisce di poi molto volentieri le menti di tutti i popoli. E che noi siamo al presente in questo ricominciare il glorioso cammino, e che la benignità dei cieli conceda a nostri occhi di rimirare i primordj fortunatissimi d'una quinta epoca d'italiano incivilimento, il dicono assai manifesto la letizia de' vostri aspetti, la concordia e meschianza di tutti gli ordini di cittadini, la significazione di queste scritte e di questi emblemi, le parole calde e leali che a voi ed a me or si fa lecito di pronunziare e di udire, il vedermi io stesso in mezzo di voi e da voi festeggiato dopo la lunghezza e l'acerbità d'un esilio più che trilustre. Ma forse meglio di qualunque altro indizio, e con chiarezza ed efficacia maggiore di tutti i segni da me notati, ciò che afferma, persuade e assicura qualunque intelletto del certo nostro risorgimento, si è lo scorgere qui presenti gli stemmi e l'effigie dell'Augusto e Ottimo Pio; il quale voi, o Perugini, con sublime antonomasia e con un senso profondo di verità, chiamar solete il liberatore, e ch'io credo altresì, senza pericolo niuno d'adulazione, poter domandare il Divino ed il Taumaturgo; perciocchè la subita trasformazione ch'egli ha operata nell'essere delle cose e nel cuore degli uomini, à, più che d'altro, natura e qualità di prodigio.
Sfavilli, adunque, d'amore e di gratitudine l'anima nostra verso un tanto Pontefice, al quale ha piaciuto con l'ultimo atto di sua saggezza di sollevare questi popoli alla giusta partecipazione della politica potestà; e incominciando in tal guisa fra noi un ordine vero legale, per addietro sconosciutissimo, e ponendo a principale custodia e difesa di esso non l'armi forestiere e le mercenarie, ma le proprie e libere de' cittadini, ha restituito a noi tutti il senso dell'umana dignità, l'uso dei naturali diritti, l'alterezza del nome italiano. Però, il modo più acconcio e migliore di mostrarsegli grati e nobilmente rimeritarlo, si è per lo certo di proseguire, con ispirito animoso insieme e prudente, la impresa grande e magnanima da lui cominciata, e volere e operare l'universal bene com'egli l'opera e il vuole; cioè a dire con cuor mondo e labbro verace, e con interissima annotazione e rinunciamento de' nostri privati profitti. Affratelliamoci tutti con franco e devoto animo, tollerando le differenze delle opinioni e le ombre e le nebbie de' pregiudizj, spegnendo (se fia possibile) per sino il nome di fazioni e di sètte, e accettando non che per vera ed eterna, ma per benefica e salutare altresì quella massima la quale afferma starsene effettivamente gli uomini spartiti e schierati in due vasti campi; ma che nell'uno già non sono adunati i conservatori e i retrogradi, e nell'altro i liberali ed i progressisti; nel primo i solleciti e gl'impazienti, e nel secondo i moderati e i prudenti; in questo il clero ed i nobili, in quello i laici e la plebe: ma sì veramente nell'un campo stanno attendati gli onesti, e i disonesti nell'altro; imperocchè la virtù e il vizio soltanto hanno facoltà di spartire il genere umano, e inconciliabili sono fra loro pur solamente la bontà e la tristizia, la leanza e l'ipocrisia. Ogni onesto pertanto e ogni buono, qual veste o nome o condizione o pensieri ch'egli abbia, venga lietamente da noi ricevuto, ed anzi ricerco e sollecitato. Ma chiudansi perpetuamente le nostre porte agl'ipocriti ed ai malvagi, poco badando che per avventura liberali sien detti e liberali opinioni professino. Cademmo per le discordie e la corruttela, e per li soli contrarj loro potremo risorgere. Inebriamoci, a così dire, della carità cittadina, e un qualche tempo almeno viviamo dimentichi di noi stessi e ricordevoli unicamente della patria comune: ed io vel giuro per gli spiriti sacri e immortali dei martiri della libertà, noi salveremo l'Italia, e tutta la salveremo e per sempre.
Quanto è poi alla mia persona e alle cagioni ed al fine di questa lieta vostra adunanza, io pensando alle lodi veramente superlative che di me ho ascoltate, e guardando a queste singolari dimostrazioni di osservanza e di affetto, onde a voi, Perugini, gradisce di onorarmi e fregiarmi oltremodo; io debbo, siccome fo, ringraziarvene con tutto l'animo, e conoscente rimanervene fin di là dal sepolcro; e sempre dinanzi agli occhi della mia mente dimoreranno le vostre sembianze e la dolce e cara memoria di questo giorno: ma io non posso in guisa alcuna ritrarne, come vorrei, una gioja sincera e un profondo compiacimento, conciossiachè io mi riconosca di tali onori e di tali fregi immeritevole affatto, nè piglio speranza per l'avvenire di crescere tanto nella bontà e negli altri pregi, da molto scemare la sproporzione coi vostri encomj e con la vostra ospitale cortesia e larghezza. E per fermo, io m'avvedo di non aver operato a rispetto d'Italia altra cosa degna e lodevole, fuorchè l'alimentare nel chiuso petto una infruttifera intenzione e un desiderio inerte ed inefficace di sua salvezza, e l'aver sostenuto con dignità conveniente la comune sventura: nel che è piuttosto da lodare la rimozione del male che l'adoperazione del bene, la quale appresso i popoli civili e magnanimi non dee consistere mai nel nudo e semplice adempimento di ciò che è debito universale d'ogni cittadino non reo e non vile. Perlochè, giovandomi pure della calda affezione che mi portate, e del non poco di autorità che ripor volete nel mio ragionare, sostenete che io vi consigli e vi preghi ad essere di tali mostre e testimonianze d'onore più parchi dispensatori, e serbarle tutte per quei generosi che in tempi ancor più difficili, tra prove molto più ardue e laboriose, tra cimenti di grave ed anzi d'estremo pericolo, sapranno, con forti spiriti e con la spontaneità e religione del sacrificio, fermar le sorti ancor vacillanti d'Italia, e pareggiar gli avi nostri nella grandezza loro più malagevole ad imitarsi; io vo' dire, lo spregio magnanimo d'ogni rischio e d'ogni infortunio, e il far getto sì degli averi e sì della vita perchè della patria carissima sia la vita eterna e gloriosa.
DISCORSO RECITATO AL BANCHETTO CHE I PESARESI OFFERIVANO ALL'AUTORE CONCITTADINO
il dì 31 di ottobre del 1847.
Fratelli e concittadini.
Sempre è dolcissima cosa rivedere la patria; e per poco ch'ella sia stata lungi dagli occhi nostri, un attraimento soave ed irresistibile a lei ci rimena. Ma rivederla dopo compiuti sedici anni, che sono sì gran porzione di nostra vita; rivederla dopo l'esilio, e per cessazione di quel divieto crudele che il desiderio di lei raccendeva nell'animo e rinnovava senza conforto ogni giorno; rivederla, infine, e ricuperarla quando la speranza n'era affatto venuta meno, quando parea cosa certissima dovere il povero rifuggito lasciare in terra straniera le sue ossa non lacrimate da alcuno, ciò reca tale e tanta squisita dolcezza e abbondanza di gaudio, che le parole non vi arrivano, e l'arte del dire smarrisce ogni sua facoltà. Ora, questa per appunto è la condizione e la insufficienza in che trovasi di presente la mia lingua e il cuor mio. Nè con tutto ciò, io v'ho ancora ricordato e dinumerato l'altre cagioni vive e gagliarde di mia profondissima commozione, e della piena impossibilità di significarvela. Conciossiachè io pensava che a' miei sospiri e al mio dolore trilustre fosse unico testimonio Iddio, e solo qualche amico d'infanzia dentro nel chiuso animo se ne compiangesse; laddove voi mi dimostrate, o fratelli, con mille prove, che tuttaquanta la mia città e provincia natale partecipava al mio lutto e dolore. Vollero i nemici del bene, e più specialmente nemici d'ogni libertà e grandezza d'Italia, non che sbandeggiarmi per sempre e togliermi ogni cosa cara e diletta quaggiù; ma eziandio alla pena aggiunger lo sfregio, darmi appellazioni piene d'ingiuria, svegliarmi contro non l'amore e la compassione de' popoli, ma bensì l'odio e lo sprezzo. E voi in quel cambio, o miei Pesaresi, voi m'accogliete con quegli onori che non alla umile mia persona, ma sì starebbero bene a un uomo illustre e magnanimo; voi vi compiacete di me come s'io fossi augumento di vostra gloria, e passar mi fate, per così dire, dall'oscurità alla fama, dall'esilio al trionfo.
Tutto questo, o concittadini, versa sulle piaghe che m'aprì la fortuna un balsamo soavissimo, ed anzi elle sono già tutte chiuse e rimarginate. Se non che, per la necessità ineluttabile in cui vivesi l'uomo di sentire nelle cose più liete e felici la fralezza di sua natura, una qualche stilla d'amaro si sparge eziandio nel pieno di tal contentezza. Imperocchè io mi partiva di questa terra carissima vigoroso e fiorente di età e di salute, ed ora mi vi riconduco assai cagionevole e prossimo alla vecchiezza. Il sedere e conversare tra voi e con voi m'è somma gioja e compiacimento; ma quando io giro lo sguardo ne' vostri aspetti, troppe sono le sembianze amatissime e nel mio cuore scolpite che io cerco ed, ahi! non ritrovo. Irreparabile caducità delle umane sorti! Nello spazio di sedici anni, oh che dolorose trasmutazioni si compiono, quante memorie soavi s'estinguono, quanti sepolcri si schiudono, quanta parte della coetanea generazione vi scende!
Non però di meno, perchè lasciomi io rapire a sì triste meditazioni in ore sì belle e sì fortunate? E che può mai importare la mia soprastante vecchiezza e le mie infermità, quando io rimiro che la patria nostra ringiovanisce, e che lo spirito di libertà cominciando a scorrere nelle sue vene, tutta maravigliosamente la risana e rintegra? Parecchi dei miei prediletti amici ànno chiuso gli occhi nel sonno mortale: ma più non riposano in terra di schiavitù, ma il piede dello straniero non potrà oggimai calpestare le tombe loro, e la viva riconoscenza del popolo inverso ciò che vollero ed operarono a bene di lui, a bene d'Italia, più non fuggirà paurosa li sguardi de' vilissimi spiatori; ed anzi, mentre esso popolo verserà su quelle tombe dolce e ricordevole pianto, le mani de' sacerdoti leverannosi a benedirle, e le lor sante bocche pregheranno la pace de' giusti alle anime infiammate di carità cittadina: imperocchè il maggiore de' prodigi e il più profittevole al mondo che la sapiente bontà di PIO IX conduce in atto, si è del sicuro quel caldo e fratellevole abbracciamento che vediam farsi in modi così impensati e sublimi tra la virtù privata e la pubblica, tra la libertà e la religione, tra l'incivilimento e la Chiesa. Io vi dichiaro, o fratelli, con gran fermezza, che quando anche i miei disagi e le mie afflizioni state fossero intrise di molto maggiore assenzio, quando incontrato avessi non pure un esilio quale ho sofferto, ma dieci altrettali ed ancor più acerbi, queste nuove sorti d'Italia porgerebbermi una mercede e un compenso oltre misura superiori; e la letizia che me ne procede, esser dee riposta tra le cose veracemente ineffabili, e tra quelle divine pregustazioni delle delizie celesti, che alcuna ben rada volta sono agli uomini concedute affin di aprire il loro intelletto e crescere il lor desiderio inverso le bellezze sovramondane ed eterne.
Per rispetto poi all'intenzione amorevole che tutti manifestate di onorare in me non le opinioni solamente le quali ò sempre mai confessate, e la santissima causa a cui son devoto, ma eziandio la mia persona e quello che di lodevole a voi par di trovare nell'animo e nell'ingegno mio, sinceramente vi affermo, che delle vostre onoranze ed encomj io sento di meritare appena una minima parte, e che pur questa io debbo da voi riconoscere. Imperocchè voi, come se tutti mi foste padri e fratelli, m'avete con amorosi consigli e con blandimenti e lodi ed esortazioni continue e infinite avviato al bene, e, mediante una specie di cortesissima e affettuosa violenza, m'avete fin dalla puerizia sospinto a desiderare la celebrità delle lettere. Così da voi s'è mostrato, con bello e utile esempio, che non riesce dannoso, come pensano molti, al primo svegliamento dell'intelletto e dell'altre nobili facoltà il nascer discosto dalle grandi e rumorose città capitali; perchè pure alle aquile, innanzi di avere spiriti e gagliardezza per volare in cima dell'alpi e affrontar le bufere, fa d'uopo di crescere quietamente nel piccolo nido, e con tenue cibo venir nudrite. E similmente da voi s'è mostrato, come quello che suol domandarsi oggidì spirito municipale, quando sia ben temperato e commisurato all'amore e servigio che tutti dobbiamo alla patria comune, divenga sorgente perpetua di profitto e virtù, massime in questa nostra Italia, in cui la potenza individua di ciascun uomo tiene spesso del prodigio; quando che altrove le grandi cose si operano solo per virtù collettiva, come sforzo e peso di masse, il quale in ciascun atomo componente non apparisce e non ha valore assegnabile.
Ma perchè lo spirito municipale non nuoca ed anzi giovi e fruttifichi, egli è grandemente mestieri non solo di connettere e subordinare ciascun atto della vita del proprio Comune all'universal vita della nazione, ma di stringere quanti più legami si possono di socialità e di fratellanza con le città finitime e prossime, affinchè un flusso perenne di scienza e di civiltà corra e ricorra per esse tutte, come sangue per ogni vena di corpo animato. In cotal guisa, o Signori, poco avremo ad invidiare a quelle nazioni in cui li sparsi raggi d'ogni bene comune e d'ogni specie di scibile radunansi tutti in un punto solo sfolgorantissimo: conciossiachè i lumi del viver nostro civile, non ostante la picciolezza e tenuità di ciascuno, congiungendosi spesso e rischiarandosi mutuamente e a simiglianza di specchi l'uno nell'altro riverberando, cresceranno da ultimo sì fattamente e di numero e d'intensione, da soverchiare ogni forma e grandezza di umano splendore. Dalla qual cosa procederà fra gli altri beni questo prezioso e singolarissimo, di convertire l'astio profondo e le misere nimistà antiche in emulazione ardente e operosa. Nè a voi, Pesaresi, dee fare apprensione e paura l'entrare in simile competenza con mille altre città; dappoichè la natura v'à di raro ingegno e di non comune gentilezza privilegiati, sicchè picciolo popolo siete, ma glorioso e caro alla nostra gran madre Italia. Deh vogliate, o giovani, serbare a questa città natale il titolo suo invidiato di culta e di gentile, e non vi piaccia di confondere mai l'austerità e la valentía con la salvatichezza e con la ferocia, e di scompagnare dall'uso dell'armi gli studi gravi e gli ameni. Ben conoscete che l'armi indòtte sono barbare, e in guerra non durano e non prevalgono; come, per lo contrario, la scienza imbelle e indifesa appiccolisce sè stessa e muor nel servaggio. E a cui non è noto il simbolo esatto ed elegantissimo per via del quale rappresentavano i Greci l'alleanza perpetua e necessaria dell'armi e delle lettere? chi non sa che Minerva, figliuola della mente di Giove, usciva dal capo del Dio brandendo l'asta e imbracciando lo scudo? Ma perchè m'andrò io ravvolgendo tra le favole greche, mentre la storia vera d'Italia offre a noi Metaurensi, e ai popoli tutti compaesani, uno specchiatissimo esempio del sapere alle armi contemperare gli studi, e fare scorta e governatrice d'ambedue la sapienza civile? E che altro erano le città famose di Metaponto, di Crotone, di Taranto, di Locri, di Reggio, se non collegi e famiglie di filosofi e di guerrieri? Quale altra parte del mondo à saputo a un tempo medesimo e con l'ufficio degli uomini stessi trovar le scienze e fondar le repubbliche; eccellere nell'arte della poesia e della musica, come nell'arte del difendersi e del battagliare? A chi non entrerà in cuore una giusta e durevole ammirazione, considerando quell'alternare continuo delle ginnastiche e delle meditazioni, quel passare di frequente dalle accademie al campo, dalla investigazione profonda delle fisiche e delle matematiche all'apprendimento disagiato e severo della milizia, e dalla quiete e solitudine contemplativa al maneggio e all'uso delle faccende politiche? Sono d'ogni cosa i padri nostri stati trovatori e maestri, nè mai ci bisogna di trarre altronde gli esempj e gl'insegnamenti. Nè dicasi che tutto ciò è antichissimo, e troppo remoto e diverso dalle condizioni moderne. Conciossiachè, a rispetto della natura, noi siamo sempre i medesimi, e nulla à cangiato sostanzialmente in Italia, salvo che la tempra degli animi; a ricomporre la quale ci basterà oggimai il fermo e saldo volere. Nulla nell'ordine delle cose mondane è più resistente e meno mutabile che i germi primitivi e le forme ingenite delle specie; e da voi non s'ignora per che serie innumerabile d'anni, tra quali forze nemiche e pertubatrici, si serbano integre e incorrotte le minute semenze di mille gracili pianticelle: or quanto più forti riescono, quanto più perdurevoli i germi primitivi ed originali delle umane famiglie! Noi siamo, ripeto, e ciò ne serva d'orgoglio insieme e di vergognoso rimprovero, noi siamo li stessi che i padri nostri; e la invasione de' barbari altro non à pur fatto, che insinuare piccioli rivi d'estrania vena nel regal fiume delle razze latine; e que' rivi o sono già dileguati, o, come insegnano i fisici, servito ànno a ravvivare la virtù e l'efficacia delle antichissime stirpi. Nè a chiunque s'ostini di ciò, negare dobbiamo rispondere altra parola, se non invitarlo a girare gli occhi verso le sacre sponde del Tevere. Là veggia, là contempli la forza e generosità indomabile delle vecchie progenie. Essendochè quella misera plebe, giaciuta in sonno, in gelo e in torpore di servitù e d'ignoranza pel voltare di qualche secolo, e dopo aver tollerato lo sprezzo oltraggioso non che degli strani ma de' medesimi compatrioti, ecco si vien riscuotendo alla voce soave del suo Pontefice, e fa l'Italia e l'Europa maravigliare de' pensamenti e delle opere sue. Ella così stramazzata nel fango e l'ultima giudicata fra le plebi italiane, già sorge e procede animosa, già entra innanzi a noi tutti, e pianta in Campidoglio un Labaro nuovo promettitore di certa vittoria e in cui, dallato al nome augustissimo dell'autore e principiatore di nostra risurrezione, potrà, senza paura di scandalo e con approvazione e contentamento del mondo intero civile, riscrivere le famose e tremende parole Senatus Populusque Romanus.
Il seguente scritto usciva dai torchi verso il finire dell'anno 47, e in quel mentre appunto che in Roma si congregavano i deputati ad una Consulta in cui ponevano le città dell'Italia media speranze più che grandi. Desiderò l'Autore che il Municipio del suo paese natale porgesse l'esempio di addirizzare al proprio deputato parole utili e pubblicamente espresse, affine che da pertutto l'opinion generale dei popoli avesse comodità di farsi sentire e valere. Al Municipio gradì molto il pensiere, e l'Autore concittadino ebbe carico di porlo in atto. Ogni cosa è qui assestata alle circostanze, e parecchi concetti nuovi si meschiano ad altri comuni ed elementari di scienza politica.